“Non tramonti il sole sopra la vostra ira”

Alcune volte mi è capitato di addormentarmi arrabbiato, soprattutto per delle banalità, nei confronti di mia moglie. Credetemi, ne ho sempre pagato il prezzo. Innanzitutto la fatica a prendere sonno, poi il sonno stesso agitato, con sogni in cui la fanno da padrone rabbia e risentimento. Il risultato è un risveglio ben più amaro e se la giornata non svolta, cioè se non affido quella giornata a Cristo, rischio di essere scontroso con chi mi capita a tiro senza alcun motivo e alla fine accumulo soltanto amarezza per aver sprecato una giornata. Tutto questo per una sciocchezza la sera prima. Credo che l’invito che San Paolo fa agli Efesini al capitolo 4, versetto 26, sia importante non solo per evitare di passare giornate brutte, ma ancor di più per impedire che nel nostro cuore si accumuli risentimento che poi diventa sempre più grande fino ad esplodere in un momento inopportuno, portandoci a dire cose che magari non vorremmo.

Anche Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di fare pace, lo ha fatto nel messaggio ai fidanzati che si preparavano al matrimonio, in Piazza San Pietro il 14 febbraio 2014, e lo fa in modo molto “paterno”, ricordandoci che noi per primi siamo peccatori e abbiamo bisogno del perdono di Gesù:

Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra famiglia. E’ abituale litigare tra gli sposi, ma sempre c’è qualcosa, avevamo litigato… Forse vi siete arrabbiati, forse è volato un piatto, ma per favore ricordate questo: mai finire la giornata senza fare la pace! Mai, mai, mai! Questo è un segreto, un segreto per conservare l’amore e per fare la pace. Non è necessario fare un bel discorso… Talvolta un gesto così e… è fatta la pace. Mai finire… perché se tu finisci la giornata senza fare la pace, quello che hai dentro, il giorno dopo è freddo e duro ed è più difficile fare la pace. Ricordate bene: mai finire la giornata senza fare la pace! Se impariamo a chiederci scusa e a perdonarci a vicenda, il matrimonio durerà, andrà avanti.

Mi piace sottolineare ciò che dice del giorno dopo: “quello che hai dentro è freddo e duro ed è più difficile fare la pace”. Questa frase rispecchia ciò che provo quando mi capita di lasciare che la rabbia prenda il sopravvento, almeno io tendo a lasciar correre per evitare lo scontro, proprio perché non mi piace litigare, anzi inizialmente, nel fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, avevo paura del litigio, perché temevo che mi allontanasse da mia moglie, ma dentro stavo male e accumulavo, accumulavo finché non arrivavo a sbottare in momenti e con i modi sbagliati. Col tempo ho capito l’importanza di dire le cose all’altro, di fargli/le presente ciò che ci ferisce, perché l’altro non è nel nostro cuore e nella nostra testa e ha bisogno di tempo per imparare il nostro linguaggio e la nostra sensibilità, ha bisogno di capire dove può aver sbagliato, come inconsapevolmente ci ha ferito. Infatti l’esortazione si conclude invitandoci ad essere: “…benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.” (v. 32), dico quindi a me stesso per primo: ascolta la Parola, Marco!

Il luogo sacro

«Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!»

Mi è tornato alla mente questo versetto dell’Esodo (3,5) alcuni giorni fa e ci ho riflettuto sopra per un po’. Mi è venuto spontaneo rapportarlo alla mia vita di coppia e mi sono chiesto: “Quante volte ti sei tolto i sandali? Quante volte hai tenuto presente che tua moglie è “luogo sacro”, cioè tempio di Dio?

Onestamente non molte volte, soprattutto perché per natura siamo egoisti e pretendiamo di essere amati e guardati solo come noi desideriamo, senza fare lo sforzo di togliersi i sandali, di prendersi del tempo, di stare seduti per riflettere su chi abbiamo davanti, tanto che molte coppie arrivano a domandarsi: “ma chi ho sposato?”  Invece, per grazia di Dio, ho scoperto che è bello soffermarsi anche solo ad osservare il/la nostro/a coniuge, prestare attenzione all’amore che mette nei gesti quotidiani, con quali parole e quali movimenti ama i nostri figli. I linguaggi del mondo maschile e di quello femminile, proprio perché sono due mondi differenti, non combaciano ed è quindi necessario fare questo sforzo per imparare la lingua dell’altro. Piano piano ho imparato che il modo di manifestare i sentimenti di Ilaria non è lo stesso del mio, ci è voluto tempo, litigi e discussioni, ma ora iniziamo a capirci (non sempre eh!), ho compreso che il suo è un altro linguaggio e mi dice le cose che vorrei sentire in un altro modo. E’ uno sforzo, è vero, ma ne vale la pena.

