Quando si diventa madri. Cosa dice la scienza.

Carissimi sposi in questo periodo di vacanza ho avuto tempo per leggere e ho trovato un sussidio davvero interessante nel testo Uomo e donna. Che cosa ci dicono le neuroscienze edito da San Paolo di Renè Ecochard. Il testo prende in esame le differenze (non siamo uguali o fluidi ma differenti) scientifiche (non dottrinali o culturali) tra uomo e donna durante tutto l’arco della vita. Ve lo consiglio è davvero interessante. Io mi soffermerò solo sul momento in cui uomo e donna, marito e moglie, diventano genitori.

Quando la donna diventa mamma: una trasformazione profonda e affascinante

Nella straordinaria fase della gravidanza e nei primi mesi successivi alla nascita, la donna sperimenta una trasformazione senza precedenti, che spesso è poco conosciuta e sottovalutata. Durante questo periodo, avviene una vera e propria maturazione del cervello femminile, che può essere paragonata a quella che avviene durante la vita fetale e la pubertà delle donne.

Attraverso l’influenza degli ormoni e dei cambiamenti neurobiologici, il cervello della futura mamma si adatta e si sviluppa in modo sorprendente per poter prendersi cura del nuovo essere che sta per arrivare. Gli studi scientifici hanno dimostrato che il cervello materno subisce cambiamenti strutturali e funzionali, grazie all’afflusso di ormoni come l’estrogeno, il cortisolo, il progesterone e l’ossitocina.

Durante la gravidanza, in particolare negli ultimi mesi, l’ipofisi produce elevate quantità di ossitocina, l’ormone dell’amore e del legame affettivo, che favorisce l’attaccamento tra la madre e il bambino. Questa sostanza influisce sulla plasticità cerebrale e contribuisce a rendere la madre più attenta e sensibile ai bisogni del neonato.

Una volta che il bambino è nato, i cambiamenti neurologici che si sono verificati nel cervello materno non svaniscono, ma rimangono per sempre. Questo significa che la donna non sarà mai più la stessa persona dopo essere diventata madre. I ricercatori hanno osservato che la maternità porta ad aumenti significativi di alcune abilità cognitive e comportamentali, come l’empatia, la resilienza emotiva e la capacità di multitasking.

Una specifica importante. Ciò non centra nulla con il sentirsi inadeguate e con la depressione post parto. Sono tutte dinamiche che possono esserci contemporaneamente. Quindi non sentitevi strane e fallaci se non avvertite tutta questa forza. La forza c’è ma ci sono situazioni da mettere a posto.

L’empatia, ad esempio, si accresce nel momento in cui la madre impara a comprendere le esigenze del suo bambino attraverso la lettura delle sue espressioni facciali, dei suoi versi o dei suoi movimenti. Questa nuova sensibilità non si limita esclusivamente al rapporto madre-figlio, ma si estende anche ad altre relazioni interpersonali.

La maternità richiede alle donne di essere in grado di gestire contemporaneamente varie attività, spesso contrastanti, come nutrire il bambino, cambiare i pannolini e fare altre mansioni domestiche. Questa continua necessità di multitasking stimola il cervello materno a sviluppare capacità di organizzazione, flessibilità mentale e gestione del tempo. Ecco questo in Luisa non è molto visibile. Scherzo cara Luisa mia.

A proposito di Luisa e della nostra esperienza. Ci sono dei cambiamenti evidenti. Io ho avuto modo di notarli in Luisa e lei mi ha confermato. Come già scritto, la donna diventa più attenta alle espressioni del volto e acquisisce una specie di attenzione selettiva. Luisa era esattamente così. Quando, nei rari momenti di riposo, cadeva addormentata, potevo fare tutto il rumore del mondo che continuava a dormire. Bastava un piccolo gemito del figlio e lei lo sentiva.

E qui un invito ad allattare per quelle mamma che possono farlo. Il rialzo dei livelli di prolattina durante l’allattamento aiutano la mamma ad occuparsi del bimbo e ad avvertire un senso di pace interiore. Allattare rende più resistente allo stress. Allattare fa bene anche alla mamma.

Le donne attraverso la gravidanza assumono quindi nuove attitudini, o meglio sviluppano e perfezionano quelle che già possiedono. Il cervello della mamma muta in modo permanente tanto che avvengono, la scienza lo dimostra, delle modifiche a livello cromosomico. Non è incredibile?

Queste nuove attitudini si manifestano non solo nell’uomo ma in gran parte del mondo animale. Guardate come una mamma difende il suo piccolo. Sono tutte delle leonesse che traggono forze inaspettate. Ecco ciò avviene grazie proprio alla gravidanza. Quindi care mamme sappiate che vostro figlio vi ha reso più forti. Quindi, care mamme, tenete presente che vostro figlio vi ha reso più forti e vi ha dato una motivazione ancora più grande per affrontare la vita con determinazione e amore. Siete delle vere eroine, capaci di affrontare qualsiasi sfida che la maternità vi presenti. Sappiate che il vostro impegno e la vostra dedizione non passano inosservati e che il vostro amore incondizionato è un dono davvero prezioso per i vostri figli. Non dimenticate mai quanto siete speciali e quanto il vostro ruolo sia importante nella vita dei vostri piccoli.

Sempre lo studio delle modifiche dei cromosomi hanno indotto a pensare che sia fondamentale come la mamma ha vissuto la propria infanzia, Se è stata amata troverà più naturale e semplice prendersi cura del figlio. Se invece è stata maltrattata o trattata con freddezza troverà più fatica perchè tenderà a ripetere i comportamenti subiti. Sempre lo studio dei cromosomi (epigenetica) ha mostrato come nella prima infanzia ogni persona subisca delle modifiche a livello di cromosomi. Benefiche se è stata amata e negative in caso contrario.

Qui si potrebbero fare tante riflessioni sull’opportunità della pratica dell’utero in affitto e sulla intercambiabilità del ruolo materno e paterno. Due mamme o due papà sono equivalenti ad una mamma e un papà? Basta l’amore? Sono sicuro che se avete un po’ di capacità logica e di buon senso la risposta ve la siete già data. La natura ha pensato a tutto. Noi pensiamo di poter far meglio?

In un prossimo articolo tratterò di ciò che avviene nell’uomo quando diventa padre.

Antonio e Luisa

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Il tradimento fa male. È come un gigante che ti schiaccia.

Una delle cause di separazione che oggi voglio affrontare è il tradimento: può avvenire anche dopo la separazione o divorzio, non cambia niente (ricordo che per noi cristiani non è un foglio di carta o una firma del giudice che possono sciogliere un matrimonio, non lo può fare nessuno su questa terra, al massimo si può constatare che non sia mai avvenuto). Voglio precisare che quello che dirò non dovrà essere messo in relazione al comportamento di mia moglie, ma è una sintesi della mia esperienza personale e di quella quotidiana con tanti separati.

Quando scopri un tradimento fa male, molto molto male, è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cercasse di stritolarti: senti quasi un dolore fisico al cuore e ti manca l’aria, come non ce ne fosse abbastanza intorno a te. È certamente un dolore molto intenso, ma a differenza di un dolore fisico che se non grave, sai che passerà e puoi attenuarlo con farmaci, è difficile da gestire e da sopportare. Inoltre, perdi il sapore delle cose, anche le più belle, tutto diventa faticoso e difficile, la tentazione è quelli di sentirsi trascinati dagli eventi e dalle giornate tutte uguali. Il mondo, la tv e i programmi presentano spesso i tradimenti come “normali”, avventure amorose che creano emozioni e fanno sentire vivi, giustificate anche dal comportamento del coniuge, assente, poco premuroso, litigioso e non più attraente come prima.

No, un tradimento non è mai accettabile, specialmente da chi ha promesso “per sempre” davanti agli uomini e a Dio, anche perché può essere davvero distruttivo per sé stessi e per gli altri; infatti, i risultati macroscopici sono visibili a tutti, ogni giorno sentiamo casi di violenza dovuti a questo motivo, proprio perché si entra in una sfera emotiva così profonda e intima, spesso sconosciuta anche a noi stessi. Una doverosa precisazione. Non voglio giustificare la violenza che non è mai giustificabile. Al dolore si può reagire in tanti modi e sul modo ognuno di noi è personalmente responsabile delle proprie azioni. Aggiungo, in particolare per i giovani, che non si può pensare di svincolare il sesso dalla nostra realtà più profonda, come fosse un semplice divertimento o un’attività fisica.

Il dolore e la sofferenza che si protraggono nel tempo, se non vengono controllati e non viene dato loro un senso, possono portare, in casi estremi, a gesti violenti rivolti verso la persona che li ha causati e non solo (ci sono molti casi infatti di omicidio-suicidio, proprio perché la persona non riesce a gestire una situazione così dolorosa e non si vedono vie d’uscita, è il buio totale). Ripeto, nessuna giustificazione metto solo in evidenza quanto avviene.

Se provo a immaginare un mondo senza tradimenti dove, anche se è necessario separarsi per vari motivi, si rimane fedeli, mi appare una società con tanti problemi in meno, sana, centrata sulla famiglia (senza le cosiddette famiglie allargate) e con i figli che crescono senza eccessive ferite. È un sogno, naturalmente, ma dobbiamo cominciare noi a correggere il tiro, sperando di seminare bene e confidando nelle future generazioni. Tornando al tradimento, chi lo subisce, cosa può fare?

L’istinto sarebbe quello di vendicarsi, ad esempio raccontando a tutti la meschinità e la pochezza di quella persona, ma questo ha poco senso e non diminuirebbe certamente il dolore che si sta provando. Non porta neanche benefici affrontare che ti ha messo le corna, anzi direi che è una situazione potenzialmente rischiosa, se la rabbia dovesse prendere il sopravvento e la scenata dimostrerebbe soltanto quanto siamo stati feriti (se è arrivato/a a tradirti, evidentemente non saranno certo le tue parole a migliorare le cose e a fargli/le capire). Allora, cosa bisogna o si può fare? Subire in silenzio e basta?

No! Innanzitutto è necessario distogliere i pensieri cattivi e di rivalsa, ad esempio stopparli prima possibile con preghiere; poi ognuno di noi ha amici veri che magari ci sono già passati e possono aiutarti, oppure sacerdoti o assistenti spirituali che sanno darti consigli preziosi. Noi sappiamo che Qualcuno prima di noi ha subito tanti tradimenti, basta leggere la passione di Gesù e scoprire che ogni tipo di sofferenza Lui l’ha già vissuta: allora possiamo vivere il tradimento con Gesù, in Gesù e per Gesù. Non è che le cose magicamente si risolvano, si tratta di fidarsi di un lungo cammino che certamente porterà non solo alla “cima del monte”, ma trasformerà quel dolore, come fa un’ostrica con la perla.

Nella messa serale, il primo giorno del Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, da poco concluso, abbiamo regalato ad ognuno un sacchetto con dei sassolini e delle perle finte, insieme ad un piccolissimo libro (entrambi preparati con cura da Perlita) con queste parole sulla copertina: “Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla”. Effettivamente, per stare bene, io non vedo altre alternative all’infuori della fede, che non cancella nessuna ferita, ma le cicatrizza: certamente a livello umano un aiuto psicologico può aiutare, ma c’è anche il rischio di rimanere inchiodati e fermi al tradimento, senza fare passi avanti. Come si fa a perdonare di cuore? Proverò a dire qualcosa nella seconda parte, esattamente tra quindici giorni, sempre di mercoledì.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gesù abita il vostro matrimonio?

Oggi, come ogni lunedì, riprendo il Vangelo domenicale. Cercherò di fare una ulteriore riflessione rispetto aquanto già scritto ieri da padre Luca. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Proverò a trasporre quindi quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa riferendosi al matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Il matrimonio è un argomento che suscita molte idee, opinioni e credenze diverse nella società. Alcuni lo considerano un impegno sacro e indissolubile, mentre altri lo vedono come una semplice formalità legale. C’è chi pensa che sia una tradizione superata, mentre altri ancora lo considerano un rito fondamentale per stabilire una famiglia e avere una stabilità emotiva e spirituale. Inoltre, nell’era del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali, la visione del matrimonio è in continuo mutamento. Si discute apertamente di questioni come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la convivenza senza il vincolo formale del matrimonio, o l’importanza del matrimonio come istituzione.

Ma soprattutto, cosa pensano i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio, credo di poter affermare con sufficiente sicurezza, c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Sempre meno cristiani si sposano, molti convivono. E tra quella minoranza che si sposa, spesso non c’è la consapevolezza di ciò che si sta celebrando. Si promette il per sempre, ma non si crede fino in fondo che sia giusto farlo. È un per sempre condizionato. Se l’altro non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore, mi sento liberato dalla mia promessa. È una questione di giustizia. Questo è quello che credono molti cristiani. Non c’è nulla di strano in questo modo di pensare se il matrimonio riguardasse solo i due sposi. Ma riguarda solo i due sposi? E Gesù dove è in tutto questo?

