Granita, figli e coniuge in fuga

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo

…fa freddo ed ormai l’estate è un ricordo lontano…ma come dimenticare alcuni insegnamenti che ci giungono dal caldo afoso soprattutto quando i tuoi figli ti fanno impazzire?

Bene, a tal proposito ricordando la bella stagione vi riproponiamo una riflessione balneare e vi auguriamo una buona memoria di San Nicola di Bari!

Sei lì col sole a picco e 45 gradi all’ombra e ti senti la testa che ti risuona come un cembalo squillante.

Hai appena chiesto al tuo consorte e ai tuoi figli cosa vogliono per rinfrescarsi. Il tuo coniuge d’accordo con te desidera una granita al limone mentre i tuoi figli optano per un ovetto di cioccolata.

Tu hai fatto tutto il possibile per spiegare che forse oggi non è il caso di mangiare cioccolata, ma che forse una granita o un gelato sarebbero più appropriati alla situazione.

Ma i minori insistono: “Vogliamo il merendero di cioccolato!!!!”

Tu hai provato anche ad esporre loro gli effetti collaterali della cioccolata in estate e mentre parli ti accorgi che le infradito di pura gomma cinese si stanno sciogliendo diventando un tutt’uno col pavimento.

Ma loro non cambiano idea.

E allora lasci lì le tue scarpette a liquefarsi sull’asfalto e con un balzo degno di un coleottero che sta per andare a fuoco ti lanci nell’emisfero boreale che altro non è che l’ambiente climatizzato in cui vivono pinguini, orsi polari e baristi ad agosto.

Il sudore che ti cola dalla fronte forma una lastra di ghiaccio intorno al tuo busto e impettito come un maggiordomo inglese chiedi al freddo barista che ti occorrono oltre ad una dose di antibiotici per combattere la polmonite che sta per travolgerti, anche due granite e due ovetti di cioccolata.

Lui ti guarda con un ghigno e ti dice: “Eh, questi bambini!!!”

E tu lo guardi e gli rispondi: “Eh…ccciùùù!”

E inizi la tua serie di starnuti devastanti, sintomo ormai del tuo vicino trapasso all’altro mondo.

Ma non muori per un pelo; paghi il conto e ti rituffi nell’emisfero tropicale dove ti aspetta il resto della truppa familiare.

Del tuo coniuge ormai resta davvero poco. Mentre i pestiferi sotto il metro di altezza si sono nascosti all’ombra di un cespuglio, la tua dolce metà non ha trovato meglio dell’ombra di un palo della luce.

E’ lì e aspetta la granita dopo aver combattuto con i vostri figli che hanno cercato di strappare la mercanzia a tutti i venditori ambulanti di palloni, palloncini, materassini che in quei 5 minuti sono passati da quelle parti.

Dicevo, della tua dolce metà resta poco…allora tenti di ricomporla versandole la granita al limone direttamente nel naso sperando in una reazione chimica che le riavvii il cuore.

Ci riesci. La vita torna in quel corpo esanime.

Dopo aver salvato la vita del tuo sposo, ti rendi conto che i tuoi figli sotto l’ombra del cespuglio urlano a gran voce cose tipo “ahahihhhhahgygsyas sjxvwsvwsdwdg uhduhuihiuh!!!”

In realtà stanno dicendo: “Vogliamo la granitaaaaaa!!!” Ma tu stenti a credere alle tue orecchie e allora per sordità selettiva ti imponi di non capire una mazza di quanto ti stanno chiedendo a gran voce.

“Non può essere vero!” ti dici.

Il tuo consorte, che sta tornando a sembrare una persona, dice con un filo di voce: “Amore, vogliono la granita”.

Ti cadono le braccia. Con le braccia ti cadono anche le uova di cioccolato che avevi comprato e mentre braccia e uova vengono assorbiti dal terreno dell’aiuola su cui sono cadute, svieni. Dalla rabbia o dal caldo non importa.

