Caro Nicodemo. La Lettura del nostro matrimonio

Caro Nicodemo,

ti vedo mentre aspetti il calar del sole, gli occhi di chi sa che questa notte sarà diversa da tutte le altre. Guardi nervosamente la gente rincasare, le botteghe chiudere, gli ultimi affanni del giorno finire, lo scalpicciare dei passi polverosi dei mendicanti che tendono la mano ai pochi rimasti in strada.

È notte, ora. E lo sappiamo bene che non dormirai. Ma ormai ci hai quasi fatto l’abitudine, l’insonnia si è moltiplicata ultimamente. Stavolta, però, non la combatterai. Hai un appuntamento importante.

Vorrei sapere se è più paura o scaltrezza quella che ti spinge fuori al buio, adesso: paura di esser riconosciuto dai tuoi, di perdere la tua reputazione, paura, in fondo, di esserti semplicemente sbagliato. O scaltrezza di chi intuisce che la meta è qualcosa di vero, ha capito la posta in gioco e vede le tenebre come alleate, non ostacoli, per procedere speditamente.

Vorrei davvero chiedertelo, Nicodemo, ma non ti rallenterò. Hai appena chiuso alle tue spalle la porta di casa, il cuore in gola, non è tempo di chiacchiere questo. Mi limito a seguirti, senza disturbare. Le tue domande sono le mie.

Perciò vai e ti vedo accelerare il passo ad ogni svolta, serrare più forte a te il mantello ad ogni incrocio. Il Sinedrio non approverebbe. Tira da tempo una brutta aria là dentro: un nome rimbalza sempre più spesso fra gli scribi e i farisei, la tensione sta salendo, i borbottii aumentano, la calma apparente scricchiola. Tu, per grazia, hai un cuore accogliente. Le parole del predicatore hanno risvegliato qualcosa che cercavi da tempo, interrogativi nuovi hanno fatto capolino. Una grandezza non umana… in parole umane.

Chissà quante volte lo avrai ascoltato parlare in pubblico, defilato, con crescente interesse ma senza osare avvicinarlo. Ora che, finalmente, hai ottenuto un incontro non ti sembra quasi vero.

Ecco che bussi alla porta di una vecchia casa. Hai il fiatone. Sono un paio di discepoli ad aprirti la porta, facendoti entrare rapidamente: assonnati ma felici, hanno visto il tuo buon cuore. La comprensibile diffidenza iniziale ha ceduto il passo all’accoglienza quando hanno capito le intenzioni che ti muovono.

Un breve scambio fra voi, cordiale. Consegni il mantello, ti ricomponi ma le mani tremano. I sorrisi dei discepoli ti avranno tranquillizzato ma non c’è tempo da perdere. Lui ti sta aspettando.

Sedermi al tavolo con voi è chiedere troppo? Lo vorrei davvero – osare come stai osando tu! – ma resto sulla soglia, mi basta. Sto per assistere ad un dialogo fra i più alti di tutto il Vangelo, nella luce tremolante di qualche candela. Si sente un buon profumo (saranno le bevande calde che avete di fronte?), la finestra è aperta, l’aria frizzante, la notte placida e senza vento. Ma di vento ti parlerà presto Gesù, il Cristo, che ti invita a sederti e accoglie il tuo fiume di parole.

Finalmente, Nicodemo, puoi dirgli tutto! Tutte le tue domande, i tuoi dubbi, le tue riflessioni, ciò che ti ha portato fin lì, davanti all’uomo di cui tutti parlano e che tutti cercano. Farfugli un po’, ti mangi qualche parola, l’emozione è palpabile: organizzare quell’incontro non è stato semplice e sai che sarà difficile ripeterlo.

Hai fretta di dirgli tutto e subito, sintetizzando mesi di notti bianche, da quando lo hai sentito parlare per la prima volta. Piano piano, poco alla volta, il tremolio cede il posto alla pace che quell’uomo infonde. Lo immagino guardarti sorridendo: sa bene da dove vieni, che non sei uno sprovveduto, che hai studiato molto. E difatti non ti nasconde niente: rinascere dall’alto, ma che significa, vuoi capire, carne e spirito, vento e direzione. Il dialogo si fa serrato, fitto, pieno. Vorresti prendere appunti. Niente parabole con te, ma una Verità che fatichi ad afferrare. Dritto al punto eppure così profondo.

Parla di Mosè e del serpente nel deserto, del Figlio dell’Uomo, del mondo salvato per mezzo di Lui, di vita eterna. Gesù risponde a domande che non sapevi di avere. Spiega luce e tenebre, verità e menzogne, profetizza e fa memoria. E tu, frastornato, comprendi ancora poco ma senti che quest’uomo è degno di fede.

Quanto sarà durato il vostro dialogo? Quante ore? Non lo sai. Ad un certo punto noti che la notte si sta facendo più chiara. Gesù ti guarda rinascere dall’alto. Il cammino è ancora lungo ma non sei già più lo stesso, Nicodemo. Ti alzi, sentendoti pesante e leggero al tempo stesso. Un abbraccio che dura quanto basta per farti sciogliere in un pianto liberatorio, forse di sollievo, forse di stupore. Nessuno dei due sembra avere sonno: avete acceso un fuoco eterno, stanotte, e scritto una pagina di Vangelo che non passerà.

Ti guardo ricomporti, rivestirti, salutare, uscire, seguito dallo sguardo amorevole di Gesù di Nazareth, che chissà quando rivedrai ma sei certo succederà. Capisci la portata enorme di quello che ha detto, intuisci che il Sinedrio è ben lontano dalla logica del Messia, pensieri su pensieri ti affollano la mente e ti chiedi come vivrai d’ora in poi.

Sai, Nicodemo – mi permetto di riaccompagnarti discretamente a casa – questo dialogo lo abbiamo letto nel giorno del nostro Matrimonio e, ancora oggi, interroga e stupisce i cristiani nel mondo. Sei stato coraggioso. Se tutti finora eravamo convinti di avere una sola vita, adesso e grazie a te Gesù ce ne svela un’altra, che non ci possono dare i nostri genitori ma solo il Cielo. Abbiamo bisogno di entrare in questa seconda vita, un cammino nuovo, controcorrente, di fede.

Questo passo ha accompagnato anche le nostre notti, sai? I nostri deserti. Come sposi, accompagna il nostro cammino insieme. E, in particolare, proprio a chi sceglie la vocazione matrimoniale è richiesta una rinascita dal Cielo: solo così possiamo puntare al ‘per sempre’ che ci siamo promessi, che Gesù ci conferma.

Hai intravisto i misteri del Regno, Nicodemo. Ti saremo sempre grati di aver disobbedito ai tuoi pari percorrendo una via diversa, di notte, sulle orme della Verità.

Ti guardo rincasare e hai una luce nuova negli occhi. Sappiamo già che non la lascerai andare. Mi scuso ancora per l’invadenza, spero di non averti disturbato. Resto qui, davanti al Vangelo di stanotte, a contemplare la grandezza e la potenza delle parole vive del Signore, sentendomi decisamente minuscola di fronte a tanto.

Ehi, aspetta…

Nascere dallo Spirito, rinascere dal Cielo, come si fa? Questo non te lo ha detto con chiarezza! Sorridendo divertito, ti ha lasciato altre domande. Forse nell’accoglienza di questa Parola nuova? Lo vedrai, lo vedremo, nel cammino. Con Lui.

Sorridi anche tu. È tempo di riposo, Nicodemo. Finalmente, quello vero.

Giada

Rinascere insieme: il percorso Retrouvaille per rafforzare il legame di coppia

Spesso, quando ci veniva chiesto: “Come va? Come state?” tendevamo a rispondere: “Tutto bene, grazie”, o “Non c’è male…”. La verità è che negli ultimi tempi entrambi stavamo molto male, e la nostra risposta era solo di facciata.

Ci sembrava strano dover ammettere la nostra crisi e le nostre difficoltà davanti ai nostri amici e conoscenti. Era molto più semplice far finta di niente. Mostrare una facciata di serenità e allegria. La sofferenza e il disagio ci sembravano cose da nascondere, cose non “onorevoli”.

Dopo la nascita dei primi due figli, piano piano avevamo perso l’abitudine di parlare. Non condividevamo in profondità i nostri sentimenti. Ci mancava il tempo, il desiderio e forse avevamo anche paura. In verità, alcune piccole crepe, non risolte, negli anni si erano trasformate in fratture prima e in crepacci dopo.

Una coppia di amici, che aveva fatto il percorso di Retrouvaille, ci aveva suggerito di partecipare. Inizialmente ci eravamo detti: “Beh, non siamo mica una coppia in crisi”. Ma la crisi che loro vedevano in nuce, si è poi manifestata in maniera evidente.

Questo accadde dopo la nascita del quarto figlio. Abbiamo avuto litigate furiose, scambi di accuse e offese. Eravamo completamente rassegnati a dover vivere una relazione apatica. Fino a quando, ad un certo punto, ognuno di noi due avrebbe voluto essere altrove, rispetto al proprio matrimonio.

Poi c’è stata la svolta del percorso di Retrouvaille. Abbiamo capito che ognuno di noi doveva mettere il proprio 100% per recuperare la relazione. Ci ha aiutato molto condividere senza pregiudizi i nostri sentimenti. È stato utile avere un metodo chiaro per gestire i conflitti. Abbiamo compreso che una crisi sviluppata in anni non può risolversi facilmente in poche settimane. Ci vuole uno sforzo costante e la decisione di cominciare e ricominciare.

Il programma Retrouvaille ci ha aiutato a guardare le nostre ferite da un punto di vista diverso. Gli strumenti che abbiamo imparato ad usare durante il percorso ci stanno aiutando a dipanare le nostre incomprensioni. Ci aiutano anche a riflettere sulle nostre personali problematiche e responsabilità. Tutto questo accompagnati da altre coppie che prima di noi hanno patito le difficoltà della crisi e della separazione. 

Abbiamo capito meglio che la cosiddetta “mistica del magari” era semplicemente una scusa. Questo è stato possibile con la chiave di volta di questo approccio. Magari non avessi sposato questa persona. Magari il mio coniuge non fosse così. Magari avessi più tempo. Tutto ciò serviva per cercare degli alibi al nostro disimpegno sulla nostra relazione.

Come tutte le cose serie, anche il programma di Retrouvaille non è una formula magica. Non risolve i problemi una volta per tutte. Sappiamo ora che ciascuno di noi due deve all’altro un impegno continuo. Non bisogna farsi scoraggiare dai sentimenti spiacevoli che possono ripresentarsi. L’amore è una decisione, che va presa ogni giorno.  Pensavamo di poter risolvere la nostra crisi e tornare alla nostra relazione di prima… in verità ora stiamo cercando di costruire una nuova relazione, più forte e più intima di quella precedente.

Maria Alessandra e Marco B. (Retrouvaille Italia)

“Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”

Ventitré anni fa un noto gruppo musicale italiano pubblicava una canzone. Ben presto divenne un tormentone estivo, passato in tutte le radio e canticchiato da persone di tutte le età. Una delle frasi del ritornello recitava: “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima nella lunga estate caldissima”.

Risentendolo, dopo tanto tempo, mi ha fatto venire in mente alcune domande che desidero condividere con voi: in questa lunga estate caldissima (tra l’altro non ancora terminata!) abbiamo lasciato posto a Dio? Il nostro cuore si è riempito solo di svaghi, divertimenti e buona compagnia o anche di momenti spirituali?

Abbiamo curato la salute spirituale o solo la tintarella? Ci siamo riempiti di buon cibo o anche di buoni momenti di preghiera? Siamo riusciti a ritagliare attimi di qualità con Lui e il coniuge, i figli, il fidanzato o la fidanzata?

Le risposte non sono, evidentemente, banali né scontate. Esse toccano le note più intime e importanti del nostro io interiore. Influisce infatti il nostro “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”. L’estate troppo spesso è un pretesto per mettere in standby i buoni propositi. Per mettere in standby le buone abitudini o i progressi spirituali che avevamo – più o meno faticosamente – raggiunto nei mesi precedenti. Rischiamo di perdere tempo prezioso e slanci autentici che ci avevano sorretto e incoraggiato.

L’antidoto, dunque, quale può essere? Secondo me sono importanti almeno tre “farmaci spirituali”: la preghiera, la Parola di Dio e la condivisione della vita interiore con il proprio partner.

Andando nell’ordine, sappiamo bene che senza l’orazione la nostra anima si assopisce e atrofizza. Si riduce fin quasi a seccare. È come una delle tante piantine che, se non annaffiate, rischiano di morire sui nostri balconi proprio mentre siamo in vacanza.

L’anima è viva e per questo motivo va alimentata continuamente. Le tante bellezze del creato, che durante i mesi estivi possiamo apprezzare e sfruttare appieno, non devono trasformarsi in divinità neo-pagane o entità a se stanti. Devono trasformarsi in tramiti attraverso cui accorgersi del Creatore, lodandolo ed esaltandolo per ciò che ci ha donato.

La preghiera, insomma, non deve andare in vacanza ma venire in vacanza con noi. È il contenuto principale del nostro bagaglio spirituale. Nel quale non può certo mancare la Parola di Dio. Può essere ascoltata durante la Santa Messa. Può essere letta all’ombra di una pineta, a bordo lago o sotto l’ombrellone. La Parola di Dio è una compagnia soave. È un dolce ospite dell’anima. Permette di elevarsi fino al Cielo pur abitando ancora questa terra.

Infine, il mutuo scambio con la persona con cui condividiamo la vita è l’ingrediente speciale per una ricetta di successo. Questo ci allontana dal rischio di chiuderci in noi stessi e nella nostra autoreferenzialità.

Sarebbe triste e riduttivo, infatti, comprimere “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” in sprazzi d’illuminazione dalla durata estemporanea. Lasciamoci guidare e approfittiamo delle rimanenti giornate lunghe e soleggiate prima dell’inverno. Facciamo scorta non soltanto di sole e aria aperta ma del bello che ancora c’è attorno a noi. Questo bello resistite al buio e al sudiciume di cui questo mondo è così minacciosamente circondato e inquinato.

Facciamo di “Questo senso di vita che scende e che va” non un’inquietudine di fine estate. Facciamolo uno slancio che ci dia la forza per affrontare l’inverno. Non tanto e non solo quello meteorologico ma piuttosto quello dell’anima..

Disfiamo le valige senza gettare quanto di vero e autentico abbiamo raggiunto, portandolo con noi tra i ricordi più preziosi e come proposito concreto per il prossimo mese di settembre, da molti considerato un secondo capodanno.

Non gettiamo al vento, in questi ultimi scorci d’estate, ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Non gettiamo al vento ciò che abbiamo ricevuto. Non gettiamo al vento ciò che siamo riusciti a donare agli altri. Prendiamo questo generico “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” e facciamocene un tesoro prezioso. Facciamocene un bagaglio che senza pesare sulle spalle sarà in grado di sorreggerci, giorno dopo giorno.

Non dimentichiamo che “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito. Fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4, 12). L’intento della canzone, forse, non sarà stato esattamente questo. Cogliamone lo spunto e impariamo ad apprezzare – in noi come negli altri – tutti gli istanti benedetti. In questi momenti, pur camminando nel mondo, sappiamo di appartenere al Cielo.

Fabrizia Perrachon

Dì ti amo senza dire ti amo

L’amore non è fatto di parole. Anzi è fatto di parole, perché l’amore va manifestato. Io sono felice quando Luisa mi esprime il suo amore e la sua gioia di avermi accanto e lei lo è altrettanto quando sono io a farlo nei suoi confronti. Le parole non dette sono – certo sto estremizzando – un peccato che va confessato. Perché le parole buone non dette rientrano pienamente in tutte quelle omissioni d’amore che commettiamo spessissimo ogni giorno.

