L’aborto spontaneo alla Scuola nuziale

Dall’autunno 2024 non si potrà più dire che non si parla di aborto spontaneo nei corsi per coppie perché la Scuola nuziale sarà un apripista innovativo nell’intero panorama nazionale. I nostri cari Antonio e Luisa hanno già introdotto il corso in un recente articolo (a chi fosse sfuggito, lo trova a questo link) ma ci tengo anch’io a parlarne, oggi, per dare risalto a ciò che viene ancora troppo spesso messo in secondo piano ossia la perdita involontaria di un figlio prima della nascita.

Chi mi conosce già sa che mio marito ed io siamo passati attraverso questa prova dodici anni fa e che, nel maggio scorso, è stato pubblicato il mio libro dal titolo “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, edito da Tau Editrice; ma non è questo l’argomento di cui desidero parlare in questo articolo quanto piuttosto della portata rivoluzionaria che rappresenta la sua introduzione all’interno di una vera e propria scuola “per un matrimonio felice”. Ma come? Vi chiederete: parlare di un evento tanto drammatico può forse migliorare un’unione sponsale? La risposta è sì, decisamente, assolutamente sì. Nessuna unione aperta alla vita, infatti, può avere la certezza di non imbattersi in questo “lutto invisibile” anzi, statistiche alla mano, una gravidanza su cinque/sei all’anno, solo in Italia, ha esito con aborto spontaneo. All’alto numero di creaturine non nate, però, non corrisponde un accompagnamento altrettanto attento ed efficace; ecco allora che aver pensato finalmente di parlarne in un corso per coppie merita tutta la nostra attenzione e l’impegno alla diffusione.

Troppe volte, in questi anni, ho pensato “se solo l’avessi saputo”, “se solo qualcuno me ne avesse parlato” … ma sappiamo bene che non sono i rimorsi né i rimpianti a darci forza e vigore per proseguire il cammino. Il perdono cristiano e la fede, infatti, non possono essere degli alibi per l’immobilismo anzi, devono essere la benzina per farci portavoce di una realtà che non possiamo modificare ma sulla quale c’è tanto, tantissimo da fare.

Ecco allora che la Scuola nuziale rompe finalmente l’indugio a parlare di queste creaturine ed introduce un supporto efficacissimo per tutte quelle persone e quelle famiglie che sono passate, che stanno passando o che passeranno attraverso l’aborto spontaneo. Se nei corsi per coppie – siano esse di fidanzati o di coniugi – s’iniziano a diffondere informazioni utili su come comportarsi, su quali sono i diritti, le tutele e i supporti in casi simili sono certa che quella che ho definito “cultura prenatale” avrà uno slancio senza precedenti e potrà dispiegarsi in tutta la sua enorme portata.

Sono profondamente convinta, infatti, che solo imparando il rispetto per la vita dai suoi primissimi albori si potrà essere davvero in grado di apprezzare, gustare e valorizzare l’esistenza nella molteplicità delle sue forme, manifestazioni ed età; non possiamo affermare di essere amanti della vita se poi giriamo la faccia, chiudiamo gli occhi o ci tappiamo le orecchie di fronte ad una mamma ed un papà che non riescono a seppellire il loro bambino non nato perché nessuno ha detto loro che hanno il diritto di farlo!

D’ora in poi non potremo più fingere di non sapere e preferire annegare nel mare della mancanza d’informazioni perché la Scuola nuziale si propone di fare esattamente ciò che significa il suo stesso nome: fare scuola, ossia insegnare, istruire e accompagnare le coppie alla una maturità piena del loro stesso esistere, in tutto quello che può capitare, nel bene e nel male. Parlare del fatto che si può perdere un figlio prima che nasca non significa fare la Cassandra della situazione o quant’altro ma dire semplicemente la verità e mettere le coppie davanti al fatto che, qualora il Signore dovesse dar loro questa prova, non saranno sole ma avranno persone e strumenti a loro disposizione per affrontare con serenità anche un momento così doloroso.

Troppe volte mio marito ed io ci siamo sentiti soli e incompresi davanti al dramma che ci aveva colpito; per troppo tempo il pensiero che il corpicino del nostro Chicco fosse finito tra i rifiuti ha maciullato il nostro cuore ferito; in troppe occasioni siamo passati per “esagerati” nell’esternare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo accettato con grande gioia l’invito a entrare a far parte della squadra dei formatori della Scuola nuziale; non perché abbiamo particolari meriti o pregi, anzi, ma perché finalmente ci siamo sentiti capiti, capiti proprio laddove il dolore si era già trasfigurato in speranza e certezza che “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”, come magistralmente affermò il Manzoni.

La Scuola nuziale farà tanto, ne sono certa, insieme a tutti coloro che ne faranno parte, tanto da una parte quanto dall’altra dello schermo di un pc perché, con l’aiuto di Gesù e Maria, si diverrà insieme una grande e bellissima famiglia.

Fabrizia Perrachon

P.S.: per info e iscrizioni è attivo il link

Abbiamo bisogno di testimoni

Dopo diciassette anni di matrimonio è esplosa tra di noi una crisi dirompente, ci è scoppiata tra le mani mettendo in discussione tutta la nostra storia. Insieme alla crisi, sicuramente ispirati da buoni propositi, sono arrivati i consigli di quanti ci stavano intorno. Molti si sono sentiti in dovere di dire la loro, di esprimere giudizi e sentenze, di prendere le parti dell’uno o dell’altra e di dirci cosa avremmo dovuto fare. Parole, parole, parole che avevano il solo effetto di confondere ulteriormente i nostri poveri cuori così turbati ed in grado, al massimo, di tirare a campare avendo come orizzonte ultimo il giorno successivo.

Grazie a Dio o, meglio, per Grazia di Dio, Giovanni, invitato da una collega ad un incontro in parrocchia dove si parlava di Retrouvaille, si è imbattuto in una “strana coppia”, che senza troppi giri di parole, andando subito al sodo, ha raccontato ai presenti la propria storia matrimoniale di fallimento e rinascita. Avevano fallito, ma non si erano arresi e si erano rimessi in cammino attraverso il programma proposto dall’Associazione.

Due sconosciuti, che si erano messi a nudo, in modo diretto e brutalmente sincero davanti a Giovanni, indicandogli che c’era una possibilità reale di cambiamento, di ricostruzione di una relazione distrutta. In quel momento avevamo bisogno di testimoni e non di maestri che ci suggerissero cosa fare e soprattutto cosa non fare. Avevamo bisogno di poter guardare a qualcuno che con la sua vita ci dicesse che la croce poteva essere portata e che ci avrebbe aiutato a farlo.

Da allora quanti testimoni sulla nostra strada perché, quando apri gli occhi, ti rendi conto di quanto il Signore sia generoso con te! Testimoni alla pari poiché non ci sono coppie arrivate, ma ci sono solo coppie in cammino.

Ripensando al periodo drammatico vissuto ed agli incontri fatti, sorridiamo commossi. Quante volte ci siamo detti: “Se ce l’hanno fatta loro, perché non dovremmo farcela noi?”. Siamo certi che, se avessimo avuto davanti agli occhi solo esempi irraggiungibili, persone che ti fanno la teoria, ci saremmo sentiti scoraggiati e tristi e probabilmente ci saremmo arresi.

Invece la Chiesa ci si è fatta compagna attraverso volti e storie ben precisi… ci siamo sentiti amati ed è nato in noi il desiderio di provarci, di non buttare a mare tutto ed abbiamo maturato la decisione di perdonarci e di darci da fare per rendere bella ed amabile la nostra vita insieme.

Oggi, ancora più di allora, poter guardare agli amici che ogni giorno si impegnano nella loro relazione è per noi un grande aiuto e di fronte a questo ci sentiamo riconoscenti e benedetti.

Giovanni ed io, abbiamo bisogno di concretezza, di carne, di vedere con i nostri occhi, di confrontarci, di domandare aiuto a chi non ha nulla da nascondere, a chi non ha paura di mostrarsi fragile ed affaticato, a chi condivide con noi i suoi passi…insomma di stare con chi, non ha scelto di diventare un testimone, ma ai nostri occhi lo è diventato vivendo appieno la propria vita.

Silvia e Giovanni

Potete contattare Retrouvaille e conoscere le attività dell’associazione attraverso il sito

Solo rituali vuoti?

Dal Sal 49 (50) «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti. Non prenderò vitelli dalla tua casa né capri dai tuoi ovili». «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che hai in odio la disciplina e le mie parole ti getti alle spalle? Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te! Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa. Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora; a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio». 

Questo Salmo ci interpella seriamente e ci mette in guardia tutti, dotti e ignoranti, grandi e piccini, giovani e vecchi, mariti e mogli, nonni e nonne, padri e madri, vescovi e sacerdoti, suore e frati, monaci e monache.

Naturalmente la Parola di Dio è sempre adatta ad ogni cuore, però è vero che alcune volte essa pone l’accento su alcuni aspetti che solo certi stati di vita colgono nella loro pienezza e altri no, e viceversa.; in questo caso invece, c’è un richiamo pressante valido per chiunque, ma noi metteremo in luce l’aspetto legato all’esperienza matrimoniale.

Il Salmo citato fa eco (all’interno della Messa di ieri) alla lettura tratta dal libro del profeta Isaia (Is 1,10-17), nella quale il profeta ammoniva coloro (tra gli Israeliti) che compivano i sacrifici rituali dell’ebraismo solo come mera ritualità, vuoti quindi di ogni afflato del cuore.

Praticamente questa Parola di Dio ci sta ammonendo circa la doppiezza di vita, il senso che il cuore dà ad ogni ritualità.

Anche noi possiamo cadere in questa trappola mortale, anche per noi i riti che compiamo (che di per sè sono anche nobili e meritori agli occhi degli uomini) possono restare solo dei gesti vuoti, svuotati dal loro interno, cioè dal cuore con cui sono stati pensati e voluti dalla Chiesa.

Per esempio: la Domenica andiamo a Messa solo per “timbrare il cartellino” o ciò che ci spinge è vivere un’esperienza salvifica d’incontro con Dio a tu per tu? Se uno ci guarda dall’esterno il gesto è sempre uguale, ma dentro cosa c’è?

Per difendere questo non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè quello di non compiere più nemmeno un gesto religioso-rituale. Non possiamo difenderci dietro la nostra debolezza: se devi farlo così svuotato, tanto meglio allora che tu non lo faccia per niente, così almeno sei sincero. Questo pensiero è ingannevole poichè il risultato è quello di non vivere più tanto all’esterno quanto dentro il cuore i vari rituali.

Noi invece dobbiamo riscoprire qual è la motivazione per cui la Chiesa ha declinato l’esperienza di Dio in vari rituali, quotidiani e non. Per comprendere un po’ meglio guardiamo a cosa succede dentro la relazione sponsale usando un esempio molto banale ma simbolico. (non fermatevi all’esempio)

La moglie chiede al marito di aiutarla in qualche faccenda domestica o di cura dei figli, ma per il marito non è così spontaneo quel gesto: può dunque egli esimersi dal compierlo affrancando come scusa il fatto che non gli è congeniale e quindi il non farlo per lui è indice di sincerità? No. Se lui dice di amarla, e per lei questo gesto la fa sentire amata, sarebbe un bugiardo se non lo facesse, bugiardo verso quella promessa di amarla ed onorarla tutti giorni della sua vita.

Allora questo sposo dovrà convertirsi, dovrà fare uno sforzo per ricordare a se stesso il perché deve compiere quel gesto, ed il verbo “deve” è innanzitutto per rispetto alla promessa fatta in prima persona..cioè: “Devo farlo perché fedele alla mia promessa, devo farlo perché ho deciso di volerlo fare.” Se poi, quindi, compie quel gesto mosso dall’amore verso la propria sposa, lei lo capisce al volo che lo sta facendo con amore e non senza grande sforzo e/o sacrificio. Lo apprezzerà ancora di più perché toccherà con mano la fatica di quel gesto.

Ecco quindi che il gesto di amore non è svuotato dall’interno, ma pian piano, gesto dopo gesto, sforzo dopo sforzo, anche l’amore del marito diventerà ogni volta sempre più profondo e grande diminuendo di volta in volta la fatica, anzi desidererà farlo lui per primo. Questi sono gesti rituali del matrimonio, non sono gli unici, ma ci fanno capire cosa ci vuole dire il Signore con questo Salmo.

Coraggio sposi, gesto dopo gesto il Signore ricompensa : a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.

Giorgio e Valentina.

Un amore maturo e bambino insieme

Cosa è l’amore maturo? Perché è superiore alla passione e all’innamoramento? Sto studiando un po’ di psicologia e sto mettendo insieme i pezzi. Mi è venuto questo paragone che secondo me è molto intuitivo e di facile comprensione.

La psicologia ci insegna che noi abbiamo tre componenti nella nostra sfera più intima. Nell’analisi transazionale sono denominati stati dell’Io. Abbiamo tra questi la parte bambina. Il nostro bambino interiore è una parte che può essere positiva o negativa. Dipende se quello che esprime è congruente alla realtà che sto vivendo. È la nostra parte più creativa, primitiva, impulsiva, espressiva, giocosa, leggera che è presente in ogni persona. Dovrebbe esprimere la nostra parte più emotiva ed istintiva. I nostri bisogni di affetto, considerazione, di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Tutti bisogni naturali, per chi come noi vive di relazioni. Però spesso quel bambino non è libero. Le esperienze infantili, sia positive che negative, plasmano il nostro bambino interiore e influenzano i modi in cui percepiamo il mondo e ci rapportiamo agli altri. Quando il bambino interiore è ferito, può manifestarsi attraverso comportamenti reattivi e difensivi in determinate situazioni, anche nell’età adulta. Quindi, sintetizzando, il nostro bambino interiore è la parte di noi più istintiva e meno razionale, più influenzata dalle nostre ferite e dalle nostre relazioni. Quindi difficilmente è libera. Non c’è nulla di sbagliato nell’ascoltare quel bambino. Dobbiamo ascoltarlo ma non farci dominare da esso. Mi spiego meglio.

Ecco mi sembra abbastanza logico e facile comprendere come l’innamoramento e la passione siano una condizione che riguarda il nostro stato bambino. L’innamoramento è un insieme di emozioni e sensazioni che parlano direttamente al nostro bambino interiore. Non è un caso che una persona innamorata abbia atteggiamenti un po’ infantili: vocine e nomignoli sono abbastanza comuni tra gli innamorati. Anche i dialoghi fatti di mi vuoi bene? Quanto mi ami? Sono arrabbiata non mi hai mandato la buonanotte. E cose così. E’ evidente come sia il bambino in noi a parlare. Il bambino che ha bisogno di considerazione, rassicurazione, di sentirsi bello e importante. Il bambino però, come ho già scritto, può essere ferito e quindi capriccioso, egocentrico, volubile, in cerca del mero piacere, disimpegnato, irresponsabile. E ripeto questo non significa essere cattivi ma essere feriti. Il problema nasce quando la relazione è vissuta solo a quel livello.

Un amore maturo non silenzia quel bambino ma non gli lascia l’ultima parola. Il nostro io bambino va ascoltato ma va anche educato ed accompagnato. È qui entra in gioco un secondo stato del nostro Io. Un amore maturo non è solo istintivo. Lascia spazio a un altro stato dell’Io che è l’adulto. La nostra parte adulta elabora e valuta la situazione cercando di riportarla alla realtà. All’oggi ed ora. La parte adulta inserisce in un determinato contesto e condizione presente tutta la parte più razionale fatta dei valori e delle scelte fondanti della nostra vita. È questa parte adulta che ci permette di restare nel matrimonio, è questa parte che discrimina una fede profonda da una superficiale. È in questa parte che possiamo trovare il senso della nostra vita fatto di scelte definitive e radicali. Scelgo di stare con mia moglie anche quando il bambino in me mi spinge verso altro. Perché so che il mio bene è stare con lei.

