Seconda tappa: benedetta carne.

Nella catechesi della prima tappa (leggi qui l’articolo) abbiamo raccontato di come l’uomo ha perso la comunione con Dio e la possibilità di godersi la bellezza di quel giardino donato, rifiutando i suoi limiti e cedendo a quella bugia che lo vuole convincere che sarà benedetto e felice quando sarà come Dio.

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In questa giornata di marcia, dormiremo in una grande palestra tutti insieme. Finalmente potremo farci una doccia e fare il bucato. Ma la giornata sarà dura: dormiremo da una parte, mangeremo da un’altra, e faremo la catechesi in un altro posto ancora. Mi sento sballottata e instabile. Non ho il controllo della situazione. Dal vangelo di Giovanni 1, 1-14. Dal primo versetto: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”. Mentre l’uomo è ramingo nel cammino, dopo che ha perduto il suo posto nel giardino dell’Eden, Dio compie la sua tenerezza di Padre mandando dal suo seno il Figlio Unigenito. Nell’incarnazione, l’amante si è fatto simile all’amato prendendo tutti i limiti della sua condizione (fuorché il peccato) e le debolezze della carne. Ma questo non è un fatto isolato della Storia, ma un processo continuo, attuale oggi, per cui Gesù è pellegrino con noi nella via, con le sue gioie e i suoi dolori. Non è un Dio distante e lontano, ma vicino e intimo perché Egli è stato PRESSO di noi. Presso di te. Il termine “presso” indica un legame d’amore in cui è impossibile non tenere fisso lo sguardo verso l’altro. Così Dio tiene il suo sguardo su di te quando si è incarnato. L’incarnazione di Dio segna la Verità: che la tua carne (fragilità) è benedetta. Vuoi diventare come Dio?! Allora impara ad accogliere e a stare nella tua debolezza e nelle sofferenze come occasione di relazione verso l’amore di Dio-Padre, perché Gesù ha fatto questo nella sua Storia e questo stare con fiducia in questa intimità lo ha portato a sconfiggere il più grande limite umano: la morte! Tu invece la tua nudità non la sai gestire, perché la vuoi controllare eliminandola o nascondendola. Così in questo terzo giorno di marcia, vorrei tanto eliminare i miei limiti e la mia insofferenza (come faccio nella mia vita del resto…), ma al massimo riesco a nasconderle, tranne durante le catechesi quando piango. Ma giorno dopo giorno, scopro che proprio in quel pianto ho l’occasione di essere vista e amata, non solo da Dio attraverso la sua Parola, ma anche attraverso il sorriso e gli abbracci di chi mi vede e cammina con me. Io ho bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di me. Questo bisogno gli uni degli altri ci rendere perfetti e ciò che soffri, come gestisci i dispiaceri, ti guida all’obbedienza (ascolto profondo alla Verità della vita). Ma non perché sei masochista o hai un Dio sadico, ma perché il dolore fa parte della nostra esistenza, e ha fatto parte dell’esistenza del nostro Dio, che ci ha mostrato sulla sua carne come gestirlo. Questo è stato il suo modo di stare presso te. Se con i figli l’obiettivo e staccarli dalla carne e donarli alla vita, con tuo marito o tua moglie l’obiettivo è essere una carne sola (la carne nella Bibbia indica la fragilità). Una unità nella fragilità, un incastro perfetto nelle imperfezioni della storia personale e del carattere. È un processo continuo lungo tutta la vita, un divenire che spesso va oltre il bianco e nero del controllo illusorio con cui vorremmo impacchettare la vita e l’altro. Nell’amore delle vostre debolezze c’è l’unica possibilità di diventare come Dio. Nel bisogno dell’altro, nelle ferite reciproche, nella comprensione e nell’ascolto, nel perdono. Per diventare come Dio non devi essere RISOLTO, che non vuol dire non lavorare su di te e la tua crescita. Puoi scoprire che in quel limite diventi pienamente uomo, solidale, capace di amare. Gesù si è fatto “disprezzabile” come noi per smentire la tentazione del serpente che la nostra carne è disprezzata! Ci dimentichiamo che ciò che è fallato è già amato! Così posso cambiare comportamenti malsani e trovare un migliore equilibrio emotivo con me e con gli altri, ma c’è una spina nel fianco che fa male e non si toglierà. Essa che è lo spazio della Grazia e dell’amore di Dio che si manifesta pienamente in quella debolezza. Quali sono le debolezze che non accetti di te, di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli. Della tua storia. Quelle fragilità diventano tenebra solo se non sono amate. Le nudità della tua relazione di coppia sono lo spazio per poter chiedere aiuto e ricevere, crescere e maturare in una vita che non puoi darti da solo. Benedetta crisi. Benedetti litigi. Quando posso avere a che fare con le sozzure dell’altro senza darmela a gambe, anche scontrandomi, dicendone quattro, senza abbandonare la relazione, la complicità di essere nella stessa squadra, in quel posto che mi è stato donato. Posso stare al POSTO MIO senza paura dei problemi, anche i più sconvenienti, perché è proprio lì che il mio Dio mi aspetta come un innamorato e la luce del suo Amore rischiara l’oscurità delle paure.