Quando, durante l’esame di coscienza prima di una confessione, non riusciamo a trovare grosse mancanze, forse dovremmo concentrarci di più sulle nostre omissioni. Io ne trovo tantissime.

Ma torniamo all’inizio di questa riflessione. L’amore non è fatto solo di parole. Quelle parole hanno bisogno di una concretezza. Una concretezza fatta di altre parole, di gesti e di scelte. Vediamo ora alcuni modi di esprimere amore senza pronunciare la parola amore.

Di che ti manca

Quando l’altro è lontano ci sentiamo più poveri. Quando si vive una relazione piena godiamo della presenza vicendevole. È piacevole sentire la voce dell’altro, sfiorarsi reciprocamente in casa, trovare conforto negli abbracci o anche nel semplice sguardo. È gratificante potersi raccontare reciprocamente le proprie esperienze, sapendo di avere un sostegno e una persona intima con cui confrontarsi. Non c’è dubbio che, nonostante le tecnologie moderne possano avvicinare le persone a distanza, non si paragonano mai al calore e alla vicinanza fisica. Dopo una lunga giornata di lavoro o una trasferta, è un vero sollievo poter finalmente rientrare a casa e esprimere quanto ci sia mancata o mancato l’altra persona. È un modo di rimarcare quanto l’altro sia prezioso e unico, consolidando il legame speciale che si condivide.

Chiedigli delle sue cose e ascolta cosa ha da dirti

Un altro modo di far sentire amata la persona che hai accanto consiste nel mostrarti interessato a lei. Chiedi come sta, come si sente, cosa è successo sul lavoro. Come è andata quella riunione a cui teneva molto. Ascolta le sue gioie, le sue preoccupazioni e mostrati sinceramente interessato. Ricorda sempre di essere genuino nell’esprimere la tua empatia e di essere presente in modo autentico, in modo che lei possa sentirsi supportata e amata in ogni momento. E ricorda che ogni situazione va tarata con il peso dell’altro e non con il tuo. Se tua moglie si preoccupa per quella che per te è una stupidata non darle poco peso. Il centro è quello che tua moglie prova e non il problema in sé. E viceversa. Noi spesso non possiamo risolvere i problemi dell’altro ma possiamo renderli meno pesanti con la nostra presenza ed empatia.

Ringrazia

Ringraziare è uno dei segreti di una relazione che funziona, è un modo per coltivare gratitudine e apprezzamento reciproco. Oltre a far sentire l’altro prezioso e importante, il ringraziamento crea un ciclo positivo all’interno della relazione. Quando si ringrazia, si riconosce il valore dell’altro e si sottolinea l’importanza dei gesti di gentilezza e dei momenti condivisi. Questo atteggiamento permette a chi ringrazia di focalizzare lo sguardo non solo su ciò che manca, ma anche su tutto ciò che riceve in dono, riuscendo a cogliere l’essenza del dono gratuito. Ogni gesto di servizio, ogni piccola attenzione e ogni manifestazione di affetto diventano così motivo di gratitudine e stupore. In questo modo, impariamo a valorizzare e riconoscere l’amore gratuito che ci circonda, riducendo la tendenza alla lamentazione e allontanando i fattori di negatività dalla relazione, per avvicinarci sempre di più l’uno all’altro.

Chiedi perdono

Chiedere perdono è un gesto di volontà. Non deve essere per forza sentito. Significa riconoscere dignità e valore all’altro. Che non è una cosa nostra ma è una persona da amare. Non da usare. Una persona a cui relazionarsi con rispetto. Spesso non lo facciamo. Siamo egoisti ed egocentrici. Chiedere perdono è un atto di volontà che ci permette di riconsegnare dignità e valore all’altro. Ci permette quindi di restituire bellezza all’altro. E perdonare significa riconoscere l’altro come prezioso ma fragile. Riconoscere nella fragilità dell’altro un’opportunità per rilanciare e per rendere la relazione più forte e più bella di prima. Il perdono genera in chi lo riceve gratitudine ed amore. Possiamo testimoniarlo nella nostra personale storia, ma credo che ognuno di voi possa confermare.

Abbiamo cercato di esprimere alcune scelte che si sono rivelate importanti nella nostra vita matrimoniale. Speriamo possa esservi utile per una riflessione magari condivisa in coppia. Molte volte ci allontaniamo per delle omissioni. Basta poco per vivere più felici.

Antonio e Luisa

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L’oggi eterno

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi. Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli. 

A molti sarà sembrato un titolo piuttosto bizzarro quello di oggi. È un titolo che unisce due avverbi di tempo in antitesi l’uno con l’altro. Un avverbio parla del giorno che stiamo vivendo e presto finirà per sempre. Il secondo avverbio parla di eternità che non finisce mai per definizione. Ma ad un occhio attento non sfugge che il secondo avverbio messo lì si trasforma in aggettivo qualificativo.

Sembra un paradosso: come può un giorno essere eterno? Un giorno per definizione è uno spazio temporale di 24 ore. Una volta finito, non si ripeterà mai più nella storia. Tranquilli, nessuna lezione di italiano oggi. Solamente abbiamo allargato la riflessione provocata dalla frase del Salmo: Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

Cari sposi, vi ricordate il contenuto del nostro consenso che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale? Abbiamo promesso: “[…] amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita […]”, non con un generico “sempre“, il quale potrebbe essere frainteso per eccesso o per difetto. La Chiesa, che è Madre e conosce il cuore dell’uomo, non ci fa usare il generico “sempre“. Usa il più concreto “tutti i giorni della mia vita“. Ogni giorno devo svegliarmi ed impegnarmi a vivere nella mia carne ad amare ed onorare il mio coniuge.

Torniamo al Salmo e alla frase sottolineata. Per il salmista l’annuncio della salvezza deve avere le stesse caratteristiche del matrimonio. Cioè, tutti i giorni bisogna fare questo annuncio. Tutti i giorni bisogna annunciare la salvezza del Signore. E già qui si comincia ad intravedere qualcosa dell’iniziale paradosso temporale. Infatti, i fedeli sono chiamati ad annunciare nel giorno che stanno vivendo una salvezza che invece è eterna. In un tempo finito si annuncia un tempo infinito.

Ma per gli sposi sacramentati c’è di più. Se già questo aspetto potrebbe indurre molte coppie a porsi qualche domanda circa la propria identità di annunciatori di salvezza, come la mettiamo se questa identità di annunciatori di salvezza fosse proprio la loro identità di sposi sacramento vivente?

Gli sposi vivono la loro dimensione profetica in mezzo al popolo di Dio semplicemente vivendo appieno la loro vocazione. Ovvero quando lo sposo/la sposa ama ed onora tutti i giorni la propria sposa/il proprio sposo, non fa nient’altro che annunciare la salvezza del Signore in primis all’interno della coppia stessa. Poi a raggi concentrici da quell’iniziale nucleo fino ai figli. E via via fino ai più lontani e, grazie alla comunione dei santi, addirittura anche a chi non ci conosce.

Infatti, se tutti gli sposi sacramentati fossero più santi, per riflesso sarebbe più santo anche tutto il resto del corpo mistico di Cristo, della Chiesa quindi.

Coraggio sposi. L’annuncio di cui siamo profeti non necessita di lauree o diplomi speciali. Non necessita di particolari carismi di oratoria o di predicazione. Non necessita di alcun dono di retorica o di particolare eloquenza. Semplicemente ve lo diciamo con le parole di papa S.Paolo VI :

il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni“.

Giorgio e Valentina.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde (6 puntata)

Proseguiamo come ogni lunedì con la pubblicazione dei capitoli del nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). Cliccate qui per leggere le puntate già uscite.

L’amata

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde.

Per questo le ragazze si innamorano di te.

Inebrianti, per la loro fragranza, i tuoi profumi. Dal vino passiamo ai profumi. Dal gusto all’odorato. Vedete i sensi come entrano in gioco? Tutto il corpo è coinvolto, perché questo è un amore che chiede tutto e che dà tutto. L’immagine del profumo è molto significativa. Un’immagine che ricorrerà molto spesso in questo testo.

Il profumo sicuramente richiama la concretezza delle essenze con cui si sono cosparsi, ma c’è anche un altro significato più simbolico e molto più profondo. Il profumo ti avvolge, ma non lo vedi. Il profumo ti penetra, ti inebria e ti si appiccica addosso. Il profumo, tra i vari elementi che troviamo in natura, ha la caratteristica di essere etereo, invisibile, ma anche materiale, in quanto emanazione di qualcosa di concreto che può essere un liquido, una pianta o altro ancora.

Quando sento il profumo di un fiore l’aroma entra in me, anche se non vedo il fiore. C’è quindi questo connubio tra l’invisibile e il visibile che è molto interessante. Connubio tra spirito e corpo. Perché così è l’amore. Non lo vediamo eppure lo avvertiamo, lo sentiamo, ne facciamo esperienza. Qui la Sulamita sta cantando dell’amore del suo uomo: la tua presenza mi inebria come un profumo. Mi sei entrato dentro con il tuo amore e questo è meraviglioso. Il tuo amore mi entra dentro, mi avvolge tutta, è qualcosa che mi rimane addosso. Non solo: mi parla di te.

Il tuo nome è un profumo che si diffonde. Qui non c’è nessuna parafrasi da fare. È già chiarissimo. Aroma che si espande con te. Il nome identifica la persona. Tu, mio Salomone, sei un profumo per me.

Per questo le ragazze si innamorano di te. La Sulamita mostra orgoglio: lui è così bello che le altre donne non possono che innamorarsi di lui. È il più bello di tutti. Non sappiamo se sia vero oppure no. Per lei, però, è così. Lui è il più bello di tutti.

Qui mi rivolgo alle spose, poi ce ne sarà anche per gli uomini. Capite qual è lo sguardo che dovete cercare di mostrare, recuperare, custodire e perfezionare? Lui è tanto bello e tanto amabile che è impossibile che le altre non si innamorino di lui. Dovete avere questo sguardo per vostro marito. Siete chiamate a questo nei confronti di vostro marito. Dovete entrare in questa sensibilità, in questo percorso, per comprendere come la gioia che vi può dare il vostro sposo nessun altro ve la può dare. Nonostante i suoi difetti, le sue fragilità, il fatto che sia burbero o chissà cos’altro. Come quell’uomo non c’è nessun altro.

Antonio e Luisa

Parole dure ma vere

Cari sposi, concludiamo oggi un capitolo epico di San Giovanni. Un lungo discorso tenuto nella sinagoga di Cafarnao, iniziato nel migliore dei modi e dal finale “disastroso”. Gesù ha appena detto che ci avrebbe donato la sua carne, il suo corpo, la sua esistenza, – il climax del suo discorso – , ottenendo in pratica fischi e quasi insulti.

Quando Gesù parla di “carne” lo fa da ebreo, con mentalità semitica, quindi con un riferimento alla persona nella sua integrità ma al tempo stesso attribuendo un senso di finitezza e di fragilità. E difatti il suo dono sarà totale, non trattenendo nulla per sé sulla Croce.

Dinanzi alla violenta reazione degli astanti, Gesù replica che ci vuole lo Spirito per comprendere la carne. Ma come? Sono due princìpi contrapposti, come la notte e il giorno. Chi ci può allora farci comprendere la nostra condizione umana?

Scriveva Papa Benedetto: “la costituzione dell’essere umano, è composto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Deus caritas est, 5).

Gli ascoltatori di Gesù non avevano ancora capito che non si trovavano davanti a un cannibale ma all’Autore dell’umanità. Gesù è venuto a restaurare quella divisione inteiore tra corpo e spirito che tanti danni ancora oggi procura.

Gesù è venuto a darci una vita bella, piena, un’esistenza che profuma già d’ora di eternità. E tutto ciò perché Gesù ci porta lo Spirito, Colui che è Dono mutuo di Amore tra il Padre e il Figlio.

Questo Vangelo trova un’ottima contestualizzazione nel matrimonio! Su di esso la cultura nella quale viviamo ha fondamentalmente uno sguardo “carnale”, cioè orizzontale e immanente, portando inesorabilmente gli sposi a un’incompresione reciproca e alla fine del loro amore. D’altra parte, l’alternativa mondana di tipo “spirituale” è un rimando a religioni orientali che sfociano nel mondo della magia o del panteismo.

Siamo certi che Cristo, l’Uomo-Dio, la Persona che ha armonizzato in sé la carne e lo Spirito, può dare a voi sposi una via sicura, certa, infallibile per vivere un amore – realtà di per sé spirituale – saldamente ancorato e innestato nella vostra carne, senza scadere in alcun materialismo o spiritualismo. E tutto ciò si chiama “sacramento del matrimonio”.

In definitiva, il matrimonio non si capisce con e nella carne. Questo ce lo dice un gigante della fede come S. Agostino, un uomo che di “carne” aveva fatto parecchia esperienza, prima della sua conversione: “Non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” (S. Agostino, Omelia 27,1).

Cari sposi, fidatevi di Gesù, sebbene siano parole ardue ed oggi più che mai controcorrente. Vedendo gli apostoli e chi oggi gli è rimasto accanto, abbiamo la certezza della fecondità e fruttuosità delle sue Parole.

ANTONIO E LUISA

Io non sono un fine teologo. Padre Luca è un vero studioso non solo della Parola. È anche un vero studioso della grandezza e della complessità del matrimonio. Io però ne ho fatto esperienza. Confermo ogni affermazione di padre Luca. Nel matrimonio, nell’amore che giornalmente do a mia moglie e ricevo da lei costruisco la mia intimità con lei. L’agape, l’amore oblativo fatto di cura e servizio, nutre e dà sostanza all’eros. Fare l’amore con lei è sempre più bello perchè la nostra intimità e riempita del nostro amore quotidiano. E l’eros, l’amore più carnale e passionale, dà calore e nutrimento al dono reciproco. Mettersi alla sequela di Cristo non è facile ma rende tutto più bello e più vero, anche e soprattutto l’amore.

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Il più grande dei comandamenti

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo non perché Dio sia geloso e voglia essere il primo. Lo dice per noi. Questo significa che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare autenticamente il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo. Lo faremo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perché non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di Dio che ti ama. Dio che é presente in ogni momento della vita. Dio è pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento. Anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla o non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela. All’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo e attraverso la Parola. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi. Egli la descrive come aprire il cuore al dono che Dio ci fa di Se Stesso e del Suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il Suo amore misericordioso per noi.

Se la fede ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Dio in sé è uno e trino in virtù dell’amore. Così si realizza in noi la capacità di generare quell’unità d’amore divina. Si realizza anche la capacità di mostrare quell’unità d’amore divina.

Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio. Questo nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità. È lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? 

Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo. Per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti. Lo facevo con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni. Aspettavo le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo, la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più. Deve essere una gara a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente? Le faccio pesare ciò che faccio? Continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così. Questa modalità di amare porterà presto o tardi a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre. Ci permette di amarci sempre. Questo accade anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni.

È difficile, non lo nego. Anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa. Ora sono consapevole di questo. Chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia.

Attenzione! Gesù afferma, non senza ragione e non a caso, che l’amore per il prossimo va comparato all’amore per noi stessi. Ciò significa che per amare dobbiamo prima essere capaci di amarci. Che per donarci e non svenderci dobbiamo conoscere il nostro valore. Solo così amare per primo e amare gratuitamente saranno caratteristiche di un amore libero e maturo. Non saranno segni di una dipendenza affettiva. Solo così anche la croce può essere una scelta libera. Non deve mai essere una conseguenza della nostra paura di non essere amati. Non deve mai essere una conseguenza della nostra convinzione di non valere abbastanza.

