Una continua scelta tra ciò che è giusto e ciò che è bene.

Ho ricevuto e pubblico volentieri questa lettera. Una lettera che vuole essere una  risposta alla precedente testimonianza di una sposa abbandonata che ho pubblicato alcuni giorni fa (per leggerla cliccate qui)
Cara Sorella (si proprio Sorella perché capisco e vivo la tua stessa esperienza), ho 33 anni, sposata da 6 e separata da 9 mesi.
Capisco in profondità e in radicalità ciò che stai vivendo:  il giorno in cui l’uomo che hai sposato consapevolmente ti dice: “amo un’altra donna, me ne vado di casa” il mondo ti crolla addosso nel vero senso della parola. In tutta la mia vita non ho mai provato un dolore così grande e così lacerante come questo: tutti i miei sogni di famiglia felice, di “amore per sempre” distrutti e calpestati in una frazione di secondo, ma la cosa peggiore è che l’autore di tutto questo è stato l’uomo (e forse lo è ancora) che amo più della mia stessa vita. Per settimane ho pianto tutte le lacrime che avevo, sono arrivata al punto di piangere senza lacrime, sì le avevo finite.
Ma arriva un giorno che devi fare i conti con tutto questo dolore, in qualche modo lo devi “esorcizzare”, non ti può fagocitare, hai una vita meravigliosa da mandare avanti, e aspetta solo te per essere vissuta.
Io da subito ho avuto chiara la scelta di rimanere fedele al mio Sacramento, è stata così forte e così chiara che non ha mai (per ora) vacillato. Per me sono state importanti le parole sentite da un Santo Sacerdote: “Quando celebrate il vostro Sacramento siete sempre in 3: sposo, sposa e Cristo. E anche se entrambi gli sposi vanno in direzioni opposte, Lui resta, resta fedele PER SEMPRE”. Gesù avrebbe potuto scendere dalla Croce, ma non l’ha fatto, ha scelto di morire PER ME, per il mio Matrimonio, per la mia Salvezza, e quindi, chi sono io per scendere dalla mia croce?
Questo non vuol dire che io sono felice di stare sulla croce o che gioisco di questa sofferenza, ma se portata PER Cristo, CON Cristo e IN Cristo davvero la sua promessa del “giogo dolce e il peso leggero” si concretizza. Che cosa voglio dire: nell’ottica della mia resurrezione e della resurrezione del mio matrimonio io sono chiamata a restare su questa croce (STACCE! come dice Costanza Miriano), con i miei limiti, le mie cadute, le mie arrabbiature con Dio (si, cara sorella è “terapeutico” anche arrabbiarsi con Dio).
Il dolore con il tempo cambia colore. La sofferenza rimane, chiaro, ma assume contorni diversi, diventa parte di te, ma no ti sovrasta, non ti “guida”, diventa offerta per gli altri (per la malattia di qualche persona, per i sacerdoti in crisi, per le altre coppie in crisi, per chiunque si affida alla tua preghiera). Il tuo dolore rimane, non te lo toglie nessuno, ma vissuto nella prospettiva della resurrezione (si torniamo sempre lì) anche questa cosa così disumana diventa vivibile.
Ovvio i momenti di sconforto ci sono, sono molti e fanno male e anche dentro di me risuona quel desiderio di “sentirmi amata e rispettata da un uomo” ed è lì e rimane anche quando incontri qualcuno di “interessante”, qualcuno che ti fa dire “però dai, non male questo ragazzo”, ed è lì che inizia la battaglia, il vero discernimento tra ciò che è giusto e sacrosanto (sentirsi amata) e ciò che è bene (amare fino a dare la vita per il mio sposo, anche se lui non mi ama, anzi mi odia con tutto se stesso).
Oggi la strada della fedeltà non è una strada semplice, non è una strada “del mondo”: quante amiche che mi dicono: “ma si sei giovane, trovati un ragazzo che ti ami e che ti rispetti”, ma io in questo non mi ci sento, non mi ci vedo, mi sento di mancarmi di rispetto e se non mi amo e mi rispetto io, come posso pretenderlo dagli altri?
Non ho la ricetta per come rimanere fedeli, io so solo che ogni giorno all’Eucarestia chiedo di rinnovare la mia fedeltà al mio Sacramento, e, per ora, funziona.
Tutto quello che vivo è solo per Grazia di Dio. Io so che Gesù sta soffrendo con e più di me per questa situazione, ma Lui mi ci fa stare perché deve insegnarmi qualcosa, deve guidarmi verso quel progetto meraviglioso che Lui ha su di me e sulla mia vita.
Mio marito tornerà? Nessuno può rispondere a questa domanda. Forse non tornerà mai ma io sento forte che sono chiamata a pregare per lui e per la sua salvezza.
Io non sono una santa, non sono illuminata, sono solo una povera donna peccatrice che vuole fidarsi del suo Signore, di Colui che tutto può.
Grazie
G.M.
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Mi strapperei la pelle. Non mi appartiene più.

Un commento ad un mio precedente articolo mi ha colpito dritto al cuore. Parla anche di noi. Anche di noi che siamo lacerate dal desiderio di essere amate da un uomo che ci voglia davvero bene e ci faccia assaporare il calore dell’amore e la volontà di restare fedeli al matrimonio.

Ho contattato l’autrice del commento e le ho chiesto di provare a raccontare le sue emozioni, il suo dolore, le sue difficoltà e la sua fede. Lei lo ha fatto. Condivido la sua lettera perchè penso possa essere utile per riflettere su come sia importante avvicinarsi con tanto rispetto alle persone che vivono situazioni dolorose e di separazione. Che non serve gettare il peso della legge sulle spalle di queste persone, ma bisogna avere la sensibilità e la capacità di portarle e accompagnarle alla verità, di condividere il loro dolore e non farle sentire sole. Solo così potranno trovare la forza di aggrapparsi a Gesù e di accettare il loro martirio.  Sono persone che stanno portando una croce pesantissima e non siamo sicuri che noi stessi, nella medesima situazione, saremmo capaci di fare altrettanto.

Ciao Antonio, ti avevo promesso di scriverti la mia esperienza del matrimonio e di come ci si sente in un incubo quando finisce e soprattutto di come, nonostante la vita vada avanti, ti senti sempre fermo nello stesso punto con mille dubbi, pensieri, desideri, voglia di amare ed essere amati. Ti risparmio gli anni di fidanzamento, diciamo che ci siamo sposati nel 1996, il 27 luglio. Abbiamo detto un si senza costrizioni, credo (almeno da parte mia), ma con qualche restrizione(su questo mi soffermare dopo). Da subito ne fui felice, credevo di essere finalmente libera di ‘amare’ quest’uomo. La routine familiare arriva ben presto, le paure che avevo sentito prima di sposarmi, arrivano subito, però pensando che fosse normale, ho continuato questo cammino. Il nostro matrimonio è durato circa 17 anni, con alti e bassi, mancanze gravi e meno gravi… Ad un certo punto ho capito che la ‘frittata’, era stata fatta, forse lui non era l’uomo giusto per me, ma ormai c”era. Avevo detto “si’, a Dio, e mi dovevo tenere quest’uomo difficile da amare. Senza avere un’idea ben precisa di Dio, mi sono seduta un giorno su una sedia, le mani fra i capelli e Gli ho detto che visto che lo avevo sposato, me lo dovevo tenere e che lo dovevo amare… Per cui, ho chiuso gli occhi, ho mandato via i pensieri strani e mi sono adattata alla situazione. Mi sono adattata così bene che ho amato per due, senza rendermene conto. Tutti ci dicevano che eravamo la coppia più bella del mondo… Abbiamo (ho) superato mille difficoltà, ma il mio impegno non è bastato. Quando la sua nuova compagna è entrata nella sua vita, per me è stato uno sconvolgimento totale. Lui non mi ha dato grosse spiegazioni, ha preso la palla al balzo per rivoltare alcune situazioni, ma è andato via. Lui era un uomo che non sapeva fare sorprese, non era capace di parlare, teneva sempre tutto dentro… Ma la ‘sorpresa’ me l’ha fatta subito, appena è andato via. Li ho cominciato a sentirmi vecchia, brutta, inutile, incapace di amare, impossibilitata ad essere amata, fragile. Piangevo sempre, ero io che lo dovevo lasciare, non lui. Io che avevo preso con serietà il matrimonio e mi ero impegnata ad amarlo. Ho iniziato un cammino con il ‘rinnovamento’, ho messo tutte le mie energie affinché si potesse salvare questo matrimonio, ho cominciato un poco a conoscere Dio, ho iniziato piano piano a vedere le sue meraviglie, ma…

Ma… Dopo circa 4 anni di preghiere intense per il recupero di questo matrimonio, messe quotidiane, lacrime, sorrisi, gioie, ferite… all’improvviso, il dolore per il fallimento del mio matrimonio è sparito. Mio marito non era più il centro della mia attenzione, delle mie preghiere ecc ecc. Ho continuato e continuo a pregare per lui, ma non con la stessa intensità. Credo che se una cosa deve essere lo sarà. E poi non lo sento più mio marito. In questi 4 anni, adesso 5, sono cambiate alcune cose. Ho preso consapevolezza dei miei errori e forse anche dei suoi. Ho chiesto la separazione e adesso siamo in fase di divorzio.

Se qualcuno mi prospetta un suo ritorno, vengo presa dalla sensazione che vorrei strapparmi la pelle di sopra. Non mi appartiene. Credo che mio marito non mi abbia mai ‘amata’ e credo che questo matrimonio sia stato un grosso errore. Però… Che si fa? Qualche sacerdote mi ha detto di intraprendere la strada della nullità ed è quello che sto cercando di fare. Nel mio cuore sento il vuoto, la mancanza, l’abbandono e sento anche il desiderio di essere amata, non da mio marito, ma da qualcuno che mi ‘ami’ davvero, qualcuno che si preoccupi per me, che mi curi, che mi tenga in considerazione per quella che sono… Per cui sento il peso del ‘peccato’ sia se faccio dei semplici pensieri su un uomo (considerando la possibilità di iniziare una storia) sia se per caso me ne innamoro, come è successo. A quel punto entro in un turbine di sensi di colpa che non mi fanno vivere più serenamente. Per cui se non c’è nessuno sto male perché vorrei essere amata, se c’è qualcuno sto male perché non vorrei mancare di rispetto a Dio. Tutto questo mi lacera giorno dopo giorno e se faccio qualche piccolo passo in avanti nel mio cammino, altre volte mi ritrovo persa in queste considerazioni e in questo stati d’animo. Per cui, nonostante le mille gioie, i sorrisi, le belle azioni, le bellissime parole, i dolori sono forti e le lacrime scendono lo stesso.

Anonima

 

La carità non avrà mai fine

Perdonare vuol dire donare qualcosa di sé. Gesù ci perdona sempre. Con la forza del suo perdono, anche noi possiamo perdonare gli altri, se davvero lo vogliamo. Non è quello per cui preghiamo, quando diciamo il Padre nostro? I figli imparano a perdonare quando vedono che i genitori si perdonano tra loro. Se capiamo questo, possiamo apprezzare la grandezza dell’insegnamento di Gesù circa la fedeltà nel matrimonio. Lungi dall’essere un freddo obbligo legale, si tratta soprattutto di una potente promessa della fedeltà di Dio stesso alla sua parola e alla sua grazia senza limiti. Cristo è morto per noi perché noi a nostra volta possiamo perdonarci e riconciliarci gli uni gli altri. In questo modo, come persone e come famiglie, impariamo a comprendere la verità di quelle parole di San Paolo: mentre tutto passa, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).

Il Papa, ora, si sofferma sul perdono. Altro tema che ho affrontato innumerevoli volte su questo blog. Non mi fermerò quindi sul perdono in sè, ma dirò qualcosa di grande. Parlerò del perdono come profezia dell’amore di Dio che ci è affidata in modo peculiare e specifico in quanto sposi. Il perdono, l’amore che si fa misericordia è la profezia più grande che noi sposi possiamo dare al mondo. La misericordia tra noi è ciò che ci rende profeti. I profeti non erano persone che prevedevano il futuro o che facevano chissà quale magia. I profeti nella cultura e nella religiosità ebraica erano coloro che manifestavano la volontà di Dio. Profezia è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi tutti siamo profeti. Lo siamo in virtù del battesimo. E’ uno dei doni di Gesù. Lo Spirito Santo ci rende profeti. Nel matrimonio questa nostra capacità profetica si traduce, tra le altre cose, nel mostrare l’amore fedele di Dio. L’amore fedele di Gesù che anche sulla croce continua ad amare i suoi carnefici.