Tornando a Mosè e Dio, la lettura continua raccontandoci che Dio stringe un alleanza con Mosè per liberare il popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, ecco, da un ascolto attento, da un togliersi i sandali per rispetto alla sacralità del luogo, ne nasce una grande storia, simbolo di ciò che avviene quando due sposi accettano l’alleanza con Dio nel loro matrimonio.

Mio Fratello San Tommaso…

Come diceva il mio amico Antonio nel suo articolo precedente, San Tommaso è il nostro gemello, ma perché? Non perché non crede nella risurrezione, testimoniata dalle scritture e dalle opere di Gesù, ma perché non crede che “da un male così grande si possa risorgere”. In questi giorni ho sentito il bisogno di toccare e vedere Gesù Cristo nella storia, allora ho divorato libri e film che raccontano storie vere in cui Gesù si è manifestato con potenza, ho constatato come la mia fede sia fatta di “ciccia”, passatemi il termine, di come io abbia bisogno di toccare e vedere il Dio fatto carne. E credetemi ho visto la presenza viva e salvifica di Cristo nella storia di persone semplici come noi, ma che hanno dato tutto a Lui.

In pochi giorni mi sono letto il romanzo di Alessandro D’Avenia “Ciò che inferno non è” che mi è rimasto dentro per tanti motivi, per la storia di Padre Pino, per l’abilità narrativa dello scrittore che ti trasporta in quella Palermo, ti fa sentire sulla pelle il peso di una città che ingombra il cuore, ti fa sentire le emozioni che provano i personaggi che compaiono nel romanzo, rende perfettamente l’idea del motto che accompagna la statua simbolo della città: “Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri”. Non voglio svelarvi molto del romanzo, ma la figura di Padre Pino esce da questo libro con tutta la sua umanità e il suo essere uno con Cristo, è bellissimo! Anche il film “Alla luce del sole” racconta la sua storia, come tanti altri libri, ma personalmente mi è rimasto dentro il libro.

La sera della domenica di Pasqua, con gran fatica, ho visto Cristiada, il film che racconta della vicenda dei Cristeros messicani nel 1926, i quali decidono di reagire alla vera e propria persecuzione dei cristiani da parte dell’allora presidente Plutarco Calles. In quella che fu una vera e propria guerra spiccarono delle figure stupende come quella di José Sanchez del Rio, un ragazzino che fu catturato dai militari del presidente e torturato barbaramente, ma lui difronte a queste torture non rinnegò la propria fede e morì proferendo il grido dei Cristeros: “Viva Cristo Re!” Quanto coraggio e quanta fede in un ragazzino di quindici anni!

Un altra storia che voglio farvi conoscere è quella di Francesca Pedrazzini, una ragazza prima, attiva nella vita scolastica con Gioventù studentesca e con CL all’università, una donna, moglie e mamma poi, che nella malattia ha fatto un cammino, partendo dal rifiuto, dalla fatica, dal dolore, fino ad arrivare ad abbracciare la croce e camminare con Cristo, terminando il pellegrinaggio sulla terra con già negli occhi e nel cuore la meta, nonostante fosse consapevole di staccarsi dal marito, dai tre figli e da tanti amici cari. Come non pensare anche alla dolce Chiara Corbella?

Tutto questo per dirvi che è bello guardarsi intorno, è bello nutrirsi di queste storie che sono state scritte per noi, a testimonianza della presenza di Cristo che ancora opera nelle nostre vite solo se noi lo vogliamo. A volte va bene distrarsi con letture o film di altro genere, ma io in questo periodo mi sono arricchito tanto con queste bellissime storie, belle non perché ci fosse il lieto fine, ma belle perché queste persone hanno sparso nel mondo il profumo di Cristo e hanno reso reale la nostra fede.

“I loro occhi erano impediti a riconoscerlo.”