L’ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creati, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da Lui creata: l’uomo. È una cosa molto buona. Anche noi vogliamo essere capaci di amarci così. Guardiamoci sempre con uno sguardo meravigliato. Uno sguardo riconoscente che coglie la bellezza. Questa bellezza è generata in noi e nella nostra vita dalla presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

E voi? Amate da Dio? Almeno ci provate? Mettete tutto il cuore, l’anima, la mente e il corpo?

Antonio e Luisa

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Il matrimonio secondo Pinocchio /36. L’avversario si mostra.

Cap XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

In questo capitolo compare finalmente l’avversario in persona, se prima aveva lasciato intravedere la sua misteriosa trama mimetizzato sotto le apparenze di personaggi come il Gatto e la Volpe, ora esce allo scoperto e il Collodi ne fa una descrizione che delinea le caratteristiche del perfido nemico infernale:

E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Questo conduttore del carro è antropomorfo ma con caratteristiche corporee che ne sottolineano la malvagità e la doppiezza di intenti; e tra le sue caratteristiche vogliamo solo mettere in risalto quel “untuoso“.

Questo aggettivo ricorda molto il suo sinonimo “viscido”, e qual è la creatura che più delle altre corrisponde a “viscido” se non l’antico serpente tentatore di Adamo ed Eva?

Il Collodi non lascia spazio a fraintendimenti nel descrivere questo tizio come malvagio, e l’aggiunta di “untuoso” richiama immediatamente nell’immaginario collettivo ad un serpente, ad una creatura che ti sguscia via dalle mani, non riesci a catturare così facilmente. E lo dimostra il fatto che alle varie dimostranze dei bambini e di Pinocchio, lui non risponda direttamente, ma trovi sempre un nuovo inganno per scusare quello precedente.

Ecco cari sposi qual è la situazione che dobbiamo sempre rifuggire, proprio quel tentativo di scusare un inganno con un nuovo inganno; proviamo a tradurlo nella nostra epoca: non possiamo accettare che il mondo ci propini il libertinismo sessuale come la liberazione dal (presunto) oscurantismo della Chiesa, e se ne chiedi le ragioni che sostengono tale filosofia ti senti rispondere che le altre relazioni (adulterine o libertine) non fanno altro che rinsaldare i legami col proprio partner oppure che l’importante è che ci sia sentimento sincero. Un bieco tentativo di coprire un inganno con un altro peggiore del primo, come quando si dice che la pezza è peggio del buco.

Dobbiamo stare sempre vigili con l’attenzione molto alta per difendere l’istituzione stessa del matrimonio.

Il secondo appunto circa questo capitolo riguarda il fatto che il carro muove in direzione del Paese dei Balocchi nella notte, lontano dagli sguardi degli adulti, nel nascondimento.

E anche questa è una lezione da tenere bene a mente quando sentiamo dentro il suggerimento di un pensiero o una suggestione, se viene da Dio non ha problemi a venire allo scoperto, se invece l’azione suggerita è malvagia ecco che allora avvertiamo subito la voglia di nasconderci, di non farlo sapere a nessuno, di viverlo nella notte, ovvero quando ci illudiamo che nemmeno Dio ci possa vedere. Ma è un’illusione vera e propria.

Coraggio sposi, non temiamo di testimoniare il bene perché ciò che è bellezza, verità, amore, gioia e ogni benevolenza, viene solo da Dio.

Giorgio e Valentina.

I livelli del sesso: occasionale, in relazione stabile, e nel matrimonio sacramento

L’abbiamo scritto, credo, centinaia di volte in questo blog. Il sesso nel matrimonio è migliore. Attenzione! Non ne facciamo una questione meramente morale e religiosa. Non si tratta di affermare in modo astratto che il sesso all’interno del matrimonio è consentito mentre al di fuori è sempre peccato. Sappiamo bene che ormai le norme morali risultano ai più astratte e prive di senso. Per questo la gran parte dei cristiani non le segue. E mi ci metto anche io. Quando conobbi Luisa e lei mi propose la castità il mio primo pensiero fu di catalogare Luisa come repressa bigotta. Mi è servita la concretezza di un frate cappuccino che mi ha spiegato i motivi della castità. Mi ha spiegato il significato del sesso e del matrimonio. E da lì tutto è cambiato. Mi sono divertito, semplificando di molto le dinamiche umane, a raccontare tre livelli nei quali possiamo catalogare il sesso. Tre livelli crescenti in piacere e comunione.

Il sesso occasionale

Questo è il livello più povero. Forse il più esaltato ma il più povero. Cosa cerchi nel rapporto fisico? Cerchi conferme di essere una persona che piace? Cerchi di conquistare l’ennesima preda per sentirti forte? Cerchi di far cadere l’ennesimo uomo per sentirti desiderata e più bella? Questo è quello che guida uomini e donne a cercare rapporti occasionali. Ma è questo il significato del sesso? No, non è quello di riempire i nostri dubbi e i nostri bisogni di attenzione. In un rapporto occasionale il centro non è l’altro. Il centro sono io. Non c’è vera relazione ma solo un uso di una persona per ottenere piacere e conferme. Diventa una performance. Quando siamo in grado di superare la ricerca di gratificazione immediata, possiamo davvero scoprire la bellezza e la profondità dei rapporti umani. Dobbiamo concentrarci sulla costruzione di legami autentici. Possiamo davvero scoprire anche la bellezza e la profondità del sesso. Entriamo quindi nel secondo livello

Il sesso in una relazione stabile solo umana.

Non contempliamo ancora il matrimonio sacramento. Quando il sesso è vissuto all’interno di una relazione d’amore (sana) è tutto diverso. Non si cerca il semplice piacere fisico ma si cerca una relazione/connessione sempre più profonda. Non si cerca la performance ma si cerca la comunione. Il piacere più grande non viene dall’orgasmo ma dall’esperienza di sentirsi immersi in una comunione d’amore. Tanto che anche quando l’amplesso non riesce tecnicamente benissimo si può comunque vivere un’esperienza bellissima perché si dà corpo all’amore. Si dà concretezza sensibile all’amore. Questo amore è fondato in una relazione quotidiana. È fatta di continui gesti teneri di cura e di servizio vicendevoli. Ne è la prova il fatto che quando si vive una situazione di aridità e di distanza nella vita quotidiana di solito si fa di meno l’amore. Non perchè d’improvviso non si è più capaci di farlo. Non si fa più l’amore perchè scricchiola la base su cui verte la motivazione a cercarlo. Quando si vive questo tipo di sessualità solitamente il sesso diventa più appagante anche da un punto di vista meramente fisico. Ciò avviene perchè si supera la tensione di dover dimostrare e ci si concentra sulla comunione. Sul sentirsi sempre più complici e intimi. Sempre più uniti. La donna riesce ad abbandonarsi con fiducia ad un uomo che ama, che conosce e di cui si fida. L’uomo si libera dalla paura dinon essere abbastanza uomo, di fare brutte figure. E poi ci si conosce sempre meglio. Si sa come dare piacere a lui e a lei. Il sesso è un vestito da costruire su misura alla nostra coppia specifica.

Il sesso mel matrimonio sacramento

Questo è il livello top. Non c’è un gesto concreto e fisico che ti possa dare più piacere del sesso vissuto con tua moglie e tuo marito, sposi in Cristo. Davvero qui il sesso diventa un’esperienza di amore totale. Perché vale tutto quello che abbiamo già scritto nel livello precedente, ma c’è una componente in più. La componente più importante. In questo livello non mettiamo in gioco solo il nostro corpo e il nostro cuore (inteso come insieme di volontà, ragione e sentimenti) ma aggiungiamo il nostro spirito. La nostra parte più profonda e in contatto diretto con Dio. Due sposi che fanno l’amore bene, nel dono reciproco, stanno vivendo un’esperienza non solo umana ma trascendente. Stanno facendo esperienza dell’amore di Dio. Il sesso diventa preghiera e gesto sacro e liturgico. Il sesso diventa la modalità più bella per vivere il nostro sacramento. È la messa degli sposi.

Conclusioni

Capite ora cosa significa il concetto astratto di peccato? Significa non aderire alla pienezza dell’amore che Dio ha pensato e voluto per noi. Significa accontentarsi di una povertà grande nel caso del sesso occasionale e di una non pienezza nel caso di tante persone che si vogliono bene su un piano strettamente umano. La scelta è vostra. Noi abbiamo scelto di non accontentarci.

Antonio e Luisa

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Una regina umile? Possibile, se ti chiami …

La giornata odierna può sembrare un giovedì come tanti. È un giorno in cui l’estate, ancora nel pieno, inizia però ad avere il sapore del rientro dalle vacanze. Si percepisce già la normalità del quotidiano che sta per tornare. C’è il rientro a scuola e il termine ormai prossimo della tanto desiderata stagione calda. Un giovedì che può passare inosservato. In realtà, ha una protagonista assolutamente sui generis e diversa da ogni altra. Questa protagonista è una regina umile. Com’è possibile, vi chiederete? Si è mai sentita una sovrana tanto importante quanto modesta e semplice?

Le regine, fin dai tempi più remoti, hanno attirato interesse e curiosità. Componimenti epici, favole, fiabe e anche la Bibbia pullulano di queste figure femminili apicali. Spingono ciascuno di noi a fantasticare sulla loro bellezza e sulle loro virtù, ma anche sui limiti e sui difetti. Pensiamo anche alle loro crudeltà e ai lati oscuri. Queste figure riempiono sogni o incubi, immaginari e aspirazioni d’intere generazioni. Ci sono, infatti, sia regine buone che regine malvagie. Ciò che è molto raro da incontrare, però, è il binomio regalità-umiltà. Questo perfetto incontro si trova solo in Maria Santissima. Oggi, 22 agosto, festeggiamo Maria come Regina del Cielo e della terra, Regina dell’universo, nella gloria degli angeli e dei Santi. Un bellissimo articolo pubblicato nel sito internet di Famiglia Cristiana nel 2021 ben sintetizza quella che, a prima vista, può apparire come un’antitesi:

Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Ma è lei l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Ecco cosa c’è da sapere sulla festa mariana di oggi. Dovuta a papa Pio XII che la istituì con la lettera Enciclica Ad caeli Reginam nel 1954, la festa della Regalità di Maria Vergine nel calendario liturgico era inizialmente prevista il 31 maggio, a conclusione del mese mariano per eccellenza. Oggi, si celebra sette giorni dopo il 15 agosto e questa collocazione va letta come uno speciale prolungamento della celebrazione dell’Assunzione, con cui si contempla Colei che, assisa accanto al Re, splende come Regina. La data del 22 di agosto è dovuta a papa Paolo VI che, con l’attuazione delle norme generali per l’Anno Liturgico e il nuovo Calendario Romano, ha felicemente collocato la regalità di Maria a breve distanza dalla sua Assunzione in Cielo, facendola diventare una logica conseguenza del dogma promulgato da papa Pio XII nel 1950. Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Per gli Atti degli apostoli Maria dopo l’Ascensione si trova in mezzo agli Undici raccolta con essi in preghiera; ma non è lei che impartisce ordini, bensì Pietro. E tuttavia proprio in quella circostanza ella costituisce l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Maria è Regina perché è madre di Cristo, il Re, e distribuisce regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Re poiché lo stesso Cristo ha disposto che ogni grazia passi per le sue mani di Regina. Per questo la Chiesa invita i fedeli a invocarla non solo col dolce nome di madre, ma anche con quello ossequioso di regina. 1

Non se la prendano le regine – attuali o future – di cui abbiamo fatto riferimento nell’immagine di copertina: non c’è nessuna stoccata nei loro confronti a livello personale perché ciò che ci interessa è riflettere insieme sul ruolo istituzionale che ricoprono; la regalità puramente umana, infatti, è composta da un mix di potere e di ricchezza, condito dalla gara senza sosta a chi è più bella, elegante, acculturata. Ma dal punto di vista squisitamente spirituale, tutto questo si ribalta completamente: nell’ottica di Dio, infatti, “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11) e difatti Maria, l’umile ancella del Signore, può a ragione proclamare “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc , 52), preghiera che è parte del Magnificat.

Ed ecco perché oggi, 22 agosto, non è un giorno come tanti ma quello nel quale vediamo compiersi il trionfo della regalità di cuore, di animo e di spirito, il ribaltamento delle prospettive del mondo e la vittoria di quelle celesti. Care e amate regine, non preoccupatevi: continuerete a popolare la letteratura e i sogni, le notizie dei mass media e i gossip ma d’ora in poi sapremo che l’unica vera Regina – unica e vera perché umile – è la Beata Vergine Maria, incoronata , pregata e venerata come la Regina dei nostri cuori.

Fabrizia Perrachon

1 Articolo disponibile al link https://www.famigliacristiana.it/articolo/beata-vergine-maria-regina—santo-del-giorno.aspx

Ripartiamo dalla famiglia

Venerdì scorso (16 agosto) è terminato l’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre a Loreto. Il tema era ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” L’evento si è svolto sotto la guida di don Renzo Bonetti e con le catechesi di Don Salvatore Bucolo; eravamo 60 separati/divorziati, di cui quindici completamente nuovi, esclusi sacerdoti e accompagnatori.

Per la mia impressione e per i ritorni che ho ricevuto, è stato un bel convegno. È stato intenso, sia per le tematiche che per il programma serrato. È stato anche ricco e utile per approfondire, crescere e condividere. Come sempre, quando uno torna a casa, si porta con sé tutte le parole ascoltate, in particolare quelle delle persone con cui è stato più in contatto. Così le relazioni si rinsaldano e se ne creano di nuove.

Oltre alle cinque catechesi, i laboratori, i momenti di preghiera, la bellissima fiaccolata nella vigilia di Santa Maria Assunta, il rinnovo delle promesse matrimoniali e la serata ricreativa elegante con canti e balli, abbiamo fatto una prova pratica di CFE, comunità familiari di evangelizzazione, divisi in piccoli gruppi. Tutte le catechesi che don Renzo ha fatto a noi nell’ultimo anno hanno riguardato questo argomento.

Non è nulla di nuovo nella Chiesa. Non s’inventa niente. Già i primi cristiani si ritrovavano per condividere la fede. Nel tempo, per motivi vari, questo sistema è passato in secondo piano rispetto ad altri strumenti di evangelizzazione.

Le CFE sono uno strumento pastorale che rende le famiglie protagoniste della missione e coscienti di essere chiesa domestica. Gli sposi consacrati dal Sacramento ricevono la Grazia di essere segno reale dell’Amore di Gesù per la Chiesa. Sono chiamati ad annunciarlo nella loro vita. In poche parole, se gli sposi non evangelizzano, è come se avessero ricevuto in regalo una Ferrari nuova e la tenessero sempre spenta nel garage.

Come dice bene Papa Francesco in Amoris Laetitia n° 87: La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana”.

La CFE ha una struttura che aiuta gli sposi a sperimentare di essere Chiesa vivendone gli elementi essenziali: preghiera, ascolto della Parola, condivisione e comunione fraterna. La casa diventa quindi solo il luogo intimo dove accogliere, una volta a settimana, una decina di persone, in qualsiasi stato di vita. Singoli, fidanzati, sposati, separati e consacrati possono partecipare. L’incontro avviene tipicamente dopo cena e al massimo dura un’ora e mezza.

Non è possibile qui scendere ulteriormente in dettagli, mi piace solo sottolineare come si conclude la CFE: con la recita del padre nostro, in piedi, tenuti per mano, ma girati verso l’esterno. È un piccolo segno che sta a indicare la missione. È lo sguardo rivolto verso il mondo, verso le persone vicine e lontane. Infatti, quello che avviene durante l’incontro non è solo per i partecipanti. Deve dare i suoi frutti anche all’esterno, in modo che la Sua parola e i Suoi doni vadano anche agli altri.

