Il grande talento nuziale

Care coppie, quale reazione avreste se un bel giorno, consultando il vostro home banking sul cellulare, scopriste che uno dei vostri migliori amici, familiari o parenti vi ha voluto regalare, per il vostro compleanno o anniversario, ben 48.000 €! Perché a questo ammonta un talento biblico, tradotto in euro. Figuriamoci poi se il conto fosse il doppio o il quintuplo, non penso proprio che se ne rimarrebbe lì ozioso…

Ma cosa può aver spinto quel signore, dopo essersi accorto del dono ricevuto, a restare con le braccia incrociate? Il Vangelo dice che è stata la “paura”: ma paura di che? O meglio: di cosa avrebbe avuto timore? Chi o cosa lo stava minacciando se all’improvviso era diventato così ricco?

Ragioniamo un po’ su questo fatto: un padrone affida un sacco di soldi a dei servitori e non è un fatto di poco conto. Infatti, a chi daremmo una tale cifra se non persone di cui ci fidiamo pienamente? Il padrone non solo confida che non li useranno male ma in cuor suo sta scommettendo che li impiegheranno secondo il suo modo di fare, cioè, mettendoli a frutto. Si evince che tra queste persone vige una logica di famiglia e non tanto di legalismo esteriore.

Ecco allora che la “paura” del servitore non si giustifica in tale contesto, non ha motivi di esistere. È segno, piuttosto, che egli stesso non nutriva buoni sentimenti verso il suo padrone, non ricambiandolo della benevolenza e del credito dimostratogli. Una cosa va detta: questa paura, come in tante altre vicende evangeliche, appare ogniqualvolta si presenta una novità a cui aprirsi, una circostanza che il Signore usa perché ci lasciamo trasformare e allargare il cuore. I primi due l’hanno fatto, il terzo no.

Che vi ricorda tutto ciò? È esattamente lo stesso atteggiamento di Adamo ed Eva, la radice del peccato originale, che si ripresenta nel terzo servo verso il suo padrone: la sfiducia a cui segue la paura. Così, la colpa deplorata dal padrone è un omissione nata dalla non riconoscenza e dalla non valorizzazione del dono ricevuto, è in fondo un’alta aspettativa tradita.

Ma ora veniamo a voi, cari sposi. Di quanti talenti vi ha adornato il Signore! Oltre ai doni personali, alla grazia sovrabbondante, all’Eucarestia, a Maria Santissima… l’amore coniugale è la più alta forma di relazione esista tra le persone umane, tutte le altre (fraterna, materna/paterna, amicale…) prendono qualcosa ma non tutto dal vincolo matrimoniale. Abbiate il coraggio di riconoscere il dono che vi ha fatto il Signore donandovi il vostro coniuge!

Questo vangelo vi sprona ad essere attenti e vigilanti per saper tenere davanti agli occhi quanto bene è stato versato nella vostra vita personale e di coppia, renderne grazie di continuo ed essere fecondi nel donarvi vicendevolmente e alle persone che il Signore vi ha messo accanto. La paura la sentirete sempre, la paura di non giocarvi la vita di coppia e di famiglia fino in fondo, di non impegnarvi del tutto. Ma lo Spirito soffia di continuo per richiamarvi alla pienezza generosa della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

La parabola dei talenti può essere una bellissima immagine della fecondità della coppia. La coppia di sposi non può pensare di chiudersi. Non può credere di bastarsi. L’amore generato nella coppia va poi reso fecondo. Un amore autentico diventa genativo. Come un fiume in piena esonda, esce dalla coppia e si trasforma nella vita dei figli che gli sposi concepiscono ma non solo. L’amore generato nella coppia diventa servizio, accoglienza, ascolto, gentilezza, tenerezza, aiuto, empatia, prossimità per tutti. Se gli sposi si chiudono e non rendono feconda la relazione perderanno anche quel talento che Dio aveva dato loro. Anche il loro amore morirà.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /16

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. – Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola. – Bravo ragazzo! – Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.

Il primo vestito di Pinocchio non è proprio un vestito ma forse più una bozza di vestito, sembra quasi che Geppetto abbia confezionato questo vestito con materiali di fortuna come fosse una prova prima del vero vestito futuro. In fondo Pinocchio non è che ancora un burattino, e dimostrerà nelle pagine seguenti se meritare o no il passo successivo; Geppetto sembra che doni poco, in realtà scopriamo che non ha altro materiale per confezionare un bel vestitino, scopriamo inoltre che per Pinocchio questo è già tanto:

Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi: – Paio proprio un signore! – Davvero, – replicò Geppetto, – perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.

Se da un lato quindi Geppetto dona tutto ciò che ha, questo tutto si rivela perfetto per Pinocchio, addirittura si rivela già oltre ogni sua aspettativa; viene quindi mostrata la gradualità degli insegnamenti nell’educare di Geppetto, il quale non si fa prendere dall’entusiasmo bambinesco del figliuolo ma concede a piccole dosi tarando bene l’agire in base alle capacità recettive di Pinocchio.

Trasportando il tutto nella nostra vita scopriamo quanto l’agire di Geppetto sia sovrapponibile all’agire del Padre: non è forse vero che nella sua grande pazienza il Padre si accontenta dei piccoli passi di santità che riusciamo a fare ogni giorno e ci dona la Sua Grazia nella misura in cui siamo capaci di sopportarla, di portarne la responsabilità? Molte volte abbiamo visto coppie di sposi travolte dall’entusiasmo – come Pinocchio con i suoi nuovi piedi – di un corso intenso oppure dopo un seminario sui temi matrimoniali, sembra che ormai abbiano capito dove stanno i loro problemi relazionali, somigliano a Pinocchio quando si specchia col nuovo vestito di carta fiorita. Salvo poi rivederli dopo 1 o 2 anni con gli stessi problemi se non addirittura peggiorati.

Cos’è successo ?

Il Signore ci conosce bene, ed il Suo dono è tarato non sulla Sua bontà, che è infinita, ma sulla capacità nostra di accoglienza di tale dono; ecco che le coppie di cui sopra avvertono quest’attenzione speciale di Dio nei loro confronti che inonda il loro cuore di gioia ed entusiasmo, ma non si rendono conto che quello è solo un vestitino di carta fiorita.

Ciò che li aspetta è un vestito di prim’ordine di una sartoria elegantissima, si illudono che il vestitino di carta fiorita possa bastare “-Paio proprio un signore-” , ma quando arriva la prima pioggia – di problemi, di incomprensioni, di ostacoli di varia natura – ecco che tutto finisce in una pozzanghera e tanti saluti ai bei propositi sprecando così il dono iniziale.

Cari sposi, il vestitino di carta fiorita che il Signore ci dona è solo una spinta iniziale per cominciare a mettere mano sul serio al nostro matrimonio, non è sufficiente “specchiarsi in una catinella piena d’acqua“, se il Signore ci ha messo nel cuore il desiderio di cambiare per rendere più bello e santo il nostro matrimonio, per risolvere i problemi dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci tutta la volontà di cui siamo capaci, altrimenti rischiamo di crogiolarci per qualche giorno gustando quell’entusiasmo iniziale come Pinocchio “così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:” senza poi mettere a frutto il dono inziale.

Non perdiamoci d’animo, coraggio: aiutiamoci che il Ciel ci aiuta!

Giorgio e Valentina.

Il senso è nel dono di sé. Anche quando non è corrisposto

Vi condivido oggi la seconda riflessione che abbiamo preparato per la pagina delle Mamme e Mogli per vocazione. Se volete qui trovate la prima.

Siamo re quando sappiamo donarci per primi e sempre.

Settimana scorsa abbiamo introdotto le tre dimensioni battesimali. Oggi cercheremo di approfondire la prima. Siamo re con Gesù. Una dimensione che abbiamo approfondito nel nostro libro Sposi re nell’amore. Cosa significa? L’appartenenza a Cristo ci dona due qualità molto importanti per vivere ed incarnare la regalità di Gesù nel nostro matrimonio: la dignità e la libertà. Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare questi due valori: la nostra dignità e la nostra libertà. Solo così potremo accogliere il dono di Dio di essere re con Cristo.

Cristo re ha una sola legge: la legge dell’amore. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della sua Legge. Il re perdona non perché sia debole e non sia capace di imporsi e di lottare, ma perché il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re quando sono capace di perdonarla senza smettere di avere uno sguardo benedicente su di lei. Sono re quando riesco a non ridurla al suo errore. Perché sono libero da quel male che mi ha fatto. Perché sono degno nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. Questo è un punto fondamentale. La mia regalità non viene da lei e dal suo riconoscimento, ma viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

Attenzione! Riscoprire e riconoscere la nostra dignità e la nostra regalità non ci serve per innalzarci sopra gli altri. Non ci serve per sentirci migliori di nostra moglie e di nostro marito. Non ci serve per giudicare, per umiliare, per montare in superbia e sentire di meritare più di quell’uomo o quella donna che ci sta accanto. No! La consapevolezza del nostro valore, della nostra dignità, della nostra regalità ci consente di servire meglio quella persona che abbiamo sposato. Ci consente di liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità! Sembra una bestemmia di questi tempi. Eppure è così! Il re e la regina sono capaci di amare anche quando l’altro non dà o non dà abbastanza.

Vi racconto un aneddoto personale. Ero sposato con Luisa da circa tre anni. Avevamo avuto già Pietro e Tommaso. Erano molto piccoli ed erano nati a pochi mesi l’uno dall’altro. Mi sono sentito oppresso e inadeguato. Ero ancora giovane. Mi sono sposato che avevo 27 anni. Vedevo i miei amici continuare a fare la vita da ragazzi. Uscire la sera, divertirsi, calcetto, discorsi idioti. Insomma le cose che facevo anche io prima. Ho cominciato a sentire la casa e la famiglia come una prigione. Ho cominciato a stare spesso fuori casa, a trovarmi attività che mi impegnassero e a lasciare Luisa spesso da sola. Giocavo a calcio a cinque. Luisa non mi ha mai impedito di farlo. Beh mi sono trovato una seconda squadra per stare di più fuori casa. Quando ero in casa ero freddo e distaccato. Mi comportavo davvero male. Luisa non ha mai smesso di sostenermi. Aveva tutto il diritto di arrabbiarsi con me. Non lo ha fatto. Mi ha sempre fatto appoggiare a lei. Ha capito che in quel momento era lei la più forte dei due, era la regina, io non ero re, e non si è tirata mai indietro. Aveva capito che stavo attraversando il mio deserto. Sapete qual è uno dei gesti d’amore più belli che mi ricordo di aver ricevuto da mia moglie? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. La trattai male, come altre volte durante quel periodo di crisi, su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato, un amore che se ne fregava dell’orgoglio e che se ne fregava di chi aveva ragione o torto. Con quel gesto mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo. Quello è stato un momento di svolta. Da lì, con l’aiuto della mia sposa, sono riuscito ad uscire dal deserto. Lei aveva tutto il diritto di mandarmi a quel paese e di tirarmi la caffettiera in testa. Altro che prepararmi il caffè. Ma l’amore non ragiona così con la giustizia umana. Avrebbe avuto ragione ma non mi avrebbe “salvato”. Sarei rimasto quello di prima. Invece lei ha scelto di amarmi comunque.

E qui arriva l’obiezione la sento. E ma così è andata contro la propria dignità. I nostri ragazzi direbbero che è stata una sottona. A volte è davvero così. In alcune relazioni tossiche si crea una forte dipendenza che non è amore. Dove sta la differenza tra una regina e una sottona? Nella consapevolezza del proprio valore. Se Luisa lo avesse fatto per paura di perdermi o perché incapace di affrontare un conflitto con me sarebbe stata davvero una sottona. Lei lo ha fatto nella sua libertà di figlia amata. Ha deciso di donarsi a me tenendo fede alla sua promessa matrimoniale (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia) perché così stava rispondendo all’amore di Dio prima che al mio. E’ stata una vera regina e l’amore della regina mostra l’amore di Cristo. Io ho compreso il matrimonio quel giorno perché ho fatto esperienza dell’amore di Dio attraverso di lei.

Ed io? Cosa ho imparato dal matrimonio? Non mi sono sposato per essere servito, ma per servire. Non ci si sposa per essere amati, ma per amare. Capite bene che se non ci si sposa con questa convinzione il matrimonio sarà un sicuro fallimento. La mia sposa non sarà mai all’altezza di riempire in pienezza quel desiderio di amore infinito che ho dentro. Non può farlo. Non posso metterle sulle spalle questo peso che non può portare. Non può una creatura finita, imperfetta e mortale riempire un desiderio di infinito. Anche solo per il fatto che muore. Invece dove posso trovare l’infinito? Lo posso trovare nel farmi servo per amore della mia sposa. Lo posso trovare nel dono. Solo dando tutto posso trovare l’infinito che è Dio. Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Lei non è il mio tutto, ma con lei, attraverso la nostra relazione, posso arrivare al tutto. Più sono riuscito a staccarmi dal bisogno del suo amore e più sono stato capace di amarla.

Antonio e Luisa

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Bambini mai nati o bambini non nati? Facciamo chiarezza

Della perdita dei figli prima della nascita si parla, ahimè, ancora troppo poco mentre il dibattito sull’aborto volontario è piuttosto acceso, anzi, alcune volte persino infuocato! Sentiamo quindi parlare spesso di “bambini mai nati” ma anche di “bambini non nati”: queste due espressioni sono sinonimo uno dell’altra oppure no?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza; da un punto di vista linguistico vanno bene entrambe, nel senso che tutte e due indicano quelle creature che non vengono messe al mondo ma che muoiono prima della nascita. Da un punto di vista liturgico, invece, c’è una differenza abissale: in lingua italiana la parolina “mai” – tecnicamente un avverbio di tempo – indica qualcosa che non si è verificata né si verificherà nel futuro, portando con sé un significato perentorio e senza alcuna alternativa; chiunque di noi scrivendo, parlando o leggendo quando utilizza – o si imbatte – nel “mai” subito comprende di trovarsi davanti ad una porta chiusa, ad una strada sbarrata. È proprio in questa sfera di significato che l’espressione “bambini mai nati” immediatamente ci porta la mente ed il cuore a qualcosa di negativo e senza margini di speranza: si tratta di bambini che non sono potuti nascere, persi nel vero senso del termine, quasi che si trattasse di stelle cadenti che appunto spariscono poco dopo averci fatto vedere, per pochi istanti, la loro luce.

In un’ottica cristiana, però, tutto questo è molto, troppo limitato e limitante: questi bimbi, sono individui a tutti gli effetti, pur nel grembo, infatti, sono persone in potenza. Hanno un’anima eterna ed immortale donata da Dio, dal quale proviene e al quale ritorna. Il “mai”, quindi, suona stonato perché la vita c’è stata, anche se solo per un passaggio veloce e nascosto nel corpo della madre; come magistralmente ha detto Chiara Corbella Petrillo: Siamo nati e non moriremo mai più.

Il “mai”, insomma, appartiene alla morte e non all’esistenza ed ecco perché è più corretto rivolgersi a loro chiamandoli “bambini non nati”: è vero che non hanno abitato questo mondo ma la loro anima è viva e presente in Cielo. La morte fisica nel pancione è un mistero, oltre che una sofferenza acuta, ma non ha l’ultima parola; anche il macigno posto a sigillo del sepolcro di Gesù, enorme e pesante che sembrava sbarrare ogni speranza, è rotolato via, spalancandoci così le porte della vita eterna.

