Famiglia dai una mano in parrocchia (2 parte)

Ritorniamo sul tema famiglia e parrocchia, spinti da un dialogo con degli amici, che ha generato nuove belle riflessioni. Nell’articolo precedente parlavamo di “essere famiglia”, “essere Sacramento del matrimonio”, non volendo escludere ciò che facciamo come famiglia: i servizi in parrocchia o in oratorio che restano importantissimi! Non è che chi “fa un servizio” è nell’errore, anzi vi diciamo il nostro GRAZIE, quale utenti fruitori del bene che il vostro fare genera per noi e per la comunità.

L’importante è che ci sia equilibrio tra l’essere famiglia e quello che si fa come famiglia o come padre o come madre. Alla base di tutto resta però una domanda che devi fare a te stesso e alla sua famiglia: CHI SIAMO? Questa è la prima domanda! E a questo dobbiamo in primis risponderci! Non si può fare, se non si sa chi si è. Anche i film di supereroi quale “Superman” o “spiderman”, “capitan american” ci insegnano che per poter fare dobbiamo comprendere chi siamo.

Chi è …”famiglia”? Chi siamo? O più difficile: cosa vuol dire essere famiglia? Solo dopo possiamo e dobbiamo scoprire il vero senso del servizio e del fare che può essere compreso solo se prima si ha il tempo di amare la propria vocazione e quindi il proprio essere. Si corre sennò il rischio che il fare sia una porta di uscita dal proprio essere. Il mettersi al servizio non deve diventare un tappabuchi o un lavoro da crocerossina per “salvare la parrocchia” perché con il tanto fare si rischia solo di “scoppiare”, si perde il senso del servizio e della propria missionarietà.

Quindi una cosa non esclude l’altra, l’essere non esclude il fare e viceversa, ma l’importante è partire dal riconoscersi Sacramento vivo, è ricercare sempre la propria natura, la grandezza che siamo maschio e femmina ci creò. Se manca tutto questo si rischia una grande confusione per noi e per chi ci sta attorno. È bello mettersi al servizio del bene, ma ancor più bello è se riusciamo a svolgere incarichi non da soli ma in quanto sposi: insieme! Una coppia è bello che sia presente insieme per poter testimoniare il loro essere amore vivente, volto di Dio, casa fatta carne, padre e madre che si donano, simbolo di unità.

Diverso è vedere un signore che compie un servizio qualsiasi esso sia, diverso è vedere una coppia che si dona amandosi, si fa dono! Noi sposi, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento delle nozze non siamo semplici laici, ma come un sacerdote svolge la sua missione, vive la sua vocazione e agisce in forza del Sacramento dell’ordinazione che ha ricevuto, così noi sposi agiamo non in quanto battezzati ma in quanto ordinati Sacramento nuziale di amore concreto uomo – donna che abita la terra.

Ci viene anche da pensare che il fare un servizio in parrocchia non dev’essere un volere o un pretesto, possono esserci realtà e servizi che non necessitano il nostro servizio, ma questo non toglie chi siamo. Lo ridiciamo: il primo servizio di due sposi è essere famiglia, non c’è nulla di più grande ed importante che manifestare ogni giorno l’amore familiare! Se oggi volessimo fare catechismo nella nostra parrocchia magari tutte le classi sarebbero già coperte, o se volessimo fare il corso in preparazione al matrimonio anche lì non ci sarebbe posto, e allora una coppia cosa deve fare? Certo forse c’è sempre posto tra chi deve fare le pulizie o altri servizi. Compiere un servizio, vuol dire farsi umili ed inginocchiarsi ed essere disponibili accogliendo ciò che si è chiamati a fare, ma se uno vuole aiutare la Caritas non può certo essere dirottato in “croce bianca” .. i servizi come i talenti e i ministeri son diversi, è diverso il tempo e il modo in cui ci si dona!

L’importante è non passare dal volersi mettere a disposizione per fare un servizio al credersi necessari. Bisogna stare attenti anche che il servizio non diventi una proprietà propria che limita l’ingresso di altri o alcune scelte. Ci sono anche parrocchie dove se vuoi fare il servizio di catechismo non ci sono i bambini o se vuoi fare il servizio di preparazione al battesimo non ci sono i battesimi o dove se vuoi fare servizio in preparazione al matrimonio non ci sono più giovani che si sposano. La Chiesa non nasce dai servizi, dall’erogare servizi. Puoi offrire anche tutti i servizi più belli di catechesi ma se in parrocchia non ci sono figli o famiglie non servirà a nulla. Ciò che bisogna portare avanti è l’essere e secondariamente il fare. La famiglia stessa non la riconosci da quanti servizi offre, da quante preghiere organizza ma da come sa essere famiglia, sa amarsi.