Come ho scritto, in genere la CFE viene condotta da una coppia di sposi: quindi perché può essere condotta anche da un separato/divorziato fedele? Proprio perché, anche in caso di separazione o divorzio, il Sacramento del matrimonio rimane completamente. È come se il coniuge fosse assente a causa di un impegno. (L’unità è in Cristo, non nel letto matrimoniale). In forza del Sacramento sono Chiesa stabilmente riunita, anche se rimango solo.

Ora che è finita la formazione sulle CFE, non so quanti di noi stanno pensando seriamente d’iniziare. È sicuramente un impegno che richiede tempo, cura, preparazione e preghiera (anche su chi invitare). Sono stato contento di aver acquisito le basi per poterla mettere in pratica, prima o poi, a Dio piacendo.

Stiamo vivendo un periodo di calo di vocazioni sacerdotali. Le chiese sono sempre più vuote. Forse lo Spirito Santo ci sta suggerendo di ripartire dal basso, dalle famiglie, dalla quotidianità, dai nostri amici e colleghi, com’è successo all’inizio del cristianesimo. Sono convinto che, se faremo così, tornando a mettere Gesù al centro nelle famiglie, ci sarà un’inversione di tendenza anche per tutte le altre vocazioni. È bene ricordare che le vocazioni nascono spesso dalla qualità e dalla gratuità dell’amore sperimentato fra le mura domestiche.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cuore nuovo, è possibile?

Dal Sal 50 (51) Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Oggi vi lasciamo un piccolo commento riguardo a pochi versi di questo Salmo, proclamato nella Messa di Sabato scorso. Per la nostra famiglia, questo Sabato è stato un giorno di bellezza. Abbiamo fatto una gita fuori porta ammirando diversi panorami sia all’andata che al ritorno. Il Signore ci ha concesso una giornata di consolazione e di riposo.

Sostando davanti alla bellezza del Creato ci è venuto spontaneo lodare il Signore per la Sua grandezza. Abbiamo lodato anche per la Sua magnanimità e la Sua magnificenza. Ci siamo chiesti infatti cosa ci venisse in tasca a noi del fatto di avere davanti monti o laghi così grandi e maestosi. Ci sarebbe bastato forse un laghetto piccolino o dei monticelli più modesti?

Per il Creatore no, perché l’amore è fantasioso, creativo, fa fare cose grandi (magnificenza), fa anche compiere azioni assurde o un po’strampalate… insomma l’amore è in continua donazione… e il Creatore è uno sprecone in amore, non bada a spese.

Ma c’è una seconda azione di Dio, che è ancora migliore della prima; se la creazione è considerata la sua prima azione, la seconda è dunque la Redenzione operata dal Figlio, con il Figlio e nel Figlio.

Ed il versetto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” congiunge bene queste due azioni. Poiché un cuore Dio ce l’ha già donato nella Creazione. Ma ha bisogno di essere purificato nella Redenzione. Ove per “cuore” si intende la parte più intima di noi. Quella dove c’è il filtro che ci aiuta a scegliere la strada della libertà dei figli di Dio.

Quindi questo “crea” del Salmo riconosce in noi l’opera del Creatore. Ma ne chiede l’opera più mirabile della Redenzione. Dio non si limita a purificare dalle scorie il nostro cuore. Ce ne dona uno nuovo, proprio come una nuova creazione.

Forse per purificarlo potevano bastare penitenze di vario tipo, ma per crearne uno nuovo no. Le penitenze poi sono opera nostra. Sono seppur lodevoli e dovute, ma di nostra iniziativa. Il cuore nuovo (puro), invece, è solo opera della Redenzione di Dio. Naturalmente chiede il nostro consenso e la nostra adesione, ma Sua è l’opera… praticamente il Signore è un cardio chirurgo d’eccezione ed opera una sorta di trapianto, donandoci il Suo di cuore.

Cari sposi, non diamo mai per scontato il nostro matrimonio, non diamolo mai per finito, non diamolo mai per fallito, non diamolo mai per già pre-destinato ad infausta sorte… no !

Con il Signore nulla è perduto, perché la Sua specialità è far nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e non vede l’ora di creare in noi e nel nostro sposo, nella nostra sposa un cuore nuovo, migliore di quello di prima.

Chi spera con fede è già a metà dell’opera. Coraggio.

Diamo il via ai trapianti di cuore : avanti il prossimo!

Giorgio e Valentina.

Mi baci con i baci della tua bocca (5 puntata)

Dopo una breve introduzione possiamo finalmente iniziare ad approfondire il testo di questo Libro. Partiamo dal Prologo. Clicca qui per recuperare gli articoli già pubblicati.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone.
L’amata
Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze.

Cantico dei Cantici, che è di Salomone. Fermiamoci subito sul titolo. Cantico dei Cantici. Canto sublime. Canto che supera tutti gli altri. Canto che tutti vorrebbero poter cantare. È il canto dell’amore nuziale pieno, che è scritto nel nostro cuore come desiderio più profondo. Tutti hanno desiderio di vivere quello che verrà cantato in questo libro. Tutti, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, hanno questa impronta incancellabile. Tutti, che siano credenti o no, hanno il desiderio profondo di vivere questa esperienza di amore. Chi riesce già su questa terra a vivere questo amore è una persona felice. Pienamente felice, pienamente realizzata, pienamente uomo, pienamente donna.1

Canto sublime di Salomone. Chiariamo subito che questo testo non è stato scritto dal re Salomone. Viene attribuito a Salomone, come avviene anche per altre opere, perché si vuole evidenziarne l’importanza. Questo è un canto regale. È il canto dell’amore pieno, di chi non si accontenta delle briciole, di chi non mendica amore, ma di chi vuole assaporarlo fino in fondo. Il canto dell’amore è il canto del re. Così come Cristo è re e Cristo è amore. Naturalmente questa è una lettura cristiana. Cristo è re perché ama. Così anche noi, più saremo capaci di amare nella nostra relazione sponsale e più saremo re e regine della nostra vita. Più vivremo questo amore e meno saremo schiavi.

Mi baci con i baci della tua bocca! Il Cantico inizia con l’amata che prende subito la parola. Per tanti esegeti, qui c’è la prosecuzione del racconto della Genesi. All’esclamazione ammirata di Adamo di fronte ad Eva, Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, lei non risponde. Il racconto della Genesi aveva lasciato il discorso in sospeso. Ora la Sulamita, l’amata del Cantico, risponde all’amato. Torniamo con l’immaginazione nell’Eden. In questa grande armonia delle origini. Adamo esplode di gioia alla vista della donna, una creatura così simile a lui, ma allo stesso tempo diversa, misteriosa e affascinante. Lei non resta impassibile. La risposta alla gioia di Adamo si trova nel Cantico: che lui mi baci con i baci della sua bocca!

Un’immagine subito fortissima. Lei riconosce nell’amato la persona che può soddisfare quel desiderio di intimità profonda che alberga nel suo cuore. Non un bacio solo, ma tanti baci, come se non potesse accontentarsi, ma desiderasse che quel momento non finisse mai. Il bacio tra innamorati è un’immagine fortissima, perché tutti noi, che ne abbiamo fatto esperienza, possiamo capire come attraverso questo gesto si possa davvero assaporare l’intimo dell’altro. Non solo apriamo il nostro intimo all’altro, il nostro respiro, il nostro alito vitale, ma siamo desiderosi di ricevere quello dell’altro.

Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze. Le tenerezze sono tutte quelle espressioni d’amore che ci possono essere tra due innamorati: carezze, abbracci, baci ecc. Sono migliori del vino. Il vino ha una valenza simbolica molto definita. Il vino è la gioia. Nelle nozze di Cana è evidentissimo questo richiamo. Vino è gioia, abbondanza, ebrezza e festa. Le tenerezze dell’amato sono meglio del vino. Significa che non c’è nulla che doni piacere, gioia e pienezza alla donna quanto le tenerezze dell’amato. Io le desidero sta dicendo l’amata all’amato. Avete certamente notato la spregiudicatezza dell’amata, che esprime i suoi desideri, il suo amore, la sua passione e prende l’iniziativa. Inconcepibile per la mentalità maschilista dell’epoca in cui il Cantico è stato scritto. Mentalità che però non ha impedito di riconoscere questo testo come ispirato da Dio.

Antonio e Luisa

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  1. Il Cantico, quindi, deve accompagnare gli innamorati nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è il loro amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell’amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale soprattutto per tutti i credenti. Perciò, aveva ragione il grande scrittore cristiano del III secolo Origene di Alessandria quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture! Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei Cantici!». (da l’Osservatore Romano – Gianfranco Ravasi) ↩︎

La Sapienza che proviene dall’Eucarestia

Cari sposi, un mio confratello sacerdote, tempo fa, era riuscito a organizzare nella sua parrocchia incontro con P. Ermes Ronchi, celebre predicatore e autore di numerosi testi di spiritualità. L’evento era andato molto bene, con una buona partecipazione di persone e tante domande alla fine. Al termine di tutto, una signora poi si avvicinò al mio confratello e gli disse: “Bello, ma nel fondo ha detto tutte cose che sapevo già…”.

Un fatto che pare banale ma che cela una tendenza tipica del nostro tempo: ridurre la nostra fede in Cristo in una serie di verità e conoscenze più che in una relazione con una Persona Viva.

In effetti oggi le Scritture sono tutte allineate da un concetto: la saggezza/sapienza. Cosicché ci pare ovvio che dobbiamo essere persone sensate, che fanno le cose bene, in modo prudente e non avventato, che sanno prevedere il futuro, che si comportano senza eccessi. Se questa fosse la sapienza cristiana, cosa c’è di diverso rispetto a quella buddista o induista, o cinese…? E’ chiaro che Cristo non ha voluto lasciarsi solo un’etica o delle norme molto belle.

Ma al contrario il Vangelo sembra cozzare frontalmente con la prima e seconda lettura perché di saggio Gesù non ha proprio nulla. Alla fine del lungo discorso sul pane arriva al dunque: “io sono il pane di vita, dunque, mangiatemi!”. Ditemi: cosa ha di saggio questa frase?

E gli effetti si sono visti: imbarazzo, sguardi confusi, mormorazioni… chissà che scompiglio in quella sinagoga! Gesù aveva appena firmato il suo fallimento come insigne predicatore. Quindi da lì in poi, non più applausi scroscianti, non più bagni di folla, addio a moltitudini in delirio per toccarlo. Eppure, in quel discorso sul Pane di vita è contenuta la Vera Saggezza e Sapienza, che solo può scendere dal Cielo e non certo venire dagli uomini. Solo a Dio poteva venire in mente di trasformare il suo Corpo in pane perché diventasse il nostro alimento vitale.

Così, anche voi sposi, non potete comprendervi senza fare riferimento costante a Gesù Pane di Vita, Corpo donato per Amore. In Lui è insita la vera sapienza che nessuna Enciclopedia o facoltà universitaria può darvi.

 Mi piace riportare un estratto di una condivisione che un marito ha fatto di una sua situazione di malattia. Si comprende chiaramente come lo Spirito lo stia educando ad un altro modo di guardare alla salute e di conseguenza a tutta la propria vita:

San Paolo dice: «quando sono debole è allora che sono forte». Parole difficili da comprendere ma in questo tempo di malattia le sto vivendo in modo particolare. La parola di oggi è debolezza. Sentirsi deboli e impotenti. Deboli, vulnerabili. In questo momento mi sento così debole e vulnerabile. Mi rendo conto di quanto noi umani siamo fragili e mi chiedo se questo è un dono che Dio ci ha fatto nel crearci. L’uomo non può bastare a sé stesso. Ha bisogno della debolezza della fragilità per relazionarsi per poter farsi amare. E così in questa mia debolezza godo della bellezza degli affetti che mi circondano che mi piace chiamarli «carezze di Dio»”.

Cari sposi, vi invito a cercare nell’Eucarestia la vera sapienza, quella luce che può illuminare pienamente ogni ambito e situazione della vostra vita di coppia.

ANTONIO E LUISA

La nostra fede è così. Sicuramente è importante conoscere, formarsi, ascoltare predicatori e teologi ma non può bastare. Lo dico da sposo. L’amore di Cristo non si può imparare dai libri. L’amore di Cristo è fatto di relazione, di presenza, di prossimità e di comunione. Per questo l’Eucarestia è il centro di tutto. Vale lo stesso nel matrimonio. Possiamo fare corsi, leggere libri, ascoltare testimonianze di chi ha anni di matrimonio alle spalle, ma poi non basta. Il matrimonio, come la fede, è fatto di relazione. Il matrimonio si conosce facendone esperienza. Non è la stessa cosa leggere in un libro che il matrimonio è fatto di un amore incondizionato e gratuito e farne davvero esperienza. Ciò che mi riempie il cuore non è la conoscenza ma è l’esperienza. L’esperienza di tutte le volte che Luisa mi ha accolto nelle mie povertà e miserie. Le volte che mi ha amato e basta, che lo meritassi o meno.

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Post coitum omne animale tristis est

Non è vero che è tutto oro ciò che luccica. Oggi cercheremo di dare una motivazione strettamente umana all’importanza di vivere il sesso all’interno di una relazione affettiva stabile e duratura. Perché solo così può essere un’esperienza davvero bella e appagante. Anche dopo, una volta finita.

Viviamo in una società ipersessualizzata che ci fa credere che fare l’amore sia un’attività bella e piacevole sempre. Basta essere consenzienti e farlo con chi ci piace. La pornografia ci insegna come la riuscita sia solo questione di misure e di tecnica. Come in ogni altra prestazione fisica o sportiva. Ma poi accade qualcosa che ci riporta alla realtà. Che ci dice che forse siamo fatti diversamente. Accade sovente che dopo avere avuto un rapporto fisico tante persone riferiscono di sentirsi tristi. E non dovete sentirvi strani se vi accade. Semplicemente non se ne parla ma è molto comune. Perché accade questo?

È una sensazione che riguarda maschio e femmina da sempre. Pensate che addirittura gli antichi romani avevano coniato un modo di dire riferito proprio a questo stato emotivo: “post coitum omne animal triste est” (“dopo il coito, ogni animale è triste”). Questo dimostra che non dipende da ciò che insegna la Chiesa. Non è una sensazione che nasce dalla nostra morale e dal nostro bigottismo che ci insinua sensi di colpa, ma nasce dall”incompiutezza di quel gesto.

Non ci sono molte ricerche al riguardo. Però qualcuna c’è. Una in particolare è un po’ datata ma molto significativa. 20 anni fa è stato registrato che almeno la metà delle donne sessualmente attive nel Regno Unito sperimentava tristezza, elevata irritabilità, ansia, malinconia o senso di colpa dopo aver avuto rapporti sessuali consensuali.

Il sesso illude

Il sesso catalizza tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sensi. Nel nostro cervello ci sono strutture che si attivano durante il sesso e poi si “spengono”, generando uno squilibrio nelle emozioni. Pertanto, è probabile che una persona dimentichi i propri problemi durante l’atto sessuale e, dopo l’orgasmo, ritorni a uno stato di realtà che ricorda loro che sono ancora lì. I rapporti sessuali casuali e senza impegno aumentano questi sentimenti, poiché le emozioni negative vissute non trovano un luogo sicuro in cui esprimersi. Questo crea un vuoto maggiore nella persona, sia essa uomo o donna.

La delusione e la tristezza nascono dal senso di perdita di un’intimità emotiva profonda, ma che è durata un attimo; o ancora da un’intimità fisica così poco soddisfacente da lasciare un senso di lontananza remota, invece che di unione. È come se quell’incontro intimo ci avesse illuso di essere davvero in una comunione profonda con un’altra persona e poi una volta finito ci si ritrova soli come prima.

