Campo di marte. Un’opera che parla agli sposi

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale.

Forti delle loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  Il libro mi ha attratto in particolare per la descrizione che fa delle opere di Chagal, un artista che ha un modo molto intrigante (un mix di onirico e mistico) di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi desidero proporre un quadro famosissimo del pittore franco-russo. Si tratta di Campo di Marte.

Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori, che possono piacere o meno, non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa di più e vedremo come a noi profani si possa incredibilmente schiudere un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro.

La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta, è posta al centro dell’opera, al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. I due sono dentro tutto questo, ne fanno parte, ma sono posti in posizione rialzata rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati, ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno e non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, di quella sofferenza o di quel guaio, ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Concentriamoci ora sulla coppia in primo piano. E’ unita ma è anche diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come avvolti da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Nell’iconografia russa, da cui il pittore culturalmente proviene, Il bianco della donna indica la purezza mentre il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma siano capaci, nonostante questo, di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste. L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

La preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Avete compreso ora come da una semplice, seppur meravigliosa, opera d’arte, possiamo davvero iniziare una riflessione sulla nostra vita. Un modo per cominciare a contemplare ciò che siamo e cosa significa essere sposi in Cristo.

Antonio e Luisa

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Siamo lebbrosi guariti contemplando la bellezza di Cristo nel nostro matrimonio

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Questa Parola è ricca di speranza, tutti possono essere salvati, ma è anche un monito a chi crede di avere una relazione con Dio riempiendola di gesti e di riti senza cercare la Sua presenza. I lebbrosi sono 10. Gli esegeti ci insegnano che 9 erano israeliti e uno solo era samaritano. I samaritani, saprete sicuramente, erano considerati alla stregua dei pagani. L’unico che torna è proprio il samaritano. Non chi è cresciuto nella tradizione del Dio d’Israele, ma quello lontano da Lui. Cosa possiamo intendere da ciò? Che la fede non serve? Che andare a Messa non serve? Certo che serve! Il nostro essere cattolici ci aiuta e ci dà sicuramente un vantaggio su chi non crede o crede in altro, ma non ci rende ancora cristiani. I cristiani sono coloro che riconoscono in Gesù il salvatore della vita, che hanno una relazione con Lui, che sanno contemplare la bellezza di Gesù e della loro umanità vissuta alla luce di Cristo. I cristiani sono coloro che non danno per scontato il dono della Grazia, della fede e della vita. Non tutti i cattolici sono cristiani. La lebbra, secondo la tradizione del tempo, era considerata una malattia impura, che toccava a chi aveva commesso peccati. Gesù guarisce la malattia, cancella quindi i peccati di queste persone. Solo una di queste persone sanate, si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto, la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto, e torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi. Significa volersi risparmiare per qualcosa di più importante, di più emozionante, di più coinvolgente. Insomma qualcosa che è di più. Cosa ci può essere di più importante, di più bello, di più coinvolgente dell’amore sponsale? Cosa ci può essere di più grande della risposta che possiamo dare alla nostra intima e profonda vocazione a dare e ricevere amore? Cosa ci può essere di più bello di una sposa che mi ha promesso di donarsi completamente a me ogni giorno della nostra vita! Proprio a me! Come posso disprezzare, deprezzare, scontare, dare per scontata questa realtà che è grande? Una meraviglia da riconoscere e di cui essere grati. Tutto il resto può esserci, anzi deve esserci, ma non deve sacrificare la mia relazione matrimoniale. Cercare i prezzi di saldo nell’impegno matrimoniale è ciò che più mi allontana dalla santità e dall’autentico senso della vita. Dare per scontato il mio matrimonio significa non vedere la ricchezza che posseggo. Significa cercare il tesoro altrove e sprecare tutto. Non devo sprecare invece. Non devo sprecare l’amore, ma devo sprecarmi in amore. Devo sprecarmi in tenerezza, devo sprecarmi in ascolto e dialogo, devo sprecarmi in servizio e cura. Non solo perchè devo. Non è una imposizione morale o di coscienza. E’ molto di più. Dando tutto sarò sempre più consapevole che il mio matrimonio è prezioso. Che la mia sposa è incantevole. Che è bello amare così e non è un peso o un dovere, anche se a volte lo sembra, ma la strada per incontrare sempre più l’Amore che è Cristo. Ho capito che la vita acquisterà sempre più senso e verità tanto più io saprò slegarmi da una logica di risparmio in amore.

