Chi è il nostro Sansone?

Dal libro dei Giudici (Gdc 13,2-7.24-25) In quei giorni, c’era un uomo di Sorèa, della tribù dei Danìti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte”». E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui.

Questo brano racconta di come Sansone entri a far parte della storia di Israele, egli è una figura molto conosciuta anche per via dei film dedicati alla sua storia, ma ciò che ci interessa è il fatto che in questo periodo di Avvento la Chiesa ci fa capire come la venuta di Gesù non sia accaduta d’improvviso ma preparata da secoli di profezie e da diversi precursori che in qualche modo hanno aiutato Israele ad aspettare il vero Salvatore; infatti anche Sansone è stato un precursore del Messia, una sua prefigura.

E come tutti i precursori hanno incarnato ora un aspetto ora un altro del vero Messia, proprio perché erano solo degli uomini, certamente grandi uomini ma pur sempre creature limitate e fragili e con peccati anche gravi sulle spalle; ma la loro finitezza ha preparato i cuori affinché si vedesse la differenza con il vero Messia, affinché Gesù potesse essere riconosciuto come Dio, il Figlio di Dio e non solo nella sua natura umana.

Ci sono alcune assonanze con la storia di Gesù – come quella di altri suoi precursori – e cioè che Sansone è il figlio della promessa divina, unico di una coppia speciale che però era sterile, perciò diviene il figlio eletto per una missione speciale così come speciale fu la sua generazione per mano di un intervento miracoloso su una donna sterile.

Tutti questi ragionamenti – e molti altri che si potrebbero fare – non servirebbero a nulla se non toccassero la nostra vita, sarebbero solo esercizi dell’intelletto e poco più, ma non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione di scorgere un Sansone anche nella nostra vita.

Sicuramente anche noi abbiamo avuto nella nostra vita qualche precursore di Gesù, qualcuno cioè che ci ha mostrato qualche aspetto di Dio nonostante la sua limitatezza, la sua fragilità e forse qualche suo sbaglio. Per tante coppie che hanno intrapreso il nostro stesso cammino nell’Intercomunione delle famiglie è stato padre Bardelli.

Possiamo affermare senza dubbio alcuno che per noi è stato un Sansone, un inviato speciale di Dio per una missione speciale: liberare il suo popolo da un nemico visibile in attesa – e come prefigura – della vera e definitiva liberazione dal peccato che opererà Gesù sulla Croce; padre Bardelli ci ha liberati da un nemico – tra i tanti – che è l’impurità.

E quando pensiamo a lui, quando rivediamo qualche suo video, quando preghiamo per la sua anima, non possiamo che lodare e ringraziare il Signore per averci mandato un suo inviato come liberatore da una relazione amorosa malata e distorta. Per noi è stato un Sansone anche perché si scorgeva nel suo modo di relazionarsi con noi – a quel tempo – giovani fidanzati una forza straordinaria, si percepiva come quella forza non provenisse da lui solamente, ma è come se lui la lasciasse uscire a mo’ di rubinetto che lascia passare l’acqua. Inoltre lo possiamo considerare precursore anche perché non ha mai detto o fatto per autocompiacimento, un po’ come ha fatto il Battista che ha indicato ai suoi discepoli uno più grande di se stesso: Gesù.

Cari sposi, forse avete avuto anche voi un Sansone o forse qualche coppia ne ha bisogno, rinnoviamo in questa settimana una preghiera di gratitudine al Signore per aver usato il nostro Sansone oppure una preghiera per chiedere al Signore il vostro Sansone.

Non è perfetto? Poco male, perché se lui fosse perfetto sarebbe lui il Messia.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /18

Siamo giunti al decimo capitolo, che il Collodi titola così a mo’ di riassunto:

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.

Perfino i burattini, nella loro natura legnosa, riconoscono tuti quelli che sono simili a loro; sembra che non ci sia molta differenza tra il mondo del palcoscenico e quello vero, lo si denota da come Arlecchino e Pulcinella smettano di recitare e si rivolgano a Pinocchio, il quale si vede riconosciuto da chi non lo aveva mai visto prima d’ora, eppure tutti i burattini si rivolgono a lui col titolo di “nostro fratello“. Sembra che anch’essi non abbiano fili, ma è solo una parvenza di libertà: l’intervento del terribile Mangiafoco chiarisce subito chi sia colui che può decidere per tutti e su tutti.

Questo capitolo è la parabola dei nostri tempi: la cultura contemporanea del mondo è tutta tesa a squarciare il velo sottile di un’apparente umanità – quella di Arlecchino, Pulcinella e gli altri burattini – per denudare il pupazzo senz’anima, l’uomo viene raccontato e trattato come una marionetta appena rivestita di un’illusoria apparenza di libertà. Quando si è divenuti burattini, commenta il cardinal Biffi, l’arrivo del burattinaio è immancabile.

Ma perché Pinocchio sfugge al triste destino dei comuni burattini?

Grazie al fatto che lui ha un padre che lo aspetta a casa e che lo ama, a differenza dei burattini per i quali l’unica autorità superiore è il burattinaio, il quale dispone di essi come meglio crede: li tiene legati non solo coi fili visibili, ma molto più coi legami invisibili del potere su tutti.

Anche gli sposi debbono porre molta attenzione sulla propria vita, sul proprio matrimonio; essi sono quindi chiamati a scegliere se lasciare la propria vita in mano a qualche burattinaio oppure vivere da coloro che hanno un Padre che li aspetta a casa e che li ama.

Nel nostro mondo sarà praticamente impossibile trovare un Mangiafoco che si impietosisca e ci lasci andare solo per il fatto che abbiamo un padre, semmai sarà più facile l’esatto contrario, ovvero il Mangiafoco moderno vuole sostituirsi ai padri e al Padre.

Incontriamo tanti sposi che si sono lasciati appicciare dei fili invisibili col mondo, si sono convinti, ad esempio, che le vacanze vadano vissute come dice il mondo e non per ritrovare il tempo per Dio, per la preghiera e l’approfondimento della fede, per la coppia, per il rapporto coi figli… si sono lasciati convincere che la Domenica sia un giorno come un altro, che il fulcro della Domenica sia la gita fuori porta… si sono lasciati plasmare dal burattinaio che vuole strappare loro i figli crescendoli come degli automi, tutti standardizzati secondo gli schemi del burattinaio, ci rispondono che sono ragazzi e che va bene così… si sono lasciati convincere che la convivenza dei propri figli non è un male… e potremmo continuare l’elenco, ma il problema non sta nell’elenco quanto nell’aver deciso di avere un burattinaio come padre e non il vero Padre che ci aspetta a casa, la nostra vera patria.

Presto o tardi Mangiafoco userà i vecchi burattini per attizzare la fiamma sotto l’arrosto di montone, non vorremmo essere tra quelli vero?

Giorgio e Valentina.

Chi è che grida?

Dal libro del profeta Isaìa (40,1-11 ) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Abbiamo riportato solo una piccola parte della lettura dell’Antico Testamento proposta dalla Liturgia odierna perché ci vogliamo soffermare solo su una frase tra le molte, ed è quella che comincia così: Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, […].

Innanzitutto ci potremmo chiedere: che bisogno c’è di gridare, non basterebbe mandare un messaggio sui social, oppure stampare dei volantini o altro? E poi bisogna saper distinguere tra grido e grido: c’è il grido di chi sfoga la propria rabbia, il grido di chi chiede aiuto, il grido di spavento, il grido di chi vuole avvertire tempestivamente l’altro di un pericolo imminente, c’è anche il grido di dolore.

Il grido di questo brano biblico è il grido di chi vuole avvertire tempestivamente di un pericolo, è il grido di chi vuole salvare qualcun altro, è un grido di chi vuole aiutare; assomiglia alle grida di chi da terra aiuta nelle manovre complicate l’autista del tir, il quale ha bisogno di un grido forte e chiaro, ma soprattutto rapido e tempestivo per non combinare disastri.

Avete mai notato che il gesto di chi grida – e quindi vuole farsi sentire anche molto lontano- è lo stesso di chi sussurra qualcosa nell’orecchio di un altro? In entrambe le situazioni le mani sono poste ai lati della bocca a formare un imbuto, perché l’autore non vuole che si disperda alcuna delle sue parole, ritiene così importante ogni singola parola da custodirla ed affidarla alle mani a forma di imbuto, in un caso per custodire e nell’altro per amplificare.

Per entrare meglio nel brano biblico sarebbe opportuno immaginarsi il proprio parroco che grida dall’ambone o nel mezzo della piazza del paese proprio con le mani ad imbuto, ripetendoci le parole di questo brano, sarebbe una scena d’altri tempi forse o addirittura inedita.

Ma qual è il pericolo da cui vuole salvarci questo grido? Il pericolo che il Signore passi e noi non ce ne accorgiamo oppure non abbiamo le disposizioni necessarie, il pericolo quindi di sprecare la Grazia del Signore.

Ma cosa significa “preparate una via al Signore”? Facciamo un esempio: dal giorno in cui viene reso noto il percorso che farà il prossimo Giro d’Italia – la famosa gara ciclistica – ecco che le varie città e/o province si prodigano per risistemare le strade e le loro adiacenze in alcuni casi rimettendole praticamente a nuovo. Similmente dobbiamo fare noi con le strade della nostra vita per cui passa il Signore.

La parte difficile non è comprendere questo, ma attuarlo, perché spesso le strade del nostro cuore sono deserti ove non si vede nemmeno una strada tracciata, altri cuori sono steppa da spianare, altri ancora valli da innalzare o monti e colli da appianare, e molti altri sono terreno accidentato da rendere piano o scosceso da rendere vallata.

Cari sposi, non dobbiamo allarmarci se ci accorgiamo che la nostra relazione sponsale è tutta da sistemare come le strade prima del Giro d’Italia, dobbiamo allarmarci se non ci prodighiamo per farvi manutenzione e la lasciamo così in balia delle intemperie, lasciate all’incuria del tempo.

Ci sono matrimoni che hanno bisogno di tracciare una strada nel deserto della relazione cominciando a prendersi del tempo quotidiano solo per la coppia, abitano insieme da tanto tempo ma sono divenuti quasi due estranei.

Ci sono matrimoni che hanno i monti dell’orgoglio da abbassare, altri hanno la valle della monotonia da riempire, altri hanno il terreno accidentato delle piccole quotidiane incomprensioni che si trasformano in inutili liti, altri ancora hanno il terreno scosceso dell’impurità che li porta dritti nel dirupo. Ogni relazione sponsale ha qualcosa da rimettere a posto prima che passi il Signore, ovvero in questo tempo di Avvento prima di Natale.

Raccontata così sembra un’impresa immane, fuori dalla nostra portata, impossibile da realizzare, ma non dobbiamo farci intimidire dalla quantità dei lavori di manutenzione da eseguire, cominciamo a salire sulle nostre ruspe per abbattere l’orgoglio, saliamo sui nostri rulli compattatori per creare un terreno piano, saliamo sulle nostre terne per creare una via nuova, poi il Signore ci manderà gli aiuti necessari per la nostra manutenzione. D’altro canto, se siamo stati posti come Sua icona nel mondo – col sacramento del Matrimonio – ci dovrà pur aiutare affinché la Sua immagine non sia troppo sbiadita o sgraziata, no?

Certamente non è colpa sua se la manutenzione non l’abbiamo mai fatta, ma di sicuro è pronto a darci una mano se trova in noi le disposizioni giuste per cominciare i lavori, se trova in noi il pentimento di avergli girato le spalle per troppo tempo.

Coraggio sposi, non preoccupiamoci dei soldi per i lavori di rifacimento, ha già pagato tutto Lui con la Sua Passione, anche se richiede che anche noi mettiamo la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Alle tue porte.

Dal Salmo 121 (122) Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. È là che salgono le tribù, le tribù del Signore. Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.

Siamo solo al terzo giorno di Avvento, ma la Liturgia non esita a farci entrare nel vivo dell’attesa, un’attesa che non è solo preparare i regalini o alberi e presepi naturalmente. Ci porta già col pensiero al dopo, a quello che ci aspetta oltre, anche oltre questa vita.

Questo salmo, tratto dalla Liturgia di ieri, è abbastanza famoso e viene utilizzato anche in forma cantata per esprimere l’esultanza di stare nel tempio del Signore. Solitamente lo si legge considerando Gerusalemme come la prefigura del Paradiso, infatti viene chiamato spesso anche “nuova Gerusalemme” oppure “Gerusalemme celeste”.

Naturalmente non saremo noi a dare un nuovo significato al Salmo, tantomeno snobbiamo l’insegnamento della Patristica, ma vogliamo solo provare a considerare la Gerusalemme anche terrena. Come semplice esercizio potremmo sostituire Gerusalemme con la città o il paese dove abitiamo, ne troveremmo sicuro profitto.

Se noi sposi siamo stati posti nel mondo come sacramento vivente, significa che questo mondo, ovvero il paese o la città dove abitiamo, ha bisogno della nostra presenza per sentire, o meglio, per vedere incarnato l’amore di Cristo nelle nostre vite.

Le immagini che il Salmo suscita sono davvero molto significative, pensate come sarebbe bello se davvero tutte le tribù del Signore, cioè i nostri concittadini, salissero tutte alla casa del Signore, ovvero li trovassimo tutti a Messa la Domenica mattina.

Certamente non possiamo fare i sognatori che si fermano ai bei sentimenti di un futuro roseo, dobbiamo invece investire la nostra vita, il nostro matrimonio affinché anche la vita civile assomigli sempre di più alla “nuova Gerusalemme”. Non tutti gli sposi sono chiamati ad occuparsi di politica e di vita civile, ma tutti siamo chiamati a vivere affinché anche le nostre città assomiglino, almeno come tensione, sempre più alla Gerusalemme celeste.

Dobbiamo investire ogni minuto di questa vita per costruire la Gerusalemme del Salmo, non sappiamo quanto tempo ancora ci è concesso, sappiamo però che abbiamo l’onere e l’onore di spenderci per costruirla.

Le nostre città, i nostri paesi, hanno un’urgente necessità di avere sposi che, come il lievito, aiutino a fermentare tutto l’impasto che è la collettività. Non è più tempo di demandare alla politica che faccia piovere dall’alto un nuovo stile, la nuova civiltà deve nascere a cominciare dal basso, dalle nostre case.

E la prima città per la quale dobbiamo chiedere la pace, la pace vera quella di Cristo, è la città del nostro cuore, della nostra vita, del nostro matrimonio, delle nostre relazioni, della nostra famiglia.

Pensate come sarebbe diverso il mondo se chiunque, guardando noi sposi o la nostra famiglia nel suo insieme, potesse esclamare come il salmista: Gerusalemme è costruita come città unita e compatta... dove al posto di Gerusalemme ci sono i nostri nomi.

Non sapete da dove cominciare a vivere l’Avvento? Sicuramente vanno bene i tanti e utili consigli dei sacerdoti, ma sicuramente partire dalla nostra coppia è già un’ottima partenza, non significa che dobbiamo fermarci lì, ma da lì dobbiamo iniziare… se ogni coppia cristiana delle nostre città fosse come quella Gerusalemme unita e compatta, dove regna la pace nelle sue mura e sicurezza nei suoi palazzi, la società tutta sarebbe molto diversa.

Coraggio allora cari sposi, compiamo il passo di ogni giorno di questo tempo di Grazia che è l’Avvento, per costruire la nostra Gerusalemme unita e compatta, sede del tempio del Signore.

Auguri di un santo Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 17

-A proposito, – soggiunse il burattino – per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa : anzi mi manca il più e il meglio. – Cioé ? – Mi manca l’Abbecedario.

[ Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario. ]

Il cardinal Biffi commenta così :

Un burattino che s’incammina con molta serietà verso la scuola ed è implicitamente biasimato perché non ci arriva, è un episodio grottesco, anzi è francamente un’assurdità […] Certo egli dall’origine è stato chiamato ad essere figlio, ma la sua è pur sempre una costituzione legnosa che sente prepotente il richiamo del teatrino.