Non c’è una situazione più pesante e dolorosa per il cuore di uno sposo o di una sposa dell’essere tradito. Il tradimento è la crocifissione di una persona. Non ho usato questa immagine a caso. Questa situazione ricalca in modo molto aderente quella che è stata la passione e morte di Gesù. La sofferenza più grande per Gesù non è stata la crocifissione fisica, seppur è stata dolorosissima, ma è stata la sofferenza del cuore nel vedere il suo popolo che lo tradiva, nel vedere i suoi apostoli che lo abbandonavano. Ciò che ha profondamente ferito Gesù è stato il vedersi ripudiato. Nonostante questo ha continuato ad amarci. Quando pronuncia quelle parola sulla croce “Perdona loro perchè non sanno quello che fanno”,è l’estremo tentativo che Gesù fa nei confronti del Padre di scusarci fino in fondo, come a dire li amo così tanto che ci passo sopra. Li voglio con me tutti. Questo è l’amore al quale potremmo essere chiamati. Ci sono tante spose e tanti sposi che vivono questo tradimento. Anche se non viviamo queste situazioni sulla nostra pelle, conosciamo certamente persone che vivono queste situazioni drammatiche. Cosa diciamo loro? Usiamo forse le parole del mondo? “Se ti ha fatto questo lascialo, devi rifarti una vita, non puoi restare solo/a devi pensare a te e alla tua felicità”. Noi come cristiani che diversità portiamo? Abbiamo il coraggio di dire: “Guarda, è terribile quello che ti è successo, ma devi confidare che sei sposa/o in Cristo. Gesù non ti abbandona e sei chiamata/o in un modo misterioso a vivere questa tua situazione in modo fedele. Vedrai che se ti aggrappi alla Grazia di Dio, Dio ne trarrà un bene più grande. Che non significa sempre che il coniuge tornerà, ma che in modo conosciuto solo da Dio questo dolore e amore fedele lavora il cuore dell’altro/a, e fosse anche all’ultimo respiro porterà alla conversione e alla salvezza della persona che hai sposato”

Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con un terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Abbiamo il coraggio di dire questo? E ancor prima, ci crediamo a questo?

Mi permetto di fare una piccola critica all’Esortazione Amoris Laetitia. E’ un documento fantastico. Soprattutto nel capitolo quarto dove spiega benissimo le dinamiche dell’amore sponsale. E’, però, mancante di qualcosa. A una giusta attenzione per le situazioni irregolari e di fragilità non è seguito un doveroso riconoscimento a tutti  quegli sposi che nella fatica, nel dolore, nella incomprensione generale e nella solitudine vivono la fedeltà nel ripudio. Quelle persone sono profeti luminosi che dovrebbero essere ringraziati e mostrati al mondo. Stanno mostrando l’amore di Gesù nel momento del sacrificio più alto. Nel momento della croce.

Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

L’abbraccio del perdono

Dammi tre parole

 

L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto.

In quel tempo, Gesù, partito da Cafarnao, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare.
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
Sicché non sono più due, ma una sola carne.
L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse:
«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei;
se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

Il Vangelo che ci presenta la liturgia di venerdì è assolutamente da commentare. Uno delle poche occasioni in cui si affronta il tema matrimoniale. Ed è Gesù stesso a parlare.

I farisei cercano di metterlo alla prova. Cercano di farlo esporre su un tema molto discusso nella società del tempo. Esistevano varie scuole di pensiero. C’era chi ammetteva il ripudio per casi molto gravi e circoscritti e c’era chi lo prevedeva per centinaia di motivi, anche i più futili. C’era qualcuno, molto pochi per la verità, che rifacendosi alle origini non lo prevedeva affatto. Gesù non cade nella trappola. Gesù rilancia con un’altra domanda: Che cosa vi ha ordinato Mosè? Mosè, la legge. Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla – rispondono i farisei. Gesù può adesso dare la stoccata decisiva: Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina. Gesù cosa vuole affermare con queste parole? Ci vuole rendere consapevoli che l’atto di ripudio era il male minore. Vuole tirar fuori l’ipocrisia del cuore umano. Il vostro cuore era troppo duro – dice. L’atto di ripudio era un modo per arginare il male dell’uomo. Per arginare i danni dell’egoismo umano. Non è un riconoscimento di verità in quel modo di agire. Dovete sapere che una donna cacciata era destinata all’emarginazione sociale e alla povertà assoluta. Poteva sperare di sopravvivere elemosinando o prostituendosi. Nulla di più. Parlo solo di donne perchè era facoltà esclusivamente maschile quella di ripudiare. L’atto di ripudio era quindi fondamentale. Restituiva dignità e giustizia alla donna cacciata. Attraverso l’atto di ripudio la donna era libera e “riabilitata” agli occhi della società. Poteva sperare in un nuovo matrimonio. Capite ora il significato di quello strumento giuridico? Non era un riconoscimento del divorzio come cosa buona, ma un modo per attenuarne gli effetti negativi sulla parte più debole. Gesù a questo punto risponde ai farisei e dice Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne.

Gesù non parla di leggi. Non dà ragione ad una corrente di pensiero o ad un’altra. Ad un rabbino o ad un altro. Gesù torna alle origini per rispondere. Gesù torna alla creazione, al cuore dell’uomo, a quello che Dio ha pensato per l’uomo prima della caduta e della corruzione del peccato. Gesù vero uomo, oltre che vero Dio, è venuto a riportare la situazione alla verità. Adesso potete capire. Io vi ho mostrato la verità dell’amore.

Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza della carità e del perdono misericordioso a cui siamo chiamati. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva scaturita dalla sua passione, morte e resurrezione, sembra dirci: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi potessimo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portarla a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Giovanni Paolo II durante un’udienza del mercoledì ebbe a dire in una delle sue numerose catechesi sull’amore umano:

Quanto è significativo che Cristo, nella risposta a tutte queste domande, ordini all’uomo di ritornare … alla soglia della sua storia teologica! Gli ordina di mettersi al confine tra l’innocenza-felicità originaria e l’eredità della prima caduta. Non gli vuole forse dire … che la via sulla quale Egli conduce l’uomo, maschio-femmina, nel Sacramento del Matrimonio, cioè la via della”redenzione del corpo”, deve consistere nel ricuperare questa dignità in cui si compie, simultaneamente, il vero significato del corpo umano, il suo significato personale e “di comunione”?

Il Papa ci chiede un cambio di prospettiva. Non chiedetevi, come i farisei, se sia lecito ripudiare la persona che avete sposato. Dovete farvi un’altra domanda. Farla ogni giorno, in ogni momento. Ho fatto di tutto per cercare la comunione con il mio sposo o la mia sposa? Solo così, con la Grazia del sacramento, si potrà tornare all’amore delle origini e alla gioia dell’unione vera dei cuori e dei corpi. Non ci sarà spazio per la divisione e il divorzio.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. Z come zavorra.

L’ultima lettera. Ho lasciato alla fine uno delle riflessioni più indigeste e più difficili. Dobbiamo impegnarci, con tutta la nostra volontà e determinazione, per combattere i nostri vizi, smussare i nostri spigoli e rompere i legacci del peccato che ancora ci imprigionano e non ci permettono di spalancare il cuore allo Spirito Santo. Dobbiamo gettare le nostre zavorre. Dobbiamo trovare la forza per farlo. Senza un impegno costante a liberarci del vizio il nostro matrimonio parte già fallito Rimanere nel vizio significa appesantire il cuore di macigni che non permettono alla sorgente del nostro amore, lo Spirito Santo, di riempirci e dissetarci. Abbiamo queste pietre più o meno grandi che non vogliamo togliere, ma che ci fanno male e rendono tutto più difficile. Ognuno ha le sue. Pornografia, gioco, prostituzione e adulterio. Voglio concentrarmi su questi quattro nemici mortali del matrimonio. Ce ne sono anche altri, ma in questo momento storico questi sono i più comuni. Già! Comuni, perchè riguardano un numero enorme di persone e tra queste anche, per forza di cose, tante persone sposate. Non sto parlando di casi rari, ma di comportamenti diffusi. In Italia i consumatori abituali di contenuti a luci rosse (foto e video) sono non meno di 7 milioni. Sono 17 milioni gli italiani che hanno giocato almeno una volta alle slot (fonte: Cnr) e 2,5 milioni i giocatori abituali e, dunque, a rischio dipendenza (anche se appena 7 mila sono in cura presso le Asl). 45%. È questa la percentuale di italiani, sposati o in coppia, che ha dichiarato di aver tradito il partner ufficiale almeno una volta. Percentuale che risulta essere la più alta d’Europa. Lo dichiarano i dati raccolti da un sondaggio IFOP (Istituto francese di opinione pubblica), commissionato qualche mese fa da Gleeden su scala europea.Nove milioni sono i clienti che comprano sesso, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese Pensiamo che queste cose debbano succedere solo agli altri. La verità è che ci sono dentro tantissime famiglie. Una piaga che distrugge non solo il sacramento, ma anche la dignità, l’integrità e la speranza delle persone. Quanti ci sono dentro? Quanti vivono questi drammi? Milioni di persone. Milioni di sposi, che magari hanno una vita apparentemente impeccabile e dentro hanno un cuore incancrenito dal peccato. Spesso neanche il coniuge sa fino in fondo. Perchè ho scelto questa riflessione? Potevo scrivere qualcosa di meno forte. Perchè è adesso il momento di smettere. Non è troppo tardi, ma ogni giorno che passa la guarigione sarà sempre più difficile. La strada possibile è solo quella di un apertura con il coniuge in un dialogo sincero. Solo così, umiliandosi, chiedendo aiuto, e facendosi aiutare, condividendo la difficoltà e la sofferenza con chi hai sposato e, se necessario, affrontando un percorso di cura e di guarigione con una figura professionale adeguata, potrai espellere il veleno dal tuo cuore e tornare a vivere. Non solo serve anche che il coniuge sappia accogliere queste grandi fragilità dell’amato/a senza giudicare, ma con lo sguardo stesso di Cristo che compatisce, patisce con. Così si potrà trovare nell’unità e nell’unione la forza per venirne fuori, insieme, con la Grazia di Cristo.  La forza va trovata, infatti, per noi sposi cristiani, nella Grazia del nostro matrimonio, nella nostra relazione sponsale che è nostra forza.

Vi lascio con una testimonianza di Luca Marelli, sposo e padre, che ha vissuto l’esperienza della dipendenza dalla pornografia, del recupero e guarigione  ed ora si spende per aiutare chi è imprigionato e logorato da questa vera piaga che distrugge, nel silenzio generale, persone e matrimoni. Insieme ad altri amici ha fondato l’associazione PURIdiCUORE e gira l’Italia promuovendo conferenze e percorsi di guarigione. Ho avuto modo si scambiare qualche messaggio con lui e ho trovato il loro lavoro molto interessante ed utile.

Vi lascio il link del sito della sua associazione www.puridicuore.it

Antonio e Luisa

Il divorzio uccide anche i frutti.

Ieri a Latina l’ennesimo dramma familiare finito in tragedia. Non voglio parlare di femminicidio o dell’uomo cattivo. Non sono nè competente nè informato. Lascio ad altri i commenti. Voglio soffermarmi su un mio pensiero che da ieri mi provoca tristezza ed amarezza. Perchè ha ucciso le figlie? Come può un padre arrivare a tanto. Nella sua testa malata il nemico era la moglie. Perchè allora uccidere le figlie. Non so se sia corretto quanto sto per scrivere. Credo, però, che almeno in parte lo sia. Vedeva in loro il frutto dell’amore, della relazione con sua moglie. Amore malato, amore frainteso, certo, ma non cambia questa consapevolezza naturale. Il figlio è frutto di una relazione d’amore. Sono sicuro che nella testa malata di quell’uomo si era insinuata l’idea che se davvero era morta la sua relazione ne dovevano morire anche i frutti. Non doveva restare nulla. Questo mi permette di ribaltare la riflessione. Mia moglie, nella sua esperienza di insegnamento nelle scuole medie, constata e sperimenta come i ragazzi siano sempre più ingestibili. Solitamente quelli più disturbati sono figli di separati. E’ naturale che sia così. Inutile raccontarsi che il divorzio, se vissuto in modo pacifico e apparentemente amichevole, non lascia strascichi. Probabilmente ne lascia meno, ma è comunque una ferita profonda di cui i figli devono farsi carico. Il divorzio breve proposto dal nostro ultimo governo non può essere la soluzione. Servono strutture e competenze che si mettano al servizio delle coppie sofferenti. Serve una società che promuova il matrimonio come unione stabile (almeno questo) come prima cellula della nostra società e dove far crescere serenamente i futuri cittadini. La Chiesa fa la sua parte, ma non basta. Serve l’impegno di tutte le componenti sociali. Invece la coppia si trova spesso sola. Amici e parenti consigliano la separazione. Così, coppie che con un percorso di ricostruzione e di guarigione potrebbero, senza neanche troppa fatica, ritrovare intimità e comunione, si separano. Ognuno per la sua strada. I figli che perdono le sicurezze e il nutrimento indispensabile per una crescita serena e armoniosa. Inutile far finta che non sia così. I figli sono frutto di una relazione. Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepiscono nel bene che papà e mamma si vogliono. Quando una relazione finisce, muore ed è considerata cattiva, anche loro si sentono allo stesso modo. Si sentono finiti, morti e cattivi. Il Papa nel 2015 ha espresso benissimo questa realtà durante l’udienza del 24 giugno:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Terribile! Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Per questo bisognerebbe considerare con più gratitudine l’impegno di quei genitori abbandonati che continuano a restare fedeli alla loro vocazione e alla loro relazione. I figli di quelle persone, pur non essendone consapevoli e senza darlo a vedere, si sentono profondamente amati, vedendo come almeno uno dei genitori continui a credere anche nella sofferenza in quella relazione che li ha generati.

