Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (2 parte)

Riprendiamo il discorso da dove l’abbiamo lasciato (qui la prima parte). Come mettere argine alla famiglia di origine quando questa rischia di rovinare la relazione della coppia di sposi. Partiamo con una domanda. E’ necessario mettere una distanza anche fisica tra noi e i nostri genitori oppure basta una distanza emotiva e psicologica? Non è necessario sempre allontanarsi anche geograficamente. All’inizio del matrimonio forse è però indicato. Anche quando la famiglia di origine non è invadente. E’ importante trovare e custodire il noi della coppia. Fare in autonomia le scelte. Scoprirsi un qualcosa di diverso dai nostri genitori. Si lo sappiamo ma spesso non lo abbiamo coscientizzato in noi stessi.

Prendere consapevolezza che siamo altro è un passaggio fondamentale. Magari le nostre famiglie di origine possono anche soffrire della nostra scelta, quando decidiamo di metterle un po’ da parte, ma è necessario. Se affrontiamo questo passaggio poi possiamo tranquillamente vivere vicino ai suoceri perchè ci sarà una consapevolezza diversa e i ruoli saranno chiari.

E’ fondamentale capire che non sono loro che devono staccarsi da noi, che sono invadenti, ma siamo noi figli che dobbiamo staccarci da loro. Abbiamo in mano la nostra vita e se noi non vogliamo, i nostri genitori non possono andare oltre ciò che noi consentiamo loro di fare.

Come agire in concreto? Vi diamo alcune regole. Sono proposte da Claudia e Roberto:

  1. Ognuno dei due sposi si interfaccia con la propria famiglia. Ciò significa che se io dovessi avere problemi con la madre di mia moglie è meglio che lasci comunque parlare mia moglie. Ciò che dice un figlio o una figlia ha un peso diverso rispetto a quando parla un genero o una nuora.
  2. Tra i due sposi è fondamentale ci sia accordo. Si può litigare dentro casa ma fuori uniti. Non dobbiamo mostrare disaccordo. Se mia moglie litiga con mia madre, io davanti a mia madre difendo mia moglie. Poi nel privato possiamo anche discutere sul suo comportamento. Mostrare disaccordo è già una crepa dopo possono entrare gelosie e competizioni. E’ fondamentale mettere un confine dove la famiglia di origine non possa entrare e mettere zizzania.
  3. I genitori non devono avere le chiavi di casa e se le hanno non usarle quando noi siamo in casa. Devono bussare sempre. Si tratta di un accorgimento più psicologico che altro. E’ importante capiscano che stanno entrando nella casa di un’altra famiglia, non della loro.

Tutti questi accorgimenti sembrano quasi cattivi verso chi ci ha generato e cresciuto. In realtà mettere paletti è indispensabile per noi, per la nostra coppia e anche per loro. Solo nella libertà si può amare in modo sano. Non nella dipendenza. Mettere un confine tra noi e loro significa custodire la nostra coppia e anche loro dai nostri pesi che magari fanno fatica a sopportare. Se si crea questo tipo di rapporto poi ci sarà anche la serenità e la tranquillità necessarie per prenderci cura di loro quando saranno anziani e avranno bisogno di un sostegno.

Ok tutto chiaro e facile se entrambi gli sposi sono d’accordo. Se mia moglie non capisce? Se mio marito non ci sente? Risponderemo con il prossimo articolo.

Antonio e Luisa

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Giochiamo a nascondino ?

Il Vangelo di oggi è breve ma intenso, data la sua brevità lo riportiamo per intero Mt 5, 13-16 << In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». >>

Mettiamo in evidenza solo alcuni passaggi :

  1. ai suoi discepoli
  2. siete sale e luce
  3. vedano le vostre opere buone

Ora, tentiamo di addentrarci un poco in ogni passaggio senza la pretesa di essere esaustivi, ma convinti che “mattone su mattone viene su la grande casa” : quindi anche oggi pochi mattoni ma sistemati bene.

  1. Spesso, pensiamo che Gesù avesse il megafono, un canale televisivo, una stazione radiofonica oppure un profilo sui social, e che avesse mille e più gruppi di Whatsapp,; quindi che le sue prediche fossero condivise su centinaia di migliaia di profili social. In realtà, sembra che il più delle volte Gesù parlasse ad una cerchia ristretta di persone. Anche questa volta Gesù, infatti, parla “ai suoi discepoli”, non al mondo intero. Ma nel nostro tempo, chi sono i “suoi discepoli” ? Siamo noi, i battezzati, e nello specifico noi sposi nel sacramento. Quindi, Gesù non sta parlando ad una massa informe, generica, ma ai suoi discepoli, cioè quelli che lo seguono e si sforzano di imitarlo in tutto all’interno del matrimonio.
  2. “sale e luce”…. sono due metafore diverse usate da Gesù per esprimere lo stesso concetto con sfumature diverse. Ma ci colpisce quel “siete”…. attenzione : Gesù non dice: sarebbe bello che voi foste sale e luce…. se vi va potreste diventare sale e luce…. mi piacerebbe che voi diventiate sale e luce… MA, … SIETE …. cioè ? Non dobbiamo aspettare di diventare sale e luce, SIAMO GIA’ SALE E LUCE in virtù del nostro Battesimo e di tutti gli altri Sacramenti e doni di Grazia; dobbiamo solo vivere per ciò che siamo…. spesso viviamo così superficialmente (alla superficie e non in profondità) il nostro cristianesimo vissuto che è come se il sale avesse perduto il sapore.
  3. “vedano le vostre opere buone” … quindi ? E’ finito il tempo dei codardi, è finito il tempo di giocare a nascondino, è finito il tempo di vergognarsi di appartenere a Gesù Cristo e alla sua Chiesa; il mondo ha bisogno di luce ma….. il fine qual è ? Non è per ottenere vantaggi personali, godere della stima del mondo, farsi un posto di rilievo nella società, sarebbe tutto vanagloria, passa presto la scena di questo mondo. INVECE dobbiamo uscire allo scoperto, ma perhé vedendo le nostre opere buone gli altri rendano gloria al Padre, ce lo ha detto lo stesso Gesù…. insomma: affinché si convertano. E’ una missione impegnativa che ci responsabilizza! Ogni coppia deve trovare i metodi e i modi migliori per compiere questa missione da 007.

Coraggio sposi, che Gesù si fida di noi per convertire il mondo.

BASTA giocare a nascondino !

Giorgio e Valentina.

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Dirette 3 coppie 2.0. La famiglia di origine. (1 parte)

In questo periodo Luisa ed io, con gli amici di Sposi&Spose di Cristo e Amati per Amare, stiamo organizzando delle dirette facebook su vari argomenti inerenti il rapporto di coppia e la famiglia in genere. Ne sta uscendo qualcosa di bello e soprattutto di molto utile. Tante persone ci hanno scritto per approfondire i diversi temi delle serate o semplicemente ringraziare. Per questo abbiamo deciso di mettere nero su bianco i punti principali scaturiti durante le dirette.

In questo articolo ci occupiamo di famiglia d’origine. Grazia o tormento? Croce o delizia? E’ davvero così. La famiglia di origine può essere quel quid in più che sostiene la coppia e la nuova famiglia che si è formata, oppure può essere un fattore disgregante e distruttivo. Oggi parliamo dei problemi causati dalla famiglia di origine senza dimenticare però che spesso i suoceri sono una risorsa e persone meravigliose.

In genesi troviamo scritto  Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Genesi 2, 24) Dio ci chiama all’autonomia. Per formare davvero una nuova famiglia abbiamo bisogno di abbandonare padre e madre. Come a dire che per unirci davvero tra di noi sposi dobbiamo tagliare il cordone con i nostri genitori. Non significa che non ci saremo più per loro. L’amore resta e forse sarà anche più forte data la lontananza. Però muta. Dobbiamo però essere capaci di metterlo al posto giusto. Non è corretto infatti dire che ameremo di più nostra moglie o nostro marito rispetto a loro, ma che la relazione sponsale viene prima di tutte le altre relazioni. Fare classifiche dell’amore significa già entrare in competizione, invece è importante comprendere che i due rapporti sono su piani differenti. Non in competizione.

Solo così, rendendosi indipendenti, gli sposi potranno davvero onorare i genitori, non come membra ancora dipendenti da essi affettivamente e psicologicamente, ma come uomini e donne liberi e maturi che proprio perchè emotivamente autonomi possono relazionarsi e prendersi cura nel modo giusto di loro.

Cosa fare quindi quando i genitori di uno dei due sposi o di entrambi non vogliono o non sono in grado di stare al loro posto? Diciamo subito che è fondamentale intervenire. Purtroppo tante separazioni sono causate spesso da problemi irrisolti con le famiglie di origine. Claudia (Amati per Amare) dice che serve un processo di desatelizzazione. Processo che inizia già nell’adolescenza ma che è fondamentale mettere in atto quando ci si sposa. Significa smettere di orbitare intorno alla famiglia di origine e avere la forza di staccarsi e di trovare una nuova orbita. Diversa e indipendente. Quando ci si sposa il centro dell’orbita diventa la nuova famiglia. E’ il noi della coppia.

Ci sono due dimensioni da prendere in esame. La dimensione interpesonale. Come coppia come ci poniamo con le famiglie di origine? Poi c’è la dimensione intrapsichica cioè quanto tendiamo a replicare comportamenti e dinamiche della nostra famiglia di origine in quella nuova. Anche comportamenti magari negativi e sbagliati. Nei litigi tra noi coppia spesso non c’è solo il nostro coniuge ma c’è anche la presenza ingombrante di nostro padre o nostra madre. Ci portiamo la nostra storia. Ci portiamo i nostri legami emotivi irrisolti. Litighiamo con lui/lei ma stiamo litigando anche con nostro padre o nostra madre.

Nel prossimo articolo approfondiremo la prima dimensione. Cosa fare quando la famiglia di origine rischia di essere invadente e di creare tensioni che con il tempo possono dividerci? Seguiteci e lo scoprirete.

Antonio e Luisa

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La Trinità? Come due sposi che si amano.

Questa domenica si festeggia la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua. Si festeggia la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente all’altro/a in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

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Commento al Vangelo di fra Andrea Valori

Il piacere è nell’unione

Ciao Antonio e Luisa. Vorrei restare anonima. Una domanda molto personale. Mio marito mi chiede, durante il sesso, di fare cose che non mi piacciono e non penso siano sane. Il sesso anale è una di queste. Lui dice che io sono bigotta e che tutti fanno queste cose. Cosa posso fare?

Carissima c’è sicuramente un problema. Se tuo marito nell’intimità non trae soddisfazione dall’unirsi a te, ma da pratiche sempre più spregiudicate e, consentimi, deviate, c’è un problema. Non sei bigotta. Neanche io voglio fare il bigotto, quello che giudica i comportamenti sessuali delle persone, solo perchè si discostano da quello che prescrivono i manuali di morale. Non credo neanche che i manuali in questione trattino così nello specifico questi argomenti. Almeno io non ne sono a conoscenza. C’è però una domanda fondamentale che ogni coppia si deve porre. Lo deve fare per la propria felicità e realizzazione.