Faccio un esempio concreto. Mi è successo che un amico mi confidasse di essere invaghito di una collega. Come tra loro ci fosse una simpatia reciproca. Era già sposato. La sua parte bambina lo spingeva a stare con lei. C’erano tutte le componenti. E guardate che non c’è nulla di male in questo. Il suo bambino stava esprimendo un suo bisogno. Ma era congruente questo bisogno con la realtà che stava vivendo? Ragionevolmente no! Ho cercato di far ragionare questo amico senza sensi di colpa. Se avesse seguito il bambino, non so come sarebbe finita, ma sicuramente si sarebbe comportato in modo egocentrico, superficiale ed impulsivo. Ho aiutato il mio amico a mettere in relazione il suo bambino interiore con la sua parte adulta che ha letto quelle sensazioni alla luce dei suoi valori e della sua fede. E ci è arrivato da solo a una scelta. Ha preso la decisione di non uscire più con quella collega. Mi ha ringraziato perché ha compreso come il suo posto fosse accanto alla moglie e come lui volesse stare accanto a lei. Ha scelto di amare la moglie in modo maturo. Ci sono problemi tra loro? Si impegnerà a risolverli ma standole accanto. Come? Non dovrebbe silenziare i bisogni espressi dal suo bambino ma dovrebbe contestualizzarli in modo adulto. Sente il bisogno di fare qualche pazzia, di sentirsi vivo, di emozioni e sensazioni che sente mancare nel matrimonio? Che renda la moglie la sua amante. Che prendano e partano per un weekend insieme dove riscoprire un po’ di romanticismo e passione. Dove fare l’amore bene, dove esprimersi l’amore. È congruente questo con la sua relatà? Assolutamente si! Il suo bambino interiore ha manifestato un bisogno, la sua parte adulta lo aiuterà a trovare il modo di soddisfarlo nel modo giusto, conforme alle sue scelte di vita. Solo così si può essere felici.

Quanti si rovinano invece perché trasformano il bambino interiore in un dittatore. E poi si soffre. Si fa soffrire. Viviamo in una società che mette l’emozione e l’individualismo al primo posto. Vuol dire vivere male e far vivere male gli altri. Perché ci facciamo guidare dalla parte più ferita e meno matura di noi. Quel bambino va amato e ascoltato ma va accompagnato. Ha bisogno della nostra parte adulta o si perderà e non starà comunque bene. E non bisogna neanche zittire quel bambino altrimenti tutto sarà dovere e perderemo ogni gioia nella relazione. Il nostro matrimonio diventerà un peso dove adattarci a situazioni che non ci piacciono e allora sì che cercheremo al di fuori quello che non abbiamo più nel matrimonio. Magari con un amante dove finalmente possiamo dare voce al nostro bambino.

Quando sentiamo dire che l’amore cristiano non è sentimento ma è scelta si intende proprio questo. Elevare l’amore a un livello più alto. Non ricordo chi l’ha detto ma c’è un’affermazione che ritengo molto vera. Non è l’amore che custodisce un matrimonio ma è il matrimonio che custodisce l’amore.

Antonio e Luisa

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Missionari “domestici”

Cari sposi, oggi il Vangelo è particolarmente calzante per voi sposi. Difatti, il Signore vi sta inviando in coppia ad evangelizzare. Cosa dovete fare di particolare? Dove andare? Come organizzarsi? Gesù dà due indicazioni generali: da una parte il fatto di non portarsi dietro certe cose rimandando all’ordinarietà, quindi, al fatto che voi sposi evangelizzate nella vita di tutti i giorni e non allontanandovi da essa; dall’altra vi invita ad entrare nelle case e con ciò fa riferimento allo stringere relazioni e amicizie con chi vi sta intorno.

Facendo un parallelo con il sacerdote, Papa Benedetto XVI diceva che compito del pastore, nelle celebrazioni liturgiche, non è tanto quello di impressionare, di far cose speciali, di mettersi in mostra con gesti strani ma di far emergere Cristo, di far sì che Gesù possa esprimersi senza ostacoli.

Così, anche per voi vale lo stesso principio: nella misura in cui vivete un rapporto in coppia con Gesù, è chiaro che questo messaggio passerà, volente o nolente, a chi vi vede e si interfaccia con voi. Questo è il succo della missione sponsale, essere diffusori di amore con la vita quotidiana. Scordatevi di imitare un Padre Livio con il suo monumentale lavoro tramite Radio Maria o un don Luigi Maria Epicoco con le sue bellissime conferenze. Ci possono essere chiamate speciali che una coppia riceve per evangelizzare in un certo modo, ma il criterio per discernere se si è in linea con la propria vocazione nuziale è se si vive la missione in coppia – e quindi non da lui o lei da sola – e se questa passa dall’ordinarietà e non vi aliena da essa. In definitiva, la vostra “Africa” è la vita di tutti i giorni, santificata dalla Presenza di Cristo che vi abita.

È sempre illuminante ricordare una frase di San Benedetto, che abbiamo festeggiato pochi giorni fa. Egli diceva ai suoi monaci di “nulla anteporre a Cristo”. Ciò significa che, chi vede me, deve intuire e assaporare qualcosa di Cristo: la sua pazienza, benignità, mansuetudine, chiarezza, autorevolezza…

Gesù manda gli apostoli nelle case affinché in un contesto di vicinanza, di fiducia e confidenza possa scaturire il dono di aver conosciuto Lui. Parimenti voi sposi, usate casa vostra per creare questo spazio di incontro con Cristo. Gesù dicendo ciò è, ben consapevole dell’efficacia della casa per poter accendere la fede in chi vi abita e in chi la visita.

Una testimonianza che porto nel cuore è quella di tante coppie che hanno reso la propria casa un faro di luce tramite le Cellule familiari di evangelizzazione. Ho visto con i miei occhi come il solo fatto che una coppia apra le porte ad altri e le renda partecipi della propria vita di fede, con grande semplicità, è stata la miccia di conversioni e veri incontri personali con il Signore.

Cari sposi, Gesù oggi vi manda in missione. Non dovete fare migliaia di chilometri oltre l’uscio ma anzitutto vivere con Lui nella coppia ed accogliere altri per condividere questo dono meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Ci sono delle volte che ci dimentichiamo quello che ci ha ricordato padre Luca. Siamo presi dal fare. Chi si dà da fare in parrocchia, chi all’oratorio, chi nei centri ascolto, chi nel volontariato, chi nell’evangelizzazione ecc. Spesso però ci dimentichiamo che il primo nostro ministero è essere. Essere sposi e mostrare un amore non certo senza imperfezioni ed errori ma fedele e perseverante. Va bene fare ma non dimentichiamoci di essere. Non dimentichiamo di custodire la profezia del nostro amore: mostrare Dio al mondo!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /33

Cap XXVI Pinocchio va co’ suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane

In questo capitolo si ritrova un burattino che finalmente ha deciso di fare il bravo e dare seguito alle promesse fatte alla Fata, e viene così descritto:

E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.

I compagni lo scherniscono e provano con ogni mezzo a farlo desistere dal suo comportamento modello, ma inutilmente, almeno all’inizio, perché poi a forza di dai e dai riescono a fargli saltare un giorno di scuola per andare al mare con la storia inventata di un Pescecane che sarebbe lì in riva al mare.

Apparentemente sembra affiorare il facile tema della fermezza nelle decisioni prese per il bene, della resistenza alle tentazioni varie, ma ci sembra di scorgere un altro aspetto legato a questo capitolo: il fatto che Pinocchio, appena approdato alla scuola comunale, venga schernito in un primo momento in quanto burattino, ma poi sia preso di mira dalle arroganze dei compagni per la sua condotta integerrima aldilà della sua natura legnosa.

Cari sposi, il nostro sacramento è una potenza che nemmeno noi sfruttiamo a pieno, ma è sicuramente una forza che parla al mondo. Se siamo testimoni autentici dell’Amore, il messaggio non può restare muto, ce l’ha ricordato anche il Signore:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

Questa verità ci interpella, poiché se a noi non accade di essere presi di mira per la nostra fede, almeno in parte, significa che nessuno si è accorto che siamo cristiani e cattolici. Questo non significa che dobbiamo andare in giro con qualche etichetta, ma parlano le nostre scelte di vita, i nostri atteggiamenti, il nostro modo di relazionarci con gli altri, la serenità con cui affrontiamo i problemi, la mitezza insieme alla fermezza con cui difendiamo la Verità, la delicatezza con cui parliamo del nostro sposo/a, in una parola sola: la nostra vita.

Ma perché i compagni diventano arroganti e aggressivi con Pinocchio? Il motivo sta nel fatto che il suo comportamento integerrimo li giudica, si sentono quindi giudicati, condannati, si sentono il dito puntato contro, ma in realtà Pinocchio fa solo il bravo ragazzo. E così vale anche per noi sposi, i seguaci del mondo si accaniscono tanto contro i cristiani perché il loro stile di vita è un continuo specchio per le loro malefatte, il nostro sacramento è un pungolo costante per essi, si sentono messi a nudo nelle loro malvagità e nelle intenzioni. Prepariamoci dunque al martirio, ovvero alla testimonianza sempre e comunque, e, se è proprio necessario, anche con le parole.

Coraggio sposi, viviamo integralmente il dono del Sacramento del Matrimonio per assaporarne le bellezze nascoste ed affinché questa Bellezza affascini il cuore di chi ci vive accanto.

Giorgio e Valentina.

Spogliarsi è vera libertà?

Elodie, nota cantante tra le più popolari del momento, sta portando avanti una sua personale battaglia. Questo a suo dire. Per cosa? Per l’emancipazione della donna, per la libertà di espressione. Sembra magnifico. Ma cosa propone? Lo dice lei stessa in un’intervista: La gente ancora si indigna perché mi spoglio. E allora io mi spoglio di più. 

Il problema è che poi molte ragazze pensano che sia quella la strada per essere donne indipendenti, apprezzate e libere. Tante influencer sono passate dal mostrarsi su Instagram non molto vestite a proporre contenuti molto più espliciti su Onlyfans. Tutto questo con il solito neologismo che cerca di cambiare la realtà. Non sono prostitute ma sexworker o content creator. Suona molto meglio così! Fa più imprenditrice e donna in carriera ma la sostanza non cambia. Voi penserete che io stia esagerando. Che si tratti di una mia personale opinione forse esagerata. Veniamo quindi a un’indagine che può dare dei dati oggettivi.

Il 15% delle adolescenti e il 10% degli adolescenti ammette di aver postato sui propri profili social, almeno una volta, proprie foto o video dal contenuto sessualmente provocante. E la percentuale, se ci spostiamo nella fascia 17-19 anni arriva al 18%. Cioè praticamente 1 su 5. Questi i risultati dell’indagine annuale espletata dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, in collaborazione con Corriere Salute, su un campione nazionale rappresentativo di 3427 studenti tra i 13 e i 19 anni.

Tutto questo è vera libertà?

Inutile dire che frequentando Instagram per “lavoro” mi succede di imbattermi in gallerie fotografiche di ragazze anche molto giovani che sono al limite del porno. Pose provocanti ed ammiccanti e coperte il minimo per non incorrere nella censura del social media. Quando scorrendo mi succede di imbattermi in foto così, mi impongo di non soffermarmi, e ammetto che mi costa fatica, perchè sono immagini che non mi fanno bene e anche perché non vorrei indurre l’algoritmo a ripropormele in futuro (l’algoritmo di un social media funziona così: ricorda quello che guardi e quei post con cui interagisci per proportene di simili). Purtroppo tanti giovani non hanno la consapevolezza di un adulto che ha fatto un certo percorso come posso essere io. Quindi molte ragazze sono seguite da centinaia di migliaia di follower, qualcuna ne ha addirittura milioni, e non sono seguite certamente per i loro discorsi interessanti e culturalmente elevati. Sono seguite per quello che mostrano. Io credo, senza essere ipocrita, che, se da ragazzo avessi avuto i social, avrei fatto altrettanto. Serve una consapevolezza che solo un cammino personale ti può dare. Sono immagini che solleticano le nostre pulsioni ed è difficile chiudere gli occhi.

Ma è vera libertà tutto questo? È libera una donna, più o meno giovane, che deve mostrarsi nelle proprie parti più intime e sessualmente provocanti per ottenere popolarità e gradimento? Non è piuttosto libera quella donna che decide a chi mostrarsi senza veli, che decide di farlo solo con chi merita quel dono di sè così grande? Che non significa mettersi il burqa, ma significa essere una donna gelosa del proprio corpo e del proprio valore, che non si svende. Instagram – come anche tiktok – è diventato una vetrina. Le vetrine di solito contengono della merce. Ed è così che queste ragazze sono guardate. Ed è così che si genera il cortocircuito. Ragazze che pensano che in questo modo possono dominare gli uomini ma in realtà diventano semplicemente merce che si può acquistare. C’è qualcosa di più maschilista e svilente di questo?

Certo, per le più seguite questa scelta è diventata un modo per fare soldi ma per tantissime ragazze “normali” è solo un modo, se andiamo a scavare nell’intimo della persona, per dire: guardami, esisto anche io, dimmi che sono bella! Perché io non ne sono così sicura. E ogni like è una piccola conferma, una piccola monetina data alla mendicante che non ha nulla.

Una donna libera è colei che non è povera, ma è rivestita della consapevolezza del proprio valore. Che non ha bisogno di queste conferme effimere e false. Perchè chi di solito mette il like non vede una bella donna, una donna che vale, ma riduce quella donna meravigliosamente bella – tutte le persone lo sono – a un pezzo di carne, vede un seno prosperoso o un sedere sodo. E su quello fantastica con pensieri non proprio puri. La trasforma – è importante ripeterlo – in un pezzo di carne. E basta!

La libertà è lasciarsi guardare da chi merita quel dono

 Tutto cambia quando la relazione diviene profonda, stabile e caratterizzata da un amore gratuito. In quel caso lo sguardo si arricchisce di tutta la relazione fatta di dono reciproco e, in un certo senso, si redime. Il sacramento del matrimonio redime il nostro amore sicuramente per l’azione dello Spirito Santo ma non solo. Il matrimonio anche solo su un piano strettamente umano racconta un amore di un livello superiore. Perchè solo quando si riesce ad entrare in relazione, che col tempo diventa comunione, si riesce a vedere nel nell’amato o nell’amata una bellezza più profonda. Una bellezza di cui desideriamo fare parte e non dominare. Allora e solo allora avremo la capacità di uno sguardo puro. E si desidera essere uno nell’altro per godere di quella comunione che è il piacere più grande ed autentico della sessualità.

Per questo una donna libera – ma vale anche per l’uomo – è colei che, consapevole della debolezza e delle pulsioni umane e consapevole del proprio valore, non svende il proprio corpo a sguardi di persone che lo cosificano o lo riducono a un mero strumento sessuale, ma dona sè stessa solo a chi vede in quel corpo la parte visibile di una bellezza molto più completa, una bellezza che contempla tutta la persona e che ne fa il centro di un amore sempre più profondo ed autentico.

