Un festival dove nascono famiglie e vocazioni

I primi giorni di agosto sono molto importanti: non tanto e non solo perché, per tanti, rappresentano l’inizio delle ferie estive o di un periodo di riposo ma perché alcune Grazie celesti sono pronte a colmare i nostri cuori. Dal mezzogiorno del 1° agosto e fino a tutto il giorno 2, infatti, il nostro patrono San Francesco ha chiesto per la Chiesa intera l’indulgenza plenaria nota come il “Perdono di Assisi” e poi perché, a Medjugorje, è in corso il Festival dei Giovani.

Con ogni probabilità ne avrete sentito parlare ma, forse, c’è qualcuno che ancora non sa di cosa si tratta; consiste in una settimana meravigliosa che, dal 31 luglio all’alba del 6 agosto, raduna centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze da ogni parte del mondo ma non solo: ogni anno aumentano le presenze di senior così come d’intere famiglie – dai neonati ai nonni – che si danno appuntamento in questo angolo di Bosnia-Erzegovina per pregare, per confessarsi, per riscoprire una fede assopita o per cambiare completamente vita.

Le guarigioni spirituali che scaturiscono da questi momenti così intensi non si contano più e il loro eco ha raggiunto ormai tutti i continenti; le testimonianze, scritte o video, sono moltissime e facili da reperire attraverso la diffusione sempre più capillare nei vari social network. Persone di ogni età, estrazione socio-culturale e situazione di vita si recano a Medjugorje e al Festival dei Giovani, portando con sé un bagaglio variegato e sfaccettato: gioie e dolori, speranze e angosce, progetti per il futuro e fallimenti, propositi di cambiamento e desiderio di cambiamento, ricerca di un’oasi di pace e tranquillità.

Per non parlare, poi, di quanti arrivano scettici, quasi contrari all’intenso programma di preghiera, persino recalcitranti … per poi mutare totalmente nel giro di poche ore o di pochi giorni.  

Una nota canzone recita: “C’è un’altra aria, c’è un altro sole sulle colline di Medjugorje, un’altra luce sopra le case e tanta pace dentro le chiese […] C’è un’altra aria, c’è un altro sole e sguardi nuovi tra le persone, chi ti è vicino ti da una mano ed il pensiero va … a chi è lontano […]Parlami, confortami o Vergine Maria, Madre Mia Purissima confido solo in Te. Quanta dolcezza nelle tue parole guardami negli occhi e solo non sarò più mai più. Spirito santo porta l’amore sulle rovine che ho dentro al cuore; tienimi stretto come un bambino Spirito santo stammi vicino. E mille stelle si sono accese solo per te, Regina della Pace”.

Quanto sono vere queste parole! È una grande gioia, per me, testimoniarlo e confermarlo, a seguito dei miei (per ora!) tredici pellegrinaggi in questo cantuccio di Paradiso sulla terra; e, soprattutto, non posso nascondere l’entusiasmo straripante e la felicità profonda che mi avevano pervasa dopo la prima esperienza, che fu esattamente vent’anni fa, proprio al Festival dei Giovani del 2004.

Come ho raccontato a Radio Maria il 3 maggio scorso all’interno della trasmissione “Interviste a coppie cristiane” della carissima Cristina Tessaro (chi fosse interessato può ascoltarla a questo link), nella primavera del 2004 avevo già prenotato un pellegrinaggio a Fatima, in Portogallo, insieme ad una mia cugina. Quando poi fu annullato, il Cielo mi mandò l’ispirazione di andare a Medjugorje, luogo mariano che già conoscevo e di cui seguivo le vicende ma nel quale non ero mai stata.

A noi giovani partiti da Torino (TO) si affiancò un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da Crema (CR) tra cui Dario, che il 13 maggio 2007 è diventato mio marito. Come amo dire, nel 2004 la Madonna “ha corretto il tiro”: in quel momento ben sapeva che la mia destinazione non doveva essere Fatima … e con un salto chilometrico da ovest a est mi ha portata a Medjugorje. Quel pellegrinaggio mi ha cambiato la vita, ci ha cambiato la vita.

La nostra non è l’unica esperienza di questo tipo: solamente tra noi partecipanti a quel pellegrinaggio dell’estate 2004, si sono formate e spostate ben cinque coppie e si è concretizzata una chiamata al sacerdozio; ecco perché posso affermare che quello di Medjugorje è a tutti gli effetti un festival dove nascono famiglie e vocazioni!

I rumori del mondo sono di tutto altro tipo ma il suono della voce di Dio ci chiama a ben altro; come Maria stessa ha affermato: “Vi guardo e vi invito: ritornate a Dio perché Lui è amore e per amore ha mandato Me a voi per guidarvi sulla via della conversione. Lasciate il peccato e il male, decidetevi per la santità e la gioia regnerà; e voi sarete le mie mani tese in questo mondo perso. Desidero che siate preghiera e speranza per coloro che non hanno conosciuto il Dio d’amore” (dal Messaggio del 25 maggio 2021).

Medjugorje è tutto questo, il Festival dei Giovani è tutto questo! Andateci, consigliatelo, sperimentate in prima persona l’abbondanza dei suoi frutti spirituali: il vostro cuore e la vostra anima non potranno che esultare e ringraziare. E, soprattutto, farete esperienza concreta della bellezza, della freschezza e della gioia di credere in un Dio vivo che ci vuole forti e felici nella fede, non musoni e accartocciati attorno alle nostre magagne, più o meno piccole e più o meno dolorose. Le prove della vita non spariranno ma sapremo con Chi affrontarle; e se i nostri figli, i nostri ragazzi e i nostri nipoti proveranno tutto questo, allora davvero il mondo avrà ancora speranza.

Fabrizia Perrachon

P.S: per tutte le informazioni su Festival dei Giovani è attivo il sito ufficiale della Parrocchia di Medjugorje https://www.medjugorje.hr/it/

Santiago: l’invito a un cammino che ci rinnova

Oggi, 25 luglio, la Chiesa Cattolica festeggia San Giacomo il Maggiore. Quando si pensa a questo apostolo e si pensa quasi automaticamente al viaggio e agli spostamenti: non solo perché è il patrono dei viandanti ma in quanto, attorno alla sua figura, si è sviluppata l’essenza stessa dell’andare ossia il pellegrinaggio. Dalle fonte storiche sappiamo che Giacomo predicò nella penisola iberica, all’inizio con scarsi risultati, tant’è che, nel 40 d.C., Maria Santissima in persona lo visitò per confortarlo ed esortarlo a non abbandonare la sua missione.

A ricordo dell’evento, di quella che teologicamente parlando fu “la venuta della Madonna” – non un’apparizione perché la Vergine non era ancora stata assunta in Cielo – fu eretta la Basilica di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, ancora oggi la seconda meta di pellegrinaggio più visitata di Spagna. Giacomo prima di morire tornò a Gerusalemme ma poi il suo corpo venne riportato in Galizia e, a partire dal Medioevo, Santiago de Compostela (nome spagnolo dell’apostolo) diventò la meta per eccellenza dei pellegrinaggi europei.

Cos’è che attira così tanti uomini e donne di tempi, culture e religioni differenti a mettersi in viaggio verso questa località? Cos’è che spingeva, allora, a mettersi in viaggio tra mille pericoli, senza alcuna certezza? E cos’è che spinge, ancora oggi, persone di qualsiasi età, estrazione sociale, cultura e provenienza a rinunciare alle comodità per affrontare un cammino a piedi, sotto l’acqua o sotto il sole, con il caldo o con il freddo, carichi di uno zaino contenente solo il minimo indispensabile?

Sicuramente la curiosità non basta, e nemmeno la voglia di fare un’esperienza alternativa. Partire è innanzitutto lasciare le certezze per raggiungere qualcosa di ancora più importante o verso il quale tendiamo ma non solo: partire significa fidarsi, di noi stessi e delle nostre capacità di farcela ma soprattutto fidarci degli altri come di Dio.

Abramo, che si sentì dire “Lascia la tua terra” (Gn 12,1), fece esattamente così. Questo atteggiamento di fondo ci aiuta a comprendere qual è la differenza tra viaggio e pellegrinaggio: mentre il primo può essere per lavoro, per svago o per piacere, il secondo presuppone fiducia in qualcosa – o meglio in qualcuno, con la Q maiuscola – più grande di noi. Ecco l’essenza, ecco il cuore del pellegrinaggio: affidare a Dio, attraverso i passi, ciò che portiamo nel cuore – sia le gioie che i dolori, sia le aspettative che le delusioni, i rimorsi e i rimpianti – perché è proprio nell’andare che si possono comprendere pienamente passato, presente e futuro e soprattutto il senso profondo dell’esistere, delle persone che fanno parte della nostra vita e degli eventi che la contraddistinguono, quelli lieti così come quelli dolorosi. I passi, dunque, non sono fini a stessi ma strumento e mezzo di comprensione, propria e altrui. Il pellegrinaggio, dunque, non è un andare qualsiasi ma un viaggio dalla duplice valenza perché compiuto attraverso il mondo ma soprattutto attraverso noi stessi. Il pellegrinaggio, in ultima analisi, è metafora della vita stessa e delle tappe che la costituiscono.

Tante storie della Bibbia sono quasi sempre contraddistinte da viaggi dalla duplice valenza terrena e celeste, veri pellegrinaggi che hanno portato l’uomo dall’Eden alla Terra di Canaan, dall’Egitto alla Terra Promessa, dall’esilio in Babilonia a Gerusalemme. Maria stessa è stata protagonista d’innumerevoli spostamenti: a casa della cugina Elisabetta, a Betlemme per il censimento, andata e ritorno dall’Egitto, lungo le strade della Palestina duranti gli anni della vita pubblica di Gesù e, infine, il viaggio più doloroso, quello che l’ha portata sul Calvario, fin sotto la croce.

Non possiamo non ricordare, poi, gli apostoli stessi che, al passaggio di Cristo, “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5, 11); così come è importante fare memoria delle parole di Gesù che profetizzò a Pietro: “In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane […] andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio […] un altro […] ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18).

Il movimento, insomma, pervade e contraddistingue l’esistenza di coloro che, consapevolmente o meno, ne cercano il senso vero e pieno; a volte il cammino della vita è semplice e lineare mentre altre volte i passi inciampano in cammini più tortuosi e in salita. E, proprio come qualsiasi pellegrinaggio terreno, ci sono giorni più facili e giorni più difficili, momenti di slancio ed entusiasmo alternati da altri pesanti nei quali i “piedi stanchi” rendono il proseguire quasi impossibile.

San Giacomo, allora, porge a tutti noi un invito ben preciso: quello a un cammino che si e ci rinnova, spronandoci ad andare oltre il disinteresse, la delusione e la paura per incamminarci su vie nuove, inattese, autentiche. Scendere dal piedistallo delle proprie piccole e parziali sicurezze, dunque, significa accettare la sfida, antica quanto nuova, di mettersi in movimento, corpo e anima per accettare l’incontro con le persone, le situazioni e innanzitutto con noi stessi, incontro che ci condurrà a quello più bello e importante, nel tempo di questa vita e nell’eternità.

Fabrizia Perrachon

L’aborto spontaneo alla Scuola nuziale

Dall’autunno 2024 non si potrà più dire che non si parla di aborto spontaneo nei corsi per coppie perché la Scuola nuziale sarà un apripista innovativo nell’intero panorama nazionale. I nostri cari Antonio e Luisa hanno già introdotto il corso in un recente articolo (a chi fosse sfuggito, lo trova a questo link) ma ci tengo anch’io a parlarne, oggi, per dare risalto a ciò che viene ancora troppo spesso messo in secondo piano ossia la perdita involontaria di un figlio prima della nascita.

Chi mi conosce già sa che mio marito ed io siamo passati attraverso questa prova dodici anni fa e che, nel maggio scorso, è stato pubblicato il mio libro dal titolo “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, edito da Tau Editrice; ma non è questo l’argomento di cui desidero parlare in questo articolo quanto piuttosto della portata rivoluzionaria che rappresenta la sua introduzione all’interno di una vera e propria scuola “per un matrimonio felice”. Ma come? Vi chiederete: parlare di un evento tanto drammatico può forse migliorare un’unione sponsale? La risposta è sì, decisamente, assolutamente sì. Nessuna unione aperta alla vita, infatti, può avere la certezza di non imbattersi in questo “lutto invisibile” anzi, statistiche alla mano, una gravidanza su cinque/sei all’anno, solo in Italia, ha esito con aborto spontaneo. All’alto numero di creaturine non nate, però, non corrisponde un accompagnamento altrettanto attento ed efficace; ecco allora che aver pensato finalmente di parlarne in un corso per coppie merita tutta la nostra attenzione e l’impegno alla diffusione.

Troppe volte, in questi anni, ho pensato “se solo l’avessi saputo”, “se solo qualcuno me ne avesse parlato” … ma sappiamo bene che non sono i rimorsi né i rimpianti a darci forza e vigore per proseguire il cammino. Il perdono cristiano e la fede, infatti, non possono essere degli alibi per l’immobilismo anzi, devono essere la benzina per farci portavoce di una realtà che non possiamo modificare ma sulla quale c’è tanto, tantissimo da fare.

Ecco allora che la Scuola nuziale rompe finalmente l’indugio a parlare di queste creaturine ed introduce un supporto efficacissimo per tutte quelle persone e quelle famiglie che sono passate, che stanno passando o che passeranno attraverso l’aborto spontaneo. Se nei corsi per coppie – siano esse di fidanzati o di coniugi – s’iniziano a diffondere informazioni utili su come comportarsi, su quali sono i diritti, le tutele e i supporti in casi simili sono certa che quella che ho definito “cultura prenatale” avrà uno slancio senza precedenti e potrà dispiegarsi in tutta la sua enorme portata.

Sono profondamente convinta, infatti, che solo imparando il rispetto per la vita dai suoi primissimi albori si potrà essere davvero in grado di apprezzare, gustare e valorizzare l’esistenza nella molteplicità delle sue forme, manifestazioni ed età; non possiamo affermare di essere amanti della vita se poi giriamo la faccia, chiudiamo gli occhi o ci tappiamo le orecchie di fronte ad una mamma ed un papà che non riescono a seppellire il loro bambino non nato perché nessuno ha detto loro che hanno il diritto di farlo!

D’ora in poi non potremo più fingere di non sapere e preferire annegare nel mare della mancanza d’informazioni perché la Scuola nuziale si propone di fare esattamente ciò che significa il suo stesso nome: fare scuola, ossia insegnare, istruire e accompagnare le coppie alla una maturità piena del loro stesso esistere, in tutto quello che può capitare, nel bene e nel male. Parlare del fatto che si può perdere un figlio prima che nasca non significa fare la Cassandra della situazione o quant’altro ma dire semplicemente la verità e mettere le coppie davanti al fatto che, qualora il Signore dovesse dar loro questa prova, non saranno sole ma avranno persone e strumenti a loro disposizione per affrontare con serenità anche un momento così doloroso.

Troppe volte mio marito ed io ci siamo sentiti soli e incompresi davanti al dramma che ci aveva colpito; per troppo tempo il pensiero che il corpicino del nostro Chicco fosse finito tra i rifiuti ha maciullato il nostro cuore ferito; in troppe occasioni siamo passati per “esagerati” nell’esternare la nostra sofferenza. Per questo abbiamo accettato con grande gioia l’invito a entrare a far parte della squadra dei formatori della Scuola nuziale; non perché abbiamo particolari meriti o pregi, anzi, ma perché finalmente ci siamo sentiti capiti, capiti proprio laddove il dolore si era già trasfigurato in speranza e certezza che “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”, come magistralmente affermò il Manzoni.

La Scuola nuziale farà tanto, ne sono certa, insieme a tutti coloro che ne faranno parte, tanto da una parte quanto dall’altra dello schermo di un pc perché, con l’aiuto di Gesù e Maria, si diverrà insieme una grande e bellissima famiglia.

Fabrizia Perrachon

P.S.: per info e iscrizioni è attivo il link

L’infanzia: eredità e dono di Gesù

Tempo fa, su Instagram, ha attirato la mia attenzione l’immagine che è la copertina dell’articolo di oggi (tratta dalla pagina Il diario della mamma), in cui leggiamo: “Un bambino è un essere che viene nel mondo per insegnarci, con un corso accelerato, come amare qualcuno più di noi stessi”. Devo ammettere che mi ha colpito parecchio e mi ha aiutato a riflettere su quanto di profondo e di vero c’è in quest’affermazione.

Chi è genitore lo sa bene ma tale contenuto non si limita a chi, biologicamente, ha avuto dal Cielo il dono di procreare perché la sua importanza di estende a tutti in quanto chiunque di noi, più e più volte nel corso dell’esistenza, ha a che fare con i bambini, proprio a partire dal periodo in cui lo si è. Certo, da piccoli l’auto-riflessione non è possibile ma, crescendo, spendere ogni tanto cinque minuti tra considerazioni e preghiere è più che necessario. Ognuno di noi, infatti, ha a che fare con i bambini vuoi per parentela, amicizia, professione o volontariato o vuoi perché è Gesù stesso che ne ha parlato più volte; il cristiano, dunque, non può esimersi dal pensare a questa fascia d’età non solo come una condizione transitoria dell’essere umano, da proteggere e custodire con tutte le forze e l’impegno possibile, ma come una caratteristica spirituale imprescindibile.

I richiami all’infanzia, riportati nell’Antico Testamento, sono espliciti quanto significativi: “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo” (Sal 127,3); i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa” (Sal 128,3); “Chi ama il figlio è pronto a correggerlo” (Prov 13,24); “i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò;  in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66, 12-13); “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti   affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,  per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Salmo 8,3); “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli” (Sal 78, 3-4); “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre,  come un bimbo svezzato è l’anima mia (Sal 131, 2).

È nel Nuovo Testamento, però, che l’infanzia assume un ruolo fondamentale in quanto Gesù stesso afferma: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:  «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.  Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.  Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.»” (Mt 18, 1-6); “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio.  In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso».  E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva. “(Mc 10,13-16); “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 18,10).

