Un ideale da riscoprire

Terzo appuntamento con la riflessione di padre Raniero Cantalamessa sul matrimonio (cliccate qui per la prima parte e qui per la seconda già pubblicate)

Non meno importante del compito di difendere l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole. I primi cristiani, con i loro costumi, cambiarono le leggi dello stato sulla famiglia; noi non possiamo pensare di poter fare il contrario, e cioè cambiare i costumi della gente con le leggi dello stato, anche se come cittadini abbiamo il dovere di contribuire a che lo stato faccia leggi giuste.

Dopo Cristo, noi leggiamo giustamente il racconto della creazione dell’uomo e della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In questa luce, la frase: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” rivela finalmente il suo significato rimasto enigmatico e incerto prima di Cristo. Che rapporto ci può essere tra l’essere “a immagine di Dio” e l’essere “maschio e femmina”? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina.
La somiglianza consiste in questo. Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno; dove non c’è che un solo soggetto, non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Là dove Dio è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c’è bisogno di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche da soli!). Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.
Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte – riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità. Lì due persone –il Padre e il Figlio – amandosi, producono (“spirano”) lo Spirito che è l’amore che li fonde. Qualcuno ha definito lo Spirito Santo il “Noi” divino, cioè non la “terza persona della Trinità”, ma la prima persona plurale . Proprio in questo, la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità.
In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano: che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo. Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico una realtà puramente mondana. Non è fare solo del simbolismo; è piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina.
Qual è la causa della incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa? A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi.
Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una spiegazione a questa devastante disfunzione? La spiegazione è che l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e fusione d’amore, l’uomo e la donna si elevassero al desiderio e avessero una certa pregustazione dell’amore infinito; si ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.
Il peccato, a cominciare da quello dell’Adamo ed Eva biblici, ha attraversato questo progetto; ha “profanato” quel gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò “insoddisfacente”. Il simbolo è stato staccato dalla realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità del detto di Agostino: “Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te”. Noi infatti non siamo stati creati per vivere in un eterno rapporto di coppia, ma per vivere in un eterno rapporto con Dio, con l’Assoluto. Lo scopre perfino il Faust di Goethe, al termine del suo lungo vagare; ripensando al suo amore per Margherita, al termine del poema egli esclama: “Tutto ciò che passa è solo una parabola. Solo qui [in cielo] l’irraggiungibile diventa realtà” .
Nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto l’esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa del significato originale dell’atto coniugale. Non c’è da stupirsi che sia così. Il matrimonio è il sacramento del dono reciproco che gli sposi fanno di se stessi l’uno all’altro, e lo Spirito Santo è, nella Trinità, il “dono”, o meglio il “domarsi” reciproco del Padre e del Figlio, non un atto passeggero, ma uno stato permanente. Dove arriva lo Spirito Santo, nasce, o rinasce, la capacità di farsi dono. È così che opera la “grazia di stato” nel matrimonio.

4. Sposati e consacrati nella Chiesa
Anche se noi consacrati non viviamo la realtà del matrimonio, ho detto all’inizio, dobbiamo conoscerla per aiutare coloro che vivono in essa. Aggiungo ora un ulteriore motivo: abbiamo bisogno di conoscerla per essere, anche noi, aiutati da essi! Parlando di matrimonio e verginità l’Apostolo dice: “Ciascuno ha il proprio dono (chárisma) da Dio, chi in un modo chi in un altro” (1 Cor 7, 7); cioè: lo sposato ha il suo carisma e chi non si sposa “per il Signore” ha il suo carisma.
Il carisma — dice lo stesso Apostolo — è “una manifestazione particolare dello Spirito, per l’utilità comune” (1 Cor 12, 7). Applicato al rapporto tra sposati e consacrati nella Chiesa, questo significa che il celibato e la verginità sono anche per gli sposati e che il matrimonio è anche per i consacrati, cioè a loro vantaggio. Tale è l’intrinseca natura del carisma, apparentemente contraddittoria: qualcosa di “particolare” (“una manifestazione particolare dello Spirito”) che però serve a tutti (“per l’utilità comune”).
Nella comunità cristiana consacrati e sposati possono “edificarsi” a vicenda. Gli sposati sono richiamati, dai consacrati, al primato di Dio e di ciò che non passa; sono introdotti all’amore per la parola di Dio che essi possono meglio approfondire e “spezzare” ai laici. Ma anche i consacrati imparano qualcosa dagli sposati. Imparano la generosità, la dimenticanza di sé, il servizio alla vita e, spesso, una certa “umanità” che viene dal duro contatto con le realtà dell’esistenza.
Ne parlo per esperienza. Io appartengo a un ordine religioso dove, fino a qualche decennio fa, ci si alzava di notte per recitare l’ufficio del “Mattutino”, che durava circa un’ora. Poi ci fu la grande svolta nella vita religiosa, a seguito del Concilio. Sembrò che il ritmo della vita moderna – lo studio per i giovani e il ministero apostolico per i sacerdoti – non consentissero più quell’alzata notturna che interrompeva il sonno, e a poco a poco essa fu abbandonata, a parte qualche luogo di formazione.
Quando, più tardi, il Signore mi ha fatto conoscere da vicino, nel mio ministero, diverse giovani famiglie, ho scoperto una cosa che mi ha salutarmente scosso. Quei giovani papà e mamme dovevano alzarsi non una, ma due, tre o anche più volte per notte, per dare da mangiare, somministrare la medicina, cullare il bambino se piangeva, vegliarlo se aveva la febbre. E al mattino uno dei due, o tutti e due, alla stessa ora, di corsa al lavoro, dopo aver portato il bambino o la bambina dai nonni o all’asilo. C’era un cartellino da timbrare e questo sia con il buono che con il cattivo tempo, sia con la buona che con la cattiva salute.
Allora mi sono detto: se non corriamo ai ripari, siamo in un grave pericolo! Il nostro genere di vita, se non è sorretto da autentica osservanza della Regola e da un certo rigore di orario e di abitudini, rischia di diventare una vita all’acqua di rose e di portarci alla durezza del cuore. Quello che dei buoni genitori sono capaci di fare per i loro figli carnali; il grado di dimenticanza di sé a cui sono capaci di giungere per provvedere alla loro salute, ai loro studi e alla loro felicità, deve essere la misura di ciò che dovremmo fare noi per i figli o i fratelli spirituali. Ci è di esempio in ciò proprio l’apostolo Paolo che diceva di volere “prodigarsi, anzi consumarsi”, per i suoi figli di Corinto (cf 2 Cor 12, 15).
Che lo Spirito Santo, datore dei carismi, aiuti tutti noi, sposati e consacrati, a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Pietro:
“Ciascuno viva secondo il dono ricevuto, mettendolo a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio […], perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!” (1Pt 4, 10-11).

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