Abbiamo desiderio di unirci all’altro/a, di vivere un’esperienza meravigliosa attraverso il corpo che ci faccia sperimentare fusione e comunione , oppure cerchiamo altro? Cerchiamo di mettere in pratica delle fantasie che abbiamo nella nostra testa, fantasie generate e nutrite da tutta la “cultura” pornografica che ci circonda e che spesso cambia e influenza in modo radicale la nostra idea di sessualità e di sesso? Detto in altre parole: l’unione intima con l’altro/a è il fine oppure un mezzo attraverso cui possiamo dare concretezza a quanto abbiamo visto fare da altri? Detto ancora in modo più chiaro: vogliamo amare o usare l’altro/a?

Dopo tutta questa premessa permettimi di arrivare ad una ovvia conclusione. Chi cerca di usare l’altro/a per ricercare il piacere solo nell’atto sessuale, non ne sarà mai pienamente soddisfatto e cercherà di andare sempre un po’ più oltre per sperimentare nuove modalità. Anche nei matrimoni, lo so per certo, è sempre più presente il sesso anale, perfino, in certi casi, lo scambio di coppia, oppure altro ancora. Non trovando una soddisfazione che può venire solo da un rapporto vissuto per unirsi in una comunione profonda all’altro/a, si cercherà di andare sempre un po’ oltre, illudendosi di avvicinarsi a un piacere da cui ci si sta invece allontanando. Non di rado questo modo di vivere la sessualità porterà la coppia nel tempo all’astinenza e al deserto sessuale. Spesso a lasciarsi. Perchè si rimane delusi e, solitamente, ci si accusa a vicenda.

Faccio un esempio. La nostra amica Luisa è ginecologa. Molto spesso ci rivolgiamo a lei per chiedere consigli ed aiuto quando non sappiamo bene cosa rispondere a certe domande. Lei ci ha confidato che sono sempre di più le donne che durante le visite si lamentano del marito o del compagno. Una lamentava l’insistenza del marito ad avere un rapporto anale con lei. Siate sinceri/e: secondo voi lui voleva unirsi a lei oppure usarla per mettere in pratica fantasie pornografiche? Io non credo ci siano dubbi.

Quindi tornando alla tua domanda ti rispondo chiaramente. Abbi la forza e il coraggio di dire no. Lo devi fare per te, per lui e per la vostra relazione. Parla con lui, iniziate un vero percorso insieme di recupero, che vi porti a vivere il rapporto per quello che è: la modalità più bella e più concreta che abbiamo noi sposi per esprimere attraverso il corpo l’unità dei nostri cuori. Riappropriatevi di una sessualità sana dove il piacere non viene da pratiche sempre più spregiudicate (piacere effimero, che dura molto poco e che non soddisfa mai fino in fondo, se e quando c’è) ma dal vostro amore che viene nutrito in una relazione fatta di tenerezza, cura e dono reciproco. Non c’è nulla di più bello che vivere un rapporto intimo che si consuma (si porta a compimento) nell’abbraccio dei corpi e nello sguardo reciproco che arriva dritto al cuore dell’altro/a. Questo è il vero piacere, molto più grande di un orgasmo provocato da una fantasia, che non unisce ma che rende sempre più soli e distanti.

Antonio e Luisa

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“Famolo Sano”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Nell’ultima diretta di 3 Coppie 2.0″ che con un pizzico di brio da qualche settimana portiamo avanti insieme ad Antonio e LuisaClaudia e Roberto, abbiamo tentato di affrontare il tema della Sessualità.

Tema “scottante” che noi come “Sposi&Spose di Cristo” abbiamo letto da un punto di vista spirituale.

Ecco cosa abbiamo detto!

Buona lettura…

+++

Nel libro della Genesi 2,23 leggiamo:

Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (‘isshà)
perché dall’uomo (‘ish) è stata tolta».

In italiano facciamo un po’ di fatica a capire il senso di queste parole che vengono comunemente chiamate: “il canto di gioia di Adamo”.

Nel testo originale troveremmo:

La si chiamerà ‘isshà
perché da ‘ish è stata tolta.

Quindi il termine che l’ebraico usa per definire donna è ‘isshà e per definire l’uomo usa ‘ish.

Cosa significano queste due paroline? Hanno più significati, non solo donna e uomo, ma anche sposo/a, amico/a, fratello/sorella, amante.

Quindi le tre dimensioni dell’amore erotico, dell’amicizia e dell’amore donativo che nell’antichità erano separate, nel testo Biblico sono unite. In questo vediamo una carica profetica enorme…pensando a quando è stata scritta la Genesi è davvero sconvolgente!

La Bibbia ci sta dicendo che l’amore si può vivere a 360° nella coppia.

Quindi Eros (amore erotico) e Agape (amore donativo) non sono più separati! Lo sposo e la sposa sono chiamati a diventare amici ed amanti.

Il matrimonio è costituito da due aspetti fondamentali: l’aspetto unitivo e quello procreativo.

L’aspetto unitivo è crescere nella comunione tra i coniugi, aiutarsi a donare la vita per percorrere insieme la via della santità.

I termini ‘ish e ‘isshà indicano l’aspetto unitivo della coppia: maschio e femmina vivono la sponsalità con il corpo, la psiche e l’anima.

Il termine Sposo/a viene dal latino SPONS che significa promessa. Promessa di cosa?

Del dono di sé. L’essere umano può portare a compimento la sua umanità solo nel dono sincero di sé.

L’uomo e la donna portano inscritta nel corpo la sponsalità come vocazione alla comunione delle persone.

Parlando di sessualità, pensiamo subito all’atto pratico (per così dire), mentre dobbiamo ricordarci che l’amicizia tra gli sposi è il primo elemento dell’aspetto unitivo della coppia.

Una buona intimità sessuale dipende da una buona qualità della relazione tra gli sposi.

Infatti il matrimonio è un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, tenerezza, intimità, stabilità.

Il matrimonio si rivela così un’amicizia che comprende le note proprie della passione orientata verso un’unione sempre più intensa.

La Chiesa ci dice che il Matrimonio non è stato istituito solo in vista della procreazione (ovvero i figli), ma per far crescere l’amore reciproco tra i coniugi per portare a compimento la propria umanità e la propria vocazione alla comunione.

La Chiesa, nella sua sapienza, sottolinea che le due dimensioni non devono essere separate. Infatti se nella vita concreta c’è uno squilibrio tra la dimensione unitiva e quella procreativa…questo porta allo squilibrio della coppia. Ai litigi, al non comprendersi più, a vivere male.

Per esempio abbiamo conosciuto diverse coppie che hanno vissuto intensamente l’apertura alla vita ed hanno diversi figli; però magari in queste situazioni non trovano più il tempo per guardarsi negli occhi, assorbiti dall’impegno che richiedono i bambini, non riescono più a coltivare la loro relazione.

Molti di loro pensano che uscire in coppia ormai sia impossibile, sia per motivi logistici, ma anche perché ci si sente in colpa per aver lasciato i figli per andare a divertirsi insieme.

In questi casi è importante comprendere che non esistono 2 beni in contrapposizione, ma che la famiglia è sempre al centro…e senza coppia non c’è famiglia.

Se la coppia soffre, soffre tutta la famiglia, figli compresi.

Se la coppia si prende cura di sé stessa anche i figli sono felici.

Se mamma e papà escono insieme non solo per sbrigare commissioni, parlano tra di loro (e non solo dei figli), si chiedono “come stai?”, sognano e fanno progetti insieme (in una parola: coltivano l’amicizia) …faranno anche bene l’amore e avranno voglia di farlo sempre con la stessa persona proprio perché l’amicizia cresce con gli anni, il tempo e le esperienze vissute insieme.

Nel racconto della Creazione ricorre una frase: “e Dio vide che era cosa buona.”Ma al momento della creazione dell’uomo, come sappiamo, troviamo “Dio vide che era cosa molto buona”.

La parola Buono in ebraico è TOB. Questa parola è difficile da tradurre in italiano in quanto un solo vocabolo racchiude diverse sfumature presenti contemporaneamente. E’ presente un senso morale, per cui lo si rende in italiano con buono, c’è poi un senso di carattere pratico, ovvero utile ancora meglio traducibile con conforme allo scopo, un senso estetico che traduciamo con bello, infine, in senso più ampio significa anche vero, armonioso.

Essere definiti TOB per gli esseri umani non è un complimento, ma è una responsabilità; nella parola TOB come abbiamo visto “bellezza, bontà, verità e utilità (nel senso di essere conforme allo scopo)” sono inseparabili.

Senza bontà e verità, tutto potrebbe essere ridotto ad un oggetto e strumentalizzato; ciò che è buono, bello ed utile non si deve mai disgiungere da ciò che è vero.

Quindi la sessualità per essere buona, bella e conforme allo scopo, non può essere separata dall’amore che si dona totalmente.

In una prospettiva cristiana, la sessualità non è un bene di consumo o una fonte di gratificazione fine a se stessa. La sessualità è il linguaggio dell’amore e questo linguaggio può essere più o meno veritiero, più o meno menzognero.

Un’unione sessuale può dirsi vera e utile cioè conforme allo scopo della comunione, quando l’unione del corpo simboleggia e compie l’unione della vita e, quindi, esprime una relazione di totale coinvolgimento, di reciproca donazione della propria vita, di corresponsabilità, di condivisione.

Unirsi fisicamente al di fuori di questo contesto umano denso e impegnativo appiattisce la sessualità sulla genitalità e la svuota del suo significato più autentico, rendendola una «parola» vuota anche se momentaneamente esaltante. 

L’unione sessuale trova il suo contesto appropriato nel matrimonio perché nel matrimonio, inteso come progetto globale di vita, la sessualità può esprimere le due dimensioni fondamentali dell’amore coniugale, la comunione e la fecondità.

Quindi possiamo dire che la sessualità, tanto quanto la preghierail perdono, la cura delle relazioni e tutto quello che abbiamo detto fino ad oggi, ci aiuta ad essere felici.

Dio non ci dà regolette da seguire, ma ci indica la via della felicità. In questo caso, sin dalla creazione, ci dice che è possibile essere felici vivendo, ad esempio, la fedeltà, la sessualità in una unione stabile ed indissolubile, nella relazione con il coniuge che è diverso da me e che mi mette in discussione…ma è proprio in questa unione, così faticosa a volte…diciamolo…che sboccia la bellezza della nostra vita.

Dio ha già detto sulla tua vita quella parola di sapienza, di grazia e di benedizione perché la tua vita possa essere buona, bella, vera, utile e felice.

Sta a te intraprendere questa strada e anche se adesso pensi di essere nella tristezza, nella rassegnazione, anche se la felicità ti sembra qualcosa di molto lontano…c’è già da oggi un piccolo passo possibile che puoi fare.

Cerca di vederlo e se non lo vedi lasciati aiutare a trovarlo. Sarà piccolo, ma ti mette in cammino sulla via della felicità e della vita con Dio.

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Se vuoi rivedere la puntata di “3Coppie2.0” sulla sessualità, clicca qui

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli

Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apostoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti per ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità.

Lo Spirito Santo scende e ci trova rinchiusi, impauriti, pieni di domande, spesso anche nella tenebra. Abbiamo paura, aprire le finestre significa mostrarci e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio? A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare.

Anche quest’anno la Pentecoste è arrivata  al momento giusto. E’ stato per tutti un periodo difficile, di grande stress e insicurezza. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Per questo è importante venga ogni anno. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente.

La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono, e come fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai.