L’essere piccoli, per Gesù, non è soltanto la prima tappa dell’età umana ma la conditio sine qua non per essere degni della salvezza eterna, perché simbolo di purezza d’animo e di cuore. Questo è un monito diretto alla nostra società, distante anni luce dalla piccolezza evangelica, dalla purezza e dall’innocenza. In un mondo in cui la verginità – fisica e spirituale – è vista quasi come un ostacolo o un impedimento ad una vita adulta, il richiamo evangelico è profetico, rivoluzionario  e moderno perché solo imparando l’umiltà dei bambini – che si fidano ciecamente di chi si prende cura di loro – possiamo conservare o recuperare la bellezza di una fede semplice e autentica che si abbandona al Padre, sapendo che tutto ciò che è accade è per un Bene maggiore.

L’infanzia, quindi, è insieme eredità e dono di Gesù perché ci permette di riscoprire un dono del Cielo da cui ci stiamo pericolosamente allontanando ma che, al contrario, rappresenta la via maestra per la salvezza eterna. Il nostro impegno, dunque, sia quello di difendere i bambini dai pericoli e dalle brutture della vita come pure quello di riscoprire in loro dei valori unici e preziosissimi in grado di aiutarci nel pellegrinaggio verso il Cielo. Tornare bambini non dev’essere l’imitazione grottesca degli eterni Peter Pan quanto il richiamo ad un amore confidente e tenero verso di Dio, affinché ciascuno di noi possa sentire propria questa invocazione: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131, 2).

Fabrizia Perrachon

P.S.: parlando d’infanzia non si possono dimenticare i bambini non nati perché anche loro hanno un’anima immortale donata da Dio. Per saperne di più non perdete il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, disponibile nelle librerie fisiche e online e su Amazon a questo link.

«Io non conosco mio figlio!»

I genitori sono certi di conoscere davvero i propri figli? La descrizione che fanno di loro è reale, al rialzo oppure al ribasso? Una storia vera, di quasi un secolo fa, può aiutarci in questa riflessione, mostrandosi più attuale che mai.

Pochi giorni dopo il 4 luglio 1925 una folla immensa – e inaspettata – si riunì a Torino per i funerali di un giovane che aveva lasciato la vita in questo mondo ad appena ventiquattro anni, stroncato da una poliomelite fulminante. Nel caldo di quella giornata e della chiesa della Crocetta si trovarono fianco a fianco membri dell’altra borghesia cittadina, come quella da cui proveniva la famiglia, conoscenti, amici, vicini di casa, giovani ma anche tanti poveri sconosciuti quelli che, senza clamori né manifesti, aveva aiutato nella sua breve esistenza. Tra l’incredulità per ciò che era successo e lo stupore per i numerosissimi presenti, il padre – capendo solo in quel momento chi era stato e soprattutto ciò che aveva fatto il suo primogenito – disse: «Io non conosco mio figlio!». Figlio che risponde al nome di Pier Giorgio Frassati.

Proclamato beato il 20 maggio 1990, Pier Giorgio era nato a Torino il 6 aprile 1901 in una delle famiglie più altolocate del tempo: il padre, Alfredo Frassati, era uno dei fondatori del quotidiano “La Stampa” nonché senatore del Regno d’Italia e poi della Repubblica e la madre, Adelaide Ametis, famosa pittrice. Sua sorella Luciana, più piccola di solo un anno, fu la sua prima compagna di studi e di giochi nonché, poi, instancabile testimone della sua breve quanto eccezionale vita. Fin da piccolo Pier Giorgio dimostrò un trasporto speciale per la fede cattolica, trasmessagli solo dal lato materno. Cresciuto nell’amore per Gesù, si dice che davanti al Santissimo Sacramento assumesse un aspetto ancor più bello del consueto, pur essendo già un giovane sportivo e dotato di una corporatura forte e scattante. Oltre alla fede aveva altre grandi passioni: l’amicizia, la montagna e l’aiuto a chi era nel bisogno tant’è che trovava sempre il modo per donare quanto possedeva ai poveri, anche di nascosto dai genitori, pur di fare qualcosa per gli altri con totale gratuità, rispetto, discrezione e amore. Si pensa che fu proprio nell’assistenza a qualche malato che contrasse il morbo che lo portò via in pochissimi giorni.

Pur essendo di famiglia molto ricca, Pier Giorgio riceva poco denaro e lo spendeva quasi tutto per i poveri al punto che, più volte, gli amici lo vedevano rincasare a piedi perché non si era tenuto per sé nemmeno i soldi per i mezzi pubblici. Un giovane uomo che avrebbe avuto davanti a sé una brillante carriera e un futuro agiato ma che aveva capito come quelli non fossero né i veri valori né la moneta per guadagnarsi il Paradiso; Pier Giorgio, al contrario, aveva compreso appieno l’insegnamento di Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21). Un esempio, il suo, che ricorda molto da vicino quello di un altro giovane gigante della fede, Carlo Acutis; due perle, questi ragazzi, che saranno entrambi dichiarati santi nell’Anno Giubilare 2025.

Dalla brevissima biografia sopra riportata emergono elementi importanti che possono aiutarci a riflettere sulla capacità, o meno, dei genitori di comprendere i propri figli e di lasciarli liberi nell’abbracciare la fede in Cristo, qualora manifestassero questa disposizione. Ci sono stati e ci sono, purtroppo, molte mamme e molti papà che non hanno compreso – se non addirittura soffocato – la vocazione del proprio ragazzo o ragazza, ritenendo non adatta la scelta di dedicarsi totalmente a Dio; ma non adatta a chi: a loro o ai loro figli? Ai progetti futuri che avevano immaginato o perché davvero quei figli non erano pronti, o adatti, alla vita religiosa? Bisogna rendersi conto che il frutto del grembo, prima di appartenere dei genitori, è di Dio e quindi è giusto che sia libero di rispondere alla chiamata, qualora arrivasse. L’evento traumatico di aver perso Pier Giorgio in pochi giorni e in circostanze completamente inaspettate ha aperto il cuore di Alfredo Frassati ma a che prezzo! E noi, siamo pronti a lasciar andare i nostri figli sulle vie del Signore e, più in generale, ad accompagnarli e sorreggerli nella scoperta della loro vocazione? Siamo restii oppure pronti a camminare con loro “Verso l’alto”, come fece Pier Giorgio?

Fabrizia Perrachon

Le vacanze come ricarica familiare e spirituale

Con l’estate ormai avviata è innanzitutto la nostra mente che inizia a viaggiare e fantasticare: l’attesa della partenza per le vacanze, le aspettative per giorni allegri e spensierati, la speranza che vada tutto bene nonché l’assaporare in anticipo la gioia e il piacere che i periodi di ferie donano a ciascuno di noi sono pensieri e sensazioni comuni. Proprio per questi motivi alcuni anni fa cercai in rete una preghiera da poter recitare prima di partire per le tanto desiderate ferie, in modo da offrire tutto al Signore; fu così che trovai il testo seguente:

Ti ringrazio o Dio per queste vacanze! Sono un tempo di svago, di divertimento e di relax … Ma non mi dimentico di Te, perché so che Tu in ogni momento sei con me. Non importa se sono al mare, al lago, in montagna: ovunque io vada Tu mi vedi e mi ami. Grazie Signore per tutto ciò che hai fatto. Grazie per le persone che mi hai messo vicino. Sono felice di essere di un tuo piccolo amico. Ti ringrazio, o Dio, per le ferie estive che anche quest’anno mi dai la gioia di usufruire! Sono un tempo salutare per me e per quanti altri hanno la possibilità di farle. In questi giorni di totale distensione, mi sia, o Dio, di conforto la Tua benefica Parola. In questo tempo propizio, desidero solo essere libero, di quella libertà che rende ogni uomo un vero uomo. Libero di pregare, di pensare e di agire al di fuori di orari tassativi, lontano dal caos cittadino, immerso nella bellezza del creato. Grazie, Signore, per tutto ciò che hai fatto di bello e di buono. Grazie del riposo. che ci concedi in questi giorni! Proteggi quanti per via, per mare e nei cieli si muovono in cerca di refrigerio! Amen! Signore nostro Dio veglia su coloro che si mettono in strada perché arrivino incolumi al termine del loro viaggio. Che questo tempo di vacanza sia per tutti un momento di distensione, di riposo e di pace. Sii per noi Signore, l’amico che ritroviamo sulla nostra strada, che ci accompagna e ci guida. Concedici il dono del tempo bello perché le giornate soleggiate ci restituiscano il gusto di vivere. Donaci la gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici. Rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita.” 1

Che dire: me ne sono completamente innamorata e, da allora, la recito prima di ogni vacanza sotto forma di novena. Lo spessore di questa preghiera, infatti, è molteplice: iniziando dal ringraziamento, ci porta a riflettere sul fatto che il periodo di stacco sia un “tempo salutare […] per quanti hanno la possibilità” quindi ci aiuta nel prendere consapevolezza che tutto è dono di Dio, cominciando dal denaro, dalla salute e dai giorni che sono necessari per un viaggio. Si prosegue poi con il pensiero che le vacanze devono essere uno staccare la spina dalla routine quotidiana ma non dalla vita spirituale, anzi, servono proprio a ricaricare le pile dell’anima! Lontani dalla frenesia di ogni giorno, abbiamo la possibilità di vivere in modo più rilassato non soltanto i tempi personali ma anche quelli familiari, potendoci dedicare maggiormente – in quantità ma soprattutto in qualità – al coniuge, ai figli o agli eventuali amici che sono con noi, non dimenticando la prima e più importante compagnia, quella di Dio.

Ecco allora che si apre la prospettiva di una vacanza come occasione per un pieno di energie per il corpo ma anche per l’anima, di un momento propizio per una revisione delle priorità e un ri-allineamento sulle cose davvero importanti, magari da impostare al ritorno; in questo modo la vacanza non è solo un momento di sballo o di evasione ma un periodo contraddistinto dalla “ gioia semplice e vera di ritrovarci in famiglia e con gli amici” nonché un tempo “di distensione, di riposo e di pace”. La vacanza, allora, può davvero trasformarsi in qualcosa di più: un piccolo ma importante ritiro dagli affanni del mondo per gustare le bellezze del creato, della coppia e della famiglia anche se non dovesse trattarsi di un vero e proprio pellegrinaggio o ritiro spirituale; anche in spiaggia o durante una passeggiata in montagna, al lago o in collina possiamo gustare e percepire la potenza di Dio perché in vacanza possiamo renderci maggiormente conto di cose che magari non vediamo all’interno della rutine quotidiana che, troppo spesso, rischia al contrario di farci allontanare dal Bello e dal Vero.

Impossibile, infine, tralasciare la frase finale della preghiera in cui leggiamo: “rendici cordiali con coloro che incontreremo e veglia su di noi quando riprenderemo la strada del ritorno per vivere tutti insieme una nuova tappa di lavoro e di vita”; penso che non servano ulteriori commenti! L’invito e l’augurio è quello di riuscire a fare nostre queste invocazioni non solo perché costruite da frasi molto belle ma perché possiamo utilizzarle come una riflessione autentica e profonda sul senso delle vacanze e scoprire  la differenza tra il vivere un viaggio come un momento esclusivamente egoistico oppure come un’occasione di crescita personale, familiare e spirituale.

Fabrizia Perrachon

1 Testo disponibile a questo link

La Consolata che consola: una storia da riscoprire

È possibile essere consolati e, poi, essere in grado a propria volta di consolare? Avete mai sentito parlare della “Consolata”? Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo sfruttare un fatto comune: nella vita di ognuno di noi ci sono dei giorni speciali, scolpiti nel cuore e nella mente, giorni che evocano non solo ricordi di eventi passati ma che modellano presente e futuro sulla scia di fatti che ci hanno irrevocabilmente cambiati, fatti crescere, maturare.

Giorni che per il mondo scorrono  forse uguali a se stessi, impastati d’indifferenza, ma che per ciascuno hanno un valore unico e prezioso.  Per esempio oggi, 20 giugno, non è solo l’ultimo giorno di primavera ma una data speciale in cui s’intrecciano ricorrenze che desidero condividere con voi perché possono aiutarci a leggere la vita non come una sequenza di “cose che capitano” ma un piano della Provvidenza che si dispiega potente, benedicente, onnipotente.

Il 20 giugno è un giorno importante per la Chiesa piemontese, e non solo; sì perché Torino, città in cui sono nata, non è solo ricca di storia, arte, cultura, patria di Santi del calibro di Giovanni Bosco, Madre Mazzarello, Giuseppe Cottolengo o Giuseppe Cafasso o per essere il luogo che custodisce la Santa Sindone ma anche perché città che ha per patrona specialissima: la “Madonna Consolata”. È un titolo unico e legato a doppio filo con quello della città.

Chi è esattamente la “Consolata” e perché, qui, Maria è onorata con questo nome? Il titolo ufficiale sarebbe quello di Santa Maria della Consolazione ma per tradizione, derivata probabilmente dal dialetto locale, è diventata per tutti la Madonna Consolata. Si narra che la chiesa paleocristiana che sorgeva dove si trova l’attuale Santuario andò in decadenza e il quadro mariano che conteneva andò perduto. Un ragazzo francese non vedente di nome Jean Ravais sognò una signora che gli disse: “Vai nella città di Torino, trova il mio quadro e ti tornerà la vista“. Dopo diverse vicende, il fatto di non essere creduto e altre peripezie, Jean Ravais arrivò in città e avvenne quando preannunciatogli. Il Vescovo di Torino, presentando il ritrovato quadro alla comunità, esclamò: “Santa Vergine Consolata, prega per noi!” e proprio nello stesso istante il ragazzo tornò a vedere. Era il 20 giugno 1104.

Nel centro città si trova attualmente l’omonimo Santuario – il più importante non solo di Torino ma dell’intera Arcidiocesi – nel quale vi è la scritta latina “Augustæ Taurinorum Consolatrix et Patrona”, cioè “Consolatrice e protettrice della Città di Torino“. Dunque che consola o che è stata consolata? In Maria Santissima si fondono entrambe le cose perché, consolata dall’essere Madre di Gesù, diventa consolatrice dell’intera umanità. Ma non siamo chiamati, forse, a essere tali anche noi? Non è forse vero che siamo stati, più volte, consolati da Dio nel corso della nostra vita e che dobbiamo farci non solo testimoni ma portatori noi stessi di consolazione, di aiuto, di carità, di fraternità nei confronti degli altri? E il prossimo più prossimo – ossia più vicino – non sono forse il coniuge o i figli o i genitori? Ecco quindi che la Madonna Consolata ci svela la missione del cristiano autentico ossia ricevere e dare, che altro non è che ricevere la consolazione dal Padre per poi essere in grado di consolare chi ne ha bisogno.

Se, dunque, questo giorno è solenne per la Chiesa e in particolare per la comunità piemontese, per me e mio marito lo è ancora di più; infatti il 20 giugno del 2012 il nostro piccolo non nato, Chicco, ricevette il Battesimo di desiderio ed esattamente un anno dopo, il 20 giugno 2013, nacque il nostro secondogenito. Casualità? Sono convinta di no perché, come diceva Padre Pio: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Anche se non abito più a Torino da quasi due decenni, la Consolata mi è stata vicina, donando ai miei due figli – proprio il 20 giugno – la vita: ad uno quella che più non muore e all’altro quella terrena. La consolazione arriva per tutti, magari in tempi e modalità differenti, ma non esclude nessuno; ecco allora che il riacquistare la vista dopo una Grazia significa è metafora di riacquistare quella spirituale ossia allenare il nostro cuore a riconoscerla ed accettarla, a ringraziare e a testimoniare, a viverla e a donarla, in un incessante flusso tra terra e Cielo.

Fabrizia Perrachon

P.S.: non c’è nulla di casuale nella vita e la fede deve insegnarci a leggere negli eventi quotidiani la mano di Dio che guida i nostri passi. Nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” (disponibile in tutte le librerie fisiche e online nonché su Amazon) parlo approfonditamente di questo, oltre che dell’aborto spontaneo e dei bambini non nati. Leggendolo, forse, riuscirai anche a tu a dare un senso al dolore e scoprire quanto è grande il Signore!

Quella lingua incorrotta che ancora ci parla

Siamo immersi, o per meglio dire, sommersi di parole: scritte, lette, pronunciate, urlate, cantate, disegnate ecc … Quante parole escono e quante entrano in noi! Alcune facendoci del bene, altre del male, ferendoci o ferendo le persone alle quali le rivolgiamo.

Un diluvio di termini, nella nostra lingua o in quelle di altri Paesi, alcuni ben compresi e utilizzati, altri buttati a casaccio e senza sapere esattamente cosa significano, dove vanno e da dove arrivano, qual è la loro etimologia, che passato hanno, che presente vogliono esprimere e a che futuro intendono guardare.

Molto spesso ci chiediamo a quali di esse dare la nostra attenzione e il nostro ascolto, quali valgono veramente la pena di essere imparate e magari replicate, citate, riportate e quali no. Una vecchia ma sempre attuale canzone di Samuele Bersani affermava: “Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese …”. Proprio così: con le parole possiamo offendere o difendere, incoraggiare o sgridare, farci portatori di messaggi positivi o negativi, in grado aiutare gli altri oppure provocare ferite anche grandi. Possiamo costruire una bella relazione sponsale, genitoriale, familiare o amicale oppure smontare e distruggere. Abbiamo mai pensato da che parte stiamo? E come usare le parole? Sì perchè non sono mai a senso unico: sono pronunciate quanto udite, enunciate quanto ricevute e presuppongono sempre un mittente e una destinatario. Le parole vanno e vengono ma c’è modo e modo sia di inviarle che di accoglierle.

