Anche le mamme possono provare piacere.

In questi giorni sta facendo il giro dei social una pubblicità, che ha provocato, come spesso accade in questi casi, moltissime polemiche e la consueta battaglia tra i ghibellini della liberazione della donna e i guelfi della morale. Ecco io non voglio entrare in questa logica. Io ho le mie idee, che sono molto chiare credo, ma voglio affrontare questo argomento come una provocazione. Non serve a nulla gridare allo scandalo molto meglio cercare di capire il fenomeno sociale che c’è dietro. Cosa ci dice questa pubblicità?

Anche le mamme possono provare piacere. L’azienda committente ha accompagnato la presentazione di questa campagna con un messaggio molto chiaro su Instagram. Ecco cosa scrive: Questa affissione non è mai uscita e il motivo non vi piacerà. Per la Festa della mamma volevamo rompere un tabù che da troppo tempo esiste e dire a chiare lettere che, sì, anche le mamme possono provare piacere. Naturalmente anche io sono d’accordo. Anzi credo che le mamme possano provare un gran piacere, ma forse non è lo stesso che intendono loro. Alla fine della mia riflessione giudicate pure voi qual è il vero piacere. Se lo è quello proposto dall’azienda o quello che propongo io.

Perchè una mamma? Non credo che la scelta della mamma sia casuale. Questa pubblicità, uscita proprio in occasione della festa della mamma, vuole lanciare un messaggio evidente. La mamma non smette di essere una donna. La donna, come peraltro l’uomo, ha bisogno di pensare al proprio benessere e l’appagamento sessuale ne è parte integrante. Non la relazione. Non è importante che ci sia una relazione, basta un sex toys. Conta solo l’appagamento sessuale. Quindi tiriamo le conseguenze. La mamma non è parte di una comunione, ma è una individualità che può, per il proprio benessere e per il proprio piacere, avere un marito e uno o più figli. Il marito e i figli sono parte dei suoi bisogni, come lo è quel dildo o un altro sex toys. Capite il messaggio che c’è dietro? Pensa a te stessa. L’egoismo che è proprio il contrario del dono di sè che dovrebbe caratterizzare la mamma. E’ qui che i pubblicitari hanno intercettato la nostra società. Perchè non facciamo più figli? Solo per una questione economica e lavorativa? Credete davvero che sia solo quello? C’è anche quello ma non solo. I figli chiedono rinunce e fatica. Quindi è importante per la donna ritagliarsi un momento in quella vita fatta di doveri dove può pensare a sè stessa nella beata solitudine con il suo dildo. E’ questo il matrimonio? E’ questo il piacere?

Io non basto? Un marito normale piuttosto che regalare questo aggeggio alla moglie credo si faccia una domanda: io non ti basto? Una donna che ha bisogno di quella roba lì evidentemente non è soddisfatta della propria vita sessuale. Torniamo sempre allo stesso discorso. Tanti sposi non sono capaci di fare l’amore. Ne approfitto per consigliare il nostro libro di prossima uscita Sposi, re nell’amore dove affrontiamo in modo molto approfondito questa tematica. Tanti vivono la sessualità in modo completamente fuori da quelle che sono le esigenze e la sensibilità della donna. Poi certo che una sessualità vissuta in questo modo non appagante, sommata ai tanti impegni e allo stress della vita di tutti i giorni, allontana i due sposi. Guardate che questa pubblicità racconta qualcosa di reale, per questo non va sottovalutata. Secondo i sondaggi dell’azienda WOW Tech, produttrice di sextoys, il 40-60% delle donne si masturba, percentuale che sale al 90-95% sul fronte maschile. Ci sono per forza molti uomini o donne sposate in questa percentuale. Questa percentuale va letta insieme ad un’altra. Secondo infatti Easytoys, uno dei principali produttori di giocattoli erotici in Europa, i sex toys stanno diventando sempre più popolari nel nostro paese, tanto che il 77,82% degli italiani intervistati ha dichiarato di aver usato un sex toy nel 2022. Molti in coppia ma tanti anche da soli.

Il sesso ricreativo. Ed ora arriviamo alla domanda centrale che dobbiamo porci. Cosa è il sesso per noi? Il sesso deve essere ricreativo. Ma cosa intende la Chiesa per ricreativo? Non qualcosa di leggero e ludico come può essere l’uso di un sex toys. Leggerezza in realtà solo apparente perchè ci “educa” a ripiegarci su di noi e a mettere il piacere fisico al centro. Capite che il marito o la moglie diventano strumenti per ottenerlo, esattamente come il sex toys. Per noi ricreazione significa esattamente ricreare. Creare attraverso il corpo qualcosa di molto più profondo e completo. In Familiaris Consortio possiamo leggere al paragrafo 11: Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. Comprendete la grandezza dell’intimità nel matrimonio? Stiamo ricreando la comunione d’amore tra le nostre due persone, che è immagine della comunione trinitaria. E il piacere viene da quella profondità e non solo da una stimolazione fisica. Nella nostra intimità possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa, sentendoci uno parte dell’altra. Dove la pentrazione dell’uomo che viene accolto dalla donna esprime una ricchezza che viviamo nel nostro cuore. Dio ci ha fatto sessuati per questo. Il sesso non è solo un’esigenza o un meccanismo biologico. Per noi uomini esprime molto di più. Esprime il desiderio del creatore di farci fare esperienza sensibile di ciò che siamo. Di ricreare nel corpo ciò che siamo. Dipende da noi. 

Per questo, senza voler giudicare nessuno, le uniche sensazioni che mi provoca questa pubblicità sono di tristezza e di solitudine. Quell’immagine rappresenta la povertà di chi non fa esperienza dell’amore che si fa comunione e si accontenta di un surrogato che dà l’illusione di appagamento ma che crea sempre più ferite nel cuore della donna o dell’uomo.

Antonio e Luisa

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Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele

Oggi voglio fare un po’ di pubblicità al decimo Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Loreto presso l’Istituto Salesiano, dal 10 al 13 agosto: l’obbiettivo non è quello di essere in tanti, ma di far arrivare la notizia e l’opportunità anche a quelle persone che, dopo la separazione vivono la solitudine, non solo di esser rimaste fisicamente sole, ma anche quella (e a volte fa più male) di non essere compresi.

Si, perché quando parli con qualcuno e confidi di aver scelto la fedeltà al coniuge e a Gesù, è probabile che ti prendano in giro o ti vogliano presentare qualche amica/o: cercare di spiegare è spesso inutile e una perdita di tempo. Tante persone che conosco hanno trovato molto giovamento nel conoscere la Fraternità e vi sono arrivate per varie strade, addirittura alcuni l’hanno trovata di notte su Internet, mentre cercavano qualcosa che potesse aiutarli, presi dalla disperazione e dall’insonnia. Quindi è possibile che quest’articolo venga proprio letto da qualcuno che è in cerca di “matti” come noi per condividere lo stesso cammino e la stesse fede (passare i tre giorni del Convegno con gente proveniente da tutta Italia (qualcuno anche dall’estero), alternando catechesi di don Renzo Bonetti, lavori in gruppo, momenti di preghiera e condivisione, è davvero molto bello e arricchente sotto tanti punti di vista).

Il titolo del Convegno sarà “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”: abbiamo scelto questo tema, perché l’Eucarestia è un altro assurdo, come la nostra decisione di fedeltà. Come si può credere che un piccolo pezzo di pane possa contenere Dio? Come si può pensare che se prendo un’ostia e la divido in due parti, ognuno riceve tutto Dio?

Questo in matematica non torna, è contrario a quello che ci hanno sempre insegnato e che possiamo sperimentare nella pratica, ma effettivamente con Dio l’Amore non si divide, ma si moltiplica. Il nostro cervello si ribella a questo, il nostro cuore invece può intuirlo bene: io ho due figlie e l’amore che provo per loro non è quello totale diviso due, ma tutto per una e tutto per l’altra. Questo porta anche a comprendere che Dio ama tutti singolarmente, uno per uno, al massimo possibile. A riprova di questo, come dice don Renzo, basta notare che nessuno è mai riuscito a misurare l’amore, in una società odierna dove possiamo misurare qualsiasi altra cosa, anche complessa, come ad esempio il quoziente intellettivo.

Come l’Eucarestia è corpo dato per amore, pane spezzato, anche noi separati fedeli vogliamo in quest’ottica offrire il nostro corpo e il nostro servizio per il coniuge, per gli altri e per tutta la Chiesa (seppur con tutti i nostri grandi limiti e scarse capacità). Quindi se la comprensione della santa comunione aumenta, aumenta anche la comprensione della scelta che abbiamo fatto e del perché lo Spirito Santo ce l’ha messa nel cuore.

Inoltre, senza la santa comunione credo che un separato fedele riuscirebbe a fare poca strada, perché dà una forza straordinaria e una capacità di leggere quello che accade con una vista particolare, divina: al momento sembra di mangiare solo un piccolissimo pezzo di pane, ma poi ti rendi conto a volte che quello che riesci a fare o a dire non è proprio merito tuo, perché magari quella mattina ti sei alzato male e avresti mandato tutti “a quel paese” (è per questo che io consiglio sempre, se possibile, di andare alla messa la mattina, prima di andare al lavoro, in modo da poter affrontare tutte le sfide della giornata con una marcia in più). Sono convinto che don Renzo ci farà approfondire questo tema così importante e ci fornirà anche degli spunti pratici per permetterci di crescere anche in questo sacramento.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Apertura all’amore

La Chiesa ci chiede di vivere il nostro incontro intimo in modo che sia “aperto alla vita”. Abbiamo già trattato in altri articoli questa tematica. Oggi vorremmo riprenderla per presentare una prospettiva diversa. Apertura alla vita intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso. La nostra riflessione trae spunto dal Vangelo di ieri (domenica) nel quale Gesù, che è l’Amore, dice di sè stesso: io sono la via, la verità e la vita (Giovanni 14, 6).

IO SONO LA VIA

Tutto inizia con un cammino. Quando inizia una relazione affettiva ognuno arriva con le proprie convinzioni, idee, con la propria storia costellata di momenti gioiosi ma anche di sofferenza e di ferite più o meno aperte. Gesù ci chiede di essere radicali, ci chiede di deciderci e di metterci alla Sua sequela, di non tenere il piede in due scarpe ma di abbracciare il Suo insegnamento perchè è la strada per vivere in pienezza la nostra vocazione all’amore. Amore che si concretizza nel corpo. Alcuni di voi potrebbero pensare che Gesù non ha mai parlato di metodi naturali e anticoncezionali. E’ vero ma sappiamo bene come la Chiesa sia sposa di Cristo e come lo Spirito Santo parli attraverso di essa. Ricordiamo sempre che la legge morale non è una serie di regoline, limitazioni o divieti posti per chissà quale perverso desiderio di frustrare la gioia e la libertà delle persone. La legge morale non è altro che la descrizione di come siamo fatti, di cosa significa essere davvero uomo e davvero donna e di come possiamo essere realizzati e felici nelle nostre relazioni. L’apertura alla vita indica proprio questa pienezza. Perchè permette di vivere la sessualità per quello che è: la concretizzazione attraverso il corpo del dono totale del cuore dei due sposi. Il corpo diventa specchio del cuore, nella verità.

IO SONO LA VERITA’

Abbiamo terminato il paragrafo sulla via con la parola verità. Gesù è verità. Gesù è verità su tutto anche e soprattutto su come si ama fino in fondo, su come si è uomini fino in fondo. Anche l’intimità ha bisogno di verità. In una relazione matrimoniale è fondamentale. Da come si vive la sessualità nella coppia si può capire molto anche di tutto il resto. Perchè gli anticoncezionali non permettono di amare nella verità? L’abbiamo scritto diverse volte: non permettono il dono totale. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione.  C’è magari il piacere fisico ma viene a mancare una gran parte dell’unione profonda dei cuori. Manca l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Manca il piacere che viene dalla comunione profonda dei due. Non c’è più verità tra cuore e corpo. Due sposi che si sono uniti per donarsi vicendevolmente tutto di sè come Gesù nell’Eucarestia poi, per essere realizzati e vivere in pienezza il matrimonio, hanno bisogno di concretizzare questo dono totale, senza riserve, attraverso il corpo. Solo così quel gesto porterà sempre vita.

IO SONO LA VITA

Vita in questo caso è sinonimo di amore perchè l’amore è sempre generativo. E’ un grande errore ridurre l’apertura alla vita alla sola procreazione. Certamente c’è anche quella, ma la fecondità dell’amore è molto di più della procreazione. E’ così che, quando il gesto è vissuto nella giusta via e nella piena verità, accade il miracolo. I due non sono più due ma sono uno. Sono una carne sola. Un sol corpo e sol cuore. Fanno esperienza nell’amplesso fisico di una comunione profonda che permette loro di rendere visibile e tangibile ciò che il matrimonio ha operato nel loro cuore. Vivere l’incontro intimo così genera sempre nuova vita-amore. Gli sposi si nutrono direttamente al loro sacramento per portare frutto nel mondo. L’amplesso fisico vissuto castamente (nel dono totale e nella verità) è non solo gesto sacramentale e liturgico ma redentivo. I due sposi si fanno santi anche attraverso l’amplesso fisico. Portano l’amore di Dio nella loro famiglia e nel mondo che li circonda. Perchè quell’amore di cui fanno esperienza poi viene donato. Donato al coniuge nei giorni a venire, ai figli e a tutte le persone che i due sposi incontreranno.

Vi rendete conto cosa significa essere aperti alla vita? Non è un obbligo ma è una scelta che riguarda tutta la nostra relazione e non solo il modo con cui abbiamo rapporti.

Antonio e Luisa

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Mio marito è attratto da altre donne. Lo vivo come un tradimento

Oggi rispondo ad un messaggio arrivato sotto un altro articolo. In questo articolo ho scritto di essere attratto da tante donne anche adesso che sono sposato. La lettrice mi ha quindi scritto: riguardo la tua frase “(…) seppur io mi senta attratto da tantissime donne(…)”:vorrei essere aiutata a comprendere e accogliere questa realtà. Io lo vivo come un tradimento.

Mi sono preso del tempo per rispondere a questa richiesta. Non è facile perchè mi obbliga a mettere a nudo alcune mie debolezze che dipendono da ferite del passato. Ma non solo questo! C’è qualcosa che caratterizza noi maschi e ci differenzia dalle donne. E questo spesso voi donne non lo prendete in considerazione o proprio non lo sapete. Viviamo in una società che cerca di appianare ogni differenza, che ci dice che uomo e donna sono esattamente uguali ed intercambiabili. Non è così! Abbiamo un cervello completamente differente e reagiamo in modo differente alle stimolazioni esterne. Siamo biologicamente differenti e questo non lo si prende mai in considerazione. Vi darò ora alcune informazioni che possono essere utili ad una riflessione personale e di coppia.

Il testosterone fa la differenza. Non si tratta di accampare scuse o di giustificare dei comportamenti sbagliati. È semplice e pura biologia. È oggettivo. L’uomo è biologicamente più portato a pensare al sesso. Raggiunta la pubertà, noi uomini abbiamo dieci volte il testosterone delle donne. Il testosterone è l’ormone sessuale più importante che resta, in noi maschi, in quantità elevate fino ai 30 anni e poi tende a diminuire molto lentamente (circa 1% all’anno). Questo significa che influenza le pulsioni maschili ben oltre i 30 anni. Questo care donne significa che essere attratti da altre creature di sesso femminile è normale, risponde ad una pulsione biologica. Ciò che fa la differenza è come reagiamo a quella pulsione. Ma la pulsione non dipende da noi, fa parte di noi.

La vista fa la differenza. Anche in questo, care rappresentanti dell’altro sesso, siamo completamente differenti. L’uomo ha negli occhi un vero e proprio stimolante sessuale. L’uomo si eccita con la vista. Per la donna la vista ha un impatto meno importante. Anche questo è un fattore non indifferente. La donna si sente stimolata dal corteggiamento, dal sentirsi al centro delle attenzioni dell’uomo. Per lei è importante sentirsi preziosa. Certo l’uomo deve piacere fisicamente ma quello è solo l’inizio. Per l’uomo invece spesso basta la vista di una donna con determinate caratteristiche fisiche per sentirsi attratto. Certo sta anche a noi uomini non esprimere in modo troppo evidente questa attrazione. Il modo può certamente ferire nostra moglie.

