La misericordia nuziale

Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). «Ah no, io mio marito non lo sopporto più: lascia sempre il tubetto del dentifricio aperto». «Mia moglie? Ha messo su tanti di quei chili da quando l’ho conosciuta … non la posso guardare!». «Mio marito non è capace a far niente». «Mia moglie si trascura, non provo più niente per lei». «Mio marito è un brontolone, non resisto con lui un giorno di più». «Quante volte te lo devo ripetere che devi spegnere la luce se non sei più in una stanza?!». «E io quante volte devo dirtelo che il bagno va lasciato pulito?!». «Ti lamenti sempre per tutto». «Anche tu».

No, non è l’incipit di una commedia teatrale ma la – triste – realtà di molte nostre giornate. Di molti matrimoni. Ma come, non dovevamo essere misericordiosi gli uni verso gli altri? Se non si è misericordiosi verso “l’estraneo più intimo che c’è”, il coniuge appunto, con chi possiamo esserlo? “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1 Gv 4, 20). E chi può – anzi deve – essere il primo destinatario della misericordia? Se siamo sposati, è ovviamente il coniuge! Ma, allora, che cos’è la misericordia nuziale? Come si manifesta? Come si vive? Come si realizza?

Il matrimonio cristiano è il sacramento della Misericordia per eccellenza. Promettendo solennemente – davanti a Dio – di amare e onorare l’altro per tutta la vita e in tutte le condizioni (in salute e in malattia) è proprio alla Misericordia che ci si affida. Non più e non solo come singoli ma come coppia.

Guardare la moglie o il marito con gli occhi della misericordia significa amarlo come lo amerebbe – e lo ama! – Dio. Significa donare senza la pretesa di ricevere. Perdonare prima che esigere di essere perdonati. E significa attuare la Misericordia di Dio nella misericordia umana.

Fatta anche di piccole cose quotidiane. Di tubetti di dentifricio e chili di troppo. Di capelli spettinati o di quel vestito che a noi proprio non piace. Di pancetta e cellulite. Dell’altro che vorremmo sempre scattante, simpatico, allegro, in forma, brillante. Ma che, al contrario, può essere noioso, triste, impacciato, stanco, malato.

Questa è la misericordia nuziale: guardare l’altro come lo guarda Dio prima di come lo guarderemmo noi. O almeno, provarci. A Dio interessano l’amore, l’impegno, la dedizione e la fedeltà ben prima di tutto il resto. Ben prima dei limiti e dei difetti. E così dovremmo cercare di fare anche noi. Vedere il bello, vedere il dono, vedere la Grazia nell’altro e dell’altro. Prima di tutto il resto.

Parlare di questo, oggi, significa voler celebrare con semplicità, ma altrettanta concretezza, ciò che ci suggerisce la Chiesa. La prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta Domenica in Albis (da colore delle vesti bianche indossate nel momento del battesimo, che i fedeli deponevano in quel giorno) è la grande festa della Divina Misericordia. Quest’anno, poi, è ancor più speciale: ricorrono i venticinque anni dall’approvazione ufficiale del culto, per volere di San Giovanni Paolo II. E ricorrono anche i venticinque anni dalla canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, cui Gesù rivelò questo messaggio importantissimo.  Non possiamo, quindi, voltarci dall’altra parte. Far finta che tutto questo non esista o, peggio, che non ci riguardi.

Per pregare la Divina Misericordia bisogna averla sperimentata. Bisogna cercare di viverla. Bisogna cercare di donarla. E tutti noi l’abbiamo ricevuta nel momento stesso in cui siamo nati. Come preghiamo nelle litanie: “Misericordia di Dio, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza: confidiamo in Te!”. E ancora: “Misericordia di Dio, che ispiri speranza contro ogni speranza: confidiamo in Te!”.

Pazienza, allora, se l’altro non è esattamente come lo vorrei. Pazienza se quel difetto da cui lotta – lui/lei per primo, magari da anni – continua a darmi fastidio. Mi allena alla misericordia! Pazienza se non è perfetto, perché non lo sono neanch’io! Ma insieme – con la benedizione del nostro sacramento – siamo immagine di Dio e apostoli anche noi, come Santa Faustina, della Misericordia. Se sappiamo essere misericordiosi. Che non è il black friday dell’amore o l’indulto dei difetti ma il saper andare oltre per vedere l’Oltre, quello di Dio. Che ci ha amati per primi. Prima dei nostri peccati e delle nostre piccolezze. Prima che Gli dicessimo sì. Prima che ci dicessimo sì. Perché Lui aveva già puntato tutto su di noi.

Fabrizia Perrachon

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Papa Francesco, (San) Carletto e i miracoli eucaristici di Buenos Aires

Chi avrebbe mai detto che domenica 27 aprile 2025 – festa della Divina Misericordia – non si sarebbe tenuta la canonizzazione di Carlo Acutis? Eppure la morte di Papa Francesco ha scombinato i piani umani e posticipato questo evento importante. Sappiamo, al di là della cerimonia ufficiale, che (San) Carletto abita in Cielo. E siamo sicuri che non è per nulla offeso di questa momentanea sospensione. D’altronde si sa: a volte le cose belle si fanno aspettare e se il Buon Dio ha voluto così, ci saranno dei motivi più che validi. Lo capiremo. Proprio come quando Gesù, lavandogli i piedi, disse a Pietro: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” (Gv 13, 9).

C’è un sogno molto forte che la sua mamma, Antonia Salzano, ha reso pubblico qualche mese fa. San Francesco di Assisi le avrebbe detto: “Tuo figlio occupa un posto molto alto nel cielo e, dopo essere stato canonizzato, arriverà una generazione di Santi”. Non perdiamo la speranza e offriamo il sacrificio dell’attesa, certi che non saremo delusi e che si compirà qualcosa di grande nella Chiesa.

Ecco perché è molto importante pregare in questi giorni sia per il Papa defunto e per il Papa futuro; c’è in gioco in futuro della Sposa di Cristo, ossia di tutti noi. Del mondo intero. “Misericordia di Dio, che abbracci tutto l’universo, confidiamo in Te”, stiamo pregando nelle litanie in questi giorni di novena. Crediamo fermamente a queste parole, facciamole nostre e sentiamoci, oggi più mai, un’unica grande famiglia. Cattolica, apostolica, universale.

Aspettando di poter finalmente chiamare Carlo “Santo”, mi è subito venuto alla mente il legame che aveva con l’Eucarestia e con i prodigi del Corpo e del Sangue di Cristo. Da genio dell’informatica – e dello spirito – Carletto aveva ideato un sito internet e dei cartoni animati sui miracoli eucaristici. Centro! Già parecchi anni fa, un ragazzino aveva capito che i moderni mezzi tecnologici, se usati bene, possono essere un valido strumento di evangelizzazione. Tra i vari casi presentati, ci sono anche ben tre miracoli eucaristici avvenuti negli Anni Novanta a Buenos Aires. Quando, “guarda caso”, il cardinale era Jorge Mario Bergoglio.

Un legame tra i due apparentemente lontano ma che proprio in questi giorni si fa presente e merita la nostra riflessione. Chi avrebbe detto, allora, che proprio negli stessi giorni si sarebbero “incrociati” la canonizzazione dell’uno e i funerali dell’altro? E mica di due “qualsiasi”!

Avvenuti nel 1992, nel 1994 e del 1996, i diversi miracoli eucaristici hanno riguardato casi documentati di Particole che, dopo la consacrazione, mostravano segni di sangue o di carne umana. Questi eventi furono spesso accompagnati da testimonianze di sacerdoti, fedeli e testimoni oculari che descrivevano in che modo esse si trasformassero o si presentassero con caratteristiche sorprendenti.

Uno dei casi più emblematici avvenne nell’agosto del 1996 nella chiesa di Santa Maria a Buenos Aires, quando un sacerdote notò che un’Ostia consacrata aveva cambiato colore e aveva assunto un aspetto di tessuto umano. La Chiesa locale avviò un’indagine approfondita, analizzando campioni e conducendo esami scientifici per verificare l’autenticità del fenomeno. I risultati furono sorprendenti: le analisi confermarono che si trattava di carne umana, compatibile con tessuti muscolari, e che il sangue presente era di origine umana.

La richiesta di compiere ricerche scientifiche approfondite fu portata a Bergoglio, che approvò. Questi fatti prodigiosi furono volutamente tenuti lontani dai riflettori mediatici su richiesta del parroco e dei fedeli. La notizia è diventata più nota dopo che Bergoglio è stato nominato Papa. Eppure Carletto ci era arrivato ben prima!

Lo stesso Carletto che compirà egli stesso dei miracoli che – riconosciuti dalla Chiesa – lo hanno portato a essere proclamato prima Beato e poi Santo. Che meraviglie compie il Signore! Lui avrebbe detto: “La santità è sempre originale: non c’è santità di fotocopia, la santità è originale, è la mia, la tua, di ognuno di noi. È unica e irripetibile.” Carissimo (San) Carletto, possiamo aspettare, sappiamo aspettare. Ora siamo chiamati a pregare per il Papa che fu e il Papa che sarà. Poi, gioiremo tutti per te, per la tua proclamazione. Non aggiungerà nulla che già la tua anima non possiede ma noi potremo vantarci di avere un amico Santo. L’amico della porta accanto. L’amico giovane e sorridente. L’amico geniale e intelligente, l’amico generoso e gioiosamente assorto in preghiera.  L’amico che ci ha insegnato tanto e che – siamo certi – avrà da insegnarci ancora di più.

Fabrizia Perrachon

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L’arte di rovinare i matrimoni: romanzo per riflettere sul matrimonio sacramento

Lasciate che mi presenti: Il mio nome è Zecca. O meglio, è il nome che mi è stato assegnato quando mi sono unito al gruppo dei ribelli. Avete presente le mosche e le zanzare, che si aggirano nella vostra stanza, di notte, mentre voi vorreste solo dormire? Ecco, noi diavoli siamo questo, ma nelle vostre relazioni. Non so se lo sapete, ma anche i demoni vanno a scuola. Dopo tre anni di studio, ho conseguito la laurea che mi permetteva di diventare ‘disturbatore di base’. Desideravo però proseguire e specializzarmi in qualcosa. Così mi sono iscritto nella scuola che si occupa di insegnare a rubare la purezza e distruggere famiglie…

Dal libro “L’arte di rovinare i matrimoni. La missione di un giovane apprendista diavolo” (Mimep Docete, 2023)

Oggi vorrei parlarvi un po’ di questo romanzo, che, sebbene si serva della fantasia, affronta temi profondamente reali e sempre attuali. Al centro, c’è una coppia di sposi con un bambino: questa famiglia felice deve essere distrutta. Il demone – protagonista del racconto – vuole ottenere, infatti, facendo separare i due coniugi, una “laurea specialistica” che gli consenta di agire nel mondo con professionalità. Per raggiungere il suo scopo e superare l’esame, ha un aiutante (anche se fa tutt’altro che aiutarlo), Piattola, un demone molto impacciato e, agli occhi di Zecca, inutile e fastidioso.

I due, per vicissitudini che non spiego per non fare spoiler, sono “costretti” a collaborare. La coppia, sposata in Cristo, inizialmente resiste. Quand’è che i demoni sembrano avere la meglio? Quando i due sposi smettono di pregare, quando smettono di fidarsi di Dio e di credere che Lui ha un progetto di bene sulle loro vite.

Non posso svelarvi oltre, ma posso dirvi che il libro intende portare un messaggio di speranza. Ogni matrimonio è “sotto attacco” e tante possono essere le tentazioni. Si può arrivare persino ad una vera e propria rottura, all’apparenza irreparabile. L’amore può morire. Questo lo sappiamo tutti. Ciò che voglio dirvi col mio libro, però, è che può anche risorgere. Come?

Abbiamo bisogno di una fede piccola quanto un granello di senape e di buoni amici, che sappiano aver cura di noi quando non abbiamo, per primi, cura di noi stessi. Un altro tassello fondamentale? L’umiltà per chiedere scusa e ricominciare.

Ambientato a tratti sulla Terra, a tratti all’Inferno, ma con lo sguardo sempre rivolto al Paradiso, il libro non banalizza l’esistenza del demonio, né vuole terrificare il lettore. Utilizzando una storia di fantasia, simile ad una favola moderna che segue le orme de “Le lettere di Berlicche” di C.S. Lewis, vuole offrire un piccolo aiuto per ritrovare la fede nell’Onnipotente, anche di fronte alle tentazioni più grandi. Smascherando gli inganni del diavolo (quelli sì che sono reali!) e mostrando la superiorità di Dio, vorrei che il lettore arrivasse a chiedersi, come san Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”

Un libro per sorridere molto e commuoversi; per scoprire la grande potenza del sacramento del matrimonio e per capire che l’indissolubilità non è tanto “opera nostra”, quanto un “dono da accogliere”. Il “per sempre” dobbiamo volerlo, ma con le sole nostre forze è un’impresa titanica.

Rovinare un matrimonio significa compromettere la comunione degli sposi. Lasciare che sia Dio a modellare la nostra relazione significa, invece, far sì che la comunione cresca o ritorni in tutta la sua bellezza, anche dopo le tempeste peggiori. A Luca e Chiara del mio libro succede, a me, a noi, a voi?

Per acquistare o regalare il libro: L’arte di rovinare i matrimoni | Casa Editrice Mimep Docete

Cecilia Galatolo

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Papa Francesco e il matrimonio cristiano: amore e verità

Come le parole e i gesti di Papa Francesco hanno trasformato il mio modo di vivere e testimoniare il sacramento del matrimonio.

Ci sono parole che non solo ci parlano, ma ci cambiano dentro. Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia cristiana, per me è stata una di queste. Non un semplice documento da studiare, ma una luce gentile e salda che ha rivoluzionato – passo dopo passo – il mio modo di vivere e raccontare il matrimonio cristiano.