Lo stesso avviene per quella piccola parolina di tre lettere, il “non”: tecnicamente è una negazione e in effetti ben indica che quei bambini non sono nati a questa vita ma porta con sé anche una potentissima carica di speranza proprio perché va a significare che non siamo al cospetto di un’impossibilità definitiva (il “mai”) ma di uno squarcio sull’eterno che è il centro della cristianesimo cioè la speranza nella salvezza dell’anima. Il “mai” tarpa ogni fiducia e ogni anelito d’immortalità mentre il “non”, da semplice sfumatura linguistica, si carica di una potenzialità immensa, cuore della vita di fede, vissuta nella prospettiva del Cielo. Vi sembra poco? In realtà è tutto, è proprio ciò per cui Gesù ha sofferto ed è morto in croce: darci la Vita, quella vera, eterna e definitiva con Lui.

Impariamo, quindi, a sostituire l’espressione “mai nati” con “bambini non nati” e spiegandone la scelta, non solo linguistica ma anche religiosa, aggiungeremo un tassello importante in quella che chiamo la “cultura prenatale”, di cui parlo nel mio libro dal titolo Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale.

È dalle piccole cose che, con l’aiuto di Dio, scaturiscono quelle grandi, proprio come il granellino di senape di cui ci ha parlato Gesù nella parabola; proviamoci, tutti insieme: cominceremo davvero a fare la differenza!

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Un corpo per amare

Un weekend per tutti i ragazzi e tutte le ragazze dai 18 ai 35 anni. Fidanzati o single non fa differenza. Un itinerario per scoprire la bellezza dell’amore a cui tutti siamo chiamati. Un amore vissuto attraverso il corpo. Si parlerà di castità, intimità, significato sponsale del corpo, differenza tra maschile e femminile. Si parlerà di sessuologia e fisiologia. Si riscoprirà la meraviglia di una sessualità vissuta in pienezza e verità. Il weekend è organizzato dalla nostra associazione (Intercomunione delle famiglie) con la collaborazione di don Gianni Castorani e Cuori Puri.

Per info contattate su whatsapp il numero 3318325412

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

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Non accontentarsi!

Dal libro della Sapienza (Sap 2,23-3,9) Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Nelle scorse puntate abbiamo riflettuto un poco sul rapporto tra anima e corpo, abbiamo messo in risalto il primato dell’anima sul corpo, tuttavia questo primato dell’anima si deve vedere vissuto nel corpo finché siamo in questa vita. Questo legame è talmente stretto che non si può pensare di fare e disfare del corpo a proprio piacimento senza che sull’anima si riflettano le conseguenze delle nostre azioni. Anche questo brano proposto dalla Liturgia odierna insiste su questo tema dandoci una chiave di lettura propositiva, nasce tutto dalla verità bella e tanto impegnativa della creazione : Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura.

Cari sposi, sembra una frase ad effetto per ottenere grande plauso dagli ascoltatori/lettori, ma in realtà questa verità ha a che fare con noi sposi; non è specificato il sesso dell’uomo altrimenti avrebbe usato termini come “maschio” e “femmina“, invece qui si intende l’uomo nella sua interezza di maschio e femmina. Certamente anche il singolo sesso maschile o femminile è immagine della natura di Dio, ma la completezza la si raggiunge solo con l’unione delle due “versioni” – perdonateci questo termine un po’ rozzo ma esplicativo – dell’uomo, la “versione” femminile unita indissolubilmente alla “versione” maschile… altro modo per ridefinire il matrimonio.

Quindi, se l’uomo, nella sua interezza maschile e femminile, è stato creato per l’incorruttibilità, e questa interezza è incarnata in una coppia nel matrimonio, allora significa che il destino di ogni coppia sposata è l’incorruttibilità. Capite sposi a quale grandezza siamo chiamati, siamo destinati?

Quando vi chiedono le motivazioni del perché vi siete sposati, tra le risposte di sicuro avrete quelle nobili e cariche di affetto e sentimento reciproco, anche di fede sincera nel Signore, ma vi siete mai detti l’un l’altra che la vostra coppia è stata pensata e “creata” per l’incorruttibilità? Non per sentimenti che oggi ci sono e domani chissà, non per sfuggire alla tristezza o alla solitudine, non per vivere insieme le stesse passioni per tutta la vita, non per filantropia, non per fare da crocerossina all’altro, non per colmare un vuoto affettivo, niente di tutto ciò… per giungere insieme all’incorruttibilità.

Abituati come siamo a spiegare tutto col sentimento, è difficile entrare nella logica della carità che ti spinge a compiere addirittura gesti contrari ai tuoi sentimenti momentanei, quella carità che ti muove a far morire ogni giorno qualcosa di te affinché l’altra/o viva, quella carità che ti spinge a violentare i desideri del tuo corpo affinché possano regnare nel tuo corpo i desideri dello spirito, quella carità che rende casto l’amore sponsale, carità fa rima con castità non solo per questioni linguistiche. Nel brano sopra riportato c’è un lungo elenco delle grazie che il Signore concede alle persone che compiono tale cammino di purificazione del proprio ego.

Cari sposi, come capire se stiamo vivendo dentro questo meraviglioso cammino di castità, ovvero di purificazione? Dobbiamo confrontare la nostra vita di coppia con la seconda frase del testo: Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

La morte di cui si parla è certamente la morte fisica, ma prima che sopraggiunga quella, c’è una morte ben peggiore che è quella dell’anima. Quando si vive lontano da Dio si comincia a sperimentare la morte in vari aspetti dell’esistenza: la morte degli affetti, la morte dei buoni sentimenti, la morte del perdono, la morte del sacrificio, la morte della nostra relazione sponsale, la morte della nostra castità, ecc… sperimentiamo come la morte caratterizzi tutti gli aspetti della nostra vita.

Cari sposi, non accontentatevi mai del matrimonio che vi dà il mondo, noi siamo fatti per qualcosa di più, siamo fatti per l’eternità, per l’incorruttibilità, anche del corpo. Puntate più in alto, come ci esortò san Giovanni Paolo II: prendete il largo! Non restate ancorati a riva.

Come cominciare? Con la presa di coscienza che dobbiamo convertirci e con la decisione risoluta di accettare Gesù come unico Salvatore. Abbiamo degli amici che ci hanno preceduto in questo cammino di incorruttibilità, i quali ci sono di sprono e aiuto: i santi, molti di loro hanno ancora il loro corpo incorrotto come la beata Imelda Lambertini, morta il 12 maggio 1333 alla sua prima – ed ultima – Comunione Eucaristica, il suo corpo non ha conosciuto la corruzione perché si riflette nel corpo la virtù dell’anima verginale. C’è da imparare per tutti.

Giorgio e Valentina.

L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare

Oggi ritorniamo sul Vangelo di ieri. Daremo sempre una lettura sponsale e ci soffermeremo su un passaggio in particolare della Parola che ieri ci è stata già così ben spezzata da padre Luca.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Perché le vergini sagge si dimostrano così poco misericordiose ed empatiche verso le vergini stolte? In età giovanile mi stavano antipatiche queste donne che pensavano solo a sé stesse. Poi con il tempo sono maturato e ho cercato di comprendere meglio il messaggio che c’è dietro a questo racconto. Naturalmente il Vangelo si riferisce all’amore di Dio, ma ciò si sposa perfettamente con l’amore sponsale.

Noi sposi insieme siamo la sposa di Cristo. Lo siamo come coppia. Quindi, la vergine saggia è quella coppia di sposi che costruisce sulla verità la propria relazione. È quella coppia che costruisce la propria relazione costruendo la relazione con Gesù. È quella coppia che sa attingere alla grazia del sacramento e dove ognuno dei due sposi vuole mettere il bene dell’altro prima del suo. Attenzione: non sono coppie perfette. Queste coppie sbagliano come tutte le altre. I due sposi sanno però perdonarsi e ricominciare, con gratitudine e con volontà, perché sanno di essere amati e perdonati da Dio. Per questo non possono dare il loro olio alle vergini stolte.

Perchè le vergine stolte non saprebbero usarlo. Le coppie che vivono un matrimonio autentico non possono condividere il loro olio con le vergini stolte perché l’amore vero non è qualcosa che si può prendere in prestito o trasferire. Ogni persona deve coltivare la propria relazione con Dio e con il proprio coniuge. È attraverso un impegno personale che otteniamo l’olio necessario per le nostre lampade, dove l’olio rappresenta la fede, le virtù e le qualità che sostengono una relazione amorosa e duratura. L’olio è fatto di volontà. Dobbiamo volerlo. Per questo le coppie che costruiscono la relazione su altro non possono attingere al nostro olio.

Noi, cari sposi, possiamo testimoniare, mostrare come sia bello custodire l’olio per lo Sposo, ma non possiamo sostituirci nella fatica personale che tocca ad ogni coppia. Quante coppie ci sembrano così belle e inarrivabili. Tante coppie di sposi santi che hanno vissuto un amore fecondo e bello. Eppure conosciamo la fatica che c’è dietro o ne vediamo solo i frutti? Anche nel nostro piccolo possiamo fare esperienza dell’incomprensione. Quanti non ci capiscono? Molte volte le nostre scelte non sono comprese. Non è compreso l’amore capace di perdonare sempre, non è compreso chi si dona senza misurare quanto riceve. Non è compreso perché non se ne conosce la bellezza che ne scaturisce. Non è compreso perché non si è capaci di aprire il cuore all’altro e di conseguenza a Dio. Non è compreso perché non si è capaci di capire che la pace e la gioia vengono dal dono di noi stessi e non dal prendere dall’altro. Solo nel dono incontriamo Dio, infinito amore e infinita vita. L’altro non potrà mai darci ciò che ci serve: un amore infinito. Diceva san Giovanni Paolo II che L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma la più importante da imparare.

Per questo le vergini sagge non possono dare il loro olio. L’olio va acquistato con il nostro impegno quotidiano. Impegno fatto di scelte coerenti con la nostra fede, di amore gratuito, di dono e di volontà. Solo così, cari sposi, non avremo timore di rimanere senza olio e saremo sempre pronti ad accogliere il nostro Sposo tra di noi. Solo facendo esperienza di questo amore potremo comprendere quanto sia più bello di tutto il resto. Ma all’inizio dobbiamo fare la più grande fatica: quella di fidarci di Gesù ed incominciare ad amare seguendo il suo esempio. Dando tutto di noi!

Antonio e Luisa

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Anche oggi ti accogliamo in casa nostra

Cari sposi, la scena evangelica di oggi salta alla vita per la sua grande distanza dal nostro modo di celebrare un matrimonio. Se per noi è la sposa al centro dell’attenzione, colei che è attesa e sotto i riflettori per la sua bellezza e preziosità del vestito, nel mondo semitico questo ruolo spettava allo sposo.

Inoltre, vi sono alcuni elementi presenti che riflettono un preciso significato. Anzitutto l’olio, così largamente impiegato all’epoca ma detentore di un significato spirituale importante. Con l’olio si consacravano i re, i profeti e gli oggetti sacri a Dio; quindi, era un elemento naturale che rimandava sempre alla presenza di Dio. Il lumino acceso con olio poi evoca la donna forte lodata nell’ultimo capitolo del libro dei Proverbi, il cui valore e laboriosità risiede anche nel fatto che “neppure di notte si spegne la sua lampada” (Pr 31, 18). Alla luce di quanto detto e del contesto rappresentato dalle altre letture il grande messaggio di questa domenica gira attorno all’attesa e alla vigilanza. Sappiamo, infatti, di trovarci in prossimità della fine dell’anno, simbolo della conclusione e ricapitolazione che Gesù farà della storia.

Tuttavia, è assai fecondo considerare il tema dell’attesa non solo in vista dell’ultimo giorno ma rivolto anche alla presenza di Gesù con noi. Sappiamo che Lui è con noi, Gesù è vivo, è una Persona presente in continuazione nelle nostre vite. Eppure, presi da mille cose – lecite per carità – frastornati da preoccupazioni e incombenze familiari e di lavoro potremmo finire per trovarsi nella medesima condizione di un giovane e brillante avvocato romano, un tale Aurelio Agostino: “Io vagavo lontano da te (…). Tu, invece, eri più dentro di me della mia stessa parte più profonda e più alto della mia parte più alta” (Confessioni 3,6,11).

Saper attendere e tenere le lampade accese allora significa mantenere ogni giorno gli occhi e le orecchie su Cristo che ci parla. Non sia mai che trasformiamo Cristo in un’idea nostra, una sorta di proiezione mentale, un ologramma autoprodotto che dice e fa quello che in realtà pensiamo noi di Lui. Gesù è una Persona che anela a un rapporto autentico con voi ogni giorno: come lo state trattando? Lo ascoltate? Lo lasciate parlare dedicandoGli del tempo? Ha uno spazio reale nella vostra vita di coppia?

La grazia nuziale ha reso possibile che Cristo davvero abiti con voi in casa, che sussista dentro alla vostra relazione. Perciò la vigilanza e l’attesa è dato da questo vostro mettervi in ricerca di Gesù e di lasciarlo agire in voi. Che belle parole di Papa Francesco al riguardo: “La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede. La condizione per essere pronti all’incontro con il Signore non è soltanto la fede, ma una vita cristiana ricca di amore e di carità per il prossimo. Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più comodo, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile, incapace di dare vita agli altri, e non accumuliamo nessuna scorta di olio per la lampada della nostra fede; e questa – la fede – si spegnerà al momento della venuta del Signore, o ancora prima. Se invece siamo vigilanti e cerchiamo di compiere il bene, con gesti di amore, di condivisione, di servizio al prossimo in difficoltà, possiamo restare tranquilli mentre attendiamo la venuta dello sposo” (Angelus, 12 novembre 2017).

Cari sposi, lo Sposo non deve venire o arrivare da nessuna parte, L’avete già presente. Possiate avere questo cuore grande per accoglierlo e tenerlo con voi ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha dato una dimensione verticale alla sua riflessione. Noi cerchiamo di integrare dandone una orizzontale. Durante il percorso del matrimonio, è importante mettere da parte l’olio nei piccoli vasetti del nostro cuore che ci saranno utili negli anni a venire. Come sposi, possiamo fare ciò donandoci reciprocamente senza aspettarci nulla in cambio. Dovremmo imparare ad essere teneri non solo quando siamo appagati sessualmente o emotivamente, ma in ogni momento della nostra vita insieme. L’amore tenero dovrebbe diventare il nostro vero stile di vita. Inoltre, dovremmo imparare a affidarci a Gesù attraverso la preghiera, anziché basare tutto solo sui sentimenti e la passione. La decisione di donarci l’un l’altro ogni giorno è fondamentale. Dobbiamo imparare ad amarci in modo gratuito e incondizionato. Questo renderà il nostro amore maturo e duraturo nel corso degli anni.

