Benedizioni coppie omosessuali. Facciamo chiarezza.

E’ inutile negarlo. Il documento Fiducia supplicans, uscito il 18 dicembre dal Dicastero per la dottrina della fede, ha lasciato tutti sorpresi. Come al solito, sono scesi in campo immediatamente i due schieramenti che ormai da anni si danno battaglia all’interno della Chiesa. Ci sono i tradizionalisti che vedono intaccato un ulteriore pezzo della dottrina cattolica e della morale, e poi ci sono i progressisti che plaudono a una decisione innovativa ma che reputano ancora insufficiente e solo l’inizio di un percorso.

Io cercherò di non schierarmi e di essere quanto più possibile neutrale dando semplicemente alcuni spunti che secondo me sono importanti. Poi ognuno di voi si potrà fare (ma sicuramente si è già fatto) una propria idea positiva o negativa. Una cosa è certa: questo documento è controfirmato dal Papa e quindi merita attenzione e di essere letto senza pregiudizi.

Si può benedire solo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa. Questa affermazione è stata ribadita nel paragrafo 9 del documento in questione, il quale fa riferimento anche a un precedente documento dello stesso dicastero e alle risposte del Papa ai Dubia di alcuni cardinali. È importante sottolineare che tale affermazione significa che le coppie omosessuali, pur vivendo una relazione affettiva, non possono rispondere al progetto di Dio come viene inteso dalla Chiesa.

Nel documento, viene sottolineato che la benedizione delle coppie omosessuali non deve essere confusa in alcun modo con un rito nuziale. Si specifica che la forma della benedizione non deve essere fissata ritualmente dalle autorità ecclesiali, al fine di evitare confusioni con la benedizione propria del sacramento del matrimonio (paragrafo 31).

La Chiesa ribadisce due fattori determinanti e immutabili: il progetto di Dio sul matrimonio riguarda esclusivamente l’unione di un uomo e di una donna, in cui la differenza sessuale diventa feconda e profetica. Inoltre, si afferma che il sesso è moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. Importante comprendere che la Chiesa ha sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che vengono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa potrebbe in qualche modo offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presume di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale (paragrafo 11).

Questo pronunciamento è stato confermato dal Santo Padre nelle sue risposte ai Dubia di alcuni cardinali, sottolineando ancora una volta la sostanza di queste affermazioni.

In sintesi, il documento enfatizza chiaramente la posizione della Chiesa riguardo alla benedizione delle coppie omosessuali, affermando che questa non può essere confusa con il sacramento del matrimonio e che il sesso è considerato moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. La Chiesa continua a sostenere l’importanza della differenza sessuata e del progetto divino del matrimonio come definiti nei suoi insegnamenti.

Quindi, perché benedire una coppia omosessuale? Qui c’è tutta l’idea pastorale di Papa Francesco e dei gesuiti in genere. È importante comprendere che la visione del Papa si basa sull’idea della presenza e dell’amore di Dio in tutte le situazioni umane, comprese quelle moralmente sbagliate. Il Papa sostiene che, nonostante un rapporto omosessuale possa essere considerato moralmente sbagliato, se vi è una volontà sincera di fare del bene, può esserci una scintilla di verità che avvicina la coppia a Dio. Questo può essere un inizio, un cammino verso una vita spirituale più profonda?

Nel documento, Papa Francesco afferma che, anche quando il rapporto con Dio è offuscato dal peccato, è sempre possibile chiedere una benedizione, tendendo la mano a Lui, proprio come Pietro lo fece nella tempesta quando gridò a Gesù: “Signore, salvami!”. Desiderare e ricevere una benedizione può essere il bene possibile in alcune situazioni? Il Papa ci ricorda che anche un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare importanti difficoltà.

La Chiesa, come afferma il Papa, ha il dovere e la missione di non escludere nessuno. Pertanto, se una coppia omosessuale desidera la benedizione della Chiesa sulla propria relazione, sta manifestando il proprio desiderio di cercare l’aiuto di Dio, desiderio che spero sarà verificato dal benedicente. La Chiesa, secondo la visione del Papa, è chiamata ad accogliere tutti coloro che cercano Dio e il suo amore, indipendentemente dalla loro situazione o orientamento sessuale.La Chiesa, secondo Papa Francesco, è chiamata ad accogliere e accompagnare ogni persona che cerca Dio, offrendo la sua benedizione come un segno di amore e misericordia.

Perchè benedire la coppia e non le singole persone? Questa è un questione sostanziale. Non ho una risposta certa e anche io conservo diversi dubbi. Ma il Papa è Francesco e cerchiamo di comprendere le sue ragioni. Dico quello che è il mio pensiero analizzando tutto il modo di evangelizzare e di concepire la pastorale del Papa. Benedire solo la persona equivarrebbe a dire che Dio non c’è proprio lì dove la persona cerca di vivere l’amore. Certo in un modo completamente sbagliato, ma che resta il solo che riesce in quel momento a produrre quella persona. Eliminare questa parte importante della vita della persona equivale a creare una doppia vita. Esiste la vita di fede ed esiste la vita di coppia. Come in dottor Jekyll e mister Hyde. Invece il Papa ritiene importante far comprendere alle coppie omosessuali che si giocano la loro salvezza e la loro santità soprattutto lì, nelle relazioni con i fratelli ed in particolare quelle affettive. Ed è lì che devono fare la fatica di una vera conversione. Questa è solo una mia deduzione.

È la strada giusta? Non si rischia attraverso questo documento di affermare una determinata verità e poi di contraddirla con la percezione concreta che i fedeli avranno del significato della benedizione? Vedere il sacerdote che benedice una coppia omosessuale non induce il fedele – già peraltro abbastanza influenzato dai mass media – a ritenere normalizzato il rapporto omosessuale? Il rischio c’è, solo il tempo ci dirà della bontà di questa decisione. A noi è chiesto non tanto di giudicare le scelte del Papa quanto di pregare per lui.

Possiamo concludere quindi questa riflessione tirando le somme. Il Papa non vuole riconoscere come buone le relazioni irregolari e tantomento quelle omosessuali. Ribadisce la pienezza del disegno di Dio nel matrimonio e ribadisce che il sesso è buono ed autentico nel suo significato solo all’interno del matrimonio. Il Papa però non vuol far mancare una presenza accanto a chi vive situazioni anche di peccato. Il Papa vuole che la benedizione possa essere l’inizio di un cammino di conversione e non la giustificazione di una situazione oggettivamente di peccato. È la strada giusta? È questo il modo per avvicinare le persone omosessuali a Dio? Continuiamo a pregare e a chiedere luce allo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Siamo testimoni o giudici?

Anche noi interroghiamoci, ognuno di noi faccia questa domanda a sé stesso, interroghiamoci: amo davvero il Signore, al punto da volerlo annunciare? Voglio diventare suo testimone o mi accontento di essere suo discepolo? Prendo a cuore le persone che incontro, le porto a Gesù nella preghiera? Desidero fare qualcosa perché la gioia del Vangelo, che ha trasformato la mia vita, renda più bella la vita loro? Pensiamo questo, pensiamo queste domande e andiamo avanti con la nostra testimonianza. (dall’Udienza generale del 13/12/2023)

Queste sono le domande che papa Francesco ci invita a rivolgere a noi stessi. Sono domande forti. In particolare per chi cerca di evangelizzare un mondo sempre più lontano dal Signore e per questo sempre più povero.

Cosa ci sta dicendo papa Francesco? Ci chiede semplicemente di interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a proporre determinati valori. In un mondo in cui i valori sembrano spesso relativi e soggettivi, papa Francesco ci invita a riflettere su un aspetto fondamentale: Cristo non è solo parte del nostro bagaglio culturale e del nostro stile di vita, ma è una persona viva e reale.

In queste parole possiamo cogliere l’importanza di un incontro personale con Cristo. Un incontro che va oltre la mera conoscenza teorica o l’appartenenza formale a una tradizione religiosa. Papa Francesco ci ricorda che Cristo è una persona che abbiamo incontrato, che ci ha amato e con cui abbiamo iniziato una relazione d’amore.

Questa relazione personale con Cristo dona un senso profondo ai nostri valori. Quando viviamo l’amore di Cristo nelle nostre vite, i nostri valori non diventano una contrapposizione a quelli degli altri, ma una bellezza da condividere. Diventiamo capaci di amare e rispettare gli altri nel rispetto della loro dignità umana.

Solo attraverso questa relazione personale con Cristo possiamo essere credibili nella nostra testimonianza di valori autentici. Non si tratta solo di professare parole, ma di vivere in coerenza con ciò che crediamo. Papa Francesco ci invita quindi a interrogarci sulle nostre motivazioni più profonde, sulle radici delle nostre scelte e azioni.

Facciamo un esempio concreto. Chi non crede nel matrimonio e vive una sessualità disordinata non è un antagonista, non è una persona da disprezzare. È un nostro fratello o una nostra sorella. Quello che ci chiede Papa Francesco credo sia testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ma poi ci chiede di saperci avvicinare a chi fa scelte diverse con il rispetto che ogni persona merita. Con la consapevolezza che noi non siamo migliori di quelle persone, ma che siamo arrivati a determinate scelte grazie agli incontri che abbiamo fatto e alle vicende della nostra scelta personale.

È fondamentale comprendere che il rispetto reciproco è il pilastro su cui si basa qualsiasi forma di dialogo e scambio di idee. Ogni individuo è unico e ha il diritto di vivere la propria esistenza facendo le proprie scelte. È importante non dimenticare che non siamo noi a giudicare o condannare qualcuno, ma è compito di Dio. Il nostro ruolo, invece, è quello di amare incondizionatamente, di tendere la mano e di aiutare gli altri nel cammino della loro vita spirituale, pur comprendendo che ognuno ha il proprio percorso unico. Dire tutta la verità – ce lo chiede l’amore – ma senza imporla. Solo se l’altro è disposto ad ascoltarla. Altrimenti possiamo pregare e stare accanto continuando a testimoniare.

Quando Papa Francesco ci invita a testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ci chiede di farlo con umiltà e compassione. Questo significa accogliere ogni persona nel nostro cuore senza pregiudizi o discriminazioni. Non dobbiamo considerarci superiori o migliori, ma dobbiamo piuttosto adottare uno sguardo di rispetto e amore verso gli altri. Solo nel rispetto reciproco possiamo sperare che l’altra persona possa apprezzare anche le nostre scelte e scorgere in filigrana la bellezza di Dio. Come possiamo sperare di evangelizzare qualcuno se lo avviciniamo con uno sguardo di condanna? Solo l’amore salva! E noi possiamo esserne strumenti ma mai artefici.

Il primo luogo di missione è la nostra casa. Io ricordo sempre come Luisa mi sia sempre stata accanto senza giudicarmi nonostante io sia più indietro rispetto a lei. Tante volte ha aspettato che ci arrivassi io a determinate scelte, attendendo i miei tempi e aiutandomi con il suo amore gratuito ed incondizionato. Mi ha evangelizzato con il suo amore gratuito non tanto con le parole. Poi, quando sono stato pronto ad ascoltare con il cuore, allora sì che le parole hanno attecchito, altrimenti sarebbe stato tutto inutile.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Cuori adolescenti. Relazioni che curano

Continuiamo a parlare di challenge. Ricordiamo, innanzitutto, che queste sigle sono vere e proprie sfide, assurde, che esistono perché qualcuno le ha inventate e, purtroppo, sono seguite da giovani in tutto il mondo. Avevamo parlato di NNN, adesso tocca a DDD, la challenge per il mese di dicembre: letteralmente ‘Destroying Dick December’.

Dopo un mese, novembre, di astinenza forzata, non poteva che esserci un ribaltamento della morale. Il nome parla chiaro, si tratta di praticare la masturbazione per un numero di volte quotidiano pari al giorno corrente del mese. Sperando che per i più restino soltanto parole, si tratta di una deriva strabordante e illogica dalla quale, per quanto ci riguarda, proveremo a tirare fuori qualche riflessione positiva.

Riguardo alla NNN ci eravamo soffermati sulla ricerca identitaria della fase adolescenziale (cosa cerca un cuore adolescente? A chi o dove chiede risposte?), per la DDD vorrei sfiorare il tema della conoscenza di sé e del proprio corpo, tema centrale nell’età della giovinezza. Un cuore che cerca risposte è un cuore che si sta conoscendo, si sta scoprendo quasi adulto, si sta proiettando nel futuro, in un mondo disincantato lontano da quello infantile.

L’adolescente, spesso, si affaccia alla conoscenza del proprio corpo consapevole che dovrebbe sapere tutto, perché la società sa tutto di lui. E così, per non restare indietro, ingurgita informazioni su informazioni, fa incetta di tutto ciò che offre il web per capire, sapere, comprendere. Ma il web, come dice la parola stessa, è una “ragnatela” che non tarda ad acchiappare chi non sa come funziona: quando diciamo che internet dà accesso a qualsiasi informazione, rendiamoci conto di cosa significa quel “qualsiasi” per un adolescente (o peggio, un bambino lasciato solo con il telefono). Significa poter soddisfare qualsiasi curiosità, anche legittima e ingenua, senza filtri, senza confronto, senza relazione, dando credito a sconosciuti che hanno pubblicato qualcosa sul web.

La DDD è la strabordante deriva che nega il rispetto di sé, della propria sessualità, oltre a ignorare completamente (volontariamente o meno) la relazione per la quale l’atto sessuale è stato creato. Spesso mi sono chiesta cosa avesse la psicoterapia di tanto diverso da una chiacchierata con un amico fidato: perché la terapia cura e una chiacchierata con un amico no? Perché alcuni nodi sono sviscerati e sciolti in una seduta e non al bar in compagnia?

