Dare la vita

Cari sposi, in questi giorni pasquali stiamo rivisitando a poco a poco il lungo discorso di addio di Gesù nell’Ultima cena. Ma ora, dal punto di vista della Risurrezione, ha tutt’altro sapore! Più che un “addio” è un vero e proprio “arrivederci”.

E per noi c’è un significato analogo. Difatti, la meraviglia della Pasqua è appunto che il dono di grazia ricevuto nel Battesimo è sempreverde, la nostra vita è definitivamente innestata in Cristo e non c’è inversione a U perché Gesù ci è fedele per sempre nonostante i nostri peccati.

Tutta la Liturgia ci parla oggi di amore! A tale riguardo, in questi giorni riecheggia un anniversario importante, il famoso “maggio francese” del 1968 che ebbe ripercussioni ovunque, al punto da segnare uno spartiacque culturale, le cui conseguenze pesano tuttora sul nostro modo di pensare ed agire, in particolar modo su tutto ciò che riguarda l’amore e la sessualità.

Ancora oggi ronzano in giro certi vecchi slogan: “l’utero è mio… maschio represso… vietato vietare..”. All’epoca, un giovane sacerdote tedesco respirò a fondo quel clima perché era docente universitario e dovette confrontarsi in presa diretta con chi rivendicava un amore finalmente libero da ogni vincolo e norma. Un certo Joseph Aloisius Ratzinger.

Dopo decenni di riflessione e alla luce delle derive di quel tipo di “amore”, il brillante teologo di Ratisbona scrisse al riguardo:

Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas est, 2). 

L’amore nuziale primeggia quindi tra i veri tipo di amore che l’essere umano può mettere in atto. Come mai? Per quale motivo? Gesù nel Vangelo ci apre una pista: dare la vita. La nuzialità è l’unica forma di amore in cui si mette al centro il dono totale di sé e così esso diventa generativo e fecondo. L’amore tra i coniugi è totalizzante nello spazio (nel corpo) e nel tempo (per tutta la vita) ed ha perciò la capacità di procreare un nuovo essere umano. Ogni scorciatoia porta a svilimenti della persona e a pericolosi errori antropologici.

In forza del sacramento del matrimonio, voi sposi avete messo Cristo nel vostro amore di coppia. Colui che incessantemente ci ha dato la vita, dal Cenacolo fino al Calvario, partecipa in continuazione nella relazione nuziale e cerca di modellare ogni giorno il vostro rapporto a sua immagine.

Cari sposi, in questo tempo pasquale tutti siamo chiamati a risorgere con Cristo, a lasciarci trasformare dalla vita nuova di Gesù. Anche voi sposi permettete al Risorto di plasmare i vostri cuori affinché siate sempre disposti a darvi mutuamente vita, a vivere in atteggiamento offerente e donante.

ANTONIO E LUISA

Dare la vita – scrive padre Luca – è totalizzante nel corpo e nel tempo. Con il matrimonio ho promesso di donarmi totalmente a Luisa. Ho promesso di darle tutta la mia vita in anima e corpo e fino alla morte. Sembra una fregatura. Non lo è. E’ un modo meraviglioso per fare esperienza di un amore incondizionato e gratuito. E’ un modo per fare esperienza di un amore da Dio. Dio che ama ognuno di noi come uno sposo innamorato e fedele.

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La Sua Parola ci unisce

Cari sposi, in questa quinta domenica di Pasqua ascoltiamo un brano meraviglioso, preso dal lungo discorso di Gesù nell’Ultima Cena. Il contesto lo conosciamo bene, è un lungo e drammatico addio di Gesù agli apostoli nel quale il Maestro lascia forse il “meglio” dei suoi insegnamenti.

A quei dodici confusi e sconnessi dalle parole di Gesù, attanagliati dalla tristezza di perderLo Lui pronuncia parole di consolazione: voi siete i miei tralci. È un modo per dire: non ci perderemo mai, saremo sempre uniti. Che meraviglia! Su questo brano si è basata la dottrina del Battesimo. Noi siamo innestati in Cristo per opera dello Spirito Santo che ci rende realmente parte del suo Corpo Mistico. Ma che senso questo per voi sposi?

Sicuramente i coniugi sanno bene il significato di unire i corpi. Eppure, tale gesto sublime e santo è poca cosa dall’essere uno in Cristo! Cristo ha il potere di unirvi molto di più dell’atto coniugale perché Lui mette in collegamento i cuori, senza i quali i soli corpi non riuscirebbero ad arrivare in profondità.

Ci insegna la Chiesa che il matrimonio è un proseguo della grazia battesimale e perciò voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. È una realtà da contemplare, detta così sembra banale o forse troppo elevata.

Come si può da sposi vivere così? Gesù l’ha detto: “rimanete nelle mie parole”. Ecco una via stupenda per accrescere l’unità con Lui e tra di voi. Provate a scambiarvi la Parola del giorno, a condividere le risonanze che trovate nella lettura. Non è difficile, bastano pochi minuti e un po’ di raccoglimento. Quanto lo Spirito suscita nel mio cuore poi lo faccio dono al coniuge e questo semplice gesto ha una potenza unitiva proprio nella linea di quanto leggiamo nel Vangelo di oggi: ci fa rimanere in Lui.

E in secondo luogo questo esercizio apre la strada alla vera fecondità. Siamo in primavera, tra non molto arriveranno i primi frutti (ciliegie, albicocche, fragole…). Quando siamo con Lui e portiamo nel cuore la Parola, le nostre azioni hanno una risonanza che va oltre la mera efficacia. Non vuol dire che poi vi andrà tutto bene, che avrete successi lavorativi, promozioni o maggiori entrate… i frutti sono anzitutto spirituali e spesso li vedono gli altri ma noi no.

Cari sposi, vogliate rinsaldare la vostra unione a Cristo, soprattutto con la Sua Parola. Fate la prova e vedrete quanto bene porterà nel legame con Gesù e quanta fecondità genererà a poco a poco attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Vorrei tornare su una frase di padre Luca. Una frase meravigliosa che posso dire di poter comprendere solo ora dopo più di vent’anni di matrimonio. Voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. Padre Luca intende giustamente in ogni circostanza della vita e del matrimonio. Io mi voglio invece soffermare sull’intimità, sulla nostra esperienza concreta di essere una sola carne. Ma quanto è bello vivere l’intimità portando dentro non solo il corpo ma tutto. Anche Gesù e la nostra fede. Anima, corpo e cuore. Tutto. Veramente si riesce a contemplare l’Amore e, seppur per pochi minuti, si riesce a fare esperienza di pienezza e di eternità. In quell’abbraccio c’è tutto.

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Appartenersi come dono da custodire

Cari sposi, la scelta di questa immagine campestre è felice perché pastore e pecora vivono una profonda simbiosi, cioè letteralmente una vita assieme. Un concetto che rimanda per analogia ai “consorti”, cioè coloro che condividono un medesimo destino.

Difatti, i pastori nell’antichità trascorrevano la quasi totalità del loro tempo assieme alle pecore. Era una vita impegnativa, spesso all’aperto e dormendo all’addiaccio. Perciò, l’immagine del pastore ha anche un connotato sponsale, perché appunto manifesta una prossimità e una condivisione con le pecore pressoché totale. E fin qui, per chi lo ascoltava all’epoca Gesù non diceva grandi novità, era una prassi comune. Ma allora cosa vuole insegnare concretamente a voi sposi?

Anzitutto che tra pastore e pecora ci deve essere reciprocità. In effetti, quando Gesù dice che il pastore le conosce una per una ed esse riconoscono immediatamente il suo tono e timbro di voce, tra i tanti suoni che odono, allude proprio a quell’intimità tipica di marito e moglie. Non a caso Giovanni utilizza qui il verbo “conoscere” imprimendogli un’accezione molto forte dal momento che indica condivisione di vita e appartenenza reciproca. E infatti, se tale rapporto sussiste tra il Figlio e il Padre, esso ora si estende alle pecore, che entrano in questa “conoscenza”, intesa come appartenenza esistenziale e amorosa.

Tutto il contrario del mercenario. Esso effettivamente rappresenta un modo egoista di vivere la vita matrimoniale che non necessariamente è di uno solo ma potrebbe anche divenire di entrambi, e non per forza deve durare anni ma può essere anche assai limitato nel tempo. Ad ogni modo, fa danni! Accade che tale mentalità si instauri sia per prevaricare l’altro oppure quando mi lascio usare perché non mi considero amabile, dimentico Chi è mio Padre e di quale Amore mi ha dotato lo Sposo Gesù.

Tuttavia, tra pastore e pecore, ossia tra coniugi, non deve neppure sussistere la legge dell’equilibrio “karmico”, così insidiosa specie per chi è più in là nel tempo. Un modo di impostare la relazione che mira ad avere i propri spazi e soprattutto a non litigare più. Sarebbe l’anticamera dell’apatia.

Quando Gesù si qualifica come buon Pastore, colui che ama al punto di consegnare la propria vita alle pecore, lo dice per due grandi motivi. Anzitutto, sapendo di essere strumento nelle mani del Padre. Quante volte Gesù ci ricorda di non essere venuto da sé ma di volerci condurre al Padre! Così, nel matrimonio, gli sposi sono consapevoli che in ultima istanza il loro amore, santificato e consacrato dal sacramento, non si fonda più sulla propria buona volontà, benché la supponga, ma è un dono da riconoscere e poi condividere.

Inoltre, qual è la gran differenza con il mercenario se non che il Pastore ha creato una relazione stabile con le pecore? Non si dirà mai abbastanza sul fatto che il primo “figlio” degli sposi è la loro relazione, il loro legame, il principale dei tanti beni che si condividono.

Il mercenario non vede proprio la relazione con le pecore ma guarda a cosa ne può ricavare. Parimenti, voi sposi siete chiamati a custodire il bene del “noi”, come quello da cui dipendono tutti gli altri (figli, intimità sessuale, tempo libero, amicizie…) e siete chiamati particolarmente oggi quando il senso di relazione è così labile.

Cari sposi, quanto più appartenete al Padre, tanto più vi appartenete reciprocamente. Quanto più riconoscete di essere amate a Lui, più avrete la forza e il coraggio di darvi reciprocamente vita. Questa è la dolce verità che Gesù, Buon Pastore ci ricorda oggi.

ANTONIO E LUISA

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il matrimonio è questo: offrire la vita per l’altro. In tanti piccoli gesti quotidiani, in scelte all’apparenza banali, che però diventano la cifra di un’alleanza d’amore. Un’alleanza a tre. Dove Dio diventa forza, origine e destinazione e dove nel dono reciproco troviamo il senso della nostra vita: amare e accogliere l’amore dell’altro.

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Ecco, io faccio nuove tutte le cose

Cari sposi, spero che in prossimità della scorsa Settimana Santa o nel suo corso abbiate potuto rivedere, almeno in parte, il film The Passion.

Seguendo un’ispirazione tratta dalle visioni di Beata Anna Katharina Emmerick (1774-1824), nel momento in cui Gesù incontra Sua Madre, il Signore proprio lì avrebbe pronunciato la frase famosa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Gesù, in effetti, con la sua morte e risurrezione non solo restaura ma soprattutto porta a pienezza la nostra immagine e somiglianza divina, deturpata dal peccato. Cosicché Gesù rende nuova ogni realtà, in particolar modo noi, la persona umana, e di conseguenza anche il matrimonio. Che senso e significato hanno, quindi, per voi sposi essere divenute creature nuove con la grazia della Risurrezione?

Facciamo un piccolo passo indietro. Mettiamoci a fianco di quella coppia che sta rincasando svogliatamente a Emmaus. Lo sappiamo, sono stanchi e tristi, il loro Grande Profeta è stato barbaramente ucciso. “Noi speravamo” riassume tutti i mesti ricordi che rimangono di quel povero Gesù. Guardateli bene questi coniugi perché sono il ritratto di molte coppie cristiane! Il Gesù vivo è assente dalla loro vita ma ne resta solo un ricordo sbiadito e triste. La fede in tal modo non è un fatto che cambia la vita, al contrario, la vita stessa si riempie di una grigia ordinarietà. Ma Gesù Sposo è venuto proprio per loro, è lì per scuotere quelle coscienze intorpidite e sedute per smuoverle verso la Luce.

 Con tale premessa si capisce meglio il brano odierno. La coppia di Emmaus – protagonista della Messa vespertina nel giorno di Pasqua – è appena giunta al Cenacolo, con il cuore in gola, trepidanti di gioia e commozione per l’incontro avuto. Gesù ha voluto farsi precedere dalla loro esperienza in modo che sia più dirompente la Sua entrata in scena.

Che accade perciò con Gesù presente? Tante cose bellissime, specchio di un matrimonio in cui anche il Signore viene accolto dagli sposi come l’ospite più gradito.

Per prima cosa, il corpo viene rivalorizzato. Gesù chiede agli apostoli, come del resto anche agli sposi cristiani, di focalizzarsi sul proprio corpo. Esso diviene così il primo testimone della Risurrezione! È nel corpo che si vede la novità cristiana e gli sposi hanno la vocazione a mostrare nel proprio corpo la bellezza dell’amore, anche a 60, 70 e più anni. Non è un caso che la prima eresia che colpì la Chiesa, già alla fine del I secolo è stata proprio la negazione della carnalità della Risurrezione. Niente da fare! Il Verbo si è fatto Carne e nella Carne è risorto, per cui Egli vuole che voi sposi ne siate testimoni.

