Temete la monotonia? Crescete nell’amore

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Non si merita il mio perdono

Approfitto di uno dei commenti che mi è arrivato, in seguito al mio articolo di quindici giorni fa sul perdono per scrivere quello di oggi. Mi hanno scritto: “Dopo quello che ha fatto, non si merita il mio perdono”.

Viviamo in una società dove molto (o tutto, tralasciando preferenze/conoscenze) ruota intorno ai nostri meriti e siamo stati anche educati in questo senso: sei bravo e ricevi una ricompensa, sei capace e ricevi una promozione. Anche con i nostri figli facciamo lo stesso: “Se vai bene a scuola, ti faccio uscire o ti compro il cellulare nuovo”, “Se fai questo, andiamo a comprare le scarpe nuove”. Poiché ne siamo immersi, è difficile uscire da questa logica, anche dove non dovrebbe entrarci e cioè nel nostro rapporto con Dio.

Mi accorgo a volte di ragionare così: “Vedi Dio come sono bravo, vado alla messa la mattina, dico le preghiere, vivo in castità, cerco di aiutare gli altri, certamente mi merito tante cose, dalla salute, alla tranquillità economica, pochi problemi qui in terra e poi un giorno la vita eterna….insomma, cosa aspetti a esaudire i miei desideri?”, come se Dio fosse il genio della lampada. Questo discorso è molto lontano dalla fede vera, è un seguire un modo di pensare umano e non “alla Dio”: Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e dalla nostra condotta, ci ama a prescindere da quello che facciamo, ha cominciato ad amarci prima della creazione delle stelle (è difficile immaginarlo e soprattutto accettarlo, con tutte le miserie che vediamo in noi!).

Faccio un esempio che può far capire meglio: quando mi sono innamorato di mia moglie, non l’ho fatto perché aveva studiato, aveva fatto diverse cose, aveva un titolo scolastico, ma sono stato attratto semplicemente perché era lei, per il suo essere, per la bellezza e la complementarietà che ho visto in lei (essenzialmente ho percepito un dono di Dio, tutto il resto passava in secondo piano, anche l’aspetto fisico, nonostante fosse stata, ovviamente, una ragazza carina).

E questo l’aveva capito molto bene Antoine de Saint-Exupéry che scrive nel Piccolo Principe: “Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Quindi non si tratta di fare qualcosa per essere amati, di raggiungere dei risultati o degli obiettivi (logica del dare e avere), è esattamente il contrario: dall’amore che Dio ha per me, nasce una risposta di ringraziamento, gratitudine e amore che mi spinge a fare, pregare, comportarmi bene, esercitarmi nel perdono e tutto il resto (dovrebbe funzionare così anche nel matrimonio, tra moglie e marito). Altrimenti l’amore diventa una competizione, anche con noi stessi che ci sentiamo a posto solo quando abbiamo raggiunto ciò che ritenevamo giusto o sufficiente. Con le figlie cerco di trasmettere questo messaggio, anche se è molto complicato in questa fase adolescenziale e quando si comportano male dico loro che sono dispiaciuto, ma anche che continuo a voler loro bene e che so che, se vogliono, possono fare meglio.

Tornando al commento iniziale, non è necessario che una persona si ravveda per avere il nostro perdono, e anche se non se lo merita bisogna perdonare (come Dio mi perdona sempre e non dovrebbe farlo, razionalmente). Infatti perdonare non è un atto d’intelligenza, un ragionamento che mi dice che è giusto comportarsi così, ma è un atto di fede. Non significa cancellare dalla memoria quello che è successo, ma lasciarlo da una parte e consegnarlo a Dio, alla sua giustizia e misericordia. Solo Dio conosce il cuore degli uomini e la loro storia, la misericordia di Dio la gestisce soltanto Lui. Non esiste amicizia, famiglia o fraternità senza perdono, un perdono però di qualità e per questo è così importante imparare a donarlo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il divorzio nello sguardo di una bambina

Si lo so, lo avete già visto molte volte. Già tanti altri ne hanno parlato sui social e in TV. Tutti hanno voluto commentare e dare la propria opinione anche quando non richiesta. Ecco tra questi ci sono anche io. Proverò a dare il mio punto di vista che spero possa essere interessante e che possa dare una prospettiva in più. Ah non l’ho ancora scritto. Mi riferisco naturalmente alla sorprendente pubblicità di Esselunga.

Il pregio della storia raccontata nel cortometraggio sta proprio nel aver spostato lo sguardo dai due adulti alla bambina. La protagonista è la bambina con tutto il suo carico di sofferenza che si percepisce forte e chiara. I due genitori non fanno mancare attenzioni ed amore alla piccola ma ciò non basta. Anche qui il regista è stato bravissimo a trasmettere il concetto. Ho già scritto anni fa un articolo che si sposa benissimo con il messaggio dello spot.

E’ stato pubblicato uno studio americano. Si tratta di uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, che è tossicodipendente o che è incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un figlio possa affrontare.

Perchè il divorzio è così devastante? Perchè i nostri figli sono nati dal noi. I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano, e pensano tutt’ora, che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web: Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Complimenti al regista che ha messo in evidenza tutto questo senza tante parole ma con lo sguardo ed il gesto di una bambina ferita.

Antonio e Luisa

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Ricostruire il tempio

Dal libro di Esdra (Esd 1,1-6) Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che è a Gerusalemme. E a ogni superstite da tutti i luoghi dove aveva dimorato come straniero, gli abitanti del luogo forniranno argento e oro, beni e bestiame, con offerte spontanee per il tempio di Dio che è a Gerusalemme”». Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente.

Il brano che ci viene proposto nella Liturgia ci ricorda che Dio suscita i cuori di chi vuole Lui per portare a compimento i Suoi insindacabili piani. Basta analizzare un poco la storia della Chiesa per accorgersi che tanti santi hanno incontrato all’inizio del proprio cammino grandi prove e/o sofferenze, situazioni che chiameremmo sfortunate sul piano orizzontale, ma lo Spirito Santo sa scrivere dritto sulle nostre righe storte.

Anche questo brano ci conferma che da una situazione problematica, da un nemico il Signore riesce a trarre un bene maggiore per il popolo di Israele, infatti proprio dal conquistatore di Israele, re Ciro di Persia, arriva l’ordine di costruire il tempio di Gerusalemme. E, come se non bastasse, gli abitanti del luogo -probabilmente non israeliti- hanno dovuto aiutare la costruzione con beni e oggetti di varia natura. Il Signore sa essere anche un burlone, perché dapprima sembra lasciar agire il nemico a briglia sciolte, per poi intervenire sul più bello, quando nessuno se l’aspetta, con le vie che non sono mai le nostre misere vie.

Cari sposi, il vostro matrimonio sembra arrivato al capolinea? Forse il Signore ha preparato anche il vostro “Ciro re di Persia” per farvi tornare a Lui. Non tutto è perduto, ricordate che il Signore fa nuove tutte le cose, e le rigenera dal di dentro, le trasforma in una realtà tutta nuova. Certamente non avviene come per magia, bisogna che anche noi ci mettiamo del nostro, è necessario che doniamo ” oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamenteper costruire il nuovo tempio di Gerusalemme che è il nostro matrimonio.

La ricostruzione del nostro tempio non è solo opera nostra -anche se necessaria- infatti: A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme; questo è di grande conforto perché nella ricostruzione non dobbiamo fare affidamento solo sulle nostre misere forze -le stesse che magari ci hanno portato sull’orlo del bàratro- ma abbiamo lo Spirito Santo che lavora dentro di noi se glielo permettiamo, ma poi ci sono i fratelli nella fede che, a vario titolo e a vari livelli, possono lavorare con noi per costruire non un’opera umana, ma il tempio del Signore che è ogni matrimonio.

Coraggio quindi care coppie, non dobbiamo temere di chiedere aiuto, dobbiamo temere piuttosto di non avere abbastanza umiltà per riconoscerne il bisogno. Nessuna coppia ce la farà mai se conta solo sulle proprie forze, i mariti possono aiutarsi ed incoraggiarsi tra loro, le mogli possono ascoltarsi e comprendersi tra di loro, i sacerdoti possono far passare la Grazia dalle loro mani consacrate, inoltre per problemi specifici ci sono cattolici seri e preparati che con la loro professionalità sapranno essere d’aiuto.

Il popolo di Isarele non ha lesinato nell’usare oggetti preziosi, oro, argento, bestiame, ecc… ovvero non hanno badato a spese per ricostruire il tempio, ma non per la gloria di loro stessi, ma per dare gloria all’Onnipotente. Similmente dobbiamo fare noi non per dar vanto di noi stessi ma per dare gloria a Dio che ci ha uniti nel sacro vincolo, sprecheremmo un tale dono solo per superbia, per orgoglio?

Giorgio e Valentina

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro ci sfrutti?

Ieri c’è stato un commento sotto la riflessione di padre Luca suscitata dal Vangelo domenicale. Ricordate si parlava di misericordia e di misura. Anzi in realtà di negazione di misura perchè l’amore cristiano è senza misura, chiede semplicemente tutto! E qui è arrivata la domanda, anche comprensibile, di una lettrice:

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro sfrutti ( si, sfrutti ) per la sua pigrizia, il tuo amore?

Proverò a rispondere io, senza la pretesa di aver capito tutto ma con la convinzione che quella sia la strada. Qual è il confine? Il confine non è fuori ma dentro. Il confine non è quello che l’altro fa o non fa. Il confine non dipende dall’altro. Ci sono situazioni simili in cui una persona si sente sfruttata ed un’altra no. Io posso amare senza sentirmi sfruttato sempre. Da cosa dipende allora? Dipende da me. Dipende da quanto la scelta di amare sempre e comunque sia libera e consapevole e non sia piuttosto una scelta subita per paura di perdere la persona che abbiamo accanto o che subiamo per non infrangere una indissolubilità che non capiamo e che viviamo come una condanna.

Per questo il confine è dentro di noi. E’ importante avere una parte di noi dove l’altro non può entrare e non può intaccare quella certezza di essere persone belle e amate. Dove custodiamo la nostra relazione con Cristo. Mi rendo conto che quello che sto scrivendo possa risultare indigesto ma è la sostanza dell’amore cristiano. Ci sono innumerevoli esempi di santi che, seppur non sempre ricambiati nel loro amore, non si sono mai sentiti sminuiti nel loro dono totale, anzi si sono sentiti ancora più in intima unione con Cristo. Mi viene l’esempio di santa Rita che prima di entrare in convento venne data sposa ad un uomo che non la trattò di certo con tenerezza ed amore. Eppure lei con il suo dono quotidiano mai ricambiato riuscì a convertire il marito prima che questo fosse ucciso. Non voglio dire che dobbiamo sopportare situazioni di violenza psicofisica. La separazione in quei casi può essere la soluzione migliore ma senza mai smettere di volere il bene dell’altro.

Io stesso nel mio piccolo devo la mia conversione all’amore incondizionato di Luisa. L’ho raccontato tante volte. I primi anni di matrimonio ho fatto fatica. Mi sentivo incastrato con una moglie e già due figli e non avevo ancora trent’anni. Ho cominciato a trattare con freddezza Luisa. A volte l’ho trattata male. Stavo spesso fuori casa perchè in casa mi sentivo in gabbia. Ecco lei non si è chiesta quanto dovesse ancora sopportarmi. Non ha mai smesso di trattarmi come il marito migliore del mondo e lì ho capito, lì è nata la mia conversione perchè nell’amore di Luisa ho fatto esperienza di quello di Cristo.

Ecco lei non si è mai sentita sfruttata perchè era lei che era libera. Non aveva bisogno della mia conferma per sentirsi bella e degna come solo una figlia di Re sa di essere. Era libera di amare nonostante io le stessi dando davvero poco.

Spero di essermi spiegato. Il limite non dipende quindi dall’altro ma dipende da quanto noi siamo liberi. Libertà che ci può dare solo Dio.

Antonio e Luisa

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Rimandato in matematica

Cari sposi,

Gesù non conosce né finanza né economia. Nella parabola degli operai della vigna, il padrone paga lo stesso stipendio a chi lavora al mattino e a chi inizia a lavorare il pomeriggio. Ha fatto male i conti? Ha commesso un errore? No, lo fa di proposito, perché Gesù non ci ama rispetto ai nostri meriti o per i nostri meriti, il suo amore è gratuito e supera infinitamente i nostri meriti. Gesù ha i «difetti» perché ama. L’amore autentico non ragiona, non calcola, non misura, non innalza barriere, non pone condizioni, non costruisce frontiere e non ricorda offese”. Così affermava il Card. Nguyen Van Thuan nel gli esercizi spirituali predicati alla Curia Romana nel 2000, in presenza di San Giovanni Paolo II.

E in effetti un pochino di mancanza di leggi di mercato ci sta nella parabola odierna, a cui si potrebbe osservare che i dipendenti non hanno letto tutti termini e condizioni del contratto, un po’ come capita a noi quando clicchiamo di acconsentire ma poi non leggiamo decine di pagine di possibili conseguenze. Se confrontiamo il Vangelo in sintonia con le altre letture allora capiamo una cosa: Gesù viene a insegnaci un altro modo di amare. Se è vero che le “sue vie sovrastano le nostre vie” allora iniziamo a comprendere meglio il senso di questa strana “bontà” del padrone della vigna.

Nel fondo Gesù vuole dirci che, quando si ama, le misure non contano, i calcoli non servono, il “do ut des” non funziona più. Come scriveva il giovane teologo Joseph Ratzinger nel 1968, il cristianesimo e Cristo stesso si possono riassumere con la legge della “sovrabbondanza” (Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 1969, pp. 210-211), cioè un Dio che ama fino a perdere tutto di sé per amore.

Guardiamo alla moltiplicazione dei pani e pesci, non solo tutte quelle migliaia di persone ebbero cibo più che sufficiente ma ne avanzò pure! Oppure il segno nelle nozze di Cana consistette in quasi una tonnellata di vino di ottima qualità o la pesca miracolosa che quasi fece affondare le barche di Pietro… ma che bello pensare che Gesù mi sta amando così ogni giorno! E quanto ho ancora io da imparare!

Tra sposi Gesù anela che ci sia questo amore e non lo ve dice da moralista, cioè uno che scaglia ordini e imposizioni dall’alto ma in quanto è Lui che nel fondo anima e guida questo stesso amore. Il Risorto, grazie al sacramento nuziale, cammina con voi, discretamente ma veramente, e ogni giorno vi concede la grazia di donarvi un amore così.

