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Sposi sacerdoti. Cantico dei cantici, che è di Salomone. (19 articolo)

Posted by Antonio e Luisa De Rosa

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Cantico dei cantici, che è di Salomone.

La sposa

[2]Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

Cantico dei cantici, che è di Salomone.

Fermiamoci subito sul titolo. Cantico dei Cantici. Canto sublime. Canto che supera tutti gli altri. In questa espressione possiamo intravedere l’immagine del canto ultimo, del canto che tutti vorrebbero poter cantare. E’ il canto dell’amore nuziale pieno, che è scritto nel nostro cuore come desiderio più profondo. Tutti hanno desiderio di vivere quello che verrà cantato in questo libro. Tutti, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, hanno questa impronta incancellabile. Tutti, che siano credenti o meno, hanno il desiderio profondo di vivere questa esperienza di amore. Chi riesce già su questa terra a vivere questo amore è una persona felice. Pienamente felice, pienamente realizzata, pienamente uomo, pienamente donna.

Canto sublime di Salomone. Diciamo subito che questo testo non viene attribuito a Salomone come autore. Viene attribuito a Salomone, come avviene anche per altre opere, perché si vuole evidenziarne l’importanza. Questo è un canto regale. E’ il canto dell’amore pieno, di chi non si accontenta delle briciole, di chi non mendica amore, ma di chi vuole assaporarlo fino in fondo. Il canto dell’amore e il canto del re. Così come Cristo è re e Cristo è amore. Naturalmente questa è una lettura cristiana. Cristo è re perchè ama. Così anche noi, più saremo capaci di amare nella nostra relazione sponsale e più saremo re e regine della nostra vita. Più vivremo questo amore e più non saremo schiavi.

Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

Qui a parlare è l’amata. Il Cantico inizia con l’amata che prende subito la parola. In questa dinamica viene letta, da tanti esegeti,  la prosecuzione del racconto della Genesi. All’esclamazione ammirata di Adamo di fonte ad Eva Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, lei risponde. Il racconto della Genesi aveva lasciato il discorso in sospeso. Ora la sulamita, l’amata del Cantico risponde all’amato. Torniamo con l’immaginazione nell’Eden. In questa grande armonia delle origini. Dio ha creato la donna, cosa molto buona. Adamo esplode di gioia di fronte alla vista di questa creatura, così simile a lui, ma nel contempo affascinante, misteriosa e diversa. Lei non resta impassibile. La risposta alla gioia di Adamo la troviamo ora, nel Cantico: che lui mi baci con i baci della sua bocca. 

Un’immagine subito fortissima. Lei riconosce nell’amato quel qualcuno che può dissetare quella sete di intimità profonda che desidera nel suo cuore. Non un bacio solo, ma i baci come se non potesse accontentarsi ma desiderasse che quel momento non finisse mai. Il bacio tra innamorati è un’immagine fortissima, perchè tutti noi, che ne abbiamo fatto esperienza, possiamo capire come attraverso questo gesto si possa davvero assaporare l’intimità dell’altro/a. Non solo apriamo la nostra intimità all’altro, il nostro respiro, il nostro alito vitale, ma siamo desiderosi di ricevere quello dell’altro/a.

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

Le tenerezze sono tutte quelle espressioni d’amore che ci possono essere tra due innamorati: carezze, abbracci, baci ecc. Sono migliori del vino. Il vino ha una valenza simbolica molto definita. Il vino è la gioia. Nelle nozze di Cana è evidentissimo questo richiamo. Vino è gioia, abbondanza, ebrezza e festa. Le tenerezze dell’amato sono meglio del vino. Significa che non c’è nulla che doni piacere, gioia e pienezza alla donna quanto le tenerezze dell’amato. Io le desidero sta dicendo l’amata all’amato.

Avete notato la spregiudicatezza dell’amata. Pensare che questo poema sia di circa cinquecento anni prima di Cristo, scritto in una società patriarcale e maschilista, dove la donna è virtuosa quando è sottomessa e passiva. Qui non è così. Qui la sulamita esprime i suoi desideri, il suo amore, la sua passione e prende l’iniziativa. Inconcepibile per la mentalità di quel tempo. Bellissimo nella sua verità sconvolgente che stride con la condizione femminile dell’epoca, ma che  non ha impedito di riconoscere questo testo come ispirato da Dio.

Nel prossimo articolo proseguiremo con il testo del prologo.