Poi Gesù Risorto bissa quella “super” esegesi dell’Antico Testamento per far vedere agli apostoli che tutti quegli scritti portano a Lui. Ecco che gli sposi cristiani hanno bisogno di alimentarsi della Parola. Gesù vivo continua a parlarvi! Provate a spezzare il Vangelo del giorno, con semplicità, chiedendovi cosa vuole dirvi Gesù oggi e a scambiarvi il frutto. Vedrete quale potenza di unità e di forza aggregante ha Gesù su di voi con la Sua Parola!

Infine, il repêchage che Gesù operò su quei due sposi erranti li riporta nella comunità di appartenenza. Ecco allora che il matrimonio cristiano non è mai un fatto privato. Se è vero che voi sposi necessitate della vostra sacrosanta intimità – intesa anzitutto come i tempi e spazi di coppia -, è altrettanto vero che essa è chiamata a diventare dono per altri, spazio di condivisione e arricchimento mutuo.

Quindi, cari sposi, oggi terza domenica di Pasqua contempliamo queste dritte e indicazioni di Gesù per entrare e permanere nella Sua vita nuova. La meravigliosa notizia per voi è che, con la risurrezione, Cristo fa nuove tutte le vostre cose, non nel senso che ne fa delle altre ma prende la vostra stessa vita sponsale e da dentro la va redimendo, salvando e vivificando.

ANTONIO E LUISA

Gesù viene a fare nuove tutte le cose. Padre Luca ci ha fornito degli strumenti per comprendere come questa affermazione biblica sia declinabile in una coppia di sposi. Noi vorremmo soffermarci su un aspetto in particolare. Dio rende nuova la nostra intimità, il nostro donarci attraverso il corpo. Non è tanto per dire. È proprio così. Quando una coppia si nutre di Eucarestia e si abbandona al sacramento del matrimonio ecco che porta la modalità di Gesù anche nel fare l’amore. I due sposi saranno sempre più desiderosi di vivere una comunione d’amore donandosi totalmente attraverso il corpo e saranno sempre più capaci di liberarsi dall’egoismo e dal voler usare e possedere l’altro. E fare esperienza di un incontro intimo così è meraviglioso.

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Usciti da quel Cuore

Cari sposi, oggi la bianca luce pasquale che proviene dal sepolcro vuoto riceve in aggiunta una nuova tonalità, quella rossa, conformando così i raggi della Divina Misericordia che scaturiscono dal Cuore di Gesù trionfante.

L’evento che celebriamo non è una pia devozione, sentimentale e romantica, ma una festa di incommensurabile bellezza e profondità. Mai Gesù era arrivato a dire cose così sconvolgenti sul Suo Amore per noi, poveri peccatori! E tutto ciò lo troviamo racchiuso nel Diario che Suor Faustina Kowalska (1905-1938) scrisse su precisa richiesta del Signore.

Tuttavia, il Vangelo di oggi mette al centro l’incredulità di Tommaso, un fatto direi più che ragionevole dal momento che la Risurrezione era tutto meno che una conseguenza scontata. Ma Gesù, come è solito fare, permette l’assenza di Tommaso in modo da mettere ancora più in luce la realtà oggettiva di quanto era accaduto e così l’apostolo detto Dìdimo arriva a compiere un gesto che – almeno a quanto dicono i Vangeli – nessun altro ha fatto: mettere la mano nelle piaghe di Gesù, conseguenza della Crocefissione.

Contempliamo Tommaso commosso e tremante mentre si rende conto che è proprio Gesù colui che ha davanti! Ma ciò che ci deve far sobbalzare è soprattutto che Tommaso – per così dire – mette la mano proprio dentro al Cuore di Cristo! Sappiamo bene il significato evangelico del toccare Gesù, quante guarigioni sono avvenute grazie al contatto fisico con Lui: l’emorroissa, il cieco nato, Bartimeo, il lebbroso…

Ma che c’entra tutto ciò con la Divina Misericordia? Tommaso di fatto ha fatto esperienza fisica della Misericordia di Dio perché è proprio da quel Cuore trafitto che Essa è uscita. Quale invidia non stiamo provando! Come vorrei essere stato al tuo posto caro Tommaso! Poveri noi che viviamo così lontano da quel momento!

Eppure Gesù ancora oggi continua a toccarci e a salvarci! Lo fa con i suoi gesti che si prolungano nel tempo senza sosta e si chiamano sacramenti. Gesù in particolar modo tocca e continuamente redime voi sposi non solo con l’Eucarestia ma anche con il Matrimonio. Due doni simili sotto l’aspetto di essere un medesimo Corpo dato per amore e di richiamarsi a vicenda per svelare e manifestare l’Amore.

Pertanto, in quelle mani callose da pescatore di Tommaso ci siete anche voi, sposi in Cristo, che continuamente siete a contatto con la Misericordia profusa dal medesimo Cuore di Gesù. Una Misericordia che anzitutto vuole pervadere voi, brama prendere possesso delle vostre menti perché possiamo gustarla nel vostro rapporto ed esserNe un riflesso per chi vi vede.

Cari sposi, confortiamoci oggi nella certezza che la Sua Misericordia è già a portata di mano e, come disse San Giovanni Paolo II, solo dobbiamo volgerci ad Essa perché possiamo trovare pace e gioia.

ANTONIO E LUISA

L’incredulità di Tommaso non è sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo – e anche nel nostro matrimonio – può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Il Meglio dal nostro buio e vuoto

Cari sposi, come non andare con il pensiero in questo momento al Santo Sepolcro? Ma se anche stanotte l’avessimo passata in veglia e in ginocchio davanti a quella lastra di pietra, levigata da secoli di carezze e baci, cosa avremmo visto? Nulla.

Ecco allora che, leggendo attentamente il Vangelo scorgiamo alcuni dettagli talmente belli che non si possono non approfondire almeno un po’.

Per prima cosa, scorgiamo che l’evento più importante della nostra fede parte anzitutto dal buio. Quel buio nel quale era sprofondato Giuda, dopo aver tradito Gesù; lo stesso buio in cui si nascosero i discepoli dopo aver abbandonato il Maestro e proprio mentre avrebbe avuto più bisogno di loro.

Ciò nonostante, Gesù inizia il Suo trionfo proprio dal nostro buio e da allora, ogni nostra resurrezione avrà nel buio la sua partenza… Buio come il dolore, come il peccato, lo smarrimento, la sfiducia, la solitudine e la depressione… Quindi, se tu coppia vuoi risorgere, metti nel conto che ciò avverrà se sai affidare al Signore proprio le tue zone d’ombra. Senza di esse Gesù non può dare inizio al Suo trionfo nella tua relazione nuziale.

Inoltre, Gesù opera la sua meraviglia, il suo capolavoro tramite un’altra mancanza e stavolta è proprio il vuoto. Cosa proclama Maria Maddalena entrando nel cenacolo se non che il sepolcro era vuoto?

Gesù può riempirci solo se trova uno spazio nella nostra vita e questo spazio è fatto fondamentalmente dalle nostre povertà – leggasi mancanze di qualcosa di importante – offerte fiduciosamente a Lui. Ci piacerebbe che non fosse così, che il Signore potesse trovare in noi solo un ambiente pulito e accogliente, ricco di ogni bene, ma a ben vedere non sempre è possibile.

Il Signore riparte e ricomincia lì dove noi vediamo solo il nostro nulla, tant’è che Giovanni e Pietro davanti alla nudità della tomba si sono solo fidati di Gesù ma non ci hanno capito un bel niente e ce n’è voluta ancora perché accogliessero finalmente la Risurrezione.

Cari sposi, correte anche voi al Sepolcro! Non importa se i vostri passi non vanno coordinati, è normale, ognuno di voi con la sua velocità, i suoi tempi e i suoi modi, purché puntiate assieme verso Cristo, ci penserà poi Lui a unificare il vostro percorso.

E non fatevi scoraggiare dai peccati e fragilità di coppia perché oggi l’onnipotenza del Signore ci dimostra proprio di saper eclissare ogni oscurità e mancanza che riscontra in noi. Piuttosto, ancora una volta consegnate a Gesù risorto tutto quanto vi pesa nella relazione, affinché Egli sappia coinvolgervi nel Suo Trionfo.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un aneddoto. Come ho più volte raccontato, i primi anni di matrimonio non sono stato molto amorevole. Facevo fatica con i bimbi piccoli e spesso ero scostante, freddo e assente. Luisa, durante una testimonianza, disse che riuscì a “sopportarmi” e sostenermi, facendo spesso anche la mia parte, pensando proprio all’Eucarestia. Non voleva portarmi rancore altrimenti non si sentiva in condizioni di accostarsi all’Eucarestia. Per lei L’Eucarestia era ed è vitale. Gesù risorto le ha dato la forza di aiutarmi a risorgere. Buona Pasqua!

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I tanti volti della Sposa

Cari sposi, siamo giunti oramai all’apice dell’amore di Cristo per ciascuno di noi. Da oggi fino a Pasqua la Chiesa, con la sua ricchissima liturgia, ci proietta in un tempo pregnante di significato: non dobbiamo perdere nulla di questi giorni perché stiamo entrando all’interno del cuore stesso di Gesù.

Non è affatto una forzatura affermare che una delle migliori letture di tutta la Parola di Dio sia proprio quella nuziale ed è così che la Settimana Santa costituisce il momento in cui lo Sposo Gesù dona tutto di sé alla Sposa Chiesa.

Un piccolo ostacolo può inserirsi a questo punto, quello cioè di spersonalizzare l’amore di Cristo. Noi siamo la Sposa amata, ciascuna persona come ciascuna coppia ne è la sua piena incarnazione.

Quindi la chiave per vivere al meglio i momenti che la Liturgia di offre da oggi fino a Pasqua è quell’affermazione così cara a S. Ignazio: “per me l’hai fatto”. Dinanzi ad ogni singolo gesto della Passione… ripetiamo nel nostro cuore: per me… per me… per me…

Ma forse più sconvolgente è contemplare non in modo asettico ed imperturbabile tutto il vissuto di Gesù, bensì come qualcosa che ci tocca in prima persona, singolarmente e come coppia. Cioè, provate a guardare ogni personaggio del Passio non tanto come una coppia “x”, così facendo potreste facilmente sbarazzarvene senza problemi pensando “non fa per noi”, quanto come una fase, una caratteristica del mio/nostro rapporto con lo Sposo.

 Allora può risultare che, negli scribi, veda le volte che ho permesso all’odio di entrare nel mio cuore; nella donna che unge le volte in cui ti ho servito gratuitamente e senza calcoli; in Pietro le mie mancanze di coraggio per amarti con decisione e senza mezzi termini; in Pilato quando ti ho trattato come una cosa, misurando i pro e i contro del mio amore; in Simone di Cirene le occasioni in cui sono stato capace di starti vicino e accompagnarti nel dolore; nel centurione, quando ho saputo vedere in te una Presenza che andava oltre l’umano…

Cari coniugi, la Sposa oggi è un poliedro di atteggiamenti, comportamenti estremi e contraddittori… Riconosciamoci in essa e sappiamo con coraggio, alla luce di quanto sta accadendo, rileggere la nostra storia di coppia con Gesù. Allora quel “per me”, diventerà un “per noi” capace di aprirci ad orizzonti nuovi di fedeltà e di sequela di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo di questa ultima settimana per riflettere sulla nostra storia, specialmente sui momenti di crisi in cui abbiamo trovato la forza di rinascere. L’amore di Gesù non segue i canoni del nostro mondo, ma è perfettamente in linea con i Suoi. Gesù dona tutto senza aspettarsi nulla in cambio, e siamo chiamati a amare allo stesso modo. Anche se potrebbe non sembrare giusto agli occhi del mondo, è una bellezza unica. Personalmente, non desidero una relazione che non richieda tutto, non voglio accontentarmi delle relazioni fragili offerte dal mondo.

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Le tre effe

Cari sposi, uno dei ricordi più forti del grande Giubileo del 2000 per me, oltre all’indimenticabile veglia di Tor Vergata, è stata la commemorazione dei martiri della fede del XX secolo al Colosseo. Il testo che faceva da sfondo all’evento fu proprio quello del chicco di grano, come lo è anche nell’odierna liturgia.

In occasione di questo incontro con pellegrini di origine greca, venuti anch’essi a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù utilizza un’immagine mutuata dal mondo agricolo per esprimere una logica di fede nuova: la morte che prepara una nuova vita.

Questa logica ben si adatta alla vita sponsale ed in essa troviamo le tre “effe”. La prima è FEDELTA’. La fedeltà sponsale è appunto promettere di “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa fedeltà implica morire a sé stessi, rinunciare a qualcosa di noi, a volte buono, a volte meno buono, ma in definitiva che mi porta a crescere nella disponibilità e nella donazione reciproca. Nella mia vita sacerdotale ho visto persone trasfigurarsi con il matrimonio, diventare davvero migliori e più mature. Ma questo sempre è costato loro abbandonarsi all’Amore e lasciarsi “potare”.

