La sciagura del divorzio breve

Il divorzio breve

L’ultima novità, in fatto di matrimoni è… il divorzio breve. Divorzio sì, ma breve, anzi, brevissimo. Fino a ora si poteva divorziare da sei mesi fino a un anno dalla separazione. Ma chi volete che aspetti da sei mesi a un anno, nel mondo dell’instant marketing, del cibo d’asporto, dei treni ad alta velocità? Si poteva fare di meglio e, a quanto pare, è stato fatto.

Col divorzio breve, porre termine a un matrimonio è più che mai facile e veloce. Domanda di divorzio unilaterale e domanda di separazione si presentano contestualmente. Come c’era da aspettarsi, tanti plaudono alla cosa come a una grande conquista di civiltà.

Proprio ieri, ripensavo al mio matrimonio. Ci è voluto circa un anno per organizzarlo. Eppure, non avevamo fatto nulla di speciale. Allora ho controllato. Le cose non sono granché cambiate. Sui siti web dedicati al tema delle nozze, ho scoperto che guru delle cerimonie e wedding planner blasonati consigliano di partire coi preparativi almeno un anno prima. Leggete voi stessi, se non mi credete guardate questi siti (weddingtime sposinstyle).

Dunque, nel nostro strano mondo, ci vuole un anno per preparare una cerimonia che dura un giorno. Anzi, ben meno di ventiquattro ore. Però basta molto, ma molto meno, per dirsi addio per sempre, fra marito e moglie.

Il divorzio breve è il black Friday delle relazioni

Il divorzio, così semplificato e reso agile, ricorda l’acquisto “d’impulso”. Quello che la grande distribuzione conosce e attua a meraviglia. Avete presente il black Friday? Condizioni speciali, disponibili solo se si agisce in velocità. Ogni lasciata è persa. È un po’ come l’incantesimo della fata di Cenerentola: la magia finisce a mezzanotte in punto. Fra la decisione e l’acquisto vero e proprio, passano pochi minuti. Talvolta secondi.

Non c’è il tempo di ponderare, di mediare, di chiedersi se quello che stiamo per fare sia davvero giusto per noi. Lì il fattore velocità è tutto: quel che sia, purché sia, ma in fretta. Non c’è tempo per i ripensamenti. Non ci sono pause di riflessione. La decisione produce un effetto immediato irreversibile: riempire un carrello virtuale e perfezionare l’acquisto. Senza possibilità di reso. Come rendere il coniuge alla famiglia di origine. Anche qui in modo rapido e irreversibile. Senza spazio per dubbi o ripensamenti. Può sembrare un paragone azzardato, ma non lo è.

Basta un breve periodo di crisi, un litigio un po’ più serio, un fraintendimento che, sull’onda dell’emotività, si può chiedere e ottenere subito il divorzio. Senza concedere una seconda chance a chi ci ama e amiamo, e forse ha avuto un’uscita infelice. O forse attraversa un momento difficile.

Il divorzio breve azzera la perseveranza

Qualche giorno fa si è diffusa la notizia di una moglie che ha deciso di divorziare il giorno stesso delle nozze. Il motivo? Era molto arrabbiata col marito per uno scherzo. Lui le ha tirato la torta nuziale in faccia. Non si sa dove né quando ciò sia avvenuto di preciso. La notizia è stata ripresa da vari giornali.

Non è una storia italiana di certo. Però potrebbe diventarlo in futuro. Il problema del divorzio breve, è che azzera la perseveranza. È evidente che si desideri uscire al più presto da una situazione poco piacevole. Il fatto è che, nella quotidianità del matrimonio, possono verificarsi diversi episodi poco piacevoli. Questo non vuol dire che l’uomo (o la donna) che abbiamo al fianco siano mostri. Vuole solo dire che abbiamo bisogno di mediare, di perseverare. Dobbiamo darci tempo, per imparare a conoscere il consorte. Serve la volontà di affrontare e superare le difficoltà. E le difficoltà ci saranno certamente, al di là del sentimento.

Perché, come disse bene Gilbert Keith Chesterton: Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno “compatibile”. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili. (nel libro: Cosa c’è di sbagliato nel mondo, lo avevo recensito qui.

Se esiste una via d’uscita veloce, perché dovremmo impegnarci nella fatica di trovare un equilibrio nella nostra relazione? Eppure, anche i matrimoni più riusciti, hanno affrontato una fase di rodaggio. Se gli sposi avessero gettato la spugna, sapendo di poterlo fare, sarebbero davvero diventate unioni solide?

Il nemico del matrimonio

La natura umana è instabile, debole, capricciosa. Per questo il divorzio breve è il più gran nemico del matrimonio. La migliore garanzia per la solidità coniugale è proprio nell’indissolubilità del matrimonio. Una unione che non può essere messa facilmente in discussione dai nostri umori alterni, ci costringe a lavorare su noi stessi. Ci impegna alla generosità, all’umiltà, al perdono.

Al contrario, un matrimonio senza impegno, a tempo determinato, facile da cancellare, asseconda proprio la nostra incostanza. Se si divorzia sull’onda dell’emotività, non esiste nessuna garanzia che una relazione successiva abbia miglior successo. Se proseguiamo, senza educare il nostro spirito alla perseveranza, incontreremo nuovamente degli ostacoli e di nuovo non avremo le risorse per superarli. Non ci sono matrimoni che funzionano grazie al pilota automatico, a un qualche sortilegio o miracolosa tecnica relazionale.

Divorziare è affrontare un fallimento

Ogni matrimonio è una scuola di disciplina personale. Non è scappare dalla scuola, che ci renderà più felici, ma solo più irrisolti. Divorziare, infatti, anche se diventa un atto amministrativamente più semplice, resta comunque un enorme fallimento di vita. Ci sono esperti che paragonano il dolore e l’alienazione del divorzio a ciò che si prova nel caso di un lutto.

Alleggerire la forma del matrimonio, non ne varia di un briciolo la sostanza. Al contrario, dà l’illusione iniziale che un legame così profondo, si possa cancellare assieme alle firme sulla carta da bollo. Ma l’apparenza di facilità e leggerezza dura poco.

Se ci siamo giurati amore davanti a Dio e alle nostre famiglie, probabilmente credevamo nel nostro amore. Vederlo naufragare, affrontare il distacco dall’altro, dover rinunciare ai sogni che avevamo coltivato su questa unione, sono delusioni profonde.

Il nostro senso di fallimento e dolore non si alleggerisce, per effetto di una proceduta amministrativa più rapida. Senza contare che, come ogni cattolico sa, il matrimonio non può essere sciolto, terminato, cancellato. Anche se i coniugi si allontanano, anche se divorziano per la legge degli uomini, rimangono sposati nel sacramento di Dio. Per questo, il divorzio breve rischia di essere l’ennesimo inganno, ai danni delle coscienze. L’ennesima promessa di finta serenità, destinata a lasciare rovine e amarezza.

Anna Porchetti 

il mio blog il mio libro si trova qui

Vale anche col pensiero?

Vale anche col pensiero?

Quando si parla di tradimento, vale pure col pensiero? Questa è la domanda che mi rivolge una lettrice del blog. Siccome mi prega e mi scongiura di non rivelare il suo vero nome, la chiameremo Cunegonda. Sono pronta a scommettere che non conoscete nessuna che si chiami così. Cunegonda è sposata e la sua storia d’amore le sembrava perfettamente normale. Finché non ha scoperto che il marito ha una intensa relazione virtuale con una signorina, attraverso una app di incontri. Lui ha ammesso e minimizzato l’accaduto. Ma lei non trova pace. E chiede a chiunque le capiti a tiro (me compresa) se sia veramente così.

Se sia una cosa da niente. Mica un vero tradimento. Oppure, se l’infedeltà valga anche col pensiero. In linea di principio siamo tutti abbastanza concordi nell’affermare che un tradimento consumato fisicamente sia una ferita grave in un rapporto amoroso. Ci sono matrimoni che si sfasciano, a causa dell’infedeltà. Ma come classificare tutta quella zona grigia, che non è più del tutto innocente, ma non è ancora in flagranza di tradimento? È davvero così irrilevante?

Anche il pensiero ha il suo valore

Se lui mette i cuoricini a tutte le foto in cui l’altra appare ammiccante, sta tradendo la moglie o no? E se lei gli manda foto senza veli? O se entrambi condividono una fantasia compromettente? E’ tradimento anche se poi non succede niente? Il problema è che la virtualità ha innescato tutta una serie di interazioni impossibili nella vita reale. Interazioni che lusingano la vanità, rilasciano l’adrenalina, fanno assaporare il gusto della conquista, ma si fermano a un passo dalla realizzazione concreta di un adulterio. E allora? Questi comportamenti sono da condannare o li dobbiamo assolvere, ascrivendoli alla sfera dei giochi innocui? Nostro Signore, che conosceva il cuore umano, ha pensato bene di sgomberare il campo da ipocrisie:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore. Mt 5:27-28.

E quindi sì, vale anche con il pensiero. inutile girarci attorno.

Il tradimento del corpo e quello del cuore

Il tradimento del corpo è più tangibile, più immediato. È innegabile. Ma non è l’unico modo di tradire il coniuge. Né necessariamente il più grave. Esiste una forma di infedeltà altrettanto grave e distruttiva, che avviene anche se il partner non ha una relazione intima al di fuori del matrimonio. C’è un tipo di infedeltà che, addirittura, avviene anche in assenza di un/un’amante. Si tratta del tradimento del cuore. Avviene anche se il coniuge è fisicamente presente e la vita di coppia sembra normale. In questi casi, al di là dell’apparenza, quella persona non è emotivamente fedele. Questo significa che non prova sentimenti profondi o non è coinvolta affettivamente dal rapporto con l’altro.

