Il matrimonio secondo Pinocchio /24

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

Il Collodi si inventa la morte apparente per poter continuare il racconto, richiesto a gran voce dai piccoli lettori e dall’editore, dobbiamo ringraziare questa insistenza che ci ha permesso di leggere un’opera indimenticabile per l’infanzia e dal grande valore educativo. Si inserisce quindi una nuova figura, la bella Bambina, che potrebbe sembrare distrarre Pinocchio dal suo rapporto con Geppetto.

In realtà scopriremo, nei prossimi capitoli, che questa figura femminile non entrerà mai in conflitto con la figura paterna del falegname, al contrario, la sua funzione sarà quella di aiutare Pinocchio nella relazione col proprio padre.

Come non vedere in questa graziosa Bambina l’immagine della Vergine Maria?

Senza fare nessuna forzatura, la quale andrebbe a snaturare il racconto, possiamo rilevarne alcune caratteristiche che richiamano la Madonna: i capelli turchini, la (sempre) giovane età, la capacità di comandare con garbo e serietà nello stesso tempo, il rispetto con cui tratta Pinocchio da “morto apparente” salvaguardandone la dignità nonostante sia solo un burattino, e lo si denota da come si rivolge al Falco prima e al Can-barbone poi:

– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia. […] – Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui.

Tra le caratteristiche mariane della Fata, ne scegliamo solo una per la nostra riflessione: il rispetto e la delicatezza, il garbo con cui tratta i burattini, ovvero come la Madonna ci tratta nonostante le asinate che combiniamo, per usare un eufemismo.

Ella non ci ripaga secondo le nostre opere, da chi avrà mai imparato?, ma usa sempre parole gentili e rispettose, nonostante i rimproveri ed i consigli accorati siano sempre quelli, quanta pazienza… proprio come fa una mamma comune. Cari genitori, dobbiamo chiederci se anche noi usiamo questo garbo e rispetto nei confronti dei nostri figli, malgrado siamo costretti tutti i giorni a ripetere sempre le solite, identiche cose alle solite, identiche persone… le mamme infatti spesso vengono etichettate dai figli come un disco rotto. Ma non per questo dobbiamo scoraggiarci e smettere con la solita cantilena, fa parte del nostro dovere.

Se pensiamo a quanta fatica si faccia per far entrare un concetto in quelle “zucche vuote”, non è niente rispetto alla fatica che si fa per farlo entrare nel cuore affinché lo facciano proprio e si decidano a viverlo da soli: è un’impresa molto più ardua.

Cari sposi genitori, dobbiamo imitare la delicatezza di questa bella Bambina dai capelli turchini, la quale usa tanto garbo e delicatezza soprattutto quando Pinocchio si dimostra un burattino e non vive da figlio, ella non gli toglie la dignità.

Quando dobbiamo riprendere i nostri figli, se li trattiamo calpestando la loro dignità e non li rispettiamo, non crescerà la loro autostima né la loro consapevolezza di creature ad immagine di Dio; se, al contrario, li trattiamo con garbo (anche deciso e risoluto) e rispettoso della loro dignità di figli, già questo atteggiamento dirà loro: “Tu vali di più dell’asinata che hai combinato, tu sei fatto per grandi imprese, tu sei capace di fare meglio”. Coraggio sposi, impariamo dalla Madonna chiedendone l’intercessione.

Giorgio e Valentina.

Quanta sete abbiamo?

Dai Sal 41-42 (42-43) Come la cerva anèla ai corsi d’acqua, così l’anima mia anèla a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora. Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza. A te canterò sulla cetra, Dio, Dio mio.

Qualche settimana fa, in occasione del famoso giorno di S. Valentino, abbiamo sentito o letto frasi d’amore romantico da strappacuore, al limite del tenerume, alcune ci sono sembrate quasi esagerate, chi le avesse lette tutte si sarà fatto un’indigestione di romanticismo… tanta dolcezza da rischiare il diabete amoroso.

Ma nessuna di queste frasi amorose ha toccato vertici come lo fanno le parole di questo Salmo, forse perché quest’ultime sono state ispirate da Colui che è la fonte dell’amore, anzi, ci dice S. Giovanni, è l’Amore stesso.

Una delle esperienze più vivide dell’umano vivere è quella della sete: tutti abbiamo fatto esperienza di quanto sia preziosa l’acqua dopo che ne abbiamo vissuto la mancanza, quanto è buono e dissetante il primo bicchiere dopo tante ore senza poter bere! Ebbene, il salmista fa riferimento proprio a quest’esperienza corporale per farci meglio comprendere come dovrebbe essere il nostro desiderio di vivere in Dio, o meglio, che Dio possa vivere in noi.

Quando due sposi si amano intensamente sperimentano quella comunione di cuori presente già nella natura, e questa unione è destinata ad aumentare con l’aumentare dell’amore che i due si scambiano, e già questa esperienza ci fa intravedere che la vita non può essere tutta qui, sarebbe troppo riduttivo, e ci si chiede dove sia la fonte di tutto questa bellezza.

Già vivendo questa esperienza naturale i due vivono desiderando che l’altro possa vivere dentro sé in ogni istante; quando uno dei due vive una bella esperienza vorrebbe che l’altro fosse lì, per esempio se sta ammirando un tramonto particolare o un altro spettacolo del creato il desiderio non è solo che l’altro sia lì ma che addirittura possa guardare coi propri occhi, si vorrebbe che i propri occhi fossero una telecamera cui l’altro possa collegarsi come si fa con il wi-fi.

Tutto ciò fa parte dell’amore umano, ma quando la Grazia interviene (ovvero quando il matrimonio diviene Sacramento), prende questa bellezza e la eleva, la perfeziona e la trasfigura ad immagine di Colui che di questo amore ne è la fonte. E’ allora che questo desiderio di comunione sempre più profonda fa diventare la sete della presenza dell’altro in sete della presenza di Dio che nell’altro si manifesta, prende forma carnale in un volto ben preciso: il mio coniuge.

La presenza dell’altro con le sue manifestazioni sensibili ci aiuta ad aprire sempre più il nostro cuore a Colui che di quelle manifestazioni è la fonte, esse sono segno nel tempo di Chi vuole essere ricambiato nel Suo amore eterno.

Il Signore è il primo ad avere sete del nostro amore, ce lo ha dimostrato sulla croce (cfr <<Ho sete>> Gv 19,28), sembra un’assurdità, quasi che a Dio, perfettamente sussistente in se stesso, manchi qualcosa se non lo ricambiamo col nostro amore. Il Salmo ci mette sulla bocca le stesse parole di Gesù sulla croce per farci comprendere con quale intensità dobbiamo vivere il nostro amore a Dio per poter trasfigurare il nostro matrimonio ad immagine del suo amore crocifisso. Coraggio sposi, non lasciamo morire di arsura il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

Incatenati, ma non per sempre

Dal Sal 78 (79) Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, per la gloria del tuo nome; liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo nome. Giunga fino a te il gemito dei prigionieri; con la grandezza del tuo braccio salva i condannati a morte. E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di generazione in generazione narreremo la tua lode.

Abbiamo tratto le nostre riflessioni per tanto tempo dai brani evangelici e dalla cosiddetta Prima lettura, oggi traiamo spunto dal Salmo della Liturgia odierna. Per chi non ne fosse a conoscenza, spieghiamo telegraficamente che il libro dei Salmi fa parte del Vecchio Testamento e contiene 150 preghiere (la loro numerazione/catalogazione dipende dalle versioni della traduzione), praticamente ce n’è una per ogni tipo di situazione dell’umano vivere: gioia e dolore, fatica e riposo, guerra e pace, carestia e prosperità, paura e audacia, e tante altre.

Questo Salmo fa appello alla misericordia di Dio, chiede il Suo aiuto nello stile della Quaresima, ma quello che vorremmo sottolineare è il versetto centrale dove i mittenti della preghiera, ovvero noi, si definiscono “prigionieri” rincarando poi la dose alla fine della frase con l’espressione “condannati a morte“.

Ad un primo superficiale approccio sembrerebbe un’esagerazione appositamente studiata al fine di impietosire colui al quale si rivolge la supplica, ma in realtà nasconde una presa di coscienza reale di chi sia l’uomo. Poiché il nostro interlocutore non è un semplice sovrano, anch’esso umano come noi, ma è il Dio eterno, ecco che allora auto-definirsi “condannati a morte” non è per niente un’esagerazione… e non solo per ribadire la verità fondamentale che la morte fisica è un passaggio obbligato per ogni uomo, ma anche per marcare una linea di confine tra la nostra finitezza di creature e l’eternità infinita del Creatore.

Ma se scendiamo più in profondità scopriamo che forse siamo un po’ tutti dei prigionieri, ma di cosa?

La Quaresima è proprio il tempo ideale per spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo, ovvero il tempo propizio per abbandonare il peccato e vivere da liberi figli di Dio… liberi sì, ma da che cosa?

Liberi dalla schiavitù, che per l’antico Israele corrispondeva all’Egitto, antica prefigura di un’altra schiavitù ben più grave e profonda: la schiavitù del peccato. Ecco allora che comincia a prendere senso quel “prigionieri“, perché siamo ancora nel pieno del cammino quaresimale, e dobbiamo riconoscere ancora una volta in tutta sincerità di non esserci ancora scrollati di dosso molti peccati, abbiamo ancora parecchia strada da fare sulla via della conversione (detta anche penitenza), perciò ci possiamo ancora sentire prigionieri.

E se qualcuno non venisse in nostro aiuto come nostro liberatore noi ci sentiremmo sempre più dei “condannati a morte”, non tanto intesa come morte corporale (da la quale nullu homo vivente po’ scappare) ma come morte dell’anima, che diventa poi la morte eterna nell’aldilà.

Dopo aver pregato questo Salmo avendo riconosciuto il nostro stato di prigionieri e condannati a morte, vien spontaneo chiedere che venga presto un liberatore, ecco perché questo Salmo accompagna così bene la Quaresima in attesa del tanto sospirato Salvatore, l’unico che può liberarci [e che ci libera] dalle catene del peccato.

Cari sposi, anche nel matrimonio possono esserci catene che ci schiavizzano e ci tengono prigionieri molto peggio che in un carcere umano, il quale può mettere in catene solo il corpo, ma l’anima no. Dobbiamo chiedere al Signore di liberarci dalla schiavitù della lussuria, oppure da quella dell’ira, forse da quella dell’invidia o dalla gola… ogni coppia ha la propria lista.

Il primo passo è riconoscere di avere delle catene e guardarle, poi quello di riconoscere che solo Uno può liberarci perché da soli non siamo capaci, solo così si comincia un percorso di guarigione e di libertà, altrimenti il nostro matrimonio resterà sempre dalla sponda egiziana del Mar Rosso.

Coraggio sposi, il matrimonio è uscito direttamente dalle mani del Creatore, e Lui fa solo cose belle.

La bellezza salverà il mondo. (Fëdor Dostoevskij)

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /23

Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande.

Siamo giunti al capitolo XV che fa un po’ da spartiacque, poiché il Collodi pose al termine la parola “Fine” a quello che riteneva essere l’ultimo episodio stampato sul “Giornale per i bambini”. Per lui Pinocchio era davvero morto: una finale amara ma anche molto suggestiva.

Sembra una stranezza per noi così abituati a tutt’altro epilogo, eppure a ben vedere in questo capitolo “conclusivo” il burattino tocca il vertice della sua umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte. Commentando questo capitolo così si esprime il cardinale Biffi:

[…] l’agonia di Pinocchio, appeso all’albero da tre ore, riproduce l’agonia di colui che è l'<<uomo>> – secondo la parola profetica di Pilato – ed è quindi l’archetipo di noi tutti. Di Cristo in croce riecheggia perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!…l se tu fossi qui!…

La profondità di queste riflessioni non va intaccata con le nostre povere parole, ci ricorda che dietro alla storia del burattino c’è molto di più senza veli troppo spessi, senza per questo assurgerlo ad un testo di spiritualità cristiana.

Vogliamo evidenziare un aspetto: prima di essere raggiunto ed impiccato, Pinocchio intravede un barlume di salvezza:

Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.

Ancora una volta, quando sembra tutto perduto ecco un lumicino di speranza… è proprio così anche nella nostra vita. Ci sono troppi sposi che si danno per vinti ancora prima di cominciare la battaglia. Non esistono crisi matrimoniali che non siano portatrici di salvezza, forse non si risolveranno secondo i nostri piani ma secondo la volontà di Dio, in ogni caso non possiamo rinunciare a metterci mano.

Quando ero un giovane ragazzo mi dilettavo nel giuoco del pallone ed ho avuto la grazia di avere sempre allenatori con la “A” maiuscola, lo facevano con serietà ed erano degli educatori oltre ad insegnarci come si gioca bene; lo sport è stata una grande lezione di vita. Uno dei ricordi che tengo più nel cuore è l’insegnamento che spesso ci ripeteva un allenatore quasi come un tormentone: si gioca al massimo fino a quando l’arbitro non fischia il fine partita. Avevamo perso? non importava molto, la cosa più importante era aver lottato fino alla fine con tutte le nostre forze. Stavamo vincendo? non importava molto, dovevamo giocare con serietà fino alla fine senza mai dare per scontata la vittoria sull’avversario.

Cari sposi, trasportate questo stile di vita dentro il vostro matrimonio: se ravvisiamo un problema nella nostra relazione, se avvertiamo di esserci allontanati l’uno dall’altra, se la routine ha appiattito i nostri gesti d’amore, non gettiamo subito la spugna ancor pima di cominciare… non facciamo come Pinocchio quando fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto” ma lottiamo per riconquistare il nostro NOI anche se quello che vediamo è solo un “biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.”

Quel barlume della casina candida è il segnale che Dio è pronto a darci una mano per uscire dal pantano in cui ci siamo messi da soli, non importa cosa sia successo, conta solo che vediamo una casina candida come la neve, seppur in lontananza ma c’è… non dobbiamo permettere al al verde cupo degli alberi di nascondercela.

Coraggio famiglie, non lasciamoci cadere le braccia altrimenti finiremo come Pinocchio appesi ad un albero dagli assassini del matrimonio… l’arbitro non ha ancora fischiato la fine della partita… il nostro allenatore è in panchina pronto per incoraggiarci: ascoltiamo la sua voce.

NB: lottare fino in fondo con tutte le nostre forze significa chiedere anche l’intervento a Dio con la Sua Grazia perché è Lui la nostra forza.

Giorgio e Valentina.

Che ora è oggi?