Quello che sempre mi ha colpito del matrimonio è che non si fonda su rinunce perché esso si fonda su un costante “darsi e riceversi” (Catechismo 1626) e quindi nella misura in cui mi dono, ricevo anche e cresco come persona.

Il dono di sé, la fedeltà nell’amore fino alla rinuncia, apre la via alla FECONDITA’ e quindi ai frutti di bene che la nostra unione produce, sotto la spinta dello Spirito Santo. È questa la Gloria di cui parla Gesù. Egli ha un attimo di turbamento pensando all’imminente Passione ma sa anche che sarà feconda e darà Gloria al Padre. Così anche voi sposi, nella misura in cui vivete una fedeltà combattuta, incerottata e illividita per quanto vi è costata, sapete comunque che essa darà frutto secondo i piani di Dio, senza alcuna ombra di dubbio.

Da ultimo tutto ciò porta ad una conseguenza ineludibile, la terza effe: FELICITA’, ossia la gioia cristiana, uno dei frutti dello Spirito, segno della presenza di Dio in noi, anche in mezzo alle prove della vita. La gioia di aver dato tutto, di non essersi risparmiati nulla, di appartenere completamente a Cristo.

Cari sposi, Gesù oggi ci apre la strada per vivere anche noi questo percorso che, tramite il Calvario, porta diritto alla luce della Risurrezione. Lasciamoci guidare e corrispondiamo generosamente allo Sposo che ci invita.

ANTONIO E LUISA

La felicità cristiana non è una gioia vuota. Non viene da un’euforia effimera. Non viene dall’avere tutto e dal non avere problemi e preoccupazioni. La gioia cristiana viene dal dono. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è relazione d’amore tra le tre Persone. La gioia viene nel morire per l’altro. Viene dal dare tutto. Perchè dando tutto troviamo Dio e il senso della nostra vita. Questo l’abbiamo capito non solo ascoltando delle catechesi ma soprattutto facendone esperienza.

L’amore vero è donare

Cari sposi, chi è il vero protagonista del Vangelo di oggi?

Sembrerebbe trattarsi di Gesù, il Figlio che salva, che accetta la Croce, che non vuole perdere nessuno… In realtà il vero protagonista, che se ne rimane comunque in secondo piano, è proprio il Padre.

Questo brano odierno, in realtà, lo abbiamo già visto adombrato nella seconda domenica di Quaresima nella scena di Abramo e Isacco. Lì al centro della scena è proprio Abramo che, dopo aver sognato a lungo un figlio, lo consegna fidandosi di Dio. È Lui la prefigurazione del Padre che oggi ci mette nelle mani il Figlio perché sia la nostra salvezza.

Il Padre nei nostri confronti opera quindi un gesto di valore infinito. Si distacca volontariamente dal Figlio, si lascia spogliare di Colui che ama dall’eternità per offrirlo ad ognuno di noi. Se ci pensate, il Padre decide di amare un altro che non sia il Figlio. In occasione della Redenzione il Padre “devia” per così dire la sua donazione dal Figlio a noi. Ed è un gesto definitivo, non è una prova, non fa un tentativo, un esperimento momentaneo… è fatto una volta per sempre.

Qual è stata il gesto più costoso che avete fatto voi sposi nella vostra vita? Quello che vi è costato sangue e lacrime? Per noi il Padre ha penato infinitamente volte di più ma non se n’è pentito e non è mai tornato indietro, cosa che magari noi avremmo o di fatto abbiamo fatto almeno una volta nella vita.

Il vostro matrimonio sgorga proprio da qui. Da questa donazione piena e totale che il Padre fa del Figlio. Sì, perché poi il Figlio copia il Padre nel momento di donarsi alla Chiesa, come ci dice San Paolo in Efesini 5.

Pensateci bene, il vostro “sì” ricalca quel “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il matrimonio è una meravigliosa avventura di donazione sempre maggiore di sé. La pienezza del matrimonio si raggiunge man mano che progredisce il darsi reciproco degli sposi. Non importa che ci siano tante cose esteriori (bellezza fisica, soldi, successo lavorativo, fama sui social…) ma che si cresca assieme in questo essere un regalo gratuito per l’altro.

In questo deserto quaresimale, vi auguro di essere purificati dallo Spirito perché la vostra decisione di vivere assieme vada sempre più coincidendo con lo stile di vita di Dio, che, nel sacramento vuole rispecchiarsi nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Dio si rispecchia in noi come dice padre Luca citando papa Francesco. Non dobbiamo credere però che sia così fin da subito. Il matrimonio, se ci impegnamo a fondo, diventa una palestra che nel tempo ci rende sempre più capaci di amare. Ricordate le pellicole fotografiche di una ventina di anni fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso.

Gelosia divina

Cari sposi, siamo approdati a metà del nostro cammino quaresimale. Abbiamo iniziato nel deserto per poi salire sul monte della trasfigurazione domenica scorsa ed oggi entriamo con Gesù nel tempio a Gerusalemme.

L’evangelista Giovanni colloca questo fatto nella prima Pasqua di Gesù e appena dopo il primo “segno” compiuto a Cana, discostandosi così dalla narrazione dei Sinottici.

Anzitutto vediamo il contesto in cui avviene il racconto. Siamo poco prima di Pasqua, quindi in piena primavera e per quella grande festa giungevano a Gerusalemme anche centomila persone, procedenti dalla Spagna al Medio Oriente. Ogni pellegrino poi offriva nel tempio generalmente un agnello e si calcola che in pochi giorni venivano immolati circa 18-20 mila agnelli. Immaginate il giro di soldi che questo comportava! E tutto questo trafficare avveniva proprio nel recinto del tempio. Siccome poi i pellegrini venivano da ogni parte dell’Impero Romano era chiaro che ci volevano pure i cambiavalute, come nei nostri aeroporti, che cambiassero i sesterzi, i denari, gli aurei in sheqel.

Un’ultima annotazione importante: la legge ebraica non proibiva affatto questo tipo di attività economica che avveniva appunto attorno al Tempio, nel cosiddetto emporion mentre Gesù è proprio lì che pronuncia il suo discorso e attua la cacciata. Se allora, Gesù non è venuto a cambiare nemmeno una virgola della Legge ebraica (cfr. Mt 5, 18), allora in ciò che dice e fa c’è un senso molto più profondo.

È molto interessante, nel testo greco del Vangelo, vedere come Giovanni, parlando del tempio, non usa il vocabolo comune, che è nàos, ma piuttosto ièron, cioè proprio quella parte intima in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza e dimorava perennemente la Shekinah, la Presenza di Dio.

Detto questo si può già arrivare a un’importante conclusione. Gesù non sta dicendo banalmente di non fare sacrifici nel tempio, difatti essi erano un anticipo del Vero Sacrificio che Lui avrebbe fatto di lì a poco.

La sfuriata di Gesù non è affatto un colpo di testa, un segno di burn out o di accumulo di stress. Piuttosto, la collera di Gesù è quella di uno Sposo che si sente ingannato dalla Sposa e ha appena scoperto i segni del suo tradimento. È come quando un coniuge scopre certi messaggini sul cellulare o alcune chat sul computer oppure siti particolari nella cronologia di Google

Gesù in questa scena sta provando un’indignazione solenne per constatare che il Suo Amore è vilmente svenduto! Tutta quella gente lì stava correndo dietro a cose sacrosante ma in realtà stavano dimenticando per Chi lo facevano. Gesù Sposo, allora, reclama a grida il cuore della Sposa che al contrario è tutta dedita ad affari e sta mettendo in secondo piano l’Amore Vero.

Ecco allora che la parte più interna del tempio è direttamente collegata alla nostra coscienza, all’intimo del nostro cuore. Il Catechismo, difatti, afferma che: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (1777).

Gesù Sposo conosce meglio di chiunque altro il nostro cuore e in questa Quaresima è il più interessato a renderlo puro, cioè, innamorato di Lui. La scena evangelica odierna è esattamente quanto Gesù intende compiere nel cuore di voi sposi, come coppia e singolarmente. E come lo fa?

Anzitutto con i Sacramenti e con lo Spirito. Il Battesimo che abbiamo ricevuto è esattamente il lavacro che ci ha rigenerati e per voi esso è culminato nel Matrimonio, con cui Gesù vi ha uniti a sé in un’alleanza eterna di amore. L’Eucarestia è il Suo Corpo dato per amore che vi rende ogni volta che La ricevente concorporei, consanguinei a Lui. Ed infine lo Spirito è Colui che rende fruttuosi i sacramenti e vi guida in questo cammino di purificazione.

Cari sposi, dobbiamo accettare che il nostro cuore è perennemente visitato da idoli, da intrusi che tendono a farci distogliere dallo Sposo, la vita odierna non fa che bombardarci quotidianamente. Ci distraggono, ci confondono, ci disorientano e vogliono mettersi al posto di Cristo, vogliono rubarci l’anima. Gesù lo sa bene, non si scandalizza, anzi, perciò in questa Quaresima anela profondamente a darvi un cuore nuovo, un orientamento nuovo nella vostra via cristiana.

Lasciamoci guidare, permettiamo che lo Sposo continui a mondarci e a liberarci, anche se può far male, in modo che la vostra fede e il vostro amore sia sempre più simile all’amore con cui Cristo Sposo ama la Sua Sposa.

ANTONIO E LUISA

Gli idoli di cui parla padre Luca non sono necessariamente vizi o distrazioni. Può essere un idolo anche nostro marito o nostra moglie. Gesù è geloso quando facciamo dell’altro il nostro tutto, il nostro dio. In realtà sa bene che solo nella relazione con Lui – mettendo Lui al primo posto – potremo amare davvero l’altro nella gratuità e non fare del nostro matrimonio quel mercato che ha indignato Gesù. Perchè non solo noi siamo tempio di Dio ma lo è anche il nostro matrimonio che è abitato dalla reale presenza di Cristo.

La nostra fede tra i monti Moria e Tabor

Cari sposi, domenica scorsa vedevamo Gesù nel deserto, sospinto lì per fare l’esperienza della prova e tentazione. Si diceva appunto che il deserto è un luogo di passaggio nella Bibbia e non costituisce mai la dimora definitiva che invece è la Pasqua.

Ecco allora che anche oggi tutta la Parola ci presenta un passaggio, un viaggio. Non è in orizzontale ma in verticale, è una salita e poi una discesa da due monti. Nella prima lettura Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio Isacco sul monte Moria mentre nel Vangelo Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Queste due cime, per le vicende che vi accadono, costituiscono due modi ben precisi di vivere la fede.

Vediamo prima di tutto Abramo. Lui è da poco arrivato nella terra promessa, Canaan, un luogo in cui le popolazioni praticavano abitualmente il sacrificio dei propri figli alle loro divinità. Il gesto di Abramo è allora sconvolgente! Dopo tanto penare per avere un figlio, ecco che ora accetta che perisca in modo così cruento! Forse Abramo credeva che il suo Dio fosse come quelli cananei, un Dio assetato di sangue, un Dio che va placato a suon di sacrifici, un Dio spietato ed esigente, che fondamentalmente chiede e non dà, un Dio che non cerca il nostro bene.

Per cui, è affascinante la scena in cui invece Abramo scopre che il suo Dio ha solo voluto purificare ed aumentare la sua già grande fede e abbandono! Abramo sul monte Moria conosce chi è davvero Dio. Un po’ come accadde pure a Giobbe, Geremia, Giona…

Da contraltare a tutto ciò è appunto un’altra salita, quella di Gesù sul Tabor. In questo caso Dio non chiede ma dona tutto di sé. Infatti, Dio Padre non fa altro che donarci Gesù e l’unica cosa che ci chiede è di ascoltarlo. E questo perché il Dono possa essere davvero accolto da noi. In fin dei conti, cosa ci chiede il Padre se non abbandono e fiducia nella sua Parola?

Come cambia la prospettiva di vita tra il Moria e il Tabor! Dovremmo sostare a lungo in contemplazione su tale Parola! Tabor e Moria rappresentano due vissuti di fede che forse abbiamo un po’ sperimentato tutti noi. In questa domenica il Signore ci invita a passare da un Dio che chiede a un Dio che dona sé stesso. E tale passaggio avviene tramite una prova che però diviene così il momento per approdare a un rapporto con il Signore più vero e autentico.

Cari sposi, anche voi, assieme ad Abramo e ai tre apostoli, siete oggi chiamati ad un passaggio importante nella vostra vocazione nuziale. Siete già stati chiamati al matrimonio ma con questa Parola si coglie l’invito ad una “seconda chiamata”. Essa costituisce la maturità nella fede, quella fase adulta da sposi che implica essere disposti a perdere tutto, a mettere in secondo piano le nostre aspettative su o da Dio per accogliere invece Dio come dono.

Così, guardando Abramo si capisce quanto è costato al Padre donarci Gesù, lo stesso Gesù che abita con voi come Dono permanente e vivente di amore.

