Per custodire la famiglia bisogna curare le ferite

Custodire la famiglia dall’inizio prima che sia troppo tardi

Per ferita si intende l’interruzione dei tessuti causata da agenti esterni. Da questa definizione notiamo che la ferita ė data da un’interruzione, certo. Quindi presupponiamo che, prima di essere interrotto, quel qualcosa era lineare, unito, insieme, una cosa sola. Ma se questa cosa sola non c’era in partenza, ecco che la ferita preesiste; quindi all’inizio di un rapporto tra persone, ciascuno porta in sé la sua ferita.

La ferita del peccato

Ciò che mette il muro, cioè ferisce in partenza la relazione, è esattamente il peccato. Il peccato non ci rende concavi, cioè accoglienti così come l’utero è pronto ad accogliere la vita, ma altresì ci rende convessi, contrastanti, spigolosi, piuttosto tendenti a creare morti intorno, cioè a far soccombere l’altro perché ci dobbiamo difendere. Ci riesce difficile capire che la donna fu creata per l’uomo perché «unico aiuto che gli fosse simile» (Gn 2,20) e, per questo motivo, piuttosto che esserci un incontro, spesso si verifica lo scontro. Così nasce una coppia. Non è concava, ma è convessa. Con gli spigoli della propria umanità che, a seconda della personale storia, sarà un convesso mammone, un convesso alla professione, una convessa tutta “battipanni e pattine”, oppure un po’ trasandata, o tutta sua mamma (secondo lui), tutta dedita solo ai figli e, così via, ognuno metta i suoi spigoli.

 

È qui che può giocarsi il meglio per edificare una coppia, indi una famiglia. I due convessi, cioè i due feriti, diventeranno una coppia meravigliosa se aiutati nell’ascendere. Qui sta il punto, anzi il rovesciamento del pensiero secondo cui la coppia e la famiglia ferita è quando siamo alla frutta. In parte è vero perché, come dicono gli esperti, la frutta andrebbe mangiata prima dei pasti per evitare la fermentazione; invece noi la mangiamo alla fine. Ma, frutta a parte, il punto è che il matrimonio è un’ascesi e non una discesa.

Il matrimonio è gravido d’amore reciproco

Quindi, dalle ferite si arriva alla cicatrice totale attraverso il balsamo continuo e curativo. Ecco dove partire. Che gli spigoli dei due “convessi” si arrotonderanno e che tu diventerai marito attraverso tua moglie e tu diventerai moglie attraverso tuo marito. Sarai madre attraverso il dono di tuo figlio, così come per te, padre.

Cammina, ci vorrà del tempo e non è vero il contrario, cioè che il tempo distrugge l’intento. Il matrimonio è gravido d’amore reciproco. Occorre saper attingere e forse ci vorrà qualcuno che ti accompagni bene, cara coppia!

 

È partendo da ferito che sarai salvato, e alla separazione saprai non arrivarci. Certo che non mancheranno “le discese ardite e le risalite”, le porte sbattute, la caparbietà, la non fedeltà e tutta la materia del peccato. Ma è proprio questa la ferita della famiglia.

Riempire la valigia…

Cosa manca allora per dire alla gente chi è la famiglia ferita? Il fatto che non ė vero che prima andava tutto bene, che abbiamo iniziato bene e poi abbiamo fatto il botto. Siamo invece partiti feriti e con la valigia vuota e se riconosceremo con umiltà questa realtà, piano piano, nel viaggio della vita, riempiremo la valigia del vestito giusto per ogni stagione. Persino il cappello a punta diventerà una magnifica bombetta se saremo in grado di smussare gli angoli.

Ciò che è convesso diventerà concavo come l’Amore di Dio che abbraccia TUTTI. E in tutto questo, prima di arrivare al botto, la famiglia non deve rimanere SOLA. È da qui, dall’inizio, che dobbiamo custodire la famiglia. Una pastorale che dalle ferite partorirà famiglie sane e saprà trarre da una SOLIDA partenza un glorioso TRAGUARDO a gloria di Dio Padre!

(Fine)

Prima parte dell’articolo

Cristina

I fidanzati devono rientrare nel mistero di Cristo.

Bellissimo il discorso di Papa Francesco all’Inaugurazione dell’anno giudiziario della sacra Rota. Molto interessante.