Con Lui, con il suo sostegno potremo arrivare alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

Antonio e Luisa

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Realtà, rischio e speranza

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Mi facevano riflettere, qualche tempo fa, sulla difficoltà che abbiamo tutti noi ad essere coerenti. In quella situazione ne parlavano non come essere capaci di mantenere la parola data, di rispettare un incarico o di avere delle idee e perseguirle. Coerenza, dicevano, certamente è anche questo. La questione era che la coerenza di un uomo e di una donna passa, prima di tutto, sull’equilibrio che questi hanno come persone. Perché è questo che siamo: non individui ma esseri umani. Dicevano anche di quanto fosse frequente scontrarsi con adulti cresciuti, realizzati, affermati e professionisti (grandi insomma) ma totalmente impreparati, immaturi e fragili su aspetti molto più nascosti, personali, emotivi, spirituali e che, come tali, non importano. Devono solamente (per come siamo oggi) restare nella sfera intima e privata.

Due erano le domande che sorgevano spontanee, molto concrete e attuali, la prima riguarda la vita nascosta delle nostre famiglie e delle relazioni più significative. La seconda, invece, che cosa rimane per ciascuno di noi della crescita e della maturità della nostra “religione”. Proprio al riguardo, era inevitabile la domanda: “ma noi continuiamo a credere in una religione oppure abbiamo fede?” Si pensava, in quel momento, alla figura del figlio maggiore della parabola. Un personaggio che, in un certo senso, si traduce con fare tutto e con precisione per un rispetto (non sano) al padre che è schiavitù. Tanto che una rabbia e un rancore ingestibili esplodono per l’incapacità di stare in un rapporto tra un figlio non diventato uomo e un padre non riconosciuto papà.

Io confesso che di fronte a queste riflessioni mi sono sentita, certamente, molto coinvolta e sollecitata tanto quanto confusa e incerta. E’ ovvio che risposte precise e ben definite non ci sono, anche se forse sarebbero per noi un motivo di rassicurazione e conforto. Qui appunto, credo, stia il discorso sulla religione “infantile”, dove – essendo educatrice – so bene che non è svalutante parlare di piccolezza e vulnerabilità. Siamo tuttavia uomini e donne dalla fede acerba quando ancora abbiamo strada da fare e pesi (il peccato è come una catena) che non stiamo affrontando vivendo le nostre storie.

Pensando proprio a tutte le storie che nel mio lavoro incontro, mi sento di confermare che davvero la vita intima si riduce a privacy e nient’altro. Ma, perché c’è sempre un ma, non è così del tutto vero che al cuore di ogni persona il desiderio di bene sia bloccato. Sono grandi le prove del nostro tempo, le tentazioni di vivere l’amore impoverito e banalmente, di offrire poco ai nostri figli, ai nostri amati e di dimenticare i nostri anziani che ci sono e danno senso. In tutto questo, penso, stiamo però percorrendo la nuda vita e le case – isolate dove si ha paura di disturbare – non fanno che farci credere di essere abbandonati, dimenticati e gli unici a soffrire per qualcosa o per qualcuno.

E’ naturale e umano perdere desideri di bellezza, di bontà e di generosità in queste circostanze disperanti e davvero angoscianti. Possiamo diventare molto cinici e chiudere i nostri orizzonti dentro visioni eccessivamente realiste, dove la realtà però è un inferno di fatiche familiari, di amicizia e personali. Il mondo è violento, diceva qualcuno. Possiamo, d’altra parte, smarrirci dentro paradisi auto-costruiti e che incensano l’egoismo, la paura, talvolta forme idolatriche di religione. Anche Dio può arrivare ad essere “a modo mio”. Sono strade in cui tutti cadiamo e che, con grande libertà, si può imparare ad accettare con pazienza e senza vergogna. Crescere ed essere adulti non è una via di perfezione e sacrificio. Credo piuttosto che ci debba essere una buona parte di quotidianità e semplicità di cui siamo impastati e condividiamo senza renderci conto fino a che punto. Le piccole cose però domandano anche prospettive di speranza, una Virtù – a parer mio – molto dimenticata e sottovalutata. In questo, i bambini sono maestri, non per incoscienza ma per la loro vicinanza alla verità delle cose.

Cosa farà dunque di noi, uomini e donne coerenti? Ascoltando una volta una catechesi tenuta in una comunità di monaci cistercensi, mi colpì molto questa frase: “ci vorranno sempre uomini e donne che parlano di Dio all’umanità e ci vorranno sempre uomini e donne che parlano a Dio dell’umanità.” Ecco, forse il nostro desiderio di bene, così potente e infinito, si moltiplica ed è fecondo quando sa veramente stare come “Parola della Vita” vicino a tutti e altrettanto teso a collaborare con il suo Creatore in un dialogo capace e sereno. Questa è la Risurrezione, queste sono le nostre umili e semplici tavole della quotidianità dove spezziamo il Pane e viviamo di preghiera incarnata. Nella famiglia, nel lavoro e nella festa.

 

Federica

Ci basta un raggio

Cari sposi, eccoci qua al terzo giorno di Pentecoste, freschi come una rosa appena sbocciata. Immaginiamo che anche per tutti voi sia stata una grande festa. Oggi cogliamo l’occasione della Pentecoste per stuzzicare la riflessione su alcuni estratti del “Veni Sancte Spiritus”, la maestosa sequenza che solennemente viene proclamata nella Messa di Pentecoste. Le riflessioni nostre si riferiscono a pochi versetti << (inzio) Vieni Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. ………Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato. …..>>.

Sono 6 azioni che toccano ogni matrimonio. Vediamole una per una in modo sintetico ma preciso. Abbiate pazienza di leggere fino in fondo.

  1. “Lava ciò che è sordido”… chi di noi può dirsi puro/casto al 100% ? E non vale il fatto che tutte le sere beviate la tisana “depurativa” al tarassaco e curcuma. Se siamo onesti abbiamo da lavare un sacco di noi stessi, innanzitutto i pensieri ; se l’altro/a compie quel gesto nei miei confronti non è che per forza ci debba essere un secondo fine malvagio. Quindi dobbiamo anche lavare le azioni proprio perché non ci accada di compiere gesti che abbiano secondi fini, ma solo per amore gratuito.
  2. “Bagna ciò che è arido” … un terreno arido è un terreno che non porta frutto ed ha bisogno di acqua. Quali sono i gesti che ci scambiamo, che non portano frutto ? Cosa manca in quella pastasciutta buttata lì come fosse malta del muratore ? A cosa servono quelle ore di straordinario per pagare le bollette (quindi per amore concreto della famiglia) se poi vengo a casa stanco ed irritato e me la prendo con tutti ?
  3. “Sana ciò che sanguina” …ognuno di noi si porta appresso nel matrimonio le ferite che la vita ci ha riserbato fin da piccoli. Soprattutto sono quelle le ferite che più distruggono un matrimonio se non sono state opportunamente sanate e guarite. Ma poi siamo così bravi a ferirci l’un l’altro/a che potrebbero conferirci una laurea ad honorem. Le ferite dell’altro/a sono da sanare, non sono occasioni per versarci sopra dell’alcool a 96°; anzi dobbiamo versarci sopra l’olio della nostra comprensione, l’unguento della nostra dolcezza.
  4. “Piega ciò che è rigido” … spesso gli atteggiamenti che non vogliamo mai cambiare sono quelli che ostentiamo fieramente (e stupidamente) come nostre peculiarità, invece dovremmo vergognarcene perché la maggior parte delle volte sono difetti e siccome è faticoso cambiare ed ammettere di dover cambiare….allora è più comodo sbandierarli come vessillo…. io sono fatto/a così o prendere o lasciare…. ecco ….io l’ho lasciata (25 anni fa). Chi ama cambia e si sforza ogni giorno di piegare ciò che è rigido.
  5. “Scalda ciò che è gelido” … quali sono i gesti che compiamo con freddezza ? Ho in mente una scena in cui lei racconta le proprie fatiche mentre lui è seduto davanti alla finale della Champions, ad un certo punto: lei…. ma mi stai ascoltando ? lui… sì, tesoro (senza staccare gli occhi dal televisore e azzannando l’hamburger) anch’io ti amo !
  6. “Raddrizza ciò che è sviato” … tante volte le decisioni che prendiamo in coppia (sperando di prenderle in coppia quelle importanti) non sono così sagge né avvedute. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare strada. Se lasciamo che sia il mondo a decidere per noi come vivere la nostra sessualità/intimità non possiamo illuderci che sia una strada dritta. Dobbiamo necessariamente raddrizzarci perché abbiamo sviato e prendere la strada della castità coniugale proposta da Gesù.

Ci complimentiamo con voi per essere arrivati a leggere fin qui, ma qualcuno si starà chiedendo: affascinante, ma come si fa? Bisogna chiedere aiuto allo Spirito Santo, Gesù ce lo ha promesso, ed il Padre ce lo ha inviato. E lo Spirito Santo è talmente potente, è talmente forte, è talmente bruciante, è talmente illuminante che ….. ci basta un raggio della sua luce. “Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce”, sì amici , ci basta un raggio per convertire il nostro cuore, il quale è così piccolo che il secondo raggio non ci starebbe.

Coraggio sposi che Dio è fedele, o meglio è IL FEDELE.

Giorgio e Valentina.

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Pentecoste: godiamoci il bacio di Dio!

Lo Spirito Santo, il bacio di Dio sull’umanità

Se iniziamo parlando di San Bernardo, ai più verrà in mente un coccoloso cagnolone di grossa taglia, eppure esiste un santo molto affascinante che ha in comune lo stesso nome: Bernardo di Chiaravalle.

Cosa centra San Bernardo con la Pentecoste ve lo diciamo subito… in vista della Pentecoste, il nostro caro amico don Luigi, ci ha condiviso alcune meditazioni di questo santo sullo Spirito Santo. Si tratta di intuizioni bellissime che nascono dalla sensibilità di un mistico, e che racchiudono, con buona pace dei più scettici, una sorprendente concretezza. Vogliamo quindi provare di raccontarvi con le nostre povere parole questa meraviglia.

Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, San Bernardo, contemplando il linguaggio d’amore degli sposi e la capacità del loro corpo di esprimere l’amore attraverso gesti concreti, vede una rappresentazione simbolica del mistero trinitario di Dio. Come diceva Giovanni Paolo II infatti, il nostro Dio non è solitudine, ma è una famiglia, e il mistero trinitario ci rivela proprio Dio come comunione di amore e intimità tra le tre persone divine.

San Bernardo in particolare si sofferma sul versetto «Mi baci con i baci della sua bocca» (Ct 1,2) il bacio quindi come gesto d’amore, quel bacio bocca a bocca che appare come la trasmissione dello stesso respiro, della stessa vita, gli rivela una realtà ancora più profonda.

Certo dobbiamo qui purificare il nostro sguardo inquinato, non si tratta ovviamente del cosiddetto «bacio alla francese», ma semplicemente di un incontro appassionato delle labbra.

E proprio questo incontro delle labbra fa dire a San Bernardo che lo Spirito Santo può essere visto come il bacio del Padre al Figlio poiché rappresenta «l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità tra i due».

Dice San Bernardo che il Padre ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione (ovvero un amore spirituale costante), ma anche egli stesso è amato da parte del Figlio, il quale per amore Suo accetta la morte in croce.