Papa Francesco non è stato un Papa facile per me

Devo confessarlo: per me Papa Francesco, all’inizio, è stato un Papa difficile. Provenivo da una formazione molto dottrinale, quasi rigida. Mi sentivo al sicuro nella chiarezza dei principi, nelle definizioni nette, nel timore che “accogliere” significasse tradire la verità.

Poi è arrivato lui. Con parole nuove, con gesti sorprendenti, con una pastorale più tenera che assertiva. All’inizio ho fatto resistenza. Ma non ho chiuso il cuore. Ho ascoltato, ho letto, ho pregato. E mi sono accorto di qualcosa di profondo: Papa Francesco non annacqua la dottrina, ma la immerge nella storia concreta delle persone. Non abbassa l’ideale, ma ci cammina accanto mentre lo rincorriamo.

Ogni Papa parla alla sua epoca

Non è una questione di “meglio” o “peggio”. I Papi che lo hanno preceduto non sono stati da meno: San Giovanni Paolo II mi ha insegnato la grandezza antropologica del matrimonio, Benedetto XVI la profondità spirituale dell’amore coniugale. Ma ogni Papa parla a una società diversa. E ogni epoca ha bisogno di uno stile, di un tono, di un linguaggio specifico.

Papa Francesco è il Papa della misericordia incarnata. Il Papa che ha portato il Vangelo nelle crepe della realtà, senza sconti ma con una compassione disarmante. Con lui, la verità è rimasta intatta, ma ha assunto il volto della tenerezza.

Il matrimonio cristiano: fragile, reale, bellissimo

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa” (Amoris Laetitia, 1). Questa frase ha cambiato tutto. Papa Francesco non idealizza il matrimonio: lo abbraccia per quello che è. Un sacramento vero, vissuto tra litigi e perdoni, tra la stanchezza e la speranza, tra i piatti da lavare e le carezze prima di dormire.

Il sacramento del matrimonio non è una vetta da scalare con le forze umane, ma una chiamata alla santità da vivere ogni giorno, con l’aiuto della grazia. Le parole del Papa mi hanno aiutato a rivedere la mia relazione con mia moglie, a riscoprire che i piccoli gesti quotidiani sono spesso più sacramenti della celebrazione stessa.

Dottrina e misericordia: un equilibrio possibile

Una delle frasi che più mi ha colpito è: “Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo” (AL 297).

Non è relativismo. È Vangelo puro. È il cuore stesso del cristianesimo. La dottrina del matrimonio cristiano non viene mai negata, ma proposta come ideale alto, verso il quale tendere con l’accompagnamento della comunità ecclesiale.

In questi anni, ho imparato a riconoscere in Papa Francesco il volto di un pastore che ascolta. Non è un teologo che parla dall’alto, ma un padre che si siede accanto alle famiglie, le guarda negli occhi, le benedice nei loro slanci e anche nei loro fallimenti.

Durante i Sinodi sulla famiglia ha ascoltato voci di tutto il mondo. Ha celebrato matrimoni in volo, ha stretto mani rugose, ha baciato bambini, ha pianto con chi piangeva. Ha riportato il sacramento del matrimonio alla sua forma più vera: un cammino di santità quotidiana.

Papa Francesco nel solco dei suoi predecessori

Con il tempo ho capito: Papa Francesco è in piena continuità con i suoi predecessori, ma con un cuore che parla alla nostra epoca ferita. Non contraddice, ma completa. Non rimpiazza, ma amplia. Ogni Papa è un dono per il tempo che vive, e il suo stile pastorale è una risposta a quello che il mondo, oggi, ha più sete di sentire: amore, verità, accoglienza.

Grazie, Papa Francesco

Oggi posso dire con gratitudine che Amoris Laetitia ha cambiato il mio modo di essere marito, credente, testimone. Mi ha insegnato che l’amore vero non è solo un sogno da inseguire, ma una realtà fragile e divina da custodire con coraggio, giorno dopo giorno.

E per questo, Papa Francesco, ti dico grazie. Anche se all’inizio ti ho fatto resistenza, oggi ti riconosco come uno dei doni più preziosi che Dio ha fatto alla mia fede e alla mia famiglia.

Antonio e Luisa

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Ci pensa solo Lui?

Sal 32 (33) Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra. Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.

Questo è il Salmo proposto nella Santa Messa odierna, il Martedì fra l’ottava di Pasqua. Nonostante la Chiesa di quaggiù stia vivendo un momento delicato dopo la recente morte di Papa Francesco, la Chiesa come sposa di Cristo non smette di annunciare la vittoria del suo sposo sulla morte e sul peccato, ed è proprio questa vittoria del Signore Gesù, conquistata sulla Croce, che dona una nuova prospettiva alle cose di questo mondo, compreso il dolore e lo sgomento per Papa Francesco.

Ce lo conferma anche l’inizio del Salmo sopracitato: Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Se Lui è fedele a se stesso in eterno, non come noi, allora significa che davvero le redini della storia sono in mano a Colui che sappiamo essere il Re dei Re, il Re dei secoli, e quindi anche della storia, compresa la fragile situazione di un nuovo Conclave per eleggere il nuovo Papa.

Ma questa visione non vale solo per la situazione della Chiesa di questi giorni, ma soprattutto vale per la nostra vita matrimoniale di tutti i giorni. Gli sposi sacramentati sanno che il Signore si è impegnato con loro per fornirli di tutti gli strumenti della Grazia necessari per compiere il proprio dovere e santificarsi nella via matrimoniale.

Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito“, ve la ricordate questa frase? L’abbiamo sentita nel giorno del rito delle nostre nozze, ed è una frase di Gesù riportata dall’evangelista Matteo. Se dunque Retta è la parola del Signore -citando il Salmo- significa che, in ultima analisi, la decisione di unirsi in matrimonio è sì in capo ai due fidanzati, ma non è tutta farina del loro sacco; in realtà i due fidanzati -dopo un congruo tempo di fidanzamento- sono giunti alla convinzione che il Signore li ha chiamati ad essere uno in Lui.

Sicché il matrimonio è la felice cooperazione tra il disegno del Signore e la libera volontà dell’uomo di aderire a tale disegno, o progetto, o vocazione che dir si voglia.

Quando sopraggiungono le difficoltà matrimoniali, possiamo imputare tale danno al Signore, o piuttosto ce le siamo procurate da soli? Se Lui è fedele in ogni Sua opera, allora quando la relazione non gira per il verso giusto non può essere a causa di una Sua presunta infedeltà, altrimenti che opera di Dio sarebbe? Quando il matrimonio vive una fase di stanca non possiamo definirla un’opera del Signore, ma allora come fare ad uscirne?

Proprio lasciando agire Lui in noi, proprio lasciandolo entrare nei nostri sepolcri del cuore per farci risorgere, cosicché sia un’opera del Signore.

Cari sposi, la Pasqua di Cristo deve ancora manifestare tutta la sua potenza dentro il nostro matrimonio, tutta la sua forza di risurrezione dentro la nostra relazione. A volte i cambiamenti ci fanno paura perché temiamo di perdere qualcosa di noi, come se quello che il Signore ci chiede ci faccia perdere la nostra dignità. In realtà non abbiamo nulla da temere, siamo uno in Colui che fa nuove tutte le cose, compreso il nostro matrimonio. Coraggio.

Giorgio e Valentina

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Nel cuore di chi ama: la resurrezione vista dagli sposi

Il mattino della resurrezione non fu accompagnato da fanfare, né da cieli squarciati dalla gloria. Fu un mattino come tanti. Grigio, incerto, intriso ancora del dolore dei giorni precedenti. Ma proprio in quell’alba silenziosa, due discepoli correvano verso un sepolcro. Uno era Pietro, il primo chiamato. L’altro… non ha nome. Il Vangelo lo chiama soltanto così: il discepolo amato.

È sorprendente che proprio lui, tra i pochissimi rimasti sotto la Croce, tra coloro che hanno visto morire l’Amore, sia anche il primo a “vedere e credere”. Non c’era nulla da vedere, se non delle bende piegate. Eppure, il suo cuore vide oltre. Vide qualcosa che gli altri non potevano ancora comprendere. Perché?

Forse proprio perché lui aveva amato. E forse perché aveva lasciato che Gesù lo amasse fino in fondo. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore autentico ci fa vedere cose che altri non vedono. È l’amore che ci permette di intuire, di leggere tra le righe, di credere anche quando non tutto è chiaro.

Il discepolo amato non ha un nome, e questa non è una dimenticanza dell’evangelista. Sappiamo che è lo stesso Giovanni. È una scelta teologica, spirituale. Quel discepolo sei tu. Quel discepolo posso essere io. Ogni volta che scegliamo di vivere da amati, ogni volta che il nostro cuore si lascia toccare dall’amore di Cristo e rimane con Lui anche nella sofferenza, allora iniziamo a vedere la resurrezione.

Questa esperienza interroga profondamente anche la vita matrimoniale. Nel matrimonio si corre spesso verso un sepolcro. Verso una ferita aperta. Verso una distanza che non si sa più come colmare. Quante volte si ha la sensazione che qualcosa sia morto: la tenerezza, la fiducia, la complicità. Eppure, proprio in quelle situazioni, se si è vissuta un’intimità profonda con Gesù, si può imparare a vedere anche nel buio. A credere anche senza prove. A riconoscere che l’amore, quando è vero, non finisce.

È solo attraverso l’esperienza dell’intimità — quella dell’Ultima Cena, quando il discepolo posa il capo sul petto del Maestro — che nasce la capacità di restare anche sotto la Croce. E chi rimane sotto la Croce, può riconoscere la resurrezione.

Gli sposi che, nel tempo, hanno costruito una relazione con Dio, che hanno pregato insieme, perdonato insieme, lottato insieme, diventano come quel discepolo amato. Non necessariamente più intelligenti o più spirituali degli altri. Ma abitati da una memoria d’amore che li tiene in piedi quando tutto intorno vacilla.

Don Fabio Rosini dice: “La fedeltà è la forma più alta dell’amore, perché dice: ‘Io sto. Anche se tu non ci sei, io sto’. E solo così si attraversa la morte per vedere la vita.” Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è una costrizione, ma una forma di visione: è lo sguardo che rimane quando tutti se ne vanno. È l’alleanza che non si spezza, nemmeno quando i sentimenti si fanno fragili, nemmeno quando l’altro sembra lontano. È la scelta di restare amati, anche quando non si riesce ad amare.

E questa fedeltà — che è spesso silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani, di rinunce non dette, di dolori custoditi — è la condizione perché anche noi, come il discepolo amato, possiamo “vedere e credere”. Anche se non capiamo tutto. Anche se le Scritture — come dice Giovanni — non sono ancora pienamente comprese. Perché l’amore precede la comprensione. L’amore apre la porta della fede.

Scrive ancora Epicoco: “Il sepolcro vuoto è il segno che l’amore non muore. Ma solo chi ha amato davvero può crederci, anche senza vedere.Questo vale anche per ogni coppia che si sente stanca, smarrita, sfinita. Il sepolcro vuoto non è solo il simbolo della resurrezione di Cristo, ma anche del fatto che l’Amore, quello vero, può sempre rinascere. Anche dopo ferite profonde. Anche dopo errori gravi. Anche quando tutto sembra perduto.

Il discepolo amato non ha nome, perché quel nome possiamo metterlo noi. Possiamo scrivere il nostro — quello di una sposa che ha scelto di perdonare, quello di uno sposo che ha scelto di rimanere, quello di una coppia che nonostante tutto ha detto: “Noi ci siamo ancora”.

Ed è lì, proprio lì, che il Signore si fa vedere. E la fede diventa visione. E il cuore riconosce, come quel mattino lontano: è tutto vero, l’Amore è risorto.

Antonio e Luisa

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Amore sempre vivo

Cari sposi, Cristo è Risorto, è veramente risorto!

Oggi proclamiamo e celebriamo il centro della nostra fede, la Buona Notizia per eccellenza. È un fatto reale che ha cambiato per sempre la storia umana, provato da diversi eventi, dalla tomba vuota, alle testimonianze oculari di così tante persone, dall’effusione del sangue di centinaia di migliaia di persone alla prova delle Sacre Scritture… Non è la sede per parlare di questo ma è bene ricordarlo. Non cristiani poggiamo i piedi su una fede salda, a cui la storia umana pure rende ragione:

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio” (Catechismo della Chiesa cattolica, 656).

E cosa c’entra la Risurrezione storica di Gesù con la mia vita? Papa Francesco ci dona una risposta sfidante: “che cosa significa risuscitare? La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù. Questa è la spiegazione fondamentale: perché Gesù è risorto noi resusciteremo; noi abbiamo la speranza nella risurrezione perché Lui ci ha aperto la porta a questa risurrezione. E questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi” (Udienza 4 dicembre 2013).

Quello che sorprende è che la novità della Risurrezione parte sempre dalla morte del Venerdì Santo. Difatti, Pietro e Giovanni vedono il sudario e le bende in cui Gesù era stato legato, mentre Tommaso deve mettere le dita nelle ferite della crocefissione. Come a dire: solo se c’è stata morte, ci sarà risurrezione.

Tale realtà ha un aggancio importante per la vita di coppia. Difatti, la Chiesa insegna che “in virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49)” (Familiaris consortio, 56).

Vale a dire che voi sposi siete un segno di Cristo morto e risorto, ci rendete presente la Sua morte e risurrezione ogni volta che vi amate, vi perdonate, vi servite e vi accogliete, seppur nell’imperfezione e nei difetti.

Quante volte ho contemplato sia il Golgota che il Sepolcro vuoto in tante coppie normali e comuni! Di questo ringrazio anzitutto il Signore che ha voluto così ma anche ringrazio voi per la capacità di generare vita dalle vostre piccole e grandi morti.