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Abbandonati alla Provvidenza

Cari sposi,

oggi vorrei parlarvi di due giovani sposi, i vercellesi Giovanni Gheddo (1900-1942) e Rosetta Franzi (1902-1934). Una coppia nata all’ombra dell’Azione Cattolica, e il cui breve matrimonio è stato forgiato da molto amore, fede e la presenza della croce. Della loro vicenda abbiamo un bel libro che ci svelta tanti dettagli.

Rosetta Franzi, dopo essersi diplomata come maestra, venne impedita dal padre all’insegnamento. Decise allora di spendere la sua capacità in modo gratuito presso le suore dell’asilo e le scuole serali per analfabeti. Inoltre, si spese in parrocchia come catechista e collaboratrice per l’accoglienza, l’aiuto e la formazione di tanti piccoli, soprattutto i poveri. Giovanni Gheddo, di famiglia meno agiata, divenne un geometra ed anch’egli decise di mettere a frutto il suo lavoro, specie per le persone meno fortunate. Di lui si diceva che non fosse in grado di farsi pagare il giusto laddove i suoi clienti patissero situazioni di miseria.

Si conobbero in modo semplice, forse nel partecipare assieme a Messa e si sposarono il 16 giugno 1928. La prima mèta del loro viaggio di nozze fu il santuario della Madonna Nera di Oropa. Dinanzi a Maria, chiesero la grazia di una famiglia numerosa e di almeno poter donare un figlio al Signore. Per questo decisero di donare a Lei la prima notte di nozze, dormendo in stanze separate. La loro vita nuziale fu breve, solo sei anni, vissuti intensamente tra il lavoro, la cura dei figli e l’aiuto ai poveri, sempre in un atteggiamento di profonda fede. Rosetta era solita dire: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” mentre Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

Il 26 ottobre 1934 Rosetta morì di polmonite e setticemia in seguito al parto prematuro di due gemelli, che spirarono con lei. Affranto e solo, Giovanni si aggrappò alla sua fede ma non volle più sposarsi, dedicandosi alla famiglia, supportato dalla mamma e sorelle per crescere i tre piccoli orfani Piero, Francesco e Mario. Nuovi e cupi venti di guerra soffiavano sull’Europa e Giovanni, quasi quarantenne, viene richiamato alle armi. Per le sue note opinioni antifasciste venne inviato al fronte più difficile, in prima linea in Russia, in qualità di ufficiale di fanteria. Di quel periodo abbiamo alcune sue lettere che mettono in luce come anche in quel contesto non smise di aiutare un popolo che, sebbene ostile, viveva gli orrori della fame e della morte.

A metà dicembre 1942, il suo reparto, la 5ª regia divisione “Cosseria” prese parte alla seconda battaglia difensiva del Don. Ma il contingente italiano era oramai logorato dal freddo, lo scarso equipaggiamento e la pressione di soverchianti forze nemiche. Tutto ciò costrinse l’esercito a una rovinosa ritirata, sempre incalzato dalla pressione delle unità corazzate sovietiche. È in questo contesto che il 17 dicembre Giovanni morì, sebbene forse avrebbe potuto salvarsi. Uno dei pochissimi compagni superstiti raccontò poi alla famiglia che il capitan Gheddo aveva deciso di restare con i cannoni e i feriti intrasportabili, mandando via i militari sani, fra i quali c’era anche lui, Mino Pretti, sottotenente poco più che ventenne. Giovanni si congedò dicendogli: “Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia l’ho già fatta e i miei bambini sono in buone mani. Va’, salvati, con i feriti rimango io”.

Ancora una volta fu fedele alla sua fede, come spesso ripeteva: «Pazienza! Quando non c’è rimedio bisogna rassegnarsi. Siamo sempre nelle mani di Dio!». Come giglio profumato, da questa coppia germinò una santa vocazione, P. Piero Gheddo (1929-2017), grande missionario e giornalista: la Madonna aveva mantenuto la promessa! Anche questi sposi, i servi di Dio Giovanni e Rosetta Gheddo, ci mostrano la straordinaria fecondità di un matrimonio che si fonda sulla roccia di Cristo.

padre Luca Frontali

Un figlio che non c’è: invisibile ma non assente

Della famiglia fanno parte anche i bambini non nati, ossia tutte quelle creaturine che non hanno visto la luce della vita; come membri del focolare domestico vanno non solo ricordati e pregati ma “celebrati” cioè inseriti nel contesto dal quale provengono e nel quale devono trovare spazio, memoria ed affetto.
Dico questo perché ci sono passata: ho avuto un aborto spontaneo nel 2012 alla settima settimana di gravidanza e quel figlio – o figlia, era troppo presto per saperlo – è non solo nel mio cuore ogni giorno ma nella quotidianità della nostra famiglia in modo molto spontaneo, semplice ma autentico. Quel figlio che non c’è, insomma, potrà anche essere invisibile ma non è assente: ha lasciato un segno e ogni giorno ci accompagna dal Cielo perché, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10).
L’aborto spontaneo rimane indelebile nella storia clinica di una donna tant’è che bisogna sempre parlarne con dottori e ginecologi dopo che è avvenuto, cioè, lascia una traccia medica che va sempre riportata ed è riportata tra gli occorsi sanitari; permane anche – indelebile – nella mente e nel cuore di chi ci è passato e allora perché non dovrebbe lasciare una scia non solo nella rete familiare ma nell’intero reticolato sociale di cui ognuno di noi fa parte?
Tacere che quel figlio c’è stato è un grande torto a tanti livelli: innanzitutto nei confronti della creatura stessa la quale, essendo stata creata a immagine e somiglianza del Creatore, ne porta impresso il più alto e nobile sigillo e, subito dopo, nei confronti dei genitori che l’hanno attesa, desiderata, cercata o ai quali magari è “capitata” ma che in ogni caso l’hanno accolta. Quel bimbo, inoltre, avrà dei parenti: fratelli o sorelle, nonni, zii, cugini, ecc … oltre che amici o conoscenti: non tacciamo della sua vita, per brevissima o breve che sia stata proprio perché “è stata”; pur parlando al passato, solo tenendo quell’esistenza in considerazione saremo in grado di aprirci al futuro, futuro che con il sostegno della fede può nuovamente essere di speranza, fiducia e felicità perché, dopo tutto, è il fine per il quale ciascuno di noi è voluto da Dio.
Etimologicamente, la parola assenza significa mancanza dal luogo nel quale ci si dovrebbe trovare abitualmente; un bambino non nato incarna perfettamente questo concetto sotto due aspetti: sia perché sarebbe dovuto stare nel grembo per tutta la gravidanza ma questo non è avvenuto e secondo perché dovrebbe abitare una casa nella quale manca, non c’è. Ecco perché dobbiamo sforzarci di renderlo presente: non possiamo vederlo con gli occhi umani ma, nella fede, abbiamo la certezza del suo essere spiritualmente con noi sempre, nella nostra casa e nella nostra famiglia perché l’anima supera qualsiasi confine spaziale e si fa prossima – vicina – a coloro che la amano. L’assenza di contatto fisico, insomma, non è un’assenza totale o definitiva ma un limite che si può superare con il Signore.
Il bambino non nato non deve, insomma, lasciare dietro di sì solamente tristezza, amarezza, rabbia o sentimenti negativi; la sua perdita, se offerta a Gesù e Maria e abbandonata alla Loro volontà, può trasformarsi in qualcosa di bello, di grande, di fruttuoso e portare nuova vita, sia in senso fisico che spirituale. Certo, non è facile, ma con la forza ed il coraggio che solo la preghiera possono dare, i miracoli arrivano perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37).
Nessuna gravidanza, precedente o successiva, può in qualche modo riempire il vuoto lasciato da un aborto spontaneo ma quello spazio che si viene ad aprire, nel cuore e nell’anima, sarebbe davvero infelice lasciarlo in balia delle emozioni solamente umane perché rischierebbe di essere colmato poco o male o entrambe le cose; la ferita può guarire solo con il balsamo della fede e l’affidamento in Dio che, essendo bontà infinita, ha sempre un fine di amore più grande e più certo, anche se magari questo fine non riusciamo subito a vederlo o a scorgerlo con la dovuta lucidità o maturità. Fidiamoci del Signore, non rimarremo mai delusi!

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio sacramento nasce dal battesimo

L’associazione Mogli e Mamme per Vocazione ci ha chiesto quattro brevi riflessioni per questo mese di novembre. Condividiamo la prima anche qui sul blog.

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Aggiungiamo a questo passo del Vangelo alcune righe della catechesi di Papa Francesco di mercoledì 16 maggio 2018. In quell’occasione il Papa ha terminato il suo ciclo di catechesi proprio sul Battesimo. Ecco un passaggio di quella riflessione: Che cosa significhi rivestirsi di Cristo, lo ricorda san Paolo spiegando quali sono le virtù che i battezzati debbono coltivare: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14).

Questo per dire cosa? Che il nostro matrimonio è iniziato lì. Si è una forzatura ma il battesimo è quella realtà da cui tutto trae origine che ci permette poi anche di sposarci in Gesù e di sviluppare i doni battesimali nella relazione matrimoniale. Nel battesimo ci viene donata, come segno concreto, una veste bianca per simboleggiare che siamo rivestiti di Cristo. Il Papa afferma che essere rivestiti di Cristo, essere rinati nella vita dello Spirito Santo non è solo una realtà invisibile ma si può rendere visibile e concretizzare Come? Perfezionando alcune virtù. Virtù quali la tenerezza, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la magnanimità. Imparando a sopportarsi (nel senso di sostenersi non di tollerarsi) e perdonarsi a vicenda. Non è bellissimo? Ci abbiamo mai pensato al battesimo in questa prospettiva? Certo il sacramento non è una magia. Non è la lampada di Aladino o la fata Smemorina di Cenerentola. Lo Spirito Santo richiede un cuore aperto ad accoglierlo. Serve il nostro impegno quotidiano.

Ed arriviamo al tema di queste quattro riflessioni che ci sono state chieste durante questo mese di novembre. Il matrimonio riprende e si fonda sulla realtà battesimale. Pensate alla bellissima veste di Cristo con cui siamo stati rivestiti. Bianca e immacolata come il vestito della sposa. Anche questo è un segno che il matrimonio riprende quella realtà battesimale che ci ha così ben spiegato il Santo Padre e la perfeziona. Le dà un nuovo fine e un nuovo significato.

Il matrimonio è una consacrazione. Lo dice Humanae Vitae: i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo. Cosa significa consacrazione? Perché il sacerdote, le suore e i frati sono tutti dei consacrati? Consacrazione deriva dal latino e significa semplicemente rendere sacro. Rendere di Dio. I Sacerdoti e i religiosi in genere si caratterizzano perché hanno scelto di donarsi completamente a Dio. Appartengono a Dio. Anche noi con il matrimonio siamo consacrati. Apparteniamo a Dio insieme. Il nostro amore e la nostra relazione non sono più nostri ma di Dio. Questo cosa significa?

Lo Spirito Santo ci aiuterà a perfezionare quegli stessi doni di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità verso la persona che ci è stata donata. Nella consacrazione matrimoniale lo Spirito Santo ci aiuterà a sopportarci (nel senso di supportarci – sostenerci) e perdonarci. Ci aiuterà ad amarci come Gesù ama. Perché il nostro amore è Suo. L’abbiamo affidato a Lui sposandoci. Questo cosa comporta? Ogni volta che siamo coerenti con la nostra promessa stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Stiamo cioè rendendo sacro ciò che facciamo, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte diventano strumento di Cristo. Tutte le volte che invece ci comportiamo da egoisti, prepotenti o ci usiamo l’uno con l’altro compiamo un sacrilegio. Ci riprendiamo qualcosa che non è più nostro ma di Dio. Capite che cosa grande che è il matrimonio? Non ci siamo solo noi due sposi ma c’è Dio stesso con noi in tutto e per tutto.

Proseguiamo ora con la nostra riflessione. Gesù è profeta, re e sacerdote. Queste sono le tre dimensioni in cui si sviluppa l’umanità di Cristo e che saranno argomento specifico di tutte le nostre riflessioni. Tutte dimensioni che esprimono l’amore di Cristo. Il battesimo ci rende uno con Cristo come i tralci con la vite. No ricordate questa immagine evangelica? Con il battesimo tutti noi acquisiamo la regalità, il profetismo e il sacerdozio di Cristo. Siamo tutti re, profeti e sacerdoti. Il vostro don ha il sacerdozio ordinato che è una cosa diversa (che deriva però sempre da Cristo) ma tutti noi siamo sacerdoti. Abbiamo il cosiddetto sacerdozio comune.

Siamo anche tutti profeti. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo sono io lo sei tu. Lo siamo in virtù del battesimo. Ecco nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate. Fino qui sembra il catechismo fatto da bambini. Che noia. Nelle prossime tre riflessioni cercheremo di tirare le somme e di essere concreti. Affronteremo una per una tutte e tre le dimensioni approfondite in chiave sponsale.

Antonio e Luisa

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Nulla è scontato!

Martedì della scorsa settimana mi sono svegliato all’incirca alla stessa ora e dovevo portare le figlie, una al treno e l’altra a scuola, non prima di essere passati a riportare alcune loro cose nella casa in cui vivono. Come al solito le ho dovute sollecitare, perché si stava facendo tardi, ma alla fine siamo partiti; tuttavia, dopo nemmeno due chilometri ci siamo trovati di fronte a un incidente appena successo, dove un’auto era uscita fuori strada ad una curva, a causa anche dell’asfalto bagnato.

Siamo giunti quando la ragazza che guidava (senza particolari danni evidenti) stava aiutando ad uscire l’altra ragazza dal lunotto posteriore dell’auto: quest’ultima aveva il volto completamente ricoperto di sangue per una evidente ferita alla fronte, oltre a tagli nelle mani. Ho accostato subito l’auto con le doppie frecce accese, ho preso il kit di pronto soccorso che per fortuna tengo sempre in auto e, insieme a un altro ragazzo sopraggiunto, abbiamo cercato di medicare, tamponare e tranquillizzare, nell’attesa dell’arrivo dell’ambulanza (che sarebbe arrivata dopo almeno quindici minuti). Sono quelle situazioni in cui, uno come me che non ha conoscenze mediche, non vorrebbe mai trovarsi, ma ho cercato di fare il possibile.

La ragazza che guidava ha telefonato subito al marito che è arrivato prima dell’ambulanza, l’altra cercava di scrivere al fidanzato, ma non era in grado, poi è stata aiutata ed è riuscita anche lei. Questo evento mi ha fatto molto riflettere, oltre ovviamente al dispiacere per queste due ragazze che spero stiano bene e per le quali ho pregato.

Innanzitutto, ho riflettuto che entrambe le ragazze hanno sentito la necessità di contattare qualcuno che voleva loro bene e che le avrebbe potute aiutare, assistere, consolare. Mi ricordo che anche io, quando mio padre morì nel lontano anno duemila, la prima cosa che feci, nonostante fosse sera tardi, fu telefonare dall’ospedale, alla mia fidanzata (ora moglie), per avere una parola amica, di conforto: quando sei nel dolore e nella sofferenza, solo chi ti ama davvero può capirti (si condividono infatti le gioie e le cose belle, ma anche le sofferenze e quello che ci fa stare male).