Antonio e Luisa

Amare è un’altra cosa: come?

Non ti amo più è l’affermazione più comune e più ordinaria che viene fatta quando, uno dei due, nella coppia, uomo o donna, decide di abbandonare il campo.

La frase esatta è “io non amo più te”.

Passo indietro.

Giorno del Sacramento del matrimonio.

“Io Adamo accolgo te Eva come mia sposa e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

“Io Eva accolgo te Adamo come mio sposo e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

Non osi SEPARARE l’uomo ciò che Dio ha UNITO.

Giorni prima del Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che non siamo ancora pronti, che siamo immaturi, che dobbiamo vivere nella verità perché noi sappiamo benissimo chi siamo, cosa vogliamo, come ci ameremo. Noi staremo insieme per sempre!

 

Giorni dopo il Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che dobbiamo rimanere insieme per un “per sempre”, che siamo dono reciproco, che l’amore non è l’innamoramento, che c’è tempo per maturare insieme, che i figli soffriranno eccetera, perché noi sappiamo benissimo ciò che egoisticamente è giusto, del resto, IO NON AMO PIÙ TE!

Tra il giorno prima del matrimonio e il giorno dopo passa un tempo variabile di sentimenti alternanti che può durare anche molti anni. Noi ad esempio abbiamo vissuto 10 anni nella non felicità della vita di coppia.

Sapete perché tutta l’umanità ad un certo punto afferma verso l’altro “io non ti amo più”?

Ascoltiamo questa parola:

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”(GV 15,12-14)

Questa amorevole parola di Gesù ci chiede di amarci come LUI ci ha amati. Cioè non ci da una indicazione diversa o peculiare alle nostre modalità o diversità ma, esattamente dice di amarci nel modo in cui ci ha amati Lui, Gesù. Addirittura ce lo pone come un comando. Il comando per Dio è una legge d’amore che designa per noi il massimo del benessere. È come se ci dicesse: “sei stanco? Stenditi comodamente in un letto e riposati per tutto il tempo che ti occorre”…..cioè, stai bene!

Come ci ha amato Gesù? Lo spiega esattamente di seguito dicendo che consiste nel dare la vita per gli amici, indi, per la moglie, il marito, i figli, i genitori, i colleghi, i suoceri, i fratelli nella carne e nella fede e, come vedremo persino per i nemici.

E che significa dare la vita?

Significa propriamente mettere il dono più importante che abbiamo ricevuto, cioè l’esistenza, nella morte altrui.

Dare la vita non vuol dire morire o crepare ma dare, consegnare, riempire, donare a chi non ha una vitalità che riempia la sua morte interiore e faccia rinascere la stasi totale dell’altro. Ti faccio un esempio. Hai mai visto il recupero di un uomo in mare che stava affogando? Cosa facciamo appena viene recuperato? A dispetto di ogni ribrezzo cercheremo di ridare vita e faremo, anche se non medici, la respirazione bocca a bocca.

Questo è dare la vita per l’altro, cioè mettere a disposizione tutto te stesso per chi hai di fronte. Non sai se riuscirai a salvarlo ma tu tenterai sino alla fine, dando tutto il fiato che possiedi per riempire i polmoni di un tuo amico. Perché anche se non lo conosci non puoi ignorarlo, è un tuo fratello, figlio dello stesso Padre, ha un cuore come te!

Allora capisci che trappola è nascosta nella frase “non ti amo più”?

La trappola è che, quando crediamo di non amare l’altro è perché siamo entrati nella condizione di morte in quanto, stanchi di dare la vita, atterriti, imprigionati.

Infatti la parola AMORE nella sua radice latina di A-MORS significa SENZA MORTE, cioè VITA proprio perché l’amore è donare vita.

Dunque dire non ti amo più significa affermare di non volerti più dare vita.

Come combattere quindi la vocina interiore che mi dice : io non ti amo più?

La combatto con la contro vocina che mi dice: guarda che tu non sei capace di amare nessuno…..a meno che non ti metti in testa che puoi amare solo come IO TI HO AMATO.

Come ti ho amato figlio mio? Con i chiodi e il martello. Ti ho amato così, senza riserve, sono risorto per te.

Amare è un’altra cosa rispetto alla tua capacità pensante. Fosse per te potresti amare tantissimi e nessuno, ma per amare la tua scelta, cioè colei o colui per cui dicesti il tuo SI, occorre che prendi il martello e inchiodi il tuo “come”. Cioè, puoi amare l’altro non COME tu lo ami ma COME Gesù ama te ed ama lei o lui.

Ricordi quel “con la grazia di Cristo” il giorno delle nozze per cui hai detto si?

Eccomi, sono GRATIS. Io amo “gratis”!!!

Amico mio che leggi, se sostituisci il soggetto del COME sarai capace di sprofondare in un’Amore così immergente, dilatante e vero da non riconoscerti più!

Quel “come” ti farà conoscere un amore che forse non avevi mai sperimentato perché ti sei sempre fermato al modo con cui sei stato amato dalle persone, da tua mamma, da tuo papà, dai fratelli, dagli amici, da tutti.

Hai mai sperimentato come ti ama Dio? Provaci!

Ama come Lui ti ama e il tuo oggi sarà colmo di gioia.

Cristina Righi

L’ultimo abbraccio

Stavo scorrendo con il dito lo schermo del mio smartphone. Stavo scorrendo i post di facebook quando l’algoritmo della app mi fa un bel regalo. Mi tira fuori, dalle migliaia di post che ho pubblicato in questi anni di relazioni social, un video che pubblicai nel 2016. Un video di cui avevo perso memoria. L’ho riguardato con interesse. L’interesse ha lasciato posto alla commozione. Anche Luisa, che nel frattempo si era avvicinata, è restata affascinata dalla semplicità del messaggio che rivela la bellezza dell’amore. Una bellezza fragile. Come un fiore può appassire senza che ce ne si renda neanche conto. Un fiore che senza acqua è destinato a morire nel giro di qualche giorno. Così un matrimonio che non è bagnato dall’acqua della tenerezza è destinato a seccare. Il matrimonio, però ha sempre un’altra possibilità, non muore mai del tutto. Si può sempre ricostruire. C’è la possibilità di ricominciare a bagnare il terreno del nostro amore con un abbraccio. Basta un abbraccio per risvegliare quel germe di vita che sopito e nascosto sembrava ormai perduto per sempre. Questo video è un bel video. Una pubblicità progresso, diremmo in Italia, pensata e distribuita dal governo cinese. Anche in Cina fanno cose buone. La Cina è piagata dal divorzio. Ci sono costi sociali enormi dovuti alle separazioni. Pensate che, secondo le statistiche del 2014, i divorzi in Cina sono stati circa tre milioni. Lo scrivo in numero per rendere meglio l’idea. In Cina i divorzi sono stati 3.000.000. Una cifra enorme. Spesso, come ho già spiegato in un articolo di alcuni giorni fa, questi divorzi non sono causati da gravi fratture e tradimenti. Spesso ci si perde di vista. Non si dialoga più davvero. Ci si scambiano informazioni sull’organizzazione della famiglia, ma nulla di più. Persi in mille impegni e mille attività che interessano più che trovare tempo per nutrire quell’amore che è l’unica cosa che davvero conta. Lo sapevate che sono in forte aumento i divorzi maturi? Quelli di matrimoni che hanno anche vent’anni o più di vita comune. I figli crescono e ci si ritrova soli. Soli e sconosciuti. Già, perchè le persone in vent’anni cambiano. Non solo nel fisico. D’improvviso si guarda l’altro e non lo si riconosce più. Abbracciatevi finchè siete in tempo. Io non perdo occasione per farlo. Abbracciarsi è bello. Basta un abbraccio per ricominciare. L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio.

Basta chiacchiere vi lascio al video.

 

Antonio e Luisa

Fireproof. Un film molto istruttivo

Fireproof. La prova del fuoco. Si perché a volte il matrimonio diventa un incendio dove, se non si è pronti ad intervenire, se non si fa squadra con il compagno, c’è il rischio concreto di mandare tutto in fumo. Di bruciare la nostra relazione, la nostra unione, la nostra vocazione, la nostra famiglia. In una parola: la nostra vita.

Torniamo al film. Per chi non lo conosce, è un film americano del 2008. Un film cristiano, non cattolico. Il protagonista è un pastore battista. La trama si snoda intorno alla vita matrimoniale dei due protagonisti. Caleb, comandante dei vigili del fuoco. Catherine, cura le pubbliche relazioni dell’ospedale della città. Presi dai rispettivi lavori si perdono. Non hanno più quella intimità, quella complicità, quello sguardo, quella tenerezza che rende vivo e bello un matrimonio. Ognuno è incentrato sulla propria vita e vede nell’altro solo le mancanze. La loro vita insieme diventa un inferno di recriminazioni e litigi e un deserto sentimentale e sessuale. Lui è scivolato nella pornografia on line. La pornografia succhia energie, tempo e interesse alla coppia. Non è qualcosa di innocuo, distrugge la coppia per tante ragioni che in un altro articolo prenderemo in considerazione. La frase più brutale detta da lei su questo vizio del marito esprime tutta la sofferenza, l’umiliazine, lo scoraggiamento che colpisce una donna quando scopre che il marito fruisce di contenuti pornografici. Catherine dice: “Da quando non gli sono bastata più io?”. E’ una frase terribile detta da una moglie. Sembra tutto perso. Tanto che anche lei trova nelle attenzioni di un medico dell’ospedale dove lavora quello che non riceveva più dal marito e desiderava nel cuore. Prima del tracollo interviene il padre di Caleb che chiede al figlio un ultimo tentativo prima di arrendersi alla separazione. Attraverso un diario Caleb deve mettere in atto ogni giorno un’azione verso la moglie. Naturalmente la moglie non crede a questi gesti e tratta il marito con indifferenza e freddezza. Lui non molla e alla fine riesce a riconquistare l’amore perduto. Vediamo ora quali sono i verbi che hanno permesso a Caleb di ricostruire un matrimonio che sembrava ormai morto.

SPOSTARE

Caleb riesce, con impegno e determinazione, a spostare il centro del suo sguardo, del suo interesse. Capisce che la priorità non sono i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue aspirazioni. Il centro deve essere volere la felicità del coniuge e fare di tutto per ottenerla. Anche rinunciare a qualcosa per sè. Rinunciare all’orgoglio è la cosa più difficile.

NUTRIRE

Si sono persi perchè non hanno nutrito il loro rapporto di tenerezza e cura reciproca. La loro relazione come una pianta senza acqua è seccata. Caleb, con tanta difficoltà, riesce a ricostruire questa modalità di essere coppia. Riescono ancora a guardarsi con gli occhi di chi ama ed è amato. Il cuore di pietra grazie alla tenerezza, linguaggio d’amore imprescindibile torna a battere e ad essere di carne.

FARE SQUADRA

Tutto il film ruota attorno al lavoro di Caleb. Un lavoro dove il gioco di squadra è determinate e può fare la differenza tra la vita e la morte. Così è per il matrimonio. Bisogna saper condividere gioie, sofferenze e dolori. In una scena del film un amico di Caleb dice: “Ci si sposa promettendo fedeltà e amore nella buona e cattiva sorte, ma in realtà si intende solo nella buona”. Se non c’è la volontà di entrambi di superare la crisi non c’è possibilità che la relazione sopravviva.

TAGLIARE

Tagliare con i nostri vizi è fondamentale. Caleb per riconquistare Catherine lotta con determinazione per uscire dalla dipendenza della pornografia. La tentazione è lacerante. Arriva a distruggere il PC con una mazza da baseball.

PERDONARE

Questo verbo l’ho indicato per ultimo, ma è forse il più importante. Se non ci perdoniamo non si può ricominciare. Il perdono trasforma una crisi in un’occasione che fortifica e accresce l’amore.

Antonio e Luisa

 

 

 

La Grazia non è magia.

