Separazioni, divorzi, crisi familiari: amare è una forma di preghiera.

Le ultime riflessioni dalla trincea separazioni e divorzi sono, innanzitutto, che siamo sempre più fragili.

Se dovesse arrivare veramente l’ISIS, o chiunque l’altro, sarà sufficiente una piccola spintarella per farci cadere e andare completamente in frantumi. Magari, addirittura, non sarà nemmeno necessario, nel frattempo saremo caduti da soli.

Parliamo di noi stessi come di una civiltà e dei musulmani come di «incivili», mentre la realtà è – tutto all’opposto – che qui da noi ormai non c’è più nessuna civiltà (a meno di non ritenere segni di civiltà, ad esempio, le leggi europee sull’obbligo di mettere il cartello «toilette» sui bagni), ma solo una mandria di vacche, mentre quella islamica, per quanto da molti non condivisibile, è una vera civiltà, intesa come comunità osservante con profonda convinzione un nucleo fondamentale di regole comuni.

La mancanza di cose davvero serie e gravi da affrontare ci ha fragilizzato, ha determinato la venuta di una generazione debolissima, inadeguata ad affrontare la vita o anche solo a capirne il senso e, di conseguenza, a darsi significato, che è una cosa, per l’essere umano, irrinunciabile.

Nel grande libro magico, c’è scritta una cosa assolutamente fondamentale che oggigiorno non segue quasi più nessuno: «Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne» (Genesi 2, 24).

Il punto irrinunciabile è dunque abbandonare la famiglia di origine, lasciare madre e padre e capire che la famiglia, dopo il matrimonio o la formazione della convivenza, è quella con il coniuge. Prendere questo estraneo, che è il partner, è diventare più che un parente di sangue con lui («una sola carne»).

I miei amici atei sostengono simpaticamente che la bibbia sarebbe solo un testo compilato da pastori ignoranti 8.000 anni fa, in realtà, se così fosse, a quei pastori andrebbe dato atto di aver capito, da ignoranti e 8 secoli fa, una cosa fondamentale, che oggi, che siamo tanto evoluti, non siamo più in grado di comprendere nè, tantomeno, interiorizzare. Quei pastori analfabeti erano molto più saggi dell’uomo occidentale medio, formato da anni di scuola, contemporaneo.

Ma torniamo al punto: abbandonare il padre e la madre. È vero, i nostri genitori ci hanno amato tantissimo, in modo assoluto, ma, per qualche strano mistero, non è a loro che dobbiamo restituire questo debito, bensì ai nostri figli, dando lo stesso amore. Senza esagerare, peraltro, chè se li amiamo troppo finiamo, anche noi, per rovinarli. Forse questo è il motivo per cui chi sceglie di non avere figli finisce poi per riempirsi la casa di gatti, o per prendere un cane e mettergli il cappottino. È per questo che la vita si vive all’avanti, senza guardarsi mai indietro, se non vogliamo diventare statue di sale come la moglie di Lot.

Il secondo punto è che amare davvero è qualcosa per la gente con le palle e purtroppo oggi ce ne sono davvero poche.

Amare non è affatto un rapporto sinallagmatico, io ti amo se tu mi ami, amare è una scelta, una promessa, un qualcosa che ha a che fare con il trascendente e ci mette in contatto con esso. Come ha detto Guillaumet, qualcosa che solo l’uomo può fare, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Amare davvero è sicuramente una forma di preghiera, per lo più quotidiana, costante, dolce e vera. Non è per le cose e le persone del mondo che si ama, ma per qualcosa di superiore.

Invece è lunghissima la teoria di gente che mi trovo davanti tutti i giorni che si lamenta del coniuge, perché ha fatto, o non fatto, questa o quell’altra cosa. Il fatto è che per amare non dobbiamo dipendere da nessuno fuorché da noi stessi, o da Dio per chi crede: se vogliamo amiamo, decidiamo di amare, altrimenti pace, vaffanculo, basta, evidentemente non è una cosa per noi, siamo negati, meglio lasciar perdere.

Tutti sono capaci di amare chi li ricambia, tutti. Chi ama davvero prescinde da queste cose, chi è cristiano addirittura deve essere capace di amare il suo nemico; e notare che, tra i propri nemici, spesso bisogna annoverare noi stessi, per cui anche su questo il cristianesimo vince a mani basse.

Un qualche genio ha detto che saremo giudicati per come trattiamo gli animali. Posso dire che lo saremo anche per come trattiamo il nostro coniuge, o compagno, colui che abbiamo promesso di amare, la persona che ci è stata messa accanto nella vita, quella speciale, che può essere solo una, non possono essere né due, né tantomeno tre o quattro o oltre?