Il richiamo del teatrino non è nient’altro che la ferita del peccato originale che non smette di farsi sentire, nonostante siamo dei battezzati, dobbiamo affrontare le conseguenze di tale condizione dopo il peccato delle origini. Cosicché il nostro cuore è sottoposto ad una tensione penosa come ci ricorda san Paolo : la carne ha desideri contrari allo spirito, sicché noi ci troviamo di volta in volta a combattere tra queste due inclinazioni dentro di noi.

Anche noi sposi dobbiamo fare i conti con questa condizione, non ne siamo esentati ; se per una persona che vive da sola le ricadute delle scelte personali sono limitate, nel caso di noi sposi c’è una gravità maggiore, poiché le cattive decisioni dello sposo hanno inevitabilmente delle ricadute sulla sua sposa e viceversa.

Se uno sposo (solo per fare un esempio di vita ahinoi molto diffuso) è un consumatore di pornografia a vari livelli -col telefonino e non, sui social e non- non può pensare che tale scelta non influenzi il proprio matrimonio. Poco a poco la moglie non sarà vista nella sua bellezza originale ed unica, ma sarà vista in funzione delle prestazioni o disponibilità sessuali oppure subirà sempre il paragone con le donne viste nel mondo della pornografia, le quali sono sempre giovani e belle, mai ammalate e sempre truccate. Se una sposa sgrana gli occhi nel far girare tutti i talk show televisivi dove il maschio è bello solo se ultra muscoloso e con attributi da superman, va da sè che quando si gira e vede sul divano l’uomo che ha sposato scatta il confronto ahimé impari.

Se un marito al contrario comincia a seguire le inclinazioni dello spirito, la sposa si sentirà guardata con occhi che scrutano nell’intimo del proprio cuore, si sentirà guardata con amore e non come oggetto del suo possesso, anch’essa comincierà a vedere la bellezza del marito, non quella che il mondo insegna, ma la bellezza della sua unicità, con le sue caratteristiche da amare, da rispettare, da comprendere e da accogliere.

Non fermatevi a questi poveri esempi, ci servono solo per dimostrare come ogni nostra decisione in ordine alle inclinazioni dello spirito o della carne porti con sé delle conseguenze per la coppia di sposi. Che fare dunque, siamo destinati a restare burattini ?

Naturalmente no, ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati in terra e mai dimenticare la nostra natura “legnosa” che tenta sempre di riaffermare se stessa, lo sposo deve essere d’aiuto alla sposa e viceversa affinché non si decida per il teatro dei burattini.

Pinocchio prenderà questa scellerata decisione :

– Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io, – gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione. E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!

Perché il termine del baratto è proprio l’Abbecedario e non altro ? Perché il mondo -ovvero il Gran Teatro dei Burattini- ha bisogno di persone che non pensano da sole, ha bisogno di persone che hanno barattato la propria ragione -l’Abbecedario per l’appunto- per un po’ di spettacolo, ha bisogno di persone che si lascino manovrare con dei fili, ha bisogno di burattini.

Cari sposi, non lasciamoci sfuggire l’occasione di riprendere in mano il nostro Abbecedario, non barattiamolo per il palcoscenico del mondo… esso ci vuole illudere -per esempio- che la felicità stia nell’avere molte relazioni, che il matrimonio sia un retaggio del passato, solo uno stile culturale ormai decaduto… non lasciamoci ingannare !

Coraggio care coppie, le luci della ribalta del mondo sono finte e durano poco, puntiamo alla vera Luce, quella Eterna.

Giorgio e Valentina.

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Un regno che stritola

Dal libro del profeta Daniele (Dn 2,31-45) In quei giorni, Daniele disse a Nabucodònosor: «Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla. […] Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per intervento di una mano, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro. Il Dio grande ha fatto conoscere al re quello che avverrà da questo tempo in poi. Il sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione».

Abbiamo da poco vissuto la solennità di Cristo Re dell’universo, ma nella settimana che le segue la Liturgia non termina di proporre alla nostra riflessione il tema di un regno che dovrà essere instaurato da un re atteso da secoli, e per farlo usa un linguaggio di immagini note al tempo in cui viene redatto il testo, ma alcune ci hanno colpito ed oggi vogliamo sottoporre alla vostra attenzione un piccolo ma significativo passaggio: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre.

Quello che ci ha colpito non è tanto la seconda parte della frase, ovvero che il regno instaurato da Cristo duri per sempre, quanto l’uso dei verbi nella prima parte. Se ci fermiamo un attimo a rievocare immagini con qualcuno che stritola un altro oppure che lo annienta, ci balzano subito alla mente le tante scene dei film di supereroi, nei quali il giustiziere di turno arriva e fa piazza pulita dei cattivi con armi superlative o dopo lunghi e strenuanti combattimenti corpo a corpo.

Questo tipo di visioni ha influenzato anche la nostra concezione della divina giustizia e la modalità con cui essa opera. In questo mondo in subbuglio e impegnato in uno sfrontato duello con la legge del Signore, non è raro che ci passino per la testa pensieri simili ai registi dei film di cui sopra: sentiamo spesso persone scandalizzarsi per questa o quella situazione fuori o dentro la Chiesa, i quali auspicano una retata del Signore degna di tali eroi cinematografici, affiorano domande del tipo: perché il Signore non stermina i cattivi, perché non fa piazza pulita di costoro?

E’ una domanda legittima, ma contiene una trappola, una tentazione nella quale già gli Apostoli erano caduti: ” Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?“(Lc 9,54). Anche loro, pur non essendo mai stati al cinema hanno avuto la stessa reazione dei giorni nostri, forse perché erano anche a conoscenza di passi della Scrittura come quello proposto oggi, in cui i termini usati sono piuttosto forti.

Ma cosa succede quando uno stritola qualcun altro? Cosa significa che lo annienta? Potremmo evocare tante immagini eloquenti come quelle di una pressa da 10 tonnellate che stritola automobili da rottamare, in ogni caso ciò che succede è uguale, ovvero che il più forte non si limita a rendere inoffensivo l’altro, ma non gli dà nemmeno la possibilità di riprendersi in futuro così da restare per sempre un cumulo di macerie, praticamente esso viene annientato.

Cari sposi, il regno che deve essere stritolato e annientato è quello del maligno, è il regno di Satana e dei suoi angeli, è il regno del peccato. Semplice a dirsi, ma come si traduce per noi sposi tutto ciò? In una vita che si sottomette continuamente e costantemente al regno del più forte, il regno di Cristo Re, non è sufficiente proclamarsi una volta dalla parte del Signore per cantar vittoria, è necessario che ogni giorno poniamo il nostro cuore sotto il dominio del Re dei Re.

Così come la relazione sponsale deve crescere ogni giorno, deve essere continuamente e costantemente alimentata, non può restare ferma al primo giorno altrimenti muore, analogamente la conversione non può restare ferma al primo giorno, non può accontentarsi della prima decisione, ma ha bisogno di rinnovare tale decisione giorno dopo giorno.

Da dove cominciare? Dal difetto o dal vizio che più disturba la coppia, senza pretendere di cambiare tutto subito, combattiamo ogni giorno vivendo la virtù contraria a tale vizio o difetto. Cari sposi, non abbiate paura di cominciare questo meraviglioso percorso, perché vedrete il regno del peccato stritolato dal regno di Cristo Re, se lascerete spazio a Lui non ci sarà posto per nessun altro regno, le vostre virtù fioriranno e i vizi saranno annientati. La vittoria totale e definitiva sarà solo in Paradiso, ma bisogna cominciarla già qui, buon combattimento!

Giorgio e Valentina

Cancellare i segni.

Dal primo libro dei Maccabèi (1 Mac 1,10-15.41-43.54-57.62-64) In quei giorni, uscì una radice perversa […] In quei giorni uscirono da Israele uomini scellerati, che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, perché, da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve buono ai loro occhi questo ragionamento.[…] cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza. Si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male.[…] Anche molti Israeliti accettarono il suo culto, sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato.[…] Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi impuri e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza, e per questo appunto morirono. Grandissima fu l’ira sopra Israele.

Nella divina Liturgia di oggi troviamo questo brano che potrebbe indurre al pessimismo, ma in realtà la Chiesa ci ripropone questi avvenimenti del popolo di Israele perché anche noi, uomini del nuovo millennio, siamo un po’ come il popolo di Israele, anche noi siamo dei capoccioni, anche noi ritorniamo al Signore con entusiasmo che assomiglia al fuoco di paglia, anche noi ci costruiamo degli idoli quando non avvertiamo la presenza di Dio, anche noi spesso ci lasciamo suggestionare dalle nostre fragilità e cadiamo in peccati di varia natura e gravità.

Quando leggiamo queste righe non dobbiamo compiere l’errore di sentirci superiori a questo popolo scelto da Dio, non dobbiamo guardare a loro con disprezzo o con altezzosità, dobbiamo fare tesoro dell’insegnamento che ne deriva per restare sempre vigili, per non abbassare mai la guardia su noi stessi, per non dimenticarci che siamo creature finite e fallaci, spesso ingrati col nostro Creatore.

Il brano ci lascia almeno due insegnamenti: nel popolo di Dio ci sono uomini scellerati, che persuasero molti sulla via del male, Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. Sembra una constatazione banale e forse sempliciotta, ma non dobbiamo mai dimenticare che grano e zizzania vengono lasciati crescere insieme. Molti sarebbero i ragionamenti sulla situazione di forte paganesimo della società attuale che ci circonda e che, ahinoi, ha già contaminato anche l’interno della Chiesa. Quanti matrimoni a gambe all’aria, quante relazioni instabili e provvisorie, quanti figli/fratelli nati da diversi genitori -solo per fare qualche esempio-, la famiglia inventata dal Signore sta subendo una crisi senza precedenti nella storia della Chiesa; l’elenco sarebbe molto lungo, ma a noi non interessa fare una fotografia del dilagare del paganesimo, vogliamo invece far notare che quanto più gli uomini si allontanano dalla legge di Dio tanto più gli effetti devastanti di questo allontanamento si ripercuotono sull’intera società. E’ una società che pretende di cancellare il Creatore dall’orizzonte dell’uomo, sperano di fare con Dio Padre come si fa con la gomma da disegno, così come molti nel popolo cancellarono i segni della circoncisione.

Molte coppie di sposi si sono lasciati persuadere da uomini scellerati – uomini scellerati, che persuasero molti – e l’allontanamento da una vita di fede fa perdere anche la ragione Parve buono ai loro occhi questo ragionamento; sembra uno slogan ben costruito, ma se ci fermiamo un attimo a pensare o ad analizzare la storia umana scopriamo come il cristianesimo abbia elevato l’uomo a livelli mai raggiunti prima in ogni campo dell’umana scienza e della ragione. La fede cattolica rende l’uomo più bello, più grande perché destinato alla gloria eterna in Dio, tutto nella vita prende un senso nuovo cosicché ogni minuto ha il sapore dell’eternità; la perdita della fede, al contrario, degrada l’uomo, perché banalizza tutto e fa perdere il senso della vita, relativizza tutto a questa vita.

Cari sposi, se anche intorno a noi sembra trionfare il malcostume, l’immoralità, l’indecenza o altro, non perdiamoci d’animo, perché non tutto è perduto, non tutto il popolo si è degradato. Cosa fare, si può cambiare il mondo? Sì, purché il primo mondo da cambiare sia il nostro cuore, sia la nostra vita. La più grande opera che possiamo fare per il mondo è la nostra conversione, è rendere santo il nostro matrimonio. Noi sposi dobbiamo essere quella porzione di popolo descritta verso la fine del brano: Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. La prima santa alleanza che non dobbiamo disonorare è quella del nostro Battesimo che ci ha regalato la vita di Grazia, pagata col Sangue preziosissimo di Gesù.

Ma c’è anche un’altra alleanza per noi sposi, che è proprio quella della nostra vocazione matrimoniale, e non dobbiamo pensarla in modo ridotto, e cioè come l’alleanza d’amore tra noi due, ma l’alleanza che il Signore ha stipulato con noi: ci ha resi Sua icona nel mondo perché il mondo veda come si fa ad amare con lo stile di Dio e ci dona tutti gli strumenti per poter realizzare questo Suo disegno meraviglioso sulla nostra coppia. Coraggio sposi, la lotta è dura ma noi dobbiamo schierarci dalla parte del Vincitore.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /16

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. – Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola. – Bravo ragazzo! – Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.

Il primo vestito di Pinocchio non è proprio un vestito ma forse più una bozza di vestito, sembra quasi che Geppetto abbia confezionato questo vestito con materiali di fortuna come fosse una prova prima del vero vestito futuro. In fondo Pinocchio non è che ancora un burattino, e dimostrerà nelle pagine seguenti se meritare o no il passo successivo; Geppetto sembra che doni poco, in realtà scopriamo che non ha altro materiale per confezionare un bel vestitino, scopriamo inoltre che per Pinocchio questo è già tanto:

Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi: – Paio proprio un signore! – Davvero, – replicò Geppetto, – perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.

Se da un lato quindi Geppetto dona tutto ciò che ha, questo tutto si rivela perfetto per Pinocchio, addirittura si rivela già oltre ogni sua aspettativa; viene quindi mostrata la gradualità degli insegnamenti nell’educare di Geppetto, il quale non si fa prendere dall’entusiasmo bambinesco del figliuolo ma concede a piccole dosi tarando bene l’agire in base alle capacità recettive di Pinocchio.

Trasportando il tutto nella nostra vita scopriamo quanto l’agire di Geppetto sia sovrapponibile all’agire del Padre: non è forse vero che nella sua grande pazienza il Padre si accontenta dei piccoli passi di santità che riusciamo a fare ogni giorno e ci dona la Sua Grazia nella misura in cui siamo capaci di sopportarla, di portarne la responsabilità? Molte volte abbiamo visto coppie di sposi travolte dall’entusiasmo – come Pinocchio con i suoi nuovi piedi – di un corso intenso oppure dopo un seminario sui temi matrimoniali, sembra che ormai abbiano capito dove stanno i loro problemi relazionali, somigliano a Pinocchio quando si specchia col nuovo vestito di carta fiorita. Salvo poi rivederli dopo 1 o 2 anni con gli stessi problemi se non addirittura peggiorati.

Cos’è successo ?

Il Signore ci conosce bene, ed il Suo dono è tarato non sulla Sua bontà, che è infinita, ma sulla capacità nostra di accoglienza di tale dono; ecco che le coppie di cui sopra avvertono quest’attenzione speciale di Dio nei loro confronti che inonda il loro cuore di gioia ed entusiasmo, ma non si rendono conto che quello è solo un vestitino di carta fiorita.

Ciò che li aspetta è un vestito di prim’ordine di una sartoria elegantissima, si illudono che il vestitino di carta fiorita possa bastare “-Paio proprio un signore-” , ma quando arriva la prima pioggia – di problemi, di incomprensioni, di ostacoli di varia natura – ecco che tutto finisce in una pozzanghera e tanti saluti ai bei propositi sprecando così il dono iniziale.

Cari sposi, il vestitino di carta fiorita che il Signore ci dona è solo una spinta iniziale per cominciare a mettere mano sul serio al nostro matrimonio, non è sufficiente “specchiarsi in una catinella piena d’acqua“, se il Signore ci ha messo nel cuore il desiderio di cambiare per rendere più bello e santo il nostro matrimonio, per risolvere i problemi dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci tutta la volontà di cui siamo capaci, altrimenti rischiamo di crogiolarci per qualche giorno gustando quell’entusiasmo iniziale come Pinocchio “così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:” senza poi mettere a frutto il dono inziale.

Non perdiamoci d’animo, coraggio: aiutiamoci che il Ciel ci aiuta!

Giorgio e Valentina.

Non accontentarsi!

Dal libro della Sapienza (Sap 2,23-3,9) Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Nelle scorse puntate abbiamo riflettuto un poco sul rapporto tra anima e corpo, abbiamo messo in risalto il primato dell’anima sul corpo, tuttavia questo primato dell’anima si deve vedere vissuto nel corpo finché siamo in questa vita. Questo legame è talmente stretto che non si può pensare di fare e disfare del corpo a proprio piacimento senza che sull’anima si riflettano le conseguenze delle nostre azioni. Anche questo brano proposto dalla Liturgia odierna insiste su questo tema dandoci una chiave di lettura propositiva, nasce tutto dalla verità bella e tanto impegnativa della creazione : Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura.