Scrivo questo per introdurre il Big di oggi, 13 giugno, ossia Sant’Antonio di Padova – o San’Antonio, come dicono i padovani – ma sarebbe ancora meglio dire Sant’Antonio da Lisbona, dato che fu la capitale portoghese a dargli i natali. Insomma, ci siamo capiti, parliamo sempre di lui, di questo Santo cui siamo così affezionati, il protagonista di tanti miracoli e di tanti detti popolari, di tante preghiere, novene e catechesi. Santo – e lo si può osservare proprio nella Basilica veneta a lui dedicata – di cui si conserva incorrotta la lingua. Esattamente: essa è ancora lì per noi, oggi, per spingerci a riflettere non solo su un grande mistero ma sul suo significato, ancora più dirompente e straordinario.

L’organo della cavità orale di Antonio fu ritrovato in perfetto stato di conservazione a partire dalla prima ricognizione sul corpo, avvenuta nel 1263, quando san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dell’Ordine francescano, aprì la cassa contenente le sue spoglie mortali trentadue anni dopo la sua morte (notare che Antonio fu proclamato Santo appena un anno dopo la sua nascita al Cielo).

Ma cosa vuol dirci, esattamente, la sua lingua incorrotta? Perché è importante conoscere o scoprire questo fatto? Sant’Antonio fu un grandissimo predicatore e un eccellente oratore, inviato direttamente da San Francesco d’Assisi non solo in lungo e in largo per l’Italia ma anche all’estero, specialmente in Francia. Si racconta che nel 1228 papa Gregorio IX gli chiese di tenere le prediche di Quaresima sul dogma dell’Assunzione di Maria e che gli uditori – di lingue differenti – lo sentirono parlare ciascuno nella propria. Che meraviglia! Richiamo alla Pentecoste in cui “tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4).

Ecco allora che lo strumento corporale utilizzato per diffondere la Parola, difendere la fede e illuminare il cammino di tante persone resta vivo nel tempo, sfidando qualsiasi legge fisica, chimica e biologica. Nella storia della Chiesa ci sono numerosi casi d’incorruttibilità, basti pensare al corpo di Santa Bernadette, alle mani e agli occhi di Santa Caterina Labourè (ossia le parti del corpo che avevano visto e toccato la Madonna, rivelatasi nell’effige della Medaglia Miracolosa) o Santa Rosa da Lima. Questi sono segni importanti soprattutto per i posteri, per far capire che gli strumenti di Dio hanno qualcosa di soprannaturale perché innalzano la normalità dell’esistenza verso il suo valore eterno, che è il fine per il quale ciascuno di noi è stato creato.

Le parole di Sant’Antonio, evidentemente, erano ben diverse da quelle annacquate e sterili che innaffiano le nostre attuali comunicazioni, spesso così povere e carenti di significati e significanti, così banali e ripetitive quanto non addirittura offensive, oscene e scurrili, capaci di turbare, impaurire e sconvolgere, piccoli e grandi. Le parole di Sant’Antonio parlavano di Cielo, di Verità e di Bellezza, tutti valori di cui il mondo ha disperatamente fame e bisogno, ma che ahimè cerca in luoghi e contesti semantici e fisici così lontani da Dio! Cerchiamo allora di farci anche noi portatori di parole sane, edificanti, belle perché potremo sicuramente fare la differenza, e che differenza! Sforziamoci di far capire a tutti (coniuge, figli, genitori, parenti, amici e colleghi) che siamo cristiani proprio a partire dal linguaggio che consapevolmente decidiamo di utilizzare. Allora, proprio come quella lingua incorrotta che ancora ci parla, trasformeremo anche noi semplici sequenze di lettere in qualcosa di più duraturo, in qualcosa che profuma di Cielo.

Fabrizia Perrachon

“Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini …”

Un’allegra canzone di oltre vent’anni fa faceva risuonare ovunque il celeberrimo motivetto “Dammi tre parole: sole, cuore, amore” … in effetti, con l’estate alle porte, questi termini fanno scattare in noi il desiderio di vacanze, di relax e spensieratezza, ma è importante fermarci un attimo a riflettere sul binomio che più – e meglio di tutti gli altri – dobbiamo tenere a mente nel mese di giugno. Non un cuore e un amore qualsiasi, non quelli glitterati e sbandierati ovunque sui social che troppo spesso si riferiscono a storielle finte o gossippate ma l’Amore con la A maiuscola: quello del Sacro Cuore di Gesù, nel mese ad Esso dedicato, e di cui proprio domani celebreremo la Solennità.

Che cosa significa – a livello spirituale, di coppia e di famiglia – unirsi in preghiera davanti al Sacro Cuore ed averLo come modello? Il Sacro Cuore, onorato e venerato in tutto il mondo e in tutte le lingue – non è raro trovare le terminologie di Sacred Heart, Sagrado Corazón o Sacre Coeur, solo per citarne alcune – rappresenta davvero il centro della fede cristiana in quanto simboleggia la totalità dell’amore di Cristo offerto sulla croce, come leggiamo nel Vangelo di San Giovanni: “Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 33-34). Immagine forte, unica e potente ripresa anche nella Coroncina della Divina Misericordia, nella quale recitiamo: “O sangue ed acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confidiamo in Te!”.

Cristo, insomma, non ha risparmiato nulla di se stesso, immolandosi completamente e per sempre per l’umanità, facendoci capire che l’amore vero è quello che si dona, che si offre, che si consuma per gli altri non in uno sterile disfattismo ma in un sacrificio portatore di Vita, di Bene e di Eternità. Il modello cui guardare, dunque, è tutt’altro che banale anzi, richiede tutto il nostro impegno e la nostra dedizione, le nostre energie, le nostre intenzioni e le nostre attenzioni. Che bello, però, amare così! Che bello amare “da Dio”, nel senso che Gesù non è soltanto un quadro o un’immagine ma il fulcro e la meta della nostra esistenza, che si eleva così dalle miserie del mondo per assumere un significato autentico, per noi e per le persone che ci stanno vicino.

Ecco allora che pregare il Sacro Cuore di Gesù in coppia e in famiglia diventa una palestra nella quale allenare il nostro piccolo cuore a qualcosa di grande e all’interno del quale sforzi, mancanze e desideri troveranno forza, consolazione e incoraggiamento. Nessuno di noi è perfetto, non ci sono coniugi o genitori perfetti ma la nostra stessa natura di uomini e donne perfettibili trova compimento proprio nella fede, che non è semplicemente un libro o una serie di norme fini a se stesse ma una Persona, un Cuore vivo e pulsante che non smette di pompare ossigeno vitale nella Chiesa e in tutte le persone del mondo. Un Cuore che ci parla, un Cuore che ci ama, un Cuore che ci abbraccia e ci dice che in Lui e per Lui anche noi possiamo migliorare ed essere in grado, poco alla volta, di donarci in maniera sempre più disinteressata e matura lì nel luogo e nelle situazione in cui siamo, senza per forza essere missionari in terre lontane. Dio ci mette esattamente dove siamo perché ha un piano di salvezza per noi e per il nostro prossimo, proprio a comunicare dal prossimo più prossimo, ossia più vicino fisicamente e moralmente.

Quando Santa Maria Margherita Alacoque ebbe le rivelazioni del Sacro Cuore, negli anni intorno al 1670, sentì Gesù stesso dirle: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudine e disprezzo”. Consoliamo e ripariamo il Nostro Dio dalle tante nefandezze che oscurano il mondo e insegniamo anche ai nostri figli a fare altrettanto! Non è necessario bandire nuove crociate ma semplicemente amare con carità ed umiltà, come Lui stesso ci ha insegnato. Il cuore, allora, non sarà più uno sticker luccicante ma l’essenza stessa del nostro essere figli amati e, proprio per questo, del nostro impegno a diffondere l’amore cristiano, non per nostro merito ma in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).

Fabrizia Perrachon

La statua in cui gli sposi sono un unico corpo

Qualche settimana fa un post Facebook di Alessandra Buzzetti – giornalista e corrispondente da Gerusalemme per Tv2000 – mi ha davvero incuriosita: parlava della statua in cui gli sposi sono un unico corpo. Non si tratta di un’opera d’arte contemporanea ma di un reperto storico di grandissimo pregio dato che è stata realizzata circa novemila anni fa; attualmente si trova nel Museo Archeologico di Amman, la capitale della Giordania, in ottimo stato di conservazione.  E’ fatta d’intonaco di calce, canna e bitume ed è stata trovata nella moderna città di Ain Ghazal, alla periferia di Amman, nel 1985. Insieme ad altri reperti scoperti in quel periodo, è considerata tra le prime rappresentazioni su larga scala della forma umana e uno degli esempi più eclatanti di arte preistorica del periodo pre-ceramico del Neolitico B.

Al di là dell’indubbio valore storico ed artistico, quest’antica statua ci ricorda ciò che troppo spesso, ai giorni, viene dimenticato: che gli sposi sono veramente un corpo solo, benedetto dal sacramento del matrimonio. L’affermazione della Genesi in cui leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24) ha una potenza straordinaria perché ci ricorda come l’unione dei cuori si realizza concretamente nell’unione fisica ma che, come tale, non può essere slegata dal coinvolgimento completo dei due. Ma come si può essere “una carne sola”? Buona parte del mondo è immersa in una logica parziale che riduce il tutto a un semplice susseguirsi di atti fisici, che posso essere facilmente interrotti quando «Non mi piace più», «Non mi soddisfa più» oppure «Non lo/lo amo più». Atti slegati e quasi indipendenti da un amore veramente autentico, capace di donarsi totalmente e da una partecipazione profonda e totalizzante.

La verità di fede rivela qualcosa di ben più grande e di ben più importante: gli sposi possono autenticamente essere un corpo solo se sono pienamente nell’amore, non solo e non tanto in quello umano ma soprattutto in quello divino. E com’è possibile questo? E’ Gesù in persona a venire in nostro aiuto, dicendoci: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 9-11). Dunque il “segreto” per rimanere nell’amore di Dio è quello di osservare i suoi comandamenti ossia vivere un’esistenza piena, bella e felice perché essi non limitano la nostra libertà semmai la perfezionano e la rendono indipendente da desideri e voglie molte volte passeggeri, transitori e che ci illudono di essere contenti ed appagati ma si rivelano in realtà essere scampoli di soddisfacimenti terreni che non riempiono veramente il nostro cuore.

L’antica statua – lo vediamo nell’immagine – ha un corpo solo ma mantiene i due volti, le due facce, spingendoci in un’altra riflessione: che pur essendo tali, gli sposi devono mantenere due “teste pensanti”, due identità uguali e distinte, per dirlo in termini teologici, ossia non annullarsi in un rapporto di dipendenza morbosa ma essere un dono l’uno per l’altro, un dono d’amore, per l’amore e nell’amore. Concretamente cosa significa? Che marito e moglie sono legati da qualcosa d’invisibile che supera limiti e difetti umani e che conferisce loro una Grazia divina in grado di supportarli in tutte le vicende della vita, facendoli gioire per quelle liete e sostenendoli in quelle tristi, facendo di loro un connubio che ha veramente del celestiale e, nello stesso momento, aiutando ciascun coniuge a dare il meglio di se stesso per il bene dell’altro e della coppia. Il corpo – dell’altro come di se stessi – non deve, insomma, diventare né una zavorra né un sollievo momentaneo o un semplice appagamento dei sensi ma l’espressione fisica attraverso cui un coniuge è in grado di valorizzare ed aiutare l’altro proprio in virtù della sua persona, che va quindi a completare l’altra, non ad ostacolarla. Pensiamo agli strumenti musicali a fiato: per produrre la melodia non basta il materiale di cui sono fatti né la persona che soffia in essi per fargli vibrare ma l’unione di queste due cose, la fisicità dello stumento e l’aria che entra in esso; gli sposi sono esattamente questo, un corpo solo che per suonare l’armonia dell’amore vero dev’essere fisicità e spiritualità insieme.

Che bellezza l’unità sponsale dei corpi, che grandezza l’unione delle anime e che potenza tutto questo fuso insieme attraverso il sacramento del matrimonio! Due che diventano uno: anticipo del mistero dell’amore di Dio e della “vita del mondo che verrà”.

Fabrizia Perrachon

Gli abiti da sposa di Santa Rita

Ieri, 22 maggio, la Chiesa ha ricordato una delle Sante più amate e conosciute, Rita da Cascia. Donna, moglie, madre, vedova, suora: Rita ha vissuto tutte le vocazioni, offrendo a Dio l’interezza di ciascuna di esse con spine, croci, consolazioni e gioie; proprio per questo è la patrona – insieme a San Giuda Taddeo – delle cause impossibili.

Casualmente, alcuni giorni fa, ho scoperto un’iniziativa che non conoscevo ma che sicuramente vale la pena promuovere e far arrivare anche a chi, come me, ancora la ignorava: l’Atelier di Santa Rita. A partire dagli anni Cinquanta e con notevole incremento nei tempi di più recenti, il Santuario di Cascia accoglie abiti da sposa provenienti da tutta Italia, mettendoli a disposizione delle donne che non possono permettersi di acquistarne uno nuovo. I vestiti possono essere donati di persona oppure spediti, anche in forma anonima, e sono conservati con cura meticolosa e amorevole precisione in un ampio locale del convento, ordinati e classificati da suor Maria Laura, che accoglie anche le novelle spose che lì si recano per provarli e trovare, così, il loro preferito.

Tutto questo avviene senza pubblicità eclatanti e senza vanti ma nella discrezione e nel silenzio, in un’ottica di carità autenticamente cristiana, profumata d’amore e di fraternità, proprio come affermava San Giuseppe Moscati riguardo al suo cestino alimentare: “Chi può metta, chi non può prenda“. Regalare il proprio abito nuziale è un gesto di gratuità davvero squisita non solo da un punto di vista umano e materiale ma anche spirituale perché è un modo di affidare il proprio matrimonio ad una santa che ben ne ha vissuto tutte le pieghe ma non solo: da subito si sa che si farà del bene a chi ne ha bisogno, in modo totalmente disinteressato. La sposa che dona, infatti, non riceve nulla in cambio né il Monastero, che non pretende alcuna quota per il vestito, lasciando tutto alla possibilità e alla sensibilità di chi si reca lì per prelevarlo; le persone che possono lasciano un’offerta – ne sono state fatte, ad onor del vero, anche di consistenti – e molte riportano l’abito dopo averlo usato, portando così avanti questa nobile catena di generosità, ma chi non può torna a casa con un vestito in perfetto stato ed in maniera completamente gratuita.

Un altro aspetto da considerare è che in questo atelier della carità l’abito fisico diventa simbolo di quello interiore e tanto si alleggerisce uno quanto spicca il volo l’altro; spogliandosi del vestito tra i più importanti nella vita, quelle donne che già lo hanno fatto ci dimostrano che è possibile vivere l’essenziale del sacramento, al di là di moda, apparenze, pizzi e merletti ed essere in grado di affidare il proprio matrimonio all’intercessione di Santa Rita – riflesso dell’affidamento a Dio – così come donare il vestito per rendere felice un’altra sposa. Se è vero che “l’abito non fa il monaco”, possiamo dire che è altrettanto onesto affermare che un abito donato può fare una bella differenza!

In una società in cui se non si monetizza si è considerati un peso, regalare qualcosa di costoso – invece che venderlo – deve spingerci ad una domanda ben precisa: che si guadagna? In tutto questo vedo una mirabile traduzione nei fatti dell’inno alla carità di San Paolo, nel quale afferma: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira,” (1 Cor 13, 4-5). A Cascia avviene lo stesso: né le donatrici né le monache hanno un guadagno economico ma esclusivamente spirituale, accumulando tanti piccoli tesori che saranno l’unica valuta accettata nel Cielo.

Fabrizia Perrachon

Per maggiori informazioni il sito ufficiale è: https://santaritadacascia.org/

Viale Santa Rita, 13 – 06043 Cascia (PG) Italia
tel: +39 0743 76221
monastero@santaritadacascia.org

Un Chicco di speranza al Salone del Libro

Nel novembre scorso il caro amico Antonio mi ha invitata a scrivere per il blog e – chi mi legge lo sa – negli articoli metto sempre il cuore ma in questo di oggi, oltre ad esso, ci sono anche tanta gioia, emozione e gratitudine innanzitutto nei confronti del Signore per i doni che mi ha concesso e poi nei confronti delle numerose persone che mi hanno sostenuta e che continuano a farlo.

Quattro giorni fa, il 12 maggio, è stata una giornata specialissima perché si sono fuse dentro di me diverse circostanze uniche: la solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo, il ricordo mensile del Servo di Dio Don Silvio Galli, la festa della mamma e il primo firmacopie del mio libro al Salone Internazionale del Libro di Torino, portato in anteprima assoluta visto che nelle librerie uscirà la settimana prossima.

Ancora una volta ho sperimentato che davvero la bontà di Dio è immensa e va ben al di là di ogni nostra immaginazione o meglio, per dirla con le stesse parile che Gesù stesso ha rivelato a Santa Faustina Kowalska: “Grande gioia mi procurano le anime che fanno appello alla mia misericordia; concedo loro grazie che superano i loro stessi desideri“.

Come diceva Padre Pio, “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”: la presenza del primo libro in Italia sull’aborto spontaneo scritto da una mamma cattolica in una manifestazione di tale calibro e proprio nel giorno in cui si festeggia la maternità non può certo essere casuale né tantomeno le parole della seconda lettura di domenica – dalla lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini – che ci hanno ricordato come siamo chiamati a essere “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 4-6).

Non ho potuto abbracciare il mio primogenito, il Chicco del titolo, ma la sua presenza si fa sentire ogni giorno di più e specialmente adesso che concretamente, attraverso le pagine del libro, si sta donando a tante persone; ecco perché affermo con convinzione che un bambino non nato non è mai veramente perduto perché il Signore lo dona in maniera differente dal previsto ma non meno grande, potente e preziosa. Se Chicco non fosse volato via così presto tutto questo, ora, non sarebbe realtà; e non parlo solo di consolazione personale ma del fatto che, attraverso la carta stampata, si potrà sempre maggiormente parlare – da un punto di vista cattolico – di aborto spontaneo, di battesimo di desiderio, di diritto al seppellimento, di abbandono a Dio, di speranza e dei miracoli che attraverso il nostro piccolo “sì” il Signore elargisce a piene mani attraverso la trasfigurazione di questa sofferenza umanamente così grande.