Eppure, magari, le confidenze sono le stesse. La risposta illuminante (e chi ha fatto terapia sa di cosa parlo) me l’ha data un mio amico psicologo: è la relazione che cura. Posso essere sollevato o confortato in seguito ad una telefonata amicale, ma se ho difficoltà o nodi pregressi non saranno sciolti, occorre un altro tipo di relazione. La relazione cura, sempre. Dipende di quale cura hai bisogno. Il Signore ci ha donato le emozioni, ne siamo responsabili per vivere bene, pienamente, consapevolmente.

Quello che il web non dà a nessuno è la relazione. Che è esattamente ciò che gli adolescenti cercano maggiormente. Tutti vogliamo essere connessi e siamo qui, sui social: sia chiaro, la relazione è un bisogno umano primario, non siamo fatti per vivere soli. Ma un adolescente che cerchi risposte su internet si priva di una componente essenziale per una proficua ricerca: qualcuno che gli voglia bene e, proprio per questo, gli proponga informazioni o riflessioni nel modo e nell’ordine ritenuto migliore per lui. Vi sembra poco? A me sembra tutto.

Certamente, internet è uno strumento incredibile, un dono, che va saputo utilizzare al meglio. Chi sa usarlo (e ne conosce le trappole) probabilmente troverà cosa cerca senza troppe difficoltà. Ma su argomenti tanto sensibili come il proprio corpo e il suo funzionamento, per un adolescente che sa semplicemente digitare domande, come possiamo pretendere che internet rimandi solo contenuti semplici, saggi, prudenti o addirittura cristiani? Come aprire il rubinetto al massimo e pretendere che l’acqua fuoriesca goccia a goccia.

La fede è relazione. Essere chiamati per nome è l’inizio di una relazione. L’Arcangelo Gabriele che saluta la Madonna entra in relazione con lei. Dio che cerca l’uomo, chiedendo il Sì di Maria, è un Dio-con-noi, un Dio in relazione. La preghiera è relazione (se ascoltiamo anche!). Il Matrimonio è relazione e una piuttosto speciale direi, quella che ci scegliamo per la vita. La genitorialità è relazione, con dei figli che non sono nostri ma che siamo chiamati a guidare e accompagnare per un pezzo di strada. Siamo chiamati ad intessere relazioni, cari sposi. L’autenticità delle stesse sarà il banco di prova dei cuori adolescenti di domani: hanno fiuto per la Verità, come ha suggerito il Papa. E quanto è vero!

Vigiliamo e preghiamo affinché non vada perso con il tempo, con il disincanto, con le trappole del web, con i mille inganni e le mille challenge che il mondo potrà loro proporre. Restiamo uniti, restiamo veri, affrontiamo i tabù (o presunti tali) con semplicità e onestà. Non dobbiamo avere tutte le risposte: non crollerà il mondo se lo ammettiamo, che sia davanti ai nostri figli o al nostro sposo. La relazione cura entrando in relazione: possiamo limitarci a tante conoscenze oppure metterci davvero in gioco con qualcuno. Questo fa e farà la differenza.

L’unica challenge che merita giocare è quella dell’abbandono in Dio. Più ci sapremo consegnare a Lui, più scopriremo noi stessi, il nostro cuore, e come dice S.Agostino: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1).

Giada (@nesentilavoce)

Stereotipi e frasi fatte che inquinano la famiglia

Non sei ancora fidanzato/a? Cos’aspetti!”, “È da tanto che siete insieme, quand’è che vi sposate?”, “Ora che siete marito e moglie ci va un bambino, eh?”, “Un figlio solo è troppo poco, dovete fare il secondo”, “Non c’è due senza il tre”, ecc …

Diciamo la verità: quante volte ci siamo sentiti rivolgere queste frasi e, ammettiamolo con onestà, magari siamo stati noi stessi i primi a rivolgerle ad altri … Fermiamoci un attimo a riflettere: sono affermazioni sensate e incoraggianti oppure no? In realtà, hanno ben poco di maturo e ponderato anzi, posso fare dei danni anche molto seri, in quanto fondate su stereotipi e banalità che non possono e non devono essere acquistati o venduti al banco del primo offerente perché vanno a ledere non solo la sfera più intima e privata delle persone ma a toccare dei tasti, dei sentimenti o delle condizioni di vita che non si possono ridurre a frasi fatte e buttate lì come se fossero caramelle.

È sempre necessario, infatti, partire dal presupposto che non possiamo conoscere tutto della vita degli altri né giudicare basandoci esclusivamente sul poco che vediamo o sappiamo; la Parola di Dio è molto chiara a questo proposito: “Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”, leggiamo nel libro del profeta Samuele (1 Sam 16, 7).

Cerchiamo quindi di analizzare insieme le frasi citate all’inizio: si basano tutte sulla presunzione di sapere ciò che è meglio per gli altri, sulla scia di quello che sembra dover essere un percorso standard, ideale per ciascun uomo e ciascuna donna, quando sappiamo benissimo che non può essere così. Se un ragazzo o una ragazza non sono fidanzati può voler dire molto più del semplice “non lo sei ancora”: potrebbero, per esempio, essere attivamente alla ricerca di un partner senza averlo incontrato oppure avere la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Facendo quella domanda andiamo a mettere in dubbio la loro condizione e rischiamo di farli sentire inferiori o in qualche modo diversi: niente di più sbagliato!

Ugualmente, insistere sul matrimonio non è cosa buona; certo, in un’ottica cristiana il sacramento deve senz’altro essere la meta di una relazione stabile, sana e matura ma non devono mai esserci forzature esterne, che rischiamo di modificare o accelerare dei tempi che solo i diretti interessati o eventuali guide spirituali conoscono. Non ci si sposa per forza o perché viene chiesto da qualcuno ma per amore, ben sapendo la grandezza ma allo stesso la responsabilità che ha l’unione cristiana, innanzitutto davanti a Dio ma anche nei confronti della società e degli eventuali frutti del matrimonio stesso, altre vite, con le quali non si può giocare.

Non parliamo, poi, della presunzione di comandare gli altri sull’arrivo dei figli: ci siamo mai fermati a pensare alla complessità di situazioni e vissuti che gravitando attorno alla presenza o all’assenza di un bambino? Potrebbero esserci coppie che lo desiderano ma non possono o non riescono ad averne, coppie che devono affrontare la complessità e il dolore di aborti spontanei, coppie con problemi di salute che pregiudicano la gravidanza … come le facciamo sentire se le bombardiamo di domande simili? Ci rendiamo conto che sono frecce dolorosissime che vanno a conficcarsi nel cuore e nell’anima, ingigantendo sofferenze che sono già grandissime di loro?

La curiosità morbosa verso la vita degli altri cui, purtroppo, ci sta abituando la società porta la nostra mente non solo a voler sapere tutto di tutti ma anche a voler influenzare gli altri con le nostre vedute, le nostre opinioni e il nostro volere; così facendo, però, non solo andiamo a caricare dei pesi o delle sofferenze sulle spalle delle persone, rendendoci antipatici, ma togliendoci l’abbraccio empatico e caritatevole con cui dovremmo sempre cercare di avvolgere il prossimo. Rendiamoci conto che gli stereotipi e le frasi fatte vanno ad inquinare la famiglia, addirittura a cominciare da quando non è ancora formata: sono talmente carichi di connotati negativi che devono proprio convincerci non solo abbandonarli ma a consigliare di fare altrettanto. È più opportuno sorridere piuttosto che fare una domanda invadente, una preghiera che una parola di troppo: piccoli gesti ma che possono davvero migliorare la giornata – e con essa la vita – a tutti coloro che incontriamo, facendoli sentire accolti e non giudicati.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Santa Lucia: martire dell’amore

Oggi la Chiesa fa memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo dopo Cristo. Tra le altre cose è anche il giorno del mio compleanno (Antonio) e per questo sono molto legato a questa santa. Santa Lucia in tutta la sua storia personale che l’ha condotta al martirio evidenzia un tratto caratteristico della nostra fede: l’importanza del corpo.

Forse la novità più sconvolgente di Cristo è l’incarnazione. Dio che si fa carne. Il corpo viene finalmente riconosciuto come parte integrante della persona. Questo non è affatto irrilevante. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile, da quella corporea e tangibile. Ma non Cristo! Cristo porta questa grande innovazione. È un’innovazione già presente nella tradizione ebraica. Per gli ebrei ai tempi di Gesù, la persona era la combinazione di anima e corpo. Ricordiamo il libro della Genesi, dove Ish, l’uomo, fu plasmato da Dio con polvere e fango, e poi riempito dello spirito mediante il soffio divino. Anima e corpo sono due dimensioni strettamente collegate e parte della stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore, e il corpo è la porta attraverso cui egli ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con le lacrime, con la gioia, con le carezze e con l’abbraccio. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono dell’amore di Gesù è la croce. La croce in cui si offre attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue.

Lucia di Siracusa abbracciava questa verità con ardore! La sua anima bruciava nell’ardente desiderio di consacrarsi interamente a Cristo. Lucia sapeva di poter realizzare questo desiderio solo tramite il suo corpo. Con fermezza, lei si oppose a un matrimonio imposto, preferendo l’arresto e il martirio piuttosto che concedere il suo corpo a chiunque non fosse il suo amato Cristo. Chissà quanti l’avranno giudicata pazza, incapaci di comprendere le profonde motivazioni dietro la sua scelta. “Perché non sposarsi e dedicarsi ugualmente al suo Dio?” avranno forse pensato. Ma Lucia, con la fiamma della passione nel cuore, rimase inarrendevole nella sua risposta: solo Cristo merita ogni parte del suo essere.

Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentici. Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libera di amare il suo sposo Gesù in ogni persona che incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio ardente di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza incontenibile per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva vivamente. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata.

Mi rendo conto di quanto la consapevolezza di Lucia sia importante per ognuno di noi. So, senza ombra di dubbio, che posso amare mia moglie con tutta la mia anima solo se ci metto dentro tutto, anche tutto il mio corpo. Posso crescere nella gioia e nell’unità dei nostri cuori solo se il mio corpo è suo e solo suo. Solo attraverso il completo dono del mio corpo nel momento più intimo, esclusivamente con lei e per lei. Questa, senza dubbio, è l’unica strada per noi.

In un mondo che spesso disprezza il corpo, riducendolo a merce e oggetto di piacere superficiale, santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte integrante di noi stessi. È prezioso e sacro, perché è il tempio abitato dallo Spirito Santo. Lucia ci fa riflettere sul fatto che il nostro corpo è così inestimabile da meritare di essere protetto e preservato a ogni costo, persino a costo di sacrificio estremo. E tutto ciò, per poterlo poi donare completamente alla persona a cui abbiamo promesso amore eterno. Questa è la vera castità cristiana. Questo è l’amore autentico a cui siamo chiamati.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

C’è ancora posto per Gesù a Natale?

Ci stiamo velocemente avvicinando a una delle feste più belle, il Natale e quest’anno la quarta domenica di Avvento coincide con la vigilia; quindi, questo tempo di preparazione è più corto del solito. Ma che bello andare in giro, vedere tutte le illuminazioni, la gente che va in giro a fare i regali, le musiche, l’albero, il presepe, pandori/panettoni in offerta, le cene aziendali, le vacanze natalizie, il cenone della vigilia, i film d’amore, il pranzo di Natale, l’attesa dei regali, tante abbuffate!

No, questo, seppure tutto bello e romantico, non è il Natale.

Viaggiando per le strade ci sono tanti cartelloni con la scritta Natale o Christmas che riportano belle donne, tutti i più svariati articoli in vendita (dai materassi ai viaggi), colori dorati, Babbi Natali e folletti, ma nessuno che riporti la nascita di Gesù (tranne le pubblicità dei presepi viventi). È diventata una festa come tante altre, una tradizione, un momento di riposo e di vacanza, tutto qui.

Immaginiamo di organizzare una festa di compleanno a sorpresa; si trova il locale giusto, magari con qualcuno che mette un po’ di musica, si concorda il menù, s’invitano gli amici e i parenti, ricordando loro di non dire niente e di essere puntuali, si addobba la sala con striscioni e palloncini, si fa un video da proiettare con le foto più importanti, ma alla fine ci si accorge che ci siamo scordati di chiamare il festeggiato! Grave errore, che rende vani tutti i nostri sforzi.

Questo è il rischio, cioè quello di arrivare al giorno di Natale, aver preparato tutto, addobbi, regali, aver cucinato tante prelibatezze, ma aver tralasciato la Persona più importante.

In questo periodo siamo in attesa di un incontro: quando ero fidanzato, mi ricordo con quanta cura mi preparavo, cercando di essere impeccabile, la barba curata, i vestiti giusti e il profumo adeguato per arrivare più bello possibile dalla mia futura moglie e probabilmente mi recavo in anticipo a prenderla, da quanto non vedevo l’ora di vederla. Si rischia di fare tante cose belle e buone, ma Gesù c’entra qualcosa in tutto questo? È ancora al centro della nostra vita o almeno quello che facciamo in questi giorni è in parte per Lui?

Io vedo anche al lavoro, ci diciamo “Buon Natale, auguri!”, forse si va alla messa di mezzanotte, ma a cosa serve andarci una o due volte all’anno? È solo una tradizione, un modo anche per prendere un po’ d’aria e ascoltare le canzoni natalizie, dopo la mangiata del ventiquattro sera! Se poi nevica, è proprio un bel Natale!

Eppure, la nascita di Gesù è un evento talmente tanto importante, che qualcuno ha deciso di dividere il tempo tra un prima e un dopo, assegnando l’anno zero alla venuta di questo bambino così unico, perché figlio di Dio. Tutta l’umanità era in attesa dell’incontro di un Dio lassù nel cielo, lontano, con la nostra storia e la nostra condizione di creature, l’inizio della storia della salvezza (l’Antico Testamento è pieno di riferimenti a questa venuta del Salvatore).

Ma perché Gesù è venuto sulla Terra? Essenzialmente per salvarci, donandoci la vita eterna e per farci vedere come vivere qui come fratelli e sorelle, attraverso anche i suoi regali, i Sacramenti. Infatti, la tradizione dei regali deriva dal Primo Regalo, cioè dall’infinito dono che ci ha fatto Gesù incarnandosi come bambino.