E poi basta pensare solo al giudizio o al regno dei cieli. Fare certe cose, fare la cosa giusta, è un piacere e una realizzazione già qui, sulla terra, è ciò che ci dà quel significato di cui oggi abbiamo disperato bisogno, che mendichiamo in continuazione ma che ricerchiamo in cose che non ce lo possono dare, come gli oggetti, come certe ideologie assolutamente demenziali e contrarie alla nostra natura, nelle quali tuttavia ci spertichiamo per credere e alle quali siamo istericamente attaccati.

C’è un piacere squisito nel fare quello che crediamo giusto, piuttosto che quello che ci piacerebbe fare secondo gli istinti, o che sarebbe più comodo e conveniente. È il piacere di chi si vuole bene e dà significato a sé stesso, accettando la sofferenza che serve a qualcosa e dimostrando a sé stesso che vale, che è qualcosa di diverso da una bestia; o, detto in altri termini, non è il solito povero coglione che va dove lo porta il suo cuore (salvo aver regolarmente bisogno, poco dopo, che il suo cervello lo vada a riprendere).

Amare è una scelta assoluta e senza compromessi. Non è possibile giustificarsi dicendo cose come «No, ma perché lei, quando io sono stato ammalato, non è andata nemmeno a prendermi la Tachipirina!». Se facciamo così, subordiniamo noi stessi, la nostra identità e il nostro significato a delle cazzate, ma soprattutto finiamo per rendere la nostra stessa vita una cazzata. Potete dire quel che volete, ma è così.

Non è giusto nemmeno dire «Io ho le mie colpe, ma anche lei/lui…». Va bene solo, ed esclusivamente, la prima parte: occupiamoci delle nostre colpe e lavoriamo su noi stessi. Se vogliamo convincere il nostro coniuge, continuiamo a guardare nella direzione che desideriamo, ma non facciamo altro. Quanto agli altri, infatti, dovranno essere loro ad occuparsi delle proprie eventuali colpe, sono cazzi loro.

Dio non ama e non aiuta chi si lamenta, questa è un’altra cosa che la nostra generazione di immaturi, abituati a lamentarsi per invocare l’aiuto di mamma, papà e, spesso, del coniuge – coniuge che nell’immaginario malato di molti li deve sostituire -, non capirà se non in rari casi e difficilmente.

Dio aiuta chi si aiuta da solo e per primo, secondo il noto, e verissimo, adagio. Ma anche secondo il Vangelo: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha (in questo passo c’è la chiave della vita, ci torneremo sopra).

Una volta che si sceglie di amare, comunque, bisogna farlo per sempre e fino in fondo a prescindere da quel che si riceve indietro, dalla meritevolezza dell’altro. Basta metterci sempre al centro, basta dire «Io», io ho fatto questo e quell’altro e anche lei o lui ha sbagliato. Ovviamente anche lei o lui ha sbagliato, grazie al cazzo, tutti sbagliano, non è questo il punto, il punto sono le palle che hai tu o non hai.

Le tue palle dipendono solo da te stesso, mai da nessun altro.

Non aspettate nessun altro per essere come vi sembra giusto, altrimenti la vostra vita sarà solo una processione di giustificazioni, intervallata da lamentele.

Tiziano Solignani (Avvocato)

 

Articolo tratto dal suo blog

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Il figlio: il nostro amore che diventa carne.

Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepisce nel bene che papà e mamma si vogliono.

Cosa succede quando la relazione dei genitori si rompe? I bambini si sentono persi e vedono crollare le loro sicurezze e il loro mondo,  perchè l’amore che li ha generati non è più una cosa buona. Di seguito una lettera molto bella dove un figlio scrive ai genitori divorziati. Da meditare.

Cari mamma e papà so che state soffrendo, sto soffrendo anche io.

Mi sento coinvolto nelle vostre attenzioni, paure e shock.

Anche se sono giovane e non riesco a parlare di quello che succede nelle vostre vite, ne risento ugualmente. Il mio cuore si spezza tutte le volte che devo rinunciare a stare con uno di voi. Ho perso la mia sicurezza.

Non date per scontato che io sia forte, non date per scontato che la mia vita sarà esattamente come prima, che continuerò a sentirmi ugualmente amato da entrambi. Sono un essere umano come voi, i miei bisogni sono come i vostri. Ho bisogno di amore, attenzione, cura, stabilità, coerenza, affetto, comprensione, pazienza e soprattutto di sentirmi desiderato.

Quando litigate su di me, o mi mettete al centro delle vostre discussioni, mi comunicate il messaggio che vincere sull’altro sia più importante della mia vita. Imparo da voi che aver ragione è più importante di amare ed essere amato. Imparo da voi che sono venuto da una persona che era poco amabile e sbagliata, e che, in qualche modo, sono sbagliato anche io.

Quando confidate le vostre ferite al mio cuore, avete accumulato un dolore per adulti derubandomi la mia fanciullezza, mi state portando via la mia convinzione che l’amore sia incondizionato e lo sostituite con il messaggio che devo diventare duro, di non amare perchè sarò ferito e non sarò capace di ristabilirmi.