Dall’acclamazione al Vangelo di questo Lunedì:

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2b)

Il mondo odierno sembra essere riuscito nel suo intento di convincere molti cristiani che la fede cristiana serva solo per guadagnarsi un posto in un fantomatico aldilà, ma che concretamente non c’entri nulla con questa vita. Ma siccome il Signore ha altri canali di trasmissione che non sono quelli che usa il mondo, ecco che la Sua Parola ci ricorda che la nostra vita futura (eterna… ricordiamocelo) si gioca tutta in questa corta vita : ” 70, 80 per i più robusti” recita il Salmo 89.

Se ci pensiamo bene la misura è esageratamente sproporzionata, è come paragonare una goccia ad un oceano… sarebbe qualcosa come un investimento finanziario di 1 centesimo per guadagnare 10 miliardi. Capite la proporzione? E’ incalcolabile, ma del resto il nostro Signore agisce così, quando si tratta di amore è uno “sprecone”, non bada a spese, diremmo.

Se la guardiamo così, la vita terrena appare proprio un investimento: cosa sono 80 anni in confronto all’eternità? Niente. Eppure il Signore ha deciso di giocare il tutto per tutto negli anni che concede ad ognuno di noi in questa vita. Lui non si lascia scappare nemmeno un secondo per donarci la Sua salvezza, e noi?

Non saremo mica di quelli che: intanto vivo come mi pare… domani mi convertirò… vero? nella vita spirituale non si può fare come con la famosa “dieta del Lunedi” della settimana mai dell’anno mai.

Se qualche coppia di sposi avesse ancora dubbi su quale sia il momento giusto per mettere mano alla manutenzione del proprio matrimonio e quindi della propria relazione, del proprio modo di amarsi… il versetto di acclamazione al Vangelo (tratto dalla Parola di Dio) non lascia spazio ad equivoci: Ecco ora il momento favorevole … non domani, ma ora, non dopo che avrete finito di leggere questo povero articolo, ma mentre state leggendo.

Perché se qualcosa si smuove nel cuore anche mentre stai leggendo, potrebbe essere un’intuizione che il Cielo, nella Sua infinita misericordia, ti manda, e allora non indugiare neanche cinque minuti imitando così i pastori del Natale.

Spesso gli sposi si lasciano imbrigliare come dentro una ragnatela dalle cose da fare, dalla gestione della casa a quella dei figli, dalla gestione del lavoro alla programmazione degli impegni in parrocchia, e chi più ne ha più ne metta… perdendosi il qui ed ora della propria salvezza. Se è vero che Gesù è la nostra salvezza, se è vero che Gesù significa proprio “Dio salva”, e se è vero che Gesù è realmente presente, inabita nella relazione sponsale sacramentale… allora il versetto dell’acclamazione è proprio vero.

Cari sposi, domani non sappiamo se ci saremo ancora su questa terra, ma oggi sì, ci siamo.. e quindi se oggi siamo sposi, è oggi che Gesù, salvezza nostra, abita nel nostro sacramento, quindi : ecco ora il giorno della salvezza!

Non aspettiamo domani per far abitare il Signore Gesù nel nostro matrimonio, Lui ha fretta di salvarci.

Coraggio, siamo ancora in tempo.

Giorgio e Valentina.

Come le onde o no?

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 1, 1-11) Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella diaspora, salute. Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni. Il fratello di umile condizione sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato, perché come fiore d’erba passerà. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco nelle sue imprese appassirà.

Questa lettura che ieri la divina liturgia ci ha proposto è un grande aiuto per preparare il cuore alla ormai imminente Quaresima. E’ un brano che richiederebbe assai più che le nostre povere parole in un articolo, ma cercheremo comunque di aiutare la meditazione sostando per qualche momento su uno tra i tanti passaggi : “La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni.

In questo brano si nota come diverse virtù e doni divini siano interconnessi tra loro, si parla di perfetta letizia, di sapienza, di fede, di umiltà, di semplicità e di altre ancora. E’ normale che si affronti il discorso su di una virtù cercando di isolarla dalle altre, perché la conoscenza umana ha bisogno di catalogare e dividere per meglio conoscere, ma non dobbiamo mai dimenticare che così come la persona umana è un mix inscindibile tra cuore, corpo, anima/spirito e io personale così anche in Dio queste virtù e questi doni sono un tutt’uno, in Lui non c’è divisione.

E più una persona progredisce nella santità e più le virtù e i doni si mescolano tra loro in un perfetto connubio incarnandosi però ora in una personalità ora in un’altra. Non troveremo mai un santo che non sia stato umile oppure un altro che non abbia esercitato la pazienza, non è possibile che un santo sia stato temperante e non abbia esercitato la giustizia. Certamente ogni santità si incarna in una personalità con la propria sessualità per cui un santo mette in luce una virtù più delle altre, un aspetto della vita di Grazia più di un altro… solo per fare un esempio: la santità di San Tommaso d’Acquino splende per la purezza/castità ma non possiamo pensare che San Giovanni Bosco non sia stato casto seppur la sua santità splenda per le virtù della giustizia e della carità.

A questo punto del nostro semplice approfondimento si capisce perché San Giacomo ci esorti a chiedere la sapienza con la fede ferma, decisa e risoluta.

Cari sposi, se vogliamo che il Signore elargisca le sue Grazie nel nostro matrimonio è necessario che chiediamo con fede ferma, senza esitare; dobbiamo vivere la nostra fede senza esitazioni, con delle decisioni risolute e stabili. Non possiamo alzarci un giorno col fervore di chissaché ed il giorno dopo non fare nemmeno il segno di croce appena svegli. Non possiamo percorrere in ginocchio tutte le scale sante di tutti i santuari per poi tornare a casa e cadere come sacchi di patate in un vizio capitale (scegliete voi quale). Questi atteggiamenti rivelano solo una fede basata sul sentimentalismo.

Non possiamo partecipare a ritiri per coppie consumando litri e litri in lacrime di commozione per poi, solo due giorni dopo il ritiro, incappare ancora nei meccanismi malati della nostra relazione malsana auto-assolvendoci con la solita frase “E’ più forte di me” oppure “Lui/lei non fa mai nulla per cambiare… tocca sempre a me“.

La vita di fede progredisce solo con l’obbedienza, la Parola di Dio (attraverso San Giacomo) ci ha detto cosa e come fare, basta obbedire e vedremo la Grazia in opera nel nostro matrimonio... Certo non è automatico. Siamo complessi ma prendiamo consapevolezza che noi siamo responsabili della nostra vita e delle nostre scelte. Non restiamo passivi.

Buona Quaresima.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 22

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s’imbatté negli assassini.

Questo è il titolo del capitolo 14, nel quale viene descritta l’affannosa fuga di Pinocchio da due loschi individui, il Gatto e la Volpe, che lo inseguono senza mai mollare. Curiosamente, l’unico a non averli riconosciuti è lo stesso burattino, mentre anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà a riconoscerne i tratti. La descrizione di questa scena spettacolare è realizzata con grande maestria, lasciandoci intravedere ora la disperata fuga di Pinocchio ora la tenacia dei due assassini nell’inseguirlo.

Sicuramente questo capitolo ci pone davanti alla questione della violenza, ma prima di vederne alcuni tratti, vorremmo chiarire il fatto che il Gatto e la Volpe siano tornati alla carica per riuscire nel loro intento e prendersi ciò che non erano riusciti con l’astuzia e l’inganno.

Cari sposi, questa è la tattica del nostro nemico, il diavolo, il quale non si presenta subito a carte scoperte come un assassino, ma dapprima cerca in tutti i modi di raggirarci con l’astuzia di cui è maestro, ma dobbiamo porre attenzione poiché non si dà mai per vinto, e se non gli riesce di allontanarci da Dio con l’inganno, ecco che sfodera le sue armi di violenza inseguendoci senza tregua ovunque. Se ci fermiamo un attimo a pensare, constatiamo che nel nostro mondo moderno il nostro nemico ha cominciato proprio con l’astuzia e l’inganno: dapprima ha voluto modificare il modo di pensare con gli illuminati e dintorni, le coscienze così si sono affievolite su ciò che è bene e ciò che è male, poi ha cominciato a normalizzare stili di vita peccaminosi, dopodiché ha agito ancora con astuzia dando un nuovo significato alle parole, poi ha cominciato “l’inseguimento” stimolando leggi ingiuste ed inique, oggigiorno siamo di fronte ad un vero e proprio “inseguimento” degli ultimi che vogliono scappare dalle sue grinfie.

Care famiglie, non dobbiamo farci illusioni, siamo di fronte ad un inseguimento fino all’ultimo respiro, dobbiamo resistere, e se qualche volta il nemico scivola in qualche pozzanghera non dobbiamo rallentare come Pinocchio e consolarci pensando di averla fatta franca, questo inseguimento dura tutta la vita.

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina, stiamo semplicemente raccontando la realtà della battaglia a cui siamo chiamati ogni giorno, e lo facciamo usando la metafora dell’inseguimento, se avessimo voluto usare parole più crude e spaventose avremmo usato le stesse di S.Pietro:

 (1 Pt 5,8) Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare.

Questo inseguimento affannoso tocca anche la questione della violenza, la quale ha fatto la sua comparsa nella vicenda umana subito dopo la rovina del peccato delle origini, scatenando in Caino la furia omicida. Senza fare i moralisti, vorremmo spronarvi a riflettere su quanto la violenza dimori in noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nei gesti e nelle parole. Essa è un frutto del peccato perciò fare un esame di coscienza su quanto essa alberghi in noi (forse anche dentro la relazione sponsale) ci dà un indicatore di quanto il peccato alberghi ancora in noi… senza per questo farne un dramma da depressione poiché Gesù è il Salvatore ma senza neanche scusare i nostri atti violenti con spiegazioni di taglio psicologico che alla fine tentano di togliere la colpa personale lasciandoci ancorati al peccato.

Pinocchio non ha voluto dare ascolto alla vocina fioca del Grillo-parlante che lo aveva messo in guardia circa gli assassini ed ora si trova nei guai, cogliamo l’occasione per impararne la lezione.

Coraggio, non tutto è perduto!

Giorgio e Valentina.

Neanche i cieli dei cieli.

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30) In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore.  Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!  Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.  Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

Questi capitoli sono affascinanti perché ci testimoniano di quanto onore il popolo di Israele riservasse all’Arca dell’alleanza, prefigura dei nostri tabernacoli nei quali è contenuto non una o due tavole di pietra, ma il Signore stesso, nascosto ai nostri occhi sotto le specie eucaristiche. Già su questo aspetto dovremmo farci (noi come Chiesa del tempo presente) un serio esame di coscienza perché nella maggioranza delle nostre chiese il tabernacolo non solo non è trattato almeno quanto l’Arca dell’alleanza, che già sarebbe molto, ma spesso viene trattato alla stregua di un mobile della cucina da cui si prelevano e si rimettono sale, olio e pepe più volte mentre si prepara il pranzo.

La nostra attenzione maggiore però oggi vorremmo riservarla ad un passaggio della preghiera di Salomone : Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito. Questa frase rivela la fede di Salomone nella grandiosità dell’Altissimo, rivela la sua coscienza di essere creatura e non Creatore, rivela la sua incrollabile certezza che Dio è infinito ed eterno.

Certamente Salomone ci sta davanti come modello di atteggiamento nei confronti di Dio, ma l’Antico Testamento trova compimento nel Nuovo, e qual è questo compimento? Ce ne sono diversi, ma ne prendiamo solo un paio: i due sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

Vogliamo fare una catechesi su questi due sacramenti? No, solamente far emergere un aspetto che li accomuna.

Quando un bambino entra in chiesa per essere battezzato non è lo stesso di quando esce da battezzato. Con i nostri occhi vediamo ancora tutto come prima (similmente a ciò che avviene con l’Eucarestia), ma la sostanza sotto l’apparenza è radicalmente cambiata: è una creatura nuova, è una creatura marchiata con un sigillo di appartenenza eterno ed incancellabile, è divenuto figlio di Dio, coerede di Gesù Cristo, non è più sotto la schiavitù di Satana ma è diventato tempio dello Spirito Santo, la Trinità stessa inabita in quella creatura nuova.

Ma com’è possibile? Non è vera la frase di Salomone?

Quale realtà grande: quel Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa piccolo piccolo per inabitare in noi, quale sublime atto di umiltà e grandezza nello stesso tempo. Quel tempio di Salomone era prefigura non solo dei nostri templi ma anche di noi battezzati, veramente il nuovo ha portato a compimento ciò che nel vecchio era solo prefigurato.

E questo aspetto del Battesimo ci fa capire perché esso sia necessario per il sacramento del Matrimonio, perché solo tra due persone (maschio e femmina) che sono tempio dello Spirito Santo può inabitare Gesù con la sua presenza reale.

A quale grandezza dunque siamo chiamati noi sposi che siamo tempio dello Spirito Santo e tra noi abita realmente Gesù Cristo, è certamente una grandezza che ci supera, non la meritiamo assolutamente, ma così è.

Quando dunque trattiamo il nostro coniuge con disprezzo, chi stiamo disprezzando in realtà, se dentro lui/lei inabita la Trinità stessa? Quando ci ostiniamo a non voler cambiare per amarlo/la meglio ma restiamo fermi sulle nostre false sicurezze di essere noi i perfetti, chi è che decidiamo di non amare meglio se in lui/lei inabita il Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere? Quando il nostro coniuge diventa solo l’oggetto delle nostre fantasie a luci rosse, non stiamo forse disonorando la reale presenza di Gesù tra noi? Quando trattiamo lui/lei come lo schiavo che ci deve servire e riverire in tutto e per tutto, chi stiamo schiavizzando se è tempio dello Spirito Santo?

La Quaresima è ormai alle porte, chi ha orecchi per intendere, intenda.

Giorgio e Valentina.

Noi siamo come Assalonne

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3) In quei giorni, […] la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. […] Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto». […] Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!». Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

In questi giorni la Chiesa ci presenta diversi estratti dai capitoli in cui è narrata la vicenda di Assalonne. Per chi non la conoscesse ne tracciamo un rapido riassunto: il figlio del re Davide, Assalonne, non contento di come il padre stia governando sulla nazione, complotta contro di lui fino a muovergli guerra con un esercito. Davide non vuole la guerra, ma alla fine risulterà “vincitore” poiché Assalonne rimane vittima come descritto in questo brano oggi proposto dalla Liturgia.

Ci sarebbero molte riflessioni da porre in essere circa la ribellione del figlio e la reazione del padre, ma oggi ci vogliamo soffermare solo sul lamento di Davide. Per capirne la portata dobbiamo tenere Davide come prefigura del Padre e Assalonne come figura di noi tutti.