Oggi vorrei tornare sul tema del rapporto tra fede e matrimonio, in particolare sulle prospettive di fede insite nel contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale. San Giovanni Paolo II ha messo bene in luce, basandosi sull’insegnamento della Sacra Scrittura, «quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione […]. La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (Enc. Fides et ratio, 16). Pertanto, quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più «l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello “stolto”. Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1,7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di sé stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare “Dio non esiste” (cfr Sal 14[13],1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino» (ibid., 17).

Da parte sua, Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo Discorso a voi rivolto, ricordava che «solo aprendosi alla verità di Dio […] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo […]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane […], inclusa quella matrimoniale» (26 gennaio 2013, 2). È quanto mai necessario approfondire il rapporto fra amore e verità. «L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» (Enc. Lumen fidei, 27).

Non possiamo nasconderci che una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne. Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede.

Di fronte a questa situazione, occorre trovare validi rimedi. Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza. In questa circostanza, la missione redentrice di Gesù raggiunge l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita di amore. Questo momento diventa per tutta la comunità una straordinaria occasione di missione. Oggi più che mai, questa preparazione si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani. Sono, infatti, numerosi i giovani per i quali l’approssimarsi delle nozze costituisce l’occasione per incontrare di nuovo la fede da molto tempo relegata ai margini della loro vita; essi, per altro, si trovano in un momento particolare, caratterizzato spesso anche dalla disponibilità a rivedere e a cambiare l’orientamento dell’esistenza. Può essere, quindi, un tempo favorevole per rinnovare il proprio incontro con la persona di Gesù Cristo, con il messaggio del Vangelo e con la dottrina della Chiesa.

Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi.

In questo spirito, mi sento di ribadire la necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio. Accogliendo gli auspici dei Padri dell’ultimo Sinodo Ordinario, è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti.

Un secondo rimedio è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto. Si tratta di incoraggiarli a considerare i vari aspetti della loro quotidiana vita coppia, che è segno e strumento dell’amore di Dio, incarnato nella storia degli uomini. Faccio due esempi. Anzitutto, l’amore del quale la nuova famiglia vive ha la sua radice e fonte ultima nel mistero della Trinità, per cui essa porta questo sigillo nonostante le fatiche e le povertà con cui deve misurarsi nella propria vita quotidiana. Un altro esempio: la storia d’amore della coppia cristiana è parte della storia sacra, perché abitata da Dio e perché Dio non viene mai meno all’impegno che ha assunto con gli sposi nel giorno delle nozze; Egli infatti è «un Dio fedele e non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13).

La comunità cristiana è chiamata ad accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie, offrendo occasioni e strumenti adeguati – a partire dalla partecipazione alla Messa domenicale – per curare la vita spirituale sia all’interno della vita familiare, sia nell’ambito della programmazione pastorale in parrocchia o nelle aggregazioni. Spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini. Ma è proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza e un forte sostegno spirituale, anche nell’opera educativa dei figli, nei confronti dei quali sono i primi testimoni e portatori del dono della fede. Nel cammino di crescita umana e spirituale dei giovani sposi è auspicabile che vi siano dei gruppi di riferimento nei quali poter compiere un cammino di formazione permanente: attraverso l’ascolto della Parola, il confronto sulle tematiche che interessano la vita delle famiglie, la preghiera, la condivisione fraterna.

Questi due rimedi che ho indicato sono finalizzati a favorire un idoneo contesto di fede nel quale celebrare e vivere il matrimonio. Un aspetto così determinante per la solidità e verità del sacramento nuziale, richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014).

Lo Spirito Santo, che guida sempre e in tutto il Popolo santo di Dio, assista e sostenga quanti, sacerdoti e laici, si impegnano e si impegneranno in questo campo, affinché non perdano mai lo slancio e il coraggio di adoperarsi per la bellezza delle famiglie cristiane, nonostante le insidie rovinose della cultura dominante dell’effimero e del provvisorio.

Papa Francesco

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/january/documents/papa-francesco_20170121_anno-giudiziario-rota-romana.html

Divorzio: sacramento dell’adulterio.

Nel lontano 1974, l’allora card. Luciani Patriarca di Venezia, scrisse questa lettera rivolta ai fedeli del suo patriarcato durante l’accesa campagna referendaria volta a introdurre il divorzio nell’ordinamento legislativo italiano. Quella battaglia, come sapete, è stata persa, ma queste righe sono ancora attualissime perchè esprimono una verità che nessuna legge riuscirà mai a cancellare. Papa Giovanni Paolo I è ricordato come il Papa del sorriso, della dolcezza ma su un tema delicato come il divorzio la sua posizione è ferma e netta.