Antonio e Luisa

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L’infanzia: eredità e dono di Gesù

Tempo fa, su Instagram, ha attirato la mia attenzione l’immagine che è la copertina dell’articolo di oggi (tratta dalla pagina Il diario della mamma), in cui leggiamo: “Un bambino è un essere che viene nel mondo per insegnarci, con un corso accelerato, come amare qualcuno più di noi stessi”. Devo ammettere che mi ha colpito parecchio e mi ha aiutato a riflettere su quanto di profondo e di vero c’è in quest’affermazione.

Chi è genitore lo sa bene ma tale contenuto non si limita a chi, biologicamente, ha avuto dal Cielo il dono di procreare perché la sua importanza di estende a tutti in quanto chiunque di noi, più e più volte nel corso dell’esistenza, ha a che fare con i bambini, proprio a partire dal periodo in cui lo si è. Certo, da piccoli l’auto-riflessione non è possibile ma, crescendo, spendere ogni tanto cinque minuti tra considerazioni e preghiere è più che necessario. Ognuno di noi, infatti, ha a che fare con i bambini vuoi per parentela, amicizia, professione o volontariato o vuoi perché è Gesù stesso che ne ha parlato più volte; il cristiano, dunque, non può esimersi dal pensare a questa fascia d’età non solo come una condizione transitoria dell’essere umano, da proteggere e custodire con tutte le forze e l’impegno possibile, ma come una caratteristica spirituale imprescindibile.

I richiami all’infanzia, riportati nell’Antico Testamento, sono espliciti quanto significativi: “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo” (Sal 127,3); i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa” (Sal 128,3); “Chi ama il figlio è pronto a correggerlo” (Prov 13,24); “i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò;  in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66, 12-13); “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti   affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,  per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Salmo 8,3); “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli” (Sal 78, 3-4); “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre,  come un bimbo svezzato è l’anima mia (Sal 131, 2).

È nel Nuovo Testamento, però, che l’infanzia assume un ruolo fondamentale in quanto Gesù stesso afferma: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:  «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.  Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.  Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.»” (Mt 18, 1-6); “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio.  In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso».  E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva. “(Mc 10,13-16); “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 18,10).

L’essere piccoli, per Gesù, non è soltanto la prima tappa dell’età umana ma la conditio sine qua non per essere degni della salvezza eterna, perché simbolo di purezza d’animo e di cuore. Questo è un monito diretto alla nostra società, distante anni luce dalla piccolezza evangelica, dalla purezza e dall’innocenza. In un mondo in cui la verginità – fisica e spirituale – è vista quasi come un ostacolo o un impedimento ad una vita adulta, il richiamo evangelico è profetico, rivoluzionario  e moderno perché solo imparando l’umiltà dei bambini – che si fidano ciecamente di chi si prende cura di loro – possiamo conservare o recuperare la bellezza di una fede semplice e autentica che si abbandona al Padre, sapendo che tutto ciò che è accade è per un Bene maggiore.

L’infanzia, quindi, è insieme eredità e dono di Gesù perché ci permette di riscoprire un dono del Cielo da cui ci stiamo pericolosamente allontanando ma che, al contrario, rappresenta la via maestra per la salvezza eterna. Il nostro impegno, dunque, sia quello di difendere i bambini dai pericoli e dalle brutture della vita come pure quello di riscoprire in loro dei valori unici e preziosissimi in grado di aiutarci nel pellegrinaggio verso il Cielo. Tornare bambini non dev’essere l’imitazione grottesca degli eterni Peter Pan quanto il richiamo ad un amore confidente e tenero verso di Dio, affinché ciascuno di noi possa sentire propria questa invocazione: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131, 2).

Fabrizia Perrachon

P.S.: parlando d’infanzia non si possono dimenticare i bambini non nati perché anche loro hanno un’anima immortale donata da Dio. Per saperne di più non perdete il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, disponibile nelle librerie fisiche e online e su Amazon a questo link.

Come gli Sposi Sono Profeti del Regno di Dio: Riflessioni dal Convegno Teologico Pastorale

Il 30 giugno scorso si è concluso il 13° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Matrimonio e Regno di Cristo: la dimensione profetica degli sposi” (La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata” – LG 35). 

È stato un convegno molto bello, per vari motivi: innanzitutto essere insieme a 380 persone (bambini/ragazzi esclusi) che credono nel Sacramento del matrimonio e vogliono crescere nell’amore, è sempre un momento particolare e arricchente; ho avuto anche il privilegio di conoscere fisicamente diverse persone e coppie con cui avevo parlato o collaborato per varie iniziative, mi ha fatto molto piacere.

Mi ha colpito la presenza di una trentina di sacerdoti e di alcune consacrate che evidentemente hanno compreso la centralità della famiglia nell’evangelizzazione e la sua importanza per il futuro della società, della chiesa e del mondo intero.

È un aspetto molto importante, perché veniamo da un periodo storico in cui, i profeti sono stati identificati con i personaggi del vecchio testamento, ad esempio Isaia o Elia che parlavano al popolo, oppure al massimo i sacerdoti/consacrati sono stati visti come gli unici che con la loro presenza ricordano che esiste un’altra vita: così gli sposi sono finiti a collaborare con i preti, magari svolgendo compiti o ruoli nella parrocchia, come il catechismo dei bambini o l’animazione della liturgia/messa domenicale.

I coniugi non sono quasi mai stati visti come un segno profetico in quanto sposi e le conseguenze sono evidenti: se domandi a qualcuno chi è la Chiesa, ti risponderanno che sono i sacerdoti, i vescovi e il papa. Abbiamo delegato tutto ai preti: se le chiese sono vuote, ci deve pensare lui a invitare le persone, se ci sono problemi fra le coppie, i problemi li deve risolvere lui e dell’evangelizzazione se ne deve occupare lui.

Ci ha fatto anche comodo qualche volta non essere protagonisti della missione e rimanere chiusi nella nostra “comfort zone”, un impegno in meno e tempo guadagnato, ma ci sono posti dove solo gli sposi possono arrivare e non il sacerdote: dove lavoriamo, ci siamo solo noi, quando camminiamo in giro o andiamo a fare la spesa, siamo solo noi che possiamo creare relazioni, trasmettere la bellezza e seminare la fede. Per gli sposi qualsiasi luogo è idoneo per mostrare “qualcosa” di Dio.

Dai contenuti del convegno è risultato ben evidente che, gli sposi sono profeti del regno di Dio perché rendono visibile, attraverso la quotidianità, come Dio ama: sono tabernacoli ambulanti, presenza tangibile di Gesù, nonostante le fragilità, i litigi e tutte le mancanze e imperfezioni che si portano dietro. Non dobbiamo pensare che ci siano coppie di un certo livello in cui sembra tutto perfetto e che non abbiano anche loro difficoltà, alti e bassi e problemi da risolvere: è una visione fuori dalla realtà e non corrispondente alla nostra condizione umana; infatti, le coppie che hanno il coraggio di aprirsi con altre scoprono spesso che condividono le stesse problematiche.

Profeta è chi parla/testimonia a nome di Qualcun Altro, ma al contrario del sacerdote, non è necessario fare omelie o trattati teologici, basta mostrare l’amore, quello vero, quello che ci ha insegnato Gesù: un amore fatto di tenerezza, ma anche di perdono, di sacrificio, di pazienza e anche di sofferenza, a volte.

Tutti si lamentano della mancanza di vocazioni, ma se nessuno in famiglia fa toccare con mano questo tipo di amore, come possiamo pretendere che qualcuno s’innamori dello Sposo e decida di dedicargli la vita?

Le nozze sono segno delle nozze che Gesù vuole fare con ogni singola persona e con tutta la comunità: quindi gli sposi sono profeti e costruttori del regno di Dio che già ora, su questa terra comincia a crescere e che vedremo compiuto un giorno in cielo. Ovviamente i coniugi sono un segno imperfetto, ma questo non ne diminuisce l’importanza.

Non posso non fare un richiamo alle persone separate che, nonostante il fallimento umano, rimangono fedeli al Sacramento: la profezia, in questo caso, passa attraverso una testimonianza gioiosa, ma anche ferita, perché richiama Gesù fedele, nonostante i nostri tradimenti, abbandoni e tutte le cavolate che possiamo fare; mostrano il volto dello Sposo lasciato solo, il non amato e sottolineano che il Sacramento non è un francobollo, ma corpo dato per amore.

Il prossimo anno il convegno di Mistero Grande sarà dedicato al secondo regalo che gli sposi ricevono il giorno delle nozze, quello sacerdotale, mentre nel 2026 verrà affrontato l’ultimo dono, quello regale.

I tre doni (profetico, sacerdotale, regale) implicano anche una grande responsabilità e impegno; infatti, al convegno è stata detta questa frase che mi è rimasta impressa: con ciò che sai, insegni, con ciò che sei, incidi, proprio a sottolineare che gli sposi riescono a mostrare Dio in proporzione a come si amano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Basta la presenza

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9,18-26 In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Questo brano è quello che ci è stato proposto ieri nella Liturgia della Messa, e sulle due guarigioni raccontate in esso ci sono commenti molto elevati dei Padri della Chiesa, ed ovviamente non vogliamo fare concorrenza ad essi, ma solamente soffermarci su un particolare che ci sembra appropriato per le relazioni famigliari: Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Se vi ricordate i vari racconti dei miracoli operati da Gesù, noterete che quasi sempre Gesù tocca il malato o viene toccato da esso, ma non così per il servo del centurione, questo a testimonianza che Gesù, essendo Dio poteva operare andando oltre i limiti imposti dalla natura umana.

Ce lo dimostra con la guarigione dell’emorroissa, infatti se fosse stato necessario ci sarebbe stato il contatto tra lui e quella donna, invece è bastato il lembo del mantello, quindi perchè Gesù decide di andare a casa di Giairo nonostante non sia necessario?

A noi piace pensare che Gesù abbia deciso di accompagnare questo papà nel suo dolore, di accompagnarlo verso la fonte del suo dolore: non gli dice niente, nessuna parola di consolazione, semplicemente decide di stare con lui.

Decide l’opzione della presenza.

Gesù accoglie, ascolta e decide di vivere con quel papà questo momento di dolore. E va anche oltre, perché lo segue nella direzione del dolore, compie con lui il tragitto verso la causa del dolore. Non viene riportata nessuna parola di compianto, c’è solo il silenzio della presenza.

Anche nelle nostre famiglie, non di rado fa la sua comparsa il dramma del dolore, dell’angoscia, della malattia, della morte. E spesso facciamo fatica ad aiutare il sofferente perchè ci scontriamo col dramma dell’impotenza, e noi invece siamo soliti misurare la nostra efficenza in termini di prestazioni. Ma non c’è solo la medicina del corpo, cè una medicina che aiuta a sopportare il dolore: la presenza silenziosa di chi resta al nostro fianco non per darci una soluzione ma per dirci che non siamo soli ad affrontare il nostro dolore, è una medicina che dona coraggio.

Quante volte, per esempio, ci siamo soffermati sulla potenza di tenere la mano ad un moribondo?

Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Gesù ci dà l’esempio della presenza silenziosa che ridona coraggio per affrontareil dolore, ma non andò da solo, ma con i suoi discepoli. Anche noi sposi sacramento quando doniamo questa presenza silenziosa portiamo con noi tutta la Chiesa, poichè se lo sposo dona la sola presenza alla propria sposa, non è mai da solo, è la presenza sensibile, efficace e reale di Cristo stesso.

Ma se Cristo è lo sposo della Chiesa ed i due sono inseparabili, allora insieme allo sposo c’è la sua sposa mistica, c’è la Chiesa. Uno sposo o una sposa che dona la sola propria presenza, in realtà sta donando la presenza di Cristo e della Chiesa tutta. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Misericordia io voglio e non sacrifici

Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13)

Mi soffermo su questo versetto perché fa tutta la differenza del mondo in un matrimonio. Cosa significa questa affermazione? Sicuramente ci viene chiesto di non vivere una religiosità di facciata, fatta di riti e di celebrazioni che restano in superficie senza toccare il cuore. Infatti Gesù la rivolge ai farisei e riprende un brano di Osea che a sua volta si rivolgeva agli israeliti accusandoli, per l’appunto, di innalzare a Dio preghiere ipocrite e vuote. E fino qui nulla di nuovo, chissà quante volte l’avete sentita questa spiegazione.

Io vorrei dare un senso diverso. No in realtà il senso è lo stesso ma declinato in modo più concreto con un significato più umano/antropologico. Perché come tutte le richieste di Dio non servono a Lui ma a noi. Partiamo dalla nostra vita di tutti i giorni. Cosa significa avere misericordia e non semplicemente sacrificarci l’uno per l’altra? Cerchiamo di leggere questo versetto in chiave sponsale.

Un significato sbagliato.

La parola sacrificio ha assunto nel tempo un significato negativo. È spesso associata alla fatica, all’impegno, alle difficoltà. È vista come un peso. Il sacrificio più grande a cui possiamo pensare è senza dubbio quello di Cristo sulla croce. Un amore che non ha nulla di sentimentale. Un amore che non è fatto di sensazioni ed emozioni ma è fatto di una scelta portata avanti in modo radicale fino alla fine. Gesù è morto per sacrificarsi per noi che lo abbiamo tradito mille volte e più. Too much! Cosa c’è di bello e desiderabile in questo? All’apparenza nulla. E fortunatamente noi non siamo chiamati a una scelta così radicale. Dobbiamo però dare alla parola sacrificio il giusto significato.

Sacrificio è amare da Dio.

Noi sposi non siamo chiamati ad accettare tutto come un peso che ci siamo presi il giorno delle nozze. Chi è quel pazzo che si sposerebbe con questi presupposti? Noi siamo chiamati ad altro. Trsformiamo il significato negativo della croce in quello positivo. Gesù donandosi per amore ha salvato e redento il mondo. Ha salvato ognuno di noi. E’ questa la forza della croce, del sacrificio. Che qui assume un significato nuovo. Anzi riprende il suo vero significato. Infatti sacrificio viene dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”. Rendere di Dio. Nel matrimonio consegniamo noi stessi, la nostra vita e la nostra relazione a Dio. Detto così è tutta un’altra cosa. Detto così mi fa venir voglia di sposarmi.

Il sacrificio diventa misericordia

Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. È vero che a volte ci vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso a mia moglie, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che ognuno di noi compie ogni giorno, diventano tutti gesti sacri, gesti per Dio e di Dio. Ed ecco che il sacrificio diventa misericordia,

Il sacrificio vero è la misericordia

La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. È l’utero. Quando viviamo davvero un amore di sacrificio diventiamo generativi. Siamo capaci di generare nostro marito e nostra moglie. Sappiamo accoglierci per quello che siamo, sappiamo vedere nell’altro la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo o la aiuta a diventare pienamente donna.

Conclusioni

Jovanotti in una sua canzone esprime benissimo questo concetto. Non so quanto consapevolmente, ma forse, qualcosa sull’amore lo ha capito da solo facendone esperienza. Nella canzone A te dice: A te che riesci a render la fatica un immenso piacere. È esattamente così. La fatica diventa bella e piena di significato, perchè diventa modo per vivere la nostra vocazione, per esercitare il nostro sacerdozio. Anche fare l’amore che è il gesto più sensibile e passionale tra due sposi assume un significato di vero sacrificio, inteso come lo abbiamo spiegato. Saremo capaci di fare l’amore da Dio, saremo cioè capaci di vivere quel gesto come gesto sacro che celebra e manifesta la nostra sponsalità. Un gesto che si arricchisce di tutti i gesti di cura e di servizio che ci siamo donati nella quotidianità. Gesti sacri che si riversano nel nostro gesto liturgico: l’amplesso. Molti sposi, dopo alcuni anni, vivono la sessualità come un peso, come un sacrificio o come un’assenza. Perché non si è dato il giusto significato. Trasformatelo in vero sacrificio e vedrete che passeranno anche i mal di testa serali.

