Tutto inizia e finisce con un matrimonio

Volevo riflettere oggi su una piccola verità nascosta che si può comprendere dalla Parola. Parlo del primo e dell’ultimo miracolo di Gesù nella sua vita terrena, nella sua presenza nella storia. Due miracoli compiuti durante un matrimonio. Due matrimoni. Ne ricordate solo uno? Probabilmente ricordate le nozze di Cana. C’è un altro matrimonio, ben più importante per tutti noi. Gesù che sposa la sua Chiesa sulla croce. In entrambi i casi noi uomini non abbiamo saputo dargli che miseria. Nelle nozze di Cana gli sposi avevano finito il vino. La festa rischiava di finire. La gioia sarebbe evaporata. Gesù non ha chiesto che acqua. Da quell’acqua ha generato del vino delizioso. Un vino che dona una gioia che va oltre quella umana. Un vino molto più buono di quello che era appena finito.  Gesù non ha chiesto che acqua. Anzi ha chiesto qualcosa in più: che le giare fossero riempite. Questo cosa significa? Offrire la nostra natura umana, la nostra capacità di amare naturale, la nostra acqua, e fare la fatica di donargliela con il nostro impegno di ogni giorno. Il resto lo farà Lui. Trasformerà il nostro matrimonio in qualcosa di meraviglioso.

Ancora più incredibile è il secondo miracolo. Miracolo che avviene durante le nozze tra Cristo e la sua Chiesa. Miracolo che avviene sulla croce. Lì non abbiamo saputo dargli neanche l’acqua. Gli abbiamo dato dell’aceto. Aceto che è vino avariato. Abbiamo dato lui il nostro amore inquinato e guastato dall’egoismo e dal peccato. Lui non solo se lo è preso, ma ne ha fatto sorgente di salvezza e di vita. L’acqua sorgente dello Spirito Santo e il sangue segno della vita. Sangue e acqua sgorgati dal suo costato trafitto.

Questa riflessione cosa ci dice? Che il matrimonio ha bisogno di Cristo. Che noi non abbiamo che acqua, quando ci vogliamo bene. Acqua che diventa aceto quando abbiamo una relazione segnata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dall’egoismo. Gesù si prende tutto e lo trasfigura con la sua Grazia e il suo amore. Così anche una relazione vissuta nell’amore vicendevole con Gesù diventa ancora più colma di gioia e di pienezza. Così anche una relazione malata e distrutta con lui può divenire via di salvezza e di pace.  Importante sottolineare come in entrambi i casi fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio. Gesù è risorto. Gloria a Dio e ave Maria. E’ risorto perché anche le nostre vite e il nostro matrimonio possano risorgere trasfigurati dalla sua Grazia.

Antonio e Luisa

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Il tuo palato è come vino squisito.

Il tuo palato è come vino squisito,
che scorre dolcemente per il mio amore
e fluisce sulle labbra e sui denti!

Chi sta parlando a chi? Lui? Lei? Non lo sappiamo. Gli studiosi si dividono su questo passaggio. A me piace pensare che sia lui ad iniziare e lei a finire. Come in un intreccio condiviso e convissuto di sensazioni e di bellezza. D’altronde è sensato credere che sia così. Fino ad ora, nei versetti precedenti, Salomone ha decantato le qualità e la bellezza della sua amata. Provate a leggerlo in questo modo.

Lui: Il tuo palato è come vino squisito

Lei: che scorre dolcemente per il mio amore

Che bello. Lui, dopo aver decantato la meraviglia che avverte crescere in lui e che lo riempie di gioia, lascia la parola a lei, alla sua amata.

Lei in quella semplice affermazione sta dicendo a lui che tutta quella bellezza è per lui, solo e soltanto per lui.

