Il Battesimo per riconoscerci figli amati

Ieri la liturgia ci presentava il battesimo di Gesù. Avete mai pensato al nostro battesimo contemplandolo alla luce di quello di Gesù? Io ammetto di non averlo mai fatto. Eppure durante il battesimo di Gesù accadono due avvenimenti raccontati molto bene da Luca che sono illuminanti anche per il nostro battesimo.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.

Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo. Fino a quel momento il battesimo operato da Giovanni Battista era semplicemente un battesimo di conversione. Le persone si recavano nei pressi di Gerico, sulla riva del fiume Giordano, e si immergevano per manifestare con un gesto concreto il desiderio di purificarsi e di cambiare vita. Il luogo non è stato scelto a caso. Gli Ebrei attraversarono il fiume per entrare nella Terra Promessa dopo la fuga dall’Egitto proprio in quel punto. Battezzarsi lì esprimeva il desiderio di tornare alle origini quando il popolo d’Israele entrò nella Terra Promessa dopo una purificazione nel deserto durata 40 anni.

Il Battesimo di Gesù solo esteriormente è uguale a quello di Giovanni. C’è una differenza sostanziale: lo Spirito Santo. Con il sacramento del Battesimo ognuno di noi ha beneficiato di quella discesa dello Spirito Santo esattamente come è successo a Gesù. Non è solo una purificazione ma una vera rinascita nello Spirito. Ognuno di noi con il Battesimo, con lo Spirito Santo, è unito a Dio come i tralci con la vite. I tralci sono nutriti dalla vite così noi siamo rivitalizzati dallo Spirito Santo. In un certo senso è come se con il Battesimo attingiamo ad una linfa divina. Una linfa che ci rende capaci di amare come Dio ci ama e questa capacità la portiamo nel matrimonio. Anche in questo caso è come tornare alle origini ma alle origini origini – quelle della Genesi – quando il peccato originale ancora non aveva toccato l’uomo. Non significa che saremo immuni dal peccato, la fragilità umana ci appartiene ontologicamente, ma se ci metteremo tutta la nostra volontà lo Spirito Santo ci darà la forza che ci manca per amare con la stessa modalità di Gesù: per primi e gratuitamente.

Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Questo è bellissimo. Questa esclamazione non riguarda solo Gesù ma riguarda ognuno di noi. Quando ci siamo battezzati Dio ha esclamato la stessa cosa. Siamo figli amati! Siamo prediletti! Lo siamo noi e lo è nostra moglie e nostro marito. Abbiamo tutta la vita per comprendere come questo amore sia forte e bello. Solo riconoscendoci figli amati saremo capaci di amare gratuitamente la persona amata. E’ fondamentale riconoscerci figli e lasciarci amare da Dio per poi poter riversare il nostro amore sull’altro senza pretese e senza star lì a pesare quanto riceviamo e quanto diamo. Solo così saremo capaci di dare tutto nel matrimonio anche quando l’altro sembra che non ci corrisponda pienamente.

Antonio e Luisa

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Rigenerati da uno sguardo

Una volta, durante un incontro di pastorale familiare, organizzato da una diocesi, chiesero a don Renzo Bonetti, iniziatore del Progetto Mistero Grande: “ad oggi vediamo aumentare le statistiche di divorzio anno dopo anno. Qual è la causa di tante rotture di coppie, in particolar modo di quelle cristiane?” La risposta fu molto eloquente: “la causa della rottura di così tanti matrimoni sta nel non aver compreso il Battesimo”.

Non ce lo saremmo aspettato detto così ma se entriamo nel cuore delle letture odierne capiremo meglio e soprattutto vedremo cosa vuole insegnarci la Chiesa. Anzitutto, Isaia ci dice che la Parola del Signore è irrevocabile, che una volta emessa porta senz’altro un frutto. Essa agisce proprio come la pioggia in un campo che non lascia inalterato il terreno su cui cade: se secco lo rende fertile, se già bagnato lo impregna ancor di più.

Quindi, vuol dire che il Signore quando ci parla non lo fa mai a vanvera e Lui non parla alle masse bensì intende toccare ciascuno di noi! Egli, infatti, desidera che le Sue Parole portino un frutto in me, in noi coppia. Allora domandiamoci che Parola mi sta rivolgendo oggi di così importante e quale effetto Lui anela di ottenere nella mia e nostra vita?

Senza dubbio vi è una frase che eccelle in tutto il Vangelo e che ancora oggi può toccare i nostri cuori. In questa festa del Battesimo la Parola è esattamente la stessa che il Padre ha rivolto a Gesù: “Tu sei il mio Figlio, l’Amato”. Come ci fa bene di leggere e rileggere questa Parola e saperla rivolta a me personalmente! È una frase di compiacimento, di soddisfazione, di stima profonda. Il Padre guarda Gesù in modo estasiato per essere semplicemente Suo Figlio.