Le letture di questo tempo di Pasqua, in fondo, non hanno fatto altro che ricordarci quotidianamente tutto questo, che Cristo e il Padre sono una cosa sola: «io sono nel Padre e il Padre è in me», e che noi, nella Pasqua di Cristo, abbiamo accesso a questa unità: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.»

San Bernardo dice proprio che a pronunciare la frase del Cantico «Mi baci, con il bacio della sua bocca» è la sposa e «sposa» è ogni anima che ha sete di Dio. È affascinante allora guardare alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, come ad un bacio che ci dona il Padre.

Il vangelo che troveremo nella liturgia dice «soffiò su di loro» e per soffiare, guarda caso, bisogna proprio protendere le labbra come a voler baciare.

La bocca, le labbra, sono un mistero di vita potentissimo perché sono bacio, respiro, parola e nutrimento.

Questo soffio-bacio-parola attraversa tutta la Scrittura, la apre e la chiude. Lo troviamo al principio, quando Dio crea con la parola e plasma l’essere umano come attraverso un bacio, comunicandogli la sua vita più intima attraverso il soffio di un alito di vita. E lo troviamo al compimento delle scritture nel mistero Pasquale, quando Cristo sul talamo della croce, chinato il capo, spirò, ovvero soffiò, condivise a noi la sua vita. Ed è sempre il tema del bacio a ricordarci che è possibile guardare tutta la Bibbia anche come un’appassionata storia d’amore tra Dio e l’umanità.

La Pentecoste ci parla proprio di questo Dio innamorato che attende di baciarci attraverso il Figlio, ci parla di questo bacio spirituale che è più di un bacio, è condivisione di vita eterna.

Forse qualcuno potrà trovarsi un po’ a disagio all’idea di ricevere un bacio sulla bocca da Dio. Eppure, proprio questo incontro libero delle labbra, questa condivisione dei respiri può in modo forte e concreto raccontare il mistero della vita nuova, che ci è comunicata nella Pentecoste attraverso lo Spirito Santo.

Benché siamo tutti messi maluccio, non si tratta di una «respirazione bocca a bocca» che subiamo, può trattarsi solo un bacio. Può essere solo un bacio perché soltanto il bacio bocca a bocca è incontro di due libertà. Solo il bacio rivela desiderio di intimità, desiderio di una vicinanza fino a diventare una cosa sola: io in te e tu in me.

Questa festa allora ci parla di un Dio innamorato che attende di baciarci. Oggi Dio bacia, Dio mi bacia, protende le sue labbra per incontrare le mie e condividermi il suo respiro, la sua vita più intima che è la comunione. Accoglierò questo bacio? Godrò di questo bacio?

Buona Pentecoste

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2020/05/pentecoste-godiamoci-il-bacio-di-dio/

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Amare l’altro/a significa dire anche di no.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Lo Spirito Santo scende sugli apostoli. Cosa è lo Spirito Santo? Anzi, chi è lo Spirito Santo? Sappiamo essere la terza persona della Santissima Trinità. Lo Spirito Santo è Dio ma, a differenza di Gesù, non ha un corpo. Qui è un soffio di Dio. Lo Spirito Santo abita il nostro corpo e la nostra persona, quando noi apriamo il cuore a Dio. Fra Andrea ci rammenta l’episodio di Giona, quello della balena.

Lo Spirito Santo compare due volte. La prima mentre Giona scappa da Dio, dalla presenza di Dio. Dio gli ha chiesto di recarsi a Ninive per ammonire gli abitanti di quella città, dediti al peccato. Giona non lo fa e scappa in direzione opposta. Giona ha paura. Dio manda allora, un forte vento, una tempesta per fermarlo. Giona forse non vuole farsi carico di salvare la vita a qualcuno. Perchè per salvare la vita a qualcuno devi magari dire che sta sbagliando. Correre quindi il rischio che quel qualcuno abbia qualcosa contro di te. Poi da lì Giona viene gettato in mare, mangiato da un grande pesce ecc ecc. Non è importante ora il proseguo. Fermiamoci qui.

Questa spiegazione di fra Andrea è davvero molto concreta. Posso facilmente associarla a qualcosa che mi è successo in questi giorni. In questa settimana ho ricevuto ben due confidenze da persone che vorrebbero vivere la castità nel fidanzamento, ma l’altra persona non comprende e, per questo, hanno paura di litigare. Magari addirittura di perdere quella persona. La risposta è semplice. Dio sta chiedendo a quelle due persone di dargli voce per dire qualcosa di bello e prezioso al loro fidanzato o fidanzata. Lo Spirito Santo è così. Il soffio dello Spirito ha due caratteristiche. Uccide la paura e permette, a chi lo accoglie, di parlare la lingua nativa delle persone. E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? (Atti 2, 8).

Parlare la lingua nativa significa parlare al cuore dell’altro/a. Parlare alla sua nostalgia di una relazione che sia autentica. Ad un amore pieno. La castità è proprio questo. Vivere in pienezza e verità l’amore. L’altro può rifiutare, è vero. Il mondo dice tutt’altro e probabilmente è stato educato a tutt’altro. Può però ascoltare il cuore e cominciare a scorgere la bellezza della persona che ha accanto. Per me è stato così. Luisa mi ha fatto comprendere tante cose attraverso i suoi no. Certo per essere credibile Luisa ha cercato di attingere più possibile alla fonte. Allo Spirito Santo. Preghiera e sacramenti. Ha cercato di amarmi con tutta la tenerezza e la dolcezza di cui era capace. Ha vinto. Anzi, abbiamo vinto. Ho scorto in lei una bellezza mai vista prima e mi ha conquistato.

La castità è solo un esempio. Ci sono tantissime occasioni in una relazione in cui possiamo essere voce di Dio l’uno per l’altra. Amare significa scegliere sempre il bene per sè e per l’altro. Mai scendere a compromessi solo perchè l’altro/a ce lo chiede. Anche a costo di litigare. Solo così potremo essere via di salvezza l’uno per l’altra e amarci nella libertà che solo il bene e fare la volontà di Dio possono dare.

Antonio e Luisa

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Avete conflitti? Rallegratevene.

Avete conflitti? Rallegratevene. Il conflitto non è un segno di crisi e di deterioramento del rapporto. Almeno non lo è sempre. Siamo diversi, abbiamo idee diverse, sensibilità diverse, storie diverse. Siamo maschio e femmina. Già questo implica una diversità grandissima. Siamo complementari, ma non siamo uguali.

Con il tempo ci può essere una convergenza di idee, semplicemente perché la strada percorsa insieme è tanta, ma mai omologazione. L’omologazione significa che uno dei due ha subito l’altro. Significa che c’è una dipendenza o un’idolatria di uno verso l’altro. Non c’è libertà, ma dipendenza. Non c’è la libertà di due identità che si donano reciprocamente, ma il fagocitare di uno da parte dell’altro. Non è certo un rapporto positivo. L’omologazione è segno di un rapporto malato, o in ogni caso, non equilibrato.

Il conflitto è segno invece di libertà. E’ segno di due persone diverse, con idee diverse che si pongono sullo stesso piano, con pari dignità. Due persone che si guardano negli occhi. Il conflitto è spesso causa di tensione e anche di sofferenza a volte. E’ però una sofferenza necessaria. Aiuta a crescere. Il conflitto, se vissuto in modo rispettoso, serve a conoscere meglio l’altro, a comprendere il suo punto di vista e a trovare una soluzione condivisa. Magari una terza strada che non è frutto né di uno né dell’altra, ma della loro relazione. Il noi della coppia può trovare una terza via. Quante volte anche io e Luisa siamo partiti con due idee e ne abbiamo trovato insieme una diversa.

Spesso però il conflitto non si affronta. I problemi ci sono, le divergenze anche, ma non si affronta il problema. Si rimanda il confronto perché non si vuole affrontare la fatica di risolvere. Don Carlo Rocchetta mette in guardia dal pericolo nascosto di rifuggire il confronto.

Fingere di non vedere le difficoltà coniugali, tendere a nasconderle o evitare di affrontarle, è un meccanismo di difesa piuttosto diffuso, specie negli uomini. Ci si illude che la relazione di coppia vada bene, anche quando si percepisce che non è così. Non si vuol soffrire e ci si illude che non possibile non guardare in faccia la realtà. Prevale la motivazione (falsa) di un quieto vivere, ma che in realtà è una vera e propria fuga: si fugge dal confronto, perchè si ha paura del litigio, e si fugge dal litigio perchè si ha paura del confronto; un vero e proprio circolo vizioso.  La coppia vive nel contesto di una relazione costantemente precaria, mettendo in moto il noto meccanismo della rimozione; un meccanismo che si limita a nascondere il problema, ma non lo risolve; anzi, come il fuoco sotto la cenere, esso potrà esplodere da un momento all’altro e forse proprio nel momento meno opportuno. Evitare la chiarificazione dei problemi è un chiaro segno di immaturità. La comunicazione tra gli sposi è necessaria come la sorgente per il fiume

(da Gesù medico degli sposi)

Quindi il problema non è avere conflitti, ma non affrontarli o affrontarli nel modo sbagliato.

Antonio e Luisa

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“Nessuno si converte con le bastonate”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”

“Mio marito non viene a fare shopping con me…io mi arrabbio e gli tengo il muso…e lui mi segue”.

“Mia moglie non vuole parlare di altro se non di figli…io allora la umilio con qualche parolaccia…le faccio credere che non vale nulla e lei allora cerca di parlare di altro”.

Quanti altri esempi si potrebbero fare e sicuramente ciascuno di voi ne ha in mente qualcuno.

A volte la realtà delle cose non ci piace. Vorremmo cambiare le situazioni, vorremmo che ci fosse gioia in famiglia, vorremmo che i nostri figli ci ascoltassero di più…vorremmo……vorremmo…………

E allora mettiamo in atto tutta una serie di comportamenti più o meno coercitivi (dallo stimolare nell’altro i sensi di colpa…fino a picchiarlo in alcuni casi) affinché la realtà si pieghi secondo il nostro volere.

Le ricette per modificare i comportamenti delle persone non mancano…soprattutto quando ci crediamo paladini del bene, del vero e del giusto…e ci eleviamo a salvatori delle situazioni e delle persone.

Quante ricette.

Quante ricette abbiamo per salvare il pianeta, per salvare le anime, per salvare gli animali, per salvare i matrimoni, per salvare le piante, per salvare gli oceani, per salvare le parrocchie, per salvare le amicizie, per salvare i gatti sugli alberi, per salvare l’economia globale, per salvare i rifugiati, per salvare i rapporti con i suoceri, per salvare gli embrioni congelati, per salvare i mobili antichi dai tarli, per salvare i ragazzi dalle nuove e vecchie dipendenze, per salvare l’albo degli avvocati, per salvare lo schermo dello smartphone, per salvare gli ornitorinco dall’estinzione (quale sarà il plurale di ornitorinco??), per salvare i ricordi, per salvare i bambini dai trafficanti di organi, per salvare l’arte, per salvare l’ozono, per salvare quello che ti pare…

Vi sveleremo un segreto. Se in queste ricette c’è l’ingrediente “bastone”…il risultato sarà una schifezza.

Una volta un prete mi disse: “Fratello, nessuno si converte con le bastonate”.