Bisogna poi forse domandarsi, dal lato utente, l’utilità di alcuni servizi. Non mettiamo in dubbio le pulizie della chiesa o il servizio lettori o canto etc. Ma per esempio un servizio in preparazione al matrimonio, dalle coppie è visto come il corso obbligatorio per sposarsi e prendere il bollino di ok al matrimonio, quindi il tuo servizio potrebbe essere visto ai loro occhi come un “servizio civile” non un servizio alla fede e all’amore. Sarebbe servizio solo se in quel corso si annunciasse la bellezza del Sacramento del matrimonio, si facesse incontrare il risorto, il volto di amore che è Lui e che sono due sposati. Purtroppo in tante parrocchie si è dovuto abbassare il tiro adeguandosi a quella che era la richiesta dell’utente, svuotando completamente la natura del servizio stesso.

Siamo sicuri che alcuni servizi quindi, siamo ancora utili alla Chiesa o non siano dei servizi di “passaggio obbligato” al ricevere un Sacramento? Le istruzioni e i paletti che le Chiesa stessa ha messo nel corso dei decenni per dare delle linee guida alla nostra preparazione, son in alcuni casi diventati delle “legge farisaiche”, porte obbligatorie verso i sacramenti , non per colpa della Chiesa. Se parlassi con un nonno di quello che facciamo oggi come servizio si metterebbe a ridere. Ai suoi tempi alcuni servizi non c’erano, ma c’era più idea di famiglia, era diversa la fede, la conoscenza di Gesù e l’importanza dei sacramenti!

Oggi facciamo il “percorso in preparazione al matrimonio” ma le coppie divorziano. Che bello sapere che Carlo Acutis era talmente innamorato di Dio da aver bruciato le tappe per fare la comunione e non è rimasto nei “paletti” classici. Ci vogliono le istruzioni e grazie alla Chiesa che ce le dona, ma il servizio che sorregge quei paletti in alcuni casi sta facendo implodere la struttura stessa! E la chiesa stessa lo sa bene, lo vede, per quello sinodi ed encicliche, per dare nuove linee. Concludiamo con l’ultimo spunto:

La famiglia è la prima scuola di amore e gli stessi documenti del magistero della Chiesa ci dicono che siamo noi la prima scuola di catechismo, la prima scuola di preghiera, i testimoni dell’amore matrimoniale che dovrebbero con la loro vita preparare le altre coppie al matrimonio. Tanti servizi (preparatore ai battesimo, ai matrimoni..) non c’erano neanche al tempo dei nostri nonni. Con questo cosa vogliamo dire? Che nell’abbondanza o nella necessità la Chiesa ha creato strutture e iniziato servizi, ma come un tempo c’erano i rioni e le corti o le contrade e oggi no, così fino ad anni fa avevamo le parrocchie e ora le comunità pastorali. I servizi passeranno ma la famiglia e il sacerdote no!

Quello che abbiamo scritto può anche essere non del tutto condivisibile, ma è ciò che abbiamo vissuto nelle nostre esperienze di vita, nei nostri incontri e compreso noi dai documenti del magistero della Chiesa. Lì c’è la radice e fonte per essere Chiesa, dell’essere famiglia.

Anna Lisa e Stefano

Famiglia dai una mano in parrocchia?

Che ruolo ha la famiglia nella vita parrocchiale, nella vita di una comunità. In Gaudium et Spes al no. 48 sta scritto: “la famiglia renderà manifesta la genuina natura della Chiesa”.

Noi famiglie abbiamo il compito di rendere genuina la natura della Chiesa, che compito grande, ma come svolgerlo? Ma perché proprio noi? Che cos’ha di essenziale la famiglia che invece la comunità cristiana non ha, che un laico non ha, che un sacerdote o un religioso non ha? Che doni ha in più una famiglia? Cosa può fare una famiglia, cosa deve fare una famiglia, se è proprio lei che rende manifesta la genuina natura della Chiesa? “Il rischio è quello o di essere collaboratori della parrocchia, in base ai proprio carismi, magari singolarmente, solo uno dei due o di essere inseriti nella parrocchia quale aiuto e sostegno al prete. Ma in entrambi i “servizi di collaborazione”, non viene valorizzato il sacramento delle nozze, il sacramento che specifica l’unità dei due sposi, il loro essere famiglia.”(cit. don Renzo)

Tutti sono chiamati a collaborare con il presbiterio, non è pensabile che il compito si saurisca nell’aiuto.” (Cit. Don Renzo). Essere famiglia non è essere la crocerossina del prete, della parrocchia, non è essere volontariato o servizio. Essere famiglia è molto di più e prima bisogna riscoprirsi per quello che si è non per ciò che si fa! La famiglia deve essere riconosciuta come essere concreto all’interno della pastorale, che non vuol dire prendere il posto dei presbiteri, fare ciò che è nel loro ruolo di sacerdote, di prete, ma essere riconosciuti in quanto sacramento del matrimonio, come loro son riconosciuti nel sacramento dell’ordinazione.