Davide si dimostra un vero padre, perché non fa valere con la forza la propria autorità, al contrario, lascia che il figlio agisca rispettando le sue decisioni, sicuramente col dolore nel cuore, ma aspetta che il figlio rinsavisca.

Quante volte facciamo coì anche noi con Dio? Quante volte ci spazientiamo col Padre per la pazienza che Lui riserva a certi suoi figli, dimenticando che se la perdesse con noi, anche noi saremmo spacciati?

Quante coppie vivono come Assalonne, ci sono troppi sposi che sembra abbiano mosso guerra e stiano complottando contro Dio. Ma il Signore non li annienta, non muove guerra contro loro, ma aspetta sull’uscio l’arrivo di ambasciate con buone nuove. La pazienza del Signore spesso ci disgusta perché abbiamo vivo il senso della giustizia, ma chissà perché esso funziona solo sugli altri, per noi stessi invece, pretendiamo dal Signore pazienza senza limiti.

Ma la vera novità è che il Padre piange la nostra morte, piange il nostro definitivo allontanamento da Lui, ma non fa come Davide che preferirebbe essere morto lui al posto di Assalonne.

Il Signore è morto davvero al posto nostro sulla Croce, il Signore si è annientato per farci vivere. Su quella croce ci dovremmo finire noi, ce la siamo meritata noi coi nostri peccati, ma il Signore Gesù ha voluto pagare Lui al posto nostro il conto col Padre. Certamente una piccola parte del danno l’ha lasciata “addebitata sul nostro conto” per così dire, affinché potessimo esercitare la libertà di riamare il Padre senza coercizioni.

Cari sposi, questa pagina dell’Antico Testamento ci potrebbe lasciare un po’ perplessi circa il comportamento di Davide, forse anche per il fatto che Davide è mosso dalla convinzione che l’Altissimo abbia voluto usare Assalonne come strumento di espiazione per le proprie colpe ed accetta con l’amarezza nel cuore che sia il proprio figlio a congiurare e muovere guerra contro di sé.

Questa vicenda mette in luce anche come ogni famiglia può correre il rischio di essere divisa e spaccata dal suo interno, nonostante un genitore sia il grande re Davide, quello scelto da Dio per le qualità interiori e non per l’estetica, quello che ha sconfitto il gigante Golia, colui al quale sono attribuiti praticamente tutti i Salmi (uno dei quali pregato da Gesù sulla Croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato…“) che ancora oggi la Chiesa prega ogni santo giorno nell’Ufficio divino.

Nessuno di noi sposi può sentirsi immune da tutto ciò.

La notizia che ci incoraggia è che Il Padre non solo piange come Davide, ma ha inviato il Suo Figlio ad espiare al posto nostro le colpe.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /21

Cap. XIII. L’osteria del Gambero rosso.

Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola

Già durante la cena Pinocchio sembra intuire che qualcosa stia andando storto e non mangerà pressoché niente, al contrario del Gatto e della Volpe che si abbufferanno a sue spese per poi sparire nel nulla prima del risveglio del burattino; sicché da cinque ora si ritroverà con quattro zecchini d’oro.

E’ proprio così nella vita: quando ci sediamo a tavola col nemico (il diavolo e le sue tentazioni) cominciamo a perdere i nostri zecchini, ovvero i doni che il Signore ci ha elargito, cominciando da quelli naturali… ne abbiamo come una vaga intuizione ma continuiamo imperterriti; noi non mangiamo niente ma il nemico ci mangia tutto.

Ma la parte più brutta arriva dopo cena:

– E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici? – Al campo dei miracoli, domattina allo spuntare del giorno. – Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni e dopo partì. Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì.

Il cardinal Biffi commenta : Pinocchio deve affrontare la sua seconda notte di viandante perduto, la seconda notte nell’assenza del padre. Le notti dello smarrimento non sono tutte uguali tra loro. Ma questa notte […] è ancora più spaventosa di quella del temporale.

Ogni notte che passiamo lontani dal Padre ci appare più buia della precedente, sembra non ci sia rimedio. Quando ci lasciamo avvinghiare da un vizio, esso ci trascina sempre più giù proprio come nei gironi danteschi, come quando ci si addentra in una galleria fino a non percepire più la luce né dell’entrata e tantomeno quella dell’uscita. Ma non tutto è perduto:

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente. – Chi sei? – gli domandò Pinocchio. – Sono l’ombra del Grillo parlante – rispose l’animaletto con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.

Non è così facile spegnere la coscienza e zittirla una volta per tutte, anche se con una luce pallida ed una vocina fioca fioca essa si fa scorgere in mezzo a tanto buio. Così anche per noi, quando avvertiamo di essere lontani da Dio, è proprio questa sensazione di lontananza la prima vocina fioca della coscienza che ci richiama, è la misericordia del Padre che ci raggiunge cominciando a farci sentire la sua mancanza, è un inizio, è una lucina opaca ma pur sempre luce in mezzo al buio.

Cari sposi, quando avvertite che qualcosa nel vostro matrimonio non funziona a dovere, quando nonostante qualche sforzo la relazione non migliora, quando la pace non regna tra voi ma ha ceduto il posto all’inquietudine… tutti questi segnali forse sono quella luce pallida della seconda notte di Pinocchio… affrettatevi a chiedere aiuto e non spegnete questo lumicino.

Il problema non è tanto capire come siete finiti in quella situazione, ma come uscirne… non fate come il nostro burattino che rispose così all’incalzare della voce del Grillo parlante:

– Le solite storie. Buona notte, Grillo.

Coraggio, anche la notte più lunga ha un’alba che aspetta.

Giorgio e Valentina.

Parenti contenti.

Vogliamo continuare a lasciarci interrogare dal Vangelo di Domenica scorsa, già così brillantemente commentato da padre Luca e da Antonio e Luisa, ma che ha ancora un aspetto su cui poter riflettere.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20) Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

E’ curioso che i primi discepoli che Gesù chiama a sé, i quali poi diventeranno parte del nucleo dei dodici Apostoli, siano due coppie di fratelli, intesi come fratelli di sangue, figli dello stesso padre.

Sarà un caso? No di certo. Se nulla avviene per caso nella vita ordinaria, tantomeno dentro la Parola di Dio troviamo frasi scritte per caso. Cosa avrà voluto dirci il Signore compiendo questa scelta?

Sappiamo come la famiglia sia la cellula della società, il primo luogo dove si impara a convivere con gli altri, si imparano i propri limiti e si scoprono le proprie doti, si impara insomma l’arte del vivere e soprattutto dell’amare. I legami di sangue sono molto forti, in taluni casi questa forza si rivela negativa perché fa come da calamita col passato non permettendo di vivere il presente con serenità e libertà né di proiettarsi nel futuro.

Questi legami sono talmente forti ed importanti per lo sviluppo psichico e morale della persona che sono i primi ad essere attaccati dal maligno (il quale odia la famiglia), nei casi più gravi ci sono maledizioni che passano da una generazione all’altra… ma è un altro argomento, che però ci conferma come i legami famigliari siano vitali per l’uomo… tant’è vero che Dio stesso ha voluto incarnarsi dentro una famiglia.

Talvolta il Signore converte il cuore di un familiare per convertire tutti gli altri, come fosse una sorta di apripista, ci sono numerose testimonianze al riguardo sia recenti ma anche dei primissimi cristiani, uno di questi episodi è addirittura raccontato nel vangelo di Giovanni, un altro è quello della madre santa Felicita ed i suoi sette figli, uno più recente è quello di santa Monica, madre di sant’Agostino.

Quando il Signore chiama fratelli e/o sorelle a seguirlo per la via della consacrazione sacerdotale e/o verginale, questi legami così forti già di natura, aumentano il proprio influsso positivo e si perfezionano per diventare fonti di grandi Grazie per la Chiesa intera, citiamo alcune figure di santi parenti o fratelli/sorelle oltre agli Apostoli del brano in questione: i due gemelli San Benedetto e Santa Scolastica; le 5 sorelle Martin (tra cui una santa, Teresina di Lisieaux ed una serva di Dio, Léonie); i due fratellini di Fatima Santa Giacinta e San Francisco Marto; i due fratelli San Cirillo e San Metodio; Santa Marcellina che era la sorella maggiore dei due gemelli San Satiro e Sant’Ambrogio; i due gemelli San Cosma e San Damiano con i tre fratelli minori San Antimo, San Leonzio e San Euprepio… la lista potrebbe continuare.

Tutto ciò conferma che i legami familiari e/o parentali hanno un’importanza vitale, ecco perché gli sposi cristiani devono far di tutto affinché i propri figli conoscano ed imparino ad amare Gesù fin dalla più tenera età.

E se i convertiti siamo proprio noi sposi? Di sicuro il Signore ha in progetto di parlare ai cuori dei nostri parenti e/o familiari attraverso noi, quando serve con le parole, quando esse si rivelano non necessarie sia la nostra vita a parlare, le nostre scelte, le nostre abitudini sante, i nostri gesti, i nostri comportamenti.

Coraggio sposi, non temiamo di fare gli apripista, meglio avere i parenti contenti che i parenti serpenti!

Giorgio e Valentina.

Dio vede oltre, come un drone

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 16,1-13a)  In quei giorni, il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuèle rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò». Samuèle fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. […] Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

E’ sempre difficile commentare passi come questo in cui anche i grandi santi si sono cimentati lasciandoci ricchezze in omelie e scritti di alta caratura teologica e spirituale. Vogliamo solo mettere in luce un particolare, ma partiamo dalla contestualizzazione del brano: racconta di come il Signore abbia indicato al profeta Samuele di scegliere Davide come nuovo re al posto di Saul, abbiamo tagliato poi tutta la descrizione della modalità con cui la scelta ricade su Davide invece che sugli altri figli di Iesse.

La parte che ci interessa sta proprio all’inizio: il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Come al solito i nostri piani non coincidono mai con quelli del Signore, per non parlare delle tempistiche e delle modalità, le Sue vie non sono le nostre misere vie.

Abbiamo visto un video su Youtube nel quale una persona stava camminando su un sentiero di montagna, ma sembrava che non ci fosse uno sbocco attraverso la fitta vegetazione, ad un certo punto ha acceso il suo drone e lo ha guidato su in alto per vedere con la telecamera cosa lo aspettasse, potete immaginare quale meraviglia fosse lo stesso posto visto dall’alto piuttosto che dal sentiero oscurato dalla fitta vegetazione. Il drone ha permesso di vedere un panorama ed una veduta dell’insieme che dal sentiero era impossibile avere.

Similmente accadde così col Signore, Lui ha una visione d’insieme come quel drone che dall’alto domina il panorama, Lui vede più in là di noi, sa già cosa c’è oltre la fitta vegetazione che vediamo dal nostro punto di vista. Anche per il profeta Samuele non è così immediato obbedire al comando del Signore, ha bisogno di essere rassicurato per partire.

Il Signore ha un piano, ma Samuele vede solo fitta vegetazione, sembra come intrappolato nei suoi dispiaceri, piangeva ancora per Saul; ma il Signore lo rimprovera osservando che se non lo piange Lui perché mai dovrebbe farlo Samuele? Quanto è duro accettare i piani della Provvidenza, siamo ancora troppo attaccati alle nostre cose, alle cose che ci danno sicurezza in questo mondo. Anche noi abbiamo i nostri Saul per cui piangiamo e facciamo fatica a lasciarli andare, ma il Signore ha altri piani.

Anche per noi è stato difficile tanti anni fa lasciare persone, posti e realtà a cui eravamo affezionati, erano i nostri Saul su cui piangevamo, ma il Signore ci ha mostrato altre realtà, luoghi e persone perché Lui è come quel drone che vedeva già aldilà, ci siamo fidati, abbiamo fatto bene perché la nostra fede è cresciuta; le consolazioni di Dio non si sono fatte attendere.

Quando il Signore ci indica una strada si avvera quel detto: “quando si chiude una porta si apre un portone“, certo non è facile né di immediato realizzo, ma se il Signore indica una strada è perché vede oltre come la telecamera del drone.

Infatti Dio non va tanto per le lunghe con Samuele: Riempi d’olio il tuo corno e parti.… è uno che va dritto al sodo, perché l’importante per Lui è che si compia, si realizzi il Suo piano di salvezza. Ed infatti succederà che chiusa la porta su Saul si aprirà un portone sul grande re Davide, col senno di poi si rivelerà la scelta giusta.. proprio come col drone.

Coraggio sposi, la fede cresce a piccoli passi: ogni piccolo atto di fede mette le basi e prepara quello dopo che sarà un po’ più grande e così via.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /20

(continua dall’articolo precedente…) Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di poter moltiplicare le monete che ha.

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

E’ la tattica dell’antico serpente: irridere i doni che già possediamo presentandoli non come valore ma come limitazione alla nostra libertà: “Sarete simili a Dio“. Ma il problema di questa tentazione non sta tanto nel cedere alle lusinghe di un tesoro, ma nel pensare di trovare un tesoro lontano dalla casa di Geppetto, ovvero l’illusione di una felicità lontana da chi ci ha creato.

Cari sposi, i doni del matrimonio sono davvero molti e ricchi, ma sperare di avere un matrimonio pienamente umano (e quindi orientato alla vita eterna) lontano dal Signore è un’illusione, ecco perché serve la Grazia del Sacramento per sostenerlo ed alimentarlo.

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. – Gli altri! – ripetè il Gatto. – Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio

Dobbiamo anche porre attenzione ai seduttori: quelli che ostentano la ricerca della giustizia con ogni mezzo, una solidarietà solo orizzontale ecc… chi più ne ha più ne metta. Ritornano alla mente le parole con cui ci ammonisce ed ammaestra san Paolo:

(2 Cor 11, 14-15) Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.

Solitamente queste seduzioni vengono da persone che vivono un filantropismo che nulla ha di che spartire con la carità cristiana, oppure da persone che si travestono da benefattori dell’umanità finché ci ricavano anch’essi qualcosa. Gli sposi cristiani devono stare molto attenti a non lasciarsi ingannare da queste tentazioni, da questi stili di vita che spesso portano uno dei due sposi a lasciarsi fagocitare da queste filantropie a scapito del proprio matrimonio, oppure entrambi gli sposi si buttano a capofitto in varie esperienze che li allontanano progressivamente o dai figli o da una vita sacramentale. Abbiamo solo fatto qualche esempio per mettere in luce quanto siano sottili le lusinghe del Gatto e della Volpe.

