Il litigio di coppia e come uscirne.

Tu non litighi mai vero? Tu non ti sei mai scornato con tua moglie? Il vostro matrimonio è tutto rose e fiori da non doversi mai dare spiegazioni? Preoccupati! 

Si hai capito bene preoccupati! 

Un amico frate all’inizio del nostro fidanzamento, quando lo andavamo a trovare ci chiedeva solo una cosa, non come state? Ma: vi state scornando? Vi siete scornati? Avete litigato? 

Era un frate gufo? Be l’abito era marrone scuro, ma non tifava che ci lasciassimo, ed essendo un frate, che ci poteva guadagnare? 

Ma allora perché quella domanda? Perché il litigio di coppia è importante? è importante viverlo? attraversarlo? 

Il litigio nella coppia è quel venerdì santo, in cui purtroppo ci gettiamo le mancanze, i tradimenti di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, i nostri gesti d’amore non fatti, le dimenticanze, gli errori che la vita ti porta a compiere. In quel venerdì c’è il tradimento e il pentimento di Giuda (Mt 27,3-4) che torna dai sacerdoti, e vuole ribarattare l’amore. In quel venerdì c’è la vergogna di Pietro che voleva amare ma non è stato capace ed è scivolato davanti alla paura, alla tentazione, al cornuto che gli offriva tutte le facili tentazioni davanti a cui un normale umano, è normale che caschi. In quel venerdì santo c’è il silenzio della morte, c’è quel silenzio che si prova solo quando ci si accorge di aver perso una persona amata, dove non esiste scorciatoia, conforto, medicina che ti risolleva. 

Nel litigare ritroviamo quindi il tradimento, il tentativo di rimediare, la vergogna, la paura, il silenzio, la fuga. 

E allora? Perché allora il litigio è importante? Perchè ci mostra per quello che siamo, ci mostra nei nostri punti deboli. Ma soprattutto perché è attraversando quel venerdì, quel litigio, quella morte, che oggi noi celebriamo la Pasqua, che noi celebriamo la vita. Non si può pensare di vivere una relazione da famiglia del Mulino Bianco; a volte purtroppo le differenze, gli sbagli, ci portano a litigare, ci portano a mostrare quel lato del cuore ferito e arrabbiato che deve compromettersi per vivere con un altro io che non è come lui. Meno male allora che mostriamo quel lato di noi che è realtà vera, non mascherata dai nostri pensieri, sentimenti, gesti. È forse da questo mostrarsi per ciò che siamo veramente che si possono costruire relazioni con una solida base. 

Non so se hai capito, ma ti stiamo dicendo: che se ieri hai litigato con tua moglie, È una cosa buona. C’è una Pasqua che attende proprio te. 

Ok, ma se ieri ho litigato con mia moglie, ora che faccio? 

Questa sera torno dal lavoro con dei fiori? La porto fuori a cena? Torno e mi inginocchio e le chiedo scusa? Faccio io il cambio dell’armadio o le pulizie i prossimi sabati? 

Più o meno! Come vedi sappiamo già che per farsi perdonare bisogna amare di più. Bisogna che ci sia quella richiesta di perdono, accompagnata da un gesto che prova a rilanciare l’amore. 

Diciamolo in modo più corretto: 

Per uscire da un conflitto bisogna guardare a quanto l’altro ha fatto di bello per me. Solo così rincorro la voglia di amarlo di più, solo riconoscendo l’amore che l’altro mi ha donato e non l’errore che ho visto, posso ripartire ad amare e sanare quella ferita. 

Per uscire da quel litigio, devi provare non a guardare quell’errore, non a guardare che si è dimenticata di farti da mangiare, che non ti ha sentito mentre gli dicevi quella cosa, che si è rivelato un orso insensibile, che ti dà poche attenzioni, o che lascia la cucina in disordine o il bagno sporco. 

Ma fai come al lavoro: c’è un errore sul computer? spegni e riaccendi. Funziona nel 95% dei casi. Ossia stacca e riparti, riaccendi guardando alle cose belle che ha fatto per te. Resetta, cancella l’errore e ricarica tutto il programma, ma quello che funziona. Il computer non ricaricherà l’errore, non farlo neanche te. 

Prima di arrivare a quell’errore, a quella dimenticanza, a quella caduta, ci sono tanti gesti d’amore precedenti che tu non vedi. Perché il giorno rosso sul calendario lo notiamo tutti, ma quelli blu sono addirittura cinque e non li notiamo mai. 

Solo spostando lo sguardo su quanto amore ti ha provato a dare, e non hai visto, riesci ad uscire subito da quell’arrabbiatura, dal quel litigio. 

Non fare lo sbaglio di rivangare, da un errore andare a prendere tutti gli altri errori passati, quegli scheletri nell’armadio, che tu hai messo e non hai chiarito, non usare quel litigio per puntare il dito, perché non è dando i pugni allo schermo del computer che risolvi il problema. Anzi forse lo peggiori. Spegni e riaccendi. 

Ci piace pensare quel momento di conflitto quando sei arrabbiato, come a un teatro dove ad un certo punto cade la quinta e ti trovi davanti le foto del bello vissuto insieme, i gesti d’amore, il filmino del matrimonio, le immagini del parto o dei figli, e quell’arrabbiatura che ti faceva eruttare, si congela. 