Le parrocchie hanno bisogno di laici, di persone che si prestino per i tanti servizi importanti che ruotano intorno all’attività pastorale, a quella catechistica, a quella oratoriana o altro. Ma c’è una enorme differenza tra il chiedere la collaborazione di laici, il loro prestare servizio, e il vivere la complementarietà con chi ha ricevuto dalla Chiesa la grazia di un Sacramento tanto quello dei consacrati: la famiglia. In Amoris laetizia al num 67, sta scritto: gli sposi costituiscono una chiesa domestica, cosicché la chiesa guarda alla famiglia per comprendere il suo ministero. Parola del Papa, difficile da non comprendere, ma lo ri-sottolineamo: La chiesa guarda alla famiglia per comprendere il suo ministero!

La famiglia ha qualcosa di essenziale da offrire alla pastorale. La chiesa è un bene per la famiglia, ma la famiglia è un bene per la chiesa e la vita della chiesa è arricchita dalla vita di tutte le famiglie che la compongono (cit. Don Renzo). Se riprendiamo altri documenti che il magistero della chiesa ci mette a disposizione troviamo conferma di quanto scritto. In Amoris Laetitia al num 87: la chiesa è famiglia di famiglie. O al num 5 di Comunione e comunità nella chiesa domestica: la famiglia è una cellula viva vitale per la chiesa. La famiglia è rivelazione della chiesa. La famiglia rivela, manifesta e annuncia la chiesa. Quest’ultimo documento è stato scritto nel 1980, siamo nel 2022.

Su queste e molte altre parole abbiamo camminato i primi 6 mesi dell’anno accompagnati dal progetto Mistero Grande, vivendo il convegno dal titolo La famiglia rivela la natura del far chiesa, e chi rivela la via del far Chiesa? In questo momento di ripresa di tutte le attività parrocchiali, ci siamo voluti tornare, soffermandoci. Noi che non facciamo dei servizi di catechismo in parrocchia, noi che non curiamo il cammino di preparazione al matrimonio o altro. Noi che da qualche anno viviamo il solo essere famiglia, cercando di avvicinarci a comprendere cosa vuol dire essere “Chiesa domestica”.

Non vogliamo spingervi a non fare in parrocchia, come noi. Ma ad aiutare la Chiesa ad essere Chiesa partendo dal nostro essere famiglia! Ma è lecito domandarsi cosa vuol dire essere famiglia? Che grande compito che è l’essere famiglia per la Chiesa stessa, quale responsabilità grande. Quale bellezza potremmo esprimere in quanto famiglie! Tu collabori con la tua parrocchia con il fare o con il tuo essere famiglia?

La chiesa ha bisogno di noi! Oggi più che mai! Ha bisogno di famiglie che rivelano, manifestano e annunciano la Chiesa stessa, di cui l’amore tra un uomo e una donna ne diviene il grembo. Te che ruolo vivi di questo compito? Che ruolo ha la tua famiglia nella Chiesa e nella società? Ci son coppie che nel fare molto in parrocchia si dimenticano di crescere i figli o di curare il loro amore, il tempo per loro. Mamme o papà che si prestano a servizi non mostrando il volto sponsale, bello della coppia. C’è chi da una collaborazione un po’ rocambolesca, si allontana dalla Chiesa stessa. C’è chi non ha modo di collaborare per il volto chiuso che alcune chiese hanno alla novità. Ci fermiamo qua, di spunti per riflettere ve ne abbiamo dati.

ANTONIO E LUISA

Quello che hanno scritto Stefano e Anna Lisa sembra un dettaglio. L’importante alla fine è offrire il nostro servizio alla Chiesa. In realtà non è così! Noi sposi siamo i primi a non avere la consapevolezza di non essere dei semplici laici. Noi siamo sposi, noi siamo consacrati. Siamo stati consacrati nel matrimonio e abbiamo ricevuto un vero ministero, una missione. Abbiamo il compito, che ci arriva da Dio stesso, di nostrare il Suo amore. Rendere concreto e visibile il Suo amore. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa di come Dio stesso ama.

Per questo don Renzo scrive in un suo libro che noi non siamo dei semplici laici ma siamo una figura terza diversa dai sacerdoti e religiosi e diversa anche dal semplice laico. Noi siamo sposi e come tali possiamo offrire il nostro servizio. Non significa che dobbiamo fare tutto insieme. Certo offrire il nostro servizio come coppia nei corsi fidanzati, nella preparazione al battesimo o nei gruppi famiglia può essere un’ottimo modo per servire la comunità. Come però scrivono anche Stefano e Anna Lisa non è importante cosa facciamo, ma come.

