Così com’è

Arcabas Natale

Pochi giorni dopo Natale e penso a Rachele. Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata. Non riesco, in quanto donna, ad immaginare – nemmeno pensare – in un’altra ottica se non in quella femminile. Quella che mi è data, di cui mi sento impregnata ed è la strada in cui provo a camminare. Penso a Rachele perché il Natale non è una magia, una formula ma un’incidenza che chiede di fidarsi e lasciarsi fare. Lasciarsi raggiungere nella propria storia, nelle proprie pieghe e nelle ferite che al femminile spesso sono questioni di carne, sangue e viscere. Tutto in noi donne si muove e tutto in noi ci muove.

Natale e penso a Giuseppe o a Pietro con le loro mani affaticate dal duro lavoro. Di loro sappiamo poi non molte parole e nel mio immaginario, quando ero bambina, me li ero sempre figurata un po’ burberi. Non sapevo allora, perdonatemi, che erano “soltanto” maschi ma solidamente uomini.

Sono sempre più convinta, anche grazie al mio lavoro di educatrice, che il dono di poterci guardare e trovare differenti sia una grande benedizione e un disegno meraviglioso. Maschio e femmina, uomo e donna. Nella promessa e nella possibilità di essere l’uno per l’altra. Con immense fatiche e solitudini, dolori e gioie di credere a quanto si vede ma non si comprende. Tutto questo nel grande mistero di poter generare e diventare adulti, forse più saggi e attenti ai nostri piccoli, capaci di concretezza nel quotidiano così ostinato.

Guardandomi attorno vedo quanto può essere di aiuto la preghiera, questa costante fragile che non può e non deve smettere di circolare nelle nostre case. Nelle diverse forme che assume, per come riusciamo e a seconda di quanto stiamo vivendo e affrontando nelle stagioni della vita. Le nostre famiglie sono pur sempre piccole storie che crescono, cambiano, cadono, guariscono, sono nutrite da semplice umanità e Grazia impercettibile.

Natale e penso a Maria, giovane coraggiosa, che procede silenziosa perché il silenzio da sempre e in ogni tempo ha accompagnato la vita che nasce, il vero che accade e la libertà che si ottiene.

Si può scegliere, si può starci. Insieme

Buon Natale!

Federica

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Nasce Gesù: dove lo metto?

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo..

Carissimi, qualche giorno fa è nato il quarto bebè di una coppia di nostri amici. Siamo molto felici per loro per questo grande dono che hanno ricevuto.

Ci raccontavano che era da più di un mese che stavano risistemando casa. Vivono in un appartamento e i metri quadri sono sempre molto pochi per chi ha tre figli…figuriamoci per chi ne ha quattro.

Hanno spostato mobili e figli…la terzogenita ora è in camera con i fratelli più grandi e i giocattoli sono stati ammassati in un armadio per fare spazio al fasciatoio e a tutto il resto che servirà per il nuovo arrivato.

Siamo fatti così…quando c’è una nascita in casa…facciamo spazio.

Anche quando sappiamo che verrà a trovarci una persona cara – sperando che non venga all’improvviso altrimenti la parte moglie della coppia potrebbe subire un attacco di cuore – facciamo spazio tra i giocattoli, la polvere e le figlie sul pavimento e cerchiamo di far trovare almeno una sedia che sia sgombra dai vestiti per farla accomodare in un luogo abbastanza decente.

Alla notizia di un ospite facciamo spazio. E’ così. Ed è positivo che sia così.
Anche il grembo materno per accogliere la vita fa spazio affinché quella vita possa crescere.

Tutto questo fare posto ci fa pensare al Natale.

In qualche modo in questi giorni noi cristiani stiamo pensando a Gesù che è nato.
Detta così sembra una situazione dolce e piena di miele (o di zucchero a velo…buono per il Pandoro)…ma a pensarci il panico dovrebbe prenderci un po’ a tutti.

Nasce Gesù: benissimo…che bello. Ma dove lo metto?

Allora eccoci tutti affaccendati a pensare alla culletta in cartapesta da preparata nel presepe…o, i più temerari, hanno addirittura iniziato un lungo esame di coscienza per fare spazio a Gesù che viene, si sa…a nascere nei cuori.
Facciamo spazio…noi…poveri illusi…

Ci sei rimasto maluccio eh…ti immaginavi già con le alucce e l’aureola sulla testa mentre dicevi a Gesù bambino:

“Vieni carissimo Gesù Bambino…vieni…ti ho preparato una culla da paura!!! C’ha pure il riscaldamento nel materassino…guarda che comfort che trovi nel mio cuore appena lucidato e confessato!!! Posso offrirti un biberon?”

E ci rimani ancora peggio quando vedi questo Gesù bambino che si butta giù dalla culla di sughero cinese e va ad adagiarsi sul pavimento di quella stanza di casa tua che chiudi sempre accuratamente quando arrivano gli ospiti.

In quella stanza c’è il delirio e ti vergogni…ma lui pare che voglia stare lì.

“Ma quindi non va bene confessarsi per il Natale?”

Certamente che bisogna confessarsi ed arrivare pronti a questo incontro…ma spesso crediamo che Gesù venga a farci visita solo se siamo buoni (un po’ come fa babbo natale).

..Dunque…se Gesù viene indipendentemente se me lo merito o meno…sorge spontanea una domanda:


Nasce Gesù: dove lo trovo?”

Prendiamo il Vangelo e leggiamo:


“Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’ era posto nell’alloggio. In quella stessa regione c’erano anche alcuni pastori. Essi passavano la notte all’aperto per fare la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi ebbero una grande paura. L’angelo disse: ‘Non temete! Io vi porto una bella notizia che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi per voi, nella città di Davide, è nato il Salvatore, il Cristo, il Signore. Lo riconoscerete così: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia’.
(Luca 2,1-14)
  


Maria dà alla luce il suo primogenito, lo avvolge in fasce e lo pone in una mangiatoia, perché non c’è posto per loro nell’alloggio; e gli angeli annunziano ai pastori che la mangiatoia è il segno per riconoscere il Messia.

Maria “adagia” Gesù in una mangiatoia: il bambino è accudito, ma viene posto in luogo improprio.

Una mangiatoia dunque.

Non sappiamo se avete mai visto una vera mangiatoia. Spesso fanno davvero schifo. Puzzano, sono un ricettacolo di insetti, bave di animali, sporcizia.

Ma i Pastori che arriveranno hanno ricevuto queste strane indicazioni dall’Angelo: il Bambino sta in un luogo in cui solitamente si mette il cibo.

Sappiamo bene che la prima necessità di un neonato è di essere accudito e nutrito: questo bimbo invece è al posto dell’alimento. Infatti quando sarà più grandicello dirà: «il mio corpo è vero cibo».

Ma torniamo a noi…
Dicevamo che tu hai preparato a Gesù una camera a cinque stelle nell’albergo del tuo cuore e Lui sceglie ancora una volta di andare a ficcarsi in quello spazio sporco e disordinato…e sai perché?

Perché tu in quell’albergo di lusso non ci abiti e dopo cinque minuti di contemplazione beata del bambinello…tra le luci intermittenti e le zampogne…ti rompi le scatole e vai via.

E magari andando via ti fermi a mangiare in una bettola e fai quello che fai solitamente: litigare con tua moglie, alzare la voce con i tuoi figli, maledire la signora che abita al piano di sopra che quando torna a casa non si toglie i tacchi…

In altre parole tu abiti solitamente nella bettola più squallida…tu abiti tendenzialmente in relazioni abbastanza ferite.
Ma è lì, proprio in quella tua mangiatoia sporca e piena di insetti e batteri che Gesù vuole stare…affinché tu la smetta di nutrirti di cibo avariato ed inizi a nutrirti di Lui…che è vero cibo e vera bevanda.

Ora magari inizi a pensare: che belle queste parole…ma io sono 40 anni che vado in Chiesa, che mi confesso affinché i miei appetiti non abbiano più potere su di me…affinché possa essere una persona guarita che non divora gli altri ma che si fa pane per gli altri…e invece sembra di stare al punto di partenza!!


E mentre la pubblicità del panettone dice che a Natale siamo tutti più buoni tu ti ritrovi più cattivo e ancora una volta urli contro il cielo:

“Gesù dove sei???!!! Perché non mi aiuti!!!!! Sei nato, ma non sei nato a casa mia!!!


Ma il punto non è che Gesù non nasce a casa tua…forse sei tu che lo stai cercando nel posto sbagliato!


Hai mai pensato che il tuo sposo malandato e maleodorante è, in realtà, la mangiatoia in cui Gesù si fa trovare????!!!!

Hai mai pensato che la tua sposa che dorme accanto a te…con i suoi logorroici sentimenti che tanto ti snervano…sia proprio lei quella mangiatoia in cui Gesù si fa trovare?

Anche tu come i pastori sei invitato a riconoscere in quella mangiatoia la presenza del Signore Gesù, il Signore della storia che viene a guarirti, a perdonarti, a donarti un cuore grande che sappia accogliere, a salvarti…anche attraverso le fatiche dovute al tuo sposo o le mancanze della tua sposa.

In quella mangiatoia che è la relazione con il tuo coniuge tu puoi fare l’incontro con Gesù che nasce per te!


E allora non nella culla di cartapesta, non nell’albergo dolce e pulito del tuo cuore, ma nel tuo Matrimonio proprio così com’è tu puoi incontrare Gesù…

Non nel Matrimonio perfetto (che non esiste)…ma in tutti i matrimoni cristiani…anche in quelli in cui uno dei due è andato via per seguire i propri istinti…o uno dei è andato via perché è stato tradito…anche lì c’è Gesù!!!

…e sai perché?

E il Verbo si fece carne” sentiamo a Natale nel Vangelo di Giovanni…Natale è Dio che si incarna, diventa uomo per farsi incontrare…grazie al Matrimonio Sacramento tu puoi incontrarlo nella carne, nella persona del tuo sposo.

E se vivi un matrimonio gravemente ferito? Si!!! Anche li lo trovi!

Tu incontri Cristo che soffre insieme a te! Se il tuo coniuge è fuggito e tu resti fedele al Sacramento ricevuto, tu Gesù lo incontri perché Gesù non tradisce mai e se glielo chiedi saprà come consolare il tuo cuore che resta fedele a quel si” che hai detto innanzitutto al Lui!!!

Oggi, in qualsiasi stato si trovi il tuo Matrimonio, tu puoi incontrare Cristo perché da quando siete sposati Cristo abita SEMPRE SEMPRE SEMPRE SEMPRE in mezzo a voi due…e questo non perché lo meritiate, ma perché Cristo per Sua Volontà si dona a voi con tutto sé stesso!

Allora il vostro matrimonio è veramente quella mangiatoia in cui Cristo si fa trovare per farsi dono per voi.

…e allora: Gesù Nasce…e tu lo hai trovato! Questo non risolve i tuoi problemi? Forse no…ma ora sai di non essere più solo.

Buon Natale!!!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Dal dono al per..dono

UNA CARTA DI COLOR ORO

Come possiamo vivere l’ottica del dono? Il giorno del sì, quel giorno speciale dove non ho occhi che per te, dove l’emozione supera la realtà e la fantasia, dove mi avvicino al mio raggiunto sposo o sposa, nei pressi dell’altare, io so che l’altro è un dono. Me l’hanno spiegato benissimo i catechisti e il sacerdote durante l’itinerario prematrimoniale anzi, con una cura particolarissima, si sono prodigati nel far entrare nelle rispettive menti che, quel dono rimarrà per sempre un dono, un regalo che, liberamente scelto, il Signore mi impacchetterà con tutti i suoi talenti. Una cosa però viene sicuramente detta: il dono può avere dei difetti, può modificarsi rispetto all’attuale fattezza, ma loro, i futuri sposi, se ne infischiano di ciò che potrà essere perché, per il momento, vogliono quel dono costi quel che costi! Nessun avvertimento, nessuna ammonizione su qualche atteggiamento negativo, di legame, di immaturità o di altra natura potrà far scoraggiare lei o lui che desiderano accogliere quel dono perché i due che arrivano alla soglia delle nozze vogliono sposarsi. Io scelgo te e tu scegli me perché tutti gli altri non hanno ragione di esistere. Non ci sono altri doni oggi nel mio cuore, soltanto tu. E quando viene fuori il tuo difetto? Quando non riusciamo più a guardarci negli occhi? Quando io voglio essere felice per prima? Quando monetizzo il nostro amore? Quando comincio a scegliere altri doni? Quando me ne vado di casa perché non sono più innamorato? Ti prego, tu che mi stai a fianco, lotta infinitamente perché non debba perdere l’ottica del dono. Il Signore mi ha regalato proprio te affinché mi aiutassi a conservare e custodire il dono che sei. Gratuitamente siamo stati reciprocamente donati e non potremo regalarci ad altri, riciclando noi stessi. Quel dono era originario, “ex novo” per l’uno e per l’altra. Rivestiamoci di una nuova carta e regaliamoci con gli occhi di un giorno nuovo. Gratuitamente ricevo e gratuitamente dono, per questo, quel giorno, ti ho sposato. È come l’oro il mio dono!

