La strada per il paradiso

Oggi pubblico una bellissima, accorata e autentica testimonianza di Rosella, che nonostante stia vivendo il suo matrimonio nella sofferenza e nell’abbandono, continua a sperare aggrappandosi al sacramento e a Gesù.

 

Nella mia situazione la lettura di altre esperienze simili mi permette di rielaborare la mia e lo scrivere, prendendo spunto da altre storie, a volte mi aiuta a rendere meno “vano” questo dolore. Allora ho scritto. ” Mi attraggono gli articoli in cui si parla di matrimonio, e di ciò che il matrimonio porta con se gioia, speranza, amore, fatica, fedeltà, dolore. Mi attrae conoscere, per quanto possibile, come le coppie vivono la vita matrimoniale o, purtroppo, la fine di quella vita e anche ciò che rende possibile una unione salda o quello che può determinarne la fine. Parlare della gioia, dell’innamoramento, di amore ricambiato, di emozioni, di scelte condivise, di progetti è facile Ma parlare del dolore è un’altra cosa. L’argomento “dolore” in alcuni di questi articoli, attira la mia attenzione. Perché il dolore è difficile da raccontare e ancora più difficile da digerire. In più sono gli articoli più soggetti ad un vissuto personale anche se leggendo ci si rende conto che le dinamiche sono più o meno le medesime. Difficile dare un senso al dolore, l’unico senso che si riesce a vedere nel dolore è toglierselo più rapidamente possibile di “dosso”. Direi togliere “la pelle rivestita di dolore” per metterne a nudo una “nuova” . Specie se questo dolore lo si deve affrontare in solitudine. Durante questo periodo di Quaresima, la Chiesa, con le letture, il Vangelo, le meditazioni, ci parla di conversione, di pentimento, di rientrare in se stessi, di “potature”. Meditando questo, non ho potuto fare a meno di pensare a come sono stata “potata” io nel mio matrimonio. Una potatura quasi alla radice. Non perché “iellata” ne tantomeno perché “benedetta” dal dolore (inteso come purificazione). Non mi sento ne da compatire, né da ammirare, ne da biasimare. Sono semplicemente una donna alla quale la sorte ha riservato un dolore comunissimo a tantissime donne e uomini, che cerca di vivere come Gesù comanda ed insegna. E, volendolo fare, non posso che percorre la strada che ho preso sin dall’inizio della potatura, consapevole che è quella la sola strada che mi potrà portare, alla pace, alla gioia qui e soprattutto per l’eternità. I rami potati sono stati molti durante la mia vita, ora ne ho consapevolezza, ma il più importante, quello che dava un senso alla “vocazione” della mia vita, è stata la potatura più dolorosa. Attaccata alla Vite (e alla Vita) è rimasto un moncone che continuo a percepire come vivo, dove continua a scorrere la linfa vitale anche se ancora non compare il nuovo tralcio e tanto meno il frutto o i frutti: la fedeltà al sacramento del mio matrimonio. Lui, mio marito, è andato via. Dopo aver subito, pianto, elaborato, pregato, aver chiesto a destra e manca consigli, aiuti, preghiere, ascolto, una sola è stata la risposta (che al momento ho chiara davanti a me) anche se faccio fatica ad esprimerla: lui non ritorna. Lui ama un’altra. Lui pensa che sia io la responsabile della sua infelicità e della nostra separazione. Lui è convinto che amare non sia una decisione ma piuttosto un’emozione. Lui che proprio per questo non mi ama più. Anzi a volte mi detesta ma, più ancora, ostenta indifferenza. Questo ha completamente scompaginato quel libro che io e mio marito avevamo progettato e pensato di poter scrivere insieme. (Forse perché a lui piace leggere soprattutto gialli e quindi ha voluto provare a scrivere un altro libro…) . Ma il matrimonio, che implica una scelta radicale, è anche questo ed forse proprio qui la sua bellezza: riuscire quando si presentano le difficoltà, a prendersi per mano, anche quando sembra che non ci sia più speranza, guardarsi negli occhi e magari con un po’ di insicurezza, dirsi: “insieme ce la faremo”. E’ qui che il sacramento del matrimonio rivela l’immensità e la potenza che viene da Dio e che permette agli sposi, anche nelle situazioni più assurde ed umanamente incomprensibili, di sperare perché niente è impossibile a Dio. La speranza, quella vera, è frutto di sofferenza profonda e di lotta che si vince se si combatte insieme. Invece lui è andato avanti con il suo cuore cieco e non disposto a lottare per paura di fallire. Più facile ricominciare con un nuovo amore dove si può dare il meglio di se e farsi “vittime”. Se lui sia felice oggi non lo