L’abbraccio del perdono

Abbiamo appena ascoltato le testimonianze di Felicité, Isaac e Ghislain, che vengono dal Burkina Faso. Ci hanno raccontato una storia commovente di perdono in famiglia. Il poeta diceva che «errare è umano, perdonare è divino». Ed è vero: il perdono è un dono speciale di Dio che guarisce le nostre ferite e ci avvicina agli altri e a lui. Piccoli e semplici gesti di perdono, rinnovati ogni giorno, sono il fondamento sul quale si costruisce una solida vita familiare cristiana. Ci obbligano a superare l’orgoglio, il distacco e l’imbarazzo a fare pace. Tante volte siamo arrabbiati tra di noi e vogliamo fare la pace, ma non sappiamo come. E’ un imbarazzo a fare la pace, ma vogliamo farla! Non è difficoltoso. E’ facile. Fai una carezza, e così è fatta la pace!

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Per noi cristiani non è solo così, o non dovrebbe esserlo. Don Carlo Rocchetta, sacerdote in prima linea nel sostenere le coppie di sposi,  dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento per abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Non solo siamo razionali, siamo spesso tremendamente orgogliosi. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo, che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo, che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale, che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Il Papa parla di fare una carezza. Va benissimo. E’ comunque rompere il muro che divide e ritrovare un contatto fatto di tenerezza. Il gesto che più manifesta il perdono è però l’abbraccio. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Queste realtà non le può insegnare un libro. Anche bello e interessante come quello di Rocchetta. Il libro può solo confermarle. Queste dinamiche dell’amore si possono comprendere solo vivendole, solo facendone esperienza. Quanti musi lunghi i miei primi anni di matrimonio. Poi, pian piano, se ci si abbandona, l’amore ti educa e ti cambia. In questi tanti anni le nostre crisi non ci hanno allontanato, ma al contrario, ci hanno unito sempre più. Già, perchè ora abbiamo un bagaglio di vita, fatto di tanti perdoni che ci siamo donati l’un l’altra. Tanti momenti in cui abbiamo fatto esperienza dell’amore gratuito e misericordioso. Questo bagaglio è prezioso e ci permette di fare subito la pace. Sì, perchè anche se in quel momento il nostro sposo (sposa) ha sbagliato, ci ha magari anche ferito, abbiamo una memoria, una storia di bene. Basta fare memoria di tutte le volte che siamo stati noi a ferire e siamo stati perdonati. Facendo memoria di questo il rancore scompare e quella carezza che il Papa ci chiede di fare diventa non solo facile, ma l’unico nostro desiderio in quel momento.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

 

 

 

Annunci

Sposi sacerdoti. L’amato mio è per me un sacchetto di mirra. (27 articolo)

Abbiamo terminato il precedente articolo con il parallelismo tra l’amore degli sposi del Cantico e il gesto di Maria, sorella di Marta. Gesto con il quale Maria ha cosparso Gesù con il nardo. Parallelismo che ci ricorda che l’amore matrimoniale ci prepara alle nozze eterne con Cristo. Il modo in cui Maria ama Cristo deve essere bussola per noi sposi. Amando il nostro sposo (sposa) ci prepariamo ed impariamo ad amare Cristo nell’eternità. Ci stupiamo della bellezza di Gesù quando ci stupiamo  della bellezza l’uno dell’altra. Contempliamo la meraviglia di Gesù quando contempliamo la meraviglia l’uno dell’altra. Incontriamo Gesù quando lo intravediamo nell’altro/a. Capite ora perchè i gesti d’amore tra gli sposi sono veri gesti sacerdotali?  Torniamo ora al Cantico.

L’amato mio è per me un sacchetto di mirra,
passa la notte tra i miei seni.
14L’amato mio è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.
15Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe.

L’amato mio è per me un sacchetto di mirra, passa la notte tra i miei seni.

Questo passaggio è da spiegare. All’epoca le donne erano solite portare al collo un sacchettino con della mirra. Un sacchettino che quindi scendeva fino al seno. Questa immagine è molto eloquente. Un’altra essenza. Un altro profumo. Un amore che richiama la passione. Richiama il seno e quindi una parte del corpo femminile che accende l’eros dell’uomo. Profumo che inebria e incendia di passione l’uomo. Amore sensibile e carnale. Il desiderio è in crescendo. Un desiderio casto, un desiderio non generato dalla concupiscenza e dalla spinta a possedere, ma dalla profonda scoperta della meraviglia dell’altro. Desiderio che nasce nel cuore e si svela nella geografia del corpo. Un’immagine che richiama la fecondità dell’amore. I seni nutrono la vita generata da quel noi. E’ un richiamo forte a nutrire l’amore. Ogni volta che ci si dona l’uno all’altra c’è fecondità. Non solo quando si genera nuova vita biologica, ma anche quando si genere nuova vita amore. Quando si cresce nella capacità di amarsi e di amare.

