L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Uno sposo misericordioso

Cari sposi, siamo a poche settimane dalla Pasqua ed è importante che il nostro cuore si sintonizzi con quello di Gesù. La Pasqua è la novità assoluta, una cosa mai vista prima. Gesù vuole che ci prepariamo veramente a questo Nuovo che sta per coinvolgerci.

Sia la prima lettura che l’epistola di San Paolo ci ricordano quanto sia importante lasciare andare per essere aperti a ciò che Dio vuole fare di noi. Spesso vi sarà successo di voler riempire d’acqua una bottiglia ma di spruzzarvi perché l’aria da dentro non riesce a uscire. Parimenti, come fa il Signore a donarci la Pasqua, la Vita, la Risurrezione, se dentro di noi tratteniamo pensieri, ricordi, attaccamenti, pesi che ci ingabbiano nella nostra peggior versione?

È vero, ci sono cose brutte che la memoria potrebbe o anche vorrebbe trattenere, sia di cose spiacevoli personali come di problematiche avute con altri. Purtroppo, la memoria si può convertire quasi come il recipiente della spazzatura che però non viene svuotato e si accumulata in casa. In cambio, il Signore vuole liberarci da tutto questo peso e questo male che inevitabilmente ci portiamo dentro di noi.

Ma è anche vero il contrario! Il Signore non smette di coccolarci! Dobbiamo avere occhi per vedere e ringraziare i regali di ogni giorno. Proprio in una domenica come questa, Papa Benedetto ce lo ricordava: “Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore” (Benedetto XVI, udienza 12 ottobre 2011).

Comunque, gli occhi di tutta la Liturgia sono puntati sulla donna adultera, trascinata con violenza davanti a Gesù. Guardiamola dentro e fuori: è uno straccio, trema da cima a fondo, sa che da un momento all’altro potrebbe essere uccisa in un modo a dir poco bestiale, a colpi di pietra. Nel suo cuore un’immensa tristezza, vergogna e rabbia per quello che le sta accadendo ma è totalmente impotente, in balìa di una folla rabbiosa che può fare di lei ciò che vuole, nell’indifferenza più totale di chi sta a guardare.

Questo fatto, per quanto drammatico e carico di tensione, è nel fondo un profondo invito a lodare la misericordia di Dio che riesce magnificamente a intrecciarsi con la giustizia. Difatti Gesù non sta annullando la gravità dell’adulterio o sminuendo le responsabilità personali. Grazie all’incontro con questa donna, Gesù ci svela quanto Egli desidera più di ogni altra cosa che usciamo da ogni circolo vizioso e inghippo con il male ma anche da quella mentalità punitiva e giudicante che sovente applichiamo a noi stessi prima di riversarla sugli altri. Gesù è a dir poco geniale! Riesce in un colpo solo a donare misericordia alla donna e la vera giustizia agli accusatori, facendoli desistere dal male.

Cosa può significare per voi sposi questa vicenda? Gesù ancora una volta approfitta i contesti nuziali per svelare aspetti intimi del suo cuore e della sua vita, vedi per esempio il colloquio con i farisei circa il divorzio.

Banalmente il Vangelo sembra un invito a vigilare per non tradire il coniuge. E magari possiamo anche affermare, come di consueto, che il tradimento ha tanti modi di esprimersi, oltre l’aspetto fisico. Penso proprio che, per voi sposi, Gesù vuole andare più addentro e mostrarvi le immense profondità del suo Cuore.

È proprio la Sua misericordia il Nuovo di cui parla in vario modo la Parola odierna. Noi non sappiamo cosa sia la Misericordia divina! Ve lo dice uno che confessa, il nostro modo di concepire la misericordia ha una portata molto corta. L’unico modo per comprenderla è sperimentarla sulla propria pelle!

Come sposi siete stati arricchiti di un cuore misericordioso, chiedete a Gesù in questa domenica e nel tempo di Quaresima che rimane, di farlo agire in pieno, di renderlo pulsante, attivo e vibrante.

In questa scena lo Sposo è Gesù che accoglie con amore sia la Sposa-adultera ma anche la Sposa-scribi e farisei. Ad ognuno di loro dona misericordia, proprio come il Padre nel Vangelo di domenica scorsa. Finché non saremo investiti o ci lasceremo investire dalla Sua Misericordia non ci accorgeremo delle cose nuove che Gesù opera nella nostra vita.

Buon cammino di Quaresima e di conversione personale e di coppia!

ANTONIO E LUISA

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio — e che continua a insegnarmi l’amore — è questo: saper scrivere sulla sabbia le mancanze di mia moglie, invece di raccogliere pietre per lanciarle, come forse facevo all’inizio del nostro cammino insieme.

La chiave è la memoria. La memoria viva e grata di tutte le volte in cui ho sentito su di me la misericordia di Gesù, nella mia storia, nei miei peccati, nelle mie cadute. E la memoria delle volte in cui io stesso ho mancato di amare mia moglie come merita, e lei ha scelto di perdonarmi. Con il passare degli anni, questa memoria si arricchisce sempre più di perdoni dati e ricevuti, di fragilità accolte, di riconciliazioni silenziose. E proprio questo intreccio di misericordia e verità ci unisce sempre di più, trasformando anche gli errori in occasione per sperimentare un amore gratuito, maturo, benedetto da Dio.

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Le carezze nutrono il matrimonio

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).

Gesù ci chiama ad un amore tenero, un amore che si manifesta con gesti concreti e quotidiani, capaci di parlare al cuore. In particolare, il matrimonio cristiano è il sacramento della tenerezza, luogo in cui l’amore di Cristo si fa carne nella vita coniugale.

La tenerezza come linguaggio dell’amore

Nel vivere la vita matrimoniale ho compreso che Dio mi ha affidato una missione speciale: essere segno del Suo amore tenero per mia moglie. Questa non è una semplice ispirazione spirituale, ma un impegno concreto, quotidiano. Ogni giorno sono chiamato ad apprendere l’arte della tenerezza, che richiede attenzione, ascolto e cura.

La tenerezza, come spiega Carlo Rocchetta, si manifesta attraverso una “polifonia di carezze”. Queste carezze sono essenziali per nutrire la relazione di coppia e mantenere viva la fiamma dell’amore.

Le carezze secondo l’Analisi Transazionale

Eric Berne, ha approfondito il concetto delle “carezze” come unità fondamentali di riconoscimento. Secondo Berne, le carezze sono fondamentali per la nostra salute psico-emotiva e il nostro senso di identità. Esse possono essere fisiche, verbali o simboliche e rappresentano messaggi di apprezzamento e amore che nutrono l’autostima e rafforzano i legami affettivi.

Il matrimonio, come ogni relazione profonda, si costruisce su queste carezze che, se sincere e incondizionate, alimentano la sicurezza emotiva della coppia.

Tipologie di carezze

1. Carezze verbali

Le carezze verbali sono parole che esprimono amore, stima e riconoscimento. Dire al proprio coniuge: “Sei bellissima“, “Sei speciale“, o “Apprezzo molto quello che hai fatto per me” rafforza il legame emotivo.

Berne sottolineava che la fame di riconoscimento è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano. Le parole hanno un potere enorme: una parola dolce può risanare una ferita emotiva, mentre una parola dura può ferire profondamente. Nel matrimonio, le parole gentili e incoraggianti sono essenziali per costruire un clima di fiducia e amore.

2. Carezze gestuali

Le carezze gestuali comprendono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio e l’abbraccio. Questi gesti comunicano vicinanza e intimità senza bisogno di parole. La psicologia ci insegna che il linguaggio non verbale è spesso più potente delle parole stesse. Un abbraccio dato con sincerità può sciogliere tensioni e malumori più di mille parole.

3. Carezze comportamentali

Queste si esprimono attraverso azioni concrete che dimostrano cura e attenzione per il coniuge. Preparare il caffè al mattino, aiutare nelle faccende domestiche o prendersi cura dei figli sono esempi di gesti che esprimono amore e dedizione. Berne definiva queste attenzioni come “carezze comportamentali” che, se fatte con spontaneità e sincerità, rafforzano il legame coniugale.

4. Carezze simboliche

I doni, le sorprese, i piccoli gesti inattesi sono forme di riconoscimento simbolico che hanno un grande valore emotivo. Offrire un fiore, scrivere una lettera d’amore o lasciare un biglietto affettuoso sono esempi di carezze simboliche che danno senso e valore al rapporto. Questi segni rafforzano la consapevolezza che il coniuge è amato e considerato speciale.

L’importanza delle carezze incondizionate

Una condizione fondamentale, però, è che queste carezze siano autentiche e incondizionate. L’amore manipolativo, che cerca di ottenere qualcosa in cambio, non costruisce relazioni solide. Le carezze vere sono gratuite e spontanee.

Carlo Rocchetta mette in guardia da un atteggiamento che, purtroppo, si verifica talvolta nella coppia: il marito che diventa improvvisamente tenero e affettuoso solo quando ha uno scopo, ad esempio desiderare intimità fisica. Queste carezze “condizionate” perdono di valore e rischiano di spezzare la fiducia del coniuge. La vera tenerezza è costante e non strumentale.

La tenerezza come cammino di crescita

Essere teneri non è solo una predisposizione caratteriale, ma un cammino di maturazione personale e spirituale. San Paolo ci invita a rivestirci di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo richiede uno sforzo consapevole e quotidiano.

Per crescere nella tenerezza occorre:

  • Saper ascoltare: L’ascolto attento è la prima forma di riconoscimento dell’altro.
  • Essere pazienti: La pazienza aiuta a non reagire impulsivamente e ad accogliere i limiti dell’altro.
  • Curare la comunicazione: Parole gentili, toni calmi e sguardi affettuosi creano un clima di serenità.
  • Essere creativi nell’amore: Sorprendere il coniuge con gesti semplici ma significativi mantiene viva la gioia di stare insieme.

Conclusione

La tenerezza nel matrimonio è un linguaggio essenziale che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ogni carezza, ogni gesto d’amore autentico è un’eco del comando di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri“. Impegnarsi ogni giorno per essere epifania di questo amore tenero è la sfida più bella e nobile per ogni sposo e sposa che desiderano costruire un matrimonio saldo e felice.

Antonio e Luisa

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Diario di un fidanzamento cristiano. L’incontro.

«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». – Matteo 13

Cari lettori,

in questo primo articolo dedicato al fidanzamento cristiano vorrei soffermarmi in parte sulla  storia del mio fidanzamento con Alessandro e in parte su considerazioni generali che spero possano essere una luce di fiducia per incoraggiare sempre più  persone a intraprendere il loro fidanzamento secondo il Vangelo e secondo i consigli della Chiesa Cattolica.

Prima di tutto voglio dirvi che sono figlia di una coppia di sposi separata. La loro separazione è avvenuta pochi anni fa dopo molti anni di matrimonio, ma i miei genitori non avevano davvero costruito la loro relazione sul Signore Gesù, non pregavano insieme e non hanno vissuto un fidanzamento cristiano.

I loro continui litigi negli anni passati, specialmente quando ero adolescente mi hanno segnata profondamente, ma ho avuto la grazia di affidarmi sempre nella preghiera a Dio anche in quei momenti. Mi sono interrogata molto su quale fosse la mia vera vocazione e in questo percorso sono stata aiutata dai frati cappuccini toscani, uno di loro in particolare mi ha aiutata nel discernimento interiore e gli eventi che ho vissuto nel corso del tempo mi hanno fatto capire nel cuore che la strada per me era quella del matrimonio, forse anche perché con il mio percorso di vita avrei dovuto “riparare la casa interiore” , un po’ come quando Dio disse a San Francesco:

«Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2 Cel. 3).

Nell’ultimo anno delle superiori e nel primo anno di Università sono stata in una relazione con un compagno di scuola, ma non la posso definire fidanzamento, per i seguenti motivi: quel ragazzo non aveva fede e faceva fatica a rispettare i miei propositi fermi di una relazione casta e il secondo motivo era che mio cuore era molto agitato, turbato da quale fosse il mio percorso vocazionale.

Probabilmente una parte dell’inquietudine che sentivo era data anche dal fatto che quella relazione non mi faceva del bene e quindi quella persona non era quella giusta per me. Fu quel ragazzo a decidere di lasciarmi, era maggio 2019. Nei mesi precedenti quando ormai avevo capito che quel legame stava per finire già avevo iniziato a chiedere a Dio nella preghiera di farmi incontrare la persona giusta, una persona con la quale poter condividere la mia vita.

Ricordo che cercai su internet una preghiera a Sant’Antonio di Padova, un santo soprannominato dai sudamericani Casamenteiro (che significa “colui che favorisce i matrimoni”), in quanto esiste una tradizione legata a un miracolo compiuto dal santo a favore di una fanciulla che necessitava di una dote per potersi sposare.

Il Signore Gesù mi aveva già preparato la strada, ben prima di questa mia preghiera; infatti a dicembre 2018,  presso la Chiesa di San Carlo dei frati cappuccini dove svolgevo il servizio di  catechista, arrivò una domenica mattina, un nuovo organista chiamato a sostituire la persona che abitualmente suonava in chiesa e che in quel periodo non poteva venire.  La messa come sempre era alle 11.30, ma poiché prima erano necessarie alcune prove ricordo che lasciai un attimo i bambini del catechismo in una stanza e mi avviai alla porta ad accogliere quella persona nuova. Mi colpì molto il bel sorriso che quel giovane ragazzo dai modi gentili aveva. Mi presentai e lo accompagnai all’organo. Dopo qualche parola capimmo che eravamo dello stesso anno, 1998, lui di maggio, io di dicembre. Quella fu la prima volta che lo vidi. Il suo nome era Alessandro.

Vi aspetto il prossimo mese con il proseguo del mio diario. Un caro saluto.

Accolgo volentieri opinioni o domande sui nostri articoli.

Potete scrivere a eleonoraealessandro4@gmail.com

Eleonora e Alessandro

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Il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista: la riscoperta della virilità

Perché la violenza maschile non si combatte reprimendo la virilità, ma educandola. Un percorso tra statistiche, psicologia e fede per riscoprire il cuore dell’uomo.

Siamo ancora tutti scossi dal recente duplice omicidio di due giovani ragazze, vittime della violenza di coetanei. Eventi come questo ci lasciano senza parole, soprattutto quando si è genitori: ho tre figli maschi di 21, 20 e 16 anni e una figlia di 18, e non riesco a non immedesimarmi nel dolore di quelle famiglie. Il termine “femminicidio” è corretto, ma spesso rischia di oscurare il vero dramma: una cultura che ha smarrito il senso dell’umano, in particolare nella relazione tra uomo e donna.

La mentalità pornografica che disumanizza

Viviamo in un tempo in cui la sessualità è stata svuotata del suo significato più profondo. La pornografia – oggi accessibile in maniera immediata e massiva – ha educato intere generazioni a vedere la donna come un oggetto, una presenza sempre disponibile, sempre accondiscendente. Non solo attraverso siti espliciti, ma anche tramite social, pubblicità, musica e persino videogiochi.

Questa mentalità pornografica non educa alla relazione, ma al consumo. E quando questi giovani uomini incontrano ragazze reali, con desideri, limiti e personalità proprie, si scontrano con qualcosa che non sanno gestire: la realtà del rifiuto, della libertà dell’altro. È lì che, senza strumenti interiori, può emergere la frustrazione, e nei casi più estremi, la violenza.

I dati: meno femminicidi, ma più attenzione

Nonostante la giusta attenzione dei media, i dati mostrano che i femminicidi in Italia sono in calo. Secondo l’Istat, nel 2023 si sono registrati 117 omicidi con vittime donne, in diminuzione del 7,1% rispetto al 2022. Nel 2002 le vittime erano 187: una riduzione significativa nel corso di vent’anni.

Questo non sminuisce il problema, ma ci invita a leggerlo con maggiore profondità. Il fenomeno resta drammatico, ma può essere affrontato con intelligenza, cultura e prevenzione.

La repressione non è la risposta: l’uomo ha bisogno di vivere la sua virilità

Una parte della cultura contemporanea, nel tentativo di correggere gli abusi del passato, ha proposto una risposta sbagliata: reprimere la virilità maschile, ridicolizzarla, confonderla con l’aggressività. Ma l’uomo non diventa meno pericoloso se rinuncia a se stesso: diventa fragile, confuso e a volte pericolosamente instabile. L’uomo ha bisogno di vivere in pienezza la propria virilità per non trasformarla in violenza.

Virilità non è dominio. È forza sotto controllo, è energia orientata al bene, è responsabilità. Come scrive John Eldredge in Wild at Heart, «ogni uomo è stato creato con il desiderio di combattere per ciò che è giusto, vivere un’avventura e amare una donna». Quando questi desideri vengono repressi, si deformano in rabbia, isolamento o possesso.

Secondo il dott. Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile, «la fragilità emotiva dei giovani maschi è il grande rimosso della nostra cultura». Crescono senza padri presenti, senza modelli affettivi sani, senza strumenti per affrontare la frustrazione. Ed è lì che esplodono i drammi.

Cristo: il volto pieno dell’uomo

La risposta a questa crisi non è la repressione, ma la redenzione. Ed è proprio Gesù Cristo a mostrarci la pienezza dell’essere uomo. Forte e mite, determinato e compassionevole, Gesù è capace di indignarsi per l’ingiustizia e di piangere per l’amico. Non possiede, ma si dona. Non conquista, ma custodisce.