In termini economici o efficientisti, fino a quel momento Gesù non è che abbia fatto gran ché. È l’unico falegname/muratore del suo paesino, ha una mamma vedova a carico, conduce una vita semplicissima e anonima. Che grandi opere aveva mai realizzato? Su quali capolavori artistici aveva messo la firma? Nulla, se non sedie aggiustate, ruote di carro riparate, qualche tavolo costruito. Quindi, di cosa poteva essere così orgoglioso Suo Padre?

La bellezza di questa frase sta nella sua totale gratuità: il Padre ama il Figlio per il fatto di esistere, di esserci, non di aver compiuto chissà che cosa o di aver corrisposto un suo disegno o un suo progetto. Ecco il nocciolo dell’amore di Dio! Dio ci ama così: ti amo perché esisti e tu esisti perché io ti ho amato.

È tutto molto bello quanto detto finora ma noi resteremmo solo degli spettatori lontanissimi, dei puri estranei se non avessimo il Battesimo. È grazie al Battesimo che quello sguardo Paterno si è posato anche su ciascuno di noi. Papa Benedetto lo dice in modo meraviglioso

Il significato del Natale, e più in generale il senso dell’anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio. E se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile” (Papa Benedetto, Omelia 11 gennaio 2009).

Così si capisce bene perché il Battesimo è la porta di ogni altro sacramento. Da ciò deriva per noi un profondo legame con Cristo, un legame non solo psicologico, cioè nel momento in cui io penso a Lui, ma “ontologico”, che tocca il nostro essere e il Suo, che lo pensi o meno. Ma appunto questo evidentemente non basta perché è indispensabile mantenere un rapporto intimo con Gesù, è quello che Lui cerca in noi ogni giorno.

Conforta leggere S. Cirillo quando scrive: “Se tu hai una pietà sincera, anche su di te scenderà lo Spirito Santo e ascolterai la voce del Padre” (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi III, Sul Battesimo, 14). Quindi il rapporto con Gesù, l’essere anche noi figli amati, in parte dipende da noi, da quanto restiamo collegati con il cuore e la mente con Lui.

Alla fine di questa carrellata, cari sposi, spero sia chiaro come l’amore paterno per Gesù nel Battesimo è anche rivolto a noi. E così questo dono grande grazie al vostro matrimonio diviene “esportabile”. Con la grazia delle nozze siete voi sposi che a vicenda potete dirvi, a parole e con la vita, quella frase stupenda: “Tu sei l’amato” e così, fare della vostra coppia un piccolo anticipo di Paradiso.

ANTONIO E LUISA

L’ho già ripetuto tante volte negli articoli e anche in alcuni libri. Io mi sento amato da Luisa non quando sono brillante, simpatico, premuroso, attento e tenero. No! Cosa ci vuole? Me lo merito. Che fatica deve fare. Io mi sento amato da mia moglie quando non sono in vena, quando sono nervoso e perso nei miei pensieri, quando non sono attento alle sue esigenze. Quando non è facile amarmi. So che non dovrei essere così ma succede. Le nostre fragilità umane a volte prevalgono. Eppure lei è sempre lì accanto a me che mi dimostra il suo amore misericordioso e gratuito. Questo è davvero commovente, mi riempie il cuore ogni volta.

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Il matrimonio è un viaggio verso il Salvatore

Come consuetudine il giorno dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti e i propri amici per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desiderare sempre di più l’incontro con Gesù.

Antonio e Luisa

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San Giuseppe: un esempio per vivere la nostra vocazione

In un articolo precedente abbiamo introdotto l’esortazione apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II, interamente dedicata alla missione di san Giuseppe, contemplato dal Santo Padre come “Custode del Redentore” e “Ministro della salvezza”. La lettura integrale di questo ricco documento aiuta ad intravedere nella custodia esercitata da Giuseppe verso il Figlio di Dio una dimensione della sua paternità, che si rivela come modello di ogni paternità umana, sia naturale che spirituale. Lo stesso Santo Padre in un’altra occasione, nel libro Alzatevi! Andiamo!, nella sezione intitolata Una paternità sull’esempio di san Giuseppe, dichiarava: «quando penso a chi potrebbe essere considerato come aiuto e modello per tutti i chiamati alla paternità – nella famiglia o nel sacerdozio, e tanto più nel ministero episcopale – mi viene in mente san Giuseppe. La Provvidenza preparò san Giuseppe a svolgere il ruolo di padre di Gesù Cristo. Giuseppe fu chiamato a essere lo sposo castissimo di Maria proprio per far da padre a Gesù».