Cari sposi, sembra una frase ad effetto per ottenere grande plauso dagli ascoltatori/lettori, ma in realtà questa verità ha a che fare con noi sposi; non è specificato il sesso dell’uomo altrimenti avrebbe usato termini come “maschio” e “femmina“, invece qui si intende l’uomo nella sua interezza di maschio e femmina. Certamente anche il singolo sesso maschile o femminile è immagine della natura di Dio, ma la completezza la si raggiunge solo con l’unione delle due “versioni” – perdonateci questo termine un po’ rozzo ma esplicativo – dell’uomo, la “versione” femminile unita indissolubilmente alla “versione” maschile… altro modo per ridefinire il matrimonio.

Quindi, se l’uomo, nella sua interezza maschile e femminile, è stato creato per l’incorruttibilità, e questa interezza è incarnata in una coppia nel matrimonio, allora significa che il destino di ogni coppia sposata è l’incorruttibilità. Capite sposi a quale grandezza siamo chiamati, siamo destinati?

Quando vi chiedono le motivazioni del perché vi siete sposati, tra le risposte di sicuro avrete quelle nobili e cariche di affetto e sentimento reciproco, anche di fede sincera nel Signore, ma vi siete mai detti l’un l’altra che la vostra coppia è stata pensata e “creata” per l’incorruttibilità? Non per sentimenti che oggi ci sono e domani chissà, non per sfuggire alla tristezza o alla solitudine, non per vivere insieme le stesse passioni per tutta la vita, non per filantropia, non per fare da crocerossina all’altro, non per colmare un vuoto affettivo, niente di tutto ciò… per giungere insieme all’incorruttibilità.

Abituati come siamo a spiegare tutto col sentimento, è difficile entrare nella logica della carità che ti spinge a compiere addirittura gesti contrari ai tuoi sentimenti momentanei, quella carità che ti muove a far morire ogni giorno qualcosa di te affinché l’altra/o viva, quella carità che ti spinge a violentare i desideri del tuo corpo affinché possano regnare nel tuo corpo i desideri dello spirito, quella carità che rende casto l’amore sponsale, carità fa rima con castità non solo per questioni linguistiche. Nel brano sopra riportato c’è un lungo elenco delle grazie che il Signore concede alle persone che compiono tale cammino di purificazione del proprio ego.

Cari sposi, come capire se stiamo vivendo dentro questo meraviglioso cammino di castità, ovvero di purificazione? Dobbiamo confrontare la nostra vita di coppia con la seconda frase del testo: Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

La morte di cui si parla è certamente la morte fisica, ma prima che sopraggiunga quella, c’è una morte ben peggiore che è quella dell’anima. Quando si vive lontano da Dio si comincia a sperimentare la morte in vari aspetti dell’esistenza: la morte degli affetti, la morte dei buoni sentimenti, la morte del perdono, la morte del sacrificio, la morte della nostra relazione sponsale, la morte della nostra castità, ecc… sperimentiamo come la morte caratterizzi tutti gli aspetti della nostra vita.

Cari sposi, non accontentatevi mai del matrimonio che vi dà il mondo, noi siamo fatti per qualcosa di più, siamo fatti per l’eternità, per l’incorruttibilità, anche del corpo. Puntate più in alto, come ci esortò san Giovanni Paolo II: prendete il largo! Non restate ancorati a riva.

Come cominciare? Con la presa di coscienza che dobbiamo convertirci e con la decisione risoluta di accettare Gesù come unico Salvatore. Abbiamo degli amici che ci hanno preceduto in questo cammino di incorruttibilità, i quali ci sono di sprono e aiuto: i santi, molti di loro hanno ancora il loro corpo incorrotto come la beata Imelda Lambertini, morta il 12 maggio 1333 alla sua prima – ed ultima – Comunione Eucaristica, il suo corpo non ha conosciuto la corruzione perché si riflette nel corpo la virtù dell’anima verginale. C’è da imparare per tutti.

Giorgio e Valentina.

Facciamo una gara

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,5-16a)  Fratelli, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri.
Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Come di consueto, la Parola di Dio è talmente ricca che tocca scegliere una piccola porzione per le nostre riflessioni, ma questa porzione seppur piccola si rivela una miniera per la nostra vita. Questa brano di san Paolo ci offre una lunga serie di consigli molto pratici per la vita di comunità, sia essa di grandi dimensioni oppure piccola come la famiglia, il primo nucleo della società; ma la famiglia stessa ha la sua origine in una coppia, quindi la comunità umana e cristiana nasce da una coppia, ciò che vale quindi per la grande comunità trae origine e si sviluppa dalla comunità originaria: la coppia.

Tra i molteplici consigli e le esortazioni oggi scegliamo quello che ci sembra essere più urgente per le coppie del nostro tempo: gareggiate nello stimarvi a vicenda.Incontriamo tante coppie con diversi problemi relazionali, è vero che ogni coppia ha una storia a sé, ma è pur vero che spesso i problemi che sentiamo raccontarci sono riconducibili ad una mancanza di “corte continua“, ossia quell’arte di non darsi mai per scontati l’un l’altra giorno dopo giorno.

In questa delicata arte della “corte continua” c’è un aspetto, tra gli altri, che è quello che vogliamo mettere in luce con queste poche righe, ed è proprio il tema della gara a chi stima di più l’altro/a. Ci sono alcuni aspetti di carattere psicologico e non, legati alla scelta del proprio probabile futuro coniuge quando la storia dei due è ancora all’inizio. Tra i vari aspetti che sicuramente hanno influito nell’innamoramento iniziale c’è quello del riconoscere i vari pregi della persona che ci attrae, ed infatti nella fase dell’infatuazione iniziale l’altro ci appare privo di difetti.

Man mano poi che il rapporto va avanti i difetti cominciano ad affiorare, ma i pregi non è che se ne siano andati, se poi la coppia non alimenta l’amore quotidianamente attraverso il dialogo profondo insieme ai gesti della castità, ecco che allora l’altro pian piano diventa solo un ostacolo alla nostra libertà, un peso alle caviglie da portarsi dietro, un essere da sopportare… cosa è venuto a mancare? Sicuramente la risposta è multipla, non è di facile risoluzione, non bisogna banalizzare né ingigantire ma cominciare da piccoli passi ogni giorno.

Uno di questi passi iniziali è sicuramente valorizzare ciò che fa l’altro, non importa che siano gesti di servizio in casa piuttosto che altro, l’importante è riconoscere l’apporto del suo contributo per la gestione domestica, cominciando dal riconoscere le qualità dell’altro più evidenti. Quando la coppia comincia a perdere la comunione spesso succede che la moglie sente elogiare da altre persone le doti del proprio marito, essa si stupisce di tali racconti pensando di aver sposato un altro uomo, perché con i suoi occhi non vede tutte quelle qualità raccontate dagli altri.

Cari sposi, per cominciare questo percorso bisogna tenere sempre il focus del nostro amore sul nostro consorte: non deve diventare la fonte della nostra felicità ma essere colui/colei che vogliamo rendere felice. Perché dobbiamo fare a gara nello stimarci l’un l’altra? Perché l’altro si senta al centro delle nostre attenzioni, delle nostre delicatezze, dei nostri pensieri, si senta valorizzato per quello che è e per le proprie capacità o i propri pregi.

Care mogli, quando vostro marito finalmente sostituisce la lampadina del bagno, invece di fargli notare che aspettavate questo momento da ben 5 settimane, mostrate la vostra gioia per la luce meravigliosa che ora c’è nella stanza, fategli i complimenti per la scelta della lampada che ha quella luce che proprio vi serviva per il vostro maquillage. Si sentirà valorizzato e stimato, la prossima volta non aspetterà 5 settimane per fare un lavoretto ma darà sempre di più il meglio di sé per farvi sentire orgogliosa di lui.

Cari mariti, quando alla sera vostra moglie dopo aver sopportato il capufficio o le colleghe per diverse ore, dopo aver fatto la tassista per i vostri figli, dopo aver fatto la babysitter, dopo aver fatto la spesa, dopo aver steso due lavatrici e riordinato i letti e le camere… se per cena riesce a preparare anche solo una pasta in bianco, ringraziatela con un bel bacio tenero e riconoscente -od un altro gesto che a lei piace- toglietevi dalla faccia quell’espressione di insoddisfazione e ringraziatela che è riuscita a preparare pure la cena.

Cominciamo da queste piccole attenzioni, non sono tutto ma sono solo l’inizio così come è successo a Belle che ha visto una bellezza dentro la Bestia. Quando -per esempio- c’è da risolvere un problema, prima di affannarci analizziamo insieme al nostro coniuge chi dei due ha le doti migliori per affrontarlo e risolverlo e poi diamogli/le fiducia piena… pensaci tu che è il tuo pane! Coraggio sposi, come dice il saggio: l’amore è concreto!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /15

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: – E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

Siamo all’inizio del capitolo ottavo e il Collodi ci presenta un Geppetto che sa anche usare l’arma del castigo per educare il proprio figliolo, ma ne fa un uso corretto, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della passione, dall’ira o dalla ripicca; egli vuole purificare l’agire di Pinocchio ma senza mai avvilirlo o denigrandone la dignità, il suo unico scopo è quello di rendere puro il suo cuore. La parola castigo deriva dal latino castus puro e agere rendere = rendere puro; e questa purezza è l’unico obiettivo di Geppetto, il suo castigo non è mosso da rancore, vendetta, ripicca o altre cattiverie.

Quanti di noi possono dire di ricorrere al castigo -nell’arte dell’educare i figli- sempre nel modo corretto?

Spesso il motivo principale per cui sbagliamo tante volte nell’arte dell’educare non è perché non ne siamo capaci ma perché la collera ottenebra la ragione per cui agiamo seguendo gli stati d’animo e/o i sentimenti e non seguendo l’obiettivo principale. Quando il focus del nostro educare rimane sull’educando – sia esso nostro figlio o no – allora tutto procede abbastanza bene; nel momento in cui spostiamo il focus su noi stessi ecco che nascono errori madornali e, a volte, di non facile risoluzione… se il focus di quel castigo è la soddisfazione del nostro ego, così da autoproclamarci bravi educatori o solo per godere del potere sugli altri o qualsiasi altro motivo perverso derivante dalle nostre ferite emotive non risolte, ecco che allora i guai cominciano ad affiorare e sono dolori.

Gli articoli di questa serie non sono un manuale di pedagogia ma solo un tentativo – forse un po’ goffo – di aiutare le coppie a fare un poco di luce sul proprio vissuto per accelerare il cammino di santità all’interno del matrimonio. Cari sposi, se notiamo che il nostro consorte compie un’azione sbagliata nell’educazione dei nostri figli, non dobbiamo anzitutto denigrarlo né svilirlo – tantomeno davanti ai figli a meno che si renda necessario fermarlo per l’incolumità dei figli stessi – ma dobbiamo aiutarlo a far luce su ciò che l’ha spinto a compiere tale gesto o tale scelta, aiutiamolo cominciando a capire insieme se il focus del castigo era rendere puro l’agire del figliolo oppure soddisfaceva solo la propria autostima di “bravo educatore” o la rabbia repressa di una giornata nera al lavoro, solo per fare un esempio. Questo dialogo profondo tra gli sposi gioverà alla loro relazione, si sentiranno più coppia, potranno sperimentare cosa significhi essere un solo cuore, ne uscirà vincitore il NOI, non ci sarà la maestrina che aiuta lo scolaretto o viceversa, ma ci saranno finalmente due genitori che d’ora in poi sentiranno forte il desiderio di decidere insieme l’educazione dei propri figli, saranno una sola voce con due caratteristiche: quella femminile e quella maschile.

Se finora abbiamo visto come l’arte dell’educare metta in moto diverse dinamiche nell’agire umano – specialmente all’interno dell’esperienza di coppia – proviamo a scostare un poco il nostro sguardo sull’agire di Dio Padre. Talvolta capita di credere di non sopportare neppure un’ora in più, quando invece passano anche anni nell’apparente nostro deserto senza che nessuno si faccia vivo. Il cardinal Biffi si esprime così a tal riguardo: “Sembra una crudeltà del Padre, ed è invece un modo per farci crescere. Dio, che per amore interviene nella nostra storia, per amore si ritrae e resta nascosto. C’è nell’uomo anche questo paradosso: noi, che ci sentiamo spesso oppressi dall’invadenza del Signore, siamo oppressi anche dal suo silenzio e dalla sua latitanza“.

Il Padre non ha tutti i nostri umani problemi irrisolti, siano essi di stampo psicologico o morale, affettivo o altro; in Lui tutto è perfezione perciò il suo intervento o il suo nascondimento sono il comportamento corretto e migliore per la nostra purificazione, chi meglio del buon Dio ci vuole rendere puri, ricordate l’etimologia di castigo? A volte fa come Geppetto che lascia Pinocchio lagnarsi e piangersi addosso per una mezza giornata, il problema è che con Dio il tempo è molto relativo.

Cari sposi, quando cominciamo a lagnarci e disperarci alla guisa di Pinocchio, dobbiamo chiederci il motivo del nostro lamento. Se siamo sposi in Cristo, Lui ci ha piazzati nel mondo come Sua icona, Lui ci ha donati e consacrati l’uno all’altra, ci ha scelti Lui… perché mai dovrebbe abbandonarci quasi si sia dimenticato di noi? Coraggio mariti, non temiamo di metterci in ginocchio con dignità e fierezza davanti al nostro Re per rimetterci alla Sua volontà. Coraggio mogli, non abbiate timore di consegnare il vostro dolore nel Cuore del Padre come quando da piccoline correvate dal vostro papà terreno e lui vi abbracciava. E se ci lascia mezza giornata come Pinocchio avrà i suoi motivi !

Giorgio e Valentina.

Senza sforzi… è possibile ?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,18-25) Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

La liturgia insiste sui temi escatologici perché vuol cominciare a preparare i cuori al grande giorno di Cristo Re, ultima domenica dell’anno liturgico, domenica nella quale si celebra la Signoria di Cristo su tutto e tutti. Negli altri articoli di questo blog sono stati toccati più volte argomenti vari attorno alla tematica del corpo, attraverso cui abbiamo compreso quanto il nostro corpo sia imprescindibile per noi uomini nel nostro cammino di fede, visto che non siamo angeli i quali, al contrario di noi, sono puri spiriti senza corpo.

Oggi vorremmo affrontare una tematica del corpo che raramente si sente nelle predicazioni moderne, non sarà nulla al di fuori del Magistero di sempre, ma in quest’epoca in cui il corpo è idolatrato pare che anche molti cristiani si siano dimenticati della redenzione del nostro corpo. Infatti ci soffermeremo sulla frase centrale: Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

San Paolo ci ricorda il primato della nostra anima (in altri capitoli) ma non per questo sminuisce il corpo, così da collocarlo nella sua giusta dimensione a servizio dell’anima, ricordandoci che ci si santifica con il corpo e mai senza di esso. Ogni azione corporea ha un riflesso anche nell’anima, pensiamo ad esempio come sia benèfico per la nostra anima anche un solo segno di croce (ben fatto) oppure una bella genuflessione davanti al tabernacolo; sono gesti corporei che però esprimono ciò che abbiamo dentro o ciò a cui aneliamo.

Si ripete spesso in questo blog che il corpo è il mezzo espressivo dell’amore, ma ciò non vale solo nella relazione coniugale, vale anche nel rapporto con Dio. La mia genuflessione quindi è il mezzo che il corpo ha per esprimere a Dio la mia adorazione di Lui presente nell’Ostia dentro il tabernacolo, e così via… ad ogni gesto corrisponde una particolare manifestazione del mio amore per Dio o della mia fede in Lui.

Ma cosa significa che aspettiamo la redenzione del nostro corpo?