Va benissimo fare il catechista, pulire la chiesa, servire al bar dell’oratorio, entrare nei vari gruppi caritas o di accoglienza varia, ma come lo facciamo? Portiamo il nostro essere coppia o cerchiamo in quei modi di servire una gratificazione che non riusciamo a trovare a casa? A volte anche il servizio in parrocchia può diventare un ambito dove sentirci bravi e avere una sorta di riconoscimento. Un po’ come i farisei che ambivano ai primi posti nella sinagoga. Dio ci chiede di dare tutto in famiglia. Solo dopo potremo essere persone credibili e credenti anche nel servizio in parrocchia. Perchè il più grande servizio che possiamo fare nella Chiesa e mostrare la bellezza del matrimonio e come l’amore sia stato capace di cambiare le nostre vite con tutti i limiti e imperfezioni che continueremo ad avere.

La nostra famiglia è scaldata dal bue e dall’asinello

Mi sono fermato a contemplare il presepe. In particolare ha deciso di soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili anche se di secondo piano rispetta alla Famiglia Santa. Fanno da cornice nella capanna. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono quella del bue e quella dell’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroveremo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano?

La Santa famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Anche le nostre famiglie lo sono. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura. Il bue fa il lavoro più duro. Un animale che proprio per la sua forza e per la sua sopportazione della fatica e del sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Non è forse un’immagine bellissima di noi sposi? Anche noi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Peròà lo siamo solo in potenza. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne servirà per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui fosse un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto Se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza! La santità del matrimonio spesso non chiede gesta straordinarie ed eroiche. La santità sta nel nascondimento di una vita ordinaria fatta di tanti piccoli gesti di tenerezza, di cura e di servizio per l’altro/a e per chiunque bussi alla nostra porta.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Contemplare la fede che portiamo al dito significa immergersi nell’infinito di Dio.

Oggi una riflessione così di getto che mi è venuta dal cuore mentre contemplavo la fede che porto al dito. Un anello che non è solo da guardare, ma da contemplare perchè racchiude, nella sua semplice perfezione, una verità così grande che è davvero incredibile pensare possa essere racchiusa in quell’oggetto così piccolo.

L’anello nuziale ha diverse caratteristiche ed ognuna di esse ci può dire tanto. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Ci sono tantissime riflessioni che si possono fare contemplando le fedi, davvero tante! Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre Cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettere l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Inciso all’interno c’è la data del matrimonio e il nome dell’altro/a. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro/a. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Antonio e Luisa

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Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Introduco questa breve riflessione con una storia tratta dal libro Abbracciami di don Carlo Rocchetta.

Viveva con la moglie e un figlio in una grande città. Da tempo gli frullava per la testa l’idea di ritirarsi in un luogo solitario per potersi dedicare completamente al culto di Dio. Una notte l’uomo decise di partire, riflettendo tra sé: Chi mai mi ha trattenuto tanto dal partire? Nel silenzio Dio gli sussurrò: Io, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma l’uomo non volle ascoltare. La moglie intanto dormiva, con il figlio stretto al seno. L’uomo li guardò e pensò: Chi siete voi che mi avete ingannato per tanto tempo? – Essi sono Dio mormorò la voce, ma egli era sordo. Il bimbo fece un piccolo gemito e si strinse ancora di più alla mamma. Dio ripeté: Non andartene, non lasciare tua moglie e tuo figlio. Abbracciali! Ma egli, incurante, prese le sue cose e se ne uscì di casa, mettendosi in cammino nel buio della notte. Dio lo guardò con tristezza e sospirando disse: Perché mai il mio servo mi abbandona per andare in cerca di Me?

Questa breve storia è molto significativa e si presta a varie letture. Quella che voglio dare io è forse la meno grave, ma la più comune. Tantissimi cristiani praticanti rischiano questa deriva. Cercano Dio nei gruppi di preghiera e nei pellegrinaggi. Frequentano le sacrestie più dei sacerdoti. Si sentono realizzati negli incarichi sempre più importanti che ricoprono in parrocchia, in curia o nei vari movimenti. Tutto questo li porta a sacrificare il luogo privilegiato dove possono incontrare Dio: il loro matrimonio, la loro relazione sponsale. Spesso mi è capitato di riscontrare una grande ipocrisia. Molti nascondono, dietro il desiderio buono di rendere culto a Dio e di servirlo nella comunità, l’incapacità e la non volontà di santificarsi impegnandosi nel matrimonio. Quasi lo considerassero meno importante. La motivazione reale è che curare una relazione quotidiana, totale ed intima come il matrimonio costa tanta fatica. Queste persone tanto sono ferventi fuori tanto sono fredde in casa. Tanto si impegnano fuori tanto si disimpegnano in casa. Tanto sono pronti a sacrificarsi fuori in mille attività tanto si scansano in casa. Attenzione! Servire la comunità trova significato solo se è frutto dell’amore sponsale che diventa fecondo ed esonda le mura di casa per essere condiviso con i fratelli. Non quando diventa modo per giustificare il deserto che si vive nell’intimità della coppia e modo per gratificarsi fuori dell’amore sponsale. Questo non sarà mai culto gradito a Dio e via di santificazione per noi.

