La Dracma ritrovata (1 parte)

Varcare il limite delle tenebre, una dignità che può amare sempre e nonostante tutto!


Le luci e i colori della festa ornavano il Natale di quell’anno tanto lontano quanto vicino nel ricordo che faceva capolino nella memoria. Il freddo, per un bimbo ben vestito e curato, era più piacevole che rigido e la meraviglia di quella visione, che incontravo per la prima volta, riempiva a mani piene il mio stupore, la mia gioia nel vedere qualcosa che agli occhi di un bimbo doveva sembrare molto più che stupendo o magnificente: era infatti incredibile. Piazza San Pietro, vestita a festa, con gli ornamenti dell’albero e del presepe, con le decorazioni e le luminarie che avvolgevano la via che ad essa conduce, il tutto insieme al mio babbo e alla mia mamma sembrava traboccare di felicità, perché respiravo la bellezza di essere protetto, di essere voluto, di essere amato, perché quel momento era stato pensato per me.

Eppure spesso, accanto al chiarore del bello che risplende, il dolore del buio guarda attonito e spera che ci sia qualcuno che varchi il confine tra buio e luce per rendere luminose anche le tenebre. Molto spesso siamo capaci di varcare quel limite, anche se non ce ne accorgiamo, e questo, nella innocenza di allora, accadde anche a me! Mentre estasiato osservavo la grandezza di quegli edifici, che avevano attraversato i secoli per farmi dono della loro bellezza, il mio sguardo andò verso una zona d’ombra sotto il porticato, lì dove un uomo rovistava tra le sue cose. Non so cosa cercasse, ma, pur nella mia infantile età, capivo che era un povero, un senza tetto, qualcuno che era veramente un “bisognoso” e che era solo, che stava cercando qualcosa che sembrava avesse perso.

Tutto d’un tratto cessò la sua ricerca, si sedette per terra e, quasi a tradire un gesto di preghiera e di scoraggiamento, portò le mani giunte verso il volto e poi verso le ginocchia. Lasciò cadere il collo su se stesso, sensibile segno del senso di sconfitta, come aspettando il colpo di grazia, poiché non aveva trovato ciò che cercava. Non so perché, ma in quel momento chiesi alla mia mamma qualche spicciolo. Dopo essersi accertata sulle mie intenzioni, lei mi incoraggiò ad andare, vincendo il timore che un bimbo può avere verso una situazione così nuova per lui. Andai incontro a quell’uomo, non dissi nulla: gli sorrisi, stesi la mano e misi quegli spiccioli nella sua. Mi sorrise con una forza che non avevo mai visto, penetrante, nobile, dignitosa e mi disse: “ Grazie …. Dio ti benedica”.

A distanza di quasi trent’anni quelle parole mi risuonano ancora, perché fu una delle benedizioni più belle che abbia ricevuto, che generò in me un sentimento di bene che la meraviglia di prima non poteva in nessun modo eguagliare. Non conoscevo quel povero, ma sicuramente era tutt’altro che povero. Avevo fatto un piccolo gesto, ma certamente le sue parole di benedizione e di ringraziamento erano ridondanti di regalità. In quel momento il mio regno di bambino incontrò un Re, un uomo che cercava ciò che aveva perduto, che soffriva per tutto ciò che aveva avuto e perso, un uomo che sapeva donare molto di più di quanto poteva ricevere: mi donò una benedizione da cui, ancora oggi, mi sento protetto e confortato nel suo indelebile ricordo. Non io diedi qualcosa a lui, ma lui diede tutto a me: mi diede la regalità di chi cerca e sa gioire quando trova, perché il regno di Dio è proprio questo…

“quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Luca 15, 9-10

Ringrazio questo amico per aver condiviso la sua esperienza di Dio fatta molti anni fa e, rispettandone l’anonimato, ne traggo spunto per capire il valore, il prezzo e il costo di una casa misericordiosa e magnanime. Qual è il prezzo della dramma, il suo valore che vedremo contraddistinguere la missionarietà di ogni coppia, di ogni famiglia e di ogni uomo?

La dramma era una moneta di conio greco, probabilmente della zecca stabilita da Alessandro Magno ad Acco, nel nord della Palestina ed aveva l’equivalente valore di un denaro. E’ interessante considerare come la didramma, cioè due dramme, era l’equivalente del mezzo siclo, la cifra con cui veniva pagata la tassa del Tempio. Il libro del Deuteronomio, dando le norme relative al contributo per il Tempio, sottolinea il fatto che, se la distanza tra l’abitazione e il Tempio fosse stata troppa, la decima avrebbe dovuto essere convertita in denaro, per non portare un peso troppo grande durante il viaggio. Ribadisce inoltre, di andare verso il posto che Dio ha scelto! (Cf. Dt 14,24-25).

La donna del vangelo perde una dramma e, pur avendone altre nove, rivoluziona tutta la casa, spazza a fondo, dopo aver acceso una lampada. Entrando nel testo la donna assume l’atteggiamento di chi è determinato a perseguire un fine e non smetterà finché questo non sia portato a compimento. Perché tale determinazione?

Fra Andrea Valori

Continua….

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L’oro, l’incenso e la mirra degli sposi

Lo so l’Epifania è trascorsa, sono già con la testa alla solita vita da pazzi, ai soliti ritmi forsennati. Tutto è ricominciato all’improvviso e senza gradualità. Insomma, non so voi, ma io sto già boccheggiando. Ma va bene così. E’ la vita che voglio, perchè è abitata dall’amore dei miei cari e di Dio. Siamo ancora però nel tempo di Natale che si concluderà solo domenica con il Battesimo di Gesù. Questo mi permette di soffermarmi nuovamente sull’Epifania. In particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Credo lo sappiate tutti che non sono doni fatti a caso, ma sono portatori di un significato più profondo. Mi immagino Giuseppe quando si è visto arrivare mirra e incenso. Io non sarei stato così felice al suo posto. Avrei pensato come riciclare quei doni. L’oro invece l’avrei accettato volentieri. A parte le battute, cosa vogliono ricordare questi doni? Cosa ricordano a noi sposi? Ogni dono racchiude i tre valori rappresentati dall’oro, dall’incenso e dalla mirra. Ancor di più nel dono matrimoniale dove non offriamo un oggetto ma noi stessi, la nostra vita, il nostro corpo, la nostra attenzione e il nostro tempo.

L’oro è il dono per il re, per la regina. L’oro rappresenta la regalità del dono. Quando mi sono sposato stavo dicendo a Luisa che lei era, e lo sarebbe stata per sempre, la creatura più preziosa per me. Che era figlia di Re. Che non ci sarebbe mai stato persona, lavoro, interesse che sarebbe venuto prima di lei. Solo Dio. Il matrimonio è così. Funziona solo quando c’è consapevolezza di questa regalità in entrambi gli sposi. Non ci può essere famiglia di origine che venga prima, non ci può essere lavoro e interesse economico che venga prima, non ci può essere neanche un figlio che venga prima. Altrimenti davvero rischiamo di rovinare tutto. Invece amando prima di tutto il nostro sposo o la nostra sposa tutto il resto funziona meglio. Daremo il giusto valore al lavoro, ameremo il figlio come frutto del nostro amore sponsale e non come qualcosa di nostro che ci appartiene. Insomma tutto sarà vissuto nel modo giusto senza alterazioni o inquinamenti.

L’incenso è il dono sacerdotale. Il nostro matrimonio è un sacramento. Dal momento del nostro sì, il nostro amore non è più solo nostro ma diventa di Dio. Dio se ne prende carico. Gesù viene ad abitare la nostra relazione. Da quel momento ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altra diventa gesto sacro. Diventa di Dio. Amando Luisa sto amando Dio. La mia carezza è la carezza di Dio per lei. Il mio incoraggiamento è l’incoraggiamento di Dio per lei. Il mio sguardo è lo sguardo di Dio per lei. Anche l’amplesso fisico, la nostra unione intima, acquista un significato sacro. E’ una vera è propria liturgia sacra. Per questo è importante viverla bene, con amore, con il cuore aperto al dono e non all’uso.