Antonio e Luisa

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Le trappole dell’incredulità

Cari sposi, c’era una volta un paesino chiamato “Frittole”, una leggendaria borgata toscana a cui approdarono Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), nel film “Non ci resta che piangere”, e nel quale i pochi abitanti erano divisi da lotte faziose.

Scherzi a parte, Nazareth non doveva essere molto dissimile. Difatti, gli archeologi sono del parere che ammontasse a circa 200 persone o poco più. Gesù, come sappiamo, vi si era insediato dopo pochi giorni dalla nascita e fino a quel momento in poi vi aveva trascorso circa 30 anni. Chi non si conosceva a Nazareth? Gesù, essendo probabilmente l’unico falegname/muratore a disposizione, aveva visto sfilare davanti alla sua bottega praticamente tutti.

Ma Nazareth è anche il crocevia di due eventi contrastanti, un paesino in cui si è mescolato il fatto che ha sconvolto la storia – l’Incarnazione del Verbo -, con la vita nascosta di Cristo. La più bella Notizia, cioè che il Verbo si è fatto carne ed abita con noi, rimasta tuttavia muta e inosservata. Perciò, i suoi abitanti, eccetto chiaramente Maria, giusto alle apparenze si erano abituati. E su Gesù abbonda l’ovvietà e la scontatezza: il suo mestiere, le sue parentele, il suo indirizzo… Ma Gesù è solo questo? Sappiamo ben di no.

Una parola attraversa diagonalmente le letture di oggi: profeta. Chi è il profeta se non colui che vede oltre, che guarda più in profondità la realtà delle cose? In fin dei conti, il profeta vede il mondo come lo guarda il Signore, cioè dall’Alto ma anche dal più profondo, nell’intimo. Ragion per cui la profezia è incompatibile con uno sguardo orizzontale e razionale.

È notevole constatare come, la prima eresia sorta contro il cristianesimo e comparsa già mentre vivevano gli apostoli, non pretendeva affatto negare la divinità di Cristo, bensì – pare strano – occultare e nascondere per l’appunto l’umanità di Gesù. Era più scandaloso un Dio che pativa la debolezza e la limitatezza umana, – proprio come pensavano i nazzareni – che un Uomo ricolmo di Divinità.

Ed eccoci a voi, cari sposi. Nelle vostre famiglie e nelle vostre case potreste cadere nella stessa trappola di incredulità, come ce la presenta il Vangelo. Parimenti voi coniugi occultate qualcosa di divino ma sotto sembianze comuni. Papa Francesco dieci anni fa affermò una verità impressionante, molto attinente al Vangelo odierno:

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale, è l’uomo e la donna, tutti e due, non soltanto il maschio, l’uomo, non soltanto la donna, no: tutti e due. E questa è l’immagine di Dio, e l’amore, l’alleanza di Dio con noi è lì, è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Chi vi vede, e soprattutto chi vi conosce bene, cosa potrebbe dire di voi? Sicuramente gran parte di questo sarebbe simile alle risposte dei nazzareni: sposi da “x” anni, 1 o 2 figli, bravi, simpatici… e poi verrebbero gli inevitabili “ma” … Gesù, che vi conosce meglio di chiunque altro, e vi ha costituiti come coppia a Sua Immagine, non si rassegna al ritratto che il mondo può dipingere di voi – o alle vostre proiezioni personali – ma anzi, vi ricorda costantemente la vostra origine e il vostro destino. “Famiglia, diventa ciò che sei!” ha ripetuto più volte San Giovanni Paolo II.

Dinanzi a questo panorama, allora, a chi credete? Al mondo che vi banalizza e vi equipara a qualsiasi altra unione, o a Colui che vi ha costituiti in tale immagine e somiglianza? Non vi sconforti l’esser sovente rifiutati, derisi, isolati per il dono che vi è stato fatto. Piuttosto il Vangelo di oggi sia lo stimolo a credere a Gesù, che ha avuto così tanta fiducia in voi da consegnarvi un così grande Dono.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci provoca e ci incoraggia con le sue parole. Come? Proprio noi siamo immagine di Cristo? Noi che litighiamo? Noi che sbagliamo? Noi che come tutti siamo soggetti alle debolezze umane? Noi che a volte ci sentiamo anche meno di tante coppie? Si proprio noi, proprio voi. Perchè essere immagine di Gesù non significa essere perfetti ma significa amare come ama Gesù. Significa mettere da parte l’orgoglio e fare il primo passo. Significa non mettere sulla bilancia quanto si ottiene in cambio, significa non perdere mai lo sguardo benedicente sull’altro. Significa rilanciare sempre nella certezza che l’amore è l’unica scelta vincente.

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Scuola nuziale: una proposta unica!

A settembre partirà una vera scuola nuziale. Avrà la durata di circa sei mesi. Diciotto incontri online si terranno due mercoledì sera al mese, con cadenza quindicinale. È un’idea che avevo nel cuore da anni, un progetto che finalmente prende forma per offrire un sostegno concreto alle coppie di sposi o a quelle che stanno per sposarsi. Ora si sono verificate tutte le condizioni per poter rendere concreto il mio progetto. Un corso aperto a tutti coloro che desiderano approfondire il matrimonio sacramento. È aperto ai single, ai fidanzati, a chi è sposato sacramentalmente o civilmente, ai conviventi, ai separati, ma anche a sacerdoti, religiosi e religiose.

LA GENESI DI UN’IDEA

Papa Francesco ha più volte espresso la sua preoccupazione per le modalità con le quali i fidanzati sono accompagnati al matrimonio (corsi fidanzati) e per la mancanza di un percorso finalizzato a sostenere gli sposi durante i primi anni di matrimonio. Come non condividere questa preoccupazione del Santo Padre? Anche padre Luca Frontali – amico e parte fondamentale di questa scuola – sente le stesse preoccupazioni. Ho avuto modo più di una volta di affrontare questi temi con lui e pochi mesi fa gli ho proposto la mia idea. Idea che ora vi espongo.

UNA RICCA TRAMA DA TESSERE

Ormai curo questo blog da otto anni. Questo mi ha permesso nel tempo di entrare in contatto con tantissime persone che si dedicano all’evangelizzazione e in particolare all’accompagnamento delle coppie di fidanzati e di sposi. Ognuna di queste persone si occupa in modo molto efficace e spesso professionale di un aspetto specifico della relazione sponsale. Ognuno di loro propone già seminari o ha scritto libri. Ho pensato di fare da gancio per unire tutte queste grandi ricchezze ma che sono ricchezze parziali. Ho pensato di ideare un percorso per coppie che affrontasse tutti gli ambiti della relazione sponsale affidando ogni argomento a quelle persone che reputo le migliori in circolazione (almeno tra quelle che conosco io).

UN’ORGANIZZAZIONE CONDIVISA

Tutte le persone coinvolte mi hanno dato piena disponibilità. Ci saranno, per citarne alcune, Tommaso Lodi e Giulia Cavicchi, Claudia Viola e Roberto Reis, Simona Arcidiacono e Andrea Marcellino, Livia Carandente e Silvio Di Falco, Nicoletta Musso e Davide Oreglia, Cristina Righi e Giorgio Epicoco e tanti altri. Ci saranno associazioni come PuridiCuore, Retrouvaille, Intercomunione, Mistero Grande, Sposi per Sempre e INER. Ci saranno medici, sacerdoti, psicoterapeuti. Credo davvero una proposta di una ricchezza unica in Italia. E poi sarà un percorso condiviso con Mistero Grande. Padre Luca ha sottoposto questa idea a don Renzo Bonetti che ne è rimasto entusiasta e ha scelto di partecipare in prima persona. Sarà anche lui tra i relatori.

UN PERCORSO DI RISCOPERTA

Quello che abbiamo ideato vuole essere un percorso di scoperta o di riscoperta della grandezza e della bellezza del matrimonio cristiano. Un percorso che non escluda nessun aspetto della vita matrimoniale. Noi abbiamo una ricchezza di grazia enorme. Dobbiamo però conoscere il nostro sacramento. Ma non basta ancora. Dobbiamo conoscere il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra psiche, le nostre ferite, le nostre risorse naturali e spirituali. Solo così potremo affrontare il matrimonio nella giusta prospettiva e riconoscerne il valore anche in mezzo alle difficoltà. Vi aspettiamo! Per ogni dubbio siamo a disposizione.

Scarica la locandina o la brochure. Per iscrizioni clicca qui

Antonio e Luisa

Le vacanze non sono una fuga dalla quotidianità

Santificare le feste. Estendiamo questo concetto alle vacanze. In Esodo troviamo scritto “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore, tuo Dio. Non farai alcun lavoro: tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che sta dentro le tue porte. Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare, e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato santo

Cosa vuole dirci la Parola? Che abbiamo un Dio geloso e che pretende che un giorno a settimana sia dedicato solo a Lui? Gli ebrei l’avevano intesa esattamente così! Tanto che Gesù ha dovuto chiarire che Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27).

Proprio così! Dio ci chiede di fermarci un giorno perché ne abbiamo bisogno noi e non Lui. Questo vale per il sabato ma vale anche per le nostre vacanze familiari. Ci rivolgiamo a tutte le coppie ma ancor di più a quelle che hanno bambini piccoli perché sappiamo lo scoraggiamento che a volte può appensantire i cuori. Noi ci siamo passati. Ormai abbiamo figli grandi ma ricordiamo ancora bene quando erano quattro piccoli in fila dai 6 ai pochi mesi. Un delirio.

Aspettavamo le vacanze con impazienza, pianificando ogni dettaglio per assicurarci di riuscire a rilassarci appieno. Dopo mesi di lavoro e dedizione alla cura della famiglia, sentivamo di meritare quel periodo di meritato riposo. Tuttavia, le aspettative troppo alte si trasformarono in delusione quando ci rendemmo conto che il cambiamento di ambiente e di routine non portava il beneficio sperato. I nostri figli, privi della solita routine e regolarità, diventavano sempre più irrequieti e difficili da gestire, generando tensioni e conflitti tra noi genitori. Invece di goderci quelle settimane di vacanza spensierata, ci ritrovavamo spesso a fronteggiare situazioni stressanti e a dover fare i conti con le nostre reazioni nervose e le litigate che ne derivavano. La realtà delle vacanze non corrispondeva affatto alle nostre aspettative, lasciandoci delusi e stanchi.

Qual è il fraintendimento? Le vacanze non sono il momento per scappare dalla fatica della famiglia ma il momento per contemplare la famiglia pur con tutte le fatiche che comporta. Usiamo le vacanze per riscoprirci belli! Belli come coppia e belli come famiglia!

Riappropriamoci della nostra bellezza, valorizzando ogni istante trascorso insieme, nutrendo la reciproca crescita e sostenendo la gioia di essere uniti. La bellezza della nostra famiglia non è solo il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro, ma anche un rifugio di amore e comprensione. È naturale che ciò comporti fatica e, a volte, potenziali tensioni, ma è importante ricordare quanto sia preziosa la nostra unità familiare. In questi momenti frenetici della vita moderna, può accadere di perdere di vista la ricchezza intrinseca della nostra famiglia, lasciandoci sopraffare dagli impegni e dai doveri quotidiani. Tuttavia, è fondamentale riscoprire l’essenza del legame che ci unisce, riportando al centro dell’attenzione il valore della nostra relazione di coppia. Forse, tra le mille incombenze quotidiane, abbiamo trascurato la cura del legame con il nostro partner. È importante trovare il tempo per dialogare con sincerità, aprirsi reciprocamente e lasciare spazio ai sentimenti più profondi; concedersi momenti in cui dedicarsi l’un l’altro, perdersi negli sguardi, dolcemente accarezzarsi, abbracciarsi affettuosamente e soprattutto condividere momenti d’amore autentico. Talvolta, ci si lascia coinvolgere così tanto dalla vita frenetica che il lavoro e gli impegni quotidiani prendono il sopravvento, trasformandosi da mezzi di sostentamento della famiglia a fini esclusivi, a discapito della nostra relazione di coppia. Tuttavia, è importante trovare l’equilibrio e preservare il nucleo saldo della nostra unione, proteggendo la bellezza e la vitalità del legame familiare dall’assoggettamento alle richieste esterne.

Ricordate Marta e Maria le sorelle di Lazzaro? Ecco le vacanze servono a trovare del tempo per contemplare come Maria la presenza di Gesù nella nostra vita e nella nostra famiglia. Anche in mezzo al caos, ai litigi e allo stress. Solo così potremmo servire l’altro durante l’anno senza sentirlo come un peso insostenibile ma come il modo per costruire quel legame così profondo che è il matrimonio e che può aprire il nostro cuore alla bellezza infinita di Dio.

Antonio e Luisa

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«Io non conosco mio figlio!»

I genitori sono certi di conoscere davvero i propri figli? La descrizione che fanno di loro è reale, al rialzo oppure al ribasso? Una storia vera, di quasi un secolo fa, può aiutarci in questa riflessione, mostrandosi più attuale che mai.

Pochi giorni dopo il 4 luglio 1925 una folla immensa – e inaspettata – si riunì a Torino per i funerali di un giovane che aveva lasciato la vita in questo mondo ad appena ventiquattro anni, stroncato da una poliomelite fulminante. Nel caldo di quella giornata e della chiesa della Crocetta si trovarono fianco a fianco membri dell’altra borghesia cittadina, come quella da cui proveniva la famiglia, conoscenti, amici, vicini di casa, giovani ma anche tanti poveri sconosciuti quelli che, senza clamori né manifesti, aveva aiutato nella sua breve esistenza. Tra l’incredulità per ciò che era successo e lo stupore per i numerosissimi presenti, il padre – capendo solo in quel momento chi era stato e soprattutto ciò che aveva fatto il suo primogenito – disse: «Io non conosco mio figlio!». Figlio che risponde al nome di Pier Giorgio Frassati.

Proclamato beato il 20 maggio 1990, Pier Giorgio era nato a Torino il 6 aprile 1901 in una delle famiglie più altolocate del tempo: il padre, Alfredo Frassati, era uno dei fondatori del quotidiano “La Stampa” nonché senatore del Regno d’Italia e poi della Repubblica e la madre, Adelaide Ametis, famosa pittrice. Sua sorella Luciana, più piccola di solo un anno, fu la sua prima compagna di studi e di giochi nonché, poi, instancabile testimone della sua breve quanto eccezionale vita. Fin da piccolo Pier Giorgio dimostrò un trasporto speciale per la fede cattolica, trasmessagli solo dal lato materno. Cresciuto nell’amore per Gesù, si dice che davanti al Santissimo Sacramento assumesse un aspetto ancor più bello del consueto, pur essendo già un giovane sportivo e dotato di una corporatura forte e scattante. Oltre alla fede aveva altre grandi passioni: l’amicizia, la montagna e l’aiuto a chi era nel bisogno tant’è che trovava sempre il modo per donare quanto possedeva ai poveri, anche di nascosto dai genitori, pur di fare qualcosa per gli altri con totale gratuità, rispetto, discrezione e amore. Si pensa che fu proprio nell’assistenza a qualche malato che contrasse il morbo che lo portò via in pochissimi giorni.