Per noi sposi, oltre alla gioia, tenerezza e dolcezza di un papà e una mamma accanto al loro primogenito, cosa esprime? Gesù deve essere al centro del rapporto tra uomo e donna, così come si è innestato permanentemente nella loro relazione il giorno delle nozze: se a parole sembra facile, nella vita reale e quotidiana non lo è, perché siamo trascinati dal mondo e da tante distrazioni che cercano di portarci fuori strada. Così, come Gesù è l’intersezione tra il cielo e la terra, allo stesso modo l’uomo e la donna s’incontrano veramente solo tramite Lui.

Che questo Natale ci aiuti a ripulire i nostri cuori da quello che non è essenziale, in modo che Gesù possa nascere davvero in un “terreno” fertile per noi e per chi ci sta intorno. La luce è importante per vedere, ma forse ancora prima, viene il calore di una Presenza che ci scalda, come avviene in un caldo abbraccio (in una stanza fredda è difficile rimanere, anche se c’è la luce).

L’augurio che faccio a tutti gli sposi è che questo Natale non sia come tutti gli altri, ma segni un nuovo inizio, un punto zero, per ripartire con slancio.

Un’ultima parola voglio rivolgerla ai miei amici e compagni di cammino, separati fedeli, per i quali il Natale può essere una festa bella, ma anche triste, specialmente se vissuta da soli e senza figli: non c’è niente che andrà perduto di quello che soffrirete (soffrire, cioè “portare su di sé”) o che vi mancherà, se lo affidate a Gesù; inoltre, vi auguro di sentire nelle sante messe natalizie il calore della Sua presenza nella Santa Eucarestia! Ricordatevi che la vostra famiglia va ben oltre le vostre mura domestiche!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Dite ti amo alle vostre compagne, alle vostre mogli.

Dite ti amo alle vostre compagne, alle vostre mogli. Ditelo spesso, fatelo in questo momento.

Questo è l’appello che Gino Cecchettin hai rivolto durante la trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio, come messaggio di congedo lanciato a tutti gli uomini che hanno una moglie o una compagna. Prendo questo invito del papà di Giulia per lanciare due o tre pensieri che mi sono venuti ascoltando stamattina l’intervista.

Perché questi articoli sul padre di Giulia. Tanti cristiani devoti, diciamo così, mi contestano il fatto di dedicare tempo a queste persone. Di dare spazio a persone che non sono dei nosrtri. Che in passato hanno espresso posizioni contrarie alla nostra fede. Mi riferisco alle foto da “satanista” della sorella di Giulia. Ecco io credo che noi cristiani dobbiamo cercare di intercettare il sentire comune. In questo momento la vicenda dei Cecchettin indubbiamente attira attenzione e sentimenti degli italiani, di tutti, di chi crede e di chi non crede. Noi dobbiamo essere capaci di cogliere dei semi di verità, in una società la nostra, che ne ha sempre meno essendosi allontanata da Cristo. Non dobbiamo scegliere quello che ci piace per far passare una tesi, come mi è stato contestato. Dobbiamo essere capaci di avere lo sguardo di Cristo che, in mezzo a tante cose che non vanno, è capace di vedere quella scintilla di verità e fare leva su quella.

Dite ti amo alle vostre mogli. Qui Gino Cecchettin ha perfettamente ragione. Il suo invito è quello che anche noi tante volte abbiamo fatto attraverso il nostro blog e i nostri libri. Come ricordiamo sempre, durante il rito del matrimonio non promettiamo di amarci ed onorci per tutti i giorni della nostra vita. Non promettiamo semplicemente tutta la vita. Questo significa proprio che non possiamo dare il nostro amore per scontato. Ogni occasione deve essere buona per ricordare all’altro quanto sia importante e bello per noi. Non solo con le parole ma anche con i gesti e con l’atteggiamento. Ogni volta che io telefono a mia moglie e la saluto semplicemente senza terminare con ciao amore mio, sto perdento un’occasione. Quando la mattina non ci salutiamo con il bacio sulle labbra, sto perdendo un’occasione. Questi sono solo esempi calzati sulla nostra relazione. Voi avrete i vostri ma non perdete occasione di rendere presente ora il vostro amore.

Cosa significa amare. Dire ti amo non significa la stessa cosa per tutti. Questa è la mancanza principale che scorgo nei vari discorsi di Cecchettin. Cosa è l’amore? Per tanti non è uno sguardo sull’altro ma riguarda sempre loro stessi. Significa: mi fai stare bene, sono attratto/a da te, ti desidero, sei solo mio o solo mia. Il centro sono io. Questo non è l’amore. L’amore è un’altra cosa: significa decentrare lo sguardo. Significa: voglio che tu stia bene, voglio vederti realizzato/a, voglio donarmi a te, desidero essere accolto da te. Cambia tutta la prospettiva. Questo è ciò che discrimina una relazione malata da un amore autentico.

Termino con le parole di Gigi Cecchettin che durante l’intervista, forse inconsapevolmente, ha espresso perfettamente il segreto dell’amore: Devo ringraziare mia moglie Moglie Monica per avermi fatto conoscere l’essenza dell’amore, ho imparato ad essere un uomo diverso.

Nella relazione d’amore impariamo ad amare. Una relazione profonda e gratuita come dovrebbe essere il matrimonio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Un mondo parallelo

I genitori sani sanno essere amanti tra loro

L’articolo di qualche giorno fa, in cui abbiamo proposto la nostra personale idea riguardo i bimbi nel lettone, ha suscitato un acceso confronto tra le lettrici e i lettori (la maggior parte sono donne). Oggi vorrei lanciare un’altra provocazione. Non certo per infiammare ancora gli animi, ma perché credo che una riflessione su questi argomenti all’interno della coppia possa essere benefica. Poi, come ho sempre scritto, fate quello che credete sia meglio, ma non sottovalutate i segnali di una eventuale crisi tra voi. Prima si affronta, più facile sarà uscirne.

Affinché una relazione funzioni è fondamentale dedicarle attenzione costante e impegno continuo. La coppia non smette di essere coppia quando arrivano i bambini. Anzi aumentano le sfide, gli impegni, lo stress, la stanchezza e diminuisce il tempo per fare tutto. Per questo i due genitori hanno ancora più bisogno di attingere alla forza dell’amore sponsale, di sentirsi uno per sostenersi vicendevolmente. Le sfide educative che i genitori affrontano, specialmente quando i bambini crescono, sono numerose e complesse. È quindi ancora più importante che la coppia si mantenga unita per affrontare queste sfide con armonia, supportandosi reciprocamente.

Può essere utile vivere dei momenti solo per la coppia. Una vita parallela solo per i due sposi dove non c’è spazio per i figli. Dove i figli devono restare fuori. Questo mondo parallelo è costituito da attenzioni reciproche e da momenti esclusivi che la coppia si dedica. Si può trovare qualche minuto ogni giorno quando i figli stanno dormendo. Si può decidere di uscire a cena una volta al mese, ogni tanto un week end fuori. Questi momenti permettono di conservare una propria intimità, fondamentale per il benessere della coppia. E non dite che non ce la fate, che non sapete dove lasciare i figli. Se capite l’importanza di questi momenti trovate anche il modo.

Poi, mi ripeto, un luogo di particolare importanza in cui consolidare questa intimità è la camera da letto. La camera da letto rappresenta uno spazio esclusivo in cui sia l’amore che il sesso possono trovare la loro espressione. Il sesso, oltre ad essere un’esperienza fisica, assume un ruolo di comunicazione peculiare tra i partner. Attraverso questa forma di comunicazione, la coppia rafforza il proprio legame e conferma che si riconoscono e si desiderano non solo come genitori, ma anche come uomo e donna. D’altra parte, è importante evitare di focalizzarsi esclusivamente sul ruolo di genitore, perché ciò potrebbe comportare l’estromissione della sfera del desiderio nella relazione di coppia. Coltivare il proprio desiderio è essenziale per mantenere viva l’intimità e la passione nella coppia.

In conclusione, per far sì che una relazione di coppia funzioni nel tempo, è indispensabile prestare attenzione costante, dedicarsi momenti esclusivi reciproci e mantenere viva la sfera del desiderio. La comunicazione, l’impegno e l’intimità sono elementi fondamentali per costruire un rapporto solido e appagante in coppia.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

I limiti? Occasione per amare

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Maria è ancora più bella con Giuseppe

Un articolo che pubblico abitualmente il giorno dell’Immacolata. Mi piace proprio perchè Maria diventa ancora più bella con Giuseppe. La piena di grazia, la tutta santa e la donna mai toccata dal peccato con Giuseppe è ancora di più lei, Maria. E’ bello riscoprire Maria anche nel suo essere sposa di Giuseppe.

L’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! È una festa straordinaria per noi! Perché è una festa? Perché dovrebbe toccarci così profondamente? Cosa cambia nel nostro essere? Questa ricorrenza speciale si celebra durante l’Avvento, un tempo di purificazione e meditazione. È un momento in cui non solo prepariamo i doni e il pranzo di Natale, ma è crucialissimo per noi credenti rimuovere le zavorre che appesantiscono il nostro cuore, consumato da una vita frenetica, tra mille luci mondane che ci distolgono dall’unico faro che conta, la stella cometa che ci guida verso Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di riscoprire quanto siamo amati e bellissimi. Abbiamo bisogno di ricordarci che Dio ha scelto di farsi carne e di abitare tra noi, affinché possa offrire la Sua vita in passione e morte, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento lasciamoci abbracciare da Maria e lasciamo che il suo manto ci avvolga. Sia un’avvolgimento non solo fisico, ma anche spirituale, in cui cerchiamo di indossare la sua purità e la sua santità. Maria è la guida appassionata di tutte le spose e di tutte le madri, proprio come Giuseppe lo è per noi sposi e padri. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria senza dubbio, ma anche una coppia che vive ogni giorno una relazione sponsale autentica, in un continuo e amorevole dono reciproco. E questo è esattamente ciò che cerco di fare con Luisa, e sono sicuro che anche voi, lettori, vi impegnate a concretizzare questa passione nella vostra storia. Siate ardenti nell’amore, proprio come Maria e Giuseppe lo sono stati.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo, ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, può essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Immacolata Concezione: un dogma che profuma di famiglia

L’8 dicembre si sta avvicinando: approfittiamone per riflettere insieme sul concetto di Immacolata Concezione, dogma ufficialmente promulgato da Papa Pio IX nel 1854, proprio l’8 dicembre; in esso si stabilisce che la Madonna è stata preservata da ogni macchia di peccato fin dal suo concepimento, avvento all’interno del matrimonio tra Anna e Gioacchino.

I Vangeli canonici (ossia quelli di Luca, Matteo, Marco e Giovanni) non ci parlano dell’infanzia di Maria: molte informazioni provengono dal Protovangelo di Giacomo, del I secolo, dal medievale Pseudo-Vangelo di Marco e dalle rivelazioni ricevute dalla mistica italiana Maria Valtorta. Ciò che ci interessa è analizzare il contesto in cui tutto questo avviene: il progetto specialissimo del Padre prende forma fin dall’esatto momento in cui Maria viene all’esistenza di questo mondo. Non è stato il suo Fiat di anni dopo né una particolare consacrazione dei suoi genitori ma è avvenuto immediatamente: Maria è concepita Immacolata da subito, fin dal primissimo istante in cui le cellule della sua mamma e del suo papà sono diventate un cosa sola, Lei. Il dogma, dunque, si rivela e si dispiega nel contesto della famiglia naturale così come Dio l’ha immaginata e progettata: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2, 24).

Nel silenzio e nell’umiltà della casa di Anna e Gioacchino diviene concreto il più straordinario degli eventi: quella creaturina sarà madre del Creatore o, per usare una bellissima espressione del poeta Dante, “Vergine madre, figlia del tuo figlio” (verso del Canto XXXIII del Paradiso della Divina Commedia). I suoi genitori si sono comportati come tutte le coppie di sposi, cercando di rendere feconda la loro unione; questo dogma, dunque, eleva la famiglia ad elemento costituente del cristianesimo stesso non solo perché si sviluppa a partire da una famiglia ma anche a soprattutto perché si realizza esso stesso in una famiglia, quella formata da Maria, Giuseppe e Gesù.

Certo, il loro è senza dubbio un nucleo unico ed irripetibile che però è profezia ad annuncio del ruolo centrale che la famiglia occupa nel piano della Provvidenza, dispiegandosi nel mondo attraverso lo scorrere del tempo e il susseguirsi delle generazioni; d’altronde, l’umanità non potrebbe esistere senza l’unione tra un uomo ed una donna che diventa carne in un nuovo uomo e in una nuova donna.

Pensiamo poi alla “conferma” che proprio il Cielo mandò al mondo in seguito alla proclamazione del dogma, attraverso le apparizioni della Madonna alla piccola Bernadette Soubirous. La “Bella Signora”, com’era solita chiamarla, si fece pregare a lungo prima di svelare il proprio nome ma poi, il 25 marzo 1858, rivelò: “Que soy era Immaculada Councepciou“, che tradotto significa appunto “Io sono l’Immacolata Concezione“. Bernadette, all’epoca delle apparizioni, viveva con la famiglia nel poverissimo e misero cachot, famiglia che poi lasciò per entrare nell’ordine delle suore della carità di Nevers.

Quello di Lourdes non fu l’unico suggello del dogma: pensiamo alle precedenti apparizioni di Maria a Suor Caterina Labourè del 1830, nella cappella delle novizie di Rue de Bac a Parigi. Con il dono dell’effige della Medaglia Miracolosa, comparve anche la scritta: “O Maria concepita senza peccato”. Caterina proveniva anch’essa da una famiglia umile e povera che – proprio come a Bernadette – le aveva permesso di sperimentare le fatiche del lavoro domestico, stancante ma santificante. Anche lei, poi, era diventata religiosa, della Compagnia delle Figlie della Carità: queste similitudini ci insegnano come la famiglia sia non solo al centro dell’organizzazione sociale ma una fucina di vocazioni, che altro non sono che un’altra famiglia – quella religiosa – anch’essa così importante per l’esistenza stessa della Chiesa.