UNA CARTA DI COLOR AZZURRO

Si nasce aridi, isolati, cioè soli nel proprio mondo e ci si incontra come due vastissimi deserti. Nel deserto il protagonista sono io che devo sopravvivere al caldo, al sole, alla sete e all’arsura. Può darsi che improvvisamente arriva una grande pioggia e debbo trovar riparo, devo sapermi difendere. Ognuno è un deserto con vari accampamenti raramente localizzati. Ci sono le tende della famiglia d’origine, dei fratelli, dei rapporti con l’autorità. Le tende della stima e della sottostima, della stabilità e della precarietà. Dell’idolatria, dell’instabilità emotiva, dell’ordine e del disordine. Le esigenze personali sono vastissime e a un certo punto i due deserti si ampliano perché due vastità diventano un deserto grandissimo. Solitudine, smarrimento. La mente si desertifica, azzerando qualsiasi barlume di soluzione del più piccolo dei problemi, ingigantendo lo scoraggiamento. Nel deserto dalla sete si ansima, si tira fuori la lingua per poter camminare. Ma ecco in lontananza si scorge l’oasi, non un miraggio, ma un’oasi vera, una speranza, un incontro. L’oasi è una perché siano una cosa sola e da essa zampilla acqua fresca e risanante. Può darsi che solo uno sarà particolarmente assetato e se l’altra non si occuperà di dissetare si arriverà ad un amore arido e infecondo. Se invece i due deserti si incontreranno nell’irrigarsi a vicenda sboccerà quel magnifico fiore che il matrimonio comporta! E il cielo si tinge d’azzurro.

UNA CARTA DI COLOR ROSSO

Tutto parte dal cuore, che è la sede dei nostri pensieri. Al capitolo 7 del Vangelo di Marco
si legge:… «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (v. 20-23). Se accogliamo la Parola di Dio, che è vera, certa e si compie, siamo già molto avvantaggiati perché proprio qui è la nostra salvezza. Gesù, nostro Medico, gratuitamente, ci attraversa con la radiografia e la visita cardiologica e ci fornisce la diagnosi esatta della patologia che ci appartiene. Che gioia conoscere ogni spazio del nostro cuore e poter essere guariti senza spesa ma con, addirittura, il guadagno, il centuplo fino al pensionamento completo dell’eternità. Se solo comprendessimo questo già saremmo tutti gioiosi e liberi. Invece occorre uno sforzo, un atto della volontà che risponda alla domanda che Gesù ci pone continuamente: “Vuoi guarire?”. Solo chi ha consapevolezza del proprio disagio, della propria malattia, ha necessità di guarigione perché, al contrario, chi ritiene di essere sano, non abbisogna di nulla. Ecco perché il Signore visita i nostri cuori e scende nel profondo senza farci male perché il suo “bisturi” è affilato con lo Spirito Santo. Lui, che conosciamo attraverso il nutrimento dell’eucaristia, ci rende noto chi veramente siamo e se ci lasciamo scrutare, noi stessi chiederemo a Lui cosa vogliamo diventare. Il Signore entra nella nostra vita così come ci trova ma vuole trasformarci come vuole Lui. Che bello aderire al suo progetto! Dunque, Signore nostro, vogliamo scrutare i nostri cuori, personalmente e come coppia, perché conoscendo quel piccolo “buco nero”, del nostro peccato più profondo, possiamo chiederti la grazia di un cambiamento radicale affinché la nostra gioia cresca e sia piena. Dov’è Gesù nostro il tuo ambulatorio? Dai a noi l’indirizzo preciso così che possiamo fissar l’appuntamento per il trapianto cardiaco, dal cuore di pietra al cuore di carne! E il cuore si tinge di rosso, di un rosso vivo e pulsante. Ecco tre piccoli pacchi dono, con la carta oro, azzurra e rossa. Forse se li scartiamo tutti e tre possiamo giungere al per-dono, perché un regalo non può che suscitare amore, alimentando, sempre più, il desiderio che al male occorre rispondere solo con il bene e più doni saranno reciprocamente elargiti tanto più i perdoni sgorgheranno in altrettanti pacchi!

Cristina Righi

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Il nostro matrimonio è una natività

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

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Fare ed essere memoria

Nel Vangelo odierno (Luca 1, 67-79) della Feria propria si narra così : << …… Zaccarìa, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. …..>>.

Non riportiamo tutto il cantico per esigenze di spazio (vi invitiamo a sfogliare la vostra Bibbia casalinga), ma vorremmo mettere in risalto solo alcuni particolari. Questo cantico è compreso nel capitolo 1, nel quale è descritta una scena simile proprio pochi versetti prima di questi, e guarda caso quella ricolma di Spirito Santo stavolta è la moglie di Zaccaria, la famosa Elisabetta.

Che meraviglia, due sposi entrambi ricolmi di Spirito Santo, entrambi profetano, entrambi attori in prima linea nel compimento della Storia della Salvezza, nel senso che hanno un ruolo particolarissimo, in quanto hanno cresciuto il grande S.Giovanni Battista. D’accordo la grazia divina, d’accordo le scelte personali di fede, però…..qualcuno avrà pur cresciuto quel Giovanni nel timor di Dio, qualcuno gli avrà insegnato la Parola (quello che noi chiamiamo Antico Testamento), qualcuno gli avrà insegnato a vivere in conformità alla legge di Dio (il moderno catechismo) e gli sarà stato d’esempio.

Avete mai approfondito la questione del martirio del Battista ? Lui ha denunciato l’adulterio di Erode (oltre alle altre nefandezze) e siccome dava fastidio alla bella Erodiade la sua risolutezza nell’accusarla di adulterio, gli fu tagliata la testa. Vi siete mai chiesti da dove provenisse questa fermezza del Battista ? Non è che magari a quel Giovanni, vedendo Erode e la sua concubina Erodiade, tornasse alla memoria la bella e santa esperienza vissuta in famiglia dai propri genitori ? Noi crediamo di sì, e cioè siamo sicuri che Zaccaria ed Elisabetta abbiano contribuito fortemente a radicare nel cuore di Giovanni l’idea che il matrimonio fosse una cosa santa da vivere, da custodire, da amare, da preservare, di cui rendere conto al buon Dio e per cui ringraziarLo.

In questo cantico, proclamato oggi, Zaccaria vede già in questo neonato il profeta dell’Altissimo, così come sua moglie Elisabetta riconosce già Maria come Madre del Signore e lo stesso Gesù come Signore già presente nel grembo verginale della Madonna. Due sposi esemplari, due cuori allenati a vivere ogni giorno alla presenza di Dio. Perché riescono a fare memoria continua delle Grazie del Signore lungo la storia di Israele, ma anche lungo la propria storia di coppia e personale; e poi questa memoria diventa vita, il loro matrimonio diventa memoria per Giovanni che nutrito da questa bellezza incarnata, prenderà da adulto il vigore necessario per la propria missione. E sarà una missione che continuerà a fare memoria della misericordia di Dio, che aveva predetto la venuta di un Salvatore.

Da qui, il nostro invito a fare ed essere memoria della Grazia del Signore, sì, ma concretamente. In questi giorni in cui si sta in famiglia, coi parenti, con le famiglie d’origine, ma anche con gli amici….. prima di tirar fuori i fagioli per la tombolata, prima di fare il secondo round (la cena), prima della rivincita a carte, tirate fuori l’album delle fotografie di nozze. Daiiiii….è un’esperienza bellissima, non lasciamo che l’album diventi una metropoli per acari; c’è l’album nostro, l’album dei nonni, l’album dei suoceri, l’album degli zii…….immaginiamo……….Guarda come eravamo/eravate : giovani, pieni di entusiasmo, pieni di speranze, pieni di sogni, un po’ incoscienti forse, eravamo poveri di soldi ma ricchi d’amore, ma con l’aiuto di Dio avete/abbiamo cresciuto i nostri figli, senza il Signore non ce l’avremmo fatta…….e adesso…..fuori i fagioli per la tombola intanto che la nonna cuoce il cotechino con le lenticchie.

Buona Natale nel Signore Gesù.

Giorgio e Valentina

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Un amore troppo grande!

L’amore sponsale è una realtà che non può restare circoscritta solo alla coppia. L’amore degli sposi è così grande e così forte, quando è curato e custodito, che come un fiume in piena ha bisogno di esondare. Esonda quando diventa carne, in ogni figlio generato dalla coppia, ma esonda anche in tanti altri modi, diventando fecondo per tanti. L’amore degli sposi è così: se non è fecondo muore. Per spiegarmi meglio ho pensato di condividere un breve racconto.

Giovanni era una persona accogliente. Lo era sempre stato. Da quando però si era sposato lo era diventato in modo esagerato. La moglie Marta apprezzava questa virtù di suo marito. Era una di quelle caratteristiche che l’avevano fatta innamorare di lui. Sempre pronto a farsi prossimo al povero fuori dalla chiesa e al migrante, ma non solo. C’era sempre posto alla sua tavola per l’amico in crisi o per quello che voleva un consiglio. La loro casa era davvero un porto di mare. Marta non sapeva mai chi e quante persone aspettarsi per cena. Possibile che Giovanni non capiva? Lei era stanca, i bambini, il lavoro, la casa in disordine. Poi certo non può mettere in tavola minestra e formaggio se arrivano ospiti. Si sentiva in obbligo di cucinare qualcosa di decente e questo le portava via tempo ed energie. Dopo l’ennesima improvvisata che Giovanni le fece subire, Marta sbottò: Giovanni! Basta! Non puoi fare sempre di testa tua e portare a casa tutta questa gente. Pensa un po’ anche a noi, alla tua famiglia!

Giovanni non si scompose. Stette un attimo assorto e poi disse: Marta, se faccio tutto questo è solo colpa tua. E’ colpa dell’amore che abbiamo costruito, è colpa di come sai accogliermi e volermi bene. E’ colpa di come sai essere generosa con me e misericordiosa con i miei difetti e le mie mancanze. Tutto questo amore che mi dai è così tanto che poi io non riesco a trattenerlo. E’ troppo devo restituirlo a te, ma non basta. Sento il bisogno di restituirlo ad ogni persona che incontro. Perchè in quella persona c’è quel Gesù che mi ha donato te, c’è quel Gesù che mi ama immensamente attraverso di te. Tante volte sono stato povero e tu mi hai amato comunque. Come faccio a non fare altrettanto con il povero che incontro? Sia esso un migrante sconosciuto o un amico che ha il cuore sofferente.

Marta rimase spiazzata e non articolò parola, allora Giovanni concluse dicendo: Marta stai tranquilla. Marta cerca di essere un po’ più Maria. Ricordi le sorelle di Lazzaro e l’episodio di Gesù che va a casa loro. Le persone che accogliamo non cercano la casa lucida e ordinatissima, e mangiano volentieri minestra e formaggio. Quello che cercano è l’amore e noi quello possiamo darlo perchè la nostra casa ne è piena.

Marta si sciolse in un sorriso e abbracciò il suo Giovanni. Aveva ragione lui.

Antonio e Luisa

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Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

Antonio e Luisa

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E se fossimo tutte “famiglie ferite”?