Tornando all’evento, in un primo momento, ho pensato che purtroppo io non avrei avuto una dolce metà da chiamare e mi sono un po’ rattristato; successivamente ho riflettuto meglio e mi sono accorto che invece sono tanto fortunato. Infatti, una mattina ti alzi e dai per scontato che la giornata sarà come tutte le altre, poi basta una curva perché tutta la tua vita cambi completamente, anche solo per un certo periodo e affinché le tue aspettative e desideri mutino improvvisamente.

Nulla è scontato nella vita, la salute, la casa, gli amici, le gioie, il lavoro….solo che spesso noi perdiamo tempo ad arrabbiarci per quello che non abbiamo e a trovare colpevoli della nostra infelicità: è un atteggiamento che porta in un vicolo cieco e non cambia le cose.

Se io passo le giornate a incolpare mia moglie del mio malessere, della mia solitudine, della mancanza di tenerezza e del mio vivere in castità, oppure me la prendo con me stesso per gli errori commessi o per non aver capito prima i problemi, quale beneficio ottengo? Nessuno! Il comportamento invece che fa crescere è fare il massimo possibile, cioè quello che riesco in base alle mie qualità e capacità: Dio non mi chiede di fare miracoli, ma di fare solo la mia parte. Ci sono delle cose che dobbiamo fare noi, non possiamo delegare altri o Dio.

Ultimamente poi, forse per le guerre, forse per le calamità naturali anche vicino a me (come la recente alluvione in Toscana), sento che è necessario non perdere tempo a lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche e agire, guardando dritto alla meta e affidando la nostra vita a Dio, l’Unico che la può custodire.

Infine ho avuto modo di sperimentare, in diversi anni, quanto sia importante avere amici veri, non quelli che ti scaricano alla prima difficoltà, ma quelli che davvero ti considerano un fratello. Ho imparato tanto ad esempio all’interno della Fraternità Sposi per Sempre su quest’aspetto: quando uno di noi ha avuto un problema o si è ammalato, c’è chi è andato a fargli la spesa e chi si è preoccupato di cucinare o chi semplicemente gli ha fatto compagnia o lo ha accompagnato.

Quindi sono ben consapevole che se avessi bisogno, avrei tanti amici da poter chiamare e sui quali posso contare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Facciamo una gara

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,5-16a)  Fratelli, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri.
Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Come di consueto, la Parola di Dio è talmente ricca che tocca scegliere una piccola porzione per le nostre riflessioni, ma questa porzione seppur piccola si rivela una miniera per la nostra vita. Questa brano di san Paolo ci offre una lunga serie di consigli molto pratici per la vita di comunità, sia essa di grandi dimensioni oppure piccola come la famiglia, il primo nucleo della società; ma la famiglia stessa ha la sua origine in una coppia, quindi la comunità umana e cristiana nasce da una coppia, ciò che vale quindi per la grande comunità trae origine e si sviluppa dalla comunità originaria: la coppia.

Tra i molteplici consigli e le esortazioni oggi scegliamo quello che ci sembra essere più urgente per le coppie del nostro tempo: gareggiate nello stimarvi a vicenda.Incontriamo tante coppie con diversi problemi relazionali, è vero che ogni coppia ha una storia a sé, ma è pur vero che spesso i problemi che sentiamo raccontarci sono riconducibili ad una mancanza di “corte continua“, ossia quell’arte di non darsi mai per scontati l’un l’altra giorno dopo giorno.

In questa delicata arte della “corte continua” c’è un aspetto, tra gli altri, che è quello che vogliamo mettere in luce con queste poche righe, ed è proprio il tema della gara a chi stima di più l’altro/a. Ci sono alcuni aspetti di carattere psicologico e non, legati alla scelta del proprio probabile futuro coniuge quando la storia dei due è ancora all’inizio. Tra i vari aspetti che sicuramente hanno influito nell’innamoramento iniziale c’è quello del riconoscere i vari pregi della persona che ci attrae, ed infatti nella fase dell’infatuazione iniziale l’altro ci appare privo di difetti.

Man mano poi che il rapporto va avanti i difetti cominciano ad affiorare, ma i pregi non è che se ne siano andati, se poi la coppia non alimenta l’amore quotidianamente attraverso il dialogo profondo insieme ai gesti della castità, ecco che allora l’altro pian piano diventa solo un ostacolo alla nostra libertà, un peso alle caviglie da portarsi dietro, un essere da sopportare… cosa è venuto a mancare? Sicuramente la risposta è multipla, non è di facile risoluzione, non bisogna banalizzare né ingigantire ma cominciare da piccoli passi ogni giorno.

Uno di questi passi iniziali è sicuramente valorizzare ciò che fa l’altro, non importa che siano gesti di servizio in casa piuttosto che altro, l’importante è riconoscere l’apporto del suo contributo per la gestione domestica, cominciando dal riconoscere le qualità dell’altro più evidenti. Quando la coppia comincia a perdere la comunione spesso succede che la moglie sente elogiare da altre persone le doti del proprio marito, essa si stupisce di tali racconti pensando di aver sposato un altro uomo, perché con i suoi occhi non vede tutte quelle qualità raccontate dagli altri.

Cari sposi, per cominciare questo percorso bisogna tenere sempre il focus del nostro amore sul nostro consorte: non deve diventare la fonte della nostra felicità ma essere colui/colei che vogliamo rendere felice. Perché dobbiamo fare a gara nello stimarci l’un l’altra? Perché l’altro si senta al centro delle nostre attenzioni, delle nostre delicatezze, dei nostri pensieri, si senta valorizzato per quello che è e per le proprie capacità o i propri pregi.

Care mogli, quando vostro marito finalmente sostituisce la lampadina del bagno, invece di fargli notare che aspettavate questo momento da ben 5 settimane, mostrate la vostra gioia per la luce meravigliosa che ora c’è nella stanza, fategli i complimenti per la scelta della lampada che ha quella luce che proprio vi serviva per il vostro maquillage. Si sentirà valorizzato e stimato, la prossima volta non aspetterà 5 settimane per fare un lavoretto ma darà sempre di più il meglio di sé per farvi sentire orgogliosa di lui.

Cari mariti, quando alla sera vostra moglie dopo aver sopportato il capufficio o le colleghe per diverse ore, dopo aver fatto la tassista per i vostri figli, dopo aver fatto la babysitter, dopo aver fatto la spesa, dopo aver steso due lavatrici e riordinato i letti e le camere… se per cena riesce a preparare anche solo una pasta in bianco, ringraziatela con un bel bacio tenero e riconoscente -od un altro gesto che a lei piace- toglietevi dalla faccia quell’espressione di insoddisfazione e ringraziatela che è riuscita a preparare pure la cena.

Cominciamo da queste piccole attenzioni, non sono tutto ma sono solo l’inizio così come è successo a Belle che ha visto una bellezza dentro la Bestia. Quando -per esempio- c’è da risolvere un problema, prima di affannarci analizziamo insieme al nostro coniuge chi dei due ha le doti migliori per affrontarlo e risolverlo e poi diamogli/le fiducia piena… pensaci tu che è il tuo pane! Coraggio sposi, come dice il saggio: l’amore è concreto!

Giorgio e Valentina.

Una sacra promessa

Quando parlo di mia moglie mi piace descriverla come la mia sposa. Alcuni mi prendono in giro dicendo che si tratta di un modo vecchio di parlare. Un modo di altri tempi, un modo un po’ bigotto. A me, al contrario, piace moltissimo. Sapete perchè? Perchè sposare deriva dal termine latino spōnsus che è il participio passato di spondēre che significa promettere. Ciò significa che Luisa è la promessa d’amore di Dio per me. Una promessa che investe la mia libertà di accoglierla e la libertà di Luisa di rinnovare il suo amore per me ogni giorno della nostra vita.

Capite la grandezza che c’è dietro tutto questo? Tutta la nostra relazione sponsale è una promessa. E’ la mia promessa per Luisa. La mia promessa che diventa vocazione. Attraverso la mia scelta d’amore, una scelta d’amore irrevocabile, che vale quando mi viene facile onorarla e anche e soprattutto quando mi costa fatica, posso vivere la mia vocazione. Cosa è la vocazione? E’ il nostro personale modo di rispondere all’amore di Cristo per noi. Io mi sento amato e per questo amo. Nella vocazione matrimoniale mi sento amato da Dio e restituisco questo Suo amore donandomi alla mia sposa. Per questo il matrimonio è amore incondizionato. Perchè ciò che importa non dovrebbe essere quello che ricevo dall’altro/a ma il desiderio di donarmi. Facile a dirsi, molto più difficile comprenderlo e vivere questo modo d’amare.

E’ la promessa di Luisa per me. Promessa che diventa manifestazione concreta dell’amore di Gesù. Attraverso la sua promessa posso fare esperienza dell’amore visibile e tenero di Dio per me. Le sue mani diventano quelle di Dio per accarezzarmi, i suoi occhi diventano quelli di Dio per specchiarmi nel suo sguardo e sentirmi bello e amato. Le sue parole diventano sostegno e balsamo nei momenti di scoraggiamento e difficoltà. Tanto più lei sarà capace di farsi strumento di Dio per me e più starà camminando verso la sua santità perchè vivrà pienamente la sua vocazione.

Le nostre promesse diventano alleanza. Le nostre due promesse, quella di Luisa e la mia insieme, diventano immagine dell’alleanza stessa di Dio. Il nostro matrimonio, come quello di tutti gli sposi cristiani, se vissuto fino in fondo, può raccontare al mondo come Dio ci ama. Le nostre promesse diventano epifania dell’amore misericordioso e fedele di Dio per ognuno dei Suoi figli. Ogni coppia di sposi può, nella sua semplicità e ordinarietà, essere una piccola luce per tutti. Nonostante le nostre fragilità che non sono ostacolo, ma diventano occasione per fare esperienza del perdono e della misericordia.

Infine la promessa di Gesù per me e Luisa. La promessa che rende sacra la nostra unione. La più importante di tutte. Durante le nostre nozze non ci sono stati solo i nostri due si bensì tre. Anche Gesù ha pronunciato il suo personale sì promettendo di non abbandonarci mai. Con quella promessa ha posto la Sua tenda nella nostra relazione stessa. Dal giorno delle nozze Gesù abita il nostro noi. Dal giorno delle nozze la nostra relazione non è più nostra ma l’abbiamo donata a Dio che l’ha fatta sua. Il nostro matrimonio è diventato strumento di salvezza per il mondo. Ogni nostro gesto d’amore è un sacrificio elevato a Dio. Diventa sacrificio un abbraccio, una parola buona, cambiare il pannolino, fare la spesa ecc. ecc.

Antonio e Luisa

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Un servizio che salva

Cari sposi, leggendo la Parola di oggi, a prima vista si direbbe che non vi riguardi per nulla e che tutto il peso del monito di Gesù ricada esclusivamente sui sacerdoti. In parte è così, il clericalismo è difatti una deformazione dell’esempio che Cristo ci ha dato. Tuttavia, andando più a fondo, si può cogliere un’importante lezione anche per voi coniugi.

Posto che il nocciolo del Vangelo sta nell’aver usato male il dono dell’insegnamento e della guida da parte dei sacerdoti, si può fare un parallelo per la vita matrimoniale. Voi sposi avete ricevuto pure grande capacità di fare il bene, più concretamente vi è stato conferito un ministero vero e proprio nella Chiesa grazie al sacramento del matrimonio. Vi segnalo solo due passaggi, di tanti altri, in cui il Magistero della Chiesa lo esprime chiaramente:

In questo saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio «ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono», che continuamente ricevono dai figli” (Familiaris Consortio 21).

Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio»” (Familiaris Consortio 38).

Quando si riceve un dono così grande, i casi sono due: o lo si mette a frutto per gli altri o lo si lascia inerte, come è ben descritto nella parabola dei talenti. Nel secondo caso però si diviene un peso e un fardello sia per il coniuge che per i figli anziché essere un ponte, una via che conduce a Dio. Pertanto, anche oggi Gesù vi esorta ad essere umili servitori, ministri appunto, della sua Grazia. Vi invita ad aiutarvi vicendevolmente nella sua sequela, consapevoli di quanto grande sia il dono ricevuto nel matrimonio e a farlo fruttificare nell’ordinario della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca con questa sua lettura ci invita a non sentirci arrivati. Forse ci sembra di aver costruito un bel matrimonio. Ecco non facciamo l’errore di sentirci arrivati. Padre Raimondo ci diceva sempre che la nostra relazione non può restare ferma, cristallizzata ad un determinato livello. Non è possibile. La nostra relazione è viva, cambia continuamente. Quindi possiamo crescere o decrescere. Nel momento in cui ci sentiamo arrivati corriamo il rischio di darci per scontati e cominciare un lento declino. Stiamo attenti!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /15

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: – E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

Siamo all’inizio del capitolo ottavo e il Collodi ci presenta un Geppetto che sa anche usare l’arma del castigo per educare il proprio figliolo, ma ne fa un uso corretto, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della passione, dall’ira o dalla ripicca; egli vuole purificare l’agire di Pinocchio ma senza mai avvilirlo o denigrandone la dignità, il suo unico scopo è quello di rendere puro il suo cuore. La parola castigo deriva dal latino castus puro e agere rendere = rendere puro; e questa purezza è l’unico obiettivo di Geppetto, il suo castigo non è mosso da rancore, vendetta, ripicca o altre cattiverie.

Quanti di noi possono dire di ricorrere al castigo -nell’arte dell’educare i figli- sempre nel modo corretto?

Spesso il motivo principale per cui sbagliamo tante volte nell’arte dell’educare non è perché non ne siamo capaci ma perché la collera ottenebra la ragione per cui agiamo seguendo gli stati d’animo e/o i sentimenti e non seguendo l’obiettivo principale. Quando il focus del nostro educare rimane sull’educando – sia esso nostro figlio o no – allora tutto procede abbastanza bene; nel momento in cui spostiamo il focus su noi stessi ecco che nascono errori madornali e, a volte, di non facile risoluzione… se il focus di quel castigo è la soddisfazione del nostro ego, così da autoproclamarci bravi educatori o solo per godere del potere sugli altri o qualsiasi altro motivo perverso derivante dalle nostre ferite emotive non risolte, ecco che allora i guai cominciano ad affiorare e sono dolori.

Gli articoli di questa serie non sono un manuale di pedagogia ma solo un tentativo – forse un po’ goffo – di aiutare le coppie a fare un poco di luce sul proprio vissuto per accelerare il cammino di santità all’interno del matrimonio. Cari sposi, se notiamo che il nostro consorte compie un’azione sbagliata nell’educazione dei nostri figli, non dobbiamo anzitutto denigrarlo né svilirlo – tantomeno davanti ai figli a meno che si renda necessario fermarlo per l’incolumità dei figli stessi – ma dobbiamo aiutarlo a far luce su ciò che l’ha spinto a compiere tale gesto o tale scelta, aiutiamolo cominciando a capire insieme se il focus del castigo era rendere puro l’agire del figliolo oppure soddisfaceva solo la propria autostima di “bravo educatore” o la rabbia repressa di una giornata nera al lavoro, solo per fare un esempio. Questo dialogo profondo tra gli sposi gioverà alla loro relazione, si sentiranno più coppia, potranno sperimentare cosa significhi essere un solo cuore, ne uscirà vincitore il NOI, non ci sarà la maestrina che aiuta lo scolaretto o viceversa, ma ci saranno finalmente due genitori che d’ora in poi sentiranno forte il desiderio di decidere insieme l’educazione dei propri figli, saranno una sola voce con due caratteristiche: quella femminile e quella maschile.