Vogliamo segnalare come il Gatto ripeta sempre il concetto espresso prima dalla Volpe. Essi purtroppo sembra abbiano fatto scuola: nei tempi moderni pare che un’ idea (meglio parlare di ideologia) diventi vera, anzi verità assoluta a mo’ di dogma, solo per il fatto stesso che ci venga ripetuta ad ogni pié sospinto, ad ogni spettacolo televisivo, ad ogni articolo di giornale, ad ogni spot pubblicitario, ad ogni frase dei social-media: “Te lo ripeto 100 volte, dunque è vero“.

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente : – No, non ci voglio venire.

Cari sposi, anche noi spesso facciamo come Pinocchio che, dapprima, rifiuta in modo categorico, ma poi pian piano si lascia sedurre da quei due abili ingannatori:

– Andiamo pure. Io vengo con voi.

Anche per una natura legnosa come quella di Pinocchio sembra inizialmente un’assurdità la proposta del Gatto e della Volpe, forse perché il nostro fiuto per gli ingannatori è abbastanza dotato, ad ogni modo dobbiamo crescere nella virtù della prudenza, non possiamo agire impulsivamente o seguendo i nostri sentimenti, potremmo rischiare grosso e perdere la strada di casa verso il Padre.

Cari sposi, vogliamo rinnovare l’invito ad essere prudenti soprattutto quando in ballo c’è l’educazione dei figli e il rispetto dell’ordine nella gerarchia dei valori, fa parte del nostro dovere di sposi e di genitori, dobbiamo avere le antenne sempre ben posizionate. Se di fronte ad una seduzione qualcosa non ci convince, aspettiamo ad emettere un giudizio e quindi a buttarci a capofitto in tale esperienza.

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – […] Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca […] la sera te ne
vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno. […] – è un conto facilissimo, – rispose la Volpe

Di sicuro possiamo segnalare che se un’esperienza risulta troppo facile e non ci richiede nessuno sforzo, nessuna abnegazione, nessuna rinuncia, nessuna mortificazione neanche dell’amor proprio, se non combatte il nostro orgoglio o la nostra pigrizia, se non ci richiede lo zelo della preghiera… beh, allora la diffidenza è d’obbligo. Diffidare dalle imitazioni!

Giorgio e Valentina.

Un voto da imitare.

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 1,9-20) In quei giorni Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». […] Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».

In questo brano notiamo come viene raccontato il concepimento del profeta Samuèle, e come altri personaggi determinanti per il popolo di Israele e precursori in qualche modo del vero Messia, anche Samuèle ha una storia che ha del miracoloso: anche sua madre era sterile. Come tutti i precursori, anche Samuèle incarna almeno una delle caratteristiche del vero Messia, ma oggi vogliamo soffermare la nostra attenzione non su tale caratteristica, quanto sulla fede della madre.

Anche questa donna, che porta il bel nome di Anna, la nonna di Gesù, ha il grembo sterile e per lei è motivo sia di sofferenza personale che di emarginazione sociale, vive questa situazione con animo amareggiato come fosse un castigo divino.

Sarebbe troppo sbrigativo risolvere con una frase del tipo: il Signore soccorre Anna e la esaudisce perché vede la fede con cui si rivolge a Lui. Non possiamo negarlo sicuramente, però forse c’è dell’altro un poco più nascosto. Evidenziamo due passaggi: il primo è la motivazione del nome dato al bambino mentre il secondo è la preghiera di Anna.

lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto Anche questa è una caratteristica che accomuna questo bambino al Bambino di Betlemme, e cioé che il loro nome è associato sia al loro concepimento sia alla loro missione, infatti Samuéle significa “Dio ha ascoltato” oppure “il suo nome è Dio”. Purtroppo stiamo assistendo al fenomeno di tante coppie cristiane che impongono ai propri figli dei nomi un po’ originali, per usare un eufemismo, spesso sono nomi che nulla hanno a che fare con i tanti bei nomi di santi cristiani. Quando un bambino riceve il nome di un santo, quel santo prega per il bambino, lo protegge, lo custodisce, lo ispira ed intercede per lui. Imporre il nome ai propri figli non è solo una questione di riconoscimento per la società o di lettere per un codice fiscale, ma è anche dare una missione contenuta nel nome, una missione spirituale, una missione che pian piano dovrà prendere corpo e forma parallelamente alla crescita umana del figliolo… crescere quindi in età, sapienza e grazia.

io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita Questa è la richiesta di Anna, è qui il cuore pulsante della sua fede, non è tanto rivolgersi a Dio invece che agli altri idoli, non è nemmeno la sua fiducia illimitata nella potenza del Signore, ma è richiedere un figlio non per soddisfare un desiderio legittimo di maternità e basta, ma un figlio per consacrarlo e offrirlo interamente al Signore. Non è solo una richiesta contingente, già di per sé legittima, ma è dare al Signore il primo posto, è mettere i diritti di Dio per primi, è anteporre la gloria di Dio alla propria realizzazione, anche se legittima.

Cari sposi, quanto abbiamo da imparare da questa mamma Anna. Spesso le nostre richieste non sono mosse dal desiderio di dare gloria a Dio, ma dalla voglia di soddisfare nostri desideri più o meno legittimi e più o meno buoni.

Ci dobbiamo chiedere più spesso se preghiamo per i nostri figli, e cosa chiediamo per loro? Solo la salute fisica, l’incolumità dai viaggi in auto, il lavoro appagante, un casa confortevole? Tutte cose buone in sé, ma tutte di minor importanza rispetto alla vita dello spirito. Quante volte preghiamo affinché i nostri figli rispondano con coraggio alla vocazione che Dio ha preparato per essi? Quante volte chiediamo che adempiano alla propria missione? Quante volte chiediamo la santità dei nostri figli?

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per imparare dai santi ed imitarne le virtù.

Giorgio e Valentina.

Parla in codice?

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (Eb 1,1-2)

Oggi ci lasciamo interrogare da questa frase della lettera agli Ebrei che è stata usata come antifona al Vangelo, la quale contiene un’insegnamento per la nostra vita di fede.

Sono passati pochi giorni dal Natale, ma ancora la Chiesa insiste quasi fossimo sordi, ma perché questa insistenza?

Sicuramente la Chiesa conosce con che facilità gli uomini dimentichino gli eventi, ma c’è anche una pedagogia, la stessa che Dio usa con pazienza e misericordia nei confronti del suo popolo, un metodo che i romani condensarono nella famosa locuzione latina: repetita iuvant.

Ma perché giova la ripetizione ? Perché il nostro cuore ha bisogno di tempo affinché il vissuto sia elaborato, quando un evento ci raggiunge con la sua forza, difficilmente riusciamo a coglierne tutta la portata per la nostra esistenza, a volte succede che comprendiamo il senso di un fatto accaduto soltanto dopo diversi anni, solo allora riusciamo a collocarlo nella sua giusta casella come in un grande puzzle.

E se è così per gli avvenimenti della vita di questo mondo, a maggior ragione dobbiamo ritenere che sia così per i fatti che coinvolgono la nostra vita spirituale, la nostra vita di fede. Ed è questa la ragione dell’insistenza della Chiesa sul tema del Natale.

Spesso sentiamo persone lamentarsi del fatto che Dio sembri il grande assente dalla storia, quasi fosse un vecchietto seduto su qualche nuvoletta divertito nel vedere cosa combinino gli umani. Ma l’antifona di oggi ci ricorda che Dio ha parlato in diversi modi e molte volte, quindi non è uno che se ne sta tranquillo sulle nuvolette senza proferire verbo, anzi, è uno che non si stanca di ripetere il proprio amore per l’uomo, però non usa un linguaggio molto convenzionale, è come se usasse un codice.

Se passassimo in rassegna tutte le volte e le modalità con cui Dio ha parlato all’uomo, noteremmo alcune caratteristiche che le accomunano, una di queste sicuramente è il fatto che Dio ama parlare con i fatti.

Per capire questa modalità basta analizzare una comune esperienza umana: l’amore dei genitori. Spesso incontriamo sposi che lamentano carenza affettive da parte dei propri genitori, sono cresciuti convinti – dalla mentalità corrente- che i sentimenti costituiscano la parte preponderante del nostro essere, ma hanno avuto dei genitori/nonni che sono stati educati al linguaggio del fare aldilà dei sentimenti: un linguaggio che dice chi sei e chi ami con le scelte concrete di ogni giorno.

Molti mariti e molte mogli faticano a vedere l’amore nei propri confronti da parte dei genitori dentro la concretezza della vita. Per esempio ci è capitato un dialogo simile: La tua mamma non ti voleva bene ? (risposta)- Non lo so, non me lo diceva mai – Ma non ti stirava mai le camicie o altro? – Sì, quando aprivo i cassetti dell’armadio trovavo sempre tutto in ordine, piegato pulito e stirato. – E non ti sembra un gesto d’amore? – Sì…ma non c’avevo mai pensato.

Lo stile di Dio assomiglia a quello di questa mamma, è uno stile che lascia parlare i fatti, non perché le parole non abbiano importanza, ma perché le parole senza fatti sono vuote, invece i gesti d’amore contengono già mille parole.

Ed il fatto più eloquente che in questo periodo stiamo vivendo è che Dio abbia deciso di farsi uomo in tutto e per tutto – eccetto il peccato – è un fatto di una portata infinita e perciò mai riusciremo a comprenderlo nella sua interezza, ma almeno dobbiamo lasciare che tale avvenimento parli al nostro cuore, alla nostra anima… possiamo considerarlo alla stregua di una camicia stirata o una cena già pronta… insomma, un fatto concreto.

Coraggio sposi, anche la nostra relazione deve assumere queste caratteristiche di concretezza, di gesti fatti in silenzio ma che contengono mille parole d’amore per il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /19

Il capitolo 11 è la continuazione narrativa dell’incontro tra Pinocchio e Mangiafoco, il tema è sostanzialmente lo stesso, ovvero il confronto tra la vita da burattini e la vita da figli che hanno un padre che li aspetta a casa; oggi affronteremo il capitolo 12:

Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d’oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto e Pinocchio invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

Se finora il nostro protagonista si era scontrato con il male dentro sé, ora arriva il tema del male esteriore a sé, e se la strada per allontanarsi dalla casa di Geppetto verso il teatro dei burattini sembrava percorsa in un attimo, ecco che invece il ritorno a casa sembra interminabile.

Potrebbe essere solo uno stratagemma narrativo, ma viene descritta la verità: la strada del bene e quella del male sono inversamente proporzionali, se per perdersi basta un attimo, al contrario, per ritrovare la strada del bene e riparare al male commesso è ben più faticoso.

Forse molti lettori si staranno già schierando dalla parte di quelli che in fondo non fanno nulla di male, di quelli che credono di non aver molto da rimproverarsi, sono sempre gli altri le persone cattive.

Non dobbiamo mai presumere troppo di noi stessi, perché tutti noi siamo stati inondati da sentimenti buoni e buone intenzioni, almeno quanto Pinocchio, ma poi la nostra storia è lì a testimoniarci che spesso a buone intenzioni non hanno fatto seguito i fatti. Non è il caso di piangersi addosso né di autocommiserarci, ma nemmeno dobbiamo far finta di niente, la nostra natura un po’ “legnosa” come quella di Pinocchio ci aiuta a non farci crescere in superbia, per non crescere troppo convinti e sicuri di sé fino al punto di non avvertire più la necessità di un Padre. E non è necessario avere una lista da ergastolo per poter riconoscere la nostra natura ferita, basta un pensiero… ci basti sapere che il diavolo quando si è dannato eternamente non ha peccato col corpo – è stato creato senza corpo – ma solo col pensiero, con un atto della propria volontà.

Questa non è la sede per il catechismo sul peccato, ma abbiamo almeno voluto ribadire l’ovvio, per non lasciare spazio a dubbi e fraintendimenti di sorta.

-Buongiorno, Pinocchio – gli disse la Volpe , salutandolo garbatamente. – Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.

Ognuno di noi spera di poter nascondere il male, spera di agire nel nascondimento cosicché occhio non vede cuore non duole, ed invece la nostra coscienza conosce tutto; ed il tentatore ci conosce benissimo, sa il nostro nome, conosce le nostre reazioni, le nostre inclinazioni, le nostre miserie, le nostre fragilità, ecco perché conosce Pinocchio per nome. Fin qui sarebbe tutto come da manuale, ma poi accade l’inaspettato:

– Conosco bene il tuo babbo. – Dove l’hai veduto? – L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua. – E che cosa faceva? – Era in maniche di camicia e tramava dal freddo. –

Si tratta certamente di astuzia per far cadere nel tranello il povero malcapitato, ma è il solito trucchetto che ha usato l’antico serpente della Genesi: fingere solidarietà con lo sventurato per poi infliggere il veleno mortale.

Cari sposi, facciamo attenzione alle lusinghe del mondo, facciamo attenzione ai nostri nemici che dicono di saperla lunga sul Padre, su come ragiona Dio. Per esempio dobbiamo diffidare da chi ci concede facili compromessi col peccato apportando come scusa che Dio è tanto buono ed avrebbe grattacapi ben più gravi – come le guerre, gli omicidi, gli stupri, le bestemmie – che la nostra insignificante e piccola vita… cosa vuoi che sia se usate il preservativo (per fare un esempio molto comune anche tra chi crede), ci sono cose ben peggiori, mica ci fa caso Dio a queste “piccolezze”.

Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di… (seguire la prossima puntata)

Giorgio e Valentina.

Apparenza o sostanza?

Dagli Atti degli Apostoli (At 6,8-10.12; 7,54-60) In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.[…] E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. […] Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

La rotazione del calendario ha voluto che il nostro articolo fosse nel giorno di santo Stefano, probabilmente molti tra noi stanno tuttora festeggiando coi propri cari il Natale e vi auguriamo che questo Natale possa essere foriero di grandi Grazie dal Cielo. Oggi le nostre povere parole saranno brevi perché vogliamo dare il tempo di far penetrare la Grazia natalizia nei cuori senza distrazioni dai social e simili.

La Chiesa sembra una madre sadica che non lascia il tempo ai figli di finire i festeggiamenti che già subito presenta il protomartire Stefano come il prototipo, appunto, da imitare. Ma dove sta l’importanza di mettere una data di un martire proprio il giorno dopo la nascita del Bambinello ?

Per metter fin da subito le cose in chiaro: il cristianesimo non è una vita comoda!

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina: la prima lettura, che abbiamo riportato in alcune sue frasi essenziali, racconta il martirio di Stefano, ma poi nel Vangelo abbinato ad essa Gesù stesso così si esprime:

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; […] Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

Il cristianesimo quindi non è commuoversi davanti al bambino Gesù deposto nel presepio per poi vivere di fatto un ateismo pratico.