Tu svieni.

I piccoli barbari allora ti saltano addosso e mentre tu inizi a somigliare sempre più ad un canotto bucato, loro tracannano la tua granita e se la ridono.

Incredibile? Realtà o fantasia?

Questa storiella può essere interpretata in due modi:

Per alcuni essere sposi e genitori è solo una tortura. Si credono violentati dal coniuge e dai figli. Si credono fatti a pezzi. Infatti quelli che vedono la vita matrimoniale e genitoriale in quest’ottica li vedi scappare dalle piccole o grandi situazioni di responsabilità.

Hanno paura del proprio coniuge e dei propri figli perché si sentono violentati dalla loro presenza, dal loro fare richieste impegnative, dal fatto che i figli e coniuge non ti facciano sconti ma richiedano la tua presenza costante.

Questa visione della famiglia è devastante.

L’altra possibilità di vedere le cose può essere questa: il tuoi coniuge e i tuoi figli chiedono la tua vita e tu gliela stai donando. Non ti stanno violentando, ti stanno aiutando a diventare generoso. Non ti stanno facendo a pezzi, ti stanno insegnando che l’amore è una strada impegnativa in cui “spezzarsi” è necessario per vivere.

“Chi vorrà salvare la propria vita la perderà” dice Gesù.

Fuggire dalla propria famiglia perché si vuole “conservare” la propria vita non porta a nulla.

Invece restare e cercare di capire come poter amare di più l’altro e comprendere che il tuo bene passa dalla felicità dell’altro vuole dire trovare la chiave della felicità.

Buon cammino e buona estate in famiglia.

+++

Se ti è piaciuta questa riflessione condividila sui tuoi social!

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui:Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui:Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

+++

Grazie, Pietro e Filomena

Un racconto sulla Misericordia

…di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”

Carissimi,

oggi…giorno di Black Friday, in cui tutti si scatenano a vendere qualsiasi cosa a prezzi stracciati…noi vi facciamo dono di un nostro racconto.

E’ un racconto che si ambienta in un Venerdì Santo…un Black Friday…Venerdì Nero e cupo…in cui, come nel Venerdì in cui il Signore Gesù donò la sua vita senza farsi sconti…assisteremo a…

…Buona lettura!!!

-Silvano-

+++

Veniva da lontano e di tanto in tanto cambiava il luogo della sua dimora. Si accontentava di un tetto sulla testa e di abitare il più vicino possibile ad una chiesa. Il suo nome era Silvano, e proprio quel nome rappresentava in pieno la sua persona.

Trasandato e abbastanza sporco, pareva essere proprio un abitante della selva. Alcuni ne provavano ribrezzo al vederlo passare, con quel suo portamento inadeguato alla società civile, propria del selvaggio quale era.

Quel matto di Silvano quella volta la combinò davvero grossa.

Era iniziata la settimana santa e il paesello in cui Silvano abitava in quegli anni si apprestava a vivere le devozioni e le tradizioni a cui i paesani erano legati. Secondo loro era buona usanza rispolverare l’anima una volta l’anno mettendola fuori dalla naftalina insieme all’abito buono.

Questo modo di fare e di trattare l’anima come un oggetto prezioso, ma al contempo quasi dimenticato, era assai invisa al nostro caro Silvano. Lui considerava la vita eterna cosa ben più cara di ogni altra cosa al mondo e l’unico pensiero che lo tormentava era la propria e l’altrui salvezza.

C’era solo una cosa che faceva vacillare le virtù di Silvano:

la sua sviscerata ed imbarazzante voglia costante di mangiare castagne dure e il desiderio di accumularne tante. “Ah”, diceva tra se, “se potessi riempire la mia pancia di castagne fino a scoppiare lo farei volentieri!”; ma poi, subito cercava di tornare in sé e si affrettava a chiedere al suo amato Gesù di essere misericordioso con un povero goloso come lui: “Abbi pietà di me, Signore!”.

