Attenti alle piccole volpi

Ieri il Papa ha fatto una bellissima omelia. Un parallelo tra Re Davide e Re Salomone. Il primo grande peccatore, ma capace di riconoscere i propri peccati ed umilmente chiedere perdono. Il secondo al contrario, non ha commesso grandi peccati, ma è scivolato pian piano, come fosse su un piano leggermente inclinato, verso la corruzione e il baratro. Queste parole del Papa mi hanno riportato alla memoria una mia vecchia riflessione, che in un certo senso, è simile seppur rivolta a realtà diverse. Le piccole volpi sono quelle che distruggono la maggior parte dei matrimoni. Non ci sono spesso peccati gravi come il tradimento. Spesso l’adulterio è una conseguenza di un rapporto già logorato e morente. Ah certo! Vi starete chiedendo cosa sono le piccole volpi. Sono un’immagine molto significativa del Cantico dei Cantici.

Prendeteci le volpi,
le volpicine che guastano le vigne,
poiché le nostre vigne sono in fiore!

La vigna è il nostro amore, la nostra relazione. La nostra relazione che sta maturando e crescendo nel tempo, nell’intensità e nella verità.

La vigna è in fiore, è rigogliosa, tutto è meraviglioso, tutto sembra andare nel migliore dei modi. Tutti noi o quasi, all’inizio della nostra vita matrimoniale, sperimentiamo questa gioia e questo amore che riempie, che dà sostanza e fondamento alla nostra vita.

Ma poi, a volte, senza che accadano fatti straordinari. Tutto appassisce, senza che avvenga qualche cosa di tanto grande da distruggere l’unione. La vigna non subisce gelate, incendi, uragani. La relazione degli sposi non ha dovuto superare grandi prove come gravi lutti, infedeltà o perdita del lavoro. La vigna è attaccata dalle piccole volpi. Piccoli animaletti che probabilmente i vignaioli sottovalutano, non se ne curano, ritengono poco importanti. La stessa cosa fanno molti sposi. Molti sposi sottovalutano le piccole volpi. Le piccole volpi che non sono altro che piccoli vizi, peccati e disimpegno che col tempo portano la vigna dall’essere rigogliosa a seccare. La relazione degli sposi è attaccata da tante piccole volpi e se non si presta attenzione si rischia di compromettere tutto. Le piccole volpi impediscono il nutrimento della vigna, impoveriscono tutto. Così la nostra relazione. E’ una piccola volpe non salutare la propria sposa quando si esce per il lavoro e quando si torna a casa. E’ una piccola volpe non cercare momenti di tenerezza con la propria sposa, è una piccola volpe passare la serata davanti alla tv, allo smartphone o al pc dopo che per tutto il giorno non ci si è visti e non cercare momenti di dialogo o di preghiera insieme. E’ una piccola volpe lasciarsi vincere dalla stanchezza e non cercare spesso l’unione fisica. Ognuno può pensare alla propria vita e trovare le sue piccole volpi che attentano alla sua felicità coniugale. E’ importante trovarle per poterle scacciare e ridonare nuova bellezza al matrimonio, alla vigna che il Signore ci ha affidato.

Antonio e Luisa

Annunci

L’alfabeto degli sposi. U come umiltà.

Cosa significa essere umili? Io non sono umile, me ne dolgo, ma non lo sono. Giusto alcuni minuti fa su un social, dove a causa di un post sono stato accusato da una sorella nella fede, non ho resistito e le ho risposto con un altrettanto velenosa affermazione. L’ho fatto con gusto. Le ho dato quello che si meritava, per poi però sentirmi sconfitto e piccolo nel mio crasso orgoglio. Non va bene, ne ho di strada da mettere sotto i sandali ancora. Maestra di umiltà è Maria e, per me,  la mia sposa. La vedo spendersi per i suoi alunni, la vedo dare tutto senza risparmiarsi mai. La vedo alzarsi alle quattro del mattino per preparare le sue lezioni in modo che il pomeriggio possa dedicarsi a me e ai nostri figli. La vedo preparare le lezioni in modo che siano facili e comprensibili per i suoi ragazzi. La maggior parte di loro la apprezza per questo suo impegno che si percepisce. Ci sono sempre, però, studenti che non hanno voglia d’imparare, e come sempre, non è mai responsabilità loro, ma dell’insegnante; così quando arriva qualche genitore che la accusa di non essere abbastanza capace per interessare il suo ragazzo, lei chiede scusa. Io non riuscirei mai. Non solo: torna a casa e ringrazia. Ringrazia Dio per averle dato quella umiliazione, perchè solo così può restare aggrappata a Lui. L’umiliazione è nutrimento per il cuore. Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive:

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA !

Giusto ieri a Santa Marta il Santo Padre ha riflettuto sull’umiltà e ha proprio detto che non ci può essere umiltà senza umiliazione.