La pornografia ha una forza dirompente. La pornografia va ad accentuare le caratteristiche sopra descritte. Vi do solo due dati che sono rilevanti rispetto alla tesi che voglio presentare. L’uso di pornografia è prevalentemente maschile. Solo ultimamente sta crescendo la quota femminile che si attesta, secondo le ultime ricerche, ad un terzo del totale. La quota sta crescendo non solo per un minor stigma sociale (non ci si vergogna più) o per una facilità maggiore nell’accesso, ma anche per una maggior attenzione dei produttori a dare ciò che le donne cercano. I video pornografici per un pubblico femminile sono costruiti in modo diverso. I video per le donne mostrano un rapporto sessuale con la donna al centro dei preliminari, e colmo di di attenzioni tenere e romantiche del partner. Comunque l’uso della pornografia da parte dell’uomo crea una incapacità a vedere la donna nella sua interezza di persona, ma “educa” a guardare la donna come oggetto. Purtroppo la pornografia lascia delle conseguenze anche quando si smette di guardarla. L’uomo che ha visto pornografia farà più fatica a guardare la donna nella sua interezza.

Tutte queste premesse per arrivare alle conclusioni. L’uomo che si sente attratto sessualmente da donne diverse dalla moglie non è un porco o una persona poco seria. È semplicemente un uomo con tutte le sue caratteristiche che sono differenti da quelle femminili. Un uomo che, nella maggior parte dei casi, ha fatto o fa ancora uso di pornografia ed è ferito e quindi fa ancor più fatica ad avere uno sguardo limpido. Ciò che la donna dovrebbe comprendere è proprio questa differenza. Perche se comprende ed accoglie questa differenza poi non ci rimane male. Quello che non deve fare la donna, è mettere se stessa in discussione, come se lui guardasse un’altra perchè lei non è abbastanza per lui. Non è così (almeno di solito). Io ho la fortuna di poterne parlare liberamente con Luisa. Mi capita qualche volta anche di scherzare con lei. Di dirle cose del tipo: visto quella che carina. Mi serve per creare vicinanza e complicità. Per rimettere mia moglie al centro dei miei pensieri. Lei ormai ha capito e non se la prende. Il peccato non sta nella tentazione ma nel dare corda a quella tentazione. Io vedo tantissime donne da cui mi sento attratto ma tutto resta lì. Basta non dare peso, non alimentare quell’attrazione e pensare a mia moglie. Luisa ormai è per me la più bella. Non perchè lo sia oggettivamente. Ci sono tantissime donne fisicamente più giovani e belle di mia moglie. È la più bella soggettivamente, per me. Per come la conosco, per come tutto il suo corpo è trasfigurato ai miei occhi da tutto l’amore che ci siamo dati. Lei per me non è solo un corpo ma è Luisa nella sua interezza di corpo, anima, sensibilità, cuore. Il suo corpo esprime la bellezza di tutta la sua persona. Per questo lei per me è l’unica e non sento il desiderio di fare l’amore con un’altra che non sia lei.

Antonio e Luisa

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L’uomo che lava i piatti è meno uomo?

Oggi scateniamo un po’ di polemiche. Naturalmente spero di non farlo, ma quando si prova a riflettere su questi temi spesso le discussioni si accendono. Forse perchè abbiamo delle idee radicate che poi influenzano tutta la nostra quotidianità e le nostre relazioni ed è quindi difficile metterle in discussione. Riporto una frase pronunciata durante un’intervista a Domenica In da Laura Chiatti, un’attrice abbastanza conosciuta ed apprezzata in Italia. Laura ha detto esattamente queste parole: “L’uomo che fa il letto o lava i piatti mi uccide l’eros”.

Premesso che si tratta di una frase estrapolata e, come dalla stessa attrice poi specificato, detta in modo scherzoso e goliardico, esprime comunque un concetto caro ad una fetta di italiani. Un concetto che piace a quella parte di popolazione più conservatrice e cristiana, di cui non mi vergogno di fare parte. Ciò è confermato dal fatto che Pillon e Adinolfi hanno ripreso queste parole esprimendo sui social la propria soddisfazione per questa presa di posizione da parte di una donna che apprezza la virilità di un uomo che fa l’uomo in casa.

In questo caso però, caro Pillon e caro Marione Adinolfi (ti voglio comunque bene), non sono d’accordo con voi. L’uomo virile non è quello che in casa ha il ruolo di essere servito. Quello di solito è un mammone che cerca di trovare nella moglie un surrogato della mamma. La differenza tra uomo e donna esiste ma non si concretizza nel confinare in ruoli prestabiliti i due sessi. Mi spiego meglio. Io posso tranquillamente pulire casa, ciò che mi differenzia da mia moglie è il modo e l’atteggiamento con cui lo faccio. Esistono delle predisposizioni più maschili o più femminili per determinate attività, ma ciò non significa che l’uomo non possa fare determinati lavori. Fino ad alcuni anni fa la donna si occupava prevalentemente della casa perchè non lavorava fuori. I ruoli erano ben definiti. Oggi non è più così. Non sta a me dire se sia meglio o peggio. Anche perchè se prima la donna era “obbligata” a stare a casa, ora è “obbligata” a lavorare perchè uno stipendio in casa non basta. Mia moglie mi ha più volte confidato che le sarebbe piaciuto fare la casalinga e occuparsi dei figli. Invece ha dovuto lasciare i figli ad altri per occuparsi dei figli degli altri (è un’insegnante). Anche questa non è libertà. Come non lo era prima. L’unica eccezione dove esistono ruoli che è meglio non modificare è nell’ambito genitoriale. Mamma e papà sono differenti e questa differenza è fondamentale per la crescita sana dei figli. Ma non mi soffermo su questo aspetto. Ci sarebbero troppe cose da dire.

Ma quindi come è un uomo virile? Ce lo dice il Vangelo in Efesini 5:  E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Già perchè di solito noi uomini facciamo fatica a donarci completamente. Abbiamo questo egoismo marcato che ci spinge ad usare nostra moglie Non voglio affermare che noi uomini siamo tutti egoisti mentre le donne tutte perfette. Come in tutta la complessità umana esistono varie sfumature, ma è altrettanto vero che noi uomini siamo mediamente più egoisti. Quindi l’uomo virile è quello che è capace di morire per la moglie. E’ capace di voler bene alla moglie, di volere il suo bene. Di farsi servo per amore. Infatti in Efesini troviamo scritto anche:  il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa. Una frase che sembra il massimo del maschilismo e del patriarcato ma che esprime invece la bellezza dell’amore. Già perchè ci viene chiesto di essere capo ma al modo di Gesù. Gesù si è inginocchiato e ha lavato i piedi ai discepoli. Questo è il modo che un vero uomo deve adottare per manifestare la sua virilità.

Quindi l’uomo virile è quello capace di sacrificio, di servizio, di cura, di tenerezza verso la propria sposa. Quello che desidera nel profondo del cuore la felicità della persona che ha accanto. Io sono grato a Luisa per tutto quello che fa ma vedo anche la fatica che le costa. Collaborare non è solo un dovere verso di lei e verso la famiglia ma è il modo più concreto per amarla. Quindi lavare i piatti, fare i letti, pulire casa non solo mi rende più uomo ma mi rende più cristiano. Perchè ogni gesto d’amore compiuto nel matrimonio è un gesto sacro, è un sacrificio offerto a Dio.

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Serve un comandamento per amare?

Sono di ritorno dall’incontro nazionale dell’associazione di cui Luisa ed io facciamo parte da ormai 15 anni, l’Intercomunione delle famiglie. Come sempre accade, sono stati tre giorni di grazia e di amicizia. Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare Giuseppe Spimpolo. Non lo conoscevo ed è stato amore a prima vista. Amore per la passione con la quale ci ha portato le sue conoscenze e la sua testimonianza di sposo, genitore (di 5 figli) ed educatore. Amore per la verità e per la bellezza che è riuscito a raccontare. Amore per l’amore che Giuseppe ha per sua moglie, che traspariva limpido e che ne ha fatto un testimone credibile. Giuseppe è insegnante di religione, ricercatore universitario (filosofia) e educatore dell’Istituto per l’Educazione alla sessualità e alla Fertilità (INER) di Verona. Ho deciso quindi di riprendere la sua catechesi e farne diversi articoli. Non solo riportando fedelmente le sue parole ma cercando di elaborarle e facendone una riflessione anche mia.

In questo primo articolo mi soffermo su Genesi 2, in particolare su un versetto: Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra. Giuseppe qui ha lanciato una provocazione importante. Era necessario che Dio desse questo primo comandamento? Che Dio dovesse dire, anche con imperativo che non lascia molte repliche, cosa dovessero fare uomo e donna? Giuseppe ci ha fornito anche un piccolo suggerimento. Ci ha invitato a cercare la risposta nella bellissima enciclica di papa Benedetto Deus Caritas est. Questa enciclica è il primo documento di un pontefice in cui potete trovare la parola eros come manifestazione dell’amore. Qualcosa quindi di molto concreto. Io sono andato a riprendere il documento in questione. Mi sono lasciato provocare da un paragrafo in particolare che vi riporto:

Due sono qui gli aspetti importanti: l’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre » per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.

Cosa ci vuole dire il Papa? Io vi fornisco la mia interpretazione.

Dio vuole un amore che sia anche nella carne. L’eros non è una tentazione. L’eros non è qualcosa da rifuggire, l’eros non ci allontana da Dio, ma è stato Dio stesso a donarci questo modo di amare: l’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo. Noi cristiani siamo gli unici a credere in un Dio fatto carne. Un Dio che ha preso un corpo e che ha manifestato l’amore attraverso il Suo corpo. Gesù amava con lo sguardo, con le parole, con le mani, con tutto il suo corpo. L’eros è ciò che ci spinge ad aprirci ad una relazione. L’eros è il motore che ci dà la spinta ad uscire dalla nostra solitudine per fare esperienza della relazione con un’alterità e che permette poi l’amore. Non ci può essere amore senza relazione. Per questo Dio non è da solo ma sono Tre Persone. Perchè Dio è amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Quindi non guardiamo l’eros come un pericolo. L’eros è parte dell’amore ed è quindi parte del dono più grande che Dio ci ha fatto. Ma l’eros è solo una parte dell’amore. E’ un anticipo di bellezza. Ci fa pregustare ciò a cui siamo chiamati. Ce lo fa desiderare. Il peccato sta nel ridurre l’amore alla sola parte sensibile. Lì poi si annida l’incompiutezza e la povertà. Quindi il comandamento di Dio in Genesi ci dice proprio di andare fino in fondo alla nostra chiamata all’amore. Ci dice di non accontentarci!

La pienezza dell’amore è nel matrimonio. L’eros permette di aprirci, ci spingi fuori dalla nostra solitudine ma è solo un assaggio della bellezza. Poi l’amore si completa nel matrimonio. Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. Noi abbiamo la nostaglia di una destinazione. Abbiamo la nostalgia di un amore che sia unico e definitivo. Un amore che troveremo pienamente solo in Dio ma che possiamo assaporare già su questa terra attraverso il matrimonio. Il matrimonio è l’opportunità che Dio ci offre di fare esperienza del Suo amore già su questa terra. Certo in modo limitato ed imperfetto ma comunque meraviglioso. Il matrimonio è caraterizzato da una relazione davvero totale (anima, corpo e psiche) e da un amore completo (eros, agape e filia). Un amore dove l’eros diventa espressione del dono (dell’agape) e dove il corpo sessuato (maschio e femmina) diventa luogo della comunione e per questo capace di essere fecondo.

Mi spiace quando vedo il matrimonio ridicolizzato e banalizzato. Mi spiace quando constato che tanti giovani hanno paura di sposarsi o non vedono la bellezza del matrimonio. Mi spiace perchè tanti rinunciano alla più grande occasione che Dio può dare loro di fare un’esperienza di Lui nella vita. Qualcuno diceva che nell’amore si può perdere ma chi non ci prova ha perso in partenza. Non vale la pena provarci?

Antonio e Luisa

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Il cristiano medio e il matrimonio

Oggi permettetemi un articolo un po’ diverso dal solito. Mi sono immaginato il cristiano medio italico davanti al matrimonio. Ho provato a ragionare con la mentalità del nostro tempo. Non che io mi creda migliore. Semplicemente ho avuto la grazia di incontrare persone che mi hanno fatto capire e una moglie eccezionale. Altrimenti sarei anche io dentro questo modo di pensare. Ne è uscito un quadro direi desolante dove il sacramento non è che un rito senza sostanza. Dove love is love. Finché c’è il love naturalmente. Dove la promessa non sono che parole vuote, dette senza consapevolezza. Quanti si sposano davvero convinti di voler restare sempre e comunque, anche se l’altro li abbandonasse? Credo molto pochi.

Ho appena finito il corso prematrimoniale. Una rottura di scatole. Non vedevo l’ora finisse. Non ci ho capito nulla. Certo che ne hanno dette di cose. Ho solo una domanda: perché mi devo sposare in chiesa? No perché non so se ne vale davvero la pena. L’amore cristiano è davvero qualcosa di strano. Questo Gesù che per amore di gentaglia che non merita nulla, che lo tradisce, si lascia umiliare, picchiare e addirittura uccidere sulla croce. Lo fa per amore e, secondo la nostra fede, attraverso questo amore che viene offerto a chi ne è indegno, redime e salva il mondo. E’ ben strana questa cosa. Non è finita qui. Fosse solo questo. Gesù pretende che anche noi facciamo altrettanto. Chiede ad ognuno di noi di amare in quel modo. Ma siamo matti! Un Dio che si rispetti non mi può volere infelice. Figurati se il matrimonio può essere una croce. No! Non se ne parla. Se non sono felice mollo tutto e cerco altrove. D’altronde Dio a cosa serve? A rendermi felice. E allora come la mettiamo?

Il bello è che chiede proprio a noi sposi di amare così. Lo chieda ai suoi preti! E invece no. Lo chiede in particolare a noi sposi. Bella fregatura insomma averci appioppato il compito di essere icona di Dio, immagine del Suo amore. E si! Come se io fossi un povero cretino che accetta di salire in croce per amore. Scusa Gesù nessuna allusione a te, sia chiaro. Tu puoi, sei Dio, ma io sono un povero uomo. Io voglio essere felice, mi accontento di poco. Vorrei trovare una donna che mi faccia stare bene, che sia disponibile, che quando ho voglia faccia l’amore con me, che mi cucini bene, che mi lasci guardare le partite di Champions senza chiedermi di aiutarla a piegare le lenzuola (sembra lo faccia di proposito, arriva sempre in quel momento). Insomma voglio una donna che mi dia tutto quello che mi manca senza rompere troppo. Non voglio stravolgere la mia vita.

L’amore non è forse questo? Stare bene insieme. Naturalmente stare bene insieme significa che sto bene io. D’altronde l’amore è quella cosa che non puoi governare. Ti viene e così come è venuto se ne va. Non ti amo più, non sento più nulla. Non è colpa mia. Forse è colpa tua che non sei più quella di prima. Non sei quella che credevo tu fossi. Sei sempre insoddisfatta, dici che non ti faccio sentire amata, che non mi prendo cura di te. Cosa pretendi? Devo lavorare e poi lasciami respirare un po’. E poi la dico tutta, è passato qualche anno e non sei più così bella. Non hai più quel seno sodo, è diventato un po’ cadente. E in viso si vede qualche ruga e in testa i capelli bianchi. No non va bene così! Merito di meglio. Ho provato a volerti bene ma proprio non riesco più. Meglio lasciarci.

Non so a voi ma questa breve descrizione a me è sembrata un incubo. Eppure la mentalità di oggi è questa. Ho esagerato, ne ho fatto una descrizione caricaturale, ma è così che il mondo ci porta a pensare. Io, io e poi ancora io. Il MIO matrimonio è buono fino a quando l’altro MI fa stare bene. Il matrimonio è uno strumento come altri per il MIO benessere psicofisico. Come spesso è la fede. La fede va bene finché mi dà qualcosa. Così il matrimonio. Se le difficoltà sono maggiori rispetto alle gioie e allora non ne vale la pena. Ci devo guadagnare. Se trovo di meglio perché no?

