Contemplare per trasfigurare l’amore

In questo tempo di riposo estivo, continuiamo il nostro cammino nel creare l’acrostico della parola contemplare poiché questo modo di “guardare” sta al centro della nostra vita di sposi. Questo mese ci soffermiamo sulla quarta lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo in prossimità della festa della Trasfigurazione del Signore proprio perché contemplando il Suo corpo glorioso sfolgorante di luce possiamo giungere a TRASFIGURARE il nostro amore.

Innanzitutto ricorriamo al significato etimologico del termine che deriva dal latino transfigurare, formato da trans cioè “trans” e figurare cioè “foggiare, dare forma”, e vuol dire «trasformare profondamente l’aspetto di qualcuno o di qualcosa». La trasformazione del nostro amore deve avvenire nella parte più profonda, in quell’aspetto più fragile che solo la coppia conosce. Ne potremmo individuare diversi ma ci teniamo a focalizzarci su uno, la difficoltà a perdonare il coniuge.

In ogni coppia può accadere che, prima o poi, si accenda una discussione e si finisca per litigare. In quel momento ecco che forse ognuno vorrebbe rimanere solo, con le ferite causate dalle parole che solo saltate fuori come leoni affamati. Da quel momento in casa cala il silenzio e l’aria è piena di tristezza. Non sempre ad innescare la scintilla deve essere qualcosa di “grande” ma basta anche poco: ad uno dei due è andata male sul lavoro, l’altro ha trovato traffico tornando a casa e cose del genere. Quindi più che litigare ci sarebbe un gran bisogno di essere accolti con una carezza, con una parola buona (soprattutto se la ferita è profonda) ma invece l’essere troppo impegnati a pensare a se stessi porta ad allontanare l’altro.

Ma cari sposi, san Paolo è stato chiaro: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), non si va dormire senza aver fatto pace. E sapete perché? Perché a nessuno di noi è dato sapere quanto tempo avremo per chiederci perdono, nessuno può dire se la mattina seguente potremo ancora guardaci negli occhi è capire che l’amore è più grande di ogni litigio, che l’amore tutto spera e tutto sopporta. Non è possibile pensare di addormentarsi accanto alla persona che amiamo e covare risentimento. Ecco, questo è il momento di trasfigurare il perdono, dagli una nuova forma: prepariamoci ad andare a letto, ma come se andassimo ad una festa. Indossiamo il migliore dei nostri abiti e lasciamo che Gesù parli ai nostri cuori e ristabilisca le priorità nella nostra vita sponsale. Baciamo l’anello del nostro coniuge con il quale abbiamo promesso amore eterno e addormentiamoci in pace rimanendo magari abbracciati.

In questo modo riusciremo come sposi a compiere il passaggio fondamentale: non solo imitare Gesù ma piuttosto trasfigurarci con Lui, cambiare l’aspetto del nostro modo di vivere con Lui, poiché come scrisse il monaco benedettino Willigis Jäger nel suo libro “L’essenza della Vita” «Nella contemplazione si aspira ad un processo di trasformazione e non tanto di imitazione. Nell’uomo deve avvenire ciò che si è verificato in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo, è il modello per eccellenza di ogni essere umano. Ognuno si vede confrontato con lo stesso compito affrontato da Gesù: ciascuno di noi deve permettere al Divino di manifestarsi liberamente in lui. L’uomo, nel corso della sua vita, deve diventare uguale a Gesù».

Questo è conseguenza della maturità spirituale di entrambi i coniugi ed accade quando la coppia, gradualmente e con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a sintonizzarsi con il cuore di Cristo al punto da dire “Signore, è bello per noi essere qui! Qui sul monte del nostro matrimonio dove quotidianamente ci sveli la candida veste dell’Amore”.

ESERCIZIO PER TRASFIGURARE L’AMORE

Individuiamo singolarmente che cosa ci ferisce di più quando ci capita di discutere e quindi cosa facciamo fatica a perdonare.Successivamente c’è lo comunichiamo impegnandoci d’ora in avanti, a vedere quella ferita sotto la nuova luce della misericordia.

PREGHIERA DI COPPIA

Prima di coricarci preghiamo insieme facendo nostre le parole del Salmo 4:

«Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?

Hai messo più gioia nel nostro cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza. In pace ci corichiamo e subito ci addormentiamo, perché tu solo, Signore, fiducioso ci fai riposare »

Che il vostro amore sponsale sia sempre più trasfigurato e trasfigurante!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Un tesoro da svelare

Cari sposi, si narra che in un piccolo paese della Thailandia ci fosse un imponente statua di Buddha composta di fango e alta quasi tre metri. Per generazioni era stata considerata sacra dagli abitanti del luogo. Un giorno, a causa della crescita della città, decisero di spostarla in un posto più appropriato. Questa delicata operazione fu affidata ad un monaco, il quale, dopo un’attenta pianificazione, iniziò la sua missione. Sfortunatamente, nello spostare la statua, questa scivolò e cadde, rompendosi in diverse parti.

Pieni di tristezza, il monaco ed i suoi collaboratori decisero di passare la notte meditando sulle possibili alternative. Furono delle lunghe ore, oscure e piovose. Il monaco, invece di disperarsi, puntava a cercare una via d’uscita. Improvvisamente, osservando la scultura infranta, notò che la luce della sua candela si rifletteva attraverso le fessure della statua. Pensava che fossero le gocce di pioggia. Si avvicinò alla crepa e notò che sotto il fango c’era qualcosa, ma non ero sicuro di cos’era. Si consultò con i suoi colleghi e decise di affrontare un rischio che sembrava una pazzia: chiese un martello e cominciò a rompere il fango, scoprendo che sotto di esso si celava un Buddha d’oro massiccio di quasi tre metri di altezza. Per secoli questo bellissimo tesoro era stato coperto dall’ordinario fango. Gli storici trovarono le prove che dimostravano che, in quell’epoca, il popolo stava per essere aggredito dai banditi. Gli abitanti, per proteggere il loro tesoro, lo avevano ricoperto di fango affinché sembrasse comune e ordinario.

La festa di oggi è fondata sulla volontà di Gesù di mettere in luce la sua vera identità: il Figlio Consostanziale al Padre, Dio fatto uomo. Un evento importante, in vista delle durissime prove a cui la fede degli apostoli sarà sottoposta. Analogamente, potremmo dire che per voi sposi questa festa rappresenta l’esplicitare della vostra vera identità. È pur vero che siete un uomo e una donna normali, uniti in matrimonio. Ma sotto queste apparenze, si cela in ciascuno di voi, pur con fragilità, meschinità, peccati… la Presenza di Cristo Vivo. Ecco il Tesoro che contenete! Ma quanto spesso ve lo dimenticate e vi fissate solo su quella sottile patina di fango che ricopre l’oro! Tuttavia, è un Tesoro che non resta scisso da voi, al contrario, vi può a sua volta trasformare in tesoro, se vi rendete conto di quanta bellezza c’è nel vostro amore, nella vostra differenza maschile e femminile, nella vostra capacità di amare.

San Giovanni Paolo II ha scritto: “L’insegnamento della Lettera agli Efesini stupisce per la sua profondità e per la sua forza etica. Indicando il matrimonio, ed indirettamente la famiglia, come il «grande mistero» in riferimento a Cristo e alla Chiesa, l’apostolo Paolo può ribadire ancora una volta quanto aveva detto in precedenza ai mariti: «Ciascuno, da parte sua, ami la propria moglie come se stesso». Aggiunge poi: «E la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5, 33). Rispettosa, perché ama e sa di essere riamata. È in forza di tale amore che gli sposi diventano reciproco dono. Nell’amore è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro, infatti, in quanto essere umano, tra tutte le creature della terra è stato scelto da Dio per sé stesso; ciascuno però, con atto consapevole e responsabile, fa di sé libero dono all’altro e ai figli ricevuti dal Signore” (Lettera alle famiglie 19) e questo porta come conseguenza che “La stupenda sintesi paolina a proposito del « grande mistero » si presenta come il compendio, la summa, in un certo senso, dell’insegnamento su Dio e sull’uomo, che Cristo ha portato a compimento”.

Detto con parole semplici, l’amore nuziale tra uomo e donna, trasfigurato dal sacramento del Matrimonio, significa nientemeno che l’Amore che Dio ha riservato e riversato su ciascuna persona fin dall’eternità. Voi siete portatori di questo dono e Gesù vi chiama, parimenti a come fece Lui oggi sul Tabor, a rivelarlo e svelarlo nella vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Io e Luisa abbiamo nel nostro cuore la potenzialità di amare come Dio. Tutti gli sposi del mondo hanno questa grande occasione. Ma come è possibile? Io mi conosco. So i miei limiti. Conosco le mie cadute, i miei peccati, le mie fragilità. Eppure so che posso essere trasfigurato da Dio, per mezzo proprio del sacramento del matrimonio. Don Renzo Bonetti spiega molto bene questa trasfigurazione. Noi sposi siamo come una piccola goccia d’acqua. Quella è la nostra capacità di amare. Don Renzo dice che questa goccia può anche essere non tanto pura, può essere un po’ sporca. Con il sacramento del matrimonio cosa accade? Questa piccola goccia che siamo noi con il nosro amore diventa parte dell’oceano dell’amore di Dio. Resta una piccola goccia ma acquisisce la forza dirompete dell’oceano intero. Una goccia che diventa bella come l’oceano. Così nelle nostre miserie quotidiane possiamo essere capaci di mostrare l’amore trasfigurato di Dio.

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Sposi, perennemente nella GMG

Cari sposi, siamo nel pieno della GMG di Lisbona, iniziata lo scorso martedì e che si concluderà domani. Quanti ricordi evoca questa ricorrenza! Immagino che voi come me avrete partecipato almeno ad una delle edizioni passate e probabilmente avrete incontrato fatto l’esperienza di un Gesù vivo ed entusiasmante.

Nei discorsi del Papa o nelle domande poste dai giovani si nota la realtà attuale. Temi come l’ecologia, la guerra, la disabilità, le varie forme di disagio, il senso della vita… sono emersi in vario modo ed è giusto che sia così affinché la fede cristiana si incarni nell’oggi. Mi ha particolarmente colpito una frase del Papa, contenuta nel messaggio iniziale, scritta qualche mese fa e che riassume il filo rosso di tutto l’evento, ossia il viaggio di Maria verso la casa di sua cugina Elisabetta:

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta. Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre. I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa. Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani. «Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani). C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo” (Messaggio per la XXXVII giornata mondiale della gioventù).

Noi non siamo più giovani ventenni, per noi la vita ha preso una direzione concreta, abbiamo già fatto scelte definitive, siamo padri e madri, nella carne o anche solo nella fede. Parlare qui di GMG può sembrare piuttosto un po’ romantico per i ricordi che ci riporta ma cosa può dire a noi questo evento? Bello pensare di essere là a Lisbona ma forse quel tempo è passato e oramai siamo alle prese con figli o nipoti ed abbiamo bel altro da fare. Tuttavia, come sposi, anche voi siete chiamati, come ha appena scritto Francesco nel messaggio inaugurale, a mettervi in viaggio ogni giorno. Difatti, grazie al Papa si è coniata l’espressione “Chiesa in uscita” ma purtroppo la si comprende in modo riduttivo, come se implicasse solamente il dover viaggiare o spostarsi verso certi luoghi in cui vivere la missione specifica.

Impressionante ciò che ha detto il Concilio su voi sposi: “ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Cioè, non siete voi sposi che dovete andare chissà dove per vivere la vostra missione, voi siete già Chiesa in uscita perché è proprio tramite il vostro sacramento vissuto che Gesù viene incontro ad ogni persona che vi vede.

La presenza di Cristo in voi sposi è del tutto particolare, è un Gesù che vuole amare qui ed ora ogni persona che toccate. Ditemi se questa non è Chiesa in uscita! E soprattutto ditemi se non è fondamentalmente il prolungamento di quanto il Papa vuole trasmettere ai giovani: essere portatori di Cristo. Voi già siete pienamente coinvolti in questo mistero di Amore trinitario che circola nella vostra relazione di coppia e che solo cerca di rendersi sempre più visibile e diffuso in voi e attorno a voi.            