Il Papa dice prendendo spunto dalla storia di Re Davide e di Simei:

Sempre — ha riconosciuto Francesco — c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì» che nel brano biblico insulta pesantemente Davide. Ma «Davide dice “no”, il Signore dice “no”, quella non è la strada». Invece «la strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni». E pensare che «forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Insomma, «portare le umiliazioni in speranza». Però, ha specificato il Papa, «se io, davanti a qualsiasi offesa, a qualsiasi umiliazione, mi giustifico subito e cerco di sembrare buono o fare, come si dice, “calligrafia inglese”, questa non è umiltà». E così, ha aggiunto, «pensiamo questo in modo giusto: se tu non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile e questa è la regola d’oro».

Dura davvero da mettere in atto. Boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo?

S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui.

Antonio e Luisa

L’alfabeto degli sposi. R come re e regina.

Ogni cristiano battezzato, in virtù del battesimo, acquisisce la regalità di Cristo. Ogni battezzato, che si unisce sacramentalmente ad un’altra persona, indirizza, in virtù della consacrazione matrimoniale, la sua regalità battesimale ad una nuova finalità. La finalizza principalmente a viverla con le caratteristiche proprie del suo nuovo stato di sposo o sposa. Questa realtà e verità di fede è proposta nelle chiese cattoliche orientali e, dove è già consuetudine o con l’autorizzazione del vescovo, anche nella nostra Chiesa cattolica romana. E’ proposta attraverso il rito dell’incoronazione degli sposi, rito che si compie durante la celebrazione del matrimonio. Attraverso questo rito la Chiesa vuole evidenziare che, da quel momento, gli sposi partecipano alla regalità di Cristo non più come singoli battezzati, ma come coppia.

Cosa significa in parole semplici e concrete? Regnare per gli sposi in Cristo significa mettersi al servizio del loro amore vicendevole. Essere sottomessi l’uno all’altra usando le parole di San Paolo. Tanto più perfezioneranno il loro modo di amarsi, mettendosi alla sequela di Gesù, e tanto più saranno re e regina del loro matrimonio e della loro piccola chiesa domestica.

Per essere re e regina del nostro matrimonio e della nostra vita dobbiamo metterci al servizio, farci piccoli per innalzare l’altro, abbassarci per rialzarci con lui/lei, accompagnare e rallentare se serve. Non stiamo più correndo una gara individuale, ma una gara di squadra, dove più importante del mio risultato personale diventa quello di squadra, di entrambi. Più impareremo a servire e più saremo re. Più riusciremo ad essere accoglienti, anche verso le imperfezioni e fragilità dell’altro/a, senza giudicare e senza ferire, e più saremo espressione della sovranità di Cristo.

Non solo per regnare, per essere dono, per essere servizio è necessario essere liberi. Essere padroni di se stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro/a si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro/a ma anche con Dio.

Infine per essere davvero re e regine della mia vita e della mia unione sponsale devo comprendere di non avere tutto nelle mie mani, comprendere che posso anche sbagliarmi, che tutto va letto nella prospettiva di Dio, senza limitarmi a un orizzonte che arriva fin dove l’umano può vedere. Essere re e regine significa affidare al vero re della vita tutto ciò che mi è accaduto, mi accade e mi accadrà. Solo così le gioie non dureranno l’effimero di un attimo e i dolori troveranno consolazione.

A questo proposito termino con una riflessione di Chiara Corbella che parlando di Davide (il figlio morto a pochi minuti dalla nascita) disse:

Chi è Davide?
    Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
    abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù. 

Chiara e Davide. Chiara come Davide. Chiara come Davide con queste parole ha dimostrato che una piccola donna come lei era in grado di sconfiggere il male, la malattia e la morte. Per questo Chiara è una vera regina e presto diventerà santa.

Anche noi siamo chiamati ad essere come Chiara. Anche siamo chiamati ad essere re e regina anche se ci sentiamo piccoli e deboli come Davide.

Antonio e Luisa

 

Davide o Maria?

Prendo le letture di domenica quarta d’Avvento per esprimere i miei auguri di Natale e rilanciare una provocazione che spero possa farvi riflettere come ha fatto pensare me.

Dalla prima lettura:

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno,
disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda».
Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te».
Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan:
«Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?
Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo;
sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra.

Dal Vangelo:

Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Cosa si può comprendere da queste due letture? L’atteggiamento, l’attenzione. l’abbandono. Re Davide si accorge che Dio è in una tenda solo dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici. Lui viveva in un palazzo di cedro.  Il cedro ha una significato molto importante nella Bibbia. Indica la forza e la protezione di Dio. In questo caso acquista però un simbolismo negativo. La bellezza e potenza del cedro indicano pure l’orgoglio che queste qualità nell’esercizio del potere possono generare, trasformandosi in arroganza.

