Il litigio di coppia e come uscirne.

Tu non litighi mai vero? Tu non ti sei mai scornato con tua moglie? Il vostro matrimonio è tutto rose e fiori da non doversi mai dare spiegazioni? Preoccupati! 

Si hai capito bene preoccupati! 

Un amico frate all’inizio del nostro fidanzamento, quando lo andavamo a trovare ci chiedeva solo una cosa, non come state? Ma: vi state scornando? Vi siete scornati? Avete litigato? 

Era un frate gufo? Be l’abito era marrone scuro, ma non tifava che ci lasciassimo, ed essendo un frate, che ci poteva guadagnare? 

Ma allora perché quella domanda? Perché il litigio di coppia è importante? è importante viverlo? attraversarlo? 

Il litigio nella coppia è quel venerdì santo, in cui purtroppo ci gettiamo le mancanze, i tradimenti di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, i nostri gesti d’amore non fatti, le dimenticanze, gli errori che la vita ti porta a compiere. In quel venerdì c’è il tradimento e il pentimento di Giuda (Mt 27,3-4) che torna dai sacerdoti, e vuole ribarattare l’amore. In quel venerdì c’è la vergogna di Pietro che voleva amare ma non è stato capace ed è scivolato davanti alla paura, alla tentazione, al cornuto che gli offriva tutte le facili tentazioni davanti a cui un normale umano, è normale che caschi. In quel venerdì santo c’è il silenzio della morte, c’è quel silenzio che si prova solo quando ci si accorge di aver perso una persona amata, dove non esiste scorciatoia, conforto, medicina che ti risolleva. 

Nel litigare ritroviamo quindi il tradimento, il tentativo di rimediare, la vergogna, la paura, il silenzio, la fuga. 

E allora? Perché allora il litigio è importante? Perchè ci mostra per quello che siamo, ci mostra nei nostri punti deboli. Ma soprattutto perché è attraversando quel venerdì, quel litigio, quella morte, che oggi noi celebriamo la Pasqua, che noi celebriamo la vita. Non si può pensare di vivere una relazione da famiglia del Mulino Bianco; a volte purtroppo le differenze, gli sbagli, ci portano a litigare, ci portano a mostrare quel lato del cuore ferito e arrabbiato che deve compromettersi per vivere con un altro io che non è come lui. Meno male allora che mostriamo quel lato di noi che è realtà vera, non mascherata dai nostri pensieri, sentimenti, gesti. È forse da questo mostrarsi per ciò che siamo veramente che si possono costruire relazioni con una solida base. 

Non so se hai capito, ma ti stiamo dicendo: che se ieri hai litigato con tua moglie, È una cosa buona. C’è una Pasqua che attende proprio te. 

Ok, ma se ieri ho litigato con mia moglie, ora che faccio? 

Questa sera torno dal lavoro con dei fiori? La porto fuori a cena? Torno e mi inginocchio e le chiedo scusa? Faccio io il cambio dell’armadio o le pulizie i prossimi sabati? 

Più o meno! Come vedi sappiamo già che per farsi perdonare bisogna amare di più. Bisogna che ci sia quella richiesta di perdono, accompagnata da un gesto che prova a rilanciare l’amore. 

Diciamolo in modo più corretto: 

Per uscire da un conflitto bisogna guardare a quanto l’altro ha fatto di bello per me. Solo così rincorro la voglia di amarlo di più, solo riconoscendo l’amore che l’altro mi ha donato e non l’errore che ho visto, posso ripartire ad amare e sanare quella ferita. 

Per uscire da quel litigio, devi provare non a guardare quell’errore, non a guardare che si è dimenticata di farti da mangiare, che non ti ha sentito mentre gli dicevi quella cosa, che si è rivelato un orso insensibile, che ti dà poche attenzioni, o che lascia la cucina in disordine o il bagno sporco. 