Infine la mirra. Questo è il dono forse più indigesto, ma anche quello che mostra la grandezza del dono. Con la mirra dico alla mia sposa che sono pronto alla morte per lei. La mirra è una resina aromatica, che era già conosciuta nell’antico Egitto e in tutto il medio-oriente, Veniva utilizzata per le imbalsamazioni. Nella Bibbia se ne parla anche nel Cantico dei Cantici, in riferimento al suo profumo. Capite l’importanza di questo dono? Il mio matrimonio profuma di Dio, di eterno, di verità se sono pronto a morire per lei. Non significa certo la morte fisica, ma la morte di tante altre realtà che mi caratterizzano. La morte del mio egoismo. Se voglio essere felice il centro deve essere Dio, non io. Dio che non vedo, ma che è presente nel mio prossimo e in particolare nel mio prossimo più prossimo: Luisa. Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci si ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati. L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Devo smettere di pensare che le cose debbano andare come dico io. Devo smettere di desiderare che tutto sia perfetto. Ho sposato Luisa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

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Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore.

E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

(Luigi Pirandello)

La nostra società occidentale si sta lentamente (sempre meno lentamente) allontanando da Dio. Chi si allontana da Dio non si allontana da un concetto astratto. Si allontana da una relazione reale, si allontana dall’amore. E’ strano perchè l’amore sembra al contrario trovare un posto di rilievo nel nostro mondo. Tutti ne parlano, ma non è l’amore vero. La nostra società chiama amore quello che è solo una pulsione che ci porta a soddisfare le nostre voglie e ad usare chiunque possa essere utile a questo fine. Naturalmente gettando via chi non serve. La cultura dello scarto che Papa Francesco ha più volte condannato non si limita ai grandi temi etici ma è bellamente presente nella nostra vita di tutti i giorni. E’ presente nelle nostre relazioni sempre meno stabili e sempre più fluide. Una ricerca della felicità che è solo un’illusione, perchè la felicità è invece proprio nascosta nelle relazioni stabili, fedeli, dove ci si sacrifica l’uno per l’altra. Perchè proprio oggi questa riflessione un po’ malinconica? Perchè il tempo di Natale deve servire a darci la scossa. Domani è l’Epifania. Domani il Dio bambino si rivela al mondo. L’Epifania deve risvegliare in noi il desiderio di un amore diverso, di una vita diversa, di un matrimonio diverso. Il Natale ha portato Dio nel mondo. Ma se si ferma lì non serve a molto. Il Natale deve essere capace di farci fare il viaggio inverso, portare il mondo a Dio, portare il nostro mondo a Dio. Per questo si ricorda ogni anno. Noi abbiamo bisogno di farne memoria. Altrimenti il tempo che abbiamo su questa terra è davvero un tempo spietato e maledetto. Ogni anno che passa ci ricorda che il nostro tempo su questa terra è sempre di meno. E’ terribile una vita fatta di tempo che passa, di tempo che inesorabile scorre e ti condanna ad una morte sempre più vicina e prossima.

Il tempo è tremendo. Sant’Agostino diceva : Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro. Noi viviamo solo il presente, perchè il passato ormai è andato e il futuro non esiste, è solo qualcosa nella nostra testa, ma che ancora si deve concretizzare. Il presente non è che un attimo ed è già volato via, diventato passato. Quante volte ci è capitato di vivere una bel momento, di amore e di gioia, che però passa subito, ci sfugge dalle mani, lasciando magari il ricordo, ma nulla più. Pensiamo anche al matrimonio, può durare 20, 30, 40, 50, forse sessant’anni, ma poi finisce tutto, noi moriamo e della nostra unione non resta che la polvere dei nostri corpi e qualche fotografia. Eventualmente restano i nostri figli, se li abbiamo generati, ma anche loro destinati a divenire polvere nel giro di qualche decennio. Se non si trova qualcosa che supera tutto questo, siamo destinati a diventare cinici, a vivere alla giornata, a cercare distrazioni. Orazio scrive: cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani. Per chi non riconosce Gesù è ancora così. Gesù in quel Natale di circa 2000 anni fa è sceso sulla Terra per dare nuovo valore e significato al tempo. In Lui il tempo diviene qualcosa che si rispecchia nell’eterno. In Lui il tempo che passa assume il valore di un percorso per giungere a una vita ancora più piena, e non un semplice camminare verso il baratro del nulla. Ed è così che Gesù diventa il salvatore delle nostre vite, perchè salva il nostro tempo e lo riempie di eternità. Così anche il nostro matrimonio è destinato a finire su questa terra, ma la relazione tra me la mia sposa non finirà mai, neanche nell’eternità. Non sarà certamente come ora, ma il nostro amore non sarà cancellato. Mi fido della creatività di Dio. Ed ecco che i miei figli non sono nati per morire, ma per vivere per sempre. Solo così non dovremo accontentarci delle briciole, dei piaceri immediati che evaporano subito, ma la nostra vita può essere una continua preparazione ad un abbraccio eterno. L’abbraccio con Dio Padre che ci ha pensato e desiderato fin dall’inizio dei tempi. L’abbraccio con Dio Figlio che si è fatto come noi per salvarci. L’abbraccio con Dio Spirito Santo, che ha abitato il nostro matrimonio sacramento e che potremo gustare in pienezza e per sempre.

Potreste pensare che le parole che ho scritto siano solo le speranze e le illusioni di una persona spaventata dalla morte e dal nulla. Si è vero la morte mi fa paura, ma vi faccio rispondere da chi ha affrontato la morte. La Serva di Dio Chiara Corbella sapeva di avere pochi giorni di vita. Per lei la clessidra del tempo era ormai agli sgoccioli. Il marito Enrico in un’intervista raccontò: ho chiesto a Chiara: hai paura di morire?” “No”, mi ha risposto: “Ho paura del dolore, di vomitare, e di andare in Purgatorio”. Era concreta e cosciente dei suoi peccati e della sua pochezza. Chiara non era un’eroina, una superdonna. Aveva paura del dolore fisico e di andare in purgatorio, di essere separata (seppur temporaneamente) da Dio. Non aveva però paura di morire. Allora la poesia di Pirandello acquista davvero significato e diventa autentica vita vissuta. Chiara ha davvero sconfitto il tempo con l’amore

Antonio e Luisa

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Perchè l’Angelo appare più volte a Giuseppe?

In questo tempo di Natale ho riflettuto sul modo con cui Dio ha deciso di comunicare con Maria e Giuseppe. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo Angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’Angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè? Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’Angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con lui Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia.  Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e vetusti, ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, magari citando Efesini 5 o chissà quale verità antropologica. Mi limiterò a raccontare la mia esperienza. Mia moglie mi ha donato la sua sottomissione. Che brutta parola, vero? Cosa intendo con questo? Con il matrimonio si è messa nelle mie mani, si è affidata completamente, spontaneamente e gratuitamente, senza nulla chiedere in cambio. Questo suo dono mi ha commosso profondamente. Non solo, questo suo dono mi ha reso più responsabile e consapevole, mi ha fatto comprendere il mio valore. Lei, che consideravo troppo per me, lei che consideravo meglio di ciò che ero io, si abbassava per innalzarmi. Non so se mi spiego. Non è una questione di gerarchia. Le decisioni le prendiamo sempre insieme e a volte non mancano i punti di contrasto. E’ piuttosto un atteggiamento, una realtà che comprendi nel profondo di te stesso. E’ la consapevolezza che, qualsiasi cosa accada, lei non ti abbandonerà mai, ma continuerà a credere in te e a fidarsi di te. Questo fa parte dell’amore sponsale, questo fa parte del dono totale del matrimonio. E io, seppur misero e inadeguato molte volte, non posso che dare il meglio che posso, perchè questa sua fiducia non venga disattesa. 

C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge.  Anzi, dirò di più: attraverso il nostro amato/la nostra amata, Dio trova un modo privilegiato per parlarci. Nel matrimonio Dio vuole essere amato attraverso la mediazione del coniuge. Posso amare Dio amando il mio coniuge e posso fare esperienza dell’amore di Dio attraverso l’altro/a. Dio ci ama e ci parla attraverso l’amato/a. Io l’ho sperimentato innumerevoli volte. Quando ho dovuto prendere qualche decisione personale importante, parlarne con la mia sposa mi ha aiutato tantissimo. Davvero Dio mi ha parlato attraverso di lei. Ho trovato strade a cui non avrei mai pensato. Non solo, Dio mi mostra anche ciò che devo migliorare di me. Me lo fa capire attraverso Luisa. Certo bisogna avere l’umiltà di aprire il cuore e di mettersi in ascolto. Bisogna avere l’umiltà di mettersi in discussione e accogliere qualche critica, qualche appunto e qualche prospettiva diversa. Fortunatamente la mia sposa è sempre stata spietata in questo. Ha sempre messo in evidenza i miei errori. E’ stata però molto delicata. Lo ha sempre fatto con un amore tale che ho compreso quanto lei dicesse quelle parole per amore e non per altri motivi. Ho compreso quanto davvero mi stesse amando anche in quel momento.