ANTONIO E LUISA

Noi abbiamo un sacco di aspettative quando ci sposiamo. Le coltiviamo nei confronti del nostro partner e della vita che sogniamo di costruire insieme. Con il tempo ho capito che c’è un passaggio fondamentale nel nostro matrimonio. È importante abbandonare tutte le nostre aspettative per incontrare veramente Gesù. Passare da una fede che cerca di soddisfare le nostre richieste a una fede che ascolta Gesù. In questo modo, il matrimonio diventa incredibilmente sorprendente. Ogni giorno diventa un’opportunità per donarsi reciprocamente, proprio come siamo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è meraviglioso, perché quando la vita ci porta lontano dalle nostre aspettative, sperimentiamo un amore che riempie, rigenera e diventa fecondo per noi e per gli altri. Questo vale per ogni coppia che si affida a Cristo! Ne conosciamo davvero tante.

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L’ottavo sacramento

Cari sposi, nelle riunioni di preti spesso si parla di casi pastorali, soprattutto riguardanti situazioni difficili a cui dare una risposta nella confessione o nella direzione spirituale. Data la grande complessità di variabili possibili c’è chi, ironicamente, conclude affermando: “meno male che esiste l’ottavo sacramento!”, che altro non è che l’ignoranza, una sorta di “libera tutti” …

Eppure, in questa prima domenica di Quaresima la Chiesa pare che davvero abbia istituito un ottavo sacramento. Nella preghiera colletta leggiamo, difatti, che i quaranta giorni in preparazione alla Pasqua sono “segno sacramentale della nostra conversione”. Si tratta di un’espressione molto forte, ancora di più se prendessimo il medesimo testo in latino in cui si dice addirittura “sacramento della Quaresima”.

Ma in che senso si può parlare così? Tutta la Quaresima fa riferimento al Battesimo, al suo valore, alla sua bellezza, al suo significato. Nella Pasqua, infatti, noi siamo resi figli nel Figlio tramite la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, cosicché la Quaresima ne è la preparazione immediata e ha pertanto un sapore battesimale.

Ma anche il deserto in cui Gesù viene sospinto è una preparazione immediata. Anzi, molto di più. Il deserto è simbolo del fidanzamento di Israele. Tanto desertum in latino come έρημος in greco esprimono il medesimo concetto, cioè un luogo abbandonato e solitario. Poi la Sacra Scrittura rincara la dose e ne fa sinonimo di fame e sete, dove uomini e animali sono votati alla morte.

Ma sempre nella Bibbia vi è un ulteriore significato: esso evoca innanzitutto la nascita del popolo di Dio, ossia, in esso si consuma il tempo del fidanzamento del popolo di Israele prima di entrare nella Terra Promessa e divenire a pieno titolo sposa di Dio. È chiaro, allora, il motivo per cui Osea profetizza: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16).

Nel deserto il popolo si comporta senza mezzi termini da adolescente. Ha ricevuto un dono immenso, ha visto con i suoi occhi aprirsi in due il Mar Rosso, la manna, l’acqua dalla roccia… e puntualmente litiga, baruffa, si lamenta… Israele ha un amore immaturo, rivolto solo ai propri interessi, possessivo e narcisista. Ci vuole allora questo tempo di purificazione perché il suo cuore si apra al Dono, sappia rinunciare per amare e sia pronto a “sposare” il Signore.

Tutto questo è incarnato pienamente in Cristo. Pensiamo forse che aveva bisogno di una prova? Per quale motivo il Dio-fatto-uomo si sottopone alla tentazione? Avrebbe mai potuto cedere? Se Gesù l’ha fatto è solo e unicamente per noi, per darci non solo l’esempio ma anche essere la nostra forza nelle prove. Guardate cosa dice S. Agostino: “Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria” (Agostino, Commento al salmo 60).

Gesù Sposo vuole rivivere con voi sposi questo tempo di fidanzamento perché la Pasqua sia davvero un rinnovo del “sì”, sia un vero e proprio sposalizio con Lui.

Cari sposi, affrontiamo con decisione questo tempo. Se vi saranno prove e difficoltà speciali, viviamole con Gesù, affidando tutto a Lui. Vogliamo che sia un periodo di purificazione nell’amore, di maggior consapevolezza di chi siamo, di restaurazione della nostra decisione di amarci in Lui. Buon cammino quaresimale, in compagnia perenne di Gesù e del Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Il deserto sono le nostre crisi personali e di coppia. Crisi che sono importanti. Crisi che ci possono consentire di passare da un amore immaturo a uno maturo. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Sposi lebbrosi? Sì, siamo noi.

Cari sposi, in quattro e quattr’otto siamo giunti alle porte della Quaresima che avrà inizio proprio questo mercoledì e la Parola odierna sembra quasi anticipare lo spirito penitenziale dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.

La malattia sembra essere il fil rouge di ogni lettura, in particolar modo la lebbra. Meglio conosciuta come Morbo di Hansen essa consiste in un infezione della pelle e nervi periferici che porta alla perdita del tatto, forti dolori, debolezza muscolare ed anche deformità fisiche. Una bruttissima bestia, che 2000 anni fa veniva “curata” anzitutto con l’isolamento degli infetti.

Da qui che la malattia comporti anche un altro aspetto, latente nella mentalità biblica, ossia la sua connotazione spirituale. Dice il celebre biblista P. Silvano Fausti: “La lebbra è la morte visibile, e la morte è il nostro egoismo, il nostro non sapere amare che dà morte agli altri. Il lebbroso era il morto civile, escluso da tutti, perché era «morto» e la legge esclude ciò che è morto”.

Quindi la lebbra sta per peccato, morte, esclusione… ma anche inferno. Ecco allora che risuonano le parole di Dostoevskij: “Padri e maestri, io mi domando: «Che cos’è l’inferno?» E do la seguente risposta: «La sofferenza di non essere più capaci di amare»” (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). È un’esperienza che facciamo tutti, che la lebbra del peccato può generare davvero isolamenti mortali.

Se la lebbra-peccato genera segregazione, quindi distanziamento e morte, cosa non può originare tra sposi dove tutta la loro vita gira attorno a una relazione affettiva, santificata dal sacramento? Che succede quando la lebbra tocca il coniuge, o entrambi i coniugi nel loro rapporto? Ne consegue un legame malato, debole, fiacco, se non addirittura morto, sebbene mantenga una qualche apparenza di vita, forse più per i figli che per amore. Lebbra coniugale può darsi anche negli sposi che vivono al margine di una comunità, che hanno sotterrato il talento del sacramento per farne una cosa privata.

Gesù non è affatto estraneo a questi tipi di lebbra degli sposi e vorrebbe tanto guarirli. Gli basta una semplice richiesta sincera per entrare in azione, come accadde nella scena del Vangelo. È commovente vedere che la guarigione non è una qualcosa di astratto o da remoto ma passa dal tocco della sua mano. Una malattia corporea viene guarita proprio dal tocco del Corpo di Cristo.

Quanto è bello allora lasciarci toccare da Cristo nella preghiera, lasciarci toccare da Cristo nei sacramenti! E per voi sposi farvi toccare da Cristo anche tramite il coniuge per iniziare a guarire quella lebbra che paralizza il vostro matrimonio.

Constatare di essere lebbrosi può già essere il primo passo verso la vittoria. Così pare avvenne qualche secolo fa a un nobile giovanotto di Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernardone. È la Leggenda dei Tre Compagni a raccontarcela: “Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: «Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità»”. Fu l’abbraccio di un lebbroso a mettere in atto un percorso di crescita verso la sua santità. Forse l’abbraccio della “lebbra” del tuo coniuge potrebbe essere nuovamente l’occasione per fare un salto in avanti come persona e come coppia.

Se vi scoprite lebbrosi, non è la fine del mondo! Non a caso nella Lettera agli Efesini S. Paolo non ci dice forse che lo sposo vuole purificare la sposa prima di unirla a sé nel matrimonio?

Perciò, in questa scena evangelica, come non vedervi un tratto nuziale? Ciascuno di voi siete quel lebbroso che significa la sposa di Cristo Sposo e che Lui vuole rendere partecipe del suo amore. Il tocco che lo guarisce è solo il primo passo di un rapporto che Gesù vorrebbe pienamente coinvolgente.

Ecco allora che questo Vangelo ci fa da preludio alla Quaresima, difatti nel messaggio del Papa vi è un chiaro riferimento sponsale:

La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr. Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2024).

Cari sposi, siete, siamo tutti lebbrosi, abbiamo bisogno assoluto della mano misericordiosa di Cristo che ci purifichi continuamente perché il nostro amore sia vero. Entriamo con Gesù, quindi, nei nostri deserti per essere guidati nel nostro cammino di conversione.

ANTONIO E LUISA

Che bello leggere la nostra storia attraverso il Vangelo e la bellissima spiegazione di padre Luca. Per me è stato davvero così. L’abbraccio di mia moglie che mi ha amato quando io non riuscivo a farlo è stato l’abbraccio di Cristo. Cristo mi ha sanato attraverso l’amore gratuito di una donna che ha scelto di starmi accanto sempre nella gioia e nel dolore.

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

Un uomo tutto d’un pezzo

Cari sposi, oggi Gesù parte con il botto nel suo ministero pubblico, da subito fa un esorcismo pubblico, che sicuramente ha fortemente scosso la sensibilità di chi l’ha visto. Tutto ciò è stato letto come segno di autorità che in greco si dice exousia.

La sua etimologia è, alla lettera, “avere un’esistenza che proviene dall’essere”. Gesù, quindi, era una persona che appoggiava le sue certezze non da fuori ma da dentro. Cioè, era uno ben fondato e sicuro di sé ed è per questo motivo che suscitava così tanta ammirazione in chi lo vedeva e ascoltava.

Ma come mai Gesù possedeva tale autorità? Evidentemente per la sua condizione divina; eppure, essa si sposava integramente con il suo modo umano di vivere. Gesù è il Verbo, la Parola che si è fatta Carne. Quindi il suo vivere, la sua esistenza era allineata con il suo essere Dio. Ma questo non è stato affatto semplice e facile, per nulla scontato! Diciamo che Gesù se l’è guadagnato con sudore e fatica e da lì il grande merito e fascino che emanava.

Dice il Papa che exousia si riferisce non a “qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé” (Papa Francesco, 10 settembre 2013).

È per questo allora che Gesù si scontra con il demonio, la creatura bugiarda e falsa per eccellenza. Il suo modo di agire non è altro che la menzogna, l’inganno, la confusione, la complicazione, l’ipocrisia. È chiaro che dinanzi a Uno così retto e integro egli salta su per avvertire sempre più vicina la sua rovina.

Che significato può avere per voi sposi quanto espresso finora? Partiamo dal fatto che voi sposi siete un prolungamento, una figura concreta dell’Incarnazione (cfr. Leone XIII, Arcanum). La vostra vocazione è di rendere visibile il dono di Amore di Cristo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi e vuole renderlo il più possibile diffusivo.

Il demonio, invece, ha estremo interesse di farvi fallire. Non necessariamente a suon di divorzi e scandali pubblici ma piuttosto facendovi scivolare in un’anonima mediocrità, anestetizzando la vostra coscienza.

Se Gesù in questo brano viene a liberarci levandoci le maschere di dosso, il demonio invece è il maestro del camouflage, dell’apparenza di bene che nasconde tutt’altro.

Allora, ben vengano tutte quelle situazioni di vita o persone che ci aiutano e stimolano ad essere noi stessi, a vivere a fondo la nostra vocazione e ci riportano sul sentiero giusto! Chiediamo al Signore di farci uscire dalla finta pace dei compromessi con il male e il peccato, sebbene sia costoso e difficile, ma è l’unica strada verso la pienezza di vita.

ANTONIO E LUISA

Ho pensato a quanto scritto da padre Luca. Mi sento di dare un consiglio. Cercate di essere trasparenti l’uno con l’altra. Se tra voi c’è verità e non ci sono segreti, per il diavolo sarà molto più difficile trovare un varco per distruggere il vostro matrimonio. Io parlo sempre a Luisa delle mie tentazioni. Questo le depotenzia e mi permette di affrontarle con lei. Questo atteggiamento mi permette di disinnescare tanti pericoli già in partenza.

Apritevi al Mistero

Cari sposi, siamo ancora, tutto sommato, all’inizio dell’anno nuovo. È un’occasione propizia per cogliere il tempo presente come la grande possibilità di fare un passo in avanti nel vostro cammino di crescita e maturazione umana e spirituale.

Ogni singola lettura odierna, in tal senso, contribuisce con un dettaglio a questo coro sinfonico che, assieme, esprime una medesima parola: “conversione”.

Il primo è Giona, il quale annuncia la Parola nientemeno che a Ninive. Oggi di questa immensa capitale non restano che pochi ruderi ma a quel tempo (IX secolo a.C.) era il centro di un grande impero, assai ostile a Israele. Gli Assiri furono infatti i primi a deportare gran parte del popolo ebraico e si guadagnarono così la fama di città nemica per eccellenza. Ninive sta anche a significare chi è più lontano, uno da cui non ti aspetteresti nulla e non gli daresti una cicca. Magari Ninive può divenire anche il coniuge dopo anni in cui le hai provate tutte e non ne hai cavato niente di buono. Ebbene, il caso di Giona sta a dire che anche per le “palle perse” la conversione è possibile, pure i casi disperati possono trasformarsi!

La seconda lettura ci parla, invece, di un tempo che sta per scadere, dobbiamo affrettarci nella conversione perché la vita è corta, le occasioni del Signore sono contate, “la grazia di Dio passa e non torna” direbbe S. Agostino. Quindi voi sposi sappiate valorizzare il tempo presente, vivendo ogni giorno come un dono di Dio da riempire di gesti autentici di amore, di accoglienza. Questo giorno passa velocemente e non torna più.