Ma fai come al lavoro: c’è un errore sul computer? spegni e riaccendi. Funziona nel 95% dei casi. Ossia stacca e riparti, riaccendi guardando alle cose belle che ha fatto per te. Resetta, cancella l’errore e ricarica tutto il programma, ma quello che funziona. Il computer non ricaricherà l’errore, non farlo neanche te. 

Prima di arrivare a quell’errore, a quella dimenticanza, a quella caduta, ci sono tanti gesti d’amore precedenti che tu non vedi. Perché il giorno rosso sul calendario lo notiamo tutti, ma quelli blu sono addirittura cinque e non li notiamo mai. 

Solo spostando lo sguardo su quanto amore ti ha provato a dare, e non hai visto, riesci ad uscire subito da quell’arrabbiatura, dal quel litigio. 

Non fare lo sbaglio di rivangare, da un errore andare a prendere tutti gli altri errori passati, quegli scheletri nell’armadio, che tu hai messo e non hai chiarito, non usare quel litigio per puntare il dito, perché non è dando i pugni allo schermo del computer che risolvi il problema. Anzi forse lo peggiori. Spegni e riaccendi. 

Ci piace pensare quel momento di conflitto quando sei arrabbiato, come a un teatro dove ad un certo punto cade la quinta e ti trovi davanti le foto del bello vissuto insieme, i gesti d’amore, il filmino del matrimonio, le immagini del parto o dei figli, e quell’arrabbiatura che ti faceva eruttare, si congela. 

Solo allora forse puoi con coscienza comprendere che 

Lui non è il suo errore. 

Lei non è il suo errore. 

Non è facile, perché l’errore brucia, perché l’errore toglie memoria del bello vissuto insieme. Non è facile perché quel muro che cade con la scritta, “scherzi a parte ti amo davvero” non c’è nella realtà, deve esserci nella tua testa! 

Se vuoi uscire da un litigio classico casalingo quotidiano con tua moglie, con tuo marito, non restare fisso sull’errore ma butta giù quel muro e guarda all’amore ricevuto appeso dietro e non visto. 

Se guardi all’amore, uscirai dal litigio volendo amare di più. È quello che è successo a Gesù con Pietro. Non guardare a Pietro ma a Gesù. È Gesù che è stato tradito ma ha saputo posare lo sguardo su Pietro che lo aveva rinnegato, ricordando quanto Pietro aveva fatto con Lui. L’ha saputo guardare amandolo. Avete visto cosa è successo a Pietro? Colui che ha rinnegato è diventato lo sposo più grande. Ci vuole l’impegno di entrambi. Giuda traditore di Gesù, al contrario di Pietro non ha voluto più incrociare lo sguardo di Gesù. Ma Gesù che è amore lo guardava con gli stessi occhi di misericordia, di perdono. Ci vuole che chi tradisce chieda perdono e si lasci ri-amare, e chi è tradito non guardi all’errore ma all’amore e doni misericordia.

Certo poi è importante riflettere sul litigio, dialogare, conoscersi, ascoltarsi, crescere e cercar di non ripeterlo. Ma alla base c’è un amore misericordioso che guarda all’amore e non all’errore! 

Ecco amore misericordioso, che non si vive quindi solo nel confessionale, che non è solo un dogma della chiesa, ma che parte dal concreto vivere, da due sposi, dal perdono in casa tra moglie e marito, tra e con i figli, con gli amici. È importante che la riconciliazione si viva dalla casa, che fin dalle mura domestiche si utilizzi la parola “perdono”. 

Concludiamo qua, perché lo spunto crediamo sia ben ricco. Per capire al meglio questo articolo l’unico modo è litigare! Quindi buon litigio!! 

Ps. Non serve un grande tradimento, basta il piccolo litigio quotidiano.


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Occhio a quel prete, potrebbe essere bello!

Domenica prossima, domenica 25 aprile è una giornata speciale! È la giornata per le vocazioni. Ma questo articolo è per te famiglia! 