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere che non siamo soli, riconoscere che nel nostro matrimonio c’è la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo. Capite che così cambia tutto?

Solo se riusciamo a vedere ciò che vede Pietro allora riusciremo ad amare come Gesù, a vivere un matrimonio autenticamente cristiano. Perchè solo così il nostro esserci, il nostro agire, le nostre scelte non saranno condizionate da quelle di nostro marito o di nostra moglie. Solo vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo riconoscendo Gesù nel nostro matrimonio saremo capaci di amare l’altro sempre, quando è tenero e quando è freddo, quando ci fa sentire amati e quando non ci fa sentire nulla. Quando si comporta in modo maturo e quando fa il ragazzino o la bambina. Perchè amando lui o lei non staremo amando solo nostro marito o nostra moglie ma staremo amando Gesù attraverso di loro. Solo attraverso questa consapevolezza possiamo trovare quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Neanche un bacio prima del matrimonio. Va bene?

È di qualche giorno fa la notizia di una coppia di giovani fidanzati che ha affermato di aver voluto aspettare il giorno delle nozze per scambiarsi il primo bacio (qui l’articolo). Senza voler giudicare la scelta di questi due ragazzi, che è personale e rispettabile, voglio approfittarne per mettere in evidenza alcuni aspetti spesso sottovalutati da chi decide di vivere un fidanzamento in questo modo. Sia chiaro che io sono per la castità ma alcune riflessioni vanno comunque fatte.

Ho letto vari commenti sui social riguardo questa scelta. La maggior parte erano commenti tendenti a prendere in giro e a ridicolizzare i due giovani. Altri commenti invece applaudivano i fidanzati perché capaci di una scelta radicale di astinenza prematrimoniale. Io sinceramente non mi ritrovo in nessuna delle due posizioni. Credo che una scelta così radicale possa essere espressione di un desiderio di vivere la relazione affettiva nella verità, ma può anche essere un campanello di allarme. Cosa intendo dire?

Siamo d’accordo, credo che nel fidanzamento non ci sia ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. Quindi, dove sta il pericolo nella scelta di un’astinenza completa?

È importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso, come si costruisce una relazione casta? La risposta non è né nell’astinenza completa né nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi, fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta, nel contesto del fidanzamento, richiede un equilibrio tra la sfera emotiva e fisica. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino un’eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre “dal collo in su”), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza.

Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati perché il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza dai gesti corporei teneri non va bene perché rende la relazione fredda, distaccata e spesso nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Per questo è preferibile la continenza all’astinenza. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape, sul dono senza metterci il corpo, diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia?

Voglio concludere prendendo spunto ancora da quanto hanno affermato i due giovani dell’articolo. La coppia ammette che non è stato facile resistere alla tentazione. Questa affermazione dei due è molto positiva e mi lascia ben sperare per la loro relazione.

Cari fidanzati, se scegliete la castità e non fate fatica, drizzate le antenne. Ci potrebbero essere dei seri problemi personali o di coppia che poi nel matrimonio vengono fuori drammaticamente. Se non desiderate vivere l’intimità con la vostra fidanzata o il vostro fidanzato non è per nulla un segno positivo. La castità deve essere faticosa. Mooooolto faticosa. Solo così vi preparerà ad un matrimonio nella verità.

Antonio e Luisa

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Stupri? Tra le cause c’è la pornografia

Oggi vorrei riflettere sull’ultimo caso di cronaca che ha indignato tutta l’Italia. Si, proprio quello dei ragazzi di Palermo che hanno violentato una loro coetanea. Una cosa che mi sono sempre chiesto è cosa scatta nella testa di questi ragazzi. Perchè rovinare la vita ad una povera ragazza e a sè stessi per pochi minuti di sesso e di possesso? Cosa può far credere loro di farla franca?

Io una mia idea me la sono fatta. Come possono dei ragazzi avere un tale disprezzo per una persona e come possono arrivare ad abusarne in quel modo trattandola come un oggetto da usare e poi gettare? Ho letto diversi articoli e ho appreso che non si tratta di ragazzi problematici o con alle spalle una storia di miseria e degrado. Fanno tutti parte di famiglie benestanti e normali. Ragazzi forse un po’ viziati abituati ad avere tutto dalla vita senza fatica. La risposta alla domanda arriva dalle intercettazioni. Uno di loro sembra aver scritto in una chat con un amico: se ci penso un po’ mi viene lo schifo perché eravamo ti giuro 100 cani sopra una gatta, una cosa di questa l’avevo vista solo nei video porno, eravamo troppi, sinceramente mi sono schifiato un po’, ma che dovevo fare? La carne è carne,

Sembra avere una parvenza di rimorso ma non è così. Dietro quella frase c’è tutta l’adrenalina di chi si è sentito finalmente protagonista di quelle scene porno che aveva tante volte guardato e su cui aveva tanto fantasticato. Il problema è esattamente espresso in queste righe: la pornografia. Alcuni anni fa avevo avuto modo di intervistare Piergiorgio un medico credente e specializzato in sessuologia. La sua risposta ad una mia precisa domanda sulla relazione tra violenza di genere e pornografia è stata molto chiara e netta. Ve la riporto integralmente:

Antonio io diverse volte ho affrontato l’argomento della violenza di genere. Io sono convinto che la pornografia sia alla base della violenza. La pornografia istiga a possedere l’altro/a e non ad amarlo/a e rispettarlo/a. Per questo vengo guardato come visionario e sognatore. Se non come cattolico integralista. Difficilmente vengo preso sul serio quando affermo questa connessione tra pornografia e violenza sulle donne. Alla base di tutto, ripeto, c’è la mancanza di rispetto per la persona umana. La si considera un oggetto con cui si può fare qualsiasi cosa. Quindi sì! La pornografia è alla base della violenza di genere dove si usa l’altro/a e si getta quando non serve più.

Questi non sono casi isolati. Ogni giorno ne avvengono in Italia e molti non sono neanche denunciati. Secondo una recente indagine ISTAT sono ben 652.000 le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito nell’arco della loro vita una violenza sessuale grave come appunto lo stupro. Ora questo problema non riguarda solo i ragazzi che si rendono colpevoli di gesti tanto brutti ed indegni ma riguarda anche i nostri ragazzi. Non c’è bisogno di arrivare a tanto. La pornografia può portare conseguenze e problematiche nelle relazione di tutti i ragazzi e ragazze. Ci sono matrimoni rovinati dalla pornografia. C’è un dato allarmante. Quasi l’80% dei ragazzi ventenni guarda abitualmente pornografia online (fonte Università di Padova) e l’età media in cui gli adolescenti entrano in contatto con i primi contenuti pornografici è 12 anni.

Capite ora come gli stupri siano solo la punta di un iceberg gigantesco? Termino sempre con le parole di Piergiorgio: Nei video pornografici la donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione.  

In questi giorni ho letto tanti commenti social contro questi ragazzi. Ora la giustizia spero faccia il suo corso. Quello che hanno fatto non è giustificabile. Credo però che se vogliamo davvero fare qualcosa di utile ed importante dovremmo iniziare dai nostri figli. Metterli in guardia contro le menzogne della pornografia e testimoniare loro come il sesso sia qualcosa di meraviglioso per donarsi e non un modo per usare una persona.

Antonio e Luisa

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Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo

Come spesso faccio il lunedì, ho deciso di tornare sul Vangelo della domenica appena trascorsa per una ulteriore riflessione. Cosa ci insegna l’episodio della mamma cananea che chiede la liberazione per la figlia?

Noi sposi crediamo che, in virtù del nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio, Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa, Lui non potrà fare nulla.

Il matrimonio non è solo un impegno umano, ma anche un sacramento che coinvolge la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita coniugale. Per questo motivo, è importante vivere il nostro matrimonio in una relazione di profonda comunione con Dio, consentendoGli di essere coinvolto in ogni aspetto della nostra vita matrimoniale. La preghiera è uno strumento potente che ci permette di stabilire e mantenere questa relazione. Aprire il nostro cuore a Gesù, permettendogli di entrare nella nostra vita coniugale, ci dà la possibilità di ricevere la sua grazia e il suo sostegno costante. La preghiera ci aiuta anche a discernere la volontà di Dio per il nostro matrimonio e a trovare la forza necessaria per affrontare le sfide che possono presentarsi lungo il percorso.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che, in modo consapevole o inconsapevole, lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo, viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. La prima, nel capitolo 14, racconta come Gesù, con appena cinque pani e due pesci, sfamò una folla di cinquemila uomini, senza contare donne e bambini. La seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci viene riportata nel capitolo 15 di Matteo. Questa volta Gesù sfamò una folla di quattromila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con sette pani e alcuni piccoli pesci. La differenza tra le due moltiplicazioni dei pani e dei pesci risiede nel numero di ceste lasciate dopo che tutti furono saziati. Nella prima moltiplicazione furono raccolte dodici ceste, mentre nella seconda moltiplicazione furono raccolte sette ceste.

Questo dettaglio numerico è significativo poiché il numero dodici simboleggia le dodici tribù di Israele, mentre il numero sette simboleggia la completezza e la perfezione. Questo suggerisce che Gesù non è venuto solo per il popolo ebraico rappresentato dalle dodici tribù, ma per tutti gli uomini di ogni razza, nazionalità e cultura sulla Terra. La sua provvidenza e il suo amore si estendono a tutte le persone che desiderano cercarlo, accoglierlo e seguirlo.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Perché l’infedeltà fa tanto male?

È solo di qualche giorno fa il video diventato virale del banchiere torinese che si è tolto la soddisfazione di lasciare pubblicamente la sua compagna a pochi giorni dalle nozze. Tutto per una storia di infedeltà. Perché la fedeltà è così importante? Perché l’infedeltà causa tanta sofferenza? Eppure viviamo in una società che biasima maggiormente chi tradisce la squadra di calcio rispetto a chi tradisce il/la partner. Perché anche un’infedeltà di una volta, senza coinvolgimento emotivo, fa comunque tanto male? La risposta risiede nella comprensione che i nostri corpi non sono qualcosa che noi abbiamo; noi siamo i nostri corpi. Dandoci sessualmente a qualcuno diverso dal nostro partner, tradiamo l’amore e la fiducia che dovrebbero unirci all’amato/a L’infedeltà coinvolge non solo l’ambito fisico, ma viola anche il legame emotivo e spirituale che abbiamo con il nostro partner. Noi cristiani dovremmo saperlo bene visto che la fedeltà che promettiamo il giorno delle nozze esprime tutto questo.

Quale significato ha la promessa di fedeltà per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più? Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questa frase ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuti di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perché non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusarlo di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire con la grazia di Cristo.

Sembra una richiesta esagerata ma non è così. È una richiesta radicale. È l’amore che richiede radicalità. Altrimenti non sarebbe amore, non avrebbe sapore e non darebbe senso e pienezza alla nostra vita.

Antonio e Luisa

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Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non sentite Dio nel vostro matrimonio? Ascoltate come Elia

Oggi vorrei tornare sulla Parola di ieri, in particolare sulla prima lettura. Elia è un profeta che ci è familiare, che abbiamo sentito nominare parecchie volte, ma spesso non ne conosciamo la storia. Fa parte di quei libri dell’Antico Testamento che non leggiamo mai davvero. Sentiamo parlare di lui giusto quando la liturgia domenicale ce lo propone. Ieri durante la Messa abbiamo ascoltato alcuni versetti della sua storia.

Elia era un profeta potente. Viveva in un periodo di apostasia. Siedevano sul trono il re Acab e sua moglie Gezabele. I due sovrani avevano introdotto il culto di Baal, rinnegando Dio. Gezabele era infatti una cananea. Arrivarono numerosi sacerdoti del nuovo dio, ma Elia riuscì a sconfiggerli tutti. Elia si sentiva giusto, quasi onnipotente, convinto di poter sconfiggere il male e riportare la Verità. Tuttavia, Elia non si rese conto di essere stato preso dall’orgoglio e di essersi allontanato da quel Dio che aveva tanto difeso.

Ci ha pensato la vita a riportarlo con i piedi per terra. Gezabele non prese infatti bene lo zelo e l’opera di Elia e promise ad Elia di ucciderlo. Elia, tutto d’un tratto, si sentì smarrito. Si rese conto che quella forza che credeva di avere in realtà non avrebbe potuto nulla contro il volere della regina. Per questo fuggì. Si sentì perduto e si inoltrò nel deserto per poi coricarsi e aspettare la morte. Poi la storia prosegue e, dopo che un angelo del Signore lo spinse ad alzarsi e nutrirsi e dopo 40 giorni di cammino nel deserto, Elia giunse sul monte Oreb dove incontrò Dio nel modo che abbiamo ascoltato ieri.

Ed ecco gli fu rivolta la parola del Signore: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: “Che fai qui, Elia?”.