Veglia di preghiera per le famiglie ferite, percorso diocesano per le famiglie ferite, progetto pastorale per le famiglie ferite. Ultimamente sentiamo questa espressione “famiglie ferite” sempre più di frequente e ogni volta ci verrebbe da alzare la mano dicendo “Eccoci, presenti!”. E invece il nostro alzare la mano sarebbe fuori luogo, perché è un’espressione di solito utilizzata negli ambienti diocesani ed ecclesiali in genere, per indicare le famiglie e le coppie “irregolari”, quelle divorziate e quelle divorziate risposate, per intenderci.

Ma davvero solo perché non apparteniamo a queste due categorie, noi, “gli altri” che siamo regolarmente sposati, possiamo NON dirci “famiglia ferita”?

Certo, la ferita a cui ha fatto riferimento il papa la prima volta che ha usato  questa espressione indicava una realtà precisa, ovvero quando la ferita riguarda il sacramento del matrimonio, cioè tutte quelle persone che hanno visto in qualche modo fallire il loro progetto di vita di coppia e ne portano il peso, compreso il fatto di percepire una certa diffidenza e il sentirsi non completamente accolte all’interno della stessa comunità cristiana.

E quindi, proprio noi che alle volte facciamo sentire queste persone escluse e differenti, possiamo non dirci “famiglia ferita”?

Chi di noi non ha ferite nella propria storia di coppia e nella propria storia personale (che quindi evidentemente diventano ferite di coppia pure quelle)?

Chi porta la ferita di un conflitto con la famiglia di origine, chi porta la ferita della sterilità, chi quella di un figlio con handicap, chi quella di un figlio morto prematuramente, chi porta una ferita nella propria sessualità, chi, ancora, quella di un abbandono, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Ci sono ferite più evidenti, che saltano più all’occhio, e ferite meno evidenti, che conoscono solo i diretti interessati, perché troppo intime, troppo dolorose anche solo da nominare.

Ci sono ferite di cui siamo consapevoli e ferite di cui non siamo consapevoli, ma di cui ugualmente portiamo il peso attraverso le nostre rigidità, le nostre false sicurezze, le nostre chiusure, le nostre difese ben serrate.

Ci sono ferite più invadenti e ferite meno invadenti, croci più pesanti da portare e croci meno pesanti, ma tutti, ripeto, tutti, siamo famiglie ferite.

Ah, e non dimentichiamoci del Sacramento del matrimonio. Solo perché il nostro pare “funzionare” pensiamo di essere sempre un’immagine impeccabile del Sacramento che abbiamo celebrato? Siamo realmente un’icona credibile dell’amore di Dio per l’umanità? Noi no, anzi.

Quanto meno perché tutti abbiamo in noi il segno di una ferita, la ferita per eccellenza, quella del peccato originale. Sì, il Battesimo ci ha fatto creatura nuova in Cristo, ma in noi resta l’inclinazione al peccato, come se fossimo su di un piano inclinato che ci porta a “peccare”, cioè fondamentalmente ad avere paura per noi stessi, spingendoci quindi a preservare e ad affermare noi stessi a scapito dell’altro. Tutti portiamo il segno di questa ferita, che ci porta a guardare con sospetto la relazione con l’altro, a temere che l’altro possa privarci di qualcosa, che possa ferirci, approfittarsi di noi, oppure che non sia interessato a noi, o ancora che ci voglia ingannare, manipolare, ecc… anche questo elenco potrebbe essere molto lungo, e la parola “altro” è da intendersi sia con la a minuscola che con la A maiuscola. Sono due facce della stessa medaglia, e se non fosse abbastanza chiaro, le ferite che porti verso l’altro (i fratelli) e verso l’Altro (Dio) sono esattamente le stesse.

Un amico mi raccontava che durante gli esercizi spirituali ignaziani ha riconosciuto in lui un pensiero ricorrente del nemico che era “A Dio tu non interessi, ha di meglio da fare, non ha tempo da perdere con te”. Mesi dopo, ha riconosciuto questo stesso pensiero verso suo padre, ricontattando il sé bambino, ripensando al fatto che il padre non è mai andato alle sue partite di basket perché, evidentemente, aveva di meglio da fare. Questo era, nella sua storia, uno degli effetti del peccato originale, che aveva intaccato l’immagine di Dio ma anche, in parte, il suo modo di relazionarsi, tendendo a rendersi sempre brillante e interessante, appunto, per il timore che le altre persone si voltassero dall’altra parte, pensa un po’.

Che ci piaccia o no questa è la nostra situazione, e ognuno porta dentro di sé una versione particolare di “contro-parola” – direbbe don Fabio Rosini – o effetto del peccato originale nella propria storia, con cui, se sarà fortunato, potrà fare i conti. La cosa peggiore che possa capitare infatti, credo sia non accorgersene e restare fermi alla superficie finendo per collocarsi sul versante di quelli non feriti, dei bravi, di quelli che hanno fatto tutte le cose a modo, o peggio, che credono di aver meritato ciò che di buono hanno nella vita a suon di buone azioni e sforzi di volontà.

Essere cristiani non significa essere bravi e perfetti, il cristiano non è uno indenne, uno che non si è mai ferito, ma uno le cui ferite sono diventate luogo di salvezza.

Il cristiano è qualcuno che ha sperimentato come il Signore si sia rivelato e lo abbia visitato proprio attraverso le ferite della sua storia, ed è testimone del fatto che queste stesse ferite sono diventate feritoie di grazia per la propria vita.

Solo così, da questa prospettiva, possiamo incontrare veramente gli altri con tutto il bagaglio di sofferenza che portano, da “famiglia ferita” a “famiglia ferita”: la Chiesa allora sarà realmente quell’ospedale da campo di cui più volte ha parlato Papa Francesco.

Di questo ci parla il Natale, di un Dio che non ha temuto di prendere un corpo come il nostro e di farsi carico delle nostre ferite, affinché le nostre fragilità potessero divenire il luogo della manifestazione della sua grazia.

“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”  (Is 53,5)

Buon cammino a tutti verso il Signore che viene.

Giulia e Tommaso

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2019/12/e-se-fossimo-tutte-famiglie-ferite/

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Tutti buoni a Natale…tranne noi.

..di Pietro e Filomena, “Sposi & Spose di Cristo”.

“Din Don Dan suonan le campan”…tra qualche giorno sarà Natale.

Quanta bontà vediamo in giro…lo zucchero a velo imbianca le labbra dei Media e dei Centri Commerciali. Tutti buoni quest’anno tranne io e mia moglie.

Abbiamo ancora poche ore per allinearci, per sintonizzarci sul canale Bontà.

Allora dobbiamo darci da fare, ma non sappiamo da dove cominciare. Io inizierei col mangiare panettoni, ma forse serve a poco.

Mia moglie mi dice: “Passami il miele, è li sulla credenza! Dai sbrigati, ne mangeremo un po’ e poi sorrideremo un po’ a tutti…un po’ a casaccio!”

“Amore mio! Altro che miele, scendiamo in farmacia a comprare una boccetta di sciroppo di glucosio” le urlo io entusiasta della mia idea. 

Allora corriamo e facciamo il nostro acquisto provando ad abbozzare un sorriso o almeno un briciolo di cortesia, ma ecco che la dottoressa col rossetto rosso, che si intona con il vestito di Babbo Natale che saluta e balla sul registratore di cassa, ci sorride e ci dice: “Buon Natale!”

…Ahimè, devo constatare che anche una farmacista e il suo babbo Natale cinese sono più dolci di me e mia moglie. Che rabbia!!!

Cosa non sta funzionando quest’anno?

Torniamo a casa e andiamo a controllare in soggiorno: le luci sull’albero funzionano e creano la loro magia…forse il problema è nella loro intermittenza!

Anche io, a pensarci, ieri ero più buono, oggi no. Domani chissà. Se mi staccassero la spina starei meglio senza la mia intermittenza sentimentale. O forse no. Sarei solo più triste senza neanche sperare che l’intermittenza della luce alternata mi porterà ancora a splendere.

Ci buttiamo sul divano: in lontananza sentiamo l’eco di uno zampognaro hi-tech che suona Tu scendi dalle stelle con un remix degno di Gigi d’Agostino. A quel punto ci mettiamo a piangere. Questo è troppo. E ci addormentiamo stanchi, tristi e arrabbiati sul divano in soggiorno.

Durante la notte mi sveglio per la sete (lo sciroppo di glucosio mi ha dato solo tanta sete) e butto un occhio sul presepe che, molto più piccolo del nostro mega albero, sta lì in un angolino a farsi i fatti suoi.

Le statuine di san Giuseppe e di Maria sono una rivolta verso l’altro.

Le lucine intorno creano smorfie intermittenti sui loro volti di gesso. Non mi sembrano buoni, né dolci…ma preoccupati. In quell’angolo del soggiorno fa più freddo perché quella parete è esposta a nord, e lì il muschio non è una casualità o un addobbo natalizio.

Mi avvicino per cercare di capire le loro preoccupazioni attratto dal fatto che, come me, le statuine non sprizzano sorrisi.

Prendo in mano san Giuseppe e gli racconto un due parole cosa ci sta accadendo e gli chiedo se sappia dirmi qualcosa sulla nostra angoscia natalizia e lui mi risponde:

“Amico mio, la bontà è atteggiamento da desiderare…un dono da chiedere all’ Altissimo. Essere buoni non è tanto sorridere, ma trasformare il male in bene. Vedi, ad esempio, tu hai fatto il presepe sulla parete più fredda della tua casa. Questo per me e mia moglie ora è un problema poiché a breve avremo un bambino da accudire e scaldare. Non possiamo sorridere molto in questo momento di preoccupazione, ma vogliamo essere buoni e perdonarti perché anche se ci hai messi al freddo, noi preghiamo per te e chiediamo per te il bene.”

Ascoltate queste parole comprendo meglio il senso del Natale…e dopo aver spostato su un’altra parete il piccolo presepe e messo vicino loro una stufetta mi faccio il segno della croce e chiedo a Gesù Bambino che è ancora nascosto nel cassetto sotto al presepe:

“Dolcissimo Gesù, per quest’anno ti chiedo di farmi una grazia…ti chiedo la grazia di essere buono…come Te. Anche quando il mio cuore si agita perché qualcuno mi tiene al buio e al freddo nel suo cuore, ricordami che Tu sei il Bene che scalda la mia vita.

Ti chiedo il dono di Te stesso! Si Gesù! Donami Te stesso! Amen!”.

Dopo aver fatto la mia preghierina torno a dormire e un piccolo sorriso mi spunta sulle labbra perché mi sono ricordato che Gesù mi ama ed è questo che rende buono il mio cuore.