Antonio e Luisa

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“Amare: tra il dire e il fare bisogna contemplare”

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo.

Oggi vi raccontiamo una storiella.

C’era una volta una signora che si recò dal medico e gli parlò del suo strano dolore.

“Dottore guardi…ho un non-dolore al centro del cuore.”

“Mi dica qualcosa in più. Si spieghi meglio!” replicò il medico.

“Si, ha ragione…solitamente si va dal medico per i dolori. Io avverto un non-dolore e tanta stanchezza.

Guardi…la mattina mi sveglio e mentre preparo il caffè per mio marito e mentre lui si occupa delle bambine cerco di essere felice, ma poi vengo assalita da tutti i pensieri di ciò che dovrò fare durante la giornata.

Quando penso agli impegni un po’ il non-dolore mi passa…una botta di adrenalina mi riempie le vene e allora come un fulmine inizio a pulire casa, poi esco per il lavoro, poi torno e cucino, poi mio marito torna a casa con i nostri figli che ha preso da scuola ed allora pranziamo.

Pranziamo benissimo, cerco di cucinare tutto al meglio e non trascuro nessun dettaglio. Mentre pranzo mio marito guarda il cellulare e i miei figli dopo un boccone sono già davanti alla TV mentre io finisco di pranzare in piedi mentre inizio già a lavare i piatti, poi…”

“Stop! Signora, ha già detto abbastanza. Quando avverte il suo non-dolore?”

“A fine giornata caro dottore.

Mio marito, che è un brav’uomo e mi aiuta davvero tanto è lì, accanto a me sfinito. I bambini dormono e io ho ancora un filo di forze per pensare a quanto vissuto. La casa è pulita, il lavoro – seppur mal retribuito – funziona…io e mio marito non litighiamo quasi mai…ma, prima di chiudere gli occhi il non-dolore mi assale.

Ripenso in un istante alla mia giornata e vedo solo i compiti che ho svolto…ma non vedo i volti delle persone accanto a me.

Vedo le camice che ho stirato per mio marito…ma non ricordo il suo viso.

Vedo i letti che ho rifatto per i nostri figli, ma non ricordo i loro sorrisi.

Ed è qui che provo il mio non-dolore. Va tutto bene, ma sto male. Amo la mia famiglia, ma non so più che volto ha.

E’ grave?”

Replicò lentamente il medico: “Vede signora…lei dice e fa molte cose dalla mattina fino a sera. Brava. Fa tutto con molta cura e attenzione e la dedizione non le manca.

Una cosa però la sta trascurando. Forse una delle più importanti. Sta dimenticando di contemplare.

Contemplare, star lì innanzi a suo marito, magari senza dire nulla, senza far nulla…ma godendo semplicemente della sua presenza.

Il suo non-dolore nasce proprio da una mancanza di godimento. Non riesce a godere delle persone, degli affetti e delle piccole cose di ogni giorno. Si sta convincendo che amare significhi “dire e  fare”, ma sta dimenticando il contemplare.”

Poi il medico si alzò dalla sua sedia e venne qui a chiedere a te che leggi:

“E tu che leggi, riesci ancora a contemplare il volto del tuo coniuge, dei tuoi figli. Riesci a gustare la loro presenza senza lasciarti divorare dagli impegni? 

Lasci che gli altri assaporino la tua presenza stando semplicemente accanto a loro…a non far nulla di preciso, ma semplicemente stando?

Rifletti! Come cristiani siamo chiamati al Paradiso che, pare, sia la contemplazione eterna del volto di Dio. 

In paradiso si va preparati…prepariamoci dunque a questa contemplazione del nostro Sposo Divino attraverso la contemplazione del nostro sposo umano. E impareremo a godere. Godere veramente e pienamente. Da ora e per sempre.”

Poi il medico aprì il Vangelo e lesse:

“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta»”

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