Solo i santi hanno penetrato questo modo di amare che non è più umano ma discende dall’Alto. Santa Teresina di Lisieux vergava così una sua preghiera: “Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, poiché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è imperfetta ai tuoi occhi. Voglio dunque rivestirmi della tua propria Giustizia e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso”. Cari sposi, possiate anche voi donarvi giornalmente il vostro nulla, la vostra finitezza affinché sia Cristo a rendervi ricchi e sovrabbondanti del Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Chi è più fortunato? Chi va a lavorare dalla prima ora oppure chi si “gode” la vita e all’ultima ora arriva da Gesù? No perchè sentendo certi amici sembra che lo scapolone che cambia una donna a settimana sia in relatà più ganzo, più furbo. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Cosa dice il padrone della vigna agli ultimi che raccoglie? Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Chi sono i fortunati allora? Loro che hanno vissuto una vita senza prospettiva o piuttosto chi lavora nella vigna fin dal mattino? La gioia non viene dai piaceri del mondo ma dallo sguardo di Gesù su di noi e dalla consapevolezza di star costruendo qualcosa di bello nella nostra vita. Dalla capacità di amare, accogliendo sempre più e sempre meglio quella persona che Dio ci ha messo accanto.

Il matrimonio secondo Pinocchio /12

L’inizio del settimo capitolo comincia con la solita satira del Collodi:

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

Abbiamo già meditato di quanto la risposta del Geppetto assomigli – per non dire che è uguale – a quel: “Io sono – Sono io” più volte presente nella Bibbia, perciò continuiamo tenendo il povero falegname come figura del Padre mentre Pinocchio rimane la nostra controfigura.

Iniziamo con una buona notizia: Pinocchio sente bussare alla porta, ma va oltre poiché nonostante stia ancora sbadigliando domanda “Chi è?“. Molte coppie -ahimé- si accontentano di ciò che dà loro il mondo ed inevitabilmente prima o poi si accorgono del tranello in cui sono cascate – stavano dormendo e russando come Pinocchio – ma quando il Signore bussa alla loro porta, non si scomodano nemmeno per domandare “Chi è ?“. Il buon Dio ha modi e tempi inaspettati e personalizzati per far sentire la propria voce al cuore di ognuno di noi: per alcuni può essere l’invito a partecipare ad un seminario/ritiro al quale si sono liberati proprio gli ultimi posti per l’improvvisa disdetta di qualcun altro, per altri può essere l’occasione di un pellegrinaggio, per altri ancora può essere la predica di un bravo sacerdote ad un funerale o ad un matrimonio, per molti può essere l’aiuto di un vicino di casa, insomma… al Padre non manca la fantasia per bussare. Non è importante la modalità, ma è necessaria almeno la nostra domanda “Chi è?” anche se in realtà scopriamo essere una risposta ad un richiamo.

E non sembra neanche così importante riuscire ad afferrare quella maniglia, basta la volontà di aprirla; infatti il nostro Pinocchio schizza giù dalla sedia dimentico della mancanza dei propri piedi, talmente è tanta l’intenzione di aprire quella porta. Ma Geppetto non si lascerà fermare da nulla poiché legge nel cuore di Pinocchio la voglia di aprire:

[…] – Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada. – Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.[…] Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.

Molti sposi non sanno come rispondere a quel richiamo, a quel bussare… non preoccupiamoci troppo di questo poiché il Padre ci conosce nel profondo, se noi non sappiamo come meglio rispondere ai suoi inviti Lui non ha la pretesa che la nostra risposta sia da manuale, basta l’intenzione forte e decisa, serve quell’entusiasmo di schizzare giù dallo sgabello per correre verso la maniglia. Potremmo essere deficienti dei piedi come Pinocchio, allora ci penserà Lui a passare dalla finestra perché avrà avuto il nostro consenso ad entrare.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per quel “Chi è?“, non lasciamoci ingannare dalle molte voci che sentiamo fuori dalla nostra porta, solo una è la voce del Padre, con la Sua mano tenera ma decisa che bussa con delicatezza al nostro cuore. Forse non abbiamo le parole giuste, non sappiamo cosa fare perché quel “babbo” lo abbiamo lasciato fuori dalla nostra vita per troppo tempo… non importa; se ci accorgiamo di non avere più nemmeno i piedi per camminare – bruciati nel fuoco del mondo – allora è il momento di tirare l’orecchio, è tempo di svegliarci dal sonno e schizzare giù dallo sgabello – ma si dorme comodi sullo sgabello? – non lasciamoci immobilizzare dalla paura di aprire, Lui non ha paura di entrare nel nostro cuore, nella nostra vita, nel nostro matrimonio… vuole trasformarlo in una casa dove regna l’amore, anzi l’Amore.

Giorgio e Valentina.

Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te

Ieri ho letto un articolo di cronaca su Fanpage. Vi lascio il link. La storia dolorosa di una giovane promessa del calcio inglese. Un giovane uomo morto a seguito di una brutta malattia. Storia che purtroppo è abbastanza comune. Mi ha colpito particolarmente lo struggente messaggio della fidanzata. Nell’articolo potete leggerlo tutto. Io mi soffermo su una frase perché mi permette di mettere in evidenza una caratteristica dell’amore. La giovane fidanzata scrive: Lasciarti andare sarà sempre la cosa più difficile che dovrò mai fare. Buonanotte tesoro, ci vediamo lassù un giorno, ci riuniremo di nuovo tesoro mio e finiremo la storia perché non è ancora finita. Pochi giorni prima della morte il giovane calciatore aveva chiesto alla sua Daisy di sposarlo come a voler dare un respiro eterno a quell’amore che si sarebbe altrimenti spento con la sua vita. Un gesto che significa tanto.

Mi ricorda tanto un epitaffio trovato durante uno scavo archelogico. Un uomo greco del II secolo a.c. lo dedica alla moglie Panthia. Tra le altre cose il greco scrive: Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Compredete dove voglio arrivare? Due storie lontane nel tempo, due storie nate e vissute in culture che non hanno nulla in comune, due mondi distanti ma lo stesso desiderio del per sempre. Quando una persona ama desidera che quell’amore duri per sempre. Non riesce a mettere limiti temporali o di altro genere all’amore. L’amore è tutto e per sempre o non è davvero amore. Questo è il significato dell’indissolubilità. Questo è il motivo per cui Gesù attraverso la Chiesa ci chiede l’indissolubilità quando decidiamo di sposarci e di rendere santo e sacro il nostro amore. Perchè è un’esigenza dell’amore stesso. Perché una esigenza del cuore dell’uomo. Sarebbe credibile una promessa che recita più o meno così: Prometto di amarti ed onorarti fino a quando non sarà stanco di farlo o troverò chi è meglio di te. Non so voi ma io non mi sentirei amato ma usato.

Oggi le relazioni nascono e muoiono in modo frenetico. Sono fragili e fluide. Il per sempre fa paura e si rifugge. Ma questo significa accontentarsi. Mettere condizioni e confini all’amore significa ridurre l’infinito e chiuderlo nelle nostre povertà e nei nostri limiti. Il nostro cuore anela al per sempre. Anela ad un amore che non finisce. Quella ragazza probabilmente troverà un altro uomo con cui costruirà una sua famiglia. E’ ancora molto giovane. Ciò però non cambia la verità del messaggio. Noi desideriamo il per sempre perchè lì ci sentiamo davvero amati e comprendiamo cosa sia l’amore. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

L’indissolubilità non è quindi una pazza e sadica richiesta della Chiesa che ci vuole incastrati. La Chiesa ci sta dicendo che l’amore per essere tale ci chiede tutto e il tutto contempla proprio tutto anche il nostro futuro.

Antonio e Luisa

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Contemplare per espandere Amore

Ed eccoci arrivati alla quinta lettera della parola CONTEMPLARE, la vocale E, che ci rimanda al verbo ESPANDERE. La parola espandere deriva dal latino ĕxpandĕre, composta da ĕx cioè ‘fuori’ e pandĕre cioè ‘stendere, allargare, diffondere’.

Come ci suggerisce san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi, ogni cristiano è il buon profumo dell’amore di Cristo, ed in modo particolare noi sposi siamo chiamati ad espanderlo ovunque poiché, per grazia, siamo stati investiti da questa missione. Spetta ad ogni coppia creare la fragranza che lo Spirito le suggerisce: noi lo facciamo mediante la contemplazione della Parola di Dio, che è piena di profumo. Ce lo ricorda il Cantico dei Cantici “aroma che si spande è il tuo nome” (Ct 1,3), ma vogliamo soffermarci su quel versetto del Vangelo di Giovanni che forse potrebbe sembrare un’informazione inutile o scontata “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).

La fragranza del profumo di puro nardo che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa, potrebbe essere quella che si respira dentro la nostra piccola chiesa domestica. È il profumo dei piccoli gesti d’amore: non si trattiene ma si espande fin dentro il cuore dello sposo/della sposa, dei figli, rimanendo sempre presente ed enunciando l’alfabeto della bellezza dell’amore divino, più espressivo di qualsiasi parola. È in tal modo che la vita sponsale diviene odorosa, con mille emanazioni, trasuda di Cristo e, come per il profumo, ne basta qualche goccia per riempire la tutta casa.

Ma a che cosa serve una casa piena di profumo? Cosa ce ne facciamo? Che cosa cambia nella storia del mondo un vaso di profumo? il profumo non è il pane, non è l’abito, non è necessario per vivere, ma è gioia, è un dono gratuito. È un di più, come il vino di Cana, il ‘di più indispensabile; il superfluo necessario alla qualità della vita! Il profumo è una dichiarazione d’amore.” (Ermes Ronchi)

Cari sposi è proprio vero che il profumo è una dichiarazione d’amore ma come riuscire a percepirlo anche nei momenti di crisi di una coppia? A tal proposito vi suggeriamo un bellissimo film, che s’intitola appunto “Il dolce profumo dell’amore”, in cui il protagonista, un panettiere, per risollevare le sorti di un’isola, andata in crisi a causa del calo dei flussi turistici, crede nella potenza dell’amore. Infatti è il suo innamoramento per una ballerina che rende il suo pane eccezionale, molto apprezzato non solo dagli abitanti dell’isola, ma anche dai turisti che iniziano ad aumentare proprio grazia al suo pane. In ogni momento di crisi siamo chiamati a ritornare alla fonte dell’Amore di Dio, per alimentare quel bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo: amare ed essere amati.

Vi lasciamo inoltre un altro spunto di riflessione perché crediamo che anche ogni coppia ferita, se accompagnata, può tramutarsi in un “diffusore costante dell’Essenza sposale”. L’incenso, che solitamente viene fatto bruciare durante la preghiera sia comunitaria che personale come simbolo della lode che sale a Dio, è la resina naturale di una pianta che trasuda appunto resine aromatiche. All’interno del suo tronco corrono molti canali resiniferi dai quali stilla, lungo le incisioni praticate dall’uomo in estate e in inverno, il succo bianco e lattiginoso che, allo stato solido, costituisce l’incenso. Quello più pregiato è composto dall’aggregazione di più lacrime. Consegniamo dunque le nostre incisioni, ferite personali e di coppia, a Dio che le guarirà affinché emanino il Suo profumo e, contemporaneamente, affiniamo il nostro olfatto spirituale che secondo il Talmud è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo.

Infatti, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice che Eva “vide che il frutto era buono”, e che Adamo “ascoltò la voce della donna”, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò e, grazie a questo fatto, il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi e porta a scoprire il profumo della presenza dello Sposo.

Ad ogni coppia auguriamo di vivere la vocazione matrimoniale “impregnati” del Profumo del Maestro affinché esso si espanda e penetri anche fino all’angolo più nascosto dell’anima di ogni fratello e sorella che incontriamo.

ESERCIZIO PER ESPANDERE AMORE

Poiché l’incontro con Cristo coinvolge tutti i sensi dell’uomo, che devono però essere trasfigurati dallo Spirito santo, ordinati dalla fede e allenati dalla preghiera, proviamo a far ritornare al nostro olfatto due profumi:

– il primo, quel profumo del nostro sposo\a che più ci ha portato gioia (ad esempio il profumo del primo appuntamento, del dopobarba, della cena preparata per accoglierlo dopo una giornata di lavoro, dei fiori ricevuti dal lui\lei, ecc…)

– il secondo, quel profumo che invece ci rimanda a un momento triste che abbiamo vissuto come coppia (ad esempio l’odore che associamo ad un litigio, alla solitudine, ad una malattia)

Fatto ciò, poniamoci davanti alla Parola di Dio che sta nell’angolo di preghiera della nostra casa e, in silenzio, con dell’olio di nardo facciamo un segno di croce sul naso del nostro coniuge affinché le fragranze dei momenti tristi siano trasfigurate in respiri di vita.

Successivamente, accendendo due bastoncini d’incenso diciamo insieme

«Come profumo d’incenso salga a te questa nostra preghiera» (Sal 141,2):

PREGHIERA DI COPPIA

O Cristo, nostro Sposo e Maestro, aiutaci

a non guardare come Giuda il prezzo del nardo, ma a contemplare l’amore di Maria; a non guardare come Giuda il mancato guadagno, ma a gustare il profumo che riempie la nostra casa; a non guardare al costo dell’unguento, ma ad imparare la generosità dell’amore sponsale e dell’amicizia fraterna. A noi hai consegnato un vaso di nardo, 300 grammi di amore: questa vocazione, affinché giorno per giorno, ora per ora, goccia per goccia, come il profumo più caro, imparassimo a versarlo per qualcuno: il coniuge, un figlio, un amico, un povero, la comunità, la Chiesa. Ma prima di tutto lo abbiamo versato su di Te, per sentire il profumo del «più bello dei figli dell’uomo». Ed ora, bruciando l’incenso del nostro amore vogliamo inondare il Tuo cuore della nostra letizia e insieme, tu in noi e noi in te, invaderemo il mondo dell’Essenza sponsale che inspiriamo.

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Perchè mi arrabbio così tanto? Colpa delle mie ferite

Oggi vi parlo di una grande conquista che sono riuscito ad ottenere solo pochi giorni fa. Dopo 48 anni di età, 21 anni di matrimonio e 4 figli ormai cresciuti. Per dire che non è mai troppo tardi.