Davide che si accorge di Dio solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi. Dopo aver fatto tutte le altre cose di questo mondo ritenute tutte più importanti. Solo alla fine quando non gli resta altro riesce a spostare lo sguardo da sè al suo Dio e si accorge di quanto lo abbia trascurato. Cerca di rimediare. Vuole costruire una casa degna per Dio. Dio, attraverso il profeta Natan, rifiuta. Non è così che si fa. Povero illuso Davide, pensa di aver fatto tutto da solo. Non si rende conto che Dio gli era accanto in ogni risultato raggiunto. Non ha bisogno Dio della nuova casa che il re vuole costruire, ma piuttosto è Davide che ha bisogno di Dio.

Nel nostro matrimonio siamo un po’ così anche noi. Forse andiamo a Messa, diciamo qualche preghiera, ma Dio è davvero una priorità per noi. Agiamo secondo Dio? Pensiamo secondo Dio? I nostri si e i nostri no sono secondo Dio? Oppure Dio è relegato nei nostri riti, lì nel Tabernacolo, ma non è guida nella vita di tutti i giorni?

Dio vuole una nuova casa, la vuole in noi. Vuole essere accolto ed abitare la nostra unione, non come ospite sopportato, ma come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Arriviamo così alla riga di Vangelo che ho riportato.

L’esempio per noi è Maria. Maria che aveva altri progetti, che stava aspettando di vivere con il suo sposo Giuseppe. Maria non pensa secondo il suo modo. Maria accoglie le parole dell’angelo e si affida completamente alla volontà di Dio, perchè sa che il suo Dio non la tradirà mai. Maria sapeva che con il suo sì tutto si sarebbe enormemente complicato. Nessuno le avrebbe creduto, sarebbe stata giudicata come una prostituta, una poco di buono. Avrebbe facilmente perso tutto, avrebbe perso il suo sposo e forse anche la vita. Maria rischiava la lapidazione e lo sapeva. Ma ecco, da una ragazzina tanto piccola e all’apparenza fragile ecco risuonare forte e deciso il suo Eccomi!

Il nostro augurio a tutti voi e anche a noi stessi è di sconfiggere il Davide che si nasconde nella nostra fede e accogliere il bambino nella nostra vita come Maria.

Per rafforzare quanto scritto, voglio concludere con un passaggio, tratto dalla seconda predica d’Avvento, che alcuni giorni fa Padre Raniero Cantalamessa ha donato al Papa e alla Curia romana.

Qualcosa di analogo avviene quando uno che ha pronunciato infinite volte il nome di Gesú, che conosce quasi tutto su di lui, che ha celebrato innumerevoli Messe, un giorno scopre che Gesú non è solo una memoria del passato, per quanto liturgica e sacramentale, non è un insieme di dottrine, di dogmi, un oggetto di studio; non è , in somma, un personaggio, ma una persona vivente ed esistente, anche se invisibile agli occhi del corpo. Ecco, Cristo è nato in lui; è avvenuto un salto di qualità nel suo rapporto con Cristo.
È quello che hanno sperimentato i grandi convertiti, nel momento in cui, per un incontro, una parola, una illuminazione dall’alto, improvvisamente si è accesa in loro una grande luce, ne hanno avuto, anche loro, “il fiato mozzo” e hanno esclamato: “ Ma allora Dio c’è! È tutto vero!”
Successe, per esempio, a Paul Claudel che il giorno di Natale del 1886 entrò per curiosità nella cattedrale di Notre Dame a Parigi e, ascoltando il canto del Magnificat, ebbe “il sentimento lacerante dell’eterna infanzia di Dio” ed esclamò: “Sì, è vero, è proprio vero! Dio esiste. È qui. È qualcuno, è un essere personale come me! Mi ama, mi chiama”. In quell’istante, scrisse più tardi, “ sentii entrare in me tutta la fede della Chiesa” .
Facciamo però un passo avanti. Cristo, abbiamo visto, non è solo il centro, o il baricentro, della storia umana, colui che, con la sua venuta, crea un prima e un dopo nel scorrere del tempo; è anche colui che riempie ogni istante di questo tempo; è “la pienezza”, il Pleroma (Col 1,19), anche nel senso attivo che riempie di sé la storia della salvezza: dapprima come figura, poi come evento e infine come sacramento.
Cosa significa tutto ciò, trasportato sul piano personale? Significa che Cristo deve riempire anche il mio tempo. “Riempire di Gesú più istanti possibili della propria vita”: non è un programma impossibile. Non si tratta infatti di stare tutto il tempo a pensare a Gesú, ma di “accorgersi” della sua presenza, abbandonarsi alla sua volontà, di dirgli velocemente “Ti amo!”, ogni volta che abbiamo l’occasione (meglio l’ispirazione!) di rientrare in noi stessi.

Buon Natale a tutti. Che possa il bambinello nascere nel cuore di ognuno di noi, magari per la prima volta. Esiste un prima e un dopo Cristo nella storia del mondo. Ne esiste uno anche nella vita personale di ogni persona. Noi siamo nel nostro tempo prima o dopo Cristo?

Antonio e Luisa