Per la prima volta da quanto mi è stato detto “Non c’è più battito” – cioè il 13 aprile 2012 – Gesù e Maria mi hanno concesso di assaporare questa festa della mamma con la certezza che il dolore ha davvero un valore prezioso se siamo capaci di affidarlo al Cielo e di fidarci nonostante qualsiasi tipo di prova che, nella vita, può bussare alla porta. Tutte noi mamme di bambini non nati dobbiamo sentire che questi figli non sono scomparsi nel nulla ma che abitano l’eternità beata e ci spingono a parlare di loro, a pregarli e a diffondere la verità della loro anima immortale perché niente è perduto agli occhi di Dio, nessuna lacrima come nessuna gioia. Prendiamo consapevolezza che siamo genitori a tutti gli effetti di queste creature come loro sono, a tutti gli effetti, nostri figli: solo così saremo in grado non solo di dar loro la giusta dignità ma di testimoniare che la vita ha un valore incommensurabile fin dai suoi primi istanti.

Il fatto che in un contesto come quello del Salone del Libro di Torino, non prettamente o unicamente cristiano, la mia pubblicazione abbia trovato un posticino significa che ci sono persone che credono in ciò che questo libro rappresenta: non tanto il racconto di un’esperienza personale quanto il desiderio di portare amore e speranza per questi nostri fratelli più piccoli in quanto “i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10). Al contrario di ciò che troppo spesso il mondo urla, le persone hanno sete di Dio, di Verità e di Bene e “Se il Chicco di speranza – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” ne è una piccola ma significativa dimostrazione.

Fabrizia Perrachon

P.S.: dalla settimana prossima il libro sarà disponibile in tutte le librerie fisiche e online ma lo è già sul sito della Tau Editrice al link https://www.taueditrice.it/libro/se-il-chicco-di-frumento/.

“Perché la maternità profuma di eternità”

Ogni anno la seconda domenica di maggio

festeggiamo persone con tanto coraggio:

sì, proprio di loro stiamo parlando,

le mamme, che la vita donando,

da giovani donne si sono trasformate

in super eroine dalle mani fatate.

Una sola tipologia di certo non esiste

e per descriverle ci vorrebbero intere liste;

le mamme sono tante e ciascuna è speciale

non solo nelle feste o a carnevale

ma in ogni giorno che manda il Signore, sempre in allerta nelle ventiquattr’ore.

Da quando il piccino è un essere a sé stante

mamma non lo perde di vista neppure un istante

e se gli occhi deve per un po’ allontanare

il suo cuore sempre accanto riesce a restare.

Pure nella Bibbia, in quel Salmo là,

è scritta una grande verità:

le mamme non dimenticano il loro bambino

perché è proprio dentro a quel cuoricino

che hanno posto indelebile il loro

fondendosi come una medaglia d’oro.

Certo, le difficoltà non mancano mai,

a volte lievi a volte grossi guai,

ma le mamme sono angeli del focolare,

sempre pronte a perdonare

pur sapendo che devono insegnare

ciò che è bene e ciò che non è da fare.

“Mamma” è una parola di estrema dolcezza,

capace di evocarne tutta la bellezza:

la prima, di solito, che s’impara a pronunciare

così come l’ultima, quando si sta per lasciare

la vita su questo pianeta

e raggiungere l’estrema meta.

Quante volte la mamma sappiamo amare

mentre altre non facciamo che urlare,

dicendo che proprio non ci capisce,

fino a quanto il litigio non finisce.

Le notti insonni che una madre ha passato

sono un record piuttosto ineguagliato:

da quando un figlio è appena nato

e fino a che con l’auto non è rincasato,

il cuore di mamma va in avanscoperta

Perché della sua salute vuol essere certa.

Mamme si nasce oppure si diventa?

È un interrogativo che a volte tormenta

ma in realtà è di semplice soluzione:

essere madre è ben più che un’opzione,

è un dono che arriva da molto lontano

forte e potente come un uragano

ma insieme dolce e prezioso,

resistente e delizioso.

È Dio in persona che alle madri ha donato

di diventare speciali fra tutto il creato

perché è solo dentro il loro pancino

che può svilupparsi un altro esserino,

protetto, al caldo e nascosto

nell’angolo del corpo più riposto.

Nello stesso modo pure Gesù

ha dormito laddove lo hai fatto anche tu,

proprio dentro la pancia della mamma,

sentendo per mesi il suo diaframma

muoversi dolce ad ogni respiro,

eco stupendo del Paradiso.

Ecco perché la maternità

profuma di eternità:

niente meno che il Figlio di Dio

ha fatto esattamente ciò che ho fatto io,

è stato minuscolo, quasi invisibile,

ma dall’amore di mamma inseparabile.

È vero, non tutte le gravidanze

trascorrono felici e piene di speranze:

alcune sono liete e spensierate,

altre difficili o non desiderate,

qualcuna che involontariamente vola via

e altre interrotte per colpa di una bugia.

In ogni caso mamma si rimane:

non importa se per anni o solo per settimane

perché la verità è che quella creatura

porta con sé un’anima imperitura,

fatta ad immagine e somiglianza

di Colui che ha donato vita in abbondanza.

Ciò che conta non è il numero di giorni

ma la pienezza con cui sono adorni:

un figlio per sempre nel cuore resterà

finché la sua mamma affetto proverà

e questo, di certo, non avrà mai fine

perché l’amore materno non conosce confine.

Un grazie alle madri mai sarà sufficiente

per esprimere, con l’anima e con la mente,

tutto quello che hanno saputo donare,

e nemmeno una poesia potrà di sicuro bastare.

Da giovani o da anziane questo non importa

perché una madre tutto sopporta

per il bene di ciascun suo bambino,

che ai suoi occhi per sempre resta un po’ piccino;

il volto di una mamma un giorno invecchierà

ma intatta rimarrà la sua immensa bontà

finché anche a lei dovremo dare il saluto più amaro,

con le lacrime agli occhi, che costerà molto caro.

Una certezza, però, con noi rimarrà:

tutto quell’amore non si spegnerà

e in Cielo di ancor più colori si accenderà.

Che dire, poi, di Maria? Mamma modello

ha donato all’umanità il Figlio più bello.

Con oggi, allora, non possiamo esaurire

tutto quello che di voi potremmo dire!

Facciamo, dunque, un patto importante,

che possiate sottoscrivere tutte quante:

mille baci sulla guancia oggi vi doniamo

oppure lassù, con la mano, vi mandiamo

a voi mamme, creature belle,

che brillerete in eterno come le stelle.

Fabrizia Perrachon 

Maggio: un mese per riscoprire la Bellezza in famiglia

“A maggio non basta un fiore” è l’incipit della famosa poesia di Giovanni Pascoli dedicata a questo mese stupendo, a cavallo tra la primavera e l’estate, in cui sembriamo un po’ tutti rinascere. È vero che un fiore non basta perché, seppur bellissimo, esso è solamente un simbolo del vero fiore spirituale che caratterizza maggio: la Madonna. Mese a Lei tradizionalmente dedicato, “compete” con ottobre in quanto a preghiere riservate alla Madre di Dio, tra cui sicuramente spicca la recita del Santo Rosario.

Conservo, fin da bambina, il ricordo dolcissimo dei rosari nei vari cortili del quartiere, usanza che si mantiene in molte parti d’Italia; forse un po’ più nascosta nelle grandi città, è sicuramente molto sentita e partecipata nei paesi più piccoli, facendo della nostra nazione, da nord a sud, un susseguirsi di serate di preghiere e di celebrazioni solenni che ci fanno riscoprire la potenza di una fede semplice ma ancora radicata e ben lontana dall’essere appassita, come troppe volte vorrebbero farci credere. Un’opportunità, la recita comunitaria del Rosario, da non lasciarsi scappare ma, al contrario, da testimoniare, diffondere ed insegnare ai nostri figli. Capiamo insieme perché.

“O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d’inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia; a te l’ultimo bacio della vita che si spegne”, recitiamo nella Supplica alla Madonna di Pompei; il Santo Rosario è davvero una preghiera stampata nel cuore di milioni di fedeli, che scandiva non solamente le giornate delle nostre nonne ma che è tornato a essere un punto di riferimento spirituale per tantissime persone, sature del laicismo imperante che non lascia spazio ai sentimenti veri e agli interrogativi importanti, messi nel nostro cuore da Dio affinché ci ricordiamo di Lui e delle realtà eterne.

Nel mese spicca l’anniversario di un’apparizione mariana famosa quanto importante: quella a Fatima, in Portogallo, il 13 maggio 1917. Fu proprio qui che, ai tre pastorelli, Maria disse: “Voglio […]che continuiate a recitare il rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario, per ottenere la pace del mondo”. E ancora: “Avete visto l’inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato […] Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà”. Il rosario, dunque, non è una semplice ripetizione di Ave Marie ma la vera e propria essenza della teologia mariana, trionfo e compendio dell’opera di corredenzione del genere umano a Lei affidato: “Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv19, 26-27).

È proprio l’accettazione della Madonna come Madre di Gesù e Madre nostra che fa di noi degli autentici figli del Cielo nonché apostoli della pace, così delicata e minacciata quanto potente ed indispensabile strumento per vivere un’esistenza degna tra di noi e tra noi con Dio. Non per niente Ella appare a Medjugorje dal 1981, esortando il mondo a ritornare al Padre con tutto il cuore, a praticare i sacramenti, la Santa Messa, il digiuno, il perdono, l’amore in famiglia. La scuola di Maria è una scuola di vita sia terrena che celeste perché ci insegna dei valori senza tempo, gli stessi che il mondo vorrebbe sovvertire e distruggere, dimenticando che la legge di Dio non solo è eterna ma è anche perfetta, quindi le mire umane, per quanto potenti e pericolose, non potranno distruggerla.

Emblematici alcuni Messaggi: “Cari figli, vi esorto ad invitare tutti alla preghiera del Rosario. Col Rosario vincerete tutti gli ostacoli che satana in questo momento vuole procurare alla Chiesa cattolica. Voi tutti sacerdoti, recitate il Rosario, date spazio al Rosario” (dal Messaggio del 25 giugno 1985, 4° anniversario delle apparizioni); “Cari figli, vi invito a pregare il Rosario; il Rosario sia per voi un impegno da eseguire con gioia, così comprenderete perché sono da così tanto tempo con voi: desidero insegnarvi a pregare” (dal Messaggio del 12 giugno 1986); “Figlioli, testimoniate con il rosario nella mano che siete miei e decidetevi per la santità” (dal Messaggio del 25 agosto 2019).

Maggio, insomma, può e deve essere l’occasione per vivere la bellezza in famiglia, quella con la “B” maiuscola, quella del Cielo: con il rosario alla mano, scopriamo o rinnoviamo l’importanza di pregarlo tra coniugi e con i figli perché, così facendo, non solo rinsalderemo i legami umani ma li perfezioneremo ad immagine e somiglianza di Maria perché “La corona del rosario non è un ornamento per la casa, come spesso ci si limita a considerarla. La corona è un aiuto a pregare!” (Messaggio del 18 marzo 1985). Le prime ad essere belle, insomma, non siano tanto le nostre abitazioni quanto le nostre anime:  “Quando pregate, voi siete molto più belli” (dal Messaggio del 18 dicembre 1986).

Fabrizia Perrachon

Ricordiamo l’anniversario dei nostri Sacramenti?

Con i mesi di aprile e maggio si apre una stagione incantevole non solo per le bellezze che Dio, attraverso la rinascita della natura, ci dona ma perché, come da tradizione nel nostro Paese, vi è la celebrazione di molti Sacramenti: Battesimi, Prime Comunioni, Cresime e Matrimoni. Una primavera, insomma, non solo meteorologica ma anche dello spirito; lo sbocciare dei fiori a nuova vita, con i profumi che lo accompagnano, le giornate che si allungano, il sole che finalmente torna a scaldare … tutto ci parla del Padre, che ha creato un mondo meraviglioso che diamo per scontato fino a non accorgercene nemmeno più, distratti e imbrigliati in pensieri negativi, fagocitati da una società sempre di corsa, troppo spesso inseguendo cose non importanti, se non addirittura dannose.

Eppure la Madonna, a Medjugorje, ce lo ha ricordato più volte: “Cari figli, oggi vi invito tutti a risvegliare i vostri cuori all’amore. Andate nella natura e guardate come la natura si sta svegliando; questo sarà per voi un aiuto per aprire i vostri cuori all’amore di Dio creatore. Desidero che voi risvegliate l’amore nelle vostre famiglie in modo che laddove ci sono odio e mancanza di pace regni l’amore e quando c’è l’amore nei vostri cuori c’è anche la preghiera” (dal Messaggio del 25 aprile 1993); e anche: “In questo tempo di grazia quando anche la natura si prepara ad offrire i colori più belli nell’anno, io vi invito, figlioli, aprite i vostri cuori a Dio Creatore perché Lui vi trasfiguri e vi modelli a propria immagine affinché tutto il bene, addormentatosi nel vostro cuore, possa risvegliarsi alla vita nuova e come anelito verso l’eternità” (dal Messaggio del 25 febbraio 2010); come pure: “Vi invito ad andare nella natura e a pregare perché l’Altissimo parli al vostro cuore e perché sentiate la forza dello Spirito Santo per testimoniare l’amore che Dio ha per ogni creatura” (dal Messaggio del 25 maggio 2023).

Sorge spontanea una domanda: ricordiamo ancora l’anniversario dei nostri Sacramenti? Non solo quello del matrimonio – che magari, temporalmente, è il più vicino – ma anche degli altri momenti speciali d’incontro con Gesù? Non è un sondaggio né un interrogativo banale o di pura curiosità perché in esso si cela il nostro rapporto con Dio, fatto anche di eventi e giornate speciali, che hanno sancito e sanciscono la nostra appartenenza non solamente a Lui ma alla sua sposa, la Chiesa. Ecco allora che il risveglio della natura deve accompagnare e spronare il risveglio della nostra anima nel riscoprire i tesori che stiamo mettendo via per il Paradiso, seguendo ciò che disse Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21).

Ricordare il giorno in cui ci sono stati somministrati i sacramenti, allora, diventa non solo un fare memoria ma un ringraziamento autentico nei confronti di Dio che non solo “dal nulla ci ha chiamati all’esistenza” – come recitiamo nelle Litanie alla Divina Misericordia – ma che ci ha voluti suoi figli. Che potenza c’è in tutto questo, che amore, che ricchezza! Me lo diceva sempre il mio padre spirituale già vent’anni fa: ricordare il giorno del proprio Battesimo è persino più importante di quello del compleanno perché se nel secondo siamo nati sulla terra mentre nel primo siano nati per il Cielo.  Ugualmente ricordare il giorno in cui, per  la prima volta, ci siamo cibati di Cristo così come quello in cui siamo stati fortificati ufficialmente dallo Spirito Santo diventa un attualizzare, un mantenere sempre viva la forza santificatrice dei sacramenti, che sono il cibo necessario alla nostra anima, la palestra nella quale allenarla e mantenerla sempre in forma scattante, la parete di roccia tramite cui elevarci dalle bassezze del mondo, la medicina per quando le certezze tentennano e siamo scossi dalla prove o dalle tentazioni.

Che cosa c’è di meglio, quindi, che celebrare questi anniversari con la Santa Messa, con un rosario pregato in famiglia, con un gesto di gratitudine nei confronti del Signore? Certo, è giusto festeggiare l’anniversario di matrimonio con qualcosa di speciale per la coppia ma è altrettanto vero che il primo e più importante riconoscimento non è quello verso noi stessi ma verso Dio che si dona a noi attraverso la bellezza dei sacramenti, che ci preparano e consacrano per la vita eterna. Se “tutto è Grazia”, come amava dire il servo di Dio Don Silvio Galli, allora dire “grazie” non sarà solo un ricordo ma un dolce dovere nei confronti di Gesù; dobbiamo assomigliare all’unico guarito che è tornato indietro, come leggiamo nel Vangelo di Luca a proposito dei dieci lebbrosi. “Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»” (Lc17, 17-19). Sono le stesse parole che Gesù sussurra a noi, nei giorni dei nostri anniversari: che la nostra anima possa sempre essere in grado di udirle e metterle in pratica.

Fabrizia Perrachon

P.S.: oggi, 25 aprile, è il trentunesimo anniversario della mia Prima Comunione e il 28 aprile sarà il trentanovesimo del mio Battesimo: ringrazio Gesù con tutto il cuore per le Grazie che mi donato, per la Sua presenza nella mia vita e per le meraviglie del Suo amore!

Il 16 aprile 1879 una giovane donna …

Nel 1879 il 16 aprile era un mercoledì, precisamente quello dell’ottava di Pasqua, festeggiata pochi giorni prima; alle tre e un quarto del pomeriggio una giovane donna lasciava la vita sulla terra per entrare in quella eterna: il suo nome era Bernadette Soubirous. Un evento lontano ma che può dirci ancora moltissimo, scopriamo insieme perchè.

Suor Maria Bernarda, con cui si chiamò dopo l’ingresso nelle Suore della Carità di Nevers, aveva lasciato Lourdes da ben tredici anni per rifugiarsi in un luogo lontano, affinché la sua presenza non fosse d’intralcio a Colei che era, ed è, la protagonista delle apparizioni, la Madonna. Di Bernadette è stato scritto moltissimo e non basterebbero interi trattati per addentrarsi a dovere nella sua spiritualità, coronata da una straordinaria umiltà, che ben la rende vicina e somigliante ad Aquerò, come era solita chiamare la Bella Signora. Nella vita della veggente, così come nel ciclo di Lourdes, ci sono date e ricorrenze senz’altro non casuali, come quella del mercoledì dopo Pasqua: non solo data della nascita al Cielo di Bernadette ma lo stesso giorno in cui ventun’anni prima, esattamente nel 1858, durante la penultima apparizione, avvenne il cosiddetto “miracolo del cero”: nella mano di Bernadette rimase accesa la candela che portava con sé senza ustionarla né lasciarle alcuna cicatrice. Molti presenti, assistendo a ciò che stava accadendo, credettero.