Antonio e Luisa

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Un grande matrimonio è fatto di servizio

Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il matrimonio è il sacramento del dono e del servizio. Solo mettendo in pratica questo semplice, ma difficile da realizzare, comando di Gesù, possiamo vivere il matrimonio per quello che è. Non per quello che molti credono. Molti, infatti, pensano al matrimonio come una relazione dove l’altro/a deve darsi da fare per renderli felici. Perchè mi sposo? Alla fine il discorso si riduce a questa semplice domanda. Una domanda che può davvero farci capire molto. Una domanda che ci dobbiamo fare.

Racconto un aneddoto per spiegarmi meglio. Un sacerdote, missionario in Brasile, venne da noi in parrocchia per una breve testimonianza. Ci raccontò, molto divertito, di un episodio che lo vide protagonista durante la celebrazione di un matrimonio. Era tutto pronto. Gli sposi erano sotto l’altare e lui fece la fatidica domanda alla sposa, a bruciapelo: “Perchè lo sposi?”.

La donna, un po’ imbarazzata e sorpresa, rispose: “Per essere felice”.  Lui si adombrò e fece la finta di cacciare tutti: “Non vi sposo perché non voglio essere parte del vostro divorzio”. Gli sposi rimasero senza parole. Allora lui diede la spiegazione che voleva arrivasse ai due giovani: “Non devi sposarlo con l’illusione che lui possa renderti felice. Vale anche per te caro sposo. Non sarà mai all’altezza delle tue aspettative. Non puoi pretendere che lui ti possa dare una pienezza che non gli appartiene. E’ una persona limitata e imperfetta come lo sei tu. Non lo vedi? E’ un peccatore come te. La forza che vi spinge al matrimonio deve essere un’altra. Dovreste avere il desiderio, che nasce nel cuore e prende vita nella scelta che farete ogni giorno della vostra vita insieme, di donarvi totalmente l’uno all’altra per rendere l’altro/a felice. State tranquilli che se avete questa consapevolezza dove non arriverete voi arriverà la Grazia di Dio”.

Cosa ci insegna questa breve testimonianza? Che spesso sbagliamo il punto su cui focalizzare la nostra attenzione. Siamo sempre pronti a riscontrare ogni mancanza del nostro sposo (o sposa), sempre pronti a sentirci offesi da un atteggiamento poco accogliente, sempre pronti a sentirci poco curati e ascoltati. Ci sentiamo spesso incompresi, trascurati, dati per scontato. In realtà, se ci pensiamo bene, l’altro non sarà mai perfetto (o perfetta, vale per entrambi). Sbagliamo atteggiamento. Dovremmo invece chiederci altro. Come posso aiutarlo/a? Cosa posso fare per farlo felice? Cosa gli piace? Posso cambiare qualcosa nella mia relazione con lui/lei per rendermi più amabile?

Cambia tutta la prospettiva e cambia la relazione. Solo così diventa un vero matrimonio, una vocazione all’amore e non solo due povertà che cercano di prendere qualcosa dall’altro come mendicanti.

Vi suggerisco un’abitudine da prendere. Fa tanto bene alla coppia. Alla sera, prima di addormentarsi, abbracciarsi e nell’intimità del talamo chiedersi scusa vicendevolmente. Su quello che potevamo fare e non abbiamo fatto.

Antonio e Luisa

 

 

Amare come Dio e al modo di Dio.

Oggi volevo proseguire con il Cantico. Poi, però, ho letto le parole della meditazione che il Papa ci ha donato ieri a Santa Marta. Sono rimasto folgorato. Parole semplici, ma di una sostanza e di una verità deflagranti. Una bomba. Bellissime. Condivido un passaggio del resoconto particolarmente decisivo.

«In questo congedo», ha sottolineato il Pontefice, il Signore compie «due gesti, che sono istituzioni: due gesti per i discepoli e per tutta la Chiesa che verrà. Due gesti che sono il fondamento, per così dire, della sua dottrina»: l’istituzione dell’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Da questi gesti «nascono i due comandamenti: i due comandamenti che faranno crescere la Chiesa se noi siamo fedeli».

Innanzitutto, ha detto Francesco, c’è il «primo comandamento» che è quello «dell’amore». Ed è «nuovo» perché, ha spiegato, «c’era il comandamento dell’amore — amare il prossimo come me stesso — ma questo dà un passo in più: amare il prossimo come io vi ho amato». Quindi: «l’amore senza limiti», senza il quale «la Chiesa non va avanti, la Chiesa non respira. Senza l’amore, non cresce, si trasforma in una istituzione vuota, di apparenze, di gesti senza fecondità». Con l’Eucaristia, in cui Gesù «dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue», egli «dice come noi dobbiamo amare, fino alla fine».