Quindi cari sposi, guardando quelle immagini di tanti ragazzi e ragazze che sprizzano gioia, non sentitevi per nulla estranei o nostalgici ma assolutamente coinvolti nella stessa missione che Gesù continua a deporre ogni giorno nelle vostre mani: mettervi in viaggio per esportare il Suo amore.

padre Luca Frontali

L’ecologismo cristiano è solo integrale

Ormai, superata la pandemia e messi un po’ da parte i problemi guerra e migranti, i nostri media si stanno concentrando sui cambiamenti climatici e la transizione ecologica. Sicuramente è un tema che sarà affrontato anche alla GMG di Lisbona. I giovani sono molto sensibili ai temi ecologici e molti di loro provano paura ed ansia per il futuro del pianeta. Non voglio però schierarmi scegliendo tra gli ecoansiosi o gli ecoscettici. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinché noi ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio, non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere, quindi, distruttiva, ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio. Un tema ripreso più volte anche da Papa Francesco, come dimenticare la sua enciclica Laudato si. Perché, allora, non possiamo fare fronte comune con Greta, con il Fridays for Future o con i ragazzi di Ultima Generazione? Perché queste persone e questi movimenti laici non possono rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale: chi è l’uomo? Per l’ecologismo mondiale di questi movimenti, l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sé è completamente autodeterminato, non è, cioè, soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a conseguenze prevedibili, porta all’accettazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e, se possibile, ridimensionato. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi! Per questo l’aborto e la contraccezione sono delle ottime soluzioni (per loro).

Un’idea che, se letta da cristiano, risulta essere perdente e falsa. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua, ma in tanti altri ambiti, nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui.

Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato. Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica. Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi, cari ragazzi di Ultima Generazione, pur vedendo delle giuste istanze nelle vostre battaglie, io mi sento chiamato a un’ecologia diversa che parte dall’essere umano, in cui l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare. Spero che in questo meraviglioso evento che è la GMG il Papa possa parlare anche di questo e le premesse sono molto confortanti. Il Papa ieri ha infatti affermato: Voi siete la generazione che può vincere questa sfida: avete gli strumenti scientifici e tecnologici più avanzati ma, per favore, non cadete nella trappola di visioni parziali. Non dimenticate che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di ascoltare la sofferenza del pianeta insieme a quella dei poveri; di mettere il dramma della desertificazione in parallelo con quello dei rifugiati; il tema delle migrazioni insieme a quello della denatalità; di occuparci della dimensione materiale della vita all’interno di una dimensione spirituale. Come non essere d’accordo con lui! Servono veri uomini e vere donne per portare verità nella natuta umana e di conseguenza in quella del creato.

Antonio e Luisa

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La vocazione di Rapunzel

Sono in vacanza con tutta la famiglia. Stamattina mi sono recato in spiaggia. Mi segue solo mia figlia sedicenne. Sta diventando proprio una bella donna. Non intendo solo fisicamente. Sta sbocciando. La vedo sicura nelle sue idee e nei suoi progetti futuri. Dopo una partita a briscola decidiamo di fare una bella passeggiata sul bagnasciuga. Iniziamo a parlare e il discorso finisce sulla nuova Biancaneve.

Qualche giorno fa, l’attrice protagonista, quando le è stata posta direttamente la domanda sull’assenza del principe, ha dichiarato: Non siamo più nel 1937 (in riferimento all’uscita del primo film della Biancaneve Disney). Non sarà salvata dal principe e non si limiterà a sognare il vero amore. Sogna di diventare la leader che sa di poter essere, la leader che suo padre defunto credeva potesse diventare se fosse stata senza paura, coraggiosa e fedele a se stessa. Penso che sia una storia meravigliosa per tutti i giovani, poiché possono vedersi riflessi in lei.

So che ne ho già parlato in questo articolo di qualche giorno fa, però ci torno perchè mia figlia mi ha sorpreso con una riflessione molto profonda e a cui io non ero arrivato. Maria mi ha confidato che non le piace questa idea di una principessa che si basta e che è vincente da sola. Lei sogna il principe, ma non come quello che fa tutto lui, ma come una persona con cui condividere la vita e con la quale diventare la donna che è. Perchè – ha aggiunto – è vero che il principe salva la principessa ma anche la principessa salva il principe e mi ha fatto un esempio concreto. L’ultima principessa Disney che le è piaciuta davvero è stata Rapunzel e mi ha spiegato perchè.

Rapunzel scopre la propria identità con l’aiuto di Flynn. Rapunzel non sapeva di essere una principessa. Aveva trascorso tutta la sua vita nella torre in cui la malvagia Gothel l’aveva imprigionata. Rapunzel ha scoperto chi fosse veramente solo quando Flynn si è introdotto nella torre. Attraverso la relazione e l’amore che piano piano ha preso forma e consistenza, Rapunzel è riuscita a scoprire chi in realtà era sempre stata: una principessa figlia di Re. Una metafora bellissima in cui noi sposi cristiani possiamo scorgere il nostro Re: Dio Padre.

Flynn scopre la propria identità con l’aiuto di Rapunzel. Quanto ho scritto per Rapunzel è, se possibile, ancora più evidente per Flynn. Flynn era un orfano con il cuore indurito. Flynn, all’inizio del film, era semplicemente un ladro senza scrupoli. Era una persona incapace di lealtà e di onestà. Pensava a sè stesso e ad arricchirsi. Il ladruncolo entra in scena proprio mentre fuggiva dopo aver rubato la corona della principessa perduta, Flynn tradisce i suoi complici, tenendosi la corona e la rispettiva ricompensa. Insomma una persona completamente inaffidabile. Flynn non conosce il significato dell’amore. Tutta la sua vita è una menzogna, persino la sua identità è finta: Eugene è il vero nome di Flynn. Flynn ha infatti confessato a Rapunzel (cosa che non aveva mai fatto con nessun altro) che il suo vero nome era Eugene e che lo aveva cambiato lui stesso in Flynn.

L’incontro di queste due persone, un uomo e una donna che si innamorano e si sacrificano l’uno per l’altra, li ha aiutati a scoprire chi fossero veramente. È un significato bellissimo che non avevo considerato. Flynn ha smesso di rubare e di vivere da fuorilegge per lei, per essere all’altezza di quel bellissimo amore! Lui che non aveva mai pensato a nessun altro se non a sè stesso era pronto a dare la vita per lei. Ed è stato capace di farlo quando ha fatto pace con il suo passato riconoscendosi con il nome che gli era stato dato dai genitori e non più con quello che lui stesso si era dato. Riconoscendosi quindi figlio. Tutto grazie a quell’incontro casuale con una giovane donna e con la relazione che ne è seguita.

Maria probabilmente ha respirato tutto questo in noi, in sua mamma e in suo papà, ed è riuscita a scorgerlo anche in Rapunzel. Questo mi fa molto piacere perché anche se non è ancora fidanzata, ha ben in testa il desiderio di trovare un uomo giusto per lei e insieme costruire una famiglia. Ha già compreso l’importanza della vocazione. E la proposta di Biancaneve, che mostra l’autorealizzazione come valore principale, le sembra povera e incompleta. La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione non ha nulla di tutto questo. Vuole abbracciare la bellezza della vulnerabilità e della condivisione reciproca. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore, ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sé. Questo Maria lo ha compreso. Lei vuole di più! Perchè lei è una principessa figlia di Re, figlia di Dio.

Antonio e Luisa

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Una vacanza a servizio dell’amore

Domenica è terminata la settimana di vacanza a Soraga in Val di Fassa, in cui, insieme con altri quattro papà separati fedeli (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) e figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele e Matilde), oltre a una coppia che fa servizio alla Domus Familiae (Natalino e Maddalena), abbiamo fatto animazione a 36 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni). I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di dieci anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Padre Stefano Panizzolo, Annalisa e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i rispettivi figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

È il terzo anno consecutivo che facciamo questa esperienza e anzi per la prima volta anche la settimana precedente (in totale erano due settimane per permettere a più coppie di partecipare) è stata animata in prevalenza da separati fedeli. La prima cosa che mi viene da scrivere è che quei bambini mi mancano, anche quelli che hanno richiesto più attenzioni e quindi più fatica e quelli che hanno pianto per diverso tempo ed erano a volte inconsolabili. Mi piace stare in mezzo a loro, farli sorridere e divertire, forse perché mi sento anch’io un po’ bambino, forse perché mi ricordo di quanto ho giocato con le mie figlie, forse perché in loro vedo un futuro pieno di speranza e di amore: i piccoli sanno ricompensarti con uno sguardo, un abbraccio inaspettato, oppure allargando le mani per farti capire di prenderli in collo.

Credo di parlare a nome di tutti: non è stato un “lavoro”, un compito che ci è stato affidato e basta, ma un mettersi al servizio, trattando i bambini come se fossero i nostri figli (per noi papà) e sorelle/fratelli per gli animatori più giovani. Per esperienza anche con ragazzi disabili, so che loro si accorgono bene se quello che fai è un obbligo o un gesto d’amore, così come credo se ne accorgano le persone anziane quando vengono accudite dai familiari o dalle badanti.

È chiaro che se non viene percepito l’amore, allora il servizio si svolge ugualmente, ma non lascia traccia e noi speriamo invece che ogni pannolino cambiato, ogni balletto fatto, ogni gioco, ogni bolla di sapone scoppiata, abbia lasciato qualcosa di bello in queste piccoli. Sono sempre molto interessato e commosso quando leggo i brani del vangelo in cui Gesù si contorna di bambini e invita a diventare come loro, non tanto bravi e diligenti, ma pieni di fiducia, di fede in un Padre che sa prendersi cura di loro, anche se non capiscono tante cose.

Come dicevamo tra di noi, in particolare Sergio, un’altra motivazione che ci ha invogliato a impegnarci, è stata quella di “regalare” un tempo alle coppie per crescere e formarsi, senza avere la preoccupazione della gestione dei figli. C’erano sposi anche con tre e quattro figli e credo che non sia facile durante l’anno, tra i lavori e le incombenze quotidiane, trovare un tempo di qualità per stare da soli, confrontarsi, ascoltarsi in pace. Infatti, alcune coppie, alla fine della vacanza, ci hanno confidato che era la prima volta che riuscivano a trovare un tempo solo per loro; per fortuna la maggior parte degli sposi ha compreso la preziosità e l’importanza di sfruttare bene questo momento, vincendo anche la difficoltà inziale di lasciare i figli a estranei e nonostante il pianto inziale dei bambini che volevano rimanere con loro.

Quindi se abbiamo collaborato a far “ricaricare” le pile a un po’ di coppie che hanno fatto questa vacanza formativa, la nostra missione è stata certamente raggiunta. Devo ringraziare tutti gli animatori, in primis i papà che sono dei veri fratelli e che davvero sento parte della mia famiglia, ma anche i nostri figli che quest’anno per la prima volta erano al nostro pari (animatori ufficiali) e che, senza dover dare loro ordini, non si sono risparmiati, hanno intuito cosa fare al momento giusto in perfetta sintonia, hanno tranquillizzato e fatto giocare tutti i bambini, dimostrando maturità e sensibilità!

Ettore Leandri

Un regalo alle ortiche!

Dal libro dell’Èsodo (Es 32,15-24.30-34) In quei giorni, Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. […] Quando (Mosè) si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece bere agli Israeliti. […]

Continua in questi giorni il racconto della storia della salvezza tratto dal libro dell’Esodo, e oggi siamo di fronte a una scena probabilmente famosa, se non a tutti, quantomeno agli addetti del settore cinematografico, visto che non manca in nessun film che parli di Mosè. Effettivamente, è una scena molto forte ed in parte appare un po’ controversa: dopo tutta la fatica, l’impegno e il sacrificio per scendere a piedi dal Sinai con le tavole dei Dieci Comandamenti, Mosè le scaglia come nulla fosse contro la roccia, spezzandole.