A partire da tale affermazione e alla luce dell’esortazione apostolica Redemptoris Custos, è possibile riflettere sulla paternità di Giuseppe anzitutto come “vocazione”, dal momento che si tratta di vera paternità, nonostante manchi della generazione naturale. In questo articolo ci soffermeremo sulla chiamata di san Giuseppe ad essere sposo e padre, mentre nel prossimo affronteremo più direttamente il valore del suo matrimonio e l’esercizio della sua speciale paternità. In entrambi i casi cercheremo di trarne qualche insegnamento per la vita cristiana.

La citazione di Giovanni Paolo II interpreta la paternità di Giuseppe nei termini di una chiamata da parte del Signore, che si realizza in modo peculiare ed unico nel contesto del matrimonio con Maria: una chiamata ad essere un vergine sposo e padre putativo. Osservando la dinamica misteriosa di questa vocazione possiamo scoprire il modo di agire di Dio nella chiamata personale di ogni uomo e il modo adeguato di rispondere da parte dell’uomo stesso. Crediamo, infatti, che nella straordinaria vicenda di Giuseppe si nasconda una verità universale sul mistero della vocazione particolare di ogni essere umano.

Innanzitutto, ponendoci all’ascolto dei Vangeli, scopriamo che il silenzio di san Giuseppe non è vuoto, bensì pieno della Parola di Dio e pieno della risposta pronta e attenta dello stesso Giuseppe. Un silenzio fatto di ascolto, di opere buone e sante/giuste. Il suo atteggiamento rivela l’obbedienza della fede (“obbedire” viene da ob-audire, che contiene in sé l’idea di un ascolto profondo). La sua vocazione si manifesta in un silenzio pieno di Dio, così come la personale risposta alla sua chiamata, che si traduce prontamente in azione. Nei Vangeli, dunque, Giuseppe è l’uomo dei fatti. Non parla mai, eppure è sempre all’opera.

La modalità della sua risposta dice una fede vissuta in una obbedienza fattasi docilità e fiducioso abbandono alla volontà del Signore. Per Giovanni XXIII, «san Giuseppe offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e carità, e dal gran mezzo della preghiera» (17.3.1963). Quella prontezza nel rispondere alle ispirazioni divine, infatti, non è qualcosa che si può improvvisare e, proprio per questo, è da considerarsi il frutto di una lunga maturazione nella fede, di una generosa corrispondenza alla grazia ricevuta in dono, della acquisita disponibilità a lasciarsi condurre e plasmare dalla Provvidenza divina, così da arrivare pronto all’adempimento della sua straordinaria missione. Per questo è vero anche quanto affermato da Giovanni Paolo II, ossia che la Provvidenza deve averlo preparato sapientemente ad accogliere le altissime esigenze della sua vocazione. Inoltre, non possiamo escludere che la relazione con Maria, l’Immacolata, abbia contribuito a sostenere e alimentare la sua fede nel Signore, l’attesa fiduciosa del compimento delle antiche promesse al Popolo eletto.

Sebbene la nostra chiamata non abbia i tratti straordinari di quella di Giuseppe, anche noi siamo accompagnati e preparati dal Signore invisibilmente, nel silenzio, discretamente. Forse per lunghi anni e attraverso vari eventi, veniamo plasmati dalla Provvidenza per divenire capaci di una risposta sempre più consapevole e generosa al disegno di Dio, il quale ci dona progressivamente la grazia necessaria per poter accogliere la sua volontà giorno dopo giorno. In questo cammino di santità è bene, come Giuseppe, prendere con noi Maria, per noi Madre, guida, sorella e amica, per essere interiormente rafforzati nella fede e in tutte le virtù cristiane. Sta a noi, infatti, e alla nostra libertà, di cooperare attivamente con l’amore del Signore, coltivando la docilità, l’abbandono e la fiducia attraverso i mezzi ordinari della preghiera, della vita sacramentale e dell’ascesi, soprattutto per mezzo di una autentica e feconda relazione con la Vergine Maria, reale presenza da amare sull’esempio dei santi. In particolare, Giuseppe e Maria ci insegnano e aiutano a rispondere al Signore anche quando la chiamata di Dio è molto esigente e sembra superare le possibilità umane.