Cosa ci insegna la vita di Elia? Vi darò ora alcuni spunti utili per voi e per il vostro matrimonio

Spesso parliamo di Dio ma non conosciamo Dio. Io mi sento molto interpellato dalla storia di Elia. Io scrivo tanto di Dio sui social, chiamano Luisa e me a testimoniare le meraviglie che Dio ha compiuto nella nostra vita. Tutto vero, ma io sono come Elia? Tu sei come Elia? Dio è un modo per realizzare te stesso? Per tirare fuori il nostro orgoglio? Per sentirci meglio degli altri? Io ogni tanto mi fermo e ci penso a questa cosa. Perchè il rischio c’è. C’è il rischio che Dio diventi uno strumento per realizzare me stesso e non sia più il fine della mia vita. Per questo è importante curare sempre la mia relazione con Lui. Per questo sono importanti i sacramenti, la Messa e la preghiera. Madre Teresa chiedeva alle sue suore di pregare almeno un’ora al giorno davanti al Santissimo Sacamento. Io non prego tanto e spesso mi dimenticherei anche di fare quel poco. Fortuna che ho una sposa attenta che mi riconduce sulla strada di Cristo.

Il deserto è fondamentale. Elia prima di arrivare al monte Oreb, dove è riuscito finalmente ad incontrare il Signore, ha passato 40 giorni e 40 notti nel deserto. Noi siamo come Elia. Abbiamo bisogno del deserto. I momenti in cui cresciamo di più come uomini (maschio e femmina) e come sposi è proprio nei momenti di crisi. Quando ci troviamo poveri e facciamo esperienza della nostra finitezza e debolezza. Anche le sconfitte e i fallimenti possono essere importanti se servono a scacciare dal trono della nostra vita l’io (il nostro orgoglio) e ci consentono di mettere Dio. Quanti matrimoni sono sbocciati dopo delle forti crisi. Quando sono debole, è allora che sono forte (2COR 12,10)

Dio è un vento leggero. Elia si aspettava che Dio si manifestasse in modo potente. Con un terremoto, con il fuoco, con il vento impetuoso. Invece no! Dio si è manifestato con il mormorio di una brezza. Ed Elia lo ha riconosciuto. Probabilmente proprio grazie a quei 40 giorni di deserto dove Elia ha fatto spazio nel suo cuore. Anche noi spesso ci aspettiamo la manifestazione potente della presenza di Dio. Ci aspettiamo miracoli. Ci aspettiamo che sistemi subito tutti i nostri problemi e se la situazione non cambia ci sembra che Dio non ci sia. Se non risolviamo quel problema che ci affligge sembra che Dio ci abbia abbandonato. Non è così. Spesso Dio ci parla come una brezza leggera. Può essere la carezza di nostra moglie, può essere l’amorevole presenza di un amico o di un familiare. Può essere il prete che dice la cosa giusta. Non diamo per scontato il bene che riceviamo. Alla fine ciò che conta davvero è l’amore. Le difficoltà ci sono e sempre ci saranno. Fanno parte della vita. Ciò che conta è come le affrontiamo e chi abbiamo accanto. L’importante è che cambiamo noi.

Finisco qui. Ho già scritto troppo per quelli che sono i miei canoni. Questa Parola offre tantissimi spunti e la storia di Elia è ingiustamente sottovalutata. Spero di avervi fornito degli spunti utili per una vostra riflessione.

Antonio e Luisa

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Contemplare per trasfigurare l’amore

In questo tempo di riposo estivo, continuiamo il nostro cammino nel creare l’acrostico della parola contemplare poiché questo modo di “guardare” sta al centro della nostra vita di sposi. Questo mese ci soffermiamo sulla quarta lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo in prossimità della festa della Trasfigurazione del Signore proprio perché contemplando il Suo corpo glorioso sfolgorante di luce possiamo giungere a TRASFIGURARE il nostro amore.

Innanzitutto ricorriamo al significato etimologico del termine che deriva dal latino transfigurare, formato da trans cioè “trans” e figurare cioè “foggiare, dare forma”, e vuol dire «trasformare profondamente l’aspetto di qualcuno o di qualcosa». La trasformazione del nostro amore deve avvenire nella parte più profonda, in quell’aspetto più fragile che solo la coppia conosce. Ne potremmo individuare diversi ma ci teniamo a focalizzarci su uno, la difficoltà a perdonare il coniuge.

In ogni coppia può accadere che, prima o poi, si accenda una discussione e si finisca per litigare. In quel momento ecco che forse ognuno vorrebbe rimanere solo, con le ferite causate dalle parole che solo saltate fuori come leoni affamati. Da quel momento in casa cala il silenzio e l’aria è piena di tristezza. Non sempre ad innescare la scintilla deve essere qualcosa di “grande” ma basta anche poco: ad uno dei due è andata male sul lavoro, l’altro ha trovato traffico tornando a casa e cose del genere. Quindi più che litigare ci sarebbe un gran bisogno di essere accolti con una carezza, con una parola buona (soprattutto se la ferita è profonda) ma invece l’essere troppo impegnati a pensare a se stessi porta ad allontanare l’altro.

Ma cari sposi, san Paolo è stato chiaro: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), non si va dormire senza aver fatto pace. E sapete perché? Perché a nessuno di noi è dato sapere quanto tempo avremo per chiederci perdono, nessuno può dire se la mattina seguente potremo ancora guardaci negli occhi è capire che l’amore è più grande di ogni litigio, che l’amore tutto spera e tutto sopporta. Non è possibile pensare di addormentarsi accanto alla persona che amiamo e covare risentimento. Ecco, questo è il momento di trasfigurare il perdono, dagli una nuova forma: prepariamoci ad andare a letto, ma come se andassimo ad una festa. Indossiamo il migliore dei nostri abiti e lasciamo che Gesù parli ai nostri cuori e ristabilisca le priorità nella nostra vita sponsale. Baciamo l’anello del nostro coniuge con il quale abbiamo promesso amore eterno e addormentiamoci in pace rimanendo magari abbracciati.

In questo modo riusciremo come sposi a compiere il passaggio fondamentale: non solo imitare Gesù ma piuttosto trasfigurarci con Lui, cambiare l’aspetto del nostro modo di vivere con Lui, poiché come scrisse il monaco benedettino Willigis Jäger nel suo libro “L’essenza della Vita” «Nella contemplazione si aspira ad un processo di trasformazione e non tanto di imitazione. Nell’uomo deve avvenire ciò che si è verificato in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo, è il modello per eccellenza di ogni essere umano. Ognuno si vede confrontato con lo stesso compito affrontato da Gesù: ciascuno di noi deve permettere al Divino di manifestarsi liberamente in lui. L’uomo, nel corso della sua vita, deve diventare uguale a Gesù».

Questo è conseguenza della maturità spirituale di entrambi i coniugi ed accade quando la coppia, gradualmente e con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a sintonizzarsi con il cuore di Cristo al punto da dire “Signore, è bello per noi essere qui! Qui sul monte del nostro matrimonio dove quotidianamente ci sveli la candida veste dell’Amore”.

ESERCIZIO PER TRASFIGURARE L’AMORE

Individuiamo singolarmente che cosa ci ferisce di più quando ci capita di discutere e quindi cosa facciamo fatica a perdonare.Successivamente c’è lo comunichiamo impegnandoci d’ora in avanti, a vedere quella ferita sotto la nuova luce della misericordia.

PREGHIERA DI COPPIA

Prima di coricarci preghiamo insieme facendo nostre le parole del Salmo 4:

«Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?

Hai messo più gioia nel nostro cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza. In pace ci corichiamo e subito ci addormentiamo, perché tu solo, Signore, fiducioso ci fai riposare »

Che il vostro amore sponsale sia sempre più trasfigurato e trasfigurante!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

L’ecologismo cristiano è solo integrale

Ormai, superata la pandemia e messi un po’ da parte i problemi guerra e migranti, i nostri media si stanno concentrando sui cambiamenti climatici e la transizione ecologica. Sicuramente è un tema che sarà affrontato anche alla GMG di Lisbona. I giovani sono molto sensibili ai temi ecologici e molti di loro provano paura ed ansia per il futuro del pianeta. Non voglio però schierarmi scegliendo tra gli ecoansiosi o gli ecoscettici. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinché noi ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio, non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere, quindi, distruttiva, ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio. Un tema ripreso più volte anche da Papa Francesco, come dimenticare la sua enciclica Laudato si. Perché, allora, non possiamo fare fronte comune con Greta, con il Fridays for Future o con i ragazzi di Ultima Generazione? Perché queste persone e questi movimenti laici non possono rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale: chi è l’uomo? Per l’ecologismo mondiale di questi movimenti, l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sé è completamente autodeterminato, non è, cioè, soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a conseguenze prevedibili, porta all’accettazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e, se possibile, ridimensionato. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi! Per questo l’aborto e la contraccezione sono delle ottime soluzioni (per loro).

Un’idea che, se letta da cristiano, risulta essere perdente e falsa. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua, ma in tanti altri ambiti, nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui.

Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato. Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica. Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi, cari ragazzi di Ultima Generazione, pur vedendo delle giuste istanze nelle vostre battaglie, io mi sento chiamato a un’ecologia diversa che parte dall’essere umano, in cui l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare. Spero che in questo meraviglioso evento che è la GMG il Papa possa parlare anche di questo e le premesse sono molto confortanti. Il Papa ieri ha infatti affermato: Voi siete la generazione che può vincere questa sfida: avete gli strumenti scientifici e tecnologici più avanzati ma, per favore, non cadete nella trappola di visioni parziali. Non dimenticate che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di ascoltare la sofferenza del pianeta insieme a quella dei poveri; di mettere il dramma della desertificazione in parallelo con quello dei rifugiati; il tema delle migrazioni insieme a quello della denatalità; di occuparci della dimensione materiale della vita all’interno di una dimensione spirituale. Come non essere d’accordo con lui! Servono veri uomini e vere donne per portare verità nella natuta umana e di conseguenza in quella del creato.

Antonio e Luisa

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La vocazione di Rapunzel

Sono in vacanza con tutta la famiglia. Stamattina mi sono recato in spiaggia. Mi segue solo mia figlia sedicenne. Sta diventando proprio una bella donna. Non intendo solo fisicamente. Sta sbocciando. La vedo sicura nelle sue idee e nei suoi progetti futuri. Dopo una partita a briscola decidiamo di fare una bella passeggiata sul bagnasciuga. Iniziamo a parlare e il discorso finisce sulla nuova Biancaneve.

Qualche giorno fa, l’attrice protagonista, quando le è stata posta direttamente la domanda sull’assenza del principe, ha dichiarato: Non siamo più nel 1937 (in riferimento all’uscita del primo film della Biancaneve Disney). Non sarà salvata dal principe e non si limiterà a sognare il vero amore. Sogna di diventare la leader che sa di poter essere, la leader che suo padre defunto credeva potesse diventare se fosse stata senza paura, coraggiosa e fedele a se stessa. Penso che sia una storia meravigliosa per tutti i giovani, poiché possono vedersi riflessi in lei.

So che ne ho già parlato in questo articolo di qualche giorno fa, però ci torno perchè mia figlia mi ha sorpreso con una riflessione molto profonda e a cui io non ero arrivato. Maria mi ha confidato che non le piace questa idea di una principessa che si basta e che è vincente da sola. Lei sogna il principe, ma non come quello che fa tutto lui, ma come una persona con cui condividere la vita e con la quale diventare la donna che è. Perchè – ha aggiunto – è vero che il principe salva la principessa ma anche la principessa salva il principe e mi ha fatto un esempio concreto. L’ultima principessa Disney che le è piaciuta davvero è stata Rapunzel e mi ha spiegato perchè.

Rapunzel scopre la propria identità con l’aiuto di Flynn. Rapunzel non sapeva di essere una principessa. Aveva trascorso tutta la sua vita nella torre in cui la malvagia Gothel l’aveva imprigionata. Rapunzel ha scoperto chi fosse veramente solo quando Flynn si è introdotto nella torre. Attraverso la relazione e l’amore che piano piano ha preso forma e consistenza, Rapunzel è riuscita a scoprire chi in realtà era sempre stata: una principessa figlia di Re. Una metafora bellissima in cui noi sposi cristiani possiamo scorgere il nostro Re: Dio Padre.

Flynn scopre la propria identità con l’aiuto di Rapunzel. Quanto ho scritto per Rapunzel è, se possibile, ancora più evidente per Flynn. Flynn era un orfano con il cuore indurito. Flynn, all’inizio del film, era semplicemente un ladro senza scrupoli. Era una persona incapace di lealtà e di onestà. Pensava a sè stesso e ad arricchirsi. Il ladruncolo entra in scena proprio mentre fuggiva dopo aver rubato la corona della principessa perduta, Flynn tradisce i suoi complici, tenendosi la corona e la rispettiva ricompensa. Insomma una persona completamente inaffidabile. Flynn non conosce il significato dell’amore. Tutta la sua vita è una menzogna, persino la sua identità è finta: Eugene è il vero nome di Flynn. Flynn ha infatti confessato a Rapunzel (cosa che non aveva mai fatto con nessun altro) che il suo vero nome era Eugene e che lo aveva cambiato lui stesso in Flynn.