Potreste non essere in grado di capirlo oggi, e io sono così piccolo che non state pensando al mio futuro, ma mi mettete a maggior rischio di divorziare anche io da grande, sempre decida di sposarmi.

A volte metterete a rischio la mia sicurezza per riempire un vuoto nei vostri cuori. La mia sicurezza è compito vostro. Senza di voi e la vostra protezione sono come un mollusco senza guscio nel mondo. Questo si manifesterà in paure irrazionali, perchè resterò in uno stato di lotta e fuga per il resto della mia vita.

Un giorno questo iniziale shock lo avrò dimenticato, ma come sceglierete di attraversare questa crisi come miei genitori non lo dimenticherò mai. Io potrò sentire la vostra assenza egoistica o il vostro sostegno e protezione, oppure avrò una ciccatrice sul cuore con una scritta: “Le cose belle capitano alle brave persone, devo essere cattivo”.

Pensierosamente

Il figlio del divorzio

Antonio e Luisa

La strada per il paradiso

Oggi pubblico una bellissima, accorata e autentica testimonianza di Rosella, che nonostante stia vivendo il suo matrimonio nella sofferenza e nell’abbandono, continua a sperare aggrappandosi al sacramento e a Gesù.

 

Nella mia situazione la lettura di altre esperienze simili mi permette di rielaborare la mia e lo scrivere, prendendo spunto da altre storie, a volte mi aiuta a rendere meno “vano” questo dolore. Allora ho scritto. ” Mi attraggono gli articoli in cui si parla di matrimonio, e di ciò che il matrimonio porta con se gioia, speranza, amore, fatica, fedeltà, dolore. Mi attrae conoscere, per quanto possibile, come le coppie vivono la vita matrimoniale o, purtroppo, la fine di quella vita e anche ciò che rende possibile una unione salda o quello che può determinarne la fine. Parlare della gioia, dell’innamoramento, di amore ricambiato, di emozioni, di scelte condivise, di progetti è facile Ma parlare del dolore è un’altra cosa. L’argomento “dolore” in alcuni di questi articoli, attira la mia attenzione. Perché il dolore è difficile da raccontare e ancora più difficile da digerire. In più sono gli articoli più soggetti ad un vissuto personale anche se leggendo ci si rende conto che le dinamiche sono più o meno le medesime. Difficile dare un senso al dolore, l’unico senso che si riesce a vedere nel dolore è toglierselo più rapidamente possibile di “dosso”. Direi togliere “la pelle rivestita di dolore” per metterne a nudo una “nuova” . Specie se questo dolore lo si deve affrontare in solitudine. Durante questo periodo di Quaresima, la Chiesa, con le letture, il Vangelo, le meditazioni, ci parla di conversione, di pentimento, di rientrare in se stessi, di “potature”. Meditando questo, non ho potuto fare a meno di pensare a come sono stata “potata” io nel mio matrimonio. Una potatura quasi alla radice. Non perché “iellata” ne tantomeno perché “benedetta” dal dolore (inteso come purificazione). Non mi sento ne da compatire, né da ammirare, ne da biasimare. Sono semplicemente una donna alla quale la sorte ha riservato un dolore comunissimo a tantissime donne e uomini, che cerca di vivere come Gesù comanda ed insegna. E, volendolo fare, non posso che percorre la strada che ho preso sin dall’inizio della potatura, consapevole che è quella la sola strada che mi potrà portare, alla pace, alla gioia qui e soprattutto per l’eternità. I rami potati sono stati molti durante la mia vita, ora ne ho consapevolezza, ma il più importante, quello che dava un senso alla “vocazione” della mia vita, è stata la potatura più dolorosa. Attaccata alla Vite (e alla Vita) è rimasto un moncone che continuo a percepire come vivo, dove continua a scorrere la linfa vitale anche se ancora non compare il nuovo tralcio e tanto meno il frutto o i frutti: la fedeltà al sacramento del mio matrimonio. Lui, mio marito, è andato via. Dopo aver subito, pianto, elaborato, pregato, aver chiesto a destra e manca consigli, aiuti, preghiere, ascolto, una sola è stata la risposta (che al momento ho chiara davanti a me) anche se faccio fatica ad esprimerla: lui non ritorna. Lui ama un’altra. Lui pensa che sia io la responsabile della sua infelicità e della nostra separazione. Lui è convinto che amare non sia una decisione ma piuttosto un’emozione. Lui che proprio per questo non mi ama più. Anzi a volte mi detesta ma, più ancora, ostenta indifferenza. Questo ha completamente scompaginato quel libro che io e mio marito avevamo progettato e pensato di poter scrivere insieme. (Forse perché a lui piace leggere soprattutto gialli e quindi ha voluto provare a scrivere un altro libro…) . Ma il matrimonio, che implica una scelta