Anche in questo caso la Sacra Famiglia ci può insegnare molto. Basta fermarsi un attimo a contemplarla. Approfittiamone in questo tempo di Natale che è tempo benedetto se usato bene.

Antonio e Luisa

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Nasce Gesù: dove lo metto?

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Carissimi, qualche giorno fa è nato il quarto bebè di una coppia di nostri amici. Siamo molto felici per loro per questo grande dono che hanno ricevuto.

Ci raccontavano che era da più di un mese che stavano risistemando casa. Vivono in un appartamento e i metri quadri sono sempre molto pochi per chi ha tre figli…figuriamoci per chi ne ha quattro.

Hanno spostato mobili e figli…la terzogenita ora è in camera con i fratelli più grandi e i giocattoli sono stati ammassati in un armadio per fare spazio al fasciatoio e a tutto il resto che servirà per il nuovo arrivato.

Siamo fatti così…quando c’è una nascita in casa…facciamo spazio.

Anche quando sappiamo che verrà a trovarci una persona cara – sperando che non venga all’improvviso altrimenti la parte moglie della coppia potrebbe subire un attacco di cuore – facciamo spazio tra i giocattoli, la polvere e le figlie sul pavimento e cerchiamo di far trovare almeno una sedia che sia sgombra dai vestiti per farla accomodare in un luogo abbastanza decente.

Alla notizia di un ospite facciamo spazio. E’ così. Ed è positivo che sia così.
Anche il grembo materno per accogliere la vita fa spazio affinché quella vita possa crescere.

Tutto questo fare posto ci fa pensare al Natale.

In qualche modo in questi giorni noi cristiani stiamo pensando a Gesù che è nato.
Detta così sembra una situazione dolce e piena di miele (o di zucchero a velo…buono per il Pandoro)…ma a pensarci il panico dovrebbe prenderci un po’ a tutti.

Nasce Gesù: benissimo…che bello. Ma dove lo metto?

Allora eccoci tutti affaccendati a pensare alla culletta in cartapesta da preparata nel presepe…o, i più temerari, hanno addirittura iniziato un lungo esame di coscienza per fare spazio a Gesù che viene, si sa…a nascere nei cuori.
Facciamo spazio…noi…poveri illusi…

Ci sei rimasto maluccio eh…ti immaginavi già con le alucce e l’aureola sulla testa mentre dicevi a Gesù bambino:

“Vieni carissimo Gesù Bambino…vieni…ti ho preparato una culla da paura!!! C’ha pure il riscaldamento nel materassino…guarda che comfort che trovi nel mio cuore appena lucidato e confessato!!! Posso offrirti un biberon?”

E ci rimani ancora peggio quando vedi questo Gesù bambino che si butta giù dalla culla di sughero cinese e va ad adagiarsi sul pavimento di quella stanza di casa tua che chiudi sempre accuratamente quando arrivano gli ospiti.

In quella stanza c’è il delirio e ti vergogni…ma lui pare che voglia stare lì.

“Ma quindi non va bene confessarsi per il Natale?”

Certamente che bisogna confessarsi ed arrivare pronti a questo incontro…ma spesso crediamo che Gesù venga a farci visita solo se siamo buoni (un po’ come fa babbo natale).

..Dunque…se Gesù viene indipendentemente se me lo merito o meno…sorge spontanea una domanda:


Nasce Gesù: dove lo trovo?”

Prendiamo il Vangelo e leggiamo:


“Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’ era posto nell’alloggio. In quella stessa regione c’erano anche alcuni pastori. Essi passavano la notte all’aperto per fare la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi ebbero una grande paura. L’angelo disse: ‘Non temete! Io vi porto una bella notizia che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi per voi, nella città di Davide, è nato il Salvatore, il Cristo, il Signore. Lo riconoscerete così: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia’.
(Luca 2,1-14)
  


Maria dà alla luce il suo primogenito, lo avvolge in fasce e lo pone in una mangiatoia, perché non c’è posto per loro nell’alloggio; e gli angeli annunziano ai pastori che la mangiatoia è il segno per riconoscere il Messia.

Maria “adagia” Gesù in una mangiatoia: il bambino è accudito, ma viene posto in luogo improprio.

Una mangiatoia dunque.

Non sappiamo se avete mai visto una vera mangiatoia. Spesso fanno davvero schifo. Puzzano, sono un ricettacolo di insetti, bave di animali, sporcizia.

Ma i Pastori che arriveranno hanno ricevuto queste strane indicazioni dall’Angelo: il Bambino sta in un luogo in cui solitamente si mette il cibo.

Sappiamo bene che la prima necessità di un neonato è di essere accudito e nutrito: questo bimbo invece è al posto dell’alimento. Infatti quando sarà più grandicello dirà: «il mio corpo è vero cibo».

Ma torniamo a noi…
Dicevamo che tu hai preparato a Gesù una camera a cinque stelle nell’albergo del tuo cuore e Lui sceglie ancora una volta di andare a ficcarsi in quello spazio sporco e disordinato…e sai perché?

Perché tu in quell’albergo di lusso non ci abiti e dopo cinque minuti di contemplazione beata del bambinello…tra le luci intermittenti e le zampogne…ti rompi le scatole e vai via.

E magari andando via ti fermi a mangiare in una bettola e fai quello che fai solitamente: litigare con tua moglie, alzare la voce con i tuoi figli, maledire la signora che abita al piano di sopra che quando torna a casa non si toglie i tacchi…

In altre parole tu abiti solitamente nella bettola più squallida…tu abiti tendenzialmente in relazioni abbastanza ferite.
Ma è lì, proprio in quella tua mangiatoia sporca e piena di insetti e batteri che Gesù vuole stare…affinché tu la smetta di nutrirti di cibo avariato ed inizi a nutrirti di Lui…che è vero cibo e vera bevanda.

Ora magari inizi a pensare: che belle queste parole…ma io sono 40 anni che vado in Chiesa, che mi confesso affinché i miei appetiti non abbiano più potere su di me…affinché possa essere una persona guarita che non divora gli altri ma che si fa pane per gli altri…e invece sembra di stare al punto di partenza!!


E mentre la pubblicità del panettone dice che a Natale siamo tutti più buoni tu ti ritrovi più cattivo e ancora una volta urli contro il cielo:

“Gesù dove sei???!!! Perché non mi aiuti!!!!! Sei nato, ma non sei nato a casa mia!!!


Ma il punto non è che Gesù non nasce a casa tua…forse sei tu che lo stai cercando nel posto sbagliato!


Hai mai pensato che il tuo sposo malandato e maleodorante è, in realtà, la mangiatoia in cui Gesù si fa trovare????!!!!

Hai mai pensato che la tua sposa che dorme accanto a te…con i suoi logorroici sentimenti che tanto ti snervano…sia proprio lei quella mangiatoia in cui Gesù si fa trovare?

Anche tu come i pastori sei invitato a riconoscere in quella mangiatoia la presenza del Signore Gesù, il Signore della storia che viene a guarirti, a perdonarti, a donarti un cuore grande che sappia accogliere, a salvarti…anche attraverso le fatiche dovute al tuo sposo o le mancanze della tua sposa.

In quella mangiatoia che è la relazione con il tuo coniuge tu puoi fare l’incontro con Gesù che nasce per te!


E allora non nella culla di cartapesta, non nell’albergo dolce e pulito del tuo cuore, ma nel tuo Matrimonio proprio così com’è tu puoi incontrare Gesù…

Non nel Matrimonio perfetto (che non esiste)…ma in tutti i matrimoni cristiani…anche in quelli in cui uno dei due è andato via per seguire i propri istinti…o uno dei è andato via perché è stato tradito…anche lì c’è Gesù!!!

…e sai perché?

E il Verbo si fece carne” sentiamo a Natale nel Vangelo di Giovanni…Natale è Dio che si incarna, diventa uomo per farsi incontrare…grazie al Matrimonio Sacramento tu puoi incontrarlo nella carne, nella persona del tuo sposo.

E se vivi un matrimonio gravemente ferito? Si!!! Anche li lo trovi!

Tu incontri Cristo che soffre insieme a te! Se il tuo coniuge è fuggito e tu resti fedele al Sacramento ricevuto, tu Gesù lo incontri perché Gesù non tradisce mai e se glielo chiedi saprà come consolare il tuo cuore che resta fedele a quel si” che hai detto innanzitutto al Lui!!!

Oggi, in qualsiasi stato si trovi il tuo Matrimonio, tu puoi incontrare Cristo perché da quando siete sposati Cristo abita SEMPRE SEMPRE SEMPRE SEMPRE in mezzo a voi due…e questo non perché lo meritiate, ma perché Cristo per Sua Volontà si dona a voi con tutto sé stesso!