In questi casi, si crea terreno fertile perché fra marito e moglie si insinui qualcun altro. Una persona estranea che gratifichi questi bisogni emotivi non soddisfatti nel matrimonio. I tradimenti del cuore o del pensiero sono altrettanto gravi e pericolosi di quelli fisici. Anche se potrebbero sembrare meno importanti. In questo vuoto affettivo, si crea spazio per una relazione parallela. È solo questione di tempo: appena le condizioni esterne lo renderanno possibile, ci sarà l’infedeltà. Una relazione affettiva parallela può minare le fondamenta del matrimonio, anche se con l’amante non c’è stato nemmeno un bacio.

Perché tradire col pensiero è grave?

In un matrimonio, ci si giura fedeltà reciproca. Esiste, fra marito e moglie, una sorta di patto di esclusività, che include l’amarsi, ma non solo. Anche l’onorarsi l’un l’altro e l’essere fedeli sempre. Il matrimonio non prevede che si intrattenga con nessun’altra persona un rapporto della profondità e dell’intimità che si ha con il coniuge. Spesso non si considera che, essendo gli sposi una carne sola, tradire l’altro equivale a commettere un gesto di slealtà. Non solo verso la moglie (o il marito) ma nei riguardi di sé stessi, verso l’impegno matrimoniale che si è assunto liberamente. E anche rispetto alle promesse fatte in prima persona. In definitiva si tradiscono i propri valori, oltre che l’altra persona. Questo indispensabile patto di lealtà con sé stessi e con il coniuge viene meno sia che il tradimento si consumi davvero, sia che rimanga allo stadio di pensiero.

Come affrontare la situazione

Alla nostra amica Cunegonda, io consiglierei di capire cosa ci sia dietro al tradimento del marito. Aveva bisogno di conferme? Questa nuova conoscenza ha lusingato il suo amor proprio? O lui sente che qualcosa nel rapporto matrimoniale gli manca, e ha pensato di cercarlo fuori? Se lui minimizza l’accaduto, può darsi che non voglia mettere in discussione il matrimonio. Questo non vuol dire che si debba fare finta che non sia accaduto nulla. Un tradimento, seppure realizzato solo col pensiero, è un segnale d’allarme. Una sorta di spia rossa nel cruscotto della relazione matrimoniale. Richiede comprensione della situazione e del contesto. Comprensione ancora prima del perdono, per fare sì che l’esperienza dolorosa aiuti a capire su cosa lavorare nella coppia, per evitare di tradirsi ancora e lasciarsi.

Anna Porchetti

Come tutto è iniziato: https://annaporchetti.it/2022/10/18/mi-faccio-un-blog/

Il libro si trova qui: https://amzn.to/3SnFCe0

L’intimità. Una chiacchierata tra donne. /2

Proseguiamo oggi con l’interessantissima intervista di Anna a Nicoletta. Qui potete trovare la prima parte.

Quali consigli dare alle mogli, per mantenere una buona intesa e una sessualità sana e gratificante? E ai mariti?

È fondamentale per tutti e due, gli uomini e le donne. Quindi è un aspetto su cui lavorare, altrimenti l’intimità scende. Magari, se il tipo che dell’intimità pensa: È importante anche per me, anche se non ci penso mai! Ecco ricordati che lavorare in questo aspetto aiuta ad avere un rapporto migliore col proprio corpo, un rapporto migliore con il corpo dell’altro, un’intimità che cresce e tante altre cose belle.

Canali comunicativi

Ricordiamoci che l’altro mi conosce e sa qual è il mio canale comunicativo. Sa che per me è importante una manifestazione d’amore “narrativa”: per esempio che mio marito mi dica con le parole: sei bella, mi piace stare con te. Serve che mi conquisti, mi aiuti ad entrare nell’intimità, ad accendere il mio desiderio, usando il mio canale di comunicazione.

Oppure so che l’altro ha un canale privilegiato visivo quindi: ciò che vedo mi eccita. Vedo che sei particolarmente curata oppure vedo che questa sera spegni il pc prima del solito e che ti dedicherai a me e non al lavoro.

Queste differenze ci sono, e io sono chiamata a sintonizzarmi sul tuo canale comunicativo e a raccontarti tutte le volte che tu fai qualche cosa che mi aiuta ad accendere il desiderio. In un corso che abbiamo fatto online con le copie che si chiama: accendi il desiderio abbiamo parlato di questo, perché il desiderio erotico cresce. Dobbiamo ricordarci che l’altro è diverso, e i suoi canali erotici sono diversi dai miei.

Troppo spesso si leggono dichiarazioni di personaggi pubblici (in questi giorni quella di un uomo di spettacolo) che ammettono di concedersi delle distrazioni sessuali fuori dal matrimonio e le giustificano a motivo di un sesso coniugale scarso come qualità e quantità. Quali sono i rischi per la relazione, nel cercare fuori quello che si dovrebbe coltivare nella coppia?

L’intimità è la costruzione che la nostra coppia fa di uno spazio speciale, in cui entriamo solo noi. Significa che tu sei il mio solo, il mio unico con cui vivo una cosa simile. Sperimentiamo una cosa particolare della nostra relazione che batte e la potenza di questo battito è data dai gesti che tu ed io viviamo esclusivamente. Quando qualcun altro entra in questa intimità, questo cuore della coppia si modifica. In alcuni casi si ammala gravemente. In certi casi si rompe proprio. È un’attività rischiosissima che nell’intimità entri qualcuno. È rischioso se uno di noi ha fatto entrare nel nostro spazio di intimità una fantasia, che magari potevamo addirittura esserci raccontati e condiviso insieme. Tuttavia, nel momento in cui la viviamo, genera delle cose che possono essere difficili da gestire.

L’invasione dell’intimità

L’intimità è una stanza speciale e quindi ci siamo solo io e te, la nostra coppia. Ogni volta che entra qualcun altro, mettiamo a rischio la nostra intimità, cioè il cuore della nostra coppia. Incontro coppie che hanno messo in atto delle fantasie, magari anche condivise, che hanno generato danni pazzeschi.

Ci sono anche coppie che hanno vissuto il tradimento, magari concluso. Hanno avuto una storia con un lui o con una lei, poi chiusa e hanno scelto di nuovo il proprio partner, ma non riescono a capacitarsi della sofferenza che questa cosa ha generato nella coppia, in se stessi, nell’altro. Né spesso riescono ad affrontare la fragilità in cui hanno messo tutti e due, il rischio sul proprio futuro. Si tratta di azioni che mettono a repentaglio la coppia. Questo lo dobbiamo sapere.

Il valore della fedeltà

Non è essere più o meno chiusi, a parer mio, è essere saggi. La nostra intimità è una stanza speciale, in cui ci siamo solo noi due. Ogni volta che consentiamo qualcun altro di entrare lì dentro, mettiamo la nostra coppia in grandissimo rischio. Se io sono molto interessato noi due, non farò entrare altri. Questo richiede un lavoro, perché la fedeltà è lavoro, è il capolavoro di una coppia.

Si può ripartire anche dopo i tradimenti, si può ripartire anche dopo aver ospitato fantasie che non ci hanno fatto bene, ma è molto molto molto difficile. L’aspetto più saggio ricordarsi che la fedeltà è preziosa. È essenziale ricordarci che questa unicità deve essere preservata. Se la infrango non so veramente quale fatica ciò porterà la nostra coppia 

Di recente avete pubblicato un nuovo libro, dedicato alla fertilità della coppia (La fertilità che non ti aspetti). Di cosa di tratta?

La fertilità che non ti aspetti è stato un bellissimo regalo. Ci hanno chiesto di scrivere un libro legato a questo aspetto: alla vita delle coppie che scoprono di non poter avere figli e si trovano a vivere una dinamica di non fertilità fisica loro interno. Siamo rimasti un po’ colpiti, perché la richiesta ci è arrivata e chi ce l’ha fatta sa che noi abbiamo avuto la fortuna di essere genitori di cinque figli. Pensavamo di non essere le persone adatte. Abbiamo messo in campo le nostre conoscenze. Abbiamo pensato anche alle narrazioni che raccogliamo in giro a fare incontri, alle storie che raccolgo io nella mia attività di lavoro.

Ci siamo resi conto che poteva essere una occasione per narrare ciò che, secondo noi, è essenziale. Che cos’è che aiuta una coppia a mantenersi non solo in piedi, ma essere una coppia che riesce a continuare a camminare nel proprio progetto di coppia?

Il ricalcolo

Abbiamo imparato che l’abilità più essenziale è quella del ricalcolo. Ricalcolare il percorso, perché ciò che fa la stabilità, la grandezza della nostra coppia, non è raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissi. Quello che chiamiamo: “il nostro progetto di coppia iniziale”. Rispetto a una serie di obiettivi, abbiamo pochissimi poteri.

Magari le coppie avevano in programma di viaggiare molto e poi uno dei familiari prossimi si ammala e siamo chiamati ad assisterlo. Oppure l’obiettivo di costruirsi una casa in campagna, poi uno dei due perde lavoro. E l’obiettivo di avere dei figli e poi non arrivano perché questo non ci è concesso. Di fronte a questa realtà, ci siamo proprio interrogati e abbiamo elaborato questa storia in cui accompagniamo una coppia a effettuare uno dei ricalcoli più complicati. In questo caso, il ricalcolo è quello di fare i conti con una fertilità che non era come si aspettavano.

La falsa narrazione del desiderio

Prendiamo in mano gli aspetti essenziali della vita di coppia. Primo fra tutti, che non basta desiderare a fondo una cosa per averla. Desiderare è una trappola grande. Il primo aspetto della trappola del desiderio sono le narrazioni in cui siamo immersi, ovvero che se desideri una cosa la puoi ottenere. Invece posso desiderare ardentemente qualcosa che non dipende interamente da me.