radicale, è anche questo ed forse proprio qui la sua bellezza: riuscire quando si presentano le difficoltà, a prendersi per mano, anche quando sembra che non ci sia più speranza, guardarsi negli occhi e magari con un po’ di insicurezza, dirsi: “insieme ce la faremo”. E’ qui che il sacramento del matrimonio rivela l’immensità e la potenza che viene da Dio e che permette agli sposi, anche nelle situazioni più assurde ed umanamente incomprensibili, di sperare perché niente è impossibile a Dio. La speranza, quella vera, è frutto di sofferenza profonda e di lotta che si vince se si combatte insieme. Invece lui è andato avanti con il suo cuore cieco e non disposto a lottare per paura di fallire. Più facile ricominciare con un nuovo amore dove si può dare il meglio di se e farsi “vittime”. Se lui sia felice oggi non lo posso sapere, dai nostri sporadici incontri, mi sembra non sereno e persino trasandato, non pensate (forse in parte sarà anche vero) che sia un’alibi che mi racconto per sperare ancora. Posso dire con certezza se io sono felice: io non sono felice. E forse non è la felicità che cerco, ora. Sarei troppo ambiziosa. Cerco e prego per la gioia e la serenità e la pace dei nostri figli,(per i quali eravamo la pace, la stabilità e la sicurezza e che, all’improvviso si sono ritrovati senza più niente di tutto ciò e il loro mondo è diventato scuro instabile e tristemente doloroso; figli orfani di genitori viventi), ed oggi anche dei nostri nipoti e anche per me. Non smetto mai di chiedere perdono per il male che anche io, non solo mio marito, ho procurato loro con la mia sofferenza. Per lui chiedo, ormai da tempo, a Dio l’impossibile: la conversione. Non solo per lui, ma anche per colei che ha contribuito a tutto questo, E lo faccio con sempre maggiore determinazione e convinzione. L’amore che nutro ( nel senso proprio che lo alimento) per lui questo mi chiede: cercare di mostrargli ancora e nonostante tutto il volto misericordioso di Dio, un Dio che è oceano di misericordia, prima che di giustizia. Verrà anche la Sua giustizia ma la temo ancor più per me, peccatrice e miserabile che non posso non chiedere per lui (mio marito) un diluvio di misericordia. Ancora e ancòra, avverbio e sostantivo, ancora come promessa senza spergiuro. L’ancòra come attracco sicuro, se mai lui volesse tornare, l’ho gettata ai piedi della Croce. Non ho mai tolto la fede dal dito. L’ho fatto per almeno due motivi: il primo è ricordare ogni giorno a me e al Signore il mio giuramento. Si lo ricordo anche al Signore,: “Gesù ricordati, ho promesso davanti a Te, Tu mi sei Testimone che gli sarai stata fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, che lo avrei amato e onorato tutti i giorni della mia vita”. Proprio così, specialmente quando mi viene la tentazione di pensare male di lui, di farmi atterrire dal pensiero di loro due insieme. Il secondo motivo è che si tratta di un segno che non “esibisco” ma che “mostro”. Mostro a coloro che conoscendo la situazione, di moglie tradita e abbandonata, la prima cosa che dicono “non è giusto che soffri”,” pensa a rifarti una vita, te lo meriti”, “trovati un compagno”. La fede al dito risponde per me. Questo mi da la libertà, inimmaginabile, quando mi trovo in compagnia o quando conosco nuove persone, di essere disponibile, accogliente, sorridente anche afflitta a volte, senza incorrere in malintesi del tipo “questa ci vuole provare” o, al contrario, “ quasi, quasi ci provo”. A volte la fatica di indossarla (la fede), si fa sentire. Il pensiero di sfilarla si insinua. Poi penso al significato che racchiude, al fatto che lui fece farle da un’orefice di una forma un po’ bizzarra: quadrata, e tutto torna a posto. Quel piccolo segno al mio dito sta a significare che lui è mio ed io sono sua. Davanti a Dio lo saremo per sempre e il mio cuore si riempie di nuovo di speranza, speranza che non delude. Questa è la mia particolare palestra. Una palestra dove ci si rinforza in pazienza, perdono, misericordia, speranza Ancora oggi sono più che mai convinta che non esistono coppie perfette o perfetti matrimoni, ma che esiste la decisione di fare di un matrimonio imperfetto un matrimonio felice permettendo a Dio di essere fedele alla promessa. E nella sua promessa, alla nostra. Qualcuno ha detto: “La strada per il paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non andremo né lui ne io. Questa è quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio”. Vorrei che le mie parole potessero aiutare qualcuno che magari cerca una parola, un senso a ciò che gli sta capitando. Una preghiera per me.

Rosella