Perché invece il matrimonio cristiano è diverso, e diventa davvero un mezzo di salvezza? Badate bene non ho detto di gioia. Non ho detto gioia perché il matrimonio può anche essere causa di sofferenza e di dolore. La croce è li a ricordarcelo. Ho detto DI SALVEZZA! Il matrimonio cristiano ci permette di imparare a donarci. Ci permette di non avere una vista miope. Il miope vede benissimo gli oggetti vicini, sé stesso, ma fa fatica a mettere a fuoco l’altro, la persona amata. Ecco il matrimonio è come se fosse un paio di occhiali che ci permette di focalizzarci sulla persona che abbiamo accanto e sul suo bene. Prima del nostro. E questo cambia la vita, la vita dell’altro che si sente amato in modo gratuito ed incondizionato e anche la mia che in quel dono imparo ad essere chi sono davvero e in quel dono incontro Gesù. Capite che cosa grande è il matrimonio? Uscendo da me stesso trovo chi sono davvero.

Ecco se per voi il matrimonio non può mai essere croce, non sposatevi in chiesa. Convivete, sposatevi civilmente ma non in chiesa. Stareste facendo solo una sceneggiata. Il sacramento ti chiede di amare tutta la vita. Come fate a prometterlo se non pensate che l’amore che date all’altro e a Dio sia un atto di volontà prima che un sentimento, e che a volte significa abbracciare la croce. Sposarsi in Cristo è rischioso ma nulla riempie la vita come dare tutto per amore.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio simbolico? Povertà senza impegno

Sembra che anche in Italia sia arrivato il matrimonio simbolico. Devo ammettere che non ero a conoscenza di questa nuova tendenza nata, come spesso accade per le nuove tendenze sociali, negli States. Un fenomeno ancora poco conosciuto, ma comunque in forte crescita nel nostro Paese visto che, secondo Liana Moca presidente di Federcelebranti, le richieste per questo tipo di “unione” sono cresciute nel 2022 di ben il 330%. Pensate che all’estero, almeno in alcuni Paesi, queste celebrazioni sembrano essere addirittura i due terzi del totale. Tra i personaggi illustri che in Italia hanno celebrato questa “unione” ci sono Silvio Berlusconi e Marta Fascina. Non un fenomeno trascurabile ma che probabilmente diventerà sempre più frequente anche da noi.

Di cosa si tratta? Un po’ si può comprendere dal nome. Non si tratta né di un matrimonio civile né di un’unione civile. Una celebrazione completamente privata ed informale e senza nessuna implicazione sociale o giuridica. Insomma per lo Stato nessun dovere e nessun diritto. Questo “matrimonio” è completamente simbolico. Non ha formule o riti particolari, ognuno può scegliere quella che preferisce per promettersi amore, non ha la necessità né di un sacerdote né di un rappresentante del comune, chiunque può celebrare questo rito. A cosa serve quindi? Semplicemente a dare voce alla nostra parte più emotiva ma senza impegno e responsabilità. Un rito che è perfetto per la nostra società caratterizzata da un forte narcisismo, da egocentrismo ed egoismo. Una società sempre più allergica all’impegno e al per sempre. Questa tendenza mi permette alcune riflessioni.

La socialità fa parte delle esigenze dell’amore. Perché non accontentarsi di convivere e decidere di celebrare il proprio amore con amici e parenti? Perché la socialità è parte integrante dell’amore. Noi abbiamo bisogno di condividere il nostro amore con le persone a cui vogliamo bene. Ne sentiamo proprio il desiderio. Due cuori ed una capanna va bene per i film romantici. Poi esiste la vita reale. Faccio un esempio stupido. Mi ero appena fidanzato con Luisa e passeggiando con lei per il centro cittadino ho incrociato degli amici. Istintivamente ho smesso di tenerla per mano. Lei se l’è presa tantissimo. Ho capito poi che il mio gesto l’aveva ferita. Era come se non volessi comunicare agli altri la nostra relazione e questo la faceva sentire meno amata. Ed è così. Quindi una cerimonia di questo tipo risponde alla fame di rendere pubblico l’amore dei due celebranti. Un altro esempio. Un’amica di Luisa ha intrattenuto una relazione con un uomo sposato. Fortunatamente ora si sono separati. La sofferenza che lamentava con Luisa non era solo dovuta al fatto di non averlo sempre con sé e di doverlo dividere con un’altra ma provava un malessere anche nel dover tenere nascosta la relazione. Le sembrava una relazione a metà. Ed era così infatti.

Il per sempre fa paura. Perché non sposarsi allora? Almeno civilmente tutti lo possono fare. Perché molti sono guidati dalla pancia e non dal cuore. Sono capaci di grandi promesse, di pronunciare parole strappalacrime dove descrivono un amore immenso, un amore capace di spostare le montagne ma poi non hanno nessuna intenzione di impegnarsi per la vita. Perché fa loro paura e perché non lo vogliono davvero. Quindi questa cerimonia è perfetta. Non porta nessun impegno concreto ma permette dei grandi discorsi e dei grandi pianti. Insomma tutta fuffa? No per nulla. I due che celebrano probabilmente ci credono pure a quello che stanno dicendo, perché provano davvero quella passione fortissima l’uno per l’altra. Il problema è che il centro sono loro. Quello che chiamano amore non è altro che un’emozione che li fa stare bene. Vogliono stare con l’altro per quello che provano e che hanno, non per donarsi davvero. Se i presupposti sono questi è normale che non si voglia prendere impegni ma solo prendere l’uno dall’altra. Poi è normale che le relazioni finiscano perché l’altro non dà più abbastanza o perché si trova chi dà di più.

Questo matrimonio simbolico poi ci fa davvero sentire amati?

Un matrimonio che lascia vie di fuga quando l’altro non è più come lo vorremmo magari è più facile e meno impegnativo, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perché siamo noi. Non perché facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perché siamo noi e per sempre.

Antonio e Luisa

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Le coppie caste durano di più e sono più felici

La castità rende le relazioni più stabili e la soddisfazione sessuale nel matrimonio più alta. Una ricerca della Brigham Young University, riportata da diverse testate, conferma quanto la morale cristiana cerca di promuovere in un mondo, il nostro, che va invece da tutt’altra parte. La nostra società permette una “libertà” affettiva e sessuale pressoché totale senza per questo garantire una soddisfazione relazionale alta. Al contrario spesso le nostre relazioni sono caratterizzate da sofferenza, tradimenti e precarietà.

Vi riassumo i risultati di questo studio molto interessante commissionato dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (i Mormoni). Non lasciatevi trarre in inganno. Seppur l’input è arrivato da una delle tante chiese protestanti americane, l’analisi e lo studio sono avvenuti seguendo il metodo scientifico dei ricercatori universitari. Il tutto è avvenuto studiando il comportamento di 3750 persone, un campione abbastanza significativo per trarre delle conclusioni attendibili.

Quali risultati hanno osservato i ricercatori dell’università? I risultati sono molto interessanti.

  1. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (3 volte di più) di avere stabilità e durata nella relazione
  2. Tra i soggetti osservati che hanno avuto un solo partner sessuale risulta che il 45% di essi abbia una vita matrimoniale molto soddisfacente. Questa percentuale cala di un 6,5% per ogni partener sessuale aggiuntivo rispetto al marito o alla moglie. Negli Stati Uniti la media dei partner avuti risulta essere di 6,7 a soggetto (non c’è differenza tra uomo o donna)
  3. Anche dal punto di vista della gratificazione sessuale risulta che i soggetti senza esperienza con altri partner abbiano il doppio della soddisfazione rispetto a chi ha avuto diversi partner

Questi risultati confutano completamente una delle obiezioni più frequenti alla castità. Prima di sposarsi bisogna avere rapporti per capire se ci sia quell’intesa sessuale necessaria poi nel matrimonio. Non è così e questa ricerca lo conferma. Perché non è così?

L’intesa sessuale si costruisce. Non esiste una chimica prestabilita tra i due sposi. E’ necessario che ci sia attrazione fisica poi il resto si costruisce nel tempo, nella relazione, nell’abbandono. La relazione sessuale è una relazione. La relazione cresce nella conoscenza reciproca. Più ci si conosce, più si impara a fidarsi l’uno dell’altra e più il rapporto sessuale sarà appagante. Sbaglia chi crede che il sesso dipenda da un fatto solo ormonale. L’intimità è un vestito costruito su misura dai due sposi. L’appagamento sessuale, soprattutto per la donna, dipende da come si sente amata e desiderata nella relazione tutta, nel matrimonio. Quindi più si sentirà amata in modo esclusivo, fedele e incondizionato e più saprà abbandonarsi al sesso. Più saprà abbandonarsi all’intimità e più per lei quel gesto sarà bello ed appagante. Più sarà per lei bello e appagante e più lo sarà anche per lui. Capite come tutto sia legato. Un intreccio di anima, cuore e corpo che se non è curato in ogni sua componente poi non funziona.

Il sesso è totalizzante. E’ inutile far finta che non sia così. L’amplesso fisico è un gesto che totalizza la relazione. Le sensazioni e le pulsioni che vengono provocate dall’intimità sessuale sprigionano una carica emotiva che copre ogni altro aspetto della relazione. Chi ha rapporti prima del matrimonio tende a sottovalutare e non approfondire alcuni aspetti dello stare insieme, del progetto matrimoniale e dei difetti dell’altro. Poi nel matrimonio inevitabilmente i nodi vengono al pettine.

Il sesso ha un volto. Capisco che la castità prematrimoniale ormai riguardi davvero una piccola percentuale anche tra i cattolici. Andrebbe però rivalutata. I papi, compreso Francesco, hanno più volte invitato a riscoprirla. Per me e Luisa è stata ed è tutt’ora una grazia. Io quando faccio l’amore ho in mente solo un volto, quello di mia moglie. Questo crea una idea dentro di me. Quel gesto lo concepisco solo con Luisa. Credo che, seppur io mi senta attratto da tantissime donne, non sarei capace di vivere quel gesto con una donna che non sia mia moglie. Per questo anche quando ci sono dei momenti di difficoltà e anche di aridità non ho mai pensato di cercare un’altra donna ma piuttosto di far di tutto per recuperare l’intesa perduta con la sola donna che voglio amare anche nel corpo.

La castità non è solo una richiesta assurda di una morale bigotta e fuori dal tempo. In questo articolo non ho mai volutamente parlato di Gesù. La castità è vincente soprattutto sul piano umano. Permette di costruire una relazione più piena e più vera. Naturalmente anche la castità non è sempre vissuta bene e può nascondere insidie e blocchi relazionali, ma ne ho già parlato in quest’altro articolo.

Antonio e Luisa

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La pace di Dio è un anticipo di paradiso

Mi sono fermato tante volte a riflettere su come sarà o come potrebbe essere il Paradiso, quello che faremo tutto il giorno (ci sarà un giorno?) e quello che saremo in grado di comprendere, di conoscere e anche la nostra fisionomia: nonostante i miei sforzi, quello che posso immaginare è solo fantasia, legata alla mia condizione di creatura e per questo non sono abilitato ad accedere al “livello superiore”.  Però di una cosa sono sicuro: si potrà accedere al Paradiso solo se avremo amato, perché Dio è Amore e quindi non potrà esserGli vicino nessuno che in qualche modo non si sia esercitato all’Amore, verso Dio e verso gli altri.

Amare è una scelta che cambia la vita e genera tanta pace in chi s’impegna per raggiungere l’obbiettivo; per questo rimango abbastanza perplesso da chi pensa in questo modo: ”Soffro qui sulla terra e così avrò la mia ricompensa in cielo; tengo duro ora, per avere poi un giorno il meritato premio”. Onestamente io vivo qui, su questa terra e una ricompensa futura mi attrae, ma non mi basta, voglio essere felice ora, oggi. Certo la sofferenza e il male esistono, in cielo non ci saranno più, ma io voglio credere che, per chi ama, il Paradiso sia già iniziato e che la morte sarà solo un cambio di “stato”, un passaggio che non ci toglierà niente, se abbiamo speso tutto quello che avevamo/potevamo (”Dov’è o morte il tuo pungiglione?)”.

Noi separati fedeli viviamo in quest’ottica, cioè abbiamo scelto e scegliamo di amare ogni giorno: questo non vuol dire che siamo migliori degli altri, non è vero, anzi, siamo peccatori come tutti gli altri, ma ci impegniamo a portare avanti una decisione presa, per sempre. La gente ha spesso una scarsa considerazione di noi, ci ritiene fissati, estremisti, esagerati, menomati e poco credibili, fino ad arrivare a “poveretti”, sfortunati, bloccati nelle relazioni e incapaci di trovare un’altra persona (tanto che spesso parte la gara a farti conoscere amiche/amici che potrebbero fidanzarsi con te).

D’altra parte è normale, ci sono cose che si comprendono solo nella fede, però una caratteristica comune a tutti posso testimoniarla: chi sceglie di amare nonostante le offese, i tradimenti e le difficoltà, riceve in cambio la pace e la conferma che il Paradiso è già cominciato qui, fin da ora. Infatti mi colpiscono sempre, in questo tempo pasquale, le parole di Gesù che, quando appare ai suoi amici, per prima cosa dice: ”Pace a voi”, quando magari noi avremmo detto cose completamente diverse, del tipo: “Che bello rivedervi”, oppure “Avete visto, come vi avevo detto sono risorto”, oppure  “Non sono arrabbiato con voi, anche se mi avete tradito tutti”. No, Lui augura la pace come prima cosa, una pace che l’uomo non può costruire, perché anche dove non c’è guerra in questo momento, non c’è pace, ma paura, ansia e incertezza, con il rischio che qualcuno si svegli male e lanci qualche missile.

La pace vera la dà solo Dio e Lui vuole che noi possiamo vivere in pace: si può essere in pace su un letto di ospedale e si può invece non essere in pace facendo l’amore tuto il giorno (ammesso che sia possibile). Vivere in pace non ha prezzo, perché ti colloca già in cielo, tra le braccia di Gesù e quindi auguro a tutti di trovare la vera Pace!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non amatevi come il primo giorno ma come se fosse l’ultimo

Ci sono tante persone che, per enfatizzare quanto si vogliano ancora bene dopo tanti anni passati insieme, affermano: ci amiamo come il primo giorno! Io ho sempre trovato questo modo di descrivere la pienezza di una relazione come stonato. Il primo giorno io amavo Luisa molto meno di come la amo oggi. E’ normale che sia così. Il nostro padre spirituale ci diceva sempre che l’amore non è qualcosa di statico. Non è qualcosa che dobbiamo cercare di cristallizzare e custodire così com’è, come in una teca. Papa Francesco ha espresso lo stesso concetto in un modo ancora più chiaro: Il Matrimonio è come una pianta…non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto…Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via… Il Matrimonio è una realtà viva

Il nostro amore è quanto di più vivo (o morto, se non curato) ci possa essere. Muta continuamente. Esattamente come una pianta. Da un giorno all’altro sembra lo stesso, ma se lo si osserva per periodi lunghi si notano delle differenze enormi. E’ normale che sia così perché l’amore non ha vita propriala relazione non ha vita propria, ma si nutre attraverso i due sposi. Attraverso i gesti, la vita, le attenzioni, il tempo, la cura, il perdono, gli scontri, i litigi, dei due sposi.

L’amore si nutre della vita dei due sposi. Esattamente come i bambini che crescono nel grembo di una mamma. D’altronde l’amore non è forse una forza generativa? Non è forse vita? Così accade che in una vita insieme, due persone che, nonostante i loro limiti, si impegnano giorno dopo giorno a farsi prossimi all’altro e dono l’una per l’altro, diventano sempre più capaci di amarsi. Diventano sempre più comunione, sempre più un cuore solo. Il loro cuore diventa sempre più grande e capace.