Un cristianesimo accomodante non è vero. Un cristianesimo che non ci scomoda dai nostri vizi non è vero. Un cristianesimo che ci accontenta in ogni desiderio della carne non è vero. Un cristianesimo fatto solo di bollicine in pancia e farfalle nello stomaco non è vero. Un cristianesimo all’acqua di rose non è vero. Un cristianesimo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte non è vero. Un cristianesimo che segue le mode del mondo non è vero. Un cristianesimo che appiana santi e peccatori tutti allo stesso livello, non è vero. Un cristianesimo costruito sui sentimentalismi non è vero. E santo Stefano – come tutti gli altri martiri – ce lo ha testimoniato.

Gesù – che è la seconda Persona della Santissima Trinità, quindi è Dio – si è umiliato a tal punto da farsi uomo, non per farci scendere le lacrime davanti al presepio, ma per salvarci, e come lo ha fatto? Sulla croce. Gesù Cristo ci ha dato tutto e chiede tutto. Cari sposi, siamo disposti?

Giorgio e Valentina.

Chi è il nostro Sansone?

Dal libro dei Giudici (Gdc 13,2-7.24-25) In quei giorni, c’era un uomo di Sorèa, della tribù dei Danìti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte”». E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui.

Questo brano racconta di come Sansone entri a far parte della storia di Israele, egli è una figura molto conosciuta anche per via dei film dedicati alla sua storia, ma ciò che ci interessa è il fatto che in questo periodo di Avvento la Chiesa ci fa capire come la venuta di Gesù non sia accaduta d’improvviso ma preparata da secoli di profezie e da diversi precursori che in qualche modo hanno aiutato Israele ad aspettare il vero Salvatore; infatti anche Sansone è stato un precursore del Messia, una sua prefigura.

E come tutti i precursori hanno incarnato ora un aspetto ora un altro del vero Messia, proprio perché erano solo degli uomini, certamente grandi uomini ma pur sempre creature limitate e fragili e con peccati anche gravi sulle spalle; ma la loro finitezza ha preparato i cuori affinché si vedesse la differenza con il vero Messia, affinché Gesù potesse essere riconosciuto come Dio, il Figlio di Dio e non solo nella sua natura umana.

Ci sono alcune assonanze con la storia di Gesù – come quella di altri suoi precursori – e cioè che Sansone è il figlio della promessa divina, unico di una coppia speciale che però era sterile, perciò diviene il figlio eletto per una missione speciale così come speciale fu la sua generazione per mano di un intervento miracoloso su una donna sterile.

Tutti questi ragionamenti – e molti altri che si potrebbero fare – non servirebbero a nulla se non toccassero la nostra vita, sarebbero solo esercizi dell’intelletto e poco più, ma non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione di scorgere un Sansone anche nella nostra vita.

Sicuramente anche noi abbiamo avuto nella nostra vita qualche precursore di Gesù, qualcuno cioè che ci ha mostrato qualche aspetto di Dio nonostante la sua limitatezza, la sua fragilità e forse qualche suo sbaglio. Per tante coppie che hanno intrapreso il nostro stesso cammino nell’Intercomunione delle famiglie è stato padre Bardelli.

Possiamo affermare senza dubbio alcuno che per noi è stato un Sansone, un inviato speciale di Dio per una missione speciale: liberare il suo popolo da un nemico visibile in attesa – e come prefigura – della vera e definitiva liberazione dal peccato che opererà Gesù sulla Croce; padre Bardelli ci ha liberati da un nemico – tra i tanti – che è l’impurità.

E quando pensiamo a lui, quando rivediamo qualche suo video, quando preghiamo per la sua anima, non possiamo che lodare e ringraziare il Signore per averci mandato un suo inviato come liberatore da una relazione amorosa malata e distorta. Per noi è stato un Sansone anche perché si scorgeva nel suo modo di relazionarsi con noi – a quel tempo – giovani fidanzati una forza straordinaria, si percepiva come quella forza non provenisse da lui solamente, ma è come se lui la lasciasse uscire a mo’ di rubinetto che lascia passare l’acqua. Inoltre lo possiamo considerare precursore anche perché non ha mai detto o fatto per autocompiacimento, un po’ come ha fatto il Battista che ha indicato ai suoi discepoli uno più grande di se stesso: Gesù.

Cari sposi, forse avete avuto anche voi un Sansone o forse qualche coppia ne ha bisogno, rinnoviamo in questa settimana una preghiera di gratitudine al Signore per aver usato il nostro Sansone oppure una preghiera per chiedere al Signore il vostro Sansone.

Non è perfetto? Poco male, perché se lui fosse perfetto sarebbe lui il Messia.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /18

Siamo giunti al decimo capitolo, che il Collodi titola così a mo’ di riassunto:

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.

Perfino i burattini, nella loro natura legnosa, riconoscono tuti quelli che sono simili a loro; sembra che non ci sia molta differenza tra il mondo del palcoscenico e quello vero, lo si denota da come Arlecchino e Pulcinella smettano di recitare e si rivolgano a Pinocchio, il quale si vede riconosciuto da chi non lo aveva mai visto prima d’ora, eppure tutti i burattini si rivolgono a lui col titolo di “nostro fratello“. Sembra che anch’essi non abbiano fili, ma è solo una parvenza di libertà: l’intervento del terribile Mangiafoco chiarisce subito chi sia colui che può decidere per tutti e su tutti.

Questo capitolo è la parabola dei nostri tempi: la cultura contemporanea del mondo è tutta tesa a squarciare il velo sottile di un’apparente umanità – quella di Arlecchino, Pulcinella e gli altri burattini – per denudare il pupazzo senz’anima, l’uomo viene raccontato e trattato come una marionetta appena rivestita di un’illusoria apparenza di libertà. Quando si è divenuti burattini, commenta il cardinal Biffi, l’arrivo del burattinaio è immancabile.

Ma perché Pinocchio sfugge al triste destino dei comuni burattini?

Grazie al fatto che lui ha un padre che lo aspetta a casa e che lo ama, a differenza dei burattini per i quali l’unica autorità superiore è il burattinaio, il quale dispone di essi come meglio crede: li tiene legati non solo coi fili visibili, ma molto più coi legami invisibili del potere su tutti.

Anche gli sposi debbono porre molta attenzione sulla propria vita, sul proprio matrimonio; essi sono quindi chiamati a scegliere se lasciare la propria vita in mano a qualche burattinaio oppure vivere da coloro che hanno un Padre che li aspetta a casa e che li ama.

Nel nostro mondo sarà praticamente impossibile trovare un Mangiafoco che si impietosisca e ci lasci andare solo per il fatto che abbiamo un padre, semmai sarà più facile l’esatto contrario, ovvero il Mangiafoco moderno vuole sostituirsi ai padri e al Padre.

Incontriamo tanti sposi che si sono lasciati appicciare dei fili invisibili col mondo, si sono convinti, ad esempio, che le vacanze vadano vissute come dice il mondo e non per ritrovare il tempo per Dio, per la preghiera e l’approfondimento della fede, per la coppia, per il rapporto coi figli… si sono lasciati convincere che la Domenica sia un giorno come un altro, che il fulcro della Domenica sia la gita fuori porta… si sono lasciati plasmare dal burattinaio che vuole strappare loro i figli crescendoli come degli automi, tutti standardizzati secondo gli schemi del burattinaio, ci rispondono che sono ragazzi e che va bene così… si sono lasciati convincere che la convivenza dei propri figli non è un male… e potremmo continuare l’elenco, ma il problema non sta nell’elenco quanto nell’aver deciso di avere un burattinaio come padre e non il vero Padre che ci aspetta a casa, la nostra vera patria.

Presto o tardi Mangiafoco userà i vecchi burattini per attizzare la fiamma sotto l’arrosto di montone, non vorremmo essere tra quelli vero?

Giorgio e Valentina.

Chi è che grida?

Dal libro del profeta Isaìa (40,1-11 ) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Abbiamo riportato solo una piccola parte della lettura dell’Antico Testamento proposta dalla Liturgia odierna perché ci vogliamo soffermare solo su una frase tra le molte, ed è quella che comincia così: Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, […].

Innanzitutto ci potremmo chiedere: che bisogno c’è di gridare, non basterebbe mandare un messaggio sui social, oppure stampare dei volantini o altro? E poi bisogna saper distinguere tra grido e grido: c’è il grido di chi sfoga la propria rabbia, il grido di chi chiede aiuto, il grido di spavento, il grido di chi vuole avvertire tempestivamente l’altro di un pericolo imminente, c’è anche il grido di dolore.

Il grido di questo brano biblico è il grido di chi vuole avvertire tempestivamente di un pericolo, è il grido di chi vuole salvare qualcun altro, è un grido di chi vuole aiutare; assomiglia alle grida di chi da terra aiuta nelle manovre complicate l’autista del tir, il quale ha bisogno di un grido forte e chiaro, ma soprattutto rapido e tempestivo per non combinare disastri.

Avete mai notato che il gesto di chi grida – e quindi vuole farsi sentire anche molto lontano- è lo stesso di chi sussurra qualcosa nell’orecchio di un altro? In entrambe le situazioni le mani sono poste ai lati della bocca a formare un imbuto, perché l’autore non vuole che si disperda alcuna delle sue parole, ritiene così importante ogni singola parola da custodirla ed affidarla alle mani a forma di imbuto, in un caso per custodire e nell’altro per amplificare.

Per entrare meglio nel brano biblico sarebbe opportuno immaginarsi il proprio parroco che grida dall’ambone o nel mezzo della piazza del paese proprio con le mani ad imbuto, ripetendoci le parole di questo brano, sarebbe una scena d’altri tempi forse o addirittura inedita.

Ma qual è il pericolo da cui vuole salvarci questo grido? Il pericolo che il Signore passi e noi non ce ne accorgiamo oppure non abbiamo le disposizioni necessarie, il pericolo quindi di sprecare la Grazia del Signore.

Ma cosa significa “preparate una via al Signore”? Facciamo un esempio: dal giorno in cui viene reso noto il percorso che farà il prossimo Giro d’Italia – la famosa gara ciclistica – ecco che le varie città e/o province si prodigano per risistemare le strade e le loro adiacenze in alcuni casi rimettendole praticamente a nuovo. Similmente dobbiamo fare noi con le strade della nostra vita per cui passa il Signore.

La parte difficile non è comprendere questo, ma attuarlo, perché spesso le strade del nostro cuore sono deserti ove non si vede nemmeno una strada tracciata, altri cuori sono steppa da spianare, altri ancora valli da innalzare o monti e colli da appianare, e molti altri sono terreno accidentato da rendere piano o scosceso da rendere vallata.

Cari sposi, non dobbiamo allarmarci se ci accorgiamo che la nostra relazione sponsale è tutta da sistemare come le strade prima del Giro d’Italia, dobbiamo allarmarci se non ci prodighiamo per farvi manutenzione e la lasciamo così in balia delle intemperie, lasciate all’incuria del tempo.

Ci sono matrimoni che hanno bisogno di tracciare una strada nel deserto della relazione cominciando a prendersi del tempo quotidiano solo per la coppia, abitano insieme da tanto tempo ma sono divenuti quasi due estranei.

Ci sono matrimoni che hanno i monti dell’orgoglio da abbassare, altri hanno la valle della monotonia da riempire, altri hanno il terreno accidentato delle piccole quotidiane incomprensioni che si trasformano in inutili liti, altri ancora hanno il terreno scosceso dell’impurità che li porta dritti nel dirupo. Ogni relazione sponsale ha qualcosa da rimettere a posto prima che passi il Signore, ovvero in questo tempo di Avvento prima di Natale.

Raccontata così sembra un’impresa immane, fuori dalla nostra portata, impossibile da realizzare, ma non dobbiamo farci intimidire dalla quantità dei lavori di manutenzione da eseguire, cominciamo a salire sulle nostre ruspe per abbattere l’orgoglio, saliamo sui nostri rulli compattatori per creare un terreno piano, saliamo sulle nostre terne per creare una via nuova, poi il Signore ci manderà gli aiuti necessari per la nostra manutenzione. D’altro canto, se siamo stati posti come Sua icona nel mondo – col sacramento del Matrimonio – ci dovrà pur aiutare affinché la Sua immagine non sia troppo sbiadita o sgraziata, no?

Certamente non è colpa sua se la manutenzione non l’abbiamo mai fatta, ma di sicuro è pronto a darci una mano se trova in noi le disposizioni giuste per cominciare i lavori, se trova in noi il pentimento di avergli girato le spalle per troppo tempo.

Coraggio sposi, non preoccupiamoci dei soldi per i lavori di rifacimento, ha già pagato tutto Lui con la Sua Passione, anche se richiede che anche noi mettiamo la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Alle tue porte.

Dal Salmo 121 (122) Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. È là che salgono le tribù, le tribù del Signore. Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.

Siamo solo al terzo giorno di Avvento, ma la Liturgia non esita a farci entrare nel vivo dell’attesa, un’attesa che non è solo preparare i regalini o alberi e presepi naturalmente. Ci porta già col pensiero al dopo, a quello che ci aspetta oltre, anche oltre questa vita.

Questo salmo, tratto dalla Liturgia di ieri, è abbastanza famoso e viene utilizzato anche in forma cantata per esprimere l’esultanza di stare nel tempio del Signore. Solitamente lo si legge considerando Gerusalemme come la prefigura del Paradiso, infatti viene chiamato spesso anche “nuova Gerusalemme” oppure “Gerusalemme celeste”.

Naturalmente non saremo noi a dare un nuovo significato al Salmo, tantomeno snobbiamo l’insegnamento della Patristica, ma vogliamo solo provare a considerare la Gerusalemme anche terrena. Come semplice esercizio potremmo sostituire Gerusalemme con la città o il paese dove abitiamo, ne troveremmo sicuro profitto.

Se noi sposi siamo stati posti nel mondo come sacramento vivente, significa che questo mondo, ovvero il paese o la città dove abitiamo, ha bisogno della nostra presenza per sentire, o meglio, per vedere incarnato l’amore di Cristo nelle nostre vite.

Le immagini che il Salmo suscita sono davvero molto significative, pensate come sarebbe bello se davvero tutte le tribù del Signore, cioè i nostri concittadini, salissero tutte alla casa del Signore, ovvero li trovassimo tutti a Messa la Domenica mattina.