Cosa ha da centrare una famiglia con la giornata per le vocazioni? .. la solita richiesta di preghiera per le vocazioni che da sempre ci viene proposta? 

No, Noi vorremmo portarti più in là, oltre. Perché una famiglia non ha solo la preghiera da portare nella sua opera evangelizzatrice per la Chiesa nella giornata per le vocazioni. 

Nei giorni pasquali ci siamo accorti che c’è qualcosa di bellissimo che sta vicino a noi, che è complementare alla nostra bellezza di famiglia, che è immagine di Gesù: il sacerdote! 

Il sacerdote? Nooo! Come il prete? Bello il prete? Ma Il prete quello anziano, quello stanco, quello brontolone, quello che fa quella predica lunga, quello con cui fai fatica a .., quello che non ha voluto… Etc.??? 

Sì! Quel prete! Quel sacerdote!

Ma proviamo ad essere più chiari ad aprire di più le braccia perché sennò le sorelle monache chi le sente! Più che il prete, è proprio la bellezza della vocazione all’ordine, al sacerdozio che racchiude in sè una bellezza che dobbiamo saper cogliere come famiglia! Che dobbiamo amare e testimoniare! Certo forse non è semplice da vedersi, purtroppo è da tanti anni che non la vediamo quella bellezza, e quindi stanno rimanendo le vecchie guardie, a volte anziane, a volte piene di incarichi, oppure a volte troppi giovani e inesperte per parrocchie grandi. 

Nessuno di noi può negare quanto sia importante, bello, di primaria importanza aver un sacerdote che spezza il pane per noi, che trasforma quotidianamente il corpo e il vino in corpo e sangue di Cristo, che ci assolve dai peccati, che amministra i sacramenti, che ci dona parole vive di salvezza, che ha “l’incarico”, di gridare dall’altare nella veglia delle veglie: “Cristo Signore è risorto”, vinta è la morte! 

Guardatelo sotto questa prospettiva di bellezza, il consacrato è colui che per primo annuncia la Pasqua

Lui lo vive nella sua vocazione, nel suo amare Cristo sposo, ci dona parole di speranza vere. In questo tempo particolare che stiamo vivendo la Chiesa con i consacrati ha sempre parlato di speranza, ha sempre predicato Cristo vincitore e Salvatore. Quella vocazione che magari critichiamo, che magari non è come ce l’aspettiamo, che non ci dice quel che vorremo sentirci dire, è testimonianza di vita! I nostri fratelli e sorelle ordinati non appendono lenzuoli alle finestre con la scritta “andrà tutto bene”, predicano per vocazione la speranza, l’accoglienza, l’amore, la vita. Anche là dove c’è la morte, proprio là dove Cristo muore, proprio là in ogni nostra morte, fatica, difficoltà, funerale, il religioso ci raggiunge con parole di speranza, con parole che ci ridonano vita! Wow che bellezza! 

L’ordine è una vocazione che testimonia un amore bellissimo, eppure le vocazioni calano, da anni. Eppure in pochi giovani si affacciano alle porte dei conventi o dei seminari. 

Forse ci spaventa l’ordine, forse anche a noi famiglie viene chiesto di pregare per una vocazione che un po’ spaventa, che ci fa paura. Vocazione non per me, non per chi mi sta vicino. Guai ad avvicinarci a conoscere di più l’Amore, guai ad avvicinarci di più a conoscere la vita di un religioso. 

La Chiesa ci chiede spesso di pregare per le vocazioni. Noi perdonateci, ma vorremmo andare oltre: voi sposi, avete mai detto che bello fare il prete ai vostri figli? agli amici? Avete mai guardato con occhi di bellezza a quella vocazione? Non solo al fraticello di quel paese dove scorrono latte e miele perché vai in vacanza una volta l’anno e là è tutto sempre più bello. 

