Il buon samaritano 

Non mi ero mai soffermato sul fatto che il buon samaritano non abbia mai parlato, se non con il locandiere, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per curare il povero uomo che aveva incontrato. Egli agisce, opera, non si ferma a pensare perché questo uomo sia in queste condizioni, perché non è stato aiutato da altri, non fa elucubrazioni sulle possibili colpe o cause dell’accaduto. Così fa con noi Gesù: non ci chiede perché abbiamo peccato, perché ci siamo fatti del male, ma ci raccoglie e ci medica.

I gesti che compie sono bellissimi e significativi, nei tempi antichi l’olio serviva per ammorbidire le ferite e far sì che non si seccassero, il vino ha una leggera potenza disinfettante mentre con le fasciature si impediva la nuova infezione.

Ora è bello vedere la lettura che ne danno i santi e consultando il sito italiamedievale.org su questo argomento, ho trovato scritti di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Il vescovo di Milano ci dice: “La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino. Egli tien strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica come fa il vino, quando minaccia il giudizio”.  Sulla stessa linea è il vescovo d’Ippona: “La fasciatura delle ferite è il freno imposto ai peccati, l’olio è la consolazione derivante dalla buona speranza che viene dalla remissione della colpa e porta alla riconciliazione e alla pace; il vino è l’esortazione ad agire con spirito il più possibile fervente”. Nella lettera sinodica mandata nel febbraio 591 ai quattro patriarchi e all’ex patriarca Anastasio, il pontefice ammaestra: “Per questo, come insegna la Verità, l’uomo semivivo è trasportato, per lo zelo del Samaritano, nella locanda. Si adopera per le sue ferite il vino e l’olio, perché le ferite, con il vino, siano perfettamente disinfettate e, con l’olio, siano lenite. È necessario che colui il quale è preposto a sanare le ferite adoperi il morso del dolore simboleggiato dal vino e il lenimento della bontà rappresentato dall’olio, in quanto con il vino si disinfettano le parti putride e con l’olio si leniscano quelle che debbono essere sanate. Vi sia amore che non renda fiacchi e vi sia vigore che non esasperi”.

Gesù è anche medico degli sposi, come spesso lo chiama Don Carlo Rocchetta, responsabile della Casa della Tenerezza di Perugia. La sua Parola può risanare una relazione morta, putrefatta, l’olio del suo Verbo ammorbidisce i cuori e lenisce il dolore delle reciproche ferite, il vino disinfetta da ciò che aveva portato la relazione a quel punto di morte e ci fascia con la sua infinita misericordia, per proteggerci dal male che opera nel mondo. Questo posso dirlo a gran voce e lodare Dio per le sue meraviglie!

La preghiera mezzo e non fine.

Visto il polverone suscitato dall’articolo di ieri sul servizio come preghiera, oggi voglio riequilibrare la mia posizione. Sono contento che l’articolo abbia incontrato interesse, sostegno, critiche e tante risposte. Significa che è qualcosa su cui non ci sono idee chiare, quindi parlarne è sempre edificante e costruttivo. Mi spiacerebbe però, passasse l’idea che sottovaluto la preghiera, la mia relazione con Gesù. Non è affatto così. Non vorrei passasse l’idea che è più importante essere Marta e non Maria. E’ una conclusione completamente avulsa dalle mie intenzioni. Cerco di spiegarmi meglio. La preghiera è importantissima nella mia vita. Gesù è il faro della mia vita, colui che dà senso a tutto. Finchè non lo incontrai ero un ragazzo disperato. Un giovane uomo che aveva una casa, un lavoro e degli amici, ma che non aveva un motivo per stare al mondo. Poi l’ho incontrato e il calore del suo amore così bello mi ha conquistato. E’ stato ancor più meraviglioso perché amava me, che non pensavo di essere amabile. Da quel momento non l’ho lasciato più. Pregare non è mai stato facile per me. Non sono un mistico, ma ho sempre mantenuto una relazione con lui attraverso la Messa, la preghiera e i sacramenti, e ne ho gustati i frutti. Pian piano ho iniziato un percorso di risalita e di guarigione. Poi è arrivata Luisa. Gesù mi ha donato Luisa come il suo regalo più grande dopo l’incontro con Lui. Ho sentito forte la consapevolezza che mi era stata affidata: –Questa è Luisa, mia figlia prediletta. Voglio affidarla a te perchè tu possa essere le mie mani, il mio sguardo, le mie carezze, la mia voce per lei. Perchè tu possa farla sentire amata da me. Questo è la tua missione se deciderai di sposarla, di unirti per la vita con lei-.