Buon(o) Natale a tutti!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Che povero un Natale senza Gesù

A cosa serve l’Avvento? Cosa dice a me l’Avvento? Ogni anno arriva e ogni anno mi trova di corsa. Lavoro, scuola dei figli, lezioni di piano, violoncello, tennis, catechismo più tutto il resto. La spesa, il traffico, le ore passate in auto. La stanchezza cronica che mi illudo di poter superare con un po’ di sonno. Gli imprevisti sempre dietro l’angolo. Programmare, fare e brigare. Non c’è tempo. Sono perennemente in ritardo. Questa è la vita di un padre di quattro figli. Per fortuna arriva il Natale. Per fortuna il Natale è preceduto dal periodo di Avvento. Come potremmo altrimenti? Il Natale va atteso per poterlo accogliere. Non può essere qualcosa da vivere senza un cuore aperto e preparato. Rischia davvero di non lasciarci nulla. Rischia di scivolare via e passare senza lasciare traccia nel nostro cuore. Anzi rischia di lasciare un malessere come qualcosa di perso, di lasciato andare senza assaporarlo. Invece l’Avvento ti chiede di fermarti. Basta poco. Basta qualche minuto di silenzio e preghiera. Un momento in cui interrompere la corsa e ascoltare te stesso e Gesù in te. Contemplare la bellezza di ciò che sta per accadere. Rendersi conto che senza quel bambino che sta per arrivare anche quest’anno, come ogni anno, nulla avrebbe senso. Non avrebbe senso correre e impegnarsi. Non avrebbe senso neanche sposarsi e mettere al mondo dei figli. Quel bambino che arriva riempie il cuore di pienezza. I problemi non passano, gli impegni non diminuiscono, le preoccupazioni restano, ma quel bambino mette tutto al posto giusto, dà il giusto peso alle cose. Il colore liturgico del periodo di Avvento è il viola. Viola che ci ricorda la penitenza. Una penitenza però lieta. Un fermarsi per ammirare la meraviglia di un Dio bambino che nasce nel nostro mondo per dirci che questo mondo non è così buio come ci appare, che tutto ha un senso, che la fatica ha un compimento, che la sofferenza può essere donata per qualcosa di misterioso ma grande. Gesù nasce per portare nuova vita alla nostra vita stanca, per lenire le nostre ferite. Sto scrivendo a pochi giorni dal Natale. Giorni in cui sto ricevendo decine di mail di auguri. Mail ricevute da colleghi di lavoro e da utenti. Beh in quasi tutte queste mail di auguri manca il riferimento a Gesù che nasce. Ci sono palle, alberi, babbi, decorazioni ma non c’è Gesù. Questa è la povertà del nostro tempo. Questa è la povertà del nostro Natale, fatto di tante lucine ed effetti speciali, ma che non scalda il cuore e che lascia le persone come prima. Alcuni giorni fa un giocatore di volley, Davide Saitta, che gioca a Ravenna in serie A, ha avuto il coraggio di porre l’attenzione sulle partite disputate a Natale. E’ stato dileggiato per la sua fede e accusato di non voler giocare nonostante l’ottimo stipendio. E’ un privilegiato. Sarà anche così, ma è altrettanto vero che non è indispensabile giocare a Natale e che questa scelta della federazione dimostra la scarsa sensibilità della nostra società verso questa celebrazione. Tutto è ormai solo business. Credo che la chiusa più bella per questo articolo siano proprio le parole di Davide: Mi fa male pensare che non sarò con la mia famiglia nella notte in cui nasce Gesù. Davide ha dimostrato di essere davvero un privilegiato. Non per il lavoro che fa, ma per la consapevolezza che ha nel cuore.

Vieni Gesù nasci anche quest’anno, abbiamo bisogno di te. Siamo poveri e viviamo al freddo senza il calore di un amore che dia senso a tutto.

(L’immagine in copertina è tratta dal Resto del Carlino)

Antonio e Luisa

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Avvento: una corona in famiglia

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Come i Barbapapà

Oggi ci lasceremo meravigliare dalla prima Lettura di Domenica scorsa e cioè Is 35, 1-6. 8. 10. E’ una lettura che ci è piaciuta un sacco perché porta con sè una carica di speranza potente, e pare che Isaia non sappia più quali immagini prendere in prestito dalla natura per descrivere tanta bellezza divina. La riportiamo:

<< Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto. >>

Ovviamente sta parlando del Paradiso, ma forse anche di una vita nuova data dalla conversione di ogni giorno. E’ interessante notare come il deserto, la terra arida e la steppa, non cambino nome ma subiscano una trasformazione: diventano cioè un deserto rallegrato e la steppa fiorita; così come le mani fiacche saranno sempre mani ma irrobustite, e le ginocchia resteranno ginocchia ma salde. E’ come la trasformazione che adottano i Barbapapà: restano sempre se stessi, con le loro caratteristiche, colore, indole, ma…..cambiano forma e si allungano e si restringono, si appiattiscono e si gonfiano, ecc….

Cosa sta dicendo Isaia alla nostra coppia ? Ci sta esortando a sperare che un giorno vedremo la gloria del Signore (anche in questa vita , se crediamo ), ma saremo sempre noi, saremo sempre un deserto ma rallegrato, una steppa ma fiorita. A volte noi pretendiamo di vedere la gloria di Dio nella nostra coppia, nel nostro coniuge sperando che di lui/lei non resti più traccia. E invece no, faremo sempre i conti con la nostra umanità, ma una umanità rinnovata. Non dobbiamo pensare che il nostro coniuge si smaterializzi in un attimo e compaia un altro, sarà sempre lui/lei ma con una umanità rifiorita. Quando ci si guarda indietro dopo un po’ di anni di matrimonio ben vissuto, ci si accorge che ci si è adattati l’uno all’altro come i Barbapapà, e non ci si concepisce più da soli ma solo in funzione del legame con lei/lui. E il nostro amore vissuto nel nostro matrimonio non è riproducibile con nessun altro perché le cicatrici che ha il nostro amore/legame/relazione le conosciamo solo noi.

Isaia, poi, dice che giunge la vendetta. Ma quale sarà la vendetta di Dio ? Tranquilli non è quella dei supereroi con armi fotoniche e razzi supersonici a spazzar via i cattivi dalla faccia della Terra…..no la vendetta di Dio è dare il premio ai giusti, la ricompensa divina ai suoi figli e dare il castigo eterno ai cattivi.

Per questa settimana allora impegnamoci a dire al nostro amato/a che un giorno fuggiranno tristezza e pianto, che un giorno le nostre fatiche che sopportiamo ogni giorno saranno ricompensate, ma in eterno addirittura. Sì, perchè il Signore non bada a spese, Lui è uno sprecone in amore, non ha misura, la sua misura è non misurare, ti dona sempre in abbondanza.

Coraggio, e viva gli sposi Barbapapà

Giorgio e Valentina.

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Il piacere non è un prodotto di fattori ma il frutto di una pianta da curare

Alcuni giorni fa ho avuto il piacere di scambiare alcuni pensieri e riflessioni con Piergiorgio. Piergiorgio è un medico specializzato in sessuologia (non solo in questo). Mi ha riportato una frase del prof. José Noriega. Professore molto importante e conosciuto nell’ambito morale e familiare. Autore di numerose pubblicazioni e ordinario all’Istituto Giovanni Paolo II fino a pochi mesi fa. Cosa dice il professore? Semplicemente che il piacere è un frutto da far maturare e non un prodotto da ottenere. Detta così può non dire molto. In realtà dice tantissimo. Cercherò ora di elencare due riflessioni che possiamo trarre. Credo che siano fondamentali nella relazione di una coppia.

Il vino buono non è il primo ma quello più maturo.

Le nozze di Cana ci insegnano che l’amore più vero è quello che viene dopo. Anche l’amore più fisico ed erotico non fa eccezione. D’altronde cosa è l’amplesso fisico per noi sposi cristiani? E’ il noi che si fa carne. C’è un mondo intero che afferma che il sesso è trasgressione, che l’abitudine uccide la passione e il desiderio. Noi sposi cristiani testimoniamo che non è così. Fare l’amore sempre con la stessa persona, anno dopo anno, non stanca perchè è sempre diverso e sempre più bello. Come il vino delle nozze di Cana. Si perchè è vero che non si cambia partner e magari neanche il modo, ma cambia il nostro cuore che è ciò che più conta. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più saremo uniti e più sarà fonte di gioia e piacere. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. Più cresceremo in intimità ed unione nella nostra vita di coppia e nella nostra relazione sponsale e più la nostra unione fisica sarà ricca di gioia e piacere. Perchè in quell’amplesso non ci metteremo solo il nostro corpo ma tutto di noi, tutti i gesti di tenerezza che ci siamo scambiati, tutto i gesti di servizio che ci siamo donati, tutti gli sguardi e le parole di incoraggiamento. Tutti i perdoni e la misericordia che abbiamo ricevuto l’un l’altra. Capite bene come vivere l’amplesso in questo modo sia tutto un’altra cosa.

Il piacere va nutrito come una pianta. Conta molto il terreno in cui questa pianta è posta.

È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di un rapporto intimo. Bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Avere cura di questa dinamica significa trasformare il piacere da semplice orgasmo a culmine di un dialogo d’amore parlato al modo degli sposi: con la tenerezza. Il piacere viene arricchito di comunione di cuore e corpo. Tutta un’altra cosa.

Insomma c’è da far fatica. Il piacere non è il prodotto di tecniche amatorie. Lasciamo dire queste banalità agli altri. Noi sappiamo che non è così. Quelle bastano magari per un piacere solo superficiale e fisico. Il vero piacere è quello arricchito dalla relazione e che arriva fino al cuore. Per quello serve pazienza e una costante cura della nostra pianta, del nostro amore! Vale la pena impegnarsi!

Antonio e Luisa

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Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?

Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:
I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,
e beato colui che non si scandalizza di me».

Questo Vangelo provoca sentimenti contrastanti. Da un lato consola apprendere che anche Giovanni Battista, uno tra i più grandi santi, ha forse dei dubbi. Dall’altro acuisce una domanda che forse abita ancora il nostro cuore. Gesù è davvero il Dio del Cielo e della terra? Gesù è davvero il Dio della mia vita? Neanche Giovanni Battista è sicuro che Gesù sia il Cristo. Non è come se lo aspettava. Ognuno di noi ha un’idea di come debba essere Gesù e, solitamente, non coincide con il vero Gesù. Si lo sappiamo. Gesù è un Re atipico. Un Re messo in croce, un Re venuto per servire e non per essere servito. Lo sappiamo. L’abbiamo imparato in anni di pratica religiosa. La domanda è un’altra. Lo sa il nostro cuore? Non è una domanda banale. Quanto riconosciamo Gesù nella nostra vita? Anche quando c’è sofferenza, quando ci sono difficoltà, quando magari c’è la malattia o il lutto. In questi casi sapere chi è Gesù non serve a nulla se non lo si è accolto nel cuore. Non lo riconosciamo più. Perchè nel nostro intimo continuiamo ad avere un’altra idea di come dovrebbe essere. Non è possibile che Gesù, se è davvero Dio, permetta che nella mia vita accadano certe cose.  Queste dinamiche sono molto comuni e frequenti. Come allora accogliere dentro il cuore Gesù? Ci risponde il Vangelo. Dobbiamo fare esperienza di Lui. Fare esperienza di come davvero Lui ti cambia la vita. I ciechi recuperano la vista. Fare esperienza di come l’amore non sia un concetto astratto ma sia un atteggiamento del cuore che diventa volontà e azione. Fare esperienza di come questo modo di amare, fatto di servizio e di decentramento da sè, permetta di aprire gli occhi alla bellezza di una relazione matrimoniale permeata dalla presenza di Dio. Permette ai nostri occhi di vedere Dio nell’amore del nostro sposo e della nostra sposa e permette al nostro cuore di accogliere Gesù attraverso l’amore che doniamo all’amato/a. Gli storpi camminano. Senza Gesù i nostri passi sono incerti. Non sappiamo dove andare. Non sappiamo perchè camminare. Fare esperienza che un matrimonio, vissuto in una relazione autentica, sia una strada che permette di crescere, di trovare un senso, di avere una meta, beh cambia tutto. Il nostro cuore comincia ad accogliere quel Gesù a volte tanto indigesto. I lebbrosi sono guariti. Ci sentiamo brutti, inadeguati, fragili, incostanti, incapaci di tante cose. Spesso non ci piaciamo. Non ci amiamo. Fare esperienza di un Dio che ti ama incredibilmente per quello che sei. Un Dio che desidera il tuo amore come uno sposo desidera quello della sposa ti guarisce dalla lebbra del cuore e ti aiuta ad affrontare ogni situazione perchè hai la certezza di un amore che non puoi perdere. Un amore che non puoi meritare e per questo indissolubile, fedele e gratuito. I sordi riacquistano l’udito. La Parola di Dio va ascoltata. La Parola è feconda quando dice qualcosa a noi e alla nostra vita. Dice qualcosa al nostro matrimonio. Spesso non l’ascoltiamo o la ascoltiamo come qualcosa che non ci riguarda. Così la Parola non sarà modalità per fare esperienza di Dio ma un’esperienza vuota. Non basta aprire le orecchie! Va aperto il cuore. La Parola va interiorizzata e fatta nostra. Va custodita e meditata. Solo così incontreremo Gesù in quella Parola. I morti risuscitano. Incontrare Gesù ti restituisce la vita. Senza Gesù viviamo una vita che non è vera vita. La vita diventa un peso, una fatica. Smette di essere un dono. Come un matrimonio senza Gesù non è un vero matrimonio.  