La vocazione del sacerdote è la vocazione all’amore grande. Se la vocazione di noi famiglie, di noi sposi, è la vocazione che testimonia concretamente nei gesti l’amore di Dio, fatto uomo e donna, comunità, chiesa piccola, chiesa domestica; la vocazione religiosa è colei che ci guida, ci aiuta a conoscere lo Sposo della Chiesa. Molte coppie hanno imparato ad amare da preti, frati e Suore, molti giovani frequentano corsi sull’amore dove ad insegnare l’amore ci sono dei consacrati. Te credo! Se Gesù è amore, e loro si consacrano all’amore grande di Gesù, qualcosa ne sapranno. O no? Eppure ci fa paura, sogniamo tutti l’amore per sempre, ma con un uomo, non con l’Amore con la A maiuscola. Quell’amore che tu sogni è lo stesso, la strada per raggiungerlo è una sola, sia che scegli la consacrazione sia che scegli il matrimonio. I conventi sono le scuole dove si impara l’amore di Gesù. Perché si studia la Parola, si prega, si vive in totale dono per la comunità, si impara il servizio, l’ascolto, si impara a fare spazio all’Amato nel cuore. La famiglia nella sua casa, è scuola di amore fatto carne, parola carne, amore fatto di gesti concreti, amore che si dona tutto, amore che genera vita. Due sposi donano i loro corpi in un gesto di amore totale, il sacerdote spezza quel pane e vino per la comunità, fondamento anche per quell’uomo e donna. 

Capite la bellezza, l’amore che si cela dietro ad entrambe le vocazioni? Vocazione al matrimonio o all’ordine. 

Quanto noi famiglie guardiamo e parliamo dell’altra vocazione raccontandone bellezza? Forse troppo poco diciamo della bellezza dei preti. E quanto forse il sacerdote racconta la bellezza del matrimonio? 

A spiegare la giornata vocazionale, ci vorrebbero non solo consacrati che dicono che è bella la loro “professione”.. (ognuno parla in genere bene della sua). Ma sposi che inneggiano all’altra vocazione, genitori di consacrati che testimoniano come il figlio si sia realizzato nell’amore, uscendo di casa per andare a conoscere Gesù l’amore vero. E viceversa, a spiegare il matrimonio e a risollevarlo dalla crisi di cui parlano i media, ci vogliono cartelli di bellezza negli oratori, coppie chiamate ad essere lampade per la comunità, non a prestare servizi come singoli alle realtà parrocchiali. 

Sarebbe bello che la giornata per le vocazioni sia celebrazione della bellezza del matrimonio, quanto dell’ordinazione sacerdotale. 

In questa domenica vorremmo sconvolgere la vostra prospettiva, chiedendovi di non affidarvi solo alla preghiera, che da se’ può valer già tutto, ma di riconoscere che anche quella vocazione è una via bella per i nostri figli. Riconoscere che è una strada che ci realizza nell’amore! Perché si impara a vivere l’amore! 

Non si può da sposi amare solo la vocazione all’amore matrimoniale, bisogna riuscire ad amarle entrambe e testimoniar la bellezza vicendevolmente. 

Non c’è solo da pregare per le vocazioni, ma da dire bene, dire il bello. 

Che bello vedere un giovane che ha sentito la chiamata di avvicinarsi di più a conoscere l’Amore, che non è rimasto fermo al bar ad attendere che entrasse dalla porta, ma gli è corso incontro. 

Abbiamo tanti amici poi che nel cammino di discernimento in postulato hanno riconosciuto che erano fatti per un amore più esclusivo e hanno fatto un passo indietro, son tornati a casa. Ma son tornati a casa, capaci di amare! 

Domenica non preghiamo solo perché qualcuno bussi al seminario, ma accogliamo la bellezza di quel consacrato, dono per noi, e testimoniamo la sua vocazione all’amore. 


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Rilanciàti, confessandoti nell’amore!