Una fiamma viva: quella del lumino era stata un’anticipazione di ciò che sarebbe stata lei stessa, esempio di una santità autentica e semplice, quella della ragazza della porta accanto, dell’insospettabile fanciulla caduta in disgrazia insieme alla sua famiglia, povera tra i poveri. Malata, Bernadette, consumata proprio come quella candela eppure accesa, luminosissima, presente. Ciò che l’ha resa santa non fu tanto, e solo, aver avuto il privilegio di vedere la Vergine quanto l’aver accettato senza condizioni tutte le croci della vita: la miseria, la salute precaria, le umiliazioni gratuite, le mortificazioni, amandole come mezzo di santificazione e amando Colui che le permetteva.

Lei, che al comando di Maria aveva scavato nella terra e scoperto la sorgente dell’acqua miracolosa, non chiese per se stessa la grazia della guarigione ma quella della pazienza per sopportare tutto ciò che il Signore le chiedeva. Bernadette, insomma, aveva capito che unire i propri sacrifici quotidiani a quello eterno e perfetto di Gesù è qualcosa che rende il Cielo non solo più vicino ma fattibile, pur nel nascondimento e nello svolgimento della propria vita quotidiana; solamente così – sembra dirci ancora a noi, adesso – l’ordinario si colora di straordinario, rendendolo fattibile, realizzabile, concreto.

Per lei non c’erano previsioni di ricchezza né agio in questa vita: “Non prometto di rendervi felice in questo mondo ma nell’altro”, le disse Maria durante la terza apparizione, il 18 febbraio 1858. Fu proprio così; Bernadette stessa, che non si lamentava mai delle sue condizioni, affermò: “Non avrei mai creduto di soffrire tanto” e ancora: “Sono macinata come un chicco di grano”. Bernadette fu proprio questo: un seme piccolo, nascosto nelle profondità dell’umiltà e della purezza che è divenuto una pianta rigogliosissima, colma di frutti – materiali e spirituali – per tutti quelli che ne assaggiano e se ne cibano, non tanto di lei ma di ciò di cui è stata portavoce: la bellezza della fede, la grandezza dell’abbandono, l’eternità della promessa.

Bernadette è un compendio di virtù, un catechismo della Chiesa Cattolica fatto a persona perché nella sua vita possiamo rileggere la storia dell’umanità che ha sete di Dio, di salvezza e di santificazione, un’umanità che non ha paura di offrire la propria disponibilità e lasciarsi trasformare dall’amore, sapendo che paura, dolori e avversità non sono la fine ma il fine, quello per raggiungere il Cielo, guadagnandoselo, com’era solita dichiarare, perché  “Dio parla al cuore, senza rumore di parole”.

Oltre a Gesù e Maria, Bernadette amava profondamente San Giuseppe; si racconta che un giorno la Superiora, scorgendola a pregare davanti alla sua statua e non a quella della Madonna, la rimproverò, dicendole che aveva sbagliato santo; lei, con la sua tipica calma e naturalezza, rispose che Maria e Giuseppe sono sempre d’accordo.

E così fu proprio di mercoledì, il giorno dedicato al Santo obbediente per eccellenza e della vita nascosta, che Bernadette fu chiamata ad entrare nella felicità eterna, quella preannunciatale da Maria a Lourdes; allo stremo delle forze, pronunciò le ultime parole: “Madre di Dio, prega per me, povera peccatrice … povera peccatrice”. Nell’ora della morte del Signore – quella della Misericordia – entrò in Paradiso, lasciando dietro di sé la scia di una luce che non accenna a spegnersi, anzi, brilla ancora oggi, rischiarando chiunque si avvicini. Bernadette non ci ha lasciato solo un esempio mirabile, eppure possibile, di come amare il Signore e la Madonna ma anche il suo corpo incorrotto, che giace proprio a Nevers. Così come da viva non tornò mai più a Lourdes, anche le sue spoglie mortali sono rimaste laddove ha vissuto gli ultimi anni, per continuare a non inquinare con la sua presenza il luogo benedetto, scelto da Maria; umile e nascosta fino alla fine, e oltre.

Grazie, Bernadette! Grazie perché con la tua vita ci hai fatto comprendere moltissimo del Regno di Dio ed in particolare ciò che ha detto Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.” (Mt 6, 19-21). Grazie, Bernadette! Anche noi, proprio come dicevi tu pensando a Maria, non potremo che venirti a ringraziare in Cielo.  

Fabrizia Perrachon

Conoscete il rito croato del matrimonio?

È risaputo che la fede cattolica è molto sentita sia in Croazia sia nelle popolazioni croate che abitano in Erzegovina ma, forse, è meno conosciuta l’usanza che ne caratterizza il rito del matrimonio cattolico, noto come rito croato. Esso non ha nulla di diverso rispetto a quello tradizionale nel senso che non toglie né modifica nulla, semmai integra con alcuni elementi molto significativi.

Innanzitutto la coppia è solita procurarsi – o ricevere in regalo – un crocifisso benedetto di legno, meglio se fabbricato da religiosi francescani, ordine religioso tra i più diffusi in questo Paese, che vanta una presenza secolare, circondata da un affetto profondo e radicato da parte della popolazione. Tale crocifisso è il protagonista, insieme agli sposi, nel momento dello scambio delle promesse: la moglie appoggia la sua mano su di esso al quale si aggiunge poi quella del marito; in questo modo l’intreccio dell’amore umano trova la sua base sulla croce di Cristo, vero ed autentico fondamento del matrimonio, tanto dal punto di vista spirituale quanto da quello fisico.

All’unione sponsale delle mani si aggiunge il gesto benedicente del celebrante al quale segue il “sì” reciproco degli sposi. Infine, il crocifisso sarà portato a casa, appeso oppure esposto in un luogo ben visibile per benedire l’abitazione e i suoi abitanti, permettendo così alla famiglia di pregare alla sua presenza.

In questo rito ci si sposa davvero in tre perché la presenza di Gesù non è solo immaginata ma reale e concretamente tangibile: in questo modo la croce non fa paura in quanto non è vista come immagine di domani indefinito nel quale ci saranno delle prove bensì come colonna portante di un’unione familiare non votata a sicure sciagure ma costruita ad immagine dell’amore più grande che esista, appunto quella del Signore che proprio su quel legno si è immolato per tutta l’umanità.

L’offerta di Gesù, infatti, ha scardinato completamente il significato di quel tipo di morte, che per i romani era la più ingiuriosa oltre che la più dolorosa; come ha magistralmente spiegato San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti:  «Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti» […] quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1 Cor 1, 18-19 e 27).

La “croce sponsale” del rito croato, allora, si configura come la roccia sulla quale costruire la casa della nuova famiglia, sicuri che resisterà alle tempeste della vita; il mondo, infatti, con i falsi dogmi della bellezza, della ricchezza, del successo e del piacere a tutti i costi, porta le coppie a edificarsi su una sabbia che inevitabilmente i venti delle difficoltà soffieranno via facilmente. Quante separazioni, quanti divorzi, quanti matrimoni spezzati!

Ecco allora che, semplice ma potentissimo nello stesso momento, il rito croato ci fa capire come quella croce non sia un soprammobile né un portafortuna ma la presenza vita e vivificante della e nella coppia, prima, e della e nella famiglia, poi. In questo modo l’indissolubilità del sacramento acquisterà un significato veramente centrale perché tradire l’unione sponsale sarebbe come tradire Gesù, ossia Colui che marito e moglie hanno stretto fisicamente tra loro nel momento decisivo in cui lo sono diventati.

Questo rito è diffusissimo, come accennavo poco righe più in alto, nella popolazione croata ma anche in quella dell’Erzegovina, la parte meridionale della Bosnia a maggioranza cattolica, la stessa porzione nella quale il tasso di divorzi è tra i più bassi d’Europa: sarà un caso? È proprio da Medjugorje e da Široki Brijeg – cittadina a pochi kilometri di distanza, ricordata per aver avuto Padre Jozo come parroco per lungo tempo – che questa tradizione si sta diffondendo; anche se è ancora poco conosciuta, ritengo che sia cosa “buona e giusta” darle visibilità in quanto permetterebbe a tante coppie di vivere con più profondità il matrimonio, a partire proprio dalla preparazione, fase importantissima per il dopo che verrà.  

Quando nel 2007 il sacerdote che ci avrebbe spostato – nonché guida spirituale del gruppo di preghiera da noi frequentato da anni – ci ha fatto scoprire e proposto il rito croato abbiamo accettato con entusiasmo non solo perché il buon Dio ci ha fatto conoscere proprio al festival dei giovani a Medjugorje ma perché abbiamo ritenuto che solamente affidandoci a quella Croce avremmo potuto affrontare e superare le tante, piccole o grandi, croci della vita.

Ora, dopo quasi diciassette anni di matrimonio, possiamo dirvi che ogni qualvolta guardiamo a quel Crocifisso non vediamo un pezzo di legno ma una presenza reale che ci sostiene e  supporta in tutto, soprattutto nei momenti difficili perché, proprio come recita il famoso canto di Monsignor Frisina, “Tu guidaci verso la meta, o segno potente di grazia. Nostra gloria è la Croce di Cristo, in Lei la vittoria. Il Signore è la nostra salvezza, la vita, la Risurrezione. Tu insegni ogni sapienza e confondi ogni stoltezza. In Te contempliamo l’amore, da Te riceviamo la vita”.

Fabrizia Perrachon

La Divina Misericordia nelle relazioni familiari

Domenica sarà un giorno speciale: quello dedicato alla Divina Misericordia. Di che cosa si tratta esattamente? E che rapporto c’è tra essa e le relazioni familiari, tra coniugi e con i figli?

Innanzitutto è importante dire che la Divina Misericordia è considerata – come si recita nelle litanie stesse – “il massimo attributo della divinità”: questo significa, l’abbiamo appena sperimentato nella Resurrezione, che il Signore non è solo giusto giudice ma è anche un Dio che perdona chiunque si penta dei propri peccati, riconosca i suoi sbagli e ritorni a Lui con cuore pentito. Diciamo la verità: se Gesù non fosse stato misericordioso come avrebbe potuto dire “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), all’apice delle sofferenze fisiche e morali, straziato e appeso al legno della croce? Egli ci ha lasciato un esempio grandissimo e rivoluzionario, capace non solo di superare la cosiddetta legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente – ma di offrire uno sguardo nuovo sui rapporti tra noi e tra noi con Dio.

La Chiesa, nella prima domenica dopo la Santa Pasqua, ci invia a riflettere sul mistero della misericordia: per noi adesso, concretamente, che cosa significa festeggiare e onorare la Divina Misericordia? Che cosa può aiutarci nel comprendere, prima, e nel mettere in pratica, poi, l’invito di Gesù:siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36)? Ci sono due componenti che dobbiamo essere capaci di fondere insieme: quella liturgico-spirituale e quella affettivo-familiare. Per penetrare con il cuore questa caratteristica unica del nostro Dio – distante anni luce dalle logiche umane, di ieri come di oggi – è fondamentale sapere, o ricordare, che oltre agli accenni evangelici tutto ciò che ruota attorno alla Divina Misericordia è stato rivelato da Gesù a Faustina Kowalska, santa suora polacca vissuta agli inizi del Novecento e universalmente nota come “apostola” della misericordia. Capiamo la portata di questa manifestazione? È Dio stesso che ha desiderato svelarci le fattezze del Suo volto, donandoci la bellissima preghiera della Coroncina e indicandoci le tre del pomeriggio come “ora della misericordia”, per ricordarci il momento esatto in cui Cristo spirò.

Disse Gesù a Santa Faustina: “Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime, e specialmente per i poveri peccatori (…) riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione ed alla Santa Comunione riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie Divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto” (Diario, 699). Riveló anche: “La sorgente della mia Misericordia venne spalancata dalla lancia sulla croce per tutte le anime; non ho escluso nessuno” (Diario, 1182). E ancora: “L’umanità non troverà pace finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario 300).

Come detto prima, però, oltre alla conoscenza ed alla pratica nella preghiera è necessario essere in grado di trasformare in vita gli inviti ricevuti, a proposito dei quali è sempre Gesù che ne ha indicato la via: “Devi mostrare Misericordia sempre e ovunque verso il prossimo; non puoi esimerti da questo, né rifiutarti né giustificarti. Ti sottopongo tre modi per dimostrare Misericordia verso il prossimo: il primo è l’azione, il secondo è la parola, il terzo la preghiera. In questi tre gradi è racchiusa la pienezza della Misericordia ed è una dimostrazione irrefutabile dell’amore verso di Me. In questo modo l’anima esalta e rende culto alla Mia Misericordia” (Diario, 742).

Ecco dunque che il Cielo ci ha fornito sia la ricetta che il farmaco: essere misericordiosi verso il coniuge, i figli o chiunque entri in relazione con noi significa guardare oltre la pagliuzza che c’è nei loro occhi, oltre i difetti, le povertà materiali o spirituali e al di là delle mancanze o delle leggerezze perché in essi c’è innanzitutto una persona voluta e amata da Dio. Non possiamo invocare la misericordia e poi essere i primi tiranni, i primi accusatori, i primi giudici degli altri! Approcciarsi alle persone in questo modo non significa solo tradurre nella pratica il comandamento dell’amore ma provare ad amare Dio nella maniera che Lui stesso ha voluto.

La misericordia, attenzione, non è un premio vinto una volta per tutte ma un percorso, una scelta da compiersi ogni giorno e nessuno può dirsi esperto né arrivato perché le relazioni, a volte, mettono a dura prova; la cosa importante è non lasciarsi abbattere ma vincere quotidianamente pigrizia e mentalità dominante per amare e lasciarsi amare, sentirsi perdonati e sforzarsi di perdonare. Guardare al marito, alla moglie, ai genitori, ai figli, ai parenti, agli amici o ai colleghi con gli occhi della misericordia, allora, non vuol dire essere illusi, disincantati e disposti a subire passivamente offese o soprusi ma provare ad andare al di là della scorza puramente umana per scorgere l’anelito divino e la bontà che Dio ha posto nel fondo del cuore di ciascuno di noi. Solo così potremo essere veramente coerenti con quanto pronunciamo nel Padre Nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Che bellezza, che grandezza, che sconcertante modernità l’amore misericordioso di Gesù! Altro che favolette per deboli … questa sì che è roba forte! Preghiamo, quindi, di essere capaci di accogliere e vivere questo messaggio straordinario ed essere pronti ad unirci, con le labbra ma soprattutto con il cuore, al coro che inneggia: “Misericordias Domini in aetenum cantabo!”.

Fabrizia Perrachon

Perdono: la toccante lezione di una testimonianza autentica

Una delle parole chiave del tempo di Quaresima – che con il Triduo che inizia oggi, Giovedì Santo, entra nei momenti culminanti – è perdono; difficile non solo da concedere o da chiedere, a volte siamo in difficoltà nel doverlo spiegare ai nostri figli, a chiunque desideri condividere qualche riflessione profonda ma persino a noi stessi. 

Nel Vangelo di Matteo leggiamo: “Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».” (Mt 18, 21-22). Non sono certo le capacità nel fare i conti a permetterci di raggiungere un risultato così umanamente difficile quanto piuttosto la matematica del cuore, possibile solo in un autentico cammino alla sequela di Gesù.

Provvidenzialmente, ho ricevuto da un amico la testimonianza che vi propongo di seguito: penso che sia una tra le lezioni più toccanti che abbia mai letto a proposito del perdono e che sicuramente ben ci fa comprendere che cosa significhi “settanta volte sette”, a maggior ragione adesso che stiamo per vivere i momenti più intensi di tutto l’anno liturgico. Che il perdono sia dono, frutto e anticipo della Resurrezione. Buona lettura e Santa Pasqua a tutti!

Maïti Girtanner, svizzera, nata a Aarau nel 1922 da madre francese e padre svizzero da cui ereditò la fede, si trovò a vivere con la famiglia in Francia durante l’occupazione tedesca. Grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, si prodigò per aiutare la popolazione francese occupata ed entrò, con altri giovani nella resistenza francese. Catturata nell’autunno 1943 e condotta in una villa requisita dalla Gestapo nel sud ovest della Francia subì, per mano di un giovane medico tedesco soprannominato Léo, trattamenti sperimentali su tutto il corpo che avevano lo scopo di far confessare i prigionieri. Tali trattamenti, durati per quattro mesi, tra il 1943 e il 1944, provocarono nel suo corpo lesioni tali da non permetterle in seguito di avere figli e suonare il pianoforte, che per lei, pianista, era la vita.

Maïti, già durante il periodo trascorso nella resistenza non nega la sua fede in Dio. Infatti scriverà in seguito: «Si sarà capito da tempo, credo, che la fede nel Dio dell’amore è il cuore della mia vita e ho sempre avuto la preoccupazione di condividerla con chi era attorno a me, semplicemente perché non mi sento in diritto di tenere per me, per egoismo, un tesoro ricevuto gratuitamente. A quanti erano candidati all’attraversamento della linea di demarcazione, avevo tentato di mostrare la forza e il conforto donato da Dio». La stessa capacità di incoraggiare le persone, lo dimostra anche nel tempo di prigionia. Infatti, come lei stessa dirà: «Tentando di fissare su Dio lo sguardo dei compagni di prigionia non avevo paura di parlare a loro della morte e della vita eterna, la quale non è una bella favola utile per far ingoiare la pillola della morte. E’ una relazione con Dio con gli altri che non conoscerà più limiti, impedimenti, delusioni. Questo incontro con Colui che ci ha creato sarà la cosa più importante, più sconvolgente della nostra esistenza».