Non solo accade questo. Accade anche che i loro cuori si riempiono di tutto l’amore che sono stati capaci di donarsi nella loro relazione. Come un forziere che si riempie del bene donato. Non so voi, io ricordo tantissimi episodi e gesti in cui Luisa mi ha fatto sentire profondamente amato, e queste sono perle che restano per la vita e che arricchiscono il nostro matrimonio e mi permettono di guardarla con uno sguardo pieno di questo bene ricevuto. Come uno di quei filtri della fotocamera del mio smartphone che mi permettono di rendere più bella la persona che riprendo.

In sintesi giorno dopo giorno diventiamo sempre più capaci di amarci. Per questo il massimo della mia capacità di amare Luisa nel 2002, quando ci siamo sposati, era molto meno di ciò che posso fare oggi. Oggi sono molto più capace di entrare in comunione con la mia sposa e per questo anche il rapporto fisico è molto più bello ora. Altro che stancarsi con il tempo. Diventa sempre più bello.

Per questo mi sentirei di fare un augurio diverso alle persone che si vogliono bene. Non direi loro amatevi come il primo giorno ma direi amatevi come se fosse il vostro ultimo giorno insieme, dando tutto, non risparmiando nulla. Sono sicuro che chi ama in questo modo è capace di un amore molto più profondo e grande.

Un’ultima considerazione. Anche il rapporto intimo diventa sempre più bello e sempre più profondo con il tempo. Già, perchè ciò che rinnova davvero quel gesto non è cambiare il modo o il partner, ma è l’amore degli sposi che giorno dopo giorno è sempre più profondo, più grande e più maturo. Oggi sono molto più capace di entrare in comunione con la mia sposa e per questo anche il rapporto fisico è molto più bello ora. Altro che stancarsi con il tempo. Diventa sempre più bello. Come il vino delle nozze di Cana. Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono (Gv 2, 10)

Antonio e Luisa

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Non sottovalutiamo i sacramenti!

I sacramenti sono uno strumento dirompente che abbiamo a disposizione e, in molti casi, ne facciamo scarso uso. Perché questo? Perché in fondo non ci crediamo tanto. Mi ci metto anche io che faccio una gran fatica ad entrare nella realtà trascendente dei sacramenti. Eppure, se ci pensiamo un attimo, essi sono davvero un dono immenso che Gesù ci ha dato. Traggono forza da Lui direttamente, dal Suo sacrificio sulla croce, dove ha pagato per tutti. Ha pagato per salvarci. Cosa significa salvarci nel nostro matrimonio? Significa che non soffriremo mai? No. Significa che faremo sempre la cosa giusta? No. Significa ridonarci lo sguardo delle origini. Lo sguardo di chi era in armonia con Dio Padre e di conseguenza capace di amare e di donarsi ai fratelli. Ecco, Gesù è morto in croce per restituirci quello sguardo.

Questo è vero in ogni ambito della nostra vita. Lo è ancor di più nel matrimonio, perché la relazione sponsale stessa è sacramento perenne dove Gesù è presente in modo reale e misterioso, in modo simile all’Eucarestia. Due sposi hanno questa grande possibilità di tornare ad avere l’uno per l’altra lo sguardo di Dio. Ecco che, quando ci sono problemi in famiglia o nella coppia, spesso non torniamo alla fonte del nostro amore redento, che sono appunto i sacramenti. Spesso ci sentiamo soli nella nostra sofferenza. Quando c’è qualche problema più grave ricorriamo a psicologi o psicoterapeuti. Che va benissimo. E’ importante capire la causa psicologica delle nostre fragilità per poterle conoscere, limitare e curare. Ma non basta.

Come prima cosa dovremmo tornare alle origini della nostra relazione, che sono proprio i sacramenti. Diceva un sacerdote che i sacramenti sono il modo di Dio per rendere visibile il Suo Amore e farsi presente nella nostra vita. Accostarci all’Eucarestia per essere uno con Gesù, riconciliarci con Lui attraverso la confessione e quando possibile fare l’amore tra noi sposi, perché quello è il nostro rito sacramentale specifico del matrimonio. Sono tutti modi per ritrovare quello sguardo delle origini indispensabile per vedere l’altro con lo stesso sguardo di Gesù, che nonostante il male subito ha continuato ad amare i suoi carnefici chiedendo a Dio di perdonarli. Fino all’ultimo.

Certo a volte sembra non servire. Ho in mente tanti amici che nonostante questo si sono separati. Un caro saluto a Giuseppe, Francesco, Ettore, Anna. Eppure ha funzionato anche per loro. Sì, perché, attraverso i sacramenti, hanno riacquistato quello sguardo che ha permesso loro di trovare la pace nella sofferenza dell’abbandono (che c’è e resta) e sono riusciti ad amare nonostante tutto il loro coniuge che li ha abbandonati, offrendo la loro sofferenza per lui o per lei. Non è un miracolo questo?

Antonio e Luisa

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Quanti errori in camera da letto

Oggi entriamo in camera da letto. Già perché c’è un problema. Un grande problema. Ne discutevo anche con un mio caro amico sacerdote. Lui sostiene che queste sono questioni sulle quali approcciarsi con pudore. In camera da letto lui non si sente di entrare. Eppure nella mia piccola esperienza di ascolto di coppie che fanno fatica ho capito che tanti problemi si annidano proprio lì. Nella camera da letto. Per questo dobbiamo superare questo pudore ed entrarci, non per voyaerismo, ma per farci aiuto concreto ai fratelli. Noi maschi spesso crediamo di sapere tutto sul sesso e su come appagare la nostra sposa. E’ davvero così? Non credo, tranne qualche eccezione. E’ vero che sappiamo tanto. Per anni ci siamo educati alla scuola pornografica. Ci siamo scambiati consigli ed esperienze con amici ignoranti come noi, se non peggio. Abbiamo avuto donne ignoranti quanto noi sull’argomento. Il risultato qual è? Spesso la donna non è gratificata dal rapporto sessuale nel matrimonio. Non prova piacere, si sente usata, a volte avverte dolore. A lungo andare tutto ciò porta la donna a rifuggire i momenti di intimità e porta frustrazione e lontananza tra gli sposi. Cercherò ora di sintetizzare gli errori più frequenti che noi uomini commettiamo, spesso inconsapevolmente (pensiamo di agire nel modo migliore), e che non permettono alla donna di vivere nella gioia e nella pienezza l’incontro intimo. Nel matrimonio, l’amplesso, è riattualizzazione del sacramento. Qualcosa di molto importante anche per noi cristiani, soprattutto, azzarderei dire, per noi cristiani.

  1. I preliminari non finiscono mai. Noi uomini siamo fatti così. Non tutti, ma molti. Abbiamo l’abitudine a separare nettamente il momento dell’amplesso dalla nostra vita di tutti i giorni. Siamo capaci di non guardare la nostra sposa per tutto il giorno, presi da tante preoccupazioni ed attività, salvo poi ricordarci di lei ed essere subito pronti per entrare in intimità con lei. Viviamo l’intimità quasi come affetti da bipolarismo. L’uomo amante non c’entra con l’uomo marito. Per la donna non funziona così. Trattarla così, soprattutto quando si è sposati, equivale a farla sentire usata e oggetto da cui trarre piacere. Qualcosa da tenere nello sgabuzzino e da tirar fuori quando ne sentiamo il desiderio. Invece i preliminari devono durare tutto il giorno e tutti i giorni. Uno sguardo, una carezza, un abbraccio, una telefonata, un gesto di servizio, ascoltarla, cercarla, dirle che è bella ecc. Insomma i preliminari possono e devono diventare corte continua. Solo così la sposa si sentirà desiderata e amata. Solo così l’amplesso fisico diventerà culmine e naturale conseguenza di quanto si è preparato durante tutto il giorno e non un qualcosa di avulso da tutto il resto.
  2. I preliminari sono per la donna. Uomo e donna sono diversi. Hanno tempi molto diversi per prepararsi all’amplesso. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai venti ai trenta minuti. Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 cm e l’utero si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica sia internamente che nella parte esterna (vulva). È diverso anche il modo di eccitarsi. L’uomo deve vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. L’uomo così facendo, seguendo il suo desiderio, la sua modalità di cercare piacere, sta in realtà urtando la sensibilità della sua sposa. L’intimità fisica è trasformata in qualcosa di frettoloso e grossolano. In questo modo è impossibile vivere in pienezza e con gioia il rapporto. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro deve esserci la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. I preliminari non sono tecniche eccitatorie per l’uomo (non sono sbagliate, ma non devono occupare tutto il tempo o quasi), ma gesti che sfamano il bisogno di tenerezza della donna; proprio perché l’uomo è già pronto fisicamente, rischia di fare una corsa perdendo di vista il bello del viaggio. I preliminari sono il tempo necessario a entrambi uomo e donna per entrare in comunione, l’uomo è già pronto fisicamente all’atto sessuale, ma ha bisogno di entrare in relazione con la donna per vivere in pienezza l’intimità, quindi non è solo attendere i tempi fisici della donna, sarebbe un’attesa sterile per il cuore. Perciò i preliminari sono indispensabili nell’intimità sessuale e sono gesti di tenerezza e dolcezza che rendono felice la persona amata.
  3. La penetrazione deve essere dolce e controllata. Se i preliminari sono stati vissuti come dialogo d’amore, l’amplesso diventerà il culmine di questo dialogo. Siamo dunque giunti alla compenetrazione dei corpi, che deve essere dolce e rispettosa. L’uomo entra dolcemente nel corpo della donna e lei lo accoglie in sé per formare insieme un solo corpo: espressione tangibile e concreta della fusione dei cuori, di quell’amore esclusivo, totale e per sempre che rende uno. San Giovanni Paolo II durante un incontro con le famiglie disse: L’unione dei corpi, voluta da Dio stesso come espressione della comunione più profonda ancora del loro spirito e del loro cuore, compiuta con tanto rispetto e tanta tenerezza, rinnova il dinamismo e la giovinezza del loro impegno solenne, del loro primo “sì”.
    La pornografia, al contrario, distrugge questa immagine. Non mostra delicatezza, ma ci insegna che più la penetrazione è violenta e profonda e più sarà piacevole per entrambi. Falsità! Riflettiamoci. Stiamo parlano del gesto più alto per esprimere
    amore al nostro amato, alla nostra amata. Stiamo entrando in un luogo sacro, il luogo dove nasce la vita e dove la coppia salda e accresce la propria unità! Luogo sacro della donna e luogo che è solo per lo sposo, che può e deve entrare con tutto il rispetto che quel dono richiede. E’ importante sottolineare, inoltre, che si devono rispettare le dimensioni anatomiche. Stando alla scuola pornografica, al contrario, sembrerebbe che non ci sono limiti… anzi, più il pene è lungo e grosso, più la donna sarà soddisfatta. FALSITA’. RIPETO: TUTTE FALSITA’. Cosa ho scritto nell’approfondimento dei preliminari? La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata arriva a circa 10 cm. Cosa significa? Una cosa molto semplice da capire: il pene può entrare per quella profondità e tutta la parte in eccesso deve restare fuori. Diversamente se l’uomo segue i dettami della pornografia, cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza, soprattutto quando lo ha di dimensioni superiori agli 11-12 cm, certamente impedisce ogni piacere per la donna, se non superficiale e limitato (spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e non di rado le provoca dolore, nei casi peggiori, escoriazioni ed emorragie. Capite la pornografia quanti danni provoca? In pronto soccorso, a volte i ginecologi devono curare lesioni postcoitali; le stesse che si verificano in caso di stupro… Può essere un simil-stupro un gesto d’amore?
  4. Restare uniti anche dopo. L’uomo, abbiamo detto prima, tende ad essere bipolare. Alcuni istanti dopo aver raggiunto il piacere può tranquillamente voltarsi dall’altra parte o messaggiare con l’amico sulla partita di calcetto del giorno dopo. Per la donna questa cosa è inconcepibile. Questa insensibilità dell’uomo può rovinare tutto e trasmettere alla donna la sensazione di essere stata usata. Lei ha bisogno di condividere la gioia di quel momento in un abbraccio profondo. E’ il momento dell’assimilazione della gioia. Una volta raggiunto il culmine del piacere e dell’unione, gli sposi (soprattutto lei) avvertono la necessità di un abbraccio finale. È un momento in cui si assapora e si gusta l’esperienza appena vissuta. Abbracciati e senza parlare, gli sposi assimilano la gioia della comunione profonda. Il piacere e la gioia sperimentati nella carne vengono assimilati dal cuore. Questa assimilazione porta un frutto di pace molto profondo. Una pace, una gioia, un amore e, vedremo con il sacramento, un’effusione di Spirito Santo, che ci daranno forza e sostegno nelle ore e nei giorni a venire.

Sono sicuro di una cosa. L’uomo che decide di mettersi in ascolto della sua sposa, e di vivere il rapporto fisico davvero come dono di sé verso la sua sposa, otterrà in cambio tantissimo. L’uomo che cercherà davvero di assecondare i desideri e la sensibilità della sua sposa anche nel talamo nuziale riuscirà a guarire miracolosamente i mal di testa della sposa e a donarle un’intimità che sarà gioia, pace e comunione vera. Spesso non è la sposa che non ha desiderio verso lo sposo. Cambiamo prospettiva. E’ lo sposo che non è capace di generare desiderio nella sua sposa. I concetti che ho espresso non sono solo frutto della mia esperienza personale e di ascolto verso gli altri, ma sono arricchiti della competenza e della preparazione della dott.ssa Luisa Scalvi, che ringrazio. Luisa è medico ginecologo. Ho cercato di sintetizzare quello che potete trovare scritto in modo più approfondito nel nostro libro L’ecologia dell’amore. 

Antonio e Luisa

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Mostrò loro le mani e il costato

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Sapete perch[ la prima domenica dopo Pasqua è chiamata in albis? Deriva dalla tradizione. Durante i primi secoli i cristiani avevano la consuetudine di battezzare i catecumeni durante la veglia di Pasqua. I nuovi battezzati ricevevano una veste bianca che indossavano poi per l’intera settimana successiva, per poi deporla proprio la domenica seguente. Da qui il nome Domenica in albis (il nome completo sarebbe Domenica in albis vestibus depositis).

Torniamo ora al Vangelo di ieri. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la successiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Quello che mi preme è riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perché non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perché quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sé stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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L’amore non si può comprare

Torno a scrivere di Onlyfans (vi lascio il link all’articolo precedente) perché una notizia divenuta virale nei giorni scorsi mi ha sconvolto. Capisco che si tratta di un caso limite, che non è la “normalità” di chi usufruisce di questi “servizi”, ma è stato comunque scioccante. Paga 10.000 dollari per un abbraccio con ragazza di OnlyFans, lei con i soldi va in vacanza con il fidanzato. Questo è il titolo di una notizia che abbiamo potuto leggere in tantissimi siti di informazione. Un fatto quasi surreale che evidenzia chiaramente la povertà relazionale e la solitudine di tanti uomini e di tante donne del nostro tempo. Quanta solitudine da una parte e quanta superficialità dall’altra. Ma veniamo ai fatti.

Un ragazzo contatta una ragazza su Onlyfans e le offre 10’000 dollari solo per incontrarla ed abbracciarla. Sapete come funziona Onlyfans? Un breve recap per fare chiarezza per chi è un boomer come me e magari non è a conoscenza dell’esistenza e del funzionamento di questa piattaforma virtuale. Onlyfans è un social come lo sono Facebook e Instagram, ma con una differenza sostanziale: ogni creator (chi carica contenuti sulla piattaforma si chiama così) chiede un abbonamento mensile per accedere alle proprie gallerie video e fotografiche. Un abbonamento solitamente di pochi euro, ma che permette a chi riesce ad ottenere un alto numero di abbonamenti di racimolare somme ingenti di denaro. E non sono poche quelle donne che si arricchiscono così. Manco a dirlo spesso i contenuti sono più o meno espliciti e non di rado pornografici. Questo è quindi il contesto. La differenza con i video pornografici “tradizionali” è che in Onlyfans si crea una sorta di “relazione” virtuale tra la creator e gli abbonati, che possono interagire con lei in chat o in altro modo. Nella notizia che ho riportato c’è quindi uno di questi abbonati che finalmente è riuscito a coronare il suo sogno: incontrare dal vivo la sua creator preferita, che tanto lo ha fatto “innamorare”. E’ riuscito addirittura ad avere un contatto fisico con lei, per un momento è riuscito ad eliminare ogni barriera e a a ricevere addirittura un abbraccio da parte della ragazza. Il tutto per la modica cifra di 10’000 dollari.

