Preghiera di un padre qualunque a san Kolbe

..di Pietro e Filomena “Sposi&Spose di Cristo”…

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Questa riflessione superficiale nasce il 14 agosto, memoria liturgica di San Massimiliano M. Kolbe.

M.M. Kolbe è un frate, un uomo che in un campo di concentramento ha chiesto di essere ucciso al posto di un padre di famiglia.

Fu esaudito dai suoi aguzzini. Fu lasciato per due settimane senza cibo e senza acqua. Dopo due settimane, essendo ancora vivo gli fu iniettata una dose di veleno.

I testimoni (ovvero i suoi uccisori) hanno detto che prima di morire ha esclamato: “Ave Maria” e sulle labbra aveva un sorriso.

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“Mamma! Vieni! Mamma!!! Maaaaammmaaaaa!”

E tu – padre – nonché marito di quella donna chiamata con urla “Mamma!!!” dai tuoi figli…sei li e tra un pensiero profondo come il divano che ti inghiotte…vieni accarezzato dalla vocina stridula di tua figlia che richiama su di sé con tutto il fiato l’attenzione di colei che l’ha partorita.

La coscienza ti dice: “Marito, mi sa che qualcuno ha bisogno di aiuto.”

E tu le rispondi: “Mica mi chiamo Mamma io…”

E mentre tu bevi qualcosa e fai 4 chiacchiere con la coscienza per prendere tempo…la bimba urla ancora una volta: “MaaaaaaaammmmmmmaaaaaaAAAA!!!”

E lì, la svolta! Incarni il Vangelo e ti offri volontario! Ed esclami: 

“Figlia mia, prendi me al posto della mamma! Dimmi, di cosa hai bisogno…qui c’è papà!”

Gli angeli esultano, il cielo è in festa…perché un uomo ha donato la propria guancia a coloro che volevano percuotere la guancia di sua moglie…ha scambiato la sua vita con quella di colei che andava verso il patibolo.

Poco importa se poi dopo la bambina ha scelto ugualmente di flagellare sua mamma con un mare di richieste lasciando in vita te.

Tu – marito eroico – ci hai provato a salvare la vita della tua sposa. E questo è già qualcosa.

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San Massimiliano Maria Kolbe, prega per noi padri e madri, mariti e mogli, affinché ogni giorno in piccoli grandi gesti si possa consumare nel Dono la nostra vita. Amen. Grazie!

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Le parole dell’amore. R come riempire.

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio. ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accoglierci reciproco in una pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Un’ultima riflessione. Se il vostro vino fosse già diventato aceto, se la vostra relazione fosse già cattiva e guastata, non mollate. Impegnatevi per recuperare un amore tenero tra voi e curatevi l’un l’altra, partendo dai piccoli gesti di ogni giorno. Non solo. Offrite il vostro aceto a Gesù. In quel momento non avete altro. Gesù può trasformarlo. Lì, sulla croce, i soldati gli hanno dato aceto e lui ne ha fatto acqua e sangue, Spirito Santo e vita,  che scaturendo dal suo costato hanno rigenerato tutto. Così lui può rigenerare il vostro amore, ma dovete fidarvi di lui e impegnarvi per continuare a riempire quelle giare, con quello che avete. Lui non vi chiede di più.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. L come liturgia (2 parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette in relazione la chiamata di Dio (il suo amore per noi) e la risposta della Chiesa ( il nostro amore per Lui) Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o dalla propria sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo, che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, per distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno per l’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati. Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Antonio e Luisa

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Le parole dell’amore. L di liturgia (1 parte)

Il matrimonio è un sacramento che si fonda su una liturgia, come ogni altro sacramento. Liturgia che trasforma dei gesti naturali ed umani in qualcosa di sacro, cioè di Dio, che appartiene a Dio. Il sacramento del matrimonio è fondato su due momenti distinti ma legati e imprescindibili. Non si può fare a meno di uno dei due. Senza non c’è sacramento, non c’è matrimonio. Serve lo scambio delle promesse che unisce i cuori dei due sposi. Momento che avviene in chiesa durante la celebrazione. Non basta, Serve l’unione dei corpi. Nell’amplesso fisico i corpi dei due sposi diventano uno, immagine di quell’unione dei cuori celebrata in chiesa. In quel momento avviene l’effusione dello Spirito Santo, non prima. In quel momento il matrimonio è sigillato per sempre e nessuno potrà più dividere ciò che Dio ha unito. Da quel momento ogni nuova unione intima tra gli sposi diviene rinnovazione e riattualizzazione del matrimonio come l’Eucarestia è rinnovazione e riattualizzazione della morte e passione di Cristo. In ogni messa Gesù non muore un’altra volta, ma in modo misterioso viene reso reale e presente nella storia quanto accaduto duemila anni fa. Così nel matrimonio. In ogni amplesso fisico non ci sposiamo un’altra volta, ma rinnoviamo il nostro sacramento nella nostra storia coniugale.

La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. P di perdono

Ogni matrimonio che funziona passa attraverso il perdono. Padre Maurizio Botta dice sempre ai fidanzati quando li prepara al matrimonio: Ricordati che quella persona che vuoi sposare è un peccatore come te, non è perfetto. Vuoi sposarlo comunque? Guarda che è un Caino. Veramente.

In questa frase di padre Maurizio Botta c’è tutto. Noi sposiamo un peccatore o una peccatrice che in modo più o meno grave ci ferirà, con cui avremo incomprensioni e cadute. Non sarà perfetto. Quanti danni ha fatto il film Love Story ad una generazione intera. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace. Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare.

Tant’è che San Paolo lo riporta anche nel suo famoso Inno all’amore.

L’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco riprende questo concetto nel suo bellissimo capitolo quarto di Amoris Laetitia.

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Voglio concludere con un aneddoto personale, oggetto di uno dei miei primi articoli.

Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. O come offerta.

Nell’antichità, molto prima del cristianesimo, i nostri padri avevano comunque nel cuore il desiderio di Dio, e la necessità di mettersi in contatto con lui e cercavano un modo di trovarlo e adorarlo. Salirono su un monte, perché Dio è nei cieli e il monte è il luogo che più si avvicina a Lui, delimitarono  una zona di terreno con paletti  e quella zona divenne sacra. Sacra perché tutto quello che vi entrava diventava sacro, di proprietà di Dio. Venivano portati all’interno animali da sacrificare e frutti della terra da donare.

Questa zona sacra era chiamata Sacer. La persona che poteva entrare in questa zona e mediare con Dio, portare le istanze della popolazione e accogliere le risposte di Dio era il sacerdote. Anche noi sposi, essendo consacrati nel  matrimonio e unti nel battesimo, siamo sacerdoti della nostra unione e della nostra famiglia. Anche noi abbiamo il nostro Sacer. Il nostro Sacer è il talamo nuziale dove sacrifichiamo a Dio noi stessi, donandoci totalmente al nostro sposo e alla nostra sposa. L’atto coniugale diventa così gesto sacerdotale, offerta d’amore e totale elevata a Dio, partecipiamo al sacrificio di Cristo. Il talamo nuziale è per gli sposi quello che per il sacerdote ordinato è l’altare. Sull’altare il sacerdote rinnova il sacrificio di Cristo, stessa cosa avviene tra gli sposi durante l’amplesso fisico. Vivere bene e nella verità il rapporto fisico non è solo un atto d’amore verso il proprio coniuge, ma è un atto d’amore, un sacrificio verso Dio che ci ha consacrato per essere amore per noi e per il mondo.

Non solo; l’atto fisico, se vissuto in modo autentico, nella verità del gesto, ha due valenze. E’ nutrimento per la nostra relazione e il nostro cuore, incrementando il nostro amore naturale e l’apertura alla Grazia. E’ immagine di ciò che vogliamo vivere: dono reciproco e totale l’uno per l’altra, in ogni situazione della vita, non solo nel talamo nuziale. E’ impegno e rassicurazione vicendevole. Ci vogliamo essere sempre e comunque, l’uno per l’altra. Donarci senza risparmio e senza condizione. Vi rendete conto della bellezza di tutto questo?

