E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

L’estate andiamo sempre al mare. Due settimane, quando va proprio bene tre. Aspetto quel momento tutto l’anno. Riuscite a immaginarlo? Cinquanta settimane ad aspettare quei quindici giorni di mare. E Natale? Vogliamo parlare di Natale? Adoro Natale. Lo aspetto tutto l’anno. Trecentosessanta quattro giorni di attesa. Trecentosessanta cinque, negli anni bisestili. Eppure, è un’attesa ampiamente ricompensata. E del matrimonio non ne parliamo? Il giorno tanto sognato, magari dopo anni di fidanzamento. E finalmente arriva. Il giorno del coronamento. Quello in cui ci giuriamo amore eterno.

E il sesso? No, col sesso no. Per quello non si può attendere, dice il mondo. Quello va consumato il più presto possibile. Magari già al primo appuntamento. Comunque, entro il terzo. Così recitano le regole non scritte del galateo amoroso, nel mondo moderno. Anche se questo tizio qua tu lo conosci appena. Non hai idea se ci sarà un altro appuntamento. Se avrai voglia di vederlo di nuovo. Perché mica hai ancora deciso se ti piace o no. Ma intanto, già che ci sei, potresti andarci a letto. Che male c’è? E poi, lui un po’ se lo aspetta. Così fan tutte, direbbe Mozart. E tu? Perché vuoi fare quella stramba? Non sarai mica vergine? Cioè, non di segno zodiacale. Proprio vergine-vergine. Vergine che non ha mai… Vergine che non ha ancora… no dai, non è possibile. E invece.

Diciamo subito una cosa: una volta era più semplice. Esisteva un confine netto, quasi invalicabile, fra castità e sessualità. Il confine, il fotofinish della verginità, era il matrimonio. Tagliato quel traguardo, si cominciava a esplorare anche l’intimità fisica. D’altro canto, a quel punto era anche la cosa più naturale del mondo: si era una carne sola. Poi è arrivata la modernità. Sinonimo di rivoluzione sessuale. Sinonimo di proposte indecenti a cui non puoi dire di no. Perché sennò sei bigotta. Sei frigida. Sei un po’ bacata. Aggiungete pure aggettivi spregevoli a piacere.

Credetemi, le donne sessualmente più libere sono le cattoliche. Non è una provocazione. Se la libertà vuol dire poter scegliere, le uniche rimaste a scegliere sono loro. Quelle che non hanno paura di dire di no. La castità è una cosa incomprensibile per i più. E molto fraintesa. Viene dipinta come una innaturale e crudele rinuncia. Una sofferenza inutile. Perché l’istinto è buono per definizione. E va sempre soddisfatto. La nostra è una cultura bulimica, che fa scorpacciate di tutto. Di cibo, di droga, di oggetti. E, naturalmente, di sesso. La gente ne consuma così tanto, così spesso, che ogni tanto ne fa indigestione. Lo chiamano “calo del desiderio”. Metà degli psicologi che conosco ci si paga il mutuo, col calo del desiderio dei suoi pazienti. Non c’è niente di male nel sesso. Questa idea che ai cattolici il sesso non interessi, che addirittura ci faccia un po’ schifo, è una bugia. Una delle tante, inventate dalla propaganda del nemico (l’altra è che siamo gente noiosa, invece ho amici credenti, con cui mi faccio un mare di risate).

I cattolici non condannano il sesso, non ne hanno paura. Sanno, come diceva Fulton Sheen, che il corpo non può donarsi, se l’anima non si dona. Che il sesso, fuori da una relazione di vero e profondo amore, è solo ginnastica. (del suo bellissimo libro sul matrimonio, ho parlato qui: https://annaporchetti.it/2022/11/10/lamore-cose/) La castità non è privazione ma attesa. Come col Natale. E’ consapevolezza che non ogni momento è quello giusto. Che arriva il tempo per ogni cosa. La verità è che, oggi, non vogliamo più attendere. Lo facciamo mal volentieri, vorremmo tutto e subito. Desideriamo soddisfare i nostri desideri, appena si presentano. Ogni lasciata è persa. E se invece l’attesa del piacere, fosse essa stessa (una parte) del piacere? Basterebbe capire che, in fondo, l’attesa delle cose belle non ci ammazza.