Non comincio dal Vangelo, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio: il “sacramento dell’adulterio”. Il quale “sacramento” non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l’antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall’arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: “Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli”.

Andando più in là di Alcibiade, penso che l’ amore matrimoniale sia donazione di sé all’altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall’ altra esclude tutti. Quell’amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull’amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. “Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!”. Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori (“Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo”). Perfino i momenti dell’intimità sono solcati da tristi baleni (“E se domani un’altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi”).

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c’è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. “Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre”. “Farei la civetta con quell’uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere”.

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa – anche buoni – siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c’è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. “Sacramento dell’adulterio”. Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell’uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant’anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui “rifarsi una vita”. Ma lei? Specialmente se è un po’ sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

“Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l’assegno dell’ ex marito”. Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell’ uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l’ ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria… Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all’università.

Ho detto “i genitori”. Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l’atteggiamento, gli dirà: “Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?”. In questa situazione, com’è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.

Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D’accordo, questi casi esistono e meritano tanta comprensione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. È la tesi del romanzo Un divorzio di Paolo Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: “Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m’ha chiamato dall’America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l’eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!”. “Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!”. Negli stati divorzisti è avvenuto. “È solo una piccola apertura”. Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d’acqua.

Ho scritto, lo ripeto: non a lume di Vangelo, ma — penso — di senso comune.

Questo documento di Giovanni Paolo I, scritto il 12 aprile 1974, quando era ancora patriarca di Venezia, è tratto dalla rivista “Humilitas” del Novembre 1989.

Il matrimonio felice. Non capita per caso.

Ogni tanto anche su giornali come Repubblica si trovano articoli interessanti e che vale la pena approfondire. Uno di questi è l’articolo che ho linkato qui Matrimoni sempre più in crisi, ecco perché le coppie non durano Qesto articolo cerca di comprendere il perchè tanti matrimoni falliscono. E’ una visione parziale, per noi credenti, perchè considera solo gli aspetti sociali e psicologici e non religiosi ma è comunque molto interessante.

Le cause trovate non sono molte, la dinamica che porta all’insuccesso si ripete innumerevoli volte per innumerevoli coppie. Le cause coincidono con quei fattori che ogni uomo dovrebbe prendere in considerazione e affrontare prima di sposarsi.

1)L’amore non è un sentimento,

2)Ci sposiamo per completarci ed essere felici

3) Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni. Quante persone si sposano credendo che quello sia l’amore? Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasormazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro/a non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, e sbaglia, e si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Errore gigantesco. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

 

Ho conservato la fede(ltà).

Addio all’obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo – spiega il sito di informazione legale ‘Studio Cataldi’ – consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l’intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l’art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe “il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi”.

(dal Messaggero del 15/12/2016)

La fedeltà. E’ davvero un concetto medioevale? E’ davvero qualcosa di cui possiamo fare a meno? Per me la fedeltà non è un obbligo. La fedeltà è sentirmi uomo. La fedeltà è dignità. La fedeltà è mantenere la parola. La fedeltà è non tradire. La fedeltà è dare il meglio. La fedeltà è non accontentarsi. La fedeltà è vincere le pulsioni. La fedeltà è amare a prescindere. Amare la mia sposa perché è lei, e non perché mi sta dando qualcosa. La fedeltà mi avvicina a Dio. La fedeltà è fondamenta dell’amore. La fedeltà mi fa sentire forte. La fedeltà è la casa dei miei bambini. La fedeltà non mi fa vergognare davanti a Dio. La fedeltà è luce per me, per la mia famiglia e per il mondo. La fedeltà fa il matrimonio. Io voglio un amore fedele. E’ il mio cuore a chiederlo perché solo in un amore così posso trovare nutrimento. Una relazione che non pretende la fedeltà non mi interessa, non vale niente. Una relazione senza fedeltà è disimpegno, è egoismo, è ipocrisia, promettendo l’amore vuole solo usare. Per questo ho voluto fortemente il sacramento del matrimonio. Perché è qualcosa di grande, di difficile, che a volta spaventa ma che davvero vale la pena. Un matrimonio senza fedeltà è una bugia. Un matrimonio senza fedeltà non fa per me. Cari deputati e cari senatori, io non voglio accontentarmi della povertà che mi offrite. Io sono più di ciò che voi volete farmi credere. Io sono capace di mantenere la mia promessa e mi impegnerò ogni giorno per renderlo possibile. Il vostro matrimonio potete ternervelo, io voglio il massimo, io voglio Dio. Io voglio arrivare alla fine dei miei giorni, guardare mia moglie, sorriderle e dirle come disse San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede(ltà).“.