Innanzitutto ce lo possono testimoniare i moltissimi convertiti da una vita viziosa, poiché hanno dovuto lottare col corpo per redimere l’anima che a sua volta ha redento il corpo… non si esce dalle catene della pornografia né in un secondo né senza il corpo (visto che in quel girone ci siamo entrati proprio a causa del corpo), non ci si purifica dal ladrocinio senza corpo, non ci si libera dell’avarizia o dell’ira senza lo sforzo, senza la tenacia e la lotta del nostro corpo. Ma se questo è vero, cioè che ciò che compiamo con il corpo ha delle ricadute sulla nostra anima, vale anche per gli atteggiamenti virtuosi. E qui casca l’asino!

Molti sposi anelano ad una vita di Grazia, di pace e serenità, di amore autentico tra di essi, ma vogliono raggiungerla senza sforzi, men che meno se richiedono sforzi corporei. Molti ammirano la serenità, la pace e la gioia che sprizzano dalle molte suore di clausura -per fare un esempio – ma pensano che sia frutto di fortuna o di ottimismo? Per accettare una suora in convento non fanno mica un test di ammissione nel quale devono dimostrare di essere ottimiste, inclini al buon umore o altro. Dietro quel sorriso sereno, pacifico, solare e tenero ci sono molte ore passate ogni giorno in ginocchio a sgranare il rosario, a pregare il Breviario, ad assistere alla Santa Messa, ad adorare il Santissimo Sacramento; ci sono le dure lotte della perseveranza per scandire la giornata secondo i ritmi claustrali. Questo è il modo con cui le suore di clausura dell’esempio attendono la redenzione del proprio corpo, sottoponendolo ad un un duro allenamento quotidiano ed implacabile, è così che poi gemono interiormente – il riflesso nell’anima -.

Ma qual è il modo degli sposi ?

Gli sposi devono avere lo stesso atteggiamento di dura lotta, di perseveranza, di allenamento quotidiano ed implacabile, quel che cambia invece sono i gesti corporei: forse non tutti gli sposi riescono ad assistere alla Messa quotidianamente o a passare tante ore in ginocchio come le suore dell’esempio, ma possono passare molte ore accucciati davanti all’oblò della lavatrice, altrettante in piedi per stendere i panni, altre per stirare, tante altre ore passate a preparare pranzi e cene… quando ci chiedono a quale Madonna siamo devoti, rispondiamo che siamo devoti alla Madonna “delle pentole”. E questa è solo una parte del lavoro per redimere il nostro corpo, per imporre al nostro corpo la regola del servizio, la regola dell’abbassarsi perché l’altro si innalzi.

Poi c’è tutto il lavoro meticoloso della lotta per la castità matrimoniale, ovvero per la purezza. E qui molti sposi non capiscono che se vogliono purificare il proprio corpo, esso va dominato negli istinti e nelle passioni veneree, cominciando ad allenare i nostri 5 sensi affinché siano essi domati e non piuttosto padroni loro.

Come può la nostra anima purificata, alla fine dei tempi – nel giorno tremendo e maestoso della risurrezione finale dei morti – riunirsi al nostro corpo se esso ha lasciato questo mondo nella corruzione del peccato mortale, nell’impurità, nella volgarità, nel vizio, nell’immoralità, nell’impudicizia, nella depravazione, nella libidine, nella lussuria? Cari sposi, non temiamo di prendere decisioni risolute per affrontare con coraggio e vigore il cammino della redenzione del nostro corpo, ne gioverà in automatico anche l’anima, ne trarrà indescrivibile vantaggio la nostra relazione di sposi che si riprenderà come le braci sotto la cenere, anzi, la nuova fiamma sarà più vivida di quella di prima… cominciamo finché siamo in tempo. Quando cominciare? Appena finito di leggere questo articolo.

Giorgio e Valentina.

Il treno passa…

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,12-15b.17-19.20b-21) Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata anche la morte, poiché tutti hanno peccato, molto più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. […] Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Ci avviamo verso la fine dell’anno liturgico e pian piano le tematiche della Liturgia ci aiutano a fare un po’ di resoconto finale, ma per farlo bisogna riconsiderare le fondamenta; quando a fine anno un’azienda analizza il consuntivo non può solo guardare dei grafici con dei numeri, ma deve innanzitutto verificare se ha raggiunto gli obiettivi posti ad inizio anno, ed è con questo spirito che intendiamo affrontare questo brano paolino.

All’inizio dell’anno liturgico come ci siamo posti di fronte ad un nuovo anno di grazia? Ed ora che stiamo giungendo a grandi passi verso la sua fine possiamo dire di essere stati attenti a raccogliere tutte le grazie che il Cielo ci ha inviato o ne abbiamo scartate troppe a priori?

Innanzitutto è proprio lo stesso Paolo che ci ricorda le fondamenta che dovrebbero guidare ogni inizio di anno liturgico: la grazia di Dio viene riversata abbondantemente solo per i meriti di Gesù Cristo, non c’è un altro salvatore. Senza troppi giri di parole gli scritti paolini vanno dritti al punto, ribadendo, qualora ce ne fossimo dimenticati lungo il trascorrere dell’anno, che non ci salviamo per le nostre opere ma per la grazia del Signore -per precisione ci salviamo con le nostre opere, esse sono meritorie, ma non hanno l’ultima parola sulla nostra salvezza, altrimenti Gesù non sarebbe più il Salvatore ma lo sarebbero le sole nostre opere.

Incontriamo molti sposi impegnati come noi in attività pastorali di vario genere, parrocchiali e non, tra di essi sono molti quelli che fanno un cammino di fede serio e donano ad altri ciò che gratuitamente hanno ricevuto loro stessi per primi, ma ci sono anche coppie che riversano nella comunità ecclesiale tanto impegno ed energia che invece dovrebbe essere indirizzato prima all’interno della coppia.

Quando partecipano ad incontri o attività pastorali sono tutto un fermento, ma poi quando sono nell’intimità della propria relazione saltano fuori i veri problemi. Cari sposi, per risolvere i nostri problemi relazionali non dobbiamo illuderci che la soluzione arrivi riempiendo le nostre giornate di distrazioni: buttarsi a capofitto in un’attività pastorale può rivelarsi una distrazione anche se fatta di opere buone, queste opere buone faranno certamente del bene a chi le riceve ma se per la coppia si rivela una distrazione allora il gioco non vale la candela.

Naturalmente è sempre nobile, buono e lodevole compiere un gesto di solidarietà o di altruismo, di volontariato o di servizio -soprattutto quando è reso all’interno della Chiesa- ma per compiere alcune attività non serve chissà quale fede; al contrario, per esprimere la fede attraverso un’attività pastorale va da sé che la fede debba esserci, altrimenti esprimiamo noi stessi.

Prossimi alla fine di quest’anno liturgico dobbiamo chiederci se tutte le attività in cui siamo stati coinvolti sono state occasione per esprimere e testimoniare la nostra fede e l’amore di Dio nel nostro matrimonio, oppure se abbiamo nascosto la polvere sotto il tappeto.

La grazia di Dio si riversa abbondantemente, ma dobbiamo imparare a coglierla; una Grazia non colta è come un treno che è passato: non torna più indietro. Se Dio ce ne concede un’altra sarà appunto un’altra ma non quella; non abbiamo la certezza di vivere abbastanza da riceverne un’altra, tantomeno possiamo dirci sicuri di avere le disposizioni giuste per coglierla al momento opportuno, e men che meno siamo certi che -qualora il Signore si degni di donarcene un’altra- sia della medesima portata.

Per alcune coppie si può rivelare una grazia essere chiamati ad un servizio all’interno della propria realtà ecclesiale, potrebbe essere l’inizio di una conversione grazie a delle amicizie nuove ; per altri si può rivelare una grazia non ricevere proposte di servizio, forse perché il Signore sta dicendo a loro che hanno bisogno di aggiustare prima se stessi piuttosto che buttarsi a capofitto in un’attività così da perdere di vista la loro vocazione specifica del matrimonio.

Ma S. Paolo non ci lascia mai a bocca asciutta, infatti la frase finale è di grande conforto, perché ci ricorda che il Signore non si dà per vinto, le prova tutte per salvarci dalla morte eterna, addirittura ci assicura che l’abbondanza della grazia è inversamente proporzionale alla nostra condizione peccaminosa. Si sa che la matematica del Signore Gesù non corrisponde ai nostri canoni: dove c’è da dare, Lui dà senza misura, l’unica misura che usa Lui è dare senza misura.

Coraggio sposi carissimi, non lasciamoci scappare l’opportunità di cogliere grazia su grazia; mentre facciamo il consuntivo dell’anno trascorso, programmiamo l’anno a venire con il cuore aperto a non lasciarci scappare nessun treno. Ne va della nostra vocazione. P.S. : Chi ha bisogno di aiuto non abbia timore di farsi aiutare perché la Chiesa è una comunità di amici dove l’amicizia tra noi è basata sull’amicizia con Cristo Salvatore.

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /14

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse: – Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia. – Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle. – Sbucciarle? – replicò Geppetto meravigliato. […] – Voi direte bene, – soggiunse Pinocchio, – ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.

Siamo di fronte ad un altro mistero del cuore dell’uomo: il Padre non fa in tempo ad usare misericordia che già avanziamo delle pretese. I nostri anziani erano soliti apostrofare “non sei mai contento” al ragazzo che avanzava sempre più pretese, ed in effetti siamo un po’ tutti così, ma proviamo a scavare un poco più a fondo per capirne meglio le dinamiche.

Ci sono molte scene di film in cui l’imperatore amministra la giustizia ed il suo giudizio è inappellabile, spesso il suddito aspetta con timore e riverenza la decisione, la maggior parte delle volte col viso a terra perché non degno nemmeno di guardare negli occhi il suo re; quando poi arriva la sentenza, il suddito si vede costretto a lodare la saggezza dell’imperatore nonostante possa risultare sconveniente per sé o per la propria famiglia; il suddito obbedirà senza se e senza ma.

Spesso riteniamo una scena simile come normale e in fin dei conti giusta -poiché al re spetta la dovuta riverenza ed il suddito deve rispettare ossequiosamente le leggi- ma quando il re non è un monarca terreno ma è il Re dei Re -cioè Dio- allora cambia tutto, ci sentiamo in diritto di replicare alla giusta sentenza o alla scelta fatta, e ci impuntiamo come Pinocchio che non vuole le bucce delle pere.

Le persone che usano l’arroganza come via per ottenere spesso sono persone che sono state trattate coi “guanti bianchi” fin dalla più tenera età; senza fare di queste righe un trattato di psicologia comportamentale né di pedagogia proviamo solo a mettere a fuoco alcune dinamiche familiari sperando di essere d’aiuto a tante coppie.

Qualche esempio di “figli unici” spesso tanto attesi e desiderati dai genitori:

  • unici dopo innumerevoli tentativi di gravidanza andati a vuoto
  • oppure sono i primi ma ahimè restano anche gli ultimi perché sopraggiunge una malattia che rende impossibile una nuova gravidanza
  • a volte succede invece che sono i secondi e ultimi dopo il fratellino-la sorellina abortito/a
  • altre volte ancora sono gli ultimi di sei figli ma hanno col quinto 10 anni di differenza e quindi sono arrivati quando la mamma pensava di essere quasi in menopausa

Come si può notare i casi sono svariati e sicuramente non li abbiamo menzionati tutti, ma non è così importante la casistica quanto invece vedere cosa abbiano in comune queste situazioni.

Nel primo caso sono visti come i figli del miracolo e quindi trattati alla stregua di un gioiello prezioso da mettere in cassaforte, con i genitori pronti a dar battaglia a chiunque osi anche solo sfiorarli, vengono protetti da tutto e da tutti, anche dalle sanissime esperienze di sbucciarsi le ginocchia o di prendersi una sonora sgridata dagli insegnanti.

Nel secondo caso sono un dono immenso -almeno sono percepiti come dono- e quindi i genitori confluiscono su quell’unica creatura tutto l’amore, l’affetto e le attenzioni che avrebbero voluto riversare sui loro 5 figli ipotetici del loro iniziale progetto, ma siccome dentro hanno tanto amore da dare non si accorgono che il troppo stroppia ed il rapporto si trasforma in ansietà assillante per il figlio.

Nel terzo caso invece i genitori vivono il mortifero dramma dell’aborto, esperienza che lascia dietro di sé tanta angoscia e senso di colpa che tormenta, per compensare questo vuoto compensano con un nuovo figlio che diventa quindi il figlio tappa-buchi.

Nel quarto caso i genitori sono troppo anziani e/o stanchi per sopportare la fatica dell’educare: le notti agitate o insonni, i pianti a squarciagola per un nonnulla, i primi no, ecc…

Il comune denominatore in tutti questi casi è che il figlio riceve troppe attenzioni, abituato com’è ad avere tutto e subito, cresce convinto che anche il mondo fuori casa funzioni così, ottiene qualsiasi cosa a qualunque costo -anche con l’arroganza- come quando da piccolo pestava i piedi o urlava a squarciagola finché non otteneva la soddisfazione del capriccio immediato.

Questi vissuti infantili sono un po’ alla base di alcuni atteggiamenti arroganti di molte persone, le quali si sentono sempre più onnipotenti fino a sfidare l’unico davvero Onnipotente. Naturalmente queste poche righe non hanno lo scopo di risolvere gravi situazioni ma le offriamo come un aiuto per capire da dove potrebbe partire la nostra presunzione; presunzione che si traduce in comportamenti malsani nella relazione col nostro coniuge, il quale poco a poco diventa il servo dei nostri capricci e non il destinatario del nostro amore.

Intanto il buon Geppetto saprà saggiamente aspettare che passi il capriccio del momento finché Pinocchio si faccia andar bene persino le bucce delle pere dapprima scartate con tanta sufficienza.

Cari sposi, stiamo attenti a come ci comportiamo col nostro coniuge, perché spesso quell’atteggiamento arrogante è sintomo di un cattivo rapporto col Padre. Un ultima considerazione: noi genitori siamo -anche dal punto di vista psicologico- la prima pallida icona, la prima forma vissuta di rapporto con Dio Padre -dal quale proviene ogni paternità quindi anche la nostra- perciò se noi abituiamo i figli ad avere tutto e subito, essi penseranno che anche il vero Genitore, il Padre celeste, sia uno da cui pretendere che ci tolga le bucce dalle pere! Chi ha orecchi per intendere…

Giorgio e Valentina.

I nuovi screenshot!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 1,16-25) Fratelli, io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. […]. Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità dell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. […]Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, […] e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.

Le lettere paoline hanno il pregio di toccare diversi temi con uno spiccato senso pratico, oltre a delineare un identikit del cristiano che si ritrova a vivere in una società a lui ostile. Per questo motivo tale brano risulta particolarmente adatto al nostro tempo di confusione dove il mondo vuole appianare tutto, livellare tutto, vuole una moralità fluida, capace di adattarsi alle varie circostanze non avendo una propria identità.

Ci vorrebbe così assuefatti alla moda del momento presente, ma pronti a confluire in una nuova moda l’indomani per poi assecondarne una terza appena se ne presenti l’occasione; va da sé che in questo modo vengono distrutti tutti i valori cristiani ed umani, le persone diventano pronte a tutto ed al contrario di tutto, ponendo sullo stesso piano scelte morali ed immorali, anzi togliendo il concetto stesso di moralità asservendolo ai propri desideri. Ce lo conferma la fine di questo brano: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore“.

Oltre ai disastri sul piano morale e sociale, ci sono disastri ben più gravi sul piano spirituale, c’è in gioco quindi non tanto la felicità e la pace del cuore su questa terra, quanto la beatitudine eterna; il cuore dell’uomo anela alla felicità, e come non bramarne il possesso per l’eternità? Impossibile!

Ma come restarne alla larga da questa pericolosa onda fluida? Ci viene in soccorso San Paolo con questo brano: innanzitutto ci conferma che il Vangelo “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” ma esso ha bisogno di trovare accoglienza nel cuore dell’uomo, altrimenti sarebbe una dittatura da parte di Dio, il Quale vuole essere ricambiato nella libertà. Paolo ci ricorda che la prima lettera di Dio all’uomo è la Creazione, attraverso la quale è possibile col solo intelletto, con la sola ragione umana ancor prima della fede divina, conoscere che Dio esiste arrivando così ad una primordiale conoscenza di Dio e della Sua potenza.