Un’ultima annotazione su questa parte del testo. Don Carlo Rocchetta traduce quel Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! in quanto sei incantevole.

Questa traduzione esprime molto meglio la percezione dello sposo. Tutti noi uomini, credo, possiamo identificarci in questa traduzione.

Quanto sei incantevole è un aggettivo molto più soggettivo. Non importa se non sei poi oggettivamente così bella. Se hai difetti, se hai inestetismi. Se hai qualche chilo di troppo, magari. Sei incantevole per me. Mi fermo ad ammirarti. Mi fermo e resto rapito dalla tua persona. Sei piena di grazia e di fascino per me. Questa è la traduzione che meglio può esprimere quanto sta accadendo tra i due sposi del Cantico e nella quale tutti noi possiamo riconoscerci. Guardiamo la nostra sposa con questo sguardo. Facciamola sentire la più bella di tutte per noi.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo

Non evitate il confronto

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali. Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ spesso causa di tensione e di sofferenza a volte. E’ una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via.

Spesso succede qualcosa di diverso. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere.

Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Antonio e Luisa

 

L’alfabeto degli sposi. T come tenerezza.

Tenerezza insieme a misericordia sono le due parole, o ancor meglio, i due concetti più ripresi da Papa Francesco. Riporto due sue riflessioni tra le tante, molto significative:

Tenerezza! Ma il Signore ci ama con tenerezza. Il Signore sa quella bella
scienza delle carezze, quella tenerezza di Dio. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell’amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza! Queste sono due maniere
dell’amore del Signore che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più
piccole: con la tenerezza. E questo è un amore forte, perché vicinanza e tenerezza ci
fanno vedere la fortezza dell’amore

e in un’altra occasione:

il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe

Queste due riflessioni, condivise in momenti diversi, sono molto significative, perchè aiutano a comprendere la tenerezza nelle sue componenti costitutive e profonde che abitano il cuore dell’uomo.

Prima di proseguire, è importante definire la tenerezza. Quale realtà si intende con questa parola tanto abusata? Rispondo con le parole di don Carlo Rocchetta, penso il maggior esperto vivente, che nel suo libro Teologia della Tenerezza scrive:

Il sentimento della tenerezza ci è dato come un ricco potenziale di sensibilità, volto
all’accoglienza e al dono, allo scambio amicale e all’amabilità, ma esige di essere
incanalato nella giusta direzione, in risposta al disegno di Dio sulla nostra vita e sul
mondo.
Vivere l’esistenza con tenerezza non è dunque un dato scontato: suppone un cammino e richiede una disciplina. La tenerezza ha bisogno di incontrarsi con la ricerca della maturità e viceversa. L’una sostiene l’altra e la manifesta. Solo assumendo la tenerezza in un’ottica di questo genere è possibile evitare il pericolo di viverla come una compensazione affettiva o un’acquiescenza ai vuoti del cuore umano, oppure ridurla a dipendenza psicologica o strumentalizzarla a fini di potere sull’altro/a da sé”

Si può quindi dire che la tenerezza, prima che un sentimento, è uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso, e quindi, ci permette di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro/a ed instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il mio corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non ho un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riuscirò ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è quindi sicuramente educarmi a vedere il mio corpo come qualcosa non di estraneo all’anima, ma qualcosa che ne è strettamente legato. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con la mia sposa desidererei essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Mi porto dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso mi rendono molto difficile aprirmi totalmente a lei. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altra e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarmi ad essere finalmente capace di accoglierla in me e di darmi a lei in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Io e Luisa abbiamo vissuto questo. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità. Pensateci bene. Spesso le persone che più si spogliano, che più hanno violentato il pudore e che vivono rapporti disordinati e occasionali sono quelle che faticano maggiormente a svelare la profondità della propria anima alle altre persone. Sono quelle che vestono maschere e armature per difendersi e per la paura di mostrarsi nell’intimo del proprio cuore. E’ una drammatica disarmonia tra cuore e corpo che provoca sofferenza e chiusura.