Antonio e Luisa

Lasciati amare da me!

Oggi condivido con tutti voi una testimonianza. Una testimonianza semplice, una testimonianza di un matrimonio fallito, una testimonianza che dovrebbe raccontare di dolore e risentimento verso Dio e verso il mondo. Invece il dolore c’è, non è cancellato, ma è superato dalla fede e dalla speranza. Questa testimonianza scritta con un linguaggio semplice e confidenziale trasmette proprio questo. Una grande fede e speranza in Dio, che nonostante i nostri errori e il nostro libero arbitrio continua ad amarci sempre senza posa. Grazie Chiara, oggi ci hai insegnato qualcosa e ci hai mostrato la grandezza del matrimonio. Fedele fino alla croce nella certezza che Dio non  ci abbandona mai.

Ecco la testimonianza di Chiara, l’ho lasciata così come mi è arrivata, perchè anche la premessa iniziale è bella e utile.

 

Allora ..veniamo a noi..quello che mi chiedi è “woooow”! Una cosa grande per me, scrivere un articolo, anche perché l’argomento è davvero vasto (e parlo della mia esperienza) sono 4 anni di dolore, deserto, discernimento, purificazione molto lunghi che mi hanno condotto alla gioia. Posso, se sei d’accordo, provare a tirare giù le situazioni più importanti e ciò che hanno significato nella mia esperienza. Quello che volevo passare nel post è che Dio vuole sempre fare una storia con noi ed anche quando ci mettiamo in situazioni difficili perché siamo stati distanti, perché non siamo stati al suo cospetto, lo abbiamo tenuto fuori dalle nostre scelte..quando noi gridiamo a Lui, ovunque siamo finiti, Lui ci viene a prendere..e ci conduce sulla sua strada. Questo vale per chiunque gli apra il cuore. Nei figli è tutto vero che non fanno l’esperienza “più giusta” cristianamente parlando ma, se avviene che almeno uno dei due genitori fa spazio a Dio nel suo cuore e si appella alla Misericordia di Dio per mezzo del sangue di Cristo, vedono questo e vivono il Vangelo (“Io sono come luce venuta nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” Gv 12,46-48). In che modo si vive il Vangelo? Innanzi tutto nello stringere una nuova alleanza che comporta la fedeltà alla promessa, la riconciliazione mediante il sangue di Cristo quindi essere consapevoli di essere stati riscattati con il Suo sangue (i sacramenti) e infine seguire e mettere in pratica l’Amore al nemico attraverso l’ascolto della parola e la preghiera..in guerra ci si va ben muniti. Eh sì, l’ex coniuge è un vero e proprio nemico ancora più forte di quando si è in una coppia conflittuale, perché la legge che dovrebbe tutelare, in realtà separa e permette ancora meno il dialogo per non parlare delle famiglie di origine, degli amici o dei nuovi compagni..tutto sembra concorrere a separare sempre di più. I figli vivranno una scissione vera e propria perchè vedranno due “verità” (i bambini tendono a “normalizzare” qualsiasi realtà e a dare per vero tutto ciò che vivono. Vallo a spiegare ad una bimba di 3 anni chi è il vero Dio, ma ho fiducia che lo capirà molto presto) e quindi a confusione. Di queste due verità solo in una si sentono “in pace” allora il compito è di rimanere aggrappati alla croce perché solo nella croce c’è la risurrezione, solo nella morte c’è la Vita Eterna. Nella pratica significa morire nella carne e fare spazio allo Spirito di Dio. Questo donarsi giorno dopo giorno, cercando il dialogo, lottando contro la tentazione della distruzione dell’altro (che poi è distruzione di se stessi), a gli occhi di un bambino è dare testimonianza che si può amare in quella situazione, che se un matrimonio (umano) è finito, con Dio l’amore non finisce! E si cresce..e cresce il seme dell’amore. Una domanda che mi ha posto mia figlia è stata:” perché te e papà non vi amate più e papà ama un’altra?” Bella domanda mi veniva da rispondere..pensandoci su e pregandoci ancora più su mi ha fatto riflettere che l’amore non è roba nostra è roba di Dio, noi “scimmiottiamo” un amore ma altro non è che assecondare istinti e passioni che durano il tempo che impiega un fiammifero per bruciare. Che Dio è discreto e ti lascia LIBERO, non ti chiede nulla in cambio, anzi ti vorrebbe dare, ma spesso siamo noi a rifiutare il Suo Amore. Per cui se un figlio dice il suo “No” Dio lo rispetta.. Amare è anche rispettare. Quanti “No” ho detto a Dio..! E lui non si è mai arreso con me, per niente! Anzi mi ha corteggiata, mi ha dato giorno dopo giorno ciò che pensavo fosse la mia felicità fino a quando sono stata io a chiedergli “Cosa posso fare per dimostrarti il mio amore per te?” E Lui ha risposto chiaro:”Lasciati amare da me! Ho grandi progetti per te, non avere paura!” Se ha corteggiato così me, cosa mi dovrebbe far pensare che non desideri lo stesso anche per il padre di mia figlia? E per mia figlia? Per cui essere in Cristo significa agire nel bene, significa chi è stato amato per primo, dia l’esempio. Ora dove mi condurrà questa strada lo scoprirò man mano che la percorro. Ad oggi il Signore ha usato misericordia con me ed ha fatto verità nella mia vita: di fatto il mio matrimonio cristiano non è mai stato in essere e anche questo dovrò, negli anni, trovare il modo di spiegarlo a mia figlia. E non ultimo in me comprendere cosa sia un matrimonio cristiano e continuare a lavorare sulle mie ferite che, può sembrare strano, ma questo “amore al nemico” è parecchio curativo..! Fa più bene a me!  Inoltre, se noi genitori abbiamo un briciolo di fede, sappiamo che i nostri figli sono di Dio. Per cui se Dio vorrà con Nicole fare una storia grande lo farà..purché lei dica il suo “Si” (personalmente spero che lo dica forte e chiaro da subito e non come il mio nel tempo..). Come prevenire un “non matrimonio”? (E qui sarò un pò critica ma banale ) Se un sacerdote per essere pronto a ricevere questo sacramento necessita di un percorso lungo oltre 5 anni di discernimento, preghiera e parola, come può chi si avvicina al sacramento del matrimonio essere pronto con 14 incontri? Spesso i pretendenti sposi pensano di essere vicini a Dio ma frequentemente non è così.. Purtroppo! Mi rendo conto che non è possibile avere corsi prematrimoniali più lunghi perché molti vengono anche contro voglia ma credo sia fondamentale puntare sul discernimento, concentrare l’attenzione dei giovani a comprendere a che punto sono e ci vuole molta intuizione dei sacerdoti e catechisti per comprendere se quei giovani sono nella Verità oppure no. Spero di aver dato una testimonianza chiara. Ti ringrazio.