Quello dell’Immacolata Concezione, dunque, non è tanto e solo un dogma ottocentesco di portata grandiosa ma lontano nel tempo, anzi, si configura come un modernissimo punto di partenza attraverso il quale riflettere sul senso profondo in cui esso è divenuto tangibile, si è fatto corpo ed è poi maturato; Maria ha avuto bisogno di una mamma e di un papà per nascere, Gesù ha avuto bisogno di una mamma e di un papà per crescere: esattamente ciò di cui necessita ciascuno di noi. Ecco perché possiamo dire, con dolcezza e convinzione, che il dogma dell’Immacolata Concezione profuma di famiglia.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Il papà di Giulia: una sessualità libera da ogni possesso

Ieri si sono svolti a Padova i funerali di Giulia Cecchettin. Alla fine della funzione è salito sull’ambone il papà di Giulia. Ha detto alcune parole rivolte non solo alle istituzioni ma a tutti noi. In particolare mi soffermo su un passaggio.

A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro.

A tal riguardo vorrei condividere con voi un’intervista che Cecilia Galatolo mi ha sottoposto e ha poi pubblicato su Puntofamiglia.net alcuni giorni fa. Credo che rispecchi molto l’appello che ci è stato lanciato dal papà di Giulia.

Antonio, intanto grazie della disponibilità. La cronaca ci mostra che i casi di violenza sulle donne sono davvero tanti: una donna su tre, si stima, ha ricevuto violenze o molestie nella vita. A cose si deve questa piaga sociale, secondo te?

Voglio essere chiaro. Oggi, tutta questa violenza di genere, dipende in gran parte dalla pornografia e da tutto ciò che mercifica il corpo. C’è dentro tanto tanto della nostra cultura moderna. C’è l’aborto, c’è l’utero in affitto, c’è la prostituzione e c’è il porno esplicito. Queste pratiche ci educano e ci cambiano dentro. Ci fanno credere che la vita e il corpo siano disponibili. 

Voglio prendere ad esempio qualcosa che con il porno sembra non entrarci nulla. Hai presente la nuova tendenza dei creator di TikTok? La NPC Non-playable characters. Ci sono dei creator che in live si comportano come personaggi a comando. A seconda delle richieste degli utenti (attraverso regali virtuali che si traducono in entrate reali) compiono determinati gesti e dicono determinate parole o frasi. Guardare una diretta NPC sembra surreale. Non ci vedo nessun interesse particolare se non l’apparente pazzia della situazione. Sai cosa rende virali queste live? Il controllo. Gli utenti hanno il controllo delle azioni e del corpo dei creator. C’è tanto della dinamica pornografica dietro. 

Io, fino a venticinque, anni sono stato quello che afferma la sorella di Giulia (Cecchettin ndr). Dice che tutti gli uomini almeno una volta hanno avuto comportamenti sessisti verso le donne. Io in passato ho fatto discorsi da bar o da palestra con gli amici, ho commentato il seno o il corpo di quella ragazza che passava. In discoteca mi è successo di provarci con diverse ragazze. L’ho imparato in famiglia? Come dicono tanti, l’ho imparato dalla mia cultura patriarcale? Assolutamente no. Ho avuto un padre che ha rispettato profondamente mia madre ed è uno degli insegnamenti più grandi che mi ha dato. Non era credente, lo era a modo suo, ma moralmente mi ha dato tanto. La “scuola” che mi ha insegnato a vedere le donne come oggetti è stata la pornografia. 

Quindi, l’accesso alla pornografia, a tuo avviso, compromette nel profondo le relazioni interpersonali? 

Sì, è una difficoltà che poi si porta anche nel matrimonio e che crea sofferenze e difficoltà ad entrambi gli sposi. Se la donna si sente usata, difficilmente riesce ad abbandonarsi al marito nell’intimità. Con tutte le conseguenze che potete immaginare. Un amico sessuologo e medico a una domanda diretta sulla violenza e pornografia mi disse: “La donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. È una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo.” La pornografia è oggi evoluta. Sta spopolando Onlyfans con tantissime creator donne che offrono video e/o immagini sessualmente espliciti. Perché questo format funziona tanto? Perché c’è interazione tra fruitore e creator. Non parlerei di relazione. Il cliente, dietro il pagamento di una cifra, può richiedere determinate prestazioni alla creator preferita. Torniamo al discorso iniziale del controllo e del dominio sulla donna

Questo influisce molto sul modo in cui i ragazzi vengono educati o diseducati all’affettività… 

I nostri ragazzi si trovano immersi in questo mondo virtuale dove possono controllare ed usare la donna che desiderano e poi però c’è la realtà, dove le donne non sono così, ma sono esseri pensanti, con una loro sensibilità, una loro volontà e delle loro idee. 

Sono persone che possono non assecondare l’uomo in tutto; possono anche dire di no e addirittura lasciarlo. E il ragazzo spesso si trova disorientato, impotente, impreparato e reagisce con la rabbia che è sintomo di frustrazione e debolezza. 

Questo vale poi anche negli uomini più grandi, se non maturano. Si parla tanto di narcisismo, ma dietro c’è questo. Cosa mi ha salvato da questa mentalità pornografica? Quella che oggi viene osteggiata e considerata medioevale: la morale cristiana. Grazie a Luisa (la moglie ndr) ho intrapreso una relazione che mi ha portato a percorrere un percorso di maturità affettiva. Con lei ho imparato il rispetto per la donna e ad amarla nel dono totale di me. 

Stereotipi di genere: anche sull’uomo pesano, a tuo avviso? 

Senza dubbio. Degli stereotipi esistono ed è giusto smascherarli. Facciamo parte di un contesto sociale che ha delle regole non scritte ma che abbiamo ben scolpite in testa. L’uomo deve essere quello forte, quello che ha successo nella vita, nello sport, con le ragazze. Questo c’è nella nostra mentalità. E quando non ci riusciamo ci sentiamo dei falliti. Io mi sono sentito per tanto tempo così, un mediocre, uno con cui non vale la pena perderci tempo. E questo mi faceva chiudere. Le donne erano per me oggetto del desiderio e problema nello stesso momento. Mi facevano paura perché non mi sentivo abbastanza

E questo lo rivedo in alcuni dei miei figli. Ecco, se c’è uno stereotipo da distruggere è proprio questo. Un uomo non si valuta da queste cose, ma da come è capace di mettersi al servizio del prossimo. Anche a livello sessuale. Esistono degli stereotipi enormi. L’uomo deve sempre essere pronto e perfetto. Invece non è così. Non sai quanti uomini soffrono di ansia da prestazione. Ansia che porta poi a problemi reali come eiaculazione precoce o perdita di erezione. Dobbiamo essere forti e ci basta un po’ di ansia per non essere più capaci di fare l’amore. Capisci che peso abbiamo addosso?

Si incolpa l’uomo per il fatto stesso di essere uomo, ma è questa la strada? La virilità: questa grande sconosciuta. Ne possiamo parlare un po’?

Mi viene in mente una riflessione di Achille Lauro che racconta bene l’avversità che c’è oggi contro la virilità maschile. Il cantante afferma: Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto. Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza. Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

La soluzione alla mascolinità tossica e violenta è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci sì, ma da maschio a uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. 

Cristo, che è vero Dio, ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio. Un uomo è fisicamente più forte di una donna, almeno solitamente, ma questa forza deve essere utilizzata per custodire e aiutare, non per dominare. Il nostro corpo parla. Come ci spiegano bene Tommaso e Giulia nel loro libro Il cielo nel tuo corpo

Dicci qualcosa di più su questo.

I gameti maschili, gli spermatozoi, sono simbolo di forza, vitalità e virilità. Quando partono alla volta della cellula uovo sono tantissimi. È una corsa sfrenata in una competizione dove vincerà solo uno. Ma quando arrivano all’ovulo è come se si fermassero. Non cercano di ottenere l’accesso all’ovulo con la forza, ma attendono umilmente che sia il gamete femminile a scegliere chi far entrare in lei. C’è una sorta di rispetto. Quando un uomo gestisce la sua forza al servizio della donna e della vita, diventa una creatura meravigliosa in grado di generare vita. L’aggressività, se controllata e incanalata, diventa generatività. Essere uomo significa fare scelte definitive, sacrificarsi per il bene delle persone amate e spostare lo sguardo da sé all’altro. Essere uomo è ciò che Dio vuole da noi. Possiamo pensare a San Giuseppe come esempio di uomo che ha fatto tutte queste cose quando ha protetto e custodito la Santa Famiglia. Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. 

Come si diventa uomini capaci di proteggere e dare la via?

Io l’ho imparato nel matrimonio. C’è una frase di Costanza Miriano che esprime perfettamente questo concetto. L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo. Per me è stato così. 

Luisa mi ha fatto diventare l’uomo che sono. O meglio la mia relazione con lei. Sentirmi accolto nella verità mi ha aperto il cuore. Sapere che lei c’era e ci sarebbe sempre stata per me mi ha dato la forza di cambiare e di maturare. Sapere che con lei non avevo bisogno di usare maschere ma che potevo mostrarmi senza vergogna in tutte le mie fragilità e anche negli errori. Nella Genesi c’è scritto che la donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo. Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finché il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta. Poi un consiglio pratico. A me è servito tanto accompagnare Luisa nella scoperta e nell’uso dei metodi naturali. Imparare come il corpo della donna sia una meraviglia e come la vita prenda forma in esso mi aiutano a guardare Luisa sempre con occhi di meraviglia. In lei c’è quel luogo sacro dove diventiamo una carne sola e dove si compie il miracolo della vita. 

Educazione al rispetto e all’affettività: da dove cominciare?

Bisogna parlare con i nostri figli. È importante mantenere un canale di dialogo aperto. Le modalità poi cambieranno nel corso delle varie fasi della crescita dei nostri figli ma non smettiamo mai di rendere conto della bellezza che noi stessi sperimentiamo in una relazione costruita sul rispetto e sull’amore. Noi non possiamo fare gli educatori dei nostri figli. Noi dobbiamo essere educatori per i nostri figli. Mostrare con la nostra vita cosa significa rispettare ed amare. Noi abbiamo tre maschi e una femmina. Hanno dai 14 ai 20 anni. Siamo nel pieno dell’adolescenza e anche del rifiuto delle nostre regole. Ma non smettono di guardarci, questo è certo. Da come io mi comporto con Luisa loro stanno comprendendo che tipo di relazione vogliono costruire per loro. Loro guardando me e Luisa si stanno costruendo una idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si stanno facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si stanno costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa Luisa in quanto donna per me.

Antonio e Luisa

Link all’articolo originale su Puntofamiglia 

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

La crisi demografica è crisi di fede

L’ultimo raporto del CENSIS è davvero impietoso. Vi lascio il link alla notizia ANSA. Noi vorremmo soffermarci su alcune evidenze che sono certamente preoccupanti ma che devono essere per noi sposi cristiani – spesso anche genitori – un invito a partire in missione. Dove? Qui a casa nostra. In mezzo a questi italiani così drammaticamente raccontati dal rapporto del CENSIS.

Nel vicinissimo 2040 solo una coppia su quattro avrà figli. E’ un dato non solo allarmante ma desolante. Naturalmente in una società complessa come la nostra non esiste una sola causa ma c’è una serie di cause che si alimentano l’una con l’altra. Esistono sicuramente delle cause economiche. Sempre più italiani nonostante lavorino ottengono stipendi appena sopra la soglia di poverà. Senza contare che tanti vivono nelle grandi città dove il costo della vita è lievitato molto in questi anni. C’è poi la paura del futuro. Guerre, clima e fondamentalismo religioso hanno impaurito la maggior parte di noi. Con la conseguenza che tanti giovani si chiudono alla vita. C’è poi una crisi di valori e di fede. Ormai sono messe in discussione la nostra stessa natura e la nostra identità. Possiamo essere quello che vogliamo non fa il nostro bene, ci porta solo a tanta confusione ed illusione. Ci porta a cercare la pace nel modo sbagliato. Tutto questo ci sta rendendo più paurosi ed egoisti. E poi per tanti giovani è tutto qui. La nostra vita è un battito di ciglia. Arriviamo e nel giro di quanche decina d’anni ce ne andiamo. Veniamo dal nulla e torniamo nel nulla. Non ci deve quindi sorprendere che i nostri giovani non sentano il desiderio di generare figli. Spesso si chiedono loro stessi cosa stiano al mondo a fare.

Noi dobbiamo diventare missionari di speranza. Noi non neghiamo di vivere in un mondo dove il male è presente in forme diverse. La sofferenza fa parte della nostra vita, questo è innegabile. Presto o tardi tutti faremo esperienza di un lutto, di una malattia, di un tradimento. Tutti subiremo una forma di violenza e di prepotenza. Qualcuno fisica altri verbale o psicologica. Tutti! Quindi cosa possiamo fare?

C’è sempre più paura perché abbiamo perso la capacità di cogliere le opportunità delle scelte decisive. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi rappresenta anche una crisi di speranza. Senza la fiducia in una vita eterna e nell’amorevole abbraccio del nostro Creatore Padre, tutto sembra privo di significato. Diventa inevitabile accontentarsi del momento presente, cercando il piacere e la gratificazione dei sensi come priorità assolute. Come scriveva Lorenzo de’ Medici: “Quanto è bella la gioventù che fugge via! Chiunque desideri essere felice, lo sia; non abbiamo certezze per il domani“. È per questo che sentiamo il bisogno di evitare di pensare e di anestetizzarci con piaceri ed emozioni.