Questa frase mi ha fatto pensare e alla fine ho capito che qualsiasi cosa tu voglia salvare…in realtà…solo la mitezza, la preghiera, la cura, l’ascolto, la dolcezza, la simpatia, la comprensione, la gentilezza….solo questi ingredienti possono aprire dei varchi per far passare l’unico che può salvare veramente qualcosa o qualcuno: il Signore Gesù Cristo.

E allora mi torna in mente e nel cuore quel bel dialogo de “Lo Hobbit” in cui Gandalf si rivolge a Galadriel e le dice:

“… Saruman ritiene che solo un grande potere riesca a tenere il Male sotto scacco…ma non è ciò che ho scoperto io. Io ho scoperto che sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’Oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore…”

E allora con la nostra gentilezza in famiglia, con la cura del dialogo con nostro marito o con nostra moglie…con la dolcezza di un ascolto vero che possiamo offrire al nostro coniuge…con la tenerezza dei gesti quotidiani da cui può nascere una bella intimità sponsale tra i coniugi…con la preghiera a volte silenziosa fatta nel nascondimento del cuore per i nostri cari….solo così apriremo varchi al Signore!

E allora camminando per la via dell’umiltà spalancheremo le porte del cuore dell’altro.

Impariamo da Gesù…da Colui che è Mite ed Umile di Cuore.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Non desidero fare l’amore con mio marito. Sono sbagliata?

Abbiamo ricevuto una domanda. Rispondiamo pubblicamente perchè crediamo possa essere di aiuto a tanti. Si può migliorare la nostra relazione intima solo se riusciamo a comprendere le cause che non ci permettono di vivere questo gesto in pienezza.

Ciao Antonio e Luisa, vi seguo da alcuni mesi e sono molto scossa da alcuni vostri articoli. In particolare quando raccontate il sesso in quel modo così bello. Devo dire che provo un po’ di invidia e di tristezza. Per me non è così. Non trovo piacere nel rapporto fisico con mio marito e cerco di rimandarlo più possibile. Sono forse sbagliata? Sono una cattiva moglie?

Carissima, non sei sbagliata e non sei una cattiva moglie. L’amplesso è un gesto che è parte di una relazione. Per cui quando non funziona la causa è da cercare non in una persona, ma nella relazione stessa, alla quale prendete parte in due. Quello che tu racconti non è inconsueto, è qualcosa che accade spesso in una coppia di sposi. Senza andare a cercare le responsabilità bisogna però trovare le cause. Non per giudicare l’altro o giudicarsi, ma per porre rimedio. Non è mai troppo tardi.

Perchè una donna non prova desiderio? Cercherò ora di riportare le principali cause, le più comuni, sperando di poterti essere d’aiuto.

  1. La donna non si sente amata. A letto è molto difficile far finta. Se ci sono problemi è davvero la cartina al tornasole di tutta la relazione. La donna ha bisogno di vivere il gesto sessuale come culmine di un corteggiamento continuo da parte del suo uomo. Il matrimonio spesso porta con il tempo un rilassamento tra i due sposi. Ormai sono sposati non serve curare la relazione. Ci si dà per scontati. E’ strano questo. Siamo nell’epoca del divorzio breve eppure mentalmente diamo per scontato l’altro. E’ facilissimo cadere in questa dinamica. Non va assolutamente bene. Come dice Papa Francesco, il matrimonio è come una pianta, va curata ogni giorno. Altrimenti secca e muore. Così è la nostra relazione. Se la donna si sente desiderata dal marito solo quando questo vuole consumare un rapporto, beh non proverà nessun desiderio di accontentarlo
  2. Marito e moglie non sanno fare l’amore. Vi sembra strano? Vi viene da ridere? Eppure è così. In una società ipersessualizzata, dove tutto parla di sesso, sono sempre meno le persone che hanno una conoscenza adeguata dell’anatomia e della fisiologia del corpo dell’uomo e della donna. La pornografia diventa strumento di educazione sessuale per moltissimi giovani che cercano di replicare ciò che vedono nei video pornografici. Ecco, quella è macelleria, non c’entra nulla con una sessualità sana. Quanti sanno ad esempio che la vagina di una donna può essere profonda non più di 10/11 cm, quando è eccitata? E’ importante saperlo visto che il pene dell’uomo solitamente è più lungo e, a differenza di ciò che insegna la pornografia, farlo entrare tutto porta alla donna assenza di piacere se non addirittura dolore. Quanti sanno che la donna necessita dei preliminari per lubrificarsi e permettere al suo organo sessuale di essere pronto ad accogliere? Quanti sanno che il rapporto vissuto in modo violento e aggressivo di solito non permette alla donna di provare alcun piacere? Purtroppo molti, troppi, non sanno fare l’amore. Non solo, di solito, quando ciò accade la donna si accusa di essere responsabile, di essere frigida e incapace. Quanti danni fa la pornografia!
  3. Spesso non è mancanza di desiderio ma solo stanchezza! Questo riguarda uomo e donna. Forse riguarda un po’ di più la donna. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Antonio e Luisa

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Almeno un saluto !

Dalla prima lettura di Domenica scorsa, l’Ascensione : <<….«Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. ……..>> . Nei giorni scorsi sia Antonio e Luisa che Padre Andrea Valori ci hanno stuzzicato la riflessione partendo da questa lettura. Noi oggi vogliamo soffermarci su alcuni versetti di questo brano tratto dal libro degli Atti degli Apostoli. (cap 1, 1-11)

Innanzitutto, avete notato che il brano è posto all’inizio del libro ? E’ come se da questo evento (Ascensione) dipendesse tutto il resto descritto nei capitoli seguenti. I latini direbbero “Conditio sine qua non” : una condizione necessaria, senza la quale gli apostoli non avrebbero potuto compiere gli atti, appunto, come il titolo stesso suggerisce.

E questo cosa dice a noi sposi ? Spesso tra di noi succede che ci si dice “lo sai che ti amo” (soprattutto il marito alla moglie, dopo una litigata/incomprensione) ……..e , a volte, l’altro/a ci risponde tipo così : “sì, sì, dici sempre così. E’ inutile dirmi ti amo ti amo…..ma poi in concreto non fai niente per dimostrarlo”. Se a qualche coppia non è mai accaduto è perché non sono umani, vengono da una altra galassia nella quale non esistono litigi ed incomprensioni tra maschio e femmina. Impossibile ! Diffidate dai coniugi che dicono di non litigare mai………diffidare dalle imitazioni !

Anche nella nostra esperienza tocchiamo con mano che bisogna passare dalle parole agli……Atti, un po’ come gli Apostoli che passano finalmente agli Atti, sì, ma solo dopo l’Ascensione. Cioè ? Sembra quasi che le tre persone della Santissima Trinità abbiano inventato la staffetta….alle origini del mondo entra in scena il Padre, poi con l’Incarnazione tocca al Figlio, il quale con l’Ascensione passa il gioco allo Spirito Santo e ………GOOOOL !!! Finalmente arrivano gli Atti pieni di Spirito Santo e gli Apostoli da pavidi diventano coraggiosi, da timidi a testimoni focosi, da pescatori semplici a pescatori di uomini per il Regno di Dio…..lo Spirito Santo li ha trasformati ! San Pietro in una sola predicazione converte tremila persone nel giorno di Pentecoste……….incredibile…….la domanda sorge spontanea ; perchè a noi capita che con tremila prediche non se ne converte neanche uno ? Spesso ci manca lo Spirito Santo, o meglio, ci manca quella apertura di cuore di San Pietro, tale da far entrare un sacco di Spirito Santo…..eh già, il problema non è che lo Spirito Santo è in via di estinzione….il fatto è che dipende da noi quanto ce ne facciamo stare nel nostro cuore.

Ancora una volta, sposi carissimi, dobbiamo re-imparare a tradurre in Atti il nostro amore per Dio e comunicarlo al nostro coniuge in primis. La nostra “conditio sine qua non” è che dobbiamo invocare lo Spirito Santo altrimenti non se ne fa niente.

Avete notato, poi, che Gesù se ne va appena finito di parlare ? E proprio mentre lo guardavano…………almeno un saluto !

Giorgio e Valentina.

PS: Per invocare lo Spirito Santo basta dire con fede : Vieni Spirito Santo.

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Il matrimonio trova compimento in questa vita ma l’amore resta in eterno

Domenica scorsa abbiamo ricordato l’ Ascensione di Gesù. Gesù torna al Padre con tutta la sua umanità. Non torna solo come Dio, torna anche come uomo. Capite quanto è importante questo avvenimento? C’è da fare festa! E’ una delle domeniche più importanti.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Antonio e Luisa

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La donna è la casa dell’uomo (Genesi 2 seconda parte)

Riprendiamo la riflessione su Genesi 2. La prima parte (clicca qui per leggerla) terminava con l’affermazione che la donna essendo stata creata dall’uomo è della stessa pasta dell’uomo. Hanno pari dignità. Non vale meno.

Dirò di più! Il torace da cui viene prelevata la costola è la parte nobile dell’uomo, dove c’è il cuore. La donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo. Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finchè il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta.

Pensate che i beduini del medio oriente usano un modo di dire molto indicativo. Quando dicono di una persona è la mia costola, vogliono dire che quella persona è il loro vero amico. Non è così anche per noi sposi. Luisa non è per me solo moglie e amante ma e anche la mia migliore amica. Colei di cui ho più fiducia e a cui posso mostrarmi in libertà per quello che sono senza timore di essere giudicato o ferito (almeno non lo fa volontariamente)

Un rabbino ebreo ha detto una grande verità sulla donna: Dio non ha creato la donna dalla testa dell’uomo perchè fosse la sua dominatrice, non l’ha fatta dal piede perchè fosse la sua schiava, ma dalla costola perchè gli sia compagna di pari dignità e sia vicina al suo cuore. La donna è nata da una costola che sta un po’ più in basso del braccio per essere protetta e vicino al cuore per essere amata.

Il testo biblico sta evocando la meravigliosa dignità della donna e la profonda comunione che uomo e donna possono raggiungere e vivere in una relazione autentica. Bellissimi i versetti dove Dio conduce la donna all’uomo. Come un padre conduce la sposa all’altare per affidarla allo sposo. Questo è il significato profondo del matrimonio. Dio mi ha affidato Luisa, la Sua figlia prediletta affinchè io la potessi amare. E in quella relazione fossi capace di donare il mio cuore alla mia sposa e lei lo custodisse dentro di sè per essere una sola creatura, nella differenza delle nostre persone, ma nell’unità dello stesso amore che ci lega e ci fonde l’uno all’altra.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna.

La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Antonio e Luisa (sulla base delle catechesi tratte da Meghillah

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Finalmente lo riconoscono

In quel tempo, gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Matteo 28, 16-20

Finalmente lo riconoscono. Finalmente i discepoli, le persone che sono state più vicine a Lui, lo riconoscono per chi davvero è. Riconoscono Gesù, il loro Salvatore. Non tutti subito. C’è ancora chi dubita. Gesù ha sempre una grande pazienza e rispetto per ogni persona, e non forza nessuno a riconoscerlo. Però quando questo avviene ne è profondamente felice. Tutte le persone desiderano essere riconoscioute per quello che sono. Essere riconosciute ed amate per quello che sono.