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore la O di ordinarietà

L’ordinarietà è il banco di prova. Tante coppie saltano sull’ordinarietà. Ho incontrato alcuni giorni fa una mia vecchia amica che non vedevo da tempo. Facendo due chiacchiere scopro che Federica è in grossa crisi con il marito.  Questa amica  è sposata da alcuni anni con un collega di lavoro. Matrimonio maturo, entrambi ultraquarantenni. Confidandosi con me, ha manifestato tutta la sua delusione e sofferenza. Il matrimonio si è trasformato presto in un incubo.  Stavano così bene insieme, viaggi, interessi comuni, musica, concerti, mostre e musei. Città d’arte e mare. Insomma nello straordinario si trovavano benissimo. Il matrimonio non è questo però. Il matrimonio è vita comune, vita di ogni giorno. Il matrimonio sono le paturnie di una moglie, sono i pigiamoni di flanella, i bambini che stanno male la notte, il marito che lascia il dentifricio aperto e i calzini in giro. Il matrimonio sono le corse la mattina per arrivare in ufficio in tempo alle otto dopo aver litigato già da un’ora con i figli per farli alzare, mangiare, vestirsi e saltare in macchina per andare a scuola. Il matrimonio è questo e tanto altro.

A questo proposito il  nostro parroco nel Natale di alcuni anni fa si è “inventato” un’altra splendida omelia che voglio riprendere. Una di quelle che ti fanno riflettere e che anche dopo mesi ti restano in testa. Me la sono segnata non a caso. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta  che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama Weekend degli 883. Una canzone degli anni 90,  di quando ero ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme per sentirci in paradiso. Vi riporto un mio vecchio articolo.

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

Antonio e Luisa

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Incontri in Paradiso nel giorno di ferragosto

…E’ appena terminata questa giornata.

Per alcuni è stata la festa di ferragosto, per altri è stata la Solennità dell’Assunzione al Cielo in Anima e Corpo della Beata Vergine Maria.

Abbiamo cercato di mettere insieme questi elementi…ed ecco pronta una storiella fatta di pura sogno. Buona lettura e, se volete, sognate insieme a noi!

Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

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Siamo al 15 di agosto intorno all’anno 70 dopo Cristo.

Immagina…anche oggi è ferragosto. Alcuni sono andati al mare e altri hanno preferito fare una grigliata in montagna.

Altri…i più poveri in spirito…come spesso accade sono rimasti a casa a sognare.

Ed hanno fatto questo sogno: l’Assunzione di Maria.

Ed eccola Maria che fa il Suo ingresso trionfale al cospetto di Dio tra schiere infinite di Angeli che inneggiano e santi che esultano…si respira tanta santa euforia tra le pieghe dei cieli dei cieli.

C’è gioia ovunque e il Paradiso, se questo fosse possibile, non è mai stato così bello!

Poi, verso sera, quando la festa si fa più mite e i cherubini cantano i vespri a Dio Altissimo…ecco che lì, in un angolo di Paradiso la Beata Vergine Maria e il suo sposo Giuseppe si rincontrano e si guardano.

Sanno bene che in Cielo non ci sono più vincoli matrimoniali, infatti lì nessuno prende moglie o marito…ma Maria e Giuseppe si vogliono ancora tanto, tanto bene.

L’incontro è carico di dolcezza nei ricordi di quanto hanno condiviso nella vita terrena e carico di attese per tutto quello che ancora vivranno insieme per l’eternità.

Una lacrima calda di profonda Gioia e Pace scende sul viso corporeo di Maria.
L’anima di Giuseppe la raccoglie e le dà un bacio, in attesa di risorgere anche lui per poter stringere tra le sue braccia la sua Sposa dolce e bella come sempre.

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Spesso immaginiamo il Paradiso come una realtà statica, in cui tutto è compiuto nella pienezza della Gioia.

Noi ci chiediamo: nell’eternità ci sarà ancora posto per le piccole gioie? …perché no!

Un abbraccio a tutti voi e che Maria e Giuseppe custodiscano tutte le famiglie 

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Le lettere dell’amore. La I di imperfezione.

Imperfezione. La consapevolezza della nostra imperfezione non è un limite, ma un’occasione. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La H.

Trovare una parola con la lettera H non è stato facile. Ancora più arduo trovare una parola che avesse un significato profondo e fosse luce per noi sposi. Ho trovato Habitus.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo.

Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo, erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarrà un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e il mistero di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La G.

In realtà questa seconda riflessione sulla lettera G riguarda due parole e non una. Due parole simili, ma con significati in un certo senso inversi e legati tra loro. Grazia e grazie. La Grazia è il dono assolutamente gratuito di Dio. E’ effusione di Spirito Santo. Grazie è, al contrario, la nostra accoglienza e riconoscenza per il dono ricevuto. Riconoscenza verso Dio e verso il nostro coniuge.

Sentiamo sempre dire che il nostro amore è profezia dell’amore di Dio. E’ immagine dell’amore di Dio Trinità in se stesso e dell’amore di Gesù sposo per la Chiesa sua sposa.

Eppure qualcosa non ci torna. Come è possibile che delle creature finite, fragili e imperfette, come ci sentiamo di essere, possano esprimere un amore così grande?

E’ il mistero di questo sacramento che la Chiesa chiama sacramentum magnum , dove uno più uno non fa due, ma tre.

Gesù viene ad abitare la nostra unione come persona viva e presente in ogni istante della nostra vita, tanto da far inginocchiare un vescovo davanti a due sposi. Si, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi quando guidava la diocesi di Brescia si è inginocchiato davanti a due sposi come si fa davanti all’Eucarestia.

Il matrimonio è come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi arriviamo e doniamo ciò che abbiamo, i nostri pochi pani e pesci, la nostra limitata capacità di farci dono e amore e Lui moltiplica tutto, due, tre , cinque, dieci, cento volte, rendendoci capaci di amare come Lui.

Così ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di essere capaci di sopportare situazioni che prima non avremmo mai sopportato, di spenderci come non avremmo mai pensato di riuscire a fare.

Mi torna in mente una riflessione di Chiara Corbella, che si può leggere nel libro a lei dedicato Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara, già malata, incontrando una sua cara amica, le confessa che sta facendo fatica. Non cerca più di capire perchè c’è da impazzire, ma si fida con abbandono del suo Dio. Poi, concludendo, dice che quello che sopporta in quel momento non sarebbe riuscita a farlo 10 giorni prima e conclude che la Grazia di Dio cambia tutto. Bisogna chiedere a Dio la grazia di vivere la Grazia.

La Grazia cambia i nostri cuori, la nostra unione e la nostra vita. Dio ci offre la Grazia. Noi possiamo accoglierla con il nostro grazie.

Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Grazia e grazie due parole che non possono mancare nella modalità di amare che cerchiamo di costruire nella nostra unione.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La F.

La parola chiave con la lettera F è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La E.

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia. L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove gli sposi vanno a Messa insieme tendono a fiorire molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto, tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La D.

Oggi voglio soffermarmi su una dote del corpo. La dolcezza. La dolcezza, al contrario di come comunemente si pensa, non è una dote dell’anima. Certo l’anima, il cosiddetto cuore, ne è la sorgente, ma poi è il corpo che la rende visibile, percepibile e trasmissibile. La dolcezza non ha nulla a che fare con il tenerume e il dolciume di certi atteggiamenti infantili. La dolcezza è l’amore che si fa accogliente, la dolcezza è l’io che si apre a un tu e si rende amabile per nutrire l’altro. La dolcezza è uno specchio che dice alla persona amata io ti voglio, ti desidero e ti appartengo.

Come spiegare, allora, cosa è la dolcezza in un rapporto maturo e autentico? Ho trovato un mio vecchio articolo che esprime benissimo il concetto che voglio passare.

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli che iniziano ad imbiancarsi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo, ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Questa è la migliore immagine della dolcezza che ho trovato, e soprattutto sperimentato.