Invece bisogna sviluppare la capacità di vedere come all’interno della coppia viviamo il dolore in modo differente, la capacità anche di esaminare insieme quali sono le persone che frequentiamo e se sono buone per noi, per la nostra crescita. Interrogarci se la nostra rete relazionale sia composta da nodi che aiutano la nostra coppia oppure no.

Si tratta di un altro aspetto su cui non sempre riflettiamo con saggezza. Il ricalcolo- ovvero il frutto del ricalcolo – migliore che i protagonisti fanno sul finire del libro, la dinamica più preziosa del ricalcolo è che, mentre ricalcoliamo, ci raccontiamo che questo è possibile perché tu ci sei. Questa avventura, questo cambio di programma è fattibile perché tu ci sei.

Il ricalcolo diventa quello che effettivamente deve essere: un momento che, pur nella sofferenza e smarrimento, porta alla riscoperta dell’importanza di averti come compagno di viaggio. Per questo, ricalcolare non ci allontana, anzi ci dà la possibilità di riscoprire ancora una volta il seme che abbiamo ricevuto quando il nostro amore è nato. Tutti gli amori quando nascono ricevono dei semi, che sono chiamati a portare frutto. Non sappiamo ancora che frutto sarà. Seminare, annaffiare, curare questi semi e ciò che custodirà la nostra coppia. Vedremo poi che cosa veramente porteranno per noi e per gli altri. 

Che posto ha l’intimità fisica all’interno di questo concetto di fertilità della coppia?

L’intimità è preziosa per tutte le coppie. In qualsiasi momento hanno bisogno di custodirla. Ricordiamoci che l’intimità è un ventaglio di gesti che comprendono a fare l’amore ma anche molti altri: baci, abbracci e coccole sono piccole oasi che generano legami di piacere. Possono essere i momenti passati insieme, la liturgia buona dell’incontro nella quotidianità, ecco questi devono essere mantenuti vivi e custoditi e curati. Proprio come una pioggia benefica che accompagna le copie dei momenti di fatica. 

Nicoletta Musso Oreglia è laureata in Legge, mediatrice familiare, counselor professionista, consulente in sessuologia, coordinatore genitoriale sistemico, accompagna coppie e singoli da vent’anni.

Anna Porchetti è autrice del libro: “Amatevi finché morte non vi separi” e blogger

L’intervista è apparsa per la prima volta qui: https://annaporchetti.it/2023/07/29/intimita-nel-matrimonio-intervista-a-nicoletta-musso-oreglia/

L’intimità. Una chiacchierata tra donne

Ospitiamo sul blog un’intervista molto interessante. Sarà proposta con due articoli, oggi e domani. Anna Porchetti (autrice del libro: “Amatevi finché morte non vi separi” e blogger) intervista Nicoletta Musso Oreglia (mediatrice familiare, counselor professionista, consulente in sessuologia, coordinatore genitoriale sistemico, accompagna coppie e singoli da vent’anni).

Nicoletta, tu e tuo marito vi occupate da tempo del tema dell’intimità nel matrimonio, ne avete scritto in un manuale e dialogate con molte coppie. Quali sono le esigenze più sentite? E le maggiori difficoltà che incontrano le coppie?

Le esigenze più sentite sono sicuramente fare pace con le differenze. Queste differenze derivano dal fatto che siamo persone diverse, ciascuno di noi ha la sua storia. Sono diversa io, sono diversi i nostri corpi. Siamo diversi nei modi di sentire. Abbiamo bisogno di fare pace con queste differenze. Dobbiamo scoprire che per fare pace, è necessario che io impari raccontarti le mie differenze e ad ascoltare le tue.

L’alfabeto dell’intimità

Quindi dobbiamo comprendere che è importante costruirsi un alfabeto dell’intimità. Ovvero, un’abitudine a raccontare a condividere la nostra vita. L’altra esigenza fondamentale è arrivare a vivere -non solo a costruire- l’intimità per quella che: un vestito su misura di altissima sartoria. Un abito che ogni coppia taglia seguendo le proprie curve e che viste perfettamente la coppia. Quindi non è omologato, non è una taglia unica per tutti. E’ invece assolutamente unico. A questo lavoro di alta sartoria, che segue il profilo di ogni coppia, le sue forme e le esalta si arriva, facendo pace con le differenze. Costruire un alfabeto dell’intimità su misura, ci fa superare gli ostacoli. Ci fa far pace con il mio corpo, con il tuo corpo con i nostri tempi differenti.

L’intimità cambia, nel corso di un matrimonio? Quali sono, se ci sono, le differenze principali?

L’intimità cambia nel corso il matrimonio, certo! Perché cambio io, così come Davide. La vita intima, il senso del fare l’amore è legata al senso che gli diamo. Ha un aspetto ludico ma poi anche un aspetto semantico, sociale. La modalità con cui noi viviamo l’intimità e la desideriamo, cambia, perché noi desideriamo cose diverse: il piacere di vivere con te un momento bello, il piacere di raccontarti che ho bisogno di essere ritrovata, corteggiata. È il modo di dire che sei contenta di stare con lui, l’uomo con cui sei felice di esserti imbarcata in questa avventura! O anche la differenza di vivere insieme un’intimità quando attraversiamo dei momenti di fatica.

La vita intima nel matrimonio cambia, perché cambia la vita intorno a noi. Facciamo l’amore in modo diverso, di volta in volta. Anche se magari compiamo gli stessi gesti, il senso e il desiderio che ci mettiamo sono diversi. La condivisione di questi aspetti è ciò che rende più grande e più bello l’incontro delle coppie. 

Parliamo di intimità nelle coppie di lungo corso. In molti sostengono che attrazione e desiderio siano prerogative delle prime fasi del matrimonio e che poi la vita sessuale delle coppie appassisca, ma è davvero così?

È una bellissima domanda, perché ci aiuta a raccontarci un aspetto fondamentale che abbiamo chiamato: i miti sbagliati del sesso. C’è una mitologia legata all’intimità, che non rispondi assolutamente la realtà. Uno di questi assiomi dice che: da giovani fiamme e poi dopo arriva il riposo dei sensi. Professionalmente seguiamo molti giovani, che fanno fatica a iniziare la loro vita intima. Tutte noi coppie di lungo corso, ci possiamo raccontare serenamente che la nostra intimità col passare del tempo è diventata migliore, perché è cresciuta la capacità di raccontarci e di condividere l’intimità. La bellezza del vivere un’intimità di coppia non ha nulla che vedere con la tonicità muscolare! È una tonicità del cuore.

Il segreto dell’intimità è il cammino

Che cos’è che rende bello stare insieme fisicamente e vivere e fare l’amore? È sicuramente legato al cammino che abbiamo percorso insieme. Io faccio l’amore con un uomo con cui stiamo cercando di dare una mano a dei figli grandi. Un uomo che mi sostiene anche educativamente, che mi dà un grande aiuto per la mia crescita professionale eccetera eccetera. È questo che rende così bella l’intimità di coppia, perché è gustosa la vita che abbiamo insieme a tutto tondo. Io faccio l’amore con un uomo con cui ho condiviso tante battaglie. L’ho trovato fianco a fianco con me. È un aspetto molto prezioso, molto bello, molto erotico. Questo si ha col passare del tempo.

La moneta nell’intimità

Quindi, se è vero che c’è una moneta con cui si può in qualche modo far crescere l’intimità, questa è proprio il tempo. Il tempo che passiamo insieme, il tempo che abbiamo condiviso, la vita che abbiamo alle spalle. C’è una crescita dell’intimità nelle coppie di lungo corso, soprattutto se ci ricordiamo che l’intimità è preziosa e importante. Richiede proprio che noi abbiamo più attenzione ancora col passare del tempo. Perché la nostra coppia cresce esattamente come un bambino e ha bisogno di avere nutrimenti diversi.

Un conto è nutrire l’intimità di una coppia che ha qualche mese di vita. Dopo molti anni, ciò che serve sarà maggiore, non minore! Sarà maggiore in termini di attenzione e di cura, di condivisione e di custodia del desiderio. Quando cresci nella tua vita di coppia, impari ciò che piace all’altro. Impari ad andargli incontro e anche conoscere le tue fatiche e questa è una grandissima risorsa. 

Una soddisfacente vita intima è importante anche dopo molti anni di matrimonio? Perché?

Certo che è importante! L’intimità è il respiro della coppia. È un respiro speciale, perché genera complicità e intimità. L’intimità è una torta. Ci piace definirla così. È un’immagine che ci hanno regalato. È una torta con molti ingredienti. C’è fare l’amore sì, ma c’è anche un certo tipo di di coccole e di abbracci e di baci profondi appassionati, di caffè preso insieme la sera, quando tutti i figli sono andati a letto.

Siamo noi due come unità. Questa torta con tanti ingredienti la cuciniamo ancora meglio, se abbiamo alle spalle la vita insieme che ci ha concesso di conoscerci. Per questo l’intimità è importantissima anche dopo molti anni di matrimonio. Se si spegne quella, si spegne il respiro della coppia e ci perdiamo la complicità. È il cuore della nostra relazione. Altrimenti corriamo il rischio di perderci, diventiamo una cooperativa che fa cose insieme. Ricordiamoci sempre che la vita intima è questa torta con tanti ingredienti: fare l’amore ma non solo quello anche molto altro, è fondamentale. 

Quali sono i nemici principali di una gratificante vita sessuale nelle coppie stabili? E i principali alleati? Ne avete gia’ parlato nel vostro libro: il manuale definitivo per l’intimità della coppia. Vogliamo brevemente ricordarli?

C’è un nemico su cui dobbiamo lavorare: il rapporto che io ho con me stessa. Devo volermi bene. Devo riuscire a raccogliere il buono di me. Far pace col mio corpo, qua dove sono. Perché sennò diventa complicato: io cercherò nell’intimità un risarcimento, un riconoscimento. Quindi il primo aspetto è che devo fare pace con me stessa e devo volermi un po’ bene. Questo vale sia per gli uomini che per le donne.