Quanto Maïti diceva ai suoi compagni di sventura non fu ascoltato solo da loro ma anche indirettamente dal dottor Léo, il quale quarant’anni dopo le telefonò per chiederle di vederla. Malato di cancro, cercò a Parigi colei che aveva torturato, si presentò nella sua casa e le disse: «Non ho mai dimenticato ciò che lei disse agli altri prigionieri riguardo alla morte. Sono sempre stato stupito dal clima di speranza che lei aveva instaurato. Adesso ho paura della morte. Desidero capire meglio». Maïti, lo invita a riguardare alla sua Vita passata, al suo essere divenuto un carnefice. Colui che l’aveva ridotta in fin di vita ora era davanti a lei. Le chiese: «Lei parla del paradiso promesso da Dio. Sono di origine cristiana. Crede ci sia un posto per persone come me in paradiso?» Maïti gli rispose: «C’è posto per tutti quelli che, qualunque sia il peso del loro peccato, accettano di accogliere la misericordia di Dio».

Il colloquio durò più di un’ora al termine del quale il dott. Léo si alzo e le chiese: «Perdono. Le chiedo perdono. Cosa posso fare adesso? Come posso riparare il male commesso?» «Solo con l’amore, la sola risposta al male è l’amore». «Istintivamente, – scrive Maïti – presi il suo volto tra le mani e lo baciai. In quel momento seppi che l’avevo veramente perdonato». Questa donna, divenuta dopo la guerra, terziaria domenica, aveva pregato per quarant’anni per il suo aguzzino, Come lei stessa scriverà: «Compresi che era possibile attraversare il tunnel del dubbio e arrivare al perdono». 1

Fabrizia Perrachon

1 per chi desiderasse approfondire, si tratta del libro: “Resistenza e perdono”, Edizioni Itaca, di Maïti Girtanner (Anno: 2022 – 144 pagine,ISBN/id: 9788852607127).

Il ricordo prezioso di quelle umili Vie Crucis

Una delle pratiche più importanti della Quaresima è senza dubbio la Via Crucis, pregata soprattutto dalle persone di una certa età ma riscoperta anche tra i giovani. Un pio esercizio che nella mia parrocchia è molto sentito tanto che, ogni venerdì, ne sono pregate ben due: una pomeridiana, in Chiesa, prima della Santa Messa ed una serale, all’aperto, animata dai bambini e dai ragazzi del catechismo. Non male, direi, se consideriamo l’aridità spirituale con la quale, sempre più spesso, dobbiamo fare i conti nell’attuale società.

La Vie Crucis che ricordo con maggiore affetto e commozione, tuttavia, sono quelle che teneva Don Erminio Nichetti, l’anziano coadiutore della nostra comunità che con la sua fede integerrima, la sua umiltà disarmante e la sua straordinaria spiritualità ci ha sostenuto per tanti anni, fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta nel torrido luglio del 2023. Questo sacerdote, ex-missionario in America Latina, ha portato una profondità religiosa in mezzo  a noi che sono certa rimarrà a lungo: lo si vedeva sostare per diverso tempo in preghiera dopo la celebrazione del Sacrificio Eucaristico perché,  com’era solito ricordarci, “al termine della Messa è come se stessimo scendendo dal Calvario, non possiamo far finta di non aver visto Gesù morire in Croce”.

Ciò che porto indelebile nel mio cuore, come accennavo poc’anzi, sono innanzitutto le Vie Crucis che preparava per il venerdì sera alle ore venti e che pregavamo all’interno della chiesina di campagna nella quale ha svolto il suo ultimo incarico terreno. Nella semplicità e nell’umiltà di quell’edificio – che rispecchiavano perfettamente le virtù dell’anziano sacerdote – eravamo soliti raccoglierci in pochi ma con un desiderio di pregare e di ascoltare le sue meditazioni che ci facevano vincere la stanchezza, il freddo e la pigrizia. Quell’appuntamento, divenuto ormai imprescindibile, scandiva con dolcezza la nostra settimana tanto che non avremmo mai rinunciato, anzi: sempre in compagnia di nostro figlio, allora piccolino, e spesso di nostra nipote, il ritrovarci ogni venerdì sempre allo stesso posto e alla stessa ora ci rendeva consapevoli che stavamo facendo qualcosa di estremamente prezioso per la nostra anima, non solo per quei tre quarti d’ora, ma per tutti i giorni seguenti, fino al venerdì successivo. Finita la Quaresima, sentivamo una forte mancanza: quei momenti di raccoglimento, genuini e sinceri, avevano portato così tanto bene nelle nostre anime che la loro interruzione ci sembrava quasi un torto. Altro che digiuno! Quelle Vie Crucis erano delle vere leccornie spirituali che ci saziavano completamente l’anima e non ci facevano sentire alcuna mancanza. Non erano più un sacrificio ma un’esigenza, un dolce dovere del cuore cui anelavamo e di cui avevamo realmente bisogno.

Ogni venerdì la nostra cara guida spirituale, che da un pezzo aveva superato gli ottant’anni, stampava i foglietti con le varie stazioni e le meditazioni tutto rigorosamente prodotto da lui: scritti, contenuti e stampa. Ci metteva il meglio delle sue conoscenze e capacità, spendendo molte ore e prodigandosi che fosse sempre tutto preciso e puntuale: quanta cura, quanta attenzione aveva per ciascuno di noi! Tutto doveva essere perfetto perché era immagine non solo della sua premura nei nostri confronti, quanto piuttosto dell’amore che Nostro Signore, protagonista del cammino del dolore, ha per tutti noi. Così strutturata, la Via di Gesù diventava l’occasione per riflettere con profondità sui dolori che, nel mondo, affliggono donne, bambini ed emarginati, gli ultimi degli ultimi che tanto assomigliano a Gesù sofferente; essendo stato missionario in Venezuela e Guatemala, il nostro sacerdote ben conosceva le sofferenze delle categorie sociali più svantaggiate, non perdendo occasione per fare dei parallelismi e aprirci in questo modo la mente su realtà lontane che troppo spesso ignoriamo o non conosciamo.

Vissute così, quelle Vie Crucis ci aiutavano ad essere più empatici non solo verso il dolore di Cristo ma anche verso quello che ancora troppi fratelli e troppe sorelle patiscono in questa vita; ma, soprattutto, ci facevano sentire uniti tra noi e con Dio perché permettevano di capire che il dolore non è mai inutile né fine a stesso ma che diventa lo strumento maestro per aprirci alla forza e alla bellezza della fede, nella speranza della Resurrezione. Quanto valore avevano quelle Vie Crucis! Grazie a Don Erminio avevamo riscoperto un pio esercizio di preghiera attuale e modernissimo, conoscendo aspetti sempre nuovi di Gesù ai quali, magari, non avevamo mai pensato. Il mio augurio è che ciascuno possa incontrare una guida spirituale così, capace di amare e di far amare il Buon Dio sopra ogni cosa.

Fabrizia Perrachon 

19 marzo, San Giuseppe: “Ecco perchè oggi festeggiamo i papà!”

Giuseppe, lo sappiamo, di Maria era promesso

ma qualcuno, tra loro, fece il suo ingresso;

da un sguardo caduto sul suo addome

egli s’accorse che era un pancione:

“Maria che hai fatto?” pensò nel cuore

e si allontanò per diverse ore.

Nel sonno, però, venne un angelo da Lassù:

“Non temere, è arrivato Gesù!

I tuoi piani non stravolgere completamente,

di lui sarai padre veramente, 

qui sulla terra insieme a Maria

come aveva profetizzato perfino Isaia”.

Un po’ sconvolto e un po’ turbato

Giuseppe dalla fidanzata è tornato:

“Maria, una famiglia noi siamo,

insieme a Gesù lo sai che ti amo”.

Fu così che iniziò una grande avventura,

anche se i conti con una mezza sciagura

di fretta e di furia dovette affrontare:

“Veloci a Betlemme a farvi registrare!”.

Giuseppe e Maria si mettono in cammino

anche se è imminente l’arrivo del Piccino;

quanti passi fatti a piedi, senza lamento,

con lo sguaro su Maria vigile e attento.

In città non c’è posto per loro

si sentono dire come in un triste coro;

“Gesù dove nascere potrà?”

“Vieni, c’è una grotta poco più in là”.

E così, forse un po’ impaurito,

Giuseppe solo ha assistito 

alla nascita del Redentore,

nel momento in cui tutte le ore

per un attimo si sono fermate

perché le leggi per sempre erano cambiate. 

“Così tenero, piccolo e delicato,

eppure per il mondo è stato mandato,

per sconfiggere la morte e il peccato 

affinché ciascuno di noi sia riscattato”.

Giuseppe sapeva ma a nessuno diceva

che la sua sposa era una nuova Eva,

madre e figlia nello stesso momento

per dono di Grazia e vero portento.

Quante cose ha dovuto sopportare,

quanto legno ha saputo lavorare,

quanti sguardi d’amore per il fanciullo

anche quando tutto si faceva brullo

e di nuovo, improvvisamente, scappare

perché la vita di Gesù bisognava preservare.

Che dire poi di quel giorno nel tempio 

quando, scambiato per empio,

Gesù sembrava da tutti scappato:

“Con chi mai si sarà allontanato?”.

Ancora un volta, in silenzio e preoccupato,

Giuseppe in marcia si era incamminato,

sempre accanto alla sua Maria:

“Speriamo di trovarlo, mogliettina mia”.

Gesù, invece, tranquillo se ne stava

perché la Legge del Padre ora insegnava:

“Non sapevate che Lui devo testimoniare 

affinché la gente si possa salvare?”

Giuseppe capisce che l’ora si sta avvicinando

e che quel figlio la storia sta mutando,

“Chissà quanti giorni ancor qui passerà 

prima che in croce trafitto sarà”.

Giuseppe non vide quel grande tormento 

ma dal Cielo senz’altro ne fu sgomento:

guardare il figliolo con cattiveria oltraggiato

e senza pietà percosso e flagellato;

come il peggior criminale mai esistito, 

non gli fu risparmiato nemmeno un dito

ma tutto grondante di sangue e sudore

alle tre tornò dal Padre, il nostro Creatore.

 

Non una parola di Giuseppe è stata riportata

eppure la Bibbia è un’opera accurata;

forse perché è più importante ricordare

non come egli abbia potuto parlare

ma quello che i fatti hanno raccontato:

grande esempio ben proporzionato

tra rispetto, fede e obbedienza,

amore, dedizione ed esperienza.

San Giuseppe fu sposo e papà,

autentico maestro di somma pietà

perché a Maria e a Gesù ha donato 

ciò che mai sarà dimenticato,

tanto appoggio e altrettanta virilità 

il tutto condito da profonda umiltà. 

Ecco perché oggi festeggiamo i papà!

In Giuseppe hanno un’immagine di santità 

a cui tutti sono chiamati:

fatevi forza, non siete scusati!

Questo falegname, com’è scritto nel Vangelo,

vi fa da apripista per il Cielo;

si può essere Lassù, felici e beati,

anche se padri e da anni sposati 

anzi è proprio questa condizione

ad essere sicuro segno di vocazione: 

se moglie e figli con amore e affetto

si portano nel cuore, oltre che sul petto,

per vivere ogni giorno con pazienza e fedeltà 

perche è così che alla vita un sapore si dà.

 

Immagine potente di castità e purezza 

in te abbiamo un modello di saggezza 

e quel giglio bianco e profumato,

semplice simbolo per te usato,

ci ricorda che Dio mai ci abbandona 

pur se la tempesta a volte risuona

perché mai lasciato solo è 

chi confida nell’unico Re. 

Anche se le prove non mancheranno 

tutti in Giuseppe un appiglio riceveranno:

vera impronta del Padre onnipotente

egli è patrono di ogni morente 

perché tra le braccia di Maria e Gesù 

è passato da questa terra alla vita di Lassù,

per sempre in Paradiso beato 

dopo aver tanto faticato.

Anche questo a noi succederà 

se già in vita avremo praticato la carità:

ti preghiamo, Giuseppe, resta a noi vicino 

finché un dì saremo con te, accanto al Bambino.

Fabrizia Perrachon 

Gli sposi cristiani davanti alla vocazione dei figli: che fare?

Nel rito del matrimonio cattolico il sacerdote formula agli sposi alcune domande tra cui: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?”. La risposta è sempre affermativa ma i novelli coniugi ne sono veramente e pianamente consapevoli? Come si affronta, quando arriva il momento, la vocazione dei figli? E quando essa comporta il sì totale al Signore?

Il matrimonio è una vocazione dalla quale – nel caso in cui generi prole – nascono nuove vocazioni, un seme da cui nasceranno delle piante che a loro volta saranno semi per il futuro di altri essere umani e così via, partecipando fisicamente e attivamente al soffio creativo di Dio; non per niente, se pensiamo all’etimologia stessa del verbo procreare, l’essenza del matrimonio cristiano è proprio quella dell’apertura alla vita, secondo i piani di fecondità che il Signore ha per ciascuna coppia, che non si esaurisce esclusivamente nella fertilità biologica. Gli sposi, quando nel momento della loro solenne promessa davanti a Dio dichiarano di volersi impegnare all’educazione cristiana degli eventuali figli, devono essere consci che uno dei suoi frutti potrebbe essere quello di predisporli a ricevere la chiamata al dono totale della vita a Dio nello sfaccettato panorama degli ordini religiosi, sia maschili che femminili. Ma è davvero così?

Quanti genitori sono effettivamente pronti, e felici, se un giorno il figlio dicesse: «Mamma, papà, desidero diventare sacerdote» o la figlia: «Mamma, papà, mi piacerebbe farmi suora»? In molti casi, purtroppo, la vocazione alla vita religiosa non è accolta con gioia ma si macchia di paura, mille interrogativi e tanti dubbi se non addirittura tramutandosi in un vero e proprio tormento, per coniugi e prole, anche se a monte c’era stato un impegno solenne che dovrebbe rendere tutto questo non solo naturale ma naturalmente gradito. Il matrimonio cristiano, insomma, è davvero una culla accogliente nel caso in cui il Signore chiami i figli a consacrarsi? Ci sono dei percorsi o delle strategie che possano aiutare gli sposi a non essere un ostacolo ma un trampolino di lancio verso quello che Dio vuole dai figli?

Tra le tante proposte esistenti in tutta Italia, mi sento di consigliare ciò che conosco personalmente ossia i progetti che i Padri Carmelitani della provincia ligure propongono da tanti anni, in particolare la “Seminario experience” e il “Monastero invisibile”. Nel primo caso si tratta di due giorni – sabato e domenica – a stretto contatto con la vita dei seminaristi e del seminario del Bambin Gesù ad Arenzano (GE), rivolta ai bambini e ragazzi dai nove ai quattordici anni unitamente ai loro genitori. Per quarantotto ore si condividono tutti gli aspetti della vita in convento: dalle preghiere allo studio, dai momenti di gioco ai pasti, dal servizio caritatevole ai membri della comunità a quello in chiesa, dormendo assieme a loro e sperimentando concretamente come potrebbe essere l’inizio pratico della vita carmelitana; se poi effettivamente la chiamata sarà al sacerdozio, il Signore porrà indelebile questo desiderio nel cuore del singolo nonché aiuterà i padri formatori nel vagliare l’autenticità della vocazione.

In questo modo, però, sia i figli che i genitori sono presi per mano e accompagnati dolcemente verso un discernimento maturo e cosciente, che spazzi via ogni timore e si apra a “quello che Dio vuole da te”.

Il “Monastero invisibile”, invece, è l’impegno a far parte di comunità di preghiera virtuale che, al di là dei confini fisici di un edificio in muratura, prega per le vocazioni, in particolare il primo giovedì di ogni mese. I Padri Carmelitani, sul loro sito internet, mettono a disposizione un sussidio e lasciano la libertà di scegliere l’orario più consono ai propri impegni, articolato sulle ventiquattro ore.

Sappiamo bene che “La messe è molta, ma gli operai sono pochi!” (Mt 9. 37) ed è proprio per questo che la vocazione sponsale deve dedicarsi alla vocazione della prole perché solo così sarà veramente cristiana, realmente fertile e sicuramente produttiva. Certo, molte volte i genitori proiettano sui figli desideri e aspettative che non hanno potuto o voluto soddisfare loro stessi, ma la responsabilità educativa comporta anche la maturità di lasciarli andare se Qualcuno di ben più grande li chiama a partecipare all’avvento del Regno in maniera speciale.

Proprio perché ogni vocazione è necessaria alla realizzazione dei piani di Dio, gli sposi non devono trattenere ma accompagnare i figli quando il Signore bussa alla porta del cuore per seguirLo nella vita religiosa. I coniugi cristiani, insomma, non devono temere di perdere il frutto del loro amore perché Dio non toglie mai ma dona sempre e quel discendete del “virgulto di Iesse”, sacerdote o suora che sia, non sarà un figlio o una figlia in meno ma il compimento della propria vita sponsale che è stata capace di accogliere e far maturare una risorsa preziosissima per la Chiesa intera.

Fabrizia Perrachon 

Per saperne di più sul Seminario di Arenzano (GE): https://www.seminarioarenzano.it/index.php  

Per info sul “Monastero invisibile”: https://www.seminarioarenzano.it/index.php/seminario/monastero-invisibile

Una donna in particolare non possiamo dimenticare

Nella Bibbia è scritta una cosa importante:
anche se le donne sono proprio tante
una su tutte non possiamo dimenticare
perché la storia ha fatto cambiare.
No, non si tratta di quella che la mela ha mangiato
e così dall’Eden tutti quanti ci ha cacciato,
ma di una ragazza che un giorno lontano
ha reso possibile un grande piano:
che Dio, eterno e onnipotente,
si facesse davvero vicino alla gente.