Attendiamo con trepidazione il nostro compleanno per essere festeggiati, la finale di Champions per vedere la nostra squadra vincere o il concerto del gruppo preferito, che non abbiamo mai ascoltato dal vero. Tutta la vita è fatta di traguardi, intervallati da lunghe, talvolta lunghissime attese. La castità è l’attesa che precede il piacere, acuisce il desiderio. Lo rende più puro, più consapevole. L’amore frutto di attesa non è solo un istinto da soddisfare, è una scelta, una decisione, un gesto che mette insieme la parte razionale e quella emotiva, il cuore e la testa, l’anima e il corpo. Richiede disciplina ed è per questo che forma la volontà. La castità ci protegge da noi stessi, dall’istinto animale ed egoistico che ci porterebbe a usare l’altro come mezzo per soddisfare i nostri desideri e non come fine per crescere umanamente e spiritualmente. Il sesso coniugale è un frutto dell’amore. Quello vero. Come ogni frutto, va colto al momento opportuno, quando è maturo. Un frutto acerbo ci lascerebbe un sapore aspro. Per questo l’attesa è essenziale, è preparazione a cogliere il meglio. Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura (mica una mezza calza con all’attivo un manualetto e un blog, come me), racconta che Florentino Ariza attese Fermina, la donna che amava, per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni. Per questo il suo romanzo: “l’amore ai tempi del colera” è una grande storia d’amore e non una lettera strappalacrime a una qualunque posta del cuore, scritta da una donna sedotta e abbandonata.

Chi ama davvero, non teme l’attesa del piacere… sa che essa stessa ne è parte!

Il bellissimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, si trova qui: https://amzn.to/3gysHWd

seguimi sul blog: www.AnnaPorchetti.it. il mio libro si trova qui: https://amzn.to/3VqM5nu

Tutta colpa di Bridget Jones!

Tutta colpa di Bridget Jones! Lo dico davvero. È lei la nostra peggiore nemica.

Perché, diciamocelo, con le altre, le regole del gioco erano chiare. Metti Ingrid Bergman, protagonista del film Casablanca. O via col vento, con la bellissima Rossella (Vivien Leigh). O, per stare ai tempi d’oggi, Insonnia d’amore (sono una grande fan di Meg Ryan). Lì c’è una donna splendida che si innamora del protagonista e lui è bellissimo, valoroso, sincero. Ha un sacco di qualità. Lui è il principe azzurro, che più azzurro non si può. È chiaro fin dall’inizio che ci sarà un lieto fine. L’uomo di turno, non potrà che perdere la testa per lei. Lei non potrà che innamorarsi follemente di lui. I due non potranno che sposarsi. Di lì in avanti scatterà il “vissero felici e contenti”.

Dai, quei film mica li guardiamo per sapere come andranno a finire. Lo sappiamo benissimo. Come nelle favole, in queste pellicole romantiche, l’amore fra i due protagonisti vince sempre. Non importa quante peripezie i due dovranno affrontare. Quanti equivoci, colpi di scena, coincidenze dovranno superare. Alla fine, lui si inginocchierà e le chiederà di sposarlo. E lei non esiterà nemmeno per un secondo. Né se lo farà ripetere. Perché in verità, non aspettava altro. Capirai, chi si farebbe sfuggire il Mister Giusto che ogni donna sogna di incontrare? È chiaro, queste storie ci piacciono, ma non è che le prendiamo del tutto sul serio. Voglio dire, chi di noi si è mai sentita la Rossella O’Hara della situazione? Chi di noi si è illusa di essere protagonista di una storia in cui tutto è perfetto? Quelle sono favole, mica la vita vera. Questo noi lo sappiamo. Almeno, In linea di principio era così. Poi venne lei. Credetemi, è tutta colpa sua. Colpa di Bridget Jones.

Lei non somiglia nemmeno per sbaglio alla bellissima Ingrid, a Meg, a Vivien. Bridget è una ragazza che non brilla. Ha un lavoro banale, è in perenne lotta con la bilancia, piena di buoni propositi disattesi. Beve troppi cocktail e spende troppo per vestiti che non le donano e indossa mutandoni della nonna. Non ha niente e dico niente che la possa far passare per un’eroina romantica, di quelle designate al trionfo dell’amore. Bridget è una di noi. In qualcosa forse anche un po’ meno di noi. È una sprovveduta che fa tutti gli errori che si possono fare nella sua situazione. Prima va a letto con il suo capo, bellissimo, fascinosissimo e di successo, che per di più è un donnaiolo. Poi va in crisi perché scopre che lui non cambierà. Infine, si innamora di un uomo che non sembra ricambiarla. Uno che sembra un po’ troppo per lei. Anche lui bellissimo, fascinosissimo e di successo. Eppure, Bridget riesce a conquistarlo. E, dulcis in fundo, persino il suo capo donnaiolo scopre di volerla, contro ogni possibile aspettativa.