Viviamo in una società che è stata sistematicamente sempre più scristianizzata e perciò è disorientata, il nostro compito come sposi è quello di essere come delle fotografie del Signore in giro per il mondo, come se fossimo dei Suoi continui screenshot viventi che camminano per le strade del mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Se contemplando la creazione, con la sola propria ragione l’uomo può arrivare alla certezza che Dio esiste, il nostro compito di sposi è aiutare i “lontani” a capire che la prima creazione da contemplare sono loro stessi con la meravigliosa, unica ed irripetibile miscela tra il proprio corpo e la loro anima, un sapiente connubio che anela all’eternità.

La nostra castità matrimoniale vissuta in tutte le sue forme deve essere un punto di riferimento per essi, aiutarli a capire -anche con le parole- che il proprio anelito di vita felice si realizza pienamente nel rispetto del proprio corpo e non nella mercificazione di esso; il mondo li spinge invece verso la mercificazione del corpo su vari livelli: pornografia, vestiario provocante e sexy, corpi sempre performanti e muscolosi per lui, sempre in linea e magri per lei, maternità e paternità a comando per soddisfare se stessi e non come dono totale e gratuito, scorporazione del sesso dalla sessualità così da trasformare il corpo in un continuo “Luna-Park” aperto H24.

Cari sposi, molte coppie sono state ingannate da questo mondo e non si accorgono di aver cercato risposte sbagliate alle domande giuste del proprio cuore e del proprio matrimonio. La nostra vicinanza li può aiutare a intravedere una speranza bella, una speranza di felicità piena che troverà il suo compimento solamente in Paradiso. L’orizzonte piccolo e povero di questo mondo non riesce a soddisfare pienamente l’anelito del loro cuore, ed è così che passano da un piacere all’altro in cerca di un significato ultimo, ma i piaceri di questo mondo durano pochi istanti e ci si trova impigliati in una ossessionata ricerca di qualcosa che colmi il vuoto lasciato dall’assenza di Dio.

San Paolo ammonisce severamente i pagani del suo tempo ed anche oggi c’è bisogno di tanti sposi che ammoniscano i pagani del nostro tempo, aldilà del linguaggio usato la verità resta tale, per cui dobbiamo trovare il modo, le parole e gli atteggiamenti più idonei per ammonire i pagani del nostro tempo. Dobbiamo ammonirli ricordando loro che non si può adorare e servire le creature anziché il Creatore.

Non a tutti gli sposi è chiesto di ammonire con la parola, si può ammonire anche con uno sguardo, con un silenzio, con un gesto di disapprovazione, ma mai dobbiamo far l’errore di ergerci a superiori, il nostro ammonimento deve avere come unico scopo la loro salvezza, e sperimenteremo che davvero il Vangelo è potenza di Dio, ovvero l’annuncio che Gesù Cristo ci ha salvati per fare nuove tutte le cose, anche il nostro matrimonio. Coraggio sposi, la prima verità da rispettare è dentro noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Giona nella balena…

Dal libro del profeta Giona (Gio 1,1 – 2,1.11) In quei giorni, fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. […] Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». […] Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. […] Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Sono in molti ad aver imparato al Grest la simpatica canzonetta che racconta di Giona nella balena, ma forse non tutti sanno com’è andata la storia. Negli spezzoni del brano sopra citato -letto nella Messa di ieri- si narra la vicenda di come Giona si imbarchi per Tarsis al fine di sfuggire alla missione affidatagli dal Signore. Dopo qualche peripezia, Giona si ritrova sulla spiaggia e riceve per la seconda volta il comando del Signore di andare a Nìnive.

Aldilà della disquisizione sulla balena, quello che ci interessa è che il Signore voglia salvare gli abitanti di Nìnive perché stanno rischiando grosso, costi quel che costi; è disposto a tutto pur di salvare il salvabile, scatena addirittura una tempesta per bloccare la fuga di Giona, si inventa di farlo inghiottire da una “balena-grosso pesce” per riportarlo a riva… insomma quando il Signore si mette in testa un progetto niente e nessuno lo può fermare e non desiste dal Suo intento perché il Suo intento è salvezza. Ora, ci si presentano tre riflessioni:

  • la malvagità degli uomini scatena il progetto di salvezza del Signore prima ancora dei Suoi castighi
  • la nostra resistenza -come Giona- al comando del Signore ovvero la ribellione alla propria vocazione
  • la meravigliosa notizia che il Signore le escogita tutte pur di raggiungerci con la Sua salvezza.

Sono tre argomenti che meriterebbero approfondimenti dedicati e ci porterebbero molto lontano ma per necessità di sintesi cercheremo di focalizzare ognuno in un aspetto.

  1. La malvagità degli uomini -la nostra malvagità- non cade nel vuoto, non è inascoltata dal Cielo, non è che Dio si giri dall’altra parte e faccia finta di niente, i nostri peccati feriscono il Suo Cuore Sacratissimo; troppi sposi cristiani si lasciano sedurre dalle sirene della lussuria pensando di agire nel nascondimento, illudendosi che Dio non li veda e che poi si azzeri tutto come quando arrivi in cassa e ti fanno lo sconto del 50%.
  2. Molte coppie di sposi si ribellano alla propria vocazione su tematiche come quella del sacrificio di se stesso, la rinuncia alle proprie vedute in vista del bene maggiore che è il “noi”, non vogliono fare la fatica di cambiare il proprio ego affinché l’altro sia amato, non si vogliono rendere amabili per l’altro e pretendono che lei/lui li ami, li accetti, li perdoni così come sono: ruvidi, acidi, spinosi, scontrosi, burberi, sgarbati e scortesi.
  3. Tanti sposi rinunciano -peggio ancora se snobbano- troppe volte alle molteplici occasioni di Grazia che il Signore elargisce loro -ostinato com’è nel Suo progetto di salvezza- pensando che le occasioni di salvezza siano infinite… ci penserò un’altra volta… si atteggiano come con la famosa “dieta del Lunedì” che non comincia mai. Anche noi sposi siamo a volte come Nìnive, ed ogni coppia ha il proprio Giona che viene ad annunciare la salvezza del Signore: non dobbiamo commettere il gravissimo errore di non ascoltarlo, di non cogliere l’occasione propizia per convertirci, il Signore cercherà di salvarci ad ogni costo ma ogni Grazia è come un treno che passa, quando è perso non torna più indietro.

Cari sposi, il Signore ci ha costituiti Suo sacramento vivente affinché siamo l’uno per l’altra strumento della Sua Grazia. Riprendiamo con coraggio il cammino del matrimonio sapendo che il Signore si fida di noi per amare l’altro al posto suo.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /13

Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: – Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi ?

Questo passaggio del settimo capitolo viene così commentato dal compianto cardinale G. Biffi:

Geppetto (ovvero il Padre) ha subito il cuore toccato dalla commozione al vedere lo stato miserando della sua creatura: creatura ribelle, ma sua; capricciosa e ostinata, ma opera delle sue mani; lontana e diversa, ma frutto di un pensiero d’amore.

Questo atteggiamento di Geppetto rivela una caratteristica della misericordia di Dio: la tenerezza. Questo attributo è uno tra i tanti dimenticati nella relazione sponsale; se però continuiamo a ripetere che la relazione sponsale richiama l’amore trinitario e deve esserne una -seppur pallida- icona, allora la tenerezza entra a gran titolo tra le peculiarità all’interno dell’amore coniugale.Questo è talmente caratterizzante che chi si lascia permeare dalla tenerezza -divina- diventa inevitabilmente tenero anche al di fuori della relazione sponsale, diventa un modus operandi anche come genitore e/o come educatore.

Ma per capirla un po’ meglio dobbiamo analizzare il comportamento del nostro falegname; egli, appena visto Pinocchio in quella situazione, non infierisce sul burattino con invettive e filippiche di sorta, ma comincia a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine piangendo per la situazione in cui si è ridotto il figliolo, solo dopo chiederà a Pinocchio di prendere coscienza di ciò che è successo. A noi è successo di litigare proprio poche ore prima che nascesse la nostra quarta figlia, ma ciò che ci ha rappacificato e fatto ravvedere è stata la tenerezza di una bimba che scalpitava per uscire, un messaggio chiaro ed esplicito di come si prendono più mosche con un vasettino di miele che con un barile di aceto.

Il Padre si comporta proprio così quando noi ci allontaniamo da Lui, dapprima fa sentire il suo delicato ma risoluto toc-toc alla porta del nostro cuore, poi ci coccola con mille baci e moine sì da indurci al pentimento, perché la Sua tenerezza è più forte della desolazione e della schiavitù del peccato, la Sua tenerezza scioglie i cuori più induriti meglio di mille confezioni di Viakal. Cari sposi, se vogliamo che il nostro matrimonio torni ad avere il sapore del Cielo dobbiamo imitare Geppetto.

Quante volte invece ci scagliamo contro l’altro ancora prima che si accorga di aver sbagliato? Le nostre braccia, il nostro volto, le nostre lacrime, le nostre mani, le nostre labbra devono essere permeate della tenerezza di Cristo affinché il nostro amato coniuge sia attirato come le mosche dal vasettino del miele della nostra tenerezza, della nostra compassione; i nostri baci, le nostre moine, le nostre mille carezze riescono così a riaccendere nel suo cuore la nostalgia per un amore incondizionato, un amore che ci raggiunge anche quando abbiamo sbagliato.

La tenerezza è in grado di ridare fiducia e speranza ad un cuore ferito, incoraggia ad uscire dalla propria miseria e fa trovare la forza per cambiare, per ricominciare. La tenerezza ci fa sentire amati non per ciò che riusciamo a fare, ma per ciò che possiamo diventare.

Coraggio sposi e genitori, lo stesso comportamento va attuato con i figli ma con gestualità e parole proprie. Nessuno si senta escluso dalla nostra tenerezza, ma per averne bisogna che ci rechiamo continuamente alla fonte.

Giorgio e Valentina.

Abbiamo una missione.

Dal libro del profeta Zaccarìa (Zc 8,20-23) Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: “Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire”. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore. Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”.

Siamo introdotti nel mese di Ottobre con feste importanti: il primo di Ottobre è Santa Teresa di Gesù Bambino (dottore della Chiesa), ieri era la festa degli Angeli Custodi e domani sarà la festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Sono feste che ci ricordano come la santità sia di casa nella Chiesa e nessun santo si sente straniero in essa nonostante provenga da popolazioni differenti rispetto ad un altro; il nostro compatriota San Francesco non ha girato il mondo eppure è conosciuto in ognidove e Santa Teresina è la patrona dei missionari nonostante non fosse una viaggiatrice ed abbia vissuto i suoi ultimi 8 anni della sua breve ma intensa vita nel carmelo di Lisieux.

Possiamo quindi intuire perché il mese di Ottobre sia considerato un “mese missionario”. Ma qual è la caratteristica di un missionario? Ce ne sono tante, ma ce n’è una, la prima, che è quella che sta a fondamento e dà l’impulso a tutte le altre: il desiderio che tutti gli uomini si salvino, soprattutto quelli che ancora non conoscono il Signore. La caratteristica principale della missionarietà è quindi l’evangelizzazione, ovvero la salvezza delle anime, portare in Paradiso quante più anime possibili.

Il brano oggi proposto ci proietta in un futuro ove anche popoli stranieri verranno a supplicare il Signore a Gerusalemme, ovvero la salvezza del Signore Gesù è offerta a tutti gli uomini, ma affinché questo sia possibile è necessaria la collaborazione umana a questo progetto di Dio, l’evangelizzazione risulta quindi la prima e più importante opera della Chiesa.

E lo si evince anche dal passaggio finale: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”. ; questi stranieri non si muovono per fare una gita oppure si trovano per caso a Gerusalemme, ma si muovono perché hanno udito, cioè è giunta a loro una parola di salvezza, e quindi vogliono andare con entusiasmo incontro alla salvezza. Se nessuno avesse parlato, loro non si sarebbero mossi per andare a supplicare il Signore. Questo è il passaggio chiave sul quale dobbiamo fare una seria riflessione.

Chi ci vede, chi ci frequenta, chi ci sente parlare si accorge che siamo (sposi) cristiani o no? Se non ne hanno nemmeno il dubbio dobbiamo farci un serio esame di coscienza. Peggio ancora se avviene tra le mura domestiche. I nostri figli, i nostri parenti, il nostro coniuge ci riconoscono come cristiani, essi sono oggetto della nostra evangelizzazione? Se così non è significa che non desideriamo che altri si salvino e lasciamo che alla loro salvezza ci pensi qualcun altro, oppure li lasciamo in balìa del mondo o di chissaché. Se il nostro motto è “vivi e lascia vivere” probabilmente ci disinteressiamo anche della salvezza nostra, ed invece dovrebbe essere la nostra prima occupazione, il nostro unico lavoro della vita.

Certamente non dobbiamo assillare gli altri così da ottenere l’effetto contrario, ma la salvezza nostra e quindi quella di chi ci vive accanto non può lasciarci indifferenti; a volte basta un gesto, uno sguardo intenso, una battuta di poche parole, a volte è meglio tacere e pregare poi per quell’anima, non c’è una regola fissa ma se il nostro obiettivo è la salvezza dell’anima lo Spirito Santo ci suggerirà volta per volta parole e gesti opportuni.

Riceviamo molte richieste di aiuto da parte di spose/sposi che lamentano una scarsa partecipazione del coniuge alla vita di fede. Non esiste un manuale da seguire alla lettera per risolvere questi casi, ma c’è la ricetta sempre attuale e sempre nuova della missionarietà ovvero dell’evangelizzazione. Il primo passo è, per così dire, evangelizzare noi stessi, per poi riuscire a mostrare con la vita, più propriamente nella carne del matrimonio, che la salvezza è possibile, che la salvezza del Signore ci raggiunge se noi glielo permettiamo. E non esistono limiti di sorta, poiché il Signore si è immolato per salvare tutto il genere umano; la salvezza portata dal Signore Gesù non toglie nulla alla nostra umanità, al contrario, ci fa più virili o più muliebri.

Le spose diventano più affascinanti con la loro femminilità nuova di “salvate dalla Grazia” e così sono sempre più attraenti ed accoglienti verso il marito sì da attirarlo a sé e quindi a Dio. Gli sposi diventano più affidabili, risoluti, teneri, pacati e miti, così da infondere sicurezza nella propria moglie che si vede confermata nella sua bellezza e nella sua unicità.

Sta a noi sposi e spose trovare poi il modo di comunicare al nostro coniuge che la nostra accoglienza, il nostro amore verso di lui/lei è così vero, bello ed affascinante perché riflette solo una piccola scintilla dell’amore di Cristo e desideriamo per lui/lei il Paradiso. Coraggio sposi, chiediamo aiuto ai nostri Santi Angeli custodi, a Santa Teresina e a San Francesco per assolvere al meglio il compito di essere strumento sensibile ed efficace della Grazia di Cristo.

Giorgio e Valentina.

Ricostruire il tempio

Dal libro di Esdra (Esd 1,1-6) Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che è a Gerusalemme. E a ogni superstite da tutti i luoghi dove aveva dimorato come straniero, gli abitanti del luogo forniranno argento e oro, beni e bestiame, con offerte spontanee per il tempio di Dio che è a Gerusalemme”». Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente.

Il brano che ci viene proposto nella Liturgia ci ricorda che Dio suscita i cuori di chi vuole Lui per portare a compimento i Suoi insindacabili piani. Basta analizzare un poco la storia della Chiesa per accorgersi che tanti santi hanno incontrato all’inizio del proprio cammino grandi prove e/o sofferenze, situazioni che chiameremmo sfortunate sul piano orizzontale, ma lo Spirito Santo sa scrivere dritto sulle nostre righe storte.