Chiara

Il divorzio sporca l’immagine di Dio.

Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. Io ho capito, Irina, quando tu spiegavi le difficoltà che tante volte vengono nel matrimonio: le incomprensioni, le tentazioni… “Mah, risolviamo la cosa per la strada del divorzio, e così io mi cerco un altro, lui si cerca un’altra, e incominciamo di nuovo”. Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga?

Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio.

Il Papa, nel suo discorso a Tbilisi del 1 ottobre, ha usato proprio queste parole. Perchè il divorzio sporca l’immagine di Dio? Cosa fanno di tanto grave due persone che si separano e rinnegano la promessa sigillata il giorno del matrimonio? Il Papa non ha usato queste parole a caso. Quando ci sposiamo davanti al Signore, lo facciamo partecipe e artefice della nostra relazione. Entriamo in Chiesa in due e ne usciamo in tre. Dio da quel momento (in realtà dal primo rapporto fisico) abita la nostra relazione. Ce ne ricordiamo durante la nostra relazione che non siamo due ma siamo tre? Ci comportiamo in casa tra di noi nello stesso modo in cui ci comporteremmo davanti al Santissimo Sacramento? Santifichiamo nostra moglie e nostro marito, rendendo grazie che attraverso lui o lei possiamo fare esperienza di Dio? Ricorriamo alla preghiera e al perdono quando le cose tra noi non funzionano bene? Tutte le volte che non lo facciamo sporchiamo l’immagine di Dio e il divorzio, separazione pubblica e definitiva, ne è la manifestazione più brutta. L’alleanza tra Dio e il suo popolo è un’alleanza sponsale. L’alleanza tra Gesù è la Chiesa è sponsale. Solo con il matrimonio possiamo spiegare la relazione tra Gesù e la Sua Chiesa, cioè ognuno di noi battezzati. Io sono sposa di Cristo (anche da maschio, il gender non centra). Tutte le volte che facciamo a meno di Dio e permettiamo che l’egoismo e il peccato guidino le nostre azioni e la nostra relazione matrimoniale, stiamo sporcando quell’immagine di Dio, che solo noi sposi possiamo donare al mondo. Ogni divorzio rende il mondo un po’ meno luminoso, uccide un po’ di speranza e l’immagine di Dio sarà un po’ meno comprensibile. Grazie a Dio, sono tante le coppie che si vogliono bene nonostante tutto e ci sono addirittura persone che restano fedeli al matrimonio nonostante l’abbandono. Il divorzio sporca l’immagine di Dio ma queste persone la lucidano e la rendono splendente.