Il matrimonio non è così. Grazie alla tenerezza ho imparato a guardare la mia sposa con occhi che amano, rispettano, valorizzano e accolgono. Non c’è paura, non c’è prevaricazione, non c’è violenza. Per questo c’è la libertà di essere ciò che siamo, senza paura di giudizio o di abuso da parte dell’altro/a. Qui c’è l’armonia di chi si sente di mostrarsi nudo nel corpo solo dopo essere riuscito a denudarsi nell’anima. Sembrano concetti astratti, ma sono al contrario molto concreti. Non c’è vergogna perchè non c’è giudizio, ma solo accoglienza. Davvero ci si sente liberi di mostrarsi nudi come solo lo sguardo di Dio consente. Neanche nella mia famiglia di origine sono mai stato tanto libero nel mostrarmi con tutti i miei difetti e tutte le mie fragilità. San Giovanni Paolo II dice che il matrimonio è una relazione redenta che consente di tornare alle origini, dove uomo e donna non sentivano la necessità di coprirsi, come invece accadde dopo la rottura del peccato originale. Linguaggio figurato per dire che ciò che ci impedisce di essere liberi è il peccato e la concupiscenza.

Ho parlato di fragilità, si perchè, come dice Papa Francesco nella seconda riflessione che ho riportato, la tenerezza si nutre delle piaghe del fratello e della sorella. E’ proprio lì dove lei è più debole, dove la mia sposa fa più fatica ad accettarsi che io devo amarla e curarla con il mio amore tenero. Giusto ieri sono tornato a casa alla sera, stanco morto. Ho trovato la casa in uno stato pietoso e lei che desolata si dispiaceva del fatto di non essere stata abbastanza brava nel pensare a tutto. Non ho più badato alla mia stanchezza, ma alla sua fragilità di quel momento, e mi sono impegnato per sostenerla ed aiutarla. Bastava un attimo per accendere un litigio. Stanco e nervoso io, stanca e desolata lei. Bastava una parola di troppo. Invece quel momento è diventata occasione di comunione e sostegno. Un amore tenero vissuto nel servizio vicendevole, E’ stato molto bello.

Per concludere si può affermare che la nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio, e di conseguenza,  che la tenerezza porta all’intimità con Dio e che Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Antonio e Luisa

 

 

 

L’alfabeto degli sposi. Q come quoziente matematico. (La regola di Rocchetta)

Questa riflessione l’avevo già abbozzata circa un anno fa. Voglio ora riprenderla e cercare di approfondirla meglio. Riflessione che parte da un’intuizione molto interessante di don Carlo Rocchetta e che potete leggere nel suo testo Teologia del talamo nuziale.

A chi mi accusa di voler codificare con delle regole quella realtà molto personale che è la relazione sponsale darò ora motivo per scandalizzarsi ancora di più. Esiste una rappresentazione matematica, sul piano cartesiano, che può dirci e rivelarci come sta il nostro matrimonio. E’ un indice che può mostrarci in modo quasi scientifico la qualità della nostra relazione. Come ogni rappresentazione grafica di questo tipo abbiamo bisogno di valorizzare due incognite che possono assumere un valore positivo o negativo. L’incognita x, quella misurata sull’asse delle ascisse, rappresenta quanto si è aperti e quanto ci si dona all’altro/a. Rappresenta la tenerezza verso l’altro. Più si vivrà intensamente e autenticamente un amore che si fa tenerezza, cura, attenzione e dono  nei confronti dell’altro e più il valore x sarà positivo e alto. Il contrario della tenerezza è la passione. Passione intesa in senso negativo, come purtroppo è spesso intesa e vissuta oggi. Passione come ripiegamento su di sé e sulla ricerca del piacere. Sull’appagamento di pulsioni che ci trasforma in marionette incapaci di controllarsi. Persone incapaci di donarsi perché non padroni di se stesse. Passione che diventa uso dell’altro e non dono all’altro di se stessi. Tante relazioni finiscono quando finisce la passione. Così dicono molti. Un modo carino per dire che dall’altro non si ricava più piacere e come una scarpa vecchia lo si getta e lo si cambia con chi ci può soddisfare meglio. Tutto è incentrato su di sé. Esattamente il contrario dell’amore autentico. La tenerezza è l’attrazione verso l’altro che si fa donazione di sé. La passione è l’attrazione che si fa egoismo, di chi vuole prendere all’altro.  La tenerezza è sguardo che dà valore, la passione è sguardo che vuole rubare e impoverire l’altro. Don Carlo va oltre. Ci spiega che, perché l’intimità sessuale sia vissuta bene e sia nutrimento per l’unione degli sposi, serve che abbia una estensione orizzontale verso la tenerezza (x) e un’estensione verticale (y)  verso l’amore oblativo, verso l’agape, verso l’intimità con Dio Trinità, che costituisce il fondamento di ogni matrimonio sacramento.  Perché un matrimonio sia sano, vissuto nella gioa e nella verità, dobbiamo impegnarci affinché la nostra curva dell’amore sia protesa verso il massimo della tenerezza e il massimo dell’intimità con Dio.