Cosa spinge un ragazzo a spendere una tale somma per un abbraccio? Sembra davvero incomprensibile. Anche se quell’uomo fosse spudoratamente ricco e avesse soldi da buttare perché fissarsi con lei quando avrebbe potuto avere molto di più con una escort, magari anche più bella di quella ragazza che non sembra avere nulla di speciale, spendendo sicuramente molto di meno? Semplicemente lui voleva quella ragazza e non un altra. Tutti abbiamo nel cuore il desiderio di essere accolti ed amati per quelli che siamo e l’innamoramento (sicuramente quell’uomo a suo modo si è innamorato della proiezione ideale che si è fatto della ragazza) ci fa desiderare di essere accolti da quella donna e non da un’altra. Capite la povertà e la menzogna che c’è dietro tutto questo?

A fine anni novanta ed inizio duemila era molto conosciuta la pubblicità di Mastercard. Una pubblicità che proponeva diversi filmati dove veniva raccontato sempre un avvenimento speciale, un amore o un legame affettivo, un sentimento e poi tutte le storie si concludevano sempre con lo stesso slogan: ci sono cose che non si possono comprare per tutto il resto c’è Mastercard. Ve la ricordate? Come ad evidenziare l’ovvio. I soldi possono comprare ciò che è materiale e non le emozioni o i sentimenti. Oggi non è più così. Non è più ovvio. Quel ragazzo un po’ sovrappeso, che ha probabilmente grossi problemi di autostima e di accettazione di sé, pensa di poter comprare la considerazione di quella ragazza che lui vede come speciale. Lui vuole quella ragazza e non un’altra. Risponde ad una sana spinta ad uscire da sé per incontrare un tu in un modo completamente malato. Oggettivando la persona. Dandole dei soldi perché incapace di offrire sé stesso perché pensa di non valere nulla. Lo dicono tutti gli esperti: per amare gli altri devi prima di tutto amare te stesso. Lo dice anche Gesù nei Vangeli: Ama il prossimo tuo come te stesso. Non dice solo ama il prossimo tuo ma aggiunge come te stesso. Solo così potrai amare. Capite la povertà?

Parliamo invece di lei. In questo caso le è bastato abbracciare un ragazzo sudaticcio e grassottello per avere in cambio una consistente sommetta. Ma ne è valsa davvero la pena? Anche perché su quel social di solito non ci si limita ad un abbraccio ma si offrono contenuti dove quantomeno la creator si spoglia. Molti penseranno che non ci sia nessun male. Solo i soliti bigotti ci possono vedere qualcosa di sporco e di moralmente sbagliato. In realtà non è così. Abituarsi a vendersi, a vendere il proprio corpo, anche se solo virtualmente e senza un reale contatto carnale, crea una mentalità in chi lo fa. Abitua il creator a darsi un prezzo. A considerarsi quindi una cosa disponibile, naturalmente al “giusto prezzo”. Quindi anche in questo caso c’è di fondo una considerazione non adeguata di sé stessi. Non ci si ama davvero. Anche creator bellissime che hanno migliaia di abbonati in realtà non si amano perché si vendono come una merce in esposizione. E questo non può che portare scompensi a livello emotivo e psicologico. Lo dicono già i primi studi.

Alla fine la conclusione è sempre la stessa. Vogliamo evitare tutta questa povertà? Viviamo in una società che nella logica delle libertà sta oggettivando la persona umana. Onlyfans risponde alla stessa logica dell’utero in affitto. La nostra vita ha un prezzo. Il nostro corpo ha un prezzo. Questo distrugge il significato autentico della persona umana e dell’amore. Non lasciamoci corrompere da questa mentalità totalmente deleteria e sprezzante della dignità umana. Lasciamoci amare da Dio, sentiamoci figli amati e doniamoci completamente. Il matrimonio non richiede nessun abbonamento ma costa molto di più. Richiede il nostro per sempre ma in cambio non ci dà un amore farlocco ma uno capace di dare senso alla vita e a tutto ciò che ci accade. Noi siamo ricchissimi, siamo figli di Re! Testimoniamolo ai nostri figli e al mondo intero. Solo così potrà forse cambiare qualcosa. Concludo con un pensiero di papa Francesco che mette in evidenza l’inganno del nostro tempo, quello che non ci permette di sviluppare la nostra capacità di amare e non ci permette di crescere e di diventare ciò che siamo: immagine di Dio:

Amare come Cristo significa dire di no ad altri “amori” che il mondo ci propone: amore per il denaro – chi ama il denaro non ama come ama Gesù –, amore per il successo, la vanità, per il potere…. Queste strade ingannevoli di “amore” ci allontanano dall’amore del Signore e ci portano a diventare sempre più egoisti, narcisisti, prepotenti. E la prepotenza conduce a una degenerazione dell’amore, ad abusare degli altri, a far soffrire la persona amata. Penso all’amore malato che si trasforma in violenza – e quante donne sono vittime oggigiorno di violenze. Questo non è amore. Amare come ci ama il Signore vuol dire apprezzare la persona che ci sta accanto, rispettare la sua libertà, amarla così com’è, non come noi vogliamo che sia; come è, gratuitamente. In definitiva, Gesù ci chiede di rimanere nel suo amore, abitare nel suo amore, non nelle nostre idee, non nel culto di noi stessi. Chi abita nel culto di sé stesso, abita nello specchio: sempre a guardarsi. Ci chiede di uscire dalla pretesa di controllare e gestire gli altri. Non controllare, servirli. Aprire il cuore agli altri, questo è amore, e donarci agli altri. (Regina Caeli 9 maggio 2021)

Antonio e Luisa

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Ci sposiamo per gli altri

Uno degli ostacoli più grandi per la crescita spirituale è quello di credere di sapere tutto, aver capito tutto e di non aver bisogno così di ascoltare e approfondire: è un errore grave che spesso impedisce la conversione, di cui abbiamo bisogno ogni secondo, per correggere la nostra strada e tenerla orientata a Gesù Cristo, risorto. Mi sono trovato in questa condizione e quando l’ho capito, è stato come aver ricevuto un forte pugno nello stomaco, sono rimasto davvero senza fiato. Ricordo bene una delle volte in cui successo: ero con don Renzo Bonetti e lui ci fece riflettere su questo articolo del catechismo della chiesa cattolica, il numero 1534 (anno 1980): Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio.

E’ un articolo che mi ha sconvolto, perché mi ha fatto capire subito quanto avevo sbagliato e quanti giovani che si preparano al matrimonio stanno sbagliando, come me a suo tempo. Tralasciando chi si sposa in chiesa per motivi futili (vestito bianco, foto più belle, bellezza della chiesa), qual è il motivo vero per cui viene fatta questa scelta? Ripensando a me, ero innamorato di una bella ragazza, volevo che Dio benedisse la nostra unione, affinché diventasse la mia sposa, per creare così la mia famiglia, nella mia casa. Non ho scritto a caso per tre volte la parola ”mia” e credo che nessuno avrebbe da ridire o troverebbe del male nelle mie buone intenzioni. Invece è completamente sbagliato, perché è il modo più veloce per mancare il bersaglio e finire male, come ho potuto sperimentare io personalmente e anche in tante altre persone. Sembra quasi un controsenso, ma ci si deve sposare per gli altri e se questo Sacramento ci permetterà un giorno di accedere al Paradiso, è SOLO in funzione di questo, di quanto avremo portato avanti la missione che ci è stata affidata con e per gli altri.

Quando vado a fare una testimonianza, di solito l’articolo 1534 è la prima citazione che faccio, perché i giovani devo almeno sapere le basi, anche se poi faranno fatica o non cominceranno subito a metterlo in pratica: non devono pensare che ricevono un Sacramento che “sistema” solo l’aspetto sessuale, così possono finalmente avere rapporti sessuali senza commettere peccato (è evidente che sarebbe una motivazione con poco senso). L’unità che si sperimenta durante l’unione fisica non deve restare all’interno della camera da letto, ma deve essere portata fuori con tutti: il piacere sessuale deve fornire le energie, la gioia e l’amore con cui svolgere la missione. Questo non vuol dire che gli sposi devono partire per un Paese straniero ad aiutare le persone povere: no, la missione deve essere svolta qui, con i vicini di casa che mi ritrovo, con i colleghi di lavoro, con gli amici e con tutte le persone che incontro (e quanto mai ce n’è bisogno in questo momento storico!).

Eppure non siamo capaci di metterla in pratica neanche la domenica, in chiesa, nella nostra parrocchia, durante la messa: basta guardare come scegliamo i posti a sedere ben distanti (il covid ha peggiorato le cose, ma stavano già andando male da prima), come guardiamo gli altri, quali parole usiamo (spesso per spettegolare) o quanto stiamo in silenzio (anche quando magari sappiamo che la persona vicina di panca sta vivendo un momento difficile e avrebbe bisogno di una parola di conforto o di amicizia: il detto “chi si fa i cavoli suoi, arriva a cento anni” è l’opposto del cristianesimo). Appena finita la messa, ognuno per i fatti suoi, neanche ci si saluta a volte, altro che fratelli e sorelle! (anche se pochi minuti prima abbiamo detto “Padre nostro”).

Una volta mi raccontavano che in qualche parte del mondo, come ad esempio in Africa, dopo la messa c’è un momento di condivisione con mangiare e bere per tutti, grandi e piccoli, è una bella iniziativa: altrimenti è inutile fare la comunione con Gesù che non vediamo, se poi non facciamo la comunione con gli altri che vediamo e tocchiamo. Inoltre, noi che andiamo alla messa domenicale, almeno con il pensiero, ci dovremmo preoccupare della stragrande maggioranza che non è venuta e che non conosce la bellezza di questo appuntamento con Gesù, perché Lui vuole salvare anche loro.

Così agli sposi è consegnato questo compito di usare il corpo per creare il Corpo di Cristo, cioè la famiglia grande: ci sono persone che solo noi possiamo abbracciare, essere loro vicine e prendercene cura. Siamo strumenti di Dio: chi può mostrare come Gesù ama, se non chi ha ricevuto il Sacramento del matrimonio e lo sperimenta quotidianamente nella relazione con l’altro/a? Ecco, cerchiamo di portare avanti la nostra missione sacramentale e ricordiamoci sempre che esistiamo come Sacramento prima di tutto per costruire ed edificare il popolo di Dio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cosa ci ha lasciato la Pasqua?

Il lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. É passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. É passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. É come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Sì è ancora un giorno di vacanza e si può fare la classica gita fuori porta, ma siamo tornati in un certo senso sulla terra dopo aver contemplato l’eternità di Dio e nutrito la nostra parte spirituale, quella più profonda. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Guerra, denatalità, crisi energetica ed economica torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. É una domanda decisiva. Perché, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima. La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perché questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non pretendiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perché la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha permesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrerla.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

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Lavanda dei piedi come sacramento degli sposi

Oggi inizia ufficialmente il Triduo. Entriamo nei tre giorni più importanti della nostra liturgia e della nostra fede. Il Natale è bello, è importante, tutto quello che volete, ma se tutta la vita terrena di Gesù non si concludesse con la resurrezione nulla avrebbe senso. In questo Giovedì Santo la liturgia mette al centro un gesto specifico. Già, quella strana tradizione che nelle nostre chiese vede il celebrante inginocchiarsi per lavare i piedi a dodici fedeli. Non so se ci avete mai pensato: Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. In apparenza una strana scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. E’ la presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? Giovanni vuole mettere in evidenza non l’Eucarestia in sè, come invece hanno fatto gli altri evangelisti, ma lo scopo dell’Eucarestia. L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili.

Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve il nostro impegno personale. Serve la nostra volontà che diventa amore concreto. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Per questo mi piace considerare la lavanda dei piedi il nostro sacramento di sposi.

Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo soprattutto noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Siamo noi immagine dell’amore di Dio. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa. E’ così vero quello che dico che fare l’amore, cioè il dono d’amore più concreto e completo è per noi sposi la riattualizzazione del sacramento del matrimonio.

Gesù si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli non erano perfetti. Erano gente dalla testa dura. Erano egoisti, paurosi, incoerenti, litigiosi e increduli. Erano esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi dovremmo essere l’uno per l’altra quel Gesù che si inginocchia, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrosta e li insudicia.

C’è un gesto che è bello donarsi il giorno del matrimonio. Invece dei soliti rituali scaramantici o goliardici sarebbe bello che davanti agli invitati sposo e sposa facessero proprio il gesto di lavarsi i piedi a significare proprio il desiderio di amarsi come Gesù ha insegnato. Bellissima la testimonianza dell’influencer statunitense Stacey Sumereau da lei stessa raccontata sui social e riguardante il suo matrimonio: Mio marito mi ha lavato i piedi durante il nostro ricevimento di nozze, anziché sfilarmi la giarrettiera. La giarrettiera simboleggia l’attrazione erotica e sessuale e mostra un indizio pubblico dell’intimità privata che allieterà i neosposi. L’attrazione fisica è una cosa meravigliosa ed è una parte bellissima del matrimonio; però sono stata felicissima che il mio sposo abbia voluto sorprendermi con qualcosa di molto diverso… Gesù ha lavato i piedi dei suoi discepoli la notte prima di morire in Croce. Questa specie di amore è agape: sacrificio

Antonio e Luisa

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Mangiare dallo stesso piatto

Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù. E’ importante farlo perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Per i giudei comunione attorno alla tavola, intingere insieme la mano nello stesso piatto, era la massima espressione di intimità e di fiducia. Ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere e non accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Adorare viene prima di fare!

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento.

Il Vangelo di oggi ci riporta a quanto è accaduto a casa di Lazzaro. Ritroviamo Marta e Maria. Guarda caso i ruoli non sono cambiati. Marta a lavorare e Maria ad adorare. Vi ricordate l’altro episodio con Marta che brontola perché Maria perde tempo con Gesù senza lavorare? Ecco qui si ripropone la stessa dinamica. Marta che sgobba e Maria che apparentemente perde tempo. L’attenzione si focalizza ancora una volta su Maria. Maria non serve i commensali, come invece fa Marta, ma si occupa di Gesù, lo adora, lo ama teneramente, gli cosparge i piedi con olio di puro nardo e dolcemente li asciuga con i suoi capelli. Cosa insegna questo Vangelo a noi sposi? Insegna qualcosa di determinante per la nostra vita insieme. La cosa più importante non è fare, ma rispondere alla chiamata, rispondere a Gesù che ci ha amato per primo. Solo comprendendo, guardando, accogliendo, riamando e adorando Cristo, il nostro fare non sarà più un obbligo e un peso insostenibile, ma una risposta d’amore. Esiste una priorità. Adorare viene prima di fare. Ora un ulteriore e logico passaggio. Va bene, ma come faccio ad adorare Gesù nel mio matrimonio? Semplicissimo (ma non facile): amando Luisa, la mia sposa. Perchè non è facile? Maria mi insegna un’altra cosa importante. Per amare Cristo non c’è misura. Devo dare tutto, senza risparmiarmi.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Io mi sento molto provocato da questo Vangelo. Ho ancora tanta strada davanti. Ancora troppo mi risparmio. Troppe volte aspetto una ricompensa o una gratitudine per ciò che faccio. Troppe volte mi sento non apprezzato abbastanza. Troppe volte faccio il minimo. Troppe volte mi risparmio e non do tutto, perché non credo sia così importante. Troppe volte aspetto che sia Luisa a darsi da fare, quando invece potrei anticiparla. Troppe volte non sono capace di amarla fino in fondo.

Maria mi richiama alla verità dell’amore. Perché quando ami fino in fondo, come fa lei, poi il profumo del nardo, il profumo dell’amore, si propaga a tutte le persone vicine. Attraverso il mio amore sponsale, il mio amore incondizionato e senza misura posso realmente riempire ciò che mi circonda del profumo dell’amore, del profumo di Dio. Ricordiamo che noi sposi siamo immagine dell’amore di Dio, ma solo quando ci abbandoniamo all’autentico amore sponsale e Maria ci mostra come si fa. Maria concretizza in un gesto ciò che deve essere la nostra vita matrimoniale.