Dio aveva preparato con cura e atteso questo incontro da secoli, non è che Dio gli aveva scritto qualche consiglio su una pergamena, non gli ha scritto un memo per un appuntamento, non gli ha fatto vedere le foto di famiglia sul cellulare, non si erano trovati sul Sinai per scolarsi una birra insieme, non è che hanno fatto una bella chiacchierata tra amici parlando del più e del meno, non si sono fatti un apericena con cocktail, niente di tutto ciò : Mosè aveva appena ricevuto i Dieci Comandamenti!

E la Scrittura sottolinea che: Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. Mosè ha frantumato la scrittura di Dio, non ha cancellato come facciamo noi un messaggio dal telefonino, non è che abbia messo un file nel cestino di Windows così da poterlo recuperare in seguito, ma ha spezzato le due tavole scritte da Dio in persona. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questo gesto, però possiamo intuirne qualcosa guardando alle dinamiche umane. Provate ad immaginare di voler fare un bel regalo al vostro fidanzato/a o al vostro coniuge per un’occasione unica : dopo molte ricerche, finalmente trovate il regalo perfetto, fate in modo che il giorno della consegna sia speciale, molto atteso da entrambi, il vostro amato/a apre il pacchetto, che è avvolto in una confezione indimenticabile, vi ringrazia di tutto cuore perché è un regalo meraviglioso e che racconta del vostro amore per lei/lui, sul più bello… apre la finestra e lo lancia alle ortiche. Che ne dite? È una bella prospettiva?

Guardando la scena attraverso il nostro simpatico esempio, potremmo dedurne che Mosè non si fosse reso conto di quanto avesse tra le mani, oppure che fosse un tipo un po’ irriverente e ingrato, per cui non teneva in gran conto la scrittura stessa di Dio. Eppure, Mosè viene più volte citato come “l’amico di Dio”, ma questo gesto è un po’ controverso per un amico che riceve un regalo da Dio, manco fosse l’amico delle elementari. Cosa c’è allora dietro questo gesto?

Da secoli Dio si era impegnato per far capire al suo popolo che non esistono innumerevoli dèi, ma un solo Dio. Stava cercando di sconfiggere l’idolatria/politeismo, e l’ha fatto in molti modi, con tanta pazienza e misericordia, aspettando che pian piano il popolo abbandonasse tutti i falsi dèi per adorare l’unico vero Dio. Il Signore aveva già perdonato moltissime infedeltà, finalmente sembrava che il popolo si fosse convinto e quindi lo lasciò per qualche giorno “parcheggiato” ai piedi del Sinai, intanto che rivelava i suoi Dieci Comandamenti al suo servo e amico Mosè, che faceva da mediatore tra il popolo eletto e Dio. Ancora una volta, il Signore mostra la Sua misericordia perché non dà al Suo popolo un milione di leggi, gliene dà solo dieci, venendo incontro alla loro limitata capacità di comprensione. Quasi come se volesse inaugurare la loro alleanza senza appesantirne troppo le condizioni, poche regole, diremmo, ma buone.

Ma il popolo non si è dimostrato ancora pronto per ricevere i Dieci Comandamenti, non si era ancora liberato dell’idolatria/politeismo, figuriamoci se fosse pronto a seguire le leggi del Signore. Ecco spiegato il motivo del gesto eclatante di Mosè, un gesto che avrà suscitato non poco scalpore, se lo saranno raccontato chissà per quante generazioni tanto è stato plateale, ed infatti è stato registrato per giungere fino a noi. Ma noi che c’entriamo con questo popolo dalla dura cervice?

Cari sposi, quel popolo era la prefigura di noi quando ci inginocchiamo di fronte agli idoli di questo mondo come i soldi, il sesso, il potere, il successo. Questo mondo ci inganna e vuole invertire le coordinate, sostituendo il Dio che ha creato l’uomo con gli dei creati dall’uomo. La Grazia del sacramento del Matrimonio ci serve per adorare l’unico vero Dio. Ecco perché il primo e più grande comandamento è amare Dio con tutto noi stessi; tutto il resto proviene da questa adorazione. Se pensiamo di tenere in piedi la nostra relazione confidando meramente sulle nostre capacità siamo da commiserare – per dirla con un neologismo “siamo fritti” – poichè senza di Lui non possiamo fare nulla.

Coraggio famiglie, è giunta l’ora di prendere il nostro vitello per le corna e frantumarlo sulla roccia che è Gesù Cristo, sbricioliamolo calpestandolo con i piedi di Sua Madre, facciamolo ora altrimenti questa calura estiva non sarà niente in confronto della calura del fuoco eterno.

Giorgio e Valentina.

Per avere quella pietra ho dovuto vendere tutto

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri e riflettere insieme a voi su un versetto: Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Non so se ci avete mai fatto caso ma non è tutto così semplice come sembra. C’è un passaggio che viene spesso sottovalutato. Certo che il mercante, trovata la perla, vuole farla sua. Deve però vendere tutto ciò che possiede. Capite! Non è per nulla facile.

La pietra di gran valore per noi sposi è il nostro matrimonio, una relazione che apre ad un amore autentico e a Dio stesso nell’esperienza di quell’amore. Però dobbiamo vendere tutto. A chi? A Dio. Tutto ciò che siamo e che abbiamo va dato a Dio, va messo nel matrimonio. Io ci ho messo un po’ a capirlo. Non è stato per nulla facile.

All’inizio del matrimonio, non ho dato tutto. C’era una parte di me che non voleva lasciare andare i “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a ciò che pensavo fossero le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, alle partite di calcio, alla tranquillità che provavo quando tornavo a casa. Vedevo tutta la mia vita come una serie di sacrifici, come rinunciare a qualcosa che avevo. Ero così concentrato su ciò a cui dovevo dire di no che non riuscivo a gustare appieno l’esperienza unica della sponsalità. Non riuscivo a vedere la meraviglia di una donna che si offriva completamente a me e per me. Che metteva Cristo al centro di tutto. Cosa potrebbe esserci di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva dato e non solo non ero grato, ma mi lamentavo per quello che credevo mi avesse tolto.

Ma con il passare dei mesi, qualcosa ha iniziato a cambiare dentro di me. Ho cominciato a vedere l’incredibile valore nel darmi completamente a questo matrimonio, nell’accogliere la profondità dell’amore che offre. Ho capito che rinunciando a ciò che pensavo di aver perso, stavo guadagnando molto di più. La gioia di condividere la mia vita con qualcuno che si preoccupava davvero, che mi amava e mi supportava incondizionatamente era incommensurabile. Ho cominciato a capire che il matrimonio non riguarda la perdita dell’individualità, ma la comunione di due vite per creare qualcosa di più grande.

Solo quando sono riuscito anch’io a fare questo salto, tutto è cambiato. Ho dato tutto. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose che però hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo è il significato del Vangelo. Dio non vuole che rinunciamo a tutto, non vuole prenderci tutto, ma vuole essere messo al giusto posto. Solo così dando tutto troveremo tutto. Lo dice anche Gesù: Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Antonio e Luisa

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Noi due scelti in Cristo

Cari sposi, nel bel mezzo dell’estate, il Signore vi conceda davvero momenti di riposo e di rigenerazione fisica e spirituale.

Il Vangelo di oggi ha per me un valore assai importante perché è quello che mi ha fatto dire di “sì” a Gesù tanti anni fa. Camminando sul litorale nei pressi di Ostia, durante il corso di discernimento spirituale, e notando varie conchiglie sul bagnasciuga mi resi conto che davvero Lui voleva essere la mia perla preziosa, per cui valeva davvero donare tutta la mia vita. Le letture di oggi hanno al centro il tema di saper scegliere, di avere la saggezza e sapienza per prendere la decisione giusta in ogni momento. Così come il re Salomone chiese quanto di meglio poteva esprimere al Signore, così anche quel mercante di perle e quei pescatori che fanno la cernita sul pescato.

Per voi sposi, il consenso reciproco è stato il coronamento di una scelta lungamente meditata e valutata. Sapete bene che esso si ripete ogni giorno, non può e non deve rimanere un ricordo nostalgico ma esige di essere rivissuto ogni giorno nella libertà. In effetti, la vita matrimoniale ha vari alti e bassi, colpi di scena, mutamenti inaspettati. Dinanzi ad ognuno di essi è importante ripetere la propria scelta davanti al Signore, come dice anche Papa Francesco: “Nella storia di un matrimonio, l’aspetto fisico muta, ma questo non è un motivo perché l’attrazione amorosa venga meno. Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza” (Amoris Laetitia 164).

Tuttavia, la cosa bella di questa scelta di voi sposi non è tanto il fatto che la prolungate nel tempo bensì che essa è in realtà conseguenza di un’altra scelta: la scelta che Cristo ha fatto nei vostri confronti. Che pace, che serenità, che gioia sapere che il nostro “sì” è sostenuto perennemente da un “SÌ” eterno e indissolubile. Cristo si è legato a voi per sempre e non smette di ripetere la sua scelta nei vostri confronti, Lui che è “inizio e compimento del vostro amore” (Rito del matrimonio 71).

Non temete di ripetervi e rinnovarvi sempre il vostro “ti amo”, anche quando non ve la sentite o ci siano motivi anche validi per prendere le distanze. Alle vostre spalle c’è Gesù che immancabilmente vi darà sempre nuovo slancio e vigore perché siate eco del Suo amore per voi.

ANTONIO E LUISA

La promessa matrimoniale non è scritta in modo superficiale ma ogni parola è meditata e scelta con cura. Noi abbiamo promesso di amarci non per tutta la vita ma, e cito la formula, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. C’è una differenza non da poco. Come espresso benissimo da padre Luca, noi ogni giorno siamo chiamati, nella nostra libertà, a scegliere la persona che abbiamo accanto. Nessuno ci obbliga, non ci obbliga il vincolo, non ci obbliga la Chiesa, non ci obbliga neanche Dio. Siamo noi che riconosciamo che l’amore per quella persona e la fedeltà alla promessa (quando si fa fatica a sentire l’amore) sono la via per la nostra salvezza e per incontrare Dio.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /8

Nel precedente articolo, abbiamo analizzato un po’ il mistero dell’uomo che mette in prigione il Padre; è anche il mistero di Dio che “soffre” a causa delle nostre colpe, non per qualche danno che Gli derivi, ma per l’incredibile voluttà di autodistruzione che spesso affiora nella condotta dell’uomo. Affrontiamo ora il quarto capitolo dal titolo eloquente:

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro

Il burattino, liberato per opera della forza pubblica dalle premure oppressive di colui che l’ha creato, si dà al piacere di una corsa sfrenata nei campi. Vuole assaporare l’ebbrezza di chi è padrone assoluto di sé e non deve rendere conto a nessuno dei suoi atti e dei suoi capricci. Ma i legami non sono tutti tagliati: la corsa si conclude ancora nella casa paterna, dove il Grillo parlante tenta di ricondurlo sulla strada dell’obbedienza, ma verrà messo a tacere con un colpo di martello.

È il tema della coscienza morale, un tema attualissimo in questo moderno dilagare dell’immoralità e dell’indecenza nei costumi, ma non possiamo inoltrarci troppo a causa della sua vastità. Faremo qualche accenno nella speranza di essere d’aiuto a molti.

Nel libro di Collodi ci sono altre bestie faconde, ma stranamente solo il Grillo è detto “parlante“, perché rappresenta la coscienza, solo la sua voce è una voce che non si può mettere a tacere. La voce della coscienza non è una voce come tutte le altre, non è da confondere con il rumore e il fracasso a cui ci ha abituato il mondo moderno, tuttavia è una voce che non smette di giudicare le nostre azioni. Ovviamente la coscienza deve essere rettamente formata, altrimenti si scambia il soddisfacimento dei propri piaceri effimeri o, peggio ancora, dei bassi desideri della carne come “l’agire secondo coscienza”. Su questo punto ci basti ricordare l’ammonimento di San Paolo : (Gal 5,17) la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne

Abbiamo sentito troppe volte “scusare” i propri adulteri (o altre azioni sbagliate) con la frase “Io ho la coscienza a posto“. Ma se ci riflettiamo un attimo, proprio questa tipica frase rivela quanto sia preziosa, importante, necessaria e vitale l’approvazione da parte della nostra coscienza riguardo ai nostri comportamenti. Tanto è vero che la frase in questione cita la coscienza stessa per avere una garanzia di liceità sull’azione, che invece è peccaminosa sempre e comunque. Noi non abbiamo un martello come Pinocchio ma se la nostra coscienza potesse prendere un corpo farebbe una fine certamente peggiore di quella del povero grillo, altro che martello.