Anche questo brano ci conferma che da una situazione problematica, da un nemico il Signore riesce a trarre un bene maggiore per il popolo di Israele, infatti proprio dal conquistatore di Israele, re Ciro di Persia, arriva l’ordine di costruire il tempio di Gerusalemme. E, come se non bastasse, gli abitanti del luogo -probabilmente non israeliti- hanno dovuto aiutare la costruzione con beni e oggetti di varia natura. Il Signore sa essere anche un burlone, perché dapprima sembra lasciar agire il nemico a briglia sciolte, per poi intervenire sul più bello, quando nessuno se l’aspetta, con le vie che non sono mai le nostre misere vie.

Cari sposi, il vostro matrimonio sembra arrivato al capolinea? Forse il Signore ha preparato anche il vostro “Ciro re di Persia” per farvi tornare a Lui. Non tutto è perduto, ricordate che il Signore fa nuove tutte le cose, e le rigenera dal di dentro, le trasforma in una realtà tutta nuova. Certamente non avviene come per magia, bisogna che anche noi ci mettiamo del nostro, è necessario che doniamo ” oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamenteper costruire il nuovo tempio di Gerusalemme che è il nostro matrimonio.

La ricostruzione del nostro tempio non è solo opera nostra -anche se necessaria- infatti: A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme; questo è di grande conforto perché nella ricostruzione non dobbiamo fare affidamento solo sulle nostre misere forze -le stesse che magari ci hanno portato sull’orlo del bàratro- ma abbiamo lo Spirito Santo che lavora dentro di noi se glielo permettiamo, ma poi ci sono i fratelli nella fede che, a vario titolo e a vari livelli, possono lavorare con noi per costruire non un’opera umana, ma il tempio del Signore che è ogni matrimonio.

Coraggio quindi care coppie, non dobbiamo temere di chiedere aiuto, dobbiamo temere piuttosto di non avere abbastanza umiltà per riconoscerne il bisogno. Nessuna coppia ce la farà mai se conta solo sulle proprie forze, i mariti possono aiutarsi ed incoraggiarsi tra loro, le mogli possono ascoltarsi e comprendersi tra di loro, i sacerdoti possono far passare la Grazia dalle loro mani consacrate, inoltre per problemi specifici ci sono cattolici seri e preparati che con la loro professionalità sapranno essere d’aiuto.

Il popolo di Isarele non ha lesinato nell’usare oggetti preziosi, oro, argento, bestiame, ecc… ovvero non hanno badato a spese per ricostruire il tempio, ma non per la gloria di loro stessi, ma per dare gloria all’Onnipotente. Similmente dobbiamo fare noi non per dar vanto di noi stessi ma per dare gloria a Dio che ci ha uniti nel sacro vincolo, sprecheremmo un tale dono solo per superbia, per orgoglio?

Giorgio e Valentina

Il matrimonio secondo Pinocchio /12

L’inizio del settimo capitolo comincia con la solita satira del Collodi:

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

Abbiamo già meditato di quanto la risposta del Geppetto assomigli – per non dire che è uguale – a quel: “Io sono – Sono io” più volte presente nella Bibbia, perciò continuiamo tenendo il povero falegname come figura del Padre mentre Pinocchio rimane la nostra controfigura.

Iniziamo con una buona notizia: Pinocchio sente bussare alla porta, ma va oltre poiché nonostante stia ancora sbadigliando domanda “Chi è?“. Molte coppie -ahimé- si accontentano di ciò che dà loro il mondo ed inevitabilmente prima o poi si accorgono del tranello in cui sono cascate – stavano dormendo e russando come Pinocchio – ma quando il Signore bussa alla loro porta, non si scomodano nemmeno per domandare “Chi è ?“. Il buon Dio ha modi e tempi inaspettati e personalizzati per far sentire la propria voce al cuore di ognuno di noi: per alcuni può essere l’invito a partecipare ad un seminario/ritiro al quale si sono liberati proprio gli ultimi posti per l’improvvisa disdetta di qualcun altro, per altri può essere l’occasione di un pellegrinaggio, per altri ancora può essere la predica di un bravo sacerdote ad un funerale o ad un matrimonio, per molti può essere l’aiuto di un vicino di casa, insomma… al Padre non manca la fantasia per bussare. Non è importante la modalità, ma è necessaria almeno la nostra domanda “Chi è?” anche se in realtà scopriamo essere una risposta ad un richiamo.

E non sembra neanche così importante riuscire ad afferrare quella maniglia, basta la volontà di aprirla; infatti il nostro Pinocchio schizza giù dalla sedia dimentico della mancanza dei propri piedi, talmente è tanta l’intenzione di aprire quella porta. Ma Geppetto non si lascerà fermare da nulla poiché legge nel cuore di Pinocchio la voglia di aprire:

[…] – Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada. – Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.[…] Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.

Molti sposi non sanno come rispondere a quel richiamo, a quel bussare… non preoccupiamoci troppo di questo poiché il Padre ci conosce nel profondo, se noi non sappiamo come meglio rispondere ai suoi inviti Lui non ha la pretesa che la nostra risposta sia da manuale, basta l’intenzione forte e decisa, serve quell’entusiasmo di schizzare giù dallo sgabello per correre verso la maniglia. Potremmo essere deficienti dei piedi come Pinocchio, allora ci penserà Lui a passare dalla finestra perché avrà avuto il nostro consenso ad entrare.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per quel “Chi è?“, non lasciamoci ingannare dalle molte voci che sentiamo fuori dalla nostra porta, solo una è la voce del Padre, con la Sua mano tenera ma decisa che bussa con delicatezza al nostro cuore. Forse non abbiamo le parole giuste, non sappiamo cosa fare perché quel “babbo” lo abbiamo lasciato fuori dalla nostra vita per troppo tempo… non importa; se ci accorgiamo di non avere più nemmeno i piedi per camminare – bruciati nel fuoco del mondo – allora è il momento di tirare l’orecchio, è tempo di svegliarci dal sonno e schizzare giù dallo sgabello – ma si dorme comodi sullo sgabello? – non lasciamoci immobilizzare dalla paura di aprire, Lui non ha paura di entrare nel nostro cuore, nella nostra vita, nel nostro matrimonio… vuole trasformarlo in una casa dove regna l’amore, anzi l’Amore.

Giorgio e Valentina.

L’autorità. Onore e onere.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 2,1-8) Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

In questi giorni la Liturgia propone la lettera a Timòteo, la quale è ricca di suggerimenti ed esortazioni sia per i pastori che per noi pecorelle; in questo brano vogliamo cogliere l’esortazione a pregare per coloro che stanno al potere. E’ interessante notare come la Parola di Dio non rigetti mai l’autorità umana, ma la sproni ad esercitarla nella Verità. Questo accade perché ogni autorità trova il suo principio ed il suo fine nella autorità del Padre, per questo l’autorità umana non viene rigettata né sminuita, ma le viene chiesto di essere conforme alla volontà di Dio.

Un re, un monarca, un capo di Stato è chiamato a governare bene, con rettitudine di intenti, deve verificare che le leggi siano moralmente buone e non disumanizzanti, ed è chiamato a promulgare leggi giuste e non inique, che rispettino una legge che sta più in alto rispetto alle leggi del suo Stato: la Legge di Dio Padre che è una legge che non ha tempo; se agisce così allora usa bene dell’autorità ricevuta ed il Signore lo arma con tutte le Grazie necessarie per portare a termine il proprio compito in mezzo al suo popolo.

Se, al contrario, un capo di Stato promulga leggi inique ed ingiuste, disumanizzanti e contrarie alla Legge di Dio, allora egli sta abusando del potere conferitogli; e questo vale per ogni autorità: il genitore per i propri figliuoli, il nonno per i propri nipoti, l’insegnante a scuola per i propri studenti, il capo-reparto per i colleghi, il dirigente aziendale per i propri sottoposti, il datore di lavoro per i propri dipendenti, ecc… ogni autorità trova il suo principio in Dio e quindi a Lui dev’essere sottomessa.

Qualora l’autorità dovesse imporre un comando immorale ed iniquo, le persone sottoposte non sono tenute ad osservarlo, anzi, sono tenute a disobbedire a tale comando per non offendere Dio:

(Atti 5,29) Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Tutto ciò finora richiamato è un aspetto insito nel quarto Comandamento: onora il padre e la madre. Sul versante educativo quindi vale esattamente per noi genitori ciò che vale per i capi di Stato. Nella storia della Chiesa ci sono stati casi di giovani santi che hanno disubbidito ad un comando iniquo del padre o della madre, l’esempio più eclatante e famoso è sicuramente quello di San Francesco d’Assisi.

Cari sposi, l’articolo di oggi non vuole essere una lezione di teologia morale o simile, ma vuole ricordarci che ogni dono di Dio porta con sé un’onere, se siamo genitori abbiamo una grave responsabilità nei confronti dell’educazione alla fede dei nostri figli, non possiamo disinteressarcene ed esimerci da questo compito relegandolo ad altri per comodità.

Anche gli sposi che non hanno figli naturali hanno un’autorità che va esercitata nel servizio alla santità l’uno dell’altra in primis, ma poi essa si estende nei vari servizi alla Chiesa che insieme decidono di vivere: per esempio verso i figli adottivi o in affidamento, verso i bambini del catechismo, verso i fidanzati dei percorsi pre-matrimoniali, verso gli ammalati che accudiscono, verso i poveri che aiutano, verso i ragazzi che frequentano l’oratorio ove essi operano come educatori.

Il Signore non è geloso né spilorcio nel donare tutti gli aiuti e le Grazie necessarie per esercitare al meglio l’autorità concessa, perciò non dobbiamo preoccuparci dell’aiuto divino poichè è meglio cercare innanzitutto il Regno di Dio, del resto il Signore stesso provvede ai suoi figli così come nutre gli uccelli del cielo.

Coraggio sposi, dobbiamo far di tutto per favorire l’incontro dei nostri figli/ragazzi con Cristo, se incontreranno Lui avremo regalato loro il dono più prezioso.

Giorgio e Valentina.

Buttare tutto nell’indifferenziato!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-11) Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! […] Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. […]

Questo brano paolino è una bellissima esortazione, se immaginiamo l’ardore con cui questo discorso possa essere rivolto da un pastore alle sue pecorelle, sicuramente ne verremmo edificati; se il nostro parroco ci parlasse con grande zelo con queste parole infuocate dallo Spirito Santo probabilmente sentiremmo quella fiamma ardere dentro il nostro cuore e ci spingerebbe a cambiare vita, in sostanza a convertirci con risoluta decisione.

Troppo spesso invece la Parola di Dio viene letta e/o ascoltata durante la S. Messa con superficialità, con freddezza, con distacco, con noia quasi fosse uno dei tanti discorsi propagandistici di qualche politico di moda; ed invece è una Parola viva ed efficace, ma ha bisogno dell’ascolto vero, dell’accoglienza altrimenti resta lettera morta o poco più. Per destare maggior interesse possiamo immaginare che sia il Figlio di Dio in persona a parlare al microfono delle nostre chiese, se ci fermiamo un attimo a pensare ci accorgiamo che Egli è Il Verbo fatto carne, perciò Lui è La Parola di Dio, La Parola del Dio vivente.

E, come spesso accade, La Sua Parola non ha mezze misure col peccato. Col peccato non si scende a compromessi, non si tratta, non si scherza. Il medico quando cura il paziente non si mette a dialogare con la malattia; usando l’immaginazione potremmo vedere il medico che con una mano infilza la malattia e con l’altra tiene per mano il paziente per incoraggiarlo e per ridestare in lui la voglia di combattere, per ravvivare la battaglia contro il male che lo attanaglia.

L’inizio è un po’ insolito con quel “[…[se siete risorti con Cristo“, ma sembra più una domanda retorica, come se Paolo volesse ricordare alle sue pecorelle che col Battesimo esse hanno cominciato una vita nuova. E lo sta dicendo sicuramente anche a noi sposi: cari sposi, se siete sposi in Cristo e siete risorti a vita nuova smettetela di accontentarvi di ciò che vi dà il mondo.

E’ tempo ormai di destarci dal tiepidume e di riprendere in mano la nostra vita nuova, il nostro Santo Battesimo che ci ha donato la vita di Grazia.

E’ un’esperienza che i genitori fanno con i propri figli, infatti quando ormai il bimbo è divenuto grandicello di solito lo esortiamo con parole simili : “adesso sei diventato grande, non puoi più comportarti come un piccolino“, sono parole che vogliono aiutare il bambino a rendersi conto della situazione attuale e nello stesso tempo spronarlo al miglioramento di se stesso, a superare la tappa dell’età inferiore e proiettarlo con gradualità verso l’età adulta. Similmente San Paolo si comporta come questo genitore che vuole proiettarci nell’età adulta, nell’età della vita di Grazia, la vita nuova in Cristo.

E per farlo è necessario abbandonare i comportamenti dell’età inferiore, ovvero i peccati sopra descritti. Assomiglia a quando si fa repulisti in casa, perché si trattiene solo ciò che ancora è utile o buono e si dà via l’inutile, il vecchio; assomiglia anche a quando riempiamo il sacco dell’immondizia indifferenziata: non si sta lì troppo a perdere tempo o perché non ce la si farebbe comunque o perché sarebbe troppo complicato, perciò si butta tutto nell’indifferenziata senza farsi inutili scrupoli.

E col peccato bisogna agire in egual misura, si getta tutto nell’indifferenziato, non possiamo trattenere qualcosa per noi, altrimenti non sarebbe un vero repulisti. Ci sono coppie che con la bocca dicono di avere fede, ma poi non buttano tutto nell’indifferenziato: si tengono qualche peccato come di scorta, quasi avessero paura di restarne senza, come se fossero gelosi dei propri peccati.

Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in fondo in fondo ci piace commettere questo o quel peccato, che non lo abbandoniamo perché lo sentiamo un amico intimo di coppia, di famiglia, ci siamo affezionati a quel peccato che ci dà la sensazione di poter ribellarci a Dio, quella oscura sensazione di sentirci i padroni di noi stessi foss’anche per pochi istanti della nostra vita, del nostro matrimonio. Ed invece il Matrimonio è un Sacramento, è come se quel genitore che sta spronando il bambino ad abbandonare i gesti infantili, dia insieme con l’esortazione anche i mezzi, gli strumenti per poterlo fare. E così fa il Signore con il Sacramento del Matrimonio. Cari sposi, non accontentatevi del povero (simil)matrimonio che vi dà il mondo, voi siete fatti per molto di più, siete fatti per l’eternità.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /11

Siamo alla fine del capitolo 6:

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. -Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi li occhi. – Sono io! – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.

In queste poche righe che chiudono il sesto capitolo è racchiuso l’umano dramma della lontananza dal Padre e la Sua risposta nell’economia della salvezza. Abbiamo già meditato su come allontanarsi dal Padre ci faccia ritrovare in una stanza vuota, che è principalmente la stanza del nostro cuore, la stanza del nostro essere. Quando si vive così ci si ritrova come dei diseredati della regalità che pure ci era stata immeritatamente donata; e si vive, o meglio, si sopravvive come Pinocchio in una tranquilla incoscienza senza angosciarsi del proprio stato. Pinocchio, che è il prototipo di noi quando facciamo i “figliuol prodighi”, senza Geppetto

  • non riesce a fare quello che deve,
  • né a capire quello che sa,
  • né a volere quello che vuole,
  • né a essere quello che è.

E’ così anche per noi sposi quando ci allontaniamo dal Padre, basta fare qualche esempio:

  • non riusciamo a fare il nostro dovere di marito/moglie oppure di genitori: lo sappiamo che dobbiamo amare il nostro consorte con lo stile di Gesù ma non ci riusciamo.
  • non riusciamo a capire quello che sappiamo: non capiamo fino in fondo la fedeltà nonostante la sappiamo, non capiamo la gravità dell’aborto o della pornografia nonostante sappiamo essere male.
  • non riusciamo a volere quello che vogliamo: vogliamo un matrimonio felice ma non riusciamo a volerlo e restiamo nella sufficienza, rimane una relazione che a stento galleggia come una barca crepata, vogliamo perdonare ma non riusciamo a volerlo perché pensiamo di avere sempre ragione, vogliamo godere del Paradiso e non riusciamo a volerlo, la nostra vita sembra dire il contrario.
  • non riusciamo ad essere quello che siamo: siamo istituiti come sposi in Cristo, come icona dell’amore Trinitario e non riusciamo ad esserlo nemmeno tra le nostra mura domestiche e all’esterno testimoniamo solo lamentele.