Buon proseguimento di Avvento. Gesù è davvero il figlio di Dio. Ne siete convinti?

Antonio e Luisa

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Le foto brutte

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo:

…Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole di bassa leva, più che a quelli che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Il nostro matrimonio è un sì rinnovato ogni giorno

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì. Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria. Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno sì a Lui e alla mia sposa. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

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Amare è un verbo, non un sostantivo.

Oggi pubblico volentieri questa riflessione tratta dal romanzo di Alessandro D’Avenia Bianca come il latte, rossa come il sangue (2010) che Antonio vuole dedicare alla moglie Giovanna

Dedicato a mia moglie Giovanna, da Antonio

La parte in corsivo è un’ambientazione del brano che ho trascritto letteralmente.

Un ragazzo di 15 anni, Leonardo, si è trovato, nel primo anno di liceo, a vivere un amore, mai provato prima, verso una ragazza di terza liceo: Beatrice. Lei illumina, con il suo vivere, la sua purezza.

Queste doti non si fermano quando, poco dopo l’avvio dell’anno scolastico, a lei viene diagnosticata la leucemia, che, già prima della conclusione di quell’anno, la vedrà passare ad una vita che lei chiama, con serena convinzione, nonostante tutto, Paradiso. Questo evento è un trapasso combattutissimo soprattutto con quel Dio in cui credono sia Beatrice che Silvia, la migliore amica e compagna di classe di Leonardo, anche lei virtuosa e matura per l’età che ha, similmente a Beatrice.

Beatrice sembra ancora morta e basta per Leonardo, che fatica a farsi una ragione che il Dio Amore da lei professato possa aver lasciato che morisse: perchè loro due si amavano e perchè ai suoi occhi soprattutto lei è stata un ideale di virtù che andava ripagata subito da Dio, non abbandonandola alla malattia. Se Dio è amore, deve essere anche riconoscente in modo afferrabile con i sensi, che invece non la percepiscono più.

Ora Leonardo, terminato l’anno scolastico, è volentieri in vacanza in montagna, a lungo, solo con i suoi cari genitori. Per riprendersi e porsi domande di senso massime.

Passo una sera a guardare la sua stella, poi la mamma si siede accanto a me nel cuore della notte, con il profumo degli abeti e il chiarore della luna che le illumina il viso riposato.

“Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?” La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.

“Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi, a volte, risalgono e sgorgano, fecondando tutto.”

Il cielo sembra una cassa di risonanza di quelle parole dolci, che solo in una serata così non risultano retoriche.

“E allora che devo fare?”

Mamma tace per almeno due minuti, poi le sue parole escono dal silenzio come un fiume che dopo tanta fatica arriva al mare: “Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione.”

“Anche quando si tratta di amare chi ti ha ferito?”

“Ma questo è normale… Due sono le categorie di persone che ci feriscono, Leo, quelli che ci odiano e quelli che ci amano…”

“Non capisco. Perchè chi ci ama dovrebbe ferirci?”

Perchè quando c’è di mezzo l’amore le persone a volte si comportano in modo stupido. Magari sbagliano strada, ma comunque ci stanno provando… Ti devi preoccupare quando chi ti ama non ti ferisce più, perchè vuol dire che ha smesso di provarci o che tu hai smesso di tenerci…”

“E se proprio non riesci ad amare lo stesso?”

“Non ci hai provato abbastanza. Spesso ci inganniamo, Leo. Pensiamo che l’amore sia in crisi, e invece è proprio l’amore che ci chiede di crescere… come la luna: ne vedi solo uno spicchio, ma la luna è sempre lì tutta intera, con i suoi oceani e le sue vette, devi solo aspettare che cresca, che a poco a poco la luce ne illumini tutta la superficie nascosta… e per questo ci vuole tempo.”

“Mamma, perchè hai sposato papà?”

“Secondo te?”

“Perchè ti ha regalato una stella?”

Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni tempesta.

“Perchè volevo amarlo.”

Mamma mi scompiglia i capelli per liberare i pensieri cupi che ancora ci sono incastrati dentro, come faceva quando ero un bambino pieno di paura e mi nascondevo tra le sue braccia.

Poi c’è stato solo il silenzio di chi guarda la luna e il cielo e parla con chi vuole, lì dietro le stelle.

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Il cammino di un matrimonio

Percorrendo una sorta di viaggio nel Cantico dei Cantici possiamo immergerci nel senso profondo della vita di coppia e di famiglia. Entriamo in punta di piedi nel terzo poema di questa meravigliosa opera ispirata che si può definire il Cantico del movimento. È giunto il momento in cui occorre muoversi, partire ma… per andare dove? Sarà un meraviglioso cammino nel profondo dell’intimità, dunque parleremo di unione coniugale ma, prima, occorre mettersi in guardia da almeno due “volpi”. «Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne perché le nostre vigne sono in fiore» (Ct 2,15). Le volpi piccoline rappresentano i nemici, i disturbatori. La prima volpe vuole disattendere che questa parola è per me, per me donna, moglie e per me uomo, marito. Non è per l’altro nel senso che “così finalmente comprendi come ti devi comportare”, ma è per me: non devo perderla questa parola, è una buona occasione per trasformare ciò che ho adesso.
La seconda volpe è la presa di coscienza che io non sono più avanti o più indietro di te, non sono spiritualmente più o meno bravo, non servo il Signore a 3000 Km e su 1000 altari ma, soprattutto, ti prendo la mano e cammino con te. Mi muoverò con te perché io ti ho scelto e parto da me per entrare pienamente nel NOI. Se vado più veloce ti aspetto perché, anche se ti precedo, voglio ascoltare il tuo passo e, se entriamo in questo, ogni matrimonio diventerà il matrimonio dei matrimoni, il Cantico dei Cantici, il cantico per eccellenza. Questo poema rappresenta una strada, come dicevamo, un movimento, che parte “da” e continua “verso”.

CHE COS’E’ CHE SALE DAL DESERTO

Il deserto è la solitudine da cui parto e salgo verso Gerusalemme, luogo di incontro e di gioia (verso l’apice della festa che è l’intimità, il monte della mirra). Il mio coniuge rompe definitivamente la mia solitudine. Sono sempre disposto ad accettare che non sono più solo? Ci sono coppie che ancora, dopo tanti anni di matrimonio pensano che “era meglio prima, quando ero solo”: un dramma! E nel paradosso della vita si compie l’altalena della nostra interiorità: cercare disperatamente l’anima gemella, per colmare la nostalgia della solitudine nel proprio amore innamorato e poi, detestare la non solitudine, che stringe la libertà e rifiutare il proprio amore rivelato. Ma il Re raggiungerà la sua Regina e piano piano cambierà il loro linguaggio: Non diranno più “facciamo l’amore” perché l’amore non si fa, piuttosto “si è”. Sapranno di essere l’amore, di essere quella cosa sola! Noi siamo l’amore. Nel movimento del Cantico parto con un padiglione nuziale, fatto di materiali pregiatissimi (legno del Libano) e di profumi incantevoli (cura della persona) e il viaggio non lo farò da sprovveduto ma con un valoroso esercito, con sessanta prodi con spade ed esperti nella guerra, contro i pericoli della notte (Ct 3,8). Il nostro matrimonio va protetto perché i pericoli sono tanti. La notte è notte, e quando è troppo buio davvero posso essere indifeso. Ci saranno molte volte in cui sarà messa a dura prova la relazione a due, ci saranno molte “notti” nei nostri matrimoni e dovremo essere pronti a contrastare ciò che può riportarci lontano, in quell’antica solitudine. Il fidanzamento è il cammino dei cuori ma il matrimonio è il cammino dei cuori e dei corpi, delle menti e delle volontà. Come mai ciò non sempre accade?Perché le coppie perdono la desiderata armonia?

COME SEI BELLA AMICA MIA, COME SEI BELLA

Il corpo femminile è un canto: Lo sguardo, la purezza degli occhi, il desiderio, l’attesa, la conoscenza, la sessualità. La sessualità è il linguaggio dell’amore o, meglio, dell’amare. Così come le parole che pronunciamo realizzano un discorso che prende un senso, piuttosto che un altro, allo stesso modo l’esprimere i gesti sessuali traduce il nostro modo
di amare. Per linguaggio sessuale certamente non intendiamo soltanto l’aspetto fisico, unitivo, ma tutto il modo di essere perché io sono tutto sessuato. Sono donna dalla punta dei capelli in poi. Sono uomo in tutto il mio essere. Perciò io parlo sessualmente da come
muovo le mani, da come ti guardo, da cosa ti dico, il tono della voce, la calma o la violenza con cui faccio tutte queste cose, la posizione che assumo, i miei vizi coscienti e incoscienti, il dito puntato, il silenzio ostinato… Ma come lo imparo questo linguaggio?
Sicuramente dalla nascita e questo è il senso del corpo nel tempo: neonato, bambino, adolescenza, giovinezza, età adulta, età matura. Impariamo da bambini e ci saranno situazioni più o meno gravi che condizioneranno il nostro linguaggio corporeo. Pensiamo a scuola con i coetanei, la trasmissione di notizie, che di volta in volta provengono dalle proprie realtà familiari. Ci sono figli che rimangono traumatizzati per aver visto quel film pornografico, nascosto magari tra i libri del mobile di casa, che poi li ha resi “fissati” con il sesso. Ci sono figli che non sono stati adeguatamente custoditi, ci sono quelli che, invece, iper protetti, aspettano il momento opportuno per rompere le riga e scatenare ribellioni mai conosciute. Ci sono anche figli sereni, cresciuti con il loro preciso senso di adeguatezza. Questa è comunque la realtà con cui dobbiamo fare i conti perché, alla sessualità, ci arriviamo da soli, con la nostra autoeducazione, con quella marea di errori che forse nessuno ci corregge, nascondendoci, nel prosieguo della vita, anche agli occhi di chi, guarda caso, è la persona con cui condividiamo l’incontro delle anime. Lo sposo e la sposa sono nudi l’uno difronte all’altro eppure, spesso, non si riesce a diventare trasparenti, nonostante ci presentiamo nella povertà più assoluta, la nudità da ogni rivestimento. Non riusciamo ad affidarci così tanto da ritenere l’altro lo scrigno della mia interiorità. Quanti problemi su questo, quanta fatica ad accettare il proprio corpo. Un conto è il pudore un conto è la vergogna. Così puoi arrivare a 20, 30, 40, 50 anni, essere magari un professionista affermato ed essere incapace di affettività e ciò condizionerà anche la vita relazionale, compresa quella lavorativa. Allora, tornando a quel linguaggio, come saremo in grado di far parlare il nostro amore? La chiamata della tua vita deve funzionare per poter avere buone relazioni con tutti. Abbiamo presente quel luogo comune, forse non tanto comune, di quei titolari di uffici che al lavoro sono dei comandanti incredibili ma che a casa “scodinzolano” obbedendo frustratamente agli ordini impartiti? Ci sono queste situazioni e non si vive nella pace! Qui e ora devo prendere coscienza delle mie difficoltà perché soltanto così potrò muovermi e finalmente sentirmi libero e me stesso. Spesso nella sessualità c’è un’inconsapevole violenza, nei modi e nei gesti e spesso il disagio provato non viene neppure reso manifesto, preferendo altresì astenersi dall’Unione coniugale sponsale sacra. S. Ambrogio, quando era Vescovo di Milano, parlava in modo fermo ai mariti che non trattavano con il dovuto riguardo la tenerezza offerta dalle mogli: “Tu marito metti da parte l’orgoglio e la rudezza dei modi quando tua moglie si avvicina con premura. Scaccia ogni irritazione quando lei, piena di tenerezza ti invita all’amore. Non sei un padrone ma uno sposo, non hai una serva ma una moglie. L’unione con tua moglie esige che dal tuo cuore esca ogni durezza”.