Oggi, interiorizzare questo Vangelo, può essere un buon modo per rendere questo lunedì santo fecondo e per aiutarci a crescere come cristiani e come sposi.

Antonio e Luisa

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Non vogliamo avere figli ed essere infelici

Oggi mi sento di riflettere su un articolo apparso sul fatto quotidiano che è diventato virale. L’ho visto condiviso molte volte dai miei contatti e dai miei amici. In questo articolo una coppia, credo inglese (l’articolo originale è apparso sul quotidiano inglese Daily Mail), dichiara di non volere figli perchè i figli sono un peso e limitano le possibilità di vivere spensieratamente la vita e di godere appieno dei piaceri derivanti dallo stare insieme. Vi lascio il link all’articolo completo. Parto, in questa mia riflessione, da un virgolettato attribuito a Taylor moglie di Justin, la protagonista dell’intervista.

Non vogliamo avere figli ed essere infelici: ora facciamo sesso selvaggio 4 volte a settimana, 12 viaggi all’anno e i fine settimana… Perché cambiare?

Premetto che non voglio giudicare queste due persone e che ognuno è libero di scegliere come vivere la propria vita e il proprio matrimonio o relazione affettiva in genere. Premesso questo è però interessante riflettere su quello che significa vivere un matrimonio in questo modo. Farò alcune considerazioni personali e vi chiedo di fare le vostre nei commenti.

Il senso del matrimonio.

Taylor mostra una modalità di pensare il matrimonio che mi pare essere sempre più comune. Perchè sposarsi? Io credo di essermi sposato per una ragione completamente diversa e in un certo senso opposta a quella di Taylor. Taylor, almeno per quello che traspare dall’intervista, si è sposata con Justin perchè con lui sta bene. Perchè con lui riesce ad appagare i suoi desideri affettivi e sessuali, perchè con lui riesce a fare viaggi e condividere gli stessi interessi. Insomma Justin le rende la vita più bella. Justin le serve. Il centro è lei. Le conviene stare con lui per quello che ne ha in cambio. Naturalmente credo valga la stessa cosa per il marito. Per me non è così? All’inizio lo è stato ma poi, grazie a Dio, il mio matrimonio ha avuto una svolta. Sono riuscito a fare quello scatto necessario a progredire nella relazione e a renderla meno basata sulla convenienza e più sull’amore. Già perchè l’amore non è quello che descrive Taylor. Cosa significa amare? Con il tempo ho imparato a donarmi sempre di più a Luisa in modo incondizionato. Quando lei mi fa stare bene e quando ci riesce meno per tanti motivi. Ho compreso il senso del matrimonio nel matrimonio stesso. Un matrimonio funziona quando il senso lo si trova nel donarsi e non in quello che ne ricevi in cambio.

Due serbatoi che si svuotano.

Io credo che stare insieme principalmente per prendere dall’altro non funziona. Se entrambi abbiamo bisogno di riempire il nostro serbatoio relazionale, affettivo e sessuale prima o poi rischiamo di rimanere a secco. Perchè se per dare dobbiamo prima prendere è normale che basta che, per qualsiasi motivo, l’altro non sia più in grado di soddisfarci nei nostri bisogni, e noi a nostra volta inizieremo a far mancare affetto, tenerezza, cura e servizio. Ciò non può che allontanarci sempre di più. Ciò non può che far morire la relazione. Ed è questo il motivo credo dei tanti divorzi del nostro tempo. Perchè tanti si sposano con l’idea di Taylor: mi sposo perchè l’altro mi rende felice. Di conseguenza se l’altro dovesse smettere di rendermi felice perderebbe di senso anche il matrimonio. Il matrimonio non è questo. Solo nel dono incondizionato l’altro si sentirà amato per quello che è. Amare per quello che si dà equivale a non amare. Equivale ad usarsi e basta. Io non voglio un amore così. Io voglio un amore che costa ma che sa di vero e che ti fa sentire amato sempre anche nella debolezza.

I figli sono un intralcio?

Arriviamo ora alla questione più importante evidenziata da Taylor. I figli non permettono, secondo la donna, di vivere il matrimonio pienamente. Adesso posso rispondere. Che tipo di matrimonio è il vostro? Come quello prospettato da Taylor o come quello che vi ho prospettato io? Se cercate un matrimonio alla Taylor allora non fate figli. Ha ragione lei. Se il centro siete voi i figli sono una palla al piede. Quando ci sono i figli è vero che tutto è più faticoso e difficile. E’ vero che fare l’amore diventa molto più problematico perchè non si trova più così facilmente il momento adatto e si è molto più stanchi. E’ vero che i viaggi saranno molti di meno e che magari ci si deve alzare presto anche nel week end. Il discorso di Taylor non fa una piega. E allora perchè io ho fatto non un figlio ma quattro? Perchè dopo l’esperienza del primo che mi ha distrutto fisicamente ho deciso con Luisa di averne altri? Perchè ho scoperto il segreto dell’amore. L’amore ti riempie davvero quando dai tutto. Quando ti doni per l’altro fino in fondo. Quando ti scopri felice per avere fatto felice l’altro. Quando non stai più a misurare quanto fai tu e quanto fa l’altro ma continui a fare anche solo per vedere l’altro meno stanco e meno preoccupato. Solo se vivi il matrimonio in questa modalità avrai il desiderio di rendere fecondo il tuo amore (fecondità che non si concretizza solo attraverso il concepimento di figli ma in tanti altri modi). Per questo credo che chi non desidera avere figli (non che non può) in realtà non vive un matrimonio basato sull’amore. Perchè se vuoi davvero amare non ti basti più, non basta più la relazione con tuo marito o con tua moglie, ma questo amore trabocca e prende carne nei figli. Certo ho dovuto rinunciare a tante cose, ma non sono rinunce vere. Ho scelto quello che credo sia il meglio, ho scelto quello che dà senso e pienezza alla vita. Per questo non invidio i viaggi e la vita di Taylor ma sono strafelice della scelta che ho fatto e che rifarei non una ma mille volte perchè la considero molto più ricca e bella di quanto avrebbe potuto essere senza figli e con qualche lusso in più.

Auguro a Taylor e a suo marito che possano fare questo salto di qualità, che possano comprendere la bellezza del dono gratuito e dell’amore. Allora il desiderio di un bambino verrà loro naturale perchè avranno aperto il cuore al dono.

Antonio e Luisa

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L’anniversario di matrimonio perfetto

Ho ricevuto una richiesta molto interessante. Un lettore del blog mi ha chiesto un consiglio su come festeggiare l’anniversario di nozze con la moglie. Ad aprile io e mia moglie facciamo dieci anni di matrimonio. Hai dei suggerimenti su come prepararlo e come celebrarlo? Una domanda bellissima alla quale non ho mai risposto nei miei articoli scritti fino ad ora. Vale la pena farlo.

Un giorno importante.

E’ bene ricordare che il giorno del matrimonio è un giorno importante ed è bello che venga ricordato. Ricordarlo serve magari a togliere un po’ di polvere, lucidare e far di nuovo brillare quel tesoro che è il nostro matrimonio. Spesso ce ne dimentichiamo presi da tante occupazioni e preoccupazioni. Quando ci siamo sposati è avvenuta una nuova creazione. Dio non ci vede più solo come due singoli ma ci vede anche come coppia unita dal fuoco dello Spirito Santo (quindi da Dio stesso). E’ bene che anche noi impariamo a considerarci sempre più come parte di una comunione d’amore. Questa è una consapevolezza che si acquisisce nel tempo e festeggiare il giorno delle nozze serve non solo a noi per celebrare un giorno importante ma anche per interiorizzare sempre di più ciò che siamo.

Un giorno da rinnovare tutti i giorni.

Dobbiamo impegnarci a vivere ogni giorno come fosse il nostro anniversario di matrimonio. E’ importante fare memoria ogni giorno della nostra promessa. Noi non promettiamo di amare tutta la vita la persona che abbiamo accanto. Noi promettiamo molto di più! Promettiamo, lo dice la formula più usata che propone la liturgia del rito, di amare tutti i giorni della nostra vita. Capite la differenza. Tutti i giorni significa che ogni giorno ci impegniamo a rinnovare il nostro amore. Rinnovarlo con la nostra volontà e il nostro impegno. Solo se la celebrazione del nostro anniversario di matrimonio sarà vissuta all’interno di una vita donata per amore l’uno all’altro sarà autentica. Solo così la celebrazione di quel giorno ci riempirà il cuore di bellezza e di gratitudine, e non sarà solo un modo per rimpiangere ciò che era e che non è più.

Un giorno da preparare.

Arrivo ora alla parte più attinente alla domanda che ci è stata posta. Il primo consiglio è quello di preparare la celebrazione. Certamente nel modo che ho già spiegato in precedenza cioè impegnandovi ogni giorno per amarvi a vicenda. Questo è un punto fondamentale. Nell’avvicinarsi al giorno della ricorrenza consiglio di mettere al centro della vostra relazione Gesù. Di farlo ancora più del solito. Quel giorno deve diventare un’occasione per stare voi tre sposi insieme. Sì, gli sposi sono tre. La coppia e Gesù. Quindi preparate il vostro cuore a celebrare l’amore. I giorni precedenti organizzatevi in modo che il giorno poi della ricorrenza abbiate tempo per voi. Sistemate i figli in qualche modo, se li avete. E poi se riuscite prendetevi un giorno di ferie dal lavoro. E’ un investimento su di voi e sul vostro amore. Non è certo un giorno di ferie sprecato. Se preparerete e vivrete bene quel giorno, poi ne godrete dei frutti nei giorni e nelle settimane a venire.

Gesù al centro.

Il giorno dell’anniversario (potete farlo anche nei giorni appena precedenti) confessatevi. Cosa c’è di meglio che celebrare l’amore con il cuore aperto alla Grazia e liberato dal peso del peccato? La confessione è importante. Poi andate a Messa. Andare a Messa ha una duplice finalità. Partecipare all’Eucarestia è prima di tutto attingere alla Grazia. Attingere alla forza dell’Eucarestia che è centro e sorgente del nostro amore sponsale. E poi è un modo per offrire il nostro amore a Gesù. Andare a Messa significa riconoscere che noi da soli non possiamo farcela, e che solo abbandonandoci a Gesù e donandogli la nostra povertà Lui potrà fare di noi uno strumento d’amore non solo tra di noi ma per il mondo intero. In date significative (come possono essere i 5, 10, 20, 25 anni ecc.) consigliamo di rinnovare le promesse. Voi potreste dire che non serve e che può essere solo un momento emozionante e coreografico. In realtà secondo noi è importante. E’ importante perchè ogni volta che lo facciamo (noi in vent’anni le abbiamo rinnovate già più di una volta) siamo più consapevoli di quello che stiamo promettendo. Mettiamo in quelle promesse sempre più volontà e impegno. Le interiorizziamo sempre di più. Ed è bello! Io quando mi sono sposato non ero tanto consapevole. Non so quanto il mio matrimonio fosse valido fino in fondo. Con il rinnovo ho avuto la piena consapevolezza. E questo per me è stato importante. L’ultima volta che abbiamo rinnovato le promesse è stato nel 2022. Abbiamo festeggiato vent’anni. Io ho pronunciato quella promessa davvero credendoci fino in fondo. Ed è stato meraviglioso ascoltare quelle stesse parole dalla mia sposa perchè lo ha fatto dopo vent’anni. E la sua non era solo una promessa per il futuro ma l’accoglienza di tutti i nostri vent’anni insieme. E’ stato bellissimo.

Memoria e Memoriale.

L’anniversario è un giorno che fa memoria del nostro matrimonio. Ogni anno ci ricordiamo di quel momento in cui la nostra vita è cambiata per sempre e in cui ci siamo legati l’uno all’altra indissolubilmente. Quindi è solo un ricordo. Noi abbiamo la possibilità di vivere quando lo desideriamo il memoriale del nostro matrimonio. E’ molto di più. Cosa è un memoriale? Secondo il dizionario indica: nella liturgia ebraica e cristiana, l’atto liturgico di far memoria di un avvenimento importante della storia della salvezza. Tale memoria è ritenuta attualizzante: il fatto ricordato è reso presente, e i suoi frutti resi disponibili per i partecipanti al rito. L’Eucarestia è il memoriale della passione, morte e ressurezione di Gesù. Gesù è morto una sola volta duemila anni fa sul Golgota ma in ogni Messa si rende attuale, si riattualizza il suo sacrificio. Così anche noi sposi abbiamo un memoriale. Ogni volta che facciamo l’amore stiamo riattualizzando il nostro sacrificio (l’offerta vicendevole di noi stessi il giorno delle nozze). Ogni volta che viviamo la nostra liturgia è come se ci sposassimo di nuovo con conseguente effusione di Spirito Santo. Capite? Fare l’amore è importante. Ancora più bello e significativo farlo il giorno della memoria delle nostre promesse.

Conclusioni

Ecco la mia risposta. Il giorno del vostro anniversario perfetto? Dedicatelo a voi. Prendetevi un giorno di ferie, lasciate i figli dai nonni o dove potete. Confessatevi, andate a Messa. Passate del tempo insieme e concludete facendo l’amore, facendolo bene, donandovi tutto il tempo necessario per vivere la vostra liturgia sacra. Così non sarà solo fare memoria ma quel giorno sarà un meraviglioso memoriale delle vostre nozze.

Antonio e Luisa

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Perchè non è sceso dalla croce?

L’altra sera, mentre leggevo un commento sulla via crucis, mi è venuto in mente un ricordo di mia moglie che aveva a suo tempo attirato la mia attenzione: mi aveva confidato che da piccola, quando guardava i film sulla passione di Gesù, fino all’ultimo sperava che non morisse e che in qualche modo riuscisse a difendersi e a non finire sulla croce. E’ una considerazione tipica della semplicità, spontaneità e bontà di una bambina che vuole bene a Gesù e non vorrebbe vederlo soffrire.

Questo mi ha fatto riflettere su cosa sarebbe successo se Gesù ad un certo punto fosse sceso dalla croce: Lui si sarebbe salvato, ma noi, cioè tutta l’umanità no, non sarebbe cambiato nulla di importante nella storia della salvezza. Invece Gesù ha voluto dare tutto il Suo corpo per amore, anzi non ha cercato di ridurre il dolore. Questo non per masochismo, ma per compiere la sua missione fino in fondo. Come sposo, se non avessi il Suo esempio, cosa potrei avere come riferimento? Fino a quanto sarei disposto a perdonare, a sopportare se Lui non mi avesse mostrato la strada? Se non fosse morto anche per me e se non fosse risorto e vivo in mezzo a noi, chi me lo farebbe fare di rimanere da solo e di non frequentare altre donne? Eppure la bellezza del cristianesimo è proprio questa: Gesù sapeva che stavamo sbagliando, ma ci ha lasciato fare in piena libertà e proprio quando ci meritavamo di essere spazzati via come polvere, ha continuato a dire: Comunque io vi amo!

Allora davvero passano in secondo piano le nostre litigate, le incomprensioni, le difficoltà all’interno della coppia e con i figli, se guardiamo la croce: è vero, la croce fa paura, vorremmo lasciarla lì in terra, ma sappiamo che non è l’ultima parola, non è la fine di tutto. C’è una quindicesima stazione, la risurrezione: il cristianesimo è l’unica religione che ha come simbolo un Dio sofferente, cioè la croce, perché dietro quel simbolo si rivela un amore immenso. Il matrimonio funziona se ognuno dei due muore a sè stesso per l’altro, perché un amore che non costa nulla, vale poco: solo se sapremo affrontare le nostre croci, piccole o grandi, l’ultima croce, cioè la morte terrena, non ci troverà impreparati e non ci toglierà nulla, perché avremo dato tutto.

Certamente qualche volta la croce può essere troppo pesante o sembrare insopportabile, soprattutto se si protrae a lungo nel tempo e quando accade serve a poco arrabbiarsi, lamentarsi e agitarsi: la cosa migliore è rivolgere il nostro sguardo a Gesù che non mancherà di sostenerci, consolarci e darci la gioia e la forza necessarie per andare avanti. Chi non si ribella e si lascia plasmare dalla croce, anche se non la capisce, affina il proprio cuore e cresce nella qualità di amore, diminuendo la distanza, sempre incolmabile, con l’Amore di Dio.