L’incontro di queste due persone, un uomo e una donna che si innamorano e si sacrificano l’uno per l’altra, li ha aiutati a scoprire chi fossero veramente. È un significato bellissimo che non avevo considerato. Flynn ha smesso di rubare e di vivere da fuorilegge per lei, per essere all’altezza di quel bellissimo amore! Lui che non aveva mai pensato a nessun altro se non a sè stesso era pronto a dare la vita per lei. Ed è stato capace di farlo quando ha fatto pace con il suo passato riconoscendosi con il nome che gli era stato dato dai genitori e non più con quello che lui stesso si era dato. Riconoscendosi quindi figlio. Tutto grazie a quell’incontro casuale con una giovane donna e con la relazione che ne è seguita.

Maria probabilmente ha respirato tutto questo in noi, in sua mamma e in suo papà, ed è riuscita a scorgerlo anche in Rapunzel. Questo mi fa molto piacere perché anche se non è ancora fidanzata, ha ben in testa il desiderio di trovare un uomo giusto per lei e insieme costruire una famiglia. Ha già compreso l’importanza della vocazione. E la proposta di Biancaneve, che mostra l’autorealizzazione come valore principale, le sembra povera e incompleta. La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione non ha nulla di tutto questo. Vuole abbracciare la bellezza della vulnerabilità e della condivisione reciproca. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore, ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sé. Questo Maria lo ha compreso. Lei vuole di più! Perchè lei è una principessa figlia di Re, figlia di Dio.

Antonio e Luisa

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Una vacanza a servizio dell’amore

Domenica è terminata la settimana di vacanza a Soraga in Val di Fassa, in cui, insieme con altri quattro papà separati fedeli (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) e figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele e Matilde), oltre a una coppia che fa servizio alla Domus Familiae (Natalino e Maddalena), abbiamo fatto animazione a 36 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni). I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di dieci anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Padre Stefano Panizzolo, Annalisa e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i rispettivi figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

È il terzo anno consecutivo che facciamo questa esperienza e anzi per la prima volta anche la settimana precedente (in totale erano due settimane per permettere a più coppie di partecipare) è stata animata in prevalenza da separati fedeli. La prima cosa che mi viene da scrivere è che quei bambini mi mancano, anche quelli che hanno richiesto più attenzioni e quindi più fatica e quelli che hanno pianto per diverso tempo ed erano a volte inconsolabili. Mi piace stare in mezzo a loro, farli sorridere e divertire, forse perché mi sento anch’io un po’ bambino, forse perché mi ricordo di quanto ho giocato con le mie figlie, forse perché in loro vedo un futuro pieno di speranza e di amore: i piccoli sanno ricompensarti con uno sguardo, un abbraccio inaspettato, oppure allargando le mani per farti capire di prenderli in collo.

Credo di parlare a nome di tutti: non è stato un “lavoro”, un compito che ci è stato affidato e basta, ma un mettersi al servizio, trattando i bambini come se fossero i nostri figli (per noi papà) e sorelle/fratelli per gli animatori più giovani. Per esperienza anche con ragazzi disabili, so che loro si accorgono bene se quello che fai è un obbligo o un gesto d’amore, così come credo se ne accorgano le persone anziane quando vengono accudite dai familiari o dalle badanti.

È chiaro che se non viene percepito l’amore, allora il servizio si svolge ugualmente, ma non lascia traccia e noi speriamo invece che ogni pannolino cambiato, ogni balletto fatto, ogni gioco, ogni bolla di sapone scoppiata, abbia lasciato qualcosa di bello in queste piccoli. Sono sempre molto interessato e commosso quando leggo i brani del vangelo in cui Gesù si contorna di bambini e invita a diventare come loro, non tanto bravi e diligenti, ma pieni di fiducia, di fede in un Padre che sa prendersi cura di loro, anche se non capiscono tante cose.

Come dicevamo tra di noi, in particolare Sergio, un’altra motivazione che ci ha invogliato a impegnarci, è stata quella di “regalare” un tempo alle coppie per crescere e formarsi, senza avere la preoccupazione della gestione dei figli. C’erano sposi anche con tre e quattro figli e credo che non sia facile durante l’anno, tra i lavori e le incombenze quotidiane, trovare un tempo di qualità per stare da soli, confrontarsi, ascoltarsi in pace. Infatti, alcune coppie, alla fine della vacanza, ci hanno confidato che era la prima volta che riuscivano a trovare un tempo solo per loro; per fortuna la maggior parte degli sposi ha compreso la preziosità e l’importanza di sfruttare bene questo momento, vincendo anche la difficoltà inziale di lasciare i figli a estranei e nonostante il pianto inziale dei bambini che volevano rimanere con loro.

Quindi se abbiamo collaborato a far “ricaricare” le pile a un po’ di coppie che hanno fatto questa vacanza formativa, la nostra missione è stata certamente raggiunta. Devo ringraziare tutti gli animatori, in primis i papà che sono dei veri fratelli e che davvero sento parte della mia famiglia, ma anche i nostri figli che quest’anno per la prima volta erano al nostro pari (animatori ufficiali) e che, senza dover dare loro ordini, non si sono risparmiati, hanno intuito cosa fare al momento giusto in perfetta sintonia, hanno tranquillizzato e fatto giocare tutti i bambini, dimostrando maturità e sensibilità!

Ettore Leandri

Per avere quella pietra ho dovuto vendere tutto

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri e riflettere insieme a voi su un versetto: Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Non so se ci avete mai fatto caso ma non è tutto così semplice come sembra. C’è un passaggio che viene spesso sottovalutato. Certo che il mercante, trovata la perla, vuole farla sua. Deve però vendere tutto ciò che possiede. Capite! Non è per nulla facile.

La pietra di gran valore per noi sposi è il nostro matrimonio, una relazione che apre ad un amore autentico e a Dio stesso nell’esperienza di quell’amore. Però dobbiamo vendere tutto. A chi? A Dio. Tutto ciò che siamo e che abbiamo va dato a Dio, va messo nel matrimonio. Io ci ho messo un po’ a capirlo. Non è stato per nulla facile.

All’inizio del matrimonio, non ho dato tutto. C’era una parte di me che non voleva lasciare andare i “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a ciò che pensavo fossero le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, alle partite di calcio, alla tranquillità che provavo quando tornavo a casa. Vedevo tutta la mia vita come una serie di sacrifici, come rinunciare a qualcosa che avevo. Ero così concentrato su ciò a cui dovevo dire di no che non riuscivo a gustare appieno l’esperienza unica della sponsalità. Non riuscivo a vedere la meraviglia di una donna che si offriva completamente a me e per me. Che metteva Cristo al centro di tutto. Cosa potrebbe esserci di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva dato e non solo non ero grato, ma mi lamentavo per quello che credevo mi avesse tolto.

Ma con il passare dei mesi, qualcosa ha iniziato a cambiare dentro di me. Ho cominciato a vedere l’incredibile valore nel darmi completamente a questo matrimonio, nell’accogliere la profondità dell’amore che offre. Ho capito che rinunciando a ciò che pensavo di aver perso, stavo guadagnando molto di più. La gioia di condividere la mia vita con qualcuno che si preoccupava davvero, che mi amava e mi supportava incondizionatamente era incommensurabile. Ho cominciato a capire che il matrimonio non riguarda la perdita dell’individualità, ma la comunione di due vite per creare qualcosa di più grande.

Solo quando sono riuscito anch’io a fare questo salto, tutto è cambiato. Ho dato tutto. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose che però hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo è il significato del Vangelo. Dio non vuole che rinunciamo a tutto, non vuole prenderci tutto, ma vuole essere messo al giusto posto. Solo così dando tutto troveremo tutto. Lo dice anche Gesù: Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Antonio e Luisa

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Cosa manca ai mariti? Non sono telepatici.

Una delle convinzioni più sbagliate e dannose che ci possano essere nel matrimonio è la pretesa della telepatia. Riguarda in gran parte le donne. “Se mi ama mi capisce.” “Se mi ama non può non capire che quello che sta facendo mi dà fastidio.” “Come fa a non rendersi conto di quanto sto male.” “Per lui non esiste mai un problema.” “Ha la sensibilità di un elefante.”  “Vorrei che ci arrivasse da solo!” “Come fai a non capire ciò di cui ho bisogno?” Queste sono solo alcune delle più comuni lamentele da parte delle donne verso il proprio sposo.  La donna non si sente abbastanza curata e considerata. Lo sposo, secondo lei, non si impegna abbastanza. Stanno davvero così le cose? Mi permetto di fare alcune considerazioni.

Donne: non guardate sempre i difetti del vostro coniuge (che probabilmente ci sono), concentratevi su quello che voi potete migliorare. Lui, può darsi, sia un po’ duro di comprendonio. Però, invece di concentrarvi su di lui, sarebbe sicuramente più utile per voi considerare se vi state impegnando attivamente a comunicare in modo chiaro e comprensibile, anche quando le vostre emozioni sono coinvolte. La comunicazione aperta e trasparente è fondamentale per una relazione sana. Chiediamoci se stiamo esprimendo i nostri pensieri, i nostri bisogni e le nostre preoccupazioni in modo diretto ed efficace al nostro partner. Ricordate che il vostro coniuge non può leggere nella vostra mente, quindi è importante comunicare in modo chiaro ed esplicito ciò che state attraversando. Non aspettate che lui sia un indovino, ma sforzatevi di essere aperte e oneste al riguardo. La carità, l’amore e la comprensione reciproca sono elementi essenziali per costruire una relazione solida e felice.

Uomo e donna sono diversi tra loro, non solo fisicamente, ma anche nella loro essenza e nella loro psicologia. C’è un’affascinante complessità nel modo in cui uomini e donne interagiscono, con sfumature e peculiarità che li rendono unici. Molte volte, gli uomini cercano di rendere felice la propria sposa, desiderando solo il meglio per lei. Tuttavia, possono non comprendere completamente le dinamiche che si nascondono dietro i desideri e le necessità delle donne. A volte, potrebbe bastare una semplice parola di conforto o un gesto gentile per far sorridere una donna e farla sentire amata. Altre volte, invece, potrebbe essere necessario un ascolto attento e compassionevole per comprendere veramente ciò che sta attraversando. Spesso, però, le donne si aspettano che gli uomini “sappiano leggere nella loro mente” senza la necessità di una comunicazione aperta ed esplicita. Ma questa aspettativa silenziosa può portare a delusioni e incomprensioni. Robert Cheaib, nel suo libro “Il gioco dell’amore”, offre una prospettiva interessante sulla comunicazione profonda tra le persone. Sottolinea che non è sufficiente limitarci a pronunciare parole, ma dovremmo essere in grado di “darci” nella parola stessa, mettendo a nudo i nostri pensieri e i nostri sentimenti. La comunicazione profonda richiede un’intensa connessione in cui non solo diciamo le nostre parole ma ci mettiamo completamente in gioco. La stessa dinamica può essere applicata nella nostra relazione con Dio. Egli ci ha donato la Sua Parola, la Bibbia, affinché potessimo conoscere la Sua volontà e il Suo amore per noi. Dio non si aspetta che arriviamo a comprenderlo da soli, ma desidera comunicare con noi in modo reale e significativo. Infatti, la Parola di Dio si è incarnata in Cristo affinché potessimo avere un rapporto personale e profondo con Lui.

Uno dei pregi migliori di Luisa è proprio questo: la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale.

Coraggio il vostro sposo non aspetta altro che accogliervi nelle vostre parole.

Antonio e Luisa

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Fate pace. Vi conviene

Avete litigato? Se non riuscite a riappacificarvi chiedete a Gesù di aiutarvi. Come? Ora lo spiego. Papa Francesco ha più volte affermato che due sposi non devono mai andare a dormire senza aver fatto pace. Ecco: la sera è il momento privilegiato per fare pace, chiedersi scusa e ricominciare. È un momento privilegiato non solo perché si è solitamente finalmente da soli (per chi ha bambini) ma anche perché in quei pochi minuti di tranquillità, anche se resi esausti dalle fatiche del giorno, prima di crollare addormentati, si può vivere uno dei momenti più intimi e fruttuosi della giornata pregando insieme. Alcuni consigli per poter vivere questo momento in modo davvero fruttuoso.

Non avete voglia? Fatelo comunque! Il momento della preghiera è solitamente molto intimo. Se avete litigato con vostro marito o vostra moglie non avrete nessuna voglia di condividere con lui/lei quel momento. Non vi rivolgete la parola da ore come si può aprire il cuore! Farlo vi sembrerebbe un gesto forzato e falso. Tutte balle che vi raccontate e frutto del vostro orgoglio. Pregare è sempre cosa buona. Benedire è sempre cosa buona! E poi vi state relazionando sì tra voi ma non direttamente ma con la mediazione di Dio che vi ha unito. Vi state relazionando in primis con Colui che è morto per i vostri peccati. Non avete scuse.