Copy of Copy of Copy of Copy of Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Ca (12)

Penso che ognuno possa verificare nella propria vita l’esattezza di una nuova legge matematica. Dopo la regola di Ruffini ecco ora la regola di Rocchetta (scherzo ma non troppo). Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio (in quanto appartenenti alla Chiesa siamo sposa di Cristo) crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

Alla fine l’amore è tutta questione di chimica, anzi, di matematica, non è vero che dipende dai sentimenti che non controlliamo e a cui siamo sottomessi. Se ci impegniamo a mantenere la nostra curva dell’amore protesa verso la tenerezza dell’uno verso l’altra in ogni situazione della nostra vita insieme e se ci affidiamo alla Grazia di Dio, il risultato sarà sempre positivo e non rischieremo di fallire la missione più importante che Dio ci ha affidato: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

 

I pericoli vanno compresi.

Quali sono i rischi da cui due sposi devono guardarsi per evitare che la loro relazione sia causa di sofferenza, solitudine, incomprensione e divisione?

Secondo don Carlo Rocchetta sono essenzialmente tre. Cercherò di scrivere una breve riflessione per ognuna di esse.

Una breve puntualizzazione. Don Carlo non cita tra le cause la mancanza di preghiera e dei sacramenti per una semplice ragione, almeno secondo me. La preghiera e i sacramenti, come già più volte scritto, non sono magie di Dio. La preghiera e i sacramenti ci aiutano ad entrare in relazione con Gesù, ad aprire il cuore e nel caso dei sacramenti anche a riempirlo dello Spirito Santo effuso. Non è una magia, ma una trasfigurazione delle nostre doti del cuore e del corpo. Una realtà invisibile che trova espressione e una reale utilità e concretezza solo se vissuta e accolta nel cuore e attraverso il corpo.

  1. Non c’è più tenerezza tra gli sposi.
  2. quando il fare prende il sopravvento sull’essere.
  3. quando i coniugi non si sentono amati l’uno dall’altro.

Nelle nostre preghiere di ogni giorno dobbiamo chiedere proprio questo. Non solo dobbiamo impegnarci giorno dopo giorno per viverle con tutta la nostra umanità, con il nostro cuore e il nostro corpo. Dobbiamo dare tutto. Solo così lo Spirito Santo potrà fare la differenza nella nostra relazione.

Non c’è più tenerezza tra gli sposi.

La tenerezza non è un optional. Non serve nascondersi dietro scuse. Tutti possono parlare questo linguaggio se si impegnano, se si educano e se lo chiedono a Dio. La tenerezza è il linguaggio d’amore degli sposi. Senza tenerezza gli sposi si parlano, ma non dialogano. I cuori degli sposi diventano sconosciuti e pian piano tutto muore. Quella che doveva essere gioia ed epifania dell’amore trinitario si trasforma in un freddo rapporto tra persone che hanno interessi comuni che possono essere la casa, i figli, ma nulla più. Si perde la capacità di parlare per raccontarsi e per aprire il cuore. Si finisce per parlare solo di ordinarietà, di cibo di impegni e di tutte queste cose importanti, ma che rimandano ad una relazione superficiale che non scalda e non unisce. Manca di intimità e di unità.

Chiediamo a Dio di darci la capacità di parlare questo linguaggio per non perdere mai il fondamentale desiderio di donarci e accoglierci a vicenda.

Quando il fare prende il sopravvento sull’essere.

Tutti noi facciamo tanto. Lavoro, impegni, figli, spesa, casa. Non c’è tempo. Servirebbero giorni di 30 ore. Siamo una generazione multitasking più per necessità che per scelta. Questo non è di per sè un pericolo. Lo diventa però quando non si è più capaci di comprendere perchè facciamo così tanto. Abbiamo investito tutto sul nostro matrimonio e probabilmente se facciamo così tanto è proprio per viverlo al meglio, in pienezza. Col tempo il fare può soffocare però la relazione. Marta uccide Maria. Non c’è più tempo. Chiediamo a Dio la capacità di rinunciare a qualcosa per il nostro matrimonio. Rinunciare a quel lavoro, a quell’opportunità in più, ad avere una casa perfetta per nutrire la relazione. Aiutaci ad essere liberi per poterci amare. Non serve avere la bella casa, un conto a cinque zeri in banca e poi avere fallito una delle poche cose che ci porteremo oltre la morte: la nostra risposta alla vocazione all’amore.

Quando i coniugi non si sentono amati l’uno dall’altro.  