potete leggere il bellissimo discorso del Papa qui

Antonio e Luisa

Comunione ai divorziati risposati?

Il 305 è il punto “incriminato”. Il punto incriminato che, letto insieme alla nota 351 posta in calce all’esortazione Amoris Laetitia, apre ai sacramenti per i divorziati risposati:

305. Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà». La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.


nota 351 In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44:AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»

In questi mesi ho sentito e letto di tutto. Da un’apertura totale (quasi che il matrimonio indissolubile non esistesse più) fino a una chiusura totale.

Ma cosa voleva tramettere il Papa con la sua esortazione apostolica?

Sinceramente durante questi mesi non l’ho capito, nonostante abbia cercato di informarmi, ma più leggevo e più trovavo pareri discordanti e la mia confusione cresceva. Sia chiaro che non voglio giudicare la vita delle persone ed ergermi a giudice, ma voglio soltanto capire. Ultimamente però la nebbia si sta diradando. Giorno dopo giorno sto comprendendo sempre di più l’azione pastorale di Papa Francesco e anche il suo modo di scrivere e parlare. Gli ultimi dubbi mi sono stati chiariti da un documento uscito pochi giorni fa dove i vescovi argentini forniscono una serie di indicazioni per applicare quanto chiesto da Francesco e, cosa fondamentale, che lo stesso Papa ha approvato.

Il documento afferma: «Quando le circostanze concrete di una coppia (di divorziati risposati) lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede — si legge nel documento — si può proporre l’impegno di vivere in continenza». L’Amoris laetitia «non ignora le difficoltà di questa opzione e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione quando si manchi a questo proposito». In altre circostanze più complesse e quando non si è potuto «ottenere una dichiarazione di nullità — sottolinea il testo — l’opzione menzionata può non essere di fatto praticabile». È possibile, tuttavia, compiere ugualmente «un cammino di discernimento». E «se si giunge a riconoscere che, in un caso concreto, ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, particolarmente quando una persona consideri che cadrebbe in una ulteriore mancanza provocando danno ai figli della nuova unione, Amoris laetitia apre alla possibilità dell’accesso ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia». Questo, a sua volta, dispone la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.

Il documento sottolinea come occorra evitare di intendere questa possibilità come un «accesso illimitato ai sacramenti o come se qualsiasi situazione lo giustificasse». Ciò che si propone è piuttosto un discernimento che «distingua adeguatamente ogni caso». Speciale attenzione richiedono alcune situazioni, come quella di una nuova unione che viene da un recente divorzio, oppure quella di chi è più volte venuto meno agli impegni familiari, o ancora di chi attua «una sorta di apologia o di ostentazione della propria situazione, come se fosse parte dell’ideale cristiano». In questi casi più difficili, i sacerdoti devono accompagnare con pazienza cercando qualche cammino di integrazione. È importante, si legge nel testo, «orientare le persone a mettersi con la propria coscienza davanti a Dio, e perciò è utile l’esame di coscienza» che propone l’esortazione apostolica, specialmente in ciò che fa riferimento al comportamento verso i figli o verso il coniuge abbandonato. In ogni caso, quando ci sono «ingiustizie non risolte, l’accesso ai sacramenti è particolarmente scandaloso».

Per questo il documento afferma che «può essere conveniente che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in maniera riservata, soprattutto quando si prevedono situazioni di conflitto». Allo stesso tempo, però, non si deve tralasciare di accompagnare la comunità perché «cresca in uno spirito di comprensione e di accoglienza, senza che ciò implichi creare confusioni nell’insegnamento della Chiesa riguardo al matrimonio indissolubile». A questo proposito i presuli ricordano che «la comunità è strumento della misericordia che è “immeritata, incondizionata e gratuita”». Soprattutto, ribadiscono che il discernimento «non si chiude, perché è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in maniera più piena».