San Giuseppe sa di dover custodire il Figlio di Dio e sua Madre, comprende le altissime esigenze della sua vocazione di sposo della Vergine e custode del Verbo, ma non si lascia trattenere dalla paura. D’altronde, quando il Signore gli annuncia in sogno la missione da compiere, non lo lascia nell’ignoranza della verità, sebbene gravosa, affinché egli possa rispondere in piena libertà e coscienza. L’Angelo gli rivela che il Bambino concepito in Maria «viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Quel Bambino che ella partorirà è, dunque, Dio, venuto a salvare il Suo Popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21), e Giuseppe deve accoglierlo come suo vero figlio in un matrimonio tra vergini. A somiglianza di Mosè, egli, al cospetto della Madre di Dio, comprende di trovarsi davanti al “roveto ardente”: una certa tradizione vuole che il roveto che arde e non si consuma di Esodo 3,2-6 sia proprio un simbolo, una prefigurazione della Semprevergine Maria.

Secondo alcuni Padri della Chiesa, il giusto Giuseppe, venuto a conoscenza della gravidanza della sua sposa, dubitò di lei al punto da volerla rimandare in segreto, mentre, secondo altri, egli non dubitò affatto della sua innocenza, ma decise di allontanarla da sé non sapendo come comportarsi con lei, oppure perché si sentiva inadeguato a fargli da sposo, dato il mistero che il lei si compiva. Al di là delle possibili interpretazioni, ciò che il Vangelo di Matteo ci mostra è un Giuseppe immerso in gravi pensieri dopo l’Annunciazione a Maria, il quale, però, non appena conosciuta la volontà del Signore, attraverso una sorta di “annunciazione notturna”, risolutamente abbandona ogni esitazione, per adempiere il disegno sconcertante di Dio. A ragione, si legge nella Redemptoris Custos al numero 5 che «di questo mistero divino [dell’Incarnazione] Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria – e anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio». Inoltre, accogliendo la sua vocazione, egli «sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione».

Ed ecco un altro grande insegnamento per noi: siamo tutti chiamati alla santità, ma abbiamo la libertà di accogliere o meno la chiamata a noi rivolta. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che dalla nostra scelta dipenderanno le sorti di altre persone, essendo noi membra di un unico Corpo, di un’unica Chiesa, tutti in relazione con Dio e tra noi. La storia della Sacra Famiglia ci insegna che la risposta fedele di Giuseppe ha avuto decisive conseguenze su Maria, Gesù e l’intera umanità. Infatti, il suo “sì” ha sostenuto il “sì” della Vergine Madre, mentre il fiat di Maria poneva le condizioni per la risposta di Giuseppe e permetteva al Figlio di Dio di incarnarsi nel tempo, per la nostra salvezza. Un verità su cui poco si riflette, da meditare a lungo nella preghiera, affinché anche noi come Giuseppe e Maria, in ascolto della volontà divina, sappiamo accogliere generosamente quel compito che Dio vuole affidarci nella Chiesa. Non c’è da temere le esigenze della vocazione cristiana, nostra vera felicità. A ciascuno di noi, infatti, il Signore rivolge il medesimo incoraggiamento, ed è sempre generoso nell’elargire la grazia necessaria con chi si fida di Lui: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto […]. Poiché io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”» (Is 41,10.13).

Pamela Salvatori

Le nostre piccole, grandi epifanie

Tra due giorni sarà il 6 gennaio che per i cattolici è una data molto importante perché si celebrerà l’Epifania del Signore.

Il racconto evangelico di San Matteo ci fornisce diversi particolari circa questo evento straordinario: “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»” (Mt 2, 1-2). E ancora: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 9-12).

Come già per il Santo Natale ed altre ricorrenze religiose, anche l’Epifania è stata travolta dal turbinio del consumismo anche se in alcuni Paesi ricopre ancora un’importanza tutt’altro che secondaria: pensiamo alla grandissima festa che in tutta Spagna – dal continente alle isole Canarie – inizia già il 5 gennaio e si protrae fino al giorno successivo attorno a Los Reyes (appunto “I Re”) oppure alla venerazione delle reliquie dei Magi custodie nel duomo di Colonia, in Germania.  

È importante chiedersi, perciò, quale sia in vero significato di questa solennità, sia dal punto di vista linguistico che religioso. Cominciamo dal primo punto: il termine epifania deriva dal greco e si traduce con apparizione o manifestazione. Applicato al contesto evangelico, possiamo dire che il Bambino Gesù si è manifestato, subito dopo la nascita, a due categorie sociali ben differenti: ai pastori e ai Magi.

Questo significa che la regalità di Cristo si svela e, appunto, si manifesta a tutti, poveri o ricchi, semplici o nobili, esclusi o privilegiati. D’altronde, sarà Gesù stesso a dire a Pilato, poco prima di essere condannato alla croce: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).