Questa voce della coscienza ha modi non convenzionali per farsi sentire, infatti a volte ci parla anche attraverso la sola testimonianza silenziosa di una persona buona attorno a noi – Dio voglia che sia il nostro coniuge – e non è necessario che essa si relazioni con noi, spesso basta la sola sua azione silente. La bontà è un richiamo forte per il nostro cuore, anzi fortissimo, potremmo anche dire irresistibile, ma se il nostro cuore sta vivendo dalla parte sbagliata potremmo avere una reazione contraria a questo soave richiamo, potremmo voler soffocare questo richiamo perché ci costringerebbe a cambiare, ancor meglio, a riconoscere che abbiamo bisogno di cambiare. E questo mina il nostro – vano – tentativo di autosufficienza, il cattivo desiderio di essere il padrone assoluto di sé.

Ecco perché a volte, quando incontriamo una testimonianza di santità, sentiamo dentro di noi l’istinto di denigrare invece che quello di imitare; cambiare è molto faticoso e laborioso, mentre denigrare o irridere è molto facile e non ci richiede nessuno sforzo. Far morire il nostro uomo vecchio è un lavoro faticoso ed impegnativo, mentre lasciargli il trono della nostra vita è alquanto facile ed apparentemente conveniente, salvo accorgerci – ahimè troppo tardi – che in realtà siamo schiavi di quel despota e che quel trono è stato usurpato al legittimo sovrano: l’uomo nuovo.

Cari sposi, dobbiamo imparare a recuperare quella bella pratica, mai andata in disuso ma fuori moda sì, che è l’esame di coscienza a fine giornata. Per cominciare, possiamo pregare alla sera insieme come famiglia e/o come coppia in un clima di silenzio e tranquillità, senza il chiasso del mondo o della TV. Magari con le luci un po’ soffuse, con calma e voce rilassata, facendo precedere la preghiera da un momento di silenzio per l’esame di coscienza personale. Alla fine, ci si può abbracciare tutti, chiedendoci scusa reciprocamente dei torti fatti e ringraziando della pazienza che l’altro/a ha manifestato nei nostri confronti.

Non è la ricetta della famiglia perfetta, ma sono consigli ed esempi di come ci si può aiutare reciprocamente a tenere viva la coscienza morale. Questi momenti e tutti quelli che la fantasia vi suggerisce devono poi trovare concretezza: bisogna ritornare a frequentare i confessionali almeno una volta al mese, non quando me la sento, ma quando è giusto. Altrimenti è sentimentalismo e non fede.

Coraggio sposi, la coscienza è il nostro giudice implacabile, dobbiamo aiutarci l’un l’altra a riconoscerne la voce, così da avere un coniuge sempre più bello e santo, col cuore sempre più legato al Cuore Sacratissimo di Gesù, più è unito a Lui e più ci amerà meglio.

Giorgio e Valentina

Cosa manca ai mariti? Non sono telepatici.

Una delle convinzioni più sbagliate e dannose che ci possano essere nel matrimonio è la pretesa della telepatia. Riguarda in gran parte le donne. “Se mi ama mi capisce.” “Se mi ama non può non capire che quello che sta facendo mi dà fastidio.” “Come fa a non rendersi conto di quanto sto male.” “Per lui non esiste mai un problema.” “Ha la sensibilità di un elefante.”  “Vorrei che ci arrivasse da solo!” “Come fai a non capire ciò di cui ho bisogno?” Queste sono solo alcune delle più comuni lamentele da parte delle donne verso il proprio sposo.  La donna non si sente abbastanza curata e considerata. Lo sposo, secondo lei, non si impegna abbastanza. Stanno davvero così le cose? Mi permetto di fare alcune considerazioni.

Donne: non guardate sempre i difetti del vostro coniuge (che probabilmente ci sono), concentratevi su quello che voi potete migliorare. Lui, può darsi, sia un po’ duro di comprendonio. Però, invece di concentrarvi su di lui, sarebbe sicuramente più utile per voi considerare se vi state impegnando attivamente a comunicare in modo chiaro e comprensibile, anche quando le vostre emozioni sono coinvolte. La comunicazione aperta e trasparente è fondamentale per una relazione sana. Chiediamoci se stiamo esprimendo i nostri pensieri, i nostri bisogni e le nostre preoccupazioni in modo diretto ed efficace al nostro partner. Ricordate che il vostro coniuge non può leggere nella vostra mente, quindi è importante comunicare in modo chiaro ed esplicito ciò che state attraversando. Non aspettate che lui sia un indovino, ma sforzatevi di essere aperte e oneste al riguardo. La carità, l’amore e la comprensione reciproca sono elementi essenziali per costruire una relazione solida e felice.

Uomo e donna sono diversi tra loro, non solo fisicamente, ma anche nella loro essenza e nella loro psicologia. C’è un’affascinante complessità nel modo in cui uomini e donne interagiscono, con sfumature e peculiarità che li rendono unici. Molte volte, gli uomini cercano di rendere felice la propria sposa, desiderando solo il meglio per lei. Tuttavia, possono non comprendere completamente le dinamiche che si nascondono dietro i desideri e le necessità delle donne. A volte, potrebbe bastare una semplice parola di conforto o un gesto gentile per far sorridere una donna e farla sentire amata. Altre volte, invece, potrebbe essere necessario un ascolto attento e compassionevole per comprendere veramente ciò che sta attraversando. Spesso, però, le donne si aspettano che gli uomini “sappiano leggere nella loro mente” senza la necessità di una comunicazione aperta ed esplicita. Ma questa aspettativa silenziosa può portare a delusioni e incomprensioni. Robert Cheaib, nel suo libro “Il gioco dell’amore”, offre una prospettiva interessante sulla comunicazione profonda tra le persone. Sottolinea che non è sufficiente limitarci a pronunciare parole, ma dovremmo essere in grado di “darci” nella parola stessa, mettendo a nudo i nostri pensieri e i nostri sentimenti. La comunicazione profonda richiede un’intensa connessione in cui non solo diciamo le nostre parole ma ci mettiamo completamente in gioco. La stessa dinamica può essere applicata nella nostra relazione con Dio. Egli ci ha donato la Sua Parola, la Bibbia, affinché potessimo conoscere la Sua volontà e il Suo amore per noi. Dio non si aspetta che arriviamo a comprenderlo da soli, ma desidera comunicare con noi in modo reale e significativo. Infatti, la Parola di Dio si è incarnata in Cristo affinché potessimo avere un rapporto personale e profondo con Lui.

Uno dei pregi migliori di Luisa è proprio questo: la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale.

Coraggio il vostro sposo non aspetta altro che accogliervi nelle vostre parole.

Antonio e Luisa

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Fate pace. Vi conviene

Avete litigato? Se non riuscite a riappacificarvi chiedete a Gesù di aiutarvi. Come? Ora lo spiego. Papa Francesco ha più volte affermato che due sposi non devono mai andare a dormire senza aver fatto pace. Ecco: la sera è il momento privilegiato per fare pace, chiedersi scusa e ricominciare. È un momento privilegiato non solo perché si è solitamente finalmente da soli (per chi ha bambini) ma anche perché in quei pochi minuti di tranquillità, anche se resi esausti dalle fatiche del giorno, prima di crollare addormentati, si può vivere uno dei momenti più intimi e fruttuosi della giornata pregando insieme. Alcuni consigli per poter vivere questo momento in modo davvero fruttuoso.

Non avete voglia? Fatelo comunque! Il momento della preghiera è solitamente molto intimo. Se avete litigato con vostro marito o vostra moglie non avrete nessuna voglia di condividere con lui/lei quel momento. Non vi rivolgete la parola da ore come si può aprire il cuore! Farlo vi sembrerebbe un gesto forzato e falso. Tutte balle che vi raccontate e frutto del vostro orgoglio. Pregare è sempre cosa buona. Benedire è sempre cosa buona! E poi vi state relazionando sì tra voi ma non direttamente ma con la mediazione di Dio che vi ha unito. Vi state relazionando in primis con Colui che è morto per i vostri peccati. Non avete scuse.

E’ colpa sua. Perchè dovrei fare il primo passo! Di solito ognuno dei due crede di avere ragione e spesso una parte di ragione l’avete entrambi. Come avete entrambi parte del torto, chi più chi meno. Quindi non serve chiedersi scusa immediatamente. Basta iniziare a pregare insieme. Insieme rivolgetevi al Signore, insieme ringraziteLo, insieme amateLo. Vedrete che accadrà il miracolo. Sentirete crescere in voi il desiderio di abbracciare l’altro e comincerete a dare il giusto peso all’offesa che vi ha ferito.

Conclude con un gesto d’amore. Ora è arrivato il momento. Avrete un desiderio incontrollabile di chiedervi scusa e chi se ne importa dell’orgoglio e delle colpe. Sarà una liberazione perchè è ciò che entrambi volevate fin dall’inizio. Litigare fa star male. Perché il momento di riconciliazione e preghiera sia ancora più significativo, potreste concludere con un semplice ma sentito gesto d’amore. Un abbraccio, un bacio o un dolce “ti amo” possono rafforzare l’intimità e il legame tra voi.

Il gioco è fatto. Non solo avrete fatto pace ma vi sentirete anche tanto uniti. Poi si dice che Dio non fa i miracoli. Li fa ma bisogna chiederli! Un’ultima riflessione: fare pace e pregare insieme prima di andare a dormire non solo promuove l’armonia nella vostra relazione, ma anche il benessere individuale. Si apre la strada per una notte di riposo tranquillo e si inizia la giornata seguente con un cuore leggero e un amore rinnovato. A differenza di chi va a dormire arrabbiato.

Antonio e Luisa

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Nell’amore o tutto o niente

Cosa fa del matrimonio una relazione così grande da essere la base di un sacramento e da essere scelta come immagine dell’amore di Dio? Cosa ha il matrimonio più delle altre modalità di stare insieme? La passione? No, non è detto. Ci sono fidanzati o conviventi che provano più passione l’uno verso l’altro. L’impegno? Prendersi cura? Non è detto. Ci sono tanti conviventi che si prendono cura l’uno dell’altro. E allora cosa? Il tutto! Come vuole essere amato Dio? Lo dice Gesù, cioè Dio stesso: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.” Dio è spesso rappresentato come lo Sposo e la Sua Chiesa come la sposa. Perché nel matrimonio si ricrea esattamente questo tutto. O almeno si dovrebbe. Tant’è che la Chiesa non ammette divorzio. Perchè non ci si può riprendere quello che si è dato a Dio attraverso l’altro: tutto di noi stessi.

Questa frase di Gesù è molto chiara! Non dice con tutto, ma ci tiene a specificare con tutto di tutto. Con ogni componente della nostra persona! Per questo, il matrimonio è la risposta più aderente alla nostalgia di essere amati e di amare che abbiamo tutti dentro. Vi sentireste davvero amati se l’altro affermasse: “Ti voglio bene, ma non mi basti, voglio anche un altro marito o un’altra moglie?” Vi sentireste amati se l’altro dicesse: “Ti voglio bene per ora poi in futuro chissà. Stiamo insieme finché dura?” Oppure: “Ti voglio bene, ma ho voglia anche di sperimentare con altre donne o con altri uomini?” Capite cosa significa la mancanza del tutto? Distrugge l’amore. Lo impoverisce e trasforma l’altro non più in persona da amare, ma in uno strumento da usare.

C’è un’ulteriore riflessione che può nascere dalla necessità del tutto. Si può amare solo con il corpo? Si può amare solo con la mente (volontà)? Il corpo è associato all’amore erotico. L’eros è una forza impetuosa che, se non è controllata, rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo, facendoci commettere errori e sopraffazioni. La volontà è invece associata all’agape, all’amore di donazione, di servizio. L’agape è l’amore considerato più nobile perché più difficile. L’agape è spesso associato al sacrificio.