In questo tempo di quaresima la Parola del giorno ci ha accompagnato con dei brani legati al perdono (la donna adultera, la parabola del servo spietato, il perdono delle offese). Ma cos’è questo perdono? Come si vive il perdono in coppia? E visto l’avvicinarci alla Pasqua e l’invito della Chiesa a confessarci: cosa ne facciamo della confessione? Come la viviamo? Cos’è questo grande sacramento, questo per-dono che riceviamo? 

Ricordiamo che in una penitenziale ad Assisi tanti anni fa, ci spiegarono di iniziare la confessione dicendo al confessore, tre motivi per cui ringraziare Dio e dopo iniziare con l’elenco infinito di marachelle combinate negli ultimi 150 anni dall’ultima confessione. 

Perché quei tre grazie? ..seguiteci:

Spesso la confessione, è un elenco, una lista della spesa, o un vomito di quanto si è fatto di sbagliato, un racconto di ciò che si vive male, di come vanno le cose in famiglia, al lavoro, coi figli o soprattutto con il coniuge. Modalità che svuota, che ci fa uscire più leggeri dal confessionale. Ma non basta! La confessione ci deve rilanciare nell’amore. La confessione che scarica i sassi, non è una sorgente di vita, ma è mettere quiete nella coscienza. 

Se la sorgente del perdono è l’amore infinito, nel confessionale dovremmo domandarci: come ho risposto all’Amore di Dio? All’amore di mia moglie? All’amore di chi mi sta accanto, del prossimo incontrato per strada, al lavoro.. come ho risposto all’amore che ho ricevuto? 

Nella confessione mi devo misurare su quale amore ho ricevuto. Mi sto rendendo conto di quanto amore Dio mi sta donando?

Proviamo a spiegarla in altro modo, a guardarla da un’altra prospettiva. Cos’è il peccato? Il peccato è il non-amore. È l’amore non riconosciuto. Quando non mi accorgo che mia moglie mi sta amando, che ha fatto quella cosa per me, che ha cucinato per me. Quando non vedo gli sforzi, i sacrifici di mio marito per me. Lì si inserisce il peccato. Non sono quindi le cose fatte o non fatte ad essere peccato, ma il non-amore, o il poco amore. Il peccato è la risposta che NON abbiamo dato all’amore. Non è il litigio con mia moglie ad essere peccato, ma il non averla amata per quanto lei mi ha amato, da cui è scaturito un mio non-amore che ha generato il litigio. 

È diverso! È bellissimo questo cambio di prospettiva! 

Se noi riconosciamo che l’altro ci ama e ha fatto quelle cose per noi, per amore, con amore, nell’amore, noi rincorreremo l’amore verso l’altro cercando di amare di più. Confessando non il peccato, non lo sbaglio fine a sè stesso. La confessione allora non sarebbe uno sganciare acqua nel confessionale come dei canader su un incendio, ma sarebbe un confessare che non siamo riusciti ad amare l’altro rispetto a quanto lui ci ha amato. Questo gareggiare nell’amore, (Rm 12,10) questo accorgersi che l’altro mi ama, con le sue forze, con ciò che ha, mi fa vedere la mia mancanza come un voler correre ad amare di più, un voler dare una risposta d’amore, all’amore ricevuto. 

Attenzione a non misurare o pesare l’amore ricevuto, riconosciamo solo che c’è, e basta! Ci è già difficile spesso, solo riconoscerlo! Riconoscere di essere amati e lasciarci amare.

Proviamo ad essere più chiari. Se uno ti paga oggi il caffè, domani vorrai ricambiare. Se uno ti paga una cena, vorrai ricambiare. Se ti accorgi che tua moglie compie quei gesti d’amore, vorrai ricambiare con altri gesti d’amore. 

Non confesso il mio peccato verso la moglie, e siamo apposto, e mi son tolto un peso. Ma riconosco il suo amore e allora provo ad uscire dal confessionale rilanciandomi-rilanciato. 