E’ colpa sua. Perchè dovrei fare il primo passo! Di solito ognuno dei due crede di avere ragione e spesso una parte di ragione l’avete entrambi. Come avete entrambi parte del torto, chi più chi meno. Quindi non serve chiedersi scusa immediatamente. Basta iniziare a pregare insieme. Insieme rivolgetevi al Signore, insieme ringraziteLo, insieme amateLo. Vedrete che accadrà il miracolo. Sentirete crescere in voi il desiderio di abbracciare l’altro e comincerete a dare il giusto peso all’offesa che vi ha ferito.

Conclude con un gesto d’amore. Ora è arrivato il momento. Avrete un desiderio incontrollabile di chiedervi scusa e chi se ne importa dell’orgoglio e delle colpe. Sarà una liberazione perchè è ciò che entrambi volevate fin dall’inizio. Litigare fa star male. Perché il momento di riconciliazione e preghiera sia ancora più significativo, potreste concludere con un semplice ma sentito gesto d’amore. Un abbraccio, un bacio o un dolce “ti amo” possono rafforzare l’intimità e il legame tra voi.

Il gioco è fatto. Non solo avrete fatto pace ma vi sentirete anche tanto uniti. Poi si dice che Dio non fa i miracoli. Li fa ma bisogna chiederli! Un’ultima riflessione: fare pace e pregare insieme prima di andare a dormire non solo promuove l’armonia nella vostra relazione, ma anche il benessere individuale. Si apre la strada per una notte di riposo tranquillo e si inizia la giornata seguente con un cuore leggero e un amore rinnovato. A differenza di chi va a dormire arrabbiato.

Antonio e Luisa

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Nell’amore o tutto o niente

Cosa fa del matrimonio una relazione così grande da essere la base di un sacramento e da essere scelta come immagine dell’amore di Dio? Cosa ha il matrimonio più delle altre modalità di stare insieme? La passione? No, non è detto. Ci sono fidanzati o conviventi che provano più passione l’uno verso l’altro. L’impegno? Prendersi cura? Non è detto. Ci sono tanti conviventi che si prendono cura l’uno dell’altro. E allora cosa? Il tutto! Come vuole essere amato Dio? Lo dice Gesù, cioè Dio stesso: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.” Dio è spesso rappresentato come lo Sposo e la Sua Chiesa come la sposa. Perché nel matrimonio si ricrea esattamente questo tutto. O almeno si dovrebbe. Tant’è che la Chiesa non ammette divorzio. Perchè non ci si può riprendere quello che si è dato a Dio attraverso l’altro: tutto di noi stessi.

Questa frase di Gesù è molto chiara! Non dice con tutto, ma ci tiene a specificare con tutto di tutto. Con ogni componente della nostra persona! Per questo, il matrimonio è la risposta più aderente alla nostalgia di essere amati e di amare che abbiamo tutti dentro. Vi sentireste davvero amati se l’altro affermasse: “Ti voglio bene, ma non mi basti, voglio anche un altro marito o un’altra moglie?” Vi sentireste amati se l’altro dicesse: “Ti voglio bene per ora poi in futuro chissà. Stiamo insieme finché dura?” Oppure: “Ti voglio bene, ma ho voglia anche di sperimentare con altre donne o con altri uomini?” Capite cosa significa la mancanza del tutto? Distrugge l’amore. Lo impoverisce e trasforma l’altro non più in persona da amare, ma in uno strumento da usare.

C’è un’ulteriore riflessione che può nascere dalla necessità del tutto. Si può amare solo con il corpo? Si può amare solo con la mente (volontà)? Il corpo è associato all’amore erotico. L’eros è una forza impetuosa che, se non è controllata, rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo, facendoci commettere errori e sopraffazioni. La volontà è invece associata all’agape, all’amore di donazione, di servizio. L’agape è l’amore considerato più nobile perché più difficile. L’agape è spesso associato al sacrificio.

L’eros è fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. Questo tipo di amore è dominato dagli istinti e dalle passioni, spesso guidato da un desiderio ardente e fisico. È l’amore che accende la passione e fa fremere i cuori. È l’amore che brucia nei confronti dell’oggetto del desiderio, che spinge le persone a cercare l’unione fisica, il piacere e la gratificazione dei sensi. L’eros è l’amore che infiamma, che fa battere forte il cuore, che accende la luce nel buio dell’anima.

D’altra parte, l’agape è fatto di spirito, di volontà e di dedizione. È un amore altruistico, che cerca il bene dell’altro, che si dona senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che si sacrifica per gli altri, che si esprime nell’empatia, nell’aiuto e nella compassione. L’agape è l’amore che trascende le basse passioni e cerca la vera felicità nell’amore disinteressato.

L’amore non è solo uno né solo l’altro, ma è l’unione di queste due incompletezze che si completano reciprocamente, creando un legame unico e speciale. L’eros è l’amore passionale, il desiderio ardente che brucia dentro di noi. Questa forma di amore ci spinge a cercare l’unione fisica e l’intimità con la persona amata. È un amore travolgente, che ci fa sentire vivi e vibranti. Senza di esso, l’amore diventerebbe monotono e privo di passione, come un fuoco che si spegne lentamente. D’altra parte, l’agape è un amore più profondo e altruistico. È l’amore che ci spinge a prendersi cura degli altri e ad agire per il loro bene, senza aspettarsi nulla in cambio. È un amore che si manifesta attraverso gesti di gentilezza, generosità e perdono. Senza di esso, l’amore potrebbe diventare egoista e privo di compassione. Entrambi questi aspetti dell’amore sono necessari perché la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare il vero amore. Se manca l’eros, il desiderio e il fuoco della passione, la relazione può diventare stanca e priva di vitalità. Se manca l’agape, l’amore può diventare egoista e privo di dedizione reciproca.

Quando l’eros e l’agape si uniscono, si crea un amore completo e equilibrato. È come un giardino fiorito, in cui ogni fiore ha il suo scopo e il suo significato. L’eros fornisce il colore e la bellezza, mentre l’agape fornisce il nutrimento e la cura. Insieme, questi due aspetti dell’amore formano una combinazione perfetta che ci permette di fare esperienza di un amore dove c’è tutto! E’ importante donarsi totalmente per fare esperienza del tutto che è Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Ogni matrimonio ha la sua zizzania e va bene così

Oggi vorrei tornare in modo più approfondito sull’accenno che ho proposto ieri sotto il commento di padre Luca sulla zizzania. Due domeniche fa, se ricordate, la liturgia ci aveva offerto la parabola del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre? In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Primo insegnamento: il vostro matrimonio è buono anche se non è perfetto, anche se non è esattamente come ve lo aspettavate, anche se litigate. Ciò che conta è come affrontate le difficoltà. Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No, quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perché non è perfetta, non è come noi credevamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto. La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. È non riuscire più a vedere i pregi dell’altro, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi, non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro per quanto di buono l’altro fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica. Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così, partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è, potremo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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Non ci si salva da soli (neache Biancaneve)

Il principe azzurro è passato di moda. Le donne ormai sono emancipate ed autonome. Non hanno bisogno di qualcuno che le salvi. Tutto fa credere loro che possono farcela da sole, che non hanno bisogno di nessuno. Ma, in realtà, questa idea dell’indipendenza totale può portare a un senso di solitudine e di mancanza di connessione profonda con gli altri. Sapete qual è il problema di tutto questo? Che non ci si salva da soli. Da soli si è semplicemente soli. Vale per la donzella e vale per il principe. Non si può sottovalutare l’importanza di avere relazioni significative e supporto reciproco nella vita. Quando ci si affida solo a se stessi, si perde l’opportunità di sperimentare il calore umano, l’amore e l’accoglienza di una persona speciale. Non si tratta di dipendenza, ma di riconoscere che l’interdipendenza è un elemento fondamentale delle relazioni umane.

Dio è Dio, Dio è onnipotente, Dio può tutto, ma non può stare da solo. Perché Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Per questo Dio non è una monade, ma è una Trinità. E noi siamo fatti a Sua immagine. Lo dice la Genesi quando racconta la creazione di uomo e donna.

Dio dopo aver creato tante realtà buone, dopo aver creato l’uomo che è molto buono, afferma per la prima volta che qualcosa non è cosa buona. Non è buono che l’uomo sia solo. Dio ci sta dicendo che qualsiasi cosa già creata non può colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. Ha bisogno di un aiuto. La CEI traduce aiuto, ma il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. Si potrebbe tradurre con l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Capite il pericolo di credere di potersi salvare da soli?

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio, l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: Lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha reso uguali, della stessa pasta, ma diversi e complementari. Perché proprio dalla nostra complementarietà può nascere una comunione profonda che diventa un’alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. All’uomo non bastava la creazione della natura e degli animali. Non gli serviva qualcosa, ma qualcuno.

Il Prof. Recalcati esprime lo stesso concetto con altre parole: Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio. Noi abbiamo bisogno di essere speciali per qualcuno, di contare per qualcuno, di essere unici per qualcuno.

Tutto questa riflessione non è banale. E’ evidente che non ci salviamo da soli, ognuno di voi che legge lo sa nel cuore, sa qualto è importante essere desiderati ed amati, e sa che sofferenza c’è quando non avviene. Io sono sicuro di essere stato il principe azzurro per mia moglie. Non che io sia così bello e perfetto, ma lei nella relazione con me ha iniziato un percorso di guarigione da tutte le chiusure mentali e le ferite del cuore che aveva e che la stavano facendo soffrire e vivere non appieno la sua vita. Come lei è stata salvezza per me per gli stessi identici motivi. Non è il principe azzurro che salva Biancaneve. Entrambi sono salvati dalla relazione profonda che li caratterizza, entrambi si salvano a vicenda. Nella fiaba non è specificato ma è quello che tutti abbiamo pensato leggendo il finale: e vissero felici e contenti. Ho letto il bel post di Lisa Zuccarini che esprime questa verità citando un film. Lisa scrive: Alla fine di Pretty Woman c’è uno scambio benedetto di battute tra lei e lui: E cosa succede dopo che lui ha salvato lei? Succede che lei salva lui.

Ora la vita non è una fiaba ma come nelle fiabe abbiamo bisogno di salvezza. Per questo ci piacciono tanto. Ne ha bisogno l’uomo e ne ha bisogno la donna. E per salvarci abbiamo bisogno di qualcuno. Quindi cara Disney le tue eroine vanno forse bene per i tuoi film politicizzati ma la realtà ci chiama ad altro. Ci chiama ad amare e ad essere amati, ci chiama ad essere re e regina nell’amore (citando il nostro ultimo libro).

Antonio e Luisa

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La nullità: facciamo chiarezza

Un argomento che torna spesso nei separati e sul quale quasi ogni persona nuova mi fa domande riguarda la nullità del matrimonio. Per quello che osservo, in genere, le cose vanno così: quando si arriva ad una separazione, si prospettano tre strade, rifarsi una vita (cioè frequentare altre persone), oppure “provare ad annullare il matrimonio” (terminologia sbagliata, scelta fatta soprattutto da chi vuole tornare libero da qualsiasi vincolo, anche cristiano, per potersi risposare), oppure rimanere fedeli al Sacramento (scelta più rara in assoluto).

Provo un po’ a chiarire le cose, premettendo che non ho competenze di avvocato e che in ogni curia ci sono persone che possono dare indicazioni e consigliare le strade da percorrere. Fino a prova contraria, un sacramento è valido. È chiaro che una persona, quando arriva a separarsi, deve farsi la domanda Il mio matrimonio è vero?, perché altrimenti si può correre il rischio di fondare la propria vita su qualcosa che non c’è mai stato.

Un sacramento non può essere annullato, mai. Si può soltanto verificare se c’erano le condizioni affinché potesse avvenire. Quindi, non si può annullare ma si può solo verificare che non sia nullo fin dal principio. Faccio un esempio: se fossi andato all’altare ubriaco, il matrimonio sarebbe chiaramente nullo perché non sarei stato pienamente consapevole di ciò che stavo facendo. Le cause di nullità sono molte, le più comuni sono la mancanza di apertura alla vita (figli), la mancanza di fede nell’indissolubilità e nell’eternità, la non divulgazione di informazioni importanti (problemi psichici e familiari provenienti dalla famiglia di origine, dipendenze) e, non ultima, l’immaturità.

I figli nati nel matrimonio non hanno alcun tipo di peso nella valutazione. Si possono anche avere dieci figli e un matrimonio nullo. Ognuno per la sua parte si deve interrogare in coscienza su come è arrivato al matrimonio: nel mio caso, almeno da parte mia, ero adulto e consapevole di quello che stavo facendo. Non avevo tenuto nascosto niente, quindi non ho ritenuto necessario procedere ad alcuna verifica.