L’eros è fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. Questo tipo di amore è dominato dagli istinti e dalle passioni, spesso guidato da un desiderio ardente e fisico. È l’amore che accende la passione e fa fremere i cuori. È l’amore che brucia nei confronti dell’oggetto del desiderio, che spinge le persone a cercare l’unione fisica, il piacere e la gratificazione dei sensi. L’eros è l’amore che infiamma, che fa battere forte il cuore, che accende la luce nel buio dell’anima.

D’altra parte, l’agape è fatto di spirito, di volontà e di dedizione. È un amore altruistico, che cerca il bene dell’altro, che si dona senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che si sacrifica per gli altri, che si esprime nell’empatia, nell’aiuto e nella compassione. L’agape è l’amore che trascende le basse passioni e cerca la vera felicità nell’amore disinteressato.

L’amore non è solo uno né solo l’altro, ma è l’unione di queste due incompletezze che si completano reciprocamente, creando un legame unico e speciale. L’eros è l’amore passionale, il desiderio ardente che brucia dentro di noi. Questa forma di amore ci spinge a cercare l’unione fisica e l’intimità con la persona amata. È un amore travolgente, che ci fa sentire vivi e vibranti. Senza di esso, l’amore diventerebbe monotono e privo di passione, come un fuoco che si spegne lentamente. D’altra parte, l’agape è un amore più profondo e altruistico. È l’amore che ci spinge a prendersi cura degli altri e ad agire per il loro bene, senza aspettarsi nulla in cambio. È un amore che si manifesta attraverso gesti di gentilezza, generosità e perdono. Senza di esso, l’amore potrebbe diventare egoista e privo di compassione. Entrambi questi aspetti dell’amore sono necessari perché la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare il vero amore. Se manca l’eros, il desiderio e il fuoco della passione, la relazione può diventare stanca e priva di vitalità. Se manca l’agape, l’amore può diventare egoista e privo di dedizione reciproca.

Quando l’eros e l’agape si uniscono, si crea un amore completo e equilibrato. È come un giardino fiorito, in cui ogni fiore ha il suo scopo e il suo significato. L’eros fornisce il colore e la bellezza, mentre l’agape fornisce il nutrimento e la cura. Insieme, questi due aspetti dell’amore formano una combinazione perfetta che ci permette di fare esperienza di un amore dove c’è tutto! E’ importante donarsi totalmente per fare esperienza del tutto che è Dio stesso.

Antonio e Luisa

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Che vaso siamo?

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 4,7) Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi.

Nel giorno di S. Giacomo Apostolo la Chiesa ci offre questa lettura della quale usiamo solo il primo versetto per la nostra riflessione. Più avanziamo nel cammino della paternità/maternità sotto la lente della Grazia e più scopriamo come il Signore si sia fidato (forse troppo?) di noi due per crescere quattro sue creature. La stessa sensazione che abbiamo avuto quando un sacerdote ci disse che indegnamente ricopriva l’incarico assegnatogli dal vescovo, ma si avvertiva che non erano parole di circostanza, non erano parole di finta umiltà che nascondevano una gretta superbia. Altre volte ci è capitato di ricevere elogi da professori delle nostre figlie per il nostro lavoro di genitori più che per l’andamento scolastico; ci siamo sempre chiesti che tipo di ragazzi fossero abituati a vedere questi insegnanti, dato che non ci sentiamo dei super-genitori, anzi ci siamo accorti di quanti errori abbiamo compiuto negli anni nonostante lo sforzo di vivere in Grazia.

Quando il 9 febbraio del 1818 la parrocchia di Ars vide arrivare per la prima volta il suo nuovo curato, non poteva di certo immaginarsi che stava accogliendo un grande santo. Ma leggendo la vita del famoso S. Giovanni Maria Vianney, si scopre che la sua ricetta segreta era quella di fare semplicemente ciò per cui era stato consacrato: il sacerdote. Nei suoi scritti, ci sono frasi che lasciano trasparire la convinzione di essere uno strumento semplice e nulla più. Ma i frutti della sua santità sono ancora tra noi. Anche questo santo, come S. Paolo e come S. Giacomo, si considerava alla stregua di un vaso di creta, ma attraverso quei vasi ci creta è arrivata a noi la Grazia di Dio.

Cari sposi, se il Signore ci ha voluti segno della Sua Grazia l’uno per l’altro, non dobbiamo rifiutare questa missione e questo dono. Chi siamo noi per pensare meglio del Padre? Se ci ha costituiti Sacramento Suo, significa che ne portiamo indegnamente i pregi per portare avanti questa gravosa missione. Inoltre, Lui stesso provvede a donarci nuovi doni, strumenti e carismi per compiere al meglio la Sua volontà.

Restiamo con l’immagine del vaso di creta: quando uno trova un tesoro, ha bisogno di un contenitore per trasportarlo, altrimenti non riuscirebbe nell’impresa; è vero che è il tesoro ad essere il protagonista e non il suo contenitore, ma è altrettanto vero che il vaso di creta è necessario al tesoro affinché possa essere trasportato e, quindi, affinché qualcuno possa godere della sua ricchezza. E così anche per noi sposi, per noi genitori, per voi consacrati nella vita religiosa, per voi sacerdoti, per voi vescovi: certamente il protagonista deve essere il tesoro che portiamo e non noi, ma questo tesoro della Grazia ha deciso di servirsi di noi per raggiungere altri. Dobbiamo sempre mantenere questa doppia consapevolezza: da un lato teniamo sempre davanti a noi la nostra fragilità, le nostre pochezze, i nostri peccati, ma dall’altro dobbiamo tenere in grande considerazione il compito che ci viene affidato.

Questo stile si ritrova anche nelle apparizioni mariane: di solito la Madonna sceglie persone semplici e spesso bambini e/o analfabeti, e dà loro un compito da portare a termine. Vuole che siano proprio loro e non altri a portare a compimento il gravoso compito loro assegnato. La Grazia li colma dei doni e dei carismi necessari per la missione affidata, ma la loro parte necessaria la devono fare; e spesso è una parte ingrata che attira persecuzioni, dolori ed incomprensioni.

Cari sposi, il Signore ha messo il Suo tesoro di Grazia personalizzato per il nostro coniuge nelle nostre mani, in quel vaso di creta che siamo noi, un vaso che presenta qualche crepa ma tuttavia è necessario per portare il Tesoro. Coraggio famiglie, le crepe ci ricordano la nostra condizione di peccatori, ma se il Signore non ha vergogna ad usare noi come Suoi contenitori, chi siamo noi per porre ostacoli?

Giorgio e Valentina.

Ogni matrimonio ha la sua zizzania e va bene così

Oggi vorrei tornare in modo più approfondito sull’accenno che ho proposto ieri sotto il commento di padre Luca sulla zizzania. Due domeniche fa, se ricordate, la liturgia ci aveva offerto la parabola del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre? In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Primo insegnamento: il vostro matrimonio è buono anche se non è perfetto, anche se non è esattamente come ve lo aspettavate, anche se litigate. Ciò che conta è come affrontate le difficoltà. Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No, quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perché non è perfetta, non è come noi credevamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto. La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. È non riuscire più a vedere i pregi dell’altro, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi, non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro per quanto di buono l’altro fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica. Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così, partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è, potremo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

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Estate, tempo di crescita e formazione

Cari sposi, due anni fa Papa Francesco, durante un Angelus estivo, diceva così:

Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci” (18 luglio 2021).

Ho avuto la grazia di partecipare a una vacanza formativa, organizzata dal Progetto Mistero Grande e devo dire che il Papa ha proprio ragione. Per tante coppie, paradossalmente, i figli, specie se piccoli, possono trasformarsi, senza alcuna malizia, in una sorta di ostacolo alla propria crescita umana e spirituale. Si era partiti, nella vita matrimoniale, con le migliori intenzioni ma poi, dopo qualche anno, eccoci stanchi, stressati, prosciugati nelle energie mentali e fisiche arrivando a sera senza la forza nemmeno di guardarsi in faccia e dirci: “come stai?”. Il ménage familiare può veramente “divorare” mente, anima e cuore, se non ci sono momenti di stacco e recupero.

Difatti, il vero riposo è anzitutto la pace del cuore, o come direbbe S. Agostino: “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), dove l’ordine è mettere Dio al centro e poi per una sana gerarchia di valori, tutto il resto al suo posto. Che posso dirvi di quanto ho vissuto? Che quando una coppia mette (o rimette) Gesù al centro della propria vita, e nella coppia, allora si riposa davvero, anche se si è con i figli che piangono e fanno la lagna.

Sono davvero colpito da tutte le coppie convenute, perché hanno avuto il coraggio di fare le ferie in modo alterativo, dando a Gesù facoltà di parlare e di essere ascoltato; di mettersi in gioco in un dialogo profondo in coppia, come probabilmente non si faceva da anni; di confrontarsi con altre coppie in piccoli gruppi di condivisione; di aprirsi nella direzione spirituale e confessione con i sacerdoti presenti; di farsi coinvolgere dagli insegnamenti e catechesi. La meravigliosa natura che ci circondava, la Val di Fassa, con il suo incanto e la sua freschezza, non ha che propiziato ancora di più i frutti che Gesù voleva donare a ciascuno di loro.

Vi invito di cuore, cari sposi, ad approfittare dell’estate per fare attività simili, ciascuno secondo il proprio percorso. Ho visto tanta sete di Dio, di crescere, di non conformarsi con quanto fatto finora. È l’augurio che faccio anche a voi, perché la vostra coppia continui a camminare verso la propria pienezza vocazionale.

padre Luca Frontali

Paura mai. Secondo la tua Parola getterò le reti.

Paura mai, è il titolo dell’ultima canzone di Ultimo, al primo ascolto ho pianto. Nicolò ha in comune con me il fatto che dice le cose senza nascondere ciò che il mondo non vede o fa finta di non osservare. Ho pianto perché nelle parole ho ritrovato alcune delle mie paure, alcuni dei miei limiti che sono riuscita a superare grazie alla Parola di Luca 5, 1-11. Sicuramente tutti sappiamo più o meno cosa narra Luca nel Vangelo, ma per chi magari non ascolta Ultimo, vi trascriverò alcuni passaggi del suo testo che riguardano da vicino ciò che abbiamo vissuto nella nostra casa durante il periodo della crisi, nata anche dalle paure.

Ho paura del silenzio in stanza di te che mi ami e non è più abbastanza. Chi non ha figli o li ha persi sa bene cosa si prova ad entrare in una stanza della propria abitazione e vivere quel silenzio assordante. Quel silenzio che è in grado di generare un caos nella nostra testa e nel nostro cuore. Quel silenzio che è in grado anche di sovrastare la voce di vostro marito o vostra moglie. Quel silenzio signori esiste e va attraversato, non si può scappare da quel silenzio ne tantomeno fare finta che non ci sia riempiendolo di altro. La vita matrimoniale non è Temptation island dove abbiamo Filippo davanti al falò che ci aiuta a parlare con nostro marito o moglie. Noi abbiamo molto di più, abbiamo il falò dell’Adorazione Eucaristica e del sacramento della Confessione. La paura del silenzio di una stanza vuota. La paura nel domandarsi specie di notte ce la farò a vivere un altro giorno senza mio figlio tra le braccia? Ce la farò a non sentire la sua voce, a non sfiorare i suoi lineamenti che per mesi ho visto in un ecografia?, queste sono solo le più comuni paure che vive una coppia di sposi che perde un figlio.

Non esiste un modo per definire un genitore che perde un figlio. Ma la paura esiste. La paura si vince perché Dio ha vinto per noi. Quella paura che si prova è essenziale, è necessaria, è vitale esternarla perché siamo umani, siamo della stessa carne di Colui che si è incarnato e morto per noi in croce. Tornate con il pensiero al Getsemani. Lui per primo aveva paura. Si sentiva solo e abbandonato. Non siamo mai soli ad attraversare il nostro buio. Solo entrando dentro noi stessi ritroveremo i nostri colori. Noi anche abbiamo avuto paura. Ma siamo qui. Abbiamo le stesse paure che canta Ultimo, la paura che un figlio magari per miracolo arrivi ma che io sia troppo vecchia.