Portiamo nel confessionale la concretezza delle nostre mancanze di amore. E portiamo fuori dal confessionale il nostro riconoscere il non-amore rilanciato. Perché fuori? Perché l’amore lo rincorriamo con gesti concreti. La nostra confessione di non avere amato non è da fare solo davanti a Gesù, ma da far vivere nelle mura domestiche dove viviamo, dove viene vissuto l’amore sponsale. È fuori che lo rincorro, lo vivo. Dentro, di fronte al Padre chiedo la misericordia, la forza, di un amore più grande, ma fuori la metto in gioco!

Chiedere la misericordia nella confessione è quindi riconoscerci amati. Riconoscere l’amore per confessare il peccato. È solo la contemplazione dell’amore concreto, infinito, dell’eucarestia che fa scoprire la grandezza dell’amore che il Signore ci offre con il sacramento del perdono. Per capire la grandezza del perdono devo rifarmi ancora a quel corpo dato per amore: solo quello mi fa capire perché Gesù vuole arrivare a darmi anche l’abbraccio misericordioso.

Se non riconosciamo l’amore datoci dall’altro, il nostro chiedere perdono può diventare un semplice modo educato per chiedere scusa. Bello, segno di educazione, di riconoscere l’errore, ma non segno dell’amore che mi rilancia ad amare. 

La sorgente del perdono è sempre l’amore ricevuto e accolto da Gesù. 

Potremmo concludere qua. Ma torniamo con voi a dar senso e spiegazione a quei “tre grazie” con cui ci hanno insegnato ad iniziare la confessione. Ora vi è più facile capire il loro significato. Quanto possono agire in noi, nel nostro porci davanti a Dio nel confessare il nostro peccato. Dire “Grazie”, riconoscere l’amore infinito di Dio, i suoi doni, il dono della vita, il dono della famiglia, dello sposo, dei figli, ci fa iniziare a parlare a Lui, non elencando quanto si è fatto, ma come non si è risposto all’infinita sua bontà, e all’uso che abbiamo fatto dei suoi doni. Quel sentirci peccatori in debito verso l’Amore vero ricevuto, ci fa vivere la confessione con sincero pentimento, ed il sacerdote con il suo abbraccio benedicente ci rilancia nella corsa all’amore.

Chiudiamo con queste parole del profeta Geremia: “Peccatore, ti ho amato di amore eterno, per questo ho pietà e misericordia”.

Buona confessione!


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Canta dall’Ariston: mio marito!

Leggendo le letture che ci hanno accompagnato la scorsa settimana ci siamo accorti che c’era una parola che si ripeteva: Ascolto. Che bello! La Parola che ci guidava all’ASCOLTO, che ci dice che abbiamo gli strumenti per vivere una vita buona, una vita che profuma di santità, una vita che sa di salvezza, una vita che porta frutto.

È una Parola che la Chiesa ci dona in questo tempo di preparazione alla Pasqua, una Parola che è guida nel cammino; come dei cartelli stradali che giornalmente vediamo percorrendo il sentiero verso quel monte, dove l’amore prende la forma di una croce, dove l’amore prende la forma di due braccia aperte che ci accolgono e si gettano al nostro collo, dove l’amore diventa totale

Vediamo i “cartelli” di settimana scorsa:  

Martedì 02/03 Isaia 1,10.19 ..”Ascoltate la parola del Signore,..” …“Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra..”

Mercoledì 03/03 Geremìa 18,19   ..”Prestami ascolto, Signore..”  ..  – Mt 20, 17..”mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro”

Giovedì 04/03 Vangelo Luca 16, 29,.31 ..”Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.”.. “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».”

Sabato 06/03 Vangelo Luca 15,1 “In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.”..

Il cartello che vediamo ripetersi è: “Ascolto”, “Ascolta”, “Ascoltate”, “se ascolterete”, “ascoltino”.. è quello Shemà Israel, primo comandamento per il popolo di Israele, “… Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore (Mc 12,29).

