Il nostro matrimonio va in otri nuovi

Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano

Il Vangelo di oggi mi riporta ad un’omelia di Papa Francesco. L‘omelia del 21 gennaio 2019 a Santa Marta. Papa Francesco ha focalizzato la sua meditazione su tre diversi aspetti di una stessa realtà: qual’è lo stile cristiano di vivere la nostra fede? O meglio: qual’è lo stile stile sbagliato di tanti cattolici?

Il Papa ha individuato tre atteggiamenti sbagliati più comuni tra i cattolici. Atteggiamenti che allontanano da un autentico stile cristiano. Proverò a riprendere ognuno di questi tre atteggiamenti e a declinarli nella vita degli sposi.

Stile accusatorio.

Stile di coloro che disprezzano le altre persone alla luce della Legge ergendosi a giudici. Il Papa non ci vuole dire che qualsiasi scelta è buona. Che non esiste il male. Che non esiste una verità. Ci sta dicendo altro. Ci chiede di guardare le altre persone alla luce della nostra umanità, alla luce della nostra imperfezione ed inadeguatezza. Se partiamo dalla legge certo che tutti ci sembreranno inadeguati. Nessuno è perfetto. Partiamo invece dalle nostre miserie. Dalle nostre mancanze. Dalle nostre incapacità di amare. Dai nostri peccati e allora potremo guardare anche l’altro con occhi diversi. Con gli occhi di chi non giudica, ma condivide la sofferenza per il peccato. Capite che rivoluzione anche nella coppia. Come questa nuova modalità di guardare l’altro/a possa aiutarci ad avvicinarci alle sue difficoltà e alle sue mancanze d’amore, anche nei nostri confronti, con atteggiamento di sostegno e non di condanna. Il Papa è straordinario. Condensa questo pericolo con una frase bellissima e molto esplicativa: tanti sono buoni cattolici ma non sono cristiani. Gente che non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Otri vecchi dove manca la prossimità di Gesù e la sua misericordia.

Stile mondano.

Il Papa ci dice che questo è lo stile di chi recita il Credo ma poi vive come se Dio non ci fosse. Questa affermazione di Papa Francesco mi permette una riflessione. Ricordate l’episodio evangelico sulla liceità del tributo a Cesare? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così. Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi conviene. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio. Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno. Chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. Gente che non ha cambiato l’uomo vecchio ed è rimasta incapace di accogliere il Vangelo di Gesù.

Stile egoistico.

Lo stile egoistico, ci ricorda il Papa, è quello di chi non guarda oltre se stesso Non si interessa di nulla di ciò che accade al di fuori dei suoi interessi. E’ lo stile di chi non riesce a decentrare lo sguardo. Di chi si sente il centro del mondo e che fa di se stesso il proprio Dio. Anche Dio spesso non è che uno strumento piegato alla nostra volontà e alla nostra personale idea di giusto e di bene. Giusto e bene che, naturalmente, coincidono sempre con ciò che desideriamo e che ci conviene. Anche la nostra sposa o il nostro sposo non sono che strumenti da usare. Chi ha questo stile non ama ma usa. Non si dona ma prende. Anche chi ha questo stile non ha cambiato gli otri per accogliere il vino nuovo. E’ persona incapace di amare perchè non sa donarsi.

E noi? Abbiamo cambiato gli otri. Abbiamo cambiato il nostro cuore per poter accogliere il vino nuovo. Per poter accogliere Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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La fede si trasmette per contagio

Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”.

Questa breve riflessione, tratta da Avvenire, riprende l’omelia di alcuni giorni fa di Papa Francesco a Santa Marta.

Quanto c’è da imparare! Papa Francesco in poche righe ci dona un grande insegnamento. Gesù non si trasmette con i libri di catechismo. Non si trasmette con le belle parole di sacerdoti e operatori pastorali. Non si trasmette in chiesa o all’oratorio. Si! Momenti belli e importanti. Però non bastano. La fede si può trasmettere solo per contagio ai nostri figli, non per indottrinamento. Parlare di Gesù non serve a niente se quel parlare non è accompagnato da uno stile di vita, da un atteggiamento vissuto alla luce della sua presenza. I nostri figli hanno un cuore aperto all’incontro con Gesù. Un cuore, non la testa. Ci arrivano con il desiderio non con una teoria astratta. Dio è padre e madre. L’ha detto Giovanni Paolo I. Mostriamo questo volto di Dio ai nostri figli. Questo non significa non sbagliare mai con loro. Significa accoglierli e accompagnarli. Significa accoglierli sempre. Amarli sempre e comunque. Anche quando sbagliano. Soprattutto quando sbagliano. Solo sentendosi amati così, per quello che sono e non per quello che fanno di buono si sentiranno veramente amati. Facendogli comprendere l’errore, ma senza mai identificarli con l’errore. Loro sono e valgono molto di più di come si comportano e di ciò che fanno, sempre. Poi, hanno bisogno di respirare l’amore vicendevole dei genitori. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si abbracciano e che si scambiano tenerezze. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si prendono cura l’uno dell’altra e che si perdonano sempre. Hanno bisogno di vedere papà e mamma che si inginocchiano davanti a Gesù. Papà e mamma che sanno di non potere nulla senza la forza che viene dallo Spirito Santo. Lo sanno e la chiedono. Papà e mamma che sanno chiedersi scusa e sanno perdonarsi perchè si sono sentiti accolti e perdonati da Dio. Papà che quando sbaglia con loro è capace umilmente di riconoscersi imperfetto. Capace anche di insegnare che c’è un Padre che invece non sbaglia mai e che è capace, a differenza sua, di amarli in modo perfetto e infinito. Solo così le parole di un libro di catechismo non saranno nozioni vuote, ma saranno la spiegazione di ciò che si vive e si respira in famiglia. Coppie: non nascondete mai le vostre coccole ai figli. Baciatevi, abbracciatevi davanti a loro. Papà dite quanto la mamma è bella e importante per voi. Mamme fate altrettanto. Anche questo è trasmettere la fede. Dio è amore. Solo mostrando la bellezza di amarsi in modo gratuito e autentico potremo avvicinare i nostri figli a Gesù. Guardando noi avranno desiderio di conoscere la sorgente del nostro amore e della nostra gioia.