A 45 anni una donna è più che cosciente dei propri limiti biologici. Sarebbe bello vivere aldila dei nostri limiti, ma alcuni limiti riconducibili alla creazione vanno rispettati. La paura in noi ha generato frutto. È stata come un seme quando viene interrato è al buio ma i germogli e i frutti spuntano proprio anche grazie al tunnel dell’oscurità. Così come la notte oscura dei pescatori che si sentono stanchi provati e sconfortati. Si sentono soli, abbandonati. Ma decidono alla fine di seguire i consigli di un falegname, ricordiamoci signori che Gesù era un falegname e proprio un falegname insegnò a pescare a dei pescatori. Si sono fidati di chi all’apparenza poteva essere inesperto. Hanno abbandonato nelle sue mani tutta la loro vita. Può bastare una semplice notte o una semplice occasione per incontrare Cristo nella nostra vita e vederla cambiare. Spesso si ha paura a lasciarsi andare ma bisogna osare. Osare sempre. Spesso quando ci contattate per chiederci consigli sul come abbiamo fatto, noi vi rispondiamo sempre e solo questo: osate. Tirate fuori quello che avete dentro. Approfittate di questo periodo per lavorare su voi stessi.

A presto Simona e Andrea. Vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020.

Non ci si salva da soli (neache Biancaneve)

Il principe azzurro è passato di moda. Le donne ormai sono emancipate ed autonome. Non hanno bisogno di qualcuno che le salvi. Tutto fa credere loro che possono farcela da sole, che non hanno bisogno di nessuno. Ma, in realtà, questa idea dell’indipendenza totale può portare a un senso di solitudine e di mancanza di connessione profonda con gli altri. Sapete qual è il problema di tutto questo? Che non ci si salva da soli. Da soli si è semplicemente soli. Vale per la donzella e vale per il principe. Non si può sottovalutare l’importanza di avere relazioni significative e supporto reciproco nella vita. Quando ci si affida solo a se stessi, si perde l’opportunità di sperimentare il calore umano, l’amore e l’accoglienza di una persona speciale. Non si tratta di dipendenza, ma di riconoscere che l’interdipendenza è un elemento fondamentale delle relazioni umane.

Dio è Dio, Dio è onnipotente, Dio può tutto, ma non può stare da solo. Perché Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Per questo Dio non è una monade, ma è una Trinità. E noi siamo fatti a Sua immagine. Lo dice la Genesi quando racconta la creazione di uomo e donna.

Dio dopo aver creato tante realtà buone, dopo aver creato l’uomo che è molto buono, afferma per la prima volta che qualcosa non è cosa buona. Non è buono che l’uomo sia solo. Dio ci sta dicendo che qualsiasi cosa già creata non può colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. Ha bisogno di un aiuto. La CEI traduce aiuto, ma il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. Si potrebbe tradurre con l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Capite il pericolo di credere di potersi salvare da soli?

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio, l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: Lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha reso uguali, della stessa pasta, ma diversi e complementari. Perché proprio dalla nostra complementarietà può nascere una comunione profonda che diventa un’alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. All’uomo non bastava la creazione della natura e degli animali. Non gli serviva qualcosa, ma qualcuno.

Il Prof. Recalcati esprime lo stesso concetto con altre parole: Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio. Noi abbiamo bisogno di essere speciali per qualcuno, di contare per qualcuno, di essere unici per qualcuno.

Tutto questa riflessione non è banale. E’ evidente che non ci salviamo da soli, ognuno di voi che legge lo sa nel cuore, sa qualto è importante essere desiderati ed amati, e sa che sofferenza c’è quando non avviene. Io sono sicuro di essere stato il principe azzurro per mia moglie. Non che io sia così bello e perfetto, ma lei nella relazione con me ha iniziato un percorso di guarigione da tutte le chiusure mentali e le ferite del cuore che aveva e che la stavano facendo soffrire e vivere non appieno la sua vita. Come lei è stata salvezza per me per gli stessi identici motivi. Non è il principe azzurro che salva Biancaneve. Entrambi sono salvati dalla relazione profonda che li caratterizza, entrambi si salvano a vicenda. Nella fiaba non è specificato ma è quello che tutti abbiamo pensato leggendo il finale: e vissero felici e contenti. Ho letto il bel post di Lisa Zuccarini che esprime questa verità citando un film. Lisa scrive: Alla fine di Pretty Woman c’è uno scambio benedetto di battute tra lei e lui: E cosa succede dopo che lui ha salvato lei? Succede che lei salva lui.

Ora la vita non è una fiaba ma come nelle fiabe abbiamo bisogno di salvezza. Per questo ci piacciono tanto. Ne ha bisogno l’uomo e ne ha bisogno la donna. E per salvarci abbiamo bisogno di qualcuno. Quindi cara Disney le tue eroine vanno forse bene per i tuoi film politicizzati ma la realtà ci chiama ad altro. Ci chiama ad amare e ad essere amati, ci chiama ad essere re e regina nell’amore (citando il nostro ultimo libro).

Antonio e Luisa

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La nullità: facciamo chiarezza

Un argomento che torna spesso nei separati e sul quale quasi ogni persona nuova mi fa domande riguarda la nullità del matrimonio. Per quello che osservo, in genere, le cose vanno così: quando si arriva ad una separazione, si prospettano tre strade, rifarsi una vita (cioè frequentare altre persone), oppure “provare ad annullare il matrimonio” (terminologia sbagliata, scelta fatta soprattutto da chi vuole tornare libero da qualsiasi vincolo, anche cristiano, per potersi risposare), oppure rimanere fedeli al Sacramento (scelta più rara in assoluto).

Provo un po’ a chiarire le cose, premettendo che non ho competenze di avvocato e che in ogni curia ci sono persone che possono dare indicazioni e consigliare le strade da percorrere. Fino a prova contraria, un sacramento è valido. È chiaro che una persona, quando arriva a separarsi, deve farsi la domanda Il mio matrimonio è vero?, perché altrimenti si può correre il rischio di fondare la propria vita su qualcosa che non c’è mai stato.

Un sacramento non può essere annullato, mai. Si può soltanto verificare se c’erano le condizioni affinché potesse avvenire. Quindi, non si può annullare ma si può solo verificare che non sia nullo fin dal principio. Faccio un esempio: se fossi andato all’altare ubriaco, il matrimonio sarebbe chiaramente nullo perché non sarei stato pienamente consapevole di ciò che stavo facendo. Le cause di nullità sono molte, le più comuni sono la mancanza di apertura alla vita (figli), la mancanza di fede nell’indissolubilità e nell’eternità, la non divulgazione di informazioni importanti (problemi psichici e familiari provenienti dalla famiglia di origine, dipendenze) e, non ultima, l’immaturità.

I figli nati nel matrimonio non hanno alcun tipo di peso nella valutazione. Si possono anche avere dieci figli e un matrimonio nullo. Ognuno per la sua parte si deve interrogare in coscienza su come è arrivato al matrimonio: nel mio caso, almeno da parte mia, ero adulto e consapevole di quello che stavo facendo. Non avevo tenuto nascosto niente, quindi non ho ritenuto necessario procedere ad alcuna verifica.

Parlando recentemente con alcuni giudici e responsabili della Sacra Rota, questi mi hanno detto che purtroppo, questo strumento, nato per un fine giustissimo e che dovrebbe riguardare solo una piccola parte dei separati, viene utilizzato male e abusato: in tanti cercano questa strada senza motivi reali e gravi, ma si cerca, magari andando a scovare il cavillo legale giusto, di tornare single.

Questo non è il modo corretto di utilizzare la verifica del Sacramento del matrimonio: se uno ha dei dubbi, è bene che li chiarisca seguendo la motivazione più importante di tutte, fare verità nella propria vita. Purtroppo, ci sono anche persone che trovano testimoni disponibili a dire quello che serve, ma ottenere la nullità con la menzogna non ha proprio senso, davanti a Dio non vale niente. Ho tanti amici che hanno fatto la verifica di nullità, qualcuno avrebbe voluto la conferma del sacramento e invece è stato dichiarato nullo, altri invece il contrario, avrebbero preferito la nullità per potersi risposare, ma non l’hanno ottenuta. In ogni caso è un processo complesso che ti rivolta come un calzino e va a scavare a fondo del tuo essere e della tua psiche, non è una passeggiata.

Il procedimento, che coinvolge avvocati e giudici, dovrebbe essere portato avanti sotto la guida dello Spirito Santo, in modo da minimizzare gli errori che possono essere commessi. Inoltre, ci sono due aspetti, secondo me, che complicano le cose: il primo è che i giudici devono giudicare secondo quello che ascoltano e che le persone riescono a dire; il secondo è che, almeno per me, sarebbe molto difficile, a distanza di più di venti anni ritornare a come effettivamente sono arrivato quel giorno a sposarmi: non si tratta solo di ricordare, già quello sarebbe complicato, ma il tempo ti cambia e ti fa vedere le cose in maniera diversa. È necessario pregare, affidare tutto a Dio nella Verità, confidare in persone esperte che rappresentano la Madre Chiesa e accettare il verdetto finale, anche se non piace. Voglio ricordare infine che, anche se un matrimonio viene dichiarato nullo, se sono presenti figli, si rimane genitori e quindi verso di loro non dovrebbero esserci cambiamenti e anzi sarebbe necessario ancora di più farli sentire profondamente amati.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lo sguardo alla vittoria finale

Dal libro dell’Esodo. In quei giorni sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.[…]Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”.[…]_La donna _[…]non potendo tenerlo nascosto più a lungo, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.[…]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”.

Abbiamo tagliato molte parti perché ci pare che la vicenda di Mosè sia abbastanza conosciuta e su cui sono stati fatti diversi film più o meno azzeccati, dei quali vi consigliamo la visione in questo periodo un po’ più distensivo. Della storia di Mosè esistono anche numerosi scritti di taglio teologico, storico, catechetico e spirituale, perciò anche stavolta ci troviamo costretti a decidere di raccontarvi solo un piccolo aspetto di grandi tematiche che la Liturgia ci propone in questi giorni.

Le prime righe ci aiutano a inquadrare storicamente la vicenda di Mosè. Sono delle parti descrittive, ma sono quelle che abbiamo scelto noi per focalizzare la nostra attenzione sul tema della sapienza divina. Apparentemente Dio resta in silenzio per ben 400 anni (numero che contiene una simbologia), quasi fosse seduto in poltrona a guardare il film del popolo di Israele che viene oppresso e schiavizzato dagli Egiziani. Aveva dato loro Giuseppe per tirarli fuori da una pesante carestia ed ora sembrava essersi dimenticato di coloro che aveva appena salvato.

La sapienza divina utilizza criteri diversi dai nostri, adopera strategie differenti contro il nemico, conosce quando i tempi sono maturi e agisce in modo misterioso, di solito anche in modo occulto. Il Signore sa sfruttare a proprio vantaggio l’arma del nemico. In questo caso, l’arma del nemico era lo sterminio dei bambini maschi e il Signore usa proprio quest’arma per far “trovare” alla figlia del faraone quel bambino tanto bello e tenero che lei adotterà come figlio e crescerà come un principe e un condottiero capace e valoroso. Il Signore si fa beffa del nemico, il quale non sa che sta crescendo e istruendo il suo più grande avversario all’interno delle sue stesse mura. Inoltre, il nome “Mosè” gli viene imposto proprio dalla figlia del faraone, che inconsapevolmente diventa una profetessa del destino del popolo di Israele; infatti, il popolo viene salvato perché “tratto dalle acque” durante il famoso passaggio del Mar Rosso.