posso sapere, dai nostri sporadici incontri, mi sembra non sereno e persino trasandato, non pensate (forse in parte sarà anche vero) che sia un’alibi che mi racconto per sperare ancora. Posso dire con certezza se io sono felice: io non sono felice. E forse non è la felicità che cerco, ora. Sarei troppo ambiziosa. Cerco e prego per la gioia e la serenità e la pace dei nostri figli,(per i quali eravamo la pace, la stabilità e la sicurezza e che, all’improvviso si sono ritrovati senza più niente di tutto ciò e il loro mondo è diventato scuro instabile e tristemente doloroso; figli orfani di genitori viventi), ed oggi anche dei nostri nipoti e anche per me. Non smetto mai di chiedere perdono per il male che anche io, non solo mio marito, ho procurato loro con la mia sofferenza. Per lui chiedo, ormai da tempo, a Dio l’impossibile: la conversione. Non solo per lui, ma anche per colei che ha contribuito a tutto questo, E lo faccio con sempre maggiore determinazione e convinzione. L’amore che nutro ( nel senso proprio che lo alimento) per lui questo mi chiede: cercare di mostrargli ancora e nonostante tutto il volto misericordioso di Dio, un Dio che è oceano di misericordia, prima che di giustizia. Verrà anche la Sua giustizia ma la temo ancor più per me, peccatrice e miserabile che non posso non chiedere per lui (mio marito) un diluvio di misericordia. Ancora e ancòra, avverbio e sostantivo, ancora come promessa senza spergiuro. L’ancòra come attracco sicuro, se mai lui volesse tornare, l’ho gettata ai piedi della Croce. Non ho mai tolto la fede dal dito. L’ho fatto per almeno due motivi: il primo è ricordare ogni giorno a me e al Signore il mio giuramento. Si lo ricordo anche al Signore,: “Gesù ricordati, ho promesso davanti a Te, Tu mi sei Testimone che gli sarai stata fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, che lo avrei amato e onorato tutti i giorni della mia vita”. Proprio così, specialmente quando mi viene la tentazione di pensare male di lui, di farmi atterrire dal pensiero di loro due insieme. Il secondo motivo è che si tratta di un segno che non “esibisco” ma che “mostro”. Mostro a coloro che conoscendo la situazione, di moglie tradita e abbandonata, la prima cosa che dicono “non è giusto che soffri”,” pensa a rifarti una vita, te lo meriti”, “trovati un compagno”. La fede al dito risponde per me. Questo mi da la libertà, inimmaginabile, quando mi trovo in compagnia o quando conosco nuove persone, di essere disponibile, accogliente, sorridente anche afflitta a volte, senza incorrere in malintesi del tipo “questa ci vuole provare” o, al contrario, “ quasi, quasi ci provo”. A volte la fatica di indossarla (la fede), si fa sentire. Il pensiero di sfilarla si insinua. Poi penso al significato che racchiude, al fatto che lui fece farle da un’orefice di una forma un po’ bizzarra: quadrata, e tutto torna a posto. Quel piccolo segno al mio dito sta a significare che lui è mio ed io sono sua. Davanti a Dio lo saremo per sempre e il mio cuore si riempie di nuovo di speranza, speranza che non delude. Questa è la mia particolare palestra. Una palestra dove ci si rinforza in pazienza, perdono, misericordia, speranza Ancora oggi sono più che mai convinta che non esistono coppie perfette o perfetti matrimoni, ma che esiste la decisione di fare di un matrimonio imperfetto un matrimonio felice permettendo a Dio di essere fedele alla promessa. E nella sua promessa, alla nostra. Qualcuno ha detto: “La strada per il paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non andremo né lui ne io. Questa è quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio”. Vorrei che le mie parole potessero aiutare qualcuno che magari cerca una parola, un senso a ciò che gli sta capitando. Una preghiera per me.

Rosella

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2 Pensieri su &Idquo;La strada per il paradiso

  1. Ciao Antonio. Sono Anna. Vivo da cinque anni un matrimonio simile a quello di Rosella, e come me tante altre, sparpagliate in tutta Italia, anelli (nuziali) di una catena di metallo, pesante nelle difficoltà quotidiane, ma brillante più dell’oro perché preziosa agli occhi di Dio. Vorrei avere la possibilità di mettermi in contatto con Rosella, per cui ti chiedo il favore di darle la mia mail, se ti è possibile… Per il resto, se hai bisogno di me, sono qua, diversamente sposa ma decisa a percorrere la strada del matrimonio cristiano. Anna (cheamaMarco)

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