Cercare l’altro

Un altro ostacolo che viviamo è che pensiamo all’interno della coppia che uno dei due abbia sempre voglia di fare l’amore. Le donne lo pensano degli uomini. Questa è una trappola tremenda. Se nella coppia pensiamo una cosa simile, smettiamo di corteggiarlo e di cercarlo, perché lui è “voglia munito”! In realtà non è vero. Ognuno di noi ha momenti in cui riesce ad avere un contatto più facile con il desiderio e altri nei quali ha bisogno di essere cercato. La coppia si trova in difficoltà, quando uno dei due smette sistematicamente di cercare altro, perché attende sempre che l’altro si faccia avanti. 

L’intimità ha tempi diversi

Un altro ostacolo fondamentale è pensare che la buona intimità di coppia sia legata a fare tutto nello stesso tempo e nella stessa modalità. I tempi della coppia sono molto differenti. I tempi che ci mettiamo sono diversi. La strada è differente. Anche l’immaginario è diverso. Più spesso la donna racconta la fatica di non perdere il filo dell’orgasmo. la coppia c’è quando diamo a tutti il tempo che serve, non quando ci omologhiamo: non è una gara per diventare uguali! È uno spazio in cui poter vivere queste differenze e non perdersi di vista.

Una competenza che si guadagna con il tempo

L’altro ostacolo è il falso mito: fai tutto da giovane che, poi dopo ti passa tutta la voglia! È un ostacolo grande, perché l’abilità erotica è una questione di corpo, di cuore. È una competenza che si guadagna col passare del tempo altro.

Il passato

Un altro ostacolo è il passato. A volte abbiamo accanto noi uomini e donne che hanno avuto relazioni con altre persone e questo passato che non molla. Può essere complesso da gestire per l’intimità. Il passato dell’altro, in qualche modo io devo imparare ad abbracciarlo. Non a scandagliarlo o investigare. Invece imparare ad abbracciarlo.

Il porno non aiuta l’intimità

L’altro aspetto è che i momenti di fatica ci sono. Ci sono dei momenti in cui l’intimità viaggia meglio e altri nei quali invece fa fatica. Bisogna allora fare un’analisi e mettere insieme quello che ci può aiutare. Noi raccontiamo senza mezzi termini che, nei momenti di fatica, il ricorso al porno non aiuta. Anche se è una realtà diffusissima. Non aiuta, perché ci pone davanti un prodotto che non è fatto incontrarsi o a riprendersi dopo momenti di difficoltà o di allontanamento. Non aiuta le coppie a ritrovare la capacità di condividere le paure, i timori, le risorse. Tutto questo ha a vedere con l’alfabeto dell’intimità di cui parlavamo all’inizio, non con il ricorso o con l’uso di materiale pornografico.

Il conto corrente erotico

Naturalmente, tutto questo ha a che vedere con le risorse. Noi raccontiamo queste risorse, in questo modo vivere l’intimità di coppia serve a scoprirsi e crescere in questa intimità. Rendersi conto di quello che noi chiamiamo il conto corrente erotico. Esattamente come in banca, tu vai e prelevi qualcosa, ma solo se ogni tanto hai versato. Altrimenti non arriva nulla. Questa risorsa cresce non per quanto ci versiamo sopra, ma di più ancora per il numero di versamenti che facciamo. Il nostro conto corrente erotico cresce se versiamo con frequenza maggiore. Naturalmente, la frequenza maggiore non vuol dire che tutti i versamenti saranno con un desiderio una voglia erotica grandissima.

Nella nostra vita noi sperimentiamo il desiderio di stare con l’altro pari a 10, dove 10 è il massimo. Ci sono però anche i momenti in cui noi sperimentiamo un desiderio e pari a cinque a quattro. Noi pensiamo che sia fondamentale che le coppie quel poco che hanno lo versino comunque. Quindi stasera ci vediamo e ho voglia di fare l’amore è un versamento grande. Stasera ci incontriamo e siamo stanchi tutti e due e la sola cosa che io riesco a fare vorrei baciarti, accarezzarti o dirti che sono contenta di stare qua. Anche questo versamento è importante. 

Le onde del desiderio

A volte invece le coppie pensano che si debbano attendere solo momenti di grande intensità. Invece ci sono tante piccole onde di desiderio, chi impara con le onde piccole, poi sarà bravo anche a individuare a scovare quelle grandi. il desiderio erotico è responsivo: risponde a me che lo chiamo. Ci sono momenti in cui ci abbracciamo, ci baciamo in modo tenero, in modo profondo e dopo una giornata faticosa e so già che non avremo l’energia per fare l’amore, tuttavia, questo piccolo versamento che io faccio serve. Serve proprio la capacità, in fondo alla giornata, di versare quello che ho. Ci vuole però anche l’abilità, ogni tanto, di ritagliarci del tempo per far crescere l’intimità. Questa è un’abilità che si conquista. 

Quali consigli dare alle mogli, per mantenere una buona intesa e una sessualità sana e gratificante? E ai mariti?

Domani potrete leggere il proseguo dell’intervista.

L’intervista è apparsa per la prima volta qui: https://annaporchetti.it/2023/07/29/intimita-nel-matrimonio-intervista-a-nicoletta-musso-oreglia/

Uomini e donne non si capiscono: mito o realtà?

Perché uomini e donne non si capiscono?

È un fatto, uomini e donne non si capiscono. Sembra quasi che esista una barriera linguistica nella comunicazione fra uomo e donna, anche se sono entrambi italiani madrelingua. La comunicazione fra uomo e donna è da sempre uno scoglio e un motivo di incomprensioni. Ne abbiamo già accennato in un articolo precedente. Oggi vorrei approfondire l’argomento. Per mostrare che uomini e donne non si capiscono quasi mai, riporto un brandello di conversazione di una coppia, captato nella carrozza della metropolitana.

Lei: “Perché sai, non so se mi piacciono le ballerine, anche se vanno tanto

Lui: “Ma vanno dove?”

Lei: “Ma non le ballerine-ballerine! Le ballerine le scarpe! E dai!

Il giovanotto di turno mi fa un po’ tenerezza. Lui non aveva idea che ci fossero le ballerine-ballerine e le ballerine-scarpe. Non possedeva un gergo modaiolo da esperto, che lo rendesse consapevole del fatto che il termine “ballerine” può riferirsi a un modello particolare di scarpe da donna, con punta arrotondata e prive di tacco, simili alle scarpe indossate dalle ballerine di danza classica.

Quando parlano, uomini e donne non si capiscono quasi mai

Questo è solo uno dei milioni di esempi di fraintendimenti nella comunicazione fra uomo e donna. Una specie di barriera linguistica, come se uomini e donne parlassero di fatto una lingua diversa, che è nota solo in modo approssimativo all’altro. In questo modo, anche quando hanno l’impressione di capirsi e di esprimersi in modo chiaro, finiscono col cadere in qualche equivoco. Non è solo una questione di gergo o di parole. L’intero stile di comunicazione differisce molto fra uomo e donna. Immaginiamo che un uomo voglia una bistecca per cena. Molto probabilmente, dirà alla moglie:

Stasera voglio una bistecca per cena

Mi fai una bistecca stasera per cena?

Vorrei mangiare una bistecca per cena.

Adesso, immaginiamo la stessa situazione a ruoli invertiti. Adesso è lei che vuole una bistecca.

Non sarebbe fantastico mangiare bistecche, stasera?

Non avresti voglia di una buona bistecca stasera?

Che ne dici se stasera facciamo bistecche?

Due osservazioni, su questi dialoghi. Sapete perché uomini e donne non si capiscono? L’uomo dice con chiarezza cosa vuole. Usa un imperativo o comunque una espressione estremamente diretta e non sembra preoccupato che il suo desiderio sia un problema per gli altri. La donna non parla dei propri desideri. Suggerisce la propria soluzione preferita, in modo che sembri che la decisione venga presa dall’altro o che l’opinione di quest’ultimo sia determinante per scegliere. La sua comunicazione è indiretta. Il rischio di questa diversa modalità, è che gli uomini non sempre capiscono che quella che sembra una domanda, una opzione, una possibilità, è in realtà un desiderio, una decisione, una esigenza. Potrebbe infatti essere che l’uomo, che si sente interpellato, risponda: “No, stasera voglio stare leggero, mi basta un’insalata”. Cosa succede in questo caso?

Lei vuole una bistecca, ma è abbastanza improbabile che dica al marito: “Va bene amore, non c’è problema ti preparo un’insalata. Io, invece, preferisco una bistecca”. Quasi certamente accetterà controvoglia la decisione di lui, ma potrebbe esserne delusa o risentita. Da parte sua, lui non lo sospetta neanche. Se pure qualcuno gli suggerisse i sentimenti che prova la moglie in quel momento, lui cascherebbe dalle nuvole. In fondo è lei che ha chiesto se lui volesse la bistecca. Perché avrebbe dovuto chiederglielo, se aveva già deciso?

Il silenzio ha un significato diverso

Una delle differenze più significative, nella comunicazione fra uomo e donne, è il significato del silenzio. Gli uomini parlano per trasferire informazioni. A loro non pare strano restare in silenzio, se non hanno nulla di significativo da dire. Anzi, per gli uomini è importante riposare, fra un discorso o un lavoro e l’altro. Le donne, attraverso le parole, esprimono sentimenti, stati d’animo, aspettative. Molte donne parlano dei loro problemi e difficoltà con il partner, perché hanno bisogno che qualcuno le ascolti. Non si aspettano necessariamente che lui intervenga o risolva un qualche problema concreto. Per loro parlare è un modo per organizzare le informazioni, manifestare stati d’animo, sollecitare empatia e solidarietà. Quando una donna rimane a lungo in silenzio, non è generalmente un buon segno. Il problema è che gli uomini ci metteranno del tempo a capire che questo silenzio è indizio di risentimento o delusione, da parte della loro donna. La tendenza maschile sarà infatti pensare: “Lei non parla, perché non ha niente da dire. Quando l’avrà, me la comunicherà”.