Per questo il matrimonio è la risposta più completa ed autentica al desiderio del nostro cuore di essere riconosciuti ed amati per quello che siamo e non per quello che facciamo. Senza doverci sempre meritare l’amore dell’altro. Senza doverci nascondere dietro maschere per paura di essere giudicati ed emarginati. Senza dover essere sempre all’altezza della situazione. Liberi di mostrare le nostre fragilità.

Che bello quando il tuo sposo ti chiede quello che tu desideri che ti sia chiesto, che bello quando la tua sposa ti chiede di perfezionare e manifestare i tuoi talenti, e lei ne è affascinata e rassicurata. Questo è dono di Dio. Dono del sacramento del matrimonio. Essere riconosciuti per quelli che si è.

C’è un’altra riflessione molto importante. Decisiva per noi sposi. Gesù se ne va. Lascia i suoi amici. Li lascia affinchè loro possano percorrere la loro strada. Non diventino dipendenti da Lui. Devono lasciare Gesù uomo per ritrovarlo in Dio. Gesù dice che il suo Spirito non ci lascerà mai. Dobbiamo però incontrarlo nella libertà di essere noi stessi, non nella paura di perdere qualcuno o qualcosa. Quanto questo è importante, anche nel nostro matrimonio. Infatti la paura di perdere l’altra persona spesso ci porta ad annullarci. Spesso ci porta ad essere dipendenti da lui o da lei. E allora smettiamo di cercare Dio, l’unico in grado di vederci belli/e sempre, e mendichiamo amore da una creatura che come noi è imperfetta e non potrà mai amarci con la pienezza e la libertà che desideriamo.

E’ un cammino da percorrere insieme, sposo e sposa, con la consapevolezza che l’altro/a non potrà mai amarci in modo infinito e perfetto come vorremmo, ma anche con la certezza che, con il passare del tempo, l’impegno costante e la Grazia del sacramento, ci potremo sempre più avvicinare al modo di amare di Dio e a sentirci amati dall’altro come Dio ci ama.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

Classificazione: 1 su 5.

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Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna (Genesi 2 prima parte)

Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». 19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. 21Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23Allora l’uomo disse:

«Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne

Genesi 2, 18-24

Dio dopo aver creato tante realtà buone, dopo aver creato l’uomo che è molto buono, afferma per la prima volta che qualcosa non è cosa buona. Non è buono che l’uomo sia solo. Dio ci sta dicendo che la stessa relazione con Dio o qualsiasi altra cosa non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. Ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Ed ecco che Dio diventa chirurgo. Bellissimo il modo in cui crea la donna. L’uomo viene addormentato, Dio prende una costola e crea la donna da quella costola. Cerchiamo di comprendere alcune dinamiche. L’uomo è passivo. Non ha nessun ruolo. La donna non è creata secondo i desideri dell’uomo, ma secondo il desiderio di Dio. L’uomo non può farne cosa sua. L’uomo non conosce neanche come la donna è stata creata. Stava dormendo. Così come la donna non sa come è avvenuta la creazione dell’uomo. Perchè è importante sottolineare questo? Perchè nella mentalità ebraica conoscere a fondo come sono fatte le cose permette di dominarle. Sapere tutto di qualcosa ci permette di avere un dominio su di essa.

Invece qui non è così! L’uomo e la donna resteranno per sempre un mistero l’uno per l’altra. Solo così possono essere un dono reciproco l’uno per l’altra. Non si potranno mai dominare, ma solo accogliere e donare. Quando ciò accade e si cerca di dominare quel mistero si distrugge l’amore e si rende meno uomo o meno donna colui/colei che si cerca di dominare. Perchè non è più libero/a di essere ciò che è.

Proseguiamo con il testo. La Bibbia traduce costola, ma il termine ebraico indica qualcosa di più generico, indica il lato. Uomo e donna sono due lati della stessa creatura. Smettiamola di usare questi versetti per giustificare una presunta inferiorità della donna rispetto all’uomo, perchè tratta da lui. Non è così. Queste parole dicono esattamente l’opposto. Oltretutto che a riportarlo sia un testo di centinaia di anni prima di Cristo e redatto all’interno di una cultura maschilista e patriarcale è sorprendente. Non può venire che da Dio! In realtà il testo ci sta dicendo che la donna essendo stata creata dall’uomo è della stessa pasta dell’uomo. Hanno pari dignità. Non vale meno.

Continua………

Antonio e Luisa (sulla base delle catechesi tratte da Meghillah

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Tra moglie e marito non metterci..la suocera

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Da diverse settimane insieme ad Antonio e Luisa di matrimoniocristiano.org e a Roberto e Claudia di amatiperamare.it stiamo portando avanti un programma dal titolo “3 Coppie 2.0″…

Nella diretta andata in onda martedì scorso abbiamo affrontato lo spinoso tema delle relazioni della coppia con le famiglie di origine.

Spesso queste relazioni, se non vissute in modo sano, possono diventare motivo di litigio nella coppia.

Noi di sposiesposedicristo.it abbiamo affrontato l’argomento partendo da un famoso versetto che si trova nella Genesi, un versetto tanto famoso quanto, ahimè, poco praticato nella concretezza: “…abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno una sola carne” (Genesi 2, 24).

Nella seconda parte del discorso, visto che siamo un po’ matti 😀 abbiamo raccontato una storiella che ci siamo inventati per parlare proprio di questo argomento 🙂
..è la nostra storiella che parla di Biancaneve, nani, crostate e suocere 😀

se volete leggerla è qui!

Buona lettura!!!

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i nani capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre si che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu!!!!!!”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei nani arrabbiati:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi…piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà…ereditata dalla madre.

Dopo qualche ora Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile…..

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi…e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa’  arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è, senza fare paragoni con altre persone ed evitando le eccessive ingerenze dei relativi suoceri: ecco alcuni ingredienti giusti per una buona crostata di mele e di un bel matrimonio……

ed è allora che “VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI” 🙂

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LA SFIDA DI INVECCHIARE INSIEME (2 PARTE)

Riprendiamo il punto 319 di Amoris Laetitia e proseguiamo (qui la prima parte)

Colui che non si decide ad amare per sempre, è difficile che possa amare sinceramente un solo giorno».

Affermazione pesante. Come è possibile? Prima andava tutto bene. C’era passione, affetto, intimità, innamoramento, sentimento. Io l’amavo davvero! Come si può dire che non ci fosse amore? C’era intesa sessuale ed emozioni forti. L’amore c’era ed era anche travolgente. Quello semplicemente non è l’amore. L’amore, per noi cristiani, è mettere l’amato/a al centro. Ed ecco, che anche quando non sento nulla, non smetto di amare, perchè quello che conta non è ciò che sento io, ma il suo bene e la sua gioia. Quando ho vissuto momenti di aridità dove mi è costato fatica amare la mia sposa, lì dove ero spogliato di molte di quelle sensazioni ed emozioni che trascinano la relazione, lì ho cominciato ad amare davvero. Continuando a tenere la bussola indirizzata verso di lei. Gesù ha mostrato tutto il suo amore sulla croce, dove non c’era nulla di romantico e di emotivamente appagante, ma lì ci ha amato per il nostro bene, per la nostra salvezza. Poi c’è un grande paradosso. Quando riesci ad amare anche quando senti poco o nulla, perseverando, presto torneranno anche tutte le emozioni e sensazioni perdute. Se avete seguito fin qui il discorso capirete bene come ora l’affermazione iniziale sia comprensibile e condivisibile. Se quando vengono meno tutte quelle forze erotiche, sessuali, emozionali dell’attrazione e dell’innamoramento,  decidete che non vale più la pena continuare, perchè non amate più quella persona, significa semplicemente che non l’avete mai amata.

Ma questo non avrebbe significato spirituale se si trattasse solo di una legge vissuta con rassegnazione. E’ un’appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede (cfr Mt 5,28).

Questa è una verità che ho capito con il tempo. Il nostro padre spirituale diceva sempre di non dedicarsi alla pastorale familiare prima dei 10 anni di matrimonio perchè fino ad allora non avremmo capito cosa davvero il matrimonio fosse. E’ qualcosa che si impara vivendo e facendone esperienza. Davvero così. La proposta della Chiesa, la fedeltà, l’indissolubità non sono qualcosa da subire ma qualcosa da amare. Sono la corda che ci lega in cordata l’uno all’altra. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da Colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Ogni mattina quando ci si alza, si rinnova davanti a Dio questa decisione di fedeltà, accada quel che accada durante la giornata. E ciascuno, quando va a dormire, aspetta di alzarsi per continuare questa avventura, confidando nell’aiuto del Signore.

Cosa ci dice il Papa? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla. Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini.

Così, ogni coniuge è per l’altro segno e strumento della vicinanza del Signore, che non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

Che meraviglia! Se ci amiamo con lo stile di Gesù siamo capaci di questo, di mostrare Gesù all’altro. Dio mi rende Suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore a Luisa. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così. Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Antonio e Luisa

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La sfida di invecchiare insieme (1 parte)

Oggi torno a prendere spunto da Amori Laetitia di Papa Francesco. In particolare mi soffermo sull’ultima parte. Sul punto 319.

 Nel matrimonio si vive anche il senso di appartenere completamente a una sola persona. Gli sposi assumono la sfida e l’anelito di invecchiare e consumarsi insieme e così riflettono la fedeltà di Dio. Questa ferma decisione, che segna uno stile di vita, è una «esigenza interiore del patto d’amore coniugale»,[380] perché «colui che non si decide ad amare per sempre, è difficile che possa amare sinceramente un solo giorno».[381] Ma questo non avrebbe significato spirituale se si trattasse solo di una legge vissuta con rassegnazione. E’ un’appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede (cfr Mt 5,28). Ogni mattina quando ci si alza, si rinnova davanti a Dio questa decisione di fedeltà, accada quel che accada durante la giornata. E ciascuno, quando va a dormire, aspetta di alzarsi per continuare questa avventura, confidando nell’aiuto del Signore. Così, ogni coniuge è per l’altro segno e strumento della vicinanza del Signore, che non ci lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Questo punto è bellissimo! Più rileggo questo ricchissimo documento e più riesco a comprenderne la grandezza. Ci sono diversi passaggi che meritano un approfondimento

Gli sposi assumono la sfida e l’anelito di invecchiare e consumarsi insieme e così riflettono la fedeltà di Dio.

Invecchiare insieme è una sfida. E’ vero! Non è facile. Il premio è però grande. Ne vale la pena. Spesso, nella nostra società disincantata e un po’ cinica, non si crede sia possibile amarsi tutta la vita. Sì, qualcuno ci riesce, ma si tratta di fortuna. No! Non è fortuna. E’ un lavoro quotidiano. Un lavoro fatto di tanta tenerezza e intimità, ma anche di cura, di perdoni, a volte di sofferenza e distanza. Sempre con la convinzione che la nostra vita si gioca in quella relazione. Primariamente in quella relazione. Così, nello sguardo fedele dell’altra persona, intravederemo lo sguardo fedele di Dio. Invecchiare e consumarsi. Bella anche questa immagine. Spendere il nostro tempo e contemporaneamente consumare, che in uno dei suoi significati non indica logorare ma, al contrario, portare a compimento. Crescere in età ed in pienezza verso la metà comune che è il paradiso e l’abbraccio con Gesù.