IL GIARDINO DEL CANTICO

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata (Ct 4,12). Magari, dopo pochi o tanti anni del tuo matrimonio, scopri qualcosa del tuo coniuge che mai avresti immaginato e tu impazzisci, ti cade tutto perché il tuo cuore vorrebbe perdonare, ma, puoi confidare totalmente nella fragilità di una persona? “Levati aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino, si effondano i suoi aromi” (Ct 4,16). Come farò a farti entrare nel giardino? Come riuscirci fratello mio, sposo? Come posso darti o ridarti le chiavi per aprirlo? Cos’ha il mio Diletto di diverso da me? Nulla se non la medesima povertà e allora ti darò le chiavi perché tu sei il mio diletto e, specchiandoti in me riconoscerai te stesso e mi farai conoscere in te come un’unica carne, un solo Spirito, una sola anima perché ad immagine di Dio. Ricostruisci con me la Trinità: questa
è la chiave. Per ogni cosa mi do e ti do il perdono. Non lo faremo da soli, cercheremo aiuto, ascolteremo una parola, anzi, la Parola. Dio viene a parlarti, così come sei e dovunque tu sei. Entra in dialogo e troverai la tua storia e proprio lá rinascerai. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi frutti squisiti (Ct 4,16). Il viaggio del Cantico, cioè del matrimonio, non si conclude mai, perché, mano nella mano si cammina, fianco a fianco ci si sostiene e, come diceva San Francesco di Sales, “come si impara a camminare camminando così si impara ad amare amando”! Buon viaggio a chi desidera davvero che il proprio matrimonio possa diventare il Cantico per eccellenza.

Cristina Righi

Articolo pubblicato sul periodico L’amore misericordioso del mese di Novembre

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Gabriele, un Arcangelo per postino ?

Nella recente solennità dell’Immacolata abbiamo ascoltato le ultime parole del Vangelo che recitano così :<< Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. >>. Ma come ? Gabriele, o meglio, Arcangelo Gabriele, te ne vai così senza nemmeno salutare ? Prima arrivi tutto carino con un saluto da 10 e lode e poi manco un cenno della mano ? Anzi , il Vangelo dice che si allontanò, (“partì da lei” l’altra traduzione) non è che la Madonna avesse un virus vero ? No, impossibile…..ah, però forse aveva fretta di andare da San Giuseppe per scriverlo poi nel Vangelo di S. Matteo…….no, neanche. Ha dimenticato la torta nel forno ed è corso a casa in via Paradiso, settimo cielo, interno 2 ? Nooo….e allora come mai questa fretta ? E’ un postino un po’ strano, non ha lasciato il tempo alla Madonna di firmare la ricevuta ! Era troppo contento della notizia che non stava più nella pelle ( ma gli angeli non hanno pelle ) e doveva correre dal Capo e dagli altri due Arcangeli per condividere la felicità ? Forse. Non è che si sarà detto tra sé e sé: ” Meglio squagliarsela prima che la Vergine cambi idea ” ? No, neanche questa. E allora che senso ha inserire una figura di un Arcangelo apparentemente come un postino frettoloso?

Anche in questo caso l’evangelista non ci riporta particolari inutili…tipo cosa stesse facendo Maria prima che Gabriele arrivasse, stava lavando i piatti ? E’ più probabile che stesse in preghiera…di solito non è che ad uno gli appare un Arcangelo o un segno divino mentre guarda la Champions ! Il postino magari sì, mentre sei sotto la doccia, ma un Arcangelo non ci risulta.

Primo insegnamento per noi. Spesso sentiamo degli sposi lamentarsi della inoperatività del Cielo. Il Signore si è dimenticato di noi/di me ? Perché non mi manda un aiuto ? Può darsi che ci siano delle situazioni in cui Dio si fa muto per saggiare la nostra fede, la nostra perseveranza; altre volte lo fa perché Lui ha una visione più a lungo raggio della nostra e sa che magari è meglio non esaudire la nostra richiesta perché ci allontaneremmo da Lui. E comunque Lui sa cosa fare e quando farlo. Certo è che davanti alla Champions non avremo delle risposte da Dio, e nemmeno ci arriverà un messaggio sullo smartphone. Quando ero giovane, e stavo attraversando una crisi vocazionale, pretendevo di svegliarmi una mattina e di trovare scritto sulla lavagna cosa avrei dovuto fare. Quella mattina non è mai arrivata……non era l’atteggiamento giusto del cuore. I saggi ci hanno insegnato : aiutati che il Ciel t’aiuta ! L’atteggiamento giusto è quello che con tutta probabilità aveva la Madonna: la preghiera, questa sconosciuta !

Sappiamo di toccare un tasto dolente per tante coppie. Ma non possiamo tacere la Verità. Anche per noi è stata questa l’esperienza. Senza preghiera non pensare che il tuo matrimonio odori di Cielo. La preghiera che parte dalla quantità per poi rivestirsi di qualità. E piano piano, giorno dopo giorno, la preghiera recitata si allunga, si protrae come un’appendice, ed entra a insaporire un gesto, poi due, e così via fino a che l’atteggiamento di tutta la giornata è quello della preghiera; essa diventa come un fiume carsico, che opera nel sotterraneo, da sopra sembra inesistente, e invece….così anche la nostra vita resta fatta di casa, lavoro, famiglia, impegni vari, ma sotto…..il fiume carsico della preghiera. Allora sì che il nostro orecchio della fede potrà sentire la voce/presenza del Cielo. E’ un cammino entusiasmante che però necessita di tanta perseveranza e di una gradualità. Siete una coppia che aspetta un segno dal Cielo ? Cominciate ad organizzare momenti di preghiera insieme (senza tralasciare quelli da soli). Cominciate con le preghiere tradizionali e poi fatevi guidare magari dal vostro sacerdote nell’esperienza.

Probabilmente questo episodio l’ha raccontato la Madonna stessa all’evangelista, visto che è l’unico ad aver inserito questo episodio nel proprio Vangelo; e sicuramente la Vergine Maria ,da perfetta umile, non gli avrà raccontato che Lei stesse in preghiera, ma lo si intuisce tra le righe; anche perché uno che sta guardando la Champions difficilmente risponderebbe di essere la serva del Signore.

Secondo insegnamento, l’Arcangelo Gabriele se ne va perché al Signore basta la nostra risposta di fede. A Lui basta il nostro “fiat”, il nostro “sì” . Poi il resto lo scopriremo solo vivendo (come recita la famosa canzone di battistiana memoria), cioè anche la Vergine, dopo che Gabriele se ne va, non poteva immaginare cosa e come sarebbe successo tutto il resto descritto nel Vangelo. Perché questo futuro che per Lei doveva ancora accadere dipenderà molto dalle scelte di fede che Lei farà. Deciderà di affidarsi al suo promesso sposo Giuseppe, deciderà di andare dalla cugina Elisabetta, deciderà di non abbandonare suo Figlio sotto la Croce, deciderà di essere la Madre della prima Chiesa nascente, eccetera. Ecco spiegato il motivo per cui Gabriele, una volta ricevuto il Sì, “partì da lei”, perché il resto sarebbe dipeso in parte dalle scelte personali della Madonna e in parte dalla Provvidenza. Aiutati che il ciel t’aiuta, cioé muovi il primo passo, poi Dio ti darà una mano per trovare l’equilibrio e non cadere, per poter muovere poi il secondo passo, e così via. Riprendi coraggio, sposa/sposo, muovi il primo passo; imita Maria che pur non conoscendo tutto nei minimi dettagli si fida del suo Papà Celeste, il Buon Dio e Padre nostro.

Buona preghiera di coppia a tutti.

Giorgio e Valentina

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E poi volarono i piatti

Questo libro è tante cose. E’ un saggio perché spiega dinamiche psicologiche e relazionali attraverso la competenza della dott.ssa Viola e del dottor Reis. Ma non è solo questo. E’ molto di più è la storia di Claudia e Roberto. Due giovani feriti che si sono sposati e hanno iniziato un cammino verso la consapevolezza dell’amore e dell’amare. Verso lo sguardo di Gesù che li ama teneramente e fedelmente e questo dà loro la forza di non lasciarsi distruggere dalle debolezze e dalle incapacità di amare dell’altro/a ma, attraverso l’amore di Gesù, hanno trovato la forza di amarsi sempre, nonostante loro stessi, nonostante l’altro/a. Ed è così che questo libro si apre. Non come un saggio psicologico, ma con il racconto dei protagonisti che si conoscono, hanno paura di avvicinarsi e baciarsi, si ritrovano insieme e si sposano. E qui sembra finita. Non è vero. E’ solo l’inizio. Il matrimonio non è una magia. Il matrimonio è una relazione da costruire e curare ogni giorno. Nel matrimonio ci si deve mettere in gioco completamente. Le ferite non rimarginate iniziano quindi a fare più male. I blocchi, messi a difesa del loro cuore non permettevano loro di aprirsi completamente l’uno all’altra.

Claudia e Roberto iniziano con il dire qualcosa di sconvolgente: LITIGARE fa bene. Naturalmente se fatto in modo costruttivo. Questo libro serve proprio a questo. Litigare è positivo perché permette di riconoscere l’altro/a come qualcuno/a di diverso da me. Un’alterità con cui confrontarsi per arrivare a fare comunione. Spesso invece l’altro/a e visto come un nemico, che non capisce e che mi ostacola, e questo non va bene. Così la differenza allontana mentre dovrebbe spingere a capire meglio l’altro/a e le sue ragioni.

La coppia è una squadra. Si vince e si perde insieme. Quanti sposi sono davvero consapevoli di questo? Cosa è il litigio se non un modo di comunicare? Certo ce ne sono altri meno conflittuali, ma certe volte il litigio diventa la modalità di arrivare al dialogo prima di allontanarsi troppo Il litigio permette, se vissuto bene, di riscegliersi. Nonostante l’altro/a e i suoi difetti. Molto peggio sarebbe non affrontare i problemi e perdersi pian piano nell’indifferenza. Il litigio è mostrare che teniamo ancora all’altro/a. Ora non sto a dilungarmi oltre. Se ho stuzzicato interesse leggete il libro e scoprite tutto da voi. Vi dico solo che nei capitoli che seguono quanto ho scritto fino ad ora inizia un susseguirsi di spiegazioni psicologiche e storia personale in un intreccio che permette agli autori di affrontare problematiche concrete e ai lettori di immedesimarsi e riconoscersi negli autori stessi e sentire quanto essi raccontano come qualcosa che li accomuna e per questo più autentico e condivisibile.

Antonio e Luisa

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La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero.

Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. Allora il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

Questo passo della Genesi, prima lettura della Santa Messa di oggi mi ha subito colpito per un’evidenza in particolare. Adamo ed Eva hanno perso l’armonia, si sono riconosciuti nudi, bisognosi di proteggersi l’uno dall’altra. Non esiste più quella naturale inclinazione a fidarsi vicendevolmente e di Dio stesso. Non sembrano essere neanche più insieme. Quando il Signore li cerca l’uomo sembra essere solo. Parla al singolare. Non è più coppia. Si è nascosto. Accade spesso anche nelle nostre famiglie. Non necessariamente per gravi situazioni, anche nella vita ordinaria di ogni giorno. Basta poco per rompere quell’armonia, per litigare, per ferire l’altro/a e per allontanarsi. Quanti litigi, quanti silenzi, quante ripicche, quanta sofferenza inutile. Il comportamento di Adamo è quello che spesso abbiamo anche noi. La coscienza rimorde, sa che ha sbagliato. Sa di essersi comportato male, di aver commesso un peccato, ma non lo riconosce. Preferisce scaricare la responsabilità su Eva. E’ stata lei che ha iniziato. E’ stata lei che mi ha provocato. Non devo chiedere scusa. Deve farlo lei. Eva a sua volta si discolpa. Non ammette la sua mancanza. Quando c’è incomprensione nella coppia la responsabilità non è mai di uno solo. E’ facile trovare una responsabilità dell’altro/a. E’ facile rilevare le fragilità e le imperfezioni dell’altro/a. Più difficile, molto più difficile, spostare l’occhio critico dall’altro/a a me stesso. Non importa quanto ha sbagliato la mia sposa. Non importa chi ha generato la lite. Io ho alimentato lo scontro. Io devo chiedere scusa per primo. Non importa se mi costa e se è una ferita al mio orgoglio. E’ la cosa giusta da fare per non perdere quel paradiso terrestre che è la mia relazione sponsale quando c’è amore autentico e armonia. Nulla conta più di questo.