Gli uomini non amano i dettagli, le donne li adorano

Usando la comunicazione solo per trasferire informazioni, gli uomini hanno generalmente un modo di comunicare più asciutto e asettico. Se anche hanno fatto molte cose nel corso della giornata, è improbabile che le elenchino, magari specificando ogni dettaglio e aggiungendo un resoconto dei sentimenti provati in vari momenti del giorno. Diranno che hanno avuto molto da fare. Una donna, invece, farà un resoconto estremamente specifico di tutto quello che ha fatto, di come lo ha fatto, si come si è sentita prima, dopo, durante. Per gli uomini, questa modalità è stressante. Hanno la sensazione che quel numero impressionante di informazioni sia dovuto al fatto che la moglie si aspetta che lui faccia qualcosa. Tuttavia, non riescono a capire cosa. Spesso diventano impazienti e chiedono alla moglie di arrivare al dunque. Quello che non sanno, è che parlare, per la donna, non ha lo scopo di trovare soluzioni o di chiederle al consorte. Potersi sfogare per lei è già sufficiente. Meglio, se le sue parole sono accolte con espressioni di incoraggiamento e di sostegno. Anche solo generiche.

Gli uomini e le donne non si capiscono, nemmeno quando stanno in silenzio

Gli uomini, invece, quando gli si parla, credono di essere stati ingaggiati perché ci si aspetta da loro qualcosa di concreto. Siccome molti dei lunghi monologhi femminili non sono domande e non implicano una possibile soluzione, l’uomo all’ascolto rimane confuso. E dopo un po’, si annoia e finisce col pensare ad altro. Magari a problemi che aspettano davvero una soluzione. Da parte delle donne, un uomo che parli poco e in modo molto stringato, produce una percezione negativa. Le donne si sentono escluse dalla vita degli uomini silenziosi. Generalmente, sospettano che vogliano deliberatamente nascondere loro qualcosa. Dal punto di vista femminile, lui le sta volontariamente negando delle informazioni che potrebbero essere importanti. Qualche donna potrebbe arrivare a sospettare che il suo uomo abbia qualcosa di cui vergognarsi. E invece, quando un uomo sta in silenzio, e, interrogato sull’argomento, dice che non sta pensando a niente, bisogna fidarsi. Davvero non sta pensando a niente. E anche se a noi sembra impossibile, gli uomini possono passare intere mezz’ore e loro multipli a non pensare a nulla. Al massino, coltivano pensieri deboli. Cose come:

“chissà se vinciamo domenica fuori casa?”

“devo ricordarmi di far controllare la pressione delle gomme”

“La macchia di salsa yogurt del kebab che ho mangiato in auto, verrà via dalla tappezzeria?

Comunicazione fra i due sessi

Capire cosa si aspetta l’altro, come lo chiede, in che modo esprime le sue idee, i suoi bisogni, i suoi sentimenti, richiede allenamento, pazienza, umiltà. Occorre andare incontro all’altro, sforzarsi di capirlo al di là della sua abilità di esprimersi. Non bisogna mai dare per scontato che la propria interpretazione dei fatti sia quella vera, o l’unica possibile. D’altro canto, per imparare un’altra lingua, non basta una vita. Uomini e donne non si capiscono quasi mai, bisogna farsene una ragione. E adoperarsi per ridurre gli equivoci.

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Un matrimonio waterproof

Come nacque il waterproof

In principio, i cosmetici non erano waterproof. Se ne resero conto assai presto gli sceneggiatori di Hollywood. Appena Esther Williams, campionessa olimpica di nuoto e attrice, girò le sue prime scene in piscina. Fu subito chiaro che i cosmetici con cui era truccata, peraltro di ottima marca, non reggevano l’acqua. Erano gli anni cinquanta. Le grandi marche cosmetiche avevano già una certa notorietà e un folto seguito di acquirenti. Tuttavia, come ogni donna comune aveva avuto modo di sperimentare almeno una volta, la possibilità che il trucco resistesse all’acqua, non era prevista. La bella Esther non riemergeva dai flutti come una venere acquatica dall’aspetto ineccepibile. In realtà era inguardabile. Il trucco si scioglieva miseramente e sul suo viso rimanevano solo antiestetiche chiazze di colore. Per fare in modo che affrontasse le scene in piscina, uscendone poi perfettamente truccata, le case produttrici di cosmetici si misero a studiare formule adeguate. Nacque così il cosmetico waterproof.

Cosa significa waterproof

Waterproof, questo nuovo attributo del make-up, significa letteralmente: “a prova d’acqua”. È molto più che “impermeabile”. In realtà, il vantaggio non è che non si bagni. La sua peculiarità è proprio la capacità di resistere intatto all’acqua. Di non farsi lavare via. Fondotinta, correttori, ombretti, rossetti, ma anche mascara waterproof non si alterano a contatto con l’acqua. Rimangono perfettamente fissati e omogenei. Una intuizione nata per esigenze di copione cinematografico, che si rivelò geniale. Milioni di donne furono in grado di affrontare crisi di pianto, sudate epocali, passeggiate sotto la pioggia torrenziale, senza preoccuparsi del loro trucco. Emotivamente sconvolte, fisicamente affannate, colpite dalle avverse condizioni atmosferiche, ma perfettamente truccate. Inutile cercare di spiegarlo a un uomo. Parlo per esperienza. Un maschio non capirebbe. Ma noi donne sì, noi questo lo sappiamo bene. Perché già essere devastate dal pianto, dal caldo o dall’acquazzone è una seccatura. Almeno vogliamo la consolazione di non avere l’aspetto di un panda, per il mascara sbavato. O la faccia macchiata, perché il trucco è colato.

Resistere sempre

Essere sempre in ordine e perfettamente truccate, in situazioni straordinarie, poteva sembrare una esigenza per poche. Una caratteristica di nicchia, irrilevante nell’economia della vita della gente comune. Invece, sin dalla sua comparsa, oltre sessant’anni fa, il trucco waterproof è stato un enorme successo. Tutt’oggi fa vendite da capogiro. È indubbio che essere waterproof sia una caratteristica estremamente apprezzata, per qualunque cosmetico. Non una moda passeggera. Per noi è una sicurezza. Metti che…? Metti che vado a vedere un film commovente... metti che mi viene una crisi di nervi… metti che in treno l’aria condizionata sia guasta (e siamo a luglio), metti che la nuvoletta di Fantozzi mi annaffi. Magari tutto questo non succede. Ma, metti pure che succeda, no problem. Avevo messo un make-up waterproof. È possibile trasportare questa idea di estrema resistenza ad altri ambiti? È possibile immaginare un matrimonio waterproof. Ovvero a prova di imprevisti disastrosi?

Il matrimonio waterproof

Lo sappiamo, il matrimonio oggi è terribilmente svalutato. Molti nemmeno più si sposano. Altri spesso si giurano amore eterno, finché dura. Appena difficoltà e problemi si abbattono sulla coppia, l’unione coniugale – se c’era – va in crisi e talvolta si dissolve. Come il trucco di Esther Williams. In alcuni casi, ci sono mogli che hanno make up più tenaci e durevoli del loro matrimonio. Eppure, nel corso di una intera vita insieme, è normale che si sperimentino problemi, difficoltà, incomprensioni. Se il matrimonio non è in grado di superarli, che garanzie dà di durare davvero per tutta la vita? È possibile costruire un matrimonio, che resista agli stimoli esterni distruttivi che si abbattono su di esso? Si può immaginare di vivere un matrimonio waterproof? E se la risposa è sì, come si fa?

L’amore al tempo delle avversità

Quando un problema si abbatte sulla coppia, o su uno solo dei due sposi, il matrimonio può soffrirne. La persona in difficoltà fa fatica a relazionarsi con l’altro. Da parte sua, sente di non riceve sufficiente sostegno dal coniuge. Si crea crescente distanza fra i due. Nella coppia si insinuano risentimento, delusione, amarezza. I problemi sono il vero banco di prova del matrimonio. Perché, ad andare d’accordo quando va tutto bene, sono bravi tutti, o no? Come si fa a rendere la propria unione waterproof? Come si fa a impermeabilizzare la propria storia d’amore dalle sollecitazioni esterne, quando inevitabilmente arrivano?

Il matrimonio è un’alleanza

Un uomo e una donna che decidono di sposarsi formano un’alleanza per tutta la vita. Di questo non sempre si parla a sufficienza. Siamo convinti che il matrimonio si fondi sull’amore, sui sentimenti e questo sicuramente è vero. Però un matrimonio non può essere saldo, senza la solidarietà fra gli sposi. Ciò significa stare dalla parte dell’altro, sostenerlo. Sostenere la persona amata non vuol dire accettare in modo acritico i suoi errori e le sue debolezze. Si può essere solidali col proprio marito (o con la propria moglie) anche se non si condivide completamente la sua opinione, le sue decisioni, il suo atteggiamento. La solidarietà significa soprattutto: ti voglio bene e per te ci sarò sempre. Non ti volterò le spalle, nemmeno se ti vedo sbagliare. Te lo dirò, per il tuo bene e in modo molto gentile. Non mi metterò mai contro di te. Né starò mai dalla parte di chi è contro di te. Questa forma di alleanza si basa sulla fiducia e sulla stima per il consorte, al di là della situazione contingente, del problema specifico, del fatto che abbia torto o ragione.  L’aspetto dell’alleanza, in un matrimonio, è fondamentale. L’attrazione può venir meno, la passione e l’innamoramento possono attenuarsi e non necessariamente il matrimonio si incrina. Invece, un matrimonio in cui venga meno la lealtà, rischia di essere compromesso. Per scongiurare il rischio che qualcosa o qualcuno si insinui fra marito e moglie, è necessario coltivare questa forma di unità della coppia. E serve farlo con tutte le proprie forze. Più tenace è la solidarietà fra gli sposi e più è probabile che trovino il modo di sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nelle crisi.