La tristezza post-coitale potrebbe essere quindi legata a una reazione chimica nel cervello o a sentimenti di vacuità dopo un’intimità fisica non supportata da un legame emotivo solido. Alcuni esperti suggeriscono che la chiave per evitare questo tipo di sentimento sia proprio quella di vivere l’intimità all’interno di una connessione più profonda e significativa, in cui l’atto sessuale sia solo uno dei tanti modi in cui due persone si esprimono reciprocamente amore e affetto. Questo approccio potrebbe portare a una maggiore soddisfazione e benessere emotivo anche dopo l’atto fisico, creando un ciclo virtuoso di connessione e felicità.

Che conclusioni possiamo trarre? Che come sempre la Chiesa non ci impone regole tanto per. C’è sempre una motivazione che coinvolge non solo la nostra fede ma la pienezza della nostra vita. Il sesso è fatto per rendere visibile, concreta e feconda una comunione più profonda e completa. La comunione dei corpi è vera quando esprime la comunione dell’intera persona fatta di anima, cuore, psiche, corpo, vita. Questo avviene in modo pieno nel matrimonio. Se viviamo quel gesto con persone con cui non abbiamo una relazione profonda non potremo che provare, una volta terminato, una nostalgia di una unione di cui abbiamo fatto esperienza per pochi minuti ma che non esiste.

Antonio e Luisa

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Inna[Morata] per sempre? L’instagrammabile leggerezza delle apparenze

È notizia di questi giorni che la famosissima coppia vip formata da Álvaro Morata e Alice Campello si sia separata; letteralmente un fulmine (gossipparo) a ciel sereno. A partire da questa triste news, e senza voler giudicare nessuno, penso che sia utile avanzare alcune riflessioni, più ampie e più profonde del singolo caso in questione, perché ciascuno di noi possa fermarsi a pensare a quelli che sono i valori profondi sui quali dovrebbe basarsi il matrimonio.

Innanzitutto mi colpiscono l’innaturale spettacolarità, di cui i vari social sono saturi, nell’ostentare amori, sentimenti  ma anche effusioni, momenti di tenerezza o di passione che dovrebbero far parte dell’intimità di una coppia, intesa non solo come riservatezza ma come spazio “solo nostro” di cui si deve necessariamente nutrire una relazione, a maggior ragione se suggellata dal sacramento del matrimonio.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa (Sal 128, 4), infatti, non è solo un meraviglioso versetto di un altrettanto meraviglioso Salmo ma una ricchezza, una profondità della dimensione sponsale che si sta ahimè perdendo. In un mondo patinato in cui sembra che si esista solo apparendo, abbiamo completamente smarrito il senso della misura nell’esporre e nell’esporci, in una spasmodica bulimia del voler esserci sempre e comunque, dappertutto e qualsiasi condizione.

Che senso ha, infatti, pubblicare foto di corpi perfetti e giovani, troppo spesso impegnati in improbabili acrobazie amorose quando poi, alle prime difficoltà, ci si lascia? Che senso ha apparire bellissimi, ricchissimi e felicissimi quando poi, a conti fatti, tutto questo è solo esteriorità? Che senso ha perdere così tanto tempo nell’osservare, con curiosità ai limiti del morboso, coppie super patinate che oggi ci sono e domani si separano? E, infine, perché siamo attratti da questa fiera mediatica che altro non è che l’instagrammabile leggerezza delle apparenze?

Sono convinta che le tante immagini di cui siamo quotidianamente invasi siano lo specchio di un’aridità interiore impressionante nonché di un vuoto spirituale quasi totale che sta pericolosamente attaccando tutti noi e le nostre famiglie, i nostri matrimoni e qualsiasi tipo di relazione, con gli altri ma anche con noi stessi.

Chi si espone sui social dovrebbe sapere che, volenti o nolenti, si diventa un punto di riferimento: ma che esempio possiamo ricavare da persone che stracciano i propri solenni impegni davanti a generici “piccoli litigi stupidi e mal gestiti[1]? Che cosa possono pensare i ragazzi e le ragazze che si affacciano all’età adulta e iniziano ad avere le prime relazioni serie? I nostri figli e le nostre figlie possono forse ricavare un modello di impegno maturo e costruttivo da comportamenti simili?

Purtroppo passa il messaggio che davanti alle prove è meglio lasciarsi piuttosto che cercare di ricucire un rapporto e “di non arrivare mai al punto di farci del male o di essere tossici e di finire la relazione prima di arrivare a tutto ciò2. Ma ci rendiamo veramente conto della gravità di tali dichiarazioni? Siamo consapevoli del vuoto e della distruzione che portano appresso simili parole? E se anche ci fossero dei periodi difficili causati da problemi di salute (fisica o psicologica) non sono forse proprio quelli i momenti in cui stare più vicino al coniuge (“prometto di esserti fedele sempre, in salute e in malattia”)?

Naturalmente questo non è il contesto per valutare casi di eccezionale gravità che meritano il vaglio di esperti che ne abbiano le competenze e/o situazioni limite che effettivamente debbano arrivare alla necessità che intervenga la Sacra Rota o quant’altro ma – in generale – è bene che cerchiamo un antidoto alla superficialità con la quale, attualmente, numerosissime coppie si lasciano; una fittizia facilità nel separarsi che fa paura, e tanta. E mette tristezza, una grande tristezza nel veder sacrificata così – non si sa bene per chi o per che cosa – la potenza del matrimonio, il sacramento per eccellenza dell’amore umano, quello profondo e radicato che s’innalza dalle banalità del mondo per sfiorare concretamente il Cielo ed essere riflesso dell’Amore che ha dato la vita al mondo.

E, ancora, fa riflettere e scaturire una domanda: ma quand’è che abbiamo iniziato a sminuire così la santità dell’unione sponsale, e perché? Non è che, se togliamo Dio dal primo posto, tutto a rotoli nella nostra vita, matrimonio compreso?

Che dire, infine, delle frasi fatte del tipo “tutto ciò che si è visto fino ad ora nelle foto di Instagram che abbiamo pubblicato è la verità, in nessun momento abbiamo finto nulla3? Così come il parlare al passato quando fino a pochi giorni prima si pubblicavano foto di baci e abbracci appassionati: ma che realtà può esserci in un comportamento simile?  Potremo anche essere social-dipendenti ma un po’ di intelligenza ci sarà pur rimasta!

Dichiarare un “ti amerò per sempre”, “saremo uniti per il resto della vita” ecc … non serve a nulla se utilizzato unicamente come sterile commento di un post ma ha un significato autentico solo se scritto nei cuori, nel proprio e in quello del coniuge,  per rendere vero e attuale il sigillo divino del matrimonio. Che tanto, poi, si è facilmente smentiti … ma nel frattempo si è andati a inquinare, per se stessi e per gli altri, la grandezza di un sacramento che è stato creato da Dio per la salvezza e la gioia in questa vita e nell’Altra e che, se celebrato religiosamente, ferisce dolorosamente sia Nostro Signore che l’intera Chiesa.

Non vale proprio la pena, quindi, farsi abbagliare da simil-mirabolanti coppie che scoppiano prima, e peggio, delle bolle di sapone! Non valgono niente il denaro, le case di lusso, le cene di gala, il successo, il jet privato, i vestiti griffati e il volerlo pubblicare a tutti i costi sui social se poi va tutto a rotoli nel peggiore dei modi e con tempistiche lampo, difficilmente credibili.

Tariamo bene il tempo che Dio ci concede e dedichiamolo a coltivare il nostro amore, il nostro matrimonio e la nostra famiglia senza essere invidiosi o gelosi di tanta ostentata vanità perché quello che salva non è il conto in banca o il numero dei followers ma la dedizione, la serietà e l’affetto sincero con cui avremo amato nostro marito o nostra moglie e saremo stati in grado ci costruire, con lui o con lei, la nostra scala verso il Cielo.

Fabrizia Perrachon

[1], 2, 3 : dichiarazioni pubbliche di Alice Campello, rese note sul profilo pubblico attraverso una storia Instagram del 12 agosto 2024 e rimbalzate poi su tutti i rotocalchi.

 

Ferragosto vs solennità dell’Assunta: per un 15 agosto consapevole

In Italia, da decenni, uno dei più famosi “giorni rossi” del calendario è oggi, il 15 agosto: conosciamo, però, la differenza tra Ferragosto e solennità dell’Assunzione? Un excursus etimologico è nostro prezioso alleato per la corretta e completa comprensione:

ferragósto s. m. [lat. feriae Augŭsti «ferie d’agosto»]. – Festività popolare, che in origine era celebrata il 1° d’agosto, e fu trasportata poi dalla Chiesa cattolica al giorno 15 del mese, in coincidenza con la festa religiosa dell’Assunzione: è il giorno tipico delle ferie, cioè della breve sospensione del lavoro nel pieno dell’estate, che si estende in genere anche ai giorni contigui, e che conserva l’antico carattere popolare, con l’uso delle scampagnate e delle mance: passare o trascorrere il f. al mare, in montagna; augurî di buon f.!; dare al portiere la mancia di f. (ma anche, per ellissi: dare o ricevere il f.; eccovi il f., e sim.). [1]

Ferragosto, nel Belpaese, è sinonimo per eccellenza di ferie estive: la stragrande maggioranza delle aziende sono chiuse e quasi tutti sono via di casa, se non per soggiorni prolungati almeno per qualche giorno di meritato relax oppure per una gita fuoriporta. Di pari passo, i prezzi lievitano e potersi permettere una vacanza in tale periodo sta diventando un lusso per pochi; anche se sono lontani i periodi in cui il 15 agosto tutti i negozi erano chiusi e per trovare, ad esempio, una panetteria aperta bisognava magari vagare per chilometri, il “sapore di sale, sapore di mare” che possiede questo giorno è qualcosa di talmente radicato nello spirito italico, da permeare costumi sociali e vocabolario. Forse meno persone sanno precisamente che cosa sia, invece, la ricorrenza religiosa su cui si erge il tutto, ben descritta nell’articolo di Antonio Sanfrancesco e pubblicato nel 2022 nella versione online di Famiglia Cristiana:

“Il 15 agosto si festeggia l’Assunzione della Vergine Maria al cielo. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per la vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione ed è anticipazione della risurrezione della carne che per tutti gli altri uomini avverrà dopo il Giudizio finale. Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine.  […] L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine. Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.” [2]

E’ perciò molto importante sottolineare il fatto che, a monte di queste giornate riconosciute dallo Stato, ci siano eventi, avvenimenti o dogmi cristiani, con buona pace della cancel culture! Quando si esamina il calendario di un Paese, infatti, è buona abitudine quella di ragionare sulla religione che lo caratterizza, o che lo ha caratterizzato, perché così si può comprendere con più facilità come essa non sia soltanto una traccia nascosta, un’orma lasciata da un passato più o meno lontano, ma anche una radice che il mondo contemporaneo, se anche proverà a sradicare, deve, se non accettare, almeno conoscere.

Quando ci esprimiamo, ne parliamo o scriviamo, proviamo ad indicare questo giorno come quello dell’Assunzione invece che semplice Ferragosto: susciteremo una sana curiosità, spingendo qualcuno a scoprire, magari, qualcosa di nuovo, riempiendo così i discorsi del periodo con qualcosa di cui vale veramente la pena parlare ma, soprattutto, Qualcuna che – al di là dei gossip esiti – merita davvero la nostra attenzione e il nostro tempo: Maria Santissima!

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione al link https://www.treccani.it/vocabolario/ferragosto/ (pagina consultata il 18/07/2024).

[2] Articolo completo disponibile al link: https://www.famigliacristiana.it/articolo/festa-dell-assunta-ecco-le-cose-da-sapere.aspx (pagina consultata il 18/07/2024).

Matrimonio e spiritualità: la metafora degli alberi da frutto secondo Ezechiele

In questi giorni di vacanza abbiamo scelto di dedicare più tempo alla nostra coppia. I nonni si stanno occupando del nostro piccolo Pietro. Ci siamo presi del tempo per pregare insieme lo Spirito Santo e per meditare sul sacramento che, come sposi cristiani, costituiamo. Solo qualche mese fa abbiamo ricevuto la preghiera di effusione nel Rinnovamento nello Spirito.

È stato bello essere cullati tra le braccia del Padre. Ci siamo sentiti di volare sorretti dalle Sue ali. Siamo usciti da quella chiesa talmente euforici. Ci sentivamo così tanto felici. Avevamo il desiderio di abbracciare ogni persona che incontravamo. Volevamo dirgli: ”gioisci perché Dio ti ama!

Abbiamo capito facendone esperienza. Abbiamo provato ciò che hanno provato i discepoli a Pentecoste. Quando sono usciti dal cenacolo, li hanno visti come ubriachi. Abbiamo sentito proprio tutto l’amore dello Spirito Santo in un solo momento, un amore troppo grande. Abbiamo avuto la percezione che i nostri piedi si staccassero da terra.

Quella sensazione poi si esaurisce col tempo. Chi ha ricevuto l’effusione dello Spirito Santo lo sa bene. Non si vive sul monte della trasfigurazione ma si torna a casa. Le sofferenze e i problemi della vita quotidiana hanno un forte impatto sul nostro umore. Però non svanisce quella sete di Lui e di preghiera che lo Spirito Santo ha messo nei nostri cuori.

E così, tornando a questi nostri giorni di vacanza, abbiamo pregato insieme lo Spirito Santo con la preghiera di lode sia cantata che no. Il Signore ci ha donato una parola molto bella dal libro del profeta Ezechiele, capitolo 47 versetto 12 in cui è scritto:

Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina.

Questi versetti vengono scritti dal profeta Ezechiele in un momento di grande patimento per il popolo ebraico, quello della deportazione. E in questo contesto il profeta ci dona un’immagine suggerita dallo Spirito Santo di ciò che avverrà. Un angelo mostra ad Ezechiele un tempio da cui nasce un rivolo d’acqua diretto verso oriente.

Il tempio in questione non è stato edificato sulla roccia, bensì sulla sabbia. Quindi non può essere luogo di salvezza per il popolo. Lo Spirito Santo si rivela come fonte di acqua viva che cresce sempre più. Dall’essere molto meno di un fiumiciattolo andando verso est (da dove spunta il sole) si ingrandisce sempre più. Diventa percorribile solo nuotandovi.

L’acqua che è lo Spirito Santo si dirige verso l’Araba. L’Araba è una terra calda e arida di deserto che si affaccia sul Mar Morto. Questa acqua è un’acqua che porta alla risurrezione facendo rifiorire ogni albero che porterà molto frutto. I loro frutti matureranno sempre più e non termineranno mai e le loro foglie non seccheranno mai. Le foglie poi, ci comunica infine Ezechiele, saranno medicina.

Questo passo, in apparenza molto enigmatico, parla direttamente a noi sposi. Quella che ci presenta Ezechiele nell’antico testamento è una immagine che rimanda alle nozze di Cana del nuovo testamento.

Nelle nozze di Cana, Gesù è identificato con il vino nuovo. Questo vino rende gli sposi capaci di amarsi di un amore sempre più vero e sincero. Con il passare degli anni, però, l’onda delle emozioni tende a modificarsi e ad esaurirsi. In questa visione metaforica del profeta Ezechiele gli sposi si trovano in una situazione di deserto. Quale coppia non si è mai trovata o non si troverà a camminare lungo sentieri desolati in determinati tempi di questo nostro peregrinare terreno?

Svariati possono essere i motivi. Possono essere problemi sul lavoro o di salute. Possono esserci difficoltà legate all’educazione dei figli, lutti familiari o ferite delle famiglie di origine che emergono. Allora Ezechiele ci invita a non disperare. Quel terreno sterile, grazie alla alleanza di Dio con gli sposi che si rinnova ogni giorno, diventa incredibilmente fertile.