Certamente non possiamo fare i sognatori che si fermano ai bei sentimenti di un futuro roseo, dobbiamo invece investire la nostra vita, il nostro matrimonio affinché anche la vita civile assomigli sempre di più alla “nuova Gerusalemme”. Non tutti gli sposi sono chiamati ad occuparsi di politica e di vita civile, ma tutti siamo chiamati a vivere affinché anche le nostre città assomiglino, almeno come tensione, sempre più alla Gerusalemme celeste.

Dobbiamo investire ogni minuto di questa vita per costruire la Gerusalemme del Salmo, non sappiamo quanto tempo ancora ci è concesso, sappiamo però che abbiamo l’onere e l’onore di spenderci per costruirla.

Le nostre città, i nostri paesi, hanno un’urgente necessità di avere sposi che, come il lievito, aiutino a fermentare tutto l’impasto che è la collettività. Non è più tempo di demandare alla politica che faccia piovere dall’alto un nuovo stile, la nuova civiltà deve nascere a cominciare dal basso, dalle nostre case.

E la prima città per la quale dobbiamo chiedere la pace, la pace vera quella di Cristo, è la città del nostro cuore, della nostra vita, del nostro matrimonio, delle nostre relazioni, della nostra famiglia.

Pensate come sarebbe diverso il mondo se chiunque, guardando noi sposi o la nostra famiglia nel suo insieme, potesse esclamare come il salmista: Gerusalemme è costruita come città unita e compatta... dove al posto di Gerusalemme ci sono i nostri nomi.

Non sapete da dove cominciare a vivere l’Avvento? Sicuramente vanno bene i tanti e utili consigli dei sacerdoti, ma sicuramente partire dalla nostra coppia è già un’ottima partenza, non significa che dobbiamo fermarci lì, ma da lì dobbiamo iniziare… se ogni coppia cristiana delle nostre città fosse come quella Gerusalemme unita e compatta, dove regna la pace nelle sue mura e sicurezza nei suoi palazzi, la società tutta sarebbe molto diversa.

Coraggio allora cari sposi, compiamo il passo di ogni giorno di questo tempo di Grazia che è l’Avvento, per costruire la nostra Gerusalemme unita e compatta, sede del tempio del Signore.

Auguri di un santo Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 17

-A proposito, – soggiunse il burattino – per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa : anzi mi manca il più e il meglio. – Cioé ? – Mi manca l’Abbecedario.

[ Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario. ]

Il cardinal Biffi commenta così :

Un burattino che s’incammina con molta serietà verso la scuola ed è implicitamente biasimato perché non ci arriva, è un episodio grottesco, anzi è francamente un’assurdità […] Certo egli dall’origine è stato chiamato ad essere figlio, ma la sua è pur sempre una costituzione legnosa che sente prepotente il richiamo del teatrino.

Il richiamo del teatrino non è nient’altro che la ferita del peccato originale che non smette di farsi sentire, nonostante siamo dei battezzati, dobbiamo affrontare le conseguenze di tale condizione dopo il peccato delle origini. Cosicché il nostro cuore è sottoposto ad una tensione penosa come ci ricorda san Paolo : la carne ha desideri contrari allo spirito, sicché noi ci troviamo di volta in volta a combattere tra queste due inclinazioni dentro di noi.

Anche noi sposi dobbiamo fare i conti con questa condizione, non ne siamo esentati ; se per una persona che vive da sola le ricadute delle scelte personali sono limitate, nel caso di noi sposi c’è una gravità maggiore, poiché le cattive decisioni dello sposo hanno inevitabilmente delle ricadute sulla sua sposa e viceversa.

Se uno sposo (solo per fare un esempio di vita ahinoi molto diffuso) è un consumatore di pornografia a vari livelli -col telefonino e non, sui social e non- non può pensare che tale scelta non influenzi il proprio matrimonio. Poco a poco la moglie non sarà vista nella sua bellezza originale ed unica, ma sarà vista in funzione delle prestazioni o disponibilità sessuali oppure subirà sempre il paragone con le donne viste nel mondo della pornografia, le quali sono sempre giovani e belle, mai ammalate e sempre truccate. Se una sposa sgrana gli occhi nel far girare tutti i talk show televisivi dove il maschio è bello solo se ultra muscoloso e con attributi da superman, va da sè che quando si gira e vede sul divano l’uomo che ha sposato scatta il confronto ahimé impari.

Se un marito al contrario comincia a seguire le inclinazioni dello spirito, la sposa si sentirà guardata con occhi che scrutano nell’intimo del proprio cuore, si sentirà guardata con amore e non come oggetto del suo possesso, anch’essa comincierà a vedere la bellezza del marito, non quella che il mondo insegna, ma la bellezza della sua unicità, con le sue caratteristiche da amare, da rispettare, da comprendere e da accogliere.

Non fermatevi a questi poveri esempi, ci servono solo per dimostrare come ogni nostra decisione in ordine alle inclinazioni dello spirito o della carne porti con sé delle conseguenze per la coppia di sposi. Che fare dunque, siamo destinati a restare burattini ?

Naturalmente no, ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati in terra e mai dimenticare la nostra natura “legnosa” che tenta sempre di riaffermare se stessa, lo sposo deve essere d’aiuto alla sposa e viceversa affinché non si decida per il teatro dei burattini.

Pinocchio prenderà questa scellerata decisione :

– Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io, – gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione. E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!

Perché il termine del baratto è proprio l’Abbecedario e non altro ? Perché il mondo -ovvero il Gran Teatro dei Burattini- ha bisogno di persone che non pensano da sole, ha bisogno di persone che hanno barattato la propria ragione -l’Abbecedario per l’appunto- per un po’ di spettacolo, ha bisogno di persone che si lascino manovrare con dei fili, ha bisogno di burattini.

Cari sposi, non lasciamoci sfuggire l’occasione di riprendere in mano il nostro Abbecedario, non barattiamolo per il palcoscenico del mondo… esso ci vuole illudere -per esempio- che la felicità stia nell’avere molte relazioni, che il matrimonio sia un retaggio del passato, solo uno stile culturale ormai decaduto… non lasciamoci ingannare !

Coraggio care coppie, le luci della ribalta del mondo sono finte e durano poco, puntiamo alla vera Luce, quella Eterna.

Giorgio e Valentina.

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Un regno che stritola

Dal libro del profeta Daniele (Dn 2,31-45) In quei giorni, Daniele disse a Nabucodònosor: «Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla. […] Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per intervento di una mano, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro. Il Dio grande ha fatto conoscere al re quello che avverrà da questo tempo in poi. Il sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione».

Abbiamo da poco vissuto la solennità di Cristo Re dell’universo, ma nella settimana che le segue la Liturgia non termina di proporre alla nostra riflessione il tema di un regno che dovrà essere instaurato da un re atteso da secoli, e per farlo usa un linguaggio di immagini note al tempo in cui viene redatto il testo, ma alcune ci hanno colpito ed oggi vogliamo sottoporre alla vostra attenzione un piccolo ma significativo passaggio: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre.

Quello che ci ha colpito non è tanto la seconda parte della frase, ovvero che il regno instaurato da Cristo duri per sempre, quanto l’uso dei verbi nella prima parte. Se ci fermiamo un attimo a rievocare immagini con qualcuno che stritola un altro oppure che lo annienta, ci balzano subito alla mente le tante scene dei film di supereroi, nei quali il giustiziere di turno arriva e fa piazza pulita dei cattivi con armi superlative o dopo lunghi e strenuanti combattimenti corpo a corpo.

Questo tipo di visioni ha influenzato anche la nostra concezione della divina giustizia e la modalità con cui essa opera. In questo mondo in subbuglio e impegnato in uno sfrontato duello con la legge del Signore, non è raro che ci passino per la testa pensieri simili ai registi dei film di cui sopra: sentiamo spesso persone scandalizzarsi per questa o quella situazione fuori o dentro la Chiesa, i quali auspicano una retata del Signore degna di tali eroi cinematografici, affiorano domande del tipo: perché il Signore non stermina i cattivi, perché non fa piazza pulita di costoro?

E’ una domanda legittima, ma contiene una trappola, una tentazione nella quale già gli Apostoli erano caduti: ” Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?“(Lc 9,54). Anche loro, pur non essendo mai stati al cinema hanno avuto la stessa reazione dei giorni nostri, forse perché erano anche a conoscenza di passi della Scrittura come quello proposto oggi, in cui i termini usati sono piuttosto forti.

Ma cosa succede quando uno stritola qualcun altro? Cosa significa che lo annienta? Potremmo evocare tante immagini eloquenti come quelle di una pressa da 10 tonnellate che stritola automobili da rottamare, in ogni caso ciò che succede è uguale, ovvero che il più forte non si limita a rendere inoffensivo l’altro, ma non gli dà nemmeno la possibilità di riprendersi in futuro così da restare per sempre un cumulo di macerie, praticamente esso viene annientato.

Cari sposi, il regno che deve essere stritolato e annientato è quello del maligno, è il regno di Satana e dei suoi angeli, è il regno del peccato. Semplice a dirsi, ma come si traduce per noi sposi tutto ciò? In una vita che si sottomette continuamente e costantemente al regno del più forte, il regno di Cristo Re, non è sufficiente proclamarsi una volta dalla parte del Signore per cantar vittoria, è necessario che ogni giorno poniamo il nostro cuore sotto il dominio del Re dei Re.

Così come la relazione sponsale deve crescere ogni giorno, deve essere continuamente e costantemente alimentata, non può restare ferma al primo giorno altrimenti muore, analogamente la conversione non può restare ferma al primo giorno, non può accontentarsi della prima decisione, ma ha bisogno di rinnovare tale decisione giorno dopo giorno.

Da dove cominciare? Dal difetto o dal vizio che più disturba la coppia, senza pretendere di cambiare tutto subito, combattiamo ogni giorno vivendo la virtù contraria a tale vizio o difetto. Cari sposi, non abbiate paura di cominciare questo meraviglioso percorso, perché vedrete il regno del peccato stritolato dal regno di Cristo Re, se lascerete spazio a Lui non ci sarà posto per nessun altro regno, le vostre virtù fioriranno e i vizi saranno annientati. La vittoria totale e definitiva sarà solo in Paradiso, ma bisogna cominciarla già qui, buon combattimento!

Giorgio e Valentina

Cancellare i segni.

Dal primo libro dei Maccabèi (1 Mac 1,10-15.41-43.54-57.62-64) In quei giorni, uscì una radice perversa […] In quei giorni uscirono da Israele uomini scellerati, che persuasero molti dicendo: «Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, perché, da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali». Parve buono ai loro occhi questo ragionamento.[…] cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza. Si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male.[…] Anche molti Israeliti accettarono il suo culto, sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato.[…] Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi impuri e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza, e per questo appunto morirono. Grandissima fu l’ira sopra Israele.

Nella divina Liturgia di oggi troviamo questo brano che potrebbe indurre al pessimismo, ma in realtà la Chiesa ci ripropone questi avvenimenti del popolo di Israele perché anche noi, uomini del nuovo millennio, siamo un po’ come il popolo di Israele, anche noi siamo dei capoccioni, anche noi ritorniamo al Signore con entusiasmo che assomiglia al fuoco di paglia, anche noi ci costruiamo degli idoli quando non avvertiamo la presenza di Dio, anche noi spesso ci lasciamo suggestionare dalle nostre fragilità e cadiamo in peccati di varia natura e gravità.

Quando leggiamo queste righe non dobbiamo compiere l’errore di sentirci superiori a questo popolo scelto da Dio, non dobbiamo guardare a loro con disprezzo o con altezzosità, dobbiamo fare tesoro dell’insegnamento che ne deriva per restare sempre vigili, per non abbassare mai la guardia su noi stessi, per non dimenticarci che siamo creature finite e fallaci, spesso ingrati col nostro Creatore.

Il brano ci lascia almeno due insegnamenti: nel popolo di Dio ci sono uomini scellerati, che persuasero molti sulla via del male, Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. Sembra una constatazione banale e forse sempliciotta, ma non dobbiamo mai dimenticare che grano e zizzania vengono lasciati crescere insieme. Molti sarebbero i ragionamenti sulla situazione di forte paganesimo della società attuale che ci circonda e che, ahinoi, ha già contaminato anche l’interno della Chiesa. Quanti matrimoni a gambe all’aria, quante relazioni instabili e provvisorie, quanti figli/fratelli nati da diversi genitori -solo per fare qualche esempio-, la famiglia inventata dal Signore sta subendo una crisi senza precedenti nella storia della Chiesa; l’elenco sarebbe molto lungo, ma a noi non interessa fare una fotografia del dilagare del paganesimo, vogliamo invece far notare che quanto più gli uomini si allontanano dalla legge di Dio tanto più gli effetti devastanti di questo allontanamento si ripercuotono sull’intera società. E’ una società che pretende di cancellare il Creatore dall’orizzonte dell’uomo, sperano di fare con Dio Padre come si fa con la gomma da disegno, così come molti nel popolo cancellarono i segni della circoncisione.

Molte coppie di sposi si sono lasciati persuadere da uomini scellerati – uomini scellerati, che persuasero molti – e l’allontanamento da una vita di fede fa perdere anche la ragione Parve buono ai loro occhi questo ragionamento; sembra uno slogan ben costruito, ma se ci fermiamo un attimo a pensare o ad analizzare la storia umana scopriamo come il cristianesimo abbia elevato l’uomo a livelli mai raggiunti prima in ogni campo dell’umana scienza e della ragione. La fede cattolica rende l’uomo più bello, più grande perché destinato alla gloria eterna in Dio, tutto nella vita prende un senso nuovo cosicché ogni minuto ha il sapore dell’eternità; la perdita della fede, al contrario, degrada l’uomo, perché banalizza tutto e fa perdere il senso della vita, relativizza tutto a questa vita.

Cari sposi, se anche intorno a noi sembra trionfare il malcostume, l’immoralità, l’indecenza o altro, non perdiamoci d’animo, perché non tutto è perduto, non tutto il popolo si è degradato. Cosa fare, si può cambiare il mondo? Sì, purché il primo mondo da cambiare sia il nostro cuore, sia la nostra vita. La più grande opera che possiamo fare per il mondo è la nostra conversione, è rendere santo il nostro matrimonio. Noi sposi dobbiamo essere quella porzione di popolo descritta verso la fine del brano: Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicendaper non disonorare la santa alleanza. La prima santa alleanza che non dobbiamo disonorare è quella del nostro Battesimo che ci ha regalato la vita di Grazia, pagata col Sangue preziosissimo di Gesù.