Questa ferma decisione, che segna uno stile di vita, è una «esigenza interiore del patto d’amore coniugale»

Questa è la strada per essere felici! La fedeltà matrimoniale è la via per vivere pienamente ciò che abbiamo nel cuore. Per essere davvero e fino in fondo uomo e donna.  Noi siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. In che modo? Dio è amore. Noi siamo creature che hanno impresso nel cuore un’unica modalità. Ciò non significa che Dio ci obbliga ad amare come Lui ci ama, ma che più sceglieremo liberamente di aderire e rispondere al Suo amore. Più ci ameremo tra noi sposi con il suo stile e più sfameremo quell’esigenza interiore che Dio stesso ha celato in noi. Più non saremo capaci di amare così e più la nostra vita sarà senza senso già su questa terra.

continua….

Antonio e Luisa

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E’ tardi , vogliamo dormire !

Nella prima Lettura odierna (At 16,22-34) ci viene proposto l’episodio in cui Paolo e Sila vengono incarcerati a Filippi durante la loro missione evangelizzatrice, ma succede che…….. : << …….Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?» >>

Ci sarebbero tanti spunti di riflessione , ma, come al solito, dobbiamo fare una scelta per necessità di spazio. Innanzitutto prima di essere gettati nella parte più interna del carcere, Paolo e Sila vengono maltratti e picchiati. Quindi, amici sposi, quando ci sembra di essere maltrattati ed emarginati dal mondo perchè osiamo evangelizzare….tranquilli ….non siamo nè i primi nè gli ultimi, siamo in buona compagnia e…….. la seconda parte che ci aspetta……lo so che è allettante, so che non state più nella pelle, so che non desiderate altro, ma sarà il carcere….,e la parte più interna del carcere, legati saldamente a grossi ceppi per evitare la nostra fuga. Magari non sarà un carcere fisico ma sarà un isolamento di amicizie, affetti, ecc……

Già molti di voi si staranno chiedendo dove si acquistano i biglietti per questa stazione di soggiorno non volontaria, vi manderemo il link prossimamente, non preoccupatevi….

Poi notiamo come Paolo e Sila si mettano a cantare inni a Dio in preghiera. E’ normale no? Noi avremmo fatto uguale, vero? Noi, sicuramente, al loro posto avremmo chiesto una chitarra e un microfono per poter eseguire un concerto di christian music per i compagni di carcere……ah…..non dimenticatevi una biro per gli autografi a fine concerto ! Vi ricordate quando tre settimane fa parlammo della necessità di rendere grazie sempre ed in ogni luogo ? Ecco, Paolo e Sila cantano inni a Dio invece di lamentarsi con Lui di questa situazione. Non sarà stato facile per loro, ma lo fanno lo stesso, magari qualche carcerato avrà inveito contro di loro : << E’ tardi , vogliamo dormire ….è mezzanotte . Basta con questi canti ! Siamo mica a Sanremo ! >> . Ecco, sposi, dobbiamo imitare Paolo e Sila senza tanti se e tanti ma.

E poi….la conversione del carceriere è solo la risposta di Dio alla lode di Paolo e Sila. Ma l’ultimo accento lo vogliamo mettere sulla risposta che si sente dare lo stesso carceriere e cioè : << Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio. >>. Capito sposi ? Si è convertito lui e di conseguenza tutti i suoi famigliari…..questo infonde una grande speranza ed entusiasmo anche in noi……la conversione è contagiosa !

Coraggio sposi, anche se qualcuno ci dirà che è mezzanotte ed è tardi per cantare inni….non disperiamo e poi lasciamo che Dio operi attraverso la nostra lode a Lui. Buon concerto a tutti !

Giorgio e Valentina.

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La terra santa è lo spazio del nostro matrimonio

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.
Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.
Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Questo brano è tratto dall’Esodo. C’è un concetto molto importante. Il concetto di terra santa, di luogo sacro, di luogo dove è presente Dio stesso.

Il nostro matrimonio è tutto questo. E’ terra santa e luogo sacro. L’ho capito quando mi sono sposato. Nella relazione con la mia sposa mi devo togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me. In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo. Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre le mie idee, il mio modo di pensare, la mia volontà. Quante volte ho pensato che lei dovesse essere come io volevo, o che dovesse comportarsi come io credevo. Questa è una delle tentazioni più pericolose, soprattutto all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva, non per farne ciò che volevo, ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

C’è un momento che ho avvertito forte questa verità. Anzi quattro momenti: il parto dei miei figli. Quando sono entrato in sala parto mi hanno fatto indossare i copriscarpe. Si tratta di quei sacchettini azzurri da mettere sopra le scarpe per non introdurre sporco. Ecco indossandoli mi sono sentito come Mosè quando si è tolto i calzari. Stavo calpestando un terreno sacro. Stavo calpestando il terreno dove la mia sposa stava dando alla luce il frutto del nostro amore. Un amore sacro e benedetto nel sacramento del matrimonio. Un amore diventato capace di renderci partecipi della creazione. Un amore davanti al quale non posso che inchinarmi e nel quale riconoscere qualcosa di grande che va oltre le mie capacità e la mia comprensione.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito ci insegna a pregare

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osservate i miei omandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Contestualizziamo il momento in cui Gesù afferma queste cose. E’ un momento molto importante. Siamo nel capitolo 14 di Giovanni. C’è appena stata l’ultima cena. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. C’è un’atmosfera molto intima.

Un momento di commiato. Gesù si prepara ad affrontare la sua Passione. Mi immagino Gesù guardare uno ad uno i suoi amici, posare su di loro il Suo sguardo carico di amore e forse anche un po’ malinconico. Questi sono i momenti in cui una persona apre il suo cuore e probabilmente anche Gesù, che è vero uomo, lo ha fatto. Ha aperto il cuore, ha parlato al cuore dei suoi discepoli, le persone che più di tutte, dopo sua madre, sono state a Lui vicino. In quel momento molto intimo, appena dopo aver mostrato la Sua regalità in modo concreto lavando i piedi ai suoi amici, ha confidato  cosa significa essere re. Gesù sta dicendo che per essere umili bisogna essere e sentirsi re.

La regalità, quella vera, ti conduce al servizio e non ad usare le persone che hai vicino. Fra Andrea evidenzia una tentazione che forse ha sfiorato Gesù in quei momenti. Sta lasciando i suoi amici, la Sua missione terrena sta volgendo al termine, e teme nel cuore di non aver fatto abbastanza per loro. Poi però si risponde da solo. Non li lascia soli. Lascia il Suo Spirito. Lo Spirito Santo. E lo chiama il Paraclito. Dal verbo greco parakaleo che significa chiamare, insistere, esortare, supplicare, consolare o essere consolato, incoraggiare. Tutte azioni che lo Spirito Santo esercita in noi, o meglio in un cuore aperto ad accoglierlo.

Ecco lo Spirito vi insegnerà a pregare. Insegnare non nel senso di trasmettere concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo. Veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore. Ad accettare le scelte che le persone che amiamo, siano esse figli, marito, moglie, decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù, i comandamenti della Sua sposa la Chiesa, non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imarare a pregare con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  nella nostra vita di ogni giorno.

Posiamo dire si alla vita, posiamo dire si a una sessualità casta senza contraccettivi. Possiamo dire si alla fedeltà anche quando costa fatica. Possiamo dire si mettendoci al servizio dell’amore, servendo nostro marito nostra moglie.

Sembrano tutte costrizioni ma in realtà più impariamo ad amarci con questo stile e più troveremo nel dono reciproco la gioia e la pienezza di vita.

Antonio e Luisa

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La forza di dire NO

Saper DIRE DI NO dà la possibilità alla persona di mettere un confine con l’altro su cose spiacevoli, di esprimere i propri bisogni e le proprie esigenze.

Sembra una procedura egoistica in contrasto con i principali dettami della fede cristiana, che invece annuncia in lungo e in largo che l’amore è dono di sé, mettere davanti a sé l’altro. Facciamo chiarezza su questo punto, spesso controverso: per donarti ti devi possedere, per rinunciare a te stesso devi prima avere chiaro chi sei (identità profonda) perché Cristo ha scelto LIBERAMENTE di donarsi, nessuno gli ha tolto la vita, lui ha deciso di regalarla. C’è un tempo per dire di no e c’è un tempo per dire si. Ogni passo può essere fatto al momento giusto nel bene di noi stessi e delle nostre relazioni. Perciò la domanda più importante da farti per discernere quando dire si e dire no è: qual è il BENE in questa situazione per me e per l’altro? La risposta spesso è molto complicata e preferiamo categorie e letture estreme e nette, bianco o nero, dentro o fuori, piuttosto che fare i conti complicati, col divenire della nostra storia passata e presente. Ma facciamo un passo per volta. La rabbia è l’emozione che da la forza di dire no. Emozione sana, che aiuta a crescere, la rabbia è quell’energia che ti segnala che sta capitando qualcosa di spiacevole di più o meno grave: un abuso ai tuoi bisogni, al tuo confine, al tuo valore. La rabbia serve per proteggerti, difenderti, differenziarti, separarti dall’altro diventando sempre più autenticamente te stesso e questo è ciò che ti permette di conoscerti e farti conoscere dall’altro. Non ha niente a che vedere col passare la giornata a sbraitare e fare l’isterica. Non significa passare ogni cosa al setaccio strettissimo del tuo filtro in cui non ti va mai bene niente. La rabbia repressa non va bene. Essere perennemente nervoso e irritato non va bene. Se incassi, ingoi, subisci e fai finta di non sentire quello che senti prima o poi esploderai, magari con qualche azione impulsiva e sproporzionata, oppure somatizzerai e ti ammalerai, perché ciò che la bocca non dice il corpo lo urla. Se invece ti senti sempre teso e irritato vuol dire che il volume della tua rabbia è troppo alto, niente ti va giù, tutto ti urta e reagisci sempre in modo negativo. C’è qualcosa che non va. Starti accanto può diventare un incubo perchè non esisti solo tu. Come vedi emergono due polarità: in quella in cui non dici mai di no e non ti arrabbi mai, tu non esisti. In quella in cui ti arrabbi sempre, esisti solo tu. Che fare allora? Bisogna fare verità e fare un checkup di come gestisci questa emozione: sei consapevole o neghi? Reprimi o ti fai travolgere? Quali sono i temi caldi che ti toccano di più? Come sono collegati alla tua storia di vita e alla tua famiglia d’origine? Quando sei consapevole di sentirti arrabbiato, il passaggio successivo è accorgerti di cosa ti ha fatto arrabbiare (stimolo), verificare se l’emozione è appropriata o sproporzionata, esprimere in modo assertivo ciò che senti e desideri: “Non mi piace quando urli e ti chiedo di smettere”; “mi sento furiosa quando picchi i bambini senza un motivo”; “mi sento veramente irritato quando invadi il mio spazio personale”; “non mi piace sentirmi obbligato a mangiare tutte le domeniche a casa tua mamma”… e via discorrendo. Come puoi vedere si tratta dire di NO. La comunicazione è molto importante e può avere varie intensità a seconda della situazione: ci sono volte in cui è necessario alzare la voce, ma la cosa importante è essere padrone di ciò che stai scegliendo di dire o fare, piuttosto che agire impulsivamente. Più ti conosci, ti accetti, ti accogli, ti ami, esprimi dove stai, meno dipendi dall’altro, pretendendo che l’altro cambi come vuoi tu o facendo le cose per influenzare l’altro, per ricattarlo. Solo se ti possiedi davvero puoi donarti. Questo passaggio è fondamentale in tutte le relazioni. Perché poterti arrabbiare e dire no non significa costringere l’altro ad essere come vuoi tu, ma a poter esprimere la tua identità, assumendoti la responsabilità di cosa ti piace o non ti piace e poterlo comunicare e prendere posizione. Facciamo due esempi: con la famiglia d’origine e nella relazione di coppia. Se la tua famiglia d’origine è molto invadente (cioè le cose vanno fatte come dicono loro, quando dicono loro e non accettano differenze) saper dire di no è il mezzo con cui tagli il cordone ombelicale della dipendenza e ti impegni seriamente a costruire te stesso in quello che sei non in ciò che loro si aspettano. Questo passaggio ti aiuta a rigenerare la relazione e nella misura in cui trovi davvero te stesso e rafforzi il centro della tua identità, puoi a momento opportuno prenderti cura di loro ed esserci per loro come hanno bisogno, non per dipendenza o obbligo, ma per scelta d’amore. La differenza fra obbligo e scelta d’amore non sta nel fatto che non ti costa o che non soffri più, ma che tu per te ci sei, sei presente a te stesso e responsabile, sei libero, e ti senti al posto giusto a fare la cosa giusta per il bene di entrambe le parti. Quanto questo è più vero nel matrimonio. L’ho capito a mie spese grazie a Dio, senza farmi affossare dallo stereotipo della moglie cattolica che tutto sopporta indiscriminatamente senza discernere il bene. Nel mio matrimonio il bene della nostra relazione è stato che io urlassi un forte NO. Fermo, chiaro, libero, responsabile e centrato. Non il “no” di una pazza furiosa che sbrocca solo perché ne ha incassate troppe. Quando quel no esprime la tua identità, diventa il confine di quello spazio sacro che ti permette di ricordarti chi sei, chi sei tu per Dio. Figlio Amato. In modo direttamente proporzionale a questi bellissimi e sofferti no, oggi posso dire SI a tante cose nel mio matrimonio che prima mi sentivo solo obbligata ad ingoiare e oggi invece scelgo liberamente di tenere. Anche con la mia famiglia d’origine. Se ci sono stati momenti in cui potevo solo scappare, ora voglio restare. Se ci sono momenti in cui ho respinto, oggi accolgo. Nella misura in cui quei NO servivano a trovare me stessa, oggi spalancano le porte a tantissimi SI, che sono sicura cresceranno con i fatti della vita in cui il Signore mi chiamerà a gesti di amore forti e veri in cui sarò invitata a rinunciare a me stessa per quell’amore. E con la grazia di Cristo vorrò farlo, perché mi appartengo e mi posseggo. E voglio concludere con la Parola di Dio: Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. […] Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo.