L’acqua che disseta la valle di Araba è Gesù stesso. Nel sacramento dell’Eucarestia, Gesù ci permette di vivere giornalmente quella comunione d’amore con Lui. Questo ci consente di entrare in comunione tra noi. Ci fa sentire amati da Lui di un amore profondo come lo sono le acque che scorrono verso l’Araba. Ci rende come quegli alberi che portano molto frutto. Quali frutti?

I frutti dello Spirito, come afferma San Paolo nella sua lettera ai Galati, sono: carità, gioia, pace, magnanimità, benevolenza. Sono anche bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé. Restando uniti a Cristo Gesù con il sacramento dell’Eucarestia abbiamo la possibilità di far maturare questi frutti. Lo Spirito Santo che abita in noi li sta già facendo germogliare, ma sono ancora acerbi.

Poi, con la nostra meditazione, ci siamo soffermati molto sul segno delle foglie. Esse sono medicina degli alberi della valle della Araba. Noi sposi siamo le piante da frutto. Gesù è l’acqua che ci nutre. La terra prima è spoglia e poi feconda le varie “stagioni” della vita di una coppia. Ci siamo domandati: E le foglie che significato hanno in questa visione di Ezechiele?

Lo Spirito Santo, durante la nostra preghiera, ci ha sussurrato una caratteristica benefica delle foglie. Esse sono i polmoni delle piante (un albero senza foglie non può portare frutto). Ma sono anche i polmoni di tutto il mondo. Le piante ci donano l’ossigeno senza cui non possiamo vivere. Una caratteristica delle foglie è proprio la generosità. Le foglie, afferma Ezechiele, sono medicina. Ci permettono di morire al nostro ego per poter amare in maniera totale. Senza questo passaggio non possiamo nutrirci come le piante di ciò che Dio ci dona nel Suo Santo Spirito. Di conseguenza, i nostri frutti non possono maturare e diventare sostentamento per l’altro.

Non saremmo cioè capaci di avere tutti quei gesti di amore e servizio. Quelle parole dolci e di incoraggiamento. Quelle attenzioni per il nostro sposo o per la nostra sposa attraverso i quali ci rendiamo pane spezzato per l’altro. Ovvero frutto che è cibo.

Le foglie possiamo pertanto associarle al sacramento della riconciliazione. Attraverso questo sacramento riscopriamo la voce di Dio nei nostri cuori. Questo ci permette di agire secondo la Sua volontà.

I sacramenti della Comunione, della Riconciliazione e del Matrimonio sono strettamente connessi tra loro. Per accostarci all’Eucarestia non dobbiamo essere perfetti altrimenti saremo già santi in paradiso. Sentendoci uno con Cristo, ricevendolo come pane di vita, siamo in grado di comprendere se ci sono degli errori che la nostra coscienza ci rimprovera. Questi ci rendono difficile sentirci avvolti dalle ali dello Spirito. Allora ritorniamo in ginocchio davanti al Padre. Gli chiediamo il dono della guarigione da tutto ciò che non viene da Lui. Chiediamo il dono della guarigione da ciò che è di ostacolo al processo di perfezionamento dei nostri frutti.

Senza voler togliere nulla all’esame di coscienza che facciamo privatamente, davanti a Lui eucarestia, non possiamo mentire a noi stessi. Lo Spirito di verità ci riempie.

Alessandra e Riccardo

Mangiare un libro, si può? L’amore è fatto di piccoli bocconi.

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,83,4) Così dice il Signore: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai. Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole».

La prima lettura di oggi è interessante poiché ci fa intuire quanto sia vitale la Parola di Dio. Dal racconto si evince che il libro/rotolo mangiato rappresenti proprio la Parola di Dio, e all’inizio conteneva lamenti, ma fu per la mia bocca dolce come il miele.

Si potrebbero intessere molti discorsi circa l’importanza della Parola, ma abbiamo a disposizione poche righe perciò scegliamo di evidenziare quanto ci sembra opportuno per la vita sponsale.

La parola ha un’importanza vitale per la vita umana. Ci permette di comunicare tra noi e di capirci. Ha molte sfaccettature. Una parola può ferire grandemente. Un’altra può invece lenire sofferenze e portare conforto. Questa è un’esperienza comune a tutti perciò non ci dilunghiamo.

Spesso incontriamo sposi sempre alla ricerca di parole importanti, di parole che sconvolgono. Sono sempre alla caccia di incontri catechetici, interviste e libri di vario tipo. Cercano anche insegnamenti del tal predicatore e convegni del tal altro. Ma la Parola di Dio che posto occupa in tutto ciò?

Il parlare del predicatore dovrebbe essere una prolunga della Parola di Dio, un tentativo più o meno riuscito, di tagliarcela a pezzettini per mangiarla meglio. È la stessa esperienza che tutte le mamme fanno quando tagliano il cibo dei bimbi piccoli affinché non si strozzino.

Quindi un buon predicatore dovrebbe ricorrere spesso alla Parola. Dovrebbe farla risuonare il più possibile. Affinché il suo lavoro sia efficace per noi che siamo come quei bimbi piccoli che hanno bisogno di non ingozzarsi.

La Parola quindi ha bisogno di essere mangiata, o meglio, i santi dicono che bisogna ruminarla. Ovvero, per progredire nella fede, la migliore ricetta è la perseveranza di piccoli bocconi di Parola tutti i giorni. È meglio questo che un’indigestione (in un’esperienza spirituale) di qualche giorno e poi più nulla per il resto dell’anno. I santi insegnano a prendere ogni giorno una piccola frase da ripetere durante tutto l’arco della giornata. Questo aiuta pian piano ad entrare nel cuore. È proprio una sorta di ruminazione spirituale.

E tutto ciò è molto bello per lui e per lei singolarmente, ma per la coppia che c’entra?

Dobbiamo trasmigrare questa esperienza spirituale personale come atteggiamento vivificante per l’amore di coppia. Il grande amore non è fatto di grandi indigestioni di parolone da film romantici. Poi, c’è un digiuno di parole d’amore per un anno intero.

L’amore sponsale si costruisce con parole d’amore delicate, dolci, tenere, appassionate, ferme, risolute, fedeli… ma si nutre tutti i giorni di qualche parolina, proprio come quella ruminazione spirituale così anche nella relazione matrimoniale bisogna dar da mangiare al nostro coniuge piccole parole d’amore tutti i giorni.

Coraggi sposi, torniamo a farci la corte.

Giorgio e Valentina.

Salomone e la Sulamita: un simbolo di armonia e uguaglianza (4 puntata)

Ultima riflessione prima di entrare nel cuore del libro. Per leggere i precedenti articoli clicca qui

Chi sono i due protagonisti del canto d’amore? Non hanno un nome specifico, non sono identificati. Restano un po’ anonimi. Questo cosa suggerisce? Che in quell’uomo e quella donna possono rispecchiarsi tutti gli sposi. La coppia del Cantico è un esempio e un’immagine di tutte le coppie del mondo.

In altre letterature famose possiamo trovare la vicenda di Romeo e Giulietta, di Paolo e Francesca, di Orfeo ed Euridice, di Tristano e Isotta e così via. Quella raccontata è la loro storia. Nel Cantico non si racconta la storia di qualcun altro, ma la nostra storia. Siamo noi i protagonisti. Ognuno di noi si può identificare.

Gli unici appellativi utilizzati nel testo non sono identificativi dei due protagonisti, ma hanno un forte richiamo simbolico. Lui Salomone, lei la Sulamita. Poi, nel proseguo, vedremo il perché di questi nomi. Posso subito anticipare la radice comune dei due nomi: la parola ebraica shalom, cioè pace. I due protagonisti sono l’uomo e la donna della pace. Adamo ed Eva invece, dopo il peccato originale, sperimentano tra loro distanza e incomprensione. Per contro, nel Cantico Salomone è l’uomo della pace per la Sulamita e lei è la donna della pace per lui. Si torna alle origini. All’armonia delle origini.

Altra considerazione importantissima e per nulla scontata: i due amanti sono posti sullo stesso piano di dignità. Un testo poetico di 500 anni prima di Cristo, quando la donna era considerata inferiore all’uomo, equipara la donna all’uomo. Un particolare spesso trascurato.

Viene proposta una donna attiva, che ha desideri e volontà indipendenti e con pari dignità dell’uomo, in una società che invece era maschilista. Probabilmente questo è stato uno dei motivi che hanno provocato tante opposizioni all’introduzione di questo testo nel canone sacro. La Sulamita appariva troppo spregiudicata, tanto da essere vista quasi come una poco di buono per l’epoca.

Un’ultima riflessione prima di iniziare con il Prologo del Cantico. C’è un’altra storia della Bibbia dove ci sono un uomo e una donna non identificati. Noi li chiamiamo Adamo ed Eva, ma il testo di Genesi li identifica come Ish e Isha. Anche in questo caso non sono nomi propri, ma hanno una forte valenza simbolica. Siamo sempre noi Ish e Isha. Salomone e la Sulamita sono Ish e Isha e sono Antonio e Luisa. Molti potrebbero pensare che l’amore narrato nel Cantico sia meraviglioso, ma non per loro.

Sono pienamente d’accordo che per tanti, troppi sposi è così. Il matrimonio è spesso fatica, divisione, rottura e sofferenza. Dimentichiamo le divergenze e lasciamoci trasportare e meravigliare dai versi del Cantico. Cerchiamo di contemplare a cosa tutti siamo chiamati. Cosa potremmo avere se solo ci abbandonassimo a Cristo nel nostro matrimonio.

Dalla prossima puntata incominceremo ad approfondire il testo partendo dal Prologo. Non mancate!

Antonio e Luisa

Contemplare per riparare l’amore ferito

Carissimi sposi, nel bel mezzo dell’estate, nel continuare il nostro cammino, desideriamo soffermarci sulla penultima lettera della parola CONTEMPLARE che ci riporta all’azione del RIPARARE.

Come sempre, se facciamo riferimento al vocabolario troviamo che questa parola deriva dal latino reparare, ovvero porre rimedio almeno in parte a un male, a un danno, a un errore o, ancora, aggiustare qualcosa di rotto.

Ma in modo particolare oggi, nella festa di santa Chiara d’Assisi, non possiamo non fare memoria di ciò che Cristo, nella chiesetta diroccata di San Damiano, chiese a san Francesco: «và e ripara la mia Casa, che come vedi è tutta in rovina».

Sappiamo bene che ciò che a Francesco veniva chiesto di riparare non era l’edificio fisico ma la Chiesa, intesa come l’intero popolo di Dio, amandola cos’ì com’era senza scandalizzarsi delle sue povertà e delle sue piaghe e cominciando da se stesso.

Anche a noi, Quel Crocifisso Vivente rivolge lo stesso invito: «Famiglia và e ripara la mia Chiesa Domestica, per rimostrare all’uomo di oggi il volto del Risorto, mediante la santità e la testimonianza dell’unione sacramentale di voi sposi».

Ma in che modo? Innanzitutto, accettando di far diventare la nostra casa anche “luogo di consolazione” in cui far riposare il cuore di chi cerca quell’Amore che guarisce dall’esperienza del non amore, del fallimento e della divisione.

Ed ecco che, proprio per questa missione, ci viene in aiuto la nostra sorella Chiara, grande maestra di contemplazione. Se Francesco era stato inviato per il mondo, a Chiara Cristo aveva chiesto di sostenere le membra deboli e vacillanti della Chiesa mediante la preghiera. Ed è con Chiara che anche noi, da dentro le mura domestiche, vogliamo raggiungere tutti i poveri d’amore con la nostra semplice preghiera (intensificata in questo Anno della Preghiera voluto da papa Francesco in preparazione al Giubileo) che diventa riparatrice solo se è alimentata dall’amore di Colui che ci ha sedotti: il nostro Sposo Gesù.

Specchiandoci, ogni giorno, nei Suoi occhi (aperti, parlanti, luminosi, attenti, vivi, dolcissimi) sentiamo di seguirne la direzione, di guardare dove guarda l’Amato e osservare gli orizzonti di vita che Lui vede. Dall’alto della croce, Egli vede sicuramente ogni ferita e l’infinito bisogno di amore e di misericordia dell’umanità ma è proprio da lì che dona Amore senza misura. È già solo questa contemplazione che ripara il nostro sguardo di sposi e ci fa desiderare di raggiungere le ferite dell’altro.

Come Chiara e Francesco, e mediante gli occhi di Cristo, ogni coppia di sposi cristiani può contemplare nelle stesse piaghe del Crocifisso ogni sua ferita che, una volta riparata col balsamo della consolazione e da uno sguardo nuovo, può diventare sanante per altre famiglie e per ogni uomo.

ESERCIZIO PER RIPARARE L’AMORE

Offriamo le sofferenze, anche le più piccole, che come coppia vivremo in questa giornata in riparazione ad una crisi coniugale di un’altra famiglia (anche se non la conosciamo).

PREGHIERA AL CROCIFISSO PER RIPARARE L’AMORE FAMILIARE FERITO

O alto e glorioso Dio, illumina le tenebredi ogni famiglia ferita. Dà ad ogni coppia di sposi fede retta, che alimenti la guarigione del loro cuore; speranza certa, per guardare con i Tuoi occhi il loro amore; carità perfetta, per donarsi l’uno all’altro senza pregiudizi e umiltà profonda per accogliere le reciproche ferite. Dà ad ogni membro della famiglia, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà e annunciare al mondo quella Pace e quel Bene che sono radicati solo nel Tuo Cuore. O Sposo celeste, ripara il nostro amore familiare. Amen.

Buona festa di santa Chiara!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Un Viatico domestico

Cari sposi, in questi giorni di vacanza in montagna con la mia comunità religiosa nello spesso mi trovo a fare lunghe passeggiate in alta quota. Oltre agli scarponi è importante avere con sé l’acqua e il cibo necessari.

Già la prima lettura ci svela il senso dell’Eucarestia che verrà offerto da Gesù nel Vangelo: “Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Il cammino qui simboleggia la stessa vita di voi sposi, una strada lunga e impervia, pieno di colpi di scena e fatiche; per tutto ciò avete realmente bisogno di un alimento che vi rafforzi costantemente e sia all’altezza dello sforzo da compiere.

Nel Vangelo Gesù svela quale sia il cammino e in modo particolare la mèta da raggiungere; infatti, Egli indica il Cielo come l’obiettivo vero e proprio della vita e il Suo Corpo come l’alimento necessario per arrivarvi. Da qui che la Chiesa ha denominato “Viatico” l’Eucarestia, come appunto quel cibo che consente di giungere ad incontrare il Signore.

Voi sposi ricevete questo dono come tutti i credenti ma avete una caratteristica in più. Voi stessi siete Viatico, perché su di voi si staglia l’immagine eucaristica in quanto siete anche voi un corpo donato per amore. Difatti, se Gesù parla della sua “carne data perché il mondo abbia la vita”, l’Eucarestia, questo è altrettanto vero per voi che vivete il dono di voi stessi, in anima e corpo, tutti i giorni. Ma è questo dono che genera vita, nel senso che il mondo, tutti noi, abbiamo bisogno di vedere che l’amore vero esiste, che non è un illusione vaga o un sogno destinato a fallire dopo qualche anno.

Gesù conosce bene quanto sia fragile quella “carne” che vi donate ma è Lui che l’ha voluta abitare per primo nell’Incarnazione e vi ha donato l’Eucarestia perché continuiate a donarvi ogni giorno. E donandovi tra voi realmente diate vita al mondo.

Cari sposi, solo in Cielo capirete appieno la grandezza della vostra vocazione, quella di essere un prolungamento in terra dell’amore eucaristico di Cristo ma già da adesso potete gustare i frutti della missione che Lui vi ha affidato.