Antonio e Luisa

Amare come Dio e al modo di Dio.

Oggi volevo proseguire con il Cantico. Poi, però, ho letto le parole della meditazione che il Papa ci ha donato ieri a Santa Marta. Sono rimasto folgorato. Parole semplici, ma di una sostanza e di una verità deflagranti. Una bomba. Bellissime. Condivido un passaggio del resoconto particolarmente decisivo.

«In questo congedo», ha sottolineato il Pontefice, il Signore compie «due gesti, che sono istituzioni: due gesti per i discepoli e per tutta la Chiesa che verrà. Due gesti che sono il fondamento, per così dire, della sua dottrina»: l’istituzione dell’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Da questi gesti «nascono i due comandamenti: i due comandamenti che faranno crescere la Chiesa se noi siamo fedeli».

Innanzitutto, ha detto Francesco, c’è il «primo comandamento» che è quello «dell’amore». Ed è «nuovo» perché, ha spiegato, «c’era il comandamento dell’amore — amare il prossimo come me stesso — ma questo dà un passo in più: amare il prossimo come io vi ho amato». Quindi: «l’amore senza limiti», senza il quale «la Chiesa non va avanti, la Chiesa non respira. Senza l’amore, non cresce, si trasforma in una istituzione vuota, di apparenze, di gesti senza fecondità». Con l’Eucaristia, in cui Gesù «dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue», egli «dice come noi dobbiamo amare, fino alla fine».

Vi è poi l’altro gesto, quello della lavanda dei piedi, in cui «Gesù ci insegna il servizio, come strada del cristiano». Infatti, «il cristiano esiste per servire, non per essere servito». Ed è una regola che vale «tutta la vita». Tutto è racchiuso lì: infatti «tanti uomini e donne nella storia», che l’hanno «presa sul serio», hanno lasciato «tracce di veri cristiani: di amore e di servizio».

Ha sintetizzato il Papa: «L’eredità di Gesù è questa: “Amatevi come io ho amato” e “servite gli uni gli altri”. Lavate i piedi gli uni agli altri, come io ho lavato a voi i piedi».

Premessa: quando scrivo lui vale per lei, e viceversa.

Parole indirizzate a tutta la Chiesa. Noi sposi siamo, però, interpellati in modo particolare. Noi siamo piccola chiesa e noi siamo epifania di quell’amore portato da Cristo con la sua vita e con la sua persona. Le parole di Cristo non ci lasciano scampo. Il Papa lo ribadisce. Mi capita spesso di discutere di questo sui social, di persona, o anche attraverso questo blog. Le domande sono sempre le stesse. Non posso amare chi non mi contraccambia. Non è giusto che faccia tutto io. Lui non capisce e si comporta da egoista. Dio non vuole che io sia infelice in questa relazione. Io ce la metto tutta nell’accoglierlo, ma lui non fa nulla. Non c’è reciprocità. Così non si può andare avanti. Così via.

Abbiamo perso il vero senso del matrimonio. Crediamo che, attraverso quell’unione, risolviamo tutti i nostri vuoti e la nostra ricerca della felicità. Ovvio, un matrimonio felice è il desiderio di tutti e guai a non fare di tutto per averlo. Lo scopo del matrimonio è un altro. Lo scopo del matrimonio è prepararsi all’incontro e all’abbraccio eterno con Cristo. Imparando ad amare e a mettere l’altro davanti a noi. Gesù non ci dà, quindi,  ragione. Non ci segue in questi ragionamenti e in queste comuni lamentele. Gesù ama da Dio. Gesù ci mostra il suo amore in tutta la sua vita. Il culmine lo raggiunge, però,  nell’Eucarestia, nella lavanda dei piedi, nella sua passione e morte. Dà tutto. Tutto se stesso. E serve. E’ un re che serve i suoi discepoli. E’ un re che ama e che serve. Questo siamo chiamati ad essere. Per questo per il matrimonio non basta una semplice relazione naturale e umana, ma serve un sacramento. Noi siamo chiamati ad amare come Dio (senza misura e senza condizione) e al modo di Dio (nel servizio). Tuo marito si comporta male: amalo di più. Tuo marito si arrabbia e tiene il muso: sii dolce e accogliente. Tua moglie si lamenta: accogli le sue critiche e non smettere di servirla. Ognuno ha in mente i propri punti critici sui quali lavorare.

Se mettiamo condizioni al nostro amore sponsale, non stiamo amando da Dio, stiamo mettendo noi stessi davanti, il nostro egoismo. Stiamo dicendo a Dio: non voglio amare come te. Voglio amare come ama il mondo. Senza fatica e senza sacrificio. Così, però, perdiamo tutta la bellezza e la grandezza di un’unione vissuta nell’abbandono a Dio e vivacchiamo, come fanno tanti.

Potete essere d’accordo o meno con quanto ho scritto. Non cambia la sostanza. Dio ci chiede di amare come lui e nel modo in cui ama lui. Senza condizione, senza limite, e ponendosi al servizio dell’altro.

Amando così potrete fare miracoli. Cambiare voi stessi e, chissà, anche l’altro. Non c’è scelta. La strada è stretta, a volte difficile, forse impossibile,  ma fuori da questa strada non possiamo che perderci.

Antonio e Luisa