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Metodi naturali: scelta morale o moralistica?

C’è una convinzione che caratterizza tante persone, anche credenti. La Chiesa propone l’utilizzo dei metodi naturali, ed esclude invece gli anticoncezionali, solo per una questione moralistica. Non c’è una vera motivazione, ma solo un retaggio bigotto di una Chiesa rigida che non sa stare al passo con i tempi. E’ proprio così? Cercherò di dimostrare che accogliere questa modalità di vivere la sessualità nel matrimonio non è una scelta moralistica bensì morale. Qualcosa che davvero investe la nostra battaglia interiore tra il male e il bene, tra ciò che permette di vivere in pienezza la relazione e ciò che mette invece freni e lacci. Per farlo cercherò di mettere a confronto metodi naturali e anticoncezionali.

I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione. Noi abbiamo fatto esperienza di entrambi. In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole.

I metodi naturali richiedono la mia rinuncia in determinati giorni mettendo l’altro/a e la relazione al centro. Con l’uso di anticoncezionali richiedo invece all’altro/a di rinunciare ad una parte di sé per mettere me e il mio piacere al centro. Non serve aggiungere molto. Quando è amore? Quando sono disposto ad aspettare per avere tutta la mia sposa, tutto il mio sposo? Quando voglio donarmi completamente, quando voglio accoglierlo/a completamente? Oppure quando voglio escludere la sua fertilità per soddisfare il mio piacere? A voi la risposta. Siate sinceri con voi stessi.

I metodi naturali richiedono una conoscenza del corpo femminile da parte di entrambi. Si comprende la meraviglia del concepimento e del corpo femminile. Gli anticoncezionali non richiedono nessuna conoscenza particolare. Il rapporto fisico è slegato dalla sua funzione procreativa intaccando di conseguenza anche quella unitiva. Personalmente è stato per me importantissimo condividere con la mia sposa la conoscenza del suo corpo e della sua fertilità. Sono entrato in un mistero meraviglioso. Sono sempre più affascinato da quella creatura bellissima che è la donna.Sempre più affascinato dalla mia sposa. Scoprire con lei la complessità delle dinamiche che permettono alla vita di crearsi e di formarsi nel suo corpo me l’hanno fatta vedere ancora più bella e come davvero un dono da custodire e rispettare fino in fondo. Credo che i metodi naturali siano un antidoto alla violenza sulle donne. Non serve arrivare alla violenza fisica per non rispettarle. Quanti uomini non sono capaci di accogliere la propria sposa come un’alterità misteriosa in cui entrare togliendosi i calzari, come dono ricevuto, ma solo come qualcosa da usare?

I metodi naturali aiutano a vivere la fertilità come dono da governare. Gli anticoncezionali trasformano la fertilità in problema da risolvere. La fertilità è spesso vissuta come un problema. Alla stregua di una malattia. I metodi naturali permettono di ritrovare una prospettiva sana. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, la donna si potrà donare completamente al suo sposo, senza sentirsi usata per questo. Il suo sposo potrà sperimentare un’unione che in nessun altro modo potrà ritrovare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Li educa al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fertilità.

Un ultimo appunto, ma credo importante. So già che alcuni obietteranno che la Chiesa si sta interrogando se introdurre l’uso di alcuni anticoncezionali in determinate situazioni. Un discernimento simile a quello consigliato in Amoris Laetitia per i divorziati risposati. Che ci potrebbero essere alcune possibili aperture in vista. E’ vero, c’è questa possibilità. Possibilità che io rispetterò e accoglierò nel caso fosse mai introdotta. E’ vero, ma la Chiesa non dirà mai che l’uso degli anticoncezionali è equivalente all’uso dei metodi naturali. La Chiesa, se mai si aprirà, lo farà solo per evitare un male più grande. Lo farà per la nostra fragilità. Un po’ come Luisa ha fatto con me. Per un periodo ha accettato il preservativo per la mia fragilità e incapacità di aspettare. Poi ho visto la differenza, ci ho sbattuto il muso e ho capito. Ho capito che non sono la stessa cosa e che vale la pena aspettare. Perchè quello che ne ho in cambio è qualcosa di incredibilmente bello.

Antonio e Luisa

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Granita, figli e coniuge in fuga

..di Pietro e Filomena, Sposi&Spose di Cristo

…fa freddo ed ormai l’estate è un ricordo lontano…ma come dimenticare alcuni insegnamenti che ci giungono dal caldo afoso soprattutto quando i tuoi figli ti fanno impazzire?

Bene, a tal proposito ricordando la bella stagione vi riproponiamo una riflessione balneare e vi auguriamo una buona memoria di San Nicola di Bari!

Sei lì col sole a picco e 45 gradi all’ombra e ti senti la testa che ti risuona come un cembalo squillante.

Hai appena chiesto al tuo consorte e ai tuoi figli cosa vogliono per rinfrescarsi. Il tuo coniuge d’accordo con te desidera una granita al limone mentre i tuoi figli optano per un ovetto di cioccolata.

Tu hai fatto tutto il possibile per spiegare che forse oggi non è il caso di mangiare cioccolata, ma che forse una granita o un gelato sarebbero più appropriati alla situazione.

Ma i minori insistono: “Vogliamo il merendero di cioccolato!!!!”

Tu hai provato anche ad esporre loro gli effetti collaterali della cioccolata in estate e mentre parli ti accorgi che le infradito di pura gomma cinese si stanno sciogliendo diventando un tutt’uno col pavimento.

Ma loro non cambiano idea.

E allora lasci lì le tue scarpette a liquefarsi sull’asfalto e con un balzo degno di un coleottero che sta per andare a fuoco ti lanci nell’emisfero boreale che altro non è che l’ambiente climatizzato in cui vivono pinguini, orsi polari e baristi ad agosto.

Il sudore che ti cola dalla fronte forma una lastra di ghiaccio intorno al tuo busto e impettito come un maggiordomo inglese chiedi al freddo barista che ti occorrono oltre ad una dose di antibiotici per combattere la polmonite che sta per travolgerti, anche due granite e due ovetti di cioccolata.

Lui ti guarda con un ghigno e ti dice: “Eh, questi bambini!!!”

E tu lo guardi e gli rispondi: “Eh…ccciùùù!”

E inizi la tua serie di starnuti devastanti, sintomo ormai del tuo vicino trapasso all’altro mondo.

Ma non muori per un pelo; paghi il conto e ti rituffi nell’emisfero tropicale dove ti aspetta il resto della truppa familiare.

Del tuo coniuge ormai resta davvero poco. Mentre i pestiferi sotto il metro di altezza si sono nascosti all’ombra di un cespuglio, la tua dolce metà non ha trovato meglio dell’ombra di un palo della luce.

E’ lì e aspetta la granita dopo aver combattuto con i vostri figli che hanno cercato di strappare la mercanzia a tutti i venditori ambulanti di palloni, palloncini, materassini che in quei 5 minuti sono passati da quelle parti.

Dicevo, della tua dolce metà resta poco…allora tenti di ricomporla versandole la granita al limone direttamente nel naso sperando in una reazione chimica che le riavvii il cuore.

Ci riesci. La vita torna in quel corpo esanime.

Dopo aver salvato la vita del tuo sposo, ti rendi conto che i tuoi figli sotto l’ombra del cespuglio urlano a gran voce cose tipo “ahahihhhhahgygsyas sjxvwsvwsdwdg uhduhuihiuh!!!”

In realtà stanno dicendo: “Vogliamo la granitaaaaaa!!!” Ma tu stenti a credere alle tue orecchie e allora per sordità selettiva ti imponi di non capire una mazza di quanto ti stanno chiedendo a gran voce.

“Non può essere vero!” ti dici.

Il tuo consorte, che sta tornando a sembrare una persona, dice con un filo di voce: “Amore, vogliono la granita”.

Ti cadono le braccia. Con le braccia ti cadono anche le uova di cioccolato che avevi comprato e mentre braccia e uova vengono assorbiti dal terreno dell’aiuola su cui sono cadute, svieni. Dalla rabbia o dal caldo non importa.

Tu svieni.

I piccoli barbari allora ti saltano addosso e mentre tu inizi a somigliare sempre più ad un canotto bucato, loro tracannano la tua granita e se la ridono.

Incredibile? Realtà o fantasia?

Questa storiella può essere interpretata in due modi:

Per alcuni essere sposi e genitori è solo una tortura. Si credono violentati dal coniuge e dai figli. Si credono fatti a pezzi. Infatti quelli che vedono la vita matrimoniale e genitoriale in quest’ottica li vedi scappare dalle piccole o grandi situazioni di responsabilità.

Hanno paura del proprio coniuge e dei propri figli perché si sentono violentati dalla loro presenza, dal loro fare richieste impegnative, dal fatto che i figli e coniuge non ti facciano sconti ma richiedano la tua presenza costante.

Questa visione della famiglia è devastante.

L’altra possibilità di vedere le cose può essere questa: il tuoi coniuge e i tuoi figli chiedono la tua vita e tu gliela stai donando. Non ti stanno violentando, ti stanno aiutando a diventare generoso. Non ti stanno facendo a pezzi, ti stanno insegnando che l’amore è una strada impegnativa in cui “spezzarsi” è necessario per vivere.

“Chi vorrà salvare la propria vita la perderà” dice Gesù.

Fuggire dalla propria famiglia perché si vuole “conservare” la propria vita non porta a nulla.

Invece restare e cercare di capire come poter amare di più l’altro e comprendere che il tuo bene passa dalla felicità dell’altro vuole dire trovare la chiave della felicità.

Buon cammino e buona estate in famiglia.

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Grazie, Pietro e Filomena

Caccia al tesoro

Oggi ci fermeremo a riflettere sul fatto che Zaccheo si prepara per l’arrivo di Gesù. Se meditiamo con attenzione, probabilmente si scopre che Zaccheo aveva già il cuore ben disposto, poiché sapendo di essere piccolo di statura sale su un sicomoro. Innanzitutto cercava di vedere quale fosse Gesù. E come abbiamo già avuto modo di riflettere la scorsa settimana il verbo è all’imperfetto e quindi è un’azione che ancora continua.

Quanti Zaccheo troviamo lungo il percorso della vita. Forse sono le persone che ci incontrano tutti i giorni ed hanno nel cuore l’attesa di vedere quale sia Gesù. Eh già, ce ne sono di persone che si spacciano per Gesù, ma solo Lui si lascia crocifiggere. E così anche noi sposi dobbiamo imitare il nostro Salvatore: queste persone forse non aspettano altro di avere la conferma che noi siamo suoi discepoli e in qualche modo facciamo vedere loro qual è Gesù. Come? Testimoniando il nostro morire a noi stessi per far vivere la nostra sposa, il nostro sposo. Testimoniando che il nostro pensiero va sempre a lei/lui, che il nostro cuore è sempre con lei/lui, che il nostro sguardo è sempre con lei/lui.

Attenzione però che Zaccheo sale sul sicomoro, e cioè fa di tutto per scorgere Gesù. E resta in una posizione privilegiata per poterlo vedere. Ecco perchè a volte chi ci vive vicino ci osserva. Ma noi dobbiamo approfittare di questa curiosità per mostrare loro l’amore vero di Gesù. E’ come una caccia al tesoro. Chiudendo gli occhi sembra di vedere questo ometto che quasi in modo frenetico cerca di saltellare tra la folla per scorgere almeno il volto di Gesù tra una ciocca di capelli e l’altra. Mi viene in mente quando a volte a Messa ho davanti qualche persona alta oppure con capelli vistosi: e mi devo continuamente muovere per poter scorgere almeno per pochi istanti Gesù nascosto in quell’ostia consacrata. A volte mi sento Zaccheo. Forse dovremmo imparare ad occupare i posti davanti, il nostro sicomoro.

Ma improvvisamente la caccia al tesoro si inverte. Tutto cambia prospettiva. Forse Gesù non conosceva le regole della caccia al tesoro, avrebbe dovuto nascondersi meglio ! E invece Zaccheo viene scovato. Ma come ? Non era lui il cercatore ? Già, ma con Gesù succede sempre così. Perchè Gesù è uno che si lascia trovare, e quando meno te l’aspetti ti trova lui per primo e ti chiama.