ANTONIO E LUISA

Per completare quanto già scritto da padre Luca, vi raccontiamo una nostra abitudine. Solitamente partecipiamo alla Santa Messa insieme. Una volta comunicati, torniamo al nostro posto e ci prendiamo per mano. Questo gesto semplice ma profondo ci fa sentire più forti e più uniti tra di noi, perché in noi c’è Gesù, che ci guida e ci protegge. Perché tra di noi, nella nostra relazione, c’è Gesù, che è il fondamento e il perno della nostra unione. È un gesto che ci fa sentire parte di una storia più grande, dove non siamo soli, ma il nostro Dio è con noi, illuminando il nostro percorso e rafforzando il legame che ci tiene uniti.

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Il matrimonio secondo Pinocchio. La tentazione di Lucignolo /35

Cap. XXX Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.

In questo capitolo si affronta il tema della tentazione. Pinocchio vuole invitare i suoi amici per la colazione dell’indomani, momento in cui diventerà finalmente un ragazzo secondo la promessa della Fata. Ma quando invita il suo amico più caro, Romeo soprannominato Lucignolo, si sentirà rispondere con un invito a sua volta, quello cioè di partire insieme per il Paese dei Balocchi, paese dove non si studia mai e si è sempre in vacanza.

All’inizio Pinocchio sembra deciso al rifiuto, ma poi pian piano si lascia convincere fino al punto che le iniziali contraddittorie presentate da Lucignolo diventeranno le sue scuse per divincolarsi dall’iniziale scelta di seguire il bene, e finirà che partiranno insieme verso il Paese dei Balocchi.

Ci sarebbero tanti discorsi da intraprendere, ma ci limiteremo ad un solo aspetto: quello del tentennamento. Lasciamo dapprima la parola al cardinal Biffi che così si esprime: La seduzione cresce nell’animo quanto più si indugia a contemplare gli aspetti piacevoli della prevaricazione. E quanto più si fanno ripetute e violente le dichiarazioni di resistenza, tanto più si sa che la resa è vicina.

Il discorso è stato ampiamente trattato da diversi Padri e Dottori della Chiesa, perciò cercheremo di dire in poche e povere parole ciò che ci sembra di utilità per la crescita della relazione sponsale.

Il punto messo in luce anche dal cardinal Biffi è quello del tentennamento, perché se il nemico intravede anche solo una fessurina da cui entrare, farà di tutto per infilarvisi; e quella che all’inizio era una fessurina diventerà come la breccia di Porta Pia.

Quando ci si presenta un pensiero e riusciamo a capire che è una tentazione, allora dobbiamo subito respingerla al mittente senza indugio, perché l’indugiare è già l’inizio del cedimento. Sicuramente la tentazione non si stancherà al primo colpo inferto, e continuerà imperterrita come un martello pneumatico a farsi sentire perché ha avvertito una certa titubanza in noi. Per vincere ci sono varie strategie tra cui la fuga, la distrazione e lo smascheramento.

Vogliamo mettere in evidenza lo smascheramento. Sicuramente a tanti genitori sarà successo di giocare coi figli piccoli a qualche gioco in maschera, giochi di ruolo, giochi in cui il bimbo o il genitore si trucca, si nasconde dietro un velo, sotto una coperta o simili: il bello del gioco è che non si scopre chi c’è veramente dietro alla maschera. Il gioco ed il suo fascino finisce appena uno dei giocatori smaschera l’altro, il quale, sentendosi scoperto smette di giocare praticamente.

Immaginate se Biancaneve avesse capito che la vecchietta, in apparenza così gentile, fosse in realtà la strega malvagia e l’avesse perciò smascherata subito. La storia sarebbe andata diversamente. Forse la vecchietta si sarebbe accesa di rabbia e sarebbe passata alle maniere forti.

Similmente succede anche a noi: se riusciamo a smascherare la tentazione fin da subito, essa perde di vigore col risultato che noi non pecchiamo. Può darsi che essa ritorni con più violenza sotto altre mentite spoglie, non importa, ci aggredirà forse, la cosa importante è che noi non cediamo e pecchiamo.

Cari sposi, a volte succede che il nostro consorte sia la via per smascherare una tentazione. Se per esempio siete assaliti dalla tentazione di un “storiella” con una collega bella e attraente, una ricetta vincente è raccontare a vostra moglie che avete una collega avvenente che cerca in tutti i modi di attirare la vostra attenzione e dire alla collega che la saluta vostra moglie: vedrete che tutto si sgonfierà come una bolla di sapone. Abbiamo fatto l’esempio al maschile, ma ovviamente vale anche al femminile.

Gli sposi danno fastidio al mondo e al suo principe perché sono l’immagine più vicina alla Trinità. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Mistagogia del lavacro battesimale: significato e simbolismo

In questo articolo condivido una mistagogia del lavacro battesimale. Nelle precedenti riflessioni ci siamo soffermati, come un preludio, sui momenti dell’accoglienza, dell’ascolto della Parola di Dio e dell’unzione pre-battesimale, della rinuncia e della confessione di fede.

Al momento del lavacro il celebrante invita la famiglia e i padrini ad avvicinare il battezzando al fonte. In realtà è Gesù che invita: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Giovanni 7, 38). In quel tempo Gesù disse queste parole per indicare il dono «dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Giovanni 7,39).

L’acqua contenuta dal fonte battesimale è stata santificata durante i riti della veglia pasquale o, se questo non fosse possibile, all’inizio della liturgia del sacramento del battesimo. Il sacerdote in quel momento ha invocato lo Spirito Santo affinché avvenga una meraviglia di salvezza come avvenuto nel passato. La preghiera di benedizione fa memoria dei momenti in cui l’acqua è stata preparata per il battesimo: l’acqua della creazione, l’acqua del diluvio, l’acqua del mare dell’esodo, l’acqua del Giordano nel battesimo di Gesù, l’acqua dal fianco trafitto di Gesù.

Durante il momento del lavacro, quando il capo è bagnato con quest’acqua, il battezzando partecipa alla vita trinitaria perciò il sacerdote dice: «Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Ogni battezzato dovrà narrare la meraviglia ricevuta in dono dal lavacro: «il Padre ci ha riplasmati, per mezzo del Figlio siamo stati riplasmati, e lo Spirito è vivificante. Anche nella prima creazione la Trinità era come adombrata in figure: il Padre plasmava, il Figlio era la mano del plasmatore, il Paraclito il soffio di chi inspirava la vita» (N. CABASILLAS, La vita in Cristo, Roma 2002, 117).  

Da oltre un millennio, la rinascita dall’acqua e dallo Spirito (cfr Gv 3,6) ha sostituito, nella quasi totalità, l’antica tradizione d’immersione totale della persona mantenendo la medesima significazione: «quest’acqua distrugge una vita e ne suscita un’altra, annega l’uomo vecchio e fa risorgere il nuovo … il gesto di immergersi nell’acqua e scomparire sembra un fuggire la vita nell’aria, ma fuggire la vita vuol dire morire. Riemergere invece e trovarsi di nuovo all’aria e alla luce è come un andare in cerca della vita e conseguirla» (N. CABASILLAS, 116).

Sull’architrave del battistero della Basilica del Laterano c’è un’iscrizione di papa Sisto III (432-440) che attribuisce al fonte battesimale la simbologia dell’utero materno: «Qui nasce al cielo un popolo di stirpe divina, cui genera lo Spirito fecondatore di queste acque. La Madre Chiesa, la virginea prole concepita per virtù dello Spirito Santo, partorisce in queste onde … Né v’ha alcuna differenza tra coloro che qui rinascono: li pareggia la medesima sorgente vitale, un identico Spirito, un’unica fede». Per la rigenerazione battesimale avvenuta nel fonte, come seno materno della Chiesa, ogni battezzato avrà la Chiesa per Madre per avere Dio come padre.

Può sorgere a questo punto la domanda: quali sono i bisogni di un nascituro nell’attimo in cui viene alla luce? Piange, ha fame, vuole essere coperto, invoca protezione, è in cerca di affetto; ancor prima ha bisogno della recisione del cordone ombelicale che come un ‘canale’ fino a quel momento ha trasmesso le sostanze necessarie per il suo sviluppo. Questo taglio pur se avviene materialmente non farà mai venire meno il legame esistenziale tra la mamma e suo figlio, ugualmente accadrà tra la Chiesa e ogni singolo battezzato.  

Fino a quando il cristiano vive sulla terra ha bisogno delle cure materne ecclesiali con i canali sacramentali per ricevere i tesori della vita spirituale, quando poi egli nascerà alla vita in Cielo non ne avrà più bisogno. Ecco perché la Chiesa deve essere amata e chiamata lietamente con il nome di ‘madre’: «non ci ha generati per poi abbandonarci e lasciarci correre da soli la nostra avventura: ci custodisce e ci tiene tutti uniti nel suo seno materno; viviamo sempre del suo spirito, ‘come i bambini nel seno della madre vivono della vita di lei’. Ogni cattolico nutre per essa un sentimento di tenera pietà filiale» (H. DE LUBAC, Meditazioni sulla Chiesa, Milano 2011, 182).

La Chiesa domestica, che poco prima del lavacro si è impegnata ad insegnare l’arte dell’amare Dio e il prossimo, dovrà chiedersi: è proprio difficile amare questa Chiesa-madre?

Forse se ciascuno avrà imparato ad amarla sulle ginocchia della propria madre non le sarà difficile neppure insegnare a fare altrettanto. «Sia sempre benedetta questa grande Madre augusta, sulle cui ginocchia ho tutto appreso» (P. Claudel). Ho imparato da lei a parlare e anche a pregare con la parola umana e quella del Vangelo, a guardare e forse anche a interpretare la realtà degli uomini e quella del divino, a ringraziare e a chiedere perdono … Così la Chiesa mi ha insegnato ad amare: quando ero sulle ginocchia della mia giovane madre ma anche quando, divenuta anziana, le rughe per le tante esperienze amare come un velo sul suo volto si sono posate. «Quante tentazioni proviamo verso questa Madre che dovremmo soltanto amare!» (H. De Lubac).

Don Antonio Marotta

Rege o Maria: App Innovativa per la Consacrazione a Maria

Alcune settimane fa mio marito ed io abbiamo avuto la gioia di ritrovarci con un carissimo seminarista nell’Istituto del Verbo Incarnato, rientrato in famiglia per qualche giorno di riposo. Ci lega una splendida e solida amicizia di vecchia data nonché l’appartenenza alla stessa parrocchia anche se, per ragioni di studio e di vocazione, ormai il nostro amico vive, ormai da diversi anni, nel seminario di Montefiascone (in provincia di Viterbo ed è confratello di Raúl Chasco, molto noto per un magnifico gioco di carte con cui spiega la storia di Gesù, ospitato anche a Tv2000); prossimo all’emissione dei voti perpetui, ci ha fatto conoscere un’app davvero innovativa:  Rege o Maria.

Con la tecnologia bisogna fare attenzione, si sa, perché i rischi di povertà intelletuale e di banalità nei contenuti – quando non peggio – sono sempre dietro l’angolo, senza considerare eventuali bug di sistema, costi, obbligo di sottoscrivere un abbonamento, ecc … Rege o Maria, invece, è straordinaria e illuminante, semplice, intuitiva e davvero utile in quanto propone un percorso a tappe in preparazione alla consacrazione a Maria secondo l’insegnamento di San Luigi Maria Grignon de Monfort. Come leggiamo nell’introduzione della stessa app, infatti, essa “è destinata anzitutto a chi vuole iniziare un cammino di vera conversione. Spesso ci si chiede: «Padre, voglio cambiare vita … voglio lasciare il peccato … voglio conoscere meglio la mia fede …» o addirittura «non conosco quasi niente» … «non so da dove cominciare». In breve: questa preparazione è destinata a qualsiasi persona voglia un mezzo concreto ed efficace per tendere alla santità. In qualunque stato si trovi. Non spaventarti riguardo le esigenze. Come in ogni cosa, ci saranno momenti dove si farà un po’ di fatica, ma sarà facilmente realizzabile da chiunque desideri arrivare a Gesù per mezzo di Maria”.

Parafrasando il titolo di un noto film degli anni Ottanta, scusate se è poco! Nel far west del digitale, simili applicazioni sono un’oasi nel deserto spirituale che sembra dominare la società ma che, a ben vedere, ha sempre più fame e sete di Bellezza, Verità e vita di fede. I download di Rege o Maria, infatti, sono già numerosissimi e questo percorso personalizzato – sì, perché, pur partendo da una base comune, si adatta ai tempi di ogni singolo utilizzatore – sta aiutando sempre più persone a scoprire o riscoprire la profondità di una religiosità troppo spesso ridotta al dovere di timbrare un cartellino settimanale per sentirsi a posto in coscienza ma che, si sa, è molto molto di più.

La vita spirituale, infatti, è qualcosa di vivo, in costante evoluzione e che va coltivato se si desidera progredire in essa e vedere dei frutti spirituali maturi, duraturi, importanti, per se stessi e per gli altri. Sarebbe bello, per esempio, proporre il cammino di consacrazione attraverso qusta app al proprio fidanzato o fidanzata, al marito o alla moglie, ai figli, ai genitori, agli amici! Non per innescare un’innaturale sfida virtuale ma per stimolare una crescita dell’anima che davvero può fare (e farci) del bene.

Non dimentichiamo, infatti che – utilizzando il titolo di un’altra pellicola cinematografica – “Nessuno si salva da solo”, che altro non è che il senso profondo dell’esperienza cristiana, che trova il suo fondamento proprio nella parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). Essere testimoni e missionari dell’amore non significa solamente partire per terre lontane e inospitali ma prendersi cura della spiritualità propria e dei propri cari, a cominciare innanzitutto dal coniuge e dai figli. Come disse Santa Teresa di Calcutta: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”.

Quando la tecnologia aiuta la vita spirituale si possono, quindi, ottenere dei risultati concreti e in linea con i tempi nei quali viviamo, tempi duri e difficili ma che non devono scoraggiarci: Dio è sempre accanto a noi, e solo se anche noi ci mettiamo attivamente in cammino con Lui, per Lui e in Lui, potremo rendercene conto e sperimentare la gioia, la pace e la felicità a cui tanto aneliamo e che troppo spesso cerchiamo altrove, nei qualcosa e nei qualcuno più disparati ma quasi sempre, ahimè, con esiti deludenti, passeggeri o quant’anche negativi.

Scarichiamo, utilizziamo e diffondiamo l’app Rege o Maria perché, sempre citandone l’introduzione, “mentre il mondo cerca di attrarti offrendoti dei mezzi e segreti per una vita più comoda, spensierata e lontana da Dio e dal tuo destino eterno, suscitando in te la bramosia di maggiori benefici nell’ordine materiale, tu invece ti accingi a conoscere un «segreto» che recherà alla tua anima «tante ricchezze e tante grazie che ne resterai meravigliato e la tua anima ne sarà colma di gioia»”.

Fabrizia Perrachon

P.S: l’app è disponibile sia per Android che Mc nei relativi store online. Per saperne di più clicca qui. Per conoscere la Congregazione del Verbo Incarnato consiglio il sito ufficiale.

Una vacanza al servizio del matrimonio

Nella terza e quarta settimana di luglio anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga in Val di Fassa, dedicata alle coppie entro i dieci anni di matrimonio (ogni coppia rimane solo una settimana).

Per il quarto anno consecutivo, io e altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) insieme ai figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele, Matilde e Miriam), oltre ai “nonni” Natalino e Maddalena, abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 0 e 13 anni) nella seconda settimana di vacanza.

I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Annalisa, vari sacerdoti e l’equipe di Mistero Grande; per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività. È sempre un’esperienza che arricchisce sotto tanti punti di vista, provo soltanto a fare qualche breve riflessione.

Innanzitutto, è un tempo di qualità che posso trascorrere con le figlie, perché, anche se i ragazzi alla fine stanno per conto loro (camere comprese), condividiamo un “servizio” comune, oltre ai pasti della giornata e tutte le numerose attività che noi papà organizziamo nel pomeriggio e dopo cena.