Allora il vostro matrimonio è veramente quella mangiatoia in cui Cristo si fa trovare per farsi dono per voi.

…e allora: Gesù Nasce…e tu lo hai trovato! Questo non risolve i tuoi problemi? Forse no…ma ora sai di non essere più solo.

Buon Natale!!!

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Dal dono al per..dono

UNA CARTA DI COLOR ORO

Come possiamo vivere l’ottica del dono? Il giorno del sì, quel giorno speciale dove non ho occhi che per te, dove l’emozione supera la realtà e la fantasia, dove mi avvicino al mio raggiunto sposo o sposa, nei pressi dell’altare, io so che l’altro è un dono. Me l’hanno spiegato benissimo i catechisti e il sacerdote durante l’itinerario prematrimoniale anzi, con una cura particolarissima, si sono prodigati nel far entrare nelle rispettive menti che, quel dono rimarrà per sempre un dono, un regalo che, liberamente scelto, il Signore mi impacchetterà con tutti i suoi talenti. Una cosa però viene sicuramente detta: il dono può avere dei difetti, può modificarsi rispetto all’attuale fattezza, ma loro, i futuri sposi, se ne infischiano di ciò che potrà essere perché, per il momento, vogliono quel dono costi quel che costi! Nessun avvertimento, nessuna ammonizione su qualche atteggiamento negativo, di legame, di immaturità o di altra natura potrà far scoraggiare lei o lui che desiderano accogliere quel dono perché i due che arrivano alla soglia delle nozze vogliono sposarsi. Io scelgo te e tu scegli me perché tutti gli altri non hanno ragione di esistere. Non ci sono altri doni oggi nel mio cuore, soltanto tu. E quando viene fuori il tuo difetto? Quando non riusciamo più a guardarci negli occhi? Quando io voglio essere felice per prima? Quando monetizzo il nostro amore? Quando comincio a scegliere altri doni? Quando me ne vado di casa perché non sono più innamorato? Ti prego, tu che mi stai a fianco, lotta infinitamente perché non debba perdere l’ottica del dono. Il Signore mi ha regalato proprio te affinché mi aiutassi a conservare e custodire il dono che sei. Gratuitamente siamo stati reciprocamente donati e non potremo regalarci ad altri, riciclando noi stessi. Quel dono era originario, “ex novo” per l’uno e per l’altra. Rivestiamoci di una nuova carta e regaliamoci con gli occhi di un giorno nuovo. Gratuitamente ricevo e gratuitamente dono, per questo, quel giorno, ti ho sposato. È come l’oro il mio dono!

UNA CARTA DI COLOR AZZURRO

Si nasce aridi, isolati, cioè soli nel proprio mondo e ci si incontra come due vastissimi deserti. Nel deserto il protagonista sono io che devo sopravvivere al caldo, al sole, alla sete e all’arsura. Può darsi che improvvisamente arriva una grande pioggia e debbo trovar riparo, devo sapermi difendere. Ognuno è un deserto con vari accampamenti raramente localizzati. Ci sono le tende della famiglia d’origine, dei fratelli, dei rapporti con l’autorità. Le tende della stima e della sottostima, della stabilità e della precarietà. Dell’idolatria, dell’instabilità emotiva, dell’ordine e del disordine. Le esigenze personali sono vastissime e a un certo punto i due deserti si ampliano perché due vastità diventano un deserto grandissimo. Solitudine, smarrimento. La mente si desertifica, azzerando qualsiasi barlume di soluzione del più piccolo dei problemi, ingigantendo lo scoraggiamento. Nel deserto dalla sete si ansima, si tira fuori la lingua per poter camminare. Ma ecco in lontananza si scorge l’oasi, non un miraggio, ma un’oasi vera, una speranza, un incontro. L’oasi è una perché siano una cosa sola e da essa zampilla acqua fresca e risanante. Può darsi che solo uno sarà particolarmente assetato e se l’altra non si occuperà di dissetare si arriverà ad un amore arido e infecondo. Se invece i due deserti si incontreranno nell’irrigarsi a vicenda sboccerà quel magnifico fiore che il matrimonio comporta! E il cielo si tinge d’azzurro.

UNA CARTA DI COLOR ROSSO

Tutto parte dal cuore, che è la sede dei nostri pensieri. Al capitolo 7 del Vangelo di Marco
si legge:… «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (v. 20-23). Se accogliamo la Parola di Dio, che è vera, certa e si compie, siamo già molto avvantaggiati perché proprio qui è la nostra salvezza. Gesù, nostro Medico, gratuitamente, ci attraversa con la radiografia e la visita cardiologica e ci fornisce la diagnosi esatta della patologia che ci appartiene. Che gioia conoscere ogni spazio del nostro cuore e poter essere guariti senza spesa ma con, addirittura, il guadagno, il centuplo fino al pensionamento completo dell’eternità. Se solo comprendessimo questo già saremmo tutti gioiosi e liberi. Invece occorre uno sforzo, un atto della volontà che risponda alla domanda che Gesù ci pone continuamente: “Vuoi guarire?”. Solo chi ha consapevolezza del proprio disagio, della propria malattia, ha necessità di guarigione perché, al contrario, chi ritiene di essere sano, non abbisogna di nulla. Ecco perché il Signore visita i nostri cuori e scende nel profondo senza farci male perché il suo “bisturi” è affilato con lo Spirito Santo. Lui, che conosciamo attraverso il nutrimento dell’eucaristia, ci rende noto chi veramente siamo e se ci lasciamo scrutare, noi stessi chiederemo a Lui cosa vogliamo diventare. Il Signore entra nella nostra vita così come ci trova ma vuole trasformarci come vuole Lui. Che bello aderire al suo progetto! Dunque, Signore nostro, vogliamo scrutare i nostri cuori, personalmente e come coppia, perché conoscendo quel piccolo “buco nero”, del nostro peccato più profondo, possiamo chiederti la grazia di un cambiamento radicale affinché la nostra gioia cresca e sia piena. Dov’è Gesù nostro il tuo ambulatorio? Dai a noi l’indirizzo preciso così che possiamo fissar l’appuntamento per il trapianto cardiaco, dal cuore di pietra al cuore di carne! E il cuore si tinge di rosso, di un rosso vivo e pulsante. Ecco tre piccoli pacchi dono, con la carta oro, azzurra e rossa. Forse se li scartiamo tutti e tre possiamo giungere al per-dono, perché un regalo non può che suscitare amore, alimentando, sempre più, il desiderio che al male occorre rispondere solo con il bene e più doni saranno reciprocamente elargiti tanto più i perdoni sgorgheranno in altrettanti pacchi!

Cristina Righi

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Il nostro matrimonio è una natività

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

Antonio e Luisa

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Tutti buoni a Natale…tranne noi.

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”.

“Din Don Dan suonan le campan”…tra qualche giorno sarà Natale.

Quanta bontà vediamo in giro…lo zucchero a velo imbianca le labbra dei Media e dei Centri Commerciali. Tutti buoni quest’anno tranne io e mia moglie.

Abbiamo ancora poche ore per allinearci, per sintonizzarci sul canale Bontà.

Allora dobbiamo darci da fare, ma non sappiamo da dove cominciare. Io inizierei col mangiare panettoni, ma forse serve a poco.

Mia moglie mi dice: “Passami il miele, è li sulla credenza! Dai sbrigati, ne mangeremo un po’ e poi sorrideremo un po’ a tutti…un po’ a casaccio!”

“Amore mio! Altro che miele, scendiamo in farmacia a comprare una boccetta di sciroppo di glucosio” le urlo io entusiasta della mia idea. 

Allora corriamo e facciamo il nostro acquisto provando ad abbozzare un sorriso o almeno un briciolo di cortesia, ma ecco che la dottoressa col rossetto rosso, che si intona con il vestito di Babbo Natale che saluta e balla sul registratore di cassa, ci sorride e ci dice: “Buon Natale!”

…Ahimè, devo constatare che anche una farmacista e il suo babbo Natale cinese sono più dolci di me e mia moglie. Che rabbia!!!

Cosa non sta funzionando quest’anno?

Torniamo a casa e andiamo a controllare in soggiorno: le luci sull’albero funzionano e creano la loro magia…forse il problema è nella loro intermittenza!

Anche io, a pensarci, ieri ero più buono, oggi no. Domani chissà. Se mi staccassero la spina starei meglio senza la mia intermittenza sentimentale. O forse no. Sarei solo più triste senza neanche sperare che l’intermittenza della luce alternata mi porterà ancora a splendere.