Quando si vive lontano dal Padre la vita scorre col suo tran-tran ma l’anima è come intorpidita, e come Pinocchio “seguitiamo a dormire e a russare, come se i nostri piedi siano quelli di un altro“; facciamo cose ma come degli automi, come se un giorno sia uguale all’altro, non ci accorgiamo che la Grazia opera continuamente perché stiamo russando forte.

Finalmente qualcuno bussa alla porta del nostro cuore, e non a caso avviene “sul far del giorno“, chiaro richiamo all’alba della Risurrezione, ma soprattutto è stupefacente la risposta di Geppetto con quel: “Sono io“. Un frase ricorrente nella Parola di Dio come la voce del roveto ardente che dice a Mosè :”Io sono” (Es 3,14); Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24); ancora Gesù ai soldati che stanno per arrestarlo: “Sono io“.

La nostra risurrezione, la risurrezione del nostro matrimonio, non comincia fino a quando non ci “svegliamo” perché percepiamo una presenza: quel “qualcuno” che bussa alla porta del nostro cuore. Al risonare della voce di Geppetto, Pinocchio si rende finalmente conto della propria miseria e insieme intravede la strada per uscirne, nella presenza di colui che lo può ricreare, ed è così anche per le molte conversioni avvenute dopo che si è toccato il fondo, il Signore nella Sua infinita Sapienza permette tutto ciò per trarne un bene ancor maggiore.

Ci sono molte testimonianze di sposi – alcuni li conosciamo di persona – che stavano dormendo e russando forte alla stregua di Pinocchio: il loro matrimonio era sull’orlo non di una crisi ma di una separazione già quasi in atto, vivevano sotto lo stesso tetto come due sconosciuti… poi “sul far del giorno” sentirono bussare alla porta del loro cuore e cominciò la Risurrezione.

La redenzione è, in primo luogo, una manifestazione di esistenza; la salvezza si gioca sul piano dell’essere e non delle idee : la presenza nel nostro cuore di Colui che si definisce “Io sono“, l’inabitazione nel nostro essere di Colui che è, la sempre più perfetta sovrapposizione del Suo Essere con il nostro essere.

Cari sposi, vogliamo risorgere a matrimonio nuovo? Cominciamo ad accorgerci di tutte quelle volte in cui sentiamo bussare alla porta del nostro cuore e sentiremo la voce del Signore: “Sono io“.

P.S. : la porta del nostro cuore ha la maniglia solo all’interno.

Giorgio e Valentina.

Valigie pronte!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 4,13-18) Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

In questi giorni la Chiesa ci sta offrendo vari brani dalle lettere di S. Paolo ai Tessalonicesi, ed hanno sicuramente il pregio di essere chiare e di facile comprensione tanto per i dotti quanto per i semplici, poiché affrontano temi della vita quotidiana che restano validi per gli uomini di ogni tempo, di ogni cultura e di ogni estrazione sociale. Oggi facciamo tappa in Paradiso, tappa di natura solo meditativa perché sappiamo che in realtà esso è eterno perciò non può essere tappa per sua natura, semmai è meta definitiva. Ci lasciamo provocare dal brano in questione per provare a delineare qualche tratto del nostro rapporto con l’Aldilà.

Sempre più spesso ormai si sta diffondendo, ahinoi anche tra i cattolici, la pratica della morte indolore, dell’indurre all’incoscienza il moribondo per non farlo soffrire “inutilmente” e aspettare che la morte sopraggiunga mentre la persona è in questo stato. Non vogliamo affrontare il delicatissimo tema delle cure palliative e di sollievo dalla sofferenza, per il quale servono altre competenze.

Il problema non è decidere se la morfina (o altri farmaci simili) sia più o meno moralmente accettabile (ed in quali dosi sia meglio) per alleviare il dolore del malato, il problema che vogliamo mettere in luce sta molto prima di questa decisione. Il problema sta nel preparare il nostro caro ad affrontare il dolore e la morte, qua sta il punto cruciale sul quale molti inciampano nelle scelte per i propri cari e/o del proprio coniuge.

Questo mondo ci vuole far credere che la vita sia tutta qua, in questo mondo, che non esista l’aldilà, che il Paradiso sia solo un’invenzione dei preti per sfamare la nostra brama d’eternità, che i nostri corpi mortali non siano chiamati alla risurrezione, che tutto finisca con la morte e che oltre esista solo il nulla. Purtroppo questa mentalità si è insinuata nella vita di molti cristiani, i quali hanno bevuto questo veleno spirituale senza rendersi conto della sua tossicità mortale.

Seguendo questa mentalità nemica della nostra natura di creature destinate all’eternità, molte persone lasciano che i propri cari si avvicinino alla morte privandoli dell’ultimo appello della misericordia divina, dell’ultimo treno della misericordia, dell’ultima possibilità di pentimento prima di incontrare la Giustizia, ovvero li privano deliberatamente dei Sacramenti “in articulo mortis“, senza nemmeno interpellare il malato in questione. Ci sono moltissime testimonianze di persone convertite in punto di morte: persone che hanno chiesto perdono al Signore delle proprie malefatte e che si sono affidate alla misericordia divina solo negli ultimi istanti della propria vita, persone che si sono salvate per il rotto della cuffia; uno su tutti è il famosissimo buon ladrone, uno dei due crocifissi a lato di Gesù.

Cari sposi, se abbiamo deciso di amare ed onorare il nostro coniuge tutti i giorni della nostra vita, siamo sicuri che lasciarlo morire addormentandolo piano piano nell’incoscienza, senza che prima abbia ricevuto il conforto degli ultimi Sacramenti, sia un atto di amore nei suoi confronti?

Onorare il nostro coniuge, tra le altre cose, è anche onorare la presenza reale di Cristo tra noi, è anche onorare la inabitazione della Trinità stessa dentro il suo corpo e dentro la sua anima, e questo significa riconoscere che quello non è solo il corpo mortale del nostro coniuge, è il corpo con cui Cristo ha deciso di raggiungermi col Suo amore in modo unico e personalizzato, magari per tantissimi anni di matrimonio.

Lasciar morire deliberatamente il nostro coniuge privandolo dei Sacramenti lo potremmo definire come un atto di tradimento, tradimento della nostra vocazione, tradimento dell’amore che abbiamo deciso di mettere in atto, tradimento del nostro Matrimonio Sacramento, poiché è una decisione che disonora la presenza reale di Cristo tra noi. Se io fossi Cristo in persona, lascerei morire mia moglie/mio marito senza donargli/le la salvezza eterna?

Facciamo forse mille regali al nostro amato durante gli anni del matrimonio, ma se prima che perda conoscenza gli regaliamo gli ultimi Sacramenti, quest’ultimo regalo sarà quello più bello, più importante, più apprezzato e più duraturo di tutti, avremo regalato l’eternità. Molti si affannano per regalare anche solo un mese di vita in più in questa vita ai propri coniugi, ma poi non pensano di regalare l’eternità che è infinitamente di più di un mese quaggiù.

Coraggio sposi, questa vita non è la nostra vera casa, è come se stessimo in un hotel, non è casa, gli sposi felici sono quelli che hanno sempre le valigie pronte per tornare alla casa del Padre.

Giorgio e Valentina.

Non possiamo tacere la Verità

Dal Salmo 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica del martirio di S. Giovanni Battista, quanti riescono ad andare a Messa vedranno il sacerdote rivestirsi del colore rosso, che ci ricorda per l’appunto il sangue del martirio. Abbiamo scelto di riflettere a partire da alcuni versetti del Salmo di oggi, è così attinente che sembra scritto in prima persona proprio dal Battista; per quanti non conoscono la grandezza di questo santo lasciamo che sia Gesù stesso a delinearne i tratti: Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. (Luca 7,28)

Ricordiamo anche che il Battista è colui che “battezza” Gesù, è colui del quale viene ripetuta ad ogni Messa una famosa frase: “Ecce Agnus Dei qui tollis peccata mundi.“, ma lasciamo ai più esperti approfondire la figura del Battista, noi ci limiteremo ad approfondire qualche aspetto.

La prima parte del Salmo verte sulla fiducia piena nel Signore sempre e comunque. Il Battista ci è maestro in questo perché ha confidato nel Signore sempre nonostante la tribolazione e la persecuzione, non è così scontato.

Se ci avessero incarcerato per la testimonianza resa al Signore con la nostra predicazione, ce ne staremmo così tranquilli dietro le sbarre? Ma prima di arrivare a questo punto dobbiamo chiederci se noi faremmo lo stesso. Il Battista era in carcere perché aveva denunciato al re Erode il suo adulterio con la concubina Erodìade; Erode ascoltava interessato la predicazione di Giovanni nonostante gli ricordasse il proprio peccato, probabilmente era stato toccato nel cuore dalle parole del Battista ma non aveva il coraggio di cambiare vita, forse per qualche ragione politica o di intrighi di palazzo, mentre la concubina e sua figlia non sopportavano la voce della coscienza incarnata da Giovanni.

Noi sposi non possiamo mai tacere la Verità anche se scomoda, certamente dobbiamo offrirla con Carità e mai con prepotenza o crudeltà. Quante volte purtroppo succede, anche all’interno del matrimonio, che la Verità viene taciuta per compiacere l’altro o per non risultare antipatici, facciamo qualche esempio.

Molte mogli hanno rinunciato alla Messa Domenicale preferendo accompagnare il marito a fare altro, hanno compiaciuto sì il marito ma hanno tradito Dio macchiandosi di un peccato mortale : hanno messo a tacere la Verità perché scomoda. Molti mariti hanno accettato che la moglie ingerisse pillole anticoncezionali (magari anche potenzialmente abortive) con il solo scopo di assecondare i piaceri della carne: hanno taciuto la Verità perché scomoda. Molti genitori accettano senza intervenire gli atti peccaminosi dei figli senza richiamarli alla Verità o, peggio ancora, in alcuni casi favorendoli : per esempio gli atti impuri, la fornicazione, la bestemmia, lo sballo, il piacere sfrenato dei sensi, l’impudicizia, l’ubriachezza, eccetera. Già con questi pochi esempi abbiamo toccato diversi ambiti, ma il denominatore comune è la rinuncia a dire la Verità per un proprio tornaconto (di qualsivoglia natura).

Cari sposi, noi siamo stati investiti dal Sacramento della Cresima della forza della testimonianza/martirio, forza che viene corroborata dalla Grazia del Sacramento del Matrimonio con l’autorità della Chiesa, che ci invia “due a due” per essere icona dell’Amore Trinitario nel mondo ed icona di Cristo l’uno per l’altra.

Gli sposi non hanno tutto sulle proprie spalle, non è tutto sulle nostre forze, non siamo soli, abbiamo la presenza reale di Cristo tra noi, abbiamo la costante presenza dello Spirito Santo che ci santifica passo dopo passo, abbiamo l’amore del Padre che ci ha eletti ad essere una Sua immagine viva, unica ed irripetibile, ma anche efficace.

Chiediamo l’intercessione di Giovanni Battista affinché anche il nostro matrimonio diventi come la sua voce, irritante forse per le moderne Erodìadi (che non sopportano il pungolo della coscienza) ma stimolante per gli Erode che ascoltano volentieri la Verità perchè ne intuiscono il valore per la propria vita. Coraggio sposi, il mondo moderno ha tanto bisogno della testimonianza dei nuovi Battista.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /10

Siamo giunti al capitolo 6 così presentato:

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.

Dopo la delusione dell’uovo “volato fuori dalla finestra”, il nostro protagonista si avventura a gironzolare nel vicino paesello nella speranza di trovare un tozzo di pane e/o elemosina

Ma trovò tutto buio e tutto deserto. […] Pareva il paese dei morti. Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, […]

Se la stanza della propria casa si è rivelata alquanto inospitale, il mondo esterno è ancora più crudele. Quando ci allontaniamo dal Padre la stanza del nostro cuore diventa inospitale, e così la stanza delle nostre relazioni, la stanza dei nostri affetti, la stanza del nostro matrimonio, la stanza che è il mondo che ci circonda diventano inospitali.

Ci sono tante spose che chiedono aiuto perché si sentono allontanate dal proprio marito, il quale è diventato troppo irascibile, scorbutico, collerico, brontolone, violento, triste ed annoiato di tutto e di tutti: è perché si è allontanato dal Padre, la stanza del proprio cuore è inospitale ed il mondo esterno risulta ancora più crudele in quanto non gli offre né le riposte né l’Incontro che aspetta da tanto, invece di risposte trova che il mondo lo sbeffeggia come quel vecchietto che, invece di un tozzo di pane, rovescia dalla finestra una catinella d’acqua sulla testa di Pinocchio, il quale

tornò a casa bagnato come un pulcino rifinito dalla stanchezza e dalla fame […]

E lo stesso vale per i tanti mariti che lamentano una freddezza insolita nel comportamento della moglie, la sentono distaccata, disinteressata, taciturna, triste H24, attenta più alla carriera che alla cura dei figli, priva di quella naturale accoglienza che contraddistingue la natura femminile: anche qui il problema principale è nella stanza del cuore.

Quando il nostro cuore è lontano dal Padre non ne risente solo l’anima, non è un problema solo di anima, perché la nostra natura proviene da Lui, dal nostro Creatore, Lui è la nostra fonte di vita; è l’anima che dà vita al corpo, tant’è vero che quando una persona è morta diciamo che è un corpo senza vita/senz’anima perché l’anima si è distaccata dal corpo mortale.

Sembrano concetti inarrivabili ma lo constatiamo tutti che ci sono giorni in cui tutto ci sembra bello ed entusiasmante, persino il lavoro, i colleghi, la coda al supermercato, il traffico o una ruota bucata, mentre ci sono altri giorni in cui le stesse identiche cose ci appaiono come una tortura, una cospirazione contro di noi… cos’è cambiato? Il nostro cuore, la nostra anima, è lei che dà vita al corpo, che ci fa vedere la vita attraverso i suoi occhiali, per questo è necessario tenere sempre pulite le lenti di questi occhiali spirituali.

Cari sposi, quando vedete il vostro coniuge, alla stregua di Pinocchio, “vagare nel paesello di notte” con quella fame di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, è allora che dovete allargare il vostro cuore affinché non si perda nel mondo ma ritrovi se stesso almeno nel vostro cuore, nella relazione con voi, se la stanza del suo cuore è diventata inospitale la vostra prima preoccupazione è quella di aiutarlo a mettervi ordine. È la missione del matrimonio: aiutare l’altro a diventare santo rendendo presente Gesù attraverso di noi, attraverso la nostra vita, attraverso i nostri corpi, dovemmo chiedere al Signore di prendere possesso del nostro corpo affinché il Suo amore per il nostro coniuge si manifesti attraverso di noi.

E’ impegnativo ma è santificante, non è gratificante ma è pacificante, è sacrificante ma è liberante. Coraggio sposi, non tutto è perduto, dopo la notte ci aspetta un’alba radiosa com’è successo a Pinocchio che, una volta addormentato coi piedi sul caldano pieno di brace accesa:

Finalmente sul far del far del giorno si svegliò perché qualcuno aveva bussato alla porta.

Sarà il tema della prossima puntata.

Giorgio e Valentina.

L’ingratitudine.

Dal libro di Giosuè (Gs 24,1-13) In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Nei tempi antichi i vostri padri, tra cui Terach, padre di Abramo e padre di Nacor, abitavano oltre il Fiume. Essi servivano altri dèi. Io presi Abramo, vostro padre, da oltre il Fiume e gli feci percorrere tutta la terra di Canaan. Moltiplicai la sua discendenza […]. Feci uscire dall’Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare.[…]. Vi feci entrare nella terra degli Amorrei, […]. Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico.[…] Vi attaccarono […] ma io li consegnai in mano vostra. Mandai i calabroni davanti a voi, per sgominare i due re amorrei non con la tua spada né con il tuo arco. Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato”».