Gesù non fa né il prezioso né il selettivo ma si lascia visitare, osservare e vedere da tutti perché è nato per ciascun essere umano, di ieri, oggi e di domani. La manifestazione del Bambino altro non è che lo svelamento del volto del “Dio lontano” – quello dell’antica Legge, del roveto ardente e dei patriarchi – che si fa il Dio con noi, un Dio che pur essendo Altissimo e Onnipotente è anche un Dio in carne ed ossa, neonato tenerissimo nato nella povertà, nell’umiltà e nel rifiuto del mondo, quello stesso mondo da lui creato e donatoci gratuitamente.

La manifestazione, in quanto tale, necessita di due soggetti: colui che si manifesta e coloro che ne accolgono la manifestazione. In questo senso i Magi hanno fatto degli sforzi non trascurabili: pur partendo da lontano – geograficamente e, forse, religiosamente – si sono fidati di Qualcuno più grande di loro e si sono messi in viaggio, fisicamente e spiritualmente, mettendo da parte il loro status sociale, le loro ricchezze e loro certezze per prostrarsi a un neonato nel quale erano riusciti a scovare la chiave di svolta dell’intera storia umana.

Al di là della descrizione un po’ fiabesca che si può avere di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, l’importante è riuscire ad arrivare al cuore della solennità ossia comprendere che, attraverso la sua Epifania, Gesù non solo si è svelato al mondo ma ha aperto le strade a tante piccole, o grandi, epifanie quotidiane che possono davvero cambiarci la vita.

Pensiamo, infatti, a quante persone, situazioni o eventi si sono rivelati per noi delle vere e proprie manifestazioni: nella semplicità del quotidiano oppure nei momenti cruciali dell’esistenza, è attraverso questi canali ad essersi proclamato il Signore stesso, obbligandoci a fermarci, a cambiare strada o a svoltare da abitudini sbagliate.

Quanto amore e quanta fede s’intrecciano dell’Epifania! Alla manifestazione del grande amore di Dio che si fa piccolo si contrappone la nostra piccola fede che può però crescere e diventare grande, in un’osmosi che nulla toglie all’Onnipotente ma che tutto dona a noi. Impariamo, perciò, ad essere riconoscenti a Gesù che non solo è stato Epifania in quel giorno lontano ma che, da allora, continua instancabilmente a manifestarsi per ciascuno di noi attraverso tramiti umani che ci aiutano, spronano, incoraggiano. Sì, Piccolo Re: desideriamo amarti anche nei volti del nostro prossimo perché è da questo mondo che inizia il desiderio di poterTi vedere – se ne saremo degni – nell’istante in cui ti svelerai a noi definitivamente e nel quale ti vedremo “faccia a faccia”, proprio come è stato possibile ai Magi.

Fabrizia Perrachon

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Nell’intimità le parole devono esprimere bellezza e meraviglia.

Vi scrivo per chiedervi un parere. Io e mia moglie dopo la nascita della nostra figlia non abbiamo fatto l’amore per 9 mesi, più che altro perché tra l’ impegno con i figli e abituati a dormire insieme, rimandavano di giorno in giorno. [..] Il consulente ci ha anche detto di usare il dirty talk. Credete sia un buon consiglio?

Questo messaggio ci è arrivato per mail qualche tempo fa. Pubblico la risposta con un po’ di ritardo perchè durante il Natale ho preferito dedicare gli articoli del blog a temi specifici di un tempo tanto importante e bello.

Spesso i nostri sacerdoti sono impreparati ad aiutare le coppie cristiane ed è lì che però si annidano le ferite e i problemi più grossi. Lasciare spazio a terapeuti non cristiani o peggio ancora al web e al fai da te spesso provoca disastri nella coppia. Istruire sulla preghiera e sulla fede serve a poco se poi la coppia non vive autenticamente la sessualità e vive il sesso in un modo che è fuori da ogni verità ecologica e sacramentale.

La mail era molto più lunga e raccontava tanto altro. Ho già risposto privatamente e chi mi ha scritto. Credo però che sia interessante un articolo rivolto a tutti su un atteggiamento in particolare evidenziato dallo sposo. Il consulente, abbinato ad altri consigli più o meno condivisibili, ha suggerito di praticare il dirty talk durante il sesso per riaccendere il desiderio.

Prima di tutto cosa si intende per dirty talk. Si tratta di rivolgersi al marito o alla moglie -noi ci rivolgiamo primariamete a coppie sposate sacramentalmente – con parolacce e termini volgari ed aggressivi.