Questo pericolo è legato ai primi due. Ne è forse una sintesi.

Quante volte ci incrociamo con la nostra sposa o il nostro sposo ma non ci incontriamo. Quante volte facciamo altro invece di ascoltare e dialogare col nostro coniuge. E’ vero abbiamo tutti tante cose da fare e a cui pensare. Abbiamo il lavoro, la famiglia, i bambini e tutto il resto. Il mondo in cui viviamo è terribile da questo punto di vista. Non riusciamo a fermarci. E anche quando siamo a casa siamo distolti dall’attenzione dell’uno verso l’altra. Trovare un momento in cui parlare diventa davvero complicato e spesso, lo dico con sincerità, non ne abbiamo neanche voglia.

Consideriamo quel poco tempo libero nostro, un tesoro da non dividere con nessuno. Questo è molto triste. Dialogare con il nostro sposo/a non dovrebbe mai essere considerato tempo perso, ma al contrario è una grande occasione per amarlo, per far crescere e maturare quell’intimità, quella complicità, quel voler bene che sono ciò che dà sapore al rapporto. Ascoltare la propria moglie o il proprio marito mentre si apre, esprime le proprie paure, gioie, difficoltà, sofferenze, gratitudine e mostrare interesse, compassione (patire con) condivisione è grande. Sono quei momenti che saldano un rapporto più che mai e riempiono il cuore.  E invece noi magari passiamo ore sui social a parlare con persone che neanche si conoscono bene e trascuriamo nostra moglie e nostro marito. Chiediamo a Dio la capacità di non far mai sentire solo e non amato il nostro coniuge. Esserci quando ha bisogno di una parola, di una carezza o semplicemente una presenza attenta.

Antonio e Luisa

Nel loro abbraccio rivive l’Eden.

Alda Merini, immensa poetessa scrive:

Ci si abbraccia per ritrovarsi interi.

Questo sei parole sono vere, sono di una profondità e autenticità comprensibili solo a chi ne ha fatto esperienza. L’abbraccio è meraviglioso. L’abbraccio è linguaggio del corpo, è liturgia degli sposi. La mancanza di carezze e abbracci rivela  grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono causa ed effetto, in un circolo vizioso, della mancanza di tenerezza e dialogo tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per chiunque lo abbia sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla/o stretta a sè, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

La Chiesa ci insegna che Dio Trinità è amore. Solo un Dio uno e trino, che non è solo, ma che vive di relazione tra le tre persone può essere amore, perchè l’amore può esistere solo nella relazione. Senza relazione anche Dio non potrebbe essere amore ma solo potenziale capacità infinita e perfetta d’amare. Anche noi sposi siamo profezia e manifestazione dell’amore di Dio non nelle nostre persone, ma nella nostra relazione. L’abbraccio (ripeto anche l’amplesso è un abbraccio)  diviene una delle vie fondamentali per esprimere l’amore e la Grazia del nostro sacramento che in creature incarnate come noi si esprime attraverso il corpo.

Quando in una coppia non si avverte più il desiderio di abbracciare l’altro/a è il momento di darsi da fare perché significa che il rapporto è malato o ferito. Prima si risponde a questo importante campanello d’allarme e più semplice sarà recuperare e dare nuova linfa e nutrimento a una relazione che sta morendo ma che non è ancora malata terminale, e con un po’ di impegno può tornare meravigliosa e florida. Siamo spiriti incarnati e se non desideriamo il contatto fisico, ancor prima dell’unione fisica,  con il nostro sposo significa che anche nel cuore quell’unione  non è solida  (anche se momenti brevi di aridità possono essere “normali” e dovuti a fattori esterni alla coppia).

Termino con una citazione di Rocchetta, che su queste realtà e maestro e profeta:

Ogni qualvolta marito e moglie si abbracciano,amandosi, accade un miracolo, nel loro abbraccio rivive l’Eden e l’Eden si fa dono di Grazia per loro

L’abbraccio come momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

Antonio e Luisa

 

Amoris Laetitia: inno alla tenerezza sponsale

Entro questo contesto si pongono le linee di spiritualità della tenerezza che emergono dall’AL.

Mi limito a enumerarne sei:

  • la tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale;
  • la tenerezza nuziale come maturità affettiva;
  • la tenerezza nuziale come relazione intima;
  • la tenerezza nuziale come fecondità amante;
  • la tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore;
  • la tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

  1. La tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale

 

Sposarsi “nel Signore”, significa essere posti nella nuzialità del Cristo-Sposo con la Chiesa-sua-Sposa e accettare di ri-sposarsi ogni giorno, riscegliendosi e ri-innamorandosi a ogni stagione della vita.