Cari sposi, nell’augurarvi una Santa Pasqua, vi invito nuovamente a ricordare che è proprio il Risorto ad aver preso dimora nel vostro amore. Se Cristo è risorto ed è vivo ancora nel 2025, vuol dire che il vostro amore è vivo e può esserlo sempre, fino alla vita eterna.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, ogni crisi attraversata con fede diventa un passaggio pasquale. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “la croce è l’unico luogo dove l’amore non è confuso con il possesso“. Anche tra sposi, si ama davvero solo quando si è disposti a “morire” al proprio egoismo. E proprio lì, dove sembra finire tutto, Dio può far rinascere un amore più puro. Don Fabio Rosini ricorda che “la resurrezione non è un ritorno al passato, ma un salto in avanti“. Così, ogni ferita sanata nella coppia diventa un segno della Pasqua vissuta: luce che nasce dalle nostre oscurità.

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E li amò sino alla fine

Siamo nel cuore della Settimana Santa, ormai giunti quasi al traguardo di questo cammino vissuto accanto a Gesù. Un cammino cominciato con il Mercoledì delle Ceneri, occasione in cui abbiamo potuto liberarci delle maschere che spesso nascondono non solo i nostri limiti, ma anche le nostre qualità. Ed eccoci ora qui, a pochi passi dal Golgota. Abbiamo partecipato alla cena insieme a Gesù, godendo delle ultime preziose ore accanto a Lui.

Provate a fermarvi per un momento a ripensare all’Ultima Cena: vi siete mai chiesti cosa potesse provare Gesù in quel momento? Essere seduto a tavola con la consapevolezza che la fine della sua vita terrena era ormai vicina, ma soprattutto portando nel cuore il dolore di sapere che sarebbe stato tradito proprio da qualcuno che considerava vicino, un amico fidato.

Quante volte anche noi, nella nostra vita, abbiamo sofferto come Lui? Quante volte anche noi ci siamo comportati da traditori? Quante volte ci siamo sentiti abbandonati e soli? Quante volte, accecati dal nostro egoismo, non siamo riusciti a vegliare accanto a chi aveva bisogno? E quante altre, presi dai mille impegni quotidiani, abbiamo dimenticato di dedicare tempo prezioso per accostarci ai sacramenti?

Questa settimana rappresenta per noi un invito a lasciarci amare fino alla fine. La Passione può sembrare apparentemente uguale ogni anno, eppure racchiude sempre, per chi sa accoglierla, la certezza di una promessa: la morte non è la fine, ma l’inizio di una vita infinita, la vita eterna. È la certezza di poter ritrovare il Suo amore nel Tabernacolo, ogni giorno, fino alla fine.

Simona Arcidiacono

Antonio e Luisa

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Lezioni di Amore dalla Croce: Sette Parole per gli Sposi

Siamo giunti così al sabato santo. Questa sera vivremo la veglia pasquale. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Pochi ci riflettono, ma su quella croce Cristo ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata il talamo consacrato, l’altare del dono totale. È lì che Gesù ha offerto tutto di sé, fino all’estremo sacrificio della sua vita. Questo amore, inchiodato alla croce, rappresenta un modello supremo che ogni coppia di sposi dovrebbe guardare e imitare. In quel momento drammatico e solenne, Gesù ci lascia sette ultime parole che possiamo declinare concretamente nella vita matrimoniale.

1. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
L’amore autentico perdona sempre, anzi, va oltre: intercede presso Dio e offre la propria vita per la salvezza del coniuge. Noi sposi viviamo così, o ci lasciamo dominare da rancore e orgoglio?

«Non stancatevi mai di chiedervi perdono. Non lasciate che una giornata finisca senza fare pace» – Papa Francesco

2. «Oggi sarai con me in Paradiso».
L’amore vero non si ferma al passato, dimentica facilmente il male subito e ricorda con gratitudine il bene ricevuto. Chi ama davvero, di fronte al pentimento, rinnova sempre la fiducia nel proprio coniuge.

«L’amore non serba rancore, non tiene conto del male ricevuto» – 1Corinzi 13,5

3. «Donna, ecco tuo figlio…».
Chi ama veramente ha lo sguardo sempre rivolto verso l’altro. Gesù, morendo sulla croce, pensa ancora ai bisogni delle persone che ama, non ai propri. Questo è l’atteggiamento che ogni coppia dovrebbe coltivare.

«L’amore vero si manifesta proprio nel momento in cui, potendo scegliere se salvare sé stessi o donarsi per gli altri, si sceglie di donarsi. È questa la logica della Croce, la logica che Gesù ci insegna: amare significa morire ai propri egoismi per far vivere l’altro. È ciò che rende autentica ogni relazione e in particolare il matrimonio cristiano.» – Luigi Maria Epicoco, La forza della mitezza)

4. «Ho sete».
Ognuno di noi è fatto per amare ed essere amato. Gesù sulla croce ha sete, sete fisica e sete d’amore. Anche noi sposi non dobbiamo smettere mai di dissetarci alla fonte autentica dell’amore, che è Dio stesso. Niente altro può soddisfare davvero il cuore.

«Il cuore umano ha sete d’infinito, perché è stato creato per l’Infinito» – Benedetto XVI

5. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Tutti viviamo, prima o poi, momenti di solitudine e dolore profondo. Ci saranno tempi in cui il nostro matrimonio diventerà una croce pesante, dove Dio sembrerà assente. Non perdiamo coraggio! Anche Gesù ha vissuto questo, insegnandoci a resistere e confidare.

«Quando attraverserai le acque sarò con te; i fiumi non ti sommergeranno» – Isaia 43,2

6. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
È essenziale riconoscere che il nostro coniuge non è Dio. Non è lui o lei che può colmare totalmente il nostro cuore o dare senso assoluto alla nostra vita. Solo affidandoci completamente a Dio possiamo amare liberamente e incondizionatamente.

«Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te» – Sant’Agostino

7. «È compiuto».
Il nostro amore trova compimento quando riesce a superare egoismi e difficoltà. Solo così ogni nostra sofferenza, ogni nostra “piccola morte”, diventa occasione di resurrezione e di nuova vita per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» – Giovanni 12,24

Antonio e Luisa

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Venerdì Santo: Riflessioni sulla Sofferenza e sull’Amore

Il Venerdì Santo ci costringe a guardare in faccia il dolore. Non quello ideale, simbolico, poetico. Ma quello vero, nudo, spesso incomprensibile. E ci chiede: come lo affronti? Da che parte di te rispondi?

Mi ha colpito una riflessione di don Fabio Rosini: Gesù non è stato l’uomo che ha subito il supplizio più crudele della storia. E allora cos’è che rende così unica la Sua sofferenza? La risposta non sta nel “quanto” ha sofferto, ma nel “come” ha scelto di attraversare quella sofferenza. Non come vittima passiva o martire solitario, ma come uomo radicato in una relazione d’amore con il Padre, capace di fidarsi fino alla fine. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “Non è la sofferenza a salvarci, ma l’amore con cui si soffre. Ed è per questo che la Croce di Cristo è diversa da tutte le altre.” (La forza della mitezza, 2020)

In termini di Analisi Transazionale, possiamo dire che Gesù non ha agito da “Bambino adattato” che subisce, né da “Genitore punitivo” che si impone, ma da Adulto pienamente libero, sorretto da un Genitore affettivo interiore — il Padre. Non ha cercato un capro espiatorio, scegliendo invece la via della verità e della fiducia.

Anche il Getsemani non è un intermezzo secondario. È un momento chiave, dove Gesù vive un vero contatto con la propria umanità. È lì che affronta la paura, la solitudine, il senso di abbandono. È lì che “sceglie” consapevolmente. Anche per noi, ogni Getsemani è una palestra spirituale: o scappiamo, oppure entriamo in contatto profondo con noi stessi e con Dio.

Molti pensano che la fede serva a evitare il dolore. Ma Dio non è un “Genitore Magico” che esaudisce ogni desiderio purché si preghi abbastanza. Non funziona così. Se viviamo la fede come se fosse un contratto (“io faccio il bravo, tu mi proteggi dal dolore”), stiamo mettendo in atto un copione infantile. È la fede magica, che spesso si trasmette come un’eredità inconsapevole.

Ma non è fede: è superstizione spirituale. È un modo per evitare il contatto col dolore, non per attraversarlo. Come ha detto Papa Francesco: “La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma è una lampada che guida i nostri passi nella notte.” (Lumen Fidei, 57) E ancora Benedetto XVI: “Il cristiano sa che il dolore non è l’ultima parola, ma una porta che, se vissuta con amore, conduce alla gloria.” (Spe Salvi, 39)

Se viviamo la fede come un contratto — io ti prego, tu mi proteggi — stiamo operando da un copione infantile. Questo è uno dei nodi più forti dell’Analisi Transazionale: molte sofferenze diventano insopportabili non per il dolore in sé, ma per l’interpretazione che ne diamo, spesso filtrata da uno stato dell’Io Bambino, ferito, bisognoso, non ascoltato.

Il dolore che viviamo nel matrimonio, ad esempio, può diventare una fucina di crescita o una trappola. Tutto dipende da quale parte di noi lo affronta. E da quale idea di Dio ci portiamo dentro. “Se pensiamo che Dio sia un contabile celeste che ci punisce quando sbagliamo, allora la sofferenza ci sembrerà una condanna. Ma se ci scopriamo figli amati, anche la Croce diventa occasione di risurrezione.” (La scelta di Etty, 2016)

Ecco perché non si può improvvisare. Come Gesù si è preparato al Venerdì Santo, anche noi dobbiamo farlo. La preghiera, i sacramenti, l’adorazione, la Parola sono strumenti per allenare il nostro Io Adulto spirituale. Non bastano le emozioni o i buoni propositi. Serve una relazione viva, concreta, quotidiana, con Dio. Un Padre che ci parla, ci sostiene, ci corregge e ci ama.

E poi ci sono testimoni che ci illuminano. Penso a Chiara Corbella Petrillo, una giovane moglie e madre che ha attraversato il Venerdì Santo più di una volta. Non era un’eroina. Era una donna reale, fragile, ma con una fede radicata in Dio. Non ha evitato il dolore. Lo ha abitato da figlia. E così l’ha trasformato.

Le parole che scrive per il piccolo Davide Giovanni sono uno squarcio potente sulla verità: “Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini… Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.

Sono parole che demoliscono i copioni e ci riportano all’essenziale. Chiara non nega il dolore. Ma non lo adora nemmeno. Lo riconosce, lo attraversa, e lascia che la grazia di Dio ne faccia qualcosa di nuovo. È la logica della Croce.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Ma si può vivere come figli. E questo fa tutta la differenza. Perché chi attraversa il Venerdì Santo da figlio, può risorgere. Anche il suo matrimonio può risorgere. Anche la sua fede può rifiorire. E allora sì, capiamo che nulla ci appartiene. Ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Lavarsi i piedi nel matrimonio. L’amore inginocchiato e libero

Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo

Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.

Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.

L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi

Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.

Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.

Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù

C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.

Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.

Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti

Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.

Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.

Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso

In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.

Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro

Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.

Antonio e Luisa

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Una preghiera in eredità

Sono i giorni più importanti dell’anno liturgico quelli del Triduo Pasquale. Durante la Santa Messa in Coena Domini suoneranno per l’ultima volta le campane. Poi, silenzio. Fino al mattino di Pasqua, trionfo della vita.

“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,15 e 34-35).

Queste parole di Gesù arrivano dritte al cuore. Esempio, amore per gli altri, carità: esistono ancora questi valori nella nostra società? Abitano ancora le nostre coscienze, le nostre relazioni, le nostre famiglie? Ti voglio bene a prescindere o solo perché mi torna comodo? Siamo amici solo se è vantaggioso per me? Per quale motivo ci sposiamo? E – forse ancor di più – per quale stiamo insieme? Che testimonianza diamo di cristiani, di sposi, di coppia, di genitori, di colleghi, ecc …?

E così che mi è tornata in mente una preghiera bellissima, semplice ma molto potente. La preghiera che una mia partente – suora nell’Istituto della Sacra Famiglia (Isnardine) – recitava ogni giorno. Non nel senso teatrale del termine ma nel senso spirituale. Recitare come respirare, vivere, assaporare, offrire. Suora che aveva un affetto grande per i suoi tanti nipoti e che ha consumato le sue ultime sofferenze terrene proprio nel periodo quaresimale e nel Triduo pasquale. Trasfigurata dal dolore ma trasfigurata, poi, nel Cielo della vita che più non muore. La sua preghiera diceva:

Padre Santo, 

ti offro questa giornata secondo le intenzioni per le quali il tuo Figlio Gesù

si è fatto uomo, è morto ed è risorto.

Ti raccomando tutte le persone che ho incontrato e incontrerò nella mia vita,

quelle verso le quali ho dei doveri di giustizia e di carità,

quelle che si sono raccomandate in particolar modo alle mie preghiere

e alle quali ho promesso il mio aiuto:

conservale nella grazia, aiutale nelle loro necessità materiali e spirituali,

richiama quelle che si trovano nel peccato.

Ogni momento di questa giornata sia un atto di amore per Te,

una riparazione del male fatto, del bene non fatto e del bene fatto male.

Ti raccomando tutte le anime del Purgatorio, quelle più dimenticate

e quelle che vi si trovano , forse, per causa mia. 

Vergine Santissima, tu che hai offerto Gesù all’Eterno Padre,

offrimi oggi con Lui e aiutami a compiere sempre e comunque la volontà di Dio,

affinché questa giornata sia una continua Messa vissuta per la mia e altrui santificazione.