Ma c’è anche un’altra alleanza per noi sposi, che è proprio quella della nostra vocazione matrimoniale, e non dobbiamo pensarla in modo ridotto, e cioè come l’alleanza d’amore tra noi due, ma l’alleanza che il Signore ha stipulato con noi: ci ha resi Sua icona nel mondo perché il mondo veda come si fa ad amare con lo stile di Dio e ci dona tutti gli strumenti per poter realizzare questo Suo disegno meraviglioso sulla nostra coppia. Coraggio sposi, la lotta è dura ma noi dobbiamo schierarci dalla parte del Vincitore.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /16

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. – Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola. – Bravo ragazzo! – Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.

Il primo vestito di Pinocchio non è proprio un vestito ma forse più una bozza di vestito, sembra quasi che Geppetto abbia confezionato questo vestito con materiali di fortuna come fosse una prova prima del vero vestito futuro. In fondo Pinocchio non è che ancora un burattino, e dimostrerà nelle pagine seguenti se meritare o no il passo successivo; Geppetto sembra che doni poco, in realtà scopriamo che non ha altro materiale per confezionare un bel vestitino, scopriamo inoltre che per Pinocchio questo è già tanto:

Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi: – Paio proprio un signore! – Davvero, – replicò Geppetto, – perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.

Se da un lato quindi Geppetto dona tutto ciò che ha, questo tutto si rivela perfetto per Pinocchio, addirittura si rivela già oltre ogni sua aspettativa; viene quindi mostrata la gradualità degli insegnamenti nell’educare di Geppetto, il quale non si fa prendere dall’entusiasmo bambinesco del figliuolo ma concede a piccole dosi tarando bene l’agire in base alle capacità recettive di Pinocchio.

Trasportando il tutto nella nostra vita scopriamo quanto l’agire di Geppetto sia sovrapponibile all’agire del Padre: non è forse vero che nella sua grande pazienza il Padre si accontenta dei piccoli passi di santità che riusciamo a fare ogni giorno e ci dona la Sua Grazia nella misura in cui siamo capaci di sopportarla, di portarne la responsabilità? Molte volte abbiamo visto coppie di sposi travolte dall’entusiasmo – come Pinocchio con i suoi nuovi piedi – di un corso intenso oppure dopo un seminario sui temi matrimoniali, sembra che ormai abbiano capito dove stanno i loro problemi relazionali, somigliano a Pinocchio quando si specchia col nuovo vestito di carta fiorita. Salvo poi rivederli dopo 1 o 2 anni con gli stessi problemi se non addirittura peggiorati.

Cos’è successo ?

Il Signore ci conosce bene, ed il Suo dono è tarato non sulla Sua bontà, che è infinita, ma sulla capacità nostra di accoglienza di tale dono; ecco che le coppie di cui sopra avvertono quest’attenzione speciale di Dio nei loro confronti che inonda il loro cuore di gioia ed entusiasmo, ma non si rendono conto che quello è solo un vestitino di carta fiorita.

Ciò che li aspetta è un vestito di prim’ordine di una sartoria elegantissima, si illudono che il vestitino di carta fiorita possa bastare “-Paio proprio un signore-” , ma quando arriva la prima pioggia – di problemi, di incomprensioni, di ostacoli di varia natura – ecco che tutto finisce in una pozzanghera e tanti saluti ai bei propositi sprecando così il dono iniziale.

Cari sposi, il vestitino di carta fiorita che il Signore ci dona è solo una spinta iniziale per cominciare a mettere mano sul serio al nostro matrimonio, non è sufficiente “specchiarsi in una catinella piena d’acqua“, se il Signore ci ha messo nel cuore il desiderio di cambiare per rendere più bello e santo il nostro matrimonio, per risolvere i problemi dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci tutta la volontà di cui siamo capaci, altrimenti rischiamo di crogiolarci per qualche giorno gustando quell’entusiasmo iniziale come Pinocchio “così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:” senza poi mettere a frutto il dono inziale.

Non perdiamoci d’animo, coraggio: aiutiamoci che il Ciel ci aiuta!

Giorgio e Valentina.

Non accontentarsi!

Dal libro della Sapienza (Sap 2,23-3,9) Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Nelle scorse puntate abbiamo riflettuto un poco sul rapporto tra anima e corpo, abbiamo messo in risalto il primato dell’anima sul corpo, tuttavia questo primato dell’anima si deve vedere vissuto nel corpo finché siamo in questa vita. Questo legame è talmente stretto che non si può pensare di fare e disfare del corpo a proprio piacimento senza che sull’anima si riflettano le conseguenze delle nostre azioni. Anche questo brano proposto dalla Liturgia odierna insiste su questo tema dandoci una chiave di lettura propositiva, nasce tutto dalla verità bella e tanto impegnativa della creazione : Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura.

Cari sposi, sembra una frase ad effetto per ottenere grande plauso dagli ascoltatori/lettori, ma in realtà questa verità ha a che fare con noi sposi; non è specificato il sesso dell’uomo altrimenti avrebbe usato termini come “maschio” e “femmina“, invece qui si intende l’uomo nella sua interezza di maschio e femmina. Certamente anche il singolo sesso maschile o femminile è immagine della natura di Dio, ma la completezza la si raggiunge solo con l’unione delle due “versioni” – perdonateci questo termine un po’ rozzo ma esplicativo – dell’uomo, la “versione” femminile unita indissolubilmente alla “versione” maschile… altro modo per ridefinire il matrimonio.

Quindi, se l’uomo, nella sua interezza maschile e femminile, è stato creato per l’incorruttibilità, e questa interezza è incarnata in una coppia nel matrimonio, allora significa che il destino di ogni coppia sposata è l’incorruttibilità. Capite sposi a quale grandezza siamo chiamati, siamo destinati?

Quando vi chiedono le motivazioni del perché vi siete sposati, tra le risposte di sicuro avrete quelle nobili e cariche di affetto e sentimento reciproco, anche di fede sincera nel Signore, ma vi siete mai detti l’un l’altra che la vostra coppia è stata pensata e “creata” per l’incorruttibilità? Non per sentimenti che oggi ci sono e domani chissà, non per sfuggire alla tristezza o alla solitudine, non per vivere insieme le stesse passioni per tutta la vita, non per filantropia, non per fare da crocerossina all’altro, non per colmare un vuoto affettivo, niente di tutto ciò… per giungere insieme all’incorruttibilità.

Abituati come siamo a spiegare tutto col sentimento, è difficile entrare nella logica della carità che ti spinge a compiere addirittura gesti contrari ai tuoi sentimenti momentanei, quella carità che ti muove a far morire ogni giorno qualcosa di te affinché l’altra/o viva, quella carità che ti spinge a violentare i desideri del tuo corpo affinché possano regnare nel tuo corpo i desideri dello spirito, quella carità che rende casto l’amore sponsale, carità fa rima con castità non solo per questioni linguistiche. Nel brano sopra riportato c’è un lungo elenco delle grazie che il Signore concede alle persone che compiono tale cammino di purificazione del proprio ego.

Cari sposi, come capire se stiamo vivendo dentro questo meraviglioso cammino di castità, ovvero di purificazione? Dobbiamo confrontare la nostra vita di coppia con la seconda frase del testo: Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

La morte di cui si parla è certamente la morte fisica, ma prima che sopraggiunga quella, c’è una morte ben peggiore che è quella dell’anima. Quando si vive lontano da Dio si comincia a sperimentare la morte in vari aspetti dell’esistenza: la morte degli affetti, la morte dei buoni sentimenti, la morte del perdono, la morte del sacrificio, la morte della nostra relazione sponsale, la morte della nostra castità, ecc… sperimentiamo come la morte caratterizzi tutti gli aspetti della nostra vita.

Cari sposi, non accontentatevi mai del matrimonio che vi dà il mondo, noi siamo fatti per qualcosa di più, siamo fatti per l’eternità, per l’incorruttibilità, anche del corpo. Puntate più in alto, come ci esortò san Giovanni Paolo II: prendete il largo! Non restate ancorati a riva.

Come cominciare? Con la presa di coscienza che dobbiamo convertirci e con la decisione risoluta di accettare Gesù come unico Salvatore. Abbiamo degli amici che ci hanno preceduto in questo cammino di incorruttibilità, i quali ci sono di sprono e aiuto: i santi, molti di loro hanno ancora il loro corpo incorrotto come la beata Imelda Lambertini, morta il 12 maggio 1333 alla sua prima – ed ultima – Comunione Eucaristica, il suo corpo non ha conosciuto la corruzione perché si riflette nel corpo la virtù dell’anima verginale. C’è da imparare per tutti.

Giorgio e Valentina.

Facciamo una gara

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,5-16a)  Fratelli, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri.
Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Come di consueto, la Parola di Dio è talmente ricca che tocca scegliere una piccola porzione per le nostre riflessioni, ma questa porzione seppur piccola si rivela una miniera per la nostra vita. Questa brano di san Paolo ci offre una lunga serie di consigli molto pratici per la vita di comunità, sia essa di grandi dimensioni oppure piccola come la famiglia, il primo nucleo della società; ma la famiglia stessa ha la sua origine in una coppia, quindi la comunità umana e cristiana nasce da una coppia, ciò che vale quindi per la grande comunità trae origine e si sviluppa dalla comunità originaria: la coppia.

Tra i molteplici consigli e le esortazioni oggi scegliamo quello che ci sembra essere più urgente per le coppie del nostro tempo: gareggiate nello stimarvi a vicenda.Incontriamo tante coppie con diversi problemi relazionali, è vero che ogni coppia ha una storia a sé, ma è pur vero che spesso i problemi che sentiamo raccontarci sono riconducibili ad una mancanza di “corte continua“, ossia quell’arte di non darsi mai per scontati l’un l’altra giorno dopo giorno.

In questa delicata arte della “corte continua” c’è un aspetto, tra gli altri, che è quello che vogliamo mettere in luce con queste poche righe, ed è proprio il tema della gara a chi stima di più l’altro/a. Ci sono alcuni aspetti di carattere psicologico e non, legati alla scelta del proprio probabile futuro coniuge quando la storia dei due è ancora all’inizio. Tra i vari aspetti che sicuramente hanno influito nell’innamoramento iniziale c’è quello del riconoscere i vari pregi della persona che ci attrae, ed infatti nella fase dell’infatuazione iniziale l’altro ci appare privo di difetti.

Man mano poi che il rapporto va avanti i difetti cominciano ad affiorare, ma i pregi non è che se ne siano andati, se poi la coppia non alimenta l’amore quotidianamente attraverso il dialogo profondo insieme ai gesti della castità, ecco che allora l’altro pian piano diventa solo un ostacolo alla nostra libertà, un peso alle caviglie da portarsi dietro, un essere da sopportare… cosa è venuto a mancare? Sicuramente la risposta è multipla, non è di facile risoluzione, non bisogna banalizzare né ingigantire ma cominciare da piccoli passi ogni giorno.

Uno di questi passi iniziali è sicuramente valorizzare ciò che fa l’altro, non importa che siano gesti di servizio in casa piuttosto che altro, l’importante è riconoscere l’apporto del suo contributo per la gestione domestica, cominciando dal riconoscere le qualità dell’altro più evidenti. Quando la coppia comincia a perdere la comunione spesso succede che la moglie sente elogiare da altre persone le doti del proprio marito, essa si stupisce di tali racconti pensando di aver sposato un altro uomo, perché con i suoi occhi non vede tutte quelle qualità raccontate dagli altri.

Cari sposi, per cominciare questo percorso bisogna tenere sempre il focus del nostro amore sul nostro consorte: non deve diventare la fonte della nostra felicità ma essere colui/colei che vogliamo rendere felice. Perché dobbiamo fare a gara nello stimarci l’un l’altra? Perché l’altro si senta al centro delle nostre attenzioni, delle nostre delicatezze, dei nostri pensieri, si senta valorizzato per quello che è e per le proprie capacità o i propri pregi.

Care mogli, quando vostro marito finalmente sostituisce la lampadina del bagno, invece di fargli notare che aspettavate questo momento da ben 5 settimane, mostrate la vostra gioia per la luce meravigliosa che ora c’è nella stanza, fategli i complimenti per la scelta della lampada che ha quella luce che proprio vi serviva per il vostro maquillage. Si sentirà valorizzato e stimato, la prossima volta non aspetterà 5 settimane per fare un lavoretto ma darà sempre di più il meglio di sé per farvi sentire orgogliosa di lui.

Cari mariti, quando alla sera vostra moglie dopo aver sopportato il capufficio o le colleghe per diverse ore, dopo aver fatto la tassista per i vostri figli, dopo aver fatto la babysitter, dopo aver fatto la spesa, dopo aver steso due lavatrici e riordinato i letti e le camere… se per cena riesce a preparare anche solo una pasta in bianco, ringraziatela con un bel bacio tenero e riconoscente -od un altro gesto che a lei piace- toglietevi dalla faccia quell’espressione di insoddisfazione e ringraziatela che è riuscita a preparare pure la cena.

Cominciamo da queste piccole attenzioni, non sono tutto ma sono solo l’inizio così come è successo a Belle che ha visto una bellezza dentro la Bestia. Quando -per esempio- c’è da risolvere un problema, prima di affannarci analizziamo insieme al nostro coniuge chi dei due ha le doti migliori per affrontarlo e risolverlo e poi diamogli/le fiducia piena… pensaci tu che è il tuo pane! Coraggio sposi, come dice il saggio: l’amore è concreto!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /15

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: – E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

Siamo all’inizio del capitolo ottavo e il Collodi ci presenta un Geppetto che sa anche usare l’arma del castigo per educare il proprio figliolo, ma ne fa un uso corretto, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della passione, dall’ira o dalla ripicca; egli vuole purificare l’agire di Pinocchio ma senza mai avvilirlo o denigrandone la dignità, il suo unico scopo è quello di rendere puro il suo cuore. La parola castigo deriva dal latino castus puro e agere rendere = rendere puro; e questa purezza è l’unico obiettivo di Geppetto, il suo castigo non è mosso da rancore, vendetta, ripicca o altre cattiverie.

Quanti di noi possono dire di ricorrere al castigo -nell’arte dell’educare i figli- sempre nel modo corretto?

Spesso il motivo principale per cui sbagliamo tante volte nell’arte dell’educare non è perché non ne siamo capaci ma perché la collera ottenebra la ragione per cui agiamo seguendo gli stati d’animo e/o i sentimenti e non seguendo l’obiettivo principale. Quando il focus del nostro educare rimane sull’educando – sia esso nostro figlio o no – allora tutto procede abbastanza bene; nel momento in cui spostiamo il focus su noi stessi ecco che nascono errori madornali e, a volte, di non facile risoluzione… se il focus di quel castigo è la soddisfazione del nostro ego, così da autoproclamarci bravi educatori o solo per godere del potere sugli altri o qualsiasi altro motivo perverso derivante dalle nostre ferite emotive non risolte, ecco che allora i guai cominciano ad affiorare e sono dolori.