Claudia Viola

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Un limite d’amore

La prima tappa è a Lanciano. A pranzo mi è caduta una borraccia da un litro piena d’acqua sul ditone del piede che pur volendolo ignorare è diventato viola e mi fa malissimo. Non posso camminare, né appoggiare.

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Sono scoraggiata e avvilita perché mi chiedo se la mia marcia finisce qui. Ce l’ho con me stessa, perché è colpa mia se sto col piede così. Perché sta mattina quando siamo arrivati ero agitata e ansiosa e per illudermi di avere il controllo della situazione mi muovevo freneticamente scaricando la roba dalla macchina, e mentre tentavo di togliere una delle quattro borracce in mano a Roberto, una l’ho afferrata male ed è cascata. Il tema della prima catechesi è IL LIMITE. E io ne ho davanti uno bello grosso: il mio dito viola e tumefatto, e una marcia da percorrere. Ma non solo questo. Ho paura di non farcela, di tirare fuori il peggio di me, ho paura che sbroccherò, che gli altri mi giudicheranno. Sarò all’altezza? Sarò abbastanza brava? Abbastanza brava. La Parola che ci guida è Genesi 3, 1-24 che parla della tentazione del serpente ad Adamo ed Eva sull’unico limite che aveva posto loro Dio: non mangiare dell’albero del bene e del male. Loro cedono a quella bugia e scoprono così di essere nudi, fragili, deboli e questo li porta a nascondersi dall’Amore di Dio. La genesi è una riflessione immaginifica che da risposte a domande esistenziali tramite un racconto “mitico”. Non è un trattato scientifico sulla creazione, ma risponde a domande esistenziali su chi è Dio e chi è l’uomo, da dove viene il mondo, cosa è l’amore, cosa è il peccato. In questi versi la Parola ci mostra come Dio abbia donato tutto all’uomo, nella possibilità di godere pienamente della bellezza delle cose. Ma gli da un piccolo limite, perché Dio ama l’uomo. Se il movimento dell’uomo non ha un limite diventa autodistruttivo, diventa potere coercitivo. Il limite è un dono d’amore per l’uomo, affinché non perda l’essenza della sua identità di figlio bisognoso d’amore e di relazione. I limiti che Dio mi da attraverso la mia storia, attraverso la sua Parola, sono il modo più speciale che ha di volermi bene, di custodirmi e non disumanizzarmi diventando una bestia (verso me stessa o gli altri). Tutta la mia psicoterapia personale ha ruotato intorno a questo tema: volermi bene nei miei limiti, nelle cose che non so fare o non so gestire, nelle mie incapacità, vulnerabilità, difetti. Strano che oggi la marcia cominci con questo argomento, e che il mio piede sia in questo momento un’enorme limite che odio. I narcisisti non vogliono limiti, e sono di due categorie: quelli che trattano male gli altri fregandosene dei loro bisogni, e quelli che odiano sé, bistrattando i propri bisogni autentici. Io appartenevo (o appartengo… non lo so) alla seconda. Ma tutti gli uomini nel cuore hanno questa tentazione: l’orgoglio di poter vivere senza limiti (confini) pensando che questo gli darà la felicità e il benessere. L’arroganza e la superbia ci illudono di poter controllare tutte le cose. Poi arriva il limite: una malattia, un momento di crisi, la morte di una persona cara, una prova qualsiasi e quella mania di grandezza si sfracella miseramente sulla realtà della nostra creaturalità. Ma questa è un’occasione d’amore se impariamo a vivere la vita come un mistero in cui l’unica parola veramente sensata da radicare è STARE. La fatica che facciamo in questo processo è il dono più grande per trovare le coordinate di come abitare questo