Pur essendo di famiglia molto ricca, Pier Giorgio riceva poco denaro e lo spendeva quasi tutto per i poveri al punto che, più volte, gli amici lo vedevano rincasare a piedi perché non si era tenuto per sé nemmeno i soldi per i mezzi pubblici. Un giovane uomo che avrebbe avuto davanti a sé una brillante carriera e un futuro agiato ma che aveva capito come quelli non fossero né i veri valori né la moneta per guadagnarsi il Paradiso; Pier Giorgio, al contrario, aveva compreso appieno l’insegnamento di Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21). Un esempio, il suo, che ricorda molto da vicino quello di un altro giovane gigante della fede, Carlo Acutis; due perle, questi ragazzi, che saranno entrambi dichiarati santi nell’Anno Giubilare 2025.

Dalla brevissima biografia sopra riportata emergono elementi importanti che possono aiutarci a riflettere sulla capacità, o meno, dei genitori di comprendere i propri figli e di lasciarli liberi nell’abbracciare la fede in Cristo, qualora manifestassero questa disposizione. Ci sono stati e ci sono, purtroppo, molte mamme e molti papà che non hanno compreso – se non addirittura soffocato – la vocazione del proprio ragazzo o ragazza, ritenendo non adatta la scelta di dedicarsi totalmente a Dio; ma non adatta a chi: a loro o ai loro figli? Ai progetti futuri che avevano immaginato o perché davvero quei figli non erano pronti, o adatti, alla vita religiosa? Bisogna rendersi conto che il frutto del grembo, prima di appartenere dei genitori, è di Dio e quindi è giusto che sia libero di rispondere alla chiamata, qualora arrivasse. L’evento traumatico di aver perso Pier Giorgio in pochi giorni e in circostanze completamente inaspettate ha aperto il cuore di Alfredo Frassati ma a che prezzo! E noi, siamo pronti a lasciar andare i nostri figli sulle vie del Signore e, più in generale, ad accompagnarli e sorreggerli nella scoperta della loro vocazione? Siamo restii oppure pronti a camminare con loro “Verso l’alto”, come fece Pier Giorgio?

Fabrizia Perrachon

Il vino buono viene dopo. Ma che ne sa il mondo!

Ho già scritto tanto delle Nozze di Cana. Non si finisce mai di imparare dal Vangelo. In questa stagione della mia vita con Luisa questo brano mi dice tanto. Per chi come noi è sposato da un po’ di anni, questo brano tocca alcune corde della relazione e della vita matrimoniale importanti e racconta tanto della promessa fatta il giorno delle nozze. Una promessa mantenuta. Fidatevi, datemi quello che avete e ne avrete il centuplo.

Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono

Vorrei soffermarmi in particolare su questo versetto che riporta l’esclamazione sorpresa del maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta nell’esegesi il dottore della legge giudaica che non riconosce Gesù come Messia. Noi possiamo fare una piccola forzatura e identificare il maestro di tavola con un rappresentante della nostra società. Una società dove c’è sempre meno posto per Gesù e dove si fatica a comprendere la ricchezza di un matrimonio vissuto alla presenza di Gesù.

Il maestro di tavola esprime il pensiero comune di tanti dei nostri amici e parenti. L’amore è bello ma lo è finché dura. Soprattutto all’inizio quando la passione ci rende un po’ brilli. Quando siamo ubriachi di sentimenti e di emozioni. Dopo viene il vino cattivo, o quantomeno meno buono. Come a dire che dopo tanti anni la qualità della relazione cala, ci si accontenta un po’, bene che vada si resta insieme per abitudine e perché c’è dell’affetto ma non c’è può quella qualità dei primi tempi. Non è quello che credono tanti?

Invece noi sposi cristiani siamo chiamati a dire altro. Chi mette al centro della relazione Cristo non deve accontentarsi con il passare del tempo. Mettere al centro è una scelta molto concreta. Significa amarsi come ama Gesù. Significa donarsi ed accogliersi completamente in modo gratuito e incondizionato. Infatti, non tutti riescono. Perché per arrivare al vino buono c’è un passaggio fondamentale. Possiamo sempre leggere in questo brano del Vangelo: La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. 

Le giare sono vuote. Se non si riempiono – e questa fatica è solo nostra – non ci sarà vino buono da portare al maestro di tavola. Non ce ne sarà proprio. Ma come possiamo riempierle? Gesù non ci chiede sacrifici sterili ed inutili. Non ci chiede devozioni che sono solo formali o preghiere recitate senza cuore. Gesù ci chiede semplicemente di riamarlo. Di restituire parte del Suo amore a Lui tramite la persona che ci ha posto accanto. Riempiamo le giare di acqua con un abbraccio, con una carezza, facendo l’amore, con una parola di conforto o di apprezzamento, con un gesto tenero, con l’ascolto, con il perdono. E in tanti altri modi che solo voi conoscete. Ognuno di questi gesti è un bicchiere di acqua che riversiamo nelle giare. Ne servono tanti. Servono gesti quotidiani. Piccoli gesti come potete intuire. Che non richiedono grande impegno ma impegno continuo.

Solo così Gesù potrà trasformare la nostra acqua, il nostro impegno in un vino delizioso. Lo dico senza alcun dubbio. Tutto ora è più bello dell’inizio con Luisa. È più bello stare insieme, è più bello guardarci, è più bello ascoltarci, è più bello fare l’amore. Siamo più belli l’uno per l’altra. Ma questo non dipende solo da Gesù. Gesù vuole che un po’ di fatica la facciamo anche noi. Solo allora con impegno e con fede – ne hanno avuta tanta quei servi – potremo lasciare che Gesù faccia del nostro matrimonio una meraviglia. Tuttavia, è importante ricordare che la bellezza di un matrimonio non si limita solo ai momenti felici, ma anche alle sfide che si affrontano insieme e alla crescita che ne deriva. Ogni sacrificio e ogni gesto d’amore contribuiscono a tessere il legame coniugale, rendendolo sempre più forte e duraturo.

Auguri e buon lavoro. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di riempire le giare!

Antonio e Luisa

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Avverbi di tempo. La salvezza accade oggi

Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. ( Sal 94 (95),8ab )

Questo brevissimo versetto di un Salmo è usato nella Messa odierna come Acclamazione al Vangelo, ma ha una carica profonda anche estrapolato dal contesto del suo Salmo. Ci piace sottolineare quel “oggi”: un avverbio di tempo molto caro alla Liturgia.

Lo si ritrova seminato un po’ ovunque nelle preci varie durante tutto l’anno liturgico, anche nella forma sua sinonima “in questo giorno” oppure “questo è il giorno“, richiamiamo solo alcuni esempi:

Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato alle genti il mistero della salvezza […](Prefazio Epifania, Messale Romano)  Oggi il Re del cielo nasce per noi da una vergine per ricondurre l’uomo perduto al regno dei cieli […] (Ufficio letture, Natale) Questo è il giorno, che ha fatto il Signore […] (Lodi mattutine e acclamazione al Vangelo, Pasqua)  O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte […] (Colletta Messa di Pasqua)

Le prime volte che ascoltammo questi avverbi di tempo ci chiedemmo perché mai tutta questa insistenza visto che da quegli eventi erano passati circa 2000 anni, forse che il parroco aveva avuto una svista oppure il vescovo voleva calcare un po’ la mano?

Naturalmente no, ci aiutarono pertanto diverse prediche di bravi sacerdoti e lo studio dei documenti magisteriali, in particolare citiamo, tra i molti, questo: […] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche […] (Sacrosantum Concilium n.7)

Se Lui è presente, significa quindi che quanto è accaduto così lontano nel tempo rispetto a noi, grazie ai Sacramenti e all’azione liturgica si rende nuovamente presente, nel momento stesso della celebrazione. Quindi gli avverbi di tempo non sono stati inseriti lì per eccesso di zelo o di sentimenti religiosi, nient’affatto! Sono lì a ricordarci che la salvezza accade oggi per noi esattamente come fu 2000 anni fa circa, con la sola differenza che la modalità usata oggi è quella sacramentale.

Quando a Messa sentiamo quelle parole del Salmo Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.“, non è mica una parole del lettore o del sacerdote, è Parola di Dio, il Quale essendo presente, ci comanda di vivere l’oggi concreto, di non lasciar passare questo giorno inutilmente, ma farlo fruttificare per il Paradiso.

Un giorno speso bene sulla terra è un giorno in cui viviamo in Grazia di Dio, seguendo la Sua voce. Oggi è il momento favorevole, non aspettiamo domani, potrebbe essere troppo tardi.

Cari sposi, è oggi il giorno giusto per poter amare il nostro coniuge, è oggi il giorno perfetto per dire a lui/lei “Ti amo”, è oggi il momento speciale per aprire il nostro congelatore affettuoso e diventare caldi per il nostro coniuge, è oggi il giorno importante per dare un abbraccio lungo e profondo, oggi è il giorno del bacio speciale, oggi è il momento propizio per le coccole, per le tenerezze, non aspettiamo domani. Oggi il Signore vuole amare il nostro coniuge attraverso di noi, in questo giorno speciale. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

La donna libera è quella che si prende cura della propria ovulazione

Mai come nel nostro tempo la fertilità femminile è dipinta come un problema. La fertilità impedisce una vera parità di genere per quanto riguarda salari e lavoro. La fertilità è un problema quando funziona e anche quando non funziona. Quante donne ricorrono all’inseminazione e si sottopongono a terapie spesso pesanti. Viviamo in un mondo ostile alla fertilità. La fertilità è vista – in un senso o nell’altro – come un peso. Uomo e donna non saranno mai uguali in questo.  È la donna che soffre in modo più evidente di una separazione tra se stessa e il proprio corpo e la propria fertilità. Ed è incredibile che siano proprio le femministe a promuovere questa separazione nell’illusione di una maggior libertà ed emancipazione.  Ma deve essere così? Non è forse più corretto e buono avvicinarsi alla fertilità, nella sua complessità, apprezzandola e riconoscendo il valore del corpo della donna?

Il rispetto dovuto al corpo umano è ontologico, fa parte della verità che ci costituisce. Noi dobbiamo smettere di pensare che abbiamo un corpo da usare e possedere. Il corpo fa parte di noi, è parte della nostra persona e ciò che facciamo al nostro corpo lo stiamo facendo a noi stessi. In questo senso il rispetto per il corpo dovrebbe essere paritario, sia per gli uomini che per le donne.

Colpisce che culturalmente – a meno che non vi siano alterazioni o malattie – si presti poca attenzione alle funzioni svolte dal corpo della donna legate alla fertilità: ovulazione, gestazione e allattamento. L’importanza di queste tre funzioni risiede proprio nella prima: l’ovulazione.

L’ovulazione è processo femminile, che la maggior parte delle donne ignora. Sinceramente credo di conoscerlo meglio io di tante donne. L’ovulazione è qualcosa di meraviglioso e complesso che poggia su un equilibrio fisiologico e ormonale.  L’ovulazione è fondamentale per la salute di una donna, e lei non potrà mai essere veramente libera – né per quanto riguarda la sua salute né la sua sessualità – se ignora la centralità dell’ovulazione. Affidarsi ai soli contraccettivi impoverisce tutta la donna non solo per quanto concerne la capacità procreativa ma influisce anche sulla sua salute psicofisica. La parola “salute delle donne” è stata ridotta all’uso dei contraccettivi. Oggigiorno quando si parla di “salute della donna” sembra ci si riferisca all’eliminazione degli effetti dell’ovulazione. Anche per inibirli, come avviene con i contraccettivi ormonali.

Il paradosso si verifica nel fatto che l’ovulazione è l’unico modo in cui una donna può produrre gli ormoni femminili di cui il suo corpo ha bisogno, eppure è ciò che si cerca di inibire sinteticamente con la somministrazione dei contraccettivi ormonali. Così i contraccettivi sembrano essere entrati nel concetto di “salute”, venendo considerati addirittura come cura per le irregolarità del ciclo.

Questo tipo di approccio pone il corpo della donna in una visione miope e sbagliata. Considera infatti la salute come qualcosa di facoltativo, poiché la donna è indotta a credere di poter scegliere da sola se permettere al suo corpo di produrre ciò di cui ha bisogno: l’ovulazione. Nessun’altra funzione del corpo è considerata “facoltativa”, ma questa sì.

Alla fine, accade che le donne credono che avere il controllo del proprio corpo significhi scegliere se ovulare o meno. È vero il contrario. Riconoscere l’ovulazione come una parte essenziale del corpo di una donna permette di approcciarsi alla salute riproduttiva con una consapevolezza maggiore e con l’attenzione che un processo tanto bello e unico merita. Ad esempio, le irregolarità del ciclo verrebbero affrontate a partire dall’evento centrale dell’ovulazione, cercando trattamenti che portino alla produzione di un ciclo sano.

Una donna davvero libera ed emancipata non è quella che può decidere di annullare l’ovulazione, che ha il potere di cancellare parte di ciò che è. Una donna libera è colei che sa riconoscere il valore di sé stessa, del proprio corpo, e che sa prendersi cura di sé. Quindi sa prendersi cura anche della propria ovulazione e del proprio ciclo.

Questa analisi può essere estesa anche alla gestazione e all’allattamento; funzioni che sono spesso oggetto di controversie e di dibattito. Tutto ciò nasce da una ideologia che permea la nostra società, che dice di voler promuivere e difendere la donna ma che in realtà non fa che impoverirla e frammentarla. È necessario ritornare ad una visione complessiva, dove si assume il valore della persona nella sua integrità. In questa ricerca di valorizzare adeguatamente le donne, la comprensione del funzionamento del corpo può fornirci uno strumento chiave per la necessaria integralità, dove le donne possano riconoscersi e valorizzarsi con la ricchezza della loro femminilità.

Termino con un pensiero personale. Ma quanto sono belle le donne. Quanto è meravigliosa la mia sposa. È stato bello e faticoso scegliere i metodi naturali nel nostro rapporto. Faticoso perché a volte ho dovuto aspettare per unirmi a lei, ma nel contempo è stato meraviglioso perché, grazie a lei, ho fatto esperienza della bellezza incredibile della donna e del corpo femminile. Ho contemplato la sua femminilità che si manifesta anche attraverso la sua fertilità. Ed è stato importante conoscere e vivere la sua fertilità come un dono da governare insieme. Si vive davvero in modo più pieno e vero tutta la relazione e non solo l’intimità.

Antonio e Luisa

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Guarigione permanente

Cari sposi, sarà perché vengo da una famiglia di medici ma fin da piccolo mi è sembrato così naturale pensare a Gesù come il medico che ci cura dai nostri mali. Lo dice chiaramente S. Agostino: “è medico divino, il quale perciò, pur essendo Dio, si fece uomo affinché l’uomo si riconoscesse uomo. È una medicina molto efficace” (Discorso 77, 7, 11).

Questo brano evangelico rientra nella prima parte dell’esposizione di Marco in cui egli ci fa capire come Gesù non opera solo guarigioni, ma addirittura è in grado di supera l’ostacolo più insormontabile: la morte. Nel testo troviamo due donne che vivono, ognuna a modo loro, un’esperienza di lontananza da Dio che potrebbe portare alla morte, in entrambi in casi attinente all’impurità. Nel primo caso per un ciclo che non finiva più, una sorta di ipermenorrea, nell’altro per l’arrivo inaspettato della morte.