Amen”

Non aggiungo altro, per non sciupare la celestialità che emana la preghiera. Ve la dono, proprio come anch’io l’ho avuta in dono. Eredità preziosissima che porterò sempre con me. Che siano queste ore santissime a ispirare nei nostri cuori il maggior amore possibile, il maggior bene possibile, la maggior fede possibile. E allora domenica potremo davvero far nostro il canto: “ Il mattino di Pasqua nel ricordo di Lui siamo andate al sepolcro: non era più là! Senza nulla sperare, con il cuore sospeso, siamo andati al sepolcro: non era più là! Il Signore è risorto: cantate con noi! Egli ha vinto la morte Alleluia! Alleluia, Alleluia, Alleluia, Alleluia!

Fabrizia Perrachon

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Speranza: Promessa Compiuta

L’immagine allegata all’articolo di oggi è la locandina del XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Morlupo (Roma) dal 18 al 22 agosto, sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è Speranza: promessa compiuta”. Noi lo chiamiamo “convegno”, ma nel tempo lo abbiamo trasformato da una serie di catechesi con diversi relatori, a un ritiro spirituale in cui alterniamo momenti di riflessione e preghiera a laboratori e serate ludiche: questo infatti è quello che ci aiuta di più nel nostro cammino (fra l’altro dedicheremo una giornata intera all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro).

Sicuramente chi sta leggendo conoscerà persone separate o divorziate e può valutare se informarli di questo evento che potrebbe cambiare positivamente la loro vita, com’è successo a me diversi anni fa.

Approfitto del titolo del convegno per parlare un po’ della speranza, uno dei termini più usati in quest’anno, proprio per il giubileo dedicato a questo tema. Che cosa è per me la speranza?

In passato significava il compimento dei miei desideri ed era quasi un’illusione consolatoria: prima o poi verrò soddisfatto e le mie attese saranno ripagate. Però, quando ti ritrovi a perdere un familiare stretto per il quale avevi tanto pregato, oppure vedi che la persona che hai amato di più nella vita ti considera sempre più un estraneo, capisci che forse non è questa la speranza vera.

Infatti, ritengo che la speranza sia la certezza che Dio mantiene ciò che promette, perché è un Dio fedele. Dio promette che non andrà tutto bene, ma che la nostra vita ha un senso, una missione, uno scopo unico che conduce al bene e misteriosamente s’intreccia con tutte le strade delle persone che incontriamo. Anche quando sembra che la notte sia sempre più buia e che davvero non ci sia un limite al male che avanza, Dio semina la speranza che non è “umana”, basata sulla probabilità che qualcosa cambi, ma una speranza (teologale), ancorata nella croce e risurrezione di Cristo.

Lui ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli, e se vogliamo, possiamo sentire la Sua presenza, anche se non vediamo niente. In un primo tempo speravo che mia moglie cambiasse idea, che tornasse sui suoi passi e poiché questo non accadeva, pensavo che fossi io il problema, magari non me lo meritavo, oppure pregavo poco, oppure mi comportavo male. In realtà stavo seguendo solo un mio desiderio che, per quanto oggettivamente buono e giusto, non può prevaricare la libertà di un’altra persona.

Inoltre devo ammettere che in alcuni casi non è possibile che ci sia un ricongiungimento dei coniugi dopo tanto tempo dalla separazione, se non c’è una vera conversione e degli aiuti esterni validi: sarebbe come voler far unire due rette che oramai sono parallele.

Ricordo che l’obiettivo del matrimonio è essere segno e testimonianza dell’amore di Dio e che la missione va avanti anche se il coniuge non vive più con noi e che anzi, proprio la sua mancanza può richiamare ancora di più la Presenza.

La mia speranza quindi, in questo momento, non è quella di riunire la famiglia, come nei finali felici dei film romantici, della serie “e vissero tutti felici e contenti”, ma sapere che c’è un Padre che mi ama e che sicuramente agisce per il mio bene. Un padre non risolve le difficoltà al figlio, ma gli insegna come superarle e a fidarsi completamente; quante volte ho rassicurato le mie figlie sullo scivolo o altri giochi: “Stai tranquilla, ci sono qui io a prenderti, non avere paura!

Ogni giorno la nostra speranza riprende vigore e forza davanti all’altare, nell’Eucarestia troviamo la forza per camminare, la luce per capire, la pace per accettare. Gesù Eucarestia è il nostro Sposo fedele, colui che non ci lascia mai, è lì che impariamo che l’amore vero non è fatto solo di emozioni, ma di fedeltà, sacrificio e dono.

Il Signore non ci ha promesso una vita senza lacrime, ma ci ha promesso che ogni lacrima sarà asciugata. Noi crediamo che un giorno, quella promessa di tornare al Padre, cominciata con il nostro battesimo, sarà pienamente compiuta.

Viviamo già un anticipo di quella pienezza ogni volta che perdoniamo, ogni volta che scegliamo di non restituire male per male, ogni volta che invochiamo lo Spirito per trasformare la nostra solitudine in preghiera. In questo modo, la nostra speranza non è vana, ma reale, concreta, viva.

La speranza è vedere le persone cambiare, partecipare a una cena con altre coppie dopo una testimonianza, circondati da bambini che giocano, è osservare un piccolo che s’inginocchia quando gli dici: “Guarda, lì c’è Gesù”. Continuiamo a camminare, con la certezza che la promessa fatta da Dio si compirà.

Clicca per scaricare la locandina

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Che bella decisione

 Sal 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza, che io non so misurare. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Eccoci giunti alla tanto attesa Settimana Santa che culminerà tra due giorni con l’inizio del Triduo Pasquale, vertice di tutto l’anno liturgico; oggi la Chiesa ci propone questo Salmo all’interno della Santa Messa, una preghiera che racchiude in sè ringraziamento, lode e domanda.

Anche in questo caso, concentreremo la nostra riflessione su una sola tra le tante espressioni di questo Salmo 70, poiché abbiamo imparato a procedere per piccoli passi ma sicuri. Tutti i papà e tutte le mamme che leggono questi articoli conoscono bene come un bimbo impari a camminare: non parte di botto come nulla fosse, al contrario, procede per piccoli passi e finché non si sente sicuro e stabile con un passo non procede al passo successivo. Se ci pensiamo bene, è un procedimento che utilizziamo anche da adulti nella vita, solo che non lo applichiamo più con così tanto impegno all’azione del camminare, ma a molte altre attività dell’esistenza umana.

L’espressione che abbiamo scelto è la seguente: hai deciso di darmi salvezza. Quando parliamo della Salvezza alle coppie, spesso ce ne usciamo con una frase simile: “Il Signore Gesù è andato sulla Croce quel Venerdì perché decise di andarci, e non perché non sapesse che fare quel giorno, come se fosse chiuso il bar dove solitamente andava con i Dodici a farsi l’aperitivo il Venerdi!“.

Per qualcuno suona un po’ sfacciato, quasi irriverente parlare così del primo Venerdi Santo, ma in realtà la nostra frase vuole andare al nocciolo della questione: la Passione non è piombata addosso a Gesù come un imprevisto, sicché Lui, da bravo Figlio di Dio, ha accettato di buon grado la volontà del Padre accogliendola. No!

Gesù significa “Dio salva“, quindi Lui ha assunto la natura umana (nel grembo verginale di Sua Madre, Maria) apposta per operare la nostra salvezza, Lui aveva una missione (la nostra salvezza) e l’ha portata a compimento attraverso la Croce.

Si leggono meditazioni della Via Crucis che approfondiscono il tema delle famose 3 cadute di Gesù sotto il peso della Croce, e sono sempre molto profonde e significative, ma quasi mai si leggono meditazioni che raccontano delle altrettante volte in cui Gesù si rialzò da quelle 3 cadute.

Perché Gesù si rialzò 3 volte nonostante il peso della Croce? Perchè il Suo obiettivo era la Croce, Lui voleva andarci su quella Croce. Un masochista? No, semplicemente era la Sua missione, e siccome doveva liberarci dal peccato, ha voluto portare su di sé (qui tollis peccata mundi) le conseguenze dei nostri peccati, ha portato sul suo corpo quello che il peccato fa alla nostra anima, ha lasciato che Satana sfogasse la propria cattiveria sul Suo corpo immacolato affinché non lo facesse con noi, Lui ci ha fatto da parafulmine, ha portato su di sè quello che in realtà meritiamo noi.

Cari sposi, ma questa salvezza come ci raggiunge a distanza di quasi 2000 anni? Con i sacramenti. Ma per noi sposi ce n’è uno in particolare, cucito su misura per ciascuno dei due sposi: il Sacramento del Matrimonio, ovvero il nostro amato coniuge. Spesso troviamo mille pretesti per lamentarci di lui/lei, ma quasi mai lo vediamo come strumento e mezzo di salvezza nonché di santificazione.

Come cambierebbe il nostro approccio nei confronti del nostro coniuge se lo vedessimo con gli occhi della fede: lo strumento attraverso cui Dio mi vuole salvare. Che cura e che attenzioni diverse avremmo, lo tratteremmo con i guanti bianchi perché Dio ha deciso di salvarmi (anche) attraverso di lei o di lui.

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Settimana Santa per cominciare a vivere così; guardando il nostro coniuge poter dire al Signore: hai deciso di darmi salvezza attraverso lui/lei.

Giorgio e Valentina

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Un Rumore! È il mio Dôdì che Bussa

Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!

L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.

L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?

Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.

Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.

Quando il cuore veglia anche nel sonno

La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.

Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.

Il ritorno dell’Amato

Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”

Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.

Quando l’amore esita

Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.

Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.

Le dieci vergini e il mistero dell’attesa

In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.

Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.

L’amore si gioca nel quotidiano

Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.

Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.

L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?

È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.

Antonio e Luisa

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Contemplare lo Sposo

Cari sposi, siamo arrivati alle porte di Gerusalemme con Gesù, a conclusione di un “cammino” di quaranta giorni, in salita, con fatica, per finalmente intravedere il tempio di Salomone e intonare, cantando, i salmi delle ascensioni.

Se fossimo stati lì con Lui e i Dodici avremmo visto cose meravigliose. Giungendo, infatti, da est, da Gerico, saremmo passati a fianco del primo grande rilievo, il Monte degli Ulivi. Ancora prima della città stessa, avremmo notato questo monte che offre una vista spettacolare su Gerusalemme. Ma subito dopo saremmo stati colpiti dallo scorgere in lontananza il grande tempio, fatto costruire da Erode il Grande, con le sue pietre bianchissime e le decorazioni dorate che riflettevano la luce del sole. Il tempio spiccava in mezzo alla vasta corte, racchiusa da portici ben visibili a distanza. A proposito, lo storico Flavio Giuseppe scrive che “chi non l’aveva visto (il tempio), non aveva mai visto nulla di splendido” (Guerra Giudaica, Libro V, paragrafo 222). Ma non solo il tempio, pure la cinta muraria aveva il suo incanto, perfettamente integra e intervallata da possenti bastioni. Da ultimo, avremmo notato le tantissime case bianche, addossate l’una all’altra sulle colline, dai tetti piatti, usati spesso come terrazze.

Questa vista, per la profonda emozione vissuta, di solito commuoveva ogni pio ebreo che giungeva delle tre feste di pellegrinaggio (Pesach, Shavuot o Sukkot). Eppure, non fu così per Gesù ma al contrario, visse con particolare drammaticità quel momento. Non appena scorse il Tempio iniziò a piangere, non tanto per quello che avrebbe sofferto ma per il rifiuto del suo Popolo amato. Già qui intravediamo che l’amore di Cristo sta per svelarsi in tutta la sua grandezza e forza.

Tutte le letture di oggi mettono in luce il carattere filiale di Gesù per sottolineare la sua obbedienza al Padre, come ci relata Isaia a proposito del servo o nell’obbedienza di Cristo dell’epistola paolina. La parola “obbedienza” ha una radice e un significato alquanto espressivo perché deriva da “ob-audire”, cioè prestare ascolto a chi si ha dinanzi. È l’atteggiamento del Figlio che non perde una parola del Padre e ne accoglie la volontà fino al sacrificio.

Ma tale azione ha altresì un risvolto nuziale tangibile perché, come detto prima, Gesù fa tutto ciò per amore al suo Popolo, per volersi donare a una Sposa che non corrisponde al Suo affetto. Cristo, prima ancora di subire la Passione, la prova, la sperimenta, la incarna per la sua Chiesa. Ecco allora che voi sposi, contemplando Gesù in questa settimana, toccate con mano cosa volle dire San Paolo quando scriveva ai suoi fedeli di Efeso: “come Cristo ama la Chiesa”. Contemplatelo, gustatevi ogni scena, ogni eventi. Prendetevi del tempo per leggere il vangelo, per sintonizzarvi con Gesù, immedesimatevi in ogni scena che vive, non solo di fuori ma anche nel suo mondo interiore.

Come insegna S. Ignazio di Loyola, dinanzi a questi eventi dobbiamo “vedere le persone, ascoltare ciò che dicono, osservare ciò che fanno… come se fossi presente anch’io nella scena” (Esercizi Spirituali, n. 106ss) e tutto ciò porta come frutto a un incontro personale con Gesù, non una proiezione mentale mia, ma la grazia di essere raggiunto da Lui e di farmi sperimentale la vita di Gesù non solo come un ricordo ma piuttosto come un evento di salvezza che accade adesso nella mia vita.

Cari sposi, vi invito ad aguzzare la vita, a prestare l’orecchio in modo speciale a Gesù in questa settimana. È qualcosa che va nel vostro interesse, per poter toccare ancora una volta con mano quale grazia abita in voi. Perché, lo sapete bene, è proprio in questa settimana che Gesù ha sposato la Chiesa e ha vissuto fino in fondo il suo Matrimonio mistico con ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Io, da sposo, guardo Gesù entrare a Gerusalemme e capisco che amare non è aspettare applausi, ma restare fedele anche quando l’amore costa, anche quando l’altro non capisce. Gesù non si ritira, non cerca scorciatoie: ama fino in fondo. È così che voglio amare mia moglie, entrando ogni giorno nel mio piccolo “Giovedì Santo”, lavando i piedi, restando anche nel Getsemani. Perché l’amore vero non fugge: resta.