Se finora abbiamo visto come l’arte dell’educare metta in moto diverse dinamiche nell’agire umano – specialmente all’interno dell’esperienza di coppia – proviamo a scostare un poco il nostro sguardo sull’agire di Dio Padre. Talvolta capita di credere di non sopportare neppure un’ora in più, quando invece passano anche anni nell’apparente nostro deserto senza che nessuno si faccia vivo. Il cardinal Biffi si esprime così a tal riguardo: “Sembra una crudeltà del Padre, ed è invece un modo per farci crescere. Dio, che per amore interviene nella nostra storia, per amore si ritrae e resta nascosto. C’è nell’uomo anche questo paradosso: noi, che ci sentiamo spesso oppressi dall’invadenza del Signore, siamo oppressi anche dal suo silenzio e dalla sua latitanza“.

Il Padre non ha tutti i nostri umani problemi irrisolti, siano essi di stampo psicologico o morale, affettivo o altro; in Lui tutto è perfezione perciò il suo intervento o il suo nascondimento sono il comportamento corretto e migliore per la nostra purificazione, chi meglio del buon Dio ci vuole rendere puri, ricordate l’etimologia di castigo? A volte fa come Geppetto che lascia Pinocchio lagnarsi e piangersi addosso per una mezza giornata, il problema è che con Dio il tempo è molto relativo.

Cari sposi, quando cominciamo a lagnarci e disperarci alla guisa di Pinocchio, dobbiamo chiederci il motivo del nostro lamento. Se siamo sposi in Cristo, Lui ci ha piazzati nel mondo come Sua icona, Lui ci ha donati e consacrati l’uno all’altra, ci ha scelti Lui… perché mai dovrebbe abbandonarci quasi si sia dimenticato di noi? Coraggio mariti, non temiamo di metterci in ginocchio con dignità e fierezza davanti al nostro Re per rimetterci alla Sua volontà. Coraggio mogli, non abbiate timore di consegnare il vostro dolore nel Cuore del Padre come quando da piccoline correvate dal vostro papà terreno e lui vi abbracciava. E se ci lascia mezza giornata come Pinocchio avrà i suoi motivi !

Giorgio e Valentina.

Ha parlato per mezzo dei profeti

Oggi vorrei focalizzare l’attenzione sulla nostra professione di fede che recitiamo ad ogni Messa. Si forse non sempre sotto questa forma ma poco importa. Non so voi ma io non avevo mai fatto caso ad un passaggio del testo. Rivolgendoci alla terza Persona della Trinità proclamiamo: Credo nello Spirito santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio È adorato e glorificato: e ha parlato per mezzo dei profeti.

Fino a domenica scorsa io ripetevo questa frase un po’ a pappagallo senza pensarci troppo. Quando leggevo la parola profeti pensavo subito ai profeti dell’Antico Testamento. Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e a tutti gli altri. Ecco l’ultima volta ho avuto un pensiero diverso. Ho pensato: ma ora lo Spirito Santo non parla più? La risposta che mi sono dato è che i profeti siamo noi. Noi battezzati siamo chiamati a dare voce allo Spirito Santo. Sapete che l’ultimo dei profeti chiamati è stato Giovanni Battista? Sapete perché non ci sono stati più profeti dopo Gesù? Perché con la venuta di Gesù e con il battesimo non serve più una chiamata specifica e personale, siamo tutti profeti. Lo siamo noi e lo siete voi che leggete. Lo siamo in virtù del battesimo.

Comprendete ora come quella professione di fede ci interpelli direttamente. Non stiamo parlando di persone terze ma di noi! E noi sposi lo siamo in modo del tutto particolare. Vi diamo due spunti veloci sulla nostra profezia

Siamo profeti della vita intima di Dio. Dio è Trinità. La Trinità è una realtà troppo grande, avvicinabile solo con grande approssimazione, ma una cosa è certa: è una comunità di amore e di vita. Ecco l’analogia con la famiglia cristiana. Quando si dice che gli sposi sono icona della Trinità, si intende proprio questa analogia. Osservando una famiglia si vede (si dovrebbe) in filigrana Dio, o meglio, un riflesso di Dio, come una scintilla può essere immagine del Sole. Quindi noi sposi raccontiamo nel modo che abbiamo di amarci, di servirci e di prenderci cura l’uno dell’altra la vita intima di Dio. Così attraverso una carezza, un bacio, una parola di conforto mostriamo l’amore di Dio che si fa tenero. Ordinare la casa, alzarsi a prendere una bottiglia d’acqua in cucina durante la cena, alzarsi dal letto quando il bimbo piange sono gesti di servizio che diventano l’amore che si fa dono e cura. Non rispondere a una provocazione e al contrario comprendere che i modi sgarbati del marito o della moglie nascondono un malessere e rendersi ancora più amorevoli è l’amore che si fa misericordia e accoglienza. In una vita ordinaria possiamo rivelare la grandezza dell’amore di Dio e vivere il nostro rapporto secondo le modalità e le dinamiche della Trinità, trasformando la nostra vita in una epifania di Dio.

La seconda profezia di cui noi sposi siamo portatori è l’amore di Cristo per la sua Chiesa. È una realtà che possiamo comprendere solo in piccola parte, ma è nel progetto di Dio che noi sposi possiamo riprodurre, rendere attuale e visibile ciò che è accaduto sulla croce. Croce dove Gesù ha dato la sua vita, dove si è donato fino a versare il suo sangue e a sacrificare il suo corpo per la sua amata, la sua sposa: la Chiesa. Chiesa che comprende ognuno di noi singolarmente e tutta la comunità. Questa seconda profezia è davvero qualcosa di troppo grande, che ci fa sentire piccoli e ci fa tremare i polsi. Questo tipo di profezia a cui siamo chiamati e abilitati, resi capaci dallo Spirito, davvero si solleva dal piano terra e comincia ad andare verso l’alto, le vette divine dell’amore. Questo amore esigente, probabilmente, ci spaventa, perché sembra chiederci troppo, eppure se ci pensate bene, e magari lo avete sperimentato, è meraviglioso.Pensiamo subito a gesti eroici. Che ci sono. Come quello di Ettore che collabora con noi. Lui è stato lasciato dalla moglie che si è fatta una nuova vita ma continua a restare fedele perché è consapevole che Cristo è fedele ed è lì con lui in quel matrimonio che sembra morto e sepolto. E guardate che vive nella pace. Certo ha momenti di solitudine e sofferenza ma è una persona realizzata che rende fecondo quel matrimonio che sembra un fallimento donandosi ai fratelli e alle sorelle. Pensate tutte le estati va in montagna per fare animazione ai bambini mentre i genitori frequentano dei corsi per sposi. Sembra incredibile come non provi invidia ma desiderio di aiutarli. Oppure Anna che durante una chiacchierata ci disse di continuare a pregare per il marito che l’aveva lasciata e viveva con un’altra donna con cui aveva avuto due bambini. Ci disse queste testuali parole: Faccio fatica a stare una vita senza lui non posso immaginare una eternità senza di lui. Comunque fortunatamente non tutti siamo chiamati a questo. Non servono gesti eroici per vivere questo tipo di amore che dà la vita. Alla sera mi piace guardare mia moglie. Mi piace guardarla, perché è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che mi commuove perché conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Questo è l’amore di Gesù per la sua Chiesa. È come una candela che consumandosi fa luce e calore. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: “Preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. È esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che fatichi a ricordarli tutti.

Ora quando durante la Messa proclamerete la vostra fede ecco spero vi ricordiate anche che siete profeti e che lo Spirito Santo chiede proprio a voi di dare voce a Dio attraverso la vostra vita.

Antonio e Luisa

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Ho partorito un figlio morto, ma con Gesù ho vissuto un’esperienza di Cielo

Mi scusi… volevo chiederle: non c’è un orario per le visite?”. Ero stremata dalle pillole che stavo assumendo per favorire l’espulsione del feto, dopo aver scoperto un aborto spontaneo alla quindicesima settimana. Ero sola dalle 8, ora si erano fatte le 14 e l’infermiera era entrata in stanza con il mio zaino pieno di cambi, mentre a lui, mio marito, lo avevano lasciato fuori. Speravo di vederlo entrare, invece.

Premetto che avevo il cuore in mille pezzi. Ero arrivata nel reparto maternità con gli occhi gonfi e faticavo a voltarmi verso le stanze abbellite dai fiocchi con i nomi dei piccoli. Che belle le neomamme, stanche, ma felici, con i loro bimbi in braccio o nelle culle. Perché io – che pure dovevo ringraziare il Signore per il dono di due figli stupendi a casa – non potevo più rivivere quei momenti unici e irripetibili? Mi ero seduta nel posto letto numero 17, di una stanza vuota, iniziando a piangere ancora di più, prima di assumere le pillole. Davanti a me un fasciatoio che non mi sarebbe servito, perché mio figlio l’avrei partorito morto. Che calvario, che pena. Che orrore la morte.

In altre circostanze è permesso, sì, che entri qualcuno. – mi ha risposto l’infermiera non senza imbarazzo, vedendomi contorcere dal dolore e con il viso pallido – I compagni delle neomamme sono ammessi dall’una di pomeriggio alle diciannove, generalmente, ma nei casi come il tuo… beh, nel caso di un intervento per un aborto interno le regole anti-covid, teoricamente, non permettono visite…

Ricapitolando la crudeltà che mi era appena stata riferita: siccome io non avrei messo al mondo un bimbo vivo, potevo pure essere abbandonata col mio piccolo morto (e vi assicuro che di abbandono si tratta, visto che, con un personale sottorganico, nessuno mi faceva compagnia, nessuno mi rivolgeva la parola, nessuno svolgeva in qualche modo un’opera di accompagnamento nei miei confronti). La logica utilitaristica di quella regola apparentemente stupida e insulsa mi è stata subito chiara: io non avevo nessuno da prendere in braccio, allattare, cullare… quindi non serviva che un compagno sgravasse il lavoro del personale sanitario. Potevo pure restare sola su quel letto, ingoiando le pillole e il mio lutto in silenzio.

Voi non sapete cosa sia l’umanità. – ho detto – Non avete idea di come mi senta io. I figli, vivi o morti che siano, si fanno in due! Mio marito ha diritto ad esserci, come tutti gli altri papà di questo reparto! Lo capite che sto vivendo un lutto in completa solitudine? Nemmeno i cani si trattano così… Domani sarete su tutte le testate giornalistiche per cui lavoro… è una promessa!”, ho tuonato. “Mi dispiace, sono le regole – ha ribadito l’infermiera, scura in volto – Tu hai ragione, io sono d’accordo con te, ma i protocolli prevedono questo…

Che vergogna!”, ho detto infine, scuotendo il capo. Non ero in me. L’infermiera, capendo la situazione, è andata dalla caposala e ha ottenuto un’eccezione: mio marito, con un tampone negativo fatto a sue spese, è potuto entrare e restare con me. Una norma di buonsenso – che varrebbe pure nel regno animale – non dovrebbe essere “concessa” come una eccezione ad un essere umano: dovrebbe essere un diritto garantito dalla legge non restare sole (dalle tre alle quindici ore per l’espulsione, e poi altrettante per l’operazione di raschiamento della placenta e la conseguente ripresa dall’anestesia) a partorire un figlio morto. Due giorni in ospedale da sole con un macigno del genere: chi può pensare simili atrocità?

Ringrazio, tuttavia, il reparto dell’ospedale che al protocollo ha anteposto la salute mentale ed emotiva di una paziente. Anche perché, grazie a quell’eccezione, ho ricevuto un vero e proprio miracolo. È stato mio marito, infatti, che, vedendomi tormentata in tutti i sensi, verso le 17.30 mi ha chiesto se volessi farmi portare la comunione in stanza dal cappellano dell’ospedale. Io ho detto di sì, il sacerdote è dunque arrivato prestissimo e, subito dopo aver accolto Gesù in me, il mio cuore è cambiato. “Ora che ci sei tu posso tutto”, gli ho detto. E Lui non si è fatto attendere.

Credevo che quel parto mi avrebbe segnata per tutta la vita; credevo che avrei avuto gli incubi per settimane, e invece, quando è successo (esattamente due minuti dopo aver ricevuto l’Eucaristia ho avuto la contrazione definitiva!), non ho visto la morte, ho visto solo mio figlio. Non avevo più rimpianti per la sua vita spezzata, ma solo gratitudine per averlo chiamato all’esistenza. In quella stanza, che odorava di morte fino a un minuto prima, con l’Eucaristia, era entrata la resurrezione.

Non mi sentivo più furiosa con il personale, ma grata per avere comunque un’assistenza sanitaria, non scontata in tutte le parti del mondo. Sono seguite ore intrise di una pace vera, salda, profonda, che non avrei mai immaginato in una situazione simile. Quella pace, surreale per ciò che stavo vivendo, ma realissima, perché mi scaldava il cuore, è durata fino alle dimissioni avvenute la mattina dopo. Mi sentivo così unita a Dio che non avevo più bisogno di nulla. Non avevo più paura di nulla. Tutto potevo, in Colui che mi dava forza. Riuscivo persino a sorridere, senza per questo banalizzare il momento, alle infermiere o alla nuova compagna di stanza, giunta la sera. Ero un’altra, stravolta da una serenità disarmante che mi faceva sentire già un po’ in Paradiso.

Ho vissuto quella Eucaristia come un dono grande, immenso, inaspettato, che non ha cambiato la realtà, ma ha cambiato me. Radicalmente. Sapevo che morendo con Cristo sarei risorta con Cristo, ma non pensavo di vedere la luce nel punto che doveva essere il più buio di quella storia. E, tutto questo, grazie alla violazione di una norma che ha permesso a mio marito di prendersi cura di me, quando io invece non ero in grado di prendermi cura di me stessa. La potenza del matrimonio: Dio che si serve dello sposo, della sposa, per farci arrivare il suo amore. Il sacramento del matrimonio e quello dell’Eucaristia così strettamente uniti, ancora una volta, nella nostra famiglia.

La ripresa da questo lutto non è ancora avvenuta del tutto: Dio mi ha tolto il peso più grande, mi ha sgravato della parte più pesante della croce, quella che mi terrorizzava di più, prendendosela davvero tutta lui e lasciandomi un ricordo di cielo anche per questo parto, (pure se tutto avrebbe dovuto gridare morte), ma non mi ha tolto la mia umanità.

Il vuoto rimane. Questo bambino, che abbiamo chiamato Emanuele (“Dio-con-noi”) deve essere pianto, anche per tutti i bambini che nessuno piange. Ora, però, so, ancora più di prima, da dove ripartire quando la vita mi schiaccia. Quando quel vuoto mi toglie il respiro. Da Gesù. Che è e resterà per sempre, Via, Verità e Vita.

Cecilia Galatolo

Abbiamo tutto per essere santi. Crediamoci!