In questi giorni della settimana di Pasqua, mi colpisce come nei Vangeli ci sia una sorta
di filo rosso che accomuna i discepoli: “…i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.” (Lc 24,16), “…vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.”(Gv 20, 14) e così via…e mi dico, ma possibile che non lo riconoscete? avete vissuto con Lui! Ma la questione probabilmente è un po’ più profonda… Avete presente quando cercate una cosa? Soprattutto quando noi maschietti, ci aspettiamo di trovare una cosa in un determinato posto, se poco poco è spostata di qualche centimetro scatta la fatidica affermazione: “Non c’è!!!” e l’altrettanta famigerata risposta: “Lo vedo io da qui!”, che ovviamente arriva dalla donna di casa.

Con questo piccolo esempio, voglio riflettere insieme a voi sul fatto che se la nostra mente ha una determinata immagine dell’oggetto che si cerca e si pensa che sia in quel posto e la realtà non corrisponde a questa immagine mentale che ne abbiamo, difficilmente i nostri occhi “funzioneranno” a dovere. In pratica i discepoli e le donne che avevano sepolto Gesù si aspettavano di trovare e vedere il cadavere e non Gesù risorto, è per questo che non riconoscono Gesù subito. I discepoli di Emmaus sono un chiaro esempio di ciò, alcuni esegeti sostengono tra l’altro, che i due siano una coppia di marito e moglie che stanno tornando verso casa, e, finita la loro speranza, si allontanano da Gerusalemme. Proprio nella notte più buia dei due, Gesù si fa loro vicino e con pazienza ricapitola quanto era stato loro annunciato, un po’ come quando una coppia in crisi si rivolge a degli amici, dei fratelli di cammino e quei fratelli li aiutano a ricordare quanto Gesù ha operato nella loro vita, quante cose ha fatto per loro e perché li ha scelti e voluti insieme. Quando Lo riconosco? Allo spezzare del pane… penso
non ci sia messaggio più bello, Don Luigi Epicoco stamattina scriveva: “L’Eucarestia è un collirio che ci sana la vista.”, dove possiamo trovare la forza di ricordare, di fare memoria se non nell’Eucarestia? Dove si può ancorare un matrimonio se non nell’Eucarestia? A quale mensa cibarsi per poter alimentare la propria relazione sponsale? La mensa del Corpo di Cristo e della sua Parola.

Maria di Magdala riconosce Gesù risorto solo quando viene chiamata per nome, solitamente chi ci chiama per nome sono i nostri familiari, in particolare mamma, papà o anche il nostro sposo o sposa, cioè le persone a cui siamo più vicini e che più ci amano, l’essere chiamati per nome ci richiama a noi stessi, ci scuote, ci ridona la nostra identità e ci fa sentire amati, è come una carezza.

Gesù è sempre presente
vicino a noi, soprattutto quando ci stiam
o allontanando da Lui, ci parla, ci chiama per nome,  ed è allora che Lo riconosciamo, è allora che diciamo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc
24, 32), è stando alla Sua presenza che viviamo veramente!

ALLELUIA!

“Neanche io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più.”

imageMi commuove questa pagina del Vangelo perché immagino quello che può aver sentito la donna nel suo cuore. Il perdono l’ha salvata da una morte certa, l’intervento di Gesù l’ha tolta da quella situazione complicata in cui si era cacciata e la Scrittura ci dice che “il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23), ma Gesù era lì pronto a difenderla e porgerle la mano, per tirarla fuori dalla buca in cui venivano poste le persone per poter poi essere lapidate (andate a leggere il seguito del versetto sopra citato). Mi piace anche soffermarmi sul fatto che all’inizio viene presentata come l’adultera, ma da Gesù viene chiamata semplicemente donna: il perdono ci ridà dignità, ci restituisce a noi stessi, Gesù Cristo ci dice di nuovo chi siamo e perché ci ama. Il suo perdono ci rimette in contatto con noi stessi, libera il cuore per fare posto a Lui.
Quante volte ho sperimentato questo perdono, un perdono che ti rimette in piedi e ci distoglie dalla tentazione di identificare noi stessi con il nostro peccato. Inoltre penso alle volte che ho ricevuto il perdono da mia moglie, come ad esempio quello che ha raddrizzato una giornata che per colpa mia, del mio peccato d’ira, stava andando per la peggio. La giornata è andata avanti con più gioia di prima, mi ha ridato la serenità perduta e mi ha permesso di essere il marito e il padre che voglio essere.
Nella nostra storia ci sono stati anche momenti più difficili in cui il perdono ci ha rimesso in piedi, certo un perdono faticoso, costato lacrime e sangue, ma che ora ci restituisce la dignità e la bellezza del nostro matrimonio.
Grazie Ilaria.