Il sacramento delle nozze costituisce un grande viaggio: un viaggio che sgorga da Dio-Trinità-di-Amore, si modella su Dio-Trinità-di-Amore e va verso Dio-Trinità-di-Amore.

Un viaggio da costruire giorno per giorno: non è stasis, ma ex-stasis.

Di qui l’urgenza di presentarlo, come spiega AL,

come un cammino dinamico di crescita e di realizzazione,

e non un peso da sopportare” (AL 37).

Presentare dunque l’ideale del matrimonio in tutta la sua bellezza e grandezza, ma fare tutto questo con grande umanità e con la pazienza di un percorso che esige una sua gradualità.

Proclama magnificamente l’AL:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (n.122).

Una cosa dev’essere chiara, secondo l’AL, l’amore che i due si promettono il giorno delle nozze supera i livelli della sola emozione o dei soli stati d’animo, pur includendoli.

“È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così… si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (n.164).

  1. La tenerezza nuziale come maturità affettiva

Si è già entrati, a questo punto, nella questione decisiva: orientare coloro che si sposano a una vera maturità affettiva, in grado di superare la “cultura del provvisorio” imperante oggi, e rendere gli sposi stabili nella loro relazione affettiva.

Mi riferisco alla rapidità con cui le persone passano da una relazione    affettiva a un’altra.

Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente.

Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (n.39).

Già l’Evangelii Gaudium, aln.66, aveva accennato alla crisi culturale profonda che attraversa i legami sociali; ci si trova, come direbbe Bauman, in una “società liquida”, priva di solidità; il che spiega la fragilità con cui è vissuta la relazione di coppia.

Spiega papa Francesco:

“I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità….

Molti sono coloro che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale…” (n.41).

Un analfabetismo affettivo che contrassegna la vita della coppia ed è all’origine di tante crisi di coppia, come spiega la nostra esortazione:

“Le stesse crisi coniugali frequentemente sono affrontate in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio.

I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana” (n.41)

A proposito di crisi coniugali, l’AL introduce una rilettura molto interessante dell’indissolubilità del matrimonio:

L’indissolubilità del matrimonio, non è da intendere anzitutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (n. 62).

Papa Francesco vede l’indissolubilità come un dono fecondo che garantisce la stabilità della coppia, oltre il fluttuare degli alti e bassi, e offre la grazia di poter ricominciare ogni volta.

Il concetto d’indissolubilità non dev’essere ridotto solo all’obbligo di non-separarsi, ma va compreso come un “dono” che rimanda

1°. a un vincolo permanente che viene da Dio, inserisce gli sposi nell’alleanza indistruttibile di Cristo con la Chiesa e garantisce l’esistenza degli sposi, oltre l’alternarsi delle emozioni passeggere;

2°. a un dono di Dio indirizzato a sostenere gli sposi che consente loro di rinnovare il loro amore ogni giorno e a ogni stagione della vita.

Il “tutto” e il “per sempre” delle nozze cristiane non è dunque l’espressione di un giuridismo che uccide, ma un accadimento di grazia che nobilita l‘amore degli sposi e lo rende costantemente nuovo, creativo, in grado di rinascere a ogni svolta della loro esistenza nuziale.

Grazie a questo dono gli sposi possano avere la certezza che ogni situazione – persino l’eventuale tradimento – può essere superato.

Il matrimonio-sacramento infatti si fonda sulla fedeltà di Dio, non sulle nostre deboli forze. E tale è il contenuto positivo dell’indissolubilità del matrimonio.

 

  1. La tenerezza nuziale come intimità gioiosa

 

La tenerezza è descritta dall’ AL come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze.

Viene superata ogni concezione fobica della sessualità coniugale. Un dato di fatto che non è mancato nella storia della tradizione cristiana.[12] Scrive papa Francesco:

“L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il ‘mistero nuziale’. Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità” (AL 74).

Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro.

La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico.

Lo spiega perfettamente un autore contemporaneo, E. Fuchs:

“Fra il desiderio e la sessualità si apre una via di umanizzazione nella quale la tenerezza, che è riconoscimento stupito dell’alterità dell’altro, dà significato al desiderio e il desiderio, forza di vita e dono di gioia, diventa sorgente di ogni tenerezza possibile”.[13]

Non è forse questo l’atteggiamento di fondo che emerge dall’insieme del Cantico dei cantici e dai suoi stupendi poemi nuziali?

Afferma papa Francesco:

Il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli…

Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale(n.157)

 

Il testo lascia intravedere l’ABC della tenerezza: abbracci, baci, carezze.

Il contrario: TCC: televisione, computer, cellulare.