Nella mia esperienza personale, è stato proprio l’incontro con Cristo – attraverso la relazione con mia moglie Luisa – a farmi riscoprire cosa significa essere uomo. Da giovane, appena fidanzati, la guardavo come un corpo. Un corpo da usare. Ero concentrato sulle mie pulsioni e su quello che io volevo. Solo dopo, attraverso un cammino di fede, ho capito che lei era una persona, un mistero, una figlia di Dio. L’amore è diventato dono, e non pretesa. Se volete approfondire la sessualità come gesto sacro e di donazione vi propongo il nostro nuovo libro.

Educare i figli all’amore vero

Per costruire una società più giusta, dobbiamo ripartire dall’educazione affettiva. Insegnare ai ragazzi che la donna non è un oggetto, ma una persona. Che amare significa rispettare. Che il “no” di una ragazza è sacro quanto il “sì”. Che il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista.

Abbiamo bisogno di padri, educatori, maestri, catechisti, uomini veri che mostrino con la propria vita che essere uomini non significa dominare, ma donarsi. Che la virilità non è qualcosa da temere, ma da vivere con cuore integro e volontà formata.

Conclusione: generare uomini nuovi

Per le ragazze uccise possiamo solo pregare. Ma per i nostri figli – e per le figlie che dovranno incontrarli – possiamo fare molto. Possiamo insegnare loro che amare significa lasciare liberi. Possiamo testimoniare che esiste un modo bello, pieno e santo di essere uomini. Un modo che non ha paura della forza, ma la sa orientare al bene. Un modo che somiglia – in tutto – a Gesù.

Antonio e Luisa

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Quante volte ci siamo sentiti incompresi …

È brutto sentirsi incompresi, vero? L’utilissima enciclopedia online Treccani, definisce l’incomprensione come: “Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone: ifra coniugiidei genitori verso i figliurtare contro l’idei superioriidi una classe sociale per determinati problemi”.

L’incomprensione non è solo qualcosa che si subisce perché si può anche “agire” sugli altri. Quante volte non ci siamo sentiti capiti ma, anche noi per primi, non abbiamo capito o non abbiamo voluto capire! La vita stessa ce ne dà esperienza. «I miei genitori non mi capiscono», «la mia migliore amica non mi capisce», «il mio collega proprio non mi capisce». Ma anche «mia moglie proprio non la capisco», «ci rinuncio a capire mio marito», «non mi ci metto neanche a capire mia suocera», «chi li ha mai capiti i vicini di casa?».

Un’indagine promossa nel dell’Istituto Demopolis ha evidenziato come il 58% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si senta capito dagli adulti. In un sondaggio d’opinione popolare il 91% degli uomini ha dichiarato di non capirci nulla delle donne. Da un’altra statistica è risultato addirittura che il 50% degli italiani non è fedele al coniuge … se non è incomprensione questa … Nel febbraio di due anni fa mi sono chiesta: cosa si nasconde al di là dell’incomprensione? Perché ci sentiamo non capiti? Che cosa – o chi – c’è dietro tutto questo? Così è nato “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, il mio nuovo libro edito da Mimep-Docete, in tutte le librerie da lunedì 31 marzo.  

Sono molto affezionata a “Capire l’incomprensibile” perché è il primo libro che ho scritto, anche se è il quarto a essere pubblicato. Lo sappiamo, a volte nella vita le cose o le situazioni prendono l’autostrada, altre un sentiero. L’importante è arrivare alla meta. E “Capire l’incomprensibile” ne è un esempio. Ed esce in un momento particolarmente propizio: mancano poche settimane alla Santa Pasqua, il trionfo della comprensione dell’amore sull’incomprensione dell’odio. Il trionfo della comprensione della vita dell’amore sull’incomprensione della morte. Il trionfo della comprensione del perdono sull’incomprensione del rancore.

Scrivo nell’introduzione: “Analisi dopo analisi, riflessione dopo riflessione, ci accorgeremo insieme che molte volte il Padre non si rende immediatamente riconoscibile – quasi come si volesse nascondere – per spingerci a guardare più a fondo, a intravedere e poi scoprire la santità non con gli occhi umani ma con quelli dell’anima. Nel corso dei secoli, infatti, ciò che è potuto sembrare stranezza, diversità, insignificanza – se non quando addirittura follia – in realtà non è stato altro che un piano di Dio. Se non capisco qualcosa – o qualcuno – inizialmente provo disagio o paura, poi me ne allontano, arrivando fino alla condanna, alla negazione; il meccanismo difensivo che scatta dentro ciascuno di noi è proprio questo, riassunto in poche ma efficaci sequenze; ebbene, questo insieme di pregiudizi e condanne è proprio quanto hanno vissuto i personaggi di cui leggeremo nelle prossime pagine, scoprendo come il disprezzo umano è, in realtà, uno degli ingredienti del percorso per elevarsi da questo mondo al Cielo.

Qualche pagina più avanti affermo: “’L’incomprensione è una caratteristica umana universale, presente in tutte le società e in tutti i tempi, in tutte le situazioni e a tutti i livelli; ciascuno di noi ne fa esperienza diretta più volte nel corso dell’esistenza, fin dai primi giorni di vita. […] In lingua italiana questo termine è il contrario di comprensione che, derivata dal latino, significa innanzi tutto “capire” ma non solo: vedremo nei capitoli successivi che comprendere significa anche tante altre cose e comporta sforzi non solamente cognitivi ma anche spirituali, che saranno proprio quelli sui quali cercheremo di riflettere maggiormente. Abbiamo detto, dunque, che l’incomprensione è un deficit ossia una mancanza che, però, sarebbe riduttivo relegare unicamente ad una carenza di comprensione: non capire l’altro significa anche non poterlo o non volerlo ascoltare, far finta di non ascoltarlo o equivocarne il messaggio, per ignoranza o per secondi fini.

Ma cercare di comprendere Gesù e il Suo messaggio, vuol forse dire tentare di uscire dall’empasse dell’incomprensione? Vorrà dire capire l’incomprensibile?

Fabrizia Perrachon

P.S.: “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, edito da Mimep-Docete, si trova in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della casa editrice e anche su Amazon. Grazie in anticipo a chi lo leggerà, lo regalerà o lo consiglierà. Non solo farai del bene al tuo o ad altri cuori ma mi aiuterai anche a proseguire con le tante attività di testimonianza, sostegno e diffusione della fede e della speranza in tante mamme, papà, coppie, famiglie e giovani.  

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La mia continenza: un sacrificio d’amore

Pochi giorni fa Antonio mi ha chiesto di realizzare un video per rispondere a un marito, così ho deciso anche di scrivere una risposta un po’ più articolata; la domanda è questa:Se mia moglie mi ha lasciato perché si vuole divertire con altri uomini, io gli devo stare fedele anche con la castità?”.

A gennaio avevo risposto ad una domanda simile, ma ora voglio parlare di altro. Secondo la mentalità del mondo, però, la risposta alla tentazione sarebbe: “Cosa aspetti? Goditi la vita anche tu!”. Ma peccare non è mai un vero divertimento. Può sembrarlo all’inizio, perché il male spesso si presenta mascherato di dolcezza — come veleno coperto di miele — ma alla fine mostra sempre le sue conseguenze amare.

Io credo che invece questa brutta situazione possa essere sfruttata come un momento di crescita nella fede, come uno step da fare per passare al livello successivo, cioè da un amore corrisposto e quindi dove do qualcosa, ma anche ricevo, a un amore totalmente disinteressato e gratuito, come quello di Cristo.

Finché non affronti una prova concreta, non puoi sapere davvero se sei capace di superare le difficoltà. Puoi anche pensare di farcela, ma è solo il test che lo dimostra. È per questo che ho sempre sostenuto l’importanza degli esami, anche a scuola. Ricordo ancora, ad esempio, l’interrogazione finale in quinta elementare: un momento formativo che oggi, purtroppo, è stato eliminato.

In questo caso c’è in gioco la fede, ci crediamo davvero o siamo solo capaci a biascicare qualche preghiera, giusto per accontentare la nostra coscienza?

Nessuno vorrebbe affrontare le prove della vita, ci immaginiamo sempre che la nostra strada sia in discesa, dimenticando che sono le salite quelle che temprano il corpo e lo spirito; d’altra parte la porta stretta richiede uno sforzo per entrare.

Tornando alla domanda: fare l’amore al di fuori di un legame che sia davvero un “per sempre”, senza una donazione totale e aperta alla vita, non è vero amore, ma solo un atto genitale, uno sfogo dell’istinto. Può sembrare che ci sia amore sincero, ma in realtà manca sempre qualcosa: quella pienezza e verità che solo l’impegno totale può garantire.

La fedeltà è un terreno sacro: quando un coniuge resta fedele nonostante l’abbandono dell’altro, sta mantenendo aperta la porta alla grazia e alla potenza di Dio, permettendoGli di agire nella storia della coppia. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche sfruttare gli altri e svendersi, ma noi cristiani sappiamo che dobbiamo aver cura del nostro corpo, perché è il tempio di Dio. Quindi la fedeltà nella prova diventa fecondità nella grazia per noi e per chi ci sta intorno.

Se una moglie (in questo caso, ma vale ovviamente anche per il marito) se ne va, il marito può scegliere di comportarsi allo stesso modo, oppure restare fedele per fede e in forza del Sacramento (non perché è bravo).

Il coniuge è, su questa terra, la persona che ha il potere spirituale più grande sull’altro, perché il sacramento del matrimonio ha consacrato la loro unione. Nemmeno un sacerdote o un vescovo possono intercedere presso Dio più profondamente di un marito per sua moglie, o di una moglie per suo marito. Questo significa che la mia vita, le mie scelte, la mia fedeltà possono influenzare l’eternità di mia moglie. È facile pensare che non lo meriti, che debba pagare per ciò che ha fatto — per le ferite, per il male arrecato anche ai figli — ma quando ragiono così, sto guardando tutto con occhi umani, secondo la logica della giustizia terrena. Dio però non ragiona così: ama mia moglie quanto ama me e vuole salvarla. Ma ha bisogno della mia collaborazione per farlo.

Quindi se io cerco di amare davvero, mettendomi dalla parte di Chi si sarebbe meritato più bene di tutti nella storia ed è stato messo in croce, sto rispettando il mio impegno di dare la vita, nonostante il suo comportamento. E quando si perde la vita per gli altri, sappiamo che invece si guadagna quella eterna, la più importante e che Dio non ci farà mancare la pace e tanto altro.

Una vita vissuta nella castità — che, più propriamente, è continenza, poiché la castità riguarda ogni stato di vita ed è molto più profonda del solo aspetto sessuale — non va intesa come un sacrificio fine a se stesso, né come una croce insopportabile. Al contrario, è una forma di donazione, una scelta d’amore. E quando sei tu a scegliere, non ti senti schiacciato da un’imposizione, ma libero e leggero nel portare avanti la tua missione.

La continenza, in questo contesto, non è privazione, ma pienezza. È la libertà di amare senza cercare compensazioni, di restare saldi nella promessa fatta, non per obbligo, ma per scelta consapevole. Chi rimane fedele non è uno sconfitto, ma un vincitore nella logica del Vangelo.

Un’ultima cosa: nei giorni nostri sembra che una persona non possa vivere bene e felice se non ha rapporti sessuali. Certamente fare l’amore è una grande fonte di piacere e appagamento, ma non è l’unica: garantisco che si può avere una vita bellissima e felice anche vivendo nella continenza. Questo avviene anche attraverso piaceri sani, come un abbraccio, una passeggiata nella natura, la visione di un film, la lettura di un libro, una pizza con gli amici, aiutare gli altri, stare insieme ai figli, gioire delle loro conquiste, un viaggio e anche pregare. Sarò strano, ma io preferisco divertirmi così e non mi manca niente, perché amando, sono insieme allo Sposo Gesù e a tanti amici.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Sindrome di Calimero

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16) Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. […]

Questo è un estratto del Vangelo della Santa Messa di oggi, che narra di un miracolo forse abbastanza noto per via della frase di Gesù : «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». Essendo un Vangelo, quello di Giovanni, ricco di simbolismi, è conveniente per noi restare su un piccolo particolare che ad una prima lettura superficiale rischia di passare inosservato.

Tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle, almeno una volta, la portata di sofferenza, fatica e dolore di una malattia. Non si tratta qui di stilare una classifica in base alla malattia, poichè sappiamo bene come ad ogni malanno (anche un banale raffreddore, un mal di testa improvviso o un mal di pancia) corrisponda un grado diverso di sofferenza, fatica e dolore.

Quello che vogliamo evidenziare è il fatto che chiunque di noi si trovi in una situazione di malattia, non veda l’ora non solo di guarire ma di trovare la giusta cura per iniziarla il prima possibile. Mentre invece il paralitico del Vangelo non sembra sentire questa urgenza, al contrario, quasi pare che se la prenda comoda da ben 38 anni.

Gesù gli fa la domanda più semplice che si possa fare ad un malato: «Vuoi guarire?».. E lui, invece di rispondere con altrettanta semplicità un rapido “Sì”, articola una risposta traballante: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me».

La nostra replica (non quella di Gesù) sarebbe stata del tipo: Mi stai dicendo che in 38 anni non hai trovato nessuno che ti aiutasse? Non è che forse sei stato tu a non chiedere aiuto? E noi sposi, cosa risponderemmo alla semplice domanda di Gesù ?

Quando incontriamo coppie che ci chiedono aiuto, capita di trovare persone che, pur riconoscendo qualcosa da sistemare nel proprio matrimonio, in realtà non vogliono davvero guarire. Per alcuni, infatti, è più rassicurante restare nel ruolo di vittima, cercando compassione e attenzioni, piuttosto che affrontare il cambiamento.

A noi piace chiamare questa situazione “sindrome di Calimero“, con esplicito riferimento al pulcino protagonista dapprima di un “Carosello” e poi di una fortunata serie di episodi di cartoni animati. Questo pulcino se ne usciva sempre con questa frase : «Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però». E’ proprio grazie a questa frase che Calimero si è attirato le simpatie di grandi e piccini.

Ma noi sposi non possiamo cadere in questa trappola: per essere considerati dal nostro coniuge (o la coppia stessa dagli altri) non abbiamo bisogno di ricorrere a questi sotterfugi. Vuoi vedere sbocciare il tuo matrimonio come un fiore in primavera? Datti da fare, comincia a cambiare te stesso, non crogiolarti nelle tue sofferenze, nelle tue fragilità. Dobbiamo prendere coraggio e rispondere a Gesù con un semplice e rapido “Sì”.

Coraggio sposi, abbiamo ancora una porzione di Quaresima per lasciarci guarire da Gesù, senza però tralasciare nulla che è di nostra competenza.

Giorgio e Valentina

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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Figli con il cuore del Padre

Cari sposi, il cammino della Quaresima è lungo perché passa dal deserto, dalla fatica di purificarsi prima di entrare nella Terra Promessa. Abbiamo finora accompagnato Gesù nelle sue tentazioni, poi sul monte Tabor nella Trasfigurazione, infine l’abbiamo ascoltato nel messaggio esigente sulla conversione del cuore. Oggi il Signore ci dona un respiro e un momento di sollievo nella fatica di tenerGli il passo.

È la domenica in “Laetare”, una domenica che vuole darci un assaggio della gioia Pasquale e la gioia nella Sacra Scrittura porta sempre i tratti del banchetto, per essere un evento associato allo stare insieme senza pensieri, al buon cibo in buona compagnia. Conosciamo bene la parabola dei due figli e del padre misericordioso, un racconto che è penetrato a fondo anche nella cultura laica e nella mentalità comune.

Agli orecchi degli ascoltatori di 2000 anni fa tale racconto dovette anzitutto far ribrezzo a causa di un figlio che, nell’esigere il patrimonio con il padre vivente, di fatto gli sta augurando la morte e dimostra la più totale mancanza di relazione affettiva. Ma non da meno è stato suo fratello più grande, che manifesta una pari noncuranza di interesse per il suo ritorno e la sua rinascita interiore. Siamo di fronte ad una famiglia per certi versi disfunzionale e a un padre che forse non ha saputo educarli bene. Se a prima vista la parabola ci pare lontanissima nel tempo, immergendoci nel suo significato possiamo coglierne la sua perenne attualità.

Sia come sia la situazione vigente, comunque il grande protagonista positivo in tutto ciò è proprio il Padre che dimostra un cuore immenso e generoso nei confronti di entrambi i figli, per quanto si stiano comportando male, ognuno a suo modo.

Sebbene manchi per completo la moglie, la parabola ha un riflesso nuziale molto interessante. Possiamo infatti cogliere chiaramente una rilettura personalizzata per voi sposi.

Anzitutto, i due figli incarnano due tipi di coppia che anche oggi possono abitare e frequentare le nostre chiese. Il figlio giovane è la coppia che ancora trascina immaturità giovanili e adolescenziali mai risolte per cui sogna una vita fatta di benessere, dove potrà avere sempre i propri spazi e tutti gli hobby, anche sacrificando magari un po’ della relazione stessa. Succede così di vedere sposi che imbracciano la vocazione matrimoniale senza voler costruire un “noi” fondato e solido in comportamenti dediti all’ascolto, all’accoglienza delle diversità, alla comprensione del modo di essere altrui. Per cui poi gli anni passano veloci tra mille cose e magari pure con figli da accudire senza però aver costruito un rapporto profondo né con il Signore né tra coniugi. È inevitabile che una coppia così prima o poi sperimenti la fame e la penuria di cibo, perché non sta alimentandosi alla fonte dell’Amore.