Questa fanciulla, giovane e pura,
non si è fatta prendere della paura
ma un annuncio totalmente inaspettato
con grande coraggio ha subito accettato.
Qualcosa di nuovo, allora, è successo:
l’uomo non sarebbe più stato sottomesso
alle conseguenze di quel primo peccato
perché Qualcuno ci avrebbe riscattato.
È nata così una nuova umanità,
fatta non solo da grande santità
ma anche da lacrime, sangue e dolore,
che con il loro immenso valore,
hanno scardinato il male e la morte
e permesso pertanto di aprire le porte
a quello che l’uomo da sempre cercava
e a cui con altrettanta costanza anelava:
vivere accanto a Dio con il sorriso
per sempre felice nel Paradiso.

Questo è avvenuto come un soffio di vento,
in silenzio e in gran nascondimento,
non nella casa di un ricco sovrano
con la pancia piena disteso sul divano
ma da una ragazza che con la sua umiltà
ha detto sì con generosità.
È a Maria che tutte le donne devono guardare
se qualcosa di vero vogliono imitare
perché in Lei si uniscono tutte le qualità
per dare valore alla nostra quotidianità.
Le donne sanno essere speciali
non solo perché belle, colte o leali
ma in quanto hanno un modello grandioso
che riesce ad attirare ogni curioso.
In un mondo dove conta solo apparire
ci si può realizzare pur senza trasgredire:
non è importante mostrarsi per ore
ma quello che si porta dentro nel cuore.
L’8 marzo, allora, dobbiamo festeggiare
una donna speciale, che fa ancora sperare:
piena di grazia e di purezza
ci mostra un’eterna bellezza,
senza tempo e senza compromessi,
lontana da illusioni e falsi successi.

Maria è il capolavoro del creato
perché in Dio finalmente ha trovato
il tesoro nascosto, quello prezioso,
dolce, autentico, delizioso
in grado di cambiare la propria esistenza
e trasformarla fin nell’essenza.
In Maria abbiamo la gemma più bella,
madre, avvocata e sorella,
modello per tutte le donne del pianeta,
vero esempio e somma meta,
compendio di grazie e di virtù:
non scoraggiarti e prova anche tu!
Allora davvero sempre festa sarà
perché pieno d’amore il tuo cuore vivrà.

Fabrizia Perrachon 

C’è un giudice in Alabama!

Parafrasando la celeberrima espressione di Bertold Brecht, con grandissima soddisfazione possiamo affermare che c’è un giudice in Alabama (finalmente)! Mi riferisco alla notizia più importante che ho letto negli ultimi giorni, quella relativa alla sentenza emessa dalla Corte Suprema del suddetto Stato americano che ha decretato che anche gli embrioni congelati per la fecondazione artificiale sono bambini quindi essere umani veri e propri

La cosa più curiosa di tutta la vicenda sono i titoli utilizzati nei giornali nostrani: quelli che hanno deciso di pubblicarla hanno usato espressioni come “sentenza shock”, “clamorosa”, “che mette a rischio i diritti riproduttivi”, “sentenza senza precedenti”, “che ostacola la riproduzione assistita” ma anche “scandalosa e inaccettabile”. Secondo voi cosa significa tutto questo? Non è, forse, già stato emesso un giudizio e quindi la diffusione stessa della notizia? I lettori, proprio a partire dal titolo, sono indubbiamente influenzati ad allinearsi al pensiero dominante: in questo modo si vizia forzatamente la loro capacità di giudizio, come se non la possedessero nemmeno. Per questo è fondamentale che ciascuno si formi in coscienza e conoscenza, proprio per liberarsi dalle pressioni di un mainstreaming che ci vuole tutti “zitti e buoni” al cospetto di pseudo-verità distanti anni luce dalla moralità evangelica.

Che ci sia vita umana fin dal concepimento è talmente evidente che, ben prima e ben oltre le assicurazioni scientifiche moderne di un gruppo sempre più nutrito e consapevole di specialisti, è stato scritto diversi secoli prima di Cristo; ora tutto questo viene addirittura fatto passare come shoccante e scandaloso: siamo veramente alla fiera dell’assurdo! Penso che non servano molte parole né commenti perché basta leggere il Salmo 139 per edificarsi e capacitarsi che nel nostro DNA è impresso quello del Creatore e che non servano chissà quali esperimenti per capire che, anche se minuscoli e appena concepiti, siamo creaturine e non un grumo di cellule. “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre […]Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,ricamato nelle profondità della terra.  Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno.” (Sal 139, 13 e 15-16). Che saggezza, che ricchezza la Parola di Dio! Questi sono gli autentici fondamenti non solo della fede cristiana ma della vita umana, che sicuramente si scontrano con la mentalità attualmente dominante ma non dobbiamo indietreggiare perché Gesù ci ha rassicurato: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33).

È di grande gioia e conforto sapere che il giudice dell’Alabama, Tom Parker, ha utilizzato gli stessi riferimenti e detto le stesse cose che affermo da tempo, sia quando parlo con parenti, amici o parrocchiani sia quando vengo chiamata a dare mia testimonianza sull’esperienza dell’aborto spontaneo, vissuto con mio marito quasi dodici anni fa. Questo mi dimostra, una volta di più, ciò che recita un altro Salmo: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.” (Sal 19). Non serve essere dei luminari per assaporare ed apprezzare ciò che dice Dio perché è sufficiente aprire il cuore: questo permetterà di spalancare occhi e orecchie alla Verità e fuggire da quanto cerca di propinarci il sistema dominante, che sembra proprio abbia come obiettivo quello di appiattire l’esistenza ad un misero susseguirsi di fatti dettati solo dal “dio-io”.

A volte sembra che ogni cosa sia sbagliata: hai desiderio di diventare mamma? Sei retrograda perché i figli rovinano la carriera, l’indipendenza e la libertà, si può essere donne pienamente realizzate senza assolvere all’obbligo di diventare madri! Però se vuoi un figlio a tutti i costi, scontradoti magari con situazioni che non lo permettono o forzando il piano della Provvidenza, avanti, accomodati, puoi provare ogni tecnica possibile e immaginabile, congelando perfino embrioni per essere usati a piacere, tanto non sono persone! Vedete che paradossali e assurdi cortocircuiti mentali abbiamo davanti a noi? Ma siamo più intelligenti di così e meritiamo ben altro, sicuramente molto di più del tutto e del contrario di tutto con cui tentano di anestetizzare le nostre coscienze, anche perché basta così poco per smascherare queste assurdità e ripensare completamente al valore sacro della vita, dono unico ed irripetibile di Dio! Abbiamo da secoli la Bibbia, santi sacerdoti e validissimi predicatori, possiamo informarci in ogni modo e con ogni mezzo e, grazie a Dio, abbiamo anche qualcuno che finalmente ha utilizzato la propria autorità umana per aprire il vaso di Pandora e ci ha messo davanti all’evidenza … c’è davvero un giudice in Alabama!

Fabrizia Perrachon 

P.S.: per ascoltare le mie testimonianze è sufficiente accedere ai miei profili social (Instagram e Facebook) oppure collegarsi ad uno dei seguenti link: testimonianza al Santuario del Bambin Gesù di Arenzano, intervista con Paolo Belluccio oppure intervista pubblicata sul canale Il Tempo di Maria. Da sola posso fare poco da insieme possiamo qualcosa di grande e nuovo: dar voce a tutti i bambini non nati!

“Se Dio è con noi siamo la maggioranza”

Questa frase, pronunciata da San Giovanni Bosco, ben riassume le catechesi con cui Don Renzo Bonetti e Padre Luca Frontali hanno incoraggiato il gruppo di blogger ed evangelizzatori social che si sono dati appuntamento domenica 18 febbraio 2024 presso l’auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). A tratti non mi sembra ancora possibile di far parte di questa rete, meravigliosa e variegata, piena di carismi diversi ma tutti importanti e preziosi. Il Buon Dio ha voluto farmi davvero un dono grande nel permettermi di conoscere persone, coppie, famiglie e associazioni che spendono vita, energie, immaginazione e buona volontà per la fede, nella logica squisitamente evangelica del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8); sapere che non si è un piccolo Davide davanti al Golia del mondo è davvero rassicurante e ci permette di proseguire sulle strade di Cristo con la certezza di non essere soli ma di avere vicino tanti fratelli e sorelle che camminano nella stessa direzione.

Questa rete di testimonianze cristiane, diffuse attraverso vari social network, è qualcosa di assolutamente inedito nel panorama nazionale; ci è stato ribadito, domenica, con forza e chiarezza, per renderci consapevoli – e nello stesso tempo responsabili – di ciò a cui ci sta chiamando Gesù: un progetto grande ben più di ognuno di noi e ai quali dobbiamo guardare non come un punto di arrivo ma di partenza.

Lo Spirito Santo dev’essere il collante, il “septiformis munere” che guida e illumina contenuti, post e quanto pubblichiamo online, affinché sia sempre veicolo autentico e veritiero della Buona Novella. Le nostre parole, insomma, non devono mai tradire né adombrare la Parola, l’unica vera, certa ed eterna e l’affetto sincero deve accompagnare i nostri rapporti, fondati sulla roccia che è Cristo, il quale ci ha detto che“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35), in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19”).

La ricchezza dello scambio, infatti, non è solamente tra noi – blogger, scrittori, evangelizzatori, animatori liturgici, volontari di associazioni, conduttori radiofonici ecc … – ma soprattutto con il nostro pubblico o con i fruitori dei servizi che offriamo; la collaborazione, insomma, non è ristretta o riservata, anzi, si rivolge a tutti, nella diversità degli aspetti trattati e nella comunione con Cristo, per Cristo e in Cristo. Che potenza straordinaria in tutto questo! L’unione non fa solo la forza ma piuttosto la differenza; come dico spesso, da sola posso fare poco ma insieme possiamo fare qualcosa di davvero nuovo: comunicare la bellezza e la gioia della fede. La cosa ancora più eccezionale è che lo scambio non è mai a senso unico ma si muove in entrambe le direzioni: dono quanto ricevo e viceversa, in una scambievole e rinnovatrice fonte di informazioni, stimoli e preghiere.

Il testimone insomma, e ciascuno di noi è chiamato ad esserlo, riceve qualcosa senza trattenerlo per sé ma donandolo a sua volta, allineandosia ciò che proclama il Salmo: “la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice” (Sal 19, 8). Nessuno è un super-eroe ma con la forza di Gesù si diventa capaci di proclamare ed annunciare le meraviglie del Suo amore nel contesto in cui siamo chiamati non solo a testimoniare ma a vivere.

Seppur la nostra rete graviti intorno alla sacralità del sacramento del matrimonio, gli argomenti toccati sono molteplici: Padre Luca ne ha evidenziati ben tredici e chissà Dio, nei suoi piani, che altro vorrà donarci per condurci alla pienezza. Il Cielo è generoso oltre ogni umana immaginazione e risponde a una logica che è vantaggiosa innanzitutto per noi, laddove si concretizza nel “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6, 38); questa misura, che quasi non si può contenere, è tutto ciò che manca al mondo e ai suoi meccanismi, sempre improntati al guadagno, al risparmio di tempo e di denaro, all’utilitarismo cieco che finiscono con lo svuotare di senso le relazioni, i sentimenti e le amicizie, travolgendo tutto e tutti con un vuoto cosmico che sembra fagocitare qualsiasi sprazzo di bello sia rimasto in questa vita. Ma noi siamo stati creati per cose ben più belle e durature!

È importante capire che, se sono in grado di veicolare contenuti spirituali, sui social è possibile spendere anche del tempo di qualità, per arricchire le giornate – o i ritagli di tempo – con qualcosa di veramente prezioso, ben al di là di reel o post che, pur magari attraendo con immagini e musiche di tendenza, si scoprono poi essere decisamente carenti, se non totalmente vuoti, di concetti meritevoli non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello umano o educativo. Se è vero, infatti, che dovremo rendere conto a Dio di ogni istante della nostra vita, capiamo che l’urgenza della presenza cattolica sui social è quanto mai indispensabile e necessaria. Che gioia sapere che Maria ci chiama ad essere le sue “mani tese”, come più volte ha detto a Medjugorje! Rimanendo uniti a Gesù e tra di noi siamo davvero la maggioranza più forte ed importante che si sia, capace di attirare moltissime persone perché, lungi dal criterio del numero chiuso,  “il Signore è vicino a chiunque lo invoca” (Sal 145, 18).

Tutti siamo chiamati a collaborare, a testimoniare, ad annunciare perché basta un’immagine, una massima, una condivisione a far circolare la fede. Certo, l’impegno costante porterà frutti maggiori senza e solo se si mette al centro Dio. Concludo lasciandovi una frase che ci ha detto Don Renzo domenica: “I blogger sono i missionari moderni: seminano comunicazione per raccogliere comunione“.

Fabrizia Perrachon 

Vivere in famiglia il tempo di Quaresima

Ieri, 14 febbraio, è iniziato il tempo di Quaresima, scandito dal rito d’imposizione delle Sacre Ceneri e dall’esortazione “Convertitevi a credete al Vangelo” (Mc 1, 15), non certo casuale: siamo all’inizio del racconto di Marco quando Gesù, dopo i quaranta giorni di digiuno nel deserto, inizia la vita pubblica con la chiamata dei primi apostoli.

Sicuramente noi cattolici, agli occhi di molti, possiamo apparire demodé ma è proprio questo che deve spingerci a riflessioni profonde: perché il mondo rifiuta la sobrietà che la Chiesa propone in queste settimane? E perché, al contrario, è fondamentale vivere in famiglia il tempo di Quaresima?

L’attuale società, piegata e piagata dal “tutto e subito” non è più allenata al senso del dovere e al sacrificio: se basta un’app sullo smartphone per comandare accensione e spegnimento degli elettrodomestici, controllare l’antifurto e quant’altro, che bisogno abbiamo ancora di faticare? Se si può diventare e ricchi e famosi senza sforzo, senza istruzione e senza scrupoli, perché dobbiamo sudare sui libri, dedicare tempo ed energie a guadagnarci un titolo di studio per raggiungere, poi, un posto di lavoro onesto? Se con i soldi posso comprarmi persino il partner, da cambiare come e quando voglio, perché impegnarsi in una relazione stabile?

Ecco che la Quaresima diventa la salvezza, punto di partenza e non di arrivo: proponendo un modello alternativo, rigoroso ma coinvolgente, ci permette di staccarci dal decadimento cognitivo e morale che ci avvolge, di fare silenzio dentro e fuori di noi e di ristabilire il giusto ordine delle cose e delle persone con cui condividiamo la vita.

I frutti del cammino quaresimale sono intensificati se vissuto in famiglia, sostenendosi l’uno l’altro: il marito sarà spronato dalla moglie e viceversa, i figli vedranno un esempio da seguire nei genitori e questi ultimi potranno insegnare qualcosa di meraviglioso, duraturo ed efficace. Certamente l’impegno dei singoli è fondamentale ma la condivisione, ancora una volta, si dispiega in tutta la sua potenza di testimonianza autentica, di vita vissuta. Come possiamo trasmettere la fede senza essere i primi a viverla? A che cosa varranno le nostre parole se non le mettiamo in pratica?

In qualità di chiesa domestica, la famiglia è il primo e più importante nucleo nel quale tutti i suoi membri possono e devono trovare una fonte d’ispirazione nella quale radicare il proprio percorso religioso. Insegnare ai figli il senso ed il valore del digiuno quaresimale significa mostrar loro concretamente che il Signore non ha bisogno della nostra rinuncia in se stessa ma della nostra disponibilità a farGli spazio nel cuore, nella mente e nel tempo delle nostre giornate. Un pasto frugale o più leggero del solito, magari anche il digiuno a pane ed acqua, se consumato insieme allo stesso tavolo può saziarci assai più di tanti piatti calorici perché il fare posto a Dio diventerà naturale quanto necessario, impegnativo quanto bellissimo.

«Non vendere l’anima al mercato del mondo, perché è troppo preziosa. Qualunque prezzo che il mondo la paghi è sempre irrisorio in confronto al suo valore. Non venderla, perché il mondo non può pagare il suo prezzo che è il sangue di Cristo sparso sulla croce»: il motto di San Charbel – eremita libanese nato al Cielo nel 1898 – si trasformerà allora nel  programma ideale da seguire non soltanto in Quaresima ma, più in generale, nell’ideale stesso della vita stessa perché la sobrietà sarà diventata la cifra stilistica di una fede reale e concreta, vissuta da vicino più che letta in qualche manuale di biblistica oppure sbirciata da lontano.

Nella specificità di ogni nucleo si potranno mettere così in pratica idee differenti, suggerite da ogni membro: la condivisione sarà sia nella proposta che nell’attuazione, in un’attenzione per chi ci sta accanto che profuma davvero di Gesù.  Vivere la Quaresima in famiglia diventerà un tempo stesso per la famiglia, nel quale non solo offrire qualche rinuncia insieme ma nel pregare insieme, nel trovare più spazio per gli altri, nel riconciliarsi, nel perdonarsi. I quaranta giorni di deserto, allora, diventeranno più fertili di ogni immaginazione perché avranno portato dei frutti duraturi, gettati sul terreno buono di un cuore diventato capace di accoglierli e farli germogliare.

Fabrizia Perrachon

Possedere vs amare: per un San Valentino consapevole

Il 14 febbraio, che automaticamente risuona dentro di noi come il giorno di San Valentino, si sta avvicinando con il suo carrozzone commerciale, le frasi romantiche, le dediche sdolcinate e la necessità di qualche riflessione in più. Ci siamo mai chiesti quale sia il vero significato non solo di questa festa ma il messaggio che porta con sé? Nell’ottica autenticamente cristiana a farla da padrone dovrebbe essere l’amore e non il possesso, al contrario di quanto ci propina il mondo, intendendo con esso non solo l’avere, il disporre di qualcosa di materiale ma anche la relazione che ci lega al nostro/a partner.