 

Sotto ogni profilo, dunque, l’AL presenta un visione estremamente positiva della sessualità.

Dio stesso ha creato la sessualità come un regalo meraviglioso per le sue  

creature” (n.150).

“Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (n.152).

 

  1. La tenerezza nuziale come fecondità amante

 

Non meno interessante è il temadella fecondità.

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale ‘non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre’” (n.165, citando FC 96).

L’ALapre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. Secondo l’AL, la fecondità nuziale è:

  • generare la presenza di Dio nel coniuge;
  • generare il coniuge come persona amata;
  • generare i figli come dono concesso da Dio in affido ai genitori;
  • generare la famiglia come comunità in missione (“in uscita”).

 

4.1.         Generare la presenza di Dio nel coniuge.

 

La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia.

E tale è la vera fecondità , da ricercare, oltre la sola fertilità: far abitare Dio nel nel cuore della tenerezza di coppia, amandosi in Lui e rinnovandosi ogni giorno nel suo amore.

Fin dal momento in cui i due si sposano non sono soli; sono già in tre: è Dio che li ha condotti a incontrarsi e li consegna l’uno all’altra, come è avvenuto fin dall’origine.

Il sacramento delle nozze si fonda su questa consapevolezza: “Amandosi nel Signore gli sposi si donano Dio stesso; ed egli scende tra loro. La sua presenza inabita la co/presenza degli sposi”.[14]

Ecco dunque la prima fecondità: quando ognuno fa risplendere Dio nel volto del coniuge e, insieme, i due sposi vivono alla sua presenza, lo riconoscono e lo lodano con tutta la loro vita.

Quello che non riuscì a Adamo e Eva, è stato reso possibile da Cristo nella Chiesa. E tale è il “mistero grande” delle nozze (Ef 5,32).

4.2.         Generare il coniuge come persona amata.

 

Generare Dio nel vissuto nuziale è al tempo stesso un generarsi a vicenda: una generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate.

La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel “noi” in cui ognuna è unica per l’altra.

E tale è il primo neonato, quando ognuno si sente accolto dall’altro, si dona all’altro e insieme condividono il divenire “una sola carne”.

Lo Spirito Santo è effuso sugli sposi perché siano in grado di realizzare questa comunione di cuori, dove ognuno si percepisca al tempo stesso come amato-amante-amore per l’altro/a, analogamente a quanto avviene nel grembo di Dio-Trinità-di-Amore.

4.3.         Generare i figli come figli in affido.

 

Questa forma di generazione vale, in diverso modo, per i figli: relazionandosi con i genitori e i genitori con loro, tutti con/nascono insieme, in una relazione di reciprocità che fonda il loro diventare un “noi”, una “comunione di persone” a immagine di Dio-Trinità.

Alla sorgente della generazione di un figlio sta Dio: è Lui il Creatore e il Donatore che suscitata la vita nel grembo della madre in forza dell’atto di amore degli sposi.

I genitori sono “cooperatori con Dio in ordine al dono della vita a una nuova persona”, sono suoi “collaboratori” e “interpreti del suo amore”, ma i figli sono anzitutto figli di Dio (GS 50), come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica. “I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio” (CCC 2222).

I genitori non “fanno” i figli, come si usare dire, ma li ricevono da Dio-Trinità, come un miracolo di amore e un dono senzafine.

E dal momento che li ricevono, i genitori non sono padroni dei figli; ne sono i custodi, li accolgono come in affido, con il compito di proteggerli, difenderli, aiutarli a crescere, contribuire a far discernere la vocazione cui sono chiamati, ma non essi non possono pretendere un’autorità assoluta sulla loro vita.

Ogni figlio che nasce è una parola di Dio incarnata e un’icona vivente della sua eterna tenerezza.

Ciò dice, tra l’altro, l’assurdità dell’aborto:uccidere una vita è colpire il cuore stesso di Dio e presume di mettersi al di sopra di Lui.

4.4.         Generare la famiglia come comunità in missione.

 

La comunità familiare che nasce dalle prime tre forme di fecondità è una comunità in missione, chiamata a proclamare a tutti il dono di essere sposi nel Signore e il significato della vita.

Ogni vera fecondità deve condurre a generare Dio nei figli e a farli crescere secondo il suo cuore.

La Familiaris Consortio arriva a dire che solo per questa via i genitori “diventano pienamente genitori”:

“Pregando con i figli, dedicandosi alla lettura della parola di Dio e inserendoli nell’intimo del corpo eucaristico ed ecclesiale di Cristo con l’iniziazione cristiana, i genitori diventano pienamente genitori, generatori cioè anche di quella vita che scaturisce dalla pasqua di Cristo” (FC 39).