Io porto il mio esempio. Rimanere fedeli al coniuge che non vuole più avere niente a che fare con te è sicuramente una grande croce, perfino peggiore di un lutto, perché ogni giorno viene ribadito quel “no”, oppure in qualche caso addirittura i conflitti continuano anche dopo la separazione per questioni economiche e per la gestione dei figli. Non credo che ci sia cosa più brutta di essere innamorati di una persona, desiderare di amarla dopo aver vissuto una parte di vita con lei/lui e ricevere in cambio il “due di picche”: ma allora, se noi, così imperfetti e fragili, riusciamo a provare questa intensità di sentimenti, quanto più grande è la “sofferenza” di Dio verso di noi tutte le volte che lo respingiamo, lo offendiamo e Gli diciamo di non intromettersi nella nostra vita, nelle nostre scelte e nei nostri pensieri? Quante volte siamo noi i carnefici e Lo mettiamo nuovamente in croce?

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

L’amore si fonda sulla pietra ma scrive sulla sabbia

Nel Vangelo  di oggi viene ripreso un brano meraviglioso. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra.  Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Noi spesso abbiamo un comportamento che è simile a quello dei farisei che vorrebbero prendere l’adultera e lapidarla. Ucciderla colpendola con le pietre. Pietre che rimandano alla Legge, al decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: La Legge di Dio ti uccide perché tu l’hai tradita. Quante volte anche noi sposi usiamo la Legge di Dio come pietra da usare contro l’altro. Gesù invece non lo fa. Gesù si mette a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera.

Cosa ho imparato da tutto questo? La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui siamo stati noi l’adultera nei confronti di Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui non sono altro che scritte sulla sabbia. Lui non giudica i nostri errori, ma ci guarda con quello sguardo da innamorato che vede la meraviglia della persona e non la bruttura del peccato. Lui ci indica la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti nel Vangelo non troverete mai scritto l’adultera, ma una donna sorpresa in adulterio. Gesù non l’avrebbe mai e poi mai chiamata adultera. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio. Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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I fuorischema di Dio nel nostro matrimonio (2 parte)

Ieri ci siamo lasciati quando io e mio marito stavamo affrontando la difficoltà nel riuscire ad avere figli (clicca per leggere la prima parte). Per non stare fermi, inchiodati nel dolore, nella mancanza e nel vuoto, ho cominciato a cercare famiglie senza figli. Grazie a Dio tra i nostri amici c’era già qualche famiglia senza figli, e abbiamo cercato di frequentare quelle famiglie. Abbiamo amici anche con figli, ma in quel periodo ci pesava stare con loro, sentire parlare sempre e solo di figli; ci sentivamo non accolti, non compresi, fuori posto. Guardandoci in giro (non restate mai fermi nel vostro dolore), abbiamo trovato altre famiglie senza figli, attraverso i frati di Assisi e anche con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. Ci siamo accorti come queste famiglie, fossero ugualmente bellissime e feconde! Sono bellissime, perché feconde spiritualmente, e ci si è aperto un nuovo mondo, quello della fecondità spirituale, che ci ha affascinato sin da subito.

Essere testimoni di Dio agli altri, per gli altri e con gli altri. Non vogliamo vivere per noi stessi, chiusi nel nostro nido e nella nostra coppia. Desideriamo portare frutto, restituire quanto ricevuto, ringraziare Dio, come afferma il nostro passo di Vangelo, quello scelto per le nostre nozze: Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto(Gv 15, 2). Abbiamo capito che A Dio nulla è impossibile (Lc 1,37), Se solo Dio volesse potrebbe risolvere il nostro problema e quello di tutte le coppie infertili in un attimo. Se non lo fa significa che ha un Suo progetto di vita e di senso anche per le famiglie senza figli. Non siamo, quindi, famiglie di serie B, ma di serie A, come tutte le altre famiglie. Abbiamo solo una chiamata diversa, speciale, ma altrettanto bella, ricca, alta. Sta a noi scoprirla e viverla a pieno, per portare Dio a tutti, con amore, gioia, speranza, fiducia; facendoci dono, servizio, fecondità. 

Per esempio con i single, con i fidanzati, con le famiglie, con i vicini di casa, con la gente di paese, con i colleghi di lavoro, con tutti quelli che incontriamo per essere sale della terra e luce del mondo (Mt 5,13 16).Noi, quindi, ci stiamo inserendo, nel gruppo famiglie della nostra parrocchia, contiamo di aprire la nostra casa una sera la settimana per fare un cenacolo di preghiera. Stiamo pensando di seguire i fidanzati; dal 2019 al 2021 abbiamo seguito i single in un percorso di fede a loro dedicato. Abbiamo capito/visto, che ogni coppia ‘sterile’, trova con Dio la sua via di felicità e di fecondità, come dice la Sua Parola: Rallegrati, sterile, che non partorisci, grida nell’allegria tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito(Is 54,1-10).

Con questa nuova consapevolezza siamo riusciti a comprendere le parole del rito delle nozze siate fecondi e i figli che Dio vorrà donarvi.  Quel passaggio non si limita ai figli biologici ma anche a quelli spirituali, perché con Dio e grazie a Dio, la biologia non ha l’ultima parola! Dio porta vita dove c’è morte. Noi dobbiamo solo scegliere di collaborare con Lui, e vedremo miracoli, orizzonti nuovi. Non vale la pena rinchiudersi, fermarsi in ciò che manca e che si vuole, altrimenti Dio non può operare, perché rispetta la libertà di ognuno, ma così facendo, ci si priva di bellezza, e si resta bloccati fermi.

In questo nostro passaggio, da fertilità a fecondità, c’è stato anche il periodo in cui la mia ginecologa, mi propose la PMA (procreazione medicalmente assistita), vista la mia età. Mi propose anche di chiedere ovociti di una giovane donna per avere un figlio sano. Ci siamo un po’ informati sulla PMA, e per noi è una specie di vivisezione della donna, con esami specifici, continui controlli medici, con ulteriore stress per la coppia, e con scariche di ormoni sul corpo della donna, che diventa quindi un oggetto, in mano ai medici. Saremmo diventati schiavi dell’idolo del figlio a tutti i costi, avremmo speso tanti soldi, senza neppure la garanzia del buon esito. Tutto ciò è, a nostro avviso e anche per la Chiesa, contro natura e contro Dio; senza contare che la PMA può causare anche aborti. Male su male. Non fa per noi. Tutto ciò, ci è bastato per dire no grazie!!! Nello stesso periodo, abbiamo visto/capito che, il primo figlio della coppia è la coppia stessa. Il noi va quindi custodito, alimentato, amato, rispettato, fatto crescere, reso bello. Abbiamo, quindi, deciso, che una/due volte l’anno, parteciperemo a corsi/ritiri per famiglie ad Assisi dai frati minori, o da Mistero Grande di don Renzo Bonetti.

Concludiamo questo articolo, dicendo che, il mondo, davanti alla sofferenza, dice di schivarla, scappare, rifiutarla. Vedi “soluzioni” come aborto, divorzio, eutanasia, PMA. Gesù, invece, dice di accettarla e passarci in mezzo con Lui, e li si trova la chiave, la risposta, la Resurrezione, la vita nuova e noi preferiamo questa, che è Via, Verità, Vita. L’avevano detto, al corso vocazione, che avevo fatto nel 2002, che l’unica risposta alla sofferenza, ce l’ha Gesù Cristo, ed è vero. Lo confermo dopo averne fatto esperienza Lode e Gloria a Te Gesù !

Buon Cammino a tutti

Grazie e a presto

Paola & G.

Chi vuole contattarmi/ci, mi/ci trova su facebook (Paola Bt) e abitiamo nel nord Italia. Se ci sono famiglie senza figli,  possiamo fare anche un gruppo facebook, o whatsapp, o telegram, per tenerci in contatto, aggiornate, sostenerci. Cosa ne dite?! 

I fuorischema di Dio nel nostro matrimonio

Cari sposi, eccoci con un nuovo articolo sul blog. I primi 3 articoli sono stati sulla testimonianza della mia vita (Paola); ora scriverò di noi e del nostro matrimonio cristiano.

Come ho già scritto in precedenza, ho partecipato ai corsi ad Assisi di padre Giovanni Marini, dopodiché ho scelto come padre spirituale un frate del suo team, e con lui ho fatto il mio cammino di fede per 15 anni, andando avanti e indietro da Assisi. Dopo questi 15 anni, causa forza maggiore, non sono più potuta andare ad Assisi dal mio padre spirituale, ma dopo qualche mese, è arrivato quello che poi è diventato mio marito. Questo conferma che Dio non ci lascia mai soli, anzi!

Credo che Dio mi abbia preparato e a quel punto ero pronta ad entrare nella Terra Promessa della mia vita. Il mio padre spirituale, è stato il mio Mosè, il mio San Giovanni Battista. Solo con Gesù, infatti, si entra e si vive nella terra promessa, come lui stesso mi disse in un colloquio. Infatti, è stato Giosuè colui che ha portato fisicamente il popolo di Israele dentro la Terra Promessa, e il suo nome vuol dire Gesù in ebraico antico; mentre Giovanni Battista ha indicato ai suoi discepoli di seguire l’Agnello di Dio, che è sempre Gesù. Con mio marito, abbiamo avuto e abbiamo tuttora guide per il nostro cammino, ma il padre che ti porta alla fede, rimane uno solo, come lui stesso mi ha confermato in un colloquio, per questo lui sarà sempre il mio fratone, che comunque tengo sempre aggiornato sulle mie vicissitudini.

Siamo così giunti al nostro matrimonio cristiano; sapete che è più bello ora, dopo 2 anni e mezzo di matrimonio, che all’inizio. Appena sposati, infatti, eravamo due persone poco più che 40enni, che avevano vissuto tanto tempo da sole ed iniziavano a vivere insieme. Non è stato quindi per niente facile, pur essendoci amore e scelta comune di vita. Di comune accordo, infatti, non abbiamo convissuto, ma abbiamo scelto e seguito gli insegnamenti saggi di Madre Chiesa. Abbiamo atteso il Sacramento del Matrimonio, per andare a vivere insieme e per essere una carne sola. Con nostra grande sorpresa, però, i primi mesi sono stati duri, tremendi, con forti scossoni di assestamento, per litigi, per il nostro carattere e per le nostre abitudini. Pensavamo di aver sbagliato tuttooo!!! Inoltre, eravamo entrambi in smart working, vivevamo in un piccolo appartamento in affitto, trovato in fretta a maggio 2020, quando ancora si poteva andare nelle agenzie immobiliari. Inoltre non siamo andati subito in viaggio di nozze perché a causa del lockdown non ci si poteva muovere, e siamo partiti solo a novembre, Siamo stati al Lago di Garda dove abbiamo staccato e ci siamo un po’ ricaricati.

Non ci aspettavamo, quindi, tutta questa tempesta, che pauraaa! Ma nella tempesta, abbiamo visto la forza e la presenza del Sacramento delle Nozze, di Gesù in mezzo a noi, con noi e per noi, Grazie a Dio! Grazie anche alle catechesi, che ascoltavamo, per capire il presente che stavamo vivendo. Durante il fidanzamento, abbiamo partecipato a dei corsi fidanzati, ma nessuno ci aveva preannunciato quello a cui saremmo andati incontro o ce l’avevano accennato appena; in quanto, ormai, in questi corsi, ci sono già diversi conviventi o addirittura coppie con figli. Secondo noi, però, la Verità, che scaturisce dagli insegnamenti del Vangelo e della Bibbia, va sempre detta e non tralasciata! In questa tempesta e dopo la tempesta, grazie a Dio, siamo andati avanti con piccoli passi possibili quotidiani, nel venirci incontro reciprocamente, per creare la nuova vita/famiglia, pregando insieme, dialogando, perdonandoci, costruendo la nostra intimità.  Abbiamo iniziato, quindi, a costruire la nostra famiglia, come la casa costruita sulla roccia del Vangelo (Mt 7,24-28). Ed è proprio vero che Dio salva nella croce/morte/difficoltà, e non dalla croce/morte/difficoltà, proprio come mi disse a suo tempo il mio padre spirituale.

Una volta sposati, inoltre, pensavamo di avere subito dei figli. Nel fidanzamento, ci eravamo detti, che forse, non li avremmo avuti, per via della nostra età; ma da sposati, e vivendo la bella apertura alla vita, ci è venuto normale pensare, sperare, e desiderare ciò. E invece, mese dopo mese, niente da fare. Cominciavamo a vivere la nostra intimità con l’orologio biologico nella testa, e quindi con ansia, stress, dovere, rabbia, tristezza, speranza, delusione, etc.

Per il proseguo vi aspettiamo domani con la seconda parte della nostra testimonianza.

Paola & G.

Chi vuole contattarmi/ci, mi/ci trova su facebook (Paola Bt) e abitiamo nel nord Italia. Se ci sono famiglie senza figli,  possiamo fare anche un gruppo facebook, o whatsap, o telegram, per tenerci in contatto, aggiornate, sostenerci. Cosa ne dite?! 

Contemplare per onorare l’Amato

Immersi nel cammino quaresimale, vogliamo soffermarci sulla seconda lettera della parola CONTEMPLARE. Per noi contemplare vuol dire ONORARE l’Amato. Ricorrendo al significato etimologico, onorare vuol dire «circondare di stima e di ossequio qualcuno». È ciò che fece san Giuseppe, la cui celebrazione quest’anno è stata spostata ad oggi, verso la sua sposa Maria e in modo speciale verso Gesù. Riconoscendo la singolare paternità di Giuseppe, qui, vogliamo contemplare il suo rapporto con Maria. Al n. 20 della Redemptoris Custos leggiamo che: “Mediante il sacrificio totale di sè Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sè e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio”.

In questa Esortazione Apostolica, Giovanni Paolo II mette in particolare rilievo il legame sponsale di Maria e Giuseppe, rivendicando a Giuseppe le chiare caratteristiche dello sposo che “prese con sé la sua sposa” poiché quello che è generato in lei “viene dallo Spirito Santo” (Mt 1). E da qui che possiamo “desumere che anche il suo amore di uomo viene rigenerato dallo Spirito Santo. Non bisogna forse pensare che l’amore di Dio, che è stato riversato nel cuore umano per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5), forma nel modo più perfetto ogni amore umano? Esso forma anche – ed in modo del tutto singolare – l’amore sponsale dei coniugi, approfondendo in esso tutto ciò che umanamente è degno e bello, ciò che porta i segni dell’esclusivo abbandono, dell’alleanza delle persone e dell’autentica comunione sull’esempio del mistero trinitario” (RC n 19).

Carissimi sposi anche noi, il giorno del matrimonio, abbiamo promesso di onorarci tutti i giorni della nostra vita. Ma in che modo lo facciamo? Nella vita ordinaria vi sono mille modi per farlo e ogni coniuge conosce quale sia quello migliore per la propria coppia. Per noi onorarci vuol dire onorare Dio, o meglio onorare l’immagine di Dio impressa in noi. Ogni uomo deve essere onorato in quanto immagine di Dio ma, come sposi, la promessa matrimoniale ci porta ad impegnarci a cercare, e portare alla luce, nel nostro sposo/a quei tratti, quelle caratteristiche per cui somiglia maggiormente a Gesù. Significa in definitiva potergli dire: “tu mi ricordi Dio”, “tu per me sei degno/a del mio ossequio”. Questo ci porta a sperimentare prima di tutto l’esserCi di Dio nella nostra vita sponsale e poi anche il fatto che senza onorare la persona che si è scelto di sposare si perderebbe una bella fetta di felicità.

ESERCIZIO PER ONORARE L’AMATO
Come sposo, sull’esempio di san Giuseppe, mi impegno ad aiutare la mia sposa a far crescere un seme che il Signore ha piantato nel suo cuore, sia esso una virtù o un talento. Come sposa, “riverso” sulle imperfezioni del mio sposo tutta la tenerezza di cui sono portatrice.