Perché vi sottolineamo questo ASCOLTO? Proviamo ora a leggere quei cartelli, come se si rivolgessero a noi coppia, alla nostra vita di sposi, toccando nel concreto della casa domestica la nostra relazione duale di ascolto. È presente fra noi sposi, tra me e te questo cartello, questa parola? Sicuramente è presente e concreta verso i figli: quante volte gli diciamo “non mi ascolti?”, “ascoltami”, sperando o pretendendo che ci ascoltino? Il nostro chiedere ascolto ai figli se ci pensiamo è proprio specchio di quell’indicazione, di quell’ascolto che anche noi dovremmo prestare al Padre, ma che come i nostri figli magari non diamo. 

Ma quello che ci interessa, e torniamo li, è l’ascolto che dai a tua moglie, a tuo marito. Quell’ascolto fra mille rumori e cose da fare, in uno spazio di tempo ridotto. Quando si rientra a casa dopo il lavoro, oppure prima, dopo, durante cena. Quanto tempo è? Fermati ora a pensare: ascolto mia moglie? Ascolto mio marito? ….

Magari l’ascolti mentre giochi coi bambini, magari mentre dai la pappa al più piccolo o mentre cerchi di ascoltare i suoi bisogni o mentre gli parli. Magari tua moglie che parla ed ascolta mentre controlla tre pentole e prepara le verdure. È questo l’ascolto che ti è chiesto? Forse diamo maggiore ascolto alle notizie del telegiornale, o alle canzoni di San Remo!! ma a tuo marito? A tua moglie? Quanto e quale ascolto dai?

Vi lanciamo ora anche un parallelismo, riprendendo quella Parola dalla quale siamo partiti, elevando la bellezza dell’ascolto tra marito/moglie, all’ascolto della Parola di Dio: se la domenica mattina ascoltassimo la Parola, giocando con nostro figlio, cucinando su tre fornelli, guardando il telegiornale sul cellulare in chiesa. Cosa rimarrebbe in noi di quell’ascolto ? Di quella Parola di Dio? Di quella omelia? 

Certo in casa ogni sera la dinamica della vita domestica non può essere quella della domenica mattina in chiesa. Ma è bellissimo pensare che l’ascolto che dovremmo mettere tra me Stefano e Anna Lisa sia più importante dell’ascolto che mettiamo a messa la domenica, o alla riunione di lavoro, o col cliente, o coi figli, o con gli amici, o alla partita in televisione. Capite che ascoltiamo meglio, più attenti altre voci che ci circondano e riduciamo l’ascolto dell’amato ad un momento secondario. Ancora mi ridomando: Io come ascolto mia moglie? Ci sembra doveroso e bello sottolineare come è primario l’ascolto vero! Fatto con calma e disponibilità! Mente libera! Cuore aperto verso l’amato!

Che bello pensare che quei cartelli “Ascolta” a bordo strada in questa quaresima, non siano per dirci solamente di ascoltare la Parola di Dio, di ascoltare quel Compagno di viaggio che ci indica la strada, ma siano lì per ricordarti che su quel sentiero verso la Pasqua sei con il tuo sposo, con la tua sposa, e quindi ascolta lui, camminate dialogando tra di Voi, donandovi del tempo di ascolto speciale tra voi.  Segna sulla tua agenda: omelia= ascolto della moglie! Oppure: canta dall’Ariston, mio marito! Oppure: Telecronaca di mia moglie! Oppure: moglie = riunione col capo!.. (Forse questo è vero.. )

Affinché il nostro matrimonio, il tuo matrimonio arrivi alla Pasqua, arrivi su quel promontorio dicendo:  Wow! Buona Pasqua! Che bello il nostro matrimonio! Che bello essere risorti di un amore vero! 

Donati dell’ascolto, donati del dialogo speciale a tre, te, il tuo sposo e lo Sposo. Te, l’amato e l’Amore!