Il sacramento del matrimonio, attraverso la Grazia, unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia, sia bello che brutto. Siamo vicini al Natale e forse abbiamo allestito il nostro presepe. I magi che abbiamo collocato lontano da Betlemme sono ancora in cammino. I magi sono portatori di speranza e, come loro, non ci perdiamo di vista perché abbiamo lo sguardo fisso sulla stella che ci guida verso l’obiettivo che abbiamo fissato: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio, che è Gesù, possiamo raggiungerlo insieme e abbracciarlo per sempre. Senza la stella, ci sentiremmo come profughi in mezzo al mare, senza una meta reale e un significato profondo.

Dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto. Buon proseguo di questo tempo di Avvento, che sia fecondo nel vostro matrimonio. Voglio terminare citando don Renzo Bonetti che riguardo l’amore degli sposi ebbe a dire: Crescere nel nostro amore diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Cuori adolescenti: alla ricerca di una identità! (nnn challenge 2023)

NNN. Sembra un refuso e invece è una sigla: No Nut November. Bisogna andare a spulciare l’Urban Dictionary per capire che Nut sta ad indicare l’eiaculazione. Già, perché questa è una challenge nata nel 2011 sul web e che sfida a non avere nessun tipo di orgasmo per tutto il mese di novembre.

Non stupisce che l’astinenza sia ridotta ad una sfida perché non esiste un orizzonte più ampio nel quale inserirla. Il mondo non conosce la castità: non ne apprezza il valore, non sa parlarne e non la contempla. Questo perché non conosce Cristo. Contempla invece astinenza e repressione, che diventano challenge mensili per sfidare i propri istinti dove perdere è la parte interessante.

In quanto insegnante, seguo svariate pagine di attualità e portali dedicati ai giovani, perché ritengo un valore aggiunto e un dovere l’essere informata su ciò che vivono, guardano e ascoltano ogni giorno. Magari non tutti seguiranno la NNN ma di certo la conoscono e ne leggono sui social: questa semplice esposizione contribuisce a formare la loro personalità, come percepiscono il mondo, la società, il proprio corpo.

All’età in cui ci divertivamo con le figurine, molti oggi fanno TikTok disinibiti e nel loro vocabolario la sfera sessuale è entrata da tempo. Non mi dilungo sulla deriva degradante in cui sono, anche involontariamente, immersi. Non parlerò nemmeno di responsabilità genitoriale, perché oltre ad essere scontata è anche tremendamente latente.

Pongo a te, caro sposo o cara sposa, qualche domanda: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Quali desideri? Al netto di tutta la tecnologia, i grandi subbugli adolescenziali iniziano dal cercare una propria identità. Dove cercavi le tue risposte? Io ho frequentato la Gioventù Francescana e questo legame ha impedito che prendessi strade ambigue: mi ritenevo una con la testa sulle spalle ma mi rendo anche conto di quante volte il Signore mi ha salvata.

Tramite alcuni amici ho frequentato, per un certo tempo, una compagnia che di cristiano aveva ben poco: si ritrovavano in un locale dallo stile goth, perennemente in penombra, con teschi e ragnatele finte ovunque, dove suonavano band metalcore, il trucco pesante e i vestiti, come gli avventori, molto eccentrici.

Per un po’ li frequentai: erano persone tranquille ma completamente sbandate. Non avevano fede ovviamente e questo comportava che i rapporti o le chiacchiere fossero molto superficiali. Quando tornavo in fraternità mi stupivo di come potessi, senza problemi, tenere il piede in due staffe, ossia frequentare due ambienti completamente opposti senza venir meno ai miei valori e alla mia fede. In effetti, era così: stavo in entrambi con semplicità, senza compromessi.

Per esempio, ancora oggi mi pare un miracolo non aver iniziato a fumare o bere frequentando chi lo faceva abitualmente. Ecco, ben presto quell’apparente armonia fra i due mondi mi apparve per ciò che realmente era, una crepa insanabile. Non mi sentivo a mio agio nel dividermi fra due compagnie così differenti: era fattibile ma non mi apparteneva. Non accadde niente di tragico, neanche ricordo bene i dettagli, semplicemente smisi di frequentare quell’ambiente dark (che, con il senno di poi, posso definire malsano sotto molteplici aspetti) perché capii che non era conciliabile con il mio credo.

Scelsi la Gioventù Francescana, al contrario di una mia amica che in Gifra non tornò più, preferendo la compagnia metallara. Ne fui molto dispiaciuta ma non tornai sui miei passi: in fraternità respiravo un clima sereno, disteso, senza ambiguità, pacifico e luminoso, che l’altro ambiente proprio non aveva. Ripeto, grazie al Signore ne sono uscita indenne, semmai rafforzata nella fede.

Il mio cuore giovane cercava pace: sebbene in cammino, il mio rapporto con Dio era ancora acerbo, non mi facevo ancora domande alte, non facevo discernimento sulla mia vita e conoscevo poco la Scrittura. Ero un’adolescente che si sentiva a casa in Chiesa e tra i frati, felice di esserlo, stop. Ecco, credo che ogni giovane sia in ricerca: una ricerca attiva, potente e fragile insieme. Che cerchi un luogo dove essere accolto e amato completamente. Da questa ricerca della propria identità si snodano tutte le sfumature e le paturnie tipiche di questa età.

Ripropongo le domande fatte inizialmente: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Dove cercavi le risposte? Fondamentale rifletterci, perché la NNN o altre assurde challenge sono un modo (sbagliato) dove tanti cercano le proprie risposte, l’accettazione altrui. Sono pensate folli e sterili, confezionate per il web, il luogo virtuale dove la maggior parte anela a modelli in cui identificarsi, fandom dove collocarsi.

D’altronde, è più facile imitare qualcuno che sviluppare il proprio, unico, potenziale (Carlo Acutis ci aveva visto lungo!). Se non possiamo prevenire qualche risposta (le domande è sacrosanto ci siano!) dobbiamo farci trovare pronti, come Chiesa: proposte accoglienti, decisione e tenerezza, ascolto e annuncio. Anche perché ad ogni challenge ne segue una più assurda e insensata, in un continuo rincorrersi: la NNN termina con novembre per lasciare il posto alla DDD di Dicembre… ne riparleremo.

Nella famiglia, cari sposi, inizia il lavoro più delicato, importante e difficile del mondo: non
siamo soli, questo è certo. Ma ciò non ci esime dalla responsabilità verso il benessere psico-fisico dei nostri ragazzi, alla disperata ricerca di punti di riferimento. I cuori giovani di noi sposi possono aiutarci a decifrare le domande dei ragazzi di oggi. Non dimentichiamoci che anche noi siamo stati adolescenti, che abbiamo attraversato le stesse tempeste e che Cristo era con noi sulla barca! Tramite noi credenti la fede attraversa le generazioni. Se Dio ce l’ha fatta per oltre duemila anni, non smetterà di operare adesso.

Giada di Ne senti la voce

Il bimbo nel lettone! Fa bene alla coppia?

Ci è stata rivolta una domanda specifica. Premettiamo che non abbiamo competenze professionali ma in questo blog cerchiamo di riflettere con voi a voce alta come faremmo con gli amici o in parrocchia. La domanda che ci è stata posta è diretta: Il bimbo nel lettone sì o no?

Naturalmente ogni coppia è libera di fare come meglio crede. Ci permettiamo di dare alcuni spunti nati dalla nostra esperienza personale di genitori e dall’ascolto di tante coppie durante questi anni.

Ecco in questo caso si scontrano due diverse necessità. Il bambino ha bisogno di sentire la vicinanza della mamma e la coppia ha bisogno di mantenere la propria intimità. Come fare quindi? I primi mesi di solito sono i più complicati. Il bambino si sveglia di notte e i genitori vivono una situazione innegabilmente di stress dovuta al poco riposo e al doversi prendere cura di una creatura che necessita di continue cure ed attenzioni. È un periodo inevitabilmente intenso e che richiede un grande adattamento da entrambe le parti. Per questo è facile che momentaneamente le esigenze della coppia siano un po’ messa da parte per vivere come mamma e papà più che come sposi. Bisogna però dare un limite temporale.

Meglio una culla vicino al letto. I primi mesi di vita, diciamo fino ai 12/18 mesi, il piccolo ha bisogno di sentire la mamma vicino a lui. Si sveglia di notte e non sentire la presenza materna è per lui un trauma. Si sente abbandonato. Questo bisogno di vicinanza non è diverso da quello che si osserva tra i cuccioli di animali. Anche loro cercano la compagnia della madre per sentirsi al sicuro e protetti. E’ quindi un bene che il bimbo stia vicino alla mamma, ma non nello stesso letto. Una culla accanto al letto della mamma è l’ideale. Anche perchè, se il bimbo dormisse nel lettone, nel sonno uno dei due genitori potrebbe schiacciarlo e fargli del male.

Poi solo a richiesta. Dopo i diciotto mesi del bimbo è bene che questi vada nella sua cameretta. Fino ai tre anni (ma anche oltre) è però provato che a volte il bambino ha ancora bisogno della vicinanza della mamma. Quando ha paura, ha ansia, è malato o per altre situazioni che possono accadere. In quei casi il nostro consiglio è di non portare il bambino nel lettone ma di mettere una brandina accanto al lettino del bimbo. Così mamma o papà possono dormire vicino a lui senza per questo dover sacrificare l’intimità di coppia. Noi abbiamo fatto così!

Ed ora analizziamo due punti che ogni coppia di neo genitori dovrebbe prendere in considerazione.

Il primo figlio della coppia è il noi. Il sacramento del matrimonio non è un sacramento della famiglia ma della coppia. Cosa significa? Che il centro del sacramento è la relazione della coppia. L’amore della coppia che diventa fecondo. Fecondità che si concretizza anche nel concepire dei bambini ma non si esaurisce in quello. I figli non sono il fine del matrimonio ma un frutto dell’amore sponsale. Dedicare ogni energia e pensiero al frutto rischia di togliere linfa vitale alle radici. Così facendo si inaridisce tutto, compreso i frutti. I figli nascono dalla coppia mentre la coppia non nasce dai figli. I nostri figli hanno sì bisogno di sentire il nostro amore ma ancor di più di sentirsi al centro di una storia d’amore. Hanno bisogno di sentire che papà e mamma si vogliono bene perchè da quel bene sono nati loro. I nostri figli hanno bisogno che noi non facciamo mancare nutrimento alle radici del nostro amore. Trovare tempo per noi non significa toglierlo ai nostri figli ma glielo stiamo dedicando in altro modo. Non sentiamoci in colpa. Fare l’amore fa bene alla coppia e di conseguenza anche ai figli. Lasciarli per anni nel lettone come può essere una cosa buona per loro?

Ci sono problemi? Sempre più spesso, una amica terapeuta me lo ha confermato, il figlio nel lettone è più una scusa della mamma che una necessità del bambino. Tante donne fanno fatica a vivere l’essere moglie e amante quando sono diventate mamme. Quando accade significa che già prima c’erano delle difficoltà inascoltate nella coppia, difficoltà non espresse, che con la maternità si sono manifestate in modo esplicito con il comportamento della donna. Il figlio diventa così una barriera per non vivere l’intimità con il marito. Se accade questo c’è solo una strada da percorrere: tanto dialogo! Cosa non funziona nella coppia? Cosa vorreste cambiare e migliorare nel vostro rapporto intimo? Spesso tante sofferenze sono dovute al modo con il quale i due sposi fanno l’amore. Di questo ne abbiamo già parlato in tanti articoli ed è un tema che affrontiamo approfonditamente nel nostro libro Sposi re nell’amore.

Abbiamo cercato di darvi alcune dritte e sicuramente degli spunti di riflessione. Con la consapevolezza che l’arte di educare è molto personale e da scoprire giorno per giorno nella coppia e nel rapporto con i nostri figli. Quindi vi auguriamo di trovare la vostra strada. Coraggio!

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Contemplare per mostrare l’ amore

Come sposi cristiani non possiamo non fare della conteMplazione il punto di partenza per MOSTRARE l’Amore dello Sposo, proprio perché questa è la missione che il Sacramento del Matrimonio porta con sé. Come sempre, ricorriamo al vocabolario della lingua italiana: esso ci dice che il verbo mostrare deriva dal latino monstrāre, cioè far vedere, rivelare, dar conoscenza di qualcosa, indicare il volere divino. Ricordiamo che san Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, afferma che l’amore tra i coniugi è immagine dell’amore tra Cristo (Sposo) e la Chiesa (sua Sposa) (Ef 5,32)

Cristianamente parlando, tutte le coppie che si sposano in chiesa non celebrano il loro amore (quello lo fanno al ristorante con un brindisi) ma celebrano l’amore di Dio che si insinua nel loro amore umano rendendolo nuovo, innalzandolo appunto a Sacramento. Quindi, ciò che noi sposi dovremmo impegnarci a mostrare nel nostro amore umano è l’amore stesso di Dio, in quanto è Lui che ci ha resi sposi; è Lui che ci ha costituiti suoi amanti: “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10).

Potremmo dire che noi sposi siamo come la luna, che non brilla di luce propria ma riflette quella del sole. La luce che, per vocazione, siamo chiamati a rivelare, visibile a tutti, non sgorga da noi ma dal fianco squarciato del Signore Gesù Cristo che, come dice il Cantico di Zaccaria, è quel “Sole che sorge dall’alto”. E quando quella Luce ci intercetta ci consente di mostrare i sette colori dell’amore, come fa l’arcobaleno: il rosso “l’amore umano”, l’arancione “l’amore divino”, il giallo “l’amore fecondo”, il verde “l’amore fraterno”, l’azzurro “l’amore ecclesiale”, il blu “l’amore eterno” e il viola “l’amore che nasce dall’ alleanza del Sacramento dell’Ordine con il Sacramento del Matrimonio”. Tanto più saremo consapevoli di questo, tanto più faremo conoscere la luminosa bellezza del Suo amore. Tuttavia bisogna far attenzione, ci dice papa Francesco al n. 122 di Amoris Laetitia:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»”.