Solo allora forse puoi con coscienza comprendere che 

Lui non è il suo errore. 

Lei non è il suo errore. 

Non è facile, perché l’errore brucia, perché l’errore toglie memoria del bello vissuto insieme. Non è facile perché quel muro che cade con la scritta, “scherzi a parte ti amo davvero” non c’è nella realtà, deve esserci nella tua testa! 

Se vuoi uscire da un litigio classico casalingo quotidiano con tua moglie, con tuo marito, non restare fisso sull’errore ma butta giù quel muro e guarda all’amore ricevuto appeso dietro e non visto. 

Se guardi all’amore, uscirai dal litigio volendo amare di più. È quello che è successo a Gesù con Pietro. Non guardare a Pietro ma a Gesù. È Gesù che è stato tradito ma ha saputo posare lo sguardo su Pietro che lo aveva rinnegato, ricordando quanto Pietro aveva fatto con Lui. L’ha saputo guardare amandolo. Avete visto cosa è successo a Pietro? Colui che ha rinnegato è diventato lo sposo più grande. Ci vuole l’impegno di entrambi. Giuda traditore di Gesù, al contrario di Pietro non ha voluto più incrociare lo sguardo di Gesù. Ma Gesù che è amore lo guardava con gli stessi occhi di misericordia, di perdono. Ci vuole che chi tradisce chieda perdono e si lasci ri-amare, e chi è tradito non guardi all’errore ma all’amore e doni misericordia.

Certo poi è importante riflettere sul litigio, dialogare, conoscersi, ascoltarsi, crescere e cercar di non ripeterlo. Ma alla base c’è un amore misericordioso che guarda all’amore e non all’errore! 

Ecco amore misericordioso, che non si vive quindi solo nel confessionale, che non è solo un dogma della chiesa, ma che parte dal concreto vivere, da due sposi, dal perdono in casa tra moglie e marito, tra e con i figli, con gli amici. È importante che la riconciliazione si viva dalla casa, che fin dalle mura domestiche si utilizzi la parola “perdono”. 

Concludiamo qua, perché lo spunto crediamo sia ben ricco. Per capire al meglio questo articolo l’unico modo è litigare! Quindi buon litigio!! 

Ps. Non serve un grande tradimento, basta il piccolo litigio quotidiano.


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Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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Avete conflitti? Rallegratevene.

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali.

Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ segno di due persone diverse, con idee diverse che si pongono sullo stesso piano, con pari dignità. Due persone che si guardano negli occhi. Il conflitto è spesso causa di tensione e anche di sofferenza a volte. E’ però una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via. Quante volte anche io e Luisa siamo partiti con due idee e ne abbiamo trovato insieme una diversa.

Spesso però il conflitto non si affronta. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere. Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Quindi il problema non è avere conflitti, ma non affrontarli o affrontarli nel modo sbagliato.

Antonio e Luisa

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Non evitate il confronto

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali. Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ spesso causa di tensione e di sofferenza a volte. E’ una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via.

Spesso succede qualcosa di diverso. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere.

Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Antonio e Luisa

 

Imparare a perdere è la scelta vincente.

Il matrimonio ti insegna a perdere. Dirò di più, insegna a perdere e ad essere contenti di perdere. Perdere significa rinunciare a imporre la propria volontà, significa spostare il centro da noi all’altro, significa morire a se stesso per qualcosa di più grande e importante. Perdere non significa subire un compromesso con frustrazione, ma amare e capire l’altro. Nella coppia dobbiamo imparare a perdere. Quante incomprensioni e quante sofferenze perché ci chiudiamo sulle nostre posizioni e perché pensiamo di avere ragione. Due egoismi che si scontrano. Musi, ripicche e silenzi carichi di tensione: per cosa? Perchè la vogliamo vinta. Perchè ciò che è importante per noi non è la relazione ma avere soddisfazione, che l’altro si abbassi a noi e alla nostra volontà. Dobbiamo imparare a perdere, a perdere quell’io di troppo che non permette al noi di respirare. Vi assicuro che sono stato molto più felice quando ho perso ma ho visto la mia sposa felice che quando mi sono imposto ma ho visto la rassegnazione nella mia sposa. Bisogna imparare a perdere e quando la coppia fa a gara per capirsi e venirsi incontro perdere sarà una vittoria, perché la relazione (ciò che conta di più) si rafforzerà. Amarsi è così, è sempre un controsenso, è un farsi piccolo per crescere.

Don Fabio Bartoli, in una sua catechesi, ebbe a dire:

Quando tu sposo sei nella logica della famiglia, che il suo bene è il mio bene, capisci che la cosa più sana nelle discussioni è perdere.

Cosa importa aver ragione se rompi il rapporto?

Che bella una discussione dove ci si preoccupa di più di dar ragione all’altro che di aver ragione.

Anche vivere in questo modo è un cammino. I contrasti ci sono. Ma se si persevera ci si accorge che si cambia, che si diventa sempre più attenti alle ragioni dell’altro, che i musi durano sempre meno fino a scomparire e che l’unica cosa che si desidera è ricostruire immediatamente quell’armonia che abbiamo rotto. Naturalmente non c’è nulla di meglio che pregare insieme per ritrovare immediatamente l’armonia perduta.

Antonio e Luisa