Perchè tanti divorzi e separazioni anche tra chi si sposa in Chiesa davanti a Gesù? Il Papa ci ha ricordato come tanti matrimoni siano in realtà nulli, ma è solo questo? Perchè la Grazia di Dio non ci salva da noi stessi e dai nostri errori? La Grazia non è una magia. Lo Spirito Santo per poter entrare in noi e cambiare le nostre debolezze e fragilità ha bisogno di noi. Lo Spirito Santo ha bisogno che  noi apriamo il nostro cuore alla Sua azione. Dobbiamo volere che Gesù abiti in noi e nella nostra unione. Il sacramento del matrimonio non ci assicura nulla senza il nostro impegno. Il sacramento del matrimonio è come una fonte di acqua pura che disseta ma se noi abbiamo un bicchiere bucato non riusciremo nè a bere nè a dissetarci. Questo è il nostro cuore, che se reso bucato dal peccato e dal nostro egoismo, non riuscirà a riempirsi di Dio. Diventa così tutto un’illusione e se le cose non vanno ce la prendiamo con Dio che non ci ha preservato dal fallimento.  Mi viene in mente un’affermazione di Tarcisio Mezzetti, una persona di Dio che si è spesa fino alla fine per fidanzati e sposi. Tarciso, sulla base di una ricerca statistica americana, aveva evidenziato come un matrimonio su tre finiva in divorzio (questo alcuni anni fa, oggi è ancora peggio). L’incidenza scendeva a uno su cinquanta se il matrimonio era stato celebrato in Chiesa e se la coppia partecipava regolarmente alla Santa Messa. La statistica sorprendentemente mostrava come l’incidenza crollava vertiginosamente quando la coppia oltre a essersi sposata in chiesa e partecipare alla Messa, pregava regolarmente unita. L’incidenza in questo caso scendeva a addirittura uno su millecento. Incredibile?

No non è incredibile. Semplicemente la coppia ha tenuto fede alla sua promessa matrimoniale, non escludendo Cristo dalla propria vita e dalle proprie scelte. Sempre qualche mese fa, lessi su un sito cattolico la storia di Siroki­Brijeg. Siroki­Brijeg è una città bosniaca di alcune migliaia di persone dove non si sono verificati mai divorzi. Sembra che la motivazione di questo incredibile risultato sia nella fede dei suoi abitanti e nel rito del matrimonio che la chiesa locale segue.

Quando i fidanzati vanno in chiesa per sposarsi, portano con sé un crocifisso. Il sacerdote lo benedice, e invece di dire che i fidanzati hanno trovato il partner ideale con cui condivideranno la vita dice: “Avete trovato la sua croce! È una croce da amare, da prendere su di voi. Una croce che non è da scartare, ma da custodire nel cuore”.

Quando la coppia pronuncia i voti matrimoniali, la sposa mette la mano destra sul crocifisso, e lo sposo la mano destra sopra quella di lei. Sono uniti tra sé e uniti alla croce. Il sacerdote copre le mani degli sposi con la stola, mentre loro promettono di amarsi a vicenda nella gioia e nel dolore, proclamando fedelmente i propri voti in base ai riti della Chiesa.

Poi i due baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. Perde Gesù! Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita, e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.

Nei momenti di difficoltà e incomprensione, che sorgono in tutti i rapporti umani, non si ricorre non all’avvocato, al terapeuta o all’astrologo, ma alla croce. Gli sposi si inginocchiano, piangono lacrime di pentimento e aprono il proprio cuore, chiedendo la forza di perdonarsi a vicenda e implorando l’aiuto del Signore. Queste pratiche pie sono state imparate fin dall’infanzia.

Ai bambini viene infatti insegnato a baciare con reverenza il crocifisso tutti i giorni e a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa prima di andare a letto. I bambini vanno a dormire sapendo che Gesù li tiene tra le braccia e che non c’è nulla da temere. Le loro paure e le loro differenze scompaiono quando baciano Gesù sulla croce.

Termino con un insegnamento di don Dino Foglio, tra i fondatori del Rinnovamento nello Spirito in Italia e sacerdote che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e ascoltare per alcuni anni:

Con la sola volontà non si fa nulla. con la sola Grazia non si fa nulla, con la volontà e la Grazia si fa tutto.

Se il nostro matrimonio è in crisi o siamo noi ad essere in crisi, non accusiamo Dio ma cerchiamo di capire come aprire il nostro cuore alla Sua Grazia.

Antonio e Luisa

Separazioni, divorzi, crisi familiari: amare è una forma di preghiera.

Le ultime riflessioni dalla trincea separazioni e divorzi sono, innanzitutto, che siamo sempre più fragili.

Se dovesse arrivare veramente l’ISIS, o chiunque l’altro, sarà sufficiente una piccola spintarella per farci cadere e andare completamente in frantumi. Magari, addirittura, non sarà nemmeno necessario, nel frattempo saremo caduti da soli.

Parliamo di noi stessi come di una civiltà e dei musulmani come di «incivili», mentre la realtà è – tutto all’opposto – che qui da noi ormai non c’è più nessuna civiltà (a meno di non ritenere segni di civiltà, ad esempio, le leggi europee sull’obbligo di mettere il cartello «toilette» sui bagni), ma solo una mandria di vacche, mentre quella islamica, per quanto da molti non condivisibile, è una vera civiltà, intesa come comunità osservante con profonda convinzione un nucleo fondamentale di regole comuni.

La mancanza di cose davvero serie e gravi da affrontare ci ha fragilizzato, ha determinato la venuta di una generazione debolissima, inadeguata ad affrontare la vita o anche solo a capirne il senso e, di conseguenza, a darsi significato, che è una cosa, per l’essere umano, irrinunciabile.

Nel grande libro magico, c’è scritta una cosa assolutamente fondamentale che oggigiorno non segue quasi più nessuno: «Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne» (Genesi 2, 24).

Il punto irrinunciabile è dunque abbandonare la famiglia di origine, lasciare madre e padre e capire che la famiglia, dopo il matrimonio o la formazione della convivenza, è quella con il coniuge. Prendere questo estraneo, che è il partner, è diventare più che un parente di sangue con lui («una sola carne»).

I miei amici atei sostengono simpaticamente che la bibbia sarebbe solo un testo compilato da pastori ignoranti 8.000 anni fa, in realtà, se così fosse, a quei pastori andrebbe dato atto di aver capito, da ignoranti e 8 secoli fa, una cosa fondamentale, che oggi, che siamo tanto evoluti, non siamo più in grado di comprendere nè, tantomeno, interiorizzare. Quei pastori analfabeti erano molto più saggi dell’uomo occidentale medio, formato da anni di scuola, contemporaneo.

Ma torniamo al punto: abbandonare il padre e la madre. È vero, i nostri genitori ci hanno amato tantissimo, in modo assoluto, ma, per qualche strano mistero, non è a loro che dobbiamo restituire questo debito, bensì ai nostri figli, dando lo stesso amore. Senza esagerare, peraltro, chè se li amiamo troppo finiamo, anche noi, per rovinarli. Forse questo è il motivo per cui chi sceglie di non avere figli finisce poi per riempirsi la casa di gatti, o per prendere un cane e mettergli il cappottino. È per questo che la vita si vive all’avanti, senza guardarsi mai indietro, se non vogliamo diventare statue di sale come la moglie di Lot.

Il secondo punto è che amare davvero è qualcosa per la gente con le palle e purtroppo oggi ce ne sono davvero poche.

Amare non è affatto un rapporto sinallagmatico, io ti amo se tu mi ami, amare è una scelta, una promessa, un qualcosa che ha a che fare con il trascendente e ci mette in contatto con esso. Come ha detto Guillaumet, qualcosa che solo l’uomo può fare, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Amare davvero è sicuramente una forma di preghiera, per lo più quotidiana, costante, dolce e vera. Non è per le cose e le persone del mondo che si ama, ma per qualcosa di superiore.

Invece è lunghissima la teoria di gente che mi trovo davanti tutti i giorni che si lamenta del coniuge, perché ha fatto, o non fatto, questa o quell’altra cosa. Il fatto è che per amare non dobbiamo dipendere da nessuno fuorché da noi stessi, o da Dio per chi crede: se vogliamo amiamo, decidiamo di amare, altrimenti pace, vaffanculo, basta, evidentemente non è una cosa per noi, siamo negati, meglio lasciar perdere.

Tutti sono capaci di amare chi li ricambia, tutti. Chi ama davvero prescinde da queste cose, chi è cristiano addirittura deve essere capace di amare il suo nemico; e notare che, tra i propri nemici, spesso bisogna annoverare noi stessi, per cui anche su questo il cristianesimo vince a mani basse.

Un qualche genio ha detto che saremo giudicati per come trattiamo gli animali. Posso dire che lo saremo anche per come trattiamo il nostro coniuge, o compagno, colui che abbiamo promesso di amare, la persona che ci è stata messa accanto nella vita, quella speciale, che può essere solo una, non possono essere né due, né tantomeno tre o quattro o oltre?

E poi basta pensare solo al giudizio o al regno dei cieli. Fare certe cose, fare la cosa giusta, è un piacere e una realizzazione già qui, sulla terra, è ciò che ci dà quel significato di cui oggi abbiamo disperato bisogno, che mendichiamo in continuazione ma che ricerchiamo in cose che non ce lo possono dare, come gli oggetti, come certe ideologie assolutamente demenziali e contrarie alla nostra natura, nelle quali tuttavia ci spertichiamo per credere e alle quali siamo istericamente attaccati.

C’è un piacere squisito nel fare quello che crediamo giusto, piuttosto che quello che ci piacerebbe fare secondo gli istinti, o che sarebbe più comodo e conveniente. È il piacere di chi si vuole bene e dà significato a sé stesso, accettando la sofferenza che serve a qualcosa e dimostrando a sé stesso che vale, che è qualcosa di diverso da una bestia; o, detto in altri termini, non è il solito povero coglione che va dove lo porta il suo cuore (salvo aver regolarmente bisogno, poco dopo, che il suo cervello lo vada a riprendere).

Amare è una scelta assoluta e senza compromessi. Non è possibile giustificarsi dicendo cose come «No, ma perché lei, quando io sono stato ammalato, non è andata nemmeno a prendermi la Tachipirina!». Se facciamo così, subordiniamo noi stessi, la nostra identità e il nostro significato a delle cazzate, ma soprattutto finiamo per rendere la nostra stessa vita una cazzata. Potete dire quel che volete, ma è così.

Non è giusto nemmeno dire «Io ho le mie colpe, ma anche lei/lui…». Va bene solo, ed esclusivamente, la prima parte: occupiamoci delle nostre colpe e lavoriamo su noi stessi. Se vogliamo convincere il nostro coniuge, continuiamo a guardare nella direzione che desideriamo, ma non facciamo altro. Quanto agli altri, infatti, dovranno essere loro ad occuparsi delle proprie eventuali colpe, sono cazzi loro.

Dio non ama e non aiuta chi si lamenta, questa è un’altra cosa che la nostra generazione di immaturi, abituati a lamentarsi per invocare l’aiuto di mamma, papà e, spesso, del coniuge – coniuge che nell’immaginario malato di molti li deve sostituire -, non capirà se non in rari casi e difficilmente.

Dio aiuta chi si aiuta da solo e per primo, secondo il noto, e verissimo, adagio. Ma anche secondo il Vangelo: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha (in questo passo c’è la chiave della vita, ci torneremo sopra).

Una volta che si sceglie di amare, comunque, bisogna farlo per sempre e fino in fondo a prescindere da quel che si riceve indietro, dalla meritevolezza dell’altro. Basta metterci sempre al centro, basta dire «Io», io ho fatto questo e quell’altro e anche lei o lui ha sbagliato. Ovviamente anche lei o lui ha sbagliato, grazie al cazzo, tutti sbagliano, non è questo il punto, il punto sono le palle che hai tu o non hai.

Le tue palle dipendono solo da te stesso, mai da nessun altro.

Non aspettate nessun altro per essere come vi sembra giusto, altrimenti la vostra vita sarà solo una processione di giustificazioni, intervallata da lamentele.

Tiziano Solignani (Avvocato)

 

Articolo tratto dal suo blog

Il figlio: il nostro amore che diventa carne.

Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepisce nel bene che papà e mamma si vogliono.

Cosa succede quando la relazione dei genitori si rompe? I bambini si sentono persi e vedono crollare le loro sicurezze e il loro mondo,  perchè l’amore che li ha generati non è più una cosa buona. Di seguito una lettera molto bella dove un figlio scrive ai genitori divorziati. Da meditare.

Cari mamma e papà so che state soffrendo, sto soffrendo anche io.

Mi sento coinvolto nelle vostre attenzioni, paure e shock.

Anche se sono giovane e non riesco a parlare di quello che succede nelle vostre vite, ne risento ugualmente. Il mio cuore si spezza tutte le volte che devo rinunciare a stare con uno di voi. Ho perso la mia sicurezza.

Non date per scontato che io sia forte, non date per scontato che la mia vita sarà esattamente come prima, che continuerò a sentirmi ugualmente amato da entrambi. Sono un essere umano come voi, i miei bisogni sono come i vostri. Ho bisogno di amore, attenzione, cura, stabilità, coerenza, affetto, comprensione, pazienza e soprattutto di sentirmi desiderato.