Perciò, se da una parte la consapevolezza di dover testimoniare la presenza di Gesù nella nostra storia d’amore (già inclusa nella prima domanda del consenso nel rito matrimoniale: siete venuti a celebrare il Matrimonio consapevoli del significato della vostra decisione?) sicuramente va coltivata affinché maturi la coscienza di coppia, dall’altra è vero però che, nella quotidianità, anche il più piccolo raggio di luce viene colto solo da chi sa discernere con gli occhi dello Spirito, altrimenti si rischia di fare solo raccomandazioni di sapore mondano. Per questo, forse, sarebbe più santo augurare ad ogni coppia cristiana che non escano mai, nel loro cammino insieme, dal giardino del Crocifisso Risorto; che restino in quel giardino, perché lì c’è la vita vera. Ma se dovesse accadere che, in un determinato momento, non riescano più ad essere felici sappiano che Gesù è lì, in loro soccorso, cammina con loro, come fece con i due discepoli di Emmaus. E così, dopo che lo Sposo avrà scaldato il loro cuore con la sua Parola e avrà mangiato con loro riscopriranno una gioia troppo grande che non potrà rimanere per loro soltanto, torneranno a mostrare a tutti il Suo amore e ancora sarà “… gioia piena alla Tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra…” (Sal 15,11).

ESERCIZIO PER MOSTRARE AMORE

Per rendere visibile l’amore di Dio non bisogna fare chissà quale grande opera ma essere testimoni credibili anche solo con la nostra presenza e vicinanza di sposi cristiani immersi nel mondo. Come esercizio vi invitiamo a leggere e fare vostra la “Predica in Silenzio” di san Francesco d’Assisi.

PREGHIERA DI COPPIA

Grazie Signore Gesù perché ci hai resi segno visibile della Tua reale presenza. Fa che guardandoci allo specchio, mentre gli anni passano, ci ricordiamo che non siamo stati noi ad amarci per tutta la vita ma da Te siamo stati amati. Per questo non contempliamo le nostre rughe o i nostri capelli bianchi che già splendono di eternità, ma abbiamo deciso di mostrare il Volto dello Sposo celeste rimanendo fedeli al suo fianco poiché li abbiamo ricevuto le nozze che non si consumano. Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Quella tomba che non c’è e la potenza del perdono cristiano

Novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera dei defunti: i campisanti si riempiono di fiori, candele e persone che, sfidando il freddo dell’autunno che rapidamente porterà all’inverno, si ritrovano al cospetto di lapidi in grado di far ricordare chi siamo e da dove veniamo; c’è una categoria, però, alla quale tutto questo è, troppe volte, reso impossibile: i genitori di bambini non nati.

In Italia, infatti, purtroppo ancora non esiste una legge nazionale in merito al seppellimento di queste creature; ci sono delle norme regionali che dovrebbero disciplinare la materia ma sono poco conosciute e, soprattutto, poco applicate. Ecco allora che, nella quasi totalità dei casi, le coppie devono affrontare un dramma nel dramma: oltre ad aver perso un figlio si ritrovano senza possibilità di un luogo fisico in cui poterlo visitare, piangere o pregare.

Parlo per esperienza diretta perché mio marito ed io abbiamo attraversato il dramma dell’aborto spontaneo nel 2012; allora non sapevano tutto quello che in seguito abbiamo appreso dolore dopo dolore, conoscenza dopo conoscenza, aiuto dopo aiuto, vivendo sulla nostra pelle e nel nostro cuore ogni sfaccettatura di questa problematica aperta e particolarmente dolorosa, specchio di quanto accade alla maggior parte delle coppie: o si è in già qualche modo informati su quello che è a tutti gli effetti un diritto, anche se quasi sconosciuto, o si rischia di essere risucchiati in questo vortice di mancanza di notizie, empatia e sensibilità. Il risultato è che ci si trova non solo ad affrontare una morte improvvisa e dolorosissima – quella del frutto del proprio amore e dono di Dio – ma non di non vedersi restituire neanche quel corpicino che, per piccolo o piccolissimo che sia, non solo è tuo figlio ma è un figlio di Dio e, come tale, merita tutta la dignità possibile, al pari di qualsiasi altro essere umano.

Avere la certezza di un posto nel quale riposa un parente o un amico defunto, infatti, non è solo una pratica di pietà – sociale e cristiana – ma un’esigenza insita nella nostra stessa natura umana nonché una delle tappe fondamentali per l’elaborazione del lutto. In quest’ottica ben capiamo che negare il seppellimento dei bambini non nati si configura non solo come una mancanza civile ma come una vera e propria cattiveria inflitta con una superficialità che lascia davvero sgomenti e soli davanti ad un gigantesco punto interrogativo.

Umanamente tutto ciò è avvilente perché va a scontrarsi contro ogni logica ed ogni buon senso, rischiando di aprire ulteriori lacerazioni nei cuori di quelle persone che si vedono privati di tutto nel giro di poche ore o pochi giorni: vita e corpo del figlio. Risulta, dunque, comprensibile perché questo “lutto invisibile” – così come l’ho definito nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” – sia così duro da accettare ed affrontare e perché possano essere soltanto la forza della fede e della preghiera a permettere di offrire una sofferenza così acuta a Dio, nella certezza di Bene maggiore.

È solo l’insegnamento di Gesù, inoltre, che ci rende capaci di compiere un passo umanamente impossibile ma fondamentale nel percorso di guarigione interiore e di superamento del lutto prenatale: il perdono. Quanta forza si sprigiona quando riusciamo ad essere indulgenti con chi ci ha fatto del male! Che azione di Grazia avvolge noi e i nostri ex-nemici quando siamo in grado di dire: “Sì, mi hai fatto soffrire ma desidero essere indulgente con te a modello di Nostro Signore, che dalla croce ha perdonato i suoi uccisori”. Pur non essendo scontato è stato bellissimo, per me, offrire il perdono a chi non mi aveva proposto il seppellimento della creaturina, sicuramente non per cattiveria ma per una specie di “abitudine”, sulla scia del pensiero dominante che si allinea al meccanismo del “si è sempre fatto in certo modo, perché fare un’eccezione proprio per te e proprio adesso?”.

La tomba che non c’è, da evidenza allucinante e straziante, si trasforma nel mezzo più evidente che la via del perdono cristiano – pur non essendo né automatica né immediata – è possibile non se ci si crede i più forti e i più bravi ma se si mette tutto nelle mani di Gesù: perdonare è difficile quanto straordinario, impegnativo quanto liberatorio, costa fatica ma ci avvolge con un senso di amore e liberazione che possono venire solo dal Cielo.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Non ho bisogno di trovare un’altra donna per essere felice.

Quando si fanno delle scelte controcorrente e incomprensibili per la maggior parte delle persone, ecco che arrivano subito i commenti: “Sei bigotto, del Medioevo, integralista, fissato, pensi solo ai preti e alla chiesa”, oppure c’è chi cerca di convincerti o psico-analizzarti, pensando così di aiutarti. Mi sono chiesto tante volte se avessero ragione, è sempre bene porsi delle domande, ma puntualmente mi sono risposto che la strada che ho scelto è quella giusta e la più grande conferma è la pace interiore e la felicità che provo.

E’ opinione comune che una persona sola non possa vivere serena e felice, ma che sia necessario un compagno o una compagna di vita, per aiutarsi in vari ambiti e per completarsi anche nell’aspetto sessuale. Questo in parte è vero, perché noi ci portiamo dentro il desiderio di reciprocità e di relazione, ma non possiamo delegare la nostra felicità agli altri, nonostante possano avere un ruolo importante per raggiungerla. Quando si vanno a trovare le suore di clausura, l’idea che ci facciamo è quella di incontrare persone tristi, stanche, depresse e invece le troviamo con il dono della gioia e della pace, perché il centro della nostra vita è la relazione, essenzialmente quella con il Nostro Signore.

Riflettevo in questi giorni che, con lo sguardo del mondo, non dovrei essere felice, perché sono solo, vivo in castità, non vado a divertirmi o a sballarmi nei locali e dedico un certo tempo alla messa quotidiana e alla preghiera. Eppure, nonostante tutto, io provo nel cuore tanta pace e tanta gioia, perché sto bene in salute, respiro l’aria fresca della mattina, ho un lavoro, una casa in cui vivere, due figlie bellissime, tanti amici veri, riesco a condurre una vita dignitosa, mi piace ascoltare la musica, andare a correre, aiutare gli altri e alla fine non mi manca niente: mi sento tanto amato e so che, qualsiasi cosa accada, Dio si prenderà cura di me.

Ovviamente tutti i giorni sono diversi, alcuni più difficili e impegnativi, ci sono momenti di dubbio e stanchezza in cui penso: “Ma chi me lo fa fare?”, ma la mattina dopo mi sveglio con il sorriso, contento, anche se la giornata sarà piena d’impegni e con qualche situazione complicata. Questo non è oggettivamente “normale”, ma è così: ho scelto di fidarmi di Dio e di seguire i suoi insegnamenti e fra i tanti doni ho ricevuto anche la Sua pace e la Sua gioia.

La logica di soffrire su questa terra per essere poi gratificato in Paradiso non è che mi attragga più di tanto, io voglio essere felice oggi, non voglio aspettare un domani e questo può avvenire in qualsiasi luogo e situazione in cui mi trovo, come c’insegnano tante persone del passato. Con l’aiuto di Dio, siamo noi a scegliere se essere felici oppure no: certo, se passo la giornata a fare l’elenco di cosa mi manca, questo non avverrà mai, neanche se avessi tanti soldi, potere e possedimenti; ci sarà sempre, infatti, qualcosa che non ho e che invece ha qualcun altro. Quanti sposi guardano al matrimonio per quello che manca:Se avessi questo, i soldi, se mia moglie fosse così, se il lavoro, se i figli, se la casa…” e così aspettano una condizione favorevole che forse non arriverà mai, rimandando di essere felici.

Se esco e vedo una bella famiglia che va in giro, posso guardarla con tristezza perché vorrei essere al loro posto e mi manca la mia famiglia unita, oppure posso partecipare alla loro bellezza e felicità, augurando loro la benedizione di Dio. E’ necessario abbandonare la logica delle mancanze per passare all’accoglienza di una Presenza che rende tutto il resto soltanto un mezzo, uno strumento e non uno scopo (ce l’ha insegnato anche San Francesco con la sua “perfetta letizia”).

Se davvero i miei giorni fossero tristi, forse avrei davvero fatto meglio a “rifarmi una vita”, come fa la stragrande maggioranza delle persone, ma in realtà io mi vedo più felice di tanti altri che frequento ogni giorno e che convivono con nuove persone. Infatti anche il sesso, per quanto attraente, se vissuto al di fuori di un contesto di donazione totale e di Verità, può regalare momenti molto belli, ma alla fine non ti lascia niente.

Quindi le mie scelte derivano dal fatto di aver sperimentato su di me la grazia di Dio e di aver verificato che i comandamenti sono prima di tutto per il nostro bene, per la nostra felicità e per quella delle persone che abbiamo intorno, a partire dai figli. Aveva proprio ragione Blaise Pascal quando diceva che “Se Dio non c’è ed io ho creduto in lui, ho perso poco. Ma se Dio c’è e voi non avete creduto in lui, avete perso tutto”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Noi genitori cosa possiamo fare?

Vorrei tornare sulla bruttissima vicenda di Giulia e di Filippo. Credo che sia inutile ora indignarsi. Ho letto la solita sfilza di post contro l’assassino. Gridare al mostro ci piace tanto ma non risolve nulla. Filippo è stato preso e ci auguriamo tutti che la giustizia faccia bene il suo corso. Cosa possiamo imparare come genitori da questa storia?

Ci sono due famiglie distrutte, quella della vittima e quella del carnefice. Chissà che cosa passa per la testa dei genitori di Filippo. Si chiederanno dove possono aver sbagliato. Io non me la sento di condannare quei genitori. Spesso educare non è per nulla facile e i nostri figli sono influenzati da tantissimi altri fattori oltre alla famiglia. Siamo sicuri che la colpa sia della nostra cultura ancora patriarcale? Siamo sicuri che l’uomo debba perdere la propria virilità per non diventare una bestia? Credo che l’uomo debba appunto diventare uomo. Cosa non funziona quindi? Cosa possiamo fare noi genitori?

Non accettano il rifiuto. Tanti ragazzi non accettano un rifiuto. Sono cresciuti avendo tutto. Mangiando quando hanno fame, soddisfando gli impulsi sessuali quando ne hanno voglia, avendo quel telefono o quel paio di scarpe. Difficilmente si sudano qualcosa. Difficilmente imparano ad accettare un rifiuto. E noi genitori? Spesso per noi, presi da tanti impegni, è più facile dar loro quello che vogliono senza perderci troppo tempo. Questo poi nelle relazioni non funziona, e quando arrivano i rifiuti e le rotture i ragazzi crollano e si sentono persi. Non sono capaci di affrontare il rifiuto. Questo è drammatico. Anche io quante volte ho sbagliato con i miei figli. Educare costa fatica. Dar loro quello che vogliono è facile e ci da una gratificazione immediata. Ma non facciamo il bene dei nostri figli. È importante insegnare loro il valore del lavoro, la resilienza e la capacità di accettare e superare il rifiuto. Dobbiamo aiutarli a sviluppare una mentalità forte e ad affrontare le sfide che la vita presenta.