La figlia di Giàiro ha dodici anni, non è una bambina ma per quei tempi una neomaggiorenne, pronta matrimonio e in quanto della famiglia del capo della sinagoga, simboleggia il popolo d’Israele. Ahimè è morta giusto nel fiore degli anni e questo significa l’infecondità del popolo eletto se non riconosce il proprio Messia ma vive unicamente una fede fatta di riti, regole e norme moralistiche.

L’emorroissa, invece, a causa delle fuoriuscite di sangue, soffre la lontananza obbligata che le imponeva la Legge (cfr. Lv 15,19-24). Entrambi i personaggi, in fin dei conti, non possono servire il Signore né entrare nel tempio, men che meno entrare in relazione con gli altri. Malattia, solitudine, peccato… morte.

Cosa cambia tutto? Un semplice tocco. Quanti problemi vorremmo noi risolvere con un semplice tocco… ma ci è il più delle volte impossibile. Per Gesù non è così. Nella sua onnipotenza gli basta questo semplice gesto per concedere una grazia.

Perché è così? Spiega S. Tommaso d’Aquino che l’umanità e corporeità di Cristo è lo strumento che il Verbo divino utilizza per comunicarci la grazia. È in definitiva la logica dei sacramenti, in cui la Grazia passa dalla sensibilità umana. Un grande teologo del secolo scorso Yves Congar (1904-1995) scriveva: “Egli è sacramento della salvezza, perché ciò che porta è riconciliazione attraverso il suo sangue, alleanza nuova e definitiva, filiazione divina nella grazia, speranza della gloria, caparra della nostra eredità di figli, unione intima con Dio, unità di tutti i figli di Dio in un solo popolo e in un solo corpo” (Un popolo messianico, Brescia 1976, p. 28).

Per tutto questo Gesù è il primo e principale sacramento, da Lui, dalla sua umanità vi giunge la grazia che salva. Ma è bellissimo scoprire che, se Cristo è il primo sacramento, anche voi in quanto sposi, siete il sacramento antico, il sacramento già presente fin dalla Genesi. Così, voi nel matrimonio siete stati rivestiti di Grazia, avete consegnato al Signore il vostro amore e non vi appartenete più in modo esclusivo.

Ma è ben chiaro che il peccato e la “morte” che da esso proviene può ancora toccare la vostra vita e fare disastri. Che fare allora? Gesù oggi ci insegna che lo Sposo vive in voi e non vi fa mai mancare il calore della Sua presenza. C’è un “luogo” che Gesù deve toccare e guarire ma questo dipende da noi: il cuore. È la nostra storia più profonda, la nostra intimità, il nostro passato, le nostre zone d’ombra. Lasciatevi toccare fino in fondo da Cristo e sappiamo che questo può davvero fare la differenza e farvi vivere da risorti.

ANTONIO E LUISA

L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi?

L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna.

Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. 

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Quante volte ho capito l’Eucarestia attraverso il tuo amore

Cara e amata Luisa, oggi è il 29 giugno. Sono passati 22 anni. Ventidue anni che sei diventata la donna. Già perché scegliendo te o conseguentemente escluso ogni altra. Almeno per quanto riguarda un rapporto tanto profondo e completo come il matrimonio. Sei mia moglie, la mia migliore amica, la mia amante, la madre dei miei figli. Tu sei la mia porta verso il mistero femminile. E più ti conosco e più comprendo come la donna sia davvero una creatura meravigliosa. Con te accade qualcosa di strano. Passa il tempo, il tuo corpo cambia, invecchia come invecchia il mio, ma sei sempre più bella, almeno ai miei occhi.

Non sono cieco, oggettivamente il tuo corpo non è quello di ventidue anni fa, ma anche la nostra relazione non lo è più, è cresciuta, è diventata sempre più profonda e libera. Tu sei la sola che mi conosce davvero e alla quale non ho paura di mostrare le mie debolezze perché so che in te posso rifugiarmi. Abbiamo passato più di ottomila giorni insieme. Ogni giorno abbiamo rinnovato il nostro sì. E io non mi sono ancora abituato. Non mi sono abituato alla tua dolcezza, al tuo essermi accanto in modo tenero, a volte paziente. Non mi sono abituato ai tuoi perdoni, alle tue carezze, a stare abbracciato con te. Non mi sono abituato all’intimità con te anche se l’abbiamo ripetuta mille e più volte. Ogni volta è bello perché rende concreto un amore vissuto quotidianamente. E non mi sono abituato neanche alla sensazione di gioia che mi pervade ogni volta che mi guardi negli occhi, è come se riscoprissi ogni volta un nuovo frammento di te che mi affascina e mi incanta.

Cara e amata Luisa, stamattina siamo andati a Messa per ringraziare Dio e per offrire a Lui il nostro amore. Nel momento in cui il sacerdote ha consacrato il pane e il vino e ha ripetuto le parole di Gesù Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi, ho pensato a quante volte lo hai fatto tu con me. Quante volte hai offerto il tuo corpo, la tua tenerezza, i tuoi sguardi, la tua presenza. E questo è sacro. Il tuo è un vero sacrificio d’amore, come quello di Gesù. Attraverso il tuo amore ho davvero compreso cosa è l’Eucarestia. Quanto bella sia. Attraverso il tuo amore ho capito come mi ama Gesù. Per questo il tempo che passa non fa che renderti più bella.

Spero davvero di essere riuscito a restituirti almeno un po’ dell’amore che mi hai dato in questi anni e ringrazio Dio ogni giorno di avere accanto una donna come te.

Antonio per Luisa

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Il matrimonio secondo Pinocchio /32

Cap XXV Pinocchio promettte alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuole diventare un bravo ragazzo.

Dopo tanta ricerca finalmente Pinocchio ritrova la Fata, ma quando l’aveva lasciata era ancora una bambina ed ora se la ritrova già donna; si commuove con lacrime di stupore ricordando che pure pianse tempo addietro sulla di lei lapide. Pinocchio accetta di buon grado che ella gli faccia da madre, ma appena arrivano i primi ordini materni, subito scatta la ribellione, infatti non gli garba nessuno dei comandi.

Per aiutarci nella riflessione continuiamo a tenere la Fata come immagine della Chiesa, a tal proposito sembra proprio che le continue “nuove vite/nuove identità” della Fata corrispondano alle varie fasi che la Chiesa terrena vive lungo il corso dei secoli: momenti in cui appare una saggia bambina con doti nascoste, altri in cui vive come una sorella dell’umanità, altri in cui pare morta al punto da leggerne l’epitaffio della lapide, ma poi rinasce e la si ritrova adulta e madre.

Il problema nasce quando gli sposi imitano il comportamento di Pinocchio, ovvero succede che dapprima si dichiarano cristiani e amici della Chiesa, alcuni si spingono anche più in là proclamandosi figli e affermando la Chiesa come loro punto di riferimento.

E vissero tutti felici e contenti ?

Sì, ma solo fino a quando la Chiesa non ci scomoda con le sue pretese di osservare le leggi di Dio e quelle della Chiesa, ossia fino a quando non ci chiede sacrifici che richiedono troppe rinunce.

Ad esempio ci sono molti sposi che aggirano il precetto domenicale andando a Messa il sabato sera per avere la domenica libera per i propri comodi. Non vogliamo scandalizzare nessuno nè giudicare i cuori di nessuno, ma solo metter in luce che il problema non sta nella scelta della Messa del sabato sera (o della Domenica sera), il problema vero sta nel cuore, e cioè nella motivazione per cui si prende questa decisione. Notiamo come la maggior parte di queste persone passi poi la Domenica senza neanche una preghiera adeguata, la Domenica non viene quindi santificata: azione grave contro il terzo Comandamento.

Il problema che vogliamo far emergere non sta tanto nell’orario della Messa, quanto nell’aver messo Dio all’ultimo posto anche la domenica (che è il Suo giorno per eccellenza); sicchè al primo posto, sul podio delle nostre priorità, ci stanno altre attività: la grigliata con gli ospiti, la spesa, lo shopping, la gita fuori porta, la gara sportiva, il giro in moto o in bicicletta… e chi più ne ha ne metta. Queste attività non sono cattive in se stesse, ma non devono togliere il primo posto a Dio. Abbiamo voluto usare questo esempio tipico di questo periodo estivo proprio per chiarificare che la Chiesa ha a cuore la salvezza della nostra anima.

Se gli sposi non hanno Dio al primo posto e non glielo dimostrano coi fatti anche e soprattutto la domenica, come potranno essere poi Sua icona in mezzo al mondo? Come potranno essere strumenti di Grazia stando lontani dalla fonte della Grazia?

La Fata, subito dopo essere stata proclamata mamma da Pinocchio, comincia a dargli ordini e comandi al fine di educarlo, al fine di farlo diventare un vero bambino. Similmente la Chiesa, che ci ha generati nel Battesimo, ci dà dei comandi affinché diventiamo dei veri figli di Dio e non solo sulla carta.

Coraggio cari sposi, impariamo dagli errori di questo burattino per evitare di restare solo dei bravi cittadini, perché a noi la Chiesa chiede la santità nel matrimonio, non ci chiede di essere due buoni sposi, è troppo poco, non ci chiede solo di volerci bene alla stregua degli altri, è ancora troppo poco. Le leggi a cui la Chiesa ci richiama sono i mezzi della nostra salvezza, sono i mezzi per vivere un matrimonio ricco di Grazia.

Giorgio e Valentina.

Gli Ulma: la prima famiglia dichiarata beata, dal primo all’ultimo membro

L’anno scorso, la Mimep Docete mi chiese di scrivere un libro sugli Ulma, una famiglia polacca sterminata durante la persecuzione nazista e proclamata beata, dal primo all’ultimo membro, nel dicembre 2022. Mi dissero che erano andati incontro al martirio, per difendere degli amici ebrei che avrebbero avuto morte certa. Mi informai bene sul loro conto, poi accettai l’incarico, entusiasta, sebbene mi rendessi conto che si trattasse di una vicenda drammatica, senza un apparente lieto fine.

La furia nazista, infatti, portò all’uccisione non solo degli ebrei rifugiati in quella casa, ma anche dei coniugi Ulma e dei loro sette figli. In effetti, è una storia in cui il male sembra vincere: una storia che potrebbe farci perdere la speranza e disincentivare il nostro impegno a vivere nell’amore. Eppure, anche la crocifissione di Gesù deve aver lasciato questo senso di amaro, di delusione, di sgomento. Deve aver fatto dire a tanti, mentre lo vedevano appeso a quel legno: “Chi ce lo ha fatto fare a seguire uno che muore così? Che senso ha rischiare la vita per lui, con lui?”

Magari questi inconfessabili pensieri avranno attraversato persino la mente degli apostoli, chiusi in quel cenacolo… dopo averlo abbandonato. Poi, però, è arrivata la Resurrezione, che ha ribaltato ogni cosa e dato senso a ogni ingiuria, a ogni piaga, persino alla morte peggiore che si possa pensare. Le ferite, le piaghe di Cristo, sono diventate feritoie per la luce. Lo sono anche per noi cristiani, oggi e sempre!

Gli Ulma a me hanno trasmesso questo: la Luce di una vita nuova, trasfiguarata dall’amore, e mi hanno ricordato che vale la pena vivere già qui con la fiducia nella Resurrezione. Mi hanno ricordato che l’odio dei nemici può uccidere i nostri corpi, ma nessuno può strappare le nostre anime a Cristo, se gliele abbiamo consegnate.

Dopo decenni, questa famiglia brilla, accanto a tanti altri santi. Li sappiamo vivi, nell’eternità, conosciamo nomi e cognomi, mentre dei loro assassini, vittime più o meno consapevoli del sistema di morte che imperava, nessuno ricorda né il volto, né i nomi. Perché solo l’amore crea e il frutto di chi ha amato rimane.

Tuttavia, a colpirmi molto è stato il modo in cui gli Ulma vissero, prima ancora del modo in cui morirono, ovvero all’insegna della soliderietà e della giustizia. Inoltre, mentre leggevo della loro vita famigliare mi arrivava il calore, l’affetto, la complicità, che regnavano tra quelle mura domestiche. La preghiera scandiva le giornate, insieme al lavoro umile ma onesto.

Le famiglie si evangelizzano attraverso altre famiglie e io mi rendevo conto che gli Ulma avevano tanto da insegnare, anche a me, anche a noi. Decisi, allora, di far tesoro di quanto mi stavano trasmettendo e di impostare il libro non solo come un racconto biografico e nemmeno come un romanzo, bensì pensai ad un percorso a tappe, ad un itinerario per le famiglie di oggi.

Ogni capitolo avrebbe portato il lettore a riflettere su una qualità della famiglia cristiana: fiducia nella provvidenza, apertura delle porte di casa al prossimo, rapporto di solidarietà con il vicinato, cura per ciascun figlio come se fosse l’unico, dedizione per il lavoro. È così che nacque “Un angolo di Cielo in famiglia: i coniugi Ulma, modello di carità” (Mimep Docete, 2024), con cui volevo provare a mettere in luce i carismi propri della famiglia cristiana.

Capitò, però, qualcosa di molto significativo, proprio durante la stesura di questo testo. Ad agosto del 2023, quando la Casa Editrice stava già pensando di assegnarmi questo lavoro, mi scoprii incinta. Iniziai a definire il progetto a settembre e a scrivere in ottobre, mentre nel cuore serbavo la gioia per la vita che portavo in grembo. Proprio in ottobre, però, persi il mio bambino.

Mi colpì un dettaglio: mentre io vivevo il mio terzo aborto spontaneo e consegnavo, non senza dolore, anche quel figlio al Cielo, certa che prima o poi lo avrei conosciuto, mi ritrovai a scrivere di questa famiglia dove l’ultimo membro beatificato è proprio un figlio non ancora nato! Quando la sua mamma è stata uccisa, infatti, lui si trovava ancora nel grembo. Lo lessi come un segnale forte per me. Mi parve di sentirmi dire che la morte non è la fine, ma una linea di confine: la vita continua, va ben oltre, anzi, si rinnova.

Ritornata dopo il ricovero in ospedale, mi rimisi a scrivere più convinta di prima. Lo feci anche in nome di tutte le vite non ancora nate, per ricordare che non finiscono nell’oblio ma dritte dritte nel cuore di Dio. A volte mi domandano: “Perché raccontare storie di santi?” Oggi sento di rispondere: “Per ricordarci qual è la meta. Per ricordarci che siamo fatti per l’eternità e che la nostra anima non morirà mai più”.

Solo così potremo dare davvero senso prima di tutto alla vita quaggiù! Solo così potremo diventare “eroici” nell’amore: infatti, chi si tiene stretta la propria vita (accumulando denaro, voltandosi dall’altra parte se qualcuno ha bisogno, scendendo a compromessi per assicurarsi una comoda tranquillità) la perderà, mentre chi la perde (ovvero la dona, senza paura di nulla!) per il Vangelo …vivrà per sempre. Così è stato e continua ad essere per gli Ulma. Così può essere per ognuno di noi.