Dal momento che è diventata mia moglie Gesù è venuto ad abitare nella nostra relazione e la mia missione è iniziata. Ho capito il mio posto nel mondo: aiutare la mia sposa a diventare santa, a prepararsi all’incontro con lui. Da quel momento tutto ciò che faccio, lo leggo alla luce della mia missione. Sbaglio tanto e tante volte chiedo perdono, ma ciò che devo fare l’ho ben chiaro nella mia mente. Ed è così che la preghiera diventa mezzo per attingere forza e sostegno. La preghiera è necessaria per compiere la mia missione, ma non è la mia missione. Ecco perchè se devo scegliere se recarmi a pregare o restare a casa perchè c’è bisogno di me scelgo di restare. Trovo altri modi per relazionarmi con Gesù o rimando l’incontro. Sono certo che se andassi a pregare sentirei dentro di me la voce di Dio che mi domanderebbe: “Cosa ci fai qui?” Io sono a casa tua che aspetto di essere amato in colei che ti ho donato. Fai ciò che devi e poi torna che ti riempirò di me”. Questo per dire che a volte la Messa, la preghiera e le nostre attività in parrocchia sono scuse. Scuse per non ammettere che non si è capaci di vivere quell’amore a cui siamo chiamati in famiglia. Tutte queste belle attività diventano modo per cercare quella gratificazione e quella pienezza che non troviamo in casa. E’ una fuga nello spiritualismo quando la nostra vita è fatta di carne, di relazione e di un noi.  Così diventa solo ipocrisia e non è preghiera gradita a Dio. Se la preghiera diventa giustificazione per le mie mancanze, la mia incapacità di comprendere i bisogni, le necessità e i desideri della mia sposa, sto tradendo la mia missione. Mi viene in mente la parabola del buon samaritano. Uno di quelli che non si fermò ad aiutare era un sacerdote. Non si fermò perchè stava andando al Tempio a pregare. La sua sarà stata una preghiera gradita a Dio? Rispondete voi.

Detto questo voglio aggiungere una sola cosa. Cerchiamo di vivere la preghiera di coppia. Siamo diventati un noi consacrato a Dio, Dio ci vede come un sol cuore e una sola carne. E’ bellissimo per noi pregare Dio insieme, come coppia. La preghiera personale è importante,ma non basta. Non esiste più solo un mio rapporto personale con Cristo ma ne esiste un altro, forse ancora più importante e bello, che è quello di coppia. Non c’è nulla di più bello che lodare il Signore insieme e ringraziarlo per le meraviglie che ha compiuto in noi e con noi.  Purtroppo conosco tante coppie che non la praticano. Per pudore, vergogna o perchè uno dei due non è credente. Si perde tanto. Pregare insieme lega tantissimo e aiuta ad essere sempre più uno con l’altro/a e con Dio. Il mio rapporto con Dio non è più cosa mia, ma riguarda anche la mia sposa e condividerlo con lei è meraviglioso. Significa poter condividere il dono più grande che io abbia ricevuto.

Antonio e Luisa

Va’ e anche tu fa’ così

Oggi parto da una riflessione di don Antonello (che sta in Giappone ma riesco ad ascoltare ogni giorno, è meraviglioso).

Chi è il mio prossimo? Per noi sposi, il nostro prossimo è nostra moglie e nostro marito.

La domanda che Gesù ci pone è stringente: siamo capaci di farci prossimo oppure la nostra capacità e sempre condizionata da ciò che l’altro/a fa o dice?

Don Antonello nella sua omelia ha evidenziato come per gli israeliti fosse prossimo solo chi faceva parte del loro popolo, chi rispettava la legge, gli altri non valevano nulla.

Siamo anche noi così? Disposti ad essere prossimo solo se l’altro si comporta secondo la legge, se merita il nostro amore e la nostra considerazione?

Gesù con questa parabola parla ad ognuno di noi e ci dice proprio il contrario. Farsi prossimo significa amare e curare sempre anche quando l’altro/a è lontano da noi e da Dio. Proprio in quel momento dobbiamo chinarci sulle sue ferite e curarle con amorevole dedizione. Il sacramento del matrimonio è questo. Prendersi cura l’uno dell’altra soprattutto quando uno dei due ne ha più bisogno, è ferito e moribondo spiritualmente e per questo anche meno amabile da parte nostra.

Questo non è possibile però se prima non abbiamo fatto esperienza di Gesù che è stato il nostro samaritano, colui che si è chinato sulle nostre ferite e ci ha guarito con l’olio e il vino dello Spirito Santo e dei sacramenti.

Il matrimonio è rispondere a questo atto di amore di Gesù, è rispondere all’invito di Gesù che dice ad ognuno di noi, che Lui ha toccato con il Suo amore e la Sua Grazia: «Va’ e anche tu fa’ così»

Antonio e Luisa