Quando litigate su di me, o mi mettete al centro delle vostre discussioni, mi comunicate il messaggio che vincere sull’altro sia più importante della mia vita. Imparo da voi che aver ragione è più importante di amare ed essere amato. Imparo da voi che sono venuto da una persona che era poco amabile e sbagliata, e che, in qualche modo, sono sbagliato anche io.

Quando confidate le vostre ferite al mio cuore, avete accumulato un dolore per adulti derubandomi la mia fanciullezza, mi state portando via la mia convinzione che l’amore sia incondizionato e lo sostituite con il messaggio che devo diventare duro, di non amare perchè sarò ferito e non sarò capace di ristabilirmi.

Potreste non essere in grado di capirlo oggi, e io sono così piccolo che non state pensando al mio futuro, ma mi mettete a maggior rischio di divorziare anche io da grande, sempre decida di sposarmi.

A volte metterete a rischio la mia sicurezza per riempire un vuoto nei vostri cuori. La mia sicurezza è compito vostro. Senza di voi e la vostra protezione sono come un mollusco senza guscio nel mondo. Questo si manifesterà in paure irrazionali, perchè resterò in uno stato di lotta e fuga per il resto della mia vita.

Un giorno questo iniziale shock lo avrò dimenticato, ma come sceglierete di attraversare questa crisi come miei genitori non lo dimenticherò mai. Io potrò sentire la vostra assenza egoistica o il vostro sostegno e protezione, oppure avrò una ciccatrice sul cuore con una scritta: “Le cose belle capitano alle brave persone, devo essere cattivo”.

Pensierosamente

Il figlio del divorzio

Antonio e Luisa

La fedeltà ti fa re.

Parto con una breve storia che ho letto in un libro di Christiane Singer. La riporto col le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette a centinaia.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re chiamò i suoi tre figli, e disse loro che avrebbero dovuto trovarsi una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna che lo affascinò e lo fece innamorare che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso massicio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che tutto il suo popolo era prigioniero di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suosuccessore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezzee non le conoscenze possono brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa e chiedendo aiuto a Dio, e continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire. Ed ecco che accade il miracolo, quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora che hai imparato ad amare facendoti servo e libero, libero di dare senza chiedere.

Antonio e Luisa

 

Ho portato la croce, come Lui.

Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco è uscita ormai da un anno. Era il mese di aprile del 2016 quando è stata resa pubblica. Il risultato di due sinodi sulla famiglia, un vero dono per il nostro tempo e bussola di navigazione per le famiglie cristiane.  Sebbene Papa Francesco abbia più volte ribadito che non è il documento che autorizza i divorziati risposati a riaccostarsi all’Eucarestia (anche se apre alla valutazione caso per caso) i media ne hanno fatto il centro di tutto il documento. Cori di approvazione e di gioia si sono alzati dalla società civile e politica, perché finalmente la Chiesa ha cancellato questa discriminazione insopportabile, questo retaggio di una morale stantia e non al passo con i tempi. D’altronde oggi tutto è fluido, il lavoro, la casa, gli interessi e anche la famiglia non fa eccezione. Il divorzio breve, da poco approvato anche in Italia è la prova che lo stato non ha interessa a mantenere stabilità ma piuttosto ad accontentare questa schizofrenia globale. Sembra tutto bello, basta lacci e catene. L’amore finalmente può essere libero di guidare la nostra vita e il cuore può divenire la nostra bussola. Ma, se vai oltre le statistiche e le leggi, e incontri e conosci le persone che vivono tutto questo disastro, trovi tanta povertà, insoddisfazione e sofferenza. Ferite aperte che si continuano a curare con medicine sbagliate. Non va tutto bene. Mi viene un’immagine forte. E’ come se gli uomini come Adamo ed Eva avessero mangiato dell’albero del bene e del male e si fossero scoperti nudi, si fossero scoperti fragili e incompleti. Come se volessero continuare a ritrovare la pienezza dell’origine, restare nellEden, nascondendosi da Dio. Una continua ricerca del paradiso perduto che però sbaglia il bersaglio e non può che comportare ulteriore sofferenza e dolore.

Ho trovato invece pace, consapevolezza e speranza, seppur vissute nella sofferenza dell’abbandono, proprio in quelle persone che hanno subito la separazione, hanno visto colui o colei che ha promesso di amarle per sempre calpestare quella promessa senza vergogna. Ne ho incontrata una. Si tratta di una giovane donna che non avrebbe difficoltà a trovare una nuova famiglia. Ma è quello che vuole?

Provo a capirlo con lei, ponendole alcune domande. Lei è siciliana e la chiameremo Giusy visto che vuole restare anonima.

Giusy, raccontaci brevemente della tua storia con lui. Del matrimonio.

La nostra è una storia pulita nata tra due ventenni, cresciuti insieme nel rispetto e sulla fiducia reciproca. Complici e rispettosi l’uno delle idee e dei valori dell’altro, dopo anni di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci ma la vita è stata caina con noi, quello che sarebbe dovuto essere il periodo più felice della nostra vita, è stato caratterizzato da lutti che evidentemente, piuttosto che avvicinarci, ci hanno allontanato. Probabilmente il dolore ci aveva cambiati e mentre io chiedevo del tempo per guarire…lui si sentiva sempre più solo…lui gridava il suo bisogno d’amore…io presa dal mio dolore non ho capito.

Quando lui se ne è andato come ti sei sentita? Quale è stata la tua prima reazione?

Ero incredula, non pensavo che sarebbe potuto accadere a noi due, che quei ragazzi pieni aspettative, di vita e d’amore si fossero persi per davvero. Pensavo che tutto si sarebbe risolto, che fosse preso dalla rabbia, dalla delusione e invece, aveva tutto chiaro, come mi disse un prete, nessun uomo lascia la propria moglie per tornare dalla madre…c’era già l’altra, ed io non mi ero accorta di nulla.

Quanto è stato importante per te credere nel sacramento del matrimonio nonostante tutto?

I lutti precedenti avevano fatto si che mi allontanassi da Dio…la separazione mi ha riportato a Lui e messa da parte la fede nuziale (che ahimè, a malincuore ho dovuto sfilare dal dito), ho ritrovato la fede in Dio, quelle parole pronunciate sull’altare, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, mi rimbombano nella mente…ho scoperto cosa significa vivere nella cattiva sorte, l’ho promesso a Dio che ci sarei stata…e non me la sento di venir meno alle mie promesse.

La tua fede in questi anni di prova come è cambiata? E’ maturata?

La mia fede è cresciuta, in Dio trovo la forza per affrontare i momenti bui di cui è piena la mia vita. Dicono che la separazione sia un lutto a tutti gli effetti, io di lutti gravi ne ho vissuti nella mia vita e posso smentire questa affermazione…un lutto lo elabori, trovi la pace perchè ad un certo punto accetti che chi non c’è più è tra le braccia di Dio, una separazione no…è molto più laboriosa, chi non c’è più, chi ti ha abbandonato, ferito, rinnegato, umiliato, diffamato lo ha fatto perchè ha deciso di farlo, perchè non ha saputo dir di no al peccato, perchè preso dalla sua debolezza, non ha saputo dir di no al male.

Come hai fatto a trovare la forza per perdonare tuo marito?

Perdonare? è un parolone…non credo di odiare chi mi ha fatto del male, ho molta rabbia, sono profondamente delusa perchè, chi mi avrebbe dovuto difendere, in realtà mi ha ucciso…e lo ha fatto con le parole, con le umiliazioni, rinnegando quel noi che Dio aveva sigillato. Sto lavorando sul perdono, più che altro, provo profonda pena nei confronti di chi, non ha capito cosa è il vero amore, nei confronti di chi, è andato via venendo meno alle sue promesse, solo per del sesso. Prego continuamente per la conversione di questo uomo e seppur con difficoltà, cerco di pregare per lei, affinchè riconosca che quello non è il suo ruolo, vada via, lasciando in pace la mia famiglia, restituendomi la mia casa

Perché pensi che non sia possibile per te stare con un altro uomo?

Provo amore per il mio “carnefice”, non riesco neanche ad immaginarmi con un altro uomo, chiedo a Dio discernimento, di aiutarmi a capire, non credo ci saranno altri uomini dopo lui, ho tolto la fede al dito, ma io sento che quel legame va al di là della presenza fisica…c’è un filo sottile che ci unisce, il sigillo di Dio sento non spezzerà mai ciò che è stato.

Cosa ti senti di dire a chi come te non vuole mollare e crede ancora nel suo sacramento nonostante tutti, amici, colleghi e parenti non capiscono questa scelta?

Credo fermamente che chi non si trovi in una situazione simile, non possa capire. Non è facile seguire la croce e non sono nessuno per dire alla gente ciò che è giusto e ciò che non lo è, sento però di dire che, chi sente di dover seguire gli insegnamenti di Dio, chi si sente fedele nonostante l’infedeltà del proprio coniuge, non stia ad ascoltare nessuno se non il proprio cuore. Siamo saliti in croce con Gesù Cristo, in realtà mi sento onorata di poter dire, anche io, in minima parte, ho portato la croce, come Lui.

Le persone come Giusy sono una pietra d’inciampo. Meglio ignorarle o considerarle delle sfigate. Dicono alla nostra povera società malata ed individualista che si può essere fedeli a una promessa fatta a una persona, senza porre condizioni. Dicono alla nostra società che l’amore non è solo un cuore che batte ma anche sofferenza e forza di volontà. Dicono alla nostra società che Gesù non è morto invano, che ci si può fidare di Lui e che dopotutto quella croce è sempre meglio della incapacità di rispondere alla vocazione all’amore che ognuno di noi ha. Quelle persone, che portano la croce come Gesù,  che mostrano al mondo che la fedeltà nella sofferenza non solo è possibile, con la grazia di Dio, ma può incredibilmente donare pace e senso. Queste persone sono esempio e fonte di meraviglia e speranza per tutto il popolo di Dio

Antonio e Luisa

La strada per il paradiso

Oggi pubblico una bellissima, accorata e autentica testimonianza di Rosella, che nonostante stia vivendo il suo matrimonio nella sofferenza e nell’abbandono, continua a sperare aggrappandosi al sacramento e a Gesù.

 