Erano i primi giorni di scuola. Quando riesco accompagno io Francesco e Maria perchè il loro istituto è vicino al mio posto di lavoro. Quel giorno Francesco, come accade sovente, aveva perso tempo ed eravamo usciti con una decina di minuti di ritardo. Nella mia città, come penso nella maggior parte delle altre, perdere anche solo dieci minuti può significare restare imbottigliati nel traffico.

Quando mi trovo in questa situazione, e come ho scritto succede spesso, mi arrabbio tantissimo. Perdo il controllo e mi succede di urlare a mio figlio. Sento proprio una forte rabbia e mostro la parte più aggressiva. Francesco ha paura di me quando succede questo e io ogni volta capisco di sbagliare ma ci ricasco.

Detto che lui deve imparare a rispettare gli orari, voglio concentrarmi sulla mia reazione. L’ultima volta che è successo mi sono fermato a riflettere. Mi sono reso conto che la mia reazione in queste occasioni non è proporzionata. Me la prendo troppo. Ho sempre dato la colpa allo stress, all’essere sempre di corsa, ai tanti impegni e preoccupazioni. Ma non è solo quello. Finalmente ho capito. Scoprire che nella sua mancanza di rispetto per gli orari leggo una mancanza di amore è stato un vero e proprio momento di epifania. Mi sono reso conto che, in questa situazione, riemergono le ferite non risolte e i traumi del mio passato. Le nostre esperienze passate possono influenzare profondamente il modo in cui percepiamo le situazioni e reagiamo ad esse. Ed è esattamente ciò che sta accadendo tra me e mio figlio. Capite come le nostre ferite ci influenzano e ci conducono ad atteggiamenti sbagliati? Mi spiego meglio.

E’ una ferita che mi porto dalla mia famiglia di origine, dalla mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre servito in tutto, ma dove sono mancate le parole di incoraggiamento e la tenerezza. Solo rimproveri quando non facevo le cose bene. E così ho imparato a leggere ciò mi accade. Mi do da fare in mille modi per i miei figli, ma non mi viene riconosciuto. Anzi il mio aiuto viene in un certo senso disprezzato da Francesco che non è riconoscente e se ne frega facendo anche tardi.

Questo è ciò che le mie ferite mi fanno pensare e sentire. Ma non è così. Semplicemente Francesco è un tiratardi, è ancora immaturo su tanti aspetti. Finalmente ho capito che quella di Francesco non è una mancanza di amore. Meglio tardi che mai.

Basta poco per disinnescare delle dinamiche malate, basta poco per interrompere quella catena di sbagli che tutti i genitori commenttono. Da oggi sono certo saprò dare il giusto peso alle mancanze di mio figlio. Ho voluto aprire il cuore perchè tutti noi abbiamo delle ferite da disinnescare. Ci sono e ci saranno sempre ma inizieremo una guarigione quando riusciremo a dare loro un nome e non gli permetteremo di guidare le nostre scelte. Non si tratta di giudicare noi stessi come genitori, ma di lavorare su di noi per diventare genitori migliori. Questo processo può richiedere tempo e fatica, ma avrà un impatto significativo sul benessere e sulle relazioni all’interno della famiglia e sulla crescita umana dei nostri figli.

Antonio e Luisa

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L’autorità. Onore e onere.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 2,1-8) Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

In questi giorni la Liturgia propone la lettera a Timòteo, la quale è ricca di suggerimenti ed esortazioni sia per i pastori che per noi pecorelle; in questo brano vogliamo cogliere l’esortazione a pregare per coloro che stanno al potere. E’ interessante notare come la Parola di Dio non rigetti mai l’autorità umana, ma la sproni ad esercitarla nella Verità. Questo accade perché ogni autorità trova il suo principio ed il suo fine nella autorità del Padre, per questo l’autorità umana non viene rigettata né sminuita, ma le viene chiesto di essere conforme alla volontà di Dio.

Un re, un monarca, un capo di Stato è chiamato a governare bene, con rettitudine di intenti, deve verificare che le leggi siano moralmente buone e non disumanizzanti, ed è chiamato a promulgare leggi giuste e non inique, che rispettino una legge che sta più in alto rispetto alle leggi del suo Stato: la Legge di Dio Padre che è una legge che non ha tempo; se agisce così allora usa bene dell’autorità ricevuta ed il Signore lo arma con tutte le Grazie necessarie per portare a termine il proprio compito in mezzo al suo popolo.

Se, al contrario, un capo di Stato promulga leggi inique ed ingiuste, disumanizzanti e contrarie alla Legge di Dio, allora egli sta abusando del potere conferitogli; e questo vale per ogni autorità: il genitore per i propri figliuoli, il nonno per i propri nipoti, l’insegnante a scuola per i propri studenti, il capo-reparto per i colleghi, il dirigente aziendale per i propri sottoposti, il datore di lavoro per i propri dipendenti, ecc… ogni autorità trova il suo principio in Dio e quindi a Lui dev’essere sottomessa.

Qualora l’autorità dovesse imporre un comando immorale ed iniquo, le persone sottoposte non sono tenute ad osservarlo, anzi, sono tenute a disobbedire a tale comando per non offendere Dio:

(Atti 5,29) Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Tutto ciò finora richiamato è un aspetto insito nel quarto Comandamento: onora il padre e la madre. Sul versante educativo quindi vale esattamente per noi genitori ciò che vale per i capi di Stato. Nella storia della Chiesa ci sono stati casi di giovani santi che hanno disubbidito ad un comando iniquo del padre o della madre, l’esempio più eclatante e famoso è sicuramente quello di San Francesco d’Assisi.

Cari sposi, l’articolo di oggi non vuole essere una lezione di teologia morale o simile, ma vuole ricordarci che ogni dono di Dio porta con sé un’onere, se siamo genitori abbiamo una grave responsabilità nei confronti dell’educazione alla fede dei nostri figli, non possiamo disinteressarcene ed esimerci da questo compito relegandolo ad altri per comodità.

Anche gli sposi che non hanno figli naturali hanno un’autorità che va esercitata nel servizio alla santità l’uno dell’altra in primis, ma poi essa si estende nei vari servizi alla Chiesa che insieme decidono di vivere: per esempio verso i figli adottivi o in affidamento, verso i bambini del catechismo, verso i fidanzati dei percorsi pre-matrimoniali, verso gli ammalati che accudiscono, verso i poveri che aiutano, verso i ragazzi che frequentano l’oratorio ove essi operano come educatori.

Il Signore non è geloso né spilorcio nel donare tutti gli aiuti e le Grazie necessarie per esercitare al meglio l’autorità concessa, perciò non dobbiamo preoccuparci dell’aiuto divino poichè è meglio cercare innanzitutto il Regno di Dio, del resto il Signore stesso provvede ai suoi figli così come nutre gli uccelli del cielo.

Coraggio sposi, dobbiamo far di tutto per favorire l’incontro dei nostri figli/ragazzi con Cristo, se incontreranno Lui avremo regalato loro il dono più prezioso.

Giorgio e Valentina.

Il perdono è questione anche di memoria

Oggi vorrei offrire un’ulteriore motivazione per avere misericordia l’uno verso l’altro. Ieri padre Luca ci ha aiutato a capire che sia il perdono che l’amore sono possibili quando noi per primi ci riconosciamo amati e perdonati da Dio. E basta anche solo questo ma c’è dell’altro.

Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza? Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui la persona che abbiamo accanto non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Per spiegare questa verità ho inventato una piccola storia che ho pubblicato nel libro Sposi profeti dell’amore.

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma, tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perché dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La nostra storia è un tesoro da non sprecare, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

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Si può amare così?

Cari sposi, non è una coincidenza ma una “Dio-incidenza” che scriva queste brevi righe nel bel mezzo del week-end di Retrouvaille.

Questo mi riporta a quando è iniziato per me questo cammino con gli sposi, l’input iniziale provocato proprio dal rimanere sbalordito dinanzi a una testimonianza ascoltata in quel ritiro. La coppia stava condividendo la fase della decadenza della relazione, in cui ci furono più episodi di tradimento e di violenza domestica. Ricordo assi bene il mio stupore commosso nel constatare che, nonostante la durezza e drammaticità del racconto, comunque loro due fossero proprio lì a raccontarlo e da allora mi sono chiesto sempre: “ma si può amare così?” Cioè, può una coppia perdonare così tanto, sopportare tutto quel dolore, arrivare a un tale abbassamento? Non è a rischio la dignità personale?

È esattamente quello che Gesù vuole trasmettere a Pietro con la parabola dei due servitori indebitati. Se traducessimo in Euro i due valori menzionati da Gesù avremmo da un lato i 10.000 talenti che corrisponderebbero circa a 6 miliardi del primo contro i circa 1800 € del secondo!

Ma perché tale sproporzione? Cosa vuole comunicarci Gesù? Che i peccati che commettiamo offendono anzitutto Lui, il Suo Cuore, la sua Bontà infinita. Finché non tocchiamo con mano il senso tremendo del peccato, non ci convertiremo mai: in noi “l’Amore non è amato!”, come gridava san Francesco in lacrime.

Santa Teresa D’Avila partì proprio da qui, è lei stessa a raccontarcelo: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” (Il libro della mia vita).

Capiamo così perché Gesù ci preavvisa che ci vorrà addirittura la Persona divina dello Spirito Santo a convincerci del peccato, cioè a donarci il giusto sguardo su di esso, affinché poi possiamo ad aprirci alla Sua Misericordia. Senza questo convincimento interiore, tutti faremmo la fine del secondo servo, il quale sta a simboleggiare la cecità e chiusura del cuore che dimostriamo nel valutare e soppesare le mancanze altrui piuttosto che piangere e commuoverci per le nostre.

Per voi sposi è fondamentale questo passaggio! Di per sé il matrimonio è un campo di conflitti quotidiani. Ferite piccole o grandi possono essere all’ordine del giorno e se non si vive con la consapevolezza di essere stati redenti da Gesù, di essere stati perdonati sulla Croce una volta per tutte, il rischio di vittimizzarsi e di scaricare sul coniuge tutte le nostre frustrazioni e fastidi è sempre dietro l’angolo.

Concludo con una bella testimonianza di una moglie che nel suo percorso di guarigione di coppia ha incarnato bene l’insegnamento odierno di Gesù: “In un momento ben preciso ho percepito di avere un gran bisogno del perdono, prima di tutto del perdono di mio marito ma anche del perdono di Gesù, che si­curamente tanto avevo fatto soffrire. E quando mio marito mi ha confidato i suoi tradimenti occasionali ho potuto perdonarlo, in quanto ero ormai consapevole che anch’io avevo la responsabilità di non averlo ama­to abbastanza” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, pag. 139).

Quindi, care coppie, potete dirlo con coraggio: sì, si può amare così, come Gesù, perdonando 70 volte sette. Il dono è già nel vostro cuore e lo Spirito vi accompagna senza sosta per aiutarvi a raggiungere la mèta.

ANTONIO E LUISA

Non posso che cofermare le parole di padre Luca. Noi spesso non siamo capaci di rialzare il nostro coniuge. Quando lui/lei sbaglia, quando ci ferisce, quando tradisce il nostro amore noi non siamo capaci di rialzarlo. Facciamo come il servo malvagio. Paga ciò che devi. Non mi interessa ascoltarti, non mi interessa capire, non mi interessa starti vicino. Quante volte davanti all’errore dell’altro lo uccidiamo dentro di noi, non gli permettiamo di rialzarsi, non lo aiutiamo a rialzarsi, ma lo schiacciamo al suolo con la nostra durezza e con la nostra chiusura.

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“Uccisero anche i bambini”

Cari sposi,

            è proprio dell’altro giorno, domenica 10 settembre, una beatificazione senza precedenti nella storia della Chiesa: un’intera famiglia polacca, composta dai genitori e i loro 7 figli, ha raggiunto il penultimo gradino verso la gloria degli altari, per essere stati trucidati tutti assieme il 24 marzo 1944 da soldati nazisti. Erano stati considerati “colpevoli” di aver dato alloggio a due famiglie ebree, i Goldman e i Szall, nella soffitta di casa loro, nel tentativo di preservarli dai campi di sterminio.

È appena uscita la loro storia nel libro “Uccisero anche i bambini”, frutto di un’accurata inchiesta giornalistica compiuta dalla vaticanista dell’Ansa Manuela Tulli insieme con Pawel Rytel-Adrianik, responsabile della sezione polacca di Vatican News e di Radio Vaticana. Vi invito a leggerlo per cogliere tanti dettagli di questa meravigliosa storia di amore, culminata direttamente in Cielo.

Alla celebrazione, avvenuta proprio a Markowa, il loro villaggio natale, non era presente Papa Francesco bensì il Prefetto della Congregazione vaticana delle Cause dei Santi, il Card. Marcello Semeraro. Vorrei estrapolare due passaggi particolarmente significativi della sua omelia:

I nuovi Beati ci insegnano, prima di tutto, ad accogliere la Parola di Dio e sforzarci ogni giorno per compiere la sua volontà. Gli Ulma la ascoltavano come famiglia nella liturgia domenicale e poi prolungavano la sua meditazione a casa, come si evince dalla Bibbia da loro letta e sottolineata”. Questo per dire che non erano persone particolarmente dotte o colte ma vivevano una spiritualità semplice, cordiale, concreta e ordinaria. Ci insegnano ancora una volta che gli Sposi hanno tutti i mezzi per vivere santamente il loro amore reciproco non andando altrove ma vivendo la quotidianità.

Inoltre: “dall’ascolto della Parola del Signore fu plasmato, di giorno in giorno, il loro coraggioso programma di vita. In essi ha operato perfettamente la grazia santificante del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, fra i quali emerge in maniera evidente la bellezza e la grandezza del sacramento del Matrimonio. Vissero dunque una santità non soltanto coniugale, ma compiutamente familiare”. Ed ecco i vostri grandi aiuti: i sacramenti e la Parola, con cui Gesù si rende presente nella vostra vita a prescindere dall’esserne degni.

Due ultimi dettagli molto belli sono che la loro memoria liturgica è stata fissata nientemeno che il 7 luglio, anniversario del loro matrimonio. Un segno che indica come la Chiesa riconosce nella grazia nuziale il punto di forza per la loro santità.

E in secondo luogo, sorprende particolarmente vedere incluso nei beati anche il più piccolo dei sette figli, senza nome perché morto quando ancora era nel grembo di mamma Wiktoria. La quale, proprio a causa del trauma delle uccisioni a cui assistette, ebbe spontaneamente le doglie al punto che il piccolino nacque solo parzialmente. Notate bene che è il primo feto ad essere dichiarato beato, un’ulteriore conferma della sacralità della vita, anche quella ancora non nata.