Partendo dai piedi (Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe!)  e passando per i fianchi (Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista) , l’ombelico (Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico), il ventre (Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli)  e i seni (I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella) . Per poi salire al collo (Il tuo collo come una torre d’avorio) fino al viso. E nel viso gli occhi (I tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm), e poi il naso (Il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco). Poi ancor più su fino alla chioma (La chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce). Lei sta dicendo al suo amato che è tutta per lui. Non per costrizione ma per amore. Lei lo dice convinta perchè è ciò che vuole. Lei è per lui e questo la riempie di gioia. Lei è contenta di essere per lui perchè ha sperimentato ed è consapevole che lui è per lei. Che bello quando anche noi sposi riusciamo a raggiungere questo abbandono l’uno per l’altra. Lei si abbandona allo sguardo del suo amato perchè si sente preziosa ai suoi occhi. Percepisce in quello sguardo la verità di chi non vuole possederla, ma vuole accoglierla in lui come tesoro non meritato. Non vuole soffocarla, ma vuole abbracciarla teneramente. Qui è ancora più evidente come i due sposi del Cantico siano andati oltre la rottura del peccato originale. In loro, nel loro sguardo, c’è quella verità perduta che permette loro di non coprirsi e di mostrarsi per ciò che sono e per come sono senza paura di essere feriti per questo, nella consapevolezza che quello sguardo che li contempla nella loro nudità è quello che più si avvicina allo sguardo che Dio ha verso di ogni uomo. Anche noi possiamo. Crediamoci! Certo, con la Grazia del sacramento. Grazie al sacrificio redentivo di Cristo possiamo recuperare quello sguardo. Sta a noi impegnarci a fondo per questo. Capite ora, alla luce di quanto scritto sopra, come cambia anche la prospettiva delle parole di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi:

La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie.

Parole che lette con la mentalità odierna sanno di prevaricazione e di possesso. Vanno lette invece nella verità evangelica e di Dio. Verità raccontata nel Cantico e possibile per ognuno di noi.

C’è un esercizio che tutti gli sposi possono fare. Un esercizio che ci viene indicato dal Cantico stesso. Contemplatevi e ditevi quanto siete belli. Contemplatevi con lo sguardo e con le parole. Mostrate quanta meraviglia il corpo dell’altro/a ancora suscita in voi. Uno di fronte all’altro. Senza vestiti e senza paura. Che bello! Sentirsi amati e desiderati senza bisogno di mascherarsi da qualcuno che non si è. Che bello sentirsi belle senza paragonarsi ad altre, senza dover nascondere difetti e inestetismi che vi fanno soffrire. Che bello sentirsi dire Come sei bella non nascondendo nulla. Voi uomini non siate avari di complimenti. Esprimete ciò che il cuore vi suscita. Lei ne ha bisogno. Magari non ne siete abituati o avete perso l’abitudine. Magari non l’avete fatto mai perchè avete ancora delle ferite e dei blocchi che non vi permettono di abbandonarvi completamente. Questo esercizio serve tantissimo. Vi costerà fatica, ma piano piano vi guarirà e vi permetterà di guardarvi come mai avete fatto prima. Di contemplarvi come si contempla un’opera d’arte, e di comprendere come l’altro/a sia per voi il dono più prezioso che Dio vi ha fatto.

Antonio e Luisa

1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca 51 Quanti sono soavi le mie carezze sorella mia, sposa 52 Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti 53 Le carezze dell’anima 54 Un rumore! E’ il mio diletto che bussa. 55 Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio  56 Io venni meno per la sua scomparsa 57 Mi han tolto il mantello 58 Che ha il tuo diletto di diverso da un altro? 59 Il matrimonio non è un armadio 60 Dolcezza è il suo palato  61 Uccidete il sogno 62 Bella come la luna 63 Sui carri di Ammi-nadìb 64 Vogliamo ammirarti 65 Non mendicanti, ma re e regine 66 Carne della mia carne 67 La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli.

Le nozze di Cana. Una Pentecoste che diventa Epifania.