Cecilia Galatolo

Le vacanze come ricarica familiare e spirituale

Con l’estate ormai avviata è innanzitutto la nostra mente che inizia a viaggiare e fantasticare: l’attesa della partenza per le vacanze, le aspettative per giorni allegri e spensierati, la speranza che vada tutto bene nonché l’assaporare in anticipo la gioia e il piacere che i periodi di ferie donano a ciascuno di noi sono pensieri e sensazioni comuni. Proprio per questi motivi alcuni anni fa cercai in rete una preghiera da poter recitare prima di partire per le tanto desiderate ferie, in modo da offrire tutto al Signore; fu così che trovai il testo seguente:

Ti ringrazio o Dio per queste vacanze! Sono un tempo di svago, di divertimento e di relax … Ma non mi dimentico di Te, perché so che Tu in ogni momento sei con me. Non importa se sono al mare, al lago, in montagna: ovunque io vada Tu mi vedi e mi ami. Grazie Signore per tutto ciò che hai fatto. Grazie per le persone che mi hai messo vicino. Sono felice di essere di un tuo piccolo amico. Ti ringrazio, o Dio, per le ferie estive che anche quest’anno mi dai la gioia di usufruire! Sono un tempo salutare per me e per quanti altri hanno la possibilità di farle. In questi giorni di totale distensione, mi sia, o Dio, di conforto la Tua benefica Parola. In questo tempo propizio, desidero solo essere libero, di quella libertà che rende ogni uomo un vero uomo. Libero di pregare, di pensare e di agire al di fuori di orari tassativi, lontano dal caos cittadino, immerso nella bellezza del creato. Grazie, Signore, per tutto ciò che hai fatto di bello e di buono. Grazie del riposo. che ci concedi in questi giorni! Proteggi quanti per via, per mare e nei cieli si muovono in cerca di refrigerio! Amen! Signore nostro Dio veglia su coloro che si mettono in strada perché arrivino incolumi al termine del loro viaggio. Che questo tempo di vacanza sia per tutti un momento di distensione, di riposo e di pace. Sii per noi Signore, l’amico che ritroviamo sulla nostra strada, che ci accompagna e ci guida. Concedici il dono del tempo bello perché le giornate soleggiate ci restituiscano il gusto di vivere. Donaci la gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici. Rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita.” 1

Che dire: me ne sono completamente innamorata e, da allora, la recito prima di ogni vacanza sotto forma di novena. Lo spessore di questa preghiera, infatti, è molteplice: iniziando dal ringraziamento, ci porta a riflettere sul fatto che il periodo di stacco sia un “tempo salutare […] per quanti hanno la possibilità” quindi ci aiuta nel prendere consapevolezza che tutto è dono di Dio, cominciando dal denaro, dalla salute e dai giorni che sono necessari per un viaggio. Si prosegue poi con il pensiero che le vacanze devono essere uno staccare la spina dalla routine quotidiana ma non dalla vita spirituale, anzi, servono proprio a ricaricare le pile dell’anima! Lontani dalla frenesia di ogni giorno, abbiamo la possibilità di vivere in modo più rilassato non soltanto i tempi personali ma anche quelli familiari, potendoci dedicare maggiormente – in quantità ma soprattutto in qualità – al coniuge, ai figli o agli eventuali amici che sono con noi, non dimenticando la prima e più importante compagnia, quella di Dio.

Ecco allora che si apre la prospettiva di una vacanza come occasione per un pieno di energie per il corpo ma anche per l’anima, di un momento propizio per una revisione delle priorità e un ri-allineamento sulle cose davvero importanti, magari da impostare al ritorno; in questo modo la vacanza non è solo un momento di sballo o di evasione ma un periodo contraddistinto dalla “ gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici” nonché un tempo “di distensione, di riposo e di pace”. La vacanza, allora, può davvero trasformarsi in qualcosa di più: un piccolo ma importante ritiro dagli affanni del mondo per gustare le bellezze del creato, della coppia e della famiglia anche se non dovesse trattarsi di un vero e proprio pellegrinaggio o ritiro spirituale; anche in spiaggia o durante una passeggiata in montagna, al lago o in collina possiamo gustare e percepire la potenza di Dio perché in vacanza possiamo renderci maggiormente conto di cose che magari non vediamo all’interno della rutine quotidiana che, troppo spesso, rischia al contrario di farci allontanare dal Bello e dal Vero.

Impossibile, infine, tralasciare la frase finale della preghiera in cui leggiamo: “rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita”; penso che non servano ulteriori commenti! L’invito e l’augurio è quello di riuscire a fare nostre queste invocazioni non solo perché costruite da frasi molto belle ma perché possiamo utilizzarle come una riflessione autentica e profonda sul senso delle vacanze e scoprire  la differenza tra il vivere un viaggio come un momento esclusivamente egoistico oppure come un’occasione di crescita personale, familiare e spirituale.

Fabrizia Perrachon

1 Testo disponibile a questo link

Il battesimo: un giorno da ricordare

Le date più importanti della mia vita, cioè quelle che ricordo particolarmente e che festeggio, sono tre: quella del compleanno, del battesimo e del giorno delle nozze.

Un po’ di anni fa, erano solo due, nemmeno conoscevo il giorno in cui i miei genitori avevano deciso di battezzarmi. Infatti, solo negli ultimi anni, ho compreso l’importanza del battesimo e di conseguenza, sono andato a ricercare i documenti e ho trovato così la data (per l’appunto la ricorrenza sarà domani, 27 giugno).

Noi siamo abituati ad aggiungere titoli di studio e competenze man mano che cresciamo; quindi, ad esempio la scuola ci conferisce, dopo le scuole elementari, il diploma di scuola media, poi quello delle superiori e a seguire la formazione prosegue con laurea, laurea specialistica e master.

Con il battesimo invece avviene esattamente il contrario, viene conferito subito il massimo livello che uno può raggiungere, cioè quello di figlio di Dio e tutto quello che viene fatto successivamente, può soltanto finalizzarlo per una missione specifica (come se venisse conferita una laurea in medicina e poi si dovesse scegliere la scuola di specializzazione per esercitare come cardiologo, neurologo, pediatra o altro).

D’altra parte, come sarebbe possibile diventare più di figli di Dio? (vorrebbe dire mettersi sopra Dio, cioè una cosa impossibile).

Così tutti i battezzati formano il popolo dei figli di Dio (una moltitudine di re, sacerdoti e profeti), tutti fratelli perché hanno un unico Padre; questo popolo però va servito, formato, aiutato, santificato e pertanto le due vocazioni principali, ordine e matrimonio, hanno proprio questa funzione, di mettersi a disposizione di tutta la comunità. Quindi una coppia che si sposa, non aggiunge niente al battesimo, va solo a specializzare la grazia ricevuta quel giorno e, se dovessimo rappresentarlo con un movimento, questo sarebbe in discesa (e non in salita, come si potrebbe erroneamente credere).

Ordine e matrimonio specificano il battesimo affinché il popolo riesca a vivere come popolo dei figli di Dio, testimoniando che Gesù è vivo e dando lode a Dio; tutti i sacramenti e i carismi servono per costruire la dignità del popolo.

Se ad esempio, per vari motivi, un matrimonio viene dichiarato nullo, cioè mai avvenuto, non è che a quella persona manca qualcosa per diventare santa, perché è sufficiente aver ricevuto il battesimo.

Allo stesso modo, chi è single e non è consacrato o sposato, ha già con il battesimo tutto quello di cui ha bisogno per vivere in pienezza la vita cristiana (ovviamente insieme agli altri sacramenti): il problema è che la ricchezza battesimale è spesso sconosciuta all’interno della Chiesa, forse anche per il fatto che, il sacramento del battessimo viene conferito da bambini e non da adulti, come avveniva nei tempi antichi.

Infatti, anche Gesù fu battezzato a circa trenta anni e nelle comunità cristiane era una scelta che veniva presa da adulti, dopo un periodo di preparazione rivolto appunto ai catecumeni che chiedevano di intraprendere questo cammino. Successivamente i genitori cristiani hanno pensato di chiedere il battesimo dei figli nati da poco per regalare loro la vita eterna, impegnandosi a educarli al cristianesimo (anche perché già dal parto ci possono essere complicazioni/malattie e battezzare il figlio significa scrivere il suo nome in cielo).

Non a caso la Cresima si chiama anche Confermazione, perché i ragazzi, in un’età in cui hanno la consapevolezza, confermano la scelta fatta dai genitori molti anni prima.  Per il battesimo il nostro corpo appartiene a Cristo, attraverso l’Eucarestia celebriamo questa unità con Cristo e nella confessione ci viene confermato che Dio non ci abbandonerà mai.

Queste cose che sto dicendo, forse per qualcuno possono sembrare banali, ma basta chiedere in giro e quasi tutti diranno che ad esempio un cardinale è superiore a un sacerdote o un consacrato ha qualcosa in più di una persona single.

Anche il Papa, che è a capo della Chiesa, viene chiamato “servus servorum Dei”, cioè servo dei servi di Dio, per sottolineare proprio il fatto che non è sopra, ma al servizio degli altri.

Non è pensabile procedere con la propria vocazione, se prima non si è compreso a fondo (o almeno approfondito) la potenza e la ricchezza del battesimo ricevuto.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ripensare l’urbanistica a due.

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo oggi ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina.

Cari genitori, voi rinunciando … noi crederemo

Nel precedente articolo («Cari genitori, ascoltando … lotterete») abbiamo considerato “la preghiera di esorcismo e l’unzione sul petto” come un dono per il battezzato che, dalla prospettiva della chiesa domestica, diventa un compito nella virtù della giustizia. «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14).

Da ora in avanti rifletteremo sulla liturgia del sacramento che si compone dei seguenti momenti: preghiera e invocazione sull’acqua, rinuncia a satana, professione di fede, battesimo, unzione con il sacro crisma, consegna della veste bianca e del cero acceso, rito dell’effatà. In questo articolo ci soffermiamo sulla rinuncia e sulla professione di fede.

La chiesa domestica si impegna davanti la comunità parrocchiale a discernere le due vie come ci suggerisce il Salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».

Nella chiesa antica questo momento di rinuncia e di professione concludeva il cammino del catecumenato, il soggetto che rinunciava e professava era lo stesso battezzando. Qualche padre della chiesa (G. Crisostomo, C. Di Gerusalemme) descrive questo momento così: nella rinuncia rivolti ad occidente simbolo del luogo del diavolo, in ginocchio, senza calzari né vestiti ma con la tunica come gli schiavi, con le mani alzate in atteggiamento di preghiera e di arresa a Cristo; nella professione di fede invece rivolti ad oriente dove sorge il sole per esprimere l’attesa della venuta di Cristo. Oggi, per lo più bambini che ricevono il battesimo, è la chiesa domestica che rinuncia e professa. Non è la fede personale del battezzato ma quella della chiesa domestica ad impegnarsi.

Le tre rinunce nel loro complesso sono la dichiarazione di disponibilità a morire in un determinato modo di vivere per dare spazio alla modalità di risorgere. 

La prima rinuncia riguarda il peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio. È ancora frequente imbatterci nella convinzione che la legge di Dio sia una realtà limitante la libertà umana. Con la risposta affermativa a questa domanda, invece la chiesa domestica riconosce e lotta contro il peccato considerato la vera realtà schiavizzante la vita umana. Per cui rinunciare al peccato è rinunciare di camminare sulla via che ci porta in antagonismo a Dio. Questa rinuncia consente d’altro canto di vivere la professione della fede in Gesù Cristo, Giudice misericordioso, mediante il quale l’uom è trasformato nella condizione filiale. 

La seconda rinuncia riguarda le seduzioni del male, per non lasciarsi dominare dal peccato. In questa domanda si colloca ciò che anticamente erano chiamate le “pompe del diavolo”.  Con questo termine si indicava la fastosità che accompagnava le cerimonie sacre. Perciò, nella rinuncia si allude al culto degli idoli in tutte le diverse forme in uso nelle tradizioni pagane (atti di culto, spettacoli, processioni, onori pubblici, lusso). Tale culto distorce il rapporto con la gratuità, l’amore provvidenziale di Dio, preferendo l’illusione di poter controllare perfino il Mistero divino. Per cui, rinunciare alle seduzioni maligne è adoperarsi per vivere la professione della fede nella paternità di Dio.

La terza rinuncia riguarda satana, origine e causa di ogni peccato. Non si tratta di rinunciare alle espressioni specifiche dei possibili peccati, ma proprio all’origine e alla causa di ogni peccato. Rinunciare a questa origine diabolica significa accogliere la Rivelazione in Cristo e professare la fede nello Spirito Santo. D’altronde Gesù nel Vangelo ci ha messo in guarda dal bestemmiare contro lo Spirito Santo, unico peccato che non sarà rimesso e conducente alla dannazione eterna.

Dopo la rinuncia c’è la professione di fede in tre domande: credente in Dio Padre onnipotente, creatore, in Cristo e, infine nello Spirito Santo e la Chiesa?  Le risposte proclamano la signoria di Cristo, l’evento del Mistero Pasquale e Trinitario nonché il mistero della Chiesa. Le parole della formula trinitaria con cui si dona il battesimo riprenderanno sinteticamente questa triplice professione per annunciare la Realtà a cui si è resi “degni” di partecipare mediante il battesimo. «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Cara chiesa domestica,

tutti noi figli tuoi non potremo mai vivere da figli nel Figlio il nostro rapporto con il Padre, nella grande famiglia della Chiesa, se non ci sosterrai ogni giorno nel discernimento delle due vie, la via dei malvagi e il cammino dei giusti (Salmo 1). Il gesto più profondo e necessario è il tuo sostegno nell’imparare a fiutare e fuggire dalla seducente mentalità mondana che allontana dalla signoria di Cristo. La tua rinuncia e professione di fede nel giorno del nostro battesimo portala nei tuoi impegni educativi soprattutto quando il dolce-amaro dell’ingannatore ci confonde e non sappiamo come fare. Quando eravamo bambini sapevamo abbandonarci nelle tue mani, ora che siamo divenuti grandi d’età non ci è facile diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli. Interrompi perciò i sentieri che vogliono renderci “autonomi” anche da te, perché la tua strada sarà anche la stessa che ci farà abbandonare l’autonomia da Dio e riprendere a vivere nella vita battesimale. Riporta i sentieri scoscesi di questo mondo sulla via dell’uomo, non mancheranno locande in cui troverai la caparra del Buon Samaritano.

Con immensa gratitudine, uno dei tanti tuoi guaritori feriti!

Don Antonio

Posso guidare io?

Cari sposi, una volta, quando ero cappellano in parrocchia, mi è toccato di organizzare il classico campo estivo con le medie in montagna. Come da programma, un pomeriggio usciamo in comitiva per fare una passeggiata e giochi giù al fiume. Sulle Alpi, si sa, il tempo cambia in fretta e quella che sembrava un innocente cumolo di “panna montata” di lì a poco ha scaricato su di noi un tonante acquazzone. Per me non faceva una grinza: con quel caldo ci voleva una sana rinfrescata ma arrivati in albergo ecco la sfilza di messaggini di mamme inferocite che “come era possibile portare fuori i ragazzi con quel tempo lì”; che ero “un incosciente”, “un imprudente”, ecc ecc…

Oggi Gesù permette che gli apostoli vivano una situazione che ai giorni nostri sarebbe bollata di suicidio premeditato. Difatti ordina ai 12 di iniziare la traversata nientemeno che di notte, quando non esistevano torce o navigatori e il lago di Galilea era tristemente noto per le sue correnti mortali. Detto fatto, il peggio si avvera e quella barca di circa 8 metri con a bordo 13 persone, senza salvagenti o giubbini gonfiabili, si ritrova sballottata dalle onde, nel buio più pesto. Roba da film dell’orrore!