mistero perché fa crollare la nostra tracotanza di farcela da soli. La menzogna che porta il serpente sembra attendibile, perché attraverso la seduzione e l’ambiguità egli sussurra all’uomo una mezza verità, ponendo l’accento proprio su quello che gli manca (e gli fa da argine) e che quindi desidera più di ogni altra cosa, diventa l’assoluto, un’ossessione. Ma in questa marcia tutti faremo l’esperienza dei nostri limiti, delle nostre fragilità, perché non bastiamo a noi stessi. Adamo ed Eva non erano in grado di gestire la differenza fra Bene e Male, e la pretesa e illusione onnipotente di essere come Dio (e quindi eliminare il limite) gli ha solo incasinato la vita portando dolore e sofferenza, laddove Dio invece voleva custodirli proprio con quell’argine. Perché è quando accettiamo le nostre nudità e quelli degli altri che la nostra vita può diventare un giardino dell’Eden! Ma quando stiamo nell’arroganza, crediamo di non aver ho bisogno di nessuno (o che nessuno possa capirci o aiutarci) e rischiamo di perdere la nostra identità più profonda che invece vede nel limite ricchezza, regalo e salvaguardia. E se quei limiti non li accogliamo cominciamo ad accusare (noi stessi o gli altri). È colpa tua! È colpa mia! Il demonio parla così. Ci vuole grande sapienza per stare AL POSTO TUO nella vita e nelle relazioni. Come quando non accogli il difetto dell’altro (che non significa far finta di nulla o incassare) e il litigio non è più lo spazio per esprimersi, comprendersi e crescere insieme ma diventa il ring dove colpire l’altro, svergognarlo, umiliarlo, ferirlo per difendersi. Così ci spingiamo all’isolamento, a vivere in trincea perché ciascuno nella relazione di coppia sa dove colpire l’altro, perciò è meglio che se ne stia nascosto. Non ci si sente più liberi di parlare. L’intimità di coppia così muore. La TENEREZZA invece nasce dall’accoglienza di quel confine, che i difetti tuoi, di tuo marito, di tua moglie, dei tuoi figli, segnano. E accogliendo, permetti all’altro di essere se stesso e sentirsi voluto bene in quel limite, oltre quel limite, nonostante quel limite. Mentre avete a che fare con quelle debolezze, vi volete bene, vi custodite in un clima di amore. La più grande bugia della mia vita e della tua vita è che non siamo amati, che Dio non mi ama e mi fregherà, che prima o poi la pagherò. Questa convinzione menzognera non mi fa occupare il MIO POSTO nella mia vita e nella mia storia. Ma invece la TENEREZZA di Dio mi aspetta, e gli posso dare fiducia, perché so che in questa marcia ho un appuntamento con Lui, col suo amore. Lui non mi obbliga, mi aspetta per tutto il tempo che mi serve, in ogni cosa. Camminerò per mettermi al posto giusto nella relazione con Lui. O forse mi fermerò se il mio piede non me lo permetterà. Non penserò più al giudizio degli altri, alla mia logica di darci dentro ed essere forte. Non mi importerà di fare bella figura, ma solo di cercare l’AMORE, che mi aspetta nel mio posto imperfetto in cui Dio vuole raggiungermi.

P.S. Il mio dito il giorno dopo è miracolosamente guarito e se c’è stata una cosa che non mi ha fatto male durante la marcia è stato quel piede. La prima notte ho affidato tutto a Dio, e se anche ho pregato perché il dolore sparisse, ero disposta a fermarmi se la mia marcia doveva essere questo per me. La mia marcia inizia con l’AMORE.

L’articolo è ispirato dalla catechesi di fra Alessandro Ciamei per la prima tappa della marcia francescana Lazio-Abruzzo 2019.

Claudia e Roberto

Articolo tratto dal blog Amati per Amare

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