Cari sposi, abbiamo una nuova storia straordinaria e al contempo semplice, commovente per l’amore che promana. Un segno indelebile e senza inversioni di marcia che la Chiesa crede in voi, crede nella santità coniugale e familiare. E abbiamo degli amici in Cielo che intercederanno certamente per tutti quegli sposi che vogliono seguire Gesù nella concretezza della propria vita.

Padre Luca Frontali

Cercate un libro per riflettere coi ragazzi sulla sessualità? Ve ne presentiamo uno…

Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi è un libro che ho scritto e pubblicato per l’editrice Punto famiglia. L’ho pensato soprattutto per gli adolescenti e il mio sogno è che entri nelle scuole (non solo nelle parrocchie, come già succede), perché i fatti di cronaca recenti (penso a Palermo e Caivano, ma non sono certo de casi isolati) ci mettono davanti ad un’emergenza educativa che non può aspettare.

La scuola ha il potere e il dovere di raggiungere i nostri ragazzi più smarriti. Ho concepito questo testo come un percorso a tappe su varie tematiche legate all’affettività e alla sessualità umana. L’impostazione è laica (sebbene alla base ci sia un’antropologia cristiana), proprio perché possa essere adottato anche come strumento di lavoro nelle scuole superiori (o già dalla terza media). Ecco solo alcune delle numerose tematiche che trovate all’interno:

Cosa c’è di diverso tra la sessualità umana e la sessualità nel mondo animale?

Perché abbiamo un corpo sessuato?

Come si origina la vita? Quando avviene il concepimento?

Che cos’è concretamente l’aborto?

Quando una relazione può essere definita “d’amore” e quando invece dell’amore ha solo la parvenza?

Che cosa significa essere vergini e perdere la verginità?

Cosa rende una relazione rispettosa e solida?

Quando è il momento giusto per fare l’amore?

Perché la pornografia fa male?

La peculiarità del testo è che porta i ragazzi a interrogarsi in prima persona. Le riflessioni e le testimonianze proposte sono seguite, infatti, da domande, cui i lettori devono rispondere, riempiendo degli spazi bianchi lasciati appositamente. Quando studiavo al liceo, mi colpiva l’arte della maieutica utilizzata da Socrate: egli era certo che la verità si trovasse già nel cuore umano e sentiva il compito di tirarla fuori, non tanto di inculcarla. Il testo è concepito un po’ nello stesso modo. Sebbene io non abbia la saggezza e l’arguzia di Socrate, credo che il bene sia già presente nell’animo dei ragazzi: compito dell’adulto, dell’educatore, è aiutarlo a scoprirlo. Il libro vuol essere un aiuto in questo senso.

L’educatore, però, deve esserci e non può essere Internet. Una volta intervistai una psicoterapeuta, che mi disse: “Tanti ragazzini ricevono le loro primissime informazioni sul sesso dai coetanei, dai compagni più grandi o da Internet, perché in famiglia non se ne parla. Questo non va bene: il ragazzo in formazione deve avere un adulto di riferimento che prenda l’iniziativa, che vinca l’imbarazzo, che non mostri il sesso come un tabù. Tutto ciò che si vive come un tabù, alla fine, si vive male… Incoraggio i genitori a parlarne, ad ascoltare le domande dei figli! L’adulto deve fare il primo passo, così la figlia o il figlio capisce che non è nulla di scandaloso… è una sfera che fa parte della vita umana!

C’è, purtroppo, la tendenza a non parlare di sesso in famiglia. Ne ebbi la conferma anche da una docente di teologia morale, che durante un corso affermò: “Sono andata a parlare di sessualità e teoria del gender ai seminaristi. Prima di iniziare, ho chiesto loro: ‘Quanti di voi hanno ricevuto un’educazione sessuale in famiglia?’ Erano circa quaranta persone. Hanno alzato la mano in tre…

Non possiamo permettere che l’educazione sessuale ricevuta dai ragazzi sia limitata ai contenuti che trovano su Internet, anche perchè purtroppo sulle reti spesso ciò che trovano è la pornografia. Di recente mi è capitato sottomano un report intitolato “Adolescenti e Pornografia”, dal quale emerge un quadro a dir poco agghiacciante. I dati riguardavano l’America, ma, purtroppo, interpellano anche noi europei.

Da un campione di 1300 ragazzi tra i 13 e i 17 anni, è emerso che ben il 73% degli intervistati (75% dei ragazzi e 70% delle ragazze) usufruisce della pornografia online. L’età media in cui hanno iniziato è di 12 anni, ma vi è anche chi è entrato in quel mondo prima. Molti di loro navigano su questi siti negli orari scolastici. Di coloro che hanno risposto “Sì” alla domanda “Hai guardato pornografia nella scorsa settimana?”, l’80% ha dichiarato di aver assistito a qualcosa che somigliava ad uno stupro, a soffocamento o di aver comunque visto scene in cui qualcuno soffriva durante il rapporto sessuale.

Il fondatore e CEO di “Common Sense Media James Steyer”, nella sua introduzione a questo rapporto, che in lingua originale ha il titolo di “Teens and Pornoography”, ha affermato che i risultati dovrebbero allarmare genitori e educatori, poiché si tratta ormai di un problema di salute pubblica. Altre ricerche parallele, mostrano infatti come il consumo giovanile di pornografia sia associato a: aumento dell’aggressività sessuale, ansia e depressione, problemi di relazione interpersonale, comportamenti sessuali pericolosi.

Non possiamo stare con le mani in mano, mentre i giovani si rovinano il futuro con questa immondizia. Hanno il diritto ad essere educati alla tenerezza, non al possesso e alla violenza. Sesso, amore, corpo, mente, anima: c’è un universo dietro ognuna di queste parole. Eppure, quando si parla di sessualità spesso si pensa che sia sufficiente proporre la contraccezione o i metodi per evitare malattie.

No, non basta distribuire dei condom. Cari ragazzi, meritate un accompagnamento degno di questo nome. Perdonateci se non sempre noi siamo capaci di starvi vicino; se non siamo all’altezza delle domande più grandi e profonde che portate nel cuore. Scusateci, davvero. È che, forse, a volte, noi adulti siamo più smarriti di voi.

Cecilia Galatolo

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La sessualità: un grande dono nel fango

Davanti agli occhi di tanti una pubblicità di una nota marca di abbigliamento: una giovane donna sdraiata a terra, che cerca apparentemente di difendersi dalle richieste sessuali di un giovane maschio, mentre i suoi amici stanno a guardare soddisfatti. Come queste tante altre proposte pubblicitarie, che per fini  puramente commerciali sottolineano l’urgenza del bisogno sessuale, in particolare quello dei maschi, da soddisfare ad ogni costo per raggiungere la felicità insieme a nuovi prodotti di consumo. Per non parlare del mercato pornografico che oggi entra nelle nostre case inavvertitamente attraverso internet. Un’indagine mette in luce come oggi un bambino di 8 anni ha già assistito (senza cercarla) almeno a una scena porno. Sembra quasi impossibile sottrarsi ad un bombardamento continuo, martellante, ossessivo di messaggi implicitamente o esplicitamente sessuali, messaggi che banalizzano la sessualità umana, generano dipendenze e disincanto

 Poi accadono avvenimenti, come i recenti terribili episodi di stupro a carico di ragazzine adolescenti in gran parte ad opera di minorenni (vedi Palermo, Caivano, Trieste, ecc.). Tutta la società sbigottita ( purtroppo solo per alcuni giorni) reagisce alla ricerca delle responsabilità, dimenticando quanto giustamente sottolinea il filosofo Salvatore Natoli: quando c’è una iperstimolazione dei bisogni sessuali, è più difficile riuscire a controllarli e, quando non esiste la possibilità più o meno immediata della soddisfazione, “può accadere – e di fatto accade – che qualcuno si appropri con la forza di ciò che non è disponibile.”

Dobbiamo riconoscere, con onestà, che pur vivendo in un mondo dove si parla con molta più disinvoltura di sesso, siamo  tutti abbastanza impreparati su questo tema cosi affascinante e misterioso. Senza inutili scoraggiamenti, senza dire “ormai e troppo tardi”, tutti possiamo fare qualcosa per formarci e formare e cosi contribuire,  impegnandoci quotidianamente con coraggio e determinazione, ad arginare dal nostro piccolo angolo di mondo, la violenza sessuale, la mancanza di rispetto per le donne, l’ignoranza diffusa dei più elementari principi etici.

Dobbiamo prendere sempre più consapevolezza  che tutti i bisogni del nostro corpo vanno riconosciuti, valorizzati  ma anche  educati. In particolare la pulsione sessuale che contiene in sé una naturale spinta al dono di sé ma anche una forte spinta egocentrica.  Essa è come un fiume in piena che, se non ha degli argini ben definiti,  straripa e si disperde, abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Ovviamente se uno nella vita non è educato alla gestione di tutti i suoi bisogni (dalla fame, sete ecc…) non sarà possibile una gestione isolata solo dei suoi bisogni sessuali. Una educatore deve essere sempre capace anche di porre, con dolcezza ma decisione, dei limiti, di dire dei no, per fare indirettamente anche  un’opera di educazione alla sessualità e alla affettività

 In questo discorso i primi protagonisti sono i genitori ma stretti in una forte alleanza con tutti gli educatori presenti nel loro territorio. Nessuno può più dire: siamo impotenti. Si tratta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri bambini e bambine, dei nostri giovani travolti da un mondo che ha rubato loro la semplicità, l’allegria, l’innocenza. Oggi più di prima, i genitori devono avere il coraggio di parlare presto, con chiarezza e semplicità di argomenti una volta tabù: differenze sessuali, rapporti sessuali, fecondazione, orientamento sessuale, transgender, ecc. fin dalla scuola primaria, utilizzando  via via le parole più adatte. Ne abbiamo parlato ampiamente in un nostro piccolo libro edito da città nuova Educare all’amore e alla sessualità a cui vi rimandiamo per approfondire. Intanto iniziamo con un no deciso alla  banalizzazione della sessualità, al modo sbagliato con cui ci si approccia ad essa, a quelle modalità che fanno venir fuori solo il suo lato istintivo e non fanno leva sul buono, sul vero, sul bello nascosto in ognuno di noi, anche in chi aggredisce e violenta.

Diceva recentemente p. Francesco ai gesuiti in Portogallo: “Io non ho paura della società sessualizzata, no; mi fa paura come ci rapportiamo con essa, questo sì. Ho paura dei criteri mondani. Preferisco usare il termine «mondani», piuttosto che «sessualizzati», perché il termine abbraccia tutto”.

L’educazione alla sessualità e all’affettività deve partire da un’educazione al rispetto per se stessi e per gli altri,  per arrivare a scoprire la bellezza del maschile e del femminile, creata proprio per raggiungere la pienezza dell’unità, conservando le reciproche differenze.

Ci sembra fondamentale anche aiutare i giovani a crescere nell’autostima, a diventare persone autonome, a non avere continuo bisogno di appoggiarsi agli altri per non cadere. I fatti di cronaca appena citati evidenziano che spesso questi  episodi avvengono in branco; ognuno trova coraggio nell’altro e insieme si fanno cose che da soli non si penserebbe mai di fare. Soprattutto nell’adolescenza la ricerca di un gruppo di amici è un’esigenza vitale. Forse l’antico oratorio non è più di moda ma Don Bosco aveva avuto un’intuizione geniale, oggi  occorre inventarsi qualcosa di nuovo per favorire la grande strada dell’amicizia, tentando e ritentando senza scoraggiarsi, ma fare di tutto perché i nostri giovani siano inseriti in gruppi sani,  ben affiatati e finalizzati a mete non solo consumistiche.

Tra le  ultime cose preziose che Chiara Lubich ci ha lasciato, ci sono degli appunti del 2005, lapidari, che rivelano il suo genio pedagogico e indicano 4 piste indispensabili per ogni  educatore. Ci sono rimasti nel cuore e dicono, se ricordiamo bene, pressappoco cosi: è necessario con i giovani il dialogo, la vita insieme, i rapporti personali perché ogni ragazzo è unico, un ascolto carico di amore.

Ci rendiamo però conto che, soprattutto nella cultura odierna, per fare un bambino l’opera dei genitori non è sufficiente; ci vuole un “villaggio”, ma quando il villaggio è ammalato, allora i guai diventano seri. Occorre con urgenza che anche lo Stato e le varie istituzioni facciano la loro parte per non abbandonare i genitori,  da soli, di fronte al loro importante e logorante compito educativo.

Pensando a Caivano, certo il disagio sociale, la creazione di un ghetto isolato e abbandonato a se stesso, ha peggiorato il quadro. Tuttavia, pur senza voler sottovalutare assolutamente il disagio sociale, ci sembra che il discorso sia più vasto; i ragazzini coinvolti a Trieste non sembra che avessero problemi sociali gravi alle spalle.

Ci troviamo di fronte a una società liquida, che non è più in grado di orientarsi su niente e di trovare le motivazioni dei suoi comportamenti, con una scuola spesso ancora nozionistica, poco attenta ad una reale formazione integrale della persona, dove le ore dedicate alla formazione civica e morale sono pochissime e le ore importanti dedicate all’educazione sessuale diventano, in qualche caso, una serie di nozioni per evitare gravidanze indesiderate o malattie infettive. Ricostruiamo dunque questo villaggio un po’ fragile, valorizziamo tutto il buono che ancora c’è, lavoriamo in rete ma non arrestiamoci mai, anche se a volte gli ostacoli sembreranno insormontabili.

Maria e Raimondo Scotto

Per perdonare? Dobbiamo sentirci perdonati

Oggi continuo l’articolo sul tradimento di quindici giorni fa, oggi provo a balbettare qualcosa in poche righe sul perdono, è un argomento vastissimo e complesso. È davvero difficile perdonare, inutile girarci intorno, specialmente quando veniamo profondamente feriti, come nel caso appunto di un tradimento. Inoltre è un processo che richiede tanto tempo e in alcuni casi credo che non si possa dire di aver completamente perdonato una volta per tutte: infatti molti separati devono continuamente relazionarsi e parlare con il coniuge per la gestione dei figli e c’è sempre il rischio che il risentimento venga a galla, anche solo nei pensieri. Certamente la frequentazione con chi ti ha fatto del male non facilita le cose, ma può essere anche una verifica del livello in cui ci troviamo.