Parlando recentemente con alcuni giudici e responsabili della Sacra Rota, questi mi hanno detto che purtroppo, questo strumento, nato per un fine giustissimo e che dovrebbe riguardare solo una piccola parte dei separati, viene utilizzato male e abusato: in tanti cercano questa strada senza motivi reali e gravi, ma si cerca, magari andando a scovare il cavillo legale giusto, di tornare single.

Questo non è il modo corretto di utilizzare la verifica del Sacramento del matrimonio: se uno ha dei dubbi, è bene che li chiarisca seguendo la motivazione più importante di tutte, fare verità nella propria vita. Purtroppo, ci sono anche persone che trovano testimoni disponibili a dire quello che serve, ma ottenere la nullità con la menzogna non ha proprio senso, davanti a Dio non vale niente. Ho tanti amici che hanno fatto la verifica di nullità, qualcuno avrebbe voluto la conferma del sacramento e invece è stato dichiarato nullo, altri invece il contrario, avrebbero preferito la nullità per potersi risposare, ma non l’hanno ottenuta. In ogni caso è un processo complesso che ti rivolta come un calzino e va a scavare a fondo del tuo essere e della tua psiche, non è una passeggiata.

Il procedimento, che coinvolge avvocati e giudici, dovrebbe essere portato avanti sotto la guida dello Spirito Santo, in modo da minimizzare gli errori che possono essere commessi. Inoltre, ci sono due aspetti, secondo me, che complicano le cose: il primo è che i giudici devono giudicare secondo quello che ascoltano e che le persone riescono a dire; il secondo è che, almeno per me, sarebbe molto difficile, a distanza di più di venti anni ritornare a come effettivamente sono arrivato quel giorno a sposarmi: non si tratta solo di ricordare, già quello sarebbe complicato, ma il tempo ti cambia e ti fa vedere le cose in maniera diversa. È necessario pregare, affidare tutto a Dio nella Verità, confidare in persone esperte che rappresentano la Madre Chiesa e accettare il verdetto finale, anche se non piace. Voglio ricordare infine che, anche se un matrimonio viene dichiarato nullo, se sono presenti figli, si rimane genitori e quindi verso di loro non dovrebbero esserci cambiamenti e anzi sarebbe necessario ancora di più farli sentire profondamente amati.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Un amore inclusivo

Dal Vangelo di oggi: Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo passo evangelico è uno di quelli che solleva molte domande e riflessioni. Inizialmente potrebbe sembrare che Gesù stia ponendo se stesso come un Dio geloso che pretende di essere il centro di tutte le relazioni e di essere amato più di qualunque altra persona. Ma in realtà, una lettura più approfondita rivela una prospettiva diversa. Quando Gesù dice “chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me“, non intende che si debba mettere da parte l’amore per i propri figli in favore di un amore esclusivo verso di Lui. Al contrario, Gesù ci invita a rendere Lui parte integrante di tutte le nostre relazioni, compresi i legami familiari più profondi. Si tratta di un invito ad amare attraverso di Lui, a includerlo nel cuore stesso delle nostre relazioni umane.

Quando comprendiamo che amare Dio sopra ogni cosa significa includerlo nelle relazioni che abbiamo con gli altri, tutto l’orizzonte si amplia. Non si tratta di escludere o negare l’amore le persone care, ma piuttosto di trasformare quel legame in una relazione che comprende sia l’amore umano che l’amore divino. Questa prospettiva ci invita a vivere le relazioni in modo più profondo, a scoprire l’amore di Dio che si manifesta attraverso i nostri affetti e a vedere in ogni relazione l’opportunità di crescere spiritualmente. È un invito ad amare consapevolmente, con la consapevolezza che Dio è presente in ogni legame significativo che abbiamo nella nostra vita.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Tuttavia, nel corso del tempo ho iniziato a comprendere la profondità del suo rifiuto e a riconoscere che c’era un motivo più grande dietro a quello che sembrava solo una negazione. La sua decisione di mettere Dio al primo posto nella nostra relazione era basata sulla sua fede e sulla consapevolezza che l’amore autentico richiede sacrificio e impegno. Lei ha capito che il nostro amore non avrebbe potuto crescere se fosse stato basato solo su desideri superficiali e istinti fisici. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

È riuscita a includere anche me nel suo amore verso Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Antonio e Luisa

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La comunione è un traguardo da raggiungere

Il matrimonio, questa sacra unione che ci invita a maturare e crescere nell’amore, è davvero una relazione privilegiata. È un’opportunità unica per scoprire la nostra vera vocazione e per diventare una comunione d’amore. Tuttavia, dobbiamo comprendere che non è sufficiente essere generosi con il nostro coniuge, offrendo tempo, azioni e doni. Non è solo una questione di unilaterale apertura verso di lei o verso di lui. Per provare una vera intimità, è necessario essere completamente aperti e vulnerabili. Solo così si creerà una vera comunione. Quando il dono si trasforma in comunione, il rischio di creare una relazione che porta l’altro a dipendere da noi o a essere subordinato sparisce. Non vogliamo che il nostro partner si senta come un tappetino, che teme di perdere il nostro sostegno. Non vogliamo alimentare la nostra vanità, l’egoismo o il desiderio di possesso, perché queste non sono manifestazioni d’amore autentico. Scegliere di vivere l’amore con piena consapevolezza richiede coraggio e impegno, ma è solo attraverso questa apertura profonda che potremo comprendere appieno la bellezza e la potenza dell’amore coniugale. Che sia la reciproca donazione, il reciproco supporto o la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita, tutto ciò contribuirà a radicare il nostro amore e farlo crescere sempre di più. E così il matrimonio diventerà il luogo in cui la nostra anima può fiorire e il nostro amore può raggiungere livelli di profondità e gioia che mai avremmo immaginato.

La comunione è un traguardo da raggiungere, un obiettivo da perseguire con determinazione e impegno costante. Questo traguardo implica la creazione di una relazione profonda e significativa, basata sulla parità e sulla reciprocità. Significa essere pronti ad ammettere di avere bisogno dell’altro, di donarsi e riceversi a vicenda. Inoltre, la comunione implica anche la capacità di riconoscere e accettare le proprie ferite e fragilità, di abbracciare la propria povertà. È un atto di umiltà e di consapevolezza che ci rende più umani, più vicini agli altri e a noi stessi. Entrare in comunione richiede di abbattere le barriere emotive e le maschere che indossiamo, anche quelle della generosità che possono limitare la nostra autenticità. Significa mostrarsi così come siamo, senza filtri o artifici, accogliendo e accettando noi stessi e gli altri nella loro interezza. Per me, la consapevolezza di queste verità non è stata immediata. Mi ci sono voluti anni per imparare, per superare i blocchi emotivi e rompere i legami che mi tenevano prigioniero. Ma oggi posso dire che è meraviglioso, tutto va sempre meglio. Ho conquistato una libertà nel modo di amare, di accogliere, di ricevere, di donare e di incontrare la mia sposa, che non credevo di poter raggiungere. La comunione si traduce in un’apertura sincera del cuore, senza paura di essere giudicati, con la volontà di essere veramente uniti a livello profondo. È un’esperienza che richiama alla mente anche la comunione che viviamo con Cristo nell’Eucaristia. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio“:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. È più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. […] È richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro di noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi. (…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro, le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione, le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Quando facciamo l’amore devo pensare ad altro

Oggi credo sia importante prendere spunto da una mail che abbiamo ricevuto alcune settimane fa per riflettere su alcuni punti fondamentali riguardanti l’intimità degli sposi. Risponderemo pubblicamente, naturalmente lasciando l’anonimato al mittente, perchè sono problemi e situazioni che riguardano tante coppie e che difficilmente vengono tirati fuori. Analizzeremo la mail in due diversi aspetti e lo faremo prendendone uno alla volta.

C’è una sofferenza che mi tormenta fin da quando mi sono sposata anni fa, in realtà da prima ( in termini di mancanza di attenzioni e affetto) ma almeno speravo di superarla col matrimonio. Questo coinvolge tutta la relazione ma soprattutto quando facciamo l’amore mi sembra sia attratto solo da alcune parti fisiche mia e non abbia un desiderio a prescindere di stare vicino a me, come persona, fisicamente.

Qui c’è tutta la differenza tra uomo e donna! Questa moglie ha espresso in modo chiaro la differenza enorme che c’è tra la sensibilità dell’uomo e quella della donna! Lui è attratto solo da alcune parti. È facile intuire quali: seno, genitali e molto spesso anche il sedere. E lui a sua volta, questo lo aggiungo io, desidera essere stimolato dalla donna solo in una parte del corpo. E’ vero che ogni individuo è unico e le preferenze variano ma questa dinamica dell’uomo è davvero molto comune. L’uomo è fatto così. Il tutto è amplificato dalla diffusione della pornografia. Ormai l’uomo è frequentemente educato a questa modalità di vivere la sessualità che fa leva su una predisposizione naturale ad eccitarsi in un determinato modo e la accentua. Ciò non è per nulla nella sensibilità della donna. La donna spesso si irrigidisce e si infastidisce se lui comincia immediatamente a stimolarle e toccare le parti che ho citato in precedenza (seno e genitali). La donna ha bisogno di arrivare a quel punto gradualmente. Ha bisogno di sentirsi desiderata dal suo marito, di essere abbracciata, baciata, massaggiata e accarezzata in tutto il corpo, escludendo inizialmente proprio quelle parti su cui lui si focalizzerebbe subito. Solo dopo che si sarà preparata gradirà essere stimolata anche al seno e ai genitali. Vi assicuro che molte problematiche sorgono da questa differenza. Tante donne non riescono ad abbandonarsi completamente al proprio marito perché lui non riesce ad entrare in sintonia con la loro sensibilità. E la coppia spesso non dialoga a riguardo. Difficilmente lo fa. La nostra differenza è importante. Perchè nella differenza usciamo da noi per entrare nel mondo dell’altro e nella sua sensibilità. Senza questo riguardo non ci può essere dono. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto sé stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Capite quindi come rispettare la sensibilità femminile sia importante anche per noi uomini?

Per raggiungere il piacere dobbiamo eccitarci con fantasie che non sono del tutto sante ad essere sincera, ma almeno io se quando sono lì penso solo a quanto gli voglio bene, cala che mi eccito.

Ed ecco il secondo spunto! Che è la diretta conseguenza di quanto abbiamo scritto fino ad ora. Lei non riesce ad eccitarsi se rimane nella relazione, se pensa al suo amore per lui, se si concentra solo su quanto sta vivendo in quel momento. Ha bisogno di evadere e di costruirsi una fantasia esterna alla coppia per eccitarsi e raggiungere il piacere. Mi chiedeva se questo fosse peccato. Ora io non sono il suo confessore e non risponderò a questa domanda. Mi soffermerò invece sul piano umano. Questa frase dimostra la povertà dell’intimità di questi due sposi. Questa donna sta vivendo nel corpo il gesto che più di tutti rappresenta l’unione con suo marito e ha bisogno di pensare ad altro per provare piacere fisico. Capite che c’è qualcosa di estremamente dissonante in questo? Non è questione che questi due sposi non si amino. Questo può accadere in tutte le coppie e se non risolto alla lunga impoverisce tutto il rapporto. Per essere chiaro: andare a Messa se non si sistema questo aspetto serve a poco. Cosa fare? Lei non avrà bisogno di rifugiarsi nelle sue fantasie se lui imparerà a donarsi secondo la sensibilità della sua sposa. Vi assicuro che poi l’intimità sarà fantastica per entrambi perché sarà soddisfacente per il corpo e ancor di più per il cuore. I due faranno infatti esperienza di comunione che è il vero piacere della sessualità.

Antonio e Luisa

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Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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La coppia nel campo delle emozioni: buone pratiche e intoppi

LO STILE EDUCATIVO

Non ricordo di aver mai ricevuto dai miei genitori una carezza. Sentivo che mi amavano, ma non sapevano dimostrarmelo. Per loro il fatto che si curavano di me, che mi facevano studiare, che si preoccupavano della mia salute era sufficiente…Eppure, soprattutto nell’adolescenza, avrei tanto voluto un incoraggiamento, un abbraccio …Ora che sono sposato, mi sento bloccato e  incapace di dimostrare a mia moglie  affetto e questo crea dei conflitti… I contrasti sono iniziati da subito, il mio primo regalo per lei è stato un libro scelto senza troppa attenzione. L’ ho consegnato senza farle un pacchetto, senza una parola affettuosa e per lei è stata una tragedia. Non avevo capito ancora che il regalo ha un valore emozionale. L’altro si deve sentire valorizzato, pensato, capito… Le mie esperienze infantili mi hanno condizionato per anni pesantemente.”

E’ la confidenza di un amico. Forse aveva vissuto la stessa esperienza anche Igino Giordani  che nel suo diario, ricordando la madre, scrive: “Sobria nelle effusioni, baciava di rado i suoi figli, se non quando partivano o tornavano da lunghe assenze; ma nel suo riserbo, viveva e si sfaceva per essi: li divorava con gli occhi…” Non era in discussione l’amore della madre, ma l’incapacità di esprimere le  emozioni e forse anche la convinzione che fosse meglio non manifestarle perché i figli, specialmente quelli maschi, crescessero più forti nelle avversità. Quanti abbiamo fatto la stessa esperienza, accumulando vuoti difficili da colmare! Oggi gli stili educativi fortunatamente stanno cambiando e rivelano una progressiva e salutare nuova comprensione del ruolo rivestito dalle emozioni. 