Ma è pur vero che ci sono coppie che, persino con le migliori intenzioni e disposizioni interiori, vivono il matrimonio alla stregua del figlio maggiore, simbolo dell’orgoglio, dell’attaccamento alla propria mentalità e ai punti di vista rigidi. È l’amore che misura, che calcola ma con un suo sistema metrico che purtroppo è sempre assai ristretto e limitato. Mentre il Padre pensa in grande ed è capace di sacrificare il miglior vitello, il nostro fratellone al massimo sogna un piccolo capretto. L’amore umano è sempre circoscritto e nella coppia si fa presto a toccare i limiti del cuore, dell’uno e dell’altro.

Ecco allora che ci vuole Altro per affrontare tutta la vita assieme ma non come chi avanza con un pesante rimorchio bensì sapendo invece gioire, ridere e godersi un bellissimo banchetto. Ci vuole il cuore del Padre, che è ricco di misericordia, che perdona, che regala generosamente abiti preziosi, monili costosi e succulente vivande.

Il Padre sta qui per la grazia del matrimonio che può trasformare l’una e l’altra coppia in figli che sanno valorizzare quanto hanno e sanno fare festa di vero cuore, pur con tutte le loro povertà personali.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione del nostro cuore perché assomigli sempre più a quello del Padre. Concludo con questo bel pensiero di Papa Francesco proprio a tale riguardo: “La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore” (Angelus, 6 marzo 2016).

ANTONIO E LUISA

Il Padre è per noi sposi un modello insuperabile, un esempio da seguire con cuore umile e fedele. Noi, che siamo stati consacrati per essere immagine viva di quell’amore eterno, siamo chiamati ad amare come Lui: un amore che sa attendere sulla soglia, che perdona il male, che benedice anche quando riceve ingratitudine.

Il mondo guarda con ironia chi sceglie di amare in questo modo. Ma non è forse lo stesso scherno che ha accompagnato Gesù sulla croce? Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure, l’amore vero dona tutto senza chiedere nulla in cambio. Io custodisco la mia relazione con Luisa come il tesoro più grande che possiedo, proprio perché in lei, accanto a lei, ho fatto esperienza di un amore così: libero, ostinato, fedele.

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Parlarsi con il cuore: la forza dell’intimità e del dialogo nella coppia

La luce soffusa del tramonto entra in salotto, e io e mio marito siamo seduti uno accanto all’altro sul divano. Eppure, nonostante la vicinanza fisica, a volte mi sembra che tra di noi ci sia una distanza infinita. Il silenzio pesa come un macigno: vorrei parlare, ma non trovo le parole e temo che lui non riesca a capire quello che provo. In questi istanti mi chiedo come siamo arrivati qui, così lontani pur essendo così vicini.

Abbattere il muro del silenzio

Forse è la stanchezza dopo una lunga giornata, o la paura di disturbare una quiete apparente; così rimaniamo in silenzio entrambi, ciascuno perso nei propri pensieri. Ma quel silenzio non è pace, è un muro invisibile che ci separa. Ho imparato che tacere per evitare i conflitti a lungo andare fa più male che bene. Meglio una discussione sincera che un rancore taciuto: come dice Papa Francesco, “Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli volare. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!“. Queste parole mi incoraggiano a non temere il confronto: anche se volano i proverbiali piatti, l’importante è saperli raccogliere insieme, chiedersi scusa a vicenda e tornare ad abbracciarsi prima di dormire. Così, una sera ho deciso di rompere quel silenzio.

La voce mi tremava mentre gli chiedevo cosa non andasse e, con mia sorpresa, i suoi occhi si sono riempiti di una vulnerabilità che non gli conoscevo. Era quasi sollevato dal fatto che ne parlassimo. Entrambi temevamo di ferirci a vicenda con le nostre preoccupazioni, ma in realtà con quel silenzio ci stavamo ferendo di più.

Imparare a comprendersi

Parlando a cuore aperto, abbiamo iniziato a riscoprire un dialogo sincero. All’inizio non era facile: bisognava imparare ad ascoltare senza interrompere, ad accogliere le critiche senza mettersi sulla difensiva. Ho capito che dovevo provare a vedere le cose dal suo punto di vista, mettermi nei suoi panni. Il noto psichiatra e sessuologo Willy Pasini descrive bene questo concetto quando afferma che “Intimità vuol dire mettersi nella pelle dell’altro senza smarrire il senso della propria identità. Vuole dire ricevere l’altro nel proprio territorio intimo senza sentirsi invasi o contaminati“. In altre parole, per comprenderci davvero dovevamo entrare l’uno nel mondo emotivo dell’altro, mantenendo però ciascuno la propria autenticità.

Col tempo, esercitando questa empatia reciproca, ho visto mio marito sotto una luce nuova. Dietro il suo silenzio c’era spesso l’insicurezza, il timore di non essere all’altezza delle mie aspettative; dietro la mia chiusura c’era la paura di non essere compresa. Parlandone, ascoltandoci con pazienza e dolcezza, ci siamo sentiti gradualmente più vicini. Ogni confessione sincera e ogni emozione condivisa diventavano un mattone in più a rafforzare la nostra intimità. Quando mi raccontava delle sue ansie, invece di giudicarlo lo abbracciavo, e lui faceva lo stesso con me. Abbiamo scoperto che la vera comunicazione richiede coraggio e vulnerabilità, ma ripaga con una rinnovata complicità.

Oltre la semplice vicinanza fisica

La nostra relazione non è mai mancata di gesti affettuosi o momenti di vicinanza fisica. Eppure in passato capitava di sentirci lontani anche mentre ci tenevamo per mano. Ho realizzato che l’intimità non coincide solo con la prossimità corporea o con la sessualità. Si può dormire nello stesso letto e risvegliarsi più distanti nel cuore di quanto si immagini. Del resto, come scrive lo psicologo Erich Fromm, “L’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due umane creature“. Solo l’amore e una presenza autentica possono colmare veramente quel vuoto. Per sentirci davvero uniti, dovevamo nutrire la tenerezza e la comprensione almeno quanto l’attrazione fisica.

Da quando abbiamo iniziato a dialogare davvero, anche i momenti di intimità fisica tra noi hanno acquisito un significato più profondo. Non erano più un tentativo di mascherare un distacco, ma l’espressione sincera di un legame che si stava rinsaldando. Sentirmi emotivamente vicina a lui faceva sì che ogni abbraccio e ogni bacio fossero più caldi e carichi di senso. Ci guardavamo negli occhi e sapevamo di esserci l’uno per l’altra, con tutte le nostre fragilità, ma senza più quei muri di incomprensione.

L’amore come scelta quotidiana

Dopo anni insieme, stiamo comprendendo una lezione fondamentale: amare non significa vivere per sempre in un idillio privo di problemi, ma scegliere ogni giorno di esserci l’uno per l’altra nonostante le difficoltà. San Giovanni Paolo II ricordava che “Amare non è soltanto un sentimento; è un atto di volontà che consiste nel preferire in maniera costante, al proprio, il bene altrui“. Questa frase risuona in me ogni volta che devo decidere se chiudermi nel mio orgoglio oppure fare un passo verso mio marito per il bene del nostro rapporto. L’amore maturo richiede impegno: significa mettere il bene dell’altro al centro anche quando l’entusiasmo iniziale lascia il posto alla routine.

Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo un’altra opportunità per dialogare, capirci e sostenerci a vicenda. Ci chiediamo a vicenda: “Come stai oggi?” e ascoltiamo davvero la risposta. Ci teniamo per mano non per abitudine, ma per confermarci che siamo uniti, pronti ad affrontare insieme ciò che la giornata ci porterà. E la sera, prima di dormire, non importa se c’è stato qualche battibecco: troviamo sempre il modo di dirci “ti voglio bene” e di ringraziarci per la comprensione reciproca.

La nostra è diventata una storia quotidiana di piccole riconciliazioni e di grandi gesti d’amore silenziosi. Non saremo mai una coppia perfetta, ma ci sentiamo più forti e uniti. Abbiamo scoperto che l’intimità e il dialogo sincero sono davvero la chiave per restare vicini: due cuori che imparano, giorno dopo giorno, a parlarsi con sincerità e ad amarsi con coraggio.

Antonio e Luisa

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Spinte e Dinamiche nel Matrimonio

La relazione tra marito e moglie non è solo una questione di sentimenti, ma anche di dinamiche psicologiche profonde che influenzano il modo in cui ci si relaziona l’uno all’altro. Una delle chiavi di lettura più interessanti per comprendere queste dinamiche è offerta dall’Analisi Transazionale (AT), teoria psicologica sviluppata da Eric Berne. In particolare, il concetto delle “spinte” (o drivers) rivela molto sulle motivazioni inconsce che influenzano il comportamento degli sposi. Comprendere queste spinte è essenziale per costruire un matrimonio più consapevole e armonioso.

Cosa sono le spinte nell’Analisi Transazionale?

Claude Steiner, uno degli allievi di Berne, definisce le spinte come messaggi interiorizzati durante l’infanzia che spingono la persona ad agire in un certo modo per ottenere riconoscimento e accettazione. Secondo Steiner, “i drivers influenzano profondamente la nostra capacità di stabilire relazioni sane, spesso senza che ne siamo consapevoli”. Le principali spinte individuate dalla AT sono:

  • Sii perfetto
  • Sii forte
  • Compiaci (o “Fa’ piacere”)
  • Sbrigati
  • Sforzati

Queste spinte, se non riconosciute e gestite, possono generare tensioni e incomprensioni nella coppia.

Come le spinte influenzano la relazione coniugale

Ogni coniuge porta con sé una storia di vita che include messaggi inconsci ricevuti nell’infanzia. Quando questi messaggi diventano regole rigide, possono trasformarsi in fonte di stress e frustrazione nel matrimonio. Vediamo alcuni esempi pratici.

Il peso della perfezione

Uno sposo con la spinta “Sii perfetto” tenderà a volere che tutto sia impeccabile, dalla casa alla gestione delle finanze, fino al modo di educare i figli. Questo può generare pressione nel coniuge, specialmente se questi non condivide lo stesso standard di perfezione. Se non gestita, questa spinta può portare a critiche continue e a un senso di insoddisfazione cronica.

La rigidità del “Sii forte”

Chi ha interiorizzato la spinta “Sii forte” tenderà a reprimere le proprie emozioni per dimostrare di poter affrontare tutto senza cedimenti. Nel matrimonio, però, la vulnerabilità è essenziale per costruire intimità. Se un coniuge si mostra sempre invulnerabile, l’altro può sentirsi escluso emotivamente, portando a una distanza affettiva crescente.

Il rischio del compiacere sempre

La spinta “Compiaci” è particolarmente presente in chi ha imparato che il proprio valore dipende dalla soddisfazione degli altri. Uno sposo con questa spinta tenderà a sacrificare i propri bisogni per evitare conflitti, ma alla lunga questo atteggiamento può generare frustrazione e risentimento.

L’ansia del “Sbrigati”

Una moglie con la spinta “Sbrigati” sentirà di dover sempre fare tutto di corsa, senza mai prendersi il tempo per vivere i momenti con calma. Questo può creare tensione con un marito più riflessivo, portando a incomprensioni e irritazioni frequenti.

Lo stress del “Sforzati”

Chi si sente spinto a “Sforzarsi” vive ogni compito come una prova di resistenza. Nel matrimonio, questo può tradursi in una continua fatica nel dimostrare amore, nel crescere i figli o nel portare avanti gli impegni quotidiani, con il rischio di esaurimento e frustrazione.

L’importanza di riconoscere e trasformare le spinte

Papa Francesco, parlando della coppia cristiana, afferma: “Amare non è solo un sentimento, è un’opera artigianale, è un lavoro continuo”. Questo significa che per costruire una relazione solida è necessario conoscersi in profondità, comprese le dinamiche interiori che condizionano il nostro modo di amare.

Come si possono allora gestire queste spinte per farle diventare un punto di forza nella relazione?

1. Diventare consapevoli della propria spinta dominante

Riconoscere qual è la spinta che ci guida è il primo passo per modificarne gli effetti. Un marito che si accorge di voler sempre essere forte può iniziare a lavorare sulla condivisione delle proprie emozioni.

2. Comunicare con il coniuge

Spesso l’altro subisce le nostre spinte senza capire da dove derivano. Parlare apertamente delle proprie difficoltà può favorire una maggiore comprensione reciproca e ridurre i conflitti.

3. Integrare il Vangelo nella relazione

San Giovanni Paolo II diceva: “La famiglia è il luogo dove si impara a donarsi”. Comprendere le nostre dinamiche interiori ci aiuta a vivere il matrimonio come un luogo di crescita reciproca, trasformando le spinte in strumenti di amore anziché in ostacoli.

Conclusione

L’Analisi Transazionale offre una prospettiva preziosa per comprendere le dinamiche profonde che influenzano la relazione coniugale. Le spinte, se riconosciute e trasformate, possono diventare occasioni di crescita e maturazione per entrambi i coniugi. Come cristiani, siamo chiamati a lavorare sul nostro cuore, lasciando che la grazia di Dio trasformi le nostre rigidità in occasioni di amore autentico.

Antonio e Luisa

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C’era una volta un re. Libero di amare

I nostri cuori sono liberi di fronte all’amore? Non la libertà del “faccio quello che voglio”. E nemmeno l’amore degli stickers a cuoricino o delle dichiarazioni eclatanti da film. Parlo dell’amore vero, autentico, quello che si dona e che dona, che dà prima di ricevere. Siamo capaci di un amore così?

Trentacinque anni fa, in Belgio, stava per accadere qualcosa di clamoroso, che avrebbe segnato un prima e un dopo nella storia. Non solo quella politica ma, soprattutto, quella delle coscienze.  Il 3 aprile 1990 re Baldovino abdicò per due giorni pur di non firmare il referendum che legalizzava l’aborto entro le dodici settimane. “So che agendo così – scrisse al Capo del Governo Wilfried Martens – non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino, autenticamente cattolico, aveva sempre messo Dio al primo posto nella sua vita. Non aveva vissuto un’infanzia semplice: perduta la madre a cinque anni, era stato fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 15 dicembre del 1960 aveva sposato Fabiola de Mora y Aragón, nobile spagnola, anche lei credente fervente. Si racconta che entrambi erano stati nubili a lungo perché intenzionati a sposarsi solo con la persona giusta. Fabiola aveva dichiarato: “Ho messo la mia vita nelle mani di Dio, mi abbandono a Lui, forse Egli mi prepara qualcosa”. Da ragazza aveva pubblicato una serie di novelle per bambini, intitolata “Los doce cuentos maravillosos”, i “Dodici racconti meravigliosi”.

La vita di Baldovino e Fabiola fu messa alla prova da ben cinque aborti spontanei. La coppia, pur davanti a queste prove dolorosissime, non perse mai la fede e affrontò tutto con grande abbandono alla volontà di Dio. Il sovrano dichiarò: “Ci siamo interrogati sul senso della nostra sofferenza e, a poco a poco, abbiamo capito che il nostro cuore era più libero per amare tutti i bambini, assolutamente tutti i bambini”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino e Fabiola amavano i bambini, da sempre. Non avrebbero mai firmato una legge che ne avrebbe condannato a morte un alto numero. Baldovino e Fabiola furono coerenti con la loro fede, anche a discapito della loro posizione di reali. Baldovino abdicò per due giorni per non metterci la firma. E la faccia. E la coscienza. Non poteva opporsi perché il Parlamento aveva ormai deciso. Lui, però, non si è sporcato l’anima vendendola “al mercato del mondo”, come avrebbe detto San Charbel. La legge passò ma senza la sua approvazione. E il suo autografo. E la sua anima. Baldovino e Fabiola avevano dimostrato nei fatti, e non solo a parole, la loro fede e il loro amore a Dio. E, con esso, l’amore alla vita. Avevano, così, cinque figli nati in Cielo e chissà quanti sulla terra. Amati davvero.

Il 17 dicembre 2024 è partito l’iter per la causa di beatificazione di Baldovino. Dopo la visita del Papa in Belgio, il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato il regolare processo, costituendo una Commissione formata da esperti in ricerca archivistica e storia belga, con il compito di raccogliere e valutare la documentazione relativa al sovrano.

Baldovino e Fabiola si sono amati di un amore autentico, vero, libero. Libero dai condizionamenti del loro status sociale, libero dall’ipocrisia, libero dalle falsità. Il non aver avuto figli sulla terra non ha scalfito il loro rapporto né quello con Dio. Anzi, ha rinsaldato entrambi, rendendo i loro cuori capaci di amare nella libertà e nella grandezza di chi sa che Dio dispone tutto per il Bene più grande. Baldovino e Fabiola si erano fidanzati a Lourdes l’8 luglio del 1951 e, senza dubbio, Maria Santissima è stata la loro guida, la loro forza, la loro speranza.