La cosa più difficile da accettare però è che in realtà, da parte di Gesù, era tutto freddamente calcolato! A parte che era stanco morto per il ritmo incalzante delle sue giornate per cui appena ha trovato un posto per dormire, è piombato nel sonno più profondo. Tuttavia, il Signore, ancora una volta, ha voluto portare gli apostoli al limite per saggiare di che qualità e consistenza era la relazione instaurata con Lui: comodità? Convenienza? Opportunismo? O piuttosto fede? A tal fine, non pone loro domande scontate del tipo “chi dite che io sia?” ma acconsente lo scontro con una realtà che avrebbe messo in luce il fondo della loro anima.

E fu così che stavolta neanche Pietro l’ha spuntata con una delle sue genialate. Tutti bocciati perché ciascuno si è lasciato prendere dal terrore pur avendo a poppa l’Onnipotente. La domanda di Gesù, appena “sveglio”, è per tutti noi una vera e propria provocazione: “non avete ancora fede?”. Certo, gli apostoli non leggevano ancora il Credo niceno o non avevano imparato a memoria il Catechismo. E allora, a che fede si sta riferendo?

È chiaro, dal contesto della vicenda, che Gesù sta pungolando i suoi per la mancata fiducia e abbandono, per lasciarsi guidare da ragionamenti umani e smettere di fidarsi. Cristo ha dato una lezione unica, che gli apostoli non si saranno mai più scordati per il resto della loro vita, che la fede consiste nell’accettare la Signoria di Dio sulla nostra vita arrendendoci dinanzi al naufragio delle nostre povere sicurezze.

Come c’è una fede personale, così c’è anche una fede di coppia, una fede condivisa tra sposi e Gesù oggi vi sta sfidando a farne uso davanti alle provocazioni che la vita vi lancia ogni giorno: mutuo, malattie, disoccupazione, figli, debiti, calunnie, delusioni, divisioni, e un largo eccetera sono tutti contenuti in quella tempesta notturna che scuote fino all’osso la barca della vostra coppia.

Che altri appigli vuole darvi il Signore se non la certezza che vi abita permanentemente con la Grazia del sacramento e perciò vi sta chiedendo di fidarvi di Lui, di lasciarGli il vostro timone? Cari sposi, oggi Cristo vi ricorda che il dono della fede consiste in una relazione interpersonale e perciò le prove che Lui permette possono diventare occasioni perché vi uniate maggiormente tra voi e con Lui.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca la sa lunga. Ha colto nel segno. Noi abbiamo bisogno di certezze. Abbiamo bisogno di illuderci di poter aver tutto sotto controllo. Ma questa non è una relazione con Gesù ma è usare Gesù come talismano. Non funziona poi quando le prove arrivano. Poco tempo fa ci ha contattato una mamma disperata per una questione familiare molto delicata. E tra le altre cose non si capacitava del motivo per cui quella sofferenza fosse toccata proprio a lei che aveva vissuto nella fede e aveva cresciuto i figli in un certo modo. Capite che così non funziona? Solo la relazione salva. Il talismano si disintegra alla prova della realtà. Come non pensare a Chiara Corbella che, riflettendo su Davide il suo secondogenito salito al cielo dopo pochi minuti di vita, scrisse questo pensiero:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi: abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore); ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri; ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

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Chi amare di più o chi amare prima?

Mi ha contattato Vittorio per chiedermi qualche articolo del blog che trattasse il tema amore genitoriale e sponsale. Qual è più grande? Detto in altre parole: è giusto amare maggiormente il coniuge o i figli? Lui è un tiktoker e ci mette la faccia sempre. In uno dei suoi ultimi video si è accesa una discussione molto calda tra chi sosteneva che l’amore per i figli è insuperabile in quanto sono parte di noi, hanno parte del nostro patrimonio genetico mentre il coniuge è biologicamente un estraneo. Mentre altri, tra cui lo stesso Vittorio, che sostenevano la priorità dell’amore sponsale. Un tema ricorrente e anche molto interessante. Mi permetto di evidenziare alcuni punti che possono fare chiarezza.

Non c’è competizione ma condivisione. Amore genitoriale e amore sponsale non sono in competizione tra loro. Sono due amori diversi, con finalità e modalità diverse. Non posso paragonarli. Posso paragonare per intensità l’amore per i miei amici. Con alcuni è più intenso, intimo e profondo con altri è assimilabile a una conoscenza e nulla più. Ma posso farlo perché sono lo stesso tipo di amore. Io non amo i miei figli nello stesso modo con cui amo mia moglie. Io ho quattro figli e non posso amarli in modo esclusivo. Ho una sola moglie che invece amo in modo esclusivo. L’amore per mia moglie è totale. Presuppone il dono totale di me stesso in anima e corpo. L’amore per i figli no. Ciò non significa che io amo di meno i miei figli ma che li amo diversamente. Sono piani diversi che non si ostacolano ma che anzi quando sono vissuti in modo sano si alimentano tra loro.

È giusto dare un ordine all’amore. Perché senza ordine ci troveremmo nel disordine relazionale ed esistenziale. Ed è ciò che succede a tanti. Qual è l’ordine giusto? È molto semplice. Ogni amore ne ha come sorgente un altro. Faccio un esempio per farmi capire. L’amore per i figli è come un lago. L’amore per il coniuge è il fiume che alimenta il lago. L’amore per Dio è la sorgente che dà origine e acqua al fiume. Quindi esiste l’ordine corretto per vivere relazioni sane e buone è semplice da comprendere. Amare Dio, la sorgente, da cui trarre forza per amare il marito o la moglie in modo gratuito, il fiume, da cui trarre amore per amare i figli in modo sano e non possessivo, il lago.

Proviamo ora a modificare l’ordine e proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere. Se dovessimo eliminare la sorgente, cioè Dio, andremmo a riversare tutte le nostre aspettative e desideri di essere amati nel coniuge. Metteremmo sulle spalle di una persona come noi un peso enorme. Chiederemmo ad una persona finita un amore infinito e senza condizioni. Nel giro di poco, senza la sorgente inesauribile dell’amore di Dio, il fiume si ridurrebbe a un torrente e poi a un deserto. Non è quello che accade in tante relazioni? Diffidate da chi vi dice sei il mio tutto, sei la ragione della mia vita. Lì non c’è amore libero ma dipendenza.

Se dovessimo eliminare anche il fiume e dovessimo cercare tutto l’amore nel lago, nei nostri figli, il disastro è assicurato. Per noi e per quei poveretti dei nostri figli. Cosa voglio dire? Che non solo elimineremmo l’aggancio con la sorgente Dio, ma anche con l’amore esclusivo e indissolubile del coniuge con il risultato che riverseremmo tutti i nostri bisogni affettivi e le nostre aspettative sui figli. Con il risultato di costruire una relazione genitore/figlio simbiotica e dipendente. Completamente fuori da ogni verità. Noi dobbiamo preparare i nostri figli a farcela senza di noi, a lasciare la nostra casa. Non dobbiamo tenerli stretti perché abbiamo bisogno di loro per sentirci amati. Che tristezza quelle madri, ad esempio, che sentono la fidanzata del figlio come una rivale in amore e fanno di tutto per entrare in competizione e parlare male di lei. Capite dove sta il problema?

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra stella e di trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. È sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale. 

Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perché loro sono il frutto di quell’amore. È un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, e sono stati anche loro piccoli, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perché dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

Antonio e Luisa

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Il conflitto non va nascosto sotto il tappeto

In Amoris Laetitia Papa Francesco scrive: “Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare o sanare per favorire il superamento del conflitto”.

Nella mia famiglia di origine il conflitto era vissuto come una grande tempesta, passata la quale tornava la tranquillità, ma non vedevo i miei genitori fare davvero pace. Non si risolvevano i problemi, venivano accantonati fino alla volta successiva ed io, di fronte alla tempesta, mi sentivo spaventata e triste.

Mi sono accorta di aver a lungo evitato il conflitto, memore dei sentimenti di paura provati, ma anche di aver adottato la stessa modalità dei miei genitori: faccio fatica a riparlare di quanto successo, a riparare e fare pace.

Francesco mi ha raccontato che i suoi genitori evitavano di mostrare davanti ai figli i conflitti presenti fra loro e di aver percepito che lo facessero per un forte senso del dovere, lasciando però crescere disagi e incomprensioni tra loro. Mio marito ha assorbito questa tendenza a voler evitare conflitti diretti, ma questo lo porta a covare malessere e a provare sentimenti di frustrazione.

Io e Francesco sulle grandi questioni ci troviamo d’accordo. I conflitti tra noi scaturiscono spesso dalla gestione della quotidianità. Nella nostra famiglia numerosa fatichiamo a trovare tempo, energia e tranquillità per affrontare i conflitti, ma ogni conflitto non gestito è come un sassolino che viene nascosto sotto il tappeto fino a creare una montagna che genera litigi molto accesi.

Abbiamo vissuto nel nostro matrimonio una grave crisi che ci ha portato a partecipare al Programma Retrouvaille e grazie al percorso fatto, stiamo imparando a modificare il nostro approccio alla gestione del conflitto: Francesco ora cerca di tenere conto del mio stato emotivo e dei bisogni che cerco di esprimere e non evita più il confronto ed io, che pensavo che in un conflitto ci dovesse essere un vincitore, ho compreso che vinciamo entrambi se impariamo qualcosa e non mi tengo sulle difensive, ma accetto la realtà che il mio sposo è diverso da me, che prova sentimenti differenti da quelli che io mi aspetterei e che a volte le mie supposizioni sul suo pensiero non coincidono con ciò che lui pensa veramente. Insomma, è necessario che ci ascoltiamo a vicenda con cuore aperto e soprattutto che siamo disponibili a cambiare quei comportamenti che hanno un effetto distruttivo sulla relazione.

Poco tempo fa abbiamo affrontato un argomento che ci creava parecchi attriti: l’alimentazione da seguire in famiglia. È stato molto utile poterci prendere un momento in serenità per dialogare in maniera costruttiva e affrontare la questione con meno chiusure e tensioni, ascoltando a vicenda i sentimenti e le ragioni dell’altro. Francesco per la prima volta mi ha espresso i suoi sentimenti spiacevoli e l’ho visto sollevato, come quando aspetti l’esito di un esame medico e improvvisamente ti arriva la notizia che è tutto a posto.

Quando riusciamo a parlarci con il cuore in mano, è bello vedere come le decisioni che ci siamo condivise vadano nella stessa direzione e che troviamo un accordo sulle cose da fare. Parlare in prima persona di ciò che si prova e di ciò che ci si aspetta da una situazione, ti educa ad assumerti le tue responsabilità, a desiderare di cambiare te stessa e non il tuo sposo.

Con questa consapevolezza mi sento sollevata, come una piuma che volteggia sospinta da una brezza leggera.

Mary e Francesco (Retrouvaille)

La Consolata che consola: una storia da riscoprire

È possibile essere consolati e, poi, essere in grado a propria volta di consolare? Avete mai sentito parlare della “Consolata”? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo sfruttare un fatto comune: nella vita di ognuno di noi ci sono dei giorni speciali, scolpiti nel cuore e nella mente, giorni che evocano non solo ricordi di eventi passati ma che modellano presente e futuro sulla scia di fatti che ci hanno irrevocabilmente cambiati, fatti crescere, maturare.

Giorni che per il mondo scorrono  forse uguali a se stessi, impastati d’indifferenza, ma che per ciascuno hanno un valore unico e prezioso.  Per esempio oggi, 20 giugno, non è solo l’ultimo giorno di primavera ma una data speciale in cui s’intrecciano ricorrenze che desidero condividere con voi perché possono aiutarci a leggere la vita non come una sequenza di “cose che capitano” ma un piano della Provvidenza che si dispiega potente, benedicente, onnipotente.

Il 20 giugno è un giorno importante per la Chiesa piemontese, e non solo; sì perché Torino, città in cui sono nata, non è solo ricca di storia, arte, cultura, patria di Santi del calibro di Giovanni Bosco, Madre Mazzarello, Giuseppe Cottolengo o Giuseppe Cafasso o per essere il luogo che custodisce la Santa Sindone ma anche perché città che ha per patrona specialissima: la “Madonna Consolata”. È un titolo unico e legato a doppio filo con quello della città.

Chi è esattamente la “Consolata” e perché, qui, Maria è onorata con questo nome? Il titolo ufficiale sarebbe quello di Santa Maria della Consolazione ma per tradizione, derivata probabilmente dal dialetto locale, è diventata per tutti la Madonna Consolata. Si narra che la chiesa paleocristiana che sorgeva dove si trova l’attuale Santuario andò in decadenza e il quadro mariano che conteneva andò perduto. Un ragazzo francese non vedente di nome Jean Ravais sognò una signora che gli disse: “Vai nella città di Torino, trova il mio quadro e ti tornerà la vista“. Dopo diverse vicende, il fatto di non essere creduto e altre peripezie, Jean Ravais arrivò in città e avvenne quando preannunciatogli. Il Vescovo di Torino, presentando il ritrovato quadro alla comunità, esclamò: “Santa Vergine Consolata, prega per noi!” e proprio nello stesso istante il ragazzo tornò a vedere. Era il 20 giugno 1104.

Nel centro città si trova attualmente l’omonimo Santuario – il più importante non solo di Torino ma dell’intera Arcidiocesi – nel quale vi è la scritta latina “Augustæ Taurinorum Consolatrix et Patrona”, cioè “Consolatrice e protettrice della Città di Torino“. Dunque che consola o che è stata consolata? In Maria Santissima si fondono entrambe le cose perché, consolata dall’essere Madre di Gesù, diventa consolatrice dell’intera umanità. Ma non siamo chiamati, forse, a essere tali anche noi? Non è forse vero che siamo stati, più volte, consolati da Dio nel corso della nostra vita e che dobbiamo farci non solo testimoni ma portatori noi stessi di consolazione, di aiuto, di carità, di fraternità nei confronti degli altri? E il prossimo più prossimo – ossia più vicino – non sono forse il coniuge o i figli o i genitori? Ecco quindi che la Madonna Consolata ci svela la missione del cristiano autentico ossia ricevere e dare, che altro non è che ricevere la consolazione dal Padre per poi essere in grado di consolare chi ne ha bisogno.

Se, dunque, questo giorno è solenne per la Chiesa e in particolare per la comunità piemontese, per me e mio marito lo è ancora di più; infatti il 20 giugno del 2012 il nostro piccolo non nato, Chicco, ricevette il Battesimo di desiderio ed esattamente un anno dopo, il 20 giugno 2013, nacque il nostro secondogenito. Casualità? Sono convinta di no perché, come diceva Padre Pio: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Anche se non abito più a Torino da quasi due decenni, la Consolata mi è stata vicina, donando ai miei due figli – proprio il 20 giugno – la vita: ad uno quella che più non muore e all’altro quella terrena. La consolazione arriva per tutti, magari in tempi e modalità differenti, ma non esclude nessuno; ecco allora che il riacquistare la vista dopo una Grazia significa è metafora di riacquistare quella spirituale ossia allenare il nostro cuore a riconoscerla ed accettarla, a ringraziare e a testimoniare, a viverla e a donarla, in un incessante flusso tra terra e Cielo.

Fabrizia Perrachon

P.S.: non c’è nulla di casuale nella vita e la fede deve insegnarci a leggere negli eventi quotidiani la mano di Dio che guida i nostri passi. Nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” (disponibile in tutte le librerie fisiche e online nonché su Amazon) parlo approfonditamente di questo, oltre che dell’aborto spontaneo e dei bambini non nati. Leggendolo, forse, riuscirai anche a tu a dare un senso al dolore e scoprire quanto è grande il Signore!