Relazioni virtuali. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida significativa nella costruzione delle connessioni sociali, poiché gran parte di esse avviene online. Socializziamo principalmente attraverso interazioni virtuali, dove le conseguenze delle azioni violente e aggressive non sono immediatamente visibili per chi le compie. Sappiamo che in questo mondo virtuale i giovani si affidano alla musica, ai social media come Instagram o TikTok e anche a concetti culturali che a volte possono essere molto violenti e degradanti nei confronti delle donne. Sfera Ebbasta, strafamoso tra i millenials, in una sua canzone dice: Solo con le buche, solo con le stupide, ’ste put**** da backstage sono luride. Che simpaticone! Vogliono un ca*** che non ride, sono scorcia-troie. Siete facili, vi finisco subito. Mentre la Dark Polo Gang, gruppo trap italiano, dice in un brano: Metti un guinzaglio alla tua ragazza, ci vede e si comporta come una tro**. Capite cosa ascoltano tanti ragazzi. E poi ci meravigliamo che, se una ragazza dice loro di no o se li lascia, non sappiano fare un passo indietro? Tante volte sì ma altre no purtroppo. Questa situazione ci pone di fronte a una depersonalizzazione e deumanizzazione delle relazioni, dove manca quella risonanza emotiva e in cui gli esseri umani, soprattutto le donne, sono oggettivati e trattati come semplici oggetti. È importante tener conto di tutti questi fattori, poiché possono generare situazioni critiche nelle relazioni interpersonali.

I nostri figli ci guardano. Noi abbiamo tre maschi e una femmina. Parto con lei. Maria, nostra figlia, deve comprendere da me papà come una donna deve essere considerata, curata e rispettata da parte di un uomo. E’ importante certamente come io mi rapporto con lei. E’ importante quanto io riesco a darle tenerezza, la giusta parola, mi accosti a lei con la sensibilità dovuta e tutte queste belle e giuste cose. Ma c’è qualcosa di altrettanto importante che lei osserva e di cui si nutre. Lei guarda come io tratto sua madre, la mia sposa. Lei osserva tutte le volte che ci abbracciamo, tutte le volte che ci baciamo, tutte le volte che  alla sua mamma faccio un complimento, che la ascolto, che la vedo stanca e cerco di fare di più per sollevarla da qualche impegno. Lei guardando me e Luisa si sta costruendo una sua idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si sta facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si sta costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa in quanto donna. Spero e prego affinché l’amore che cerco di mostrarle ogni giorno, insieme all’amore di cui è spettatrice  tra me e Luisa, possa aiutarla a non svendersi a uomini che non hanno nessuna intenzione di amarla, ma solo di usarla. Spero che possa comprendere che nessuno merita il suo dono totale  se non chi mostra di volersi donare a sua volta totalmente a lei nel matrimonio.

Per i miei tre maschi vale quanto scritto per Maria. Per loro però c’è una prospettiva differente. Un uomo è fisicamente più forte di una donna, almeno solitamente, ma questa forza deve essere utilizzata per custodire e aiutare, non per dominare. Il nostro corpo parla. Come ci spiegano bene Tommaso e Giulia nel loro libro Il cielo nel tuo corpo. I gameti maschili, gli spermatozoi, sono simbolo di forza, vitalità e virilità. Quando partono alla volta della cellula uovo sono tantissimi. E’ una corsa sfrenata in una competizione dove vincerà solo uno. Ma quando arrivano all’ovulo è come se si fermassero. Non cercano di ottenere l’accesso all’ovulo con la forza, ma attendono umilmente che sia il gamete femminile a scegliere chi far entrare in lei. C’è una sorta di rispetto. Quando un uomo gestisce la sua forza al servizio della donna e della vita, diventa una creatura meravigliosa in grado di generare vita. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività. Essere uomo significa fare scelte definitive, sacrificarsi per il bene delle persone amate e spostare lo sguardo da sé all’altro. Essere uomo è ciò che Dio vuole da noi. Possiamo pensare a San Giuseppe come esempio di uomo che ha fatto tutte queste cose quando ha protetto e custodito la Santa Famiglia.

E poi, lo dico come ultimo ma andrebbe al primo posto, è incredibilmente importante riconoscersi dentro una storia d’amore. Solo così, se i nostri figli incontreranno il Padre di tutti noi, io avrò davvero fatto la mia parte. Posso commettere mille errori con loro, ma ciò che realmente conta è che abbiano l’opportunità di incontrare l’amore del Padre, che non fa mai errori. Solo in questo modo saranno in grado di avere uno sguardo pieno di rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Il senso è nel dono di sé. Anche quando non è corrisposto

Vi condivido oggi la seconda riflessione che abbiamo preparato per la pagina delle Mamme e Mogli per vocazione. Se volete qui trovate la prima.

Siamo re quando sappiamo donarci per primi e sempre.

Settimana scorsa abbiamo introdotto le tre dimensioni battesimali. Oggi cercheremo di approfondire la prima. Siamo re con Gesù. Una dimensione che abbiamo approfondito nel nostro libro Sposi re nell’amore. Cosa significa? L’appartenenza a Cristo ci dona due qualità molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà. Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo.

Cristo re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge. Il re perdona non perché sia debole e non sia capace di imporsi e di lottare, ma perché il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re quando sono capace di perdonarla senza smettere di avere uno sguardo benedicente su di lei. Sono re quando riesco a non ridurla al suo errore. Perché sono libero da quel male che mi ha fatto. Perché sono degno nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. Questo è un punto fondamentale. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci migliori di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Sembra una bestemmia di questi tempi. Eppure è così! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Vi racconto un aneddoto personale. Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ero ancora giovane. Mi sono sposato che avevo 27 anni. Vedevo i miei amici continuare a fare la vita da ragazzi. Uscire la sera, divertirsi, calcetto, discorsi idioti. Insomma le cose che facevo anche io prima. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Giocavo a calcio a cinque. Luisa non mi ha mai impedito di farlo. Beh mi sono trovato una seconda squadra per stare di più fuori casa. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due, era la regina, io non ero re, e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi, su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto. Lei aveva tutto il diritto di mandarmi a quel paese e di tirarmi la caffettiera in testa. Altro che prepararmi il caffè. Ma l’amore non ragiona così con la giustizia umana. Avrebbe avuto ragione ma non mi avrebbe “salvato”. Sarei rimasto quello di prima. Invece lei ha scelto di amarmi comunque.

E qui arriva l’obiezione la sento. E ma così è andata contro la propria dignità. I nostri ragazzi direbbero che è stata una sottona. A volte è davvero così. In alcune relazioni tossiche si crea una forte dipendenza che non è amore. Dove sta la differenza tra una regina e una sottona? Nella consapevolezza del proprio valore. Se Luisa lo avesse fatto per paura di perdermi o perché incapace di affrontare un conflitto con me sarebbe stata davvero una sottona. Lei lo ha fatto nella sua libertà di figlia amata. Ha deciso di donarsi a me tenendo fede alla sua promessa matrimoniale (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia) perché così stava rispondendo all’amore di Dio prima che al mio. E’ stata una vera regina e l’amore della regina mostra l’amore di Cristo. Io ho compreso il matrimonio quel giorno perché ho fatto esperienza dell’amore di Dio attraverso di lei.

Ed io? Cosa ho imparato dal matrimonio? Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Lei non è il mio tutto, ma con lei, attraverso la nostra relazione, posso arrivare al tutto. Più sono riuscito a staccarmi dal bisogno del suo amore e più sono stato capace di amarla.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Bambini mai nati o bambini non nati? Facciamo chiarezza

Della perdita dei figli prima della nascita si parla, ahimè, ancora troppo poco mentre il dibattito sull’aborto volontario è piuttosto acceso, anzi, alcune volte persino infuocato! Sentiamo quindi parlare spesso di “bambini mai nati” ma anche di “bambini non nati”: queste due espressioni sono sinonimo uno dell’altra oppure no?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza; da un punto di vista linguistico vanno bene entrambe, nel senso che tutte e due indicano quelle creature che non vengono messe al mondo ma che muoiono prima della nascita. Da un punto di vista liturgico, invece, c’è una differenza abissale: in lingua italiana la parolina “mai” – tecnicamente un avverbio di tempo – indica qualcosa che non si è verificata né si verificherà nel futuro, portando con sé un significato perentorio e senza alcuna alternativa; chiunque di noi scrivendo, parlando o leggendo quando utilizza – o si imbatte – nel “mai” subito comprende di trovarsi davanti ad una porta chiusa, ad una strada sbarrata. È proprio in questa sfera di significato che l’espressione “bambini mai nati” immediatamente ci porta la mente ed il cuore a qualcosa di negativo e senza margini di speranza: si tratta di bambini che non sono potuti nascere, persi nel vero senso del termine, quasi che si trattasse di stelle cadenti che appunto spariscono poco dopo averci fatto vedere, per pochi istanti, la loro luce.

In un’ottica cristiana, però, tutto questo è molto, troppo limitato e limitante: questi bimbi, sono individui a tutti gli effetti, pur nel grembo, infatti, sono persone in potenza. Hanno un’anima eterna ed immortale donata da Dio, dal quale proviene e al quale ritorna. Il “mai”, quindi, suona stonato perché la vita c’è stata, anche se solo per un passaggio veloce e nascosto nel corpo della madre; come magistralmente ha detto Chiara Corbella Petrillo: Siamo nati e non moriremo mai più.

Il “mai”, insomma, appartiene alla morte e non all’esistenza ed ecco perché è più corretto rivolgersi a loro chiamandoli “bambini non nati”: è vero che non hanno abitato questo mondo ma la loro anima è viva e presente in Cielo. La morte fisica nel pancione è un mistero, oltre che una sofferenza acuta, ma non ha l’ultima parola; anche il macigno posto a sigillo del sepolcro di Gesù, enorme e pesante che sembrava sbarrare ogni speranza, è rotolato via, spalancandoci così le porte della vita eterna.

Lo stesso avviene per quella piccola parolina di tre lettere, il “non”: tecnicamente è una negazione e in effetti ben indica che quei bambini non sono nati a questa vita ma porta con sé anche una potentissima carica di speranza proprio perché va a significare che non siamo al cospetto di un’impossibilità definitiva (il “mai”) ma di uno squarcio sull’eterno che è il centro della cristianesimo cioè la speranza nella salvezza dell’anima. Il “mai” tarpa ogni fiducia e ogni anelito d’immortalità mentre il “non”, da semplice sfumatura linguistica, si carica di una potenzialità immensa, cuore della vita di fede, vissuta nella prospettiva del Cielo. Vi sembra poco? In realtà è tutto, è proprio ciò per cui Gesù ha sofferto ed è morto in croce: darci la Vita, quella vera, eterna e definitiva con Lui.

Impariamo, quindi, a sostituire l’espressione “mai nati” con “bambini non nati” e spiegandone la scelta, non solo linguistica ma anche religiosa, aggiungeremo un tassello importante in quella che chiamo la “cultura prenatale”, di cui parlo nel mio libro dal titolo Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale.

È dalle piccole cose che, con l’aiuto di Dio, scaturiscono quelle grandi, proprio come il granellino di senape di cui ci ha parlato Gesù nella parabola; proviamoci, tutti insieme: cominceremo davvero a fare la differenza!

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Un corpo per amare

Un weekend per tutti i ragazzi e tutte le ragazze dai 18 ai 35 anni. Fidanzati o single non fa differenza. Un itinerario per scoprire la bellezza dell’amore a cui tutti siamo chiamati. Un amore vissuto attraverso il corpo. Si parlerà di castità, intimità, significato sponsale del corpo, differenza tra maschile e femminile. Si parlerà di sessuologia e fisiologia. Si riscoprirà la meraviglia di una sessualità vissuta in pienezza e verità. Il weekend è organizzato dalla nostra associazione (Intercomunione delle famiglie) con la collaborazione di don Gianni Castorani e Cuori Puri.

Per info contattate su whatsapp il numero 3318325412

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare

Oggi ritorniamo sul Vangelo di ieri. Daremo sempre una lettura sponsale e ci soffermeremo su un passaggio in particolare della Parola che ieri ci è stata già così ben spezzata da padre Luca.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Perché le vergini sagge si dimostrano così poco misericordiose ed empatiche verso le vergini stolte? In età giovanile mi stavano antipatiche queste donne che pensavano solo a sé stesse. Poi con il tempo sono maturato e ho cercato di comprendere meglio il messaggio che c’è dietro a questo racconto. Naturalmente il Vangelo si riferisce all’amore di Dio, ma ciò si sposa perfettamente con l’amore sponsale.

Noi sposi insieme siamo la sposa di Cristo. Lo siamo come coppia. Quindi, la vergine saggia è quella coppia di sposi che costruisce sulla verità la propria relazione. È quella coppia che costruisce la propria relazione costruendo la relazione con Gesù. È quella coppia che sa attingere alla grazia del sacramento e dove ognuno dei due sposi vuole mettere il bene dell’altro prima del suo. Attenzione: non sono coppie perfette. Queste coppie sbagliano come tutte le altre. I due sposi sanno però perdonarsi e ricominciare, con gratitudine e con volontà, perché sanno di essere amati e perdonati da Dio. Per questo non possono dare il loro olio alle vergini stolte.

Perchè le vergine stolte non saprebbero usarlo. Le coppie che vivono un matrimonio autentico non possono condividere il loro olio con le vergini stolte perché l’amore vero non è qualcosa che si può prendere in prestito o trasferire. Ogni persona deve coltivare la propria relazione con Dio e con il proprio coniuge. È attraverso un impegno personale che otteniamo l’olio necessario per le nostre lampade, dove l’olio rappresenta la fede, le virtù e le qualità che sostengono una relazione amorosa e duratura. L’olio è fatto di volontà. Dobbiamo volerlo. Per questo le coppie che costruiscono la relazione su altro non possono attingere al nostro olio.