Baldovino aveva composto di suo pugno una preghiera: “Che importa se devo bere un calice amaro, e se sento il mio cuore triste fino alla morte: poiché sei tu, Gesù, che vuoi il sacrificio, io non conto. A tua volontà, mio Gesù, lascia cadere il velo, mostrami la tua bellezza, stringimi tra le tue braccia, o dal cielo oscurato ruba ogni stella: io non conto. Dammi, mio Gesù, la tua pace o la tempesta, corona i miei sforzi, o non sostenermi, sotto il peso dei dolori lascia piegare la mia testa: io non conto. Che il mio cuore sia ferito, anche da coloro che amo, che importa mio Gesù, visto che mi amerai! Che il bene che faccio sia esso stesso sospettato: io non conto. Se vuoi che ti onori incessantemente, o se devo languire nell’impotenza, ahimè! Che importa, mio Gesù! Lo vuoi: ti adoro! Io non conto. Se devo finire di scalare il calvario, se il Cireneo manca anche ai miei passi, che importa, mio Gesù! Vedrai la mia miseria. Io non conto. Non importa il mio piacere, la mia gioia, la mia sofferenza! Solo Gesù deve contare nel mio cuore qua sotto. Solo a lui gloria, amore, gratitudine: io non conto”.

Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo. E con una regalità che profuma tanto di Lassù e poco di quaggiù, la cui preghiera – in Quaresima – può diventare anche la nostra.

Fabrizia Perrachon

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L’amore è dono, non prigione: costruire relazioni autentiche

Le sane relazioni ci liberano, quelle cattive ci rendono dipendenti. La libertà vera la sperimentiamo quando ci sentiamo noi stessi, e quindi liberi, anche se abbiamo un legame con un’altra persona.

Oggi uno dei grandi problemi che noi giovani affrontiamo è il rischio di vivere due estremi opposti: da un lato, isolarci inseguendo un’illusoria indipendenza affettiva, priva di impegni, responsabilità e attenzioni verso gli altri; dall’altro, legarci così profondamente a qualcuno da rendere la nostra vita interamente dipendente da quella persona.

Gesù viene a liberarci dalle nostre dipendenze affettive — che si tratti di genitori, figli, amici o del partner — affinché le nostre relazioni si fondino su un autentico equilibrio, in cui ciascuno sta in piedi sulle proprie gambe. Solo in questo modo si crea un legame sano, dove se uno dei due dovesse vacillare, l’altro può sostenerlo. Posso davvero aiutare e sorreggere l’altro solo se io stesso sono capace di restare saldo; diversamente, rischieremmo entrambi di cadere.

Una relazione affettiva sana non è credere di non essere “bisognosi di amore”. Tutti siamo bisognosi di amore, tutti cerchiamo qualcuno che ci ami, tutti abbiamo ferite da guarire, che solo l’amore e gli occhi amorevoli dell’altro possono lenire; ma questo non deve finire per essere una dipendenza, una droga. Si può essere drogati di affetto, cercare sempre nell’altro quel qualcosa, che a noi manca: essere dei pozzi senza fondo, dove l’amore dell’altro finisce per perdersi.

Una relazione sana nasce dalla capacità di accogliere l’altro, proprio come quando attingiamo acqua da una fonte. Per raccoglierla e dissetarci, dobbiamo intrecciare le mani, creando così uno spazio capace di trattenere quell’acqua. Se le nostre mani restassero aperte e separate, non riusciremmo a bere, neppure se la fonte fosse inesauribile. Allo stesso modo, se non siamo disposti ad accogliere l’amore dell’altro, nessuna quantità di affetto potrà davvero colmare la nostra sete di amore infinito.

Una relazione sana nasce quando entrambi sono disposti a mettere in gioco i propri “cinque pani e due pesci”, ossia le proprie abilità, talenti ed energie, al servizio del rapporto. Questo impegno condiviso ci rende consapevoli che la felicità della relazione non è frutto del caso, ma dipende dall’investimento concreto e costante che ciascuno sceglie di fare per costruirla e farla crescere.

Un’altra tentazione è quella infatti di demandare la nostra felicità all’altro o all’Altro. Essere dipendenti quindi dalla persona che abbiamo accanto o attendere che Dio faccia tutto per noi. Questa è una delle tentazioni del deserto “buttati, tanto ci saranno gli angeli che ti prenderanno“. A volte tra i cristiani subentra un pericoloso approccio “miracolistico” del sacramento del matrimonio: “Sposiamoci, tanto poi ci pensa Dio“. Il sacramento dovrebbe fare da tappa buchi ai nostri “punti di morte”, a tutte quelle zone d’ombra, che non abbiamo voluto vedere durante il fidanzamento per pigrizia, superficialità o “spiritualismo”, e si finisce poi per chiedersi “ma come è possibile, quella coppia era così credente eppure si sono separati“.

Il sacramento del matrimonio è una grazia, una collaborazione dello Spirito Santo, che trasforma i nostri sforzi (1+1) in frutti che oggi danno il 30, domani il 60 e dopodomani il 100. Senza questa collaborazione attiva, anche la Grazia non può nulla, perchè non trova dei cuori pronti a ricevere, delle mani giunte a raccogliere quell’acqua che disseta.

sempre più importante che la pastorale dedichi maggiore attenzione e tempo ai fidanzati, andando oltre quei corsi brevi e puramente “burocratici” che, purtroppo, si vedono ancora in molte parrocchie. Un fidanzamento autentico, vissuto con impegno, sacrificio e lavoro su se stessi e sulla relazione, è una tappa fondamentale per costruire un matrimonio felice.

Le fondamenta di una vita coniugale solida si gettano proprio durante il fidanzamento: è in questo periodo che vanno affrontate con onestà le ferite interiori e le zone d’ombra di ciascuno. Se un fidanzamento scorre in modo troppo lineare, senza scossoni o conflitti, è importante riflettere: potrebbe significare che non si è ancora esplorato in profondità il proprio cuore e quello dell’altro, restando fermi a un livello superficiale. Un confronto sincero e talvolta anche difficile è invece segno di una relazione che sta crescendo nella verità e nella maturità.

Daniele Chierico

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Corso Agape Assisi per fidanzati in preparazione al matrimonio: Prossimo corso 12-16 Giugno

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Concludo con questo bellissimo video dell’ottimo Luigi Maria Epicoco sulle relazioni affettive:

Un Attimo Lunghissimo

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14;8,10c) In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, perché Dio è con noi».

Questa è la prima lettura nella Santa Messa di oggi: solennità dell’Annunciazione del Signore, una festa che ci dona una grande gioia nella fede. Non è semplicemente una questione di tempistica, ovvero siccome mancano esattamente 9 mesi al Natale del Signore Gesù sembra palesemente ovvio inserirne il concepimento 9 mesi prima, ma questo ci costringe ad alcune riflessioni.

1- Il cristianesimo non ha nulla di alienante o disumano. La nostra fede ha i piedi ben saldati a terra, per questo pone questa solennità esattamente a nove mesi dal Natale, per ricordarci che il Figlio di Dio è nato da donna, ed è vero uomo, verità che diverse eresie nei secoli hanno cercato di offuscare; la fede cattolica ribadisce oggi che Gesù è 100% Dio ma anche 100% uomo, tranne il peccato. Questo bambino si è sviluppato dentro l’utero di una mamma umana come tutti i bambini, e nonostante fosse Dio non ha voluto sottrarsi alle regole della natura umana che Lui stesso ha istituito.

2 – La grande dignità della donna. Se mai qualcuno avesse dubbi, sappia che da sempre la Chiesa, sull’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, ha riconosciuto la grande dignità della donna all’interno dell’opera della Creazione prima e della Redenzione poi. Se ci pensiamo bene, Dio ha affidato l’intero progetto della Redenzione alla risposta di una giovane vergine. Se spendiamo parole a profusione circa l’incarnazione del Salvatore, non ne spendiamo mai abbastanza sulla donna che ha reso possibile tutto ciò: la Vergine Maria.

Facendo una ricerca dei più famosi quadri dell’Annunciazione, scopriamo che in molti l’Arcangelo Gabriele è in ginocchio, non sarà un caso no? Non possiamo credere che Leonardo da Vinci abbia mandato un sms al Botticelli oppure che il Beato Angelico si sia sentito al telefono con Raffaello, eppure questo particolare ci offre lo spunto per riflettere su come anche le creature angeliche stiano in ginocchio di fronte alla Vergine. Gli angeli sono superiori per natura alla Madonna eppure a nessuno di essi è stato concesso di essere la Madre di Dio; la Madonna quindi li ha superati in Grazia, infatti la veneriamo anche col titolo di Regina degli Angeli.

E’ come se il Cielo stesse in silenzio (ed in ginocchio) per qualche attimo ad aspettare la risposta di Maria, sembra che Gabriele stia supplicandola di dire di sì. I papà e le mamme conoscono bene questa situazione, quando si attende il verdetto di un responso medico, oppure una notizia molto importante, sembra che anche il respiro si interrompa per qualche attimo per non disturbare il silenzio. Sono attimi che sembrano durare un’eternità, e che hanno bisogno di trovare soluzione in una risposta, qualunque essa sia.

3 – Il destino dell’umanità nelle mani delle donne. Il Cielo ha messo nelle mani di una giovane Vergine il destino del mondo, pensiamo mai che lei avrebbe potuto dire liberamente di no? Eppure l’Altissimo si è fidato di lei, le ha offerto la possibilità di diventare Madre di Dio pur restando Vergine. Lei ha realizzato pienamente se stessa, la propria femminilità è sbocciata nell’amore, nel dono sincero di sè ad un amore che l’ha preceduta.

San Giovanni Paolo II così scrive nella Mulieris dignitatem al n.30:

[…]La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna – proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione. […] soprattutto i nostri giorni attendono la manifestazione di quel «genio» della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo!

Carissimi, il futuro del mondo è sicuramente in mano agli sposi, ma in particolare è affidato alla sensibilità delle nostre donne. Chi meglio di loro può testimoniare la bellezza della vita dal suo naturale principio alla sua fine, la dignità di ogni vita umana perché fatta ad immagine del Creatore e destinata all’eternità?

Cari mariti, in questo giorno si innalzi la nostra lode al Signore per il dono delle nostre spose, forse non necessariamente con le mimose possiamo onorarle, ma non dimenticatevi che l’amore è vita reale, dobbiamo dimostrare loro la nostra riconoscenza.

Coraggio, scongeliamo i freezer dei nostri cuori e scaldiamo la nostra casa di amore vero.

Giorgio e Valentina

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Sì, più Inebrianti del Vino sono le tue Carezze

Dopo voce, sguardo e baci, ecco il quarto canale dell’amore tenero che si fa visibile: la carezza. Un gesto, che nella sua forma più completa diventa abbraccio, non può assolutamente mancare tra due sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Sono piccoli gesti che nutrono l’amore e rendono tangibile la presenza dell’altro nella nostra vita. Non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze esprimono il desiderio di contatto fisico con l’amato o con l’amata, ma senza prevaricazione, senza prepotenza: sono il linguaggio della tenerezza, la via privilegiata per esprimere amore nella reciprocità e nella libertà.

La Carezza: Un Linguaggio dell’Amore

La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’altro, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato diventa concreta, diventa carne. Come scrive Don Carlo Rocchetta, citando Jean-Paul Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perché allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Questa visione profonda ci aiuta a comprendere che la carezza non è solo un gesto istintivo, ma una comunicazione affettiva che esprime la volontà di conoscere e farsi conoscere attraverso il contatto fisico.

L’Abbraccio: L’Incontro delle Anime

Se la carezza è espressione della tenerezza, l’abbraccio ne è la forma più completa e coinvolgente. Nell’abbraccio si coglie la corporeità dell’amato in modo totale: il corpo intero è avvolto e circondato, permettendo di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione e dedizione in maniera diretta e intensa.

Un abbraccio con la persona amata offre sensazioni meravigliose: sentire il suo respiro, il calore del suo corpo, il suo abbandono fiducioso tra le nostre braccia genera un senso di pienezza e di pace. Non a caso, la nota terapeuta statunitense Virginia Satir affermava:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente.

Questa “terapia del contatto” è una medicina gratuita e senza controindicazioni, che nutre l’anima e rafforza l’intimità nella coppia.

L’Importanza della Tenerezza nella Vita Matrimoniale

La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi può generare gravi problemi nella coppia. Insoddisfazione, incomunicabilità, senso di solitudine e frustrazione sono spesso le conseguenze di una carenza di gesti affettuosi. Il contatto fisico rappresenta una delle forme più immediate e sincere di comunicazione affettiva: è il linguaggio del corpo che conferma l’amore quando le parole non bastano.

Secondo San Giovanni Paolo II, il corpo umano, nel contesto dell’amore coniugale, “diventa epifania della persona“, rivelando l’intimità profonda del cuore. Gli sposi che si abituano a privarsi di carezze e abbracci rischiano di perdere una parte essenziale della loro capacità di comunicare amore e tenerezza, impoverendo così la loro relazione.

L’Abbraccio: Segno della Sponsalità

L’abbraccio, in particolare, diventa una sorta di “liturgia nuziale quotidiana”. Attraverso l’abbraccio, gli sposi si riconoscono reciprocamente come dono, alimentando quella comunione di anime e corpi che è alla base del matrimonio cristiano.

Non esistono regole fisse per l’abbraccio: a volte è un gesto lungo e avvolgente, altre volte un breve e intenso stringersi. Può avvolgere l’intero corpo, oppure solo la testa o il ventre, ma in ogni caso rappresenta un linguaggio segreto che solo gli sposi comprendono.

Un abbraccio tra sposi è un incontro profondo, uno scambio di emozioni, un’espressione di “esserci” totale. Come affermava il cardinale Angelo Scola: “L’abbraccio è l’immagine concreta dell’essere ‘una carne sola’. Nell’abbraccio il corpo parla la lingua dell’amore.

La Geografia del Corpo: Un Amore che si Fa Carne

Nel matrimonio cristiano, l’amore non è astratto: si incarna nei gesti quotidiani, nel modo di prendersi cura l’uno dell’altro, e in particolare attraverso la tenerezza fisica. L’amore diventa carne e il corpo dell’altro diventa geografia dell’amore che doniamo e riceviamo.

Questa dimensione fisica dell’amore non è mai banale o secondaria: è uno dei modi più autentici per rafforzare il vincolo coniugale e per rinnovare la promessa di donarsi ogni giorno con generosità e fedeltà.

Conclusione: Non Dimentichiamo le Carezze

Le carezze e gli abbracci sono il respiro dell’amore. Sono piccoli gesti che custodiscono e nutrono il legame matrimoniale. In un tempo in cui la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane rischiano di allontanarci, è importante riscoprire la forza di una carezza e il calore di un abbraccio.

Non lasciamo che la routine ci privi di questa medicina dell’anima: regaliamoci ogni giorno quei momenti di contatto che fanno sentire l’altro amato, desiderato e riconosciuto. Così facendo, custodiremo la bellezza del nostro matrimonio e manterremo vivo il nostro amore.

Antonio e Luisa

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Quaresima, Tempo di Fecondità Rinnovata

Cari sposi, la realtà che ci circonda a volte non la possiamo cambiare e purtroppo, ci sono cose dolorose che accadono, indipendenti dalla nostra volontà. In tal senso, Gesù cita due fatti di cronaca nera, uno è un gesto di crudeltà e ingiustizia del potere regnante, l’altro è una vera e propria sventura forse imprevedibile.

Gesù non sprona a una giustizia riparativa, né aizzando i connazionali alla ribellione antiromana né esortando a mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici. Piuttosto Gesù chiede perentoriamente di cambiare sguardo su di noi, sulla vita, sul mondo, in una parola, di convertirci. Un atteggiamento analogo a quanto Dio ha intimato a Mosè dicendogli: “togliti i sandali”, come a dire: “non restare a guardare incuriosito ma anzitutto disponiti ad accogliere umilmente le mie parole”.

Ma ciò è solo il preambolo di un’altra riflessione successiva: il fico e i suoi frutti. Un fatto che sicuramente tutti noi abbiamo vissuto, quello di piantare in vaso o in orto un alberello o un vegetale per poi non veder l’ora di raccoglierne il frutto.

Cosa ci vuol dire nel fondo il Signore in questa Quaresima? Anche oggi ci sono tanti, troppi fatti deplorevoli a livello internazionale, nazionale e locale. Ma Gesù ci invita a non perdere tempo in lamentele sterili ma puntare diritti alla nostra conversione in ordine a una vita feconda e ricca di frutti. Il tempo è poco, la nostra esistenza breve. Di quanto è nelle nostre mani, un giorno il Signore ci chiederà conto.

Ed ecco voi sposi siete pienamente implicati in questa drammatica vicenda. Voi che avete ricevuto una promessa specialissima di fecondità, di crescere e di moltiplicarvi (cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano 14 novembre 1979).

Nella Genesi la benedizione per la fecondità è anzitutto data agli animali in senso ampio e poi in particolar modo alla coppia di Adamo ed Eva. Analogamente, se anche nel Vangelo il proprietario si attende frutti dal fico, quanto di più “il padrone della messe” non ne attende dalla coppia e famiglia?

Siete stati benedetti e ricolmati di un dono particolare nel matrimonio, ora Gesù vi sprona a far fruttare il talento ricevuto. La fecondità ha nel Vangelo un campo vasto di applicazione, ben oltre il concepimento di un figlio. Di questo abbiamo perlomeno due riferimenti molto chiari e precisi di Giovanni Paolo II e di Francesco.