Ecco allora che il Vangelo viene a dare un senso pieno a quanto detto finora. Gesù, dopo che ha ricevuto il Battesimo, inizia a predicare l’urgenza della conversione. La parola “convertirsi” viene dal verbo greco “metanoeo” che si può anche tradurre con “andare oltre il proprio modo di pensare”, o anche l’uscire dai nostri schemi ristretti e fissi. È un cambio di direzione mentale e di vita verso quanto Cristo vuole insegnarci e che preclude l’assolutizzazione dei propri pensieri e modi di essere.

Sovente nella vita di coppia, soprattutto per chi è più in là con il tempo, subentra il “so già”, “mi basta uno sguardo per capirlo” … un bel modo di fissare il marito o la moglie entro uno schema. Invece Gesù ci insta ad essere aperti al Mistero e a lasciarsi modellare dallo Spirito che porta novità e vuol fare nuove tutte le cose. Per cui non puoi amare il coniuge senza lasciarti cambiare da lui ed accettare che il tuo modo guardarlo e conoscerlo, per quanto tempo sia passato, sarà sempre fallibile e incompleto.

Ci vuole questa umiltà di ricominciare ogni giorno, di convertirsi ogni giorno, andando oltre la realtà più immediata e sensibile che troppo spesso può indurre in inganno. Gesù vide Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, uomini con tanti difetti. Se si fosse limitato all’esteriorità, la sua scelta forse sarebbe stata diversa ma Lui vedeva il loro cuore e amava la loro libertà.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione quotidiana, come quel modo di cogliere la Presenza di Cristo che si nasconde dietro tanti volti e fatti che conformano il nostro ordinario, e per voi, in primis nel coniuge. Concludo con questa bella preghiera:            

Ti prego, Signore, […] volgi a te il mio cuore dal vagare tumultuoso dei desideri e fa abitare in me la luce nascosta. I tuoi benefici nei miei confronti precedono sempre le mie volontà [volte] al bene e la prontezza del mio cuore alla rettitudine (S. Isacco di Ninive)

ANTONIO E LUISA

A me ha colpito tanto il luogo dove Gesù ha incontrato e chiamato i primi apostoli. Non li ha incontrati al Tempio o in chissà quale evento speciale. Li ha incontrati lì dove loro vivevano e lavoravano. Lì ha incontrati mentre non facevano nulla di speciale ma il loro lavoro quotidiano. Per noi sposi è così. La nostra relazione, abitata da Gesù, è fatta di tanta quotidianità e ordinarietà. Eppure è lì che incontriamo Gesù e da Lui siamo chiamati a seguirLo.

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Sposi, sapete chi cercate?

Cari sposi,

come in una scena di film al rallentatore, di fatto siamo ancora, come la domenica scorsa, sulle rive del Giordano dove Giovanni battezzava.

Avviene una scena tanto semplice quanto grandiosa. Gesù inizia la sua vita pubblica e accoglie i primi due discepoli. Come arriviamo a questo momento?

Suo cugino Giovanni aveva già al suo seguito varie persone che lo ammiravano e volevano ascoltare le sue parole. Quando si presenta Gesù lui è talmente umile da additarLo come l’Agnello di Dio, scatenando un’irresistibile attrazione in alcuni dei suoi a seguirlo. Ed è qui che inizia tutto. Andrea e Giovanni sono i primi a cercare Gesù e iniziare un colloquio con Lui.

Sorprende vedere Cristo che li accoglie non con un comune “Shalom” e men che meno con un “oh, finalmente i miei primi due followers”, bensì con una domanda. Come mai? Il quesito di Cristo li prepara davvero ad essere disposti a ricevere un dono. Gesù sa che Giovanni e Andrea sono in ricerca ma non è disposto a dare soluzioni facili; pertanto, li porta sempre più in profondità.

Quante altre volte Gesù ha posto domande impegnative! Al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”; al paralitico: “Vuoi guarire?”; a Pilato: “Dici questo da te o altri te l’hanno detto sul mio conto?” Nel fondo sta rivolgendo l’interlocutore al più profondo del suo cuore perché si apra davvero al dono della Verità che è Lui in persona.

Quindi, da Giovanni il Battista “la palla” passa a Giovanni e Filippo che restarono così affascinati da Lui che l’allora giovane discepolo, il quale scrive il vangelo sulla soglia dei 90 anni, ancora si ricordava l’ora esatta dell’incontro!

Questa esperienza così entusiasmante porta naturalmente Andrea a volerla condividere con suo fratello Simone. E in tal modo Andrea si converte nello strumento affinché Simone diventi Pietro. Che insegnamento possiamo ricavare per noi?

Anzitutto che Cristo, nell’anno 30 come nell’anno 2024, Lo incontriamo quando qualcuno ce lo presenta. Andrea e Giovanni hanno avuto bisogno del Battista; c’è voluto Andrea per Simon Pietro; Saulo è dovuto passare da Anania prima di diventare Paolo, Francesco Saverio non sarebbe santo senza Ignazio di Loyola… e così fino ad oggi.

Allora voi sposi siete in una condizione ottimale perché questo avvenga, voi che siete stati “con-vocati” dal Signore a seguirlo (cfr. Familiaris Consortio 38). Nel matrimonio la sequela di Cristo è fatta anche di un reciproco aiuto a incontrare Gesù, un mutuo sostegno nella sequela del Maestro. Laddove questo non avviene per un disallineamento nella fede, il coniuge credente ha però ha una grazia particolare per rimanere saldo in Cristo.

Inoltre, c’è un altro aspetto assai confortante. L’incontro con Cristo mi porta alla mia vera identità. Tutto il contrario di chi afferma che la fede cristiana aliena e impoverisce noi stessi. Quello magari avviene con un certo moralismo o letture parziali del Vangelo. Ma Cristo qui nel Vangelo non fa che esaltare e portare a pienezza il dono che già ognuno è.

E così Simone, che di suo era un capoccia e un superbo ma con un cuore grande, viene solo esaltato nel senso più vero da Cristo fino a renderlo “kefas”, cioè una roccia, un punto di riferimento per altri, una pietra che umilmente sostiene il peso altrui, che si mette sotto per servire e dare stabilità.

Quindi, chi cerca Cristo trova veramente se stesso. Ed anche voi sposi, seguendolo ogni giorno non diventerete certamente dei bigotti, basa banchi, bacchettoni e moralisti ma troverete la sorgente più pura di quell’amore che già avete cercato fin dall’inizio.

Questa la bellissima verità che ci svela oggi Gesù, detta in modo così chiaro nella Imitazione di Cristo: “cercando soltanto Te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e Te” (Libro III, cap. VIII).

ANTONIO E LUISA

Parto dalle conclusioni di padre Luca. Abbiamo bisogno di qualcuno per incontrare Cristo. Per me sono stati Luisa prima e padre Bardelli dopo. Ma senza Luisa non avrei incontrato neanche il caro padre Raimondo che tanto bene ci ha fatto. Quando riceviamo mail o commenti di giovani donne scoraggiate perchè non riescono a trovare un ragazzo che capisca e rispetti il loro desiderio di castità noi rispondiamo sempre di non mollare. Se Luisa avesse ascoltato le mie proteste e fosse scesa a compromessi non avrei fatto esperienza di una relazione casta e così bella. Il suo resistere mi ha fatto vedere tutta la bellezza di Luisa e mi ha fatto venir il desiderio di incontrare il suo Dio.

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Rigenerati da uno sguardo

Una volta, durante un incontro di pastorale familiare, organizzato da una diocesi, chiesero a don Renzo Bonetti, iniziatore del Progetto Mistero Grande: “ad oggi vediamo aumentare le statistiche di divorzio anno dopo anno. Qual è la causa di tante rotture di coppie, in particolar modo di quelle cristiane?” La risposta fu molto eloquente: “la causa della rottura di così tanti matrimoni sta nel non aver compreso il Battesimo”.

Non ce lo saremmo aspettato detto così ma se entriamo nel cuore delle letture odierne capiremo meglio e soprattutto vedremo cosa vuole insegnarci la Chiesa. Anzitutto, Isaia ci dice che la Parola del Signore è irrevocabile, che una volta emessa porta senz’altro un frutto. Essa agisce proprio come la pioggia in un campo che non lascia inalterato il terreno su cui cade: se secco lo rende fertile, se già bagnato lo impregna ancor di più.

Quindi, vuol dire che il Signore quando ci parla non lo fa mai a vanvera e Lui non parla alle masse bensì intende toccare ciascuno di noi! Egli, infatti, desidera che le Sue Parole portino un frutto in me, in noi coppia. Allora domandiamoci che Parola mi sta rivolgendo oggi di così importante e quale effetto Lui anela di ottenere nella mia e nostra vita?

Senza dubbio vi è una frase che eccelle in tutto il Vangelo e che ancora oggi può toccare i nostri cuori. In questa festa del Battesimo la Parola è esattamente la stessa che il Padre ha rivolto a Gesù: “Tu sei il mio Figlio, l’Amato”. Come ci fa bene di leggere e rileggere questa Parola e saperla rivolta a me personalmente! È una frase di compiacimento, di soddisfazione, di stima profonda. Il Padre guarda Gesù in modo estasiato per essere semplicemente Suo Figlio.

In termini economici o efficientisti, fino a quel momento Gesù non è che abbia fatto gran ché. È l’unico falegname/muratore del suo paesino, ha una mamma vedova a carico, conduce una vita semplicissima e anonima. Che grandi opere aveva mai realizzato? Su quali capolavori artistici aveva messo la firma? Nulla, se non sedie aggiustate, ruote di carro riparate, qualche tavolo costruito. Quindi, di cosa poteva essere così orgoglioso Suo Padre?

La bellezza di questa frase sta nella sua totale gratuità: il Padre ama il Figlio per il fatto di esistere, di esserci, non di aver compiuto chissà che cosa o di aver corrisposto un suo disegno o un suo progetto. Ecco il nocciolo dell’amore di Dio! Dio ci ama così: ti amo perché esisti e tu esisti perché io ti ho amato.

È tutto molto bello quanto detto finora ma noi resteremmo solo degli spettatori lontanissimi, dei puri estranei se non avessimo il Battesimo. È grazie al Battesimo che quello sguardo Paterno si è posato anche su ciascuno di noi. Papa Benedetto lo dice in modo meraviglioso

Il significato del Natale, e più in generale il senso dell’anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio. E se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile” (Papa Benedetto, Omelia 11 gennaio 2009).

Così si capisce bene perché il Battesimo è la porta di ogni altro sacramento. Da ciò deriva per noi un profondo legame con Cristo, un legame non solo psicologico, cioè nel momento in cui io penso a Lui, ma “ontologico”, che tocca il nostro essere e il Suo, che lo pensi o meno. Ma appunto questo evidentemente non basta perché è indispensabile mantenere un rapporto intimo con Gesù, è quello che Lui cerca in noi ogni giorno.

Conforta leggere S. Cirillo quando scrive: “Se tu hai una pietà sincera, anche su di te scenderà lo Spirito Santo e ascolterai la voce del Padre” (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi III, Sul Battesimo, 14). Quindi il rapporto con Gesù, l’essere anche noi figli amati, in parte dipende da noi, da quanto restiamo collegati con il cuore e la mente con Lui.

Alla fine di questa carrellata, cari sposi, spero sia chiaro come l’amore paterno per Gesù nel Battesimo è anche rivolto a noi. E così questo dono grande grazie al vostro matrimonio diviene “esportabile”. Con la grazia delle nozze siete voi sposi che a vicenda potete dirvi, a parole e con la vita, quella frase stupenda: “Tu sei l’amato” e così, fare della vostra coppia un piccolo anticipo di Paradiso.

ANTONIO E LUISA

L’ho già ripetuto tante volte negli articoli e anche in alcuni libri. Io mi sento amato da Luisa non quando sono brillante, simpatico, premuroso, attento e tenero. No! Cosa ci vuole? Me lo merito. Che fatica deve fare. Io mi sento amato da mia moglie quando non sono in vena, quando sono nervoso e perso nei miei pensieri, quando non sono attento alle sue esigenze. Quando non è facile amarmi. So che non dovrei essere così ma succede. Le nostre fragilità umane a volte prevalgono. Eppure lei è sempre lì accanto a me che mi dimostra il suo amore misericordioso e gratuito. Questo è davvero commovente, mi riempie il cuore ogni volta.

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Che strana famiglia!

Cari sposi, puntualmente in occasione della festa della Sacra Famiglia, come del resto per ogni altra festività cristiana, i media non cessano di offrire argomentazioni più o meno capziose di come Essa non si possa considerare affatto modello per i coniugi cristiani. Motivo? Beh, Maria e Giuseppe non erano veri sposi, oppure che Gesù era un adottato, o che Maria era Vergine…

Credo che, poste le giuste premesse e non partendo da presupposti intrisi di razionalismo o criteri mondani, possiamo trovare, nella Liturgia odierna una bellissima chiave di lettura, per comprendere come mai da oltre 4 secoli la Chiesa additi Giuseppe, Maria e Gesù come l’ideale di ogni famiglia cristiana.