Ed è allora che la comunità familiare attua la sua ultima dimensione di fecondità nuziale: “generare” la civiltà della vita e dell’amore (LF 13), facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo.

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci” (AL 166).

Ora, se la fecondità è accoglienza della vita, anche quando la procreazionefisica (fertilità) non si realizzasse, per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato.

Il Concilio Vaticano II e la Familiaris consortio, a titolo esemplificativo, indicano le direzioni verso cui può essere orientata una tale forma di fecondità, oltre la sola fertilità.

“Adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, assistere gli adolescenti con il consiglio e con mezzi economici, aiutare i fidanzati, sostenere i coniugi e le famiglie materialmente e moralmente in pericolo, provvedere ai vecchi“(AA 11; FC 14).

La testimonianza vissuta di tante coppie sterili attesta a quali cime possa arrivare questo tipo di fecondità nuziale, anche quando non sia accompagnata dal dono di figli propri.

  1. La tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore

Un’ulteriore coordinata dell’AL è l’ottica della bellezza: la tenerezza intesa come estetica spirituale dell’amore. “Tenerezza” e “bellezza” infatti sono inseparabili. Ha ragione Agostino quando scrive che: “Noi non possiamo amare nient’altro che ciò che è bello”[15]. E aggiunge: “Unicamente il bello può essere amato”[16].

La via della bellezza (via pulchritudinis) è la via propria, imprescindibile e strutturale, per l’esperienza della tenerezza.

L’esortazione di papa Francesco lo rileva sotto avari aspetti.

Al n. 127 rileva come

La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla…

La tenerezza è una manifestazione di un amore che libera dal desiderio egoistico di possesso… L’amore per l’altro implica il gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, e che ella esiste al di là dei miei bisogni”.

Al n.128 rilava il valore dello sguardo:

“L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in se stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili…

Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale ogni essere umano”.

 

  1. La tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

Il capitolo IV dell’AL è interamente dedicato all’amore nel matrimonio,

  • mostra come la grazia del sacramento del matrimonio sia indirizzata “a perfezionare l’amore dei coniugi” (n. 89)
  • e dice come la grazia trasfiguri gli sposi a immagine dell’amore divi, testimoniato da Paolo nel celebre inno alla carità (n. 90).

La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta»
(1 Cor 13,4-7).

L’inno paolino è un programma che “si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia(AL 90).

Il documento di papa Francesco approfondisce il riferimento di ognuno di queste attitudini in relazione alla coppia/famiglia, dando vita a uno splendido capitolo di teologia spirituale della coniugalità.

Pazienza

Benevolenza

Guarendo l’invidia

Senza vantarsi o gonfiarsi

Amabilità

Distacco generoso

Senza violenza interiore

Perdono

Rallegrarsi con gli altri

Tutto scusa

Ha fiducia

Spera

Tutto sopporta.

Un vero trattato di spiritualità nuziale.

“L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa, che raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”(n.120).

“La tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”: due dimensioni che caratterizzano in profondità l’amore nuziale secondo l’AL:.

1°. Amicizia tra gli sposi.

“L’amore coniugale è la ‘più grande amicizia’. E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una vera amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità… che si va costruendo con la vita condivisa.

2°. Passione erotica.

Naturalmente “il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza” (n. 123).

Nasce da questa dinamica (della tenerezza dell’amicizia e della passionalità) la comunità della famiglia come Chiesa domestica e segno profetico nel mondo:

“Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società” (n. 292).

Conclusione

Sotto ogni profilo la famiglia appare, nell’Amoris Laetitia, come una comunità della tenerezza di Dio, chiamata a farsi il luogo primario di tenerezza verso ogni essere che viene a questo mondo.

         Parlare di “parabola di tenerezza” significa riferirsi a tutto questo e dice la famiglia come un progetto di tenerezza da costruire giorno per giorno, posto tra il “già” il “non ancora”: un progetto già dato per grazia,ma da costruire con impegno giorno dopo giorno.

“Famiglia diventa ciò che sei” (FC 17)

Concludo facendo mie le parole del libro delle “Odi di Salomone”, risalente al terzo secolo, rivolte specialmente agli sposi:

“Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.

L’autore non si limita a dire “amatevi”, ma ”amatevi con tenerezza”. La tenerezza costituisce il cuore di Dio-Trinità-di-Amore ed è il cuore di ogni famiglia. Una comunità familiare senza tenerezza sarebbe come un corpo senza anima.Faccio e parole dell’anonimo autore del terzo secolo e le rivolgo a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. [17]

don Carlo Rocchetta