Antonio e Luisa

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La giusta distanza e la giusta vicinanza

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise:

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Capita spesso che la “distanza” o la “vicinanza” diventino motivo di litigio tra gli sposi.

A tal proposito vi racconteremo una storia…buona lettura!

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…C’era una volta…

Cenerentola che aveva appena smesso di litigare con Rino (Rino è il diminutivo di Principe Azzurro, ndr).

Cenerentola gli aveva rimproverato che da quando si erano sposati le cose erano cambiate…e gli disse tra le lacrime:

“Rino, ricordi quella sera che ballammo insieme e tu mi stringevi forte a te…non volevi più lasciarmi andare e a mezzanotte mi slogai una caviglia mentre correvo verso la carrozza e persi la mia scarpetta…ma ora non lo ricordi più…non mi stai più così vicino come una volta…sei così distante…”

Rino, che non era uno molto loquace, le replicò:

“Cenerè, mammamia come sei appiccicosa…famme respirà”

(Rino…non era solo diminutivo di Azzurrino…ma anche di burino…).

Lei pianse.

Lui no. E andò a giocare a calcetto con i suoi amici “rini” mentre lei restò a casa a lavare i pavimenti e a lucidare la pentola…(non a caso tutti la chiamavan’ Cenerentola).

Poi per voglia di sfogarsi telefonò al suo padre spirituale e gli raccontò quanto accaduto.

Il suo padre spirituale era il famigerato nonché ricercato Fra’ Tack.

Il Frate per rispondere al cellulare, si rannicchiò sotto ad una quercia per nascondersi dallo Sceriffo di Nottingham che lo stava inseguendo.

Poi rispose e si fece attento per ascoltare lo sfogo di Cenerentola.

Lei piangeva e piangeva e si lamentava e si lamentava…e alla fine il Frate, che ne frattempo aveva ripreso a correre per fuggire dalle grinfie dello sceriffo di Nottingham, soggiunse con l’affanno:

“Carissima figliola…ti capisco. La distanza che a volte viene a crearsi tra gli sposi fa male e fa piangere. Ma ti darò un consiglio: prega.” 

“Prega, prega…solo questo sapete dirmi Fra’ Tack! Cosa devo dire al Signore? Che mi faccia stare vicina vicina a mio marito?”, chiese un po’ seccata la povera Cenerentola.

No, cara Cenerentola, dì al Signore che tu e tuo marito avete un po’ di problemi con le distanzetu avresti sempre il desiderio di tenerlo vicino, lui invece scappa…”

“E’ proprio così!!!”, urlò al telefono Cenerentola.

Riprese il frate: “Allora, carissima figliola, dì al Signore che tu e tuo marito avete bisogno di vivere nella giusta distanza…o, se preferisci, dì che avete bisogno della giusta vicinanza!”

“Non capisco Fra’ Tack! Cosa volete dire?”

“Vedi, tutte le persone hanno questo tipo di difficoltà…alcuni sprecano una vita intera a rincorrere l’altro coniuge, mentre quello scappa impaurito.

“Ma di cosa può aver paura Rino…di me?”

“Non lo so di cosa ha paura Rino…ma lo stesso si potrebbe dire di te…forse lo vuoi troppo vicino perché hai tu qualche paura…ma non è questo il punto!”

“E qual è?” domandò Cenerentola…

“Vedi…probabilmente tu cerchi in lui qualcosa che lui non può darti…tu lo vuoi vicino perché, magari, ti rassicuri, ti dia quel calore, ti offra quella pace…insomma…ti gratifichi…ma dimentichi che lui non è il tuo sposo per questo! La tua pace, la tua gioia profonda può dartela solo Gesù!

Rino è tuo marito e non è Dio…mentre Gesù, che avete messo al centro nel matrimonio che avete celebrato…Lui si, Lui è Dio e solo lui può darti ciò che veramente il tuo cuore desidera!”

“Continuo a non capire”, disse Cenerentola (Che era sì una brava donna…ma era anche poco sveglia).

Al che Fra’ Tack – stanco sia per le spiegazioni, sia perché non ce la faceva più a correre mentre lo Sceriffo di Nottingham lo inseguiva con le manette – replicò: “Gesù è la giusta distanza e la giusta vicinanza tra te e tuo maritose metterete Gesù al centro della vostra relazione tu non divorerai Rino e Rino non fuggirà più da te…

…Gesù è la giusta, l’equa, la perfetta vicinanza che vi custodirà, che farà funzionare il vostro matrimonio.

…E allora, Cenerè, amatevi in Cristo vuol dire questo: tra te e Rino…ci dev’essere uno spazio…e in quello spazio dovete far dimorare Cristo…Lui farà il resto! Lui vi insegnerà ad abitare sia nell’intimità che nella lontananza…”

E fu così che cenerentola capì un po’ di più sulla relazione con suo marito…comprese che il matrimonio cristiano è qualcosa di speciale…poiché Gesù è lo Sposo degli sposi…e Lui non delude…mai.

E fu così che da qual giorno, Rino e Cenerentola vissero felici, contenti e con Gesù al centro tra loro due.

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Grazie 😊🙏

Le lettere dell’amore. La C.

Con la lettera C potrei scrivere tantissime riflessioni. Ci sono moltissime parole chiave. Comunione, castità, carezze, comunità, compassione, condivisione, complicità e tante altre. Molte di queste le ho già trattate in altre riflessioni. Oggi mi soffermo sulla comunione.  Comunione perchè spesso è una parola sottovalutata nella coppia e incompresa nel suo reale significato. Comunione: non è semplice generosità.

Il matrimonio è una relazione privilegiata per maturare e crescere nella nostra chiamata all’amore. E’ la nostra vocazione. Dobbiamo essere capaci di diventare una comunione d’amore. Cosa significa? Voglio dire che non basta che io sia generoso con la mia sposa. Per quello è sufficiente il mio tempo, il mio fare, il mio dare. Non mi richiede un’apertura totale all’altro/a. E’ sempre qualcosa di unidirezionale. Qualcosa che non implica una mia apertura completa, un mio essere disarmato ed inerme. No, è qualcosa che al contrario può rendere l’altro/a dipendente e in posizione subordinata nei miei confronti. Il cosiddetto tappetino, che ha paura di perdere il suo sostegno. Qualcosa che nutre la vanagloria, l’ego e il possesso, non è amore. Non a caso questo pericolo coinvolge maggiormente l’uomo. L’uomo è portato a possedere. Ce lo dice il nostro corpo, come siamo fatti. La donna è naturalmente propensa ad accogliere, anche nel rapporto fisico. La donna accoglie dentro di sè un’alterità. Molto più impegnativo e coinvolgente l’intera persona e richiede tanta fiducia nell’altro.

La comunione è tutta un’altra cosa. Implica che si instauri una relazione profonda, alla pari. Significa essere pronti ad ammettere di aver bisogno dell’altro, di un donarsi e riceversi vicendevole che entra nelle profondità della nostra umanità. Significa sapersi riconoscere feriti e poveri. Entrare in comunione significa far cadere le barriere e le maschere, compresa quella della generosità, e significa mostrarsi così come si è. Per me non è stata una consapevolezza immediata. Ci sono voluti anni per imparare. Mi è costato l’impegno di superare blocchi e di rompere i legacci. Oggi è però meraviglioso, va sempre meglio. Una libertà di amare, di accogliere, di ricevere, di dare e di incontrare la mia sposa che è pienezza. La comunione è aprire il cuore senza paura di giudizio e con la volontà di essere uno. Non è così, forse, anche la comunione che noi viviamo con Cristo nell’Eucarestia?  Con Gesù c’è solo la mia povertà. Lui è la pienezza, ma la mia predisposizione deve essere la medesima. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio”:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. E’ più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati.

scrive ancora:

E’ richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi.(…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.”

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo ferito: quale bellezza

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Mi è capitato in questa calda estate di trovarmi a contatto continuo con la bellezza. In realtà non si trattava quasi mai di bellezze riconosciute, evidenti o epidermiche come direbbe Charlie Brown. Sono stati assaggi di altro che ho desiderato, insieme ad altri, non lasciar cadere nel vuoto.