Nella mia situazione la lettura di altre esperienze simili mi permette di rielaborare la mia e lo scrivere, prendendo spunto da altre storie, a volte mi aiuta a rendere meno “vano” questo dolore. Allora ho scritto. ” Mi attraggono gli articoli in cui si parla di matrimonio, e di ciò che il matrimonio porta con se gioia, speranza, amore, fatica, fedeltà, dolore. Mi attrae conoscere, per quanto possibile, come le coppie vivono la vita matrimoniale o, purtroppo, la fine di quella vita e anche ciò che rende possibile una unione salda o quello che può determinarne la fine. Parlare della gioia, dell’innamoramento, di amore ricambiato, di emozioni, di scelte condivise, di progetti è facile Ma parlare del dolore è un’altra cosa. L’argomento “dolore” in alcuni di questi articoli, attira la mia attenzione. Perché il dolore è difficile da raccontare e ancora più difficile da digerire. In più sono gli articoli più soggetti ad un vissuto personale anche se leggendo ci si rende conto che le dinamiche sono più o meno le medesime. Difficile dare un senso al dolore, l’unico senso che si riesce a vedere nel dolore è toglierselo più rapidamente possibile di “dosso”. Direi togliere “la pelle rivestita di dolore” per metterne a nudo una “nuova” . Specie se questo dolore lo si deve affrontare in solitudine. Durante questo periodo di Quaresima, la Chiesa, con le letture, il Vangelo, le meditazioni, ci parla di conversione, di pentimento, di rientrare in se stessi, di “potature”. Meditando questo, non ho potuto fare a meno di pensare a come sono stata “potata” io nel mio matrimonio. Una potatura quasi alla radice. Non perché “iellata” ne tantomeno perché “benedetta” dal dolore (inteso come purificazione). Non mi sento ne da compatire, né da ammirare, ne da biasimare. Sono semplicemente una donna alla quale la sorte ha riservato un dolore comunissimo a tantissime donne e uomini, che cerca di vivere come Gesù comanda ed insegna. E, volendolo fare, non posso che percorre la strada che ho preso sin dall’inizio della potatura, consapevole che è quella la sola strada che mi potrà portare, alla pace, alla gioia qui e soprattutto per l’eternità. I rami potati sono stati molti durante la mia vita, ora ne ho consapevolezza, ma il più importante, quello che dava un senso alla “vocazione” della mia vita, è stata la potatura più dolorosa. Attaccata alla Vite (e alla Vita) è rimasto un moncone che continuo a percepire come vivo, dove continua a scorrere la linfa vitale anche se ancora non compare il nuovo tralcio e tanto meno il frutto o i frutti: la fedeltà al sacramento del mio matrimonio. Lui, mio marito, è andato via. Dopo aver subito, pianto, elaborato, pregato, aver chiesto a destra e manca consigli, aiuti, preghiere, ascolto, una sola è stata la risposta (che al momento ho chiara davanti a me) anche se faccio fatica ad esprimerla: lui non ritorna. Lui ama un’altra. Lui pensa che sia io la responsabile della sua infelicità e della nostra separazione. Lui è convinto che amare non sia una decisione ma piuttosto un’emozione. Lui che proprio per questo non mi ama più. Anzi a volte mi detesta ma, più ancora, ostenta indifferenza. Questo ha completamente scompaginato quel libro che io e mio marito avevamo progettato e pensato di poter scrivere insieme. (Forse perché a lui piace leggere soprattutto gialli e quindi ha voluto provare a scrivere un altro libro…) . Ma il matrimonio, che implica una scelta radicale, è anche questo ed forse proprio qui la sua bellezza: riuscire quando si presentano le difficoltà, a prendersi per mano, anche quando sembra che non ci sia più speranza, guardarsi negli occhi e magari con un po’ di insicurezza, dirsi: “insieme ce la faremo”. E’ qui che il sacramento del matrimonio rivela l’immensità e la potenza che viene da Dio e che permette agli sposi, anche nelle situazioni più assurde ed umanamente incomprensibili, di sperare perché niente è impossibile a Dio. La speranza, quella vera, è frutto di sofferenza profonda e di lotta che si vince se si combatte insieme. Invece lui è andato avanti con il suo cuore cieco e non disposto a lottare per paura di fallire. Più facile ricominciare con un nuovo amore dove si può dare il meglio di se e farsi “vittime”. Se lui sia felice oggi non lo posso sapere, dai nostri sporadici incontri, mi sembra non sereno e persino trasandato, non pensate (forse in parte sarà anche vero) che sia un’alibi che mi racconto per sperare ancora. Posso dire con certezza se io sono felice: io non sono felice. E forse non è la felicità che cerco, ora. Sarei troppo ambiziosa. Cerco e prego per la gioia e la serenità e la pace dei nostri figli,(per i quali eravamo la pace, la stabilità e la sicurezza e che, all’improvviso si sono ritrovati senza più niente di tutto ciò e il loro mondo è diventato scuro instabile e tristemente doloroso; figli orfani di genitori viventi), ed oggi anche dei nostri nipoti e anche per me. Non smetto mai di chiedere perdono per il male che anche io, non solo mio marito, ho procurato loro con la mia sofferenza. Per lui chiedo, ormai da tempo, a Dio l’impossibile: la conversione. Non solo per lui, ma anche per colei che ha contribuito a tutto questo, E lo faccio con sempre maggiore determinazione e convinzione. L’amore che nutro ( nel senso proprio che lo alimento) per lui questo mi chiede: cercare di mostrargli ancora e nonostante tutto il volto misericordioso di Dio, un Dio che è oceano di misericordia, prima che di giustizia. Verrà anche la Sua giustizia ma la temo ancor più per me, peccatrice e miserabile che non posso non chiedere per lui (mio marito) un diluvio di misericordia. Ancora e ancòra, avverbio e sostantivo, ancora come promessa senza spergiuro. L’ancòra come attracco sicuro, se mai lui volesse tornare, l’ho gettata ai piedi della Croce. Non ho mai tolto la fede dal dito. L’ho fatto per almeno due motivi: il primo è ricordare ogni giorno a me e al Signore il mio giuramento. Si lo ricordo anche al Signore,: “Gesù ricordati, ho promesso davanti a Te, Tu mi sei Testimone che gli sarai stata fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, che lo avrei amato e onorato tutti i giorni della mia vita”. Proprio così, specialmente quando mi viene la tentazione di pensare male di lui, di farmi atterrire dal pensiero di loro due insieme. Il secondo motivo è che si tratta di un segno che non “esibisco” ma che “mostro”. Mostro a coloro che conoscendo la situazione, di moglie tradita e abbandonata, la prima cosa che dicono “non è giusto che soffri”,” pensa a rifarti una vita, te lo meriti”, “trovati un compagno”. La fede al dito risponde per me. Questo mi da la libertà, inimmaginabile, quando mi trovo in compagnia o quando conosco nuove persone, di essere disponibile, accogliente, sorridente anche afflitta a volte, senza incorrere in malintesi del tipo “questa ci vuole provare” o, al contrario, “ quasi, quasi ci provo”. A volte la fatica di indossarla (la fede), si fa sentire. Il pensiero di sfilarla si insinua. Poi penso al significato che racchiude, al fatto che lui fece farle da un’orefice di una forma un po’ bizzarra: quadrata, e tutto torna a posto. Quel piccolo segno al mio dito sta a significare che lui è mio ed io sono sua. Davanti a Dio lo saremo per sempre e il mio cuore si riempie di nuovo di speranza, speranza che non delude. Questa è la mia particolare palestra. Una palestra dove ci si rinforza in pazienza, perdono, misericordia, speranza Ancora oggi sono più che mai convinta che non esistono coppie perfette o perfetti matrimoni, ma che esiste la decisione di fare di un matrimonio imperfetto un matrimonio felice permettendo a Dio di essere fedele alla promessa. E nella sua promessa, alla nostra. Qualcuno ha detto: “La strada per il paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non andremo né lui ne io. Questa è quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio”. Vorrei che le mie parole potessero aiutare qualcuno che magari cerca una parola, un senso a ciò che gli sta capitando. Una preghiera per me.

Rosella

Per custodire la famiglia bisogna curare le ferite

Custodire la famiglia dall’inizio prima che sia troppo tardi

Per ferita si intende l’interruzione dei tessuti causata da agenti esterni. Da questa definizione notiamo che la ferita ė data da un’interruzione, certo. Quindi presupponiamo che, prima di essere interrotto, quel qualcosa era lineare, unito, insieme, una cosa sola. Ma se questa cosa sola non c’era in partenza, ecco che la ferita preesiste; quindi all’inizio di un rapporto tra persone, ciascuno porta in sé la sua ferita.

La ferita del peccato

Ciò che mette il muro, cioè ferisce in partenza la relazione, è esattamente il peccato. Il peccato non ci rende concavi, cioè accoglienti così come l’utero è pronto ad accogliere la vita, ma altresì ci rende convessi, contrastanti, spigolosi, piuttosto tendenti a creare morti intorno, cioè a far soccombere l’altro perché ci dobbiamo difendere. Ci riesce difficile capire che la donna fu creata per l’uomo perché «unico aiuto che gli fosse simile» (Gn 2,20) e, per questo motivo, piuttosto che esserci un incontro, spesso si verifica lo scontro. Così nasce una coppia. Non è concava, ma è convessa. Con gli spigoli della propria umanità che, a seconda della personale storia, sarà un convesso mammone, un convesso alla professione, una convessa tutta “battipanni e pattine”, oppure un po’ trasandata, o tutta sua mamma (secondo lui), tutta dedita solo ai figli e, così via, ognuno metta i suoi spigoli.

 

È qui che può giocarsi il meglio per edificare una coppia, indi una famiglia. I due convessi, cioè i due feriti, diventeranno una coppia meravigliosa se aiutati nell’ascendere. Qui sta il punto, anzi il rovesciamento del pensiero secondo cui la coppia e la famiglia ferita è quando siamo alla frutta. In parte è vero perché, come dicono gli esperti, la frutta andrebbe mangiata prima dei pasti per evitare la fermentazione; invece noi la mangiamo alla fine. Ma, frutta a parte, il punto è che il matrimonio è un’ascesi e non una discesa.

Il matrimonio è gravido d’amore reciproco

Quindi, dalle ferite si arriva alla cicatrice totale attraverso il balsamo continuo e curativo. Ecco dove partire. Che gli spigoli dei due “convessi” si arrotonderanno e che tu diventerai marito attraverso tua moglie e tu diventerai moglie attraverso tuo marito. Sarai madre attraverso il dono di tuo figlio, così come per te, padre.

Cammina, ci vorrà del tempo e non è vero il contrario, cioè che il tempo distrugge l’intento. Il matrimonio è gravido d’amore reciproco. Occorre saper attingere e forse ci vorrà qualcuno che ti accompagni bene, cara coppia!

 

È partendo da ferito che sarai salvato, e alla separazione saprai non arrivarci. Certo che non mancheranno “le discese ardite e le risalite”, le porte sbattute, la caparbietà, la non fedeltà e tutta la materia del peccato. Ma è proprio questa la ferita della famiglia.

Riempire la valigia…

Cosa manca allora per dire alla gente chi è la famiglia ferita? Il fatto che non ė vero che prima andava tutto bene, che abbiamo iniziato bene e poi abbiamo fatto il botto. Siamo invece partiti feriti e con la valigia vuota e se riconosceremo con umiltà questa realtà, piano piano, nel viaggio della vita, riempiremo la valigia del vestito giusto per ogni stagione. Persino il cappello a punta diventerà una magnifica bombetta se saremo in grado di smussare gli angoli.

Ciò che è convesso diventerà concavo come l’Amore di Dio che abbraccia TUTTI. E in tutto questo, prima di arrivare al botto, la famiglia non deve rimanere SOLA. È da qui, dall’inizio, che dobbiamo custodire la famiglia. Una pastorale che dalle ferite partorirà famiglie sane e saprà trarre da una SOLIDA partenza un glorioso TRAGUARDO a gloria di Dio Padre!

(Fine)

Prima parte dell’articolo

Cristina

I fidanzati devono rientrare nel mistero di Cristo.

Bellissimo il discorso di Papa Francesco all’Inaugurazione dell’anno giudiziario della sacra Rota. Molto interessante.

Oggi vorrei tornare sul tema del rapporto tra fede e matrimonio, in particolare sulle prospettive di fede insite nel contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale. San Giovanni Paolo II ha messo bene in luce, basandosi sull’insegnamento della Sacra Scrittura, «quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione […]. La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (Enc. Fides et ratio, 16). Pertanto, quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più «l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello “stolto”. Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1,7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di sé stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare “Dio non esiste” (cfr Sal 14[13],1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino» (ibid., 17).

Da parte sua, Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo Discorso a voi rivolto, ricordava che «solo aprendosi alla verità di Dio […] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo […]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane […], inclusa quella matrimoniale» (26 gennaio 2013, 2). È quanto mai necessario approfondire il rapporto fra amore e verità. «L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» (Enc. Lumen fidei, 27).

Non possiamo nasconderci che una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne. Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede.

Di fronte a questa situazione, occorre trovare validi rimedi. Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza. In questa circostanza, la missione redentrice di Gesù raggiunge l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita di amore. Questo momento diventa per tutta la comunità una straordinaria occasione di missione. Oggi più che mai, questa preparazione si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani. Sono, infatti, numerosi i giovani per i quali l’approssimarsi delle nozze costituisce l’occasione per incontrare di nuovo la fede da molto tempo relegata ai margini della loro vita; essi, per altro, si trovano in un momento particolare, caratterizzato spesso anche dalla disponibilità a rivedere e a cambiare l’orientamento dell’esistenza. Può essere, quindi, un tempo favorevole per rinnovare il proprio incontro con la persona di Gesù Cristo, con il messaggio del Vangelo e con la dottrina della Chiesa.

Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi.

In questo spirito, mi sento di ribadire la necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio. Accogliendo gli auspici dei Padri dell’ultimo Sinodo Ordinario, è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti.

Un secondo rimedio è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto. Si tratta di incoraggiarli a considerare i vari aspetti della loro quotidiana vita coppia, che è segno e strumento dell’amore di Dio, incarnato nella storia degli uomini. Faccio due esempi. Anzitutto, l’amore del quale la nuova famiglia vive ha la sua radice e fonte ultima nel mistero della Trinità, per cui essa porta questo sigillo nonostante le fatiche e le povertà con cui deve misurarsi nella propria vita quotidiana. Un altro esempio: la storia d’amore della coppia cristiana è parte della storia sacra, perché abitata da Dio e perché Dio non viene mai meno all’impegno che ha assunto con gli sposi nel giorno delle nozze; Egli infatti è «un Dio fedele e non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13).

La comunità cristiana è chiamata ad accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie, offrendo occasioni e strumenti adeguati – a partire dalla partecipazione alla Messa domenicale – per curare la vita spirituale sia all’interno della vita familiare, sia nell’ambito della programmazione pastorale in parrocchia o nelle aggregazioni. Spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini. Ma è proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza e un forte sostegno spirituale, anche nell’opera educativa dei figli, nei confronti dei quali sono i primi testimoni e portatori del dono della fede. Nel cammino di crescita umana e spirituale dei giovani sposi è auspicabile che vi siano dei gruppi di riferimento nei quali poter compiere un cammino di formazione permanente: attraverso l’ascolto della Parola, il confronto sulle tematiche che interessano la vita delle famiglie, la preghiera, la condivisione fraterna.