Anzitutto la fecondità abbraccia i diversi ambiti della vita, compresa quella spirituale: “non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris consortio, 28).

Poi Papa Francesco si rivolge piuttosto ai frutti della fecondità che vanno ben oltre la coppia e famiglia stessa, generando una stima e ammirazione contagiosa anche in chi è esterno ad essa: “Con la testimonianza, e anche con la parola, le famiglie parlano di Gesù agli altri, trasmettono la fede, risvegliano il desiderio di Dio, e mostrano la bellezza del Vangelo e dello stile di vita che ci propone. Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva. La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (Amoris laetitia, 184).

Cari sposi, vi auguro e vi incoraggio all’ascolto dello Spirito in questa Quaresima che ci urge tutti ad accogliere la sua azione in noi e colmare la nostra vita di buoni e santi frutti.

ANTONIO E LUISA

La fecondità degli sposi non si misura solo nei figli, ma nella capacità di irradiare l’amore di Dio attraverso la propria vita. Come un sasso gettato in uno stagno crea cerchi concentrici che si allargano sempre più, così l’amore coniugale, se saldo e nutrito, si propaga naturalmente. Tutto parte dal cuore della coppia, unita nel sacramento del matrimonio: lì nasce una sorgente di amore autentico, capace di raggiungere i figli, gli amici, la comunità e il mondo intero. Ma se si trascura questo centro, se si mette da parte la coppia per dedicarsi solo ad altre relazioni o attività, si rischia di disperdere energia e vita. Non si tratta solo di “fare tanto”, ma di far fluire quell’amore che sgorga dalla comunione profonda tra marito e moglie. È lì che Dio si manifesta e porta frutto, toccando ogni anima incontrata sul cammino.

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La nostra scelta controcorrente e vincente

Luisa ed io abbiamo scelto la castità. Ciò significa che io ho fatto l’amore solo con lei e lei solo con me. Come raccontare questa scelta? L’abbiamo romanzata. La racconterà Giulia ma nella sua storia ci sarà tanto di noi e ne approfitteremo per dare dati scientifici e statistici reali. Mi chiamo Giulia (nome di fantasia) e ho scelto di aspettare il matrimonio prima di avere rapporti sessuali. È stata una decisione controcorrente, nata da un desiderio profondo di vivere l’amore in modo autentico e totale. Ricordo ancora le occhiate incredule di alcuni amici quando, da adolescente, confidai loro questa mia intenzione. In un’epoca in cui tutto sembra accadere in fretta, aspettare sembrava a molti un’assurdità. Eppure, dentro di me sentivo che la castità prematrimoniale non era una rinuncia sterile, ma un investimento su qualcosa di più grande.

Nei momenti difficili, mi sono chiesta spesso se stessi sbagliando tutto. Mi domandavo se aspettare avrebbe davvero fatto bene alla mia relazione futura, o se invece mi stessi privando inutilmente di esperienze che “tutti” ritenevano normali. In certe sere, il dubbio bussava prepotente: e se poi non fossimo compatibili? E se questa scelta costruisse muri invece di ponti? Non nego di aver provato un po’ di paura di fronte all’ignoto. Ma in fondo al cuore una voce mi ripeteva: “Se è vero amore, saprà attendere”. Oggi, dopo anni, posso dire che quella voce aveva ragione – e non lo dico solo per fede o idealismo, ma anche grazie a ciò che ho scoperto dalla scienza e dall’esperienza.

Il sostegno degli esperti: cosa dice la scienza?

Col tempo, ho cercato conferme esterne a ciò che intuivo. Con mia sorpresa, ho trovato sostegno nelle ricerche di psicologi e sessuologi. Uno studio condotto su 3750 persone dai ricercatori della Brigham Young University (Stati Uniti) – ateneo noto per le ricerche sulla famiglia – ha rilevato risultati sorprendenti. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (tre volte di più) di avere una relazione stabile e duratura, rispetto a chi ha avuto esperienze sessuali prematrimoniali. In pratica, i dati mostrano che la stabilità di coppia cresce enormemente con l’astinenza prematrimoniale. Non solo: tra coloro che avevano avuto un solo partner (il futuro coniuge), ben il 45% descriveva la propria vita matrimoniale come “molto soddisfacente”. Questa percentuale cala di circa un 6,5% per ogni partner sessuale aggiuntivo avuto prima delle nozze. Considerando che oggi in America una persona ha in media 6-7 partner prima di sposarsi, si capisce quanto accumulare esperienze possa erodere la futura soddisfazione.

Un altro aspetto che mi ha colpito è il legame con la soddisfazione sessuale nella vita coniugale. Contro il mito secondo cui “se aspetti poi il sesso sarà deludente”, lo stesso studio ha scoperto l’opposto: chi non ha avuto altri partner sperimenta una gratificazione sessuale doppia nel matrimonio rispetto a chi arriva da numerose esperienze. È come se la fiducia esclusiva e la scoperta reciproca rendessero l’intimità più intensa, libera da paragoni col passato o insicurezze. Questi dati smentiscono il luogo comune per cui bisognerebbe “provare” la compatibilità a letto prima di impegnarsi: non è così, e la ricerca lo conferma. L’intesa sessuale si può costruire nel tempo, su basi di amore, fiducia e comunicazione – elementi che, secondo i terapeuti, sono ben più determinanti di un’eventuale performance iniziale.

Non è solo uno studio a dirlo. Ricerche autorevoli in ambito psicologico hanno evidenziato tendenze simili. Un’analisi pubblicata sul Journal of Family Psychology ha confrontato coppie che avevano avuto rapporti fin da subito con coppie che avevano aspettato fino al matrimonio. I risultati? Chi aveva atteso fino alle nozze riportava una soddisfazione di relazione più alta del 20%, una comunicazione migliore del 12%, una minore propensione al divorzio (-22%) e persino una qualità della vita intima superiore del 15%. Insomma, sul lungo termine la scelta di aspettare sembrava premiare le coppie con maggiore armonia e solidità. Un altro studio sociologico, condotto su scala nazionale (USA), ha osservato che le persone con un solo partner sessuale in tutta la vita risultavano le più felici nel matrimonio: ad esempio, il 65% delle donne che avevano conosciuto intimamente solo il marito si dichiarava “molto felice” della propria unione, contro appena il 52% di quelle con svariati partner alle spalle. Come ha spiegato l’autore di quello studio, il sociologo Nicholas Wolfinger, avere pochi o nessun partner prematrimoniale si associa a matrimoni più felici indipendentemente dalla religiosità. È interessante notare che questi dati restano validi anche al netto di fattori come la fede religiosa: significa che i benefici della castità prematrimoniale non sono solo per chi è credente, ma valgono per tutti.

Leggere queste ricerche mi ha dato grande incoraggiamento. Immaginate la mia gioia nello scoprire che la scienza stava confermando ciò che avevo sempre sperato: ossia che aspettare fa bene alla coppia, alla qualità del rapporto e persino alla sfera fisica della relazione. Ho realizzato di non essere “strana” o sola, ma anzi in buona compagnia di esperti che sostengono, con dati alla mano, che la scelta della castità può contribuire a un amore più stabile e soddisfacente. Questa consapevolezza ha rafforzato la mia fiducia e mi ha aiutata a spiegare meglio la mia scelta anche a chi la metteva in dubbio.

La prospettiva della fede: un’alleata dell’amore

Sin da piccola la mia educazione cristiana mi aveva parlato del valore della castità. Da adolescente, devo ammettere che a volte consideravo questi insegnamenti come restrittivi; col tempo però ho iniziato a vederli sotto una luce diversa, più positiva. La fede descrive la castità non come una negazione dell’amore, ma come la sua “autentica alleata”, un modo per custodirlo e viverlo in pienezza (Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale). Queste parole, riprese anche da papa Francesco, mi hanno fatto capire che nell’attesa c’è un significato profondo: non si tratta di “reprimere” qualcosa, ma di orientare l’energia dell’amore verso il bene dell’altro, senza egoismi.

Ricordo di aver letto un giorno un documento della Chiesa che diceva: “La castità è energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività” (pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 16). Questa frase mi colpì al cuore. Pensai a quante volte, nelle relazioni moderne, il desiderio può diventare possesso, e il piacere fine a se stesso può far perdere di vista l’altro come persona. La castità, invece, educa il cuore alla pazienza, al rispetto e al dono sincero di sé. Imparare a moderare le proprie pulsioni significa imparare ad amare in maniera più libera e generosa, senza ridurre l’altro a oggetto di soddisfazione. Nella mia esperienza, pregare e affidarmi a questi ideali mi ha dato la forza nei momenti di debolezza e mi ha ricordato il perché della mia scelta: non paura del sesso, ma amore per una visione più grande del sesso stesso, inserito in una promessa di vita condivisa.

Non sono mancate le incomprensioni. Qualcuno ha insinuato che la religione mi “imponesse” questa strada. In realtà io mi sono sentita profondamente libera nella mia decisione, e anzi sostenuta dalle parole di guide spirituali che sottolineavano la bellezza dell’attesa. Papa Giovanni Paolo II, ad esempio, incoraggiava i giovani alla purezza con fiducia, affermando che solo imparando la padronanza di sé si può vivere l’amore vero come dono totale. E nelle omelie del mio padre spirituale sentivo spesso ripetere che “la castità prematrimoniale va riscoperta come un bene per la coppia”, mai come un tabù opprimente. Col tempo ho capito che, per me, fede e ragione andavano a braccetto: da un lato i dati concreti degli esperti, dall’altro la saggezza antica della mia tradizione religiosa, entrambi puntavano nella stessa direzione. Questo duplice appoggio mi ha dato una serenità incredibile nel proseguire.

Un esempio dalla letteratura: l’ideale della purezza

Nelle mie riflessioni, ho trovato conforto e ispirazione anche nella letteratura. Un esempio significativo si trova nel romanzo Ragione e Sentimento di Jane Austen. La protagonista, Elinor Dashwood, rappresenta la personificazione della “ragione” e dimostra come la pazienza e l’autocontrollo possano portare a una relazione solida e duratura. Nonostante le difficoltà e le delusioni, Elinor attende con compostezza e fiducia, e alla fine il suo amore viene ricambiato, premiando la sua costanza e integrità. Questo esempio letterario evidenzia come l’attesa e la moderazione possano rafforzare i legami affettivi, portando a un amore più maturo e consapevole.

Conclusione: verso un amore più autentico

Oggi, guardando indietro, sono felice di aver vissuto la castità prematrimoniale. Ho sposato l’uomo che amo – anche lui ha condiviso questa scelta con me – e posso dire che la nostra intesa, costruita prima sull’affetto e sul rispetto, ora fiorisce anche nella complicità. Non abbiamo termini di paragone se non noi stessi, e questo lungi dall’essere un limite, si sta rivelando una bellissima scoperta reciproca giorno dopo giorno. Ogni gesto intimo è nostro, esclusivo, carico di un significato che affonda le radici negli anni di attesa e di amore coltivato in altri modi.

Difendere il valore della castità prematrimoniale nella mia vita non è stato facile: ho dovuto spiegarmi, talvolta giustificarmi, e non sempre sono stata compresa. Ma rifarei questa scelta altre mille volte. Ho capito che aspettare non significa reprimere l’amore, significa dargli il tempo di maturare. Nel mio percorso ho sentito dire che “se ami davvero qualcuno, vuoi il suo bene, non solo il tuo piacere immediato”. E credo sia vero. Per noi, aspettare ha voluto dire imparare altri linguaggi dell’amore: il dialogo profondo, la tenerezza nei gesti semplici, la pazienza nelle difficoltà. Abbiamo costruito un’intimità emotiva e spirituale così forte che, quando è arrivato il momento di unirci anche nel corpo, ci siamo sentiti pronti a donarci completamente l’uno all’altra, senza paure né riserve.

Scrivo questa testimonianza personale con il cuore colmo di gratitudine. La castità prima del matrimonio è stata per me un cammino di crescita, una palestra di fiducia reciproca e di autodisciplina, che ci ha preparati ad affrontare insieme le sfide della vita matrimoniale. Le voci della scienza e quelle della fede, ciascuna a suo modo, mi hanno aiutata a tener duro e a capire il valore di quello che stavo facendo. E oggi, nel vivere un rapporto che considero felice e stabile, posso dire che ne è valsa la pena.

Se c’è una cosa che vorrei trasmettere a chi legge, è questa: non abbiate paura di andare controcorrente per qualcosa in cui credete. Nel mio caso era la castità prematrimoniale, per altri potrà essere altro. All’inizio ci si sente soli, ma poi scopri che non sei il solo a credere in certi valori profondi. E scopri, soprattutto, che quell’impegno sincero verso l’amore ti restituisce cento volte tanto in serenità, rispetto e complicità con la persona che hai accanto. Io l’ho vissuto sulla mia pelle. E, citando ancora quelle parole che mi hanno guidata, la castità è davvero un’alleata dell’amore, perché lo libera da tante paure e superficialità, aiutandoci a viverlo nella sua forma più pura e duratura. Con il senno di poi, non posso che dire: grazie a quella me stessa giovane che ha avuto il coraggio di scegliere una strada meno battuta. Quella strada mi ha portato dove desideravo: a un amore autentico, felice e fedele, che dura nel tempo. E di questo non posso che rendere testimonianza con gioia.

Antonio e Luisa

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Il Perdono Nella Relazione: Un Percorso Quotidiano

Qualche giorno fa abbiamo avuto una discussione di quelle intense, in perfetto stile “vecchi tempi”, antecedente al nostro percorso con Retrouvaille e al cammino di guarigione e ricostruzione del nostro matrimonio.

Sapete quei giorni in cui l’altro vi appare in tutta la sua fastidiosa diversità? Quei momenti in cui la frase più gentile che ci si rivolge è “tu non capisci e proprio non vuoi ragionare” e dire “stai calmo” ha l’effetto esattamente opposto? Ecco, appunto… Peccato che quella sera ci aspettava una testimonianza in un corso per fidanzati, il cui tema era proprio il perdono.

Silenzio e Domande

Il viaggio in auto si è svolto nel silenzio più totale e l’abitacolo si è riempito di domande mute:

  • Non abbiamo ancora capito nulla noi… cosa andiamo a dire a venti (dico venti!) coppie che si stanno preparando al matrimonio ed avranno gli occhi a cuore?
  • Non cambieremo mai… non è servito a nulla toccare il fondo… io non ce la faccio, non ho voglia di fare un passo…

Provvidenziale, nel senso letterale del termine, è stata una tappa a Caravaggio prima di raggiungere il luogo della testimonianza. Sebbene uno dei motivi della discussione fosse proprio la smania di uno dei due (una dei due, per la precisione) di fare mille cose, di andare di qui e poi di là con l’illusione del dono dell’ubiquità, il Santuario era proprio di strada. Mettere nelle mani di Maria la nostra pochezza ha aiutato e ha aperto la strada a ciò che sarebbe avvenuto dopo.

La Testimonianza

Arrivati dai fidanzati, abbiamo iniziato a leggere, come di consueto, la nostra storia. Condividerla non è mai indolore, ma certi passaggi, quella volta, hanno assunto un significato ancora più profondo. Con la voce rotta dall’emozione ci siamo detti nuovamente:

Sono consapevole e sempre più certo che il lavoro iniziato vada fatto ogni giorno e che ogni giorno io debba decidere di amare e di perdonare. Grazie alle testimonianze di molte coppie di Retrouvaille e all’impegno messo quotidianamente per la ricostruzione, ho compreso che posso ricominciare in ogni istante e di fronte a ogni difficoltà.

E ancora:

Ogni giorno ora nasce, alla luce della decisione presa ed anche nei momenti di sconforto, la consapevolezza di aver trovato strumenti nuovi, un metodo e un modo di comunicare efficaci mi aiuta ad avere speranza. Io non voglio più stare male e far stare male gli altri come facevo prima, e questo mi spinge, con l’aiuto del Buon Dio e degli amici di Retrouvaille, a camminare, piano piano, senza correre, ma senza fermarmi.

Un Momento di Grazia

La serata è proseguita con tantissime domande da parte delle coppie che hanno assistito alla nostra riconciliazione in diretta. Del resto, se non si parte raccontando la propria vita e ciò che ci accade, cosa si ha da offrire?

Ci siamo scoperti ancora una volta ironici e capaci di scherzare sull’accaduto, tanto da suscitare spesso l’ilarità del gruppo. Abbiamo sperimentato quanto sia facile tornare alle vecchie abitudini: alla pretesa che sia l’altro a cedere, a innalzare muri tra di noi e a colpire proprio dove sappiamo che l’altro è più vulnerabile e fragile.

La Lezione Appresa

Abbiamo dovuto ricordare a noi stessi che siamo in cammino, che lo saremo sempre, ogni giorno della nostra vita insieme. Pensare di essere arrivati e smettere di prendersi cura del proprio matrimonio sono la stessa cosa.

L’aiuto “da casa” è arrivato puntuale come sempre, mettendo sulla nostra strada la Vergine di Caravaggio e una testimonianza in un corso fidanzati.

Un Epilogo Quotidiano

Tornando a casa in auto, sotto il diluvio, tutto è tornato come prima, anzi meglio di prima: “Stai attento, frena, frena, ti ho detto frena… riesco a leggere la targa di quello davanti…” – e ancora – “Se dici ancora una parola ti lascio sul ciglio della strada.