Secondo Nes Copper, un’esperta e terapista sessuale, le parole trasgressive attivano varie aree del cervello che portano piacere, rilasciando ormoni del benessere come la dopamina e l’ossitocina. Un altro ormone coinvolto è il testosterone, capace di incrementare l’entusiasmo e favorire il raggiungimento dell’orgasmo.

Quindi va tutto bene? Assolutamente no! Noi non stiamo facendo solo del sesso, non è semplicemente ginnastica o un’attività piacevole, noi stiamo compiendo un gesto sacro. Se non arriviamo a comprendere che nel momento dell’intimità noi sposi stiamo elevando a Dio una delle preghiere più belle e stiamo rinnovando un sacramento, ci accontenteremo sempre delle briciole.

Valutiamo l’atteggiamento partendo però da un piano strettamente umano. Quando viviamo l’intimità con nostra moglie o nostro marito stiamo facendo esperienza sensibile, la più completa e profonda, della comunione che c’è tra noi e della bellezza di godere della persona che più amiamo attraverso il suo corpo. Ci sentiamo completamente fusi l’uno nell’altra. Almeno dovrebbe essere così. Quindi un gesto che dice con il corpo all’altro – moglie o marito che sia – quanto sia bello per noi, quanto rispetto noi abbiamo nei suoi confronti e quanto sia per noi prezioso. Stiamo dicendo che è l’unico per noi.

Può essere la parolaccia un modo per trasmettere amore e bellezza? Possiamo con le parole dire qualcosa che è completamente stonato rispetto a quello che stiamo dicendo con il corpo? È possibile che con le parole si esprima amore e con il corpo si trasmetta qualcosa di completamente diverso, come il desiderio di dominio e controllo. O viceversa. In ogni caso stiamo mentendo. Probabilmente con il corpo stiamo dicendo alla persona amata che per noi è la più bella ma con il cuore abbiamo solo l’istinto di dominarla ed usarla.

Il consiglio che è stato dato dal consulente e la citazione della terapista mettono in luce un approccio che non si focalizza primariamente sulla relazione, bensì fa leva sull’istinto e sulla dimensione ormonale. Questo suggerisce a chi non prova più desiderio di concentrarsi sulla pulsione fisica e sulle fantasie erotiche. È interessante notare come tali fantasie siano spesso alimentate dalla pornografia, un fenomeno di cui la maggior parte degli uomini, e sempre più frequentemente anche molte donne, si avvale.

Utilizzare un certo linguaggio irrispettoso e volgare mette semplicemente in evidenza non il desiderio di unirsi all’amato/a ma la spinta a sfogare una pulsione con l’altro. L’altro diventa uno strumento da usare e non una persona da amare.

Il consiglio che mi sento di dare a questa persona – come ai tanti cristiani che si comportano nello stesso modo – è quello di cercare di accrescere il desiderio nella relazione. Il desiderio – come abbiamo già scritto tante volte – ha diversi generatori. C’è sicuramente la parte pulsionale e istintiva ma ce n’è una più importante: l’amore vissuto nella quotidianità. È essenziale comprendere che il desiderio non è semplicemente una reazione istintiva, ma può essere alimentato e arricchito dalle azioni quotidiane e dalla consapevolezza all’interno di una relazione. Quando l’amore è vissuto e coltivato nella vita di tutti i giorni, diventa un potente motore di desiderio e di connessione profonda.

Certo impegnarsi a fondo nella relazione è molto più faticoso che dire parolacce per eccitarsi. Solo però con la fatica di ricostruire la relazione tutta e non solo l’intimità si può sanare in modo autentico la relazione stessa. Chi pensa di sfruttare la lussuria per alimentare il desiderio sta solo illudendosi e, in realtà, sta causando ancora più danni alla relazione. Se desiderate che il desiderio reciproco ritorni, amatevi attraverso gesti d’affetto quotidiani, nel modo che soddisfa lui o lei. Solo così avrete voglia di fondervi con l’altro, anziché considerarlo un semplice oggetto da usare.

Antonio e Luisa

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Parla in codice?

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (Eb 1,1-2)

Oggi ci lasciamo interrogare da questa frase della lettera agli Ebrei che è stata usata come antifona al Vangelo, la quale contiene un’insegnamento per la nostra vita di fede.

Sono passati pochi giorni dal Natale, ma ancora la Chiesa insiste quasi fossimo sordi, ma perché questa insistenza?

Sicuramente la Chiesa conosce con che facilità gli uomini dimentichino gli eventi, ma c’è anche una pedagogia, la stessa che Dio usa con pazienza e misericordia nei confronti del suo popolo, un metodo che i romani condensarono nella famosa locuzione latina: repetita iuvant.