Il perdono, come dice la parola, è un “dono per qualcuno”, ma per chi? A meno che non ci venga richiesto in seguito a un pentimento, agli altri spesso non interessa proprio niente se li perdoniamo oppure no, vedi caso specifico in cui il coniuge inizia una relazione stabile con un’altra persona. Infatti sembra un controsenso, ma perdonare è come un boomerang, i primi che ricevono i benefici siamo noi: quando vivo nel rancore, nel risentimento, non sto bene, non sono in pace e non sono libero, è come avere una catena che mi limita i movimenti. Quando invece scelgo di perdonare mi sento sollevato, e non è che quello che è successo scompare (le ferite della passione di Gesù rimangono), ma viene tutto affidato a Lui, è un peso che consegno e non grava più sulle mie spalle. È un processo che richiede tempo, mi fanno ridere quei giornalisti che, dopo un fatto tragico, vanno dai parenti più stretti, come ad esempio i genitori e chiedono “Lei perdona?”; non sanno minimamente cosa stanno dicendo e quanto può essere intenso un dolore. Non si parla di giorni o settimane, ma almeno di mesi o anni per elaborare e perdonare di cuore. Per perdonare di cuore intendo farlo davvero fino in fondo e non fare finta di niente o più frequentemente perdonare, ma tenere pronte munizioni da scagliare alla prima occasione possibile. Ad esempio, ho un amico che è stato tradito dalla moglie: poi lei si è pentita e sono tornati insieme, ma a distanza di qualche anno lui si è voluto separare, perché non riusciva più ad andare avanti in quelle condizioni, non è stato in grado di perdonare di cuore.

Voglio sottolineare che per un separato, perdonare non significa che deve necessariamente tornare insieme se l’altro/a si pente e lo desidera: è certamente auspicabile, ma ci sono oggettivamente situazioni in cui non è possibile, specialmente se non c’è una fede che accomuna e un desiderio di camminare insieme. Aggiungo che dare il perdono di cuore non vuol dire mettersi in una posizione d’inferiorità e autorizzare l’altro a fare quello che vuole nei nostri confronti, trattarci male o umiliarci, sono due cose molto diverse: la nostra dignità non deve assolutamente permettere agli altri di continuare a ferirci e quindi vanno messe in atto tutte quelle azioni necessarie affinché ciò non accada.

Perdonare è molto difficile, non a caso nel Padre Nostro ci impegniamo a perdonare, ovviamente con il Suo aiuto, ma subito prima chiediamo di essere noi perdonati per primi: ecco, qui credo che sia il centro della nostra capacità di perdonare.

È vero che oggettivamente un tradimento è un peccato molto grave e che ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni sulla terra e in cielo, ma chi durante la giornata non fa dei piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio? In famiglia, al lavoro, con gli amici siamo sempre impeccabili, disponibili, altruisti, amabili e parliamo con amore? Io assolutamente no! Il sentirsi sempre debitori (anche solo per ogni nostro respiro, che non è scontato e su cui non abbiamo il controllo) e sentirsi perdonati ogni volta che pecchiamo sono la partenza per perdonare gli altri. Chi si sente “a posto”, chi pensa che “non fa nulla di male” e chi crede di avere la coscienza pulita, difficilmente riuscirà a perdonare. Inoltre tante volte non riusciamo prima di tutto a perdonare noi stessi, ci facciamo prendere dai sensi di colpa, oppure riteniamo che valiamo poco e non ci “meritiamo” il perdono. Ecco, alla fine tutto si riconduce al rapporto con noi stessi e a quello che abbiamo con Dio: diventano il pozzo da cui attingiamo per perdonare gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Buttare tutto nell’indifferenziato!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-11) Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! […] Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. […]

Questo brano paolino è una bellissima esortazione, se immaginiamo l’ardore con cui questo discorso possa essere rivolto da un pastore alle sue pecorelle, sicuramente ne verremmo edificati; se il nostro parroco ci parlasse con grande zelo con queste parole infuocate dallo Spirito Santo probabilmente sentiremmo quella fiamma ardere dentro il nostro cuore e ci spingerebbe a cambiare vita, in sostanza a convertirci con risoluta decisione.

Troppo spesso invece la Parola di Dio viene letta e/o ascoltata durante la S. Messa con superficialità, con freddezza, con distacco, con noia quasi fosse uno dei tanti discorsi propagandistici di qualche politico di moda; ed invece è una Parola viva ed efficace, ma ha bisogno dell’ascolto vero, dell’accoglienza altrimenti resta lettera morta o poco più. Per destare maggior interesse possiamo immaginare che sia il Figlio di Dio in persona a parlare al microfono delle nostre chiese, se ci fermiamo un attimo a pensare ci accorgiamo che Egli è Il Verbo fatto carne, perciò Lui è La Parola di Dio, La Parola del Dio vivente.

E, come spesso accade, La Sua Parola non ha mezze misure col peccato. Col peccato non si scende a compromessi, non si tratta, non si scherza. Il medico quando cura il paziente non si mette a dialogare con la malattia; usando l’immaginazione potremmo vedere il medico che con una mano infilza la malattia e con l’altra tiene per mano il paziente per incoraggiarlo e per ridestare in lui la voglia di combattere, per ravvivare la battaglia contro il male che lo attanaglia.

L’inizio è un po’ insolito con quel “[…[se siete risorti con Cristo“, ma sembra più una domanda retorica, come se Paolo volesse ricordare alle sue pecorelle che col Battesimo esse hanno cominciato una vita nuova. E lo sta dicendo sicuramente anche a noi sposi: cari sposi, se siete sposi in Cristo e siete risorti a vita nuova smettetela di accontentarvi di ciò che vi dà il mondo.

E’ tempo ormai di destarci dal tiepidume e di riprendere in mano la nostra vita nuova, il nostro Santo Battesimo che ci ha donato la vita di Grazia.

E’ un’esperienza che i genitori fanno con i propri figli, infatti quando ormai il bimbo è divenuto grandicello di solito lo esortiamo con parole simili : “adesso sei diventato grande, non puoi più comportarti come un piccolino“, sono parole che vogliono aiutare il bambino a rendersi conto della situazione attuale e nello stesso tempo spronarlo al miglioramento di se stesso, a superare la tappa dell’età inferiore e proiettarlo con gradualità verso l’età adulta. Similmente San Paolo si comporta come questo genitore che vuole proiettarci nell’età adulta, nell’età della vita di Grazia, la vita nuova in Cristo.

E per farlo è necessario abbandonare i comportamenti dell’età inferiore, ovvero i peccati sopra descritti. Assomiglia a quando si fa repulisti in casa, perché si trattiene solo ciò che ancora è utile o buono e si dà via l’inutile, il vecchio; assomiglia anche a quando riempiamo il sacco dell’immondizia indifferenziata: non si sta lì troppo a perdere tempo o perché non ce la si farebbe comunque o perché sarebbe troppo complicato, perciò si butta tutto nell’indifferenziata senza farsi inutili scrupoli.

E col peccato bisogna agire in egual misura, si getta tutto nell’indifferenziato, non possiamo trattenere qualcosa per noi, altrimenti non sarebbe un vero repulisti. Ci sono coppie che con la bocca dicono di avere fede, ma poi non buttano tutto nell’indifferenziato: si tengono qualche peccato come di scorta, quasi avessero paura di restarne senza, come se fossero gelosi dei propri peccati.

Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in fondo in fondo ci piace commettere questo o quel peccato, che non lo abbandoniamo perché lo sentiamo un amico intimo di coppia, di famiglia, ci siamo affezionati a quel peccato che ci dà la sensazione di poter ribellarci a Dio, quella oscura sensazione di sentirci i padroni di noi stessi foss’anche per pochi istanti della nostra vita, del nostro matrimonio. Ed invece il Matrimonio è un Sacramento, è come se quel genitore che sta spronando il bambino ad abbandonare i gesti infantili, dia insieme con l’esortazione anche i mezzi, gli strumenti per poterlo fare. E così fa il Signore con il Sacramento del Matrimonio. Cari sposi, non accontentatevi del povero (simil)matrimonio che vi dà il mondo, voi siete fatti per molto di più, siete fatti per l’eternità.

Giorgio e Valentina.

Correzione? È vera solo con amore.

Oggi vorrei riprendere l’argomento del Vangelo di ieri. Come sapete Luisa ed io non scriviamo che poche righe lasciando un commento più articolato al caro padre Luca che ci offre sempre spunti molto interessanti.

Ieri ho già anticipato qualcosa della mia riflessione ma credo vada approfondita perchè è una parte del matrimonio che spesso non viene compresa e interpretata male. Mi permetto di proporre alcuni punti di riflessione.

La correzione fraterna è fruttuosa solo dentro una relazione d’amore. Quanti litigi online, quante parole al vento. Quante offese. Spesso mi succede di assistere a persone che cercano di correggere i fratelli sui social. Ecco non fatelo. Non serve a nulla! Serve solo a malumori e scontri. Avrete anche le migliori intenzioni ma la vostra correzione non è accolta come tale ma come un giudizio freddo e spietato. E come tale sarà trattato con risposte piccate e spesso maleducate. Io ci sono caduto diverse volte. Adesso ho imparato. Difficilmente commento post di sconosciuti con i quali non mi trovo d’accordo. Una correzione è accolta come tale solo quando ci è donata (perchè di dono si tratta) da chi ci conosce e ha dimostrato di volerci bene. Solo così il nostro cuore sarà recettivo e aperto all’ascolto.

La correzione non può dimenticare la misericordia. Come ho scritto ieri, la correzione necessità dello sguardo di Cristo. Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio.

Ma cosa significa esattamente questo? Significa che quando correggiamo o rimproveriamo nostro marito o nostra moglie, non dobbiamo farlo solo per esprimere la nostra frustrazione o per far sentire l’altro in colpa, ma dobbiamo farlo con uno sguardo di amore e misericordia. Dobbiamo cercare di comprendere le sfide, le debolezze e le difficoltà dell’altro, in modo da poter offrire una correzione che sia costruttiva e che favorisca la crescita e il cambiamento positivo.

Quando rimproveriamo l’altro con uno sguardo di misericordia, stiamo comunicando all’altro che ci preoccupiamo per lui, che crediamo nel suo potenziale e che vogliamo aiutarlo a migliorare. Questo tipo di approccio crea un terreno fertile per il perdono, la riconciliazione e il rafforzamento dei rapporti. D’altra parte, se rimproveriamo l’amato/a con uno sguardo severo e giudicante, è probabile che la persona si senta attaccata, respinta o addirittura ferita. Questo può danneggiare la fiducia e il legame tra le persone coinvolte e rendere difficile qualsiasi possibilità di crescita e cambiamento.

Quindi, la prossima volta che ti trovi nella situazione di dover correggere il tuo sposo o la tua sposa, prova a metterti nei suoi panni. Cerca di vedere le cose dalla sua prospettiva e chiediti come puoi aiutarlo nel modo migliore possibile. Lascia che lo sguardo di Cristo guidi le tue parole e le tue azioni, in modo che possa scaturire un effetto positivo e trasformativo nell’altro.

Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo. La correzione non è solo una questione di parole, ma anche una questione di cuore. Dobbiamo essere pronti a metterci in discussione, ad ammettere i nostri errori e ad essere disposti a crescere insieme. Solo allora possiamo veramente aiutare la persona che abbiamo sposato a diventare la migliore versione di sè stessa.

Il bene è bene e il male è male. Spesso succede che per evitare discussioni e tensioni uno dei due sposi evita di mettere in discussione il comportamento sbagliato dell’altro. Anzi a volte, per il quieto vivere, decide di assecondare quei comportamenti. Voglio essere molto chiaro e diretto. Mi riferisco all’intimità. Tuttavia, è importante essere molto chiari e diretti quando si tratta di questioni intime. Ad esempio, può succedere che degli uomini, cresciuti con l’educazione distorta della pornografia, desiderino mettere in pratica ciò che hanno imparato con la propria sposa. Questo può tradursi in richieste di sesso orale completo e, non di rado, di sesso anale. La donna non è felice di assecondare ma a volte si presta sentendosi poi non amata e in colpa per quanto fatto. Ricordate che il male resta male e diventa come un veleno che piano piano entra nella relazione. Quindi il mio consiglio è di non assecondare queste richieste. L’intimità è meravigliosa quando crea comunione. Questo modo di viverla fa solo sentire usate.

L’amore non è permaloso. Amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei (o lui) non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

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“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

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Il matrimonio secondo Pinocchio /11

Siamo alla fine del capitolo 6:

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. -Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi li occhi. – Sono io! – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.

In queste poche righe che chiudono il sesto capitolo è racchiuso l’umano dramma della lontananza dal Padre e la Sua risposta nell’economia della salvezza. Abbiamo già meditato su come allontanarsi dal Padre ci faccia ritrovare in una stanza vuota, che è principalmente la stanza del nostro cuore, la stanza del nostro essere. Quando si vive così ci si ritrova come dei diseredati della regalità che pure ci era stata immeritatamente donata; e si vive, o meglio, si sopravvive come Pinocchio in una tranquilla incoscienza senza angosciarsi del proprio stato. Pinocchio, che è il prototipo di noi quando facciamo i “figliuol prodighi”, senza Geppetto

  • non riesce a fare quello che deve,
  • né a capire quello che sa,
  • né a volere quello che vuole,
  • né a essere quello che è.

E’ così anche per noi sposi quando ci allontaniamo dal Padre, basta fare qualche esempio:

  • non riusciamo a fare il nostro dovere di marito/moglie oppure di genitori: lo sappiamo che dobbiamo amare il nostro consorte con lo stile di Gesù ma non ci riusciamo.
  • non riusciamo a capire quello che sappiamo: non capiamo fino in fondo la fedeltà nonostante la sappiamo, non capiamo la gravità dell’aborto o della pornografia nonostante sappiamo essere male.
  • non riusciamo a volere quello che vogliamo: vogliamo un matrimonio felice ma non riusciamo a volerlo e restiamo nella sufficienza, rimane una relazione che a stento galleggia come una barca crepata, vogliamo perdonare ma non riusciamo a volerlo perché pensiamo di avere sempre ragione, vogliamo godere del Paradiso e non riusciamo a volerlo, la nostra vita sembra dire il contrario.
  • non riusciamo ad essere quello che siamo: siamo istituiti come sposi in Cristo, come icona dell’amore Trinitario e non riusciamo ad esserlo nemmeno tra le nostra mura domestiche e all’esterno testimoniamo solo lamentele.