Da questo documento preparato dai vescovi argentini possiamo cercare di decifrare i punti salienti.

La comunione non è per tutti i divorziati risposati. Amoris Laetitia non apre indiscriminatamente a tutti. Serve un discernimento serio, un accompagnamento della Chiesa, un percorso e alla fine, solo in certi casi, si può giungere alla comunione anche per alcuni divorziati risposati. Non è possibile accedere ai sacramenti per quei coniugi che hanno lasciato alle proprie spalle situazioni di ingiustizie non risolte, quindi di persone che hanno abbandonato (il documento le cita come particolarmente scandalose), oppure persone che vedono nel divorzio e nella nuova unione un ideale cristiano in quanto basato sul sentimento dell’amore (secondo loro). Tutte queste persone sono, se lo richiedono, da accompagnare con pazienza, scrive il documento, per portarli pian piano a comprendere la loro situazione. In questi casi integrazione senza comunione. Da quello che comprendo io, la comunione potrà essere ammessa in un numero limitato di casi. Serve infatti che la persona abbia subito la separazione o che pur avendola procurata, sia una storia da tempo affrontata e superata con l’altro coniuge. Serve inoltre la volontà e la fede di voler far parte della Chiesa. Ma tutto questo non basta. Bisogna procedere a verificare la possibile nullità della precedente unione matrimoniale. Molti matrimoni infatti sono nulli in partenza. Molti sposi si uniscono in matrimonio senza la consapevolezza di cosa stiano facendo ed escludono qualche elemento fondamentale affinché la promessa sia valida. Verificata l’impossibilità di chiedere la nullità, chi accompagna ha il dovere di proporre l’astensione dai rapporti, la continenza che ricordiamo è quanto la Chiesa ha chiesto fino ad oggi. Qui Francesco va oltre. Si rende conto che, pur continuando a ritenere valida la proposta dei suoi predecessori, per poterla mettere in pratica serve una consapevolezza, una fede e una maturità che pochi hanno, tanto da scoraggiare quanti pur animati da buone intenzioni, vedono la proposta della Chiesa non misericordiosa ma troppo severa e impossibile da attuare. Qui il Papa chiede pazienza e misericordia. Chiede di accompagnare con compassione. Chiede di non nascondere la verità, ma di renderla raggiungibile non come una scalata di una parete verticale (proponibile a pochi) ma come una salita dura ma realizzabile da tutti. Ed ecco che i vescovi argentini propongono l’astinenza, la confessione nel caso non si riesca a realizzarla sempre e, in pochi casi dove sono presenti bambini e l’astinenza porterebbe più danni che benefici, la concessione ad avere rapporti. Tutto questo va verificato caso per caso ed è impossibileconcedere i sacramenti  quando la situazione precedente non è risolta. L’accompagnamento della Chiesa, dice sempre il documento, non si esaurisce mai, la comunità cristiana deve accogliere queste persone, integrarle ed aiutarle a crescere sempre più nella fede, nella forza e nella consapevolezza.

Il cardinal Biffi proprio su questo tema diceva alcuni anni fa:

Dalla narrazione evangelica apprendiamo dunque che Gesù annuncia senza attenuazioni e senza sconti il progetto originario del Padre sull’uomo e sulla donna. Però guarda sempre con simpatia e comprensione quanti di fatto hanno avvilito questo ideale con le loro prevaricazioni. I “peccatori” sono da lui trattati con affettuosa cordialità. Non li ritiene estranei e lontani; anzi li considera i naturali destinatari della sua missione: <<Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori>> (Mt 9,13). Con questo atteggiamento benevolo riesce a salvare l’adultera dalla lapidazione (Gv 8,1-11); difende cavallerescamente la donna che è qualificata come peccatrice della città (Lc 7,37); avvia con la samaritana dalle molte esperienze un colloquio garbato e schietto che conquista il suo cuore (Gv 4, 5-42).

Attenzione però: la sua però non è la misericordia apparente del permessivismo; è la misericordia sostanziale che, senza disprezzare e umiliare, sospinge al ravvedimento e alla rinascita interiore.

Io non so se questa è la via giusta. Io sono un legalista, per me esiste il bianco e il nero. Non c’è gradualità del male ma solo gradualità del bene. Si può crescere nel bene se si cerca di abbandonare il male completamente. Questo è il mio limite e la mia forza.