Giovanni e Silvia (Retrouvaille Italia)

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Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?

Questi interrogativi sono l’incipit di una famosissima canzone italiana di Edoardo Bennato del 1977, conosciuta e ricordata ancora oggi, anche dai più giovani; ritmo incalzante e testo azzeccato sono state il suo successo. Penso che la musica aiuti parecchio a far riflettere e, se lo facciamo attraverso questa coppia di domande, realizziamo che in effetti siamo tutti, inesorabilmente e disperatamente, di fretta. Sempre, ovunque e comunque. Da quando ci alziamo dal letto a quando ci corichiamo, magari anche oltre, scollando compulsivamente pagine e profili sui social. Abbiamo sempre fretta, andiamo sempre di fretta, rispondiamo sempre di fretta.

Anche i rapporti sono ormai dominati dalla velocità, il nuovo metro di paragone per l’efficienza e l’efficacia, a ogni livello e in ogni contesto. Bisogna reagire subito, altrimenti significa che non siamo abbastanza sul pezzo. Bisogna dare subito un feedback, altrimenti ci sarà chi risponderà prima di noi. Dobbiamo agire subito altrimenti c’è chi lo farà al nostro posto. Le conseguenze? Bruciare le tappe. L’età di pensare, conoscere, dire e fare qualsiasi cosa si sta drasticamente abbassando. Ma tutta questa voracità temporale, tutto questo correre, tutta questa rapidità, sarà sempre un bene? Porterà sempre il bene? Ci farà sempre del bene?

Pensiamo alle relazioni sentimentali e a quanti problemi scaturiscano dalla fretta. Per fretta si risponde subito, anche quando si è arrabbiati, scrivendo o dicendo ciò che magari non si pensa. E si fanno danni. Non si ha tempo da dedicare all’altro, ci sono troppe cose da fare e si va sempre di fretta. E si fanno danni. O non ci si sposa proprio o lo si fa troppo presto, prima di conoscersi a fondo. E si fanno danni. Alle prime divergenze ci si separa, si ha la fretta di rifarsi una vita. E si fanno danni.

Sinonimo di fretta è impazienza, che è il contrario di pazienza. Già, la cosiddetta “virtù dei forti”. E noi, uomini e donne di oggi, lo siamo ancora? Siamo ancora pazienti? Siamo ancora forti? O il “tutto e subito” ha travolto anche noi, che volevamo fare i duri (parafrasando l’espressione di un’attuale canzone)? Siamo diventati sterilmente selettivi, passiamo sempre di premura in premura ma, molto spesso, solo per ciò che alla fine ci piace, porta un soddisfacimento immeditato o ci procura un vantaggio economico. Si ha tempo per tante cose ma per Dio no. Invece che al primo, è ahimè messo all’ultimo posto; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

L’unica urgenza che davvero avrebbe la priorità è posta in fondo alla lista dei to do. Eppure, sempre un’altra canzone – la colonna sonora del film spagnolo su Carlo Acutis – ce lo ricorda chiaramente: “El Cielo no puede esperar”. Ecco la santa fretta che dovrebbe contraddistinguerci!  La stessa che ha avuto il discepolo amato, che ha corso talmente veloce, dopo l’annuncio della resurrezione, da arrivare al sepolcro vuoto prima di Pietro. O la fretta di Bernadette, che ha corso dalla Grotta alla casa del parroco pur di portare l’annuncio di Aquerò, come la veggente affettuosamente chiamava Maria.

Il 25 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione, si ricorda anche una delle apparizioni chiave di Lourdes quando finalmente (siamo nel 1858) Maria Santissima svelò chi fosse: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Bernadette, che non conosceva il significato di quelle parole, corse a più non posso da Massabielle alla canonica di Peyramal, ripentendo in continuazione ciò che le aveva detto la Bella Signora, pur di non dimenticarselo.

Quando provo a immaginarmi la scena, mi sembra di vedere gli abitanti di Lourdes che, vedendola così affannata, magari le avranno detto: Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?. Bernadette compie la sua missione, arriva dal parroco, riporta quanto udito, poi tace. Peyramal, fino a quel momento incredulo, resta ammutolito. Crolla. Crede. E diventa strenuo difensore delle apparizioni e della veggente.

Santa fretta di Giovanni e di Bernadette, che ha cambiato il mondo! Santa fretta che non è rimbalzare da un’urgenza all’altra così, senza senso, ma un correre per il Signore, perché il Cielo non può aspettare, la salvezza non può temporeggiare. Non sappiamo quanto tempo abbiamo ancora davanti ma possediamo la capacità di scegliere cosa fare in questo tempo. Che la Quaresima ci aiuti a mettere le giuste priorità.

Fabrizia Perrachon

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San Giuseppe: Un Modello di Stabilità e Amore

Oggi è una festa particolarmente bella, quella di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù e conseguentemente di tutti i papà: è una ricorrenza che mi riporta alla mente tutti i regalini fatti a scuola, le poesie recitate dalle figlie in questo giorno, quando erano più piccole e i ricordi con il mio babbo andato in cielo ormai venticinque anni fa. Su san Giuseppe hanno scritto libri su libri, ma vorrei oggi brevemente soffermarmi su alcune sue caratteristiche che si agganciano particolarmente alla mia vita in questo momento. In un tempo in cui tutto sembra fluido, precario, e provvisorio, Giuseppe ci insegna il valore della stabilità, della fedeltà quotidiana, dell’esserci senza clamore, senza bisogno di apparire: egli non ha compiuto gesti spettacolari, non ha pronunciato nemmeno una parola, ha semplicemente scelto di restare e obbedire.

Quando Maria, sua promessa sposa, si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe prova il dolore del tradimento: aveva un progetto originario per la sua vita, era giovane (il matrimonio a quei tempi era fortemente consigliato sotto i ventiquattro anni), era innamorato di Maria. Così si trova davanti a un bivio esistenziale e secondo la legge, avrebbe potuto farla lapidare: ancora prima di conoscere la verità, decide di ripudiarla in segreto, senza accusarla pubblicamente e senza vendicarsi. Forse proprio per questo suo atteggiamento, Dio invia l’angelo a svelargli il mistero nascosto; l’amore autentico non cerca scappatoie e Giuseppe, sceglie di restarle accanto, obbedendo al messaggero e, rimanendo, diventa custode dell’Emmanuele, del Dio con noi. Io avevo un progetto, una famiglia con tanti figli, ma a un certo punto della mia vita è stato interrotto e anch’io ho dovuto scegliere se restare fedele alla promessa e allo Spirito Santo che parlava al mio cuore, oppure prendere altre strade, sicuramente più facili.

Anche dopo la nascita di Gesù, Giuseppe continua a restare, nella povertà della grotta, nella fuga in Egitto, nella quotidianità silenziosa di Nazaret: non ci viene raccontato nulla di eroico, nulla di eclatante, lavora, protegge, accompagna, guida, semplicemente rimane fedele alla sua missione. Neanche quando Gesù rimane da solo per tre giorni e i suoi genitori lo ritrovano nel tempio, Giuseppe apre bocca, è solo Maria che esprime la sofferenza di entrambi: io, come minimo, avrei detto qualcosa del tipo “Dopo a casa facciamo i conti!”.

Ciò che rende ancora più grande la sua fedeltà è il fatto che, a differenza di Maria, non era stato preservato dal peccato originale, egli ha vissuto nella fragilità umana, con le paure, i dubbi e le difficoltà che ciascuno di noi sperimenta. Eppure, proprio nella sua umanità limitata, ha saputo affidarsi completamente a Dio, lasciandosi guidare dalla Sua volontà, anche lui ha detto il suo “Si”.

In una società in cui molti fuggono di fronte alle difficoltà, abbandonano relazioni al primo ostacolo, Giuseppe ci mostra la bellezza della sua virilità e la forza del rimanere: restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida.

La fedeltà non è staticità, ma una scelta continua, un atto d’amore che si rinnova ogni giorno; restare non significa subire, ma abbracciare con amore e responsabilità la vita che ci è affidata. Così Giuseppe ha amato Maria, così ha amato Gesù, così ci insegna ad amare.

La Fraternità Sposi per Sempre è stata costituita sotto il patrocinio di san Giuseppe: era stato proposto anche san Giovanni Battista che ha perso la vita per difendere il matrimonio, dicendo a Erode che non era lecito che tenesse con sé la moglie del fratello, ma san Giuseppe è lo sposo fedele, quindi più calato nella vita, nella nostra scelta, nella fedeltà nonostante tutto.

I separati fedeli sono chiamati a testimoniare con la vita questa fedeltà a Gesù, nel silenzio, senza tanto sbraitare, controbattere, nella semplicità, questo silenzio che dice tutto e che san Giuseppe proprio rappresenta.

San Giuseppe è stato il custode nell’amore di Gesù, nella sua solitudine di fede, perché è vissuto accanto a Lui sapendo che non l’ha generato, con dubbi, domande, e paure. Secondo la tradizione ebraica il figlio rimaneva con la madre fino a tre anni, dopodiché spettava al padre l’educazione morale e religiosa: Giuseppe ha insegnato a Gesù le preghiere, raccontato tutto ciò che Dio aveva fatto per il suo popolo, Gli hai mostrato come ogni gesto, ogni usanza, aveva un significato sacro.

Qui avviene il compimento della sua paternità, basata su un comportamento e un’educazione pieni di amore. Anch’io, per la mia parte, mi sento custode delle figlie, non potrò farlo ancora per tanto tempo, poiché quella più grande sta finendo le scuole superiori, però fino a quando riesco, non voglio perdere l’occasione di educarle con tenerezza, cercando d’imitare questo grande santo. Rispetto alla solitudine poi, per me riguarda non solo quella di non avere un coniuge accanto, ma anche quella di non essere compreso, a volte anche da tanti cristiani.

San Giuseppe è chiamato anche sposo castissimo, non solo nell’aspetto affettivo, ma per la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso: la felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma di un cuore che si dona, un dono autentico (è una maturazione che supera il sacrificio).

D’altra parte Giuseppe rimane in ombra proprio perché lui è soltanto il riflesso del Padre celeste, non poteva occupare troppo spazio nelle scritture, altrimenti avremmo potuto confonderci su Chi avere come nostro riferimento; tuttavia è bello pensare che tutte le volte in cui Gesù ci parla di suo padre Dio, quello che dice è anche frutto dell’esempio e della relazione avuta con Giuseppe. Anche i separati fedeli dovrebbero essere l’ombra che mette in risalto la luce di cosa sono le nozze. San Giuseppe è un modello assoluto per ogni uomo, compresi sacerdoti e religiosi, ma anche per le donne è un soccorritore come nessun altro: infatti, si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ed è vero, ma io aggiungerei che dietro ogni grande donna c’è stato un grande padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un Intreccio Ordinato

O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo come medicina dell’anima, fa’ che ci asteniamo da ogni peccato per avere la forza di osservare i comandamenti del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Questa è la preghiera di colletta della Santa Messa di ieri, che può sembrare una semplice richiesta di aiuto al Signore per affrontare la grande penitenza quaresimale. Ed in effetti questa preghiera porta con sè anche questo elemento, ma ce n’è un altro che, a ben vedere, sottindende all’austera pratica penitenziale. Ma prima di adddentrarci in esso, ci pare doveroso evidenziare ciò che la Chiesa ci indica attraverso le parole di questa preghiera.

Ultimamente, sui social, circolano numerosi messaggi d’inizio Quaresima che invitano a praticare il “vero digiuno gradito al Signore”, corredati da un lungo elenco di azioni possibili. Non vogliamo avviare polemiche su questi messaggi, poiché non contengono errori in sé. Desideriamo però evidenziare che molti dei gesti proposti, pur essendo lodevoli, sono la conseguenza di altri gesti che li precedono.

Di quali gesti si tratta? Digiuno, preghiera e carità. La carità descritta in quegli elenchi dovrebbe manifestarsi esteriormente come frutto di un sincero cambiamento interiore, reso possibile proprio dal digiuno e dalla preghiera. In assenza di questa trasformazione, si corre il rischio che tali opere restino soltanto un esercizio di filantropia fine a sé stesso o, peggio, un mezzo per dare ulteriore nutrimento all’ego, gonfiandolo di vanagloria nel vanto di simili azioni.

Qual è dunque la strada giusta? Quella proposta dalla preghiera di colletta di cui sopra. Nella sequenza ci sono: la penitenza del corpo, la medicina dell’anima, l’astinenza da ogni peccato, la forza per osservare i comandamenti dell’amore.

Quando la osservi scritta, sembra soltanto una semplice sequenza; quando invece la vivi, diventa un meraviglioso intreccio tra corpo e anima. Per comprenderlo meglio, occorre ripercorrere questa sequenza a ritroso. Proviamoci insieme.

Come facciamo ad avere la forza di osservare i comandamenti del Suo amore? Astenendoci dai peccati. Come facciamo ad astenerci da essi? Dobbiamo guarire l’anima. Con quale medicinan? Con la penitenza del corpo.

Cari sposi, chi meglio degli sposi potrebbe essere la “pubblicità vivente” dei comandamenti del Suo amore? Nessuno. Siamo noi sposi. E per vivere al meglio tale amore, la preghiera di colletta sopra citata ci dà delle indicazioni molto precise.

La bellezza e la forza della Quaresima risiedono anche nel ricordarci quel meraviglioso intreccio in cui le azioni del corpo trasformano l’anima, e quest’anima rinnovata si esprime a sua volta attraverso nuovi gesti corporei, pieni di un Amore nuovo. La preghiera è il collante di questo intreccio, poiché coinvolge insieme corpo e anima: a volte sono le ginocchia a costringere l’anima a inginocchiarsi, altre volte è l’anima che trasfigura il corpo.

Coraggio sposi, abbiamo ancora un po’ di strada quaresimale.

Giorgio e Valentina

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Mi Baci con i Baci della Tua Bocca

La terza modalità che il Cantico dei Cantici ci suggerisce, dopo la voce e lo sguardo, per esprimere tenerezza e amore è il bacio. Un gesto non per tutti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

I mille significati del bacio

Il bacio non ha un significato univoco. Dipende dal contesto, dalla cultura e dalla relazione che intercorre tra coloro che se lo scambiano. Come afferma lo psicoterapeuta Willy Pasini: «Il bacio è una finestra sull’anima e riflette la natura della relazione che viviamo». Sicuramente, si tratta di un gesto impegnativo e profondamente coinvolgente.

Esiste infatti il bacio di amicizia, quello affettuoso dei genitori, il bacio drammatico del tradimento, come quello di Giuda a Gesù, e naturalmente il bacio della coppia innamorata. Generalmente, nella nostra cultura, il bacio presuppone un minimo di conoscenza e intimità: gli sconosciuti raramente si scambiano questo gesto.

Il bacio degli sposi: un gesto unico

Tra tutte queste forme, il bacio degli sposi occupa una posizione speciale. Non è solo espressione culturale, ma prende forza dalla stessa natura del matrimonio. Come afferma don Luigi Maria Epicoco: «Il matrimonio cristiano è vocazione all’unione profonda, è segno della comunione divina. Il bacio degli sposi esprime visibilmente questa chiamata ad essere una cosa sola».

Vi è infatti un simbolismo profondo dietro questo gesto: gli sposi, baciandosi, esprimono il desiderio di unione delle loro anime, vogliono entrare reciprocamente l’uno nell’altra, donarsi in maniera totale. Questo rimanda direttamente alla Scrittura, dove lo Spirito di Dio è rappresentato dal soffio vitale donato nella bocca dell’uomo (Genesi 2,7). È come se Dio avesse donato l’anima all’uomo attraverso un “bacio d’amore” e gli sposi replicano, più o meno consapevolmente, proprio questo dono originario.

Corpo e anima uniti nel bacio

Ricordo quando, alcuni anni fa, visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani, sacerdote impegnato nella pastorale familiare. Un dipinto molto suggestivo catturò la nostra attenzione: rappresentava una coppia di sposi nell’atto di unirsi intimamente e al contempo scambiarsi un bacio profondo. Quell’immagine sottolineava l’unità totale, fisica e spirituale, degli sposi. In quel momento, infatti, essi diventano “una sola carne” (Matteo 19,5) e desiderano permanere in questo abbraccio che li unifica e li avvicina a Dio stesso.

La sessuologa cristiana Mariolina Ceriotti Migliarese sostiene che: «il bacio coniugale esprime una comunione che supera la fisicità e diventa espressione di una totalità. Chi si ama non desidera solo possedere, ma donarsi integralmente». Proprio questo desiderio di dono totale viene espresso attraverso il gesto apparentemente semplice di un bacio.

Paradossi del bacio: fidanzati e sposi

La nostra società, tuttavia, presenta un paradosso singolare: il bacio dei fidanzati, che ancora non condividono quella piena unità sancita dal sacramento matrimoniale, appare carico di intensità, passione e desiderio di unione profonda. Al contrario, il bacio degli sposi che già vivono tale unità, rischia spesso di perdere forza, diventando un gesto abitudinario, privo di significato profondo.

Quando il bacio coniugale perde forza e passione significa che la coppia rischia di dimenticare la propria vocazione all’intimità profonda e autentica, riducendo la relazione ad un’abitudine.