Innanza il tempo e i gesti che compi ogni sera in casa col tuo sposo, ai gesti che compi la domenica in Chiesa; mettici la stessa cura, la stessa attenzione. Solo così vivrai la Chiesa domestica,  vivendo in casa l’Eucarestia, vivendo in casa la sera l’ascolto, vivendo in casa il perdono, vivendo in casa la bellezza di quell’amore che è dono totale.

Is 1, 18-19  “Su venite e discutiamo”, dice il Signore. “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve, se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra”. 

Buon cammino in Ascolto! 

Anna Lisa e Stefano #Cercatori di bellezza

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Deserto o Metro?!

Siamo entrati nella prima settimana di quaresima, tempo ricco di appuntamenti per i Cristiani..(esercizi spirituali, messe, adorazioni, via crucis..). La nostra amata Chiesa, che tanto ringraziamo, ci lancia tante proposte in questo tempo per metterci in ascolto dell’Amato. Al punto (e non è una critica verso la Chiesa) che più che nel deserto, di cui si parla tanto, sembra di vivere in un corridoio della metropolitana, pieno di schermi pubblicitari che ti lanciano inviti, iniziative. (Santa grazia !! – fossero davvero piene di questi annunci le metropitane e le televisioni)

E invece cos’è il deserto? Perché andarci? Perché entrare in quaresima? Per vivere le tante belle iniziative di ascolto della Parola? Per pregare di più? La Sacra Bibbia in Osea 2,16 ci dice: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.Lui ci attira, Lui ci conduce, Lui ci parla. Bellissimo! Non siamo noi ad iniziare la quaresima ma è Lui che vuole vivere un tempo con noi! È Lui che ci invita, a metterci in ascolto, è Lui che vuole parlare al nostro cuore, vuole amarci! Il deserto è il luogo in cui Gesù va per incontrare il Padre, per incontrare l’amore, l’amato.


Cosa vuol dire questo per una famiglia? Con chi andare nel deserto? E chi incontrare? La bellezza è di poter andare nel deserto con l’amato e incontrare l’Amore. Un nostro carissimo frate, durante un periodo di accompagnamento, ci fece fare memoria di questo passaggio, che oggi vi riportiamo applicato alla coppia di sposi: il primo amore è Gesù, ma unico amore è la sposa, lo sposo. Ecco allora che bisogna forse prepararsi ad entrare in questo deserto, ricordandoci che noi sposi ci incamminiamo in due! Rispondiamo al suo invito di vivere la quaresima insieme al nostro sposo, con il nostro sposo.


In concreto: è importante prendersi una serata per stare insieme noi due, con la televisione spenta, con il ferro da stiro staccato, con le menti libere, senza distrazioni , e si.. anche senza bambini, per poter ascoltare l’amato sposo, l’amato sposa, per guardarlo negli occhi, come se nel deserto ci fossimo veramente tu ed io, e Lui e nessu’altro.


Spesso si rischia tra le coppie praticanti di vivere una quaresima nella metro, scrivendo in agenda tutti gli impegni della vita della Chiesa, magari incrociando gli appuntamenti della parrocchia con quelli del convento dei frati, con quelli del Papa, e con gli appuntamenti anche diocesani del vescovo; andando così nel deserto, una sera dopo l’altra, restando sintonizzati solo sul “fare” attirati dalla pubblicità, non lasciando spazio allo sposo! La nostra vocazione ci chiede di ascoltarci per ascoltare insieme l’Amore! Allora vi e ci auguriamo una Buona quaresima, un tempo bello, non per togliere ma per lasciare spazio alla cura, non per riempire le sere ma per rallentare il correre quotidiano, per crescere nell’attenzione, nei gesti d’Amore verso il nostro unico sposo e sentirsi amati dalla testa (con le ceneri) ai piedi (con la lavanda). Un buon deserto (in due)! O per la precisione in Tre!

Anna Lisa e Stefano #cercatori di bellezza

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