Ma perché giova la ripetizione ? Perché il nostro cuore ha bisogno di tempo affinché il vissuto sia elaborato, quando un evento ci raggiunge con la sua forza, difficilmente riusciamo a coglierne tutta la portata per la nostra esistenza, a volte succede che comprendiamo il senso di un fatto accaduto soltanto dopo diversi anni, solo allora riusciamo a collocarlo nella sua giusta casella come in un grande puzzle.

E se è così per gli avvenimenti della vita di questo mondo, a maggior ragione dobbiamo ritenere che sia così per i fatti che coinvolgono la nostra vita spirituale, la nostra vita di fede. Ed è questa la ragione dell’insistenza della Chiesa sul tema del Natale.

Spesso sentiamo persone lamentarsi del fatto che Dio sembri il grande assente dalla storia, quasi fosse un vecchietto seduto su qualche nuvoletta divertito nel vedere cosa combinino gli umani. Ma l’antifona di oggi ci ricorda che Dio ha parlato in diversi modi e molte volte, quindi non è uno che se ne sta tranquillo sulle nuvolette senza proferire verbo, anzi, è uno che non si stanca di ripetere il proprio amore per l’uomo, però non usa un linguaggio molto convenzionale, è come se usasse un codice.

Se passassimo in rassegna tutte le volte e le modalità con cui Dio ha parlato all’uomo, noteremmo alcune caratteristiche che le accomunano, una di queste sicuramente è il fatto che Dio ama parlare con i fatti.

Per capire questa modalità basta analizzare una comune esperienza umana: l’amore dei genitori. Spesso incontriamo sposi che lamentano carenza affettive da parte dei propri genitori, sono cresciuti convinti – dalla mentalità corrente- che i sentimenti costituiscano la parte preponderante del nostro essere, ma hanno avuto dei genitori/nonni che sono stati educati al linguaggio del fare aldilà dei sentimenti: un linguaggio che dice chi sei e chi ami con le scelte concrete di ogni giorno.

Molti mariti e molte mogli faticano a vedere l’amore nei propri confronti da parte dei genitori dentro la concretezza della vita. Per esempio ci è capitato un dialogo simile: La tua mamma non ti voleva bene ? (risposta)- Non lo so, non me lo diceva mai – Ma non ti stirava mai le camicie o altro? – Sì, quando aprivo i cassetti dell’armadio trovavo sempre tutto in ordine, piegato pulito e stirato. – E non ti sembra un gesto d’amore? – Sì…ma non c’avevo mai pensato.

Lo stile di Dio assomiglia a quello di questa mamma, è uno stile che lascia parlare i fatti, non perché le parole non abbiano importanza, ma perché le parole senza fatti sono vuote, invece i gesti d’amore contengono già mille parole.

Ed il fatto più eloquente che in questo periodo stiamo vivendo è che Dio abbia deciso di farsi uomo in tutto e per tutto – eccetto il peccato – è un fatto di una portata infinita e perciò mai riusciremo a comprenderlo nella sua interezza, ma almeno dobbiamo lasciare che tale avvenimento parli al nostro cuore, alla nostra anima… possiamo considerarlo alla stregua di una camicia stirata o una cena già pronta… insomma, un fatto concreto.

Coraggio sposi, anche la nostra relazione deve assumere queste caratteristiche di concretezza, di gesti fatti in silenzio ma che contengono mille parole d’amore per il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

La massima ambizione di una donna? Amare!

La massima ambizione di una donna? Dovrebbe essere diventare Rita Montalcini, non semplicemente essere madre. Questa è stata la risposta tagliente di Elly Schlein, segretaria del PD, all’uscita della collega parlamentare Lavinia Mennuni, dopo che quest’ultima aveva affermato che diventare madre dovrebbe tornare ad essere cool (di tendenza) per le donne.

Non tutte possono essere come Rita Levi Montalcini, così come non tutti possono essere come Albert Einstein. È una questione di talento e doni naturali, e questo dovrebbe essere ovvio. Forse non per la cara Elly, ma non posso limitarmi a semplice ironia. Voglio affrontare questo argomento in modo serio e ponderato. Quale dovrebbe essere la nostra aspirazione più grande?

Iniziamo con il dire che il discorso è estremamente complesso, specialmente in questa nostra società che ha fatto dell’emancipazione femminile una battaglia cruciale. È assolutamente fondamentale che una donna abbia la libertà di affrontare il mondo del lavoro con le stesse opportunità degli uomini. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che la capacità di concepire la vita e portare avanti la gravidanza spetta alla donna per natura. È vitale che essa sia libera di perseguire le proprie aspirazioni senza dover rinunciare alla propria essenza. 