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Amore e Intimità: La Chiave per Superare l’Ansia

L’ansia da prestazione trova terreno fertile soprattutto dove non c’è amore o, almeno, dove manca la sicurezza di essere amati. Questa insicurezza si manifesta in molte aree della vita, ma diventa particolarmente evidente nell’intimità di coppia, che rappresenta una sintesi profonda del legame affettivo.

Quando la relazione si basa su un continuo bisogno di dimostrare il proprio valore, anche l’incontro fisico si trasforma in una sorta di “esame da superare”, minando la naturalezza e la bellezza del donarsi reciproco.

Don Fabio Rosini ci ricorda che “l’amore vero è sempre gratuito e si nutre della certezza di essere accolti per ciò che siamo, non per le nostre performance“. Questo principio è essenziale per comprendere come l’ansia da prestazione si annidi in quelle relazioni in cui l’amore sembra condizionato a risultati o a impressioni da suscitare.

Il legame tra ansia e disfunzioni sessuali

Spesso le disfunzioni sessuali non sono il risultato di cause organiche, ma di fattori psicologici. Gli studi degli analisti transazionali confermano che le persone che soffrono meno di problemi come l’eiaculazione precoce, il vaginismo o altre difficoltà nell’intimità, sono proprio quelle che vivono relazioni stabili e caratterizzate da un amore autentico e sicuro.

Secondo il sessuologo John Bancroft, “la sicurezza emotiva è uno dei fattori chiave per una sana risposta sessuale: l’ansia e la paura del giudizio interferiscono direttamente con la capacità di lasciarsi andare nell’intimità“. In modo simile, la psicoterapeuta Esther Perel afferma che “la vera intimità non nasce dalla perfezione della prestazione, ma dalla capacità di creare uno spazio di fiducia e apertura reciproca“.

Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. La loro sicurezza affettiva li libera dal bisogno di “performare”, permettendo loro di concentrarsi interamente sul dono di sé. Durante il rapporto fisico, non pensano alla prestazione, ma al piacere di amare e di essere amati. Questa libertà interiore consente loro di abbandonarsi e di vivere l’intimità come un incontro profondo e autentico.

Don Luigi Maria Epicoco afferma che “l’amore autentico è un atto di fiducia: fiducia che l’altro mi accolga così come sono, senza bisogno di maschere o perfezioni artificiali“. In questa prospettiva, la vera sicurezza nell’intimità nasce dalla consapevolezza di essere accolti, non giudicati.

La fiducia come fondamento dell’intimità

L’intimità più profonda si costruisce nella fiducia reciproca. Quando ci sentiamo accolti e amati senza condizioni, impariamo ad abbandonarci all’altro con serenità. Questo vale non solo per l’incontro fisico, ma per tutta la vita di coppia: nei gesti quotidiani, nei momenti di difficoltà e nelle scelte condivise.

Padre Serafino Tognetti sottolinea che “la vera intimità si costruisce con il coraggio di mostrarsi vulnerabili, perché solo così possiamo permettere all’altro di conoscerci davvero“. In questo senso, l’intimità non è mai solo un incontro di corpi, ma è una comunione profonda che coinvolge anima e spirito.

La psicoterapeuta Maria Rita Parsi aggiunge che “la capacità di vivere una sessualità appagante è strettamente collegata al senso di sicurezza emotiva nella coppia: chi si sente accolto e amato ha meno timore di esporsi e di lasciarsi andare“.

Chi vive una relazione autentica non teme il giudizio del partner e sa che il valore del proprio amore non si misura in base a una prestazione, ma nella capacità di donarsi sinceramente.

L’intimità come espressione dell’amore coniugale

Non è forse questo ciò che promettiamo il giorno del matrimonio? “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…“. In queste parole risuona una promessa di accoglienza incondizionata, che crea uno spazio di sicurezza dove l’intimità può sbocciare in tutta la sua bellezza.

Quando un marito e una moglie si donano reciprocamente nel rapporto fisico, quell’incontro diventa il sigillo concreto di questa promessa. Un dono che non si misura sulla performance, ma sulla sincerità dell’amore che si manifesta.

Superare l’ansia da prestazione: alcuni consigli pratici

Per vincere l’ansia da prestazione, è fondamentale lavorare su tre dimensioni principali:

  1. Dialogo aperto: Comunicare con sincerità i propri timori e insicurezze, senza vergogna. Il partner può offrire sostegno e rassicurazione se comprende ciò che stiamo vivendo.
  2. Riscoprire la tenerezza: L’intimità non è solo attrazione fisica, ma anche carezze, sguardi e gesti d’amore che rafforzano il legame.
  3. Vivere la fede come fonte di sicurezza: Pregare insieme, affidarsi a Dio e costruire una spiritualità coniugale solida aiuta a riconoscere che l’amore vero non è mai fondato sulla prestazione, ma sulla grazia.

Conclusione

L’ansia da prestazione si dissolve laddove cresce la certezza di essere amati così come siamo. L’amore coniugale autentico si nutre di fiducia, sincerità e accoglienza. E nell’incontro intimo, questa sicurezza si manifesta nel dono libero e gioioso di sé.

Perché alla fine, come diceva san Giovanni Paolo II, “l’amore non è mai qualcosa che si conquista, ma sempre qualcosa che si accoglie e si custodisce con umiltà“.

Antonio e Luisa

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Non Preoccupatevi di Arrivare, ma di Arrivare Insieme

Abbiamo iniziato il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” e, ricevendo dal Signore la forza interiore, proseguiamo oggi con il secondo passo.  

Quando si programma qualsiasi viaggio si sceglie una metà, si sa dove arrivare. Anche Dio, ad Abramo, aveva detto «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. […] Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan»  (Gen 12,1; 5)

Abramo infatti fece il suo pellegrinaggio fisico verso Canaan ma, approfondendo la Scrittura, vediamo che l’espressione ebraica lekh lekhà generalmente tradotta con «vattene» possiamo tradurla meglio con «va’ verso di te» cioè «trova te stesso», «ritrovati». Il movimento di lasciare la propria terra (il proprio Io) per andare verso Dio è in realtà un andare verso sé stessi. In sostanza, Dio chiama Abram (e in lui l’uomo) a ritrovare la propria identità e Abram (non da solo ma con la moglie) si fida e obbedisce.

Così anche noi sposi siamo chiamati, ogni giorno, a ricordarci chi siamo. Siamo chiamati, ogni giorno, a preoccuparci di custodire la nostra identità sponsale:  il giorno delle nozze, con la consacrazione della nostra relazione, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo stati costituiti “sposi pellegrini sulla strada dell’amore” per arrivare insieme dal nostro Sposo Gesù, è Lui la meta sicura.

Cari sposi, in questo tempo quaresimale e giubilare, vi invitiamo a fare “un’inversione di marcia”: entrando in preghiera, state in intimità con Lui e troverete il vostro vero “Io di coppia”. Pregate insieme:

«Dio di Abramo, tu ci inviti ad andare a noi stessi, a guardare dentro la nostra coppia, ad occupare lo spazio familiare dell’essenziale, abbandonando i troppi idoli che ci ingombrano il cuore e la vita; Gesù, nostro Sposo, rendici sempre viandanti nel nostro matrimonio anche quando pensiamo di essere arrivati. Amen»

Solo allora potrete, con profitto, uscire, rivolgervi agli altri e portare loro la Verità e l’Amore che avete incontrato nel profondo.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Salvezza e Fedeltà Coniugale: una Testimonianza dell’Altro Mondo

Sentiamo spesso dire, in queste settimane, che la Quaresima è un “periodo forte”: vi propongo oggi, allora, una testimonianza molto forte. Una testimonianza dell’altro mondo. Nel vero senso della parola. Gloria Polo è una donna colombiana, di professione dentista, che l’8 maggio del 1995 è stata colpita da un fulmine. Si stava recando, insieme al marito e al cugino, presso la biblioteca della Facoltà di odontoiatria dell’Università di Bogotà.

Ha testimoniato lei stessa: “Quando stavamo per saltare una grande pozzanghera d’acqua, siamo stati raggiunti da un fulmine che ci ha carbonizzati. Mio nipote è morto subito. Era un ragazzo che, nonostante la sua giovane età, si affidava molto al Signore […] Quanto e me, il fulmine mi è entrato dal braccio e mi ha bruciato, spaventosamente, tutto il corpo, fuori e dentro. Non avevo più i seni, soprattutto quello sinistro, al suo posto era rimasto un buco. Era sparita la carne del ventre, delle gambe e delle coste. Quello che state vedendo qui, è il mio corpo completamente ricostruito, per la misericordia del Signore. Il fegato era completamente carbonizzato. I reni, i polmoni e le ovaie si erano bruciati. Il fulmine era uscito dal piede destro. Io usavo un apparecchio contraccettivo a forma de “T” di ottone, che è un buon conduttore di elettricità, per questo ha carbonizzato, ridotto in polvere, le mie ovaie. Ho avuto un blocco cardiaco e sono rimasta li, senza vita. Il mio corpo saltava a causa dell’elettricità accumulata.”

Gloria si salva e inizia testimoniare in tutto il mondo l’esperienza che il Signore le ha fatto fare. Nell’Aldilà. Quando, nelle tragiche ore tra la vita e la morte, è condotta in Cielo, Gloria vede i suoi genitori. Scopre che la madre si trova alle porte del Paradiso mentre suo padre è immerso nelle grandi pene del Purgatorio. Un padre adultero, ubriacone, violento e maschilista che si è salvato grazie a trentotto anni di preghiera della sua eroica sposa. Penso che molti di noi conoscano questa storia, abbiano letto il libro, visto o ascoltato questa esperienza straordinaria.

Quello che mi ha sempre molto colpito è stato ciò che Gloria Polo ha raccontato dei suoi genitori: “Da quando mi sono sposata, ho avuto solo un uomo nella mia vita, mio marito, ma anche così, pecchiamo nei pensieri, nel parlare e nell’agire. Per me è stato molto doloroso vedere che, con che grande tristezza, il peccato di adulterio di mio padre ci ha fatto tanto male. Quanto a me, mi ha trasformato in una persona risentita, sono sprofondata nel risentimento, contro gli uomini e i miei fratelli, che erano diventati delle copie fedeli di mio padre. Pensavano di essere felici perché erano «maschi», donnaioli e bevevano, senza pensare al male che facevano ai loro figli. Per questo motivo, mio padre piangeva con molto dolore, nel Purgatorio, vedendo i risultati del suo cattivo esempio”.

E ancora: “Sapete, mia madre era sposata da sette anni e ancora non aveva avuto figli. Ma lei era molto perturbata per le infedeltà di mio padre. Era molto preoccupata e angustiata. E quando si accorse di essere gravida e piangeva. Questa situazione ha provocato un’angustia tale che mi ha marcato interiormente, per tutta la vita. Per questo non mi sentivo amata da mia madre! Ma mia madre è sempre stata molto affettuosa e buona verso di me, mi ha dato affetto e amore, ma io non mi sentivo amata e ho vissuto sempre con questo complesso. In questa situazione, solo i sacramenti sono quelle grazie di Dio che ci guariscono.  […] E io, vi ha già detto che gioia di figlia io ero? Io chiamavo mio padre «Pietro, lo spaccapietre» e a mia madre dicevo che era fuori moda! Che era una vecchia antiquata e cose di questo genere, arrivavo fino al punto di negare che lei era mia madre, per vergogna! Pensate un po’! Ma non potete immaginare le grandi benedizioni che ho ricevuto grazie a mia madre. Una madre che andava in chiesa, che pregava davanti al Santissimo Sacramento, e offriva tutte le sue sofferenze al Signore, e si fidava, si fidava sempre!”.

Meravigliose, infine, le parole di Gloria Polo sul matrimonio: “A mia madre, Dio ha messo nel cuore, qualcosa somigliante a una palla di fuoco, bellissima, che significa l’amore di Dio, lo Spirito Santo. Ho saputo che lei era una donna molto pura. Dio era felice, pieno di gioia per causa sua. Mio padre invece no. Quando aveva appena dodici anni, suo papà lo aveva portato in un bordello. Non potete immaginare quanti spiriti impuri si erano impossessati di lui in quel momento, come larve, sanguisughe. […]

Una coppia vergine glorifica Dio. Esiste tra loro un patto santo tra di loro e con Dio che santifica la loro sessualità. La sessualità in se stessa non è peccato, è benedetta da Dio, è presenza di Dio nelle vita della coppia. Una volta celebrato il sacramento del matrimonio (anche nelle coppie che hanno perso la verginità), Dio è sempre presente nel letto matrimoniale, perfino a tavola è presente il Signore per benedire gli alimenti. Dio è veramente affascinato dalla bellezza del matrimonio, è felice di dare vita nuova. La coppia e Dio formano una Trinità. Peccato che molte coppie non abbiano questa dimensione religiosa, non si ricordano di Dio, si sposano solo per tradizione, non per fede, e pensano solo alla festa esteriore, mangiare e bere, la luna di miele; tutto bene, ma il peccato consiste nel mettere da parte il Signore. è stato proprio quello che è successo a me: ho lasciato il Signore per strada, nemmeno mi son sognata, di farlo entrare in casa nostra. Dio vuole essere invitato, ed è felice per questo, vuole stare con noi sempre, nella gioia e nel dolore. Vuole che sentiamo la Sua presenza. Nel sacramento è presente sempre, e come sarebbe bello se fossimo coscienti della Sua presenza.”

Grazie, Gloria Polo, per la tua testimonianza eccezionale, davvero dell’Altro mondo, davvero di Cielo!