Il discepolo amato

La scorsa settimana ho passato un pomeriggio intero seduto al tavolo in cucina, con mio figlio che frequenta la prima elementare. Solitamente dopo pranzo controllo i quaderni e aprendo quello di italiano avevo visto che in tre ore, come scritto dalla maestra, aveva fatto poche frasi. Mi sono arrabbiato e il pomeriggio lo abbiamo dedicato a recuperare il mancato lavoro e a fare i compiti.

Perché vi racconto questo? Quello che mi ha scosso profondamente è stato il dopo. Ero seduto sul divano e mio figlio, venendo da dietro, mi ha baciato sulla guancia e mi ha detto: “papà ti voglio bene, sei il miglior papà del mondo”, poi è andato allegramente a giocare. Io mi sono sentito male, perché mi sono detto, come è possibile che dopo le arrabbiature e i vari rimproveri lui abbia potuto dirmi questo? Mi sono sentito indegno di questo amore gratuito, non lo meritavo e mi sono commosso. Allora ho pensato a quante volte mi sono sentito indegno del grande Amore gratuito che Gesù Cristo ha per noi, quanto non mi merito tutto questo Amore, ma questo infinito Amore è lì, gratuitamente per noi, non ci resta che abbracciarlo e testimoniarlo. Ho trovato grazia e benedizione, nonostante i miei limiti e il mio peccato, nel cercare di vivere con la testa appoggiata sul petto di Gesù, ascoltare il suo cuore e la sua Parola che per me è acqua viva che risana (Ez 47,8-9). Come facciamo ad assaporare questo amore? Io credo che bastino anche cinque minuti al giorno, mettersi davanti alla Parola in silenzio ad ascoltare, oltre a vivere la riconciliazione, l’Eucaristia, e l’Adorazione. Voi mi direte che non è possibile, che non avete tempo e vi capisco, anch’io pensavo di non avere tempo, ma poi pensandoci bene, sono riuscito a ritagliarmi dei piccoli momenti per questo tempo con Gesù, perché lo desideravo! Perché desidero ascoltarlo e conformarmi sempre più a Lui. Se c’è il desiderio, caro fratello, cara sorella, non aspettare domani per iniziare! Non giustificarti, anche se è il nostro sport preferito! Smettiamo di trovare sempre mille scuse, lasciamo spazio al desiderio! La parola desiderio deriva da desideribus, cioè stare sotto le stelle in attesa di qualcosa, per me significa alzare gli occhi al cielo e ascoltare. Cosa c’è di più bello che stare sotto le stelle con gli occhi verso il cielo?

Grazie ai fratelli della comunità Magnificat di Perugia!

Le nozze di Cana

Immaginatevi la scena, il banchetto nuziale, poi l’imbarazzo e lo smarrimento degli sposi, infine l’intervento di Maria e la festa che continua più bella di prima. Cosa sarebbe stato se Gesù e Maria non fossero stati invitati alle nozze? Ma loro erano lì, Maria era lì con il suo sguardo di Madre e Gesù, nonostante non volesse, ha aiutato gli sposi. All’inizio Gesù risponde in maniera brusca a sua Madre, l’espressione viene utilizzata nella lingua ebraica “per respingere un intervento giudicato inopportuno o anche per manifestare a qualcuno che non si vuole avere con lui alcun rapporto.” (note della Bibbia di Gerusalemme, Gv 2). Eppure Gesù decide di venire in soccorso agli sposi, seppur non fosse ancora giunta la sua ora. Immagino con quale passione,  con quale amore, con quale sguardo possa aver pronunciato quella frase: “Non hanno vino” e mi commuovo. Maria ha scomodato Gesù, ha preso l’iniziativa soltanto vedendo la difficoltà dei figli, come fanno spesso le madri che anticipano le richieste. Poi l’ordine è perentorio: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”, sottolineo qualsiasi, cioè date ascolto a Lui, anche se lì per lì vi sembra strano ciò che vi dice, ma fatelo! E’ una frase che non ammette repliche, perché Maria sa benissimo di cosa è capace Gesù, cosa Egli può fare per noi, per l’umanità.