Un carne sola

Il fattore che impermeabilizza il matrimonio e lo preserva dall’emozionalità della vita, dai temporali e dalle sudate esistenziali è proprio questa forma di lealtà amorevole. È una ennesima declinazione dell’idea di diventare una cosa sola. Lo ha detto Gesù stesso, che marito e moglie sono una sola carne. Questa unità non può andare contro sé stessa. Non può farsi smembrare dalle cose del mondo. E’ chiamata a mantenere la sua integrità. Unità di un cuor solo e un’anima sola, come dice la Familiaris consortio. Però, per noialtre anime semplici, rende bene anche l’espressione matrimonio waterproof.

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Asciuttezza e fluidità

L’asciuttezza preterintenzionale maschile

Ricevo un messaggio da una lettrice del blog, che mi dà modo di palare dell’asciuttezza preterintenzionale maschile. Lo so, detto così fa quasi paura. Forse vi starete chiedendo: Che cos’è questa strana cosa? Ne soffre anche mio marito? Come si cura? Si tratta invece di una cosa incredibilmente comune.

La mia lettrice, che chiameremo L, soffre per il comportamento di suo marito. Lui, che chiameremo G, è sempre molto brusco belle risposte. Parla a mono sillabi, spesso, più che suggerimenti dà degli ordini, sembra sempre diretto, fino quasi alla brutalità. G non le dice nulla di offensivo o crudele, ma ha un modo di comunicare molto asciutto, privo di sfumature, di empatia, di delicatezza. Se però L glielo fa notare, suo marito cade dalle nuvole. G pare non accorgersi della sua rudezza e sua moglie, che lo conosce bene, capisce che il suo stupore e sincero

La comunicazione

Uomini e donne sono diversi. Fin qui direi che ci siamo. “Uomini e donne Lui li creò”. Le basi proprio. Alcune diversità ci sono immediatamente evidenti: gli uomini hanno la barba e le donne portano il reggiseno. Gli uomini amano il calcio, intrattengono con la loro auto un’amicizia affettuosa, si innamorano di qualunque aggeggio elettronico. Le donne ritengono di dover perdere almeno due chili (qualunque sia il loro peso), se si perdono, chiedono indicazioni ai passanti (anche se hanno il navigatore) e solidarizzano con le amiche in crisi, anche a costo di raccontare bugie pietose.  Questa è la parte facile, poi comincia la salita.

La nostra natura è così distante, che ci mettiamo anni a comprendere le reciproche peculiarità. E mica le capiamo tutte. Quelle che non capiamo, rimangono come buche sparpagliate nel cammino del nostro rapporto. In ogni momento c’è il rischio di cascarci dentro. Uno degli ambiti in cui la nostra differenza si rende più evidente è proprio la comunicazione. Non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

L’asciuttezza e la fluidità

Per le donne, la comunicazione è molto più che trasferire informazioni. Noi comunichiamo non solo parole, ma anche emozioni. Per questo, le donne sono capaci di parlare per ore, anche quando l’argomento è in fondo semplice magari si potrebbe spiegare con poche parole. Raramente facciamo discorsi di poche parole. Va detto che ognuna di esse ha un peso, che va oltre il solo significato letterale. Ogni nostra frase è piena di sfumature.

Al contrario, gli uomini hanno una concezione della parola molto più pratica e funzionale. Gli uomini parlano se hanno qualcosa di concreto da dire. La comunicazione maschile è oggettiva, caratterizzata da una asciuttezza informativa che a volte patiamo come un castigo. È una comunicazione fatta di bianco e di nero, in cui c’è pochissimo spazio per le sfumature. La sinteticità degli uomini, che scambiamo per scortesia, non ha nessuna intenzionalità.

Piccoli esempi di parole fraintese

Torniamo per un attimo a L e G. I loro discorsi si svolgono più o meno così:

suo marito le dice: “L, alzati che è suonata la sveglia.”

uh, accidenti, ma è tardissimo! Non me ne ero proprio resa conto. È che ieri sera ho fatto tardi per riordinare la cucina e stamattina sono stanca morta. Come vorrei un caffè, anche solo per accendere il cervello. Chissà se ho il tempo di farmi una doccia veloce, prima di andare.”

G le risponde: “se non ti sbrighi, fai tardi”.

L ci resta male e tutto il giorno rimugina su come suo marito sia stato brusco. Di un’asciuttezza quasi al limite della scortesia.

Che cos’ha questa conversazione, di così evidente? È un esempio di parole fraintese. Da un lato c’è lei, che tenta di comunicare al marito che è stanca, perché si è dedicata alle pulizie di casa, fino a tardi. Probabilmente vorrebbe che lui le facesse un complimento o esprimesse gratitudine per i suoi sforzi. Il marito non coglie questa implicita richiesta di apprezzamento. Invece è concentrato a tenere il tempo sotto controllo, perché ha capito che lei non lo sta facendo e rischia di fare tardi.

Poi lei suggerisce fra le righe che le farebbe piacere un caffè. Anche qui, il marito non capisce la richiesta di aiuto, perché è troppo indiretta. Certo che lei potrebbe chiedergli esplicitamente il piacere di farle un caffè. Però non vuole. Probabilmente non le va di ammettere di aver bisogno di un aiuto, seppure così piccolo. Spera che lui capisca e glielo offra di sua iniziativa, così si risparmierà di chiedere.

Infine, lei vorrebbe essere rassicurata sul fatto che riuscirà comunque a prepararsi in tempo, senza rinunciare alla doccia. Si aspetta un incoraggiamento, anche se sa perfettamente che il marito non ha il potere di garantirle che riuscirà a fare tutto abbastanza velocemente. Lui, però, è ancora completamente concentrato sull’orario e le raccomanda di prepararsi velocemente.

Non c’è nulla di realmente offensivo oppure ostile in questa conversazione, eppure L sente che non è andata come si aspettava. È delusa. Le sue parole avevano lo scopo di catturare l’attenzione del marito e stimolarlo a compiere gesti gentili nei suoi confronti. Da parte sua, lui non ha capito quale esigenza ci fosse realmente, dietro le parole della moglie.

Infine, mentre lei vorrebbe sentirsi dire che è tutto sotto controllo, che non è poi così tardi (poco importa che sia vero o no), lui continua a prenderla alla lettera e a tenere d’occhio l’orologio.

La perenne contrapposizione fra emozione e ragione

Le risposte di lui sono perfettamente logiche. Quelle di lei sono completamente emozionali. I due percorrono due binari paralleli. È ovvio che, se L rimprovererà al marito di averla trattata con poca sensibilità o averle risposto male, lui ne rimarrà sbalordito. L’asciuttezza di lui non era diretta a ferirla o a criticarla. Al contrario, da parte sua, lui ritiene di aver fatto qualcosa di utile per la moglie: stimolarla a sbrigarsi. Si sente accusato ingiustamente, lui che cercava solo di essere di aiuto! Certo, lo ha fatto nell’unico modo di cui è capace, con la tipica asciuttezza di comunicazione maschile.

Chiamatela come volete: contrapposizione fra ragione ed emozione. Ragione e sentimento. Cuore che ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Ci sono centinaia di splendidi aforismi che fotografano questa immensa diversità fra il ragionare con la testa e ragionare con il cuore. E su come due persone che ragionino in modo diverso, finiscano col non capirsi.

Cosa fare e cosa non fare

L, come molte di noi, capisce abbastanza in fretta l’inutilità di rimproverare il marito per il tono o per lo stile delle sue parole. Sa che in questi casi, la situazione può solo peggiorare. Gli uomini, quando si sentono criticati, specie se ritengono di esserlo ingiustamente, assumono una posizione difensiva. Invece di considerare il punto di vista della moglie, pensano una di queste tre cose:

Poveretta, è esaurita.

Eccola lì, è nervosa e ha voglia di litigare.

È ipersensibile, forse ha il ciclo, bisogna stare attenti alle parole

Insomma, questo uomo tutto immagina, meno che forse sua moglie gli stava lanciando dei messaggi, che lui non ha colto.

E quindi? Come si fa?

La prima cosa da fare, è mettere in conto questo diverso stile di comunicazione. E accettare il fatto che sarà difficilissimo, forse persino impossibile, far cambiare registro al marito. Questo è già un buon punto di partenza.

La seconda cosa da fare, è abbandonare il giudizio. Evitare di giudicare il marito in base alla risposta che dà. O, peggio ancora, alle sensazioni che ci procura la risposta che lui dà. Lui non ha alcun controllo sulle emozioni che ci suscita. E la sua risposta non è per forza segnale di scarso tatto o di disinteresse. Spesso, una risposta sintetica o brusca non deriva da rabbia o risentimento. Non è detto che sia una critica.

Semplicemente, lui è abituato a esprimersi così. Perché, se conosciamo l’uomo che abbiamo al fianco, sicuramente sappiamo riconoscere quando è davvero irritato, arrabbiato, offeso.

La chiacchierata a quattr’occhi

Uno degli spauracchi peggiori dei mariti è la frase della moglie: “caro dobbiamo parlare”. Qualche volta espressa nella variante: “abbiamo un problema”. Anche se vi ho appena sconsigliato di considerare offensiva ogni risposta che non sia in linea con le vostre aspettative, ammetto che esiste una eccezione. C’è effettivamente un caso in cui non solo è utile, ma è addirittura doveroso chiarirsi. E fare una chiacchierata a quattr’occhi, ma pacata e serena. Se c’è un atteggiamento o una espressione in particolare, che lui usa spesso e che ci ferisce, allora è necessario parlarne.