Fabrizia Perrachon

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“Codice Cuore”: Libro per Adolescenti sul Valore della Sessualità

Mi è capitato ben due volte, nell’arco di poco tempo, di sentire persone adulte affermare che non possono parlare a figli, nipoti o al catechismo di sessualità, in quanto bisogna essere “competenti”, preparati, e loro non si sentono all’altezza. Da un lato, questa umiltà è profondamente ammirevole. È bello riconoscere che si necessita di una certa formazione per toccare – senza fare danni! – temi così rilevanti per la vita di una persona.

Dall’altro, è quasi allarmante che persone adulte, sposate, con figli, non parlino con i più giovani di questi argomenti (se non lo fanno loro: chi lo farà?) e che non lo facciano perché non hanno “la formazione necessaria”. Verrebbe da chiedersi: se sono sposati, ma si sentono “ignoranti” su quello che è il “fulcro”, il “quid” del matrimonio, perché non hanno sentito l’esigenza di colmare la lacuna?

Cosa aspettano a porsi domande e cercare risposte che permettano anzitutto a loro di capire il significato di un gesto che li riguarda da vicino, che tocca “dal di dentro” la propria vita? Se non sanno come parlarne, allora come lo hanno vissuto, come lo stanno vivendo?

Forse, a dire il vero, la formazione di cui si sentono mancanti non riguarda neppure il “significato” del gesto. In un mondo che spesso riduce il sesso ad una ginnastica (ma più “pericolosa”, perché può portare a gravidanze indesiderate e malattie per nulla piacevoli), spesso le competenze che si richiedono negli incontri di “educazione sessuale” sono, per così dire, puramente “tecniche”. Questa mentalità di fondo fa sì che si pensi di dover parlare di certi argomenti solo con un approccio medico.

Eppure, è proprio la mentalità di fondo che va messa in discussione, perchè – è sempre più evidente – la sessualità non è solo un’attività che riguarda la nostra salute fisica: è un atto che coinvolge tutta la persona, lasciando segni non solo nel corpo, ma anche nella mente e nell’anima. Questo argomento non riguarda o interpella solo i medici (sebbene il loro punto di vista sia importantissimo). Non sono gli unici che hanno il diritto e il dovere di parlarne a chi diventa grande. Anzi, l’esempio di un adulto di fiducia, vicino, stimato, è prioritario per un/una giovane che si chiede come, dove, con chi, perchè vivere l’intimità fisica! E, se ci è successo, anche senza avere una laurea in ginecologia, possiamo (dobbiamo!) testimoniare una bellezza trovata e sperimentata.

Senza presunzione, allora, mi permetto di segnalare un libro che ho scritto per raccontarvi una scoperta che ho fatto: ovvero che la “teologia del corpo” risponde alla sete di amore del nostro cuore. È con questo spirito, cercando di seguire le orme di San Giovanni Paolo II (che ha promosso in tutto il suo pontificato la “Teologia del Corpo”), che è nato “Codice cuore. Istruzioni per l’uso. Trovare sé stessi per stare con qualcun altro” (Mimep Docete, 2025), uno strumento per parlare ai ragazzi della dignità del corpo, di come amarsi in modo autentico (imparando prima di tutto l’amore per sé stessi).

Il libro, suddiviso in dieci capitoli, affronta vari temi legati all’affettività. Ogni capitolo ha al suo interno delle testimonianze vere, per avvalorare i contenuti esposti.  

Il libro, nel suo complesso, vuol mettere in luce che la nostra sessualità è un dono da custodire: si cerca di mettere in guardia da una visione materialistica del corpo, quasi fosse un oggetto di poco valore. Si spiega che l’intimità fisica può fare male, quando privata di ogni significato: invece di riempirci, ci svuota. Inoltre, si testimonia che “Dio c’entra col sesso”: ce lo ha donato Lui. Lungi dal promuovere una visione negativa e pessimista, si afferma che l’atto sessuale è qualcosa di sacro e che si può scegliere di “fare l’amore a 360 gradi”. Dobbiamo temere la concupiscenza, non la sessualità in quanto tale. Mediante il gesto più unitivo e vincolante che ci sia, possiamo sperimentare una comunione profonda con l’altro. Oppure possiamo viverlo in modo tale da sentire una solitudine tremenda.

Non poteva mancare, poi, il tema della pornografia, che non svela troppo, ma troppo poco. Non ci mostra il sesso come linguaggio dell’amore, oscurando quindi il suo potenziale più alto. Ad esempio, non mostra “comportamenti sani”, come la conversazione amorevole, i baci e i gesti di affetto. Nella pornografia, “tutto è deviato e distorto”. Insomma, che vantaggi ne avremo usufruendone?

Si tocca anche il tema della vita nascente, offrendo uno sguardo di speranza, anche davanti a gravidanze apparentemente impossibili e la possibilità di perdonarsi, se si è scelto di rinunciare al proprio figlio. Si cerca, tra l’altro, di offrire una via d’uscita, una possibile rinascita, per chi crede di aver perso la purezza per sempre e con essa la possibilità di gustare un amore vero.

Si può sempre ricominciare da zero! La domanda da farti è: lo vuoi? Anche se non hai ancora una risposta, potresti continuare a interrogarti. Non sei obbligato a comprare il libro e nemmeno a trovarti in accordo con ciò che leggerai; però, potrebbe essere uno spunto per riflettere su quello che cerchi davvero.

Se ti ho incuriosito ecco il link dove acquistarlo: Codice cuore istruzioni per l’uso | Casa Editrice Mimep Docete

Cecilia Galatolo

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Volti Inattesi e Orecchi Nuovi

Sal 101 (102) Signore, ascolta la mia preghiera, a te giunga il mio grido di aiuto. Non nascondermi il tuo volto nel giorno in cui sono nell’angoscia. Tendi verso di me l’orecchio, quando t’invoco, presto, rispondimi! Le genti temeranno il nome del Signore e tutti i re della terra la tua gloria, quando il Signore avrà ricostruito Sion e sarà apparso in tutto il suo splendore. Egli si volge alla preghiera dei derelitti, non disprezza la loro preghiera. Questo si scriva per la generazione futura e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore: «Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il sospiro del prigioniero, per liberare i condannati a morte».

Questo è il Salmo della Santa Messa odierna, una richiesta accorata al Signore affinché ascolti la nostra preghiera. Naturalmente il Signore ascolta tutte le preghiere di richiesta, ma non tutte sono esaudite secondo i nostri criteri, ed è per questo motivo che il salmista attribuisce caratteristiche dell’umana natura a Dio, per sentirlo più vicino a sé; è in questo contesto che trovano collocazione espressioni come “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio“.

Lungo il cammino della vita di fede non mancano momenti in cui Dio si manifesta a noi in tutto il Suo splendore, la Sua bellezza, la Sua potenza, ed altri in cui sembra nascondersi, quasi che ci tenga d’occhio ma da lontano, con discrezione, ed altri ancora in cui sembra essersi dimenticato di noi.

Il salmista è un uomo di fede, che ha un rapporto vivo con il suo Signore, un rapporto fatto di alti e bassi, di vicinanza e lontananza, di discrezione e di confidenza… proprio come un qualsiasi rapporto di amore. C’è però una differenza, e sta tutta nel fatto che nelle nostre relazioni umane più intime, le relazioni sponsali, gli alti e i bassi sono reciproci, mentre nel rapporto col Signore le variazioni sono tutte a nostro carico, Lui rimane sempre fedele nonostante a volte usi stratagemmi di varia natura per mettere alla prova il nostro amore nei Suoi confronti.

Le espressioni del Salmo che abbiamo sottolineato sono molto vicine alla nostra esperienza matrimoniale, qualche volta è capitato di litigare e per ripicca usiamo l’arma della freddezza nascondendo il volto l’un l’altra per qualche tempo oppure per vendetta si usa la strategia dell’indifferenza facendo finta di non sentire nemmeno la voce dell’altro/a.

Ma noi sposi cristiani siamo quel sacramento vivente dell’amore di Cristo l’un per l’altra, come è possibile agire così? La nostra relazione sponsale ha cambiato marcia da quando la consapevolezza di essere la manifestazione sensibile dell’amore di Cristo l’un per l’altra ha messo radici sempre più profonde nella nostra coscienza di sposi in Cristo.

Non siamo solo due che si piacciono e che si vogliono bene, non siamo solo due che hanno un progetto comune o hobby e interessi comuni, non siamo solo due che volevano formare una famiglia, non siamo solo due che si sopportano a vicenda, no. Siamo la tenerezza di Cristo per l’altro, siamo il perdono di Cristo l’uno per l’altra, siamo la Sua misericordia per l’altro, siamo la Sua pazienza, tutto ciò – e molto di più – sono gli sposi cristiani l’uno per l’altra.

Allora si capiscono bene quelle parole del Salmo “Non nascondermi il tuo volto […] Tendi verso di me il tuo orecchio” è un impegno di vita di ciascuno per il proprio coniuge, se siamo chiamati ad essere l’amore incarnato di Cristo per lui o per lei come possiamo nasconderci il volto o non ascoltarci reciprocamente?

Coraggio sposi, ancora una piccola porzione di Quaresima per cominciare a vivere così.

Giorgio e Valentina

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L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Uno sposo misericordioso

Cari sposi, siamo a poche settimane dalla Pasqua ed è importante che il nostro cuore si sintonizzi con quello di Gesù. La Pasqua è la novità assoluta, una cosa mai vista prima. Gesù vuole che ci prepariamo veramente a questo Nuovo che sta per coinvolgerci.

Sia la prima lettura che l’epistola di San Paolo ci ricordano quanto sia importante lasciare andare per essere aperti a ciò che Dio vuole fare di noi. Spesso vi sarà successo di voler riempire d’acqua una bottiglia ma di spruzzarvi perché l’aria da dentro non riesce a uscire. Parimenti, come fa il Signore a donarci la Pasqua, la Vita, la Risurrezione, se dentro di noi tratteniamo pensieri, ricordi, attaccamenti, pesi che ci ingabbiano nella nostra peggior versione?

È vero, ci sono cose brutte che la memoria potrebbe o anche vorrebbe trattenere, sia di cose spiacevoli personali come di problematiche avute con altri. Purtroppo, la memoria si può convertire quasi come il recipiente della spazzatura che però non viene svuotato e si accumulata in casa. In cambio, il Signore vuole liberarci da tutto questo peso e questo male che inevitabilmente ci portiamo dentro di noi.

Ma è anche vero il contrario! Il Signore non smette di coccolarci! Dobbiamo avere occhi per vedere e ringraziare i regali di ogni giorno. Proprio in una domenica come questa, Papa Benedetto ce lo ricordava: “Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore” (Benedetto XVI, udienza 12 ottobre 2011).

Comunque, gli occhi di tutta la Liturgia sono puntati sulla donna adultera, trascinata con violenza davanti a Gesù. Guardiamola dentro e fuori: è uno straccio, trema da cima a fondo, sa che da un momento all’altro potrebbe essere uccisa in un modo a dir poco bestiale, a colpi di pietra. Nel suo cuore un’immensa tristezza, vergogna e rabbia per quello che le sta accadendo ma è totalmente impotente, in balìa di una folla rabbiosa che può fare di lei ciò che vuole, nell’indifferenza più totale di chi sta a guardare.

Questo fatto, per quanto drammatico e carico di tensione, è nel fondo un profondo invito a lodare la misericordia di Dio che riesce magnificamente a intrecciarsi con la giustizia. Difatti Gesù non sta annullando la gravità dell’adulterio o sminuendo le responsabilità personali. Grazie all’incontro con questa donna, Gesù ci svela quanto Egli desidera più di ogni altra cosa che usciamo da ogni circolo vizioso e inghippo con il male ma anche da quella mentalità punitiva e giudicante che sovente applichiamo a noi stessi prima di riversarla sugli altri. Gesù è a dir poco geniale! Riesce in un colpo solo a donare misericordia alla donna e la vera giustizia agli accusatori, facendoli desistere dal male.

Cosa può significare per voi sposi questa vicenda? Gesù ancora una volta approfitta i contesti nuziali per svelare aspetti intimi del suo cuore e della sua vita, vedi per esempio il colloquio con i farisei circa il divorzio.

Banalmente il Vangelo sembra un invito a vigilare per non tradire il coniuge. E magari possiamo anche affermare, come di consueto, che il tradimento ha tanti modi di esprimersi, oltre l’aspetto fisico. Penso proprio che, per voi sposi, Gesù vuole andare più addentro e mostrarvi le immense profondità del suo Cuore.

È proprio la Sua misericordia il Nuovo di cui parla in vario modo la Parola odierna. Noi non sappiamo cosa sia la Misericordia divina! Ve lo dice uno che confessa, il nostro modo di concepire la misericordia ha una portata molto corta. L’unico modo per comprenderla è sperimentarla sulla propria pelle!

Come sposi siete stati arricchiti di un cuore misericordioso, chiedete a Gesù in questa domenica e nel tempo di Quaresima che rimane, di farlo agire in pieno, di renderlo pulsante, attivo e vibrante.

In questa scena lo Sposo è Gesù che accoglie con amore sia la Sposa-adultera ma anche la Sposa-scribi e farisei. Ad ognuno di loro dona misericordia, proprio come il Padre nel Vangelo di domenica scorsa. Finché non saremo investiti o ci lasceremo investire dalla Sua Misericordia non ci accorgeremo delle cose nuove che Gesù opera nella nostra vita.

Buon cammino di Quaresima e di conversione personale e di coppia!

ANTONIO E LUISA

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio — e che continua a insegnarmi l’amore — è questo: saper scrivere sulla sabbia le mancanze di mia moglie, invece di raccogliere pietre per lanciarle, come forse facevo all’inizio del nostro cammino insieme.