Quando si vive lontano dal Padre la vita scorre col suo tran-tran ma l’anima è come intorpidita, e come Pinocchio “seguitiamo a dormire e a russare, come se i nostri piedi siano quelli di un altro“; facciamo cose ma come degli automi, come se un giorno sia uguale all’altro, non ci accorgiamo che la Grazia opera continuamente perché stiamo russando forte.

Finalmente qualcuno bussa alla porta del nostro cuore, e non a caso avviene “sul far del giorno“, chiaro richiamo all’alba della Risurrezione, ma soprattutto è stupefacente la risposta di Geppetto con quel: “Sono io“. Un frase ricorrente nella Parola di Dio come la voce del roveto ardente che dice a Mosè :”Io sono” (Es 3,14); Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24); ancora Gesù ai soldati che stanno per arrestarlo: “Sono io“.

La nostra risurrezione, la risurrezione del nostro matrimonio, non comincia fino a quando non ci “svegliamo” perché percepiamo una presenza: quel “qualcuno” che bussa alla porta del nostro cuore. Al risonare della voce di Geppetto, Pinocchio si rende finalmente conto della propria miseria e insieme intravede la strada per uscirne, nella presenza di colui che lo può ricreare, ed è così anche per le molte conversioni avvenute dopo che si è toccato il fondo, il Signore nella Sua infinita Sapienza permette tutto ciò per trarne un bene ancor maggiore.

Ci sono molte testimonianze di sposi – alcuni li conosciamo di persona – che stavano dormendo e russando forte alla stregua di Pinocchio: il loro matrimonio era sull’orlo non di una crisi ma di una separazione già quasi in atto, vivevano sotto lo stesso tetto come due sconosciuti… poi “sul far del giorno” sentirono bussare alla porta del loro cuore e cominciò la Risurrezione.

La redenzione è, in primo luogo, una manifestazione di esistenza; la salvezza si gioca sul piano dell’essere e non delle idee : la presenza nel nostro cuore di Colui che si definisce “Io sono“, l’inabitazione nel nostro essere di Colui che è, la sempre più perfetta sovrapposizione del Suo Essere con il nostro essere.

Cari sposi, vogliamo risorgere a matrimonio nuovo? Cominciamo ad accorgerci di tutte quelle volte in cui sentiamo bussare alla porta del nostro cuore e sentiremo la voce del Signore: “Sono io“.

P.S. : la porta del nostro cuore ha la maniglia solo all’interno.

Giorgio e Valentina.

Contemplare Maria Santissima nella sua infanzia

Riccardo: nella festività della nascita di Maria Santissima siamo invitati a contemplare la mamma celeste nella sua infanzia. Come ci ha detto una sorella del ordine delle suore della carità del santuario di Maria Bambina di Milano: Lei è piccola, però è grande. Maria desidera la nostra tenerezza, il nostro affetto di figli; vuole essere presa in braccio da noi ed essere cullata come segno del nostro amore per Lei.

Alessandra: pur essendo io nata l’otto settembre, vi potrà sembrare strano, ma fino alla mia seconda gravidanza, quella del nostro Pietro di tre anni, non avevo mai visto una raffigurazione o una statuina di Maria Bambina, non conoscevo neanche questa forma di devozione a Lei. Era marzo del 2020 e ci trovavamo in pieno lockdown, ero al terzo mese di gravidanza ed ero ricoverata nel reparto di patologia della gravidanza della Mangiagalli a Milano, per sottopormi ad un delicato intervento chirurgico.

La sera prima dell’intervento ero davvero spaventata a morte e mi sentivo sola, non potendo abbracciare mio marito. Quanto avrei voluto averlo lì vicino a me, invece le misure anti-covid prese dal governo, mi costrinsero a salutarlo dalla finestra della mia stanza. La mia gravidanza era davvero un miracolo, perché arrivata dopo mesi di ricerca, di preghiere e di pellegrinaggi. Temevo che quella creatura potesse nascere gravemente prematura come già accaduto alla sorellina subito salita al cielo dopo il parto.

Accesi il televisore e mi misi così a recitare il Santo Rosario in diretta da Lourdes. Si stava facendo un po’ buio, cercai quindi di accendere la luce sopra al mio letto, ma non ci riuscivo perché c’era incastrato qualcosa, con mia sorpresa vidi poi cadere un santino che raffigurava Maria Bambina con la preghiera della mamma in attesa. Recitai quella preghiera con il mio sposo per tutto il periodo della gravidanza, ma non portai via con me quel santino, lo fotografai con il telefono e lo rimisi a posto, pensai che un’altra mamma con una gravidanza a rischio ricoverata li avrebbe potuto sentirsi isolata e sconfortata come me e allora Maria Bambina sarebbe venuta subito in suo aiuto.

Qualche tempo fa vidi in un negozio di antiquariato una statuetta di Maria Bambina sotto una campanella di vetro, decisi di acquistarla e di porla in un punto centrale e di passaggio della casa dedicandole un piccolo angolo fiorito. Scoprii poi che statuine come la mia venivano portare come regalo di nozze agli sposi in modo da divenirLe così devoti; Maria vuole davvero sentirsi accarezzata e benvoluta da ogni coppia di sposi cristiani e per questo si fa piccola! Lo fa per potersi far coccolare fra le loro braccia come pargoletta.

Riccardo: Da tempo avevamo quindi il desiderio di visitare il santuario di Maria Bambina delle suore della carità, ma essendo lontano da casa nostra abbiamo sempre rimandato, finché a fine agosto lo Spirito Santo ci ha presentato “casualmente” un articolo su Avvenire che esponeva il programma per la festa della natività di Maria Bambina presso quel santuario con l’inizio della novena a Maria Bambina in data 30/08. Abbiamo così esclamato: Ecco fra tanti impegni ci eravamo dimenticati, è vero tra poco è la sua festa! siamo ancora in tempo a iniziare la novena.

E così il giorno dopo, dopo un tragitto in macchina e due linee della metropolitana siamo arrivati in zona Crocetta, vicino al santuario. Avevamo anche deciso di approfittarne visto il lungo tragitto e confessarci al Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (a pochi metri dal santuario di Maria Bambina). Con nostra grande sorpresa ci siamo accorti che veramente lo Spirito Santo non ci conduce mai in un luogo per caso e in un momento qualunque perché abbiamo scoperto che questa chiesa è conosciuta come la chiesa degli sposi. Infatti, secondo una antica tradizione, gli sposi di Milano, dopo la celebrazione del sacramento del matrimonio nella propria parrocchia, si recavano presso il santuario per portare fiori alla Beata Vergine Maria e ricevere la benedizione. Molti sposi ritornavano poi per il loro anniversario. Ancora oggi, in questo santuario di Maria presso San Celso, viene celebrata una Santa Messa ogni ultima domenica del mese alle ore undici per i coniugi e le famiglie che in quel mese festeggiano il loro anniversario di nozze.

Ma le sorprese da parte dello Spirito Santo non finivano qui, infatti abbiamo poi notato che nel santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso sono presenti gli abiti del Beato Cardinal Schuster e pensate il 30 agosto, giorno della nostra visita in quel santuario era proprio il giorno della memoria del Cardinal Schuster. Tutto ciò è davvero incredibile, perché ci porta alla comprensione che forse noi non sappiamo dove stiamo andando (avevamo letto che presso il Santuario di Santa Maria dei Miracoli si svolgevano sempre le confessioni durante gli orari di apertura del santuario e siamo andati lì solo per quello), però Lui ha già tracciato il Suo percorso per noi ed è veramente stupendo! Ogni cammino dello Spirito Santo ci ha sempre condotti a un sentimento di stupore ed è questo l’atteggiamento a cui noi cristiani siamo continuamente chiamati: all’adorazione che è lo sguardo di un bambino che davanti ai disegni del Padre con stupore si porta una mano alla bocca e fa wow!

Alessandra: Ci siamo poi recati al Santuario di Maria Bambina per iniziare insieme alle suore della carità la novena a Maria Bambina e siamo venuti a conoscenza di una tradizione: quella di iscrivere i nuovi nati  sul libro dei bambini di Maria Bambina; le suore hanno così iscritto Pietro dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci hanno consegnato una pagellina con scritto il suo nome e con all’interno una medaglietta che i genitori si impegnano a far portare al proprio figlio quando diventerà più grande, un pezzetto di cotone strofinato sulla statua Santa di Maria Bambina e un santino con la preghiera della mamma per la sua creatura. Le suore della carità ci hanno inoltre dato in dono un capo culla con Maria Bambina con fiocco azzurro che secondo l’usanza la mamma prendeva l’impegno di far baciare ogni sera al suo bambino finché non avesse imparato la preghiera dell’Ave Maria.

Essendo  arrivati con largo anticipo per il Santo Rosario e la Santa messa, siamo saliti dietro l’altare, attraverso una scalinata, per pregare Maria Bambina proprio ai suoi piedi e in quel momento faticavo a trovare le parole, anche se una supplica nel nostro cuore c’era, ma tanta, troppa era la gioia; avevo solo la vista annebbiata per le lacrime negli occhi che cercavo di trattenere e abbiamo pregato così Maria Bambina: vorremo tenerti in braccio, cullarti tra le nostre  braccia di genitori, accarezzare le tue guancette rosee e dirti quanto ti vogliamo bene. Una sorella poi ci disse: la vostra intenzione è già stata accolta, avete preso in braccio Maria Bambina.

Riccardo: avevamo già intuito con la nascita del nostro progetto di evangelizzazione di Mandati a due a due che il Signore ci aveva chiamati all’apostolato, e dopo quanto successo il nostro padre Spirituale, con buon discernimento, ci ha confermato che lo Spirito Santo ci vuole come operai nella Sua messe per salvare i matrimoni e le famiglie, ricordandoci che Suor Lucia di Fatima disse: Lo scontro finale tra il Signore e il regno di satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Per poterci impegnare maggiormente nell’apostolato abbiamo quindi deciso di frequentare un corso presso l’ateneo pontificio Regina Angelorum che è il corso per direttori spirituali di coppie sposate che ha come docenti universitari Don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali che scrive qui sul blog.

Frequenteremo questo corso separatamente a causa dei vari impegni familiari; quest’anno inizierà Alessandra che è già stata ammessa e il successivo lo seguirò io. Affidiamo quindi a Maria tutte le famiglie che camminano con noi sulla via della santità matrimoniale tramite il nastro progetto di Mandati a due a due. Ringraziandola per aver preso dimora con Suo figlio Gesù nel nostro perenne abbraccio d’amore.

Alessandra e Riccardo

Amore è servire. Anche per lui.

Ho ricevuto alcuni giorni fa una richiesta specifica da parte di una lettrice del blog. Mi ha chiesto di scrivere un articolo sull’importanza di condividere l’impegno dei lavori domestici. Lei lamenta la mancanza totale di aiuto da parte del marito abituato ad essere servito in casa in tutto e per tutto dalla madre. Ho pensato fosse utile rispondere a questa richiesta perché non sono poche le famiglie dove ancora c’è questo atteggiamento. Mi permetto quindi alcune riflessioni e attendo naturalmente i vostri commenti e le vostre testimonianze che possono sicuramente arricchire la questione. Premetto che ogni situazione e a sé. Un conto è il caso di lui che lavora fuori fino a tardi e lei è casalinga ed un altro quello dove entrambi lavorano fuori. Però alcune considerazioni generali si possono fare. Poi ognuno le può declinare nella propria situazione.

La famiglia di origine. Abramo ci è maestro in questo. Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Cosa significa abbandonare il nostro paese? Significa uscire dalla nostra cultura. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Sono le nostre abitudini. Sia chiaro, non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non vogliamo rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi. Per questo non possiamo pretendere che nostra moglie sia l’alter ego di nostra madre. Senza contare che i tempi sono cambiati e che oggi gli impegni lavorativi sono spesso oberanti per il marito come per la moglie. Non possiamo adagiarci sull’abitudine ma il matrimonio ci chiede il dono totale, ricordiamolo. Noi siamo servi per amore, non siamo i signori di nostra moglie o di nostro marito.

Differenza uomo/donna. Molti credono ancora che determinate occupazioni siano prevalentemente femminili. Magari non lo ammettono apertamente, ma poi si capisce da come si comportano nel concreto. Ecco! Questa obiezione non ha alcun fondamento se non culturale. Certamente esistono delle differenze tra uomo e donna. Certamente esistono delle predisposizioni, delle sensibilità, delle abilità più femminili e altre più maschili, ma tutto ciò non riguarda i lavori domestici. Pulire il bagno, cucinare, fare la lavatrice, rifare i letti e tutto il resto, sono occupazioni che possono benissimo essere fatte sia dai mariti che dalle mogli. Voi mariti non sentitevi di aver chissà quale merito se fate qualche servizio in casa. Avete semplicemente fatto ciò che dovevate e forse molto meno di quello che avreste dovuto. E voi mogli? Anche voi siete spesso dentro questa mentalità. Vi lamentate, ma poi non permettete che vostro marito si occupi di determinati lavori perchè lo considerate incapace. E se glieli lasciate fare siete pronte a criticare il modo e il risultato. Ecco! Non fatelo. Se un determinato lavoro decide di farlo lui lasciategli la libertà di farlo come piace a lui senza criticare ogni cosa. C’è modo e modo di fare critiche, con amore o con sprezzo. Il nostro padre spirituale era categorico su questo.

L’amore fa la differenza. Io sono stato un figlio abbastanza viziato. Non ho mai rifatto neanche il mio letto a casa. Cosa mi ha salvato? Sicuramente mi ha fatto bene andare a vivere da solo a ventidue anni. Però non è bastato. Portavo ancora i panni a casa da mammà per farli lavare e avevo la casa che sembrava una discarica dal casino che c’era in giro. C’è da cambiare mentalità e l’amore ti permette di farlo, se ti lasci plasmare. Io mi sono sposato con Luisa e con lei ho iniziato un percorso di conversione anche da questo punto di vista. Ho compreso con il tempo come i lavori di casa non fossero solo un peso, qualcosa da dover fare e da sbolognare a mia moglie quando possibile. Se nel matrimonio ci metti tutto, i lavori domestici diventano anche un privilegio. Continueranno ad essere magari pesanti e noiosi ma mi daranno anche gioia. Perché? Perchè l’idea di servire mia moglie e la mia famiglia mi fanno stare bene. Se la sera io lavo i piatti e Luisa si può stendere un attimo sul divano mi fa stare bene. Se io lavo i pavimenti e Luisa può pensare ai suoi compiti per la scuola mi fa stare bene. E così via. Ognuno può mettere la propria storia e la propria testimonianza. Il matrimonio è fantastico anche per questo. Servire diventa gioia. L’impegno un’opportunità per amare. I lavori domestici diventano sacri perchè ti permettono di amare vostra moglie e, attraverso di lei, di amare Dio.