Prima di tutto ci sono stati i miei bambini e le mie bambine del centro estivo che ho svolto come educatrice. Sorrisi, storie, emozioni, lacrime ma soprattutto vite di famiglie incontrate e sfiorate tra una parola e l’altra. Di paure, sogni, sofferenze, problemi che ci si scambia facendosi coraggio o sentendo che insieme il peso è totalmente differente. E che, se non ha un perchè, ha un come che ti riporta sulla strada per provare a starci dentro. Con tutto.

Poi ci sono stati incontri che le coincidenze (o le Dioincidenze) possono di tanto in tanto scaraventarti addosso, mentre tu stai vivacchiando perchè ti sembra di non averne più per essere cercatore, viandante e mendicante nel mondo. Così mi è successo di imbattermi due volte in un lutto profondo, non intimo, ma che taglia comunque la pelle e che stona nel caldo, nel clima di vacanza e spensieratezza meritata dal ritmo della vita frenetica.

Alla morte siamo sempre impreparati e credo abbia dunque senso il “memento mori” che si scambiavano i monaci quasi come saluto prospettico. La fine, riflettevo, è molto quotidiana come dimensione umana. Accade ogni giorno dentro di noi dovendo lavorare su noi stessi, o come dice Costanza Miriano avendo la necessità di fare un lavoro di cesello. Questo che si amplifica nella coppia, nella famiglia e nei labirinti che nemmeno la bella stagione può mitigare da che la vita continua a pulsare. E purtroppo anche a fermarsi.

Sotto il peso del silenzio del tragico che spaventa e fa arrabbiare, di una rabbia umanissima e sana, trovo che un pezzo dopo l’altro la preghiera riesce a spolpare le crisi in cui naufraghiamo. Benedette crisi perchè etimologicamente crisi significa opportunità cioè una chance di dare una risposta, dirsi presenti e non con l’irreprensibilità della perfezione ma come semplici, umili impasti d’umanità teneramente amata.

Se la bellezza salverà davvero il mondo, sarà anche quella di un volto sereno e sfigurato. Distante dall’elogio della sofferenza gratuita (poi è quasi sempre gratuita) ma dentro le pieghe dei momenti che si presentano e chiedono: e Tu, chi dici che Io sia?

Federica

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Le lettere dell’amore. La B.

Partendo dalla seconda lettera del’alfabeto e riflettendo sul mistero nuziale e l’amore degli sposi mi sono venute in mente due parole: benedire e bacio.

Benedire: gesto sacramentale.

La benedizione nella realtà sponsale ha due significati entrambi importanti. Il primo è legato al significato etimologico del termine. Benedire come parlare bene del mio coniuge. Non è qualcosa di secondario. Non è qualcosa di secondario se quello che pronunciamo ha una consistenza nel profondo dei nostri sentimenti e del nostro cuore. Parlare bene significa esprimere un atteggiamento interiore che è portato a non alimentare rancore e rabbia verso il nostro sposo o la nostra sposa. Significa trarre forza dal sacramento e dalla promessa per amare per primo e non a condizione che l’altro sia a sua volta amabile. In questo caso il benedire diventa una sfida contro la mentalità comune, contro il nostro egoismo e contro anche il nostro senso di giustizia. Come giustamente dice Enrico Petrillo, marito di Chiara Corbella, l’amore non è giusto perchè ti chiede di dare tutto. E’ però liberante nel vero senso della parola, ci libera da tutto ciò che noi abbiamo costruito, ma che ci imprigiona,  per lasciare che sia Dio a costruire attraverso di noi.

La benedizione è anche un sacramentale. La benedizione  non è un sacramento, ma un sacramentale. Ciò significa che non ha un potere immediato, ma dipende dalla grazia e  dalla devozione dei soggetti che ricorrono ad essa. La benedizione è solitamente materia per sacerdoti. Non esclusivamente dei sacerdoti. Ricordo che noi siamo consacrati e siamo ministri del matrimonio in virtù del sacerdozio di Cristo. Possediamo il sacerdozio comune, tutti i battezzati lo posseggono. Questo ci abilita a benedire il nostro coniuge e i nostri figli. Noi lo facciamo tutti i giorni. ci affidiamo vicendevolmente a Gesù disegnando una croce sulla fronte del coniuge e dei figli. Che bello benedire la mia sposa. In quel momento Gesù, che è presente nella nostra unione in modo misterioso, ma vivo e reale, in modo simile alla Sua presenza nell’Eucarestia, in quel momento sta benedendo la mia sposa attraverso di me. Meraviglioso.

Bacio: incontro di anime

Il bacio degli sposi è qualcosa di diverso da tutti gli altri. C’è un simbolismo bellissimo. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle proprie anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono fare. Vogliono donare tutto se stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano, così come quelli che non si uniscono intimamente, hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati, non dalla forza dell’essere uno nell’altro e dal desiderio forte di vivere questo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Antonio e Luisa

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Le lettere dell’amore. La A.

Iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di sviluppare una breve riflessione trovando delle parole che siano come dei tag, delle chiavi, dei riferimenti per la nostra vita di coppia. Sarebbe scontato partire con AMORE.  Amore è però un piccola parola che racchiude un significato infinito, come infinito è Dio. Ho pensato a qualcosa di più circoscritto, che fa parte dell’amore, che ne racconta una manifestazione.

A COME APERTURA, ASCOLTO, ACCOGLIENZA E ABBRACCIO

L’ABBRACCIO E’ L’AMORE CHE DIVENTA CARNE

L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

APERTURA-ACCOGLIENZA

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

ASCOLTO

Tante volte noi sposi ci siamo trovati ad ascoltare la nostra sposa che ci parla di tutto, in particolare delle sue difficoltà, dei suoi problemi, delle sue ansie ma anche delle sue gioie e delle sue vittorie. Quante volte ci siamo sentiti impreparati e impotenti a certe sue confidenze. Non ci siamo sentiti in grado di aiutarla e questo ci metteva in difficoltà a nostra volta. La reazione che ci viene naturalmente è quella di dare soluzioni, perchè noi uomini siamo così. Quando non sappiamo dare soluzioni, iniziamo ad irritarci, a cercare di cambiare discorso e nei migliori dei casi ci disinteressiamo e pensiamo ad altro fingendo di ascoltare. Il matrimonio ti insegna che non è così. La tua sposa non cerca una soluzione, sa bene che tu  non puoi sempre risolvere i suoi problemi, ma ha bisogno semplicemente di essere ascoltata. Ha bisogno di sentire che la sua difficoltà non ci è indifferente, ha bisogno di non tenersi dentro tutto per poter capir meglio anche lei, ha bisogno di sentire il nostro amore anche attraverso il nostro ascolto e la nostra compassione. Ha bisogno soprattutto di sentirsi amata con tutte le sue fragilità, senza maschere in una relazione sincera e vera. Per noi mariti è un’occasione di dimostrare il nostro amore e il nostro sostegno. Come sapientemente ci ricorda Costanza Miriano le donne parlano per esprimere se stesse, mentre gli uomini per trasmettere concetti. Una volta capito questo potremo crescere enormemente nel dialogo e nel rapporto stesso. Al contrario, se non ascoltiamo la nostra sposa, non la curiamo, non la sosteniamo e ci ricordiamo di farlo solo quando vogliamo una prestazione in cambio (cosa molto frequente tra noi uomini), la stiamo trattando da prostituta, la stiamo usando e questo lei lo capisce. Lascio a voi le conclusioni.