La chiave è la memoria. La memoria viva e grata di tutte le volte in cui ho sentito su di me la misericordia di Gesù, nella mia storia, nei miei peccati, nelle mie cadute. E la memoria delle volte in cui io stesso ho mancato di amare mia moglie come merita, e lei ha scelto di perdonarmi. Con il passare degli anni, questa memoria si arricchisce sempre più di perdoni dati e ricevuti, di fragilità accolte, di riconciliazioni silenziose. E proprio questo intreccio di misericordia e verità ci unisce sempre di più, trasformando anche gli errori in occasione per sperimentare un amore gratuito, maturo, benedetto da Dio.

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Le carezze nutrono il matrimonio

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).

Gesù ci chiama ad un amore tenero, un amore che si manifesta con gesti concreti e quotidiani, capaci di parlare al cuore. In particolare, il matrimonio cristiano è il sacramento della tenerezza, luogo in cui l’amore di Cristo si fa carne nella vita coniugale.

La tenerezza come linguaggio dell’amore

Nel vivere la vita matrimoniale ho compreso che Dio mi ha affidato una missione speciale: essere segno del Suo amore tenero per mia moglie. Questa non è una semplice ispirazione spirituale, ma un impegno concreto, quotidiano. Ogni giorno sono chiamato ad apprendere l’arte della tenerezza, che richiede attenzione, ascolto e cura.

La tenerezza, come spiega Carlo Rocchetta, si manifesta attraverso una “polifonia di carezze”. Queste carezze sono essenziali per nutrire la relazione di coppia e mantenere viva la fiamma dell’amore.

Le carezze secondo l’Analisi Transazionale

Eric Berne, ha approfondito il concetto delle “carezze” come unità fondamentali di riconoscimento. Secondo Berne, le carezze sono fondamentali per la nostra salute psico-emotiva e il nostro senso di identità. Esse possono essere fisiche, verbali o simboliche e rappresentano messaggi di apprezzamento e amore che nutrono l’autostima e rafforzano i legami affettivi.

Il matrimonio, come ogni relazione profonda, si costruisce su queste carezze che, se sincere e incondizionate, alimentano la sicurezza emotiva della coppia.

Tipologie di carezze

1. Carezze verbali

Le carezze verbali sono parole che esprimono amore, stima e riconoscimento. Dire al proprio coniuge: “Sei bellissima“, “Sei speciale“, o “Apprezzo molto quello che hai fatto per me” rafforza il legame emotivo.

Berne sottolineava che la fame di riconoscimento è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano. Le parole hanno un potere enorme: una parola dolce può risanare una ferita emotiva, mentre una parola dura può ferire profondamente. Nel matrimonio, le parole gentili e incoraggianti sono essenziali per costruire un clima di fiducia e amore.

2. Carezze gestuali

Le carezze gestuali comprendono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio e l’abbraccio. Questi gesti comunicano vicinanza e intimità senza bisogno di parole. La psicologia ci insegna che il linguaggio non verbale è spesso più potente delle parole stesse. Un abbraccio dato con sincerità può sciogliere tensioni e malumori più di mille parole.

3. Carezze comportamentali

Queste si esprimono attraverso azioni concrete che dimostrano cura e attenzione per il coniuge. Preparare il caffè al mattino, aiutare nelle faccende domestiche o prendersi cura dei figli sono esempi di gesti che esprimono amore e dedizione. Berne definiva queste attenzioni come “carezze comportamentali” che, se fatte con spontaneità e sincerità, rafforzano il legame coniugale.

4. Carezze simboliche

I doni, le sorprese, i piccoli gesti inattesi sono forme di riconoscimento simbolico che hanno un grande valore emotivo. Offrire un fiore, scrivere una lettera d’amore o lasciare un biglietto affettuoso sono esempi di carezze simboliche che danno senso e valore al rapporto. Questi segni rafforzano la consapevolezza che il coniuge è amato e considerato speciale.

L’importanza delle carezze incondizionate

Una condizione fondamentale, però, è che queste carezze siano autentiche e incondizionate. L’amore manipolativo, che cerca di ottenere qualcosa in cambio, non costruisce relazioni solide. Le carezze vere sono gratuite e spontanee.

Carlo Rocchetta mette in guardia da un atteggiamento che, purtroppo, si verifica talvolta nella coppia: il marito che diventa improvvisamente tenero e affettuoso solo quando ha uno scopo, ad esempio desiderare intimità fisica. Queste carezze “condizionate” perdono di valore e rischiano di spezzare la fiducia del coniuge. La vera tenerezza è costante e non strumentale.

La tenerezza come cammino di crescita

Essere teneri non è solo una predisposizione caratteriale, ma un cammino di maturazione personale e spirituale. San Paolo ci invita a rivestirci di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo richiede uno sforzo consapevole e quotidiano.

Per crescere nella tenerezza occorre:

  • Saper ascoltare: L’ascolto attento è la prima forma di riconoscimento dell’altro.
  • Essere pazienti: La pazienza aiuta a non reagire impulsivamente e ad accogliere i limiti dell’altro.
  • Curare la comunicazione: Parole gentili, toni calmi e sguardi affettuosi creano un clima di serenità.
  • Essere creativi nell’amore: Sorprendere il coniuge con gesti semplici ma significativi mantiene viva la gioia di stare insieme.

Conclusione

La tenerezza nel matrimonio è un linguaggio essenziale che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ogni carezza, ogni gesto d’amore autentico è un’eco del comando di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri“. Impegnarsi ogni giorno per essere epifania di questo amore tenero è la sfida più bella e nobile per ogni sposo e sposa che desiderano costruire un matrimonio saldo e felice.

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano. L’incontro.

«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». – Matteo 13

Cari lettori,

in questo primo articolo dedicato al fidanzamento cristiano vorrei soffermarmi in parte sulla  storia del mio fidanzamento con Alessandro e in parte su considerazioni generali che spero possano essere una luce di fiducia per incoraggiare sempre più  persone a intraprendere il loro fidanzamento secondo il Vangelo e secondo i consigli della Chiesa Cattolica.

Prima di tutto voglio dirvi che sono figlia di una coppia di sposi separata. La loro separazione è avvenuta pochi anni fa dopo molti anni di matrimonio, ma i miei genitori non avevano davvero costruito la loro relazione sul Signore Gesù, non pregavano insieme e non hanno vissuto un fidanzamento cristiano.

I loro continui litigi negli anni passati, specialmente quando ero adolescente mi hanno segnata profondamente, ma ho avuto la grazia di affidarmi sempre nella preghiera a Dio anche in quei momenti. Mi sono interrogata molto su quale fosse la mia vera vocazione e in questo percorso sono stata aiutata dai frati cappuccini toscani, uno di loro in particolare mi ha aiutata nel discernimento interiore e gli eventi che ho vissuto nel corso del tempo mi hanno fatto capire nel cuore che la strada per me era quella del matrimonio, forse anche perché con il mio percorso di vita avrei dovuto “riparare la casa interiore” , un po’ come quando Dio disse a San Francesco:

«Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2 Cel. 3).

Nell’ultimo anno delle superiori e nel primo anno di Università sono stata in una relazione con un compagno di scuola, ma non la posso definire fidanzamento, per i seguenti motivi: quel ragazzo non aveva fede e faceva fatica a rispettare i miei propositi fermi di una relazione casta e il secondo motivo era che mio cuore era molto agitato, turbato da quale fosse il mio percorso vocazionale.

Probabilmente una parte dell’inquietudine che sentivo era data anche dal fatto che quella relazione non mi faceva del bene e quindi quella persona non era quella giusta per me. Fu quel ragazzo a decidere di lasciarmi, era maggio 2019. Nei mesi precedenti quando ormai avevo capito che quel legame stava per finire già avevo iniziato a chiedere a Dio nella preghiera di farmi incontrare la persona giusta, una persona con la quale poter condividere la mia vita.

Ricordo che cercai su internet una preghiera a Sant’Antonio di Padova, un santo soprannominato dai sudamericani Casamenteiro (che significa “colui che favorisce i matrimoni”), in quanto esiste una tradizione legata a un miracolo compiuto dal santo a favore di una fanciulla che necessitava di una dote per potersi sposare.

Il Signore Gesù mi aveva già preparato la strada, ben prima di questa mia preghiera; infatti a dicembre 2018,  presso la Chiesa di San Carlo dei frati cappuccini dove svolgevo il servizio di  catechista, arrivò una domenica mattina, un nuovo organista chiamato a sostituire la persona che abitualmente suonava in chiesa e che in quel periodo non poteva venire.  La messa come sempre era alle 11.30, ma poiché prima erano necessarie alcune prove ricordo che lasciai un attimo i bambini del catechismo in una stanza e mi avviai alla porta ad accogliere quella persona nuova. Mi colpì molto il bel sorriso che quel giovane ragazzo dai modi gentili aveva. Mi presentai e lo accompagnai all’organo. Dopo qualche parola capimmo che eravamo dello stesso anno, 1998, lui di maggio, io di dicembre. Quella fu la prima volta che lo vidi. Il suo nome era Alessandro.

Vi aspetto il prossimo mese con il proseguo del mio diario. Un caro saluto.

Accolgo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli.

Potete scrivere a eleonoraealessandro4@gmail.com

Eleonora e Alessandro

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Il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista: la riscoperta della virilità

Perché la violenza maschile non si combatte reprimendo la virilità, ma educandola. Un percorso tra statistiche, psicologia e fede per riscoprire il cuore dell’uomo.

Siamo ancora tutti scossi dal recente duplice omicidio di due giovani ragazze, vittime della violenza di coetanei. Eventi come questo ci lasciano senza parole, soprattutto quando si è genitori: ho tre figli maschi di 21, 20 e 16 anni e una figlia di 18, e non riesco a non immedesimarmi nel dolore di quelle famiglie. Il termine “femminicidio” è corretto, ma spesso rischia di oscurare il vero dramma: una cultura che ha smarrito il senso dell’umano, in particolare nella relazione tra uomo e donna.

La mentalità pornografica che disumanizza

Viviamo in un tempo in cui la sessualità è stata svuotata del suo significato più profondo. La pornografia – oggi accessibile in maniera immediata e massiva – ha educato intere generazioni a vedere la donna come un oggetto, una presenza sempre disponibile, sempre accondiscendente. Non solo attraverso siti espliciti, ma anche tramite social, pubblicità, musica e persino videogiochi.

Questa mentalità pornografica non educa alla relazione, ma al consumo. E quando questi giovani uomini incontrano ragazze reali, con desideri, limiti e personalità proprie, si scontrano con qualcosa che non sanno gestire: la realtà del rifiuto, della libertà dell’altro. È lì che, senza strumenti interiori, può emergere la frustrazione, e nei casi più estremi, la violenza.

I dati: meno femminicidi, ma più attenzione

Nonostante la giusta attenzione dei media, i dati mostrano che i femminicidi in Italia sono in calo. Secondo l’Istat, nel 2023 si sono registrati 117 omicidi con vittime donne, in diminuzione del 7,1% rispetto al 2022. Nel 2002 le vittime erano 187: una riduzione significativa nel corso di vent’anni.

Questo non sminuisce il problema, ma ci invita a leggerlo con maggiore profondità. Il fenomeno resta drammatico, ma può essere affrontato con intelligenza, cultura e prevenzione.

La repressione non è la risposta: l’uomo ha bisogno di vivere la sua virilità

Una parte della cultura contemporanea, nel tentativo di correggere gli abusi del passato, ha proposto una risposta sbagliata: reprimere la virilità maschile, ridicolizzarla, confonderla con l’aggressività. Ma l’uomo non diventa meno pericoloso se rinuncia a se stesso: diventa fragile, confuso e a volte pericolosamente instabile. L’uomo ha bisogno di vivere in pienezza la propria virilità per non trasformarla in violenza.

Virilità non è dominio. È forza sotto controllo, è energia orientata al bene, è responsabilità. Come scrive John Eldredge in Wild at Heart, «ogni uomo è stato creato con il desiderio di combattere per ciò che è giusto, vivere un’avventura e amare una donna». Quando questi desideri vengono repressi, si deformano in rabbia, isolamento o possesso.

Secondo il dott. Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile, «la fragilità emotiva dei giovani maschi è il grande rimosso della nostra cultura». Crescono senza padri presenti, senza modelli affettivi sani, senza strumenti per affrontare la frustrazione. Ed è lì che esplodono i drammi.

Cristo: il volto pieno dell’uomo

La risposta a questa crisi non è la repressione, ma la redenzione. Ed è proprio Gesù Cristo a mostrarci la pienezza dell’essere uomo. Forte e mite, determinato e compassionevole, Gesù è capace di indignarsi per l’ingiustizia e di piangere per l’amico. Non possiede, ma si dona. Non conquista, ma custodisce.

Nella mia esperienza personale, è stato proprio l’incontro con Cristo – attraverso la relazione con mia moglie Luisa – a farmi riscoprire cosa significa essere uomo. Da giovane, appena fidanzati, la guardavo come un corpo. Un corpo da usare. Ero concentrato sulle mie pulsioni e su quello che io volevo. Solo dopo, attraverso un cammino di fede, ho capito che lei era una persona, un mistero, una figlia di Dio. L’amore è diventato dono, e non pretesa. Se volete approfondire la sessualità come gesto sacro e di donazione vi propongo il nostro nuovo libro.

Educare i figli all’amore vero

Per costruire una società più giusta, dobbiamo ripartire dall’educazione affettiva. Insegnare ai ragazzi che la donna non è un oggetto, ma una persona. Che amare significa rispettare. Che il “no” di una ragazza è sacro quanto il “sì”. Che il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista.