Bridget, una ragazza ordinaria, fa perdere la testa non a un solo principe azzurro, ma a due. Impresa eccezionale, mai riuscita nemmeno alle migliori eroine romantiche della letteratura e del cinema. Ecco, ditemi se non è un inganno. Nel caso di Cenerentola e delle sue versioni cinematografiche moderne, ci godiamo la storia, ma lo sappiamo benissimo, il principe azzurro non esiste.  Invece, una come Bridget vorrebbe farci credere che esista. Anzi, che, per ciascuna di noi, ce ne sia più d’uno. E che qualunque ragazza possa trovarlo e addirittura scegliere quello che preferisce, in una vasta offerta di uomini tutti egualmente belli, perfetti e innamorati. Sono illusioni pericolose. Perché non c’è alcuna possibilità che le cose vadano davvero così. Se una donna passa la giovinezza ad aspettare che arrivi proprio lui, un uomo perfetto, che non sia neanche un grammo meno di un autentico principe azzurro, rischia di ritrovarsi da sola. Delusa e amareggiata.

Non c’è nulla di più insano che coltivare un’aspettativa irrealizzabile. Passare gli anni migliori a paragonare uomini in carne ed ossa con un ideale irraggiungibile. Nessun uomo, per quanto a posto, serio, lavoratore, di sani principi e magari di gradevole aspetto, reggerà mai il confronto con il prodotto della nostra idealizzazione romantica. Invece ci sono donne che arrivano a pensarlo. Per colpa di Bridget Jones e della sua vicenda ingannevole. Credono che abbia ragione lei, Bridget Jones, che si debba puntare all’ideale. Che lei sia un esempio. In fondo, se ce l’ha fatta lei, ce la possiamo fare tutte. Guai ad accettare un uomo comune. Un Medioman che non si conformi alle nostre elevatissime aspettative. Meglio lasciarlo andare, l’uomo carino e di buon cuore, conosciuto in ufficio, a una festa, presentato da amici galeotti. Tanto possiamo ambire a qualcosa di meglio. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Appena dietro l’angolo, ci saranno quarantaquattro principi azzurri in fila per sei con il resto di due. Tutti lì per noi.

Sarebbe invece più utile, oltre che intellettualmente onesto, riconoscere che al mondo ci sono per lo più uomini normali. E che, udite udite, un uomo normale può rendere la donna che ama (e che lo ama) profondamente felice. Anche se non ha mai posseduto nemmeno un fazzolettino azzurro, né è mai stato una somma di virtù cavalleresche. Eppure, si può incontrare un giovanotto per bene, con cui condividere l’impegno di amarsi e onorarsi, che significa soprattutto rispettare l’altro e adoperarsi per il suo bene. Credetemi, Medioman batte il principe azzurro 10 a zero. Lui, almeno, esiste davvero. Il film è tratto dal libro: Il diario di Bridget Jones che si trova su Amazon: https://amzn.to/3TWXutt

Anna Porchetti

seguimi sul blog: www.AnnaPorchetti.it. il mio libro si trova qui: https://amzn.to/3VqM5nu

L’amore non è un quiz! Non c’è la risposta esatta!

L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Lo so bene, anche se a mio marito continuo a fare domande difficilissime. Qualche giorno fa, gli chiedo: “Dovrei tingermi i capelli?” Lui, senza staccare gli occhi dalla tv, domanda: “Perché?” “Ne ho parecchi bianchi. Non voglio che si vedano. Se li tingo, tornano com’erano cinque anni fa. Mi fa sembrare più giovane”. In una serie di Netflix, partirebbero i sottotitoli: “Ma perché vuoi tingerti i capelli? Non puoi tornare indietro di cinque o sei anni. A che serve fingere di essere più giovane?” Un pensiero flash, che gli attraversa il cervello. Così rapido che lui nemmeno cambia espressione. Anche se da oltre vent’anni continuo a fargli queste e altre domande, so bene che non può capire. È un maschio. Sono una donna di 50 anni e ho i capelli bianchi. Se anche li tingo per sembrare una quarantenne, sempre cinquantenne rimango. In effetti, ha ragione lui. Mio marito pondera con grande attenzione il quesito. Infine, mi consegna un commento estremamente ficcante: “Eh, beh” E poi torna a concentrarsi sul video. C’è una delle mille mila partite più importanti della stagione. La vita è fatta di priorità.