Antonio e Luisa

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Un amore che apre all’eterno di Dio

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».
Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.
Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?
E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.
Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?
Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Parole come quelle del Vangelo di oggi mi hanno sempre messo in crisi. Non possono lasciare tranquilli. Sto costruendo la mia relazione con Gesù? Sono consapevole che tutto ciò che ho su questa terra non mi appartiene? Che posso perdere tutto, anche la mia vita, oggi stesso? Spesso preferiamo non pensare a queste cose. In realtà dovremmo. Non per piangerci addosso o per disperarci, ma per dare il giusto posto ad ogni cosa. Chi c’è al primo posto nella  mia vita? Perché se rispondo sinceramente, e al primo posto non c’é Dio non posso essere nella pace. Perché cercherò il senso della mia vita in quello che ho messo al posto di Dio. Quello sarà il mio idolo. Con una grande differenza! Dio dà la sua vita per noi. L’idolo chiede la nostra vita senza darci ciò che desideriamo nel profondo. Così l’idolo può essere il lavoro, il corpo, il sesso, la ricchezza ecc. Quanti sacrificano la propria vita, e non solo la propria, per uno di questi idoli? Per quanto mi riguarda non ho di questi problemi. Ho un idolo molto più subdolo: la mia sposa. Mettere al primo posto l’amore per la propria sposa può sembrare una scelta buona. In realtà anche lei può diventare un idolo e l’amore per lei essere distruttivo e non generativo. La mia sposa non può stare prima di Gesù altrimenti cercherò in lei ciò che può spegnere quella sete di eterno e di infinito che ho dentro. Naturalmente senza mai riuscirci. Anche per il solo fatto che lei è mortale e posso perderla in qualsiasi momento. In questo caso il matrimonio non dà la vita ma la toglie. Non si riesce a godere neanche  dei momenti belli perché ti assale la paura che tutto finisca. La caricherei di un peso che non può sostenere e di una responsabilità che non è giusto che lei si prenda. Per questo è importante mettere Gesù al primo posto. Solo così posso accogliere il dono della mia sposa con meraviglia senza paura di perderlo. Perché l’amore, che dono alla mia sposa e che da lei ricevo, ha il profumo dell’amore di Dio e apre ad un orizzonte di eternità.

Antonio e Luisa

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Mariti, a volte basta ascoltarle.

Ci sono pochi libri che possono fare davvero la differenza in un matrimonio. Per me ce ne sono due che spiccano su tutti. I cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman e Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere di John Gray. Cosa hanno di così speciale? Semplicemente ci aiutano a capire che siamo diversi, che uomo e donna sono diversi. Abbiamo diversi modi di amare e di sentirci amati. Oggi mi voglio soffermare su una dinamica molto comune che lascia l’uomo spesso spaesato e incapace di capire la sua sposa. Quanto scrivo lo potete leggere in modo più approfondito nel libro di John Gray. La donna, solitamente, non è capace di essere accogliente e amabile sempre allo stesso modo. Anche quando lo sposo le dedica tempo e attenzioni. Ci sono tante variabili personali, ormonali, fisiche, psicologiche, spirituali, ambientali, relazionali ecc. che fanno sì che nostra moglie non sia sempre la compagna amorevole che vorremmo. A volte si sente giù e non riesce ad amarci. L’uomo reagisce di solito male a questa situazione. E’ un po’ egocentrico e crede che la felicità o l’infelicità della sua sposa dipendano da lui. Noi maschi siamo un po’ così, ammettiamolo. In realtà non è per nulla detto che sia così, spesso non lo è. L’uomo cerca di aggiustare quindi la situazione per riavere la sua amorevole mogliettina. Naturalmente non riesce perchè non è lui che può aggiustare, ma semplicemente lei deve superare quel momento per tornare in alto. Quindi cosa fa il nostro eroe? Solitamente si offende e si rintana nella sua caverna (si isola) oppure elenca alla sua sposa tutti i motivi per cui dovrebbe essere felice di avere un marito come lui. Naturalmente peggiora la situazione. John Gray cosa ci dice invece? La donna ha bisogno di scendere nell’abisso del suo malessere, ha bisogno di toccare il fondo, come fosse un pozzo profondo, per poi tornare su. L’uomo può fare tanto, ma non nel modo che ho raccontato poche righe sopra. L’uomo può stare accanto alla sua donna, sostenendola ed ascoltandola, senza pretendere nulla da lei. Un amore incondizionato e anche difficile, ma che la fa sentire profondamente amata e capita. Io ho cercato di mettere in pratica questa modalità con Luisa e devo dire che ha dato i suoi frutti. Mi ha liberato dal sentirmi responsabile dei suoi momenti no e mi ha permesso di accostarmi a lei sapendo ciò che dovevo fare: ascoltarla, sostenerla e starle vicino. Null’altro. Niente fraintendimenti e sofferenze inutili.

Antonio e Luisa

Granita, figli e coniuge in fuga

…di Sposi e Spose di Cristo

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Sei lì col sole a picco e 45 gradi all’ombra e ti senti la testa che ti risuona come un cembalo squillante.

Hai appena chiesto al tuo consorte e ai tuoi figli cosa vogliono per rinfrescarsi. Il tuo coniuge d’accordo con te desidera una granita al limone mentre i tuoi figli optano per un ovetto di cioccolata.

Tu hai fatto tutto il possibile per spiegare che forse oggi non è il caso di mangiare cioccolata, ma che forse una granita o un gelato sarebbero più appropriati alla situazione.

Ma i minori insistono: “Vogliamo il merendero di cioccolato!!!!”

Tu hai provato anche ad esporre loro gli effetti collaterali della cioccolata in estate e mentre parli ti accorgi che le infradito di pura gomma cinese si stanno sciogliendo diventando un tutt’uno col pavimento.

Ma loro non cambiano idea.

E allora lasci lì le tue scarpette a liquefarsi sull’asfalto e con un balzo degno di un coleottero che sta per andare a fuoco ti lanci nell’emisfero boreale che altro non è che l’ambiente climatizzato in cui vivono pinguini, orsi polari e baristi ad agosto.

Il sudore che ti cola dalla fronte forma una lastra di ghiaccio intorno al tuo busto e impettito come un maggiordomo inglese chiedi al freddo barista che ti occorrono oltre ad una dose di antibiotici per combattere la polmonite che sta per travolgerti, anche due granite e due ovetti di cioccolata.

Lui ti guarda con un ghigno e ti dice: “Eh, questi bambini!!!”

E tu lo guardi e gli rispondi: “Eh…ccciùùù!”

E inizi la tua serie di starnuti devastanti, sintomo ormai del tuo vicino trapasso all’altro mondo.

Ma non muori per un pelo; paghi il conto e ti rituffi nell’emisfero tropicale dove ti aspetta il resto della truppa familiare.

Del tuo coniuge ormai resta davvero poco. Mentre i pestiferi sotto il metro di altezza si sono nascosti all’ombra di un cespuglio, la tua dolce metà non ha trovato meglio dell’ombra di un palo della luce.

E’ lì e aspetta la granita dopo aver combattuto con i vostri figli che hanno cercato di strappare la mercanzia a tutti i venditori ambulanti di palloni, palloncini, materassini che in quei 5 minuti sono passati da quelle parti.

Dicevo, della tua dolce metà resta poco…allora tenti di ricomporla versandole la granita al limone direttamente nel naso sperando in una reazione chimica che le riavvii il cuore.

Ci riesci. La vita torna in quel corpo esanime.

Dopo aver salvato la vita del tuo sposo, ti rendi conto che i tuoi figli sotto l’ombra del cespuglio urlano a gran voce cose tipo “ahahihhhhahgygsyas sjxvwsvwsdwdg uhduhuihiuh!!!”

In realtà stanno dicendo: “Vogliamo la granitaaaaaa!!!” Ma tu stenti a credere alle tue orecchie e allora per sordità selettiva ti imponi di non capire una mazza di quanto ti stanno chiedendo a gran voce.

“Non può essere vero!” ti dici.

Il tuo consorte, che sta tornando a sembrare una persona, dice con un filo di voce: “Amore, vogliono la granita”.

Ti cadono le braccia. Con le braccia ti cadono anche le uova di cioccolato che avevi comprato e mentre braccia e uova vengono assorbiti dal terreno dell’aiuola su cui sono cadute, svieni. Dalla rabbia o dal caldo non importa.

Tu svieni.