Spesso tendiamo a idealizzare i santi e ad attribuir loro una sorta di onnipotenza. Ci sembra più facile considerarli come dei supereroi, dotati di straordinari poteri e capacità che noi non abbiamo. Tuttavia, questa visione può distorcere la realtà e toglierci la responsabilità personale di lavorare per la nostra crescita spirituale. Mettere i santi su un piedistallo può farci sentire al sicuro, come se la santità fosse un traguardo irraggiungibile per noi comuni mortali. Ma se davvero riflettiamo sulla vita dei santi, possiamo notare che molti di loro sono nati e cresciuti in situazioni molto simili alle nostre. Erano persone come noi, con le stesse tentazioni, le stesse debolezze e le stesse difficoltà. Quello che li ha resi santi è stata la loro risposta alle sfide della vita, la loro fede in Dio e il loro impegno nel perseguire la virtù.

Iniziamo con il dire che noi abbiamo tutto ciò che serve per diventare santi. Il battesimo ci ha fatto santi. Sei battezzato? Hai tutto per essere santo. La santità, secondo don Fabio Rosini, è proprio il non opporsi al progetto di Dio su di noi. Significa lasciare che Dio operi attraverso di noi, perchè Lui è l’unico e vero santo. La santità è di Dio e noi possiamo parteciparvi. Non per merito nostro, ma per abbandono alla Sua volontà. Siamo tutti destinati alla santità e ne abbiamo tutte le capacità per raggiungerla. Certo, ognuno è chiamato alla santità in modo originale. Esistono santi dotti e santi analfabeti, santi uomini e sante donne, santi bambini e santi anziani, santi re e santi mendicanti, santi consacrati e santi laici. Non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo trovare la nostra personale strada verso la santità. La santità è sempre originale. Preoccupiamoci non tanto quando siamo un po’ strani ma piuttosto quando ci omologhiamo troppo agli altri. Ognuno è chiamato alla santità attraverso la propria storia e la propria vita.

Noi sposi cristiani ci santifichiamo nel matrimonio. Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita, oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo vivendo. Don Oreste Benzi, diceva che dobbiamo sposarci con l’idea di diventare santi. Non si può pensare di esserci “sistemati” una volta per tutte. Il matrimonio presuppone una conversione continua, ogni giorno della nostra vita, il matrimonio presuppone che decidiamo coscientemente di mettere Dio al centro del nostro cuore. Come? Donandoci al nostro amato o alla nostra amata. A volte riusciremo e a volte invece non ce la faremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione, senza cercare di perseguire la nostra santità in questo modo così ordinario e straordinario contemporaneamente, fatto di gesti semplici ma perseveranti nel tempo, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nella nostra vita. La testimonianza di tanti sposi abbandonati che hanno trovato pace e gioia nella fedeltà a Gesù e al sacramento del matrimonio ci mostra che il dono di sé è il vero antidoto per la tristezza e il senso di vuoto nella nostra vita. Quando ci impegniamo ad amare il nostro coniuge con un amore totale e incondizionato, anche se siamo stati feriti o traditi, invochiamo l’azione divina nella nostra relazione e permettiamo a Dio di lavorare in noi e attraverso di noi per compiere la sua volontà. Più invece non riusciremo a donarci e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Se gli sposi cercano soltanto di “sistemarsi” e non vivono la propria vocazione all’amore, resteranno magari insieme per tutta la vita, ma come semplici compagni, che cercano appunto compagnia, che vogliono solo riempire la loro solitudine. Come disse bene Chiara Corbella:

La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla all’amato, arrivando fino al dono radicale di sé. Se non si risponde a questa richiesta, non si tratta più di vocazione, ma di un semplice accompagnarsi fino alla morte

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

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Senza sforzi… è possibile ?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,18-25) Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

La liturgia insiste sui temi escatologici perché vuol cominciare a preparare i cuori al grande giorno di Cristo Re, ultima domenica dell’anno liturgico, domenica nella quale si celebra la Signoria di Cristo su tutto e tutti. Negli altri articoli di questo blog sono stati toccati più volte argomenti vari attorno alla tematica del corpo, attraverso cui abbiamo compreso quanto il nostro corpo sia imprescindibile per noi uomini nel nostro cammino di fede, visto che non siamo angeli i quali, al contrario di noi, sono puri spiriti senza corpo.

Oggi vorremmo affrontare una tematica del corpo che raramente si sente nelle predicazioni moderne, non sarà nulla al di fuori del Magistero di sempre, ma in quest’epoca in cui il corpo è idolatrato pare che anche molti cristiani si siano dimenticati della redenzione del nostro corpo. Infatti ci soffermeremo sulla frase centrale: Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

San Paolo ci ricorda il primato della nostra anima (in altri capitoli) ma non per questo sminuisce il corpo, così da collocarlo nella sua giusta dimensione a servizio dell’anima, ricordandoci che ci si santifica con il corpo e mai senza di esso. Ogni azione corporea ha un riflesso anche nell’anima, pensiamo ad esempio come sia benèfico per la nostra anima anche un solo segno di croce (ben fatto) oppure una bella genuflessione davanti al tabernacolo; sono gesti corporei che però esprimono ciò che abbiamo dentro o ciò a cui aneliamo.

Si ripete spesso in questo blog che il corpo è il mezzo espressivo dell’amore, ma ciò non vale solo nella relazione coniugale, vale anche nel rapporto con Dio. La mia genuflessione quindi è il mezzo che il corpo ha per esprimere a Dio la mia adorazione di Lui presente nell’Ostia dentro il tabernacolo, e così via… ad ogni gesto corrisponde una particolare manifestazione del mio amore per Dio o della mia fede in Lui.

Ma cosa significa che aspettiamo la redenzione del nostro corpo?

Innanzitutto ce lo possono testimoniare i moltissimi convertiti da una vita viziosa, poiché hanno dovuto lottare col corpo per redimere l’anima che a sua volta ha redento il corpo… non si esce dalle catene della pornografia né in un secondo né senza il corpo (visto che in quel girone ci siamo entrati proprio a causa del corpo), non ci si purifica dal ladrocinio senza corpo, non ci si libera dell’avarizia o dell’ira senza lo sforzo, senza la tenacia e la lotta del nostro corpo. Ma se questo è vero, cioè che ciò che compiamo con il corpo ha delle ricadute sulla nostra anima, vale anche per gli atteggiamenti virtuosi. E qui casca l’asino!

Molti sposi anelano ad una vita di Grazia, di pace e serenità, di amore autentico tra di essi, ma vogliono raggiungerla senza sforzi, men che meno se richiedono sforzi corporei. Molti ammirano la serenità, la pace e la gioia che sprizzano dalle molte suore di clausura -per fare un esempio – ma pensano che sia frutto di fortuna o di ottimismo? Per accettare una suora in convento non fanno mica un test di ammissione nel quale devono dimostrare di essere ottimiste, inclini al buon umore o altro. Dietro quel sorriso sereno, pacifico, solare e tenero ci sono molte ore passate ogni giorno in ginocchio a sgranare il rosario, a pregare il Breviario, ad assistere alla Santa Messa, ad adorare il Santissimo Sacramento; ci sono le dure lotte della perseveranza per scandire la giornata secondo i ritmi claustrali. Questo è il modo con cui le suore di clausura dell’esempio attendono la redenzione del proprio corpo, sottoponendolo ad un un duro allenamento quotidiano ed implacabile, è così che poi gemono interiormente – il riflesso nell’anima -.

Ma qual è il modo degli sposi ?

Gli sposi devono avere lo stesso atteggiamento di dura lotta, di perseveranza, di allenamento quotidiano ed implacabile, quel che cambia invece sono i gesti corporei: forse non tutti gli sposi riescono ad assistere alla Messa quotidianamente o a passare tante ore in ginocchio come le suore dell’esempio, ma possono passare molte ore accucciati davanti all’oblò della lavatrice, altrettante in piedi per stendere i panni, altre per stirare, tante altre ore passate a preparare pranzi e cene… quando ci chiedono a quale Madonna siamo devoti, rispondiamo che siamo devoti alla Madonna “delle pentole”. E questa è solo una parte del lavoro per redimere il nostro corpo, per imporre al nostro corpo la regola del servizio, la regola dell’abbassarsi perché l’altro si innalzi.

Poi c’è tutto il lavoro meticoloso della lotta per la castità matrimoniale, ovvero per la purezza. E qui molti sposi non capiscono che se vogliono purificare il proprio corpo, esso va dominato negli istinti e nelle passioni veneree, cominciando ad allenare i nostri 5 sensi affinché siano essi domati e non piuttosto padroni loro.

Come può la nostra anima purificata, alla fine dei tempi – nel giorno tremendo e maestoso della risurrezione finale dei morti – riunirsi al nostro corpo se esso ha lasciato questo mondo nella corruzione del peccato mortale, nell’impurità, nella volgarità, nel vizio, nell’immoralità, nell’impudicizia, nella depravazione, nella libidine, nella lussuria? Cari sposi, non temiamo di prendere decisioni risolute per affrontare con coraggio e vigore il cammino della redenzione del nostro corpo, ne gioverà in automatico anche l’anima, ne trarrà indescrivibile vantaggio la nostra relazione di sposi che si riprenderà come le braci sotto la cenere, anzi, la nuova fiamma sarà più vivida di quella di prima… cominciamo finché siamo in tempo. Quando cominciare? Appena finito di leggere questo articolo.

Giorgio e Valentina.

Vuoi amare? Prima impara ad ascoltare

Il Vangelo di ieri è bellissimo e ci offre la bussola per imparare ad amare. Vale per tutti! Ma forse noi sposi siamo coinvolti un po’ di più. Cosa abbiamo ascoltato ieri? Gesù risponde a un dottore della legge che gli domanda quale sia il comandamento più importante e afferma:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Prima evidenza che salta subito all’occhio è l’ordine dei due comandamenti. Ne esiste un primo e un secondo. Questo significa, come abbiamo già scritto ieri, che il secondo diventa possibile solo quando si vive il primo. Solo amando Dio saremo capaci di amare il nostro coniuge. Solo se saremo ricchi dell’amore di Dio saremo capaci di amare il nostro prossimo più prossimo, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza.

Gesù risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el. Questa preghiera è la professione di fede che ogni credente ebreo ripete tre volte al giorno. Questa preghiera parte da un verbo: Ascolta Israele! Perchè non possiamo conoscere se non ascoltiamo. Dio si racconta a noi attraverso la Sua Parola. Solo poi nascerà in noi il desiderio di conoscerlo ancora meglio e di intessere una vera relazione con Lui. Ma tutto parte dall’ascolto. Io con Luisa non ho avuto il colpo di fulmine. Si mi piaceva ma ciò che me l’ha fatta desiderare ardentemente è stato conoscerla. E più la conoscevo, più l’ascoltavo e più ne ero attratto e più volevo sapere di lei. Credo che con la fede sia la stessa cosa.

Tutto parte dall’ascolto. L’ascolto come incontro. Sentire la voce e con essa la presenza di un Dio che ti ama. Un Dio presente in  ogni momento della vita, un Dio pronto a farti sentire quanto sei prezioso e desiderato in ogni momento, anche quando tu stesso non pensi di meritare nulla, non credi di valere granché. Solo chi riesce a farsi ascolto, a sentire la presenza di Dio nella sua vita può riscoprire la sua fede. La fede non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio e di percepire il suo amore misericordioso per noi.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio: Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa

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Le due dimensioni fondamentali della vita di coppia

Cari sposi, la rete abbonda di siti che elencano le basi solide di un matrimonio e di come mantenere un rapporto duraturo nel tempo. Davvero ce n’è per ogni gusto, in particolar modo quando a parlare è un noto psicologo o terapeuta di coppia. Non avendo quella competenza non mi azzardo ad esprimere un giudizio. Semmai faccio notare che, senza contraddire quanto affermato, piuttosto manca il grande presupposto ad un sano rapporto di coppia.

E la risposta è nel Vangelo di oggi. Difatti, Gesù, affrontando l’ultima delle dispute che la Liturgia ci ha presentato nelle ultime settimane, incontra un vero pezzo da novanta: un dottore della Legge, uno appartenente alla categoria dei massimi esperti della Torah. La domanda postagli non è banale come sembra, perché a quel tempo vi erano ancora due correnti di pensiero nel giudaismo quanto a come suddividere i precetti, eredità delle dispute dei grandi maestri Hillel e Shammai, vissuti qualche decennio prima di Gesù.

Il quesito quindi è pertinente, perché i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè nel Decalogo, altri 613 precetti, motivo per cui, veniva da chiedersi: quali sono i più importanti? C’è un ordine? Da dove iniziare? Gesù non scende a casistiche, come forse quel dottore avrebbe voluto, ma va diritto al fondamento della vita del credente e cioè cita lo Shema‘ Israel, il comandamento che il fedele ebreo ripeteva, ieri come oggi, tre volte al giorno e che esprime il primato della fede in Dio. Ma ecco poi la novità! Subito dopo Egli accosta al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, un fatto senza precedenti nella letteratura giudaica antica e che riprende un passaggio del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Cosicché, la novità introdotta da Gesù è quella di aver messo in relazione diretta il comandamento dell’amore di Dio con quello del prossimo e, sebbene i due precetti fossero ricordati nella Torah, nessuno li aveva mai paragonati o considerati simili. Da tutto ciò ne emerge un quadro meraviglioso per la vita nuziale. Se da un lato ho bisogno davvero di Cristo per amare il mio coniuge, è pur vero che nel coniuge io incontro Cristo e questo in forza della grazia nuziale. Se è vero che un buon matrimonio deve possedere qualità nella comunicazione verbale, nella sessualità, nell’uso dei soldi… tutto ciò è infruttuoso per noi credenti se non si è al contempo radicati in Cristo. Senza Gesù tutta quella bella “solidità” un giorno finirà nella tomba o nel loculo.

La logica è la stessa della Croce: essa sta in piedi solo se il palo verticale è bel fissato nel terreno e così può mantenere la traversa orizzontale. È ciò vale anche per il matrimonio. Così, ogni coniuge è bene che si esamini sempre su quale rapporto ha con Gesù: se è personale, se è quotidiano, se si alimenta della Parola, se si basa sull’Eucarestia, se è aperto alla voce dello Spirito… e poi certamente se col proprio consorte vive la concretezza del rapporto, la complicità, la corte continua…

Oggi assistiamo, anche in seno alla Chiesa, a una sorta di schizofrenia: o fare della fede una questione talmente personale che non ha nessuna visibilità in chi ci vede, anzi, a volte con comportamenti contrari al Vangelo; oppure, voler vivere un matrimonio a prescindere da Cristo, facendo leva solo sulle proprie forze e lasciando il Signore per i momenti di emergenza e difficoltà. Cari sposi, la bella notizia è che in voi l’amore al Signore e l’amore al prossimo si coniugano perfettamente! Si potrebbe dire che voi siete chiamati ad essere gli esperti di come si ama Dio nel coniuge e come il coniuge mi può portare ad incontrare Gesù. Per questo lo Sposo Gesù vi ha donato la sua Presenza e conta su ogni vostro piccolo sforzo perché questa bellezza trapeli e sia visibile.