Infatti, durante l’anno, tra la scuola, il lavoro e tutti gli impegni, non capita mai di essere così a lungo in contatto con loro e devo ammettere che tutti i figli hanno preso questo impegno seriamente, senza mai lamentarsi e anzi proponendosi per consolare il bambino di turno o per spingere un passeggino. Come genitore è un aspetto che mi rende orgoglioso e mi conferma che questi giovani, nonostante le ferite che si portano dietro, nel loro cuore hanno tutte le risorse necessarie per andare oltre e fare del bene a sé stessi e agli altri; addirittura, qualcuno dei nostri ragazzi è voluto venire con noi papà nella stanza adibita allo scopo, per imparare a cambiare un pannolino.

Ogni anno poi accade che qualcuno dei bambini si leghi in maniera particolare a uno dei nostri figli per il tempo passato insieme a giocare, colorare, andare sull’altalena o sullo scivolo.

In questo mondo così complesso e tormentato da venti di guerra, vedere dei bambini giocare e divertirsi con una palla, le bolle di sapone o altre cose semplici, è una bella ricarica di speranza e di fiducia sul futuro. Persino alcune bambine più grandi, tra i dieci e i tredici anni, vedendo noi animatori, si sono responsabilizzate così tanto, da creare, con tanto di etichette personali, uno “sportello” di aiuto per tutti i bambini che erano in difficoltà e piangevano, l’“Agenzia tante coccole”: avevano fatto la lista dei bambini più piccoli e mettevano una spunta ogni qual volta qualcuno di loro si addormentava nel passeggino o era sotto controllo nella piscina con le palline. Non voglio fare nomi, ma ci tengo a ringraziare le ragazze per questo prezioso aiuto e questa dimostrazione di amore che mi rimarrà fra i ricordi più belli di questa vacanza.

Quest’anno, oltre ai due eventi di baby dance, su richiesta dell’equipe, una sera abbiamo cenato all’aperto con i bambini nel piazzale davanti all’albergo (pizza, patatine fritte e gelato), mentre le coppie all’interno cenavano a lume di candela per dare l’opportunità, almeno una volta, di mangiare da soli, guardandosi negli occhi, senza doversi occupare dei figli. Credo sia stata una trovata molto apprezzata, perché effettivamente, magari con tre o quattro figli, la coppia non ha mai un tempo di qualità da dedicare a sé stessa, per confrontarsi, parlare liberamente e ricaricare un po’ le energie.

Con gli altri papà abbiamo commentato che, se avessimo potuto partecipare a una vacanza formativa del genere e avessimo così capito qualcosa in più del Sacramento del matrimonio, forse, la nostra famiglia non si sarebbe sfasciata. È un dubbio che rimarrà, nessuno lo può sapere, ma certamente un errore grave è stato quello di sposarsi, “viva gli sposi” e poi tanti saluti! Non eravamo formati bene e soprattutto non abbiamo fatto niente per recuperare dopo il matrimonio.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, troveranno sempre delle difficoltà da superare nella vita, anche solo lo sconvolgimento e il cambio totale degli equilibri con l’arrivo di un figlio: se le coppie hanno chi le aiuta e chi continuamente le guida ad approfondire il Sacramento del matrimonio, ci sono buone speranze, altrimenti è probabile che, prima o poi, le cose vadano male o si rimanga insieme solo per una sorta di compromesso.

Un medico che si laureasse e che poi non si aggiornasse continuamente, per tutta la vita, sulle nuove scoperte, i farmaci e le terapie esistenti, non credo che riuscirebbe a curare bene i suoi pazienti: allo stesso modo una coppia che dicesse di aver capito finalmente il Sacramento, vuol dire che non ci ha capito proprio niente!

Per la mia esperienza sono convinto che molte famiglie si trovino in situazioni difficili perché la coppia non ha mai deciso di crescere insieme e quindi di leggere libri, partecipare a seminari, convegni, eventi e di camminare insieme con altre famiglie. Purtroppo, in pochissime parrocchie o realtà c’è questa sensibilità e consapevolezza che il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza; pertanto, un appuntamento come la prima edizione della scuola nuziale on line (clicca qui per info) ideata da Antonio e Luisa con Mistero Grande, è un’occasione importante per approfondire diverse tematiche.

Faccio un’ultima sottolineatura: qualcuno potrebbe pensare che vedere e frequentare delle belle famiglie come abbiamo fatto a Soraga, possa suscitare in noi papà separati un sentimento d’invidia, ma in realtà è proprio il contrario: noi siamo felicissimi che esistano delle coppie preparate che vivono in armonia e si vogliono bene, sono una bella testimonianza di come ama Dio e un segno di speranza. L’ho detto chiaramente alle coppie durante la breve testimonianza che mi hanno chiesto di fare l’ultimo giorno: “non so se l’avete capito, ma il futuro non della Chiesa, ma dell’intera umanità, dipende anche da voi e da come svolgerete la vostra missione”.

È stato bello conoscere e parlare con nuove coppie, rivedere alcune degli anni precedenti, darci l’appuntamento al prossimo anno e anche superare alcune difficoltà iniziali, come la titubanza dei genitori di lasciare per la prima volta bambini molto piccoli a questi strani papà, che alla fine, nonostante le raccomandazioni, sono degli sconosciuti.

Abbiamo anche ricevuto dei messaggi scritti di ringraziamento dalle coppie per la luce e l’amore che hanno visto nei loro figli dopo la vacanza: hanno capito che è un piccolo seme dell’amore di Dio che sicuramente, a tempo debito, fiorirà!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Da deserto a prato

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21) In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Nel Vangelo di ieri abbiamo sentito il racconto di questa famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci ad opera dell’evangelista Matteo, e ci sembra opportuno richiamare solo un particolare che spesso ad una prima narrazione superficiale sfugge, e cioè il fatto che i discepoli si rivolgono a Gesù così: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi[…]», ma poche righe dopo S. Matteo descrive la scena così : «[…]dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba».

Perché i discepoli dicono di un luogo deserto e l’evangelista parla di erba? Cos’è successo nel frattempo? Qualcuno ha bevuto un goccetto? Forse che il Signore abbia fatto come secondo miracolo crescere l’erba nel luogo deserto per dare un cuscino alla folla?

A noi sembra che l’evangelista abbia volutamente inserire questo contrasto per sottolineare l’importanza della moltiplicazione dei pani e dei pesci in quanto simbolo e prefigurazione dell’Eucarestia.

Bisogna notare come Gesù si sia dato da fare anche nel luogo deserto, perché infatti: sentì compassione per loro e guarì i loro malati; quindi le guarigioni fisiche sono già miracoli operati da Gesù a seguito della sua compassione per i dolori dell’umana condizione. Già questo passaggio meriterebbe un articolo approfondito, ma andiamo al punto di oggi. Opera miracoli ma è ancora in un luogo deserto, perché?

Questo deserto ci indica che i miracoli legati alla guarigione del corpo sono certamente importanti, avendo smosso la compassione di Gesù, ma sono ancora poca cosa perché questo corpo è destinato alla corruzione del sepolcro. Ci sono molte persone, tra la folla che segue Gesù, che lo seguono solo per ottenere guarigioni corporali.

Tradotto per noi: forse ci sono molti cristiani/molte coppie che hanno una pratica religiosa cattolica solo per trarne giovamento nel corpo, nelle relazioni sociali, nella propria autostima, nell’educazione dei figli piccoli, nelle cose di questo mondo, pur importanti ma secondarie.

L’evangelista sembra quindi ricordarci che chi segue Gesù solo per le cose di questo mondo resta povero dentro, resta con il deserto sotto i piedi.

Mentre invece chi vuole partecipare al banchetto del Pane del Cielo, chi vuole nutrirsi del farmaco immortale, chi vuole dar da mangiare alla propria anima immortale, chi vuole entrare in contatto con Gesù stesso tanto da diventare un solo corpo con Lui, questi cristiani trovano l’erba come fosse un cuscino comodo su cui sedersi.

Il miracolo dei pani e dei pesci è insieme un ricordo della manna del deserto e una prefigurazione del Pane eucaristico, di Gesù Eucarestia.

Anche noi sposi possiamo attingere a questo cibo per l’anima, anzi, il nostro Sacramento vive e cresce solo con l’aiuto di questo nutrimento spirituale, e per giungere a piena maturità deve imitare il Sacramento dei Sacramenti che è l’Eucarestia.

Gli sposi che attingono a questo Pane del Cielo si accorgono come pian piano esso ci trasformi dal di dentro sia singolarmente che come coppia ad “imago Dei”, è un cammino di perfezionamento lungo tutta la vita.

Potremo sperimentare come i luoghi deserti della nostra relazione sponsale comincino ad abbozzare i primi germogli di erba tenera e fresca. Coraggio, preferite il deserto o un bel prato?

Giorgio e Valentina.

Cantico dei Cantici: un corpo sessuato per mostrare Dio (3 puntata)

Proseguiamo oggi con l’introduzione al testo. Clicca qui per rileggere le puntate già pubblicate.

Nel Cantico dei Cantici viene cantato l’amore. L’amore umano. È un libro che narra un’esperienza d’amore, concreta, tra un uomo e una donna. Un amore di tipo sponsale. Tutto il contesto lo fa credere. Non è solo un amore oblativo, di dono. Non è un amore platonico. È un amore prevalentemente carnale. È un amore completo, totale. Un amore passionale con risvolti erotici, per nulla velati, ma molto espliciti. Dove, seppur in modo poetico e mai volgare, non viene tralasciato nulla del corpo dell’amato e dell’amata.

Non viene tralasciato nulla di sensazioni, emozioni, sapori, odori e colori. Una bellezza che piano piano si svela, proporzionalmente allo svelarsi e all’accogliersi vicendevole dei due sposi, in un crescendo di esperienza sempre più concreta ed intima dell’uno con l’altra.

Per vivere questo amore cantato nel Cantico, dobbiamo purificare il nostro sguardo. Dobbiamo essere capaci di eliminare una certa malizia, che spesso si nasconde dietro certe idee di amore erotico. Dobbiamo eliminare anche un falso pudore, che spesso nasconde la nostra chiusura all’altro e incapacità di farci dono.

L’amore erotico tra due sposi non è nulla di vergognoso o di sporco. Certo possiamo sporcarlo noi con il nostro egoismo. L’amore erotico che Dio ha pensato per noi è qualcosa che apre alla meraviglia dell’amore, che diventa esperienza concreta vissuta nel corpo. Lo sguardo di Dio sulla sessualità umana, da sempre, è uno sguardo buono e positivo. L’espressione che troviamo nella Genesi al cap.1 E Dio vide che era cosa molto buona è posta proprio al termine della creazione dove aveva appena formato uomo e donna. Due creature sessuate, diverse e complementari, che, nell’unione intima, diventano una sola carne e diventano fecondi.

Due creature fatte a somiglianza di Dio, che nella loro relazione sponsale riproducono la relazione d’amore di Dio Trinità in se stesso. Detto in altre parole, Dio ci ha voluto sessuati, perché nell’unione intima e completa di due sposi si potesse scorgere, in maniera diversa e limitata ma concreta, la relazione perfetta delle persone della Trinità1.

Il corpo, che non solo ci appartiene ma ci costituisce come persone insieme all’anima, diventa strumento per esprimere in modo chiaro e netto quell’amore che abbiamo nel profondo di noi. Il corpo rende visibile ciò che non è visibile. Una realtà non solo lecita, ma santissima. Santissima come lo è il Cantico. Il Cantico parla di questo amore. Un libro da leggere con lo stupore di chi si addentra nella profondità del pensiero di Dio. Un libro che apre alle meraviglie di un’esperienza, che noi sposi possiamo e dobbiamo vivere nella concretezza della nostra relazione e della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

  1. E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. (Udienza di Papa Francesco del 15/4/2015) ↩︎

Cose dell’altro mondo

Cari sposi, tempo fa lessi un’intervista a un’attrice di contenuti “per adulti”; il giornalista le stava domandando a proposito della sua vita personale ed è così che si è arrivati al tema religione. Se da un lato aveva ammirazione per alcune idee del Cristianesimo, dall’altra si era mostrata fermamente convinta dell’assurdità del matrimonio: pensare di rinchiudere l’amore in un rapporto tra uomo e donna era da lei percepito come assolutamente contrario al “buon senso” …

Ma in fondo, un po’ di ragione ce l’ha, perché voi sposi siete portatori di cose e beni dell’Altro Mondo. Ora vediamo come la Parola odierna va proprio in linea con questa affermazione.

La prima lettura contiene in nuce quello che diviene palese nel Vangelo. Giustamente i poveri ebrei nel deserto, una volta che hanno seminato gli Egiziani e sono riusciti a passare il Mar Rosso, finite le scorte per resistere nei primi giorni di viaggio, si sono chiesti: “e adesso che facciamo qua nel bel mezzo del deserto? Come facciamo a sopravvivere?”. Ancora una volta il buon senso sembra avere la meglio su quello che il Signore aveva operato fino a quel momento.

Proprio a quel fatto si rifà Gesù nel lungo discorso pronunciato nella sinagoga di Cafarnao e che solo Giovanni ci ha riportato. Alcuni esegeti hanno fatto notare giustamente che Gesù ha preparato con cura quelle sue parole, facendole precedere da gesti che, ad attenti osservatori, avrebbero spalancato le porte della fede.

Infatti, Gesù il giorno prima ha moltiplicato i pani e i pesci, quindi, ha dimostrato di avere un potere totale sulle cose materiali; la stessa notte Gesù cammina sulle acque, e così rivela di poter fare ciò che vuole con il suo corpo, sfidando anche le leggi della gravità. E solo a quel punto Gesù può dire con verità che ci avrebbe donato il suo Corpo, trasformandolo in nuova Manna che scende dal Cielo e annunciando per la prima volta la meravigliosa realtà dell’Eucarestia.

Sappiamo come andò a finire quel discorso: un tremendo flop comunicativo che fece allontanare la maggior parte dei suoi ammiratori. Di nuovo il “buon senso” non sembra essere dalla parte di Gesù…

Attenzione però, perché il vostro amore sponsale, consacrato da Cristo, è contenuto anch’esso in quell’annuncio eucaristico ed è soggetto della medesima reazione degli astanti. È come se Gesù avesse detto che il vostro amore è disceso dal cielo per dare vita al mondo. È un dono dell’Altro Mondo che – sebbene abbia un fondamento naturale – sfida ogni logica razionale.

Ebbene sì, solo a Dio poteva venire in mente di elevare, di santificare, di innalzare a una tale dignità un rapporto umano spesso così fragile e volubile. Ed è perciò solo con Cristo che l’amore sponsale, iniziato con sogni e grandi aspirazioni di amarsi per sempre, può davvero diventare realtà, sfidando persino il più bieco egoismo e cattiveria.

Cosa c’è di più irrazionale di un Dio che si fa Ostia e rimane “rinchiuso” in un tabernacolo, nella solitudine di tante chiese? E non è forse altrettanto non comprensibile che un uomo e una donna, così diversi tra loro pretendano di amarsi come Cristo ha amato la Chiesa…?

Cari sposi, per grazia di Dio è così, siete portatori di beni dell’Altro Mondo e potreste non capire nemmeno voi stessi, immersi nel mainstream di amori liquidi. Ma non temete perché, se da un lato quel discorso di Gesù a Cafarnao lasciò la sinagoga mezza vuota, dall’altro ha svelato la più bella verità e cioè che Gesù nell’Eucarestia è il Dio-con-noi fino alla fine dei tempi. Proprio come Egli agisce nel vostro amore nuziale e vuole rendersi presente tramite voi.

ANTONIO E LUISA

Il segreto sta nel riconoscersi affamati e poveri. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli.

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