Non lasciamo che il nostro amore resti lettera morta.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici circondati da figli e nipoti.
Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio cosi duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

«Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanatrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo per uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie.
Eravamo cosi giovani, tutti e due.
Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino.

Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice”.

Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora».

L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili sul quadrante. Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice.

“Dì qualcosa di carino a Lucia”.

Non dare mai per scontata la persona che ami e non dimenticarti mai di dire ciò che provi.

(testo di Bruno Ferrero)

L’omissione è una delle mancanze più facili in cui incorrere. Almeno per quanto mi riguarda. Spesso mi tengo dentro parole che ho nel cuore, ma che, non so neanche io perchè, non le dico. Pensare che lei ne sarebbe così felice e riempita. A volte mi sento uno stupido per le tante occasioni che ho perso. Diciamoglielo quanto è bella/o, quanto siamo riconoscenti per tutto ciò che fa e quanto è importante che sia al nostro fianco.

Sono piccoli gesti ma che generano unità, calore, intimità e concretizzano un amore presente nel cuore, ma che ha bisogno del nostro corpo e della nostra voce per poter raggiungere l’amato/a. Non lasciamo che il nostro amore resti lettera morta.

 

Antonio e Luisa

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Dio non ti da più di quanto puoi contenere.

Vorrei iniziare con una breve storia di Bruno Ferrero, per trarre alcuni spunti di riflessione.
Festa al Castello
Il villaggio ai piedi del Castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del Castellano che leggeva un proclama nella piazza.
“Il nostro Signore beneamato invita tutti i suoi buoni e fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda a tutti però un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del Castello che è vuota…”
L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietro front e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio… Io porterò un bicchiere d’acqua e sarà abbastanza!”
“Ma no! E’ sempre stato buono! Io ne porterò un barile!”
“Io un ditale”
“Io una botte!”
Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze dei grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del Castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del Castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
“E la sorpresa promessa?”brontolarono alcuni con disappunto e delusione.
Altri dimostravano una gioia soddisfatta:”Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”
Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro. “Ah! Se avessi portato più acqua…”
Tratto da”Il canto del grillo” di B. Ferrero Ed. Elle Di Ci
Cosa ci insegna questa storiella? Può essere letta in tanti modi, per spiegare tante circostanze. C’è una lettura, quella che voglio fare, che è perfetta anche per il matrimonio. Il signore del castello è naturalmente Dio. Gli invitati siamo noi, ogni sposo e ogni sposa. Il recipiente è il nostro cuore. Le scelte fatte fino al giorno del matrimonio condizioneranno il tipo di recipiente che porteremo al castello. Chi ha vissuto solo per sè, senza una ricerca della castità, nel peccato, nella lussuria, nei rapporti prematrimoniali, nell’uso degli anticoncezionali porterà un bicchierino perchè il cuore è chiuso, non può contenere e dare di più. Chi invece ha scelto la strada più difficile, quella del sacrificio, del rispetto dell’altra persona aprendosi all’altro nel desiderio di un incontro e non di possederlo ed usarlo. Chi, insomma, ha scelto la castità, si presentera al palazzo del signore con un cuore grande come un barile. Naturalmente il palazzo simboleggia la chiesa e la festa la celebrazione del matrimonio. Il matrimonio è un sacramento. Nei sacramenti c’è un effusione di Spirito Santo, un dono di Grazia. La Grazia non è qualcosa di astratto. La Grazia è un surplus di amore divino che si poggia sull’amore umano degli sposi. Capite che chi si è presentato al matrimonio con un bicchierino non può pretendere un dono di Dio che il suo cuore non possa contenere. Fidanzati, preparate il vostro matrimonio nella verità, rispettandovi e quello che ne otterrete il giorno delle nozze e tutti i giorni seguenti della vostra vita insieme non vi farà rimpiangere i sacrifici che avete dovuto sostenere.
Antonio e Luisa
Allego un breve video che ho preparato per i miei figli per spiegare questi concetti.

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