Noi, cari sposi, possiamo testimoniare, mostrare come sia bello custodire l’olio per lo Sposo, ma non possiamo sostituirci nella fatica personale che tocca ad ogni coppia. Quante coppie ci sembrano così belle e inarrivabili. Tante coppie di sposi santi che hanno vissuto un amore fecondo e bello. Eppure conosciamo la fatica che c’è dietro o ne vediamo solo i frutti? Anche nel nostro piccolo possiamo fare esperienza dell’incomprensione. Quanti non ci capiscono? Molte volte le nostre scelte non sono comprese. Non è compreso l’amore capace di perdonare sempre, non è compreso chi si dona senza misurare quanto riceve. Non è compreso perché non se ne conosce la bellezza che ne scaturisce. Non è compreso perché non si è capaci di aprire il cuore all’altro e di conseguenza a Dio. Non è compreso perché non si è capaci di capire che la pace e la gioia vengono dal dono di noi stessi e non dal prendere dall’altro. Solo nel dono incontriamo Dio, infinito amore e infinita vita. L’altro non potrà mai darci ciò che ci serve: un amore infinito. Diceva san Giovanni Paolo II che L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare.

Per questo le vergini sagge non possono dare il loro olio. L’olio va acquistato con il nostro impegno quotidiano. Impegno fatto di scelte coerenti con la nostra fede, di amore gratuito, di dono e di volontà. Solo così, cari sposi, non avremo timore di rimanere senza olio e saremo sempre pronti ad accogliere il nostro Sposo tra di noi. Solo facendo esperienza di questo amore potremo comprendere quanto sia più bello di tutto il resto. Ma all’inizio dobbiamo fare la più grande fatica: quella di fidarci di Gesù ed incominciare ad amare seguendo il suo esempio. Dando tutto di noi!

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Un figlio che non c’è: invisibile ma non assente

Della famiglia fanno parte anche i bambini non nati, ossia tutte quelle creaturine che non hanno visto la luce della vita; come membri del focolare domestico vanno non solo ricordati e pregati ma “celebrati” cioè inseriti nel contesto dal quale provengono e nel quale devono trovare spazio, memoria ed affetto.
Dico questo perché ci sono passata: ho avuto un aborto spontaneo nel 2012 alla settima settimana di gravidanza e quel figlio – o figlia, era troppo presto per saperlo – è non solo nel mio cuore ogni giorno ma nella quotidianità della nostra famiglia in modo molto spontaneo, semplice ma autentico. Quel figlio che non c’è, insomma, potrà anche essere invisibile ma non è assente: ha lasciato un segno e ogni giorno ci accompagna dal Cielo perché, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10).
L’aborto spontaneo rimane indelebile nella storia clinica di una donna tant’è che bisogna sempre parlarne con dottori e ginecologi dopo che è avvenuto, cioè, lascia una traccia medica che va sempre riportata ed è riportata tra gli occorsi sanitari; permane anche – indelebile – nella mente e nel cuore di chi ci è passato e allora perché non dovrebbe lasciare una scia non solo nella rete familiare ma nell’intero reticolato sociale di cui ognuno di noi fa parte?
Tacere che quel figlio c’è stato è un grande torto a tanti livelli: innanzitutto nei confronti della creatura stessa la quale, essendo stata creata a immagine e somiglianza del Creatore, ne porta impresso il più alto e nobile sigillo e, subito dopo, nei confronti dei genitori che l’hanno attesa, desiderata, cercata o ai quali magari è “capitata” ma che in ogni caso l’hanno accolta. Quel bimbo, inoltre, avrà dei parenti: fratelli o sorelle, nonni, zii, cugini, ecc … oltre che amici o conoscenti: non tacciamo della sua vita, per brevissima o breve che sia stata proprio perché “è stata”; pur parlando al passato, solo tenendo quell’esistenza in considerazione saremo in grado di aprirci al futuro, futuro che con il sostegno della fede può nuovamente essere di speranza, fiducia e felicità perché, dopo tutto, è il fine per il quale ciascuno di noi è voluto da Dio.
Etimologicamente, la parola assenza significa mancanza dal luogo nel quale ci si dovrebbe trovare abitualmente; un bambino non nato incarna perfettamente questo concetto sotto due aspetti: sia perché sarebbe dovuto stare nel grembo per tutta la gravidanza ma questo non è avvenuto e secondo perché dovrebbe abitare una casa nella quale manca, non c’è. Ecco perché dobbiamo sforzarci di renderlo presente: non possiamo vederlo con gli occhi umani ma, nella fede, abbiamo la certezza del suo essere spiritualmente con noi sempre, nella nostra casa e nella nostra famiglia perché l’anima supera qualsiasi confine spaziale e si fa prossima – vicina – a coloro che la amano. L’assenza di contatto fisico, insomma, non è un’assenza totale o definitiva ma un limite che si può superare con il Signore.
Il bambino non nato non deve, insomma, lasciare dietro di sì solamente tristezza, amarezza, rabbia o sentimenti negativi; la sua perdita, se offerta a Gesù e Maria e abbandonata alla Loro volontà, può trasformarsi in qualcosa di bello, di grande, di fruttuoso e portare nuova vita, sia in senso fisico che spirituale. Certo, non è facile, ma con la forza ed il coraggio che solo la preghiera possono dare, i miracoli arrivano perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37).
Nessuna gravidanza, precedente o successiva, può in qualche modo riempire il vuoto lasciato da un aborto spontaneo ma quello spazio che si viene ad aprire, nel cuore e nell’anima, sarebbe davvero infelice lasciarlo in balia delle emozioni solamente umane perché rischierebbe di essere colmato poco o male o entrambe le cose; la ferita può guarire solo con il balsamo della fede e l’affidamento in Dio che, essendo bontà infinita, ha sempre un fine di amore più grande e più certo, anche se magari questo fine non riusciamo subito a vederlo o a scorgerlo con la dovuta lucidità o maturità. Fidiamoci del Signore, non rimarremo mai delusi!

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio sacramento nasce dal battesimo

L’associazione Mogli e Mamme per Vocazione ci ha chiesto quattro brevi riflessioni per questo mese di novembre. Condividiamo la prima anche qui sul blog.

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Aggiungiamo a questo passo del Vangelo alcune righe della catechesi di Papa Francesco di mercoledì 16 maggio 2018. In quell’occasione il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi proprio sul Battesimo. Ecco un passaggio di quella riflessione: Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Questo per dire cosa? Che il nostro matrimonio è iniziato lì. Si è una forzatura ma il battesimo è quella realtà da cui tutto trae origine che ci permette poi anche di sposarci in Gesù e di sviluppare i doni battesimali nella relazione matrimoniale. Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo non è solo una realtà invisibile ma si può rendere visibile e concretizzare Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi (nel senso di sostenersi non di tollerarsi) e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva? Certo il sacramento non è una magia. Non è la lampada di Aladino o la fata Smemorina di Cenerentola. Lo Spirito Santo richiede un cuore aperto ad accoglierlo. Serve il nostro impegno quotidiano.

Ed arriviamo al tema di queste quattro riflessioni che ci sono state chieste durante questo mese di novembre. Il matrimonio riprende e si fonda sulla realtà battesimale. Pensate alla bellissima veste di Cristo con cui siamo stati rivestiti. Bianca e immacolata come il vestito della sposa. Anche questo è un segno che il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Le dà un nuovo fine e un nuovo significato.

Il matrimonio è una consacrazione. Lo dice Humanae Vitae: i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo. Cosa significa consacrazione? Perché il sacerdote, le suore e i frati sono tutti dei consacrati? Consacrazione deriva dal latino e significa semplicemente rendere sacro. Rendere di Dio. I Sacerdoti e i religiosi in genere si caratterizzano perché hanno scelto di donarsi completamente a Dio. Appartengono a Dio. Anche noi con il matrimonio siamo consacrati. Apparteniamo a Dio insieme. Il nostro amore e la nostra relazione non sono più nostri ma di Dio. Questo cosa significa?

Lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci (nel senso di supportarci – sostenerci) e perdonarci. Ci aiuterà ad amarci come Gesù ama. Perché il nostro amore è Suo. L’abbiamo affidato a Lui sposandoci. Questo cosa comporta? Ogni volta che siamo coerenti con la nostra promessa stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Stiamo cioè rendendo sacro ciò che facciamo, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte diventano strumento di Cristo. Tutte le volte che invece ci comportiamo da egoisti, prepotenti o ci usiamo l’uno con l’altro compiamo un sacrilegio. Ci riprendiamo qualcosa che non è più nostro ma di Dio. Capite che cosa grande che è il matrimonio? Non ci siamo solo noi due sposi ma c’è Dio stesso con noi in tutto e per tutto.

Proseguiamo ora con la nostra riflessione. Gesù è profeta, re e sacerdote. Queste sono le tre dimensioni in cui si sviluppa l’umanità di Cristo e che saranno argomento specifico di tutte le nostre riflessioni. Tutte dimensioni che esprimono l’amore di Cristo. Il battesimo ci rende uno con Cristo come i tralci con la vite. No ricordate questa immagine evangelica? Con il battesimo tutti noi acquisiamo la regalità, il profetismo e il sacerdozio di Cristo. Siamo tutti re, profeti e sacerdoti. Il vostro don ha il sacerdozio ordinato che è una cosa diversa (che deriva però sempre da Cristo) ma tutti noi siamo sacerdoti. Abbiamo il cosiddetto sacerdozio comune.

Siamo anche tutti profeti. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo sono io lo sei tu. Lo siamo in virtù del battesimo. Ecco nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate. Fino qui sembra il catechismo fatto da bambini. Che noia. Nelle prossime tre riflessioni cercheremo di tirare le somme e di essere concreti. Affronteremo una per una tutte e tre le dimensioni approfondite in chiave sponsale.

Antonio e Luisa

Potete visionare ed eventualmente acquistare il nuovo libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Nulla è scontato!

Martedì della scorsa settimana mi sono svegliato all’incirca alla stessa ora e dovevo portare le figlie, una al treno e l’altra a scuola, non prima di essere passati a riportare alcune loro cose nella casa in cui vivono. Come al solito le ho dovute sollecitare, perché si stava facendo tardi, ma alla fine siamo partiti; tuttavia, dopo nemmeno due chilometri ci siamo trovati di fronte a un incidente appena successo, dove un’auto era uscita fuori strada ad una curva, a causa anche dell’asfalto bagnato.

Siamo giunti quando la ragazza che guidava (senza particolari danni evidenti) stava aiutando ad uscire l’altra ragazza dal lunotto posteriore dell’auto: quest’ultima aveva il volto completamente ricoperto di sangue per una evidente ferita alla fronte, oltre a tagli nelle mani. Ho accostato subito l’auto con le doppie frecce accese, ho preso il kit di pronto soccorso che per fortuna tengo sempre in auto e, insieme a un altro ragazzo sopraggiunto, abbiamo cercato di medicare, tamponare e tranquillizzare, nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza (che sarebbe arrivata dopo almeno quindici minuti). Sono quelle situazioni in cui, uno come me che non ha conoscenze mediche, non vorrebbe mai trovarsi, ma ho cercato di fare il possibile.

La ragazza che guidava ha telefonato subito al marito che è arrivato prima dell’ambulanza, l’altra cercava di scrivere al fidanzato, ma non era in grado, poi è stata aiutata ed è riuscita anche lei. Questo evento mi ha fatto molto riflettere, oltre ovviamente al dispiacere per queste due ragazze che spero stiano bene e per le quali ho pregato.

Innanzitutto, ho riflettuto che entrambe le ragazze hanno sentito la necessità di contattare qualcuno che voleva loro bene e che le avrebbe potute aiutare, assistere, consolare. Mi ricordo che anche io, quando mio padre morì nel lontano anno duemila, la prima cosa che feci, nonostante fosse sera tardi, fu telefonare dall’ospedale, alla mia fidanzata (ora moglie), per avere una parola amica, di conforto: quando sei nel dolore e nella sofferenza, solo chi ti ama davvero può capirti (si condividono infatti le gioie e le cose belle, ma anche le sofferenze e quello che ci fa stare male).

Tornando all’evento, in un primo momento, ho pensato che purtroppo io non avrei avuto una dolce metà da chiamare e mi sono un po’ rattristato; successivamente ho riflettuto meglio e mi sono accorto che invece sono tanto fortunato. Infatti, una mattina ti alzi e dai per scontato che la giornata sarà come tutte le altre, poi basta una curva perché tutta la tua vita cambi completamente, anche solo per un certo periodo e affinché le tue aspettative e desideri mutino improvvisamente.

Nulla è scontato nella vita, la salute, la casa, gli amici, le gioie, il lavoro….solo che spesso noi perdiamo tempo ad arrabbiarci per quello che non abbiamo e a trovare colpevoli della nostra infelicità: è un atteggiamento che porta in un vicolo cieco e non cambia le cose.

Se io passo le giornate a incolpare mia moglie del mio malessere, della mia solitudine, della mancanza di tenerezza e del mio vivere in castità, oppure me la prendo con me stesso per gli errori commessi o per non aver capito prima i problemi, quale beneficio ottengo? Nessuno! Il comportamento invece che fa crescere è fare il massimo possibile, cioè quello che riesco in base alle mie qualità e capacità: Dio non mi chiede di fare miracoli, ma di fare solo la mia parte. Ci sono delle cose che dobbiamo fare noi, non possiamo delegare altri o Dio.

Ultimamente poi, forse per le guerre, forse per le calamità naturali anche vicino a me (come la recente alluvione in Toscana), sento che è necessario non perdere tempo a lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche e agire, guardando dritto alla meta e affidando la nostra vita a Dio, l’Unico che la può custodire.

Infine ho avuto modo di sperimentare, in diversi anni, quanto sia importante avere amici veri, non quelli che ti scaricano alla prima difficoltà, ma quelli che davvero ti considerano un fratello. Ho imparato tanto ad esempio all’interno della Fraternità Sposi per Sempre su quest’aspetto: quando uno di noi ha avuto un problema o si è ammalato, c’è chi è andato a fargli la spesa e chi si è preoccupato di cucinare o chi semplicemente gli ha fatto compagnia o lo ha accompagnato.

Quindi sono ben consapevole che se avessi bisogno, avrei tanti amici da poter chiamare e sui quali posso contare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)