“Antipasto” al brano evangelico è la drammatica vicenda di Abramo. Un passaggio umanissimo e commovente, specchio di situazioni così nostre e attuali. Abramo è vecchio e senza figli, una vera e propria onta per quei tempi. La vita gli sta scivolando via tra le dita e non ha ancora una posterità, sebbene tanti anni prima Dio gli avesse promesso un figlio.

E così in una notte insonne, quando si rigirava nel suo letto, tartassato dai sensi di colpa, paure per il futuro e dubbi, non decide di fare due passi, prendere un po’ d’aria e sfogarsi filialmente con Jahvé. Chi non è passato da una circostanza simile nella propria vita?

Sotto quel cielo stellato – immaginate quante stelle si potevano vedere a occhio nudo a quei tempi, senza il minimo inquinamento – una scena mozzafiato e stupefacente, il Signore lo consola come un vero Padre. Proprio grazie alla sua angoscia Abramo poté vedere le stelle e così il Signore si avvalse della situazione per rincarare la dose: “non solo un figlio, ma una famiglia numerosissima come le stelle sopra di te”.

Abramo ci credette sul serio e il resto sappiamo bene come è andato e oggi possiamo dire che la Promessa è stata mantenuta. Che grande è stato Abramo! Ma dove sta la sua grandezza, in cosa consistono i suoi meriti? Forse perché “Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13, 2)? Niente affatto, anzi, nemmeno così tante ricchezze gli poterono dare un figlio! La fecondità di una coppia non si misura sulla sua bellezza e prestanza fisica, su quanti titoli universitari e master ha conseguito, dallo status sociale o dalle case su isole tropicali o Alpi svizzere.

Principio della fecondità di coppia è la fede! Ce lo dice bene la seconda lettura. Una fede che non è una mera conoscenza mnemonica del Catechismo e dei 10 comandamenti ma vita, sequela, fiducia piena nel Signore, proprio come fecero Abramo e Sara.

E così, l’antipasto cede il posto al piatto forte: il Vangelo. Questa famiglia non è da meno quanto a fede. Per fede Maria e Giuseppe hanno già dovuto, in così poco tempo, affrontare prove e difficoltà importanti, senza che queste scalfissero il loro amore e la loro unità: un viaggio estenuante a piedi con Maria di nove mesi, la povertà della nascita, la povertà del dono offerto nel tempio, due colombi, cioè il livello più basso di quel che si poteva offrire. Per fede fuggiranno in Egitto e sempre per fede faranno ritorno a casa, a Nazareth.

Ecco allora perché questa famiglia è sacra ed è un modello. Ce lo dice chiaramente la preghiera colletta di oggi. Non è la perfezione umana o spirituale, non è per la singolarità delle situazioni che essa aveva al suo interno, come ho detto all’inizio, ma per le sue “virtù e amore”. Cioè la sacralità e l’essere modello per tutte voi coppie sta nel come si amavano, nel come affrontavano la vita di ogni giorno, nel modo di stare davanti alla sofferenza… per tutto ciò essi sono un modello abbordabile e vivibile anche oggi.

Da ultimo – dulcis in fundo – vorrei sottolineare un fatto del Vangelo. A Gesù bambino viene applicato un rito, tuttora presente nel mondo ebraico, il Pidyon haben o riscatto del primogenito. Era ed è un ricordo della notte di Pasqua, quando gli ebrei stavano per uscire dall’Egitto. Jahvé uccise tutti i primogeniti degli Egiziani ma risparmiò, col sangue di un agnello, quelli delle famiglie israelitiche. In riconoscenza, il popolo ebraico da allora offre a Dio il primo figlio nato.

Ma ecco che Gesù, il Primogenito del Padre, l’Agnello di Dio, si offre al Padre con il suo vero corpo umano, dopo che, come Verbo, Gli si è sempre offerto dall’eternità. In questo si vede come Gesù sia davvero il “Cristo”, cioè il consacrato a Dio, colui che è stato offerto per essere Suo. Una scena grandiosa, che solo gli occhi credenti di Simeone e Anna, oltre che di Maria e Giuseppe, seppero valorizzare e intuire.

L’essere modello, quindi per tutti voi sta anche in questo: offrire sé stessi e offrire i vostri figli, biologici e spirituali al Padre, come il vero datore dei doni. E al tempo stesso, accogliere i figli spirituali e biologici come un dono dal Padre e non come possesso e merito personale.

Per quanto questa Famiglia sia specialissima e altissima come santità di vita, la Chiesa non teme di indicarcela come modello ispiratore dei vostri comportamenti e stili di vita, consapevole che la pienezza cristiana è un cammino da intraprendere con coraggio e pazienza, qualsiasi siano le nostre circostanze o i nostri retaggi.

Cari sposi, affidiamoci a Gesù, Maria e Giuseppe, nostri compagni di viaggio per tentare ogni giorno di assomigliare sempre di più al loro modo di volersi bene.

padre Luca Frontali

Dios primerea

Cari sposi, agli esordi del suo pontificato, Papa Francesco in una udienza nel marzo 2014, volendo esprimere il concetto che Dio si anticipa benevolmente a noi, sa venirci incontro, trova il modo per soccorrerci ben prima che ce ne accorgiamo, utilizzò un’espressione spagnola: “Dios primerea”.

Oggi, questa frase ben si adatta al senso delle letture, nella IV domenica di Avvento, a stretto contatto con il grande giorno del Natale. È il senso della prima lettura e del salmo dove il grande re Davide ha avuto un’idea straordinaria. Se l’Arca dell’Alleanza, con tutta la sua solennità – era infatti il luogo su cui Jahvé poggiava i suoi “piedi” – veniva lasciata sotto una semplice tenda, in un luogo aperto e in una condizione vulnerabile, come mai il re d’Israele poteva appisolarsi tranquillamente nella sua reggia sontuosa?

Da qui la “genialata” di avviare il progetto di un tempio maestoso entro il quale conservala con tutti gli onori: ma che bello! “Bravo Davide, sei veramente un re saggio e assai devoto verso il tuo Dio. Anche i profeti te danno ragione, passerai alla storia per aver onorato il Signore!”A prima vista ci pare una scelta ponderata, oculata, frutto di discernimento… ma a ben vedere non risulta conforme ai piani di Dio.

Circa mille anni dopo, nel momento in cui la Trinità ha scelto di manifestarsi al mondo con la venuta del Verbo fatto uomo, chi, come e dove rendere possibile tutto ciò? Chi avremmo scelto noi perché potesse essere genitore di Gesù? Ci sarebbe mai venuto in mente di scegliere una vergine e originaria di un luogo sconosciuto?

Dios primerea”, Dio ha la prima e l’ultima parola in ogni nostra azione, anche quelle che umanamente sono senza senso e inspiegabili. Come insegna San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (I, q. 19 a. 6) la sua Santa volontà si compie sempre in noi, sebbene in modo misterioso.

Oggi il Vangelo ci riporta all’Annunciazione di Maria e siamo invitati a leggerla come un segno della piena iniziativa di Dio che si anticipa ai nostri piani e ai nostri calcoli. Maria, grazie alla sua condizione di essere senza peccato e piena di grazia, sognava di donare tutta la sua vita al Signore, passando anche dalla verginità – una cosa detestabile nella mentalità ebraica – e il Signore l’ha preceduta perché non ha modificato una virgola del suo desiderio ma in modo sconcertante è riuscito a mantenerlo tale e quale pur passando attraverso una nuova modalità.

Ecco quindi che, vedendo Davide e vedendo Maria, constatiamo come le nostre iniziative, per quanto sacrosante, sono sempre inferiori a quelle di Dio. Come si fa allora, anche da sposi, a stare davanti a questa Volontà che può essere così strana e incomprensibile? Dobbiamo vivere con lo stesso atteggiamento di Maria, cioè la sua verginità. Essa, al di là della dimensione fisica, è prima di tutto sinonimo di piena disponibilità e apertura al Signore. Possiamo dire che le nostre iniziative siano motivate dalla disponibilità a Lui? O a un nostro interesse?

Sia Davide ma soprattutto Maria sono state persone umili, il loro cuore era aperto al riconoscere i doni e le grazie del Signore. È questa capacità il terreno fertile nel quale si può permettere di essere “fecondati” da Dio, è in ultima istanza il senso vero della verginità spirituale. Cari sposi, non siamo certamente noi con la nostra testolina a saper dare una direzione certa alla nostra vita, alle scelte che facciamo per noi e per gli altri. Se siamo radicalmente riconoscenti di quanto il Signore fa per noi, Gli daremo anche in mano la chiave del nostro cuore per lasciare che sia Lui a prendersi cura di noi.

ANTONIO E LUISA

Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

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L’invito a nozze è già in buchetta

Cari sposi, siamo arrivati alla domenica in “Gaudete”, nome derivante dalla prima parola dell’antifona in latino. Gaudere che proviene etimologicamente dal verbo “gustare”, cioè, mangiare cosa gradevoli. Sembra infatti pienamente in consonanza con il tempo che stiamo per vivere, dove l’appetito sarà saziato oltremodo tra pranzoni e cenoni.

Così, oggi nella Parola la gioia sta al primo posto: ogni lettura contiene un riferimento ad essa. Da “io gioisco nel Signore” a “il mio spirito esulta”, fino a “siate sempre lieti” … E tra tutti questi sinonimi di gioia ce n’è uno che mi ha colpito in particolare e si tratta di “letizia”. Mentre la gioia è lo stato interiore che si prova quando si “gioca”, cioè il fare qualcosa di gradevole e piacevole, la letizia è quella gioia che proviene dal sapersi fecondi. Difatti, pensate un po’, il lemma latino “laetitia” proviene da “laetamen” …ciò che rende fecondo un terreno.

Quindi siamo nella gioia quando sappiamo che tutto quanto facciamo e ci capita può essere fecondo, ossia, portare un frutto di bene per noi e per gli altri se lo viviamo in Cristo. Sarà forse per questo che Papa Francesco, pensando a voi sposi, ha voluto intitolare la sua Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”? Allora, anche le tribolazioni e le croci possono essere vissute nella letizia. Ricordate quella spiegazione che fece Francesco a fra Leone su cosa consisteva appunto la “perfetta letizia”? E pensate anche a quale notte oscura si celava dietro a quel sorriso angelico di Madre Teresa a cui ci siamo abituati.

Ma andiamo ora ai testi della Liturgia. Dicevo che antifona, prima lettura, salmo e seconda lettura fanno eco, ognuno a suo modo, della gioia che proviene dal Natale così vicino. Ma poi il Vangelo vira in un’altra direzione. Il brano offerto dalla Liturgia è un estratto dell’incontro che Giovanni Battista ebbe con i capi religiosi di Israele. Dai toni si coglie che non dovette essere proprio un grande dialogo, all’insegna della cordialità e affabilità per tutta la serie di “no”, magari segno della sua poca voglia di stare lì a interloquire. Questo schermirsi dagli occhi puntati su di lui, lascia spazio poi alla meravigliosa dichiarazione: “non sono degno di slegargli il laccio del sandalo”.

A prima vista potremmo dedurre si tratti di un’immagine carica di umiltà e riverenza nei confronti di Gesù. Invece Giovanni, da buon ebreo, sta usando un’espressione “tecnica”, molto precisa, che si riferiva a un uso matrimoniale dell’epoca, ossia la legge del levirato.

Se un promesso sposo fosse morto prima della celebrazione, il suo parente più stretto avrebbe avuto il dovere di prendere la nubenda come moglie affinché la discendenza avvenisse secondo il proprio casato e non al di fuori di esso.Slegare i lacci del sandalo, quindi, è ben di più di un gesto umile. Voleva dire che il parente più prossimo allo sposo rinunciava al diritto/dovere di applicare la legge del levirato. Se avesse rinunciato a questo diritto avrebbe dovuto togliersi il sandalo. Dicendo quella frase, invece, Giovanni ammette di non poter togliere a Gesù il sandalo perché non ha alcun diritto di prendersi la sposa/Israele – Chiesa perché «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa» (Gv 3,9; cfr. 2,9).

Ed eccoci così giunti al senso grandioso che questa Parola ha per voi: lo Sposo vero e proprio non siete voi ma è Gesù! Come Giovanni si mise da parte per lasciare il posto a Cristo, anche voi siete chiamati a fare lo stesso a vicenda, togliervi dal centro, mettervi da parte per lasciarGli il posto di onore. Ecco il segreto del matrimonio “alla Cristo” e la via per essere davvero buoni coniugi. La grandezza di Giovanni, difatti, è proprio questa: essere piccolo, essere servitore, essere per un Altro…

Perciò, questa è la via della gioia nel matrimonio! Tutto quanto detto sulla gioia in precedenza non si può raggiungere se non si vive il matrimonio come Giovanni. In questo tempo di Avvento, oramai vicini al Natale, vi auguro di cuore di sapervi fare piccoli e umili come il Battista perché Cristo possa avere quella centralità che si merita nel vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Don Luca dice di lasciare posto a Gesù. Mettere Gesù al centro. Ha ragione! Sapete qual è il problema? Tanti – anche credenti e sposati sacramentalmente – non riescono a farlo perchè nel loro cuore non credono di averne bisogno. Credono di bastarsi. Per noi non è stato così. Noi siamo arrivati al matrimonio consapevoli che da soli non avremmo mai combinato nulla di buono. E questo ci ha aiutato a chiedere aiuto a Gesù. Noi siamo partiti con meno talenti rispetto a tanti altri che hanno fallito, ma questa conapevolezza ha fatto sì che non abbiamo mai fatto da soli. Abbiamo sempre affidato tutto a Gesù. Questo fa tutta la differenza del mondo!