I piccoli barbari allora ti saltano addosso e mentre tu inizi a somigliare sempre più ad un canotto bucato, loro tracannano la tua granita e se la ridono.

Incredibile? Realtà o fantasia?

Questa storiella può essere interpretata in due modi:

Per alcuni essere sposi e genitori è solo una tortura. Si credono violentati dal coniuge e dai figli. Si credono fatti a pezzi. Infatti quelli che vedono la vita matrimoniale e genitoriale in quest’ottica li vedi scappare dalle piccole o grandi situazioni di responsabilità.

Hanno paura del proprio coniuge e dei propri figli perché si sentono violentati dalla loro presenza, dal loro fare richieste impegnative, dal fatto che i figli e coniuge non ti facciano sconti ma richiedano la tua presenza costante.

Questa visione della famiglia è devastante.

L’altra possibilità di vedere le cose può essere questa: il tuoi coniuge e i tuoi figli chiedono la tua vita e tu gliela stai donando. Non ti stanno violentando, ti stanno aiutando a diventare generoso. Non ti stanno facendo a pezzi, ti stanno insegnando che l’amore è una strada impegnativa in cui “spezzarsi” è necessario per vivere.

“Chi vorrà salvare la propria vita la perderà” dice Gesù.

Fuggire dalla propria famiglia perché si vuole “conservare” la propria vita non porta a nulla.

Invece restare e cercare di capire come poter amare di più l’altro e comprendere che il tuo bene passa dalla felicità dell’altro vuole dire trovare la chiave della felicità.

Buon cammino e buona estate in famiglia.

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Grazie, Pietro e Filomena 😊

Siamo chiamati a seminare il seme buono

Alcuni giorni fa il Vangelo proponeva la parabola della zizzania. Voglio riprenderla con voi perchè è importante liberarsi del senso di colpa. Siamo genitori e i nostri figli spesso non sono come vorremmo. Almeno per noi è così. Facciamo spesso esperienza del mistero che sono i nostri figli. Più diventano grandi ed entrano nella famigerata adolescenza e più non li riconosciamo. Come è possibile che tutto quello che abbiamo seminato negli anni della loro fanciullezza non ha attecchito come ci saremmo aspettati? Anni e anni a cercare di trasmettere una vita buona fatta di impegno, attenzione per il prossimo e relazione con Dio. E loro? Sono quelli che sono. Ribelli, scansafatiche ed egoisti. Certo sto esagerando e generalizzando. Per tanti però è così. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa e non semplicemente per chi è. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Cosa c’entra tutto questo con la zizzania? C’entra. Dobbiamo essere consapevoli che nel terreno dell’umanità di nostro figlio è seminato il seme buono. L’ha fatto Dio, facendolo capace di amore, e l’abbiamo fatto noi, cercando di educarlo all’amore. Non c’è però solo il seme buono. C’è la zizzania del peccato originale e del male che abita tutte le persone. Nostro figlio può scegliere di commettere il male e di fare scelte sbagliate. Senza libero arbitrio non ci può essere amore e questo è il pericolo che dobbiamo accettare di correre. Non solo. La zizzania non è solo in nostro figlio. Anche il nostro spirito è abitato da seme buono e da zizzania. Anche noi genitori non siamo perfetti e commettiamo continuamente errori. Alcuni di questi possono ferire i nostri figli. Non dobbiamo per questo vivere di sensi di colpa. Non si può sentirsi in colpa perchè non si è perfetti. E’ importante ammettere gli errori, scusarsi e ricominciare. Soprattutto è importante mostrare che c’è un Padre che non è come noi. Un Padre che ama di un amore perfetto, misericordioso ed immeritato. I nostri figli troveranno la loro strada. Noi siamo i seminatori, ma non è detto che noi ne raccoglieremo i frutti. Non sempre è così. A noi è chiesto di seminare nell’amore senza mai perdere la speranza.

Antonio e Luisa

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Il limite alla Grazia è nel nostro cuore di sposi.

Il villaggio ai piedi del castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del castellano che leggeva un proclama nella piazza. 

“Il nostro signore beneamato invita tutti i suoi buoni fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda però a tutti un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del castello che è vuota.”

L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietrofront e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi. “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio. Io porterò un bicchiere d’acqua, e sarà abbastanza!” – “Ma no! E’ sempre stato buono e generoso! Io ne porterò un barile!” – “Io un ditale!” – “Io una botte!”

Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava pieno di gioia verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.

“E la sorpresa promessa?”, brontolarono alcuni con disappunto e delusione. Altri dimostravano una gioia soddisfatta: “Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”. Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero allora delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro!

“Ah! Se avessi portato più acqua”.

Quella che avete appena letto è una bellissima favola di Bruno Ferrero. Potete trovarla nel libro 365 piccole storie per l’anima. E’ una bellissima metafora di quello che Dio compie nel sacramento del matrimonio. Almeno questa è la mia lettura. Ricorda un episodio della vita di Gesù: le nozze di Cana. Gesù nel matrimonio non compie nessun miracolo senza il nostro impegno. Ha trasformato l’acqua in vino solo dopo che i servitori hanno riempito le giare. Non ha fatto tutto lui. Così è il nostro matrimonio. Lo è all’inizio quando ci sposiamo. In quel momento Dio riversa, attraverso lo Spirito Santo, il Suo Amore nei nostri cuori, per farci capaci di amare come lui. Non può, però, mettere più monete d’oro (Grazia) di quelle che noi possiamo contenere. Il nostro cuore può essere piccolo come un ditale o grande come una botte. Dipende solo da noi. Dipende da come ci siamo preparati nella nostra vita e nel fidanzamento per ricevere la Grazia di Dio nel sacramento. Dipende da quanto abbiamo combattuto l’egoismo attraverso la castità, dipende da quanto siamo riusciti a farci servo l’uno dell’altra. Dipende da quanto siamo stati capaci di spostare l’attenzione da noi all’amato/a. Questa storia non si ferma al giorno del matrimonio. Noi siamo sacramento perenne. Ciò significa che, finchè siamo in vita, nella nostra relazione c’è la reale presenza di Gesù, come nell’Eucarestia (seppur in modo diverso). Ciò significa che la favola non finisce così. Chi è entrato con un ditale alla festa del suo matrimonio può imparare, durante la vita insieme al suo sposo o alla sua sposa, a donarsi, a farsi servo, a farsi tenerezza, a farsi amorevole presenza. Tutto questo trasforma nel tempo il suo cuore da ditale a botte, e Dio non aspetta altro che un cuore più grande per colmarlo del Suo Spirito. Forza! Il matrimonio è un cammino che non finisce mai. E’ un cammino che ci può aiutare ad avere un cuore sempre più grande per accogliere sempre di più Gesù e i suoi doni dentro di noi.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La temperanza.

La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2 ) [Cf  Sir 37,27-31 ]. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri” ( Sir 18,30 ). Nel Nuovo Testamento è chiamata “moderazione” o “sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (  Tt 2,12 ).

