Autorealizzazione e dono di sè

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” Lc 9, 23

Quanto è difficile mettere insieme, nella visione cristiana, il concetto di autorealizzazione e dono di sé. Sembra che i due termini facciano a cazzotti perché l’autorealizzazione, così di pancia, sembra richiamare la soddisfazione di sé fine a se stessa, dei propri bisogni, autoaffermazione, focalizzazione su sé; mentre il dono di sé evoca la proiezione sull’altro, prendersi cura e occuparsi dell’altro, mettere l’altro al centro. In una visione cristiana sembra che apparentemente bisogna incentivare il dono di sé a scapito dell’autorealizzazione.

Questo processo, se non lo spieghiamo bene e se non allarghiamo la visuale, se non si chiarisce la portata spirituale ed esistenziale, rischia di distruggere vite e relazioni, anziché edificarle. Allora la domanda che posiamo fare è questa: QUANDO AUTOREALIZZAZIONE E DONO DI SE’ DIVENTANO PECCATO? Cioè quando questi due movimenti, invece di farti fare centro nell’amore a te stesso e all’altro, ti fa deragliare e soffrire?

Affinché l’amore sia fecondo, è importante che tu nella tua vita sia soddisfatto, realizzato, che tu possa portare avanti sogni, desideri, progetti, aspirazioni e ambizioni e che tu possa custodire ed esprimere bisogni ed esigenze. Tutto questo ti fa fare centro quando prenderti cura della tua realizzazione e bisogni ti fa sentire talmente soddisfatto e felice che questa gioia ti viene voglia di riversarla su chi hai intorno. La contentezza che costruisci nell’edificare i tuoi desideri diventa fertilizzante per le tue relazioni. Se invece il centro è il tuo ombelico e l’autorealizzazione diventa un idolo che ti rende schiavo, il fine diventi tu e probabilmente sei disposto a masticarti chiunque pur di portare avanti quello che vuoi. Se prenderti cura di te, dei tuoi sogni, dei bisogni ti stacca dagli altri, allora rischi di sbagliare bersaglio.

Questo discorso non vale se le persone da cui ti stacchi sono i genitori, perché nel processo di desatellizzazione che ogni persona deve fare, ti tocca proprio andare dietro alle cose tue e deludere, per certi versi le aspettative dei tuoi genitori. Ma questo sarebbe un tema a parte. La Parola di Dio illumina questo discorso: lontani da una visione dolorifica delle parole di Luca 9,23, rinnegare se stesso non vuol dire darsi addosso, mettersi da parte sempre, schiacciarsi, reprimersi, castrarsi, snaturarsi, violare la propria identità. Piuttosto smettere di misurare fatti, decisioni e situazioni avendo come unico metro te stesso. Sei tentato a gestirti da solo le cose e che hai il controllo di tutto, pensi di non aver bisogno di nessuno e ti bastano le tue maschere e le sovrastrutture che ti sei costruito per cavartela. Ma Cristo ti dice: “Se tu vuoi fare la strada con me, se tu pensi che io sia un modello da cui prendere ispirazione, allora rinuncia a misurare la vita con l’egoismo e le tue maschere. Prendi in mano le tue fragilità, ciò che ti devasta di più, ciò che ti fa più male e vieni dietro a Me che ho sconfitto la più grande delle fragilità: la morte”. Il nostro Maestro non è un morto, ma un risorto! Questa è la potenza e la speranza della nostra fede!

Ad esempio quando noi come coppia abbiamo vissuto quel lungo periodo di crisi tremenda che più volte abbiamo raccontato, la possibilità di decentrarci e cogliere finalmente l’uno l’esperienza dell’altro, ci ha permesso di risorgere su quelle dinamiche che sembravano solo morte. Se ci fossimo focalizzati solo sull’autorealizzazione di sé in una visione egoistica sbagliata ci saremmo separati. Invece al contrario abbiamo usato il nostro desiderio di sentirci realizzati e felici per lottare e combattere, per trovare una strada che ci facesse sentire finalmente bene, amati e soddisfatti.