Il Papa mi chiede di fare un passo in più. Mi chiede di avere ben salda e presente la verità che la Chiesa ci insegna sul matrimonio, ma anche di non dimenticarmi della vita, della storia, delle sofferenze e dei fallimenti delle persone divorziate. Forse ha ragione lui: l’accompagnamento, se realizzato senza nascondere la verità e tendente a raggiungerla, può essere la via cristiana che porta al bene. Papa Francesco è un dono di Dio, mi sta aiutando a crescere nella mia fede, costringendomi a mettermi in discussione ogni volta.

Antonio e Luisa

 

 

Bisogna tornare alle origini.

Due giorni fa il Vangelo riportava la disputa tra i farisei e Gesù sul matrimonio, dopo che il giorno prima  era morto Marco Pannella, strenue combattente, tra le altre sue battaglie, anche per l’approvazione della legge sul divorzio. Non è mia intenzione giudicare o parlare di questa figura comunque determinante nella vita sociale del nostro paese, ma queste due situazioni mi hanno portato a riflettere su quanto sta accadendo in tutto il mondo occidentale.Siamo persone circondate di amici, siamo molto social con mille attività ma non capaci di donarsi e aprirsi veramente, non capaci di essere fino in fondo ciò che siamo agli occhi di Dio. Tutto verte intorno ai nostri bisogni, ai nostri desideri, alla nostra volontà  che è l’unico vero faro della nostra vita, dove non c’è posto per altri se non fino a quando ci sono utili a soddisfare il nostro egoismo. Gesù dice che all’origine non era così, all’origine siamo stati creati per esistere solo in una relazione d’amore, solo amando, cioè donando noi stessi. Per questo la legge sul divorzio è totalmente contraria alla Legge di Dio perché distrugge l’armonia dell’origine, ci abilita a rinnegare ciò che siamo in profondità in nome di una ricerca della felicità basata sull’egoismo. Ci promette la libertà legandoci sempre più a noi stessi e alle nostre emozioni. Ci promette libertà e ci rende schiavi. Ero totalmente dentro questa mentalità, tanto che il matrimonio mi spaventava molto. Solo l’incontro con Gesù, attraverso persone sante  che mi hanno amato  senza condizioni, ha potuto distruggere queste catene e crepare quella pietra che imprigionava il mio cuore. La pietra non si è disintegrata, però, mi è costata tanta fatica e colpo di scalpello dopo l’altro sto liberando il mio cuore. Lo scalpello è la castità vissuta prima e dopo il matrimonio.  Don Antonello Iapicca (un sacerdote missionario che per me sta diventando una voce importante e che ascolto tutti i giorni grazie ai social), commentando il Vangelo del giorno, ha usato un’immagine molto bella che mi ha colpito molto. Dio non ha creato la mia sposa e me disgiuntamente, ma ha creato me pensandomi per la mia sposa e la mia sposa pensandola per me. Ci ha creato come una persona sola, immagine vera di Dio, che incarna il modo di amare maschile e femminile, paterno e materno. Solo nell’unione indissolubile io e la mia sposa siamo perfetti, siamo come Dio ci vuole, siamo aderenti alla nostra realtà corporale e spirituale. Solo in, con e per Luisa io potrò essere felice ed essere nel più profondo ciò che sono e lo stesso vale per la mia sposa. Il divorzio rompe tutto questo, è un peccato gravissimo non perché disubbidiamo a Dio, ma perché tradiamo la nostra essenza, la verità delle origini e ci condanniamo alla continua ricerca della felicità e di quella pienezza che non troveremo mai.

Caro Marco Pannella, mi auguro con tutto il cuore che Gesù ti abbia accolto nel suo abbraccio di sposo, ma non posso dirti grazie per ciò in cui hai creduto e combattuto, hai contribuito a condannare all’infelicità tante persone. Hai venduto schiavitù e tenebra promettendo libertà e gioia.

Le tue leggi ci hanno resi schiavi della nostra “libertà”, pronti ad eliminare ogni situazione che costi fatica e sofferenza. Così ben venga il divorzio, l’aborto e l’eutanasia.

Caro Pannella, Dio ci ha reso liberi, sì, liberi di amare nonostante le difficoltà e le fatiche; liberi di dire il nostro sì sempre. Solo così saremo liberi veramente, liberi come figli di Dio.

Antonio