ANTONIO E LUISA

Ad integrazione di quanto scritto da padre Luca vorrei soffermarmi sull’ordine dei due comandamenti. Perchè amare Dio viene prima? Dio è geloso? No! Nulla di tutto questo. Siamo noi che abbiamo bisogno di quest’ordine. Perchè solo attingendo forza e consapevolezza dalla nostra relazione con Dio saremo capaci di amare l’altro gratuitamente e per primi, Se avessimo solo la dimensione orizzontale verso i fratelli non saremmo capaci di amare gratuitamente ma saremmo sempre alla ricerca di avere amore piuttosto che di darlo. Due poveri che vogliono arricchirsi l’uno con l’altro. Non potrebbe funzionare.

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Ciò che non muore mai

Cari sposi, anche stavolta vorrei farvi conoscere una coppia sul cammino verso gli altari e di cui si parla ben poco. Sono i coniugi, servi di Dio, Paolo Takashi (1908-1951) e Midori Marina Nagai (1908-1945) vissuti a Nagasaki.

Si sono conosciuti grazie al fatto che Takashi viene ospitato in casa dai genitori di Midori affinché potesse frequentare la facoltà di medicina. Lui è nato shintoista ma, respirando la cultura razionalista del tempo, perde anche quel poco di religiosità acquisito in famiglia.     Ma è la famiglia che lo accoglie a iniziare a pregare per lui. Difatti, i Midori, discendenti di lunga data da generazioni di cristiani che hanno sofferto le terribili persecuzioni che i sovrani del Giappone avevano scatenato contro tutto ciò che fosse estraneo alla cultura nipponica, sono profondamente credenti e intercedono per la sua conversione.

È in occasione del Natale del 1932 quando Takashi, su invito dei suoi anfitrioni, vive la sua prima Messa, rimanendone profondamente toccato per la percezione di una “Presenza”. L’indomani, la figlia Midori accusa fortissimi dolori al basso ventre e Takashi, intuendo trattarsi di peritonite, la salva in extremis portandola in ospedale. È l’inizio di un rapporto sempre più stretto che li porterà verso il matrimonio.

Tuttavia, la giovane Midori non ha fretta ma prega incessantemente per la sua incontro con Cristo, in particolar modo tramite la sua devozione a Maria. Nel frattempo, scoppiò la seconda guerra sino-giapponese e Takashi è chiamato alle armi. Sui campi di battaglia, oltre a mettere in atto la sua capacità di medico, si scontra con gli orrori della guerra rimanendone sconvolto e domandandosi il senso della sua giovane vita.

Quando ritornò sano e salvo a casa ebbe inizio il suo cammino di conversione. Così. nel 1934 ricevette il battesimo scegliendo come nuovo nome quello di Paolo. Ma ora l’amore per Midori non era più un segreto ed fu lo stesso sacerdote che lo aveva accompagnato alla fede ad incoraggiare il loro matrimonio. Seguirono anni felici, la nascita dei figli, la passione per la radiologia, il servizio a tanti poveri, l’impegno per servire la propria comunità.

Eppure Gesù li stava comunque chiamando a seguirLo più da vicino e un giorno Paolo scoprì l’insorgere della leucemia, frutto dell’eccessiva esposizione alle radiazioni sul lavoro. Ciò nonostante, continuò a condurre la vita ordinaria, supportato dalla cura amorevole e dal sostegno della moglie. Finché arrivò quel mercoledì 8 agosto 1945: come sempre, Paolo uscì di casa per recarsi in ospedale ma, avendo dimenticato di prendere il pranzo, ritornò subito indietro. Appena rientrato in casa, trovò Midori prostrata in lacrime davanti al crocefisso, quelle lacrime che gli aveva sempre nascosto per non gravare sulla sua già dura condizione fisica.

Un fatto molto significativo quello perché fu l’ultimo ricordo della moglie. Difatti, il 9 agosto 1945 alle ore 11:02 il B-29 americano sganciò la gigantesca bomba “Fat man” sul cielo di Nagasaki e della città non rimase quasi più nulla. Si salvarono sia Paolo, al riparo tra i muri di cemento armato della radiologia, che i loro figli, fatti sfollare lontano dalla città, ma entrambi dissero di avere intravisto il volto di Midori al momento dell’esplosione atomica.

Subito egli si mise al lavoro per curare più sopravvissuti possibili, senza aver nemmeno il tempo di correre a casa. Solo dopo qualche giorno potè tornare ma trovò solo della sua amatissima moglie le ossa carbonizzate vicino ad un rosario, deformato dal calore. Il Dottor Paolo Takashi potè vivere ancora alcuni anni, malato e povero, ma conducendo una vita di silenzio, preghiera, scrittura e soprattutto accogliendo centinaia e centinaia di persone che cercavano nel “santo di Urakami” un punto di riferimento spirituale.

Ancora una volta contempliamo coppia semplice, dalla vita ordinaria ma che ha affrontato una circostanza storica eccezionale grazie al rapporto cordiale e profondo con il Signore Gesù. “Ciò che non muore mai” è uno dei libri che meglio racconta la loro vicenda. Un titolo preso da una frase che Paolo Takashi ripeteva spesso, proprio a voler sottolineare che è Cristo la roccia inamovibile della nostra vita, anche laddove tutto viene distrutto e scompare.

Cari sposi, possiate anche voi fare l’esperienza quotidiana che solo in Cristo l’amore nuziale può sbocciare e fiorire per l’eternità.

padre Luca Frontali

La dolcezza rivela chi siamo

Parliamo spesso di padre Raimondo Bardelli, il quale per noi è stato come un secondo padre. Gli siamo infinitamente grati per la sua pazienza nel guidarci alla comprensione dell’amore e nel fare chiarezza nei nostri cuori. Ci siamo avvicinati a lui partecipando a numerosi corsi, ognuno dei quali portava inevitabilmente al momento della prova specchio. In questo contesto, padre Raimondo sceglieva accuratamente due immagini da appendere al muro: l’immagine della Madonna di Medjugorje e l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Queste due immagini rappresentavano per lui l’essenza dell’amore divino e materno, invitandoci a contemplarli e a metterli a confronto con il nostro volto e il nostro sguardo.

Ci diceva che l’amore deve essere visibile. L’amore trasfigura il corpo. L’amore casto. L’amore vissuto nella castità e nella verità trasfigura anche lo sguardo e il volto. Il suo insegnamento era questo. Più saremo capaci di abbandonarci all’amore e di combattere il peccato e più incarneremo la tenerezza e la dolcezza non solo con il nostro agire ma anche con il nostro corpo. Poi ci dava il colpo di grazia. Voi – terminava – esprimete la freddezza dei ghiacciai dell’Adamello (monte situato nei pressi del Gaver dove si svolgevano i corsi). Naturalmente aveva ragione lui. Io con tutta l’immagine di cristiano perfettino che volevo costruirmi nascondevo un cuore egoista e concupiscente e il mio sguardo mi tradiva.

La dolcezza non è innata ma si conquista. È un attributo prezioso che dona al corpo un’aura di fascino e grazia. Essa si irradia attraverso la delicatezza e l’armonia delle sensazioni ed emozioni, arricchendo i gesti di tenerezza. Segno di maturità e libertà interiore, la dolcezza è la manifestazione di una persona che possiede un’autentica sicurezza in se stessa e una profonda capacità di aprirsi all’altro. È un linguaggio non verbale che trasmette un messaggio cristallino: desidero la tua presenza, ti accoglierò. Questo linguaggio silenzioso parla al cuore e alla mente della persona amata.

L’aumento della dolcezza in noi rivela molto di più di una semplice crescita spirituale. È una testimonianza di un impegno personale costante nel percorso verso la consapevolezza spirituale e l’amore incondizionato. La dolcezza del nostro carattere e la capacità di amare gli altri attraverso il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima sono il risultato di uno sguardo aperto verso chi ci circonda. Nel contrasto, la durezza nel nostro modo di essere può spesso indicare un’anima chiusa e incapace di aprirsi agli altri. Può essere segno di un cuore pesante a causa del peccato o delle ferite non risolte. Questa rigidità può ostacolare il nostro cammino verso una crescita spirituale autentica e un’esperienza profonda della vita.

È solo attraverso un lavoro interiore profondo e onesto che possiamo sviluppare la dolcezza in noi stessi. La dolcezza è un dono prezioso che possiamo coltivare in noi stessi. È un riflesso della nostra apertura verso il divino e della nostra capacità di amare e comprendere gli altri. Quindi, cerchiamo di coltivare la dolcezza nelle nostre relazioni e nella nostra vita di ogni giorno, e guardiamo come questa qualità trasforma noi stessi e il mondo intorno a noi.

La dolcezza può essere un indicatore importante sul vostro matrimonio e sulla vostra relazione. Siete diventati più dolci nel tempo? E vostro marito o vostra moglie? Il nostro sguardo e il nostro viso sono sinceri anche quando noi non lo siamo, rivelano chi siamo e come siamo.

Antonio e Luisa

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I social non sono il nostro album fotografico

Sharenting, ossia quell’abitudine dei genitori di postare e condividere sui social foto dei loro figli, più o meno regolarmente. Lo fanno anche gli influencer per fatturare e pubblicizzare prodotti: è stato dimostrato che un figlio aumenta interazioni e like, nonché opportunità lavorative con i brand dedicati ai piccoli. Basti pensare all’esempio più ovvio, i Ferragnez, tramite i quali abbiamo ecografie, parti e momenti quotidiani dei loro due bambini. Altri esempi? Paola Turani (modella e influencer), Sophie Codegoni (influencer e volto noto dei reality), Sofia Crisafulli (giovane mamma popolarissima nella GenZ), Mariano di Vaio (modello, che ha aperto un profilo per ogni figlio) … I bambini esposti hanno, fin dalla gravidanza, un proprio dossier digitale e, manco a dirlo, nessuna tutela dalle piattaforme su cui i genitori sono liberi di creargli addirittura profili privati già zeppi di followers e pronti a fatturare. Persino volti meno famosi hanno ripreso vita grazie ad una gravidanza o al figlioletto catturato da ogni tenera angolazione, a favore dello spettatore social.

Non serve essere cristiani per comprendere quanto sia radicalmente (alla radice!) ingiusto tutto questo. Se il Battesimo talvolta salta perché “sceglierà lui da grande”, come mai sull’esposizione social non può valere lo stesso principio? Perché costruire un grande album fotografico per milioni di followers sconosciuti (basti pensare ai quasi 30 della Ferragni), che possono in qualsiasi momento salvare foto e video sui propri dispositivi? Dal momento che la maggioranza dei social è accessibile dai 14 anni, come inquadrare i profili dei minori creati dai loro genitori? Proprio dai social la pedofilia e la pedopornografia traggono, purtroppo, la maggior parte dei contenuti. La generazione Alpha, i nati dopo il 2012, è la prima totalmente esposta digitalmente e si troverà ad affrontare contenuti che non ha scelto di condividere e che impatteranno su personalità e socialità. Quale immagine avranno di sé stessi e dei propri genitori, questi figli cresciuti sotto la fotocamera del genitore? Quali saranno le loro reazioni a vedere la loro infanzia spiattellata, giorno dopo giorno, sui social media? Quali conseguenze fisiche e psicologiche? Quali sensazioni proveranno a vedere ogni loro attività e capriccio postato su Instagram, seguito da migliaia di commenti?

Gli studi medici e psicologici sono già iniziati e non ci stanno dicendo niente di buono. Ho smesso da tempo di seguire gli influencer. Non voglio essere influenzata da chi esercita una violazione della privacy dei minori così grande. Cosa ancora più grave, nessuna norma a proteggere queste attività che non si limitano a qualche foto ogni tanto ma sono regolari, studiate, strategicamente pianificate. Controllate quanti commenti hanno le foto dei bimbi degli influencer e quanti le altre foto, senza bimbi. Ci vuole davvero poco a rendersi conto che il pericolo siano usati è ben presente e reale. Digital marketing, un mondo a parte (di cui noi vediamo solo la punta dell’iceberg, nei vari feed).

Ampliamo il discorso, parliamo di noi sposi cristiani. In che modo ci poniamo davanti ai social, con i nostri figli (più o meno grandi)? Quanto e come li esponiamo, in foto o video, sui nostri profili? Con quale fine? Penso siano domande che ogni genitore dovrebbe porsi. Noi ce le siamo fatte e abbiamo deciso di non esporre nostra figlia sui social (salvo qualche foto ai parenti, tramite messaggio). In realtà, è stato abbastanza scontato. Anzitutto, non abbiamo il suo consenso, da minorenne è sotto la nostra tutela e non ha consapevolezza di cosa sia internet, di cosa sia un’immagine; una foto postata sui social non è più solo nostra ma può fare giri immensi e incontrollabili (basti pensare alla velocità di uno screenshot). Siamo amanti degli album fotografici (io in particolare sono una grande fan delle foto stampate, rigorosamente opache!), che mostriamo con entusiasmo ad amici e parenti: i social non sono il nostro album fotografico (perché abbiamo deciso così) e non intendiamo mettere in circolazione foto di una bambina che avrà, se vorrà, tutto il tempo per costruirsi un suo profilo in futuro. Paranoia? Buonsenso, per noi.

Ogni famiglia dovrebbe, se necessario, chiedersi come comportarsi di fronte ad un’era digitale che ci ha posto davanti possibilità e pericoli – senza ignorare che questi esistano con un “ma sì, che pesantezza, è una foto, i bambini portano gioia, che male c’è”. Siamo super attenti a cosa mangiamo, vogliamo trasparenza negli ingredienti e nella provenienza dei prodotti, cerchiamo di essere sostenibili negli acquisti e controlliamo di aver messo le mandate alla porta di casa quando usciamo. E poi, senza pensarci, diamo foto su foto in pasto ai social (alzi la mano chi ha letto i Termini e Condizioni di un qualsiasi social media!). In quanto cristiani, seguaci di Cristo, non possiamo restare indifferenti di fronte all’uso, spesso spropositato, dei bambini su queste piattaforme. Il primo strumento è il nostro cervello: chiediamoci, con onestà, cosa ci spinge a pubblicare foto (non censurate) dei nostri figli sui social. La voglia di condividere? La voglia di apparire? La voglia di suscitare invidia? La voglia di far vedere quanto siamo bravi come genitori? Se ti ho punzecchiato un po’, forse da qualche parte ci ho preso… Il secondo strumento che abbiamo è sempre il nostro “Segui”: gli influencer sono ciò che sono grazie ai followers. Se non si condivide lo stile di vita o gli interessi di un certo profilo, inutile seguirlo. Se seguissi Chiara Ferragni mi sentirei complice dello sharenting che, quotidianamente, offre ai suoi followers: non penso farei il bene di Leone e di Vittoria, contribuendo a questa sistematica condivisione della loro infanzia (compresi momenti ripresi da telecamere casalinghe o capricci).

Se voglio stare sui social in modo cristiano, voglio scegliere chi seguire facendomi guidare anche dalla fede. E voglio scegliere per me come starci, sviscerando i motivi che mi portano a fare una scelta piuttosto che un’altra. Perciò, cari sposi, forse sui social più che a “spegnere” il cervello siamo chiamati ad accenderlo: a far sì che la nostra presenza sia bella, evangelica, sicura e affidabile nei contenuti. Che questi ultimi non danneggino nessuno (anche e soprattutto in modo indiretto), specie chi ancora non può difendersi o esprimere preferenze. Il diritto all’oblio esiste per un motivo e tanto spesso sono figli esposti a richiederlo. Siamo responsabili di ciò che postiamo ma, ancor prima, siamo genitori: non prendete, ve ne prego, alla leggera questo mondo virtuale! Contribuiamo a far sì che sia un luogo sicuro per tutti, bambini compresi.