Questo è stato un problema per me, i primi anni di matrimonio. L’incapacità di mio marito di sintonizzarsi sui miei dubbi, di comprenderne la profondità, di fornire in modo partecipativo risposte sostanziali, la scambiavo per mancanza di interesse. Talvolta ne ero ferita. Poi ho capito. Uomini e donne danno un peso diverso a molte cose. Non a tutte, per carità. Ci sono argomenti di natura ecumenica, fra marito e moglie. La fede. I figli. Il vero mutuo soccorso nei momenti di difficoltà. Ma diciamocela tutta, i capelli bianchi non sono una difficoltà. Per questo lasciano mio marito completamente indifferente. Lo stesso vale per me. Il suo muso lungo quando la Ferrari non sale sul podio o il Milan perde la finale di Champions (ammesso che ci sia arrivato) sono tragedie che non riescono a scuotermi.

Il marito non è una donna con la barba. La moglie non è un uomo coi tacchi a spillo. Ciascuno di noi porta la peculiarità più profonda, più essenziale: quella differenza antropologica che è essere maschio e femmina. Così siamo stati creati, lo dice già la genesi. Anche se ogni tanto rischiamo di dimenticarlo. Siamo maschio e femmina e quindi diversi. Questa diversità è enorme ricchezza. A volte tutto sembra, meno che ricchezza. Somiglia più a una fregatura. Ci sono stati e ci saranno momenti in cui questa divergenza incolmabile di sensibilità, opinioni, approccio alla vita, ci causerà crisi di nervi o insoddisfazione (possibile che non capisca! Gli lancio segnali chiari da giorni!). A volte proveremo un senso di estraneità che mai avremmo immaginato, noi che sognavamo di passare la vita a tubare come piccioncini. E a leggerci reciprocamente nel pensiero.

Eppure, proprio la diversità ci permette di completarci. A condizione di accettarla, senza metterla in discussione. Perché il vero amore non pone condizioni. Non dice: “Caro, sarò felice di amarti, appena tu accetterai di accompagnarmi in profumeria. Per due ore starai lì ad aspettarmi pazientemente, intanto che scelgo una mascara.” Oppure: “Mia adorata moglie, mi ami e per questo non vedi l’ora di venire a pesca. Domenica sveglia alle quattro. E poi, in mezzo all’umido, per tre ore consecutive. Guai a fiatare, ché i pesci si spaventano”. Eh no. Così non funziona. Pensate a Dio. Gli avete mai sentito dire, in qualunque parte della Bibbia, per bocca di un profeta, attraverso qualunque mistico: “L’umanità la posso amare, ma solo se diventa un poco più umana. Finitela di farvi la guerra, sconfiggete la fame nel mondo, bandite le ingiustizie. Solo allora sarete degni del mio amore”. E invece no. Lui lo sa che siamo peccatori. Eppure ci ama lo stesso. Ci ama a prescindere. Certo, noi non siamo Dio. La nostra natura, ferita e indebolita dal peccato originale, ci porta ad amare in in maniera imperfetta, desiderando il possesso e il controllo sull’altro. Dobbiamo impegnarci a un sentimento più generoso, a mettere da parte la tentazione di prevaricare. Fare il bene dell’altro, prima di pensare al nostro. Dobbiamo amarli non come piace a noi, ma come hanno bisogno di essere amati. Come ha bisogno di essere amato un marito? Inutile chiederglielo. Forse, nemmeno lui non lo sa. Come non lo sappiamo noi. Non esiste un corso di formazione in amore coniugale. Ti dirò la mia.

Amare un uomo vuol dire rispettarlo. Permettergli di sbagliare, senza sentirsi giudicato. Apprezzarlo per quello che fa. O che tenta di fare. Anche se ci amiamo, niente ci è dovuto. Anche se siamo sposati, il matrimonio non è un rogito. Il marito non è una nostra proprietà. Non possiamo disporne a nostro piacimento. Siamo un’unica carne. Ma non ci appartiene. Non dobbiamo cercare di cambiarlo. Arrivo a dire che non dobbiamo nemmeno avere la pretesa di capirlo. Perché capire un uomo, per una donna, è quasi impossibile. L’amore non è un quiz, non c’è la risposta esatta. Forse, dopo qualche decennio di vita in comune, si può arrivare a intuire qualcosa dell’altro. Ma mica tutto! Per questo, è bene fare un profondo atto di fede. In Dio. Affidargli questa creatura misteriosa dell’altro sesso, con cui vogliamo passare la vita. E affidare noi stesse. Perché quando il gioco si fa duro, ci vuole uno bravo. Anzi, il più bravo di tutti.

Anna Porchetti

Per acquistare il libro di Anna