 

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio, ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accogliersi reciproco in una Pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Antonio e Luisa

Sposi sacerdoti. Il suo vessillo su di me è amore. (29 articolo)

Io sono un narciso di Saron,
un giglio delle valli.
[2]Come un giglio fra i rovi,
così la mia amata tra le fanciulle.
[3]Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.
[4]Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Questo modo di rappresentarsi potrebbe sembrare quasi superbo. Quasi un modo sopra le righe. In realtà non è così. E’ consapevolezza di essere bella. Consapevolezza che si rinforza dallo sguardo del suo sposo, carico di desiderio e di meraviglia. Il tuo sguardo mi fa sentire bella. Il tuo sguardo mi riempie di dignità. Non mi stai guardando come preda da consumare. Mi stai guardando come un re guarda la sua regina. Come colui che non ha desiderio, se non quello di abbracciarmi ed essere uno con me.

Non a caso Salomone risponde. Risponde dicendo Come un giglio fra i rovi, così la mia amata tra le fanciulle. Vedete! Non è un modo per squalificare le altre ragazze. Questa affermazione dello sposo manifesta una realtà fortissima che sta vivendo nell’intimo del suo cuore. Una sensazione totalizzante. Non ho occhi che per te. Desidero soltanto te. Le altre mi paiono rovi al tuo confronto. Tu che sei giglio, che sei un fiore meraviglioso. Un’immagine ripresa da grandi poeti successivamente. Mi viene subito in mente una strofa del Petrarca. Parole tratte da Chiare, fresche e dolci acque. Il Petrarca scrive:

Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna

Che solo a me par donna. Questi bellissimi versi esprimono secoli dopo e in una cultura completamente diversa la stessa consapevolezza degli sposi del Cantico. Tu sei la sola donna; donna: dal latino domina, “signora”, e quindi con la facoltà di comandare il cuore del poeta e di rappresentare, ai suoi occhi, l’unica degna rappresentante di tutto il genere femminile.

Petrarca esprime esattamente lo stesso concetto del Cantico. L’amore è sempre lo stesso, naturalmente quello autentico,  in qualsiasi epoca e civiltà, perchè la stessa è la natura del cuore dell’uomo.

Lei risponde all’amato, confermando l’unicità dell’amore che provano l’uno per l’altra:

Come un melo tra gli alberi del bosco,
il mio diletto fra i giovani.

Un melo tra tanti alberi anonimi, tutti uguali. Un melo nel bosco risalta non solo per il colore dei suoi frutti, ma anche per la fragranza e il sapore degli stessi. Tu mi provochi un piacere che nessun altro mi può dare. Tu sei il solo per me. Tanto che la sulamita continua:

Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
e dolce è il suo frutto al mio palato.

Questi versi esprimono il desiderio di lei di fare suo l’amato. Di sedersi alla sua ombra. Di essere abbracciata e protetta da lui. Di poterlo gustare completamente in tutta la sua presenza e la sua persona. Un piacere che diventa sempre più forte. Diventa sempre più forte e intimo, tanto che termina dicendo:

Mi ha introdotto nella cella del vino
e il suo vessillo su di me è amore.

Due righe che esprimono un’intimità profonda anche sensibile e corporale che lei sta evocando o vivendo. La cella del vino è la cantina. La cantina è il luogo dove il vino fermenta. Da mosto diventa vino buono. Come a voler evidenziare che nel vivere questo gesto d’amore, vivendo la nostra intimità, noi veniamo trasformati, non siamo più gli stessi. Da mosto che eravamo, dopo questa esperienza autentica e sensibile d’amore, diveniamo molto di più. Diveniamo vino buono. C’è un forte richiamo anche alle nozze di Cana e alla Grazia di Dio che trasforma la nostra umanità in qualcosa di più grande. Nell’amplesso succede proprio questo: lo Spirito Santo ci plasma e ci rende sempre più suoi. L’amplesso è un gesto sacramentale proprio degli sposi con il quale si celebra e si sigilla il matrimonio.

Il suo vessillo su di me è amore. Il vessillo segno degli eserciti e della vittoria. Sono tua, mi hai conquistato. Non con la forza e con la prepotenza. Sono tua perchè vinta dall’amore, dal tuo amore per me.

Il Cantico è meraviglioso. Racconta di un amore così bello che non può farci desiderare che di replicarlo nella nostra relazione. Non è impossibile. Potete farlo se entrambi vi impegnate per questo.