La temperanza è una virtù sempre meno esercitata. Siamo una società di persone bulimiche. Non ci basta mai. Vogliamo tutto e subito. Siamo bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di sensazioni. Ingurgitiamo tutto, sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, anzi che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a Sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della nostra figliolanza. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e del bisogno che diventa diritto. Siamo soprattutto bulimici di piacere sessuale. Tutto nella nostra società ammicca al sesso. Lo fa la pubblicità, lo fanno i media ed è spesso presente nei discorsi al bar con gli amici. Abbiamo il cervello costantemente bombardato da stimoli sessuali. La temperanza sembra esssere esclusa dalla nostra società del carpe diem. Sa di vecchio e di clericalbigotto. Ogni lasciata è persa. Invece la temperanza è quantomai necessaria. La temperanza mette le cose al loro posto. Mette le giuste priorità in una relazione. La temperanza dice all’altro che non è importante per quello che ci dà o per le sensazioni che ci fa provare, ma è importante e amato semplicemente perchè è lui o è lei. E’ amato incondizionatamente. La temperanza, che nel matrimonio si concretizza con la scelta di avvalersi dei metodi naturali, permette agli sposi di amarsi e di mettere l’altro al primo posto. L’altro! Non il piacere che traiamo da lui/lei. Altrimenti se viene a mancare il piacere o ne troviamo uno maggiore altrove la relazione muore. Quanti si lasciano perchè non sentono più nulla? Troppi. La temperanza permette agli sposi di accogliersi totalmente e di non pretendere che l’altro/a rinunci a una parte del suo essere maschio (preservativo, coito interrotto) o femmina (pillola, spirale e altri) per assecondare il loro desiderio di piacere. La temperanza permette di rispettare completamente la persona amata. L’amore si dimostra anche sapendo rinunciare. Soprattutto oggi dove ogni sacrificio è uno scandalo da scansare.  Non sapete come si sente amata una donna quando il suo uomo è disposto ad aspettare qualche giorno pur di averla completamente senza dover rinunciare a nulla di lei, perchè lei è meravigliosa così com’è. Come invece si sente, presto o tardi, usata in caso contrario. La temperanza è una virtù che permette agli sposi di sviluppare altre forme di tenerezza e di unione. Permette agli sposi di spendere quella carica erotica che magari sentono e sprigionano per donarsi tenerezza in altro modo che non sfoci per forza nel sesso. Baci abbracci e carezze. Questo è un modo di prepararsi nella temperanza e nella verità all’amplesso quando sarà possibile viverlo. Questo è il modo che gli sposi cristiani possono ricercare per non vivere l’astinenza periodica come frustrante,ma al contrario renderla feconda e nutrimento per la relazione. Questa è la strada per vivere un matrimonio che non sia arido e che non scada nella noia e nell’abitudinarietà .

Antonio e Luisa

Le virtù nel matrimonio. La fortezza.

Ed eccoci alla terza virtù cardinale e penultima delle 7 (tra teologali e cardinali). Come consuetudine la introduciamo con quanto possiamo leggere nel Catechismo, in particolare al punto 1808:

La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (  Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (  Gv 16,33 ).

Giunti quasi alla fine di queste riflessioni risulta sempre più evidente come tutte le virtù siano legate l’una all’altra. La fortezza è vivere ciò che siamo nonostante noi, nonostante le nostre ferite, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre cadute, nonostante il nostro continuo sentirci inadeguati e incapaci. Nonostante la nostra famiglia non sia così perfetta come avremmo voluto e abbiamo chiesto a Dio il giorno delle nozze. La nostra famiglia è una piccola chiesa domestica. Non è diversa dalla grande Chiesa di Gesù. E’ santa perchè appartiene a Gesù, perchè è abitata da Gesù, perchè è redenta e salvata da Gesù, ma nel contempo è anche peccatrice ed imperfetta perchè ci siamo anche noi sposi con tutti le nostre miserie. La fortezza è quindi la virtù che ci permette di perseverare e di non mollare mai. La fortezza ha però un presupposto. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere. Siamo chiamati ad essere volto dell’amore misericordioso di Dio. Siamo relazione che nell’imperfezione dell’amore umano mostra la perfezione di chi è capace di perdonare sempre. Siamo persone capaci di Dio, capaci cioè di amare senza condizioni e senza limite se non dare tutto. Amore quindi che non si risparmia. La fortezza capite bene come si leghi benissimo alla giustizia di cui ho parlato nel precedente articolo. La giustizia è la consapevolezza di dover dare tutto e la fortezza è la virtù che ci dona la forza di farlo. La fortezza è la virtù che è maggiormente manifestata e concretizzata da quegli sposi e quelle spose che restano fedeli al coniuge nonostante siano stati abbandonati. Persone che hanno nel cuore tanta sofferenza, hanno ferite e cicatrici che difficilmente riusciranno a sanare, ma vanno avanti perchè sono consapevoli di ciò che sono. Sono consapevoli che il loro non è un matrimonio fallito. E’ un matrimonio che fa soffrire, ma non fallimentare. Stanno perseverando e si stanno preparando in questo modo all’incontro con Gesù che è lo scopo di ogni matrimonio. Senza arrivare a queste situazioni la fortezza è virtù fondamentale in tutte le famiglie anche quelle serene e unite. La fortezza è allenare la nostra capacita di sopportare la fatica che caratterizza la vita di tanti sposi e genitori. Io, come penso anche voi che leggete, dopo anni di matrimonio, di allenamento giornaliero, sono molto più. La fortezza richiama alla memoria anche il castello fortificato, con mura possenti e alte torri. E’ un’immagine bellissima. La virtù della fortezza ci permette non di difenderci da invasori esterni. Nulla di tutto questo. Ci permette di conservare all’interno delle mura della nostra vita ciò che è buono. Ci permette di non dilapidare il tesoro che c’è in noi. Ci permette di conservare la verità anche quando le difficoltà, le sofferenze e le fatiche ci spingono fuori da una vita fatta di amore autentico e di relazione con Gesù.

A volte la fortezza non basta, ma non disperiamo. Noi sposi abbiamo la Grazia sacramentale che ci dona tutto ciò che serve per avere tutta la forza di cui abbiamo bisogno per non mollare. Noi dobbiamo mettere ciò che abbiamo proprio crescendo in fortezza. Il resto lo farà Dio.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La giustizia.

La virtù della giustizia nel matrimonio è davvero straordinaria. Introduciamola con quanto scrive il Catechismo al punto 1807

La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (  Lv 19,15 ). “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” ( Col 4,1 )

Semplice non è vero? Dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto. Nel matrimonio non c’è possibilità di sbagliare. Abbiamo dato a Dio il nostro matrimonio e abbiamo donato al nostro coniuge la nostra vita. La giustizia nel matrimonio è non venire meno alla promessa. Noi apparteniamo a Dio attraverso il libero dono di noi stessi all’altro/a, dono rinnovato ogni giorno. La nostra relazione è quindi sacra. Non ci appartiene più ma è offerta a Dio. Ogni volta che quindi non vivo con questo atteggiamento la mia relazione non sono giusto, non c’è giustizia nelle mie azioni, nelle mie parole e nei miei gesti. Noi spesso non abbiamo questa percezione della giustizia. Siamo portati a valutare un rapporto giusto quando pesiamo quello che diamo e quello che riceviamo, come su una bilancia. Se la bilancia pende troppo dalla nostra parte significa che non c’è giustizia e che quindi possiamo tirarci indietro. Crediamo di averne tutto il diritto. Questo ci insegna tutto il mondo che ci circonda. Gesù è straordinario anche in questo. Ci ha insegnato che l’amore chiede tutto. Chi ama non può pesare e dare un prezzo al suo amore. La giustizia di Gesù ci chiede di donarci senza riserve al nostro coniuge e per il bene della nostra famiglia. La giustizia ci chiede di darci senza condizioni e senza scuse di sorta. Abbiamo promesso di amare e onorare il nostro coniuge tutti i giorni della vita senza nessuna condizione. Quindi anche in quei casi in cui il coniuge disattende la sua promessa la giustizia ci chiede di dargli comunque tutto. Noi nel matrimonio siamo consacrati, resi di Dio. E quando ci vengono brutti pensieri, quando ci sembra che l’altro non meriti il nostro amore e che la bilancia dell’impegno, della cura e dell’amore donato pesi troppo dalla nostra parte ricordiamoci che non è così. Ricordiamoci che dall’altra parte, sull’altro piatto della bilancia non c’è soltanto l’amore che ci dona il nostro sposo o la nostra sposa, che forse è davvero misero. Ricordiamoci che sull’altro piatto c’è anche tutto l’amore di Gesù per noi, c’è la sua morte in croce per noi, c’è il suo sacrificio che ci ha salvato. E allora dai, coraggio,  forse cominciamo a capire che la giustizia è davvero dare ogni cosa di noi nonostante tutto e tutti.

Antonio e Luisa

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Le virtù nel matrimonio. La prudenza.