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L’ultima bella notizia

Quando è stata l’ultima bella notizia che hai ricevuto? Una bella notizia è qualcosa che ti toglie un peso dal cuore, che ti allevia da una preoccupazione o una sorpresa che mai ti saresti immaginato.

Un bel voto all’esame, un referto medico che scaccia ogni timore, l’annuncio dell’arrivo di un figlio o un nipote, un lavoro che diviene a tempo indeterminato, l’aver perdonato di cuore un familiare, l’ottenimento di una grazia spirituale tanto anelata…

Se mi metto a pensare, quante belle notizie mi sono state condivise nella mia vita di sacerdote!

Ma mi chiedo: per me il Vangelo è buona notizia? Cioè, anche solo il leggere il brano del Vangelo della domenica mi suscita un effetto analogo a quella bella notizia di cui mi sono ricordato poc’anzi?

Tempo fa girava un video virale su YouTube di un gruppo di cristiani evangelici cinesi nel momento in cui ricevono valige piene di Bibbie. Dopo l’assalto a prenderne ciascuno una copia seguono momenti di commozione per avere tra le mani… la Parola di Dio. Ecco qui una buona notizia che giunge nella mia vita. Il Vangelo odierno arranca proprio con “inizio del vangelo di Gesù”, cioè “inizio della buona notizia di Gesù”.

Per prima cosa si menziona un “inizio”, eco della prima parola di Genesi: «bereshit», cioè l’inizio in senso assoluto. Quindi non si tratta del comincio di qualcosa di ordinario bensì che l’unica vera buona notizia è solo Gesù. Per cui, l’inizio non è tanto in senso cronologico piuttosto significa che Gesù è il pilastro, il fondamento dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita.

Buona notizia è la Sua Persona, l’evento più grande e magnifico che ci poteva capitare. Gesù che in ebraico significa “Dio salva” è la buona notizia. Cosicché Dio viene a salvarmi, Dio in Persona si rende presente a mio fianco ogni giorno per essere la mia salvezza costante. Cari sposi, la presenza di Gesù è multiforme, come ci ricorda bene il Concilio vaticano II:

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium 7).

Quindi se Gesù è presente “nei sacramenti”, Egli, la Buona Notizia fatta Persona è anche in voi sposi. Possa Egli essere detonante di amore, unità, pace, concordia, slancio per voi sposi prima di tutto e per noi che vi osserviamo e aspettiamo di vedere da voi un segno forte che Lui è vivo in mezzo a noi.

ANTONIO E LUISA

Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sull’importanza del battesimo e del matrimonio. È meraviglioso pensare che la nostra unione matrimoniale abbia le sue radici nel sacramento del battesimo. Ogni giorno, il nostro amore si rigenera grazie alla fonte inesauribile dello Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci scambiamo diventa sacro poiché siamo stati battezzati. Quando ci doniamo reciprocamente, è Gesù stesso che ci dona l’uno all’altro. In ogni momento in cui ci doniamo, facciamo esperienza di Dio, poiché il nostro amore non appartiene solo a noi, ma è stato consacrato da Dio attraverso il battesimo e il matrimonio.

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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“Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”

Fratelli! Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell’eternità!” Questa frase messa in bocca a Decimo Meridio Massimo, il generale romano creato dalla penna di Daniel Mannix e protagonista di un ben conosciuto film, riassume con chiarezza il senso del Vangelo, epilogo di tutto l’anno liturgico. Care coppie, siamo giunti così dinanzi al nostro grande Re, Gesù, il quale con questa solennità ci ricorda il senso della nostra vita così come pure il senso di tutta storia umana: la nostra esistenza in un preciso momento avrà una fine ma soprattutto si troverà dinanzi al suo fine, cioè l’incontro personale con Cristo. Joseph Ratzinger diceva che i primi cristiani attendevano con gioia questa riunione con il Signore, mentre poi è divenuta sinonimo di paura e angoscia.

Certamente, nel vangelo di oggi vediamo due modalità diverse di porsi davanti a Cristo: una positiva di chi si è “allenato” tutta la vita nel rapporto con Lui e una negativa di chi invece Gesù non l’ha proprio considerato o l’ha trattato con superficialità. E ovviamente non parliamo qui di buddisti o induisti o qualche tribù animista africana ma di cristiani battezzati che nella loro vita non hanno voluto fare di Cristo l’amico, la persona con cui convivere abitualmente.

Ricordiamo che chi scrive questo Vangelo è Matteo e lui si rivolge ai cristiani di provenienza ebraica, per cui egli sta mettendo in parallelo le presenti parole di Gesù con il discorso della montagna. Riecco allora gli affamati, gli assetati, gli ignudi e stranieri… è bellissimo constatare che quella gioia e beatitudine promessa nel capitolo 5 e che tanto è stata criticata di utopica, astratta e inconsistente, qui ora è una realtà che sta per diventare eterna. Gesù sta veramente mantenendo la promessa! E le persone, elogiate nelle Beatitudini, considerate perdenti per il mondo, adesso sono quelli che formano parte per sempre del suo gregge amato.

Domandiamoci: chi è che ha l’occasione di praticare ogni giorno le beatitudini se non voi sposi? la vita di coppia e famiglia vi mette davanti quotidianamente tante occasioni per vivere le Beatitudini e preparare serenamente l’incontro finale con Cristo. Una volta Papa Francesco ha detto: “la famiglia è una grande palestra di allenamento al dono e al perdono reciproco senza il quale nessun amore può durare a lungo” (Udienza 4 novembre 2015).

Vi auguro di saper vedere nel vostro coniuge quell’affamato, assetato, ignudo, malato e carcerato affinché la beatitudine assicurata dal Signore si riversi sui vostri figli e attorno a voi. È questo il senso di quando il Papa Paolo VI parlava di “civiltà dell’amore” (Cfr. Omelia 17 maggio 1970), un dinamismo in cui la coppia diviene sorgente di amore diffusivo attorno a sé.

Oggi vediamo Gesù nuovamente insignito del suo carattere di Re Universale, una condizione che Egli ha sempre gelosamente occultato volendo anteporre piuttosto la condizione di servo. Il nostro sguardo così spazia su tutto il mondo, scosso da tanta guerra e instabilità e ci viene un po’ di vertigine se guardiamo alla nostra piccolezza. Eppure, ricordiamo Madre Teresa quando diceva: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”. Sì, la tua piccola coppia e famiglia ha il potere di essere lievito perché il Suo amore varchi l’uscio di casa tua e scaldi chiunque incontri ed è un bene di cui Gesù terrà scrupolosamente in conto nel momento del vostro incontro con Lui.

ANTONIO E LUISA

Saremo giudicati sull’amore. Noi sposi saremo giudicati primariamente sull’amore che nutriamo l’uno per l’altro. È una realtà ineludibile. Come possiamo servire Dio? Servendo i nostri fratelli e sorelle, i poveri e i bisognosi. Servendo il prossimo. Servendo soprattutto il nostro sposo o la nostra sposa, la persona più vicina a noi. Non ci sposiamo per essere serviti, ma per servire. Non ci sposiamo per ricevere dall’altro, ma per donarci reciprocamente. Non sposiamo per inseguire la felicità personale, ma per render felice l’altro, e da questa scelta nasceranno anche la nostra gioia e la nostra pace. Essere come re e regine significa compiere nel nostro matrimonio le opere di misericordia. Significa trasformare il nostro matrimonio in un luogo privilegiato dove amare Dio nell’altro.

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Il grande talento nuziale

Care coppie, quale reazione avreste se un bel giorno, consultando il vostro home banking sul cellulare, scopriste che uno dei vostri migliori amici, familiari o parenti vi ha voluto regalare, per il vostro compleanno o anniversario, ben 48.000 €! Perché a questo ammonta un talento biblico, tradotto in euro. Figuriamoci poi se il conto fosse il doppio o il quintuplo, non penso proprio che se ne rimarrebbe lì ozioso…

Ma cosa può aver spinto quel signore, dopo essersi accorto del dono ricevuto, a restare con le braccia incrociate? Il Vangelo dice che è stata la “paura”: ma paura di che? O meglio: di cosa avrebbe avuto timore? Chi o cosa lo stava minacciando se all’improvviso era diventato così ricco?

Ragioniamo un po’ su questo fatto: un padrone affida un sacco di soldi a dei servitori e non è un fatto di poco conto. Infatti, a chi daremmo una tale cifra se non persone di cui ci fidiamo pienamente? Il padrone non solo confida che non li useranno male ma in cuor suo sta scommettendo che li impiegheranno secondo il suo modo di fare, cioè, mettendoli a frutto. Si evince che tra queste persone vige una logica di famiglia e non tanto di legalismo esteriore.

Ecco allora che la “paura” del servitore non si giustifica in tale contesto, non ha motivi di esistere. È segno, piuttosto, che egli stesso non nutriva buoni sentimenti verso il suo padrone, non ricambiandolo della benevolenza e del credito dimostratogli. Una cosa va detta: questa paura, come in tante altre vicende evangeliche, appare ogniqualvolta si presenta una novità a cui aprirsi, una circostanza che il Signore usa perché ci lasciamo trasformare e allargare il cuore. I primi due l’hanno fatto, il terzo no.

Che vi ricorda tutto ciò? È esattamente lo stesso atteggiamento di Adamo ed Eva, la radice del peccato originale, che si ripresenta nel terzo servo verso il suo padrone: la sfiducia a cui segue la paura. Così, la colpa deplorata dal padrone è un omissione nata dalla non riconoscenza e dalla non valorizzazione del dono ricevuto, è in fondo un’alta aspettativa tradita.

Ma ora veniamo a voi, cari sposi. Di quanti talenti vi ha adornato il Signore! Oltre ai doni personali, alla grazia sovrabbondante, all’Eucarestia, a Maria Santissima… l’amore coniugale è la più alta forma di relazione esista tra le persone umane, tutte le altre (fraterna, materna/paterna, amicale…) prendono qualcosa ma non tutto dal vincolo matrimoniale. Abbiate il coraggio di riconoscere il dono che vi ha fatto il Signore donandovi il vostro coniuge!

Questo vangelo vi sprona ad essere attenti e vigilanti per saper tenere davanti agli occhi quanto bene è stato versato nella vostra vita personale e di coppia, renderne grazie di continuo ed essere fecondi nel donarvi vicendevolmente e alle persone che il Signore vi ha messo accanto. La paura la sentirete sempre, la paura di non giocarvi la vita di coppia e di famiglia fino in fondo, di non impegnarvi del tutto. Ma lo Spirito soffia di continuo per richiamarvi alla pienezza generosa della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

La parabola dei talenti può essere una bellissima immagine della fecondità della coppia. La coppia di sposi non può pensare di chiudersi. Non può credere di bastarsi. L’amore generato nella coppia va poi reso fecondo. Un amore autentico diventa genativo. Come un fiume in piena esonda, esce dalla coppia e si trasforma nella vita dei figli che gli sposi concepiscono ma non solo. L’amore generato nella coppia diventa servizio, accoglienza, ascolto, gentilezza, tenerezza, aiuto, empatia, prossimità per tutti. Se gli sposi si chiudono e non rendono feconda la relazione perderanno anche quel talento che Dio aveva dato loro. Anche il loro amore morirà.

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Anche oggi ti accogliamo in casa nostra

Cari sposi, la scena evangelica di oggi salta alla vita per la sua grande distanza dal nostro modo di celebrare un matrimonio. Se per noi è la sposa al centro dell’attenzione, colei che è attesa e sotto i riflettori per la sua bellezza e preziosità del vestito, nel mondo semitico questo ruolo spettava allo sposo.

Inoltre, vi sono alcuni elementi presenti che riflettono un preciso significato. Anzitutto l’olio, così largamente impiegato all’epoca ma detentore di un significato spirituale importante. Con l’olio si consacravano i re, i profeti e gli oggetti sacri a Dio; quindi, era un elemento naturale che rimandava sempre alla presenza di Dio. Il lumino acceso con olio poi evoca la donna forte lodata nell’ultimo capitolo del libro dei Proverbi, il cui valore e laboriosità risiede anche nel fatto che “neppure di notte si spegne la sua lampada” (Pr 31, 18). Alla luce di quanto detto e del contesto rappresentato dalle altre letture il grande messaggio di questa domenica gira attorno all’attesa e alla vigilanza. Sappiamo, infatti, di trovarci in prossimità della fine dell’anno, simbolo della conclusione e ricapitolazione che Gesù farà della storia.

Tuttavia, è assai fecondo considerare il tema dell’attesa non solo in vista dell’ultimo giorno ma rivolto anche alla presenza di Gesù con noi. Sappiamo che Lui è con noi, Gesù è vivo, è una Persona presente in continuazione nelle nostre vite. Eppure, presi da mille cose – lecite per carità – frastornati da preoccupazioni e incombenze familiari e di lavoro potremmo finire per trovarsi nella medesima condizione di un giovane e brillante avvocato romano, un tale Aurelio Agostino: “Io vagavo lontano da te (…). Tu, invece, eri più dentro di me della mia stessa parte più profonda e più alto della mia parte più alta” (Confessioni 3,6,11).