Abbiamo bisogno di padri, educatori, maestri, catechisti, uomini veri che mostrino con la propria vita che essere uomini non significa dominare, ma donarsi. Che la virilità non è qualcosa da temere, ma da vivere con cuore integro e volontà formata.

Conclusione: generare uomini nuovi

Per le ragazze uccise possiamo solo pregare. Ma per i nostri figli – e per le figlie che dovranno incontrarli – possiamo fare molto. Possiamo insegnare loro che amare significa lasciare liberi. Possiamo testimoniare che esiste un modo bello, pieno e santo di essere uomini. Un modo che non ha paura della forza, ma la sa orientare al bene. Un modo che somiglia – in tutto – a Gesù.

Antonio e Luisa

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Quante volte ci siamo sentiti incompresi …

È brutto sentirsi incompresi, vero? L’utilissima enciclopedia online Treccani, definisce l’incomprensione come: “Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone: ifra coniugiidei genitori verso i figliurtare contro l’idei superioriidi una classe sociale per determinati problemi”.

L’incomprensione non è solo qualcosa che si subisce perché si può anche “agire” sugli altri. Quante volte non ci siamo sentiti capiti ma, anche noi per primi, non abbiamo capito o non abbiamo voluto capire! La vita stessa ce ne dà esperienza. «I miei genitori non mi capiscono», «la mia migliore amica non mi capisce», «il mio collega proprio non mi capisce». Ma anche «mia moglie proprio non la capisco», «ci rinuncio a capire mio marito», «non mi ci metto neanche a capire mia suocera», «chi li ha mai capiti i vicini di casa?».

Un’indagine promossa nel dell’Istituto Demopolis ha evidenziato come il 58% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si senta capito dagli adulti. In un sondaggio d’opinione popolare il 91% degli uomini ha dichiarato di non capirci nulla delle donne. Da un’altra statistica è risultato addirittura che il 50% degli italiani non è fedele al coniuge … se non è incomprensione questa … Nel febbraio di due anni fa mi sono chiesta: cosa si nasconde al di là dell’incomprensione? Perché ci sentiamo non capiti? Che cosa – o chi – c’è dietro tutto questo? Così è nato “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, il mio nuovo libro edito da Mimep-Docete, in tutte le librerie da lunedì 31 marzo.  

Sono molto affezionata a “Capire l’incomprensibile” perché è il primo libro che ho scritto, anche se è il quarto a essere pubblicato. Lo sappiamo, a volte nella vita le cose o le situazioni prendono l’autostrada, altre un sentiero. L’importante è arrivare alla meta. E “Capire l’incomprensibile” ne è un esempio. Ed esce in un momento particolarmente propizio: mancano poche settimane alla Santa Pasqua, il trionfo della comprensione dell’amore sull’incomprensione dell’odio. Il trionfo della comprensione della vita dell’amore sull’incomprensione della morte. Il trionfo della comprensione del perdono sull’incomprensione del rancore.

Scrivo nell’introduzione: “Analisi dopo analisi, riflessione dopo riflessione, ci accorgeremo insieme che molte volte il Padre non si rende immediatamente riconoscibile – quasi come si volesse nascondere – per spingerci a guardare più a fondo, a intravedere e poi scoprire la santità non con gli occhi umani ma con quelli dell’anima. Nel corso dei secoli, infatti, ciò che è potuto sembrare stranezza, diversità, insignificanza – se non quando addirittura follia – in realtà non è stato altro che un piano di Dio. Se non capisco qualcosa – o qualcuno – inizialmente provo disagio o paura, poi me ne allontano, arrivando fino alla condanna, alla negazione; il meccanismo difensivo che scatta dentro ciascuno di noi è proprio questo, riassunto in poche ma efficaci sequenze; ebbene, questo insieme di pregiudizi e condanne è proprio quanto hanno vissuto i personaggi di cui leggeremo nelle prossime pagine, scoprendo come il disprezzo umano è, in realtà, uno degli ingredienti del percorso per elevarsi da questo mondo al Cielo.

Qualche pagina più avanti affermo: “’L’incomprensione è una caratteristica umana universale, presente in tutte le società e in tutti i tempi, in tutte le situazioni e a tutti i livelli; ciascuno di noi ne fa esperienza diretta più volte nel corso dell’esistenza, fin dai primi giorni di vita. […] In lingua italiana questo termine è il contrario di comprensione che, derivata dal latino, significa innanzi tutto “capire” ma non solo: vedremo nei capitoli successivi che comprendere significa anche tante altre cose e comporta sforzi non solamente cognitivi ma anche spirituali, che saranno proprio quelli sui quali cercheremo di riflettere maggiormente. Abbiamo detto, dunque, che l’incomprensione è un deficit ossia una mancanza che, però, sarebbe riduttivo relegare unicamente ad una carenza di comprensione: non capire l’altro significa anche non poterlo o non volerlo ascoltare, far finta di non ascoltarlo o equivocarne il messaggio, per ignoranza o per secondi fini.

Ma cercare di comprendere Gesù e il Suo messaggio, vuol forse dire tentare di uscire dall’empasse dell’incomprensione? Vorrà dire capire l’incomprensibile?

Fabrizia Perrachon

P.S.: “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, edito da Mimep-Docete, si trova in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della casa editrice e anche su Amazon. Grazie in anticipo a chi lo leggerà, lo regalerà o lo consiglierà. Non solo farai del bene al tuo o ad altri cuori ma mi aiuterai anche a proseguire con le tante attività di testimonianza, sostegno e diffusione della fede e della speranza in tante mamme, papà, coppie, famiglie e giovani.  

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La mia continenza: un sacrificio d’amore

Pochi giorni fa Antonio mi ha chiesto di realizzare un video per rispondere a un marito, così ho deciso anche di scrivere una risposta un po’ più articolata; la domanda è questa:Se mia moglie mi ha lasciato perché si vuole divertire con altri uomini, io gli devo stare fedele anche con la castità?”.

A gennaio avevo risposto ad una domanda simile, ma ora voglio parlare di altro. Secondo la mentalità del mondo, però, la risposta alla tentazione sarebbe: “Cosa aspetti? Goditi la vita anche tu!”. Ma peccare non è mai un vero divertimento. Può sembrarlo all’inizio, perché il male spesso si presenta mascherato di dolcezza — come veleno coperto di miele — ma alla fine mostra sempre le sue conseguenze amare.

Io credo che invece questa brutta situazione possa essere sfruttata come un momento di crescita nella fede, come uno step da fare per passare al livello successivo, cioè da un amore corrisposto e quindi dove do qualcosa, ma anche ricevo, a un amore totalmente disinteressato e gratuito, come quello di Cristo.

Finché non affronti una prova concreta, non puoi sapere davvero se sei capace di superare le difficoltà. Puoi anche pensare di farcela, ma è solo il test che lo dimostra. È per questo che ho sempre sostenuto l’importanza degli esami, anche a scuola. Ricordo ancora, ad esempio, l’interrogazione finale in quinta elementare: un momento formativo che oggi, purtroppo, è stato eliminato.

In questo caso c’è in gioco la fede, ci crediamo davvero o siamo solo capaci a biascicare qualche preghiera, giusto per accontentare la nostra coscienza?

Nessuno vorrebbe affrontare le prove della vita, ci immaginiamo sempre che la nostra strada sia in discesa, dimenticando che sono le salite quelle che temprano il corpo e lo spirito; d’altra parte la porta stretta richiede uno sforzo per entrare.

Tornando alla domanda: fare l’amore al di fuori di un legame che sia davvero un “per sempre”, senza una donazione totale e aperta alla vita, non è vero amore, ma solo un atto genitale, uno sfogo dell’istinto. Può sembrare che ci sia amore sincero, ma in realtà manca sempre qualcosa: quella pienezza e verità che solo l’impegno totale può garantire.

La fedeltà è un terreno sacro: quando un coniuge resta fedele nonostante l’abbandono dell’altro, sta mantenendo aperta la porta alla grazia e alla potenza di Dio, permettendoGli di agire nella storia della coppia. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche sfruttare gli altri e svendersi, ma noi cristiani sappiamo che dobbiamo aver cura del nostro corpo, perché è il tempio di Dio. Quindi la fedeltà nella prova diventa fecondità nella grazia per noi e per chi ci sta intorno.

Se una moglie (in questo caso, ma vale ovviamente anche per il marito) se ne va, il marito può scegliere di comportarsi allo stesso modo, oppure restare fedele per fede e in forza del Sacramento (non perché è bravo).

Il coniuge è, su questa terra, la persona che ha il potere spirituale più grande sull’altro, perché il sacramento del matrimonio ha consacrato la loro unione. Nemmeno un sacerdote o un vescovo possono intercedere presso Dio più profondamente di un marito per sua moglie, o di una moglie per suo marito. Questo significa che la mia vita, le mie scelte, la mia fedeltà possono influenzare l’eternità di mia moglie. È facile pensare che non lo meriti, che debba pagare per ciò che ha fatto — per le ferite, per il male arrecato anche ai figli — ma quando ragiono così, sto guardando tutto con occhi umani, secondo la logica della giustizia terrena. Dio però non ragiona così: ama mia moglie quanto ama me e vuole salvarla. Ma ha bisogno della mia collaborazione per farlo.

Quindi se io cerco di amare davvero, mettendomi dalla parte di Chi si sarebbe meritato più bene di tutti nella storia ed è stato messo in croce, sto rispettando il mio impegno di dare la vita, nonostante il suo comportamento. E quando si perde la vita per gli altri, sappiamo che invece si guadagna quella eterna, la più importante e che Dio non ci farà mancare la pace e tanto altro.

Una vita vissuta nella castità — che, più propriamente, è continenza, poiché la castità riguarda ogni stato di vita ed è molto più profonda del solo aspetto sessuale — non va intesa come un sacrificio fine a se stesso, né come una croce insopportabile. Al contrario, è una forma di donazione, una scelta d’amore. E quando sei tu a scegliere, non ti senti schiacciato da un’imposizione, ma libero e leggero nel portare avanti la tua missione.

La continenza, in questo contesto, non è privazione, ma pienezza. È la libertà di amare senza cercare compensazioni, di restare saldi nella promessa fatta, non per obbligo, ma per scelta consapevole. Chi rimane fedele non è uno sconfitto, ma un vincitore nella logica del Vangelo.

Un’ultima cosa: nei giorni nostri sembra che una persona non possa vivere bene e felice se non ha rapporti sessuali. Certamente fare l’amore è una grande fonte di piacere e appagamento, ma non è l’unica: garantisco che si può avere una vita bellissima e felice anche vivendo nella continenza. Questo avviene anche attraverso piaceri sani, come un abbraccio, una passeggiata nella natura, la visione di un film, la lettura di un libro, una pizza con gli amici, aiutare gli altri, stare insieme ai figli, gioire delle loro conquiste, un viaggio e anche pregare. Sarò strano, ma io preferisco divertirmi così e non mi manca niente, perché amando, sono insieme allo Sposo Gesù e a tanti amici.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Sindrome di Calimero

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16) Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. […]

Questo è un estratto del Vangelo della Santa Messa di oggi, che narra di un miracolo forse abbastanza noto per via della frase di Gesù : «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». Essendo un Vangelo, quello di Giovanni, ricco di simbolismi, è conveniente per noi restare su un piccolo particolare che ad una prima lettura superficiale rischia di passare inosservato.

Tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle, almeno una volta, la portata di sofferenza, fatica e dolore di una malattia. Non si tratta qui di stilare una classifica in base alla malattia, poichè sappiamo bene come ad ogni malanno (anche un banale raffreddore, un mal di testa improvviso o un mal di pancia) corrisponda un grado diverso di sofferenza, fatica e dolore.

Quello che vogliamo evidenziare è il fatto che chiunque di noi si trovi in una situazione di malattia, non veda l’ora non solo di guarire ma di trovare la giusta cura per iniziarla il prima possibile. Mentre invece il paralitico del Vangelo non sembra sentire questa urgenza, al contrario, quasi pare che se la prenda comoda da ben 38 anni.

Gesù gli fa la domanda più semplice che si possa fare ad un malato: «Vuoi guarire?».. E lui, invece di rispondere con altrettanta semplicità un rapido “Sì”, articola una risposta traballante: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me».

La nostra replica (non quella di Gesù) sarebbe stata del tipo: Mi stai dicendo che in 38 anni non hai trovato nessuno che ti aiutasse? Non è che forse sei stato tu a non chiedere aiuto? E noi sposi, cosa risponderemmo alla semplice domanda di Gesù ?

Quando incontriamo coppie che ci chiedono aiuto, capita di trovare persone che, pur riconoscendo qualcosa da sistemare nel proprio matrimonio, in realtà non vogliono davvero guarire. Per alcuni, infatti, è più rassicurante restare nel ruolo di vittima, cercando compassione e attenzioni, piuttosto che affrontare il cambiamento.

A noi piace chiamare questa situazione “sindrome di Calimero“, con esplicito riferimento al pulcino protagonista dapprima di un “Carosello” e poi di una fortunata serie di episodi di cartoni animati. Questo pulcino se ne usciva sempre con questa frase : «Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però». E’ proprio grazie a questa frase che Calimero si è attirato le simpatie di grandi e piccini.

Ma noi sposi non possiamo cadere in questa trappola: per essere considerati dal nostro coniuge (o la coppia stessa dagli altri) non abbiamo bisogno di ricorrere a questi sotterfugi. Vuoi vedere sbocciare il tuo matrimonio come un fiore in primavera? Datti da fare, comincia a cambiare te stesso, non crogiolarti nelle tue sofferenze, nelle tue fragilità. Dobbiamo prendere coraggio e rispondere a Gesù con un semplice e rapido “Sì”.

Coraggio sposi, abbiamo ancora una porzione di Quaresima per lasciarci guarire da Gesù, senza però tralasciare nulla che è di nostra competenza.

Giorgio e Valentina

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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