Il dono di sé è peccato quando ti odi, ti dai addosso, quando ti metti da parte in una posizione vittimistica, per cui mentre ti dai all’altro accumuli rabbia e rancore oppure ti ammali (somatizzi tutta la rabbia repressa). Quando stai nella sindrome di crocerossina o di principe azzurro, quando stai in un copione di adattamento, il dono di sé diventa un idolo. PER DONARTI DEVI POSSEDERTI. Se sei consapevole di chi sei, cosa vuoi, quali sono le cose importanti, in cosa sei autentico, allora lì senti pienezza e il dono è vero. Se non ti occupi di te, dei tuoi sentimenti, dei tuoi bisogni, delle tue ferite, dei tuoi sogni, di quel Bambino Gesù dentro te stesso, non puoi amare veramente l’altro. Quando invece il dono di te è consapevole, gratuito, magari anche faticoso, e ti senti in pace, ecco che stai facendo centro. Allora si gode insieme e l’autorealizzazione di uno diventa l’esultanza dell’altro. E la gioia è benedizione!

Claudia e Roberto

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Amo davvero o sono un tappetino?

Una delle obiezioni più frequenti ai miei articoli che spesso raccontano di sacrificio e amore radicale è la seguente: L’amore non è sacrificio. L’amore non può essere in contrasto con la mia dignità di persona e con la mia autostima.

Sono d’accordo, ma solo in parte. Partiamo con il dire che la violenza e le relazioni tossiche non sono mai accettabili. Qui trattiamo storie di famiglie senza questo tipo di drammi, comunque tutte le famiglie sono fragili e con problematiche comuni. Anche quelle cosiddette normali. Come possiamo quindi non calpestare la nostra dignità e nel contempo amare l’altro come lo ama Gesù? Fino alla croce. Non è facile rispondere. La spiegazione non è tanto in ciò che facciamo o non facciamo, ma è importante comprendere perchè ci comportiamo in un determinato modo. Lo stesso atteggiamento può essere segno di dipendenza, ma può essere anche un vero atto di amore gratuito e meraviglioso. Detto in altri termini più diretti: qual è la differenza tra una donna o un uomo tappetino e invece una donna o un uomo capace di amare fino alla fine? Come si fa a comprendere se stiamo davvero amando oppure siamo dipendenti affettivamente dal nostro coniuge?

Credo che sia una questione decisiva. Noi siamo fatti per la libertà e non per la dipendenza. Siamo fatti per la comunione e non per farci come l’altro/a ci vuole, per farci cosa sua. L’amore è possibile quando la relazione è tra persone di pari dignità e valore. Spesso tante persone dipendenti camuffano questa loro fragilità chiamandola amore. Che però non è amore. L’amore è libero. E’ importante comprenderlo.

Torniamo alla domanda iniziale: perchè io decido di tollerare certi comportanti del mio coniuge? Mi pongo io in una posizione di inferiorità? E lui se ne approfitta? Se è così non va bene.

Come capirlo? Ve lo spiego con un esempio. Lo faccio al femminile, ma vale anche per gli uomini. Lui chiede a lei di andare a cena con quella coppia di amici che lei proprio non sopporta. Lui ci tiene tanto. Lei, anche se non vorrebbe, acconsente. La settimana dopo è lei che chiede al marito di accompagnarla al centro commerciale. Lui rifiuta dicendo che non ne ha voglia e che è stanco. La reazione di lei? Si arrabbia perchè lei invece aveva fatto quella cosa per lui anche se le era costata molto.

Cosa possiamo comprendere con questo esempio? Lei sta pretendendo dal marito che lui si comporti da schiavo come lo è stata lei. Che non eserciti la sua libertà di dire che non ne ha voglia. L’amore è un’altra cosa. Non fare le cose per forza. Potreste obiettare: ma lei l’ha fatto per amore, per lui. Sta amando suo marito sacrificandosi. Non è così! Se l’avesse fatto per amore non pretenderebbe di essere ricambiata allo stesso modo. L’amore è gratuito, non pesa quanto si dà e quanto si riceve. Sarebbe stata già ricompensata con la gioia che la sua scelta, che le è pesata, ha donato a suo marito.

Solo da persone libere possiamo fare una vera scelta. Scegliere di dire si e anche dire no. Perchè ciò che ci guida nella scelta non è la paura di generare conflitti e magari di perdere l’altro/a, ma è l’amore stesso, il bene. Così in situazioni più gravi dell’esempio che ho riportato, che è molto banale e comune, come possono essere i tradimenti, io da persona libera, posso nel discernimento decidere soluzioni diverse. Posso comprendere che è giusto separarsi per un po’. Che non significa metterlo/a alla porta, quella resta sempre aperta. Significa fargli/le assumere le sue responsabilità e significa mettere in evidenza come l’altro/a stia svalutando ciò che io sono.