Antonio e Luisa

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Inviato su Senza categoria, Sposi sacerdoti

Tag amore, matrimonio, prologo, salomone, sulamita, tenerezze, vino

Apr·09

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Quante volte, nel matrimonio, ci fermiamo a guardare ciò che manca? Più tempo, più soldi, più fede, più capacità. Eppure Gesù non chiede ciò che non abbiamo: ci domanda di consegnargli il poco che già portiamo nello zaino della nostra vita a due. Cinque pani e due pesci sembrano insufficienti, ma nelle sue mani diventano abbondanza. Il vero ostacolo non è la povertà dei nostri mezzi, ma la lagna che ci paralizza e l’avarizia spirituale che trattiene. Una casa piccola, mezz’ora libera, uno stipendio solo, doni semplici: tutto può diventare fecondo, se offerto con fiducia. Il miracolo comincia quando smettiamo di controllare e iniziamo a consegnare. Gesù moltiplica ogni dono e lo trasforma in bene per noi e per la Chiesa. L’indissolubilità può spaventare. Il “per sempre” sembra una promessa troppo grande, una responsabilità pesante, quasi una catena. Eppure è proprio lì che l’amore mostra tutta la sua bellezza. Sapere che l’altro ci sarà, anche quando non siamo perfetti, non ci rende superficiali: ci rende più liberi di crescere, cambiare e tirar fuori il meglio di noi. Tutti desideriamo essere amati non perché siamo bravi, efficienti o sempre all’altezza, ma semplicemente perché siamo noi. Gesù ci guarda così: conosce le nostre fragilità e continua ad amarci. Il matrimonio cristiano prova a rendere visibile questo sguardo di Dio dentro una relazione umana. L’amore vero non tiene pronta una via di fuga. Cerca una strada da percorrere insieme, giorno dopo giorno, nella grazia, nella fatica e nella fedeltà. Il male raramente entra nella vita di coppia facendo rumore. Più spesso si insinua attraverso una ferita non espressa, una delusione custodita, una parola interpretata nel modo peggiore. Nel settimo modulo dedicato al libro di Ester incontriamo Aman, un uomo potente ma interiormente fragile, incapace di tollerare che Mardocheo non si inchini davanti a lui. Da una ferita nasce il risentimento; dal risentimento, la manipolazione. Anche tra marito e moglie possiamo cadere nei giochi psicologici: accusare invece di raccontare il dolore, usare freddezza o silenzio invece di esprimere un bisogno. Uscire dal gioco significa tornare all’Io Adulto, parlare con verità e non consegnare le nostre ferite al rancore. La grazia ci aiuta a portare tutto alla luce e a scegliere nuovamente l’amore ogni giorno. Leggi il modulo completo su matrimoniocristiano.org. La bellezza dell’amore sponsale non nasce da giorni perfetti, ma da due persone che continuano a scegliersi anche quando le emozioni cambiano, arrivano le prove e il cammino si fa più faticoso. È uno sguardo fedele, custodito da Dio, capace di perdonare, sperare e ricominciare. Ogni gesto semplice, ogni parola buona, ogni preghiera condivisa diventa un mattone dell’eternità. Gli sposi non sono chiamati soltanto a restare insieme, ma a condursi reciprocamente verso il Cielo. Amarsi significa ricordare ogni giorno che l’altro è un dono, non un possesso; una promessa da custodire, non un’abitudine da sopportare. Guardatevi con gratitudine, sostenetevi nelle prove, rinnovate il vostro sì. Perché l’amore vero non finisce: si trasfigura, si compie e resta per sempre nella luce di Dio. È questa la bellezza che nessuno potrà togliervi. Gesù non chiede agli sposi ciò che non possiedono. Chiede, però, che non trattengano ciò che hanno. Pochi pani, pochi pesci: poca pazienza, una fede fragile, una tenerezza affaticata, parole spesso imperfette. Umanamente sembrano insufficienti davanti alla fame dell’altro e alle prove della vita matrimoniale. Eppure, quando quel poco viene consegnato interamente a Cristo, può diventare nutrimento e abbondanza. C’è un amore che usa parole dolci, ma stringe, controlla e pretende. Dice “ti amo”, ma spesso intende: “ho bisogno che tu sia come voglio io”. Non nasce dalla libertà, ma dalla paura di essere abbandonati; non accoglie l’altro, lo trasforma in uno strumento per riempire i propri vuoti.

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