Nella mia esperienza matrimoniale ho gustato la presenza di Maria, Ella mi ha sostenuto e soccorso. A chi ti rivolgi quando ti manca qualcosa di cui hai bisogno? Quando si è bambini o ragazzini ci si rivolge spesso alla mamma, giusto? Beh, per me non è cambiato molto, nel senso che quando nel mio matrimonio era finito il vino, mi sono aggrappato alla nostra dolce Madre. Per me lei è stata un rifugio, un conforto nei momenti difficili e bui, ma soprattutto è stata la “speranza contro ogni speranza”, come amo chiamarla io. Ho sgranato tantissimi rosari per chiederle di aiutarci, di intercedere per noi, di chiedere a Gesù di guarire quelle ferite che ci eravamo fatti a vicenda. Le mie preghiere non sono rimaste inascoltate, perché Maria può smuovere il cuore di Dio, cari fratelli. Da qualche parte ho letto “non c’è grazia che venga dal cielo senza passare per le sue mani”, quanto è vero! Ora le affido tutti i giorni le persone più care e le chiedo di essere sempre presente alle mie nozze, insieme a Gesù.

Tobia e il pesce

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La precedente riflessione sul demone Asmodeo, ha portato alla mia memoria un bel ricordo, quello del corso fatto diversi anni fa, dai frati minori di Assisi, “Fondamenti biblici dell’amore”.
Ricordo perfettamente che mi colpì molto il fatto che Tobia trovò i medicamenti per affrontare Asmodeo, nel pesce che tentò di “divorare il piede del ragazzo” (Tb 6,2). Nelle culture antiche, come anche nella Bibbia, il piede è spesso simbolo dell’organo genitale. Questa vicenda di Tobia ci insegna che la medicina per la relazione sponsale, sta nel pudore e nella custodia della nostra sessualità, soprattutto per noi uomini, ma Tobia nel racconto “appare incauto, superficiale, impaurito” (La lotta tra il demone e l’angelo, Gillini Zattoni, Michelini, p.111), poiché di notte si avvicina ad un fiume pericoloso. Dall’acqua viene il male che ti si scaglia contro, che ti aggredisce dall’esterno, ma anche il male che ti aggredisce dall’interno, in quanto nel momento della paura, fai esperienza di un abisso che ti si spalanca dentro, l’acqua funge da specchio (Il libro di Tobia. Lettura spirituale, P. Stancari, pp. 44-47). Per grazia di Dio, Tobia nello spavento invoca aiuto, e sempre per grazia non è solo, ma c’è l’angelo che gli dice di lottare: “afferra il pesce e non lasciarlo fuggire”(Tb 6,3). La tua vita è nelle tue mani, tu puoi lottare per custodire mente e cuore. Questa lotta non è fine a se stessa, anzi Tobia nel pesce trova nutrimento e medicina per gli altri: “Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse fiele, il cuore e il fegato. Arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l’altra parte la mise in serbo dopo averla salata.” (Tb 6,5). L’uomo è chiamato a lottare per custodire, a fare sacrifici (sacrum facere) per rendere sacro ciò che fa, è un combattimento in alcuni momenti “solitario, quasi eroico” (La lotta tra il demone e l’angelo, Gillini Zattoni, Michelini, p.113) dal quale nessuno può dispensarci, ma si scoprono in noi stessi risorse che non conoscevamo, doni, forze e talenti elargiti in abbondanza nei sacramenti dallo Spirito Santo. Tobia ricava il cuore, il fegato e il fiele dal pesce perché dal male che noi affrontiamo e vinciamo scaturisce per noi ogni benedizione (cfr. Il libro di Tobia. Lettura spirituale, P. Stancari, pp. 44-47), Tobia scaccia il demone e può sposare Sara, oltre a benedizioni e guarigioni per chi ti sta intorno, il fiele sugli occhi del padre di Sara lo guarisce dalla malattia.
Perché vale la pena lottare per custodire la sessualità e viverla come Dio l’ha pensata? Perché credo fermamente che Dio, nel suo immenso amore, ci abbia fatto un dono meraviglioso, mettendo l’atto della procreazione in cui collaboriamo con la Sua opera creatrice, nel regalo più bello che due sposi possano farsi. Queste semplici riflessioni sono prima di tutto per chi scrive, perché ho sperimentato la sofferenza e l’incapacità alla lotta che tanto male ha portato nella mia famiglia, ma ora testimonio con gioia e gratitudine la misericordia e la grazia di Gesù Cristo nostro Signore e Salvatore, che guarisce e conduce la nostra vita, nonostante i nostri limiti e la nostra povertà.