Per noi cristiani è più semplice. Amare davvero il nostro coniuge significa farlo scendere dal piedistallo e mettere sul quel piedistallo Gesù. Ciò ci permette di essere capaci di dire no quando quello che l’altro/a ci chiede è in contrasto con la mia relazione con Gesù. Dire no può essere la soluzione migliore per me, per l’altro/a e anche per il matrimonio. Dire no a volte serve a mettere confini che servono a proteggere ciò che sono che è indispensabile per creare relazione e comunione. Dire no serve a chiedere all’altro/a di prendersi le sue responsabilità nella relazione.

Una volta che tutto ciò è chiaro posso amare fino alla fine. Anche facendo scelte di vero sacrificio per l’altro/a. Sono scelte libere e per questo scelte d’amore. Senza aver chiaro questa dinamica corro invece davvero il rischio di essere solo un tappetino e uno schiavo in una relazione di dipendenza dove non ci può essere vero amore. Corro il rischio di annientarmi o di scoppiare.

Argomento complicato e che non si può esaurire in poche righe. Spero però di avervi dato una base su cui riflettere. Ringrazio Claudia e Roberto di Amati per Amare che con le loro dirette facebook mi hanno aiutato a riflettere su questo tema tanto controverso e importante. Per approfondire cliccate e guardate il video loro insegnamento

Antonio e Luisa

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L’amore non possiede.

L’amore non possiede mai. Credo che questa sia una di quelle caratteristiche dell’amore che dovremmo aver sempre presente nella nostra relazione e nel nostro matrimonio.

Non serve arrivare a casi estermi di relazioni tossiche dove c’è dipendenza di uno nei confronti dell’altro/a. No, bastano anche le nostre relazioni normali, dove si cerca di volersi bene ma c’è comunque da fare i conti con il peccato, con il nostro egoismo e con le nostre fragilità.

Quante volte io stesso ho cercato di piegare Luisa alla mia volontà. Quante volte ho cercato di trasformarla come io volevo che fosse. Credo che sia una tentazione che abbiamo forte tutti. Rendere l’altro qualcosa di nostro, qualcosa che risponde al nostro modo di pensare, alla nostra sensibilità, ai nostri desideri e bisogni.

Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Genesi 2, 23

Adamo sta dicendo esattamente che Eva è un’altra lui. Riconosce se stesso in Eva. Ma non è così. Adamo nella relazione scopre che Eva è differente da lui. Ed è attratto proprio da questa somiglianza certo, ma anche differenza. Eva ha ciò che a lui manca, e nella relazione con lei scopre davvero chi è lui. Si scopre pienamente se stesso. Lei non sarà mai completamente sua, Resterà sempre un mistero. Facciamo un passo indietro e leggiamo i versetti subito precedenti a quelli già citati:

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.  Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

Genesi 2, 21-22

Bellissimo il modo in cui Dio crea la donna. L’uomo viene addormentato, Dio prende una costola e crea la donna da quella costola. Cerchiamo di comprendere alcune dinamiche. L’uomo è passivo. Non ha nessun ruolo. La donna non è creata secondo i desideri dell’uomo, ma secondo il desiderio di Dio. L’uomo non può farne cosa sua. L’uomo non conosce neanche come la donna è stata creata. Stava dormendo. Così come la donna non sa come è avvenuta la creazione dell’uomo. Perchè è importante sottolineare questo? Perchè nella mentalità ebraica conoscere a fondo come sono fatte le cose permette di dominarle. Sapere tutto di qualcosa ci permette di avere un dominio su di essa. Dio non vuole questo.

Quindi, Dio ci chiede di relazionarci profondamente con una persona che ci sia differente e complementare per accogliere il mistero dell’altro/a e non per dominarlo, Quando cerchiamo di dominare stiamo rendendo tutto più povero. Stiamo impoverendo la relazione dove non c’è più uno scambio, non c’è più un’accoglienza vicendevole. Stiamo impoverendo l’altro/a che non è più libero/a di essere se stesso/a, ma deve impersonare il nostro ideale. Stiamo impoverendo anche noi stessi perchè l’altra persona è portatrice di valori, di una storia, di una sensibilità, di atteggiamenti e modi di pensare diversi dai nostri, che possono aiutarci ad aprire i nostri orizzionti ed essere più ricchi attraverso lo sguardo dell’altro/a.

Proprio in questa dinamica fatta di conoscenza, relazione, comunione, che ci porta fuori da noi e ci obbliga a metterci in gioco, possiamo non solo amare, ma possiamo scoprire sempre più chi siamo. Come disse Papa Francesco rispondendo a una coppia di fidanzati nel 2014:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito

Incontro con i fidanzati che si preparano al matrimonio, 14 febbraio 2014

Non è forse un compito meraviglioso?

Antonio e Luisa

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