Rinnovare il significato del bacio

Per contrastare questo pericolo, è necessario che gli sposi riscoprano continuamente il valore simbolico del bacio, come un atto che rinnova e ravviva la loro unione spirituale e fisica. Papa Francesco stesso invita gli sposi a riscoprire continuamente la tenerezza del bacio, ricordando che «la tenerezza e il calore di un bacio sono gesti che mantengono viva la fiamma del matrimonio, segni concreti di quell’amore quotidiano che si rinnova continuamente».

In conclusione, il bacio coniugale rappresenta molto più di un semplice gesto di affetto o passione. È un segno sacramentale di unione spirituale, espressione concreta di quel dono totale che gli sposi si sono promessi davanti a Dio. Gli sposi che non si baciano rischiano di perdere il senso profondo della loro unione, riducendosi a semplici compagni di viaggio. Al contrario, coloro che vivono consapevolmente questo gesto rafforzano continuamente il loro legame e si avvicinano al mistero di Dio, sorgente di ogni autentico amore.

Antonio e Luisa

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Trasfigurati cioè trasformati

Cari sposi, stiamo addentrandoci sempre più in questa Quaresima 2025 e sicuramente state sperimentando nuovi soffi dello Spirito, sfide diverse rispetto a un anno fa, situazioni distinte in cui il Signore vi chiama a crescere e a purificarvi.

La Liturgia è assai ricca e densa di stimoli. Anzitutto lo vediamo a partire dalla Prima Lettura, un testo che ci offre uno spaccato della vita di Abramo di un’attualità direi commovente. Abramo è molto anziano e, nonostante quella promessa di discendenza, avuta dai Tre personaggi misteriosi in un afoso pomeriggio d’estate, nulla di nuovo sta accadendo. Abramo si ritrova così, nel cuore della notte, solo con i suoi pensieri, afflitto dal rimorso di aver fallito come marito e padre mancato. Dio non lo lascia mai solo ma lo conduce fuori dalla tenda ed ecco che una volta illuminata da migliaia di stelle lo avvolge da ogni lato. Che spettacolo! Credo che nessun luogo italiano potrebbe eguagliare quella vista di cielo terso, senza un briciolo di contaminazione. Così Abramo fa l’esperienza piena del “desiderio”, della capacità di guardare al Cielo come tensione verso Dio. Dante lo disse in un altro modo: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Inf. XXXIV, 139) cioè, dopo il viaggio nelle tenebre infernali, Dante e Virgilio finalmente rivedono il cielo stellato, simbolo della liberazione e della possibilità di redenzione.

Il Signore lo sta purificando proprio nella sua concezione di famiglia, frutto della mentalità del suo mondo, cioè un clan serrato, che costituiva l’onore e il vanto di ogni uomo e che garantiva la possibilità di prolungare la propria esistenza nei discendenti.

Abramo rappresenta ogni genitore, ogni coniuge che è chiamato a sollevare continuamente lo sguardo all’Alto, verso Dio come il compimento ultimo del proprio destino e della propria missione sponsale e genitoriale e a distogliere in cambio lo sguardo dal basso, ossia da ogni tentazione possessiva e idolatrica nei confronti della propria famiglia, figli o beni.

La seconda lettura è un rincaro di dose, tant’è che essa normalmente viene utilizzata nel tempo di Pasqua. È come se già, in piena Quaresima, avessimo un guizzo di luce della Risurrezione. Anche Paolo ci dice di guardare in Alto, al Cielo come la vera casa, la vera famiglia a cui tendere e ci ricorda che ciò che dobbiamo cambiare non sono le cose che facciamo ma lo sguardo, l’atteggiamento più profondo con cui le vediamo.

E infine, il Vangelo è il suggello finale di ogni lettura. Gesù ha un gesto di tenerezza verso Pietro, Giacomo e Giovanni. Vuole condividere con loro qualcosa di molto intimo e personale, nientemeno che il proprio dialogo con il Padre nello Spirito e la Sua vera identità di Figlio di Dio. Ma che fanno questi tre? Si mettono a dormire, simbolo della loro mentalità pur sempre umana, terra-terra, mondana.

Traducendo tutto ciò in linguaggio sponsale, si comprende che la Trasfigurazione è una chiamata che anche la coppia riceve nel sacramento del matrimonio. Ogni vocazione matrimoniale significa che Gesù vi prende per mano in coppia e vi porta sul monte per farvi sperimentare un’altra qualità di Amore, per arricchirvi di una relazione non più solo umana ma divina.

Lo dicono i vescovi italiani molto bene: «per la grazia dello Spirito Santo, la coppia e la famiglia cristiana diventano “Chiesa domestica”, in quanto il vincolo d’amore coniugale tra l’uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega, nella forza dello Spirito, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sua sposa. In tal modo la coppia e la famiglia cristiana sono rese partecipi dell’amore di Cristo per la Chiesa secondo un modo e un contenuto caratteristico, cioè nella “comunione” dei membri che le compongono e con la realtà dell’“amore” coniugale e familiare» (CEI, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 7).

Ogni coppia è chiamata alla Trasfigurazione, cioè a una trasformazione vera della propria capacità di amare che solo Cristo può donare. Ma, come per Gesù, la Trasfigurazione è l’esito finale dopo la Passione e Morte, anche per la coppia il cammino non può che passare da lì, non può esimersi dal dover continuamente attraversare crisi e sofferenze. Non sorprende che Papa Francesco in Amoris laetitia parli proprio di “trasfigurazione” dopo aver citato la crisi: «in fondo (gli sposi) riconoscono che ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (Amoris laetitia 238).

Il mio augurio e desiderio che oggi vi riconosciate anche voi in quegli apostoli e vi vediate come due semplici discepoli in cammino, chiamati e convocati da Cristo a fare la medesima esperienza che in definitiva porta al Cielo, ad entrare in coppia nella Vera Casa.

ANTONIO E LUISA

Come può una coppia vivere la trasfigurazione nella vita quotidiana? Nei nostri ventitré anni di matrimonio posso testimoniare che guardo Luisa con uno sguardo davvero diverso, unico. Sono certo di scorgere in lei una bellezza che soltanto io posso vedere, e credo profondamente che questo sia vero per tutte le coppie che vivono pienamente il matrimonio.

Nella nostra esperienza, abbiamo capito che la trasfigurazione quotidiana passa attraverso alcuni elementi essenziali: innanzitutto la preghiera condivisa, che ci permette di guardare insieme nella stessa direzione, verso Cristo; il perdono quotidiano, capace di rinnovare ogni giorno la nostra relazione; l’amore nutrito da piccoli gesti quotidiani di tenerezza, cura e servizio reciproco; l’affrontare insieme le difficoltà della vita, che anziché separarci ci hanno resi più uniti e solidali; e infine, senza mai trascurarla, l’intimità fisica che è espressione concreta e profonda della comunione dei nostri cuori.

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Lei non ha Fede. Come Affrontare le Divergenze nell’Educazione dei Figli?

Un lettore ci ha chiesto un consiglio su come affrontare le divergenze con la moglie, che è atea e preferirebbe un’educazione neutrale per i figli, senza favorire un cammino di fede in oratorio e in chiesa.

In un contesto familiare in cui uno dei genitori è credente e l’altro non lo è, le divergenze nell’educazione dei figli possono facilmente trasformarsi in fonte di conflitto e tensione. Tuttavia, attraverso un approccio fondato sul rispetto, la carità e il dialogo, è possibile creare un ambiente sereno e costruttivo per la crescita dei bambini. Gli insegnamenti di don Luigi Maria Epicoco, don Serafino Tognetti e don Fabio Rosini offrono spunti preziosi per orientarsi in queste situazioni complesse. Di seguito approfondiremo cinque punti fondamentali per affrontare questa sfida: testimoniare la fede con la vita, evitare gli scontri attraverso il dialogo, affidarsi al tempo e alla libertà dei figli, trovare valori comuni e pregare con costanza e speranza.

1. Testimoniare la fede con la vita, non con le parole

Don Epicoco sottolinea che la fede autentica non si trasmette attraverso imposizioni o prediche, ma mediante un comportamento coerente e illuminante. Vivere la propria fede significa incarnare quotidianamente i valori cristiani: l’amore, la misericordia, la giustizia e la solidarietà. Quando un genitore credente agisce in modo autentico e coerente, diventa un modello di riferimento per i figli, che percepiscono nei gesti quotidiani la bellezza di una vita orientata verso Dio. Come afferma Epicoco, “la fede non si impone, ma si vive e si trasmette con il cuore“, lasciando che la luce interiore parli più forte di qualsiasi parola.

La ricerca in psicologia dell’educazione evidenzia come il comportamento degli adulti influisca profondamente sullo sviluppo emotivo e morale dei bambini. Studi dell’American Psychological Association, ad esempio, indicano che i modelli di comportamento autentici e coerenti favoriscono la formazione di un’identità solida e resiliente nei giovani. In questo senso, testimoniare la fede con la vita diventa un potente strumento educativo, capace di ispirare e guidare i figli senza forzarne la scelta.

2. Evitare gli scontri, puntando sul dialogo e sulla carità

Le divergenze di visione, se non gestite con attenzione, possono sfociare in scontri aperti che compromettono non solo la serenità del nucleo familiare, ma anche lo sviluppo emotivo dei figli. Don Tognetti ricorda l’importanza del dialogo caritatevole: “un coniuge non credente non è un ostacolo, ma un’occasione per vivere più profondamente la fede“. Il dialogo deve essere improntato alla comprensione reciproca, evitando di trasformare le differenze in battaglie di volontà. È fondamentale mantenere sempre un atteggiamento di ascolto, cercando di capire le ragioni dell’altro senza giudizio, e riconoscere che, al di là delle divergenze, entrambi condividono l’amore per i figli e il desiderio di vederli crescere in armonia.

La psicoterapeuta Susan Johnson, esperta in terapia di coppia, sottolinea come la comunicazione empatica rappresenti la chiave per risolvere conflitti all’interno della famiglia. In particolare, quando si evitano gli scontri e si privilegia un dialogo aperto, si crea un clima di fiducia che permette di affrontare anche le tematiche più delicate. Questo approccio, basato sulla carità e sulla comprensione, non solo riduce le tensioni, ma offre ai figli un esempio prezioso di come si possano gestire le differenze con maturità ed equilibrio.

3. Affidarsi al tempo e alla libertà dei figli di scegliere

Don Fabio Rosini invita a considerare i figli come individui autonomi, capaci di percorrere il proprio cammino nel tempo. Secondo questo insegnamento, è importante riconoscere che il compito dei genitori non è quello di imporre una visione, ma di creare le condizioni affinché i bambini possano crescere in libertà e consapevolezza. In questo senso, “affidarsi al tempo” significa riconoscere che i bambini hanno il diritto di esplorare, di dubitare e di scegliere la propria strada, anche in ambito spirituale.

Sant’Agostino, riflettendo sul libero arbitrio, ci ricorda che “Dio non costringe la sua luce, ma la dona a chi ha il coraggio di cercarla“. Questa prospettiva invita i genitori a non forzare i figli verso una fede che non sentono autentica, ma a fornire loro un esempio e un ambiente ricco di valori, nel quale la spiritualità possa germogliare spontaneamente. La libertà di scelta, supportata dal tempo e dalla maturazione personale, rappresenta un elemento essenziale per lo sviluppo di una fede consapevole e autentica.

4. Trovare valori comuni per educare insieme

Nonostante le differenze, spesso esiste un terreno comune su cui fondare l’educazione dei figli. Valori come il rispetto, l’onestà, la solidarietà, la giustizia e l’amore sono condivisi da molti, indipendentemente dal fatto di credere o meno. Entrambi i genitori desiderano il benessere e la crescita armoniosa dei loro figli, e questo obiettivo condiviso può diventare il punto di partenza per costruire un percorso educativo integrato.

Papa Francesco, in numerose occasioni, ha sottolineato l’importanza del dialogo interculturale e interreligioso, evidenziando come il rispetto per l’altro e la ricerca del bene comune siano fondamentali in una società pluralista. In quest’ottica, anche in ambito familiare, è possibile individuare quegli aspetti comuni che permettono di educare i figli ad essere cittadini responsabili e consapevoli. Creare momenti di condivisione, stabilire regole e valori che riflettano l’amore e il rispetto reciproco, può rafforzare la coesione familiare e dare ai figli strumenti preziosi per la loro crescita personale.

5. Pregare con costanza e speranza

La preghiera rappresenta un alleato fondamentale per chi crede e per chi desidera affrontare le difficoltà con fiducia. Pregare non significa imporre una visione religiosa all’altro, ma piuttosto rivolgersi a Dio per cercare sostegno, saggezza e serenità. La costanza nella preghiera permette di rinnovare quotidianamente lo spirito e di affrontare con speranza le sfide della vita familiare.

Papa Giovanni Paolo II, nel suo insegnamento, ha affermato: “La preghiera è l’arma più potente che abbiamo contro le difficoltà della vita“. Questa idea si traduce nel riconoscere che, anche in presenza di divergenze, la preghiera può creare un ponte di speranza e di rinnovamento, capace di unire il cuore dei membri della famiglia. Pregare per il proprio coniuge, per i figli e per l’armonia familiare non deve essere un atto di imposizione, ma un invito alla riflessione e alla ricerca della pace interiore.

Conclusioni

Quando in famiglia esistono differenze di visione in ambito spirituale ed educativo, il dialogo aperto e la carità diventano elementi essenziali per costruire un ambiente sano e accogliente. Testimoniare la fede con la vita, evitando scontri e promuovendo un confronto sereno, permette di dare ai figli un esempio positivo che va oltre le parole. Affidarsi al tempo e riconoscere la libertà dei figli di scegliere il proprio percorso significa rispettare la loro crescita personale, offrendo loro al contempo un modello di vita ricco di valori autentici. Trovare valori comuni su cui basare l’educazione, come il rispetto, la giustizia e l’amore, rafforza il legame familiare e crea le basi per una convivenza armoniosa. Infine, pregare con costanza e speranza diventa un gesto di fede e di fiducia in un futuro migliore, unendo i cuori nella ricerca della verità e della luce.

Questo approccio, che integra gli insegnamenti di Epicoco, Tognetti e Rosini, non solo aiuta a mitigare i conflitti, ma offre anche ai figli l’opportunità di crescere in un ambiente ricco di spunti per diventare cittadini responsabili, capaci di discernere e di scegliere con consapevolezza il proprio cammino di vita. In definitiva, il rispetto reciproco, il dialogo costruttivo e la condivisione di valori universali rappresentano la chiave per superare le differenze e per crescere insieme, nella speranza e nella fiducia in un domani luminoso.

Antonio e Luisa

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Fiducia e intimità

Nel tempo della nostra crisi di coppia ci sentivamo soli e disperati, ma il cammino intrapreso con Retrouvaille ci ha ridato la speranza di ricostruire la nostra relazione.

La rinascita della fiducia
Abbiamo compreso che la fiducia è una delle chiavi dell’intimità. Nella nostra relazione, avere fiducia reciproca significa riuscire a condividere sentimenti, bisogni ed aspettative, anche quelli più intimi, senza il timore di essere giudicati. Impegnarci in questo percorso ha migliorato il nostro stare insieme: oggi siamo più sereni e desiderosi l’uno dell’altra, giochiamo e scherziamo, trascorriamo più tempo insieme ed abbiamo ritrovato l’intimità.

Intimità e sessualità: due concetti distinti
Abbiamo inoltre compreso che esiste una differenza tra intimità e sessualità: la prima rappresenta la condivisione dei sentimenti, mentre la seconda si manifesta come il dono reciproco dei nostri corpi in un amplesso d’amore. Questo ci ha permesso di ricominciare e ricostruire la nostra relazione attraverso piccoli gesti quotidiani e una maggiore apertura l’uno verso l’altra. Nel momento in cui ci siamo aperti reciprocamente attraverso il dialogo, la nostra comunicazione è migliorata e abbiamo cominciato a ricostruire l’intimità perduta.

Gesti quotidiani di affetto
Ad esempio, alzarci prima al mattino per avere il tempo di fare colazione insieme, salutarci con un bacio e un abbraccio, organizzare uscite solo per noi, scriverci un messaggio d’amore oppure telefonare per avvisare di un eventuale ritardo. Raccontarci la giornata soffermandoci, non tanto sui fatti accaduti, quanto sui sentimenti provati, ringraziare per le attenzioni ricevute e chiedere perdono.

Perdono e impegno reciproco
Abbiamo deciso di perdonarci vicendevolmente per le responsabilità e i comportamenti sbagliati che, in passato, avevano causato ferite e incomprensioni, per poter tornare ad avere fiducia. A questa nostra decisione immediata è seguito un periodo di grande impegno, che tuttora ci accompagna, perché le vecchie abitudini sono sempre lì, pronte a riaffiorare.

Il valore della vulnerabilità
Abbiamo deciso di darci fiducia reciproca, accantonando ogni timore. Avendo instaurato la fiducia, ci sentiamo sicuri, come la certezza del giorno e della notte. Abbiamo imparato la tecnica del dialogo e dell’ascolto e siamo riusciti a recuperare fiducia e intimità. Crediamo che questo sentimento sia determinante per essere felici e per poter avere una sana relazione di coppia. Essere tornati intimi ha significato superare la paura di essere vulnerabili e di mostrarsi sinceri l’uno verso l’altra.