Vi è poi l’altro gesto, quello della lavanda dei piedi, in cui «Gesù ci insegna il servizio, come strada del cristiano». Infatti, «il cristiano esiste per servire, non per essere servito». Ed è una regola che vale «tutta la vita». Tutto è racchiuso lì: infatti «tanti uomini e donne nella storia», che l’hanno «presa sul serio», hanno lasciato «tracce di veri cristiani: di amore e di servizio».

Ha sintetizzato il Papa: «L’eredità di Gesù è questa: “Amatevi come io ho amato” e “servite gli uni gli altri”. Lavate i piedi gli uni agli altri, come io ho lavato a voi i piedi».

Premessa: quando scrivo lui vale per lei, e viceversa.

Parole indirizzate a tutta la Chiesa. Noi sposi siamo, però, interpellati in modo particolare. Noi siamo piccola chiesa e noi siamo epifania di quell’amore portato da Cristo con la sua vita e con la sua persona. Le parole di Cristo non ci lasciano scampo. Il Papa lo ribadisce. Mi capita spesso di discutere di questo sui social, di persona, o anche attraverso questo blog. Le domande sono sempre le stesse. Non posso amare chi non mi contraccambia. Non è giusto che faccia tutto io. Lui non capisce e si comporta da egoista. Dio non vuole che io sia infelice in questa relazione. Io ce la metto tutta nell’accoglierlo, ma lui non fa nulla. Non c’è reciprocità. Così non si può andare avanti. Così via.

Abbiamo perso il vero senso del matrimonio. Crediamo che, attraverso quell’unione, risolviamo tutti i nostri vuoti e la nostra ricerca della felicità. Ovvio, un matrimonio felice è il desiderio di tutti e guai a non fare di tutto per averlo. Lo scopo del matrimonio è un altro. Lo scopo del matrimonio è prepararsi all’incontro e all’abbraccio eterno con Cristo. Imparando ad amare e a mettere l’altro davanti a noi. Gesù non ci dà, quindi,  ragione. Non ci segue in questi ragionamenti e in queste comuni lamentele. Gesù ama da Dio. Gesù ci mostra il suo amore in tutta la sua vita. Il culmine lo raggiunge, però,  nell’Eucarestia, nella lavanda dei piedi, nella sua passione e morte. Dà tutto. Tutto se stesso. E serve. E’ un re che serve i suoi discepoli. E’ un re che ama e che serve. Questo siamo chiamati ad essere. Per questo per il matrimonio non basta una semplice relazione naturale e umana, ma serve un sacramento. Noi siamo chiamati ad amare come Dio (senza misura e senza condizione) e al modo di Dio (nel servizio). Tuo marito si comporta male: amalo di più. Tuo marito si arrabbia e tiene il muso: sii dolce e accogliente. Tua moglie si lamenta: accogli le sue critiche e non smettere di servirla. Ognuno ha in mente i propri punti critici sui quali lavorare.

Se mettiamo condizioni al nostro amore sponsale, non stiamo amando da Dio, stiamo mettendo noi stessi davanti, il nostro egoismo. Stiamo dicendo a Dio: non voglio amare come te. Voglio amare come ama il mondo. Senza fatica e senza sacrificio. Così, però, perdiamo tutta la bellezza e la grandezza di un’unione vissuta nell’abbandono a Dio e vivacchiamo, come fanno tanti.

Potete essere d’accordo o meno con quanto ho scritto. Non cambia la sostanza. Dio ci chiede di amare come lui e nel modo in cui ama lui. Senza condizione, senza limite, e ponendosi al servizio dell’altro.

Amando così potrete fare miracoli. Cambiare voi stessi e, chissà, anche l’altro. Non c’è scelta. La strada è stretta, a volte difficile, forse impossibile,  ma fuori da questa strada non possiamo che perderci.

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. P come preghiera.