Questi due rimedi che ho indicato sono finalizzati a favorire un idoneo contesto di fede nel quale celebrare e vivere il matrimonio. Un aspetto così determinante per la solidità e verità del sacramento nuziale, richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014).

Lo Spirito Santo, che guida sempre e in tutto il Popolo santo di Dio, assista e sostenga quanti, sacerdoti e laici, si impegnano e si impegneranno in questo campo, affinché non perdano mai lo slancio e il coraggio di adoperarsi per la bellezza delle famiglie cristiane, nonostante le insidie rovinose della cultura dominante dell’effimero e del provvisorio.

Papa Francesco

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170121_anno-giudiziario-rota-romana.html

Divorzio: sacramento dell’adulterio.

Nel lontano 1974, l’allora card. Luciani Patriarca di Venezia, scrisse questa lettera rivolta ai fedeli del suo patriarcato durante l’accesa campagna referendaria volta a introdurre il divorzio nell’ordinamento legislativo italiano. Quella battaglia, come sapete, è stata persa, ma queste righe sono ancora attualissime perchè esprimono una verità che nessuna legge riuscirà mai a cancellare. Papa Giovanni Paolo I è ricordato come il Papa del sorriso, della dolcezza ma su un tema delicato come il divorzio la sua posizione è ferma e netta.

Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio: il “sacramento dell’adulterio”. Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’ amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’ altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’ uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.

Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta comprensione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio di Paolo Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”. Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto: non a lume di Vangelo, ma — penso — di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

Il matrimonio felice. Non capita per caso.

Ogni tanto anche su giornali come Repubblica si trovano articoli interessanti e che vale la pena approfondire. Uno di questi è l’articolo che ho linkato qui Matrimoni sempre più in crisi, ecco perché le coppie non durano Qesto articolo cerca di comprendere il perchè tanti matrimoni falliscono. E’ una visione parziale, per noi credenti, perchè considera solo gli aspetti sociali e psicologici e non religiosi ma è comunque molto interessante.

Le cause trovate non sono molte, la dinamica che porta all’insuccesso si ripete innumerevoli volte per innumerevoli coppie. Le cause coincidono con quei fattori che ogni uomo dovrebbe prendere in considerazione e affrontare prima di sposarsi.

1)L’amore non è un sentimento,

2)Ci sposiamo per completarci ed essere felici

3) Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni. Quante persone si sposano credendo che quello sia l’amore? Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasormazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro/a non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, e sbaglia, e si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Errore gigantesco. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

 

Ho conservato la fede(ltà).

Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo – spiega il sito di informazione legale ‘Studio Cataldi’ – consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

(dal Messaggero del 15/12/2016)

La fedeltà. E’ davvero un concetto medioevale? E’ davvero qualcosa di cui possiamo fare a meno? Per me la fedeltà non è un obbligo. La fedeltà è sentirmi uomo. La fedeltà è dignità. La fedeltà è mantenere la parola. La fedeltà è non tradire. La fedeltà è dare il meglio. La fedeltà è non accontentarsi. La fedeltà è vincere le pulsioni. La fedeltà è amare a prescindere. Amare la mia sposa perché è lei, e non perché mi sta dando qualcosa. La fedeltà mi avvicina a Dio. La fedeltà è fondamenta dell’amore. La fedeltà mi fa sentire forte. La fedeltà è la casa dei miei bambini. La fedeltà non mi fa vergognare davanti a Dio. La fedeltà è luce per me, per la mia famiglia e per il mondo. La fedeltà fa il matrimonio. Io voglio un amore fedele. E’ il mio cuore a chiederlo perché solo in un amore così posso trovare nutrimento. Una relazione che non pretende la fedeltà non mi interessa, non vale niente. Una relazione senza fedeltà è disimpegno, è egoismo, è ipocrisia, promettendo l’amore vuole solo usare. Per questo ho voluto fortemente il sacramento del matrimonio. Perché è qualcosa di grande, di difficile, che a volta spaventa ma che davvero vale la pena. Un matrimonio senza fedeltà è una bugia. Un matrimonio senza fedeltà non fa per me. Cari deputati e cari senatori, io non voglio accontentarmi della povertà che mi offrite. Io sono più di ciò che voi volete farmi credere. Io sono capace di mantenere la mia promessa e mi impegnerò ogni giorno per renderlo possibile. Il vostro matrimonio potete ternervelo, io voglio il massimo, io voglio Dio. Io voglio arrivare alla fine dei miei giorni, guardare mia moglie, sorriderle e dirle come disse San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede(ltà).“.

Antonio e Luisa

Lasciati amare da me!

Oggi condivido con tutti voi una testimonianza. Una testimonianza semplice, una testimonianza di un matrimonio fallito, una testimonianza che dovrebbe raccontare di dolore e risentimento verso Dio e verso il mondo. Invece il dolore c’è, non è cancellato, ma è superato dalla fede e dalla speranza. Questa testimonianza scritta con un linguaggio semplice e confidenziale trasmette proprio questo. Una grande fede e speranza in Dio, che nonostante i nostri errori e il nostro libero arbitrio continua ad amarci sempre senza posa. Grazie Chiara, oggi ci hai insegnato qualcosa e ci hai mostrato la grandezza del matrimonio. Fedele fino alla croce nella certezza che Dio non  ci abbandona mai.

Ecco la testimonianza di Chiara, l’ho lasciata così come mi è arrivata, perchè anche la premessa iniziale è bella e utile.

 

Allora ..veniamo a noi..quello che mi chiedi è “woooow”! Una cosa grande per me, scrivere un articolo, anche perché l’argomento è davvero vasto (e parlo della mia esperienza) sono 4 anni di dolore, deserto, discernimento, purificazione molto lunghi che mi hanno condotto alla gioia. Posso, se sei d’accordo, provare a tirare giù le situazioni più importanti e ciò che hanno significato nella mia esperienza. Quello che volevo passare nel post è che Dio vuole sempre fare una storia con noi ed anche quando ci mettiamo in situazioni difficili perché siamo stati distanti, perché non siamo stati al suo cospetto, lo abbiamo tenuto fuori dalle nostre scelte..quando noi gridiamo a Lui, ovunque siamo finiti, Lui ci viene a prendere..e ci conduce sulla sua strada. Questo vale per chiunque gli apra il cuore. Nei figli è tutto vero che non fanno l’esperienza “più giusta” cristianamente parlando ma, se avviene che almeno uno dei due genitori fa spazio a Dio nel suo cuore e si appella alla Misericordia di Dio per mezzo del sangue di Cristo, vedono questo e vivono il Vangelo (“Io sono come luce venuta nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” Gv 12,46-48). In che modo si vive il Vangelo? Innanzi tutto nello stringere una nuova alleanza che comporta la fedeltà alla promessa, la riconciliazione mediante il sangue di Cristo quindi essere consapevoli di essere stati riscattati con il Suo sangue (i sacramenti) e infine seguire e mettere in pratica l’Amore al nemico attraverso l’ascolto della parola e la preghiera..in guerra ci si va ben muniti. Eh sì, l’ex coniuge è un vero e proprio nemico ancora più forte di quando si è in una coppia conflittuale, perché la legge che dovrebbe tutelare, in realtà separa e permette ancora meno il dialogo per non parlare delle famiglie di origine, degli amici o dei nuovi compagni..tutto sembra concorrere a separare sempre di più. I figli vivranno una scissione vera e propria perchè vedranno due “verità” (i bambini tendono a “normalizzare” qualsiasi realtà e a dare per vero tutto ciò che vivono. Vallo a spiegare ad una bimba di 3 anni chi è il vero Dio, ma ho fiducia che lo capirà molto presto) e quindi a confusione. Di queste due verità solo in una si sentono “in pace” allora il compito è di rimanere aggrappati alla croce perché solo nella croce c’è la risurrezione, solo nella morte c’è la Vita Eterna. Nella pratica significa morire nella carne e fare spazio allo Spirito di Dio. Questo donarsi giorno dopo giorno, cercando il dialogo, lottando contro la tentazione della distruzione dell’altro (che poi è distruzione di se stessi), a gli occhi di un bambino è dare testimonianza che si può amare in quella situazione, che se un matrimonio (umano) è finito, con Dio l’amore non finisce! E si cresce..e cresce il seme dell’amore. Una domanda che mi ha posto mia figlia è stata:” perché te e papà non vi amate più e papà ama un’altra?” Bella domanda mi veniva da rispondere..pensandoci su e pregandoci ancora più su mi ha fatto riflettere che l’amore non è roba nostra è roba di Dio, noi “scimmiottiamo” un amore ma altro non è che assecondare istinti e passioni che durano il tempo che impiega un fiammifero per bruciare. Che Dio è discreto e ti lascia LIBERO, non ti chiede nulla in cambio, anzi ti vorrebbe dare, ma spesso siamo noi a rifiutare il Suo Amore. Per cui se un figlio dice il suo “No” Dio lo rispetta.. Amare è anche rispettare. Quanti “No” ho detto a Dio..! E lui non si è mai arreso con me, per niente! Anzi mi ha corteggiata, mi ha dato giorno dopo giorno ciò che pensavo fosse la mia felicità fino a quando sono stata io a chiedergli “Cosa posso fare per dimostrarti il mio amore per te?” E Lui ha risposto chiaro:”Lasciati amare da me! Ho grandi progetti per te, non avere paura!” Se ha corteggiato così me, cosa mi dovrebbe far pensare che non desideri lo stesso anche per il padre di mia figlia? E per mia figlia? Per cui essere in Cristo significa agire nel bene, significa chi è stato amato per primo, dia l’esempio. Ora dove mi condurrà questa strada lo scoprirò man mano che la percorro. Ad oggi il Signore ha usato misericordia con me ed ha fatto verità nella mia vita: di fatto il mio matrimonio cristiano non è mai stato in essere e anche questo dovrò, negli anni, trovare il modo di spiegarlo a mia figlia. E non ultimo in me comprendere cosa sia un matrimonio cristiano e continuare a lavorare sulle mie ferite che, può sembrare strano, ma questo “amore al nemico” è parecchio curativo..! Fa più bene a me!  Inoltre, se noi genitori abbiamo un briciolo di fede, sappiamo che i nostri figli sono di Dio. Per cui se Dio vorrà con Nicole fare una storia grande lo farà..purché lei dica il suo “Si” (personalmente spero che lo dica forte e chiaro da subito e non come il mio nel tempo..). Come prevenire un “non matrimonio”? (E qui sarò un pò critica ma banale ) Se un sacerdote per essere pronto a ricevere questo sacramento necessita di un percorso lungo oltre 5 anni di discernimento, preghiera e parola, come può chi si avvicina al sacramento del matrimonio essere pronto con 14 incontri? Spesso i pretendenti sposi pensano di essere vicini a Dio ma frequentemente non è così.. Purtroppo! Mi rendo conto che non è possibile avere corsi prematrimoniali più lunghi perché molti vengono anche contro voglia ma credo sia fondamentale puntare sul discernimento, concentrare l’attenzione dei giovani a comprendere a che punto sono e ci vuole molta intuizione dei sacerdoti e catechisti per comprendere se quei giovani sono nella Verità oppure no. Spero di aver dato una testimonianza chiara. Ti ringrazio.

Chiara

Il divorzio sporca l’immagine di Dio.

Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. Io ho capito, Irina, quando tu spiegavi le difficoltà che tante volte vengono nel matrimonio: le incomprensioni, le tentazioni… “Mah, risolviamo la cosa per la strada del divorzio, e così io mi cerco un altro, lui si cerca un’altra, e incominciamo di nuovo”. Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga?

Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio.

Il Papa, nel suo discorso a Tbilisi del 1 ottobre, ha usato proprio queste parole. Perchè il divorzio sporca l’immagine di Dio? Cosa fanno di tanto grave due persone che si separano e rinnegano la promessa sigillata il giorno del matrimonio? Il Papa non ha usato queste parole a caso. Quando ci sposiamo davanti al Signore, lo facciamo partecipe e artefice della nostra relazione. Entriamo in Chiesa in due e ne usciamo in tre. Dio da quel momento (in realtà dal primo rapporto fisico) abita la nostra relazione. Ce ne ricordiamo durante la nostra relazione che non siamo due ma siamo tre? Ci comportiamo in casa tra di noi nello stesso modo in cui ci comporteremmo davanti al Santissimo Sacramento? Santifichiamo nostra moglie e nostro marito, rendendo grazie che attraverso lui o lei possiamo fare esperienza di Dio? Ricorriamo alla preghiera e al perdono quando le cose tra noi non funzionano bene? Tutte le volte che non lo facciamo sporchiamo l’immagine di Dio e il divorzio, separazione pubblica e definitiva, ne è la manifestazione più brutta. L’alleanza tra Dio e il suo popolo è un’alleanza sponsale. L’alleanza tra Gesù è la Chiesa è sponsale. Solo con il matrimonio possiamo spiegare la relazione tra Gesù e la Sua Chiesa, cioè ognuno di noi battezzati. Io sono sposa di Cristo (anche da maschio, il gender non centra). Tutte le volte che facciamo a meno di Dio e permettiamo che l’egoismo e il peccato guidino le nostre azioni e la nostra relazione matrimoniale, stiamo sporcando quell’immagine di Dio, che solo noi sposi possiamo donare al mondo. Ogni divorzio rende il mondo un po’ meno luminoso, uccide un po’ di speranza e l’immagine di Dio sarà un po’ meno comprensibile. Grazie a Dio, sono tante le coppie che si vogliono bene nonostante tutto e ci sono addirittura persone che restano fedeli al matrimonio nonostante l’abbandono. Il divorzio sporca l’immagine di Dio ma queste persone la lucidano e la rendono splendente.

potete leggere il bellissimo discorso del Papa qui

Antonio e Luisa

Comunione ai divorziati risposati?