Giada di Ne senti la voce

Un intreccio d’amore

Oggi vorrei parlare di un argomento su cui don Renzo Bonetti ci ha fatto riflettere ultimamente, la differenza tra religione e relazione. È un argomento che credo debba far riflettere tutti, perché dobbiamo davvero chiederci in cosa crediamo e con quale intensità. Non voglio urtare la sensibilità di qualcuno, ma riporto alcune frasi che ho sentito: “Vado alla messa tutte le domeniche, perché altrimenti è peccato”, “Devo recitare quella preghiera per quaranta giorni o fare quella novena, perché hanno detto che, se lo faccio, andrò sicuramente in Paradiso”, “Faccio il digiuno perché l’ha detto la Madonna”.

Ho citato tutte cose buone di cui non voglio assolutamente sminuire l’importanza (e che cerco di fare anch’io), ma noi seguiamo delle pratiche religiose per abitudine o per amore? Perché se le facciamo per abitudine, tradizione o perché se non le facciamo ci manca qualcosa, allora forse hanno perso il loro significato più profondo. Faccio un esempio: fra poco dovremo pensare ai regali di Natale e quello che mi spinge a farli è perché non posso presentarmi a cena dai parenti senza regali e perché è una tradizione, oppure perché amo e scelgo qualcosa di bello anche per chi mi sta un po’ sulle scatole, per comunicargli che comunque è importante per me, è mio fratello, poiché abbiamo lo stesso Padre?

Credo ci sia molta differenza e un diverso valore di fronte a un regalo esternamente identico. Io credo che dobbiamo tornare all’essenziale, al centro della nostra fede, cioè a curare le relazioni, in particolare quella con Dio, altrimenti è una farsa, anche se siamo brave persone e facciamo belle cose.

La nostra vita comincia grazie a una relazione tra un ovulo e uno spermatozoo, la crescita continua nella relazione con la madre, dopo la nascita impariamo a parlare e a camminare grazie alla relazione con i nostri genitori, etc….tutto è legato a una relazione. L’uomo cerca la donna e la donna cerca l’uomo, perché è scritto dentro di noi, ancora prima che nel DNA: siamo una relazione perché nasciamo da una relazione, la Santa Trinità (Padre, Figlio e l’Amore che li lega).

Quando moriremo, non porteremo con noi beni o soldi, ma tutte le relazioni che abbiamo curato e custodito, in particolare con il nostro coniuge: io non mi ricordo i regali che mi ha fatto mia moglie, ma non potrò mai dimenticare quel momento particolare, quella situazione, quelle parole in cui mi è entrata dentro e ha cominciato ad abitare nel mio intimo.

È interessantissimo notare che negli ultimi anni, anche la fisica quantistica ha rivelato cose per noi illogiche, ma che riconducono a quello che ho appena detto: in seguito a esperimenti è stato dimostrato che due particelle, se interagiscono fra se’ per un certo tempo, anche se vengono spostate a migliaia di chilometri, rimangono in qualche modo legate e una variazione su una delle due, viene replicata anche nell’altra. Il principio si chiama Entanglement (intreccio) ed è decisamente poco comprensibile per noi, che siamo abituati a interazioni fra oggetti vicini (principio di località) e che pensiamo che la realtà sia semplicemente fatta da blocchi/atomi che si uniscono (tipo costruzioni Lego).

E’ un fenomeno ancora da approfondire, tuttavia può essere sperimentato (in linea di massima) anche tra le persone che hanno avuto una forte relazione (sia nella gioia, che nel dolore): ad esempio due gemelli o anche fratelli/sorelle riescono a volte a provare le stesse emozioni, anche se si trovano molto lontano, oppure a una mamma si forma il latte nel seno se il figlio piccolo si ammala, nonostante non sia lì vicino; oppure, quando viene a mancare una persona cara a cui eravamo molto legati, non sentiamo a volte un certo legame, anche se non è più insieme a noi? Ecco, ci sono tante cose che ancora non riusciamo a comprendere e anzi, man mano che le scoperte scientifiche progrediscono, è maggiormente evidente la nostra piccolezza e quanto ancora dobbiamo imparare!

Però una cosa è chiara, le relazioni sono importanti, anzi fondamentali e per questo siamo portati a non restare soli, ma a creare “intrecci” con Dio e con gli altri; in particolare gli sposi, uniti in Dio e quindi indivisibili, anche se si separano, non possono cancellare definitivamente dalla loro vita il legame affettivo profondo che li unisce (anche secondo la fisica quantistica), tanto che ognuno dei coniugi può dire: “Io sono noi”.

Purtroppo devo constatare che tante volte Gesù, anziché essere al centro, è il grande escluso, perché si dà la precedenza a immagini, cerimonie, riti e organizzazioni, dimenticandoci che non sono l’obbiettivo, ma solo uno strumento per ricordarci che Gesù è vivo in mezzo a noi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il treno passa…

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,12-15b.17-19.20b-21) Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata anche la morte, poiché tutti hanno peccato, molto più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. […] Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Ci avviamo verso la fine dell’anno liturgico e pian piano le tematiche della Liturgia ci aiutano a fare un po’ di resoconto finale, ma per farlo bisogna riconsiderare le fondamenta; quando a fine anno un’azienda analizza il consuntivo non può solo guardare dei grafici con dei numeri, ma deve innanzitutto verificare se ha raggiunto gli obiettivi posti ad inizio anno, ed è con questo spirito che intendiamo affrontare questo brano paolino.

All’inizio dell’anno liturgico come ci siamo posti di fronte ad un nuovo anno di grazia? Ed ora che stiamo giungendo a grandi passi verso la sua fine possiamo dire di essere stati attenti a raccogliere tutte le grazie che il Cielo ci ha inviato o ne abbiamo scartate troppe a priori?

Innanzitutto è proprio lo stesso Paolo che ci ricorda le fondamenta che dovrebbero guidare ogni inizio di anno liturgico: la grazia di Dio viene riversata abbondantemente solo per i meriti di Gesù Cristo, non c’è un altro salvatore. Senza troppi giri di parole gli scritti paolini vanno dritti al punto, ribadendo, qualora ce ne fossimo dimenticati lungo il trascorrere dell’anno, che non ci salviamo per le nostre opere ma per la grazia del Signore -per precisione ci salviamo con le nostre opere, esse sono meritorie, ma non hanno l’ultima parola sulla nostra salvezza, altrimenti Gesù non sarebbe più il Salvatore ma lo sarebbero le sole nostre opere.

Incontriamo molti sposi impegnati come noi in attività pastorali di vario genere, parrocchiali e non, tra di essi sono molti quelli che fanno un cammino di fede serio e donano ad altri ciò che gratuitamente hanno ricevuto loro stessi per primi, ma ci sono anche coppie che riversano nella comunità ecclesiale tanto impegno ed energia che invece dovrebbe essere indirizzato prima all’interno della coppia.

Quando partecipano ad incontri o attività pastorali sono tutto un fermento, ma poi quando sono nell’intimità della propria relazione saltano fuori i veri problemi. Cari sposi, per risolvere i nostri problemi relazionali non dobbiamo illuderci che la soluzione arrivi riempiendo le nostre giornate di distrazioni: buttarsi a capofitto in un’attività pastorale può rivelarsi una distrazione anche se fatta di opere buone, queste opere buone faranno certamente del bene a chi le riceve ma se per la coppia si rivela una distrazione allora il gioco non vale la candela.

Naturalmente è sempre nobile, buono e lodevole compiere un gesto di solidarietà o di altruismo, di volontariato o di servizio -soprattutto quando è reso all’interno della Chiesa- ma per compiere alcune attività non serve chissà quale fede; al contrario, per esprimere la fede attraverso un’attività pastorale va da sé che la fede debba esserci, altrimenti esprimiamo noi stessi.

Prossimi alla fine di quest’anno liturgico dobbiamo chiederci se tutte le attività in cui siamo stati coinvolti sono state occasione per esprimere e testimoniare la nostra fede e l’amore di Dio nel nostro matrimonio, oppure se abbiamo nascosto la polvere sotto il tappeto.

La grazia di Dio si riversa abbondantemente, ma dobbiamo imparare a coglierla; una Grazia non colta è come un treno che è passato: non torna più indietro. Se Dio ce ne concede un’altra sarà appunto un’altra ma non quella; non abbiamo la certezza di vivere abbastanza da riceverne un’altra, tantomeno possiamo dirci sicuri di avere le disposizioni giuste per coglierla al momento opportuno, e men che meno siamo certi che -qualora il Signore si degni di donarcene un’altra- sia della medesima portata.

Per alcune coppie si può rivelare una grazia essere chiamati ad un servizio all’interno della propria realtà ecclesiale, potrebbe essere l’inizio di una conversione grazie a delle amicizie nuove ; per altri si può rivelare una grazia non ricevere proposte di servizio, forse perché il Signore sta dicendo a loro che hanno bisogno di aggiustare prima se stessi piuttosto che buttarsi a capofitto in un’attività così da perdere di vista la loro vocazione specifica del matrimonio.

Ma S. Paolo non ci lascia mai a bocca asciutta, infatti la frase finale è di grande conforto, perché ci ricorda che il Signore non si dà per vinto, le prova tutte per salvarci dalla morte eterna, addirittura ci assicura che l’abbondanza della grazia è inversamente proporzionale alla nostra condizione peccaminosa. Si sa che la matematica del Signore Gesù non corrisponde ai nostri canoni: dove c’è da dare, Lui dà senza misura, l’unica misura che usa Lui è dare senza misura.

Coraggio sposi carissimi, non lasciamoci scappare l’opportunità di cogliere grazia su grazia; mentre facciamo il consuntivo dell’anno trascorso, programmiamo l’anno a venire con il cuore aperto a non lasciarci scappare nessun treno. Ne va della nostra vocazione. P.S. : Chi ha bisogno di aiuto non abbia timore di farsi aiutare perché la Chiesa è una comunità di amici dove l’amicizia tra noi è basata sull’amicizia con Cristo Salvatore.

Giorgio e Valentina

Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Divina somiglianza

Cari sposi, in un momento in cui va di moda “pensare all’Impero Romano” la liturgia odierna cade a fagiolo. Mentre Matteo prosegue il suo racconto sull’ultimo periodo di Gesù prima della Pasqua, il vangelo di queste domeniche si centra su tre dispute con cui ora i sacerdoti ora gli erodiani ora i farisei vorrebbero inchiodarlo per una qualche mancanza nelle sue parole.

Un’occasione succulenta è data dal tema del rapporto con Roma. Si sa che da alcuni decenni il popolo ebraico era di nuovo sottomesso a un potere esterno, le “aquile” romane avevano annesso la Palestina al grande impero e che loro erano divenuti i nuovi nemici. Gran parte del malcontento veniva dal tributo pro-capite che veniva richiesto a tutti gli abitanti della Giudea, Samaria e Idumea (uomini, donne, schiavi) dai dodici fino ai sessantacinque anni. Cesare qui non è Giulio bensì l’imperatore Tiberio Cesare che regnò dal 14 al 37 d.C. Sappiamo che il pagamento non era per nulla facoltativo ma una richiesta ben precisa che riguardava a tutte le provincie esterne all’Italia, tra cui la Palestina. Certamente il valore di questa imposta corrisponderebbe oggi a circa 80-90€, quindi una cifra ragionevole che spezza una lancia in favore della moderazione dell’Imperatore. Difatti, consta storicamente che proprio Tiberio, alla sollecitazione dei suoi governatori di provincia di elevare la tassazione, rispose: “boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere”, cioè “è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle” (Svetonio, Vita di Tiberio, 32).

Tuttavia, non mi voglio perdere nel discorso che proviene dal conflitto scaturito fin da allora tra potere statale e potere religioso. Mi interessa andare ad una lettura spirituale molto bella che emerge da quella moneta e che sorprendentemente tocca alquanto voi sposi. Sebbene il denaro esibito a Gesù porti impressa l’effigie del più potente uomo dell’epoca, ben più grane e maestosa è quella incarnata dall’uomo il quale riflette nientemeno che l’immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,27). Così, la Trinità ha voluto farsi conoscere principalmente tramite una coppia uomo/donna. Tutto ciò è semplicemente sbalorditivo! Quanto Dio abbia osato fare e si sia fidato di creature fallibili nel depositare in loro una così grande dignità ma anche una tale responsabilità.

È bello qui ricordare quanto dice il rituale del matrimonio: “O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” (Rituale matrimonio, 85). Cioè, questa immagine divina non è cancellabile, resta come dono perenne per voi sposi, talento da far fruttificare, anche in mezzo alle proprie fragilità e limiti.

Guardate cosa scriveva Edith Stein, divenuta poi Suor Teresa Benedetta della Croce (1891-1942): “Nel dono reciproco di sé all’altro, essi [gli sposi] attuano concretamente poi anche la vocazione all’unità e alla comunione a cui tutto il genere umano è chiamato, diventando «la più intima comunità d’amore» sulla terra, sul modello di quella trinitaria in Cielo”. Come si nota qui la fonte di ispirazione da cui attinse il giovane filosofo Karol Wojtyła per elaborare la visione dell’esistenza umana come un dono!

Dire moneta significa denaro, quindi possesso e ricchezza. Mentre l’immagine e somiglianza divina che la coppia riflette non è un merito bensì un dono di amore. Se gli imperatori romani, tramite le tasse, ambivano ad aumentare l’erario e così ostentare la loro gloria, in cambio Dio si compiace nel vedere moltiplicarsi la sua presenza tramite coppie i cui tratti riverberano quelli divini: la mascolinità e la femminilità portati a pienezza dalla grazia nuziale. Dio riceve gloria dalla capacità di donazione di ciascuna di voi coppie, ovunque siate e qualsiasi lavoro facciate. L’immagine e somiglianza di Dio trapela e si comunica al mondo se comprendete bene e contemplate chi siete agli occhi di Dio. Ve lo dice bene San Giovanni Paolo II: “L‘uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris Dignitatem 7).

Quindi, cari sposi, valete più di un semplice denaro romano, valete l’amore sconfinato di Dio. Un dono ricevuto e un dono da condividere.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca dice bene. Io mi permetto di ricordarvi che è vero che noi siamo effige di Dio. Come una moneta romana noi rappresentiamo il volto del Re. Lo siamo fin dal giorno del matrimonio per grazia, per dono, grazie allo Spirito Santo. Ma lo siamo solo in potenza. Siamo come una moneta che è stata tanto tempo celata nel terreno. Una volta ritrovata l’effige scolpita su di essa non è riconoscibile. C’è bisogno di pulirla e lucidarla. Ecco quel lavoro spetta a noi. Spetta a noi ripulire il nostro corpo e lucidare il nostro cuore. Con il lavoro quotidiano fatto di volontà ed impegno. Solo così saremo capaci di brillare e di mostrare l’amore luminoso di Dio attraverso la nostra vita quotidiana.

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