Saper attendere e tenere le lampade accese allora significa mantenere ogni giorno gli occhi e le orecchie su Cristo che ci parla. Non sia mai che trasformiamo Cristo in un’idea nostra, una sorta di proiezione mentale, un ologramma autoprodotto che dice e fa quello che in realtà pensiamo noi di Lui. Gesù è una Persona che anela a un rapporto autentico con voi ogni giorno: come lo state trattando? Lo ascoltate? Lo lasciate parlare dedicandoGli del tempo? Ha uno spazio reale nella vostra vita di coppia?

La grazia nuziale ha reso possibile che Cristo davvero abiti con voi in casa, che sussista dentro alla vostra relazione. Perciò la vigilanza e l’attesa è dato da questo vostro mettervi in ricerca di Gesù e di lasciarlo agire in voi. Che belle parole di Papa Francesco al riguardo: “La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede. La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e di carità per il prossimo. Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più comodo, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede; e questa – la fede – si spegnerà al momento della venuta del Signore, o ancora prima. Se invece siamo vigilanti e cerchiamo di compiere il bene, con gesti di amore, di condivisione, di servizio al prossimo in difficoltà, possiamo restare tranquilli mentre attendiamo la venuta dello sposo” (Angelus, 12 novembre 2017).

Cari sposi, lo Sposo non deve venire o arrivare da nessuna parte, L’avete già presente. Possiate avere questo cuore grande per accoglierlo e tenerlo con voi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha dato una dimensione verticale alla sua riflessione. Noi cerchiamo di integrare dandone una orizzontale. Durante il percorso del matrimonio, è importante mettere da parte l’olio nei piccoli vasetti del nostro cuore che ci saranno utili negli anni a venire. Come sposi, possiamo fare ciò donandoci reciprocamente senza aspettarci nulla in cambio. Dovremmo imparare ad essere teneri non solo quando siamo appagati sessualmente o emotivamente, ma in ogni momento della nostra vita insieme. L’amore tenero dovrebbe diventare il nostro vero stile di vita. Inoltre, dovremmo imparare a affidarci a Gesù attraverso la preghiera, anziché basare tutto solo sui sentimenti e la passione. La decisione di donarci l’un l’altro ogni giorno è fondamentale. Dobbiamo imparare ad amarci in modo gratuito e incondizionato. Questo renderà il nostro amore maturo e duraturo nel corso degli anni.

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Abbandonati alla Provvidenza

Cari sposi,

oggi vorrei parlarvi di due giovani sposi, i vercellesi Giovanni Gheddo (1900-1942) e Rosetta Franzi (1902-1934). Una coppia nata all’ombra dell’Azione Cattolica, e il cui breve matrimonio è stato forgiato da molto amore, fede e la presenza della croce. Della loro vicenda abbiamo un bel libro che ci svelta tanti dettagli.

Rosetta Franzi, dopo essersi diplomata come maestra, venne impedita dal padre all’insegnamento. Decise allora di spendere la sua capacità in modo gratuito presso le suore dell’asilo e le scuole serali per analfabeti. Inoltre, si spese in parrocchia come catechista e collaboratrice per l’accoglienza, l’aiuto e la formazione di tanti piccoli, soprattutto i poveri. Giovanni Gheddo, di famiglia meno agiata, divenne un geometra ed anch’egli decise di mettere a frutto il suo lavoro, specie per le persone meno fortunate. Di lui si diceva che non fosse in grado di farsi pagare il giusto laddove i suoi clienti patissero situazioni di miseria.

Si conobbero in modo semplice, forse nel partecipare assieme a Messa e si sposarono il 16 giugno 1928. La prima mèta del loro viaggio di nozze fu il santuario della Madonna Nera di Oropa. Dinanzi a Maria, chiesero la grazia di una famiglia numerosa e di almeno poter donare un figlio al Signore. Per questo decisero di donare a Lei la prima notte di nozze, dormendo in stanze separate. La loro vita nuziale fu breve, solo sei anni, vissuti intensamente tra il lavoro, la cura dei figli e l’aiuto ai poveri, sempre in un atteggiamento di profonda fede. Rosetta era solita dire: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” mentre Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

Il 26 ottobre 1934 Rosetta morì di polmonite e setticemia in seguito al parto prematuro di due gemelli, che spirarono con lei. Affranto e solo, Giovanni si aggrappò alla sua fede ma non volle più sposarsi, dedicandosi alla famiglia, supportato dalla mamma e sorelle per crescere i tre piccoli orfani Piero, Francesco e Mario. Nuovi e cupi venti di guerra soffiavano sull’Europa e Giovanni, quasi quarantenne, viene richiamato alle armi. Per le sue note opinioni antifasciste venne inviato al fronte più difficile, in prima linea in Russia, in qualità di ufficiale di fanteria. Di quel periodo abbiamo alcune sue lettere che mettono in luce come anche in quel contesto non smise di aiutare un popolo che, sebbene ostile, viveva gli orrori della fame e della morte.

A metà dicembre 1942, il suo reparto, la 5ª regia divisione “Cosseria” prese parte alla seconda battaglia difensiva del Don. Ma il contingente italiano era oramai logorato dal freddo, lo scarso equipaggiamento e la pressione di soverchianti forze nemiche. Tutto ciò costrinse l’esercito a una rovinosa ritirata, sempre incalzato dalla pressione delle unità corazzate sovietiche. È in questo contesto che il 17 dicembre Giovanni morì, sebbene forse avrebbe potuto salvarsi. Uno dei pochissimi compagni superstiti raccontò poi alla famiglia che il capitan Gheddo aveva deciso di restare con i cannoni e i feriti intrasportabili, mandando via i militari sani, fra i quali c’era anche lui, Mino Pretti, sottotenente poco più che ventenne. Giovanni si congedò dicendogli: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia l’ho già fatta e i miei bambini sono in buone mani. Va’, salvati, con i feriti rimango io”.

Ancora una volta fu fedele alla sua fede, come spesso ripeteva: «Pazienza! Quando non c’è rimedio bisogna rassegnarsi. Siamo sempre nelle mani di Dio!». Come giglio profumato, da questa coppia germinò una santa vocazione, P. Piero Gheddo (1929-2017), grande missionario e giornalista: la Madonna aveva mantenuto la promessa! Anche questi sposi, i servi di Dio Giovanni e Rosetta Gheddo, ci mostrano la straordinaria fecondità di un matrimonio che si fonda sulla roccia di Cristo.

padre Luca Frontali

Un servizio che salva

Cari sposi, leggendo la Parola di oggi, a prima vista si direbbe che non vi riguardi per nulla e che tutto il peso del monito di Gesù ricada esclusivamente sui sacerdoti. In parte è così, il clericalismo è difatti una deformazione dell’esempio che Cristo ci ha dato. Tuttavia, andando più a fondo, si può cogliere un’importante lezione anche per voi coniugi.

Posto che il nocciolo del Vangelo sta nell’aver usato male il dono dell’insegnamento e della guida da parte dei sacerdoti, si può fare un parallelo per la vita matrimoniale. Voi sposi avete ricevuto pure grande capacità di fare il bene, più concretamente vi è stato conferito un ministero vero e proprio nella Chiesa grazie al sacramento del matrimonio. Vi segnalo solo due passaggi, di tanti altri, in cui il Magistero della Chiesa lo esprime chiaramente:

In questo saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio «ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono», che continuamente ricevono dai figli” (Familiaris Consortio 21).

Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio»” (Familiaris Consortio 38).

Quando si riceve un dono così grande, i casi sono due: o lo si mette a frutto per gli altri o lo si lascia inerte, come è ben descritto nella parabola dei talenti. Nel secondo caso però si diviene un peso e un fardello sia per il coniuge che per i figli anziché essere un ponte, una via che conduce a Dio. Pertanto, anche oggi Gesù vi esorta ad essere umili servitori, ministri appunto, della sua Grazia. Vi invita ad aiutarvi vicendevolmente nella sua sequela, consapevoli di quanto grande sia il dono ricevuto nel matrimonio e a farlo fruttificare nell’ordinario della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca con questa sua lettura ci invita a non sentirci arrivati. Forse ci sembra di aver costruito un bel matrimonio. Ecco non facciamo l’errore di sentirci arrivati. Padre Raimondo ci diceva sempre che la nostra relazione non può restare ferma, cristallizzata ad un determinato livello. Non è possibile. La nostra relazione è viva, cambia continuamente. Quindi possiamo crescere o decrescere. Nel momento in cui ci sentiamo arrivati corriamo il rischio di darci per scontati e cominciare un lento declino. Stiamo attenti!

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Le due dimensioni fondamentali della vita di coppia

Cari sposi, la rete abbonda di siti che elencano le basi solide di un matrimonio e di come mantenere un rapporto duraturo nel tempo. Davvero ce n’è per ogni gusto, in particolar modo quando a parlare è un noto psicologo o terapeuta di coppia. Non avendo quella competenza non mi azzardo ad esprimere un giudizio. Semmai faccio notare che, senza contraddire quanto affermato, piuttosto manca il grande presupposto ad un sano rapporto di coppia.

E la risposta è nel Vangelo di oggi. Difatti, Gesù, affrontando l’ultima delle dispute che la Liturgia ci ha presentato nelle ultime settimane, incontra un vero pezzo da novanta: un dottore della Legge, uno appartenente alla categoria dei massimi esperti della Torah. La domanda postagli non è banale come sembra, perché a quel tempo vi erano ancora due correnti di pensiero nel giudaismo quanto a come suddividere i precetti, eredità delle dispute dei grandi maestri Hillel e Shammai, vissuti qualche decennio prima di Gesù.

Il quesito quindi è pertinente, perché i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè nel Decalogo, altri 613 precetti, motivo per cui, veniva da chiedersi: quali sono i più importanti? C’è un ordine? Da dove iniziare? Gesù non scende a casistiche, come forse quel dottore avrebbe voluto, ma va diritto al fondamento della vita del credente e cioè cita lo Shema‘ Israel, il comandamento che il fedele ebreo ripeteva, ieri come oggi, tre volte al giorno e che esprime il primato della fede in Dio. Ma ecco poi la novità! Subito dopo Egli accosta al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, un fatto senza precedenti nella letteratura giudaica antica e che riprende un passaggio del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Cosicché, la novità introdotta da Gesù è quella di aver messo in relazione diretta il comandamento dell’amore di Dio con quello del prossimo e, sebbene i due precetti fossero ricordati nella Torah, nessuno li aveva mai paragonati o considerati simili. Da tutto ciò ne emerge un quadro meraviglioso per la vita nuziale. Se da un lato ho bisogno davvero di Cristo per amare il mio coniuge, è pur vero che nel coniuge io incontro Cristo e questo in forza della grazia nuziale. Se è vero che un buon matrimonio deve possedere qualità nella comunicazione verbale, nella sessualità, nell’uso dei soldi… tutto ciò è infruttuoso per noi credenti se non si è al contempo radicati in Cristo. Senza Gesù tutta quella bella “solidità” un giorno finirà nella tomba o nel loculo.

La logica è la stessa della Croce: essa sta in piedi solo se il palo verticale è bel fissato nel terreno e così può mantenere la traversa orizzontale. È ciò vale anche per il matrimonio. Così, ogni coniuge è bene che si esamini sempre su quale rapporto ha con Gesù: se è personale, se è quotidiano, se si alimenta della Parola, se si basa sull’Eucarestia, se è aperto alla voce dello Spirito… e poi certamente se col proprio consorte vive la concretezza del rapporto, la complicità, la corte continua…

Oggi assistiamo, anche in seno alla Chiesa, a una sorta di schizofrenia: o fare della fede una questione talmente personale che non ha nessuna visibilità in chi ci vede, anzi, a volte con comportamenti contrari al Vangelo; oppure, voler vivere un matrimonio a prescindere da Cristo, facendo leva solo sulle proprie forze e lasciando il Signore per i momenti di emergenza e difficoltà. Cari sposi, la bella notizia è che in voi l’amore al Signore e l’amore al prossimo si coniugano perfettamente! Si potrebbe dire che voi siete chiamati ad essere gli esperti di come si ama Dio nel coniuge e come il coniuge mi può portare ad incontrare Gesù. Per questo lo Sposo Gesù vi ha donato la sua Presenza e conta su ogni vostro piccolo sforzo perché questa bellezza trapeli e sia visibile.

ANTONIO E LUISA

Ad integrazione di quanto scritto da padre Luca vorrei soffermarmi sull’ordine dei due comandamenti. Perchè amare Dio viene prima? Dio è geloso? No! Nulla di tutto questo. Siamo noi che abbiamo bisogno di quest’ordine. Perchè solo attingendo forza e consapevolezza dalla nostra relazione con Dio saremo capaci di amare l’altro gratuitamente e per primi, Se avessimo solo la dimensione orizzontale verso i fratelli non saremmo capaci di amare gratuitamente ma saremmo sempre alla ricerca di avere amore piuttosto che di darlo. Due poveri che vogliono arricchirsi l’uno con l’altro. Non potrebbe funzionare.

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