Il 305 è il punto “incriminato”. Il punto incriminato che, letto insieme alla nota 351 posta in calce all’esortazione Amoris Laetitia, apre ai sacramenti per i divorziati risposati:

305. Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà». La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.


nota 351 In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44:AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»

In questi mesi ho sentito e letto di tutto. Da un’apertura totale (quasi che il matrimonio indissolubile non esistesse più) fino a una chiusura totale.

Ma cosa voleva tramettere il Papa con la sua esortazione apostolica?

Sinceramente durante questi mesi non l’ho capito, nonostante abbia cercato di informarmi, ma più leggevo e più trovavo pareri discordanti e la mia confusione cresceva. Sia chiaro che non voglio giudicare la vita delle persone ed ergermi a giudice, ma voglio soltanto capire. Ultimamente però la nebbia si sta diradando. Giorno dopo giorno sto comprendendo sempre di più l’azione pastorale di Papa Francesco e anche il suo modo di scrivere e parlare. Gli ultimi dubbi mi sono stati chiariti da un documento uscito pochi giorni fa dove i vescovi argentini forniscono una serie di indicazioni per applicare quanto chiesto da Francesco e, cosa fondamentale, che lo stesso Papa ha approvato.

Il documento afferma: «Quando le circostanze concrete di una coppia (di divorziati risposati) lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede — si legge nel documento — si può proporre l’impegno di vivere in continenza». L’Amoris laetitia «non ignora le difficoltà di questa opzione e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando si manchi a questo proposito». In altre circostanze più complesse e quando non si è potuto «ottenere una dichiarazione di nullità — sottolinea il testo — l’opzione menzionata può non essere di fatto praticabile». È possibile, tuttavia, compiere ugualmente «un cammino di discernimento». E «se si giunge a riconoscere che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia». Questo, a sua volta, dispone la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.

Il documento sottolinea come occorra evitare di intendere questa possibilità come un «accesso illimitato ai sacramenti o come se qualsiasi situazione lo giustificasse». Ciò che si propone è piuttosto un discernimento che «distingua adeguatamente ogni caso». Speciale attenzione richiedono alcune situazioni, come quella di una nuova unione che viene da un recente divorzio, oppure quella di chi è più volte venuto meno agli impegni familiari, o ancora di chi attua «una sorta di apologia o di ostentazione della propria situazione, come se fosse parte dell’ideale cristiano». In questi casi più difficili, i sacerdoti devono accompagnare con pazienza cercando qualche cammino di integrazione. È importante, si legge nel testo, «orientare le persone a mettersi con la propria coscienza davanti a Dio, e perciò è utile l’esame di coscienza» che propone l’esortazione apostolica, specialmente in ciò che fa riferimento al comportamento verso i figli o verso il coniuge abbandonato. In ogni caso, quando ci sono «ingiustizie non risolte, l’accesso ai sacramenti è particolarmente scandaloso».

Per questo il documento afferma che «può essere conveniente che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in maniera riservata, soprattutto quando si prevedono situazioni di conflitto». Allo stesso tempo, però, non si deve tralasciare di accompagnare la comunità perché «cresca in uno spirito di comprensione e di accoglienza, senza che ciò implichi creare confusioni nell’insegnamento della Chiesa riguardo al matrimonio indissolubile». A questo proposito i presuli ricordano che «la comunità è strumento della misericordia che è “immeritata, incondizionata e gratuita”». Soprattutto, ribadiscono che il discernimento «non si chiude, perché è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più piena».

Da questo documento preparato dai vescovi argentini possiamo cercare di decifrare i punti salienti.

La comunione non è per tutti i divorziati risposati. Amoris Laetitia non apre indiscriminatamente a tutti. Serve un discernimento serio, un accompagnamento della Chiesa, un percorso e alla fine, solo in certi casi, si può giungere alla comunione anche per alcuni divorziati risposati. Non è possibile accedere ai sacramenti per quei coniugi che hanno lasciato alle proprie spalle situazioni di ingiustizie non risolte, quindi di persone che hanno abbandonato (il documento le cita come particolarmente scandalose), oppure persone che vedono nel divorzio e nella nuova unione un ideale cristiano in quanto basato sul sentimento dell’amore (secondo loro). Tutte queste persone sono, se lo richiedono, da accompagnare con pazienza, scrive il documento, per portarli pian piano a comprendere la loro situazione. In questi casi integrazione senza comunione. Da quello che comprendo io, la comunione potrà essere ammessa in un numero limitato di casi. Serve infatti che la persona abbia subito la separazione o che pur avendola procurata, sia una storia da tempo affrontata e superata con l’altro coniuge. Serve inoltre la volontà e la fede di voler far parte della Chiesa. Ma tutto questo non basta. Bisogna procedere a verificare la possibile nullità della precedente unione matrimoniale. Molti matrimoni infatti sono nulli in partenza. Molti sposi si uniscono in matrimonio senza la consapevolezza di cosa stiano facendo ed escludono qualche elemento fondamentale affinché la promessa sia valida. Verificata l’impossibilità di chiedere la nullità, chi accompagna ha il dovere di proporre l’astensione dai rapporti, la continenza che ricordiamo è quanto la Chiesa ha chiesto fino ad oggi. Qui Francesco va oltre. Si rende conto che, pur continuando a ritenere valida la proposta dei suoi predecessori, per poterla mettere in pratica serve una consapevolezza, una fede e una maturità che pochi hanno, tanto da scoraggiare quanti pur animati da buone intenzioni, vedono la proposta della Chiesa non misericordiosa ma troppo severa e impossibile da attuare. Qui il Papa chiede pazienza e misericordia. Chiede di accompagnare con compassione. Chiede di non nascondere la verità, ma di renderla raggiungibile non come una scalata di una parete verticale (proponibile a pochi) ma come una salita dura ma realizzabile da tutti. Ed ecco che i vescovi argentini propongono l’astinenza, la confessione nel caso non si riesca a realizzarla sempre e, in pochi casi dove sono presenti bambini e l’astinenza porterebbe più danni che benefici, la concessione ad avere rapporti. Tutto questo va verificato caso per caso ed è impossibileconcedere i sacramenti  quando la situazione precedente non è risolta. L’accompagnamento della Chiesa, dice sempre il documento, non si esaurisce mai, la comunità cristiana deve accogliere queste persone, integrarle ed aiutarle a crescere sempre più nella fede, nella forza e nella consapevolezza.

Il cardinal Biffi proprio su questo tema diceva alcuni anni fa:

Dalla narrazione evangelica apprendiamo dunque che Gesù annuncia senza attenuazioni e senza sconti il progetto originario del Padre sull’uomo e sulla donna. Però guarda sempre con simpatia e comprensione quanti di fatto hanno avvilito questo ideale con le loro prevaricazioni. I “peccatori” sono da lui trattati con affettuosa cordialità. Non li ritiene estranei e lontani; anzi li considera i naturali destinatari della sua missione: <<Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori>> (Mt 9,13). Con questo atteggiamento benevolo riesce a salvare l’adultera dalla lapidazione (Gv 8,1-11); difende cavallerescamente la donna che è qualificata come peccatrice della città (Lc 7,37); avvia con la samaritana dalle molte esperienze un colloquio garbato e schietto che conquista il suo cuore (Gv 4, 5-42).

Attenzione però: la sua però non è la misericordia apparente del permessivismo; è la misericordia sostanziale che, senza disprezzare e umiliare, sospinge al ravvedimento e alla rinascita interiore.

Io non so se questa è la via giusta. Io sono un legalista, per me esiste il bianco e il nero. Non c’è gradualità del male ma solo gradualità del bene. Si può crescere nel bene se si cerca di abbandonare il male completamente. Questo è il mio limite e la mia forza.

Il Papa mi chiede di fare un passo in più. Mi chiede di avere ben salda e presente la verità che la Chiesa ci insegna sul matrimonio, ma anche di non dimenticarmi della vita, della storia, delle sofferenze e dei fallimenti delle persone divorziate. Forse ha ragione lui: l’accompagnamento, se realizzato senza nascondere la verità e tendente a raggiungerla, può essere la via cristiana che porta al bene. Papa Francesco è un dono di Dio, mi sta aiutando a crescere nella mia fede, costringendomi a mettermi in discussione ogni volta.

Antonio e Luisa

 

 

Bisogna tornare alle origini.

Due giorni fa il Vangelo riportava la disputa tra i farisei e Gesù sul matrimonio, dopo che il giorno prima  era morto Marco Pannella, strenue combattente, tra le altre sue battaglie, anche per l’approvazione della legge sul divorzio. Non è mia intenzione giudicare o parlare di questa figura comunque determinante nella vita sociale del nostro paese, ma queste due situazioni mi hanno portato a riflettere su quanto sta accadendo in tutto il mondo occidentale.Siamo persone circondate di amici, siamo molto social con mille attività ma non capaci di donarsi e aprirsi veramente, non capaci di essere fino in fondo ciò che siamo agli occhi di Dio. Tutto verte intorno ai nostri bisogni, ai nostri desideri, alla nostra volontà  che è l’unico vero faro della nostra vita, dove non c’è posto per altri se non fino a quando ci sono utili a soddisfare il nostro egoismo. Gesù dice che all’origine non era così, all’origine siamo stati creati per esistere solo in una relazione d’amore, solo amando, cioè donando noi stessi. Per questo la legge sul divorzio è totalmente contraria alla Legge di Dio perché distrugge l’armonia dell’origine, ci abilita a rinnegare ciò che siamo in profondità in nome di una ricerca della felicità basata sull’egoismo. Ci promette la libertà legandoci sempre più a noi stessi e alle nostre emozioni. Ci promette libertà e ci rende schiavi. Ero totalmente dentro questa mentalità, tanto che il matrimonio mi spaventava molto. Solo l’incontro con Gesù, attraverso persone sante  che mi hanno amato  senza condizioni, ha potuto distruggere queste catene e crepare quella pietra che imprigionava il mio cuore. La pietra non si è disintegrata, però, mi è costata tanta fatica e colpo di scalpello dopo l’altro sto liberando il mio cuore. Lo scalpello è la castità vissuta prima e dopo il matrimonio.  Don Antonello Iapicca (un sacerdote missionario che per me sta diventando una voce importante e che ascolto tutti i giorni grazie ai social), commentando il Vangelo del giorno, ha usato un’immagine molto bella che mi ha colpito molto. Dio non ha creato la mia sposa e me disgiuntamente, ma ha creato me pensandomi per la mia sposa e la mia sposa pensandola per me. Ci ha creato come una persona sola, immagine vera di Dio, che incarna il modo di amare maschile e femminile, paterno e materno. Solo nell’unione indissolubile io e la mia sposa siamo perfetti, siamo come Dio ci vuole, siamo aderenti alla nostra realtà corporale e spirituale. Solo in, con e per Luisa io potrò essere felice ed essere nel più profondo ciò che sono e lo stesso vale per la mia sposa. Il divorzio rompe tutto questo, è un peccato gravissimo non perché disubbidiamo a Dio, ma perché tradiamo la nostra essenza, la verità delle origini e ci condanniamo alla continua ricerca della felicità e di quella pienezza che non troveremo mai.

Caro Marco Pannella, mi auguro con tutto il cuore che Gesù ti abbia accolto nel suo abbraccio di sposo, ma non posso dirti grazie per ciò in cui hai creduto e combattuto, hai contribuito a condannare all’infelicità tante persone. Hai venduto schiavitù e tenebra promettendo libertà e gioia.

Le tue leggi ci hanno resi schiavi della nostra “libertà”, pronti ad eliminare ogni situazione che costi fatica e sofferenza. Così ben venga il divorzio, l’aborto e l’eutanasia.

Caro Pannella, Dio ci ha reso liberi, sì, liberi di amare nonostante le difficoltà e le fatiche; liberi di dire il nostro sì sempre. Solo così saremo liberi veramente, liberi come figli di Dio.

Antonio