La donna che sceglie di essere madre deve poter godere di un supporto sociale ed economico che le permetta di conciliare la sua carriera professionale con il desiderio di crescere una famiglia. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la decisione di dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli è altrettanto meritevole di rispetto e sostegno. Inoltre, va considerato che l’emancipazione femminile non dovrebbe tradursi in una pressione costante sulle donne affinché dimostrino la propria validità attraverso il successo lavorativo. Ognuna dovrebbe avere la libertà di seguire il proprio percorso senza sentirsi giudicata in base a modelli predefiniti di realizzazione personale. Bisogna sostenere la libertà di scelta delle donne in ogni ambito della loro vita, lavorativo o personale che sia.

Tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo. La maternità dovrebbe essere una scelta libera, non un dovere. È il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? La donna deve essere libera di scegliere. Ma quando è davvero libera? Tutti – uomini e donne non fa differenza – siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. Dio è amore e noi siamo fatti per amare ed essere amati. Tutto il resto viene dopo. Ciò significa che la nostra professione non deve essere il nostro fine ma la conseguenza del nostro amore. In concreto significa che l’amore vissuto ci dà la forza e la motivazione per tirare fuori i nostri talenti in ogni circostanza, anche nel lavoro.

Il matrimonio è il luogo in cui possiamo veramente realizzare il nostro desiderio di una vita ricca di amore e significato. Non è solo una questione di piacere, ma di realizzazione della nostra vocazione. Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato.

Quindi, una donna può veramente trovare cool diventare mamma solo quando riscopre la bellezza del matrimonio, di non sentirsi obbligata ad essere emancipata. Perché ci giochiamo la nostra vita nella relazione. Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. È meraviglioso condividere la vita con un tu a lei complentare e costruire insieme a lui una relazione in cui amare ed essere amata in anima e corpo. Se non si riparte dal matrimonio, non si può veramente favorire un ritorno al desiderio di maternità.

Un’ultima riflessione. La donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Antonio e Luisa

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La vita è sempre una grazia

Per questo inizio di anno, desideriamo riflettere su un tema di grande importanza. Un tema che riguarda ogni coppia. È fondamentale guardare all’anno appena trascorso e sapere dire grazie. È stato un anno complicato? Forse la vita ci ha oppresso più del solito? Sono capitati imprevisti, forse piccoli, forse grandi, come malattie o lutti? Queste situazioni rischiano di diventare assolute, di identificare la nostra intera esistenza. Possono oscurare la visione e impedirci di vedere tutto il bene vissuto. La nostra vita non può essere definita dal male che in essa si è manifestato, ma dobbiamo sforzarci, anche se a volte è estremamente faticoso, di spostare l’attenzione verso il bene. Non serve a nulla soffermarsi sul male e sulla sofferenza. Troppo spesso la sofferenza rischia di immobilizzarci e diventare una sorta di zona di comfort in cui nasconderci.

Tutta questa premessa per porvi una domanda: Sapete riconoscere il bene? Sapete ringraziare in ogni momento? È importante saper dire grazie sempre. È importante in ogni situazione della vita ed è importante in ogni momento della nostra relazione sponsale. Quando ci viene facile e quando l’altro non è così facile da amare.  Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine, non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Gradualmente, ci si trova incapaci a esprimere gratitudine per le piccole gioie e le bellezze quotidiane dello stare insieme, finendo per sviluppare una mentalità distorta fatta di preconcetti e giudizi. 

Invece c’è un antidoto a tutto questo. È fondamentale ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo, anche nelle situazioni più difficili. Non voglio minimizzare gli errori e i peccati degli altri, ma è importante spostare l’attenzione dai loro limiti ai nostri. Anche noi commettiamo tanti errori ogni giorno, non potete negarlo. Pensate solo a tutte le volte in cui avremmo potuto amare, donarci, servire, prendersi cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contarle.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perché non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perché i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perché non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perché saremo liberi di farlo senza pretendere nulla. Ecco perché è così importante coltivare questa consapevolezza dell’amore incondizionato di Dio, in modo da poter riflettere questo stesso amore nelle nostre relazioni umane, permettendo di accettare e comprendere l’altro nella sua interezza, con tutto ciò che porta con sé. Questo non significa ignorare i problemi o negare le difficoltà che possono sorgere nelle relazioni, ma piuttosto affrontarli con la consapevolezza che siamo amati incondizionatamente da qualcuno di più grande di noi. E questa consapevolezza può portare ad una libertà interiore che rende possibile amare e accogliere l’altro senza costrizioni o aspettative e, al contempo, stabilire sane limitazioni al comportamento dannoso, preservando la dignità e l’amore reciproco.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

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