Ecco che, come da tradizione, il Venerdì santo all’imbrunire, il simulacro del buon Gesù steso in una bara adornata di fiori seguito dalla statua della Beata Vergine Addolorata e da tutto il popolo, al suono di antiche e sgrammaticate litanie, attraversava le viuzze del piccolo paese.

In pompa magna portavano il feretro a spalla i nobili seguiti dagli ufficiali della gendarmeria e dal prete e quattro fanciulli agghindati di tutto punto. E poi, tra il chierico e la Vergine Piangente, proprio a metà strada, ecco: il podestà.

Tutti nel paese sapevano delle sue angherie; appoggiato dai signorotti e poco amato dal popolo dei contadini. L’anno precedente era stato addirittura decorato con titoli nobiliari ma la gente riteneva che la nobiltà d’animo non si acquista con ruberie ed ingiustizie a danno dei poveri. Infine era noto anche per i suoi scatti d’ira e non disdegnava la rissa e la bestemmia.

Il popolo seguiva la processione nella solita distrazione e con la stanchezza delle gambe.

All’ultimo posto della fila, prima dei cani randagi e delle loro pulci, c’era lui, Silvano.

Era sempre l’ultimo perché voleva praticare le parole del Santo Vangelo in cui il Signore invita ad occupare gli ultimi posti; ma, come sempre, quella postazione lo teneva vicino a chi avrebbe fatto volentieri a meno di andare in processione e facilmente si lasciava andare a pettegolezzi e chiacchiere vane lungo il percorso.

Un giovanotto, poco davanti a Silvano, stava raccontando ad un vecchio amico che sua sorella che si sarebbe presto maritata con uno tanto ricco, avrebbe sistemato anche i suoi problemi legati ai debiti del gioco; dall’altra parte c’erano invece due bambine che sghignazzavano mentre la loro nonna, una donna molto anziana vestita perennemente di nero, cercava invano di cantare in latino lo “Stabat Mater”.

E la processione andava avanti così.

Silvano iniziava come sempre ad innervosirsi per tanta superficiale partecipazione dei suoi compaesani; ma quest’anno si era ripromesso di non discutere con nessuno e di continuare a pregare durante tutto il tragitto. Non voleva, proprio non voleva ascoltare il dialogo tra due sposini vicini a lui, ma non poteva farne a meno.

Era catturato dalla voce rotta dal pianto della giovane moglie che al marito raccontava di un’ingiustizia, di un abuso. “Il podestà”, diceva lei in un pianto sottaciuto “L’ha fatto anche questa volta! È venuto ieri nella nostra terra e ci ha ordinato di caricare la sua carrozza di carciofi e tanto altro bendidio! E poi, dopo averci umiliati facendosi baciare le mani come un principe, se n’è andato insultandoci per la nostra povera condizione!”. Il marito le prometteva vendetta, le giurava sottovoce: “Ti farò giustizia!”.

Silvano intanto, dopo aver ascoltato il racconto e le parole della donna, si sentiva ribollire il sangue; le sue viscere lo tentavano ad odiare il podestà, a pensare e a volere il suo male.

Cercava di calmarsi, ma le lacrime e i singhiozzi di quella giovane semplice ed umile lo riempirono di rabbia. Non volendo cadere nel peccato degli iracondi, decise velocemente di voltare le spalle alla processione e di ritirarsi a casa sua a pregare, ma dopo aver fatto tre passi nella direzione opposta dovette fermarsi di colpo: un urlo si era sentito!

Il podestà era scivolato per colpa di Giovanni, un venditore ambulante di frutta secca, che aveva riversato acqua mista a grasso sulla strada. “Chi è stato quell’imbecille?”, infuriava il podestà urlando mentre si rialzava aiutato dai gendarmi. “Dunque chi è il colpevole di tale mio incidente?”.