Non possiamo tralasciare il fatto che senza l’oppressione e la schiavitù del popolo ebraico, e la conseguente e sciagurata decisione dello sterminio dei bimbi maschi da parte dell’Egitto, non avremmo avuto Mosè con tutti i benefici che la sua figura comporta per la salvezza del popolo. Cosa ci insegna tutto ciò nella nostra vita quotidiana? Da un lato, ci rassicura sul fatto che nulla sfugge a Dio riguardo al Suo popolo, nemmeno le ingiustizie o le angherie che dobbiamo sopportare. Dall’altro lato, ci offre conforto sapendo che Dio sta già operando all’interno di quella dolorosa situazione che stiamo affrontando.

Molti sposi stanno vivendo situazioni di grande dolore: incomprensioni dentro e fuori la coppia, fatiche nella malattia propria o nell’accudimento di familiari, dolori per le scelte sciagurate dei figli, dolori per l’allontanamento del coniuge da una vita di Grazia, ecc… Ogni coppia di sposi ha la propria storia, ma ciò che conta è vivere questa situazione non come una perdita ma come una vittoria. Dobbiamo imparare a vivere le nostre vicende tristi con lo sguardo alla vittoria finale; è come se stessimo vivendo il primo tempo di una partita, della quale solo il Signore conosce il risultato finale. A noi però tocca vivere il primo tempo con tutto noi stessi, quindi anche con tutta la nostra fede, e starci dentro le fatiche, dentro i dolori, dentro le perplessità, dentro le paure. Dobbiamo starci, ma senza catene di schiavitù, starci con la libertà di cuore dei figli di Dio che lodano il Signore in ogni tempo, perché anche il nostro tempo è Sua Grazia.

Non sappiamo ancora quando il Signore tirerà fuori dal cilindro la Grazia, quando il Signore sfodererà il Suo asso nella manica. Nel frattempo, una Grazia che già possiamo chiedere e dobbiamo lottare per vivere è quella della perseveranza nella prova. Coraggio sposi, anche per voi il Signore sta già preparando il vostro Mosè, e lo sta preparando nel nascondimento perché vuole far crescere la vostra fede in Lui e non nelle nostre povere risorse umane. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Un amore inclusivo

Dal Vangelo di oggi: Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo passo evangelico è uno di quelli che solleva molte domande e riflessioni. Inizialmente potrebbe sembrare che Gesù stia ponendo se stesso come un Dio geloso che pretende di essere il centro di tutte le relazioni e di essere amato più di qualunque altra persona. Ma in realtà, una lettura più approfondita rivela una prospettiva diversa. Quando Gesù dice “chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me“, non intende che si debba mettere da parte l’amore per i propri figli in favore di un amore esclusivo verso di Lui. Al contrario, Gesù ci invita a rendere Lui parte integrante di tutte le nostre relazioni, compresi i legami familiari più profondi. Si tratta di un invito ad amare attraverso di Lui, a includerlo nel cuore stesso delle nostre relazioni umane.

Quando comprendiamo che amare Dio sopra ogni cosa significa includerlo nelle relazioni che abbiamo con gli altri, tutto l’orizzonte si amplia. Non si tratta di escludere o negare l’amore le persone care, ma piuttosto di trasformare quel legame in una relazione che comprende sia l’amore umano che l’amore divino. Questa prospettiva ci invita a vivere le relazioni in modo più profondo, a scoprire l’amore di Dio che si manifesta attraverso i nostri affetti e a vedere in ogni relazione l’opportunità di crescere spiritualmente. È un invito ad amare consapevolmente, con la consapevolezza che Dio è presente in ogni legame significativo che abbiamo nella nostra vita.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Tuttavia, nel corso del tempo ho iniziato a comprendere la profondità del suo rifiuto e a riconoscere che c’era un motivo più grande dietro a quello che sembrava solo una negazione. La sua decisione di mettere Dio al primo posto nella nostra relazione era basata sulla sua fede e sulla consapevolezza che l’amore autentico richiede sacrificio e impegno. Lei ha capito che il nostro amore non avrebbe potuto crescere se fosse stato basato solo su desideri superficiali e istinti fisici. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

È riuscita a includere anche me nel suo amore verso Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Antonio e Luisa

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Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /7

Siamo alla fine della prima fuga di Pinocchio. Costui viene fermato da un carabiniere sotto gli occhi dei passanti. Geppetto lo rimprovera, ma…

E gli altri soggiunsero malignamente: “Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino tra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!… Insomma, tanto dissero e tanto fecero che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.”

Siamo di fronte a un’ingiustizia e subito il nostro sentimento si fa vicino al falegname che tanto aveva desiderato un figliolo, ma deve fare i conti con le monellerie proprio di quel figlio tanto desiderato. Se teniamo ancora Geppetto come figura del Padre, in questo atto di ingiustizia possiamo vedere come il mondo “metta in prigione” Dio perché considerato cattivo e tiranno, lasciando così impuniti e a piede libero non tanto i peccatori (tutti lo siamo) ma i peccati. Il mondo vuole convincerci, quindi, che Dio, limitando la nostra libertà, sia cattivo e crudele. Vuole distruggere in noi il senso del peccato, cosicché il peccato diventa solo “un’invenzione della Chiesa e dei preti”.

Solo chi non ha fatto esperienza dell’amore del Padre si lascia ingannare da questo tranello, ma non è una novità che il potere mondano metta in prigione Dio. Del resto, non è successo lo stesso circa 2000 anni fa quando le potenze del mondo misero in croce il Signore della gloria? Il potere mondano cerca sempre di nascondere la Verità, di falsarla o di piegarla per propri interessi. Ad esempio, il potere dei mezzi di informazione soffoca la voce della verità sotto le notizie e raramente trova la forza di dare importanza a ciò che è vero quando non è interessante (non vende). Non ha la forza di rinunciare a ciò che è interessante solo perché non è vero. Non è una novità per i cristiani; ci aveva già avvertito lo stesso Gesù: << I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori >> (Lc 22,25).

Caro sposi, dobbiamo sempre restare in guardia di fronte al pensiero mondano. Bisogna tenere le antenne orientate sulle frequenze della Verità, così da non lasciarci ingannare dal primo che passa e che si riempie la bocca di paroloni su Dio e la Chiesa senza nemmeno essere battezzato, senza vivere una vita di fede all’interno della Chiesa. Troppi matrimoni zoppicano perché i due sposi si sono lasciati convincere a mettere Dio in prigione. Egli non è più il loro punto fermo, la loro certezza, la loro fonte di amore reciproco. Invece, è diventato nel migliore dei casi un estraneo e per alcuni, addirittura un nemico che mina le loro (presunte) libertà.

È capacissimo di farlo a pezzi! … In effetti, il Signore è capacissimo di farci a pezzi, ma non lo fa perché aspetta con pazienza la nostra conversione, e ogni giorno che ci dona potrebbe essere l’ultimo per convertirsi. Potremmo anche trovare un secondo senso in quel: è capacissimo di farlo a pezzi!… Nel senso che è capacissimo di fare a pezzi il nostro uomo vecchio, i nostri peccati, le nostre infedeltà, tutto ciò che in noi è un impedimento ad amarlo.

Coraggio, sposi! Non abbiate paura di seguire le leggi del Signore per il matrimonio perché, se anche all’inizio sembra che si perda qualcosa, in realtà ne avremo indietro cento volte tanto in Grazia, grazie ricevute, pace e serenità. Avremo indietro il nostro matrimonio rifiorito. Non mettiamo in prigione il Signore, non se lo merita.

Giorgio e Valentina.

La comunione è un traguardo da raggiungere

Il matrimonio, questa sacra unione che ci invita a maturare e crescere nell’amore, è davvero una relazione privilegiata. È un’opportunità unica per scoprire la nostra vera vocazione e per diventare una comunione d’amore. Tuttavia, dobbiamo comprendere che non è sufficiente essere generosi con il nostro coniuge, offrendo tempo, azioni e doni. Non è solo una questione di unilaterale apertura verso di lei o verso di lui. Per provare una vera intimità, è necessario essere completamente aperti e vulnerabili. Solo così si creerà una vera comunione. Quando il dono si trasforma in comunione, il rischio di creare una relazione che porta l’altro a dipendere da noi o a essere subordinato sparisce. Non vogliamo che il nostro partner si senta come un tappetino, che teme di perdere il nostro sostegno. Non vogliamo alimentare la nostra vanità, l’egoismo o il desiderio di possesso, perché queste non sono manifestazioni d’amore autentico. Scegliere di vivere l’amore con piena consapevolezza richiede coraggio e impegno, ma è solo attraverso questa apertura profonda che potremo comprendere appieno la bellezza e la potenza dell’amore coniugale. Che sia la reciproca donazione, il reciproco supporto o la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita, tutto ciò contribuirà a radicare il nostro amore e farlo crescere sempre di più. E così il matrimonio diventerà il luogo in cui la nostra anima può fiorire e il nostro amore può raggiungere livelli di profondità e gioia che mai avremmo immaginato.

La comunione è un traguardo da raggiungere, un obiettivo da perseguire con determinazione e impegno costante. Questo traguardo implica la creazione di una relazione profonda e significativa, basata sulla parità e sulla reciprocità. Significa essere pronti ad ammettere di avere bisogno dell’altro, di donarsi e riceversi a vicenda. Inoltre, la comunione implica anche la capacità di riconoscere e accettare le proprie ferite e fragilità, di abbracciare la propria povertà. È un atto di umiltà e di consapevolezza che ci rende più umani, più vicini agli altri e a noi stessi. Entrare in comunione richiede di abbattere le barriere emotive e le maschere che indossiamo, anche quelle della generosità che possono limitare la nostra autenticità. Significa mostrarsi così come siamo, senza filtri o artifici, accogliendo e accettando noi stessi e gli altri nella loro interezza. Per me, la consapevolezza di queste verità non è stata immediata. Mi ci sono voluti anni per imparare, per superare i blocchi emotivi e rompere i legami che mi tenevano prigioniero. Ma oggi posso dire che è meraviglioso, tutto va sempre meglio. Ho conquistato una libertà nel modo di amare, di accogliere, di ricevere, di donare e di incontrare la mia sposa, che non credevo di poter raggiungere. La comunione si traduce in un’apertura sincera del cuore, senza paura di essere giudicati, con la volontà di essere veramente uniti a livello profondo. È un’esperienza che richiama alla mente anche la comunione che viviamo con Cristo nell’Eucaristia. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio“:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. È più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. […] È richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro di noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi. (…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro, le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione, le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Quando facciamo l’amore devo pensare ad altro

Oggi credo sia importante prendere spunto da una mail che abbiamo ricevuto alcune settimane fa per riflettere su alcuni punti fondamentali riguardanti l’intimità degli sposi. Risponderemo pubblicamente, naturalmente lasciando l’anonimato al mittente, perchè sono problemi e situazioni che riguardano tante coppie e che difficilmente vengono tirati fuori. Analizzeremo la mail in due diversi aspetti e lo faremo prendendone uno alla volta.

C’è una sofferenza che mi tormenta fin da quando mi sono sposata anni fa, in realtà da prima ( in termini di mancanza di attenzioni e affetto) ma almeno speravo di superarla col matrimonio. Questo coinvolge tutta la relazione ma soprattutto quando facciamo l’amore mi sembra sia attratto solo da alcune parti fisiche mia e non abbia un desiderio a prescindere di stare vicino a me, come persona, fisicamente.

Qui c’è tutta la differenza tra uomo e donna! Questa moglie ha espresso in modo chiaro la differenza enorme che c’è tra la sensibilità dell’uomo e quella della donna! Lui è attratto solo da alcune parti. È facile intuire quali: seno, genitali e molto spesso anche il sedere. E lui a sua volta, questo lo aggiungo io, desidera essere stimolato dalla donna solo in una parte del corpo. E’ vero che ogni individuo è unico e le preferenze variano ma questa dinamica dell’uomo è davvero molto comune. L’uomo è fatto così. Il tutto è amplificato dalla diffusione della pornografia. Ormai l’uomo è frequentemente educato a questa modalità di vivere la sessualità che fa leva su una predisposizione naturale ad eccitarsi in un determinato modo e la accentua. Ciò non è per nulla nella sensibilità della donna. La donna spesso si irrigidisce e si infastidisce se lui comincia immediatamente a stimolarle e toccare le parti che ho citato in precedenza (seno e genitali). La donna ha bisogno di arrivare a quel punto gradualmente. Ha bisogno di sentirsi desiderata dal suo marito, di essere abbracciata, baciata, massaggiata e accarezzata in tutto il corpo, escludendo inizialmente proprio quelle parti su cui lui si focalizzerebbe subito. Solo dopo che si sarà preparata gradirà essere stimolata anche al seno e ai genitali. Vi assicuro che molte problematiche sorgono da questa differenza. Tante donne non riescono ad abbandonarsi completamente al proprio marito perché lui non riesce ad entrare in sintonia con la loro sensibilità. E la coppia spesso non dialoga a riguardo. Difficilmente lo fa. La nostra differenza è importante. Perchè nella differenza usciamo da noi per entrare nel mondo dell’altro e nella sua sensibilità. Senza questo riguardo non ci può essere dono. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto sé stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Capite quindi come rispettare la sensibilità femminile sia importante anche per noi uomini?