Concludo affermando che il vero uomo non è quello che si mette in poltrona e tratta la moglie come fosse la cameriera. Il vero uomo è quello capace decentrare lo sguardo da sè verso la propria sposa, capace di capire la fatica dell’amata e capace di servire per amore. Mettersi al servizio diventa la modalità ordinaria per amare. Nella famiglia amare fa rima con servire.

Antonio e Luisa

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Dai un nome al tuo peccato

“Riconosco la mia colpa, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi.”

Ultimamente questo versetto del Salmo 50 mi ronza intorno, insistente. Riemerge dalla memoria e, visto che ha bussato al cuore due o tre volte, ho ripescato il testo per una rilettura. È il canto del peccatore, di chi si riconosce misero e povero, di chi spera nella salvezza del Signore perché bisognoso e colpevole.

Ora ho capito perché mi frulla in testa: nel Matrimonio accade esattamente questo. Il tuo peccato (e tu sai quale, sì, proprio quello) ti sta sempre dinanzi. Il coniuge è lo specchio della tua bellezza creaturale ma anche di quelle brutture che ogni tanto provi a nascondere. Non esiste peccato che il Signore non riesca a portare alla luce, per amarti interamente. E siamo fortunati, noi sposi! Abbiamo chi smaschera nel quotidiano le nostre debolezze, abbiamo qualcuno a cui non interessa la nostra perfezione ma, anzi, ama riportarci ogni volta con i piedi per terra.

Questa è una grazia! Questo è dono!

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia” scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. La lucidità con cui parla di sé stesso mi ha sempre suscitato una certa invidia. È chiaro, netto, tagliente. Per ben due volte nella stessa frase (e da professoressa cerchierei in rosso l’errore) rimarca la superbia di cui sarebbe ostaggio, senza quel peccato che lo perseguita. Non sappiamo esattamente quale sia (alcuni studiosi sostengono fosse un iracondo) ma nemmeno ci interessa. La sua spina è la nostra spina, il suo peccato è il nostro. Dobbiamo riuscire a dare un nome ai nostri peccati: il mio padre spirituale non mi lascia scampo in confessione! E sa quanto è importante riconoscere che il peccato non è quella precedenza non data, quell’elemosina non fatta, quella parola brutta, ma ha un nome preciso. Non nascondiamocelo: siamo bravi “evasori di vizi” quando ci fa comodo (ossia quando parliamo di noi – sugli altri, invece, nessuna pietà!). Devi dare un nome al tuo peccato: è la superbia? Chiamala così. È la lussuria? E sia. È la gola? Finalmente lo hai capito. A volte vanno scovate queste spine, specie se si celano tra le foglie del buonsenso, del politicamente corretto, del ‘si è sempre fatto così’ o del ‘in fondo non faccio nulla di male’. Chissà quanti peccati non riconosco, nelle mie giornate!

Per grazia, nel Matrimonio, abbiamo un memorandum vivente che ci accompagna nella vita: è il nostro sposo, la nostra sposa. Colui o colei che sa spendere le parole più belle per noi ma anche quelle più dure e veraci. Perché ci conosce almeno un poco (o dovrebbe!) e sa riconoscere le nostre spine. Da quando sono sposata i miei peccati mi stanno sempre dinanzi con una chiarezza pazzesca. Non serve che mio marito me li faccia notare ma (e ritengo questa una grazia) è la nostra relazione che me li evidenzia, specie quando monto in superbia come Paolo e penso che non sono poi tanto male. Ho scovato le mie spine una ad una, specialmente durante il fidanzamento (e continuo a trovarne, ahimè!), quindi in una relazione. E, nella stessa relazione ora elevata a Sacramento, le ritrovo pressoché immutate… ma più evidenti. Ci sono spine che riusciamo a smussare e spine che resteranno nella carne, come quella di Paolo, per tutta la vita. Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: siamo peccatori! Ecco, Signore, la mia debolezza, ecco il nodo che non so sciogliere, che non posso slegare da solo. Ecco la mia superbia, ecco la mia sfiducia, ecco la mia avarizia…

A volte mi scoraggio per quante spine vedo in me stessa. È allora che mi ricordo cosa Dio disse a Paolo, che per tre volte lo pregò di allontanare da sé quel peccato: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. So che la consolazione della grazia sta nel riconoscere ‘felice’ la nostra colpa, che meritò un così grande Salvatore (citando l’Exultet). A noi sposi è dato di riconoscere meglio e in modo più nitido queste spine non per autocommiserarci, non per fustigarci con digiuni, ma per camminare nella Verità di noi stessi. Senza mistificarci, senza metterci sul piedistallo considerandoci ‘arrivati’, sistemati, a posto. Le spine ci sono date per riconoscere Dio come Salvatore e noi come creature.

Possiamo aver fatto mille pellegrinaggi e missioni, avere la responsabilità di tre oratori diversi, frequentato i migliori corsi vocazionali ed aver avuto persino il Papa a benedire le nostre nozze… Senza vedere le nostre spine (che lì restano, badate bene) non ci siamo mossi di un millimetro. Senza riconoscerci peccatori ogni giorno non c’è posto per il Signore nella nostra vita ma ci siamo solo noi: magari cristiani provetti ma col cuore di pietra.

Sterminerò al mattino tutti gli empi del paese / per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male” recita il Salmo 101. Qualcosa non torna: se ogni mattina riesco a sterminare tutti gli empi del paese… perché questa operazione va ripetuta ogni mattino? Ci sono empi che non ho scovato il mattino prima? Il salmista si è sbagliato. Oppure… la “città del Signore” sono proprio io e ogni giorno devo fare pulizia dei miei peccati, che puntualmente mi accompagnano. Le spine, appunto.

Siamo chiamati a fare pulizia, cari sposi. I nostri peccati più affezionati ci staranno sempre dinanzi ma proprio in questi ci scopriremo veramente Amati: prima di tutto dal Signore, poi dal nostro sposo o sposa. Siamo entrambi chiamati ad una totale accoglienza dell’altro, come ci siamo promessi all’altare. E c’è grande pace in questo.

Giada di Nesentilavoce

Valigie pronte!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 4,13-18) Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

In questi giorni la Chiesa ci sta offrendo vari brani dalle lettere di S. Paolo ai Tessalonicesi, ed hanno sicuramente il pregio di essere chiare e di facile comprensione tanto per i dotti quanto per i semplici, poiché affrontano temi della vita quotidiana che restano validi per gli uomini di ogni tempo, di ogni cultura e di ogni estrazione sociale. Oggi facciamo tappa in Paradiso, tappa di natura solo meditativa perché sappiamo che in realtà esso è eterno perciò non può essere tappa per sua natura, semmai è meta definitiva. Ci lasciamo provocare dal brano in questione per provare a delineare qualche tratto del nostro rapporto con l’Aldilà.

Sempre più spesso ormai si sta diffondendo, ahinoi anche tra i cattolici, la pratica della morte indolore, dell’indurre all’incoscienza il moribondo per non farlo soffrire “inutilmente” e aspettare che la morte sopraggiunga mentre la persona è in questo stato. Non vogliamo affrontare il delicatissimo tema delle cure palliative e di sollievo dalla sofferenza, per il quale servono altre competenze.

Il problema non è decidere se la morfina (o altri farmaci simili) sia più o meno moralmente accettabile (ed in quali dosi sia meglio) per alleviare il dolore del malato, il problema che vogliamo mettere in luce sta molto prima di questa decisione. Il problema sta nel preparare il nostro caro ad affrontare il dolore e la morte, qua sta il punto cruciale sul quale molti inciampano nelle scelte per i propri cari e/o del proprio coniuge.

Questo mondo ci vuole far credere che la vita sia tutta qua, in questo mondo, che non esista l’aldilà, che il Paradiso sia solo un’invenzione dei preti per sfamare la nostra brama d’eternità, che i nostri corpi mortali non siano chiamati alla risurrezione, che tutto finisca con la morte e che oltre esista solo il nulla. Purtroppo questa mentalità si è insinuata nella vita di molti cristiani, i quali hanno bevuto questo veleno spirituale senza rendersi conto della sua tossicità mortale.

Seguendo questa mentalità nemica della nostra natura di creature destinate all’eternità, molte persone lasciano che i propri cari si avvicinino alla morte privandoli dell’ultimo appello della misericordia divina, dell’ultimo treno della misericordia, dell’ultima possibilità di pentimento prima di incontrare la Giustizia, ovvero li privano deliberatamente dei Sacramenti “in articulo mortis“, senza nemmeno interpellare il malato in questione. Ci sono moltissime testimonianze di persone convertite in punto di morte: persone che hanno chiesto perdono al Signore delle proprie malefatte e che si sono affidate alla misericordia divina solo negli ultimi istanti della propria vita, persone che si sono salvate per il rotto della cuffia; uno su tutti è il famosissimo buon ladrone, uno dei due crocifissi a lato di Gesù.

Cari sposi, se abbiamo deciso di amare ed onorare il nostro coniuge tutti i giorni della nostra vita, siamo sicuri che lasciarlo morire addormentandolo piano piano nell’incoscienza, senza che prima abbia ricevuto il conforto degli ultimi Sacramenti, sia un atto di amore nei suoi confronti?

Onorare il nostro coniuge, tra le altre cose, è anche onorare la presenza reale di Cristo tra noi, è anche onorare la inabitazione della Trinità stessa dentro il suo corpo e dentro la sua anima, e questo significa riconoscere che quello non è solo il corpo mortale del nostro coniuge, è il corpo con cui Cristo ha deciso di raggiungermi col Suo amore in modo unico e personalizzato, magari per tantissimi anni di matrimonio.

Lasciar morire deliberatamente il nostro coniuge privandolo dei Sacramenti lo potremmo definire come un atto di tradimento, tradimento della nostra vocazione, tradimento dell’amore che abbiamo deciso di mettere in atto, tradimento del nostro Matrimonio Sacramento, poiché è una decisione che disonora la presenza reale di Cristo tra noi. Se io fossi Cristo in persona, lascerei morire mia moglie/mio marito senza donargli/le la salvezza eterna?

Facciamo forse mille regali al nostro amato durante gli anni del matrimonio, ma se prima che perda conoscenza gli regaliamo gli ultimi Sacramenti, quest’ultimo regalo sarà quello più bello, più importante, più apprezzato e più duraturo di tutti, avremo regalato l’eternità. Molti si affannano per regalare anche solo un mese di vita in più in questa vita ai propri coniugi, ma poi non pensano di regalare l’eternità che è infinitamente di più di un mese quaggiù.

Coraggio sposi, questa vita non è la nostra vera casa, è come se stessimo in un hotel, non è casa, gli sposi felici sono quelli che hanno sempre le valigie pronte per tornare alla casa del Padre.

Giorgio e Valentina.

Pensi secondo Dio?

Sapevate che il Vangelo di ieri e in stretta attinenza con il Vangelo della domenica precedente? Vi ricordate cosa abbiamo ascoltato otto giorni fa? Vi rinfresco la memoria: Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Quanto abbiamo ascoltato ieri avviene subito dopo questo dialogo tra Gesù e Pietro. E cosa dice Gesù a Pietro: Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Insomma Pietro non ha fatto in tempo a gasarsi per i complimenti ricevuti dal Maestro che immediatamente si prende una lavata di capo. Viene chiamato addirittura satana. Povero Pietro! In realtà Gesù sta preparando Pietro e con lui i discepoli tutti. Con questo Vangelo sta parlando ad ognuno di noi! Sta dicendo a Pietro qualcosa di decisivo: non basta riconoscermi come il Cristo ma devi riconoscermi anche nella croce! Devi riconoscermi come il Signore anche nello scandalo della croce.

È un’esperienza comune per molti di noi cadere nell’errore di Pietro e fraintendere il vero significato di stare con il Signore. Anche come sposi, spesso ci troviamo a imboccare la strada sbagliata. Le difficoltà ci raggiungono e ci sentiamo traditi. Potremmo pensare: Gesù, ti ho riconosciuto come il Signore della mia vita e del mio matrimonio. Perché devo affrontare tutto questo? Non me lo meritavo! Ma è importante ricordare che Gesù non ci ha mai promesso che la vita sarebbe stata priva di sfide.

In realtà, Gesù ci mette in guardia proprio da questa mentalità, che è basata su un modo di ragionare terreno e limitato. Egli ci invita a guardare oltre le circostanze difficili e ad affidarci completamente a Lui. Quando ci abbandoniamo nelle Sue mani, scopriamo che il nostro rapporto con Dio diventa più intimo, e si sviluppa una fiducia profonda e incondizionata.

La nostra fede in Gesù ci permette di affrontare sia le difficoltà che le gioie del matrimonio con una prospettiva diversa. Invece di pensare che tutto ciò che ci accade sia una punizione o un’ingiustizia, possiamo guardare a queste prove come opportunità per crescere, imparare e rafforzare la nostra relazione con Dio e con il nostro coniuge.

Quando ci troviamo in momenti di crisi o sfida nel matrimonio, possiamo rivolgerci a Dio in preghiera, chiedendo la Sua guida, la Sua forza e la Sua saggezza. Gesù è lì per camminare al nostro fianco in ogni passo del nostro viaggio matrimoniale, per darci la grazia di superare ogni difficoltà e per farci crescere nello scopo e nell’amore che Lui ha per noi.

Quindi, non permettiamo che la delusione o la confusione ci allontani da Dio. Piuttosto, affrontiamo queste sfide come un’opportunità di avvicinarci a Lui, imparando ad amare come Lui ama e a perdonare come Lui perdona. In questo modo, il nostro matrimonio diventa un riflesso dell’amore incondizionato di Dio per noi e un’occasione di testimonianza per gli altri.