CONOSCERSI

Le emozioni, se riconosciute e gestite bene, rafforzano il rapporto di coppia, sono una  risorsa; in caso contrario diventano  pericolose perché, senza che ce ne accorgiamo, possono condizionare pesantemente i nostri comportamenti, generando, per esempio,  aggressività, egocentrismo, impulsività ecc. Il primo passo è imparare a conoscerci; e questo non è facile perché nella nostra società esiste un diffuso  analfabetismo delle emozioni. Di fronte ad un litigio nella coppia, è difficile che uno si chieda: “Come mai ho avuto questa reazione violenta? ” Se riuscissimo a farlo, ad essere più attenti,  capiremmo meglio quali sono le emozioni all’origine di alcuni nostri comportamenti e riusciremmo a gestirle meglio, evitando di lasciarci trascinare dall’impulsività. In questa ricerca di autoconsapevolezza, potremmo essere aiutati da pause di riflessioni, magari con l’aiuto di un libro adatto, o da qualche colloquio con persone fidate.

SAPER COMUNICARE

Quanto più riusciamo a conoscere le emozioni che sono all’origine dei nostri comportamenti, tanto più riusciamo ad intuire anche quelle del nostro partner. Ma occorre anche la massima attenzione nella comunicazione sia nella coppia che nella famiglia, tenendo presente che, oltre alle parole, è importante anche tener conto del linguaggio del corpo. Le parole, infatti, possono essere ambigue, il corpo un po’ meno perché trasmette sempre qualcosa di ciò che veramente si prova: tristezza, gioia, rabbia, impazienza, paura,  bisogno di amore… Spesso dietro un abbraccio, un sorriso, uno sguardo ansioso, una frase, si nascondono stati d’animo importanti. Dice un proverbio arabo: “Chi non sa comprendere uno sguardo, non potrà capire lunghe spiegazioni”. 

Abbiamo assistito ad un litigio tra Saverio e Sara. Lui ha comunicato improvvisamente di voler invitare a cena un amico arrivato dalla Francia; lei ha assunto un’ espressione dura, anche se la sua risposta è stata apparentemente innocua: “Ci penserò, poi ti farò sapere”. Saverio è subito scattato ed è uscito, sbattendo la porta. Sara, guardandoci perplessa, ha esclamato: “Ma perché, cosa ho detto?”. Effettivamente la sua risposta era stata banale, ma il suo volto esprimeva un significato diverso. Perciò Saverio è andato in tilt. Nella coppia occorre imparare a decifrare i messaggi nascosti.  Si può spesso scoprire che in ogni comunicazione ci sono sempre due contenuti: uno apparente e uno nascosto. “L’essenziale è invisibile agli occhi” dice il “piccolo principe”, ma spesso …anche alle orecchie.   Conoscendo bene questi amici, probabilmente nelle parole di Sara era sottinteso questo messaggio: “Prendi le decisioni, senza tener conto dei miei programmi.

La decodificazione non è sempre facile, perché presuppone una buona capacità di osservazione e di riflessione. Occorrerebbe non affrontare chiarimenti, quando siamo sommersi dalla tempesta emotiva; è più produttivo fare una pausa, una passeggiata, qualcosa di rilassante e poi ritornare a parlarsi. I conflitti sono inevitabili ma, se li affrontiamo con pace, eviteremo parole che lasciano ferite inguaribili,  abbattendo l’autostima del partner.

RICONCILIARSI  CON LE PROPRIE FRAGILITA’

Talvolta abbiamo paura delle nostre emozioni, delle nostre fragilità, di cui spesso ci vergogniamo. Agostino era stato educato ad un  esclusivo senso del dovere. Era cresciuto con l’idea che il gioco, il relax, la ricerca di momenti piacevoli  fossero una perdita di tempo, per cui aveva sempre paura di esprimere i suoi veri desideri e non capiva quelli della moglie. Il suo  rapporto di coppia è andato presto in crisi, perché il lavoro assorbiva tutto il suo tempo. E’ stato necessario l’aiuto di un esperto per comprendere che non sapeva  godere delle piccole gioie della vita, che aveva quasi paura di essere felice e di dare felicità. Progressivamente ha capito che se lui era  gioioso aiutava anche la moglie ad esserlo. Quell’atmosfera di prima, grigia, tutta scandita da orari lavorativi rigidi, si è alleggerita. La gioia è un’emozione fondamentale per le relazioni, da riscoprire, da far emergere sempre, anche quando i carichi lavorativi sono pesanti. 

CONDIVIDERE

Nella coppia è importante anche la condivisione delle proprie emozioni. Non aver paura di dire all’altro: “Sto soffrendo, ho paura, aiutami, dammi una mano, non riesco a perdonare“; oppure: “Sono contento, ti stimo, mi piace vivere con te“. Anche se a volte di fronte ad un avvenimento, alla frase di un libro, ad un bel panorama non proviamo le stesse emozioni, la condivisione ci aiuterà a conoscerci meglio e ad accoglierci nelle nostre diversità, facendo crescere la comunione, nel rispetto dell’originalità di ognuno. Quando poi non siamo in grado di risolvere i nostri momenti difficili, la condivisione con figure per noi importanti (sacerdoti, guide spirituali, esperti, ecc.) ci aiuterà a viaggiare nel complesso mondo delle nostre emozioni.

UNA GRANDE RISORSA

Mano a mano che la coppia impara a conoscersi, a gestire le emozioni, con grande pazienza reciproca, facilmente potrà approdare  alla porta della tenerezza, un sentimento ancora sconosciuto per tanti, ma fondamentale per migliorare la convivenza umana.  La tenerezza  non è sentimentalismo, ma è entrare nelle emozioni dell’altro, abbracciarlo interiormente con costanza; è connettersi con i  bisogni di chi ci vive vicino, provarne compassione. Nel Vangelo Gesù si rivela  maestro della tenerezza in tante occasioni, per esempio  quando ha pietà della folla o quando racconta la parabola del Padre misericordioso. La tenerezza  si  esprime con sguardi attenti, parole d’amore, sorrisi rassicuranti,  abbracci calorosi, gentilezza; essa è, in sintesi,  un impegno quotidiano a voler far felice chi ci vive accanto.

Nel film di Lamberto Lambertini “Fuoco su di me”,  Nicola dice al nipote Eugenio: “ Non rinnegare mai la tua gentilezza. Lasciatene illuminare. Ti diranno che è un difetto del carattere, una malattia grave, perché quelli che ne sono affetti sono destinati a perdere le battaglie di tutti i giorni…E’ vero, ma tu non li ascoltare, la gentilezza è la nostra forza! ” Parole particolarmente attuali oggi, perché tante coppie si sfasciano non per problemi economici, incomunicabilità, disfunzioni sessuali, ma per mancanza di tenerezza. 

Maria e Raimondo Scotto

Amore fecondo: Giobbe e sua moglie

“Per Laura e Luigi in realtà sarebbe corretto dire che all’inizio c’era stato un programma più che un progetto: avevano pianificato tutto. Era estate, erano sposati da pochi mesi e immersi nel fervore dei primi tempi, quando vuoi metter su casa, famiglia, e mettere radici, tutto insieme. Così avevano aperto i cantieri, certi che tutto sarebbe andato secondo i loro piani. Laura era al settimo cielo, ne era certa: presto avrebbero trovato una casetta, (erano già in cerca, mica perdevano tempo, eh!), la gravidanza nel frattempo sarebbe avanzata e negli ultimi mesi di attesa avrebbero arredato casa…tutto chiaro, no? Poi sarebbe arrivato un cucciolo, principe della casa e dei loro cuori…pronti a vivere felici e contenti. Eppure niente era andato come avevano pensato: la vita non aveva risposto alla loro disponibilità e i mesi erano passati portando solo dubbi e sconforto. Laura si chiedeva perché, perché proprio a loro? Cosa sbagliavano? (…) Dopo un anno niente stava cambiando, e loro erano al punto di partenza. Anzi, no, erano consapevoli che a volte nella vita non tutto va secondo i propri piani, ma neanche secondo i desideri, e neppure secondo le speranze. E la tristezza ormai ogni tanto bussava alla porta. E tornavano sempre le stesse domande, gli stessi perché, e lo stesso vuoto: nessuna risposta. Ogni volta, poi, che si incontravano con gli amici, tutti erano percorsi da un brivido di imbarazzo; lei li vedeva, li notava che distoglievano gli occhi al loro arrivo, cambiavano discorso, si scambiavano cenni di intesa. E, poi, ogni tanto  iniziavano con lunghi discorsi, la prendevano alla larga, ci giravano intorno prima di arrivare alla domanda sui figli.” (E voi, ancora niente figli? Al di là della fertilità, la chiamata di ogni coppia alla fecondità, S. Paolo, 2021)

Abbiamo parlato di vocazione, fecondità e missione, abbiamo distinto la fertilità dalla fecondità, ora entriamo in un tema che ci tocca tutti: il dolore. Perché, certo, è facile essere fecondi quando nutri un sogno, un desiderio,  quando poi tutto fila liscio, e ti ritrovi soddisfatto e ricco di frutti. Ma nella bontà delle intenzioni non è solitamente inclusa la garanzia dell’happy end.

Il dolore

Il dolore di solito non te lo vai a cercare, ma ti raggiunge, magari proprio in qualcosa di bello. Non è la punizione per una colpa, il dolore arriva. Di suo. Puoi provare a fuggirlo, ma poi, lo trovi lì. Solitamente non se ne va da solo. E, allora, sei chiamato a scegliere come starci dentro. Ti abita e, se non prendi posizione, prende possesso di te, del tuo sguardo sulle persone e sulla storia, delle tue relazioni, ti ruba persino i sogni e le prospettive future.Nel mondo sembra brutto parlare di dolore, è tabù farsi vedere deboli o feriti; tendiamo a mostrare il lato scintillante della vita. Nessuno ci insegna ad abitarlo, a gestirlo: meglio la scorciatoia, la distrazione, l’alternativa. 

Il dolore nell’infertilità

Non viviamo tutti le stesse cose, ma è possibile che tutti abbiamo attraversato un dolore nella nostra vita, e, se ci confrontiamo con l’infertilità che l’abbiamo incontrato, individualmente oppure come coppia. Di infertilità solitamente parlano gli specialisti proponendo ‘soluzioni’, difficilmente si trova qualcuno con cui parlarne profondamente. Infatti anche i più vicini a una coppia infertile, non essendosi confrontati con il tema e non sapendo cosa fare, spesso si trovano disorientati, si attivano con zelo, mossi dall’affetto, per cui propongono suggerimenti di tutti i tipi…ma non richiesti. C’è chi pensa che ci sia qualche responsabilità (…se mangiaste più sano…foste meno stressati… lasciaste da parte qualche impegno…se non aveste aspettato tanto…), chi si orienta per i suggerimenti spirituali (…ti faccio avere la novena giusta…vai in quel santuario…) o simili (Dio ti sta correggendo…). L’alternativa è il silenzio, anche collettivo, quello condito di imbarazzo. In realtà spesso una coppia che attraversa il dolore dell’infertilità ha bisogno solo di prossimità, che può significare ascolto, presenza, amicizia, normalità…o silenzio rispettoso. Sì, perché l’infertilità coinvolge l’immagine che la donna ha di sé, il rapporto con il proprio corpo e la propria ciclicità, lo sguardo su se stessa, sul coniuge e sulle altre donne (ti sembrano tutte grandi uteri pronti ad accogliere la vita!). Colpisce l’immagine che l’uomo percepisce di sé, il suo senso di potenza e virilità (gli altri uomini ti sembrano tutti dotati di grandi falli pronti a dare la vita!), il suo ruolo in famiglia e nella società. Attiene alla coppia, alla sua vita intima e sessuale, alla sua progettualità.

È prezioso accogliere le emozioni che viviamo quando siamo nel dolore, altrimenti il rischio è che, anche inconsapevolmente, stiamo vicini ma soli. Ciascuno con il proprio dolore, ciascuno con la propria rabbia, magari ripiegandoci nel silenzio, oppure attaccandoci al telefonino per sfogarci con le amiche, la mamma, la psicologa, il sacerdote… qualcuno di esterno alla coppia. Non c’è niente di male a vivere diversamente le proprie emozioni, ma è prezioso non escludere l’altro da ciò che viviamo, non isolarci, rimanere un “noi”.È prezioso riuscire a  risintonizzarci come coppia, a trovare una frequenza comune, a imparare a stare insieme in questa ferita perché l’infertilità ci chiede di rileggere i sogni comuni, ma anche ricollocarci in un futuro condiviso.