Ci buttiamo sul divano: in lontananza sentiamo l’eco di uno zampognaro hi-tech che suona Tu scendi dalle stelle con un remix degno di Gigi d’Agostino. A quel punto ci mettiamo a piangere. Questo è troppo. E ci addormentiamo stanchi, tristi e arrabbiati sul divano in soggiorno.

Durante la notte mi sveglio per la sete (lo sciroppo di glucosio mi ha dato solo tanta sete) e butto un occhio sul presepe che, molto più piccolo del nostro mega albero, sta lì in un angolino a farsi i fatti suoi.

Le statuine di san Giuseppe e di Maria sono una rivolta verso l’altro.

Le lucine intorno creano smorfie intermittenti sui loro volti di gesso. Non mi sembrano buoni, né dolci…ma preoccupati. In quell’angolo del soggiorno fa più freddo perché quella parete è esposta a nord, e lì il muschio non è una casualità o un addobbo natalizio.

Mi avvicino per cercare di capire le loro preoccupazioni attratto dal fatto che, come me, le statuine non sprizzano sorrisi.

Prendo in mano san Giuseppe e gli racconto un due parole cosa ci sta accadendo e gli chiedo se sappia dirmi qualcosa sulla nostra angoscia natalizia e lui mi risponde:

“Amico mio, la bontà è atteggiamento da desiderare…un dono da chiedere all’ Altissimo. Essere buoni non è tanto sorridere, ma trasformare il male in bene. Vedi, ad esempio, tu hai fatto il presepe sulla parete più fredda della tua casa. Questo per me e mia moglie ora è un problema poiché a breve avremo un bambino da accudire e scaldare. Non possiamo sorridere molto in questo momento di preoccupazione, ma vogliamo essere buoni e perdonarti perché anche se ci hai messi al freddo, noi preghiamo per te e chiediamo per te il bene.”

Ascoltate queste parole comprendo meglio il senso del Natale…e dopo aver spostato su un’altra parete il piccolo presepe e messo vicino loro una stufetta mi faccio il segno della croce e chiedo a Gesù Bambino che è ancora nascosto nel cassetto sotto al presepe:

“Dolcissimo Gesù, per quest’anno ti chiedo di farmi una grazia…ti chiedo la grazia di essere buono…come Te. Anche quando il mio cuore si agita perché qualcuno mi tiene al buio e al freddo nel suo cuore, ricordami che Tu sei il Bene che scalda la mia vita.

Ti chiedo il dono di Te stesso! Si Gesù! Donami Te stesso! Amen!”.

Dopo aver fatto la mia preghierina torno a dormire e un piccolo sorriso mi spunta sulle labbra perché mi sono ricordato che Gesù mi ama ed è questo che rende buono il mio cuore.

Buon(o) Natale a tutti!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Avvento: una corona in famiglia

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

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La casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica. No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è la mangiatoia dove è posto Gesù

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

 

Buon Natale!

Condivido l’articolo di Avvenire con il quale la giornalista Benedetta Verrini intervista Luisa e anche Maria Marzolla (anche lei scrive su questo blog) e presenta i nostri rispettivi libri. Buon Natale a tutti.

Scrive Gianfranco Ravasi, citando un proverbio berbero, che il corpo di una madre in attesa «è come una tenda nel deserto quando soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Non c’è nulla di più miracoloso, potente e allo stesso tempo tenero e struggente del diventare madri, e il mistero della Nascita che si celebra il 25 dicembre attraversa ogni donna. «La maternità è ricchezza, è la fecondità dell’amore. È il più bel viaggio che si possa intraprendere, ma anche il più impervio», scrive Maria Marzolla, autrice di Due occhi in più, un libro che racconta l’attesa di un figlio ma anche la nascita di due genitori. «Il bambino comincia la sua strada fin dal primo istante, insegnandoti che niente è come ti aspetti » spiega. «Alla mia prima gravidanza sono rimasta costretta a letto. Mi sono chiesta subito cosa c’era di positivo in quello stop: avevo fatto programmi, avevo scadenze, mi immaginavo con i miei nuovi premaman in un turbine di attività. Niente di tutto questo: quella lunga pausa forzata ha cambiato la mia prospettiva, mi ha fatto vivere l’attesa interiormente. In fondo ero già in viaggio, ma ferma in una piazzola di sosta: a molti questi sembrano luoghi anonimi, invece sono straordinari affacci sul mondo».

Passo dopo passo, Maria Marzolla quel percorso lo racconta tutto, e sono parole universali, dalla scoperta dell’attesa fino alla corsia dell’ospedale, quando «in adorazione davanti alla vostra creatura ci si sente come Magi, la vita ora è manifestata, il cammino iniziato nove mesi prima ha raggiunto il primo grande traguardo, ma in realtà è solo una tappa dalla quale si riparte per intraprendere un nuovo cammino di vita».

E subito si viene sfidati dall’immagine idealizzata, sempre performante, quasi sovrumana che la società contemporanea detta alla donna, alla famiglia, ai bambini. La maternità diviene a volte quasi uno storytelling, dove tutto appare perfetto, dove non si possono ammettere fatiche, sofferenze, prove, difetti. «Bisogna imparare a non nascondere le parti più difficili», riflette Marzolla. «Noi donne tendiamo a voler fare tutto, a volte siamo tentate di estromettere gli uomini dall’accudimento dei figli, ma noi non siamo infallibili. La vita vissuta smonta ogni pezzo delle tue certezze, e da lì allora si parte a ricostruire». «Se le cose vanno in un certo modo, è perché Qualcuno, con la Q maiuscola, ha deciso che puoi affrontarlo», dice Annalisa Sereni, che con Semplicemente una mamma ci ha permesso di conoscere la sua famiglia e di ascoltare la storia di Lui, settimo figlio, nato con un cromosoma in più. «Della sindrome di Down si parla poco e anche a sproposito », spiega. «Con questo libro ho voluto dare una testimonianza e spiegare che la sindrome non determina la persona: abbiamo sempre paura di ciò che non conosciamo, ma io oggi posso dire che la mia famiglia è una meravigliosa città in cui ci si protegge a vicenda, e non è assolutamente detto che il più debole sia quello con la sindrome di Down». Ogni donna è fatta per accogliere, riflette Annalisa, che si è raccontata ancora in un secondo libro, Le mie ricette e altri guai (San Paolo), fotografando con amore e ironia la fatica e la gioia di avere una famiglia così numerosa (a cui si è aggiunto un ottavo figlio, accolto in adozione). «Sin da piccola ho sognato di avere tanti figli: immaginavo i loro nomi. Non erano mai meno di dieci», scrive, e sfatando tutti i luoghi comuni che oggi si sovrappongono alle donne che scelgono di avere una famiglia numerosa («ti piacciono i bambini? », «sei ricca e puoi permetterteli?», «sei cattolica?»), parla invece di curiosità. «Se chiedo a Dio di mandarmi un altro figlio, questa volta, chi mi manderà?», scrive. «Avere tanti figli è un desiderio che nasce da dentro: all’inizio ha la luce di un cerino, un piccolo pensiero tremulo e delicato. Poi di- venta una candelina, un fuocherello che pian piano si alimenta. Alla fine è un incendio che tutto avvolge con fiamme alte e bellissime. È il desiderio di una nuova vita».

Luisa De Rosa, che con il marito Antonio è autrice de L’ecologia dell’amore, racconta dei suoi ragazzi «che hanno segnato un “prima” e un “dopo” nelle nostre vite. Ora che stanno crescendo, nella sfida di educarli ci mettiamo anche il desiderio profondo che riescano a vedere quanto i loro genitori si vogliono bene, e ci auguriamo che questo li nutra come persone», spiega. Non a caso il libro, che nasce dall’apostolato di padre Raimondo Bardelli, mette a fuoco l’amore di coppia come «naturale, ecologico», intendendo un amore che è donarsi e accogliersi tra due persone, in un’unione

profonda che coinvolge cuore e corpo. Citando Amoris laetitia, in cui papa Francesco ricorda come il mutuo consenso e l’unione dei corpi siano «gli strumenti dell’azione divina» che rende gli sposi una sola carne, il libro dei De Rosa ricorda che vivere bene il matrimonio «significa offrire un culto gradito a Dio, significa rendere visibile il suo amore. Vivere bene il matrimonio è la prima cosa che Dio ci chiede e si aspetta da noi». Un amore generoso, fedele, unico, indissolubile. «È attraverso la coppia che nascono i figli, e attraverso la coppia si crescono e si educano: noi mamme oggi siamo trascinate da ogni lato, è difficile tenere insieme lavoro, casa, educazione dei ragazzi che crescono e diventano sempre più sfidanti. Ma i padri sono sempre più presenti, e l’amore della coppia “lavora” anche per questo intenso compito educativo».