La preghiera è fondamentale nella coppia. Si potrebbe affrontare il discorso da diverse angolazioni e sotto diversi punti di vista. Voglio soffermarmi su due concetti secondo me determinanti e spesso sottovalutati. Un primo accenno è dovuto a cosa sia realmente la preghiera della coppia. Attraverso il vincolo coniugale cristiano, dono matrimoniale dello Spirito Santo, Dio ci ha unito anche nell’amarlo. Nel matrimonio Dio ci chiede di essere amato con la mediazione di un’altra persona, attraverso un’altra persona. La preghiera è essenzialmente un dialogo d’amore tra noi e Dio. Un dialogo senza barriere e sincero. Può essere un modo per esprimere gioia, preoccupazione, paura, dolore e anche rabbia. Personalmente mi riesce difficile pregare il rosario, le novene e tutte quelle preghiere dove si recita una formula. Preferisco il dialogo con Dio, l’ascolto, l’adorazione. In quei momenti sento forte la consapevolezza, il desiderio di Dio, che mi chiede di essere amato nella mia sposa. Lui è lì davanti a me, ma è come se mi ricordasse che quello è un momento di Grazia, che non basta, se poi non lo cerco nella mia quotidianità, nella mia sposa.  Così ogni mio gesto di servizio e di amore rivolto alla mia sposa diventa preghiera, diventa direttamente rivolto a Gesù. Nella mia sposa sto amando Cristo. Questo vale per ogni gesto rivolto ad ogni fratello, ma nel matrimonio è ancora più importante. Diventa risposta alla vocazione personale, diventa gesto sacro, diventa profezia dell’amore di Cristo stesso. Amando Luisa sto rispondendo alla mia consacrazione.

Ricordo un passaggio meraviglioso, tratto dal libro Siamo nati e non moriremo più, dove viene raccontata la bellissima storia di Chiara ed Enrico. Storia bellissima nella sofferenza di una giovane mamma che muore di cancro. Solo Cristo permette di vivere in questo modo, questa follia dell’amore. Chiara scopre come tutto sia preghiera nel matrimonio quando è dettato dal desiderio di amare il suo sposo

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Cosa possiamo concludere?

La nostra preghiera contemplativa è autentica e sincera solo quando è accompagnata da una preghiera più operativa, che può apparire meno nobile, ma non lo è. La preghiera che dalla mente prende carne e si trasforma in azione e volontà. Questo non significa che la preghiera contemplativa vada eliminata, che bastano le opere. Al contrario: la preghiera contemplativa assume significato e si arricchisce delle opere. Le opere, invece, si nutrono della nostra preghiera. Madre Teresa, a questo proposito,  disse al Card. Comastri:

Ricordati che Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità. Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri

Le nostre offerte sono gradite a Dio nella misura in cui lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Sarebbe troppo facile e soprattutto sterile. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione o lo smartphone tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

In Giovanni troviamo scritto:

come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?

Spesso la fede può trasformarsi in parole, riti e formule che, se non trovano un fondamento nella vita concreta di relazione, diventano gesti vuoti.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

Pulire casa è preghiera.

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo di domenica. Oggi ho voluto lanciare una provocazione sui social. Nella mia parrocchia sono in corso le quaranta ore di adorazione. Stamattina avevo due possibilità. Una scelta. Recarmi in chiesa per adorare il Santissimo Sacramento oppure restare a casa e occuparmi di metterla in ordine, di lavare, riordinare, spolverare. Renderla dignitosa. Abbiamo avuto una settimana molto impegnativa e non c’è stato tempo per occuparci della casa. Era un porcile. Sapevo che Luisa sarebbe tornata da scuola verso le 13.30 e vedere la casa in quelle condizioni l’avrebbe scoraggiata e impegnata per gran parte del pomeriggio. Ho deciso di dedicarmi alla casa e l’ho scritto sui social che sarebbe stata la scelta che Gesù avrebbe apprezzato di più. Ho avuto per questo alcune critiche. Da queste critiche voglio partire per riflettere su una realtà non sempre riconosciuta. Noi, non siamo sacerdoti. Abbiamo un’altra vocazione. La nostra vocazione è il matrimonio. Dio si fa trovare primariamente nella nostra sposa e nel nostro sposo. Vuole essere amato così, con la mediazione di una creatura. Non fraintendetemi. Adorazione, Messa, preghiera sono tutte attività importantissime per la vita di un cristiano che sia consacrato o meno. Danno forza, sostegno, intimità e relazione con Gesù. Questi sono però tutti mezzi, strumenti che Dio ci dona per realizzare la nostra vita. La nostra vita si realizza nel matrimonio, mettiamocelo in testa. Il fine della nostra vita è realizzarci nel nostro matrimonio, rispondendo così all’amore di Dio. Detto in altre parole, alla fine saremo giudicati sull’amore, su quanto avremo amato i nostri fratelli e in particolare il nostro coniuge. Non saremo giudicati su quante Messe abbiamo seguito o su quante ore abbiamo passato davanti al Santissimo, ma su quanto abbiamo amato nostro marito, nostra moglie.

Quindi stamattina ho scelto di amare mia moglie nel servizio amorevole verso di lei. Ho spazzato, lavato, spolverato per lei. E’ una stupidata, ma è l’amore quotidiano dei coniugi. Nulla di eccezionale, ma la quotidianità vissuta per l’altro e per l’Altro.

