Siamo lebbrosi guariti contemplando la bellezza di Cristo nel nostro matrimonio

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Questa Parola è ricca di speranza, tutti possono essere salvati, ma è anche un monito a chi crede di avere una relazione con Dio riempiendola di gesti e di riti senza cercare la Sua presenza. I lebbrosi sono 10. Gli esegeti ci insegnano che 9 erano israeliti e uno solo era samaritano. I samaritani, saprete sicuramente, erano considerati alla stregua dei pagani. L’unico che torna è proprio il samaritano. Non chi è cresciuto nella tradizione del Dio d’Israele, ma quello lontano da Lui. Cosa possiamo intendere da ciò? Che la fede non serve? Che andare a Messa non serve? Certo che serve! Il nostro essere cattolici ci aiuta e ci dà sicuramente un vantaggio su chi non crede o crede in altro, ma non ci rende ancora cristiani. I cristiani sono coloro che riconoscono in Gesù il salvatore della vita, che hanno una relazione con Lui, che sanno contemplare la bellezza di Gesù e della loro umanità vissuta alla luce di Cristo. I cristiani sono coloro che non danno per scontato il dono della Grazia, della fede e della vita. Non tutti i cattolici sono cristiani. La lebbra, secondo la tradizione del tempo, era considerata una malattia impura, che toccava a chi aveva commesso peccati. Gesù guarisce la malattia, cancella quindi i peccati di queste persone. Solo una di queste persone sanate, si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto, la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto, e torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi. Significa volersi risparmiare per qualcosa di più importante, di più emozionante, di più coinvolgente. Insomma qualcosa che è di più. Cosa ci può essere di più importante, di più bello, di più coinvolgente dell’amore sponsale? Cosa ci può essere di più grande della risposta che possiamo dare alla nostra intima e profonda vocazione a dare e ricevere amore? Cosa ci può essere di più bello di una sposa che mi ha promesso di donarsi completamente a me ogni giorno della nostra vita! Proprio a me! Come posso disprezzare, deprezzare, scontare, dare per scontata questa realtà che è grande? Una meraviglia da riconoscere e di cui essere grati. Tutto il resto può esserci, anzi deve esserci, ma non deve sacrificare la mia relazione matrimoniale. Cercare i prezzi di saldo nell’impegno matrimoniale è ciò che più mi allontana dalla santità e dall’autentico senso della vita. Dare per scontato il mio matrimonio significa non vedere la ricchezza che posseggo. Significa cercare il tesoro altrove e sprecare tutto. Non devo sprecare invece. Non devo sprecare l’amore, ma devo sprecarmi in amore. Devo sprecarmi in tenerezza, devo sprecarmi in ascolto e dialogo, devo sprecarmi in servizio e cura. Non solo perchè devo. Non è una imposizione morale o di coscienza. E’ molto di più. Dando tutto sarò sempre più consapevole che il mio matrimonio è prezioso. Che la mia sposa è incantevole. Che è bello amare così e non è un peso o un dovere, anche se a volte lo sembra, ma la strada per incontrare sempre più l’Amore che è Cristo. Ho capito che la vita acquisterà sempre più senso e verità tanto più io saprò slegarmi da una logica di risparmio in amore.

Antonio e Luisa

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La lebbra nel nostro matrimonio

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 

Quante volte ci siamo sentiti dei lebbrosi. Degli sposi incapaci e impreparati. Piccoli e miseri. Quante miserie nella nostra famiglia che cerchiamo di nascondere come polvere sotto il tappeto. Litigi, incomprensioni, egoismo, nervosismo e anche inettitudine. Le altre famiglie ci sembrano più belle della nostra. Come vorremmo avere la serenità di quella o l’unità di quell’altra. Invece ci sentiamo lebbrosi e impuri. Eppure questa è la nostra salvezza. Solo riconoscendo la lebbra nella nostra relazione possiamo trovare l’umiltà di abbassarci e inginocchiarci davanti al Cristo ed invocare la Sua Presenza e la Sua guarigione.

 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù ci guarda con compassione. Non prova disgusto per le miserie della nostra famiglia, ma il Suo sguardo va oltre e vede la nostra sofferenza e il nostro dolore. Soffre con noi come un innamorato per la sua amata. Il suo sguardo è già balsamo. La nostra famiglia è bella ai suoi occhi nonostante la povertà che la abita. Soffre  con noi e ci guarisce. Ci può guarire perchè abbiamo avuto la forza di domandare la sua Grazia. Nel sacramento del matrimonio spesso non abbiamo l’umiltà di ammettere di non farcela e di aver bisogno di Gesù. Il nostro orgoglio ci fa credere che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Siamo sposati in Cristo, ma lui è, di fatto, sfrattato dalla nostra relazione.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Come intendere questa parte. Mi era difficile. Mi è venuto in aiuto il mio sacerdote che ha commentato come sia inutile parlare della nostra conversione a chi non ha sperimentato l’incontro con Gesù. L’incontro è personale e la nostra storia, l’incontro che ci ha salvato non può convertire nessuno. Noi siamo stati sanati da Gesù e possiamo testimoniare la  sua potenza e la sua bellezza non raccontando la nostra conversione, che resta fatto privato e non comprensibile agli altri. Possiamo mostrare i frutti. Mostrare quelle piaghe che caratterizzavano la nostra famiglia e mostrare la loro guarigione. Mostrare senza vergogna le nostre miserie e mostrare come Dio le ha trasformate in feritoie da cui fuoriesce la sua luce che illumina il mondo. La famiglia perfetta non è quella del mulino bianco. La famiglia perfetta è piena di imperfezioni. Imperfezioni che diventano luogo dell’amore, della pazienza, dell’accettazione, della prossimità e della gratuità.

Antonio e Luisa