Per raggiungere il piacere dobbiamo eccitarci con fantasie che non sono del tutto sante ad essere sincera, ma almeno io se quando sono lì penso solo a quanto gli voglio bene, cala che mi eccito.

Ed ecco il secondo spunto! Che è la diretta conseguenza di quanto abbiamo scritto fino ad ora. Lei non riesce ad eccitarsi se rimane nella relazione, se pensa al suo amore per lui, se si concentra solo su quanto sta vivendo in quel momento. Ha bisogno di evadere e di costruirsi una fantasia esterna alla coppia per eccitarsi e raggiungere il piacere. Mi chiedeva se questo fosse peccato. Ora io non sono il suo confessore e non risponderò a questa domanda. Mi soffermerò invece sul piano umano. Questa frase dimostra la povertà dell’intimità di questi due sposi. Questa donna sta vivendo nel corpo il gesto che più di tutti rappresenta l’unione con suo marito e ha bisogno di pensare ad altro per provare piacere fisico. Capite che c’è qualcosa di estremamente dissonante in questo? Non è questione che questi due sposi non si amino. Questo può accadere in tutte le coppie e se non risolto alla lunga impoverisce tutto il rapporto. Per essere chiaro: andare a Messa se non si sistema questo aspetto serve a poco. Cosa fare? Lei non avrà bisogno di rifugiarsi nelle sue fantasie se lui imparerà a donarsi secondo la sensibilità della sua sposa. Vi assicuro che poi l’intimità sarà fantastica per entrambi perché sarà soddisfacente per il corpo e ancor di più per il cuore. I due faranno infatti esperienza di comunione che è il vero piacere della sessualità.

Antonio e Luisa

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Maria si alzò e andò

Meno di un mese alla GMG, un evento che ci ha accompagnato per tutto questo anno pastorale all’interno del progetto Abramo e Sara. Un anno lungo, un cammino dal passo lento ma costante e in alcuni momenti con passi veloci e inaspettati. È il tempo anche in cui ci si prepara per il nuovo anno (pastorale). È il tempo in cui ci si dedica ancora di più ai germogli frutto della semina invernale. Perché Dio non va in vacanza d’estate, anzi è proprio l’estate il momento in cui ci si mette senza fretta ad osservare la Sua presenza nella nostra vita.

È stato un anno, senza dubbio il primo in assoluto, in cui abbiamo veramente goduto in santa pace della Sua preziosa compagnia. Come ce ne siamo resi conto? Attraverso gli incontri con le famiglie e i giovani che ci seguono in questo audace progetto di Abramo e Sara. Ogni volta che andiamo a visitare una famiglia, ritorniamo arricchiti in modo impareggiabile. Ascoltare in silenzio i racconti di una mamma con il figlio colpito da una malattia rara è un’esperienza equiparabile al calore che si prova allo stare in adorazione. Abramo e Sara è anche questo: sostare vicino al dolore delle famiglie, tendere la mano che ti solleva e ti guida di nuovo sulla strada giusta. Ma significa anche ascoltare i racconti dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, interrogandosi se riusciranno mai a sposarsi. Significa anche ascoltare le ansie e le paure di chi ha perso un figlio e ora teme che la gravidanza non vada a buon fine. Sì, avete letto bene, accompagno le future mamme davanti all’ecografo. E questo dono di poter stare accanto a loro in un momento così importante, non ha prezzo.

Si è stato un anno particolare dove io per prima mi sono chiesta in alcuni momenti chi me lo fa fare? In fondo siamo semplicemente una coppia di sposi che ama l’oratorio. Né di più né di meno. Indubbiamente dinamici quello sì, quel dinamismo che diventa scomodo per alcuni. In effetti non è da tutti riuscire a creare dei gemellaggi tra le realtà dei gruppi giovanili e le coppie di sposi senza figli. Sarà che abitando a Roma e alla luce degli ultimi eventi di cronaca, direi che siamo sulla via giusta se si cerca di spronare la fascia adulta ad occuparsi dei giovani.

È stato anche l’anno in cui l’osservazione da parte di alcuni amici per la maggiore è stata siete spariti alternata a ora sei diventata santa Simona. Il che fa sorridere perché i santi della porta accanto, vedi Chiara Corbella, Carlo Acutis, Marianna Boccolini, David Buggi, con la loro vita ti ricordano che anche il barista sotto casa può ambire alla santità. Forse manca questo nella nostra quotidianità, qualcuno che ti ricordi che puoi essere santo anche tu che stai leggendo questo articolo, magari mentre sei in pausa pranzo al lavoro o mentre ti stai rilassando tra una poppata ed un’altra, mentre tuo figlio dorme. La nostra vita, vi assicuro, è più che normale.

L’unica differenza è che io ho scelto di dedicarmi totalmente ad Abramo e Sara. E dedicare del tempo vuol dire per forza di cose imparare l’arte del discernimento. Il distinguere ciò che è necessario dalle priorità. Quest’anno abbiamo applicato nella nostra vita la parabola del seminatore. Tante cose che ci sono capitate sono frutto della semina. C’è chi ha seminato e ha visualizzato un test di gravidanza positivo e chi come noi che ha visualizzato la nascita del nostro programma radiofonico su Radio Maria. Onestamente è stata una sorpresa se pensate che lo scorso anno quando iniziammo a scrivere qui sul blog di Antonio e Luisa raccontammo proprio della difficoltà che ho attraversato per fare pace con la figura di Maria. Ognuno di noi ha una storia, un cammino, un percorso il nostro ci sta meravigliando di continuo. Infondo come dice la nostra amica Deborah Vezzani? Renditi disponibile e vedrai meraviglie.

Nell’attesa di incontrarvi per l’ Italia vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020 dove troverete anche i nostri gadget con il quale potete sostenere il nostro progetto. A presto!

Simona e Andrea

Ami solo ciò che vedi?

Dal libro della Gènesi (Gn 23,1-4.19; 24,1-8.62-67) Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla. […] Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb. Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.

Il libro della Gènesi è un libro che racconta senza tanti fronzoli gli avvenimenti che stanno all’inizio dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, ma i pochi particolari che sono giunti a noi hanno la loro importanza, proprio per il fatto che sono gli unici descritti. Oggi ci soffermeremo su uno in particolare: “Allora ella prese il velo e si coprì.

Sembrerebbe uno dei gesti abituali per quel popolo e per quella società, ma allora perché specificarlo? Fa solo parte del racconto o ha un secondo significato? Noi abbiamo colto un secondo significato e che ci porta a riflettere ancora una volta su un aspetto della castità che vale per i fidanzati quanto per gli sposati: il pudore.

Il consorzio familiare non ce lo si inventa di sana pianta, non è come il gioco delle costruzioni che monti e smonti a tuo piacere quante volte vuoi e quando vuoi. Esso ha bisogno di tempo per pensare, per sedimentare, per costruire, per progettare, per conoscere se stessi e l’altro, per imparare ad amarsi, per esercitarsi nell’arte dell’amore; e tutto questo lavoro va fatto senza l’impiccio della sensualità, senza le pulsioni sessuali, senza quelle zavorre che ci trascinano verso le nostre bassezze ed impediscono all’amore di spiccare il volo verso il Cielo da cui proviene esso stesso.

Solo belle parole, ma prive di concretezza? Proviamo a ragionarci un po’. Di sicuro sarà capitato a tutti di ripensare all’amore ricevuto dai nonni o dai genitori e sentire ancora molto affetto nei loro confronti; ci sono anche persone che sono grate al proprio padre (o madre) spirituale per l’amore ricevuto e nutrono verso lui/lei grandi sentimenti quasi uguali, se non maggiori a volte, del genitore naturale. Ma tutto questo amore è arrivato a noi senza l’ausilio della sensualità, senza pulsioni sessuali, eppure è un amore grande che riempie il nostro cuore e non se ne va più da noi perché costitutivo della nostra personalità; quindi ne ricaviamo che l’amore umano ha bisogno del corpo per esprimersi, ma non ha la sua fonte nelle pulsioni sessuali.

Rebecca si mise il velo e si coprì non perché avesse paura di Isacco, ma perché voleva essere amata NON PER il suo corpo, ma CON il suo corpo. Isacco doveva imparare a conoscere chi lei fosse, quali erano i suoi pensieri, la sua personalità, la sua famiglia d’origine, il suo carattere, i suoi desideri, i suoi sogni, la profondità della sua fede, doveva imparare a godere delle sue doti e comprenderne i difetti; e tutto questo lavoro (reciproco) va fatto nel fidanzamento ma non si può rischiare di puntare tutto sul cavallo sbagliato.

Immaginate di scommettere alle corse dei cavalli e di puntare tutti i vostri soldi, li puntereste sul cavallo più bello esteticamente, che magari solletica i vostri sensi ma che arriva ultimo, oppure sul cavallo più veloce e più forte, quello vincente aldilà della sua estetica? Usate la stessa tecnica che usereste all’ippodromo col vostro fidanzato/a o col vostro sposo/a. Certamente l’aspetto estetico del nostro amato/a ha la sua importanza e ce lo rende attraente ai nostri occhi, ma non è tutto. Isacco ha dovuto imparare a guardare oltre il velo di Rebecca, ha imparato a scrutare il suo sguardo per conoscere meglio il suo cuore, quasi che il suo sguardo fosse la finestra attraverso cui accedere al cuore.

Il pudore è un aiuto in tutto questo perché non è la vergogna fine a sé stessa, ma è custodia di sé stessi, della grandezza del nostro corpo. Esso deve essere l’incarnazione del nostro cuore/spirito e non una specie di Luna Park sempre aperto. Non dimentichiamo che un giorno il nostro corpo risorgerà, quindi è destinato alla gloria eterna in Dio e non alla corruzione. Ce lo testimoniano i molti corpi incorrotti di santi puri e vergini.

Coraggio sposi, se questo lavoro di castità nel fidanzamento è stato poco, abbiamo la possibilità sempre di recuperare con la volontà e la Grazia del Signore. Questo è il tempo per riportare in auge il pudore all’interno della coppia e nella società poi.

Giorgio e Valentina.

Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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Soggiogati da Cristo

Cari sposi,

            oggi Gesù ci mette davanti un oggetto oramai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso. Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna?

Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro. Quando vi trovate in queste circostanze esistenziali, non è una maledizione perché nel fondo siete nelle condizioni migliori per entrare in relazione con Dio!

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio. Il “coniugio” o matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa. Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»” (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).

Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare la bella riflessione di Padre Luca con una testimonianza personale. Io credo che i piccoli citati dal Vangelo non siano gli stupidi o gli ignoranti. Sono le persone che non pretendono di poter comprendere tutto per fidarsi ed avere fede. I piccoli sono quelli che scorgono una bellezza e si abbandonano ad essa. Per noi è stato così. Io non avevo capito tante cose che la Chiesa mi stava chiedendo. Non capivo la castità, non capivo l’indissolubilità, non capivo tante altre cose, ma Luisa ed io ci siamo fidati ed affidati e abbiamo fatto esperienza della bellezza e in quell’esperienza abbiamo finalmente capito come Gesù non ci chiede fatiche inutili ma ci chiede ciò che serve per vivere un amore pieno ed autentico.

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