Mi raccomando: mai sull’onda del risentimento. Quando le acque si sono calmante, si può semplicemente dire: “quando tu mi parli così o usi quell’espressione, io soffro, perché mi sento criticata.” Stiamo attente a non dire: “mi fai del male.” “mi offendi”. Come se fosse un gesto deliberato. Partiamo dal presupposto che non lo abbia fatto apposta. Di nuovo, abbandoniamo il giudizio. Non accusiamolo di nulla. Parliamo solo di quello che sappiamo con certezza: le nostre sensazioni.

Possiamo anche aggiungere: “per favore, non farlo più”. Ovviamente, non possiamo aspettarci che lui magicamente e da un giorno all’altro modifichi l’atteggiamento. Ci vuole pazienza. Potrebbero volerci settimane, mesi.

Il messaggio andrà rinforzato più volte, sempre in modo gentile, non inquisitorio. Un po’ alla volta, noteremo un cambiamento. Proprio perché il gesto o l’espressione che ci feriscono, non vengono fatti con intenzione, lui non avrà motivo per ripeterli, una volta che avrà capito che ci urta.

La gratitudine è il miglior antidoto all’asciuttezza

Quando lui si sforza di lavorare sul suo tono o sul suo stile di comunicazione, rispettando le nostre richieste, mostriamogli apprezzamento. Ringraziamolo. Questi commenti positivi lo incoraggeranno a impegnarsi ancora di più. L’asciuttezza di fondo resterà -mica si possono fare miracoli -ma potrebbe stemperarsi.

E anche da parte nostra, educheremo noi stesse alla gentilezza. Ci sforzeremo di non essere permalose e di non vedere un attacco personale dove non c’è. Perché non importa quanto lui possa averci ferite o irritate, tagliando le frasi a colpi di accetta. Se ci amiamo, dobbiamo passare oltre alla forma e concentrarci sulla sostanza.

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E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

L’estate andiamo sempre al mare. Due settimane, quando va proprio bene tre. Aspetto quel momento tutto l’anno. Riuscite a immaginarlo? Cinquanta settimane ad aspettare quei quindici giorni di mare. E Natale? Vogliamo parlare di Natale? Adoro Natale. Lo aspetto tutto l’anno. Trecentosessanta quattro giorni di attesa. Trecentosessanta cinque, negli anni bisestili. Eppure, è un’attesa ampiamente ricompensata. E del matrimonio non ne parliamo? Il giorno tanto sognato, magari dopo anni di fidanzamento. E finalmente arriva. Il giorno del coronamento. Quello in cui ci giuriamo amore eterno.

E il sesso? No, col sesso no. Per quello non si può attendere, dice il mondo. Quello va consumato il più presto possibile. Magari già al primo appuntamento. Comunque, entro il terzo. Così recitano le regole non scritte del galateo amoroso, nel mondo moderno. Anche se questo tizio qua tu lo conosci appena. Non hai idea se ci sarà un altro appuntamento. Se avrai voglia di vederlo di nuovo. Perché mica hai ancora deciso se ti piace o no. Ma intanto, già che ci sei, potresti andarci a letto. Che male c’è? E poi, lui un po’ se lo aspetta. Così fan tutte, direbbe Mozart. E tu? Perché vuoi fare quella stramba? Non sarai mica vergine? Cioè, non di segno zodiacale. Proprio vergine-vergine. Vergine che non ha mai… Vergine che non ha ancora… no dai, non è possibile. E invece.

Diciamo subito una cosa: una volta era più semplice. Esisteva un confine netto, quasi invalicabile, fra castità e sessualità. Il confine, il fotofinish della verginità, era il matrimonio. Tagliato quel traguardo, si cominciava a esplorare anche l’intimità fisica. D’altro canto, a quel punto era anche la cosa più naturale del mondo: si era una carne sola. Poi è arrivata la modernità. Sinonimo di rivoluzione sessuale. Sinonimo di proposte indecenti a cui non puoi dire di no. Perché sennò sei bigotta. Sei frigida. Sei un po’ bacata. Aggiungete pure aggettivi spregevoli a piacere.

Credetemi, le donne sessualmente più libere sono le cattoliche. Non è una provocazione. Se la libertà vuol dire poter scegliere, le uniche rimaste a scegliere sono loro. Quelle che non hanno paura di dire di no. La castità è una cosa incomprensibile per i più. E molto fraintesa. Viene dipinta come una innaturale e crudele rinuncia. Una sofferenza inutile. Perché l’istinto è buono per definizione. E va sempre soddisfatto. La nostra è una cultura bulimica, che fa scorpacciate di tutto. Di cibo, di droga, di oggetti. E, naturalmente, di sesso. La gente ne consuma così tanto, così spesso, che ogni tanto ne fa indigestione. Lo chiamano “calo del desiderio”. Metà degli psicologi che conosco ci si paga il mutuo, col calo del desiderio dei suoi pazienti. Non c’è niente di male nel sesso. Questa idea che ai cattolici il sesso non interessi, che addirittura ci faccia un po’ schifo, è una bugia. Una delle tante, inventate dalla propaganda del nemico (l’altra è che siamo gente noiosa, invece ho amici credenti, con cui mi faccio un mare di risate).

I cattolici non condannano il sesso, non ne hanno paura. Sanno, come diceva Fulton Sheen, che il corpo non può donarsi, se l’anima non si dona. Che il sesso, fuori da una relazione di vero e profondo amore, è solo ginnastica. (del suo bellissimo libro sul matrimonio, ho parlato qui: https://annaporchetti.it/2022/11/10/lamore-cose/) La castità non è privazione ma attesa. Come col Natale. E’ consapevolezza che non ogni momento è quello giusto. Che arriva il tempo per ogni cosa. La verità è che, oggi, non vogliamo più attendere. Lo facciamo mal volentieri, vorremmo tutto e subito. Desideriamo soddisfare i nostri desideri, appena si presentano. Ogni lasciata è persa. E se invece l’attesa del piacere, fosse essa stessa (una parte) del piacere? Basterebbe capire che, in fondo, l’attesa delle cose belle non ci ammazza.

Attendiamo con trepidazione il nostro compleanno per essere festeggiati, la finale di Champions per vedere la nostra squadra vincere o il concerto del gruppo preferito, che non abbiamo mai ascoltato dal vero. Tutta la vita è fatta di traguardi, intervallati da lunghe, talvolta lunghissime attese. La castità è l’attesa che precede il piacere, acuisce il desiderio. Lo rende più puro, più consapevole. L’amore frutto di attesa non è solo un istinto da soddisfare, è una scelta, una decisione, un gesto che mette insieme la parte razionale e quella emotiva, il cuore e la testa, l’anima e il corpo. Richiede disciplina ed è per questo che forma la volontà. La castità ci protegge da noi stessi, dall’istinto animale ed egoistico che ci porterebbe a usare l’altro come mezzo per soddisfare i nostri desideri e non come fine per crescere umanamente e spiritualmente. Il sesso coniugale è un frutto dell’amore. Quello vero. Come ogni frutto, va colto al momento opportuno, quando è maturo. Un frutto acerbo ci lascerebbe un sapore aspro. Per questo l’attesa è essenziale, è preparazione a cogliere il meglio. Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura (mica una mezza calza con all’attivo un manualetto e un blog, come me), racconta che Florentino Ariza attese Fermina, la donna che amava, per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni. Per questo il suo romanzo: “l’amore ai tempi del colera” è una grande storia d’amore e non una lettera strappalacrime a una qualunque posta del cuore, scritta da una donna sedotta e abbandonata.

Chi ama davvero, non teme l’attesa del piacere… sa che essa stessa ne è parte!

Il bellissimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, si trova qui: https://amzn.to/3gysHWd

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Tutta colpa di Bridget Jones!

Tutta colpa di Bridget Jones! Lo dico davvero. È lei la nostra peggiore nemica.

Perché, diciamocelo, con le altre, le regole del gioco erano chiare. Metti Ingrid Bergman, protagonista del film Casablanca. O via col vento, con la bellissima Rossella (Vivien Leigh). O, per stare ai tempi d’oggi, Insonnia d’amore (sono una grande fan di Meg Ryan). Lì c’è una donna splendida che si innamora del protagonista e lui è bellissimo, valoroso, sincero. Ha un sacco di qualità. Lui è il principe azzurro, che più azzurro non si può. È chiaro fin dall’inizio che ci sarà un lieto fine. L’uomo di turno, non potrà che perdere la testa per lei. Lei non potrà che innamorarsi follemente di lui. I due non potranno che sposarsi. Di lì in avanti scatterà il “vissero felici e contenti”.

Dai, quei film mica li guardiamo per sapere come andranno a finire. Lo sappiamo benissimo. Come nelle favole, in queste pellicole romantiche, l’amore fra i due protagonisti vince sempre. Non importa quante peripezie i due dovranno affrontare. Quanti equivoci, colpi di scena, coincidenze dovranno superare. Alla fine, lui si inginocchierà e le chiederà di sposarlo. E lei non esiterà nemmeno per un secondo. Né se lo farà ripetere. Perché in verità, non aspettava altro. Capirai, chi si farebbe sfuggire il Mister Giusto che ogni donna sogna di incontrare? È chiaro, queste storie ci piacciono, ma non è che le prendiamo del tutto sul serio. Voglio dire, chi di noi si è mai sentita la Rossella O’Hara della situazione? Chi di noi si è illusa di essere protagonista di una storia in cui tutto è perfetto? Quelle sono favole, mica la vita vera. Questo noi lo sappiamo. Almeno, In linea di principio era così. Poi venne lei. Credetemi, è tutta colpa sua. Colpa di Bridget Jones.