Andrò all’adorazione, ne ho bisogno per ricaricarmi ed essere capace di continuare a donarmi, ma oggi penso di aver amato Gesù nel modo migliore, nel servizio alla mia sposa. Tanto noi sposi sappiamo che Gesù è presente nella nostra relazione in modo reale come nell’Eucarestia. In un certo senso donarsi nel matrimonio equivale a fare adorazione. In modo diverso ma sempre gradito al Signore.

San Giovanni nella prima lettera, non a caso, diceva:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Voglio concludere con un breve passaggio del libro “Siamo nati e non moriremo mai più”, dove viene raccontata la vicenda di Chiara Corbella, giovane sposa e mamma santa (lo diventerà presto):

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Antonio e Luisa

Gli sposi sono fuoco evangelizzatore

L’amore sponsale è strano. E’ un’unione così intima, forte, indissolubile e totalizzante che sembra escludere ogni altra persona. C’è un forte rischio di chiusura soprattutto quando il rapporto e gli sposi sono immaturi. In questi casi si rischia di vivere come prigionieri. Si pensa che la nostra soddisfazione personale e il senso della nostra vita dipendano solo dal nostro sposo o dalla nostra sposa e condividerlo/a con qualcuno diventa un rischio di perdere qualcosa. La gelosia ci imprigiona. L’amore muore e diventa possesso perchè non ci siamo sposati per dare amore, ma solo per ricevere qualcosa dal rapporto. In alcuni casi anche i figli sono visti come un pericolo e per questo si decide di non averne. Tutto ruota intorno a noi stessi. Quanti sposi che pensano di amarsi tantissimo perchè hanno un rapporto quasi morboso in realtà non si amano, ma si usano per colmare i loro  vuoti e soddisfare i loro bisogni. Personalmente ho corso questo rischio. Quando mi sono sposato ero ancora molto immaturo come persona e come cristiano. Invece col tempo sono maturato. Sono riuscito, grazie a tante persone che mi/ci hanno aiutato, sacerdoti ed amici a spostare il centro delle mie attenzioni da me a Luisa. Ciò è stato possibile quando ho finalmente incontrato Cristo e non ho avuto più bisogno di cercare in Luisa un senso e un sole assolutizzato e assolutizzante attorno cui girare per scaldarmi e illuminarmi il cuore. Più il nostro rapporto è diventato forte, bello, intimo e più io sento di non aver bisogno di lei, ma di volermi donare a lei. Quando esiste questo tipo di amore tra gli sposi, simile a quello di Dio nella Trinità, con tutte le dovute distanze e differenze dettate dal loro essere creature, avviene qualcosa di inaspettato. Si sente il desiderio di aprirsi all’esterno. L’amore non vuole essere rinchiuso nella nostra relazione, ma esonda al di fuori. Come Dio Trinità ha creato l’universo come un’esplosione d’amore, così noi sposi, se viviamo un amore autentico e basato sul dono, sentiamo il bisogno di aprirci, di non restare come una monade isolata, ma di vivere la nostra piccola chiesa nella grande Chiesa. Aprirsi alla vita, prima di tutto, ai figli, e poi ai fratelli nella comunità, agli amici, ai bisognosi di una parola o di un po’ di cibo. Tutto ciò diventerà non un sacrificio, ma un’esigenza del cuore.

Gli sposi sono fuoco acceso dell’amore di Dio per ogni persona, fuoco acceso dell’amore di Gesù per la Chiesa. Gli sposi lo sono sempre. Non ha senso credere di essere fuoco solo quando si va in parrocchia ad aiutare, al catechismo, nei vari gruppi o in attività di solidarietà e volontariato. La nostra fiamma è accesa sempre, ovunque siamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Chi si avvicina a noi deve sperimentare quella prossimità e compassione (patire con) che abbiamo imparato in famiglia e che dovrebbe essere diventata stile di vita. Così gli sposi possono essere i più grandi evangelizzatori in un mondo che tende a chiudersi. Un mondo che chiude le porte, le frontiere, i cuori ha bisogno impellente di sposi che portano il loro amore e il loro fuoco nella società e nella realtà in cui vivono. Un mondo sempre più fondato sul profitto e sull’interesse personale ha bisogno della gratuità degli sposi. Gli sposi che vivono la loro vocazione all’amore in modo pieno danno volto e consistenza alla Parola, la rendono presente e attuale nella storia e nella geografia. Questi sposi possono essere quella luce di Cristo che affascina e che ha permesso a un falegname di una remota provincia dell’Impero con un seguito di straccioni di attirare a sè miliardi di persone. Ciò è possibile però quando questo amore si nutre della relazione sponsale, della Grazia del Sacramento e dell’Eucarestia. Solo così il nostro impegno e il nostro fare è frutto dell’amore autentico, altrimenti non è vero dono, vera luce, ma diventa palliativo per trovare fuori dalla nostra vocazione ciò che non si sa costruire al suo interno.

Antonio e Luisa