PREGHIERA DI COPPIA
O nostro Divino Sposo,
onorandoci onoriamo Te in noi;
onorandoci scopriamo che portiamo il Tuo dna nelle fibre del nostro corpo;
onorandoci ti ringraziamo di aver posto la Tua dimora in noi
e, insieme a Giuseppe e Maria, camminiamo fiduciosi lungo i sentieri della vita.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

San Giuseppe: un papà amato, tenero e obbediente.

Tra pochi giorni si festeggia San Giuseppe e attraverso di lui tutti i papà del mondo. Per questo ho deciso di scrivere di lui e del suo ruolo di padre. Prenderò spunto da Papa Francesco che ci ha donato la bellissima Lettera Apostolica Patris Corde dove ha identificato alcune caratteristiche di Giuseppe che possono aiutare noi sposi e padri a comprendere qualcosa di più su come vivere questa nostra missione. Una missione che è un vero ministero, rientra infatti nella nostra dimensione regale battesimale. E’ dono e responsabilità del battesimo. Essere re al modo di Gesù. In questo articolo prenderò in esame le prime tre qualità di Giuseppe padre. In totale il Papa ne indica sette. Un numero non credo casuale. Il sette indica la totalità. Quindi in quelle sette caratteristiche c’è tutto ciò che serve per essere padre. Vi invito a leggere tutto il documento. Ne vale sicuramente la pena. Ora iniziamo.

Padre amato. Il Papa ci ricorda che San Giuseppe è molto amato dai fedeli perchè ha scelto di stare accanto a Maria sua sposa e a Gesù. Scrive il Papa: la paternità di Giuseppe si è manifestata nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé. Giuseppe è amato perchè ha sacrificato sè stesso per, scrive sempre il Papa, porsi al servizio dell’intero disegno salvifico. Porsi al servizio della sua missione di padre e di sposo. La scelta di Giuseppe non è stata per nulla semplice. E’ dovuto morire a sè stesso, ai suoi progetti, al suo orgoglio, alle sue radici (è dovuto scappare in Egitto), per farsi dono. Giuseppe ci insegna che un padre sa mettere da parte sè stesso per donarsi. Noi ci siamo impegnati a comprendere come Dio ci chiede di spendere la nostra vita, a comprendere quale è la nostra vocazione? Siamo capaci di rivedere le nostre convinzioni e le nostre idee accogliendo il progetto di Dio su di noi? Proviamo a sacrificarci per la nostra famiglia?

Padre nella tenerezza. Questa caratteristica evidenziata dal Santo Padre è meravigliosa. Soprattutto è tanto confortante e liberante per noi comuni mortali. Essere padre è il compito più difficile per un uomo. Il Papa ci dà due dritte importantissime e lo fa con due pensieri che vi riporto. Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe. [..]Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande. San Giuseppe ha un importante ruolo educativo. Una parte di esso è condivisa con Maria, Giuseppe e Maria mostrano al figlio Gesù la tenerezza di Dio. L’altra parte si lega alla prima ma è più specifica del padre, dell’uomo. Giuseppe mostra attraverso la sua relazione con suo figlio Gesù chi è il Padre. Questo vale per tutti noi papà verso i nostri figli. Più impareremo ad amarli teneramente e più i nostri figli si faranno l’idea di un Dio Padre che gli vuole bene sempre. Più condizioneremo il nostro amore al loro comportamento e più i nostri figli si faranno l’idea di un Dio giudice, di un Dio del quale avere paura. La cosa bella di questa descrizione del Papa è che saremo capaci di amare in questo modo disinteressato i nostri figli solo se sapremo riconoscerci noi stessi fragili ed imperfetti. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti che non sbagliano mai, ma di genitori capaci di chiedere scusa quando sbagliano e capaci di alzare lo sguardo a Dio quando si sentono inadeguati alla situazione contingente e al compito a loro affidato. Un genitore perfetto, se mai esistesse, farebbe solo danni. Perchè i figli si sentirebbero sempre non adeguati, non abbastanza, mentre il genitore farebbe fatica a provare empatia verso le loro fragilità.

Padre nell’obbedienza. Giuseppe ha accolto la volontà di Dio nella sua vita e nel suo matrimonio. San Giuseppe è presentato principalmente nel Vangelo di Matteo. Matteo racconta i primi capitoli del suo Vangelo dalla parte di Giuseppe. A differenza del Vangelo di Luca dove tutto il racconto della nascita e dell’infanzia di Gesù è visto con gli occhi di Maria. È in Luca che c’è il racconto dell’annunciazione. In Matteo non c’è. In Matteo troviamo scritto semplicemente Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. (Matteo 1, 18). Mentre in Luca leggiamo in modo dettagliato come l’angelo abbia comunicato a Maria il concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo in Matteo non c’è nulla di tutto questo. Matteo ci proietta nello smarrimento di un uomo che si ritrova a confrontarsi con una realtà alla quale non era preparato. Giuseppe si ritrova a dover comprendere ed accogliere l’intervento di Dio nella sua storia e in quella della sua famiglia. E lo fa. Il papa lo scrive chiaramente. In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani. Giuseppe ha portato in salvo la sua famiglia proprio attraverso l’obbedienza. L’obbedienza ad accogliere Maria incinta, l’obbedienza a scappare in Egitto, l’obbedienza a tornare dall’Egitto. Non credo che Giuseppe abbia sempre compreso tutto ma si è fidato come un figlio si fida del papà. Questa riflessione del Papa ci dice che non possiamo avere la pretesa di programmare tutto e di avere tutto sotto controllo. Non sarà mai così. Un padre sa però accogliere la vita e ciò che accade in famiglia con uno sguardo aperto a Dio, cercando di comprendere quale sia la scelta migliore per i figli che Dio ha affidato a lui e alla madre. I sogni di Giuseppe esprimono benissimo il dialogo con Dio che Giuseppe intesse durante la sua vita. Ed è bellissimo! Giuseppe ha portato in salvo la sua famiglia non perchè fosse forte e potente come Erode, ma perchè consapevole della propria debolezza si è sempre affidato e fidato.

Che esempio meraviglioso San Giuseppe!

Antonio e Luisa

Chiara: benedetta fragilità

Oggi vi scrivo nuovamente dei Ferragnez. So già di tirarmi addosso critiche e anatemi. Quei due per tanti sono il male impersonificato. Invece io li seguo con interesse. Li seguo perchè sono davvero l’immagine più esplicativa dell’uomo di oggi. E’ vero che quello che propongono trasuda di pensiero unico del nostro mondo moderno: aborto, gender, matrimonio egualitario, eutanasia, ecc. Insomma il repertorio tipico della persona emancipata e progressista. Il repertorio tipico di chi fa del desiderio un diritto. Quindi nulla di particolarmente sconvolgente. I Ferragnez propongono le stesse cose proposte dal 90% degli nfluencer e delle star della musica e della televisione.

I Ferragnez hanno però qualcosa in più rispetto a tanti altri. Raccontano senza filtri e spesso mi sembra sinceramente la loro vita di persone ricche e popolari. Fanno continuamente storie Instagram dove si fanno vedere nella quotidianità. Certo non mostrano proprio tutto e spesso i contenuti sono preparati ma più di una volta hanno lasciato trasparire emozioni e sentimenti veri aprendo uno squarcio su un mondo, quello patinato e perfetto dei VIP, fatto solo di ricchezza e bellezza. Per questo trovo in loro una coppia interessante. Sono seguiti da milioni di follower, molti dei quali molto giovani e quindi non possiamo semplicemente ignorarli. Ci sono e dobbiamo farci i conti. Dopo questa doverosa premessa arriviamo al punto. Vorrei approfondire un post di Chiara. In realtà alcune frasi del post che è molto lungo.

Fermarsi a respirare e a pensare, ricordandosi che è normale avere paura, è normale chiedersi se ce la farai, è normale offrire aiuto a chi intorno a te ne ha bisogno ma anche chiederlo a chi sai può esserti di supporto.

Chiara per tanti è una super donna. Popolarissima, con le sue idee influenza il pensiero di tantissime persone. E’ una bella donna realizzata nella famiglia con un marito che sembra volerle bene e due figli bellissimi. E’ un’imprenditrice di successo oltre che un volto tra i più ricercati come testimonial. Con le sue aziende fattura milioni ogni anno. Eppure anche lei ha paura, anche lei si sente inadeguata, anche lei teme di non farcela. Il primo passo per arrivare a Dio è proprio questo: riconoscere di non essere abbastanza. Quindi quello che Chiara sta vivendo come una profonda crisi in realtà potrebbe essere l’inizio della sua salvezza. Non conosciamo il suo cuore e non sappiamo come reagirà ma già questa sua ammissione è meravigliosa. C’è una canzone di Mengoni che esprime benissimo tutto questo. Si tratta di Essere Umani. In una strofa di questa canzone Marco Mengoni dice: Devi mostrarti invincibile. Collezionare trofei. Ma quando piangi in silenzio scopri davvero chi sei. Proprio così. Tanti ragazzi e tante ragazze possono essere rassicurati dal fatto che anche Chiara ha paura, che anche lei si sente a volte sbagliata. Quindi benissimo così. Chiara sta dando un insegnamento fondamentale. In questo caso è un’influencer positiva. Poi non basta riconoscere le proprie miserie per arrivare a Cristo ma è il primo e necessario passo.

Contemporaneamente ho dovuto esserci per la mia famiglia, provare ad essere forte per tutti, a capire come risolvere problemi più grandi di me con la paura di non farcela come moglie e anche come mamma, perché con i tuoi bambini devi essere tu quella forte, sempre. 

Dopo l’ammissione di fragilità ecco che tira fuori gli artigli. Come solo le mamme sanno fare. Eh ho letto bene? E’ proprio Chiara la paladina delle femministe, la donna emancipata, a scrivere queste cose? Vedete esiste l’ideologia ma poi il nostro cuore ci riporta alla verità. L’abbiamo dentro questa verità. La donna ha dentro questa verità e se solo si mette in ascolto del proprio cuore questa verità emerge. In questa frase Chiara ha confermato esattamente quello che noi cristiani diciamo da sempre. Maschio e femmina li creò. Con i tuoi bambini devi essere tu quella forte, sempre. In una frase ha smontato l’ideologia femminista. La mamma è la mamma. Molto spesso una famiglia crolla quando è la madre e la moglie a crollare. Mi piace molto la spiegazione che Costanza Miriano dà al versetto di Efesini 5 dove la donna è sottomessa all’uomo. Costanza dice che il termine sottomesso va preso proprio letteralmente. Messa sotto ma non per essere posseduta o manipolata. E’ la donna stessa che si mette al di sotto per sostenere l’intera famiglia. La donna è il volto misericordioso di Dio. La donna ha un utero che accoglie la vita. Il corpo non mente. Certo che accostare Costanza a Chiara è davvero forse un po’ tirato ma secondo me ci sta. Certo Chiara non lo dirà mai chiaramente ma in questo post lo ha candidamente ammesso senza rendersene conto.

Per ora è il momento di tirare dritto e provare a far funzionare le cose, di aggiustarle senza fingere che tutto vada bene, ma provando a farle andare bene veramente. 

Anche queste parole di Chiara sono un pugno nello stomaco. Come? L’amore non è sentimento? L’amore non sono le farfalle nello stomaco? L’amore non è? Non è questo e Chiara lo afferma senza giri di parole. L’amore costa fatica. Ci sono periodi che le cose non funzionano, che non si vedono miglioramenti e vie d’uscita. E lei cosa fa? Se ne va? Molla Federico per cercare altrove la propria felicità? No lei resta e cercherà con tutta sè stessa di far funzionare le cose. Questa è la responsabilità di una mamma ed è un messaggio completamente opposto a quello che il mondo patinato degli influencer (lei compresa) cerca di far passare. Quindi anche in questo caso mi sento di ringraziare Chiara per la testimonianza che ha dato. L’amore è responsabilità ed impegno. Attenzione non parlo di fede e di sacramento. I Ferragnez non sono credenti (almeno così dicono) e non sono sposati sacramentalmente. C’è però la responsabilità verso i figli. E Chiara lo evidenza nettamente con le sue parole.

Quindi in questo caso il cuore di Chiara batte l’ideologia 3-0. Conosco tantissimi matrimoni che hanno attraversato la tempesta grazie soprattutto alla donna che non ha mollato. Non mi resta che fare i miei auguri a Chiara e Federico e spero me lo concedano anche di dire una preghiera per loro.

Antonio e Luisa

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Invisibili al mondo ma non a Dio

Quando facciamo qualcosa, vorremmo subito vederne il risultato o i frutti e questo vale in tutti gli ambiti, dal lavoro alle relazioni, fino alla preghiera (siamo spesso noi a suggerire a Dio la soluzione e quello che deve fare: Vedi Dio che mia moglie mi tratta male, che c’è la guerra, che quella persona ha bisogno d’aiuto, cosa aspetti a intervenire?). Rimaniamo male e siamo impazienti se non arriva tutto subito. A volte siamo un po’ come i bambini: ricordo diversi anni fa quando dovevamo partire per la vacanza estiva al mare, un viaggio di circa 150km e mia figlia piccola, dopo nemmeno 200 metri di strada ci disse: Arrivati?, tanta era la voglia di giocare sulla spiaggia. Umanamente è normale desiderare di poter avere un ritorno in quello che facciamo e costruiamo, ma non è detto che avvenga sempre e ciò non deve scoraggiarci.

E’ difficile andare in una grande città e non trovare una cattedrale, cioè una costruzione costruita in decine di anni e che sicuramente è stata ultimata dopo la morte di chi l’ha voluta, di cui nemmeno conosciamo il nome, perché spesso sconosciuto (al contrario ad esempio degli affreschi o sculture presenti all’interno). Eppure cosa l’ha spinto a finanziare, lavorare, curare e seguire un’opera così imponente che non avrebbe visto ultimata? Forse perché Dio vede sempre ogni singola cosa che facciamo per Lui e con amore. Perché oggi non si costruiscono più cattedrali, nonostante la tecnologia e le macchine renderebbero il lavoro più semplice? Forse perché non siamo più disposti a fare sacrifici e perché guardiamo tutto con la prospettiva di questa vita e non con uno sguardo verso l’eternità.

Eppure, come papà non esiterei a rischiare la mia vita, se servisse a salvare quella di mia figlia: non so se avete presente, in qualche film, la scena in cui un genitore si precipita a salvare il figlio che sta per essere investito da un’auto, rischiando seriamente di morire. Quindi c’è Qualcosa, Qualcuno che va oltre la nostra stessa vita e che continua dopo la morte. Ecco, fra le varie missioni degli sposi, c’è anche l’annuncio di eternità, cioè delle nozze definitive: quelle attuali, infatti, un giorno passeranno in secondo piano, perché saremo una carne sola con Gesù e non più con il nostro coniuge. Il nostro matrimonio non è scritto negli archivi della chiesa in cui ci siamo sposati, ma in Cielo e quindi il nostro sguardo deve essere rivolto a quella bellissima dimensione che neanche immaginiamo, di sicuro migliore di questa che conosciamo.

Pertanto non è importante che quello che facciamo, giorno per giorno, quello che costruiamo, mattone su mattone (la nostra cattedrale), sia ricordato o porti il nostro nome: la cosa importante è costruire, anche se non siamo visti e anche se per tante persone, a cominciare da quelli più vicini a noi, siamo invisibili. Anzi, da una parte è meglio così, perché questo ci libera dall’egoismo, dall’orgoglio e dal fare le cose per acquistare fama e potere. Mi riferisco anche alle persone che, come me, in seguito alla separazione, scelgono la fedeltà: non siamo capiti o considerati, siamo spesso invisibili e a volte anche derisi oppure contrastati (per fortuna, anche nella Chiesa, le cose stanno cambiando); tuttavia nel nascondimento, seppure con tanti limiti, gettiamo quel seme che un giorno fiorirà. Infatti il separato fedele, non esercitando più l’ una caro (una carne) con il coniuge su questa terra, è ancora più rivolto al “dopo”, alle nozze eterne, a quell’unione che aspetta ognuno di noi.

Va bene quindi che gli altri non capiscano, non vedano: noi sappiamo per Chi costruiamo…il meglio deve ancora venire!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)