Lei non somiglia nemmeno per sbaglio alla bellissima Ingrid, a Meg, a Vivien. Bridget è una ragazza che non brilla. Ha un lavoro banale, è in perenne lotta con la bilancia, piena di buoni propositi disattesi. Beve troppi cocktail e spende troppo per vestiti che non le donano e indossa mutandoni della nonna. Non ha niente e dico niente che la possa far passare per un’eroina romantica, di quelle designate al trionfo dell’amore. Bridget è una di noi. In qualcosa forse anche un po’ meno di noi. È una sprovveduta che fa tutti gli errori che si possono fare nella sua situazione. Prima va a letto con il suo capo, bellissimo, fascinosissimo e di successo, che per di più è un donnaiolo. Poi va in crisi perché scopre che lui non cambierà. Infine, si innamora di un uomo che non sembra ricambiarla. Uno che sembra un po’ troppo per lei. Anche lui bellissimo, fascinosissimo e di successo. Eppure, Bridget riesce a conquistarlo. E, dulcis in fundo, persino il suo capo donnaiolo scopre di volerla, contro ogni possibile aspettativa.

Bridget, una ragazza ordinaria, fa perdere la testa non a un solo principe azzurro, ma a due. Impresa eccezionale, mai riuscita nemmeno alle migliori eroine romantiche della letteratura e del cinema. Ecco, ditemi se non è un inganno. Nel caso di Cenerentola e delle sue versioni cinematografiche moderne, ci godiamo la storia, ma lo sappiamo benissimo, il principe azzurro non esiste.  Invece, una come Bridget vorrebbe farci credere che esista. Anzi, che, per ciascuna di noi, ce ne sia più d’uno. E che qualunque ragazza possa trovarlo e addirittura scegliere quello che preferisce, in una vasta offerta di uomini tutti egualmente belli, perfetti e innamorati. Sono illusioni pericolose. Perché non c’è alcuna possibilità che le cose vadano davvero così. Se una donna passa la giovinezza ad aspettare che arrivi proprio lui, un uomo perfetto, che non sia neanche un grammo meno di un autentico principe azzurro, rischia di ritrovarsi da sola. Delusa e amareggiata.

Non c’è nulla di più insano che coltivare un’aspettativa irrealizzabile. Passare gli anni migliori a paragonare uomini in carne ed ossa con un ideale irraggiungibile. Nessun uomo, per quanto a posto, serio, lavoratore, di sani principi e magari di gradevole aspetto, reggerà mai il confronto con il prodotto della nostra idealizzazione romantica. Invece ci sono donne che arrivano a pensarlo. Per colpa di Bridget Jones e della sua vicenda ingannevole. Credono che abbia ragione lei, Bridget Jones, che si debba puntare all’ideale. Che lei sia un esempio. In fondo, se ce l’ha fatta lei, ce la possiamo fare tutte. Guai ad accettare un uomo comune. Un Medioman che non si conformi alle nostre elevatissime aspettative. Meglio lasciarlo andare, l’uomo carino e di buon cuore, conosciuto in ufficio, a una festa, presentato da amici galeotti. Tanto possiamo ambire a qualcosa di meglio. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Appena dietro l’angolo, ci saranno quarantaquattro principi azzurri in fila per sei con il resto di due. Tutti lì per noi.

Sarebbe invece più utile, oltre che intellettualmente onesto, riconoscere che al mondo ci sono per lo più uomini normali. E che, udite udite, un uomo normale può rendere la donna che ama (e che lo ama) profondamente felice. Anche se non ha mai posseduto nemmeno un fazzolettino azzurro, né è mai stato una somma di virtù cavalleresche. Eppure, si può incontrare un giovanotto per bene, con cui condividere l’impegno di amarsi e onorarsi, che significa soprattutto rispettare l’altro e adoperarsi per il suo bene. Credetemi, Medioman batte il principe azzurro 10 a zero. Lui, almeno, esiste davvero. Il film è tratto dal libro: Il diario di Bridget Jones che si trova su Amazon: https://amzn.to/3TWXutt

Anna Porchetti

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L’amore non è un quiz! Non c’è la risposta esatta!

L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Lo so bene, anche se a mio marito continuo a fare domande difficilissime. Qualche giorno fa, gli chiedo: “Dovrei tingermi i capelli?” Lui, senza staccare gli occhi dalla tv, domanda: “Perché?” “Ne ho parecchi bianchi. Non voglio che si vedano. Se li tingo, tornano com’erano cinque anni fa. Mi fa sembrare più giovane”. In una serie di Netflix, partirebbero i sottotitoli: “Ma perché vuoi tingerti i capelli? Non puoi tornare indietro di cinque o sei anni. A che serve fingere di essere più giovane?” Un pensiero flash, che gli attraversa il cervello. Così rapido che lui nemmeno cambia espressione. Anche se da oltre vent’anni continuo a fargli queste e altre domande, so bene che non può capire. È un maschio. Sono una donna di 50 anni e ho i capelli bianchi. Se anche li tingo per sembrare una quarantenne, sempre cinquantenne rimango. In effetti, ha ragione lui. Mio marito pondera con grande attenzione il quesito. Infine, mi consegna un commento estremamente ficcante: “Eh, beh” E poi torna a concentrarsi sul video. C’è una delle mille mila partite più importanti della stagione. La vita è fatta di priorità.

Questo è stato un problema per me, i primi anni di matrimonio. L’incapacità di mio marito di sintonizzarsi sui miei dubbi, di comprenderne la profondità, di fornire in modo partecipativo risposte sostanziali, la scambiavo per mancanza di interesse. Talvolta ne ero ferita. Poi ho capito. Uomini e donne danno un peso diverso a molte cose. Non a tutte, per carità. Ci sono argomenti di natura ecumenica, fra marito e moglie. La fede. I figli. Il vero mutuo soccorso nei momenti di difficoltà. Ma diciamocela tutta, i capelli bianchi non sono una difficoltà. Per questo lasciano mio marito completamente indifferente. Lo stesso vale per me. Il suo muso lungo quando la Ferrari non sale sul podio o il Milan perde la finale di Champions (ammesso che ci sia arrivato) sono tragedie che non riescono a scuotermi.

Il marito non è una donna con la barba. La moglie non è un uomo coi tacchi a spillo. Ciascuno di noi porta la peculiarità più profonda, più essenziale: quella differenza antropologica che è essere maschio e femmina. Così siamo stati creati, lo dice già la genesi. Anche se ogni tanto rischiamo di dimenticarlo. Siamo maschio e femmina e quindi diversi. Questa diversità è enorme ricchezza. A volte tutto sembra, meno che ricchezza. Somiglia più a una fregatura. Ci sono stati e ci saranno momenti in cui questa divergenza incolmabile di sensibilità, opinioni, approccio alla vita, ci causerà crisi di nervi o insoddisfazione (possibile che non capisca! Gli lancio segnali chiari da giorni!). A volte proveremo un senso di estraneità che mai avremmo immaginato, noi che sognavamo di passare la vita a tubare come piccioncini. E a leggerci reciprocamente nel pensiero.

Eppure, proprio la diversità ci permette di completarci. A condizione di accettarla, senza metterla in discussione. Perché il vero amore non pone condizioni. Non dice: “Caro, sarò felice di amarti, appena tu accetterai di accompagnarmi in profumeria. Per due ore starai lì ad aspettarmi pazientemente, intanto che scelgo una mascara.” Oppure: “Mia adorata moglie, mi ami e per questo non vedi l’ora di venire a pesca. Domenica sveglia alle quattro. E poi, in mezzo all’umido, per tre ore consecutive. Guai a fiatare, ché i pesci si spaventano”. Eh no. Così non funziona. Pensate a Dio. Gli avete mai sentito dire, in qualunque parte della Bibbia, per bocca di un profeta, attraverso qualunque mistico: “L’umanità la posso amare, ma solo se diventa un poco più umana. Finitela di farvi la guerra, sconfiggete la fame nel mondo, bandite le ingiustizie. Solo allora sarete degni del mio amore”. E invece no. Lui lo sa che siamo peccatori. Eppure ci ama lo stesso. Ci ama a prescindere. Certo, noi non siamo Dio. La nostra natura, ferita e indebolita dal peccato originale, ci porta ad amare in in maniera imperfetta, desiderando il possesso e il controllo sull’altro. Dobbiamo impegnarci a un sentimento più generoso, a mettere da parte la tentazione di prevaricare. Fare il bene dell’altro, prima di pensare al nostro. Dobbiamo amarli non come piace a noi, ma come hanno bisogno di essere amati. Come ha bisogno di essere amato un marito? Inutile chiederglielo. Forse, nemmeno lui non lo sa. Come non lo sappiamo noi. Non esiste un corso di formazione in amore coniugale. Ti dirò la mia.

Amare un uomo vuol dire rispettarlo. Permettergli di sbagliare, senza sentirsi giudicato. Apprezzarlo per quello che fa. O che tenta di fare. Anche se ci amiamo, niente ci è dovuto. Anche se siamo sposati, il matrimonio non è un rogito. Il marito non è una nostra proprietà. Non possiamo disporne a nostro piacimento. Siamo un’unica carne. Ma non ci appartiene. Non dobbiamo cercare di cambiarlo. Arrivo a dire che non dobbiamo nemmeno avere la pretesa di capirlo. Perché capire un uomo, per una donna, è quasi impossibile. L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Forse, dopo qualche decennio di vita in comune, si può arrivare a intuire qualcosa dell’altro. Ma mica tutto! Per questo, è bene fare un profondo atto di fede. In Dio. Affidargli questa creatura misteriosa dell’altro sesso, con cui vogliamo passare la vita. E affidare noi stesse. Perché quando il gioco si fa duro, ci vuole uno bravo. Anzi, il più bravo di tutti.

Anna Porchetti

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