Rinascita e continuità del percorso
All’inizio di questo percorso ci siamo sentiti fragili e insicuri, come quando vieni sorpreso da un temporale e non sai come ripararti. Ora, in cammino, ci sentiamo fiduciosi e sereni, come un bambino tra le braccia dei suoi genitori. Il fatto di aver capito che mollare significherebbe tornare indietro alle vecchie abitudini ci spinge a continuare il percorso intrapreso.

Conclusioni
Grazie al programma di Retrouvaille, abbiamo iniziato a parlare delle nostre difficoltà, dei nostri errori e delle nostre mancanze, a comunicarci i bisogni, le aspettative e i sentimenti mai espressi perché ritenuti scontati o poco importanti. Abbiamo cominciato ad apprezzarci vicendevolmente. Questa apertura ha influito positivamente sulla nostra relazione, aiutandoci nella ricostruzione del nostro matrimonio.

Caroline e Federico Conti (Retrouvaille Italia)

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Amare anche dopo la morte: una storia vera

Si può amare anche dopo la morte?  Ci si può sentire profondamente e totalmente uniti al coniuge anche se la sua vita non è più su questa terra? È un’illusione o una realtà? La trama di un bel romanzo o un amore autentico e possibile? Mi sono posta queste domande tante volte in questi quasi diciotto anni di matrimonio che mi legano a mio marito. Che ne sarebbe di me se rimanessi da sola? E se capitasse a lui? In famiglia abbiamo un esempio di lunga vedovanza, vissuta con fedeltà e semplicità di cuore. Una prova dura, durissima, che onestamente non so se riuscirei a sopportare.

Non sono pensieri che faccio spesso ma, qualche tempo fa, il fatto che un caro amico sia rimasto vedovo mi ha costretto a tornarci su. Ci sono amicizie che, nonostante il tempo e la distanza continuano, portando frutti di bene reciproci. Amicizie che danno tanto, che t’insegnano, ti accompagnano. È proprio da una di queste che ho ricevuto un esempio talmente luminoso da non poterlo tenere solo per me, da non poterlo non condividere. E, soprattutto, da non poterlo non farlo qui sul blog, comunità nella quale – da tanti punti di vista – cerchiamo di dar risalto alla bellezza dell’amore vero, l’amore sponsale per Cristo, con Cristo e in Cristo.

A fine dicembre una nostra cara amica è andata in Cielo, dopo una vita spesa nell’accompagnare i pellegrini, soprattutto i giovani, a Medjugorje. Il marito l’ha assistita con infinito amore, prendendosi cura di lei anche nel lungo periodo della malattia. Già questo vuol dire tanto, in una società in cui – troppo spesso – si fugge il dolore, proprio e ancor più quello degli altri. Quello che, però, mi ha davvero colpita sono stati i messaggi che il marito mi ha inviato il 23 gennaio, giorno – guarda “caso” – in cui la Chiesa celebra i Santi Sposi. Ho il suo permesso nel pubblicarli. E lo faccio con tanta riconoscenza e gratitudine. Dunque, ricordando la moglie a poco meno di un mese dalla scomparsa, il nostro caro amico mi ha scritto:

“Io devo convivere con due diversi stati d’animo. Da una parte c’e’ la nostalgia della sua presenza perché passavo quasi tutto il tempo vicino a lei tenendole la mano. Per me era una ragione di vita. Dall’altra parte io ho la certezza che adesso lei è felice, ormai liberata dai condizionamenti della sua malattia, per i quali quella che conduceva non era più una vita”.

“Certo speravo che il Signore me la lasciasse ancora a lungo, ma mi rendo conto che il mio era un desiderio egoistico, per quello che ti ho detto sopra. Per quanto paradossale possa sembrare, posso dire che dal punto di vista affettivo, questo ultimo anno è mezzo in cui lei era allettata e’ stato il più bello della nostra vita a due perché ci ha permesso di prendere coscienza della profondità del rapporto che ci legava”.

“Un motivo di serenità deriva anche dal fatto che io avevo chiesto al Signore di tenermi ancora in vita e in salute fino a quando mia moglie avesse avuto bisogno della mia presenza. Lui mi ha esaudito e mi ha consentito di poterle stare vicino fino all’ultimo. Adesso non ho più preoccupazioni per il futuro. E aspetto che mi venga a prendere per stare di nuovo insieme e questa volta per sempre”.

Brividi. Di commozione, di ammirazione, di affetto. E mi sono chiesta: ma io so amare mio marito così? Chi di noi è così maturo e così libero da amare il coniuge in questo modo, modo che ha poco di umano e tanto di divino? Riusciamo a volere così tanto il bene dell’altro/altra da metterlo davvero davanti a noi, ai nostri desideri, alle nostre speranze, alle nostre aspettative? Con la massima sincerità devo ammettere che questi messaggi sono stati una lezione inaspettata e preziosissima, un bel “tagliando”. Li dono anche a voi affinché, oltre ad essere una testimonianza vera e vissuta, possano aiutare ciascuno a fare una profonda manutenzione del proprio legame coniugale. Perché il “per sempre” non è il titolo di coda di un qualunque sdolcinato film strappalacrime ma l’inizio dell’amore vero. Quello eterno, eppure possibile, del matrimonio cristiano.

Fabrizia Perrachon

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Routine o rituale?

Di primo acchito, non è difficile distinguerli: fare colazione insieme ogni sabato, andare per mercatini la domenica, passare una settimana all’anno partecipando a qualche iniziativa spirituale per coppie. Tutte cose che possono non aver nulla di straordinario, in sé e per sé. Eppure, una cosa differenzia la routine dal rituale: l’intenzione che ci si mette.

È quanto afferma il sociologo Jean-Claude Kaufmann, specialista in dinamiche di coppia e della vita quotidiana, autore de La trame conjugale. Secondo lui, il rituale è una routine vissuta come portatrice di senso: un “momento di costruzione”, un attimo di vita più intensa che permette alle coppie di trasformare la routine in momento di gioia. La potenza del rituale viene dal fatto che «nasce da sé», con naturalità, e diventa un segno che la coppia si armonizza sulla visione della propria vita coniugale.

Routine: il rischio della ripetizione meccanica

La routine è necessaria: regola i tempi, crea stabilità, offre sicurezza. Tuttavia, se vissuta senza consapevolezza, rischia di diventare una ripetizione meccanica, priva di coinvolgimento emotivo. A volte può diventare un peso. Penso alle coppie che, dopo anni di matrimonio, continuano a cenare insieme ogni sera senza più scambiarsi parole significative, con la televisione accesa come unico sottofondo.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, mette in guardia le coppie dal pericolo di un matrimonio che diventi routine priva di amore autentico: «L’amore coniugale autentico tende sempre a crescere». Se una coppia smette di nutrire il proprio legame con gesti di cura e attenzione, rischia di vedere il proprio matrimonio inaridirsi.

Il rituale: quando la routine si riempie di significato

Il rituale, invece, è un gesto che conserva il suo valore simbolico e relazionale. Può essere una semplice abitudine, ma con un’intenzione profonda.

Ad esempio, recitare una breve preghiera insieme prima di dormire, se fatta con il cuore, non è solo un’abitudine, ma un vero e proprio rito. È un modo per affidare, giorno dopo giorno, il matrimonio nelle mani di Dio. In quei pochi minuti, ci si riconnette l’uno all’altro e, soprattutto, al Signore, che è il cuore della nostra unione.

Noi abbiamo un rituale ormai fisso da anni. Il lunedì lavoro in smart. Ne approfitto per accompagnare Luisa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ci sentiamo coppia, sentiamo che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa meta. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. È un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia.

Anche Sant’Ignazio di Loyola sottolineava l’importanza dei piccoli rituali quotidiani, affermando che essi aiutano l’anima a orientarsi verso Dio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi Spirituali). Un rituale, dunque, non è solo un atto ripetuto, ma un gesto che ci aiuta a vivere più intensamente il presente.

Come trasformare le routine in rituali di coppia

La differenza tra routine e rituale sta quindi nella consapevolezza e nell’intenzione con cui si vive un gesto quotidiano. Ma come trasformare le abitudini in momenti significativi?

  1. Dare valore al momento: Non lasciare che le azioni si svuotino di significato. Un bacio prima di uscire di casa non è solo un gesto automatico, ma un segno d’amore. Una cena insieme può diventare un momento di condivisione, spegnendo la TV e raccontandosi la giornata.
  2. Creare spazi sacri nel quotidiano: Pregare insieme, benedire la tavola prima di mangiare, ringraziare Dio per la giornata alla sera. Sono piccoli rituali che rafforzano il legame coniugale.
  3. Scegliere consapevolmente alcune tradizioni: Un’uscita fissa al mese, una passeggiata la domenica mattina, una serata a settimana dedicata solo a noi. Non per dovere, ma per desiderio di stare insieme.
  4. Lasciarsi ispirare dalla liturgia: La Chiesa stessa vive di rituali, che danno forma alla fede. Anche nella vita coniugale, le celebrazioni (anniversari, feste, momenti di preghiera) possono diventare occasioni per rinnovare il patto d’amore.

Il valore sacramentale del rituale

Nel matrimonio cristiano, il rituale assume una dimensione ancora più profonda. San Tommaso d’Aquino parlava del matrimonio come di un “sacramento vissuto”, un segno concreto della grazia di Dio. Non è un caso che la liturgia nuziale sia ricca di simboli e gesti: l’anello, la benedizione, il consenso scambiato pubblicamente. Tutto ciò ci insegna che i rituali non sono solo formalità, ma strumenti per rendere visibile l’invisibile.

Anche Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, esorta le coppie a non trascurare i gesti quotidiani che danno forza all’amore: «Non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. E come si fa? Con un piccolo gesto, con uno sguardo, con una carezza». Questo ci ricorda che i rituali possono essere semplici, ma se carichi di amore e intenzione, diventano potenti strumenti di unione.

Conclusione

Routine e rituale, dunque, non sono sinonimi. La routine è necessaria, ma senza consapevolezza può diventare un peso. Il rituale, invece, trasforma la quotidianità in una celebrazione d’amore. Sta a noi scegliere di vivere il matrimonio non come un susseguirsi di giorni uguali, ma come un viaggio in cui ogni gesto può diventare un segno d’amore e di grazia. E tu, quali rituali vivi nel tuo matrimonio?

Antonio e Luisa

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Poche ciance

Sal 33 (34) Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo. Gridano i giusti e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.

Questo Salmo viene proclamato nella Santa Messa odierna, è una preghiera incoraggiante. Abbiamo cominciato il cammino quaresimale da una settimana, e la Chiesa non perde tempo in ciance sentimentaloidi, non ci dà una pacca sulle spalle con un generico “andrà tutto bene”, ma ci sostiene ed incoraggia a proseguire nel cammino arduo della penitenza.

La Chiesa sa bene che il cuore dell’uomo è facilmente pieno di entusiasmo all’inizio di un cammino, ma ben presto si fanno avanti sconforto, afflizione e delusione per le tante buone intenzioni rimaste incompiute. Torna alla mente il detto che recita così: “Di buone intenzioni è lastricato l’inferno”.

Conoscendo tutto ciò la Chiesa, che ci è madre, ci esorta a non mollare alle prime difficoltà, e lo fa anche con le parole di questo Salmo, del quale prenderemo in esame solo una piccola porzione.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.

Succcede spesso di incontrare coppie che sono come bloccate coi piedi nelle sabbie mobili. Sono coppie bloccate in una situazione relazionale di stallo, non progrediscono mai, anzi, questa immobilità li fa regredire nel rapporto.

Non si tratta di fare analisi di varie situazioni, poiché ogni coppia è unica, ma si tratta di dare una via d’uscita. Ora non importa quale sia la situazione che vi fa restare impantanati, magari da anni, non importano le cause, gli errori, le responsabilità, le colpe, i peccati, niente di tutto ciò importa in questo momento.

Quello che importa è sapere che se cerchiamo il Signore, Lui ci risponde e che ci libera da ogni nostra paura. A volte tra i vari motivi di stallo relazionale c’è semplicemente la paura di avere paura.

La Chiesa conosce bene il cuore dell’uomo, ed è per questo che all’inizio del cammino matrimoniale pone il Sacramento, per darci tutti gli strumenti della Grazia utili ed indispensabili per il matrimonio.

Gli strumenti della Grazia sono posti all’inizio perché non sono meritori, se fossero meritori ci verrebbero dati alla fine del percorso, invece sono donati all’inizio per renderci capaci ed idonei ad affrontare i pericoli della vita. Uno di questi pericoli è proprio il blocco a causa della paura.

Ma noi non siamo soli, ricordate il consenso matrimoniale ? “…con la Grazia Cristo, prometto…” quindi non siamo soli nello sforzo, se con noi c’è Dio siamo in maggioranza, soleva ripetere spesso don Bosco.

Coraggio sposi, il Signore ci libera dalle nostre paure e ci dona il coraggio di affrontarle e superarle.

Giorgio e Valentina

Fammi sentire la tua voce

Dopo lo sguardo arriviamo ora alla voce. Un altro canale che può trasmettere tenerezza e amore, ma anche freddezza e distacco. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce non è solo suono, ma espressione del cuore. Basta una parola detta nel tono giusto per accendere un sorriso, sciogliere una tensione o trasmettere un abbraccio invisibile.Le parole amabili sono un favo di miele, dolcezza per l’anima e salute per le ossa” (Proverbi 16,24). Ecco perché il modo in cui parliamo al nostro coniuge è essenziale nel cammino del matrimonio.

La voce rivela il cuore

Quando ascolto mia moglie al telefono, capisco subito se è serena o preoccupata. Non servono troppe parole: il tono, il ritmo, il respiro tra le frasi parlano chiaro. La voce non trasmette solo informazioni, ma racconta il mondo interiore. Don Fabio Rosini dice: “Ci sono parole che edificano e parole che distruggono. Le prime sono le uniche che appartengono a Dio”. In un matrimonio, ogni frase può essere un mattone che costruisce o un colpo che sgretola.

Dillo, e dillo con amore

Uno degli errori più grandi che si possono commettere è amare in silenzio. Quanti mariti e mogli danno per scontato l’amore che provano, senza mai esprimerlo? “Non abbiate paura della tenerezza!” diceva Papa Francesco. E la tenerezza passa anche dalla voce: un tono dolce rassicura, un complimento sincero scalda, una parola di stima fortifica.

Quante volte sottolineiamo i difetti, le mancanze, le cose fatte male? Eppure, saremmo capaci di cogliere con la stessa prontezza anche i gesti d’amore del nostro coniuge? “Chi trova una moglie trova una cosa buona, una grazia che viene dal Signore” (Proverbi 18,22). Chi trova un marito fedele, trova una benedizione. Perché non dircelo più spesso?

Le parole che un marito ha bisogno di sentire

Uomini e donne hanno sensibilità diverse, e a volte ci si fraintende senza volerlo. Care mogli, il vostro sposo ha bisogno di sentirsi apprezzato. Ha bisogno di sapere che credete in lui. La vostra fiducia lo rende più forte. “Un uomo può scalare le montagne più alte se ha accanto una donna che lo incoraggia”, scrive padre Serafino Tognetti.

Una mia amica mi raccontava di come rimproverava sempre il marito sul suo modo di pulire casa. Col tempo, però, ha iniziato a cambiare approccio. Ora lo ringrazia per l’impegno, anziché criticarlo per i dettagli. Il risultato? Lui si sente valorizzato e fa le cose con più gioia. Un piccolo cambiamento nelle parole, un grande cambiamento nel matrimonio.

Le parole che una moglie ha bisogno di sentire

E voi, mariti, quando è stata l’ultima volta che avete detto a vostra moglie che è bella? Non solo nel giorno del matrimonio, non solo in occasioni speciali. Luigi Maria Epicoco scrive: “Una donna non smette mai di aver bisogno di sentirsi scelta, desiderata, amata”. La bellezza di una sposa non è solo esteriore, ma è quella luce che brilla quando si sente amata. Non basta amarla nel cuore, bisogna dirglielo. Con parole vere, sentite, dette con dolcezza. La voce del marito può essere per la moglie come l’acqua per una pianta: la nutre, la fa fiorire, la rende radiosa.

La voce che prepara all’amore

Il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore coniugale, e mostra come la parola sia preludio alla comunione dei corpi. “Soave è la tua voce“, dice lo sposo alla sposa. Un complimento detto con calore, una frase sussurrata con affetto, sono il linguaggio che crea intimità e fiducia.

Parlarsi con amore è il miglior modo per prepararsi all’abbraccio coniugale. Quando le parole sono tenere, anche il corpo si sente accolto. Il matrimonio non è solo unione di due persone, ma di due anime che si cercano e si riconoscono anche attraverso la voce.

La parola come dono

Ogni parola detta con amore è un dono. Un dono che non costa nulla, ma che arricchisce chi lo riceve. Un matrimonio che sa parlarsi con rispetto e tenerezza è un matrimonio che cresce. Papa Giovanni Paolo II diceva: “L’amore non è solo un sentimento. È un atto di volontà che si traduce in gesti concreti”. E le parole sono tra i gesti più concreti che possiamo donare ogni giorno.

Allora, oggi, fermati un attimo e pensa: cosa puoi dire al tuo coniuge per fargli sentire il tuo amore? Non aspettare. Dillo. E dillo con il cuore.

Antonio e Luisa

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