Antonio e Luisa

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Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto

So che mio marito ha una parte di me dentro di sé e questo ci rende più uniti e anche in grado di testimoniare che la malattia si può affrontare in maniera coraggiosa. Oggi Marco è una persona che vive grazie a a me, non mi pentirò mai di questo dono e non avrò mai rimpianti”. Così scriveva, per un’intervista, una moglie che aveva donato un rene al proprio marito.

La Parola di oggi pare sia tutta centrata sulla Croce e sul doverla accettare nella nostra vita. Senz’altro è vero, tuttavia guardando ogni singola lettura troviamo un interessante fil rouge che le attraversa ed è di taglio proprio nuziale. Geremia ammette che il Signore lo ha sedotto, il salmista riconosce che è la sua stessa carne a desiderare il Signore e San Paolo parla del dono del corpo al Signore…

Fin qui c’è un che di romantico nella Liturgia se non altro che Gesù porta ciascuna di queste letture alla pienezza: il dono di sé, il desiderio più ardente, la seduzione più travolgente diventano veri e completi se passano dal crogiuolo della croce, della sofferenza, del dolore. S. Francesco, in una celebre omelia rivolta al conte Orlando di Chiusi della Verna, disse: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”.

Cari sposi, non ce l’avete facile per nulla a vivere un amore così, circondati da stili di vita matrimoniale in cui lo sforzo, la fatica, la sofferenza sembrano perdite di tempo. Sebbene in tanti non vi capiscano, sappiate e state certi che dare la vita fino in fondo a Cristo, tramite il vostro coniuge, è la missione più bella che vi poteva capitare. E ciò che vi è costato e vi costa perché sia così, un domani sarà il vostro più bel trofeo.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, io porto al collo una croce. Che significato do a quella croce? E’ come il cornetto rosso o il ferro di cavallo? Oppure indica un’appartenenza e una direzione? Io non lo so e ho un po’ paura di scoprirlo. Perchè la fede si misura con la croce non a parole. Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Una vita in vacanza (?)

Cari sposi, eccoci qua, il mese più temuto è arrivato… settembre, che in ebraico si dice “Golgota” … Scherzi a parte, se è bene anelare a un prolungamento delle ferie e dei giorni di meritato riposo, è altrettanto importante per la vostra santificazione il ritorno alla vita ordinaria. Perché è soprattutto lì dove Gesù vuole che diate frutti di vita cristiana, frutti di santità.

Dice Papa Francesco: “Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (Gaudete et exsultate, 14).

Don Fabio Rosini, nel suo ultimo libro “L’arte della buona battaglia”, ricorda quanto il pensare e l’anelare di essere altrove, la sottile bramosia di qualcos’altro che non sia il mio hic et nunc costituisca una vera e propria tentazione del maligno che ruba o quantomeno sminuisce quelle energie che dovremmo dedicare all’adesso.

Quanto bene l’ha espresso Blaise Pascal quando scrisse: “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali” (B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1962).

Vi siete mai chiesti perché è proprio l’ordinario il momento più fecondo per crescere nella santità personale e di coppia? Direi che ci sono due grandi motivi, uno più generico che si applica ad ogni persona e uno invece totalmente sponsale.

In primo luogo, perché la virtù richiede una ripetizione di atti buoni. Solo così può trasformarsi in abitudine e quindi entrare a formar parte del mio modo di essere. C’è un detto che apprezzo moto e recita così: “dammi un atto e ti darò un atteggiamento, dammi un atteggiamento e ti darò un destino eterno”. Il Catechismo (n. 1803 e seguenti) esprime appunto questo concetto, il bene ha bisogno di essere reiterato per divenire costitutivo della mia personalità e questo non avviene saltellando qua e là ma è di gran lunga aiutato quando diamo una certa stabilità alla nostra vita. Per cui la monotonia, lungi dall’essere un male, può divenire un grande alleato per la vita di grazia.

Inoltre, per voi sposi la vita ordinaria è proprio l’alveo entro cui scorre il sacramento del matrimonio. Papa Francesco ce lo ricorda bene: “In forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei” (Udienza generale, 2 aprile 2014).

Voi sposi avete una vocazione laicale, cioè di trasformare con il vostro amore nuziale, il mondo. Non è facendo cose speciali che raggiungete tale meraviglioso obiettivo ma è nella quotidianità, nella ferialità, nel grigiore della ripetitività. E questo perché “lo Sposo è con voi” come scrisse Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994).

Vi saluto e vi incoraggio ad iniziare il nuovo anno facendo leva proprio su questa verità di fede. Perciò vorrei citare per intero le parole di Papa Wojtyła, così cariche di gioia ed entusiasmo:

Il buon Pastore è con noi dappertutto. Com’era a Cana di Galilea, Sposo tra quegli sposi che si affidavano vicendevolmente per tutta la vita, il buon Pastore è oggi con voi come ragione di speranza, forza dei cuori, fonte di entusiasmo sempre nuovo e segno della vittoria della «civiltà dell’amore». Gesù, il buon Pastore, ci ripete: Non abbiate paura. Io sono con voi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Da dove tanta forza? Da dove la certezza che Tu sei con noi, anche se Ti hanno ucciso, o Figlio di Dio, e sei morto come ogni altro essere umano? Da dove questa certezza? Dice l’evangelista: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Tu dunque ci ami, Tu che sei il Primo e l’ultimo, il Vivente; Tu che eri morto ed ora vivi per sempre (cfr. Ap 1, 17-18)” (Lettera alle famiglie 18).

padre Luca Frontali

Siamo senza speranza?

Due giorni fa il caro Ettore ha pubblicato il suo articolo sul blog. Chi ci segue sa bene che Ettore è uno sposo separato ma fedele. Una condizione che sempre meno persone comprendono. E come al solito sotto il suo articolo il commento di una lettrice: perchè ostinarsi in una relazione finita. Questo commento mi ha suscitato una parola: speranza. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Ora torniamo a noi, coppie che cercano di far funzionare il matrimonio. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Non possiamo permettere che la mancanza di speranza e di prospettiva ci porti a rinunciare alle nostre relazioni più importanti.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva. Quindi, cari sposi, nell’affrontare le sfide e le fatiche della vita quotidiana, ricordatevi sempre della speranza che Dio vi dona. Nutrite il vostro amore con fiducia, con la consapevolezza che l’amore che condividete ha una dimensione che va oltre l’effimero, che si sviluppa in modo armonioso nell’eternità.

La speranza nel matrimonio è un faro che illumina le tempeste della vita con la sua luce rassicurante. Essa nutre la fiducia reciproca dei coniugi, instillando in loro la certezza che, indipendentemente dalle sfide che incontrano lungo il cammino, il loro amore è destinato a crescere e a durare. La speranza, come un fiore che sboccia, infonde bellezza e vitalità alla relazione, permettendo ai coniugi di affrontare insieme ogni avversità e di crescere spiritualmente nel loro legame.

La speranza nel matrimonio è anche una bussola che guida i coniugi verso un futuro luminoso e pieno di promesse. Essa li spinge a perseguire insieme i loro sogni e obiettivi, incoraggiandoli a crescere come individui e come coppia. La speranza alimenta la tenerezza e la gentilezza nell’amore coniugale, creando uno spazio sereno e sicuro in cui entrambi i partner possono crescere e sbocciare nella loro interezza.

Ma la speranza nel matrimonio non è soltanto una questione di aspettative positive e di un futuro roseo. La speranza è anche una virtù che ci permette di apprezzare e di vivere pienamente il presente. Essa ci invita a coltivare la gratitudine per ciò che abbiamo e per ciò che siamo, rafforzando così il nostro legame coniugale. La speranza ci consente di vedere il meglio nell’altro, di perdonare, di imparare dai nostri errori e di crescere insieme nel perdono e nella compassione.

Quindi, cari sposi, nel percorso matrimoniale ricordate sempre l’importanza della speranza. Coltivate questo dono prezioso e lasciate che essa sia il faro che illumina il vostro cammino, la bussola che vi guida verso un amore sempre più profondo e una vita condivisa piena di gioia e di significato. Siate testimoni della speranza che il sacramento del matrimonio offre, mostrando al mondo intero che un amore che si nutre di speranza è capace di superare qualsiasi sfida e di illuminare l’umanità stessa.

Senza la virtù della speranza anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

Cari sposi dobbiamo custodire il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

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Quando si diventa madri. Cosa dice la scienza.

Carissimi sposi in questo periodo di vacanza ho avuto tempo per leggere e ho trovato un sussidio davvero interessante nel testo Uomo e donna. Che cosa ci dicono le neuroscienze edito da San Paolo di Renè Ecochard. Il testo prende in esame le differenze (non siamo uguali o fluidi ma differenti) scientifiche (non dottrinali o culturali) tra uomo e donna durante tutto l’arco della vita. Ve lo consiglio è davvero interessante. Io mi soffermerò solo sul momento in cui uomo e donna, marito e moglie, diventano genitori.

Quando la donna diventa mamma: una trasformazione profonda e affascinante

Nella straordinaria fase della gravidanza e nei primi mesi successivi alla nascita, la donna sperimenta una trasformazione senza precedenti, che spesso è poco conosciuta e sottovalutata. Durante questo periodo, avviene una vera e propria maturazione del cervello femminile, che può essere paragonata a quella che avviene durante la vita fetale e la pubertà delle donne.

Attraverso l’influenza degli ormoni e dei cambiamenti neurobiologici, il cervello della futura mamma si adatta e si sviluppa in modo sorprendente per poter prendersi cura del nuovo essere che sta per arrivare. Gli studi scientifici hanno dimostrato che il cervello materno subisce cambiamenti strutturali e funzionali, grazie all’afflusso di ormoni come l’estrogeno, il cortisolo, il progesterone e l’ossitocina.

Durante la gravidanza, in particolare negli ultimi mesi, l’ipofisi produce elevate quantità di ossitocina, l’ormone dell’amore e del legame affettivo, che favorisce l’attaccamento tra la madre e il bambino. Questa sostanza influisce sulla plasticità cerebrale e contribuisce a rendere la madre più attenta e sensibile ai bisogni del neonato.

Una volta che il bambino è nato, i cambiamenti neurologici che si sono verificati nel cervello materno non svaniscono, ma rimangono per sempre. Questo significa che la donna non sarà mai più la stessa persona dopo essere diventata madre. I ricercatori hanno osservato che la maternità porta ad aumenti significativi di alcune abilità cognitive e comportamentali, come l’empatia, la resilienza emotiva e la capacità di multitasking.

Una specifica importante. Ciò non centra nulla con il sentirsi inadeguate e con la depressione post parto. Sono tutte dinamiche che possono esserci contemporaneamente. Quindi non sentitevi strane e fallaci se non avvertite tutta questa forza. La forza c’è ma ci sono situazioni da mettere a posto.

L’empatia, ad esempio, si accresce nel momento in cui la madre impara a comprendere le esigenze del suo bambino attraverso la lettura delle sue espressioni facciali, dei suoi versi o dei suoi movimenti. Questa nuova sensibilità non si limita esclusivamente al rapporto madre-figlio, ma si estende anche ad altre relazioni interpersonali.

La maternità richiede alle donne di essere in grado di gestire contemporaneamente varie attività, spesso contrastanti, come nutrire il bambino, cambiare i pannolini e fare altre mansioni domestiche. Questa continua necessità di multitasking stimola il cervello materno a sviluppare capacità di organizzazione, flessibilità mentale e gestione del tempo. Ecco questo in Luisa non è molto visibile. Scherzo cara Luisa mia.

A proposito di Luisa e della nostra esperienza. Ci sono dei cambiamenti evidenti. Io ho avuto modo di notarli in Luisa e lei mi ha confermato. Come già scritto, la donna diventa più attenta alle espressioni del volto e acquisisce una specie di attenzione selettiva. Luisa era esattamente così. Quando, nei rari momenti di riposo, cadeva addormentata, potevo fare tutto il rumore del mondo che continuava a dormire. Bastava un piccolo gemito del figlio e lei lo sentiva.

E qui un invito ad allattare per quelle mamma che possono farlo. Il rialzo dei livelli di prolattina durante l’allattamento aiutano la mamma ad occuparsi del bimbo e ad avvertire un senso di pace interiore. Allattare rende più resistente allo stress. Allattare fa bene anche alla mamma.

Le donne attraverso la gravidanza assumono quindi nuove attitudini, o meglio sviluppano e perfezionano quelle che già possiedono. Il cervello della mamma muta in modo permanente tanto che avvengono, la scienza lo dimostra, delle modifiche a livello cromosomico. Non è incredibile?

Queste nuove attitudini si manifestano non solo nell’uomo ma in gran parte del mondo animale. Guardate come una mamma difende il suo piccolo. Sono tutte delle leonesse che traggono forze inaspettate. Ecco ciò avviene grazie proprio alla gravidanza. Quindi care mamme sappiate che vostro figlio vi ha reso più forti. Quindi, care mamme, tenete presente che vostro figlio vi ha reso più forti e vi ha dato una motivazione ancora più grande per affrontare la vita con determinazione e amore. Siete delle vere eroine, capaci di affrontare qualsiasi sfida che la maternità vi presenti. Sappiate che il vostro impegno e la vostra dedizione non passano inosservati e che il vostro amore incondizionato è un dono davvero prezioso per i vostri figli. Non dimenticate mai quanto siete speciali e quanto il vostro ruolo sia importante nella vita dei vostri piccoli.

Sempre lo studio delle modifiche dei cromosomi hanno indotto a pensare che sia fondamentale come la mamma ha vissuto la propria infanzia, Se è stata amata troverà più naturale e semplice prendersi cura del figlio. Se invece è stata maltrattata o trattata con freddezza troverà più fatica perchè tenderà a ripetere i comportamenti subiti. Sempre lo studio dei cromosomi (epigenetica) ha mostrato come nella prima infanzia ogni persona subisca delle modifiche a livello di cromosomi. Benefiche se è stata amata e negative in caso contrario.

Qui si potrebbero fare tante riflessioni sull’opportunità della pratica dell’utero in affitto e sulla intercambiabilità del ruolo materno e paterno. Due mamme o due papà sono equivalenti ad una mamma e un papà? Basta l’amore? Sono sicuro che se avete un po’ di capacità logica e di buon senso la risposta ve la siete già data. La natura ha pensato a tutto. Noi pensiamo di poter far meglio?

In un prossimo articolo tratterò di ciò che avviene nell’uomo quando diventa padre.

Antonio e Luisa

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