Giovanni, che non poteva far finta di niente, disse sommessamente: “Sono stato io! Chiedo scusa al podestà per questo increscioso avvenimento!”. “Increscioso un corno!”, urlò il podestà sferrando un pugno sul muso dell’ambulante!

Allora Silvano si mise a correre per andare sul luogo della lite.

Pensava di dare una lezione al podestà! “Lo schiaffeggerò e vedremo chi è il più forte…gliele farò pagare tutte” pensava in cuor suo mentre correva.

Ma giunto sul luogo del misfatto, pronto a dare sfogo alla sua Ira rivestita di giustizia, pronto come era ad avere l’appoggio del popolo oppresso, ecco che scivolò anche lui su quell’acqua sporca di grasso ed andò, facendo una rovinosa ed imbarazzante capriola, a finire con la testa in un cesto di castagne della bancarella di frutta secca.

“Oh che dolce profumo! Che voglia di mangiarle tutte!” già fantasticava; fece per alzarsi ed il suo sguardo si posò sulla bara del Cristo morto e a quel punto tornò in sé e si rese conto che la sua golosità non lo rendeva meno peccatore del podestà.

Prese allora a spogliarsi come faceva sempre in questi casi ed anche la gente ormai lo sapeva che quel matto di Silvano ad un certo punto gettava via i suoi stracci e si arrampicava su di un palo del telegrafo che somigliava ad una croce ed iniziava a gridare a squarciagola:

“Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!

Signore. io sono un verme! Ero pronto a picchiare il podestà perché è un prepotente, un vigliacco e un ladro e l’avrei punito credendomi tua verga, immaginandomi come frusta nelle tue mani!

E invece, Signore, sono caduto tra le castagne, le mie amate, profumate, mie mie mie adorabili castagne…e mi sono ricordato che tu hai perdonato tutte le mie indigestioni che ho avuto a causa delle castagne!!! Ho ricordato che hai avuto pietà di un povero goloso come me! Allora abbi pietà e pazienza anche col podestà! Riempilo del Tuo Spirito Santo! Aiutami a volergli bene, oh Signore, perché Tu vuoi bene a me che sono un peccatore!”

Il silenzio cadde sulla gente del paese! Alcuni a quelle parole andarono via indignati, altri lo insultavano e lo deridevano per il suo fisico imbarazzante. Alcune donne si coprirono gli occhi per non guardare, e altre ammiravano invece tanta schiettezza e verità di cui era capace quel vecchio puzzone.

Nudo come Adamo aveva reso tutti i presenti simili ai primi uomini dopo il peccato nel giardino di Eden.

Nella sua povera nudità tutti si erano potuti guardare un po’ dentro e tutti avevano potuto chiedere almeno un po’ di perdono al Signore Gesù.

Alcuni piangevano non si sa se per la rabbia o se per il pentimento. Anche il podestà aveva gli occhi arrossati.

E mentre Silvano, il selvaggio del paese, scendeva lentamente dal palo del telegrafo e raccoglieva i suoi vestiti logori e impolverati, riprendeva anche la processione del Venerdì Santo e tra la gente ora c’era chi procedeva con passo più fiducioso incontro alla Santa Domenica di Pasqua.

Quel matto di Silvano, quel matto che sapeva che nessuno cambia vita se prima non piange per i propri peccati.

+++

Dal Vangelo secondo Luca 18, 35-43

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».

Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

+++

Se ti è piaciuto quanto hai letto e vuoi leggere il libro intero clicca qui:  “7 piccoli racconti verso Pasqua”.

Se vuoi conoscerci meglio:

Puoi visitare il nostro Blog cliccando qui: Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi visitare la nostra pagina Facebook cliccando qui: Facebook “Sposi&Spose di Cristo”

Puoi iscriverti al nostro canale Telegram cliccando qui: Telegram “Sposi&Spose di Cristo”

Se vuoi ascoltare la lettura di questo Racconto clicca qui: YouTube

+++

Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”