Antonio e Luisa

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Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croceUn’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto

 

Sposi sacerdoti. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino (21 articolo)

Attirami dietro a te, corriamo!
M’introduca il re nelle sue stanze:
godiamo insieme e siamo felici,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione di te ci si innamora!

Attirami dietro a te, corriamo! Improvvisamente, da un’immagine che può sembrare quasi statica, un affresco, quasi a voler sospendere il tempo in quel momento tanto coinvolgente, la scena prende vita. Il Cantico è così. Non è una descrizione, ma è una  poesia. Se fosse diverso non avrebbe questa ricchezza di sensazioni, emozioni, immagini e colori. Lascia aperto molto all’immaginazione di ognuno affinché tutti possano immedesimarsi.  Torniamo al testo. Quando si ama e si è amati, ci si sente come la sulamita. Ci si sente trascinati e attirati da una forza incredibile. Si può fare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa, ma con te. Con te sono disposta a tutto. La traduzione dall’ebraico può essere anche più forte. Rapiscimi, prendimi con te. Esprime quindi con forza questo grandissimo desiderio dell’amata di essere presa dall’amato e trasportata in un’altro mondo, fatto di meraviglia e pienezza, dove poter vivere, in tutte le sue manifestazioni, quell’amore che sente così forte dentro di lei. C’è il desiderio profondo di sentirsi completamente donna, di vivere appieno la sua umanità. Lei sente che può esserlo  solo con lui. Dopo questa scena quasi frenetica, cambia di nuovo ancora tutto. M’introduca il re nelle sue stanze. Questo desiderio profondo dell’altro necessità di intimità. Quasi a dire: voglio te, solo te, tutto ciò che mi interessa è dove sei tu. Tutto il resto in questo momento è superfluo, quasi fastidioso. Voglio concentrarmi su di te. C’è già un primo e forte richiamo anche sessuale. La stanza del re non è accessibile a tutti, è la stanza nuziale stessa. Badate bene. Lui è un re. Non ha importanza se lo sia davvero oppure no. Per lei lo è. Lo stesso vale per noi sposi. Siamo re e regine l’uno per l’altra. Lo siamo ogni volta che ci comportiamo da re. Ogni volta che ci facciamo servi dell’amore e ci mettiamo al servizio dell’altro. Non siamo tiranni. I tiranni distruggono l’amore e la coppia. Il re, invece, perfeziona la relazione e custodisce la sua sposa. Lei lo ha incoronato re, donandosi totalmente a lui. L’amore regna ed è potente. Vince ogni cosa, anche la morte. Godiamo insieme e siamo felici. Portami nelle tue stanze e assaporiamo insieme la gioia e il piacere della nostra intimità. Il testo è molto esplicito. Non lascia spazio a fraintendimenti. Gli sposi si amano attraverso il corpo. Ed è gioia, bellezza, esperienza di pienezza e di verità. E’ anche piacere. Piacere che è dono di Dio, quando è vissuto in una relazione santa, Dio stesso lo vuole per noi.

Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Questa esperienza d’amore non si può cancellare. Più del vino. Il vino che esprime la pienezza della gioia e della festa. Le tue carezze sono ancora più belle. Questa esperienza d’amore è un richiamo continuo a cui orientare tutta la nostra vita. Ricordare la bellezza per poterla custodire, per far si che non muoia. A volte costa fatica donarci all’altro/a, la nostra tenerezza, il nostro tempo, il nostro ascolto ecc. Costa fatica e saremmo tentati di lasciar perdere. Tanto, cosa può succedere? Ricordiamo invece tutto questo. Il nostro impegno avrà il risultato di non far spegnere tutto questa bellezza che c’è tra di noi.

A ragione di te ci si innamora! Forse lo dice lei. Forse lo dice una voce esterna. Non è importante. Qui l’immagine di lui si confonde con quella dell’amore stesso. Un esperienza che suscita una gioia e un desiderio tali che non siamo più gli stessi.

Antonio e Luisa.

E se il vino finisce?

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio. ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accoglierci reciproco in una pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Antonio e Luisa