Dobbiamo imparare a captare i segnali del nostro coniuge quando è alla ricerca di Gesù freneticamente come Zaccheo: è in quel momento che dobbiamo spiazzarlo/la mostrando Gesù attraverso il nostro abbraccio, la nostra comprensione, la nostra calma, la nostra carezza, il nostro sguardo, il nostro bacio…..ma anche con una piatto della ricetta preferita da lui/lei.

E’ come se ci fosse una lucetta spia sopra il tesoro, sembra scorretto il gioco, ma è così con Gesù. Mi immagino il volto di Zaccheo che magari tra le fronde del sicomoro si muove alla ricerca di Gesù, e improvvisamente il suo sguardo si incrocia con quello del Maestro. Come se Gesù sapesse di essere osservato, come quella volta con il lembo del mantello…..ma questa è tutta un’altra storia, che approfondiremo.

Buona caccia al tesoro.

Giorgio e Valentina

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A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

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Madre Speranza ci ha chiamato a Collevalenza

Ed eccoci arrivati al nostro meraviglioso giorno di grazia. Innanzitutto una prima Dio-incidenza della quale ci rendiamo conto, pur sapendolo ovviamente, solo il giorno stesso: il 16 giugno è l’anniversario della nascita in cielo di Enrichetta Beltrame Quattrocchi, l’ultima dei 4 figli dei Beati, che appunto conoscemmo e che ci dette mandato di essere responsabili a Perugia dell’A.Mar.Lui di cui sopra. Nonostante il lavoro, i saggi scolastici, gli spettacoli di fine anno gran parte delle coppie riescono a partecipare a questo ritiro e,
con una puntualità sorprendente, ci siamo ritrovati all’appello in 72 adulti e più di 30 bambini! Tutti abbiamo potuto sperimentare la grazia dell’immersione nelle vasche e, subito dopo, la meravigliosa catechesi che è partita dal Vangelo di Giovanni al capitolo 15, versetto 12. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato». Qui abbiamo parlato alle coppie attraverso le parole di don Mauro che hanno fatto riflettere su due pellegrinaggi. Uno al Santuario di Madre Speranza e l’altro nel Santuario del Sacramento del Matrimonio. Questo lo abbiamo potuto far penetrare nei cuori soltanto dopo aver riflettuto sul significato della discesa battesimale nell’immersione nelle vasche. Abbiamo visto che, così come esiste il BATTESIMO PERSONALE, arriviamo a vivere il BATTESIMO DEL NOI proprio, appunto, attraverso il matrimonio. Questo è anche il senso che raccontiamo nel nostro libro. Generare il Noi è come generare un figlio e questo figlio da curare e far crescere altro non è che il Sacramento stesso. Tutto ciò guarisce e compie miracoli se guardiamo dritti a quel CROCIFISSO che poi abbiamo tutti contemplato nella cappella del Santuario.
Ogni passo che abbiamo compiuto ha segnato un sigillo nel cuore di ogni coppia e di seguito riporteremo alcune testimonianze. Ascoltando Marina Berardi, che ci ha parlato con la sua profonda sapienza e dolcezza, nella Cappella del Crocifisso, mi ha colpito la storia di una coppia di cui non ricordo i nomi, il cui marito dopo non molto tempo dal matrimonio, affetto da un tumore grave ritorna alla casa del Padre. Marina raccontava della grande testimonianza e fede di questa donna rimasta vedova. La data del loro matrimonio è esattamente quella della mia nascita, il 17 aprile e ciò mi ha colpito perché in un tratto i miei occhi sono andati dritti in quelli della Beata Madre nel quadro appeso in cappella. È come se qualcosa si fosse mosso e in questi giorni a seguire sento una chiamata di cui potrò testimoniare più avanti se accadrà! Più ascoltavo e più vedevo la presenza reale dell’Amore Misericordioso verso ciascuno, anche perché Marina, senza sapere della catechesi vissuta qualche ora prima citava le stesse parole dette da noi alle coppie, a partire ad esempio dal passo del Vangelo citato sopra di Giovanni ed altro. Ma la cosa più importante è ciò che le coppie si sono portate via tornando nel loro ordinario quotidiano e, subito dopo, sono cominciati ad arrivarmi tanti messaggi…
Eccone alcuni:

“Ho capito che l’unica richiesta che faccio da tempo al Signore, prima o poi verrà realizzata. Ho capito che devo avere Cristo nel mio cuore e ho desiderato e desidero il Paradiso con tutta me stessa!” Grazie Madre Speranza
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“Quando le trivelle della nostra accoglienza si rompono e sembra che quell’acqua vitale non si trovi, per quanto scaviamo in profondità, Madre Speranza ci ricorda che il Signore ha detto È QUI! Il mio qui e ora è mia moglie, io mi sento amato da Dio e posso amare Ilaria solo se rimango in questo Amore più grande che io desidero”, scrive il marito ROBERTO.
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“Sento come se si fosse stappato qualcosa. Dopo il bagno, dove ho chiesto guarigione mia, di mio marito, dei miei figli e di tanti bambini malati per cui prego ho detto: oggi Madre ti darò tanto lavoro. Poi, alla Messa ho chiesto di essere Luce del Signore senza paura per poter amare chi mi ferisce, senza più lamentarmi delle grandi fatiche a cui sono chiamata. Vedevo sempre davanti a me il sorriso e le braccia aperte della Madre e subito dopo mi arriva un messaggio dal gruppo in cui preghiamo per questi bambini malati: Giovanni, che lotta contro un brutto male a seguito di trapianto di midollo, ricoverato per grosso problema ai polmoni, era stato appena dimesso e Angela, bambina con 3 forme tumorali diverse e 3 interventi subiti ha fatto una tac ed è completamente guarita! Grazie per averci portato a Collevalenza dalla Beata Madre Speranza!” -VALERIA E MATTEO-
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“Quando sono partita sabato mattina il mio cuore era pesante per la possibilità di perdere il lavoro e per mia madre che doveva fare una tac. Nel lavoro avrebbero preferito un’offerta che non mi avrebbe più inclusa in azienda. Mia mamma per la prima volta l’avevo affidata a mio fratello e mi sentivo molto in colpa. Tornando a casa, dopo questo bellissimo ritiro, ricevo 2 splendide notizie: Il lavoro, tutto come prima, quindi non lo avrei perduto. Mio fratello, che mai ha vissuto con mia madre un rapporto relazionale sereno, si era prodigato in un affettuoso tempo con lei portandola fuori a pranzo (mai accaduto) e stando accanto a lei con amore di figlio! Grazie davvero!”, -CLAUDIA-
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Questa che segue ha davvero del miracoloso perché, questa coppia, non è mai venuta insieme a vivere il nostro cammino se non, sporadicamente, la moglie da sola. In realtà il marito non sempre ha accettato la fede avendo sempre avuto un’opinione negativa della Chiesa e dei parroci. Loro sono di fede Ortodossa e hanno una bambina piccola. Lui ora si trova in stato di infermità fisica che lo ha costretto in sedia a rotelle. Dopo l’immersione nelle vasche già l’atteggiamento all’ascolto della catechesi era ben aperto e ciò che l’ha colpito è stato il sentirsi accolto come se ci fosse sempre stato. Sua moglie scrive questo:
“Mio marito non conosce neppure la preghiera del Padre Nostro e non si è mai confessato. Credo che ora sia cambiato tutto, anche se sono passati ancora pochi giorni. Ero stanca, non sapevo più dove sbattere la testa. Nostra figlia Anna ancora è piccina e io da sola devo gestire entrambi. Però sapevo che la spalla più importante non sono le persone ma è solo Lui, il Signore, in cui occorre credere sempre. Io porto una grande croce e mio marito ha soltanto noi e non mancano neppure i problemi economici. Quindi ho voluto che andassimo a questo ritiro. Così sabato, improvvisamente, mio marito sente per la prima volta nella sua vita di volersi confessare e io posso dire di aver visto un vero miracolo vedendolo oltretutto lacrimare più volte durante il percorso eucaristico. Rimango in attesa e in ascolto ringraziando in ginocchio la potente intercessione della Beata Madre Speranza”
-VERONICA FLORENTINA

Tante altre sono state le manifestazioni di profonda grazia ricevute dalle Coppie e iportarle tutte renderebbe lunghissima questa riflessione. Ciò che possiamo constatare è che di ritiri ne abbiamo fatti tanti e altrove ma ciò che si riporta da questo Santuario è ben altro perché ti rimane stampato nel cuore il miracolo di sentirsi diversi. Noi pensiamo che è un bene grandissimo che le famiglie possano passare da questo luogo per effettuare poi il pellegrinaggio nel Santuario della propria chiamata perché la vita, come diceva Marina, parlandoci in cappella, possa decollare in questo aereo della salvezza laddove in cabina di pilotaggio si lasci fare all’unico PILOTA che può condurci senza mai precipitare ma sollevati da quelle Ali di Aquila verso l’eternità. E così siamo tornati ognuno nelle nostre case a vivere l’ordinario, quello che viveva la stessa Beata Madre, come mi ha detto Debora, una moglie delle nostre coppie che ha capito che la santità passa dal quotidiano delle faccende domestiche, ove, persino per ottenere l’olio per cucinare è necessario fidarsi e chiedere a Dio che non ci farà mancare nulla di ciò che è necessario. Ora, nella nostra cappellina A.Mar.Lui oltre il portachiavi, ha preso dimora il crocifisso di Madre Speranza perché lei, da sempre è presente qui e ci custodisce! Grazie Signore per il dono di Madre Speranza che si unisce alla Comunione dei Santi e fa festa in cielo per ogni creatura e famiglia che Dio ha desiderato e progettato. Che tutte le famiglie possano vivere ritiri spirituali meravigliosi come è successo a noi!
Amen

Cristina Righi

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La mediocrità: vivere tanto per…

Peggiore di chi fa il male è colui che fa le cose con mediocrità. È Il tiepido, quello che non è né caldo, né freddo. Quello che si impegna in una cosa ma cercando di non dare né troppo, né troppo poco, quello del 50%. Se dovessimo fare una classifica, non la vincerebbe né il male né il bene, la mediocrità sarebbe al primo posto. Il danno maggiore non viene tanto da chi fa il male convinto al 100%, ma da chi fa il bene a metà. È bello farlo, ci voglio essere, ma fino a un certo punto, cioè poi ho le mie cose, i mie interessi, la mia vita, cioè capisci mica sto senza far niente…

È il ragazzo del Vangelo che arriva a seguire tutti i comandamenti, ma quando Gesù gli chiede di seguirlo in un impegno al 100%, si ritira, perché sì, questo “maestro è buono”, ma è anche “esigente”!

Il mediocre è colui che fa, ma tanto per farlo. Vado a messa? “Ma tanto per…” E se chiedi perché? Perché sono nato cristiano, perché ho sempre frequentato la parrocchia, perché i miei genitori lo facevano, ecc. Non sono “cattolici praticanti”, ma i “cattolici tanto per”.
E così nella vita ogni cosa si finisce per farla “tanto per”. Se tu moglie stai cucinando per tuo marito, o tu marito stai cucinando per tua moglie, non farlo “tanto per”, ma mettici tutta/o te stessa/o, mettici amore, gioia, passione, determinazione. Se fai un lavoro fallo con tutto te stesso! Se fai sport, fallo con tutto te stesso! Qualsiasi cosa tu faccia, se veramente vuoi farla, mettici il cuore, mettici l’anima! Altrimenti meglio non farla, il “tanto per” è dannoso, deleterio, molto peggio del “non lo voglio fare”.

Cristianamente parlando, Gesù ha dato la vita per noi, e allora giochiamocela questa vita! Non sprechiamo il sacrificio di Cristo, il suo sangue, per vivere una vita “tanto per”. Facciamo le cose al 110%, al meglio di noi, e quando non basterà, sarà Lui ad agire, a rendere fruttuosi i nostri sforzi. Parafrasando il Signore degli Anelli, mettiamo da parte il ramingo… diventiamo ciò che siamo nati per essere, cioè Re e Regine.

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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