Giobbe: rimanere in relazione con Dio

E Giobbe cosa c’entra con tutto ciò? Giobbe è stato un uomo ricco, che ha perso le proprietà, gli animali, i figli, la salute ed è stato rifiutato dalla moglie che non condivide la sua fedeltà a Dio (di fronte al dolore la coppia può prendere strade diverse, può scoppiare). Lui non accoglie le parole degli amici, i suggerimenti di pregare più e meglio, di riflettere che forse ha qualche colpa, di rassegnarsi alla propria storia, di sublimare quel dolore vivo. Giobbe rifiuta un Dio che agisce secondo la dottrina della retribuzione e nella rabbia, nella sofferenza, grida a Dio, alza a Lui lo sguardo come a un padre, sa che c’è un “tu” con cui dialogare. La sua fede è certezza della paternità di Dio. E rimane nella propria storia, capace di accettarla, abbracciarla, non disertarla. La storia di Giobbe ci racconta della nostra libertà. Di fronte al dolore siamo chiamati a scegliere come reagire. Possiamo incattivirci, amareggiarci, piangerci addosso, persino allearci con la sventura e accomodarci in essa, e vivere della compassione nostra e altrui, possiamo fuggire, eluderlo, volgere lo sguardo, voltarci altrove, cercare scorciatoie o accettare il macigno della colpa, oppure possiamo accettare il suo buio, nonostante la paura, e attraversarlo, possiamo restare al nostro posto, nella nostra storia e lì dentro, in quel dolore, come singoli e come coppia, come è avvenuto a Giobbe, possiamo incontrare Dio. La fede cui siamo chiamati non è nel credere che Dio esista, ma sapere di essere amati, credere al Suo amore nonostante la situazioneRimanere è credere, è saper disobbedire all’evidenza della morte presente.

📌 Vi invitiamo a prendere un tempo come coppia per rileggere un momento in cui, nel dolore, siete rimasti o meno nella fede.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltate un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendete un tempo da soli (fissate prima quanto tempo!) e segnate su un foglio alcuni momenti difficili (scegliete voi se indicare quelli più o meno difficili, oggettivamente o soggettivamente avvenuti, individuali o di coppia) dell’ultimo semestre. Riflettete se li avete vissuti con fede, se avete pregato per quella situazione, se avete escluso il Signore.
  • Incontratevi e ciascuno condivida all’altro come lo ha vissuto, se lo ha vissuto nel Signore.
  • Infine pregate ciascuno per quanto condiviso dall’altro perché il Signore lo custodisca.

Buon cammino!

Maria Rosaria e Giovanni

L’articolo originale è pubblicato sul blog mogliemammepervocazione.com

L’Eucarestia è corpo, dono ed unità (come il matrimonio)

Si è appena concluso il dodicesimo Convegno di Mistero Grande – “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia” – ad Assisi: è stato bello, non solo per le otto catechesi sul tema, ma anche per le relazioni con persone nuove e la condivisione con amici, sia della Fraternità Sposi per Sempre, sia provenienti da altre realtà. Naturalmente non è possibile fare un riassunto di tre giorni d’interventi e attendo le registrazioni per riascoltare con calma alcune parti, provo solo a riportare, brevemente, quello che mi è rimasto più impresso.

Devo dire che l’Eucaristia mi ha sempre incuriosito, ma anche messo in difficoltà, perché è difficile da comprendere razionalmente: è contemporaneamente Corpo, Dono e Comunione/Unità. Quando riceviamo la comunione, il sacerdote dice “Corpo di Cristo“, Corpo, cioè non qualcosa di astratto: anche noi abbiamo un corpo, solo che spesso non lo collochiamo al giusto posto, a volte può essere ritenuto una gabbia dalla quale scappare (elevazione dell’anima), oppure può essere considerato solo un involucro che posso modificare o maltrattare come voglio.

In realtà siamo una realtà anima e corpo insieme e noi cristiani camminiamo verso la resurrezione dei corpi: come in una candela lo stoppino (anima) non può funzionare senza la cera (corpo) e viceversa, così la nostra condizione anima e corpo non può essere divisa. Effettivamente ho riflettuto su quante volte avrei voluto avere un corpo diverso, su quanta fatica ho fatto ad accettare alcuni difetti, fino a quando ho compreso che il corpo è la cosa più sacra che ho, tempio dello Spirito Santo, voluto esattamente da Dio in questo modo (me ne devo prendere cura, senza però esagerare).

Sono rimasto colpito da un aspetto della Santa Comunione che riguarda il dono: il pane, prima di essere offerto all’inizio di ogni cena, come fa il sacerdote in ogni celebrazione, veniva spezzato dal capofamiglia o dall’ospite presente. L’amore perfetto è un corpo spezzato, spezzato per gli altri: un marito è un vero uomo se si spezza per la moglie (e viceversa, ovviamente), cioè se appunto si dona e si offre; mi viene in mente il gesto del lavare i piedi all’altro (altrimenti diciamo parole che valgono poco).

Il dono può essere non accolto e sprecato, come quando ci allontaniamo da Dio, come ha fatto Giuda, ma Lui scommette tutto su di noi, rischia tutto, perché sa che solo dando fiducia alle persone, si fa crescere. Quando scelgo di non aiutare le mie figlie in qualcosa di difficile, so che potrebbero non riuscire, ma so anche che il mio credere in loro le stimola a fare bene e a diventare adulte. Nella misura in cui vivo la comunione con Gesù dentro di me, posso poi portarla fuori con gli altri diversi da me (“vi riconosceranno da come vi amerete”): infatti l’Eucarestia tiene insieme le diversità (come nella Pentecoste), non è uniformità, ma più alterità tenute insieme (Trinità). È per tale motivo che gli sposi hanno la missione particolare di diffondere Cristo, perché sono contemporaneamente sia due, sia una carne sola (se non si capisce questo, si può rimanere una bella coppia, ma senza donare Cristo). Come ogni frammento dell’ostia contiene tutto Gesù, ogni coppia contiene tutto Gesù. Ricapitolando, la santa comunione ci educa al Corpo, al Dono e alla Comunione e gli sposi attingono dalla Santa Comunione l’amore da diffondere.

Attenzione però: Dio ama le persone singolarmente e questo è bellissimo, perché nell’Eucarestia Gesù vuole toccare proprio me, l’Eucarestia è un progetto per raggiungermi, per portarmi dentro un’intimità divina. Don Renzo Bonetti ha usato l’immagine del braccio di Dio che dal Principio si allunga fino a toccare me con il Suo dito, oggi, quando voglio andare a incontrarLo. Non si arriverà mai a comprendere l’Eucarestia, perché è infinitamente superiore alla nostra portata, ma anche di un grandezza fuori della nostra comprensione, tanto che è stato detto “se gli angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione”, perché non possono unirsi in maniera così speciale e unica al loro Creatore, come possiamo fare noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare.

Oggi voglio tornare sul Vangelo di ieri e proporre una riflessione diversa rispetto a quella espressa ieri, ma credo altrettanto importante.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perché? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte all’alternativa di essere con me o contro di me? In realtà, la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi, di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Lei ha sempre avuto una fede radicata in Gesù. Questa fede è stata la bussola che ci ha guidato nelle nostre scelte e decisioni come coppia. Mi ha insegnato a mettere da parte le mie insistenti richieste di soddisfazione sessuale immediata e ad apprezzare la bellezza dell’attesa, del rispetto reciproco e della costruzione di un legame profondo e duraturo. Oggi sono grato a mia moglie per avermi aiutato a superare quella fase della mia vita ed essere diventato una persona migliore. La sua determinazione nel resistere alle mie richieste mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare le esigenze e i desideri del partner, di coltivare una relazione basata sulla fiducia e sulla comunicazione profonda.

Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei.

Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza. Attraverso lei, ho potuto incontrare Gesù. Attraverso questa Parola, Gesù ci invita ad amare il nostro coniuge tramite di Lui. Impara da me come amarlo. Guidalo verso di me. Trova nell’amore che ricevi da me la forza di farlo.

Antonio e Luisa

Il dialogo: croce e delizia della coppia

Uno dei problemi delle coppie di sposi (e non solo di sposi) è il dialogo. Quanti problemi nascono dalla mancanza di dialogo. Quanti malesseri non detti che poi nel tempo si trasformano in rancore. Spesso ci viene chiesto: perchè tra noi non c’è dialogo? Anzi sarò più schietto: di solito è la donna che si lamente che il marito non parla. Servirebbe un trattato per andare a fondo della questione. Io mi limiterò a dare delle piccole coordinate, dei punti dai quali partire per iniziare a modificare alcune abitudini della coppia.

La qualità del dialogo. Quando mi riferisco al dialogo non intendo confrontarsi sulla lista della spesa o sul colore della nuova lampada da acquistare. Intendo un confronto più personale e profondo. Siete capaci di raccontarvi all’altro? Siete capaci di esprimere le vostre difficoltà, le vostre gioie, quello che vi rattrista? Siete capaci di esprimere gioia o rammarico per il comportamento dell’altro nei vostri confronti? Siete capaci di chiedere perdono per i vostri errori? Intendo questo con dialogo di coppia. Un dialogo che vi metta a nudo l’uno con l’altra. Spesso non è facile, ma è determinante per la riuscita di una relazione.

Accogliete le differenze. La donna è molto più portata naturalmente a raccontarsi. Quando racconta anche un fatto di ordinaria amministrazione successo durante la giornata, ci mette sempre qualcosa di lei. L’uomo no. L’uomo tende a raccontare un fatto o un problema solo se lo ritiene necessario per la soluzione dello stesso. Esempio tipico. Il marito ha avuto una discussione con un collega sul modo di organizzare un determinato lavoro. Non ritiene sia necessario raccontarlo alla moglie perché lei non può aiutarlo a risolvere la situazione. Quindi non dice nulla, e se lei chiede informazioni sulla giornata al marito, lui risponde in modo veloce e senza entrare in spiegazioni dettagliate. Lei è tutto l’opposto. Almeno di solito. Lei non vede l’ora di tornare a casa e di raccontare tutto al marito. Sa benissimo che il marito non potrà risolvere il suo problema, ma ha bisogno di sentire empatia da parte sua. Ha bisogno di sentirsi accolta e compresa. Cosa fare quindi? Tu donna rispetta tuo marito e non sentirti ferita se lui si racconta poco. Tu uomo cerca di aprirti maggiormente con tua moglie e soprattutto ascoltala. Se ha il desiderio di metterti al corrente dei suoi problemi, significa che sei importante per lei. In una relazione di coppia, comprensione reciproca e apertura sono fondamentali per mantenere una comunicazione sana e duratura. Insieme, potete superare le differenze e costruire una connessione più profonda.

Serve il tempo. Il dialogo deve esserci sempre, anche semplicemente mentre uno dei due sparecchia e l’altro prepara la lavastoviglie dopo cena. È però importante trovare almeno una volta a settimana del tempo da dedicare alla coppia. Un tempo di qualità. Può essere una passeggiata, una cena al ristorante o qualsiasi altra occasione, ma dove potete sentirvi liberi di pensare solo alla vostra coppia e parlarne. Inoltre, potreste considerare di organizzare delle gite fuori città o vacanze per allontanarvi dalla routine quotidiana. Queste esperienze vi permetteranno di rafforzare il vostro legame e di creare dei ricordi indimenticabili insieme da poi ricordare nel dialogo, quando avrete momenti di stress e di fatica, per rafforzare la vostra intesa e volontà di procedere uniti nelle difficoltà.

Mai giudicare. In una relazione di vero amore e fiducia come la nostra, è di vitale importanza avere la libertà di condividere apertamente i nostri pensieri e le nostre azioni con la persona amata. È un privilegio che mi sento fortunato ad avere con Luisa. Entrambi abbiamo libero accesso reciproco ai nostri telefoni, non perché vogliamo controllarci a vicenda, ma perché desideriamo essere completamente trasparenti e aperti l’uno verso l’altro. Sappiamo che questo obiettivo non è semplice per tutti, ma fortunatamente siamo riusciti a raggiungerlo nella nostra relazione. E qual è il motivo per cui ci siamo arrivati? La risposta è semplice: mi sento libero di condividere con Luisa ogni difficoltà che possa attraversare, così come i miei peccati ed errori. Questo perché so che lei non sarà mai un giudice, ma sempre un appoggio sincero e comprensivo. E questa stessa premessa vale anche al contrario. Anche se può essere rimasta delusa dal mio comportamento in passato, Luisa non ha mai smesso di vedermi come una persona bella e degna di amore. È stata in grado di separare la mia identità dai miei errori, ed è una qualità fondamentale in una relazione di coppia. Insieme, abbiamo creato un ambiente in cui possiamo togliere ogni maschera e essere noi stessi senza paura di essere giudicati. È solo attraverso questa completa accettazione reciproca che possiamo affrontare i problemi e le sfide della vita insieme, superandole nel modo migliore e più veloce possibile.

Antonio e Luisa

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