Oggi affrontiamo un tema che di certo crea molte divisioni nelle relazioni: l’ingratitudine; ci facciamo aiutare da questo brano che racconta dell’ingratitudine del popolo di Israele nei confronti di Dio, il quale cerca di ravvivare la memoria di questo popolo ricordando i prodigi che ha compiuto per esso. Non vogliamo fare un trattato psicologico o pedagogico, ma solo mettere in luce alcuni aspetti da cui trarre beneficio per la vita sacramentale, ovvero per il nostro matrimonio.

Di solito succede che solo quando si arriva all’età adulta e ci si trova a nostra volta dalla parte del genitore o del nonno, ci si rende conto di quanti sacrifici abbiano fatto nel nascondimento i nostri genitori e/o i nostri nonni, senza chiedere mai nulla in cambio e senza mai un lamento. È allora che ritroviamo affetti assopiti o rivalutiamo l’operato di quegli adulti che con tanto disinteresse ci hanno donato molto, mentre con lo sguardo da ragazzini ci sembravano solo dei rompiscatole o ci erano indifferenti solo perché magari erano incapaci di dimostrare il loro amore con l’affetto che in quel momento adolescenziale noi desideravamo tanto.

Se ci sta capitando o se ci siamo già passati dobbiamo fare tesoro di questa esperienza di vita, senza però farsi venire inutili sensi di colpa per il fatto che magari questi adulti sono già morti senza che noi li avessimo almeno ringraziati. Non facciamo lo sbaglio di lasciarci sopraffare dai sensi di colpa che pesano più di un macigno sul nostro cuore, piuttosto prendiamo atto della nostra ingratitudine passata e poniamovi rimedio intensificando la preghiera per questi morti e, soprattutto, facendo celebrare tante Messe in loro suffragio.

Per quanto riguarda invece la vita presente bisogna che d’ora in poi cominciamo a ringraziare qualsiasi persona da cui riceviamo anche solo un piccolo gesto, questo ci aiuta a tenere una bassa considerazione di noi stessi, non per abbassare l’autostima ma per ricordarci sempre che siamo fallaci, che siamo deboli (e quindi il gesto dell’altro ci aiuta nella debolezza), che siamo fragili; e se questo vale per la vita della carne quanto più vale per la vita dello spirito: ci ricorda che siamo dei peccatori, che siamo sempre più superbi e orgogliosi di quanto lo ammettiamo, che siamo dei mendicanti nei confronti di Dio, che noi siamo niente e che Lui è tutto.

Cari sposi, non lasciate che l’ingratitudine entri e rovini la vostra relazione dal di dentro, bisogna tenere sempre alta l’attenzione su noi stessi, sul nostro matrimonio, sulla nostra relazione, mai abbassare la guardia perché il nemico non vede l’ora di infilarsi anche solo da una fessura per farne diventare una voragine che distrugge il matrimonio.

Una santa abitudine è quella di non andare a letto la sera senza prima essersi riconciliati tra noi sposi, ringraziando l’altro per tutto quello che ha fatto anche e soprattutto se non l’abbiamo visto, ringraziarlo per le mille faccende di cui si è occupato oggi e per la pazienza che ha avuto nel sopportare i nostri difetti e scusare le nostre mancanze in silenzio.

L’amore è gratuito altrimenti diventa un contratto tra le due parti: è vero che non dobbiamo compiere un gesto per il piacere di sentirsi dire grazie, ma è altrettanto vero che il ringraziamento ci piace perché ci fa sentire stimati ed amati, ci fa sentire non degli anonimi ma in qualche modo il ringraziamento dell’altro aiuta a formare la nostra identità.

E se noi siamo creati ad immagine e somiglianza del Padre significa che anche a Lui piace il ringraziamento. Quanti sposi ringraziano il Signore? L’ingratitudine verso Dio aumenta il nostro orgoglio e la nostra superbia, mentre il ringraziamento aumenta la nostra fede in Lui, perché ci fa rendere sempre più conto che senza di Lui non possiamo far nulla.

Se il Signore ci parlasse del nostro matrimonio potrebbe dire sicuramente così: Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato. Ed è proprio così, perché la terra spirituale della Salvezzae della Grazia del Sacramento del Matrimonio non l’abbiamo lavorata noi, abitiamo in una città di pace ed amore che non abbiamo costruito noi, e mangiamo succulenti e deliziosi frutti spirituali che non abbiamo piantato noi.

Coraggio sposi, non possiamo far altro che ringraziare Colui da cui tutto proviene.

Giorgio e Valentina.

Ne vale ancora la pena?

Dal libro del Deuteronomio cap 10,12-22 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto. Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome. Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore, tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».

Questo discorso di Mosè è assai commovente, se pensiamo che sono parole che dovremmo sentire dai pulpiti delle nostre chiese, i nostri pastori sono i nostri odierni Mosè e forse basterebbe una predica infuocata con tali parole per smuovere tanti cuori ormai soffocati come da un calcare spirituale.

Provate per un attimo ad immaginare l’inizio del discorso sostituendo “Mosè” col nome del vostro parroco, e poi sostituite “Israele” col nome della vostra parrocchia, del vostro paese, della vostra realtà comunitaria (meglio ancora con i vostri nomi) e scoprirete quanto abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi che ci scuotano dal tiepidume spirituale da cui molti cattolici sono colpiti, vivono la fede come dei cacciatori bloccati dentro le sabbie mobili non sapendo di perdersi le ambite prede.

Cari sposi, quante volte anche il nostro matrimonio assomiglia al cuore ostinato e alla dura cervice degli Israeliti, quando nonostante abbiamo visto le meraviglie del Signore siamo tornati alla vecchia vita come degli ingrati.

Molte coppie partecipano a settimane di spiritualità, ritiri per sposi, convegni, corsi di spiritualità coniugale, e vivendo queste esperienze ravvivano la propria relazione, si sentono inondate da una sorta di ebbrezza inspiegabile: non è semplicemente l’effetto dello “stare insieme come comunità“, ma sono segnali divini, come piccole freccette che lo Spirito Santo lancia al nostro cuore, sono come piccoli punti di ristoro in mezzo ad una piana desertica, sono delle consolazioni che il Signore ci concede nella Sua Infinita Misericordia.

Lo Spirito Santo a volte usa questa “tattica” per attirarci a sé come fa un innamorato quando corteggia la sua bella e la seduce con ogni dolcezza, così anche il Signore ci fa assaporare la Sua dolcezza usando anche i nostri sensi.

Perché allora queste coppie, dopo aver assaporato le delizie dell’amore di Dio Onnipotente, una volta tornate alla loro vita ordinaria sembrano dimenticarsi ben presto dell’esperienza appena vissuta?

Il problema non sta nella tattica del Signore, ma nella risposta che diamo noi a questi dolci Suoi inviti; a volte ci comportiamo come la bella che prima di decidere se accettare le avances del pretendente gli fa la “radiografia totale” e, nonostante lui abbia dimostrato di essere degno di fiducia, lei ha già deciso in cuor suo di non aver bisogno del suo amore.

E’ così che queste coppie continuano a partecipare a ritiri su ritiri, accumulano corsi su corsi, hanno un curriculum di tutto rispetto quanto a partecipazione ad eventi di spiritualità matrimoniale, MA la loro relazione non fa mai progressi, il loro matrimonio non ingrana mai la marcia giusta, non spingono mai sull’acceleratore perché nel profondo del proprio cuore hanno già deciso di non aver bisogno dell’amore di Dio, si comportano come gli israeliti dal cuore ostinato e dalla dura cervice, nonostante abbiano sperimentato come il Signore sia Colui “che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto.” provate allora a rileggere l’esortazione di Mosè come rivolta a voi stessi.

Coraggio sposi, abbandoniamo le nostre certezze per tuffarci a occhi chiusi nella Sue certezze. Non è più il tempo per tentennare, per capire da che parte stare, non mettiamo alla prova il nostro Dio Onnipotente. Il nostro modello? La Madonna, di cui oggi festeggiamo la Sua Assunzione in Cielo in anima e corpo, non si è fidata delle poche certezze umane ma ha confidato pienamente ed interamente nel Signore. E la Sua Assunzione ci testimonia che ne è valsa la pena!

Regína in cáelum assúmpta, ora pro nobis.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /9

Continuiamo la nostra riflessione col quinto capitolo che è semplicemente l’epilogo del quarto, ed ecco come il Collodi lo titola:

Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello la frittata gli vola via dalla finestra.

Tolto di mezzo Geppetto e ucciso il Grillo parlante, Pinocchio, che si aspetta un’esistenza luminosa nell’appagamento immediato dei desideri e nel dominio assoluto sulle cose, sperimenta invece l’oscurità, la vacuità delle cose, la fame, la delusione.

Intanto cominciò a farsi notte. Quando ci si allontana dal Padre e si mette a tacere la voce della coscienza, inevitabilmente scende la notte nell’anima, nella nostra vita. La notte impegna in maniera indelebile la nostra natura di creature, perché si avverte che prima o poi dovremo “fidarci” ed abbandonarci al sonno, con la speranza di risvegliarci il mattino seguente con la vacua illusione di riprendere il dominio sul mondo grazie alle ritrovata vigilanza e le capacità di intendere e volere. Ecco perché la sera è il momento propizio per l’esame di coscienza, per riprendere in mano il senso del nostro fare nella giornata appena passata, per aggiustare ciò che è stato rotto, per controllare la rotta della propria vita, per una verifica di controllo, così come facciamo i tagliandi di controllo periodici al motore dobbiamo fare un tagliando continuo alla nostra vita. E tutto ciò vale anche per la notte dell’anima; ci sono numerose testimonianze di persone comuni, ma anche di grandi santi, che si sono convertiti solamente dopo aver “toccato il fondo”. Ed anche per Pinocchio la notte è un richiamo al senso dell’esistenza ed infatti si pente: Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa. Sembra di sentir parlare il figliuol prodigo della famosa parabola raccontata da Gesù.

La pentola era dipinta sul muro. Quello che il mondo prima presentava come libertà dall’oppressione del Padre, si rivela vuoto e con crudele sarcasmo continua a farcelo intravedere nel suo inganno: una pentola dipinta vista dagli occhi di un affamato è molto più di una ironia. È il vuoto dell’esistenza che si sperimenta allontanandosi da Dio e dalla Sua Legge.

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Dapprima il mondo ci attira con le sue bramosie e poi ci lascia più fame di prima. Perché il mondo non soddisferà mai la nostra fame di Verità, la nostra fame di senso, la nostra fame di eternità, la nostra fame di una casa eterna, la nostra fame di essere amati, la nostra fame di perdono, la nostra fame di abbracciare tutto, la nostra fame di infinito. Quando finalmente Pinocchio trova un uovo – non a caso lo trova nel monte della spazzatura – esso si rivelerà l’ennesimo inganno.

Cari sposi, il mondo non ci vuole insieme perché ci ritiene un pericolo, siccome la coppia ricorda la creazione ed inevitabilmente il Creatore, ecco che dividendoci raggiunge lo scopo di togliere dal cuore dell’uomo anche solo il ricordo di Dio. Ora più che mai dobbiamo combattere contro le falsità, dobbiamo ribellarci alle pentole vuote disegnate sulle pareti colorate del mondo.

Una di queste pentole vuote che ci tocca da vicino è senz’altro la “pentola” della convivenza. Di sicuro il mondo ce la disegna molto attraente e ricca di colori e sfumature da indurci a credere che sia una pentola vera e piena di cibo succulento e prelibato, mentre invece è un freddo dipinto sul muro, che quando cerchi di afferrarla per cucinare ti accorgi dell’inganno. E’ come se vivessimo in un continuo carnevale dove il vero volto è celato dietro una maschera molto decorata ed appariscente, ma pur sempre maschera.

Ci sono poi le uova che troviamo sul monte della spazzatura: l’adulterio, il sesso libertino, la lussuria, l’impurità, l’impudicizia, l’oscenità, e ci ritroviamo come Pinocchio cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano.

Coraggio famiglie, non dobbiamo temere di riconoscere le nostre cadute, quando ci accorgiamo di avere tra le mani un uovo vuoto, ritorniamo dal Padre e gridiamogli il nostro dispiacere di esserci allontanati da Lui e dalla Sua Legge, il nostro pentimento farà breccia nel Suo cuore. Lui ci aspetta con le braccia aperte, il suo abbraccio misericordioso darà nuova carica al nostro matrimonio, ridarà la luce alla nostra stanza spenta, ridesterà una relazione che sembrava ormai spenta.

La nostra relazione non sarà più come quella pentola disegnata a sbeffeggiare la nostra fame d’amore, ma diventerà matrimonio, diventerà una pentola vera e piena di cibo reale e succulento meglio di un ristorante pentastellato.

Giorgio e Valentina.

Serve il bagnino?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36) Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. […] Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Questo è un brano assai famoso, la scena sarebbe quasi comica nel vedere le facce degli altri discepoli quando dapprima gridano spaventati da un finto fantasma e poi con gli occhi strabuzzati ammirano la scena di Pietro che cammina sulle acque. Non si spiega come mai un pescatore esperto come Pietro non sappia nuotare e ad un certo punto abbia bisogno di un bagnino un po’ particolare che lo salvi dall’annegamento, però sappiamo quanto quest’uomo fosse istintivo, di solito la gente pensa e poi agisce, mentre lui fa l’esatto contrario : prima agisce e poi pensa. Ma secondo voi non ci sarà stato nessuno sulla barca che abbia tentato di bloccarlo e tenendolo per un braccio? Pietro, ma che ti salta in mente? Non si cammina sulle acque, guarda che manco sai nuotare!… Non lo sappiamo, di certo però possiamo immaginare lo stupore degli altri, e lo intuiamo dal loro prostrarsi dinanzi a Gesù riconoscendolo come Figlio di Dio per l’ennesimo miracolo prodigioso appena avvenuto.

Vorremmo oggi soffermarci su due particolari di questo brano: il primo è che Gesù si fa vedere “sul finire della notte” (“sul far del mattino“) ed il secondo è il fatto che il vento cessi non appena Gesù e Pietro salgono sulla barca. Per trovare giovamento spirituale dalla lettura del brano dobbiamo anzitutto tenere presente che le acque del mare simboleggiano il male, e ce lo dimostra anche la presenza del vento forte sia in questa situazione che nell’altra simile, nella quale Gesù sembra dormire sornione sulla barca mentre fuori il mare è burrascoso ; in ambedue gli eventi il binomio vento forte-mare rafforza questa simbologia.

Secondariamente dobbiamo ritenere Pietro come nostra controfigura, benché sia diventato un grande santo ha dovuto necessariamente compiere un percorso di santificazione e di purificazione, in questo brano lo vediamo proprio alle prese con la propria fede in Gesù, non è ancora giunto alle vette della santità, per questo ci rassomiglia così tanto in questo frangente.

Cari sposi, non di rado il matrimonio somiglia a quella barca agitata dal vento durante la notte (simbolo della notte dell’anima ma anche delle tribolazioni), ma non preoccupiamoci perché quello che scorgiamo là in fondo non è un fantasma ma è Gesù. Bisogna però stare sulla barca tutta la notte ad aspettare il “far del mattino”, non dobbiamo cedere alla tentazione di credere che la barca (il nostro matrimonio) sia inadeguata, né tantomeno pensare che la notte non abbia una fine, perché dopo ogni notte c’è sempre una nuova alba.

Appena scorgiamo Gesù e ci affidiamo a Lui possiamo anche noi camminare sulle acque senza affondare, possiamo vivere molte tribolazioni camminandoci sopra senza esserne fagocitati, nonostante il vento ci induca a mollare noi guardiamo dritto negli occhi Gesù senza dubitare altrimenti affondiamo come Pietro.

Come vedete anche questo brano evangelico contiene molte buone notizie, ma la più bella è che se anche dovessimo cedere come è successo a Pietro, possiamo stare certi che abbiamo un bagnino d’eccellenza che ci salva, non a caso è Il Salvatore.

PS: per essere salvati è necessario gridare come Pietro: Signore, salvami! Coraggio sposi, Gesù non vede l’ora di salvare il nostro matrimonio, ma non lo fa contro la nostra volontà.

Giorgio e Valentina