Gli articoli di questa serie non sono un manuale di pedagogia ma solo un tentativo – forse un po’ goffo – di aiutare le coppie a fare un poco di luce sul proprio vissuto per accelerare il cammino di santità all’interno del matrimonio. Cari sposi, se notiamo che il nostro consorte compie un’azione sbagliata nell’educazione dei nostri figli, non dobbiamo anzitutto denigrarlo né svilirlo – tantomeno davanti ai figli a meno che si renda necessario fermarlo per l’incolumità dei figli stessi – ma dobbiamo aiutarlo a far luce su ciò che l’ha spinto a compiere tale gesto o tale scelta, aiutiamolo cominciando a capire insieme se il focus del castigo era rendere puro l’agire del figliolo oppure soddisfaceva solo la propria autostima di “bravo educatore” o la rabbia repressa di una giornata nera al lavoro, solo per fare un esempio. Questo dialogo profondo tra gli sposi gioverà alla loro relazione, si sentiranno più coppia, potranno sperimentare cosa significhi essere un solo cuore, ne uscirà vincitore il NOI, non ci sarà la maestrina che aiuta lo scolaretto o viceversa, ma ci saranno finalmente due genitori che d’ora in poi sentiranno forte il desiderio di decidere insieme l’educazione dei propri figli, saranno una sola voce con due caratteristiche: quella femminile e quella maschile.

Se finora abbiamo visto come l’arte dell’educare metta in moto diverse dinamiche nell’agire umano – specialmente all’interno dell’esperienza di coppia – proviamo a scostare un poco il nostro sguardo sull’agire di Dio Padre. Talvolta capita di credere di non sopportare neppure un’ora in più, quando invece passano anche anni nell’apparente nostro deserto senza che nessuno si faccia vivo. Il cardinal Biffi si esprime così a tal riguardo: “Sembra una crudeltà del Padre, ed è invece un modo per farci crescere. Dio, che per amore interviene nella nostra storia, per amore si ritrae e resta nascosto. C’è nell’uomo anche questo paradosso: noi, che ci sentiamo spesso oppressi dall’invadenza del Signore, siamo oppressi anche dal suo silenzio e dalla sua latitanza“.

Il Padre non ha tutti i nostri umani problemi irrisolti, siano essi di stampo psicologico o morale, affettivo o altro; in Lui tutto è perfezione perciò il suo intervento o il suo nascondimento sono il comportamento corretto e migliore per la nostra purificazione, chi meglio del buon Dio ci vuole rendere puri, ricordate l’etimologia di castigo? A volte fa come Geppetto che lascia Pinocchio lagnarsi e piangersi addosso per una mezza giornata, il problema è che con Dio il tempo è molto relativo.

Cari sposi, quando cominciamo a lagnarci e disperarci alla guisa di Pinocchio, dobbiamo chiederci il motivo del nostro lamento. Se siamo sposi in Cristo, Lui ci ha piazzati nel mondo come Sua icona, Lui ci ha donati e consacrati l’uno all’altra, ci ha scelti Lui… perché mai dovrebbe abbandonarci quasi si sia dimenticato di noi? Coraggio mariti, non temiamo di metterci in ginocchio con dignità e fierezza davanti al nostro Re per rimetterci alla Sua volontà. Coraggio mogli, non abbiate timore di consegnare il vostro dolore nel Cuore del Padre come quando da piccoline correvate dal vostro papà terreno e lui vi abbracciava. E se ci lascia mezza giornata come Pinocchio avrà i suoi motivi !

Giorgio e Valentina.

Senza sforzi… è possibile ?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,18-25) Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

La liturgia insiste sui temi escatologici perché vuol cominciare a preparare i cuori al grande giorno di Cristo Re, ultima domenica dell’anno liturgico, domenica nella quale si celebra la Signoria di Cristo su tutto e tutti. Negli altri articoli di questo blog sono stati toccati più volte argomenti vari attorno alla tematica del corpo, attraverso cui abbiamo compreso quanto il nostro corpo sia imprescindibile per noi uomini nel nostro cammino di fede, visto che non siamo angeli i quali, al contrario di noi, sono puri spiriti senza corpo.

Oggi vorremmo affrontare una tematica del corpo che raramente si sente nelle predicazioni moderne, non sarà nulla al di fuori del Magistero di sempre, ma in quest’epoca in cui il corpo è idolatrato pare che anche molti cristiani si siano dimenticati della redenzione del nostro corpo. Infatti ci soffermeremo sulla frase centrale: Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

San Paolo ci ricorda il primato della nostra anima (in altri capitoli) ma non per questo sminuisce il corpo, così da collocarlo nella sua giusta dimensione a servizio dell’anima, ricordandoci che ci si santifica con il corpo e mai senza di esso. Ogni azione corporea ha un riflesso anche nell’anima, pensiamo ad esempio come sia benèfico per la nostra anima anche un solo segno di croce (ben fatto) oppure una bella genuflessione davanti al tabernacolo; sono gesti corporei che però esprimono ciò che abbiamo dentro o ciò a cui aneliamo.

Si ripete spesso in questo blog che il corpo è il mezzo espressivo dell’amore, ma ciò non vale solo nella relazione coniugale, vale anche nel rapporto con Dio. La mia genuflessione quindi è il mezzo che il corpo ha per esprimere a Dio la mia adorazione di Lui presente nell’Ostia dentro il tabernacolo, e così via… ad ogni gesto corrisponde una particolare manifestazione del mio amore per Dio o della mia fede in Lui.

Ma cosa significa che aspettiamo la redenzione del nostro corpo?

Innanzitutto ce lo possono testimoniare i moltissimi convertiti da una vita viziosa, poiché hanno dovuto lottare col corpo per redimere l’anima che a sua volta ha redento il corpo… non si esce dalle catene della pornografia né in un secondo né senza il corpo (visto che in quel girone ci siamo entrati proprio a causa del corpo), non ci si purifica dal ladrocinio senza corpo, non ci si libera dell’avarizia o dell’ira senza lo sforzo, senza la tenacia e la lotta del nostro corpo. Ma se questo è vero, cioè che ciò che compiamo con il corpo ha delle ricadute sulla nostra anima, vale anche per gli atteggiamenti virtuosi. E qui casca l’asino!

Molti sposi anelano ad una vita di Grazia, di pace e serenità, di amore autentico tra di essi, ma vogliono raggiungerla senza sforzi, men che meno se richiedono sforzi corporei. Molti ammirano la serenità, la pace e la gioia che sprizzano dalle molte suore di clausura -per fare un esempio – ma pensano che sia frutto di fortuna o di ottimismo? Per accettare una suora in convento non fanno mica un test di ammissione nel quale devono dimostrare di essere ottimiste, inclini al buon umore o altro. Dietro quel sorriso sereno, pacifico, solare e tenero ci sono molte ore passate ogni giorno in ginocchio a sgranare il rosario, a pregare il Breviario, ad assistere alla Santa Messa, ad adorare il Santissimo Sacramento; ci sono le dure lotte della perseveranza per scandire la giornata secondo i ritmi claustrali. Questo è il modo con cui le suore di clausura dell’esempio attendono la redenzione del proprio corpo, sottoponendolo ad un un duro allenamento quotidiano ed implacabile, è così che poi gemono interiormente – il riflesso nell’anima -.

Ma qual è il modo degli sposi ?

Gli sposi devono avere lo stesso atteggiamento di dura lotta, di perseveranza, di allenamento quotidiano ed implacabile, quel che cambia invece sono i gesti corporei: forse non tutti gli sposi riescono ad assistere alla Messa quotidianamente o a passare tante ore in ginocchio come le suore dell’esempio, ma possono passare molte ore accucciati davanti all’oblò della lavatrice, altrettante in piedi per stendere i panni, altre per stirare, tante altre ore passate a preparare pranzi e cene… quando ci chiedono a quale Madonna siamo devoti, rispondiamo che siamo devoti alla Madonna “delle pentole”. E questa è solo una parte del lavoro per redimere il nostro corpo, per imporre al nostro corpo la regola del servizio, la regola dell’abbassarsi perché l’altro si innalzi.

Poi c’è tutto il lavoro meticoloso della lotta per la castità matrimoniale, ovvero per la purezza. E qui molti sposi non capiscono che se vogliono purificare il proprio corpo, esso va dominato negli istinti e nelle passioni veneree, cominciando ad allenare i nostri 5 sensi affinché siano essi domati e non piuttosto padroni loro.

Come può la nostra anima purificata, alla fine dei tempi – nel giorno tremendo e maestoso della risurrezione finale dei morti – riunirsi al nostro corpo se esso ha lasciato questo mondo nella corruzione del peccato mortale, nell’impurità, nella volgarità, nel vizio, nell’immoralità, nell’impudicizia, nella depravazione, nella libidine, nella lussuria? Cari sposi, non temiamo di prendere decisioni risolute per affrontare con coraggio e vigore il cammino della redenzione del nostro corpo, ne gioverà in automatico anche l’anima, ne trarrà indescrivibile vantaggio la nostra relazione di sposi che si riprenderà come le braci sotto la cenere, anzi, la nuova fiamma sarà più vivida di quella di prima… cominciamo finché siamo in tempo. Quando cominciare? Appena finito di leggere questo articolo.

Giorgio e Valentina.

Il treno passa…

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,12-15b.17-19.20b-21) Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata anche la morte, poiché tutti hanno peccato, molto più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. […] Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Ci avviamo verso la fine dell’anno liturgico e pian piano le tematiche della Liturgia ci aiutano a fare un po’ di resoconto finale, ma per farlo bisogna riconsiderare le fondamenta; quando a fine anno un’azienda analizza il consuntivo non può solo guardare dei grafici con dei numeri, ma deve innanzitutto verificare se ha raggiunto gli obiettivi posti ad inizio anno, ed è con questo spirito che intendiamo affrontare questo brano paolino.

All’inizio dell’anno liturgico come ci siamo posti di fronte ad un nuovo anno di grazia? Ed ora che stiamo giungendo a grandi passi verso la sua fine possiamo dire di essere stati attenti a raccogliere tutte le grazie che il Cielo ci ha inviato o ne abbiamo scartate troppe a priori?

Innanzitutto è proprio lo stesso Paolo che ci ricorda le fondamenta che dovrebbero guidare ogni inizio di anno liturgico: la grazia di Dio viene riversata abbondantemente solo per i meriti di Gesù Cristo, non c’è un altro salvatore. Senza troppi giri di parole gli scritti paolini vanno dritti al punto, ribadendo, qualora ce ne fossimo dimenticati lungo il trascorrere dell’anno, che non ci salviamo per le nostre opere ma per la grazia del Signore -per precisione ci salviamo con le nostre opere, esse sono meritorie, ma non hanno l’ultima parola sulla nostra salvezza, altrimenti Gesù non sarebbe più il Salvatore ma lo sarebbero le sole nostre opere.

Incontriamo molti sposi impegnati come noi in attività pastorali di vario genere, parrocchiali e non, tra di essi sono molti quelli che fanno un cammino di fede serio e donano ad altri ciò che gratuitamente hanno ricevuto loro stessi per primi, ma ci sono anche coppie che riversano nella comunità ecclesiale tanto impegno ed energia che invece dovrebbe essere indirizzato prima all’interno della coppia.

Quando partecipano ad incontri o attività pastorali sono tutto un fermento, ma poi quando sono nell’intimità della propria relazione saltano fuori i veri problemi. Cari sposi, per risolvere i nostri problemi relazionali non dobbiamo illuderci che la soluzione arrivi riempiendo le nostre giornate di distrazioni: buttarsi a capofitto in un’attività pastorale può rivelarsi una distrazione anche se fatta di opere buone, queste opere buone faranno certamente del bene a chi le riceve ma se per la coppia si rivela una distrazione allora il gioco non vale la candela.

Naturalmente è sempre nobile, buono e lodevole compiere un gesto di solidarietà o di altruismo, di volontariato o di servizio -soprattutto quando è reso all’interno della Chiesa- ma per compiere alcune attività non serve chissà quale fede; al contrario, per esprimere la fede attraverso un’attività pastorale va da sé che la fede debba esserci, altrimenti esprimiamo noi stessi.

Prossimi alla fine di quest’anno liturgico dobbiamo chiederci se tutte le attività in cui siamo stati coinvolti sono state occasione per esprimere e testimoniare la nostra fede e l’amore di Dio nel nostro matrimonio, oppure se abbiamo nascosto la polvere sotto il tappeto.

La grazia di Dio si riversa abbondantemente, ma dobbiamo imparare a coglierla; una Grazia non colta è come un treno che è passato: non torna più indietro. Se Dio ce ne concede un’altra sarà appunto un’altra ma non quella; non abbiamo la certezza di vivere abbastanza da riceverne un’altra, tantomeno possiamo dirci sicuri di avere le disposizioni giuste per coglierla al momento opportuno, e men che meno siamo certi che -qualora il Signore si degni di donarcene un’altra- sia della medesima portata.

Per alcune coppie si può rivelare una grazia essere chiamati ad un servizio all’interno della propria realtà ecclesiale, potrebbe essere l’inizio di una conversione grazie a delle amicizie nuove ; per altri si può rivelare una grazia non ricevere proposte di servizio, forse perché il Signore sta dicendo a loro che hanno bisogno di aggiustare prima se stessi piuttosto che buttarsi a capofitto in un’attività così da perdere di vista la loro vocazione specifica del matrimonio.

Ma S. Paolo non ci lascia mai a bocca asciutta, infatti la frase finale è di grande conforto, perché ci ricorda che il Signore non si dà per vinto, le prova tutte per salvarci dalla morte eterna, addirittura ci assicura che l’abbondanza della grazia è inversamente proporzionale alla nostra condizione peccaminosa. Si sa che la matematica del Signore Gesù non corrisponde ai nostri canoni: dove c’è da dare, Lui dà senza misura, l’unica misura che usa Lui è dare senza misura.

Coraggio sposi carissimi, non lasciamoci scappare l’opportunità di cogliere grazia su grazia; mentre facciamo il consuntivo dell’anno trascorso, programmiamo l’anno a venire con il cuore aperto a non lasciarci scappare nessun treno. Ne va della nostra vocazione. P.S. : Chi ha bisogno di aiuto non abbia timore di farsi aiutare perché la Chiesa è una comunità di amici dove l’amicizia tra noi è basata sull’amicizia con Cristo Salvatore.

Giorgio e Valentina