San Valentino è realmente esistito ed è stato un martire cristiano del V secolo; l’istituzione della sua memoria risale niente meno che a Papa Gelasio I il quale, nel 496 d.C., andò a sostituire una precedente festa pagana, quella detta dei Lupercalia, celebrata nel mezzo del mese di febbraio (tra il giorno 13 ed il 15), in onore del dio Fauno (detto anche Luperco), protettore del bestiame dalla furia dei lupi. Non solo: essa serviva come propiziazione della fertilità e della rinascita della natura, sancendo anche il passaggio all’età adulta. Ad un’idea arcaica, audace e sensuale della sessualità, la cultura cristiana impiantò una festa molto più pudica e rispettosa dell’amore; essa trae origine non solo dalla volontà di eliminare un rituale poco conforme alla moralità – quale poteva essere quello romano – ma dalla leggenda secondo cui Valentino aiutò una giovane fanciulla donandole una somma di denaro necessaria al suo matrimonio.

L’idea cristiana, dunque, si configura come un intramezzo sia dalle antiche festività pagane, troppo esplicite nell’esprimere un’idea di amore esclusivamente carnale, che alla morale contemporanea, in cui domina il concetto di possesso – fisico e materiale – piuttosto che quello di amore autentico, scambievole, maturo e duraturo nel tempo. Il cuore, insomma, più che la forma dei biglietti o dei più disparati gadget venduti ad hoc in questi giorni, dev’essere ciò che utilizziamo nella relazione amorosa, non tanto e non solo come muscolo cardiaco ma come centro spirituale del nostro coinvolgimento affettivo.

Il possedere è egoismo, l’amore è altruismo; il possedere inizialmente ti prende ma poi ti stufa, l’amore arriva per restare; il possesso chiude la porta dell’anima, l’amore la spalanca. Tutto questo come può conciliarsi con i modelli che ci vengono proposti continuamente, in un vortice di immagini e notizie in cui scartato un partner si approda subito al successivo, neanche fosse uno dei cioccolatini mangiati il 14 febbraio? La fede è sempre la risposta! Se nell’altro vediamo esclusivamente un oggetto di desiderio, da usare e consumare a nostro piacimento per poi abbandonarlo alla prima difficoltà o quando non ci soddisfa più, allora siamo distanti anni luce dall’atteggiamento di cui il nostro cuore, la nostra mente e la nostra anima sono capaci. L’amore esiste ed è possibile amare per sempre la stessa persona se ci mettiamo alla sequela di Gesù e vediamo nel marito o nella moglie non una cosa ma una persona, non un distributore di piacere ma una creatura con cui possiamo camminare insieme verso una meta comune.

Al di là delle pubblicità e delle trovate commerciali, dunque, il giorno di San Valentino può essere un’occasione propizia per fare ordine nella nostra relazione oppure per essere grati di quella che abbiamo, valorizzandola magari con un gesto inaspettato, non perché è la televisione a dircelo ma perché ci rendiamo conto che quella persona è un dono di Dio tanto quanto noi possiamo e dobbiamo esserlo a nostra volta.

Il bello dell’amore è proprio la sua reciprocità, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Gesù ci ha detto: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15, 12). Pur esistendo diverse tipologie di amore, come per esempio tra fidanzati, tra coniugi o tra genitori e figli, è proprio lo scambio che caratterizza la relazione, basata su quella che non è la fantasia irrealizzabile delle fiabe da bambini ma l’anelito che ha del divino e a Lui, quindi, sempre deve guardare.

Siamo capaci di amare, insomma, perché il Signore ci ha amati per primi; sforziamoci, perciò, di apprezzare chi abbiamo al nostro fianco anche e nonostante i suoi difetti perché anche noi siamo così, non dimenticando che è la sua presenza a regalarci momenti di gioia che ci fanno pregustare quella vera ed infinita che un giorno speriamo di godere in Cielo.

Proviamo a esprimere i nostri sentimenti con maturità, senza scivolare nel banale di una macchina commerciale così come in un’idea triste e svuotata di amore, relegata unicamente all’aspetto fisico e sensuale; così facendo, saremo in grado di essere testimoni che l’amore vero, consapevole e cristiano è possibile anche se tutto e tutti sembrano strimpellare il contrario.

Fabrizia Perrachon

Anche quel giorno, come oggi, era il giovedì grasso ma …

Oggi è il cosiddetto “giovedì grasso”, una delle giornate clou del carnevale, in cui tanti pensano alle maschere, ai travestimenti, ai coriandoli, alle frittelle, agli scherzi, ecc …. anche nel febbraio 1858 ci fu il giovedì grasso, che quell’anno cadeva il giorno 11, ma in Cielo a tutto si pensava tranne che al carnevale; già, perché l’11 febbraio 1858 ci fu un evento che cambiò la storia della fede cattolica moderna.

In Francia, a Lourdes, era una giornata particolarmente fredda e tre ragazzine, per cercare di scaldare la loro casa umida e malsana, stavano andando a racimolare dei rametti di legna nella località di Massabielle, dove il fiume Gave formava un’ansa nella quale si accumulavano parecchi detriti, tra cui appunto dei rimasugli boschivi. Vi era pure una grotta ma il luogo, lontano dal centro abitato, era piuttosto sgradevole in quanto pascolo di maiali. Toinette era accompagnata da un’amica e dalla sorella Bernadette, una quattordicenne affetta dall’asma e di salute cagionevole che rimase indietro rispetto a loro perché, prima di attraversare l’acqua, si fermò per togliere le calze e non bagnarle. Fu proprio in quel momento – era circa mezzogiorno – che un fruscio in assenza di vento attirò la sua attenzione: nella fenditura della roccia vide quella che chiamò “Aquerò“, una donna misteriosa vestita di bianco, con una cintura azzurra, sui piedi due rose dorate e un grande rosario al braccio. Anche Bernadette, d’istinto, tirò fuori dalla tasca il suo umile rosario e stava per farsi il segno della croce quando la solennità di quel gesto compiuto dalla Bella Signora la  impressionò a tal punto da rimanere quasi immobile.

In quel giovedì grasso ebbe avvio non soltanto il ciclo delle apparizioni di Lourdes ma un’ondata straordinaria di fede che avrebbe dato del filo da torcere all’anticlericalismo allora molto acceso in Francia e fatto di quel luogo la prima meta di pellegrinaggi in Europa e, al mondo, secondo solo al Santuario di Guadalupe in Messico.

Ecco come Dio opera in maniera prodigiosa, ribaltando completamente i canoni umani! Dal giovedì grasso al giovedì della Grazia, da una grotta trasandata e sporca ad un rifugio diventato purissimo in cui centinaia di migliaia di persone – da allora – trovano risposte, miracoli, consolazione, guarigioni fisiche e spirituali, la Grotta che tutti conosciamo, che in tantissimi amano e alla quale corrono con il cuore ogni qualvolta sentano il bisogno di chiedere aiuto alla Mamma o di dire anche un semplice ma grande grazie.
Diceva Bernadette: “La grotta era il mio Cielo” e anche “Madre mia, è nel vostro cuore che vengo a deporre le angosce del mio e ad attingere forza e coraggio“.

Quel giovedì grasso, prima di allora, non aveva niente di santo né di particolare: fu la presenza di Maria a renderlo unico non soltanto per la vita della giovane veggente, della sua famiglia o degli abitanti di Lourdes ma anche per noi, oggi, che ci prepariamo a riviverne la portata eccezionale, quando domenica celebreremo il 166esimo anniversario della prima apparizione e la 32esima Giornata Mondiale del Malato. Era un giovedì grasso ma il Signore non scherzò affatto, permettendo alla Madonna di manifestarsi e rivelarsi poi, il 25 marzo, come “Immacolata Concezione”, suggellando il dogma promulgato quattro anni prima da Papa Pio IX.

All’immagine del giovedì grasso – obeso di frivolezza – si contrappone non solo il ricordo di Lourdes ma anche di tutte quelle situazioni di malattia, dolore, degrado e guerra che tormentano tanti essere umani e che, come monito serissimo, parlano alla società materialistica che pensa solo al divertimento. Al di là e ben oltre il carnevale, dunque, c’è una parte di mondo che soffre ed una parte che cura, una parte che geme ed una parte che ripara, una parte che lotta ed una che prega.
Un 11 febbraio spartiacque, dunque, non solo tra un prima e un dopo temporale quando piuttosto tra un prima e un dopo spirituale, un giovedì che non strizza l’occhio ai travestimenti ma che fa cadere tutte le maschere della superficialità umana, un 11 febbraio perennemente attuale in grado di parlare a ciascuno di noi.

Fabrizia Perrachon 

«La forza della vita ci sorprende»: 46ª Giornata Nazionale per la Vita

Domenica 4 febbraio si celebrerà la 46ª Giornata Nazionale per la Vita, avente quest’anno come tema «La forza della vita ci sorprende». Nata come risposta alla terribile legge che legalizzò l’aborto, questa giornata si pone come obiettivo quello di riflettere sul valore della vita e sulle conseguenze che possiede quell’atto violento.

Le considerazioni che potremmo fare sono davvero notevoli ma proviamo a concentrarci sul valore della Vita con la “v” maiuscola ossia su quell’anelito di eternità che ciascun uomo e ciascuna donna, di tutti i tempi, porta con sé in quanto sigillo del Creatore, che ci ha desiderati e amati per primi. Leggiamo nel Salmo 139: “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno (Sal 139, 13-16).  Non credo possano essere scritte parole più belle, più vere e più profonde di queste per esprimere non solo la gratitudine a Dio per il dono della vita ma per ribadire che tutto è nelle Sue mani e che nulla è lasciato al caso: non può esserci notizia più bella di questa!

«La forza della vita ci sorprende», dunque, si configura non come uno slogan pubblicitario ma come esito della simbiosi di considerazioni e preghiere al cospetto del mistero dell’esistenza che, per quanto studiato, sviscerato e pure abusato dalla scienza, rimane permeato di una grandezza che trascende la natura dell’uomo e richiama direttamente a quel Dio della Vita che tiene nelle mani le sorti del mondo ed è l’unico a poterci giudicare nel decisivo momento del trapasso.

Se la vita fosse qualcosa di esclusivamente materiale o biologico non si potrebbero spiegare tutti quegli eventi miracolosi che continuamente la costellano, regalandoci gioie e felicità insperate, ma non troverebbe ragione d’essere nemmeno la capacità di reagire agli eventi più tristi e dolorosi che ne fanno parte; se oltre al corpo ci fosse solamente l’intelligenza, come si potrebbe giustificare la fede? Se fossimo il risultato di un’evoluzione unicamente naturale, come potremmo spiegare il desiderio di bene, di vero e di eterno che ha sempre distinto il genere umano da quello animale?

«La forza della vita ci sorprende» perché è il Padre ad avercela regalata e a rinnovarla in noi anche quando siamo deboli, senza forza e senza fiducia, schiacciati dal peso delle difficoltà e delle fatiche anzi, a volte, queste sono proprio il mezzo attraverso cui Egli ci parla, costringendoci a fermare il turbinio vorticoso delle nostre giornate sempre di corsa e imponendoci una sosta qualora non fossimo in grado di stabilirla da soli. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?” (Mc 8, 34-37).

La vita non si perde solo da un punto di vista fisico ma anche, se non soprattutto, morale: ecco perché la Giornata che vivremo domenica non è il traguardo ma la partenza di un percorso che deve portarci ad aprire gli occhi, innanzitutto quelli del cuore, per comprendere che non siamo padroni dell’esistenza ma ospiti, invitati a trascorrere gli anni in questo mondo come figli e non come automi o, peggio, come distruttori di noi stessi, degli altri e del pianeta. “Fatti non foste a viver come bruti” ci ricorda Dante nella Divina Commedia, nel XXVI canto dell’Inferno, all’interno del discorso proclamato da Ulisse; questo è esattamente il senso con cui dovremmo assaporare il dono che Dio ci ha fatto, spendendoci affinché quante più persone possibili possano capire che tutto ha un senso, tutto un fine, tutto uno scopo: la salvezza eterna.

Amare la vita non significa solo essere contrari all’aborto ma essere in disaccordo con tutte le ideologie e i proclami che la vogliono distruggere, da cui purtroppo siamo minacciosamente circondati; amare la vita vuol dire avere il desiderio che vengano seppelliti tutti i bambini non nati perché, essendo persone, hanno la stessa dignità di qualsiasi altro essere umano; amare la vita si traduce in tante azioni concrete a difesa  e sostegno della famiglia naturale ossia quella costituita da un uomo e da una donna come unico nucleo avente potenziale generativo; amare la vita significa rispettarla dal suo inizio al suo compimento naturale perché le malattie non sono portatrici solo di croci ma anche di salvezza; amare la vita altro non è che amare Colui che ce l’ha donata, senza che avessimo alcun merito.

Fabrizia Perrachon

“Don Bosco ritorna”, per un modello educativo sempre attuale

Il 31 gennaio ricorderemo uno dei più grandi Santi italiani dell’800, Giovanni Bosco. Fondatore della congregazione salesiana diffusa in tutto il mondo, ha compiuto dei miracoli davvero straordinari, sorretto dall’incrollabile fiducia in Maria Ausiliatrice. Cosa può dirci, oggi, l’indimenticato ed indimenticabile don Bosco? I suoi insegnamenti sono ancora concretamente spendibili?

La sua lezione, senza ombra di dubbio, non solo è ancora assolutamente attuale ma è stata ed è in qualche modo profetica: tra i primi, don Bosco aveva capito che i giovani hanno bisogno di una guida sicura e forte, di un punto di riferimento concreto e credibile per una crescita sana, robusta e resistente, in virtù del fatto che “Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società”. Toccando con mano la miseria materiale e spirituale dei tanti giovani che affollavano la Torino di allora, in pieno boom industriale, il prete dei Becchi capì che la chiave del successo è unire l’impegno alla fede, l’amore all’autorevolezza, la gioia alla serietà; tutti binomi, questi, che sembrano sbiaditi nell’attuale società. Rendersene conto è semplice: è sufficiente avere un adolescente in casa o tra i parenti, guardare qualche post pubblicato sui social o fare un giro il sabato sera nei locali frequentati da questa fascia di popolazione per essere sopraffatti da sentimenti contrastanti, spesso tinti di un certo sconforto. Che modelli hanno questi ragazzi, i nostri ragazzi? Che valori stiamo lasciando alle nuove generazioni? Perché il progresso scientifico ha una crescita inversamente proporzionale rispetto ai valori spirituali?

Don Bosco risponderebbe dicendoci che “Nessuna predica è più edificante del buon esempio”: non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta di non vedere o di non sentire! Se anche non abbiamo figli, siamo ugualmente chiamati a cooperare alla realizzazione di un modello educativo e sociale che sappia tenere a braccetto le esigenze contemporanee con le grandi verità di fede, senza compromessi con il mondo e questo perché la Buona Novella è portatrice di valori senza tempo. Dobbiamo essere così bravi da far passare ai giovani il messaggio che si può essere persone piacevoli, socievoli e interessanti anche se cristiane – o meglio – proprio perché cristiane! Dobbiamo, insomma, essere autentici testimoni del fatto che la fede può davvero fare la differenza in una società che brancola nel buio del relativismo, dello smarrimento dei punti di riferimento e dello sgretolamento delle famiglie tradizionali, condito dalla svendita sulla piazza del mondo dei valori della serietà, della purezza, della castità, della sincerità.

Se i modelli di riferimento sono influencer atei o bestemmiatori, votati al lusso sfrenato ottenuto senza fatica e spesso con mezzi illeciti, magari attanagliati dalle più pericolose dipendenze, che cosa potranno mai pensare i ragazzini? Saranno portati al disinteresse più totale nei confronti, per esempio, dello studio e svilupperanno e l’avversione verso qualsiasi forma di impegno e di fatica pur di raggiungere i loro obiettivi anzi, alla peggio, perderanno pure quelli, trasformandosi in puro corpo senza spirito, corpo votato esclusivamente al soddisfacimento – meglio se immediato – di esigenze puramente fisiche. Ma i ragazzi, i nostri ragazzi, meritano molto di più! Quanti musi lunghi, quanti visi bui, persi, spenti anche si trovano a vivere la giovinezza, che al contrario dovrebbe brulicare di energia e voglia di vivere! Quante patologie psicologiche e psichiatriche, quanta tristezza e soprattutto quanti spazi grigi che, se lasciati a se stessi, si riempiranno delle prime cose che passano, spesso sbagliate. I vuoti esistenziali, se riempiti di “ragione, religione, autorevolezza”, possono diventare risorse invece che zavorre e far leva su un cambiamento – in positivo – sempre possibile perché “in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene”: non ha fatto così anche Gesù?

Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. È questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all’anima tua e agli altri”; Dio ci ha creati per la felicità ed è possibile esserlo anche in questa vita, nonostante le prove e le fatiche: far capire questo ai giovani significa instillare nei loro cuori e nelle loro anima la certezza che non sono soli al cospetto di ciò li spaventa perché ci sarà sempre qualcuno accanto a loro, pronto a sostenerli ed incoraggiarli, noi ma soprattutto il Signore. Se educhiamo le giovani generazioni che la religione non è qualcosa da anziani ma il segreto per vivere bene, essere felici e trovare un appiglio nei dolori dell’esistenza, allora non tutto è ancora perduto; se alleniamo i ragazzi ad essere impegnati in qualcosa di bello e di importante (lo studio, lo sport, la musica, la preghiera) daremo loro degli alleati infallibili contro la noia ed un antidoto sempre efficace contro la perdita di tempo, nella quale si insidiano trappole pericolosissime; se cerchiamo di trasmettere l’importanza di essere in grado di sorridere – con le labbra ma soprattutto con gli occhi del cuore – perché “Il demonio ha paura della gente allegra”, faremo di loro non degli svampiti ma delle persone solari e aperte alla vita.

In questo modo, le parole del famosissimo canto salesiano, che nel ritornello recita “Don Bosco ritorna tra i giovani ancor”, non saranno solo una nostalgica melodia dei tempi andati ma la bontà di un modello educativo non solo attualissimo e geniale ma decisamente necessario, che ha salvato migliaia di anime e che può salvarne ancora altrettante.

Fabrizia Perrachon