Nella contemplazione del presepe, nel pensiero di quel Figlio che è arrivato a cambiare il destino dell’uomo, ogni madre riflette sulla propria esperienza. «I figli ti dettano una nuova scansione del tempo, ristrutturano le priorità, insegnano a noi madri che se li abbiamo messi al mondo con il corpo, il padre che ci è accanto li ha messi al mondo con il cuore – conclude Maria Marzolla – e un Padre più grande è stato l’artefice di tutto questo, come dice il Salmo 139: Dio ha “tessuto” e “impastato” la creatura umana nel grembo della madre, e la conosce già, e nel suo libro “erano tutti scritti i giorni, già formati prima che ne esistesse uno solo”».

Il link alla pagina di giornale

Aspettiamo il Natale

Quando ero piccola la mia festa preferita era il natale. Adoravo il calore e il senso di famiglia che si respirava nell’aria. La preparazione dell’albero tutti insieme, la letterina a babbo natale per esprimere i nostri desideri, le cene e i pranzi di famiglia tutti insieme, nonostante la fatica delle relazioni. Il freddo fuori e il caldo dentro.

 

Solo oggi, a pensarci mi rendo conto che nel mio cuore di bambina non desideravo soltanto una quantità enorme di giocattoli. La verità è che coltivavo segretamente la speranza profonda che qualcosa nella mia vita potesse cambiare, ma cosa non ne avevo idea. Ero solo una bambina. Oggi sono una donna adulta, ma quella bambina desiderosa è ancora dentro di me e mi chiede di stare in attesa di qualcosa di nuovo e di sorprendente che possa trasformare la vita, aspetto uno di quei regali prezioso come un diamante. Aspetto l’AMORE di un Dio che ci tiene così tanto a me da prendere vita nella mia storia, nello spazio delle mie miserie e dell’indigenza, con la forza e la dolcezza di un neonato. Aspetto un AMORE che visiti le mie “periferie”, la dove mi sento abbandonata e scartata, là dove odio e rancore mi abitano. Aspetto te Gesù, che non disprezzi le mie ombre, ma sei pronto a prenderti cura della mia solitudine, a benedire tutti i fatti della mia vita. Aspetto un AMORE che scriva dritto sulle righe storte. Voglio te Gesù vicino a me. So bene che non risolvi i problemi come vorrei io, e allora fammi sentire amata e benedetta, perché non c’è fatica che io non possa tenere se mi sento voluta bene. Non voglio che ti sostituisci a me, anche se a volte mi farebbe davvero comodo, ma donami la gioia della tua presenza. Ogni volta che viene il natale, ogni volta che quel bambino viene svelato, mi ricordo che posso togliere le mie maschere e svelare il vero volto che c’è in me, di vedere ed esprimere chi sono davvero e vivere da AMATA. Voglio farti spazio Gesù perché tu possa portare pace nella mia storia, pace nel mio cuore e nella mia affettività, pace nelle mie relazioni. Oggi vieni per me e io ti accolgo Signore. Possa anche tu custodire il desiderio e l’attesa di questo AMORE TUTTO PER TE che oggi ti viene donato.

Claudia e Roberto

L’articolo originale sul blog Amati per amare

Aspettiamo la tua salvezza Signore Gesù

Quanto vorremmo che il signore ci togliesse ogni problema, quanto vorremmo che ci sollevasse da ogni sofferenza. Pensiamo che la salvezza della vita nostra passi dalla risoluzione di ogni mancanza e dal cambiamento di ogni cosa spiacevole.

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Quanto vorresti che tuo marito si trasformasse, che la facesse finita coi suoi egoismi o mutismi, che per una volta si sintonizzasse coi tuoi bisogni emotivi. Quanto vorresti che tua moglie la smettesse con i suoi isterismi, con i miliardi di cose da fare che si trova per non fare l’amore con te. Quanto vorresti che i tuoi figli fossero diversi, senza quei difetti li, senza quei problemi che tanto ti snervano, ti toccano, ti destabilizzano o ti irrigidiscono. Perché diciamocelo questa vita terrena sembra sempre troppo piena di prove e difficoltà più grandi di noi, e tu non ti senti all’altezza di tutte quelle sofferenze che spesso sembrano schiacciarti. Ma in questo tempo prezioso di Avvento che la Chiesa ci ha donato, noi cristiani attendiamo la venuta del Signore, aspettiamo la salvezza per la nostra vita, per la nostra esistenza, per il nostro cuore. Ma che significa concretamente per la nostra storia? E come possiamo cogliere e godere di questa splendida opportunità che è l’Avvento, per sentirci visitati, toccati, salvati. Il primo passaggio è quello di poter contemplare un pensiero: e se quello che ti sta capitando nella tua vita adesso e che ti fa soffrire fosse una benedizione? E se quello che tu vivi come una condanna, come un flagello fosse un’opportunità per qualcosa di più bello e più grande. E se quello che tu vivi come maledizione fosse la benedizione più grande della tua vita. Quel problema di tuo figlio, quella malattia, quel difetto di tua moglie, quel peccato di tuo marito. Da quando mi sono innamorata di Gesù, ho scoperto e toccato con mano che non c’è una cosa storta della mia vita che Lui, a tempo debito, non abbia trasformato in Grazia, in gioia piena, in un regalo bellissimo per me e la mia vita. Questa trasformazione non ha sempre coinciso con la risoluzione della difficoltà, ma piuttosto un miracolo nel mio cuore che cambiava, il mio sguardo sul problema mutava. Scoprire che nella mia debolezza che quel problema creava, il Signore manifestava pienamente la sua potenza e la sua forza facendomi sentire così voluta bene e amata da rendere forte anche me, attraverso tutte le persone che mi volevano bene e mi stavano vicino. Questo mondo nega il dolore e la sofferenza, vedendole come qualcosa da cui scappare e fuggire. Gesù nasce da una donna della periferia, Maria, in una stalla e in mezzo ai pastori, nello scarto di una notte troppo piena per poterlo accogliere. Non c’è posto per Lui. Ma Gesù viene lo stesso, a suo tempo, da chi e per chi è disposto ad incontrarlo perché non ha nulla. È quando sei debole e fragile che sei pronto a farGli spazio nella tua vita. Attendiamo un miracolo nel nostro cuore Signore. L’occasione del tuo miracolo è tua moglie, il tuo miracolo è tuo marito, se vedi il tuo compagno di vita e le sue mancanze come l’opportunità di diventare pienamente donna e uomo liberi. Liberi di amare nel nome di Colui il quale ti ha amato per prima, dando ogni cosa per te. Possa tu scoprire in questo tempo di Avvento, settimana dopo settimana, che la speranza non si affievolirà mai, che il tuo cuore può riposare solo in Lui, e la tua sente di amore la può placare solo Gesù. Le tue ferite le può trasformare solo lo Spirito Santo. La tua vita è benedetta qui ed ora qualunque prova o difficoltà tu stia affrontando, perché da quando è nato Gesù non sei più solo. Io non sono più sola. Lui è con me tutti i giorni della mia vita e io sarò l’Amata per sempre.