Possa tu avere la forza di dire NO a suo tempo, per dire SI nel tempo giusto. A lode e Gloria di Dio, e per rivelare la meraviglia del Suo Amore.

Claudia Viola

Articolo originale qui

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La passione delle pazienze

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Era tanto che volevamo farlo…era da tanto tempo che volevamo pubblicare questa bellissima poesia di Madeleine Delbrêl (1904-1964) poetessa, mistica ed assistente sociale francese.

Oggi l’abbiamo fatto.

E’ una poesia, ma è anche una riflessione lucida.

Buona lettura:

+++

“La passione delle pazienze”

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo

scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di

ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostro pazienze, in ranghi serrati o in

fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

+++

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Una bellissima imperfezione

Dove c’è Gesù c’è la capacità di benedire, di dire bene. Questo vale sempre. Vale ancor di più nella coppia, dove la relazione è più stretta e più decisiva. Cosa voglio dire? Semplicemente che un cristiano si sente un bellissimo imperfetto. E’ proprio questa consapevolezza che consente ad un marito o ad una moglie di vedere bellissima anche l’imperfezione dell’altra/o. Solo così siamo in grado di amare davvero. Pensate un po’. Se mi sentissi perfetto non sarei capace di accettare i limiti di Luisa. Sentirei, non solo di meritarmi tutto il suo amore, ma sentirei che è lei che non si merita il mio. Diventerei presto insofferente verso i suoi errori veri o presunti, le sue mancanze vere o presunte e, presto o tardi, diventerei insofferente verso la mia sposa. Non la sopporterei più. Non sarei capace di ringraziare per tutto ciò che di buono fa per me, ma solo di evidenziarne gli errori. Questo capita spesso nelle relazioni dove non si è in grado di ammettere i propri errori e i propri limiti. E’ vero anche che se non mi sentissi bellissimo non sarei capace di amare Luisa. Mi sentirei sempre meno di lei. Sentirei di non meritare il suo amore. Sarei sempre in tensione ed in ansia. Sarei roso dal timore di perdere la mia sposa. Dalla paura che lei trovi qualcuno migliore di me, più bello, più capace, più affascinante. Quante persone soffrono e quante coppie saltano per questo. Già, perchè chi non ama se stesso non sa amare neanche gli altri. Non crede che l’altro/a possa davvero trovarla bello/a e desiderabile. E’ una persona che rischia di diventare dipendente affettivamente e non libera di amare. Come si fa allora? Devo riconoscermi bello, anzi bellissimo, e nel contempo essere capace di riconoscermi imperfetto e pieno di limiti. Riconoscere che faccio errori e che ho parti oscure. Sembra impossibile eppure si può. Serve uno sguardo. Lo sguardo di Cristo. Uno sguardo benedicente. Mi ha guardato e mi ha visto una meraviglia. Sono l’amato e, nonostante tutti i miei limiti e le mie mancanze, sono per lui così bello e prezioso tanto da dare la vita per me. Lui, nonostante tutto, mi benedice, parla bene di me. Questo sguardo cambia tutto. Solo avendo sperimentato questo sguardo, quello che cambia la vita, mi sono sentito pronto ad accogliere la mia sposa, con la libertà di chi ama. Mi sento abbastanza imperfetto da riconoscere e accogliere l’imperfezione di Luisa, e mi sento tanto bello da non mendicare il suo amore. Certo è un cammino, ma l’amore è così. Non è un sentimento che si accende e si spegne per cause misteriose e imponderabile. Amare è un atto di volontà e di libertà. Più mi sentirò guardato e amato da Gesù e più sarò desideroso di accogliere tutto di lei, della mia sposa, e sarò libero dalla paura di perderla e di non essere abbastanza per lei. Solo così la relazione diventa dono reciproco di due persone amate e non l’incontro di due povertà che cercano di usare l’altro per soddisfare la sete del cuore e la fame del corpo.

Antonio e Luisa

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Mi ha guardato e mi ha perdonato

Condivido la testimonianza di un lettore che vuole restare anonimo. E’ molto bella perchè mette in evidenza il potere redentivo dell’amore sponsale quando vissuto fino in fondo.

Ho tradito mia moglie e ho un matrimonio fantastico. Sento già il brusio scandalizzato. E’ così, ma va spiegata. Mi sono sposato ormai 25 anni fa. Mi sono sposato per amore. Volevo davvero bene a quella ragazza tanto solare e dolce. Con una fede grande in Gesù, a differenza mia che vivevo la fede in modo superficiale e immaturo. Mi piaceva e sinceramente volevo esserle fedele, amarla ed onorarla ogni giorno della mia vita. La mia promessa matrimoniale era sincera. Poi le cose cambiarono. Il lavoro, poi un bambino. Mi sentivo sempre preso da altro. Non c’era più tempo per mia moglie. Parlavamo poco, di solito per confrontarci su questioni pratiche di gestione familiare. Passi tu a prendere il bambino all’asilo? Vai a fare la spesa? Cose di questo tipo. Piano piano ho smesso di essere attratto da mia moglie. La vedevo più come una socia in affari. Non avevo tempo per guardarla. E poi litigavamo spesso. Non ero più capace di vedere quanto fosse bella. Lì successe. Conobbi l’altra. Come capita a tanti. Uscii a pranzo con i colleghi, come tante altre volte,  e lei si è aggiunse al tavolo. Era un’amica di una mia collega. Iniziammo a parlare. Parlammo di tante cose, parlammo di noi. Come non mi capitava più da tempo con mia moglie. Ci salutammo, ma lei mi restò dentro. Mi sentii  bene con una donna per la prima volta dopo tanto tempo. Il mio tradimento iniziò così. Non con il sesso, quello arrivò dopo. Non sono quel genere di uomo. Non vado in cerca di avventure. Quando si arriva al sesso è già troppo tardi per fermarsi, almeno per me lo fu. Per farla breve avemmo  una storia di alcuni mesi. Poi successe quello che temevo. Mia moglie scoprì la mia relazione extraconiugale. Non ero abbastanza furbo per non farmi beccare. Non fece scenate. Mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. Un misto di sofferenza e delusione. Non disse nulla. Passarono i giorni. Io non sapevo cosa fare. Non riuscivo a dimenticare quello sguardo. Dormivamo in stanze diverse. Lei andò  a dormire nella camera di nostro figlio. Poi un giorno mi chiamò, aveva uno sguardo diverso. Non lo so spiegare. Era lo sguardo di chi sapeva cosa fare. Ricordo benissimo ciò che mi disse. Poche parole ma che ho scolpite nel cuore:

Non possiamo far finta che non sia successo nulla. Non è solo colpa tua. Anche io non ho saputo starti vicino. Abbiamo due possibilità. Lasciarci oppure fidarci di Gesù. Io ti ho perdonato, ci sto provando almeno. Ci vorrà tempo ma ti chiedo di credere ancora al nostro matrimonio. Mettiamocela tutta per essere felici insieme.

Decisi di troncare completamente con l’altra e di riprovare con mia moglie. Perchè? Quello sguardo mi ha toccato dentro. Ho intravisto di nuovo quanto lei fosse bella e preziosa. E quanto io le stessi facendo male. Iniziarono mesi non facili. Era difficile per lei ritrovare intimità e fiducia in me, e anche per me non fu semplice. Da soli non ce l’avremmo mai fatta. Fortunatamente Gesù non ci abbandonò mai. Trovammo sacerdoti e percorsi di coppia che ci fecero pian piano riavvicinare. Così accadde il miracolo. Non riesco a definirlo in altro modo. Con il tempo e l’impegno recuperammo un desiderio l’uno verso l’altra che non avevamo da molti anni, che forse non avevamo mai avuto. Rividi la donna meravigliosa che avevo sposato. Molto più bella di quando la sposai. Anche sessualmente piano piano ci ritrovammo. E’ stato molto difficile all’inizio ma ne è valsa la pena. Anche il rapporto fisico è tornato ad essere un’esperienza meravigliosa dove posso abbracciare la mia sposa e donarmi a lei con la gratitudine di chi ha ricevuto tanto amore, di chi è stato perdonato quando non lo meritava.  Anche la mia fede è cresciuta e maturata. Finalmente ho incontrato anche io Gesù. L’ho incontrato quel giorno in cui la mia sposa mi ha guardato e mi ha perdonato. Lì ho fatto per la prima volta l’esperienza dell’amore misericordioso di Dio. Questo è l’amore che salva. Non riesco ancora a ricordare questa esperienza senza che una lacrima mi scenda dal volto.

Lode a Dio

Antonio e Luisa

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