Dopo aver riflettuto sulle virtù teologali oggi ci approcciamo a quelle cardinali. Ricordo che le virtù teologali non ci appartengono. Non sono acquisibili solo con il nostro impegno e la nostra volontà. Sono dono gratuito di Dio. Dono del battesimo e poi perfezionato e finalizzato nel matrimonio. Le virtù cardinali sono invece umane. Sono alla nostra portata. Sono raggiungibili anche solo con le nostre forze. Il catechismo della Chiesa cattolica a tal proposito scrive:

Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino. (1805 ccc)

e poi ancora:

Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura.

Quindi le virtù cardinali sono le quattro virtù umane morali che ci permettono di vivere tutte le altre virtù e di entrare in relazione con Dio amore.

Questo significa che le quattro virtù che andremo ad approfondire sono la base umana sulla quale costruire un matrimonio buono.

La prima di queste quattro virtù è la PRUDENZA.

Il catechismo come la declina? Se lo scorriamo fino al punto 1806 possiamo leggere:

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell’azione », scrive san Tommaso82 sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

Cerchiamo di concretizzare questa virtù in atteggiamenti pratici. Nel matrimonio cosa significa essere prudenti? Significa essenzialmente due cose:

  1. Non essere affrettati e irruenti nei rapporti familiari

Alla luce del Vangelo, la Prudenza diventa quella piccola pausa di riflessione che ci impedisce di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e anche nel lasciarci prendere dall’ira.

Quanti errori compiamo per mancanza di prudenza. Quanta sofferenza e quanti litigi avremmo potuto evitare. Soprattutto quanti gesti e quante parole abbiamo fatto o detto per poi pentircene amaramente. Le ferite, che possiamo infliggere all’altro con le nostre parole e con i nostri gesti, restano e fanno male, anche quando chiediamo perdono e siamo perdonati.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

        2. Saper ponderare le nostre scelte

La persona prudente non è il titubante o l’indeciso. Nulla di tutto questo. La persona prudente è colei che legge la propria vita alla luce del Vangelo e della Verità. La persona prudente è quella che pondera ogni decisione avendo gli strumenti e i parametri per farlo. La persona prudente è quella consapevole delle proprie forze e dei propri limiti. Anche in questo caso la prudenza richiede un grande lavoro su di sè, un lavoro di introspezione. Presuppone una conoscenza del mondo che ci circonda e delle persone della nostra famiglia. Prudenza è quindi avere la capacità di scegliere avendo come parametro oggettivo ciò che siamo, chi abbiamo di fronte, la Parola di Dio  e il mondo esterno. Concretamente significa rinunciare a ciò che ci può condurre verso il male e assecondare ciò che è buono. Faccio un esempio concreto che mi ha colpito molto. Durante il mio corso fidanzati un noto psicologo ha condotto un incontro. Ha raccontato qualcosa che può aiutare a capire questa virtù. Si trovava in una città per un convegno. Era a circa 200 km da casa. Fece il suo intervento e, tra una cosa e l’altra, si fece sera. Aveva la possibilità di pernottare lì e il giorno dopo con comodo rincasare. Durante quell’incontro aveva stretto un fitto dialogo con un’altra relatrice. Diciamo pure che aveva flirtato. Anche lei quella notte si sarebbe fermata a dormire in quell’albergo. Lui, proprio per questa virtù di prudenza, decise di mettersi in auto e tornare a casa. Aveva ponderato la sua debolezza verso il fascino di quella donna, aveva intuito la disponibilità di quella donna e, facendo i conti, comprese come quella notte sarebbe stata molto pericolosa per la sua fedeltà.  Tornò a casa e ci raccontò come si sentisse ancora molto fiero per quella decisione. Questa è la prudenza.

Antonio e Luisa

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Gesù crede in te

..di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise

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Un paio di anni fa per Natale ci hanno regalato una minuscola pianta grassa…poverina, era ricoperta da qualche schifezza tossica di color rosso.

Chi l’aveva rivestita di quella sostanza lo aveva fatto per renderla più bella, per renderla più in tinta con il color rosso che a natale “fa tanto” babbo natale più che Gesù Bambino.

Ed è così che la bellezza naturale della piantina veniva soffocata da artifici cosmetici.

Nonostante tutta questa preparazione, era poi stata dimenticata in una stanza per due settimane senza molta luce e senza acqua. Poi qualcuno l’ha scovata e ha detto:

“Ah, questa piantina è per voi! Buon Natale!”

Il suo valore economico sarà stato pari a 0,49 centesimi…ma abbiamo creduto nelle potenzialità di questa piantina e l’abbiamo tenuta provando a darle un futuro.

Per prima cosa l’abbiamo ripulita alla meglio dalla sostanza rossa, le abbiamo dato un po’ d’acqua e messa alla luce del sole.

Ebbene quella piantina da 4 soldi oggi è ancora sul nostro balcone, è diventata più grande, sta facendo nuove foglie e soprattutto ci sta deliziando con dei fiorellini bellissimi!

Sembrano campanelle…campane di Pasqua, come quelle che annunciano la Risurrezione del Signore Gesù.

Ed è ciò che è successo proprio per la nostra piccola piantina. Con un po’ d’acqua e un po’ di luce sarebbe sopravvissuta…ma non è bastato questo: abbiamo “creduto in lei”…ed oggi è risorta, è bellissima!

Forse è quanto accade anche a noi dai giorni del fidanzamento fino ad ogni giorno del matrimonio.

Ci fidanziamo e siamo tutti carini, appariscenti…rivestiti di strati di cosmesi, cercando di farci belli per piacere all’altro.

Poi entriamo nel matrimonio e ci rendiamo conto che le maschere non solo non durano, ma ci soffocherebbero se ad un certo punto qualcuno non ce ne liberasse!

E’ il nostro coniuge che ha questo compito tanto importante quanto faticoso: aiutarci ad essere liberi da tutti quei trucchi che adottavamo per far innamorare qualcuno di noi.

Questo processo è lungo, e spesso i coniugi non si accorgono neanche di quanto possano fare bene all’altro semplicemente essendo sé stessi, coi propri pregi e i propri difetti.

Ora che siamo sposati e non servono più quei trucchi bisogna che lascino il posto alla bellezza vera che ci abita…a quella bellezza di cui, a volte, ci vergogniamo anche.

Dal desiderio di essere amati gli sposi devono passare all’amare. Dall’innamoramento bisogna passare all’amore.

E questo passaggio può essere doloroso.

Alcuni si erano sposati per avere qualcuno che li facesse ridere e invece si ritrovano a dover asciugare le lacrime dell’altro.

Qualcuno si è sposato per avere qualcuno che lo facesse sentire importante e invece si trova a dover fare da “supporter” al coniuge che spesso si deprime.

E’ una sfida grande che non si vince con le proprie forze.

Non si può vincere con le proprie forze.

E’ possibile vincerla solo ricordandosi che c’è qualcuno che crede veramente in te…

Solo quando scopri che c’è qualcuno che ti ama molto più di quanto ti ami il tuo coniuge e molto molto molto di più di quanto tu pensi di amare il tuo coniuge.

E’ possibile vincere solo quando vedi coi tuoi occhi che Gesù crede così tanto in te che si è giocato la sua stessa vita scommettendo sulla bellezza di cui è capace la tua.

Se scopri tutto questo allora sarai come la nostra piantina sul balcone.

…Smetterai semplicemente di sopravvivere e ti ritroverai a risorgere ogni giorno.

…Smetterai di “tirare a campare” e ti ritroverai a mettere su nuovi germogli.

…Smetterai di far finta di essere bello e ti ritroverai a tirar fuori dal tuo cuore una bellezza così radiosa che commuoverà te stesso per primo.

Gesù ti ama e crede in te.

Fanne memoria nella preghiera e fanne esperienza nell’Eucarestia…e fiorirai.

E fiorirà anche la tua vita ed il tuo matrimonio!

Coraggio, Gesù crede in te…e le campane suonano Alleluja!!!

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Le virtù nel matrimonio. La speranza.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti.  Il sacerdote scrive:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserirla in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva aperta all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

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