Claudia e Roberto

Articolo originale sul loro blog Amati per amare

La corona d’Avvento degli sposi

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

L’Avvento ricostituente per la famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

Rifulse nei nostri cuori

Sono seduta sul divano e ammiro le luci del Natale. Emozionati, per la prima volta quest’anno siamo tornati a casa pieni di buste e ci siamo messi insieme ad abbellire la nostra casetta. Due cuori, un bilocale, candele e tante luci. Una volta sola in casa mi sono guardata intorno, più vicino a me ho osservato l’albero, il presepe e le lucine che illuminano i mobili e le fotografie, poi ho rivolto lo sguardo fuori e ho visto l’alberello sul balcone, anche lui in festa, e tutto il quartiere, le case di vicini che non conosco, tutte illuminate. Sembra proprio che il Natale sia la festa della luce, anche se ho visto tanti volti spenti in giro per i negozi, ansiosi di comprare i regali e scocciati di dover rispettare la fila in cassa. Sarà che quest’anno vivremo il nostro primo Natale insieme e quindi sono felice anche solo di comprare una pallina e fare una fila chilometrica in cassa, ma poi mi chiedo, perchè illuminiamo tutto se poi dentro siamo spenti? Sembra l’incipit della classica morale pre-natalizia, che noia, penserete. Ma, ragionandoci bene, mi dico che no, non si tratta di semplice morale, ma, ancora un volta di osservazione della realtà, senza giudizio. Vorrei essere solo un piccolo specchio della vita che mi sta intorno e scrivere qualcosa che possa aiutarmi ad assaporare, più che a comprendere, il senso di quello che faccio. Sicuramente bisogna tener conto del consumismo, dello sfarzo, dell’apparenza, ma credo che possiamo andare oltre e ritornare alla domanda, perchè illumiamo tutto? 
Perchè in mezzo alla quotidianità, alle tragedie, alle violenze, ai litigi, all’odio, al rancore, all’indecisione abbiamo bisogno di luce. Abbiamo bisogno di una luce prorompente che illumini i nostri passi. Chi è miope come me lo può capire molto bene, quando la sera è buio puoi anche mettere gli occhiali, ma l’indecisione caratterizzerà sempre il tuo passo. L’unica cosa che potrà aiutarci davvero sarà un bel fanale o la torcia dello smartphone, a quel punto possiamo procedere oltre quello scalino con un po’ di sicurezza in più. Diciamo allora che quando è tanto buio non bastano gli occhiali. Quando non capisco dove andare, quale università scegliere, quando mi chiedo se quel ragazzo è la persona giusta per me, se è meglio perdonare quel torto, se decidere di cambiare città o meno, se continuare ad amare nonostante tutto, se compromettermi, se mettermi in gioco, se buttarmi… ho bisogno di una luce in più. Le tenebre della vita sono tante, ogni giorno mi informo sul mondo e vedo tanta tenebra. A volte, senza andare troppo lontano, proprio nel nostro cuore regnano le tenebre, nel nostro sguardo non si intravede nessuna luce. Se guardiamo negli occhi i nostri fratelli più piccoli, i nostri nipoti, i bambini che incontriamo a fare spesa o quelli che accudiamo, è presente quella luce prorompente. “Il Natale è fatto per i bambini”, questa la frase che si sente molto spesso sotto le feste, ed è senz’altro vero. Probabilmente la magia del Natale, dell’attesa, della sorpresa è propria dei bambini. Ma non credo che sia riservata solo a loro, no. E qui viene il bello. Viviamo come se qualcuno avesse spento la nostra luce interiore, quella che era lì quando eravamo piccoli, era bella lucente, o “luccicante” come direbbe la mia sorellina. Credo che Dio ce l’abbia regalata di default alla nascita. Che fine ha fatto?
La verità è che il tempo che precede il Natale ci mette in crisi per questa domanda qui. Perchè viviamo senza aspettare nulla. Non ci aspettiamo più nulla dalla vita, da quella persona che è sempre la stessa e da noi che siamo così impauriti e rigidi ai cambiamenti della nostra storia personale e universale. Peccato però che se non ci aspettiamo più nulla, non viviamo più. Se non ci aspettiamo più nulla dalla persona che è diventata nostro marito/moglie, non viviamo più quella relazione. La rottura delle relazioni non è sempre da ricercare in tradimenti o grossi errori, a volte basta pensare che lei/lui non cambieranno mai per far morire quella relazione. Se non ci aspettiamo più nulla dalla vita, vuol dire che abbiamo perso la voglia di vedere che cosa c’è dietro il prossimo angolo, perchè abbiamo paura e preferiamo rimanere bloccati nelle tenebre del presente, che tutto sommato sappiamo come funzionano e ci possiamo mettere comodi. Già, ci mettiamo comodi sul nostro presente e pensiamo di avere così in mano il futuro, dal quale però non ci aspettiamo nulla. Che futuro è? E come viviamo il nostro presente? E, visto che credo nel valore delle parole e spesso il loro significato profondo risiede nell’etimologia, apro il vocabolario e scopro che aspettare proviene dal latino “aspectare”, “guardare”, “stare rivolto verso qualche parte”. Torna sempre tutto. Infatti non guardiamo più nulla e non stiamo rivolti verso nessuna parte. Il verbo “aspettare” non rientra nelle nostre azioni quotidiane (poi un giorno cercherò di capire anche perchè i vecchietti che dovrebbero godersi la pensione non riescono a rispettare le file in cassa, ma questo è un altro discorso). Abbiamo lo sguardo ad altezza tangenziale, computer, cellulare. Non pretendiamo di alzarlo leggermente più in su e non ci concediamo il piacere di rivolgerlo verso gli occhi di chi abbiamo accanto. 
Il mio invito per questo Avvento, per quest’attesa che ci porterà al Natale, è di vivere il più possibile l’esperienza dell’attesa quotidiana. Sicuramente l’attesa più importante per un cristiano sarà quella della venuta di Cristo, sarà la Vita Eterna, ma ricordiamoci che il valore di questa vita è inestimabile e unico. Oggi ti aspetto a casa e provo a ritrovare nei tuoi occhi la luce del giorno del matrimonio, proviamoci tutti. Oggi cerco nella stanchezza del tuo sguardo quella luce di bambino. Oggi benedico l’attesa in cassa perchè mi dà l’occasione di osservare ciò che ho accanto e magari in un sorriso o in un volto triste posso assaporare la vita. Oggi cerco di aspettarmi di più da me, cerco di impegnarmi ad amare oltre ogni misura me stessa, gli altri e la mia vita, perchè la misura dell’Amore è amare senza misura (Sant’Agostino sempre sul pezzo). Oggi provo ad aspettarmi quello che gli altri sanno darmi, senza pretendere nulla: questo è il segreto della relazione, aspettare e accogliere ciò che gli altri sono, non ciò che gli altri sanno. Oggi cerco di aspettarmi qualcosa di nuovo da questa vita, che fosse anche solo riscoprire la gioia di svegliarmi e saper abbracciare chi ho accanto (che non è poco, chiediamoci l’ultima volta che l’abbiamo fatto con sincerità). Oggi aspetto che questa luce rifulga nel mio cuore e non solo nel mio salotto, perchè possa illuminare i miei passi e forse anche quelli di qualcun altro.

«E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Federica Di Vito

Articolo originale

Famiglia di Nazaret: un esempio che illumina.

Oggi è Natale e riposo. Non vi lascio però a bocca asciutta. Vi riporto i punti 65 e 66 di Amoris Laetitia dove Papa Francesco ci dona una bella associazione tra la famiglia di Nazaret e tutte le famiglie cristiane. La santa famiglia ad esempio per tutte le altre.

65. L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, a Nazaret, commuove con la sua novità la storia del mondo. Abbiamo bisogno di immergerci nel mistero della nascita di Gesù, nel sì di Maria all’annuncio dell’angelo, quando venne concepita la Parola nel suo seno; anche nel sì di Giuseppe, che ha dato il nome a Gesù e si fece carico di Maria; nella festa dei pastori al presepe; nell’adorazione dei Magi; nella fuga in Egitto, in cui Gesù partecipa al dolore del suo popolo esiliato, perseguitato e umiliato; nella religiosa attesa di Zaccaria e nella gioia che accompagna la nascita di Giovanni Battista; nella promessa compiuta per Simeone e Anna nel tempio; nell’ammirazione dei dottori della legge mentre ascoltano la saggezza di Gesù adolescente. E quindi penetrare nei trenta lunghi anni nei quali Gesù si guadagnò il pane lavorando con le sue mani, sussurrando le orazioni e la tradizione credente del suo popolo ed educandosi nella fede dei suoi padri, fino a farla fruttificare nel mistero del Regno. Questo è il mistero del Natale e il segreto di Nazaret, pieno di profumo di famiglia! E’ il mistero che tanto ha affascinato Francesco di Assisi, Teresa di Gesù Bambino e Charles de Foucauld, e al quale si dissetano anche le famiglie cristiane per rinnovare la loro speranza e la loro gioia.

66. «L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo. “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi che cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale” (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964)».

Della famiglia di Nazaret mi hanno colpito sempre due atteggiamenti in particolare. L’umiltà di Maria e il suo abbandono fiducioso al suo Dio e al suo sposo e Giuseppe che ha accolto Maria con la sua grande missione, dando tutto per lei. Dando tutto grazie alla fede in Dio e all’amore per la sua sposa, amore che lo induce a crederle contro ogni evidenza umana.  Proteggendola con tenera e dolce fermezza e determinazione. Due atteggiamenti che oggi potrebbero sembrare anacronistici in un mondo che vuole tutto uguale, cancellando il maschile e il femminile. Nella mia famiglia fortunatamente questi ruoli non sono stati cancellati anzi sono una ricchezza e una grazia per entrambi e per i nostri figli.

Antonio e Luisa

 

Davide o Maria?

Prendo le letture di domenica quarta d’Avvento per esprimere i miei auguri di Natale e rilanciare una provocazione che spero possa farvi riflettere come ha fatto pensare me.

Dalla prima lettura:

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno,
disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda».
Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te».
Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan:
«Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?
Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo;
sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra.

Dal Vangelo:

Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Cosa si può comprendere da queste due letture? L’atteggiamento, l’attenzione. l’abbandono. Re Davide si accorge che Dio è in una tenda solo dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici. Lui viveva in un palazzo di cedro.  Il cedro ha una significato molto importante nella Bibbia. Indica la forza e la protezione di Dio. In questo caso acquista però un simbolismo negativo. La bellezza e potenza del cedro indicano pure l’orgoglio che queste qualità nell’esercizio del potere possono generare, trasformandosi in arroganza.

Davide che si accorge di Dio solo dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi. Dopo aver fatto tutte le altre cose di questo mondo ritenute tutte più importanti. Solo alla fine quando non gli resta altro riesce a spostare lo sguardo da sè al suo Dio e si accorge di quanto lo abbia trascurato. Cerca di rimediare. Vuole costruire una casa degna per Dio. Dio, attraverso il profeta Natan, rifiuta. Non è così che si fa. Povero illuso Davide, pensa di aver fatto tutto da solo. Non si rende conto che Dio gli era accanto in ogni risultato raggiunto. Non ha bisogno Dio della nuova casa che il re vuole costruire, ma piuttosto è Davide che ha bisogno di Dio.

Nel nostro matrimonio siamo un po’ così anche noi. Forse andiamo a Messa, diciamo qualche preghiera, ma Dio è davvero una priorità per noi. Agiamo secondo Dio? Pensiamo secondo Dio? I nostri si e i nostri no sono secondo Dio? Oppure Dio è relegato nei nostri riti, lì nel Tabernacolo, ma non è guida nella vita di tutti i giorni?

Dio vuole una nuova casa, la vuole in noi. Vuole essere accolto ed abitare la nostra unione, non come ospite sopportato, ma come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Arriviamo così alla riga di Vangelo che ho riportato.

L’esempio per noi è Maria. Maria che aveva altri progetti, che stava aspettando di vivere con il suo sposo Giuseppe. Maria non pensa secondo il suo modo. Maria accoglie le parole dell’angelo e si affida completamente alla volontà di Dio, perchè sa che il suo Dio non la tradirà mai. Maria sapeva che con il suo sì tutto si sarebbe enormemente complicato. Nessuno le avrebbe creduto, sarebbe stata giudicata come una prostituta, una poco di buono. Avrebbe facilmente perso tutto, avrebbe perso il suo sposo e forse anche la vita. Maria rischiava la lapidazione e lo sapeva. Ma ecco, da una ragazzina tanto piccola e all’apparenza fragile ecco risuonare forte e deciso il suo Eccomi!

Il nostro augurio a tutti voi e anche a noi stessi è di sconfiggere il Davide che si nasconde nella nostra fede e accogliere il bambino nella nostra vita come Maria.

Per rafforzare quanto scritto, voglio concludere con un passaggio, tratto dalla seconda predica d’Avvento, che alcuni giorni fa Padre Raniero Cantalamessa ha donato al Papa e alla Curia romana.

Qualcosa di analogo avviene quando uno che ha pronunciato infinite volte il nome di Gesú, che conosce quasi tutto su di lui, che ha celebrato innumerevoli Messe, un giorno scopre che Gesú non è solo una memoria del passato, per quanto liturgica e sacramentale, non è un insieme di dottrine, di dogmi, un oggetto di studio; non è , in somma, un personaggio, ma una persona vivente ed esistente, anche se invisibile agli occhi del corpo. Ecco, Cristo è nato in lui; è avvenuto un salto di qualità nel suo rapporto con Cristo.
È quello che hanno sperimentato i grandi convertiti, nel momento in cui, per un incontro, una parola, una illuminazione dall’alto, improvvisamente si è accesa in loro una grande luce, ne hanno avuto, anche loro, “il fiato mozzo” e hanno esclamato: “ Ma allora Dio c’è! È tutto vero!”
Successe, per esempio, a Paul Claudel che il giorno di Natale del 1886 entrò per curiosità nella cattedrale di Notre Dame a Parigi e, ascoltando il canto del Magnificat, ebbe “il sentimento lacerante dell’eterna infanzia di Dio” ed esclamò: “Sì, è vero, è proprio vero! Dio esiste. È qui. È qualcuno, è un essere personale come me! Mi ama, mi chiama”. In quell’istante, scrisse più tardi, “ sentii entrare in me tutta la fede della Chiesa” .
Facciamo però un passo avanti. Cristo, abbiamo visto, non è solo il centro, o il baricentro, della storia umana, colui che, con la sua venuta, crea un prima e un dopo nel scorrere del tempo; è anche colui che riempie ogni istante di questo tempo; è “la pienezza”, il Pleroma (Col 1,19), anche nel senso attivo che riempie di sé la storia della salvezza: dapprima come figura, poi come evento e infine come sacramento.
Cosa significa tutto ciò, trasportato sul piano personale? Significa che Cristo deve riempire anche il mio tempo. “Riempire di Gesú più istanti possibili della propria vita”: non è un programma impossibile. Non si tratta infatti di stare tutto il tempo a pensare a Gesú, ma di “accorgersi” della sua presenza, abbandonarsi alla sua volontà, di dirgli velocemente “Ti amo!”, ogni volta che abbiamo l’occasione (meglio l’ispirazione!) di rientrare in noi stessi.

Buon Natale a tutti. Che possa il bambinello nascere nel cuore di ognuno di noi, magari per la prima volta. Esiste un prima e un dopo Cristo nella storia del mondo. Ne esiste uno anche nella vita personale di ogni persona. Noi siamo nel nostro tempo prima o dopo Cristo?

Antonio e Luisa

 

 

Dio si è fatto bambino per essere amato in una famiglia.

Diciamo la verità: Dio bambino è uno scandalo. E’ uno scandalo per ebrei, musulmani e ogni altra religione. Molto più facile immaginare modi straordinari per la nascita di un dio. Come Afrodite che nacque dalla spuma delle onde fecondate dai genitali di Urano che Crono aveva gettato in mare. Dio, il nostro Dio, no. Il nostro Dio si è incarnato. Dio, un bambino, un neonato, in una famiglia. Una famiglia, uno sposo e una sposa che hanno detto il loro si, hanno deciso di donarsi l’uno all’altra. Nella verginità a differenza di noi. Noi abbiamo bisogno di essere uno anche nel corpo per sperimentare l’amore di Dio ed essere fecondi. Loro no, Dio l’avevano già presente nella carne di quel bambino che ha scelto il loro amore sponsale come culla per crescere. Non importa se Gesù vide la luce in una mangiatoia, un luogo misero buio e freddo. Gesù trovo l’amore di un uomo e una donna che si amavano teneramente e nella verità, nel dono e nell’attenzione dell’uno verso l’altra, nella dolcezza e nella protezione. Gesù è nato bambino, si è formato da un ovulo di Maria fecondato misteriosamente e miracolosamente dallo Spirito Santo. Da quell’embrione, nel ventre di Maria, si è formato un bambino. Che miracolo e che bello. Dio bambino, Dio figlio di sua figlia. Gesù non è nato povero, Gesù era forse povero materialmente ma aveva già tanto, un papà e una mamma che si amavano e lo amavano. Gesù vuole abitare nella famiglia. Dio si è fatto bambino per essere amato. La famiglia è la più grande espressione della comunione e dell’amore. Ricordiamocelo. Dio non ci chiede un amore perfetto come quello divino, non ci chiede di salire a lui con le nostre forze. No, lui ci chiede semplicemente di amarci con ciò che siamo e allora sarà lui a scendere, ad abbassarsi. Dio si commuove del nostro amore e della nostra tenerezza reciproca perchè conosce che ci costa fatica, conosce le nostre imperfezioni, mancanze, peccati e nonostante ciò ci fidiamo di Lui e di noi, e perseverando continuiamo ad amarci e perdonarci e più ci perdoniamo e più ci amiamo, e più ci amiamo e più sarà facile perdonarci. Lui vuole il nostro impegno per farci felici insieme e allora lui scenderà sulla terra per entrare nella nostra relazione e lui, e non noi, compirà miracoli e farà di noi una luce nel mondo e per il mondo, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno.

Antonio e Luisa.