Il Te deum per gli sposi.

SIMONA E ANDREA

Oggi a Roma splende il sole non sembra neanche di essere in inverno, anche quest’anno sono a casa con l’influenza. Lo stare sola, perché Andrea lavora, non mi pesa troppo anzi mi è di ispirazione per entrare nel deserto che conduce al Te deum. Abito di fronte al Vaticano tanto vicino che dalle finestre godo della stessa visuale del nostro Papa emerito Benedetto XVI. Il caro Papa emerito, mi chiedo come stia, chissà come si sente in questi giorni in cui i fedeli di tutto il mondo sono preoccupati per le sue condizioni (è arrivata in fase di pubblicazione la triste notizia della sua nascita al cielo). La parte più bella dello stare male, almeno per me, è questa, il godere delle ore che passano lente, senza fretta, un tempo che mi aiutano a ripercorrere l’anno che sta per terminare.

Di solito non ho l’abitudine di dividere le cose belle dalle cose brutte, perché ho imparato che anche le cose brutte hanno dentro di sé qualcosa di fecondo e di particolare. A livello matrimoniale questo indubbiamente è stato il secondo Natale vissuto in pace, senza stress, un Natale di armonia e sintonia, di vera unione. Durante i nostri sei anni di matrimonio arrivare a questa pace domestica non è stato per nulla semplice. E’ stata una grande impresa, una semina continua, anche quando il terreno era pieno di erbacce ed era arido, sembrava non dare frutto. Già solo per questo c’è da rendere grazie a Dio. Ho ripensato alle cose belle che ci sono capitate, agli incontri fatti durante l’anno, a tutte le persone, alle famiglie e ai giovani che con la nostra associazione Abramo e Sara stiamo accompagnando e aiutando. Sono cose che ti dimostrano ancora di più che di nostro c’è veramente poco, c’è stata solo la nostra adesione a questa chiamata di Dio, a questo progetto pensato appositamente per noi. Per alcuni siamo matti, siamo dei pazzi, non ci capiscono, ma a noi poco importa. In fondo Gesù stesso era il primo ad essere deriso mentre evangelizzava. Per alcuni siamo diventati scomodi perché diciamo le cose senza tanti giri di parole. Cerchiamo di andare dritti alla meta, ma in fondo non faceva così anche il Maestro nell’annunciare la Verità? Era semplice e diretto.

È stato un anno dove come moglie e marito ci siamo uniti ancora di più. L’unione nel matrimonio ci ha reso più forti nel superare le varie tempeste, alluvioni e catastrofi varie. È stato l’anno che ci ha visto compiere delle scelte sempre insieme a Dio, cercando di comprendere la Sua volontà. Ad esempio la scelta di mettere radici in una comunità parrocchiale, così come lo scegliere di dedicarci ad Abramo e Sara, all’Oratorio che è già una Casa Famiglia a cielo aperto, rinunciando al volontariato in Casa Famiglia. L’arte del discernimento lo si impara stando in adorazione, chiedendo sempre tramite la preghiera: cosa vuoi che io faccia per aiutarti? È stato l’anno più bello in assoluto perché siamo ritornati a godere della messa in presenza insieme. Spesso capitava che per lavoro Andrea non riusciva a seguire la messa con me. Invece fortunatamente siamo tornati in coppia alla messa delle 10:30 che è anche la messa dei bambini che seguo come catechista. La messa insieme è un appuntamento importante, ricordatevelo sempre, può prevenire molti litigi. È stato un anno dove abbiamo visto come il nostro dolore sia sbocciato in un bellissimo ramo di una pianta di rose, proprio come le rose di Santa Rita da Cascia. Nulla è impossibile a Dio. Non so cosa ci riserverà il prossimo anno, ma siamo pronti ad accoglierlo con l’aiuto di Dio. Che è un esperto nel portare la Croce.

Vi lasciamo con una nostra preghiera: Grazie per tenderci la mano nei sentieri bui e nei tratti di strada dove ci sono pietre che sono difficili da scavalcare, grazie per le giornate in cui sembra che non ci sei accanto ma è nell’ostinazione nel seguirti che è il bello del cammino, grazie per gli amici che ci hai donato e grazie anche per le persone che fanno fatica a capirci ma è proprio grazie alla loro presenza che si prosegue ancora di più nel cammino da te segnato, grazie per la famiglia che ci hai donato, grazie perché anche nei dubbi hai sempre lasciato dei segni nel sentiero per seguirti, grazie per aver creduto in noi sposi quando ancora noi stessi non credevamo nella bellezza del matrimonio, grazie perché ti comporti da padre amandoci in libertà, quella libertà che ci rende figli di Dio e ci aiuta a tirare fuori il meglio di noi, grazie per il dono della vita. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp.

ANTONIO E LUISA

Approfitto dell’invito di Simona che mi ha chiesto di condividere con lei questo articolo. Il mio personale grazie lo rivolgo a Dio non solo per le tante cose belle. Per mia moglie, per i miei figli, per gli amici, per il mio lavoro. Per tutti questo ringrazio ogni giorno. Oggi voglio dire un grazie per qualcosa che di solito faccio più fatica a ringraziare. Grazie Dio per le mie difficoltà e fragilità. E’ importante fare fatica, è importante scontrarsi con situazioni dalle quali si esce perdenti. La vita è fatta anche di fallimenti. Ogni fallimento è stato un’occasione per fare esperienza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Ogni fallimento mi ha avvicinato a Dio forse più dei successi e delle attestazioni di stima. Grazie Dio perchè hai scelto di starmi accanto anche quest’anno.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /51

(Il sacerdote, rivolto all’altare, dice sottovoce:) Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Corpo di Cristo. Poi prende il calice e dice sottovoce:) Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Sangue di Cristo. Mentre il sacerdote si comunica al Corpo di Cristo, si inizia il Canto di comunione o si proclama l’antifona. Il sacerdote prende poi la patena o la pisside e si reca verso i comunicandi. Nel presentare a ognuno l’ostia, la tiene alquanto sollevata e dice:) Il Corpo di Cristo. (Il comunicando risponde:) Amen. (E riceve la comunione. Nello stesso modo si comporta il diacono quando distribuisce la comunione. Quando si distribuisce la comunione sotto le due specie, si osservi il rito indicato nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, nn. 28ı-287. Terminata la distribuzione della comunione, il sacerdote, o il diacono, o l’accolito, alla credenza o a lato dell’altare, purifica la patena sul calice e quindi il calice. Mentre purifica la patena e il calice, il sacerdote dice sottovoce:) Il sacramento ricevuto con la bocca sia accolto con purezza nel nostro spirito, o Signore, e il dono a noi fatto nel tempo ci sia rimedio per la vita eterna. (Poi il sacerdote può tornare alla sede. Secondo l’opportunità, si può osservare il sacro silenzio per un tempo conveniente, oppure cantare un salmo o un altro canto di lode o un inno. Poi, stando alla sede o all’altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice a mani giunte:) Preghiamo. (E tutti, insieme con il sacerdote, pregano per qualche momento in silenzio, a meno che sia già stato osservato subito dopo la comunione. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, dice l’Orazione dopo la comunione. L’Orazione dopo la comunione termina con la conclusione breve: – se è rivolta al Padre:) Per Cristo nostro Signore. (– se è rivolta al Padre, ma alla fine di essa si fa menzione del Figlio:) Egli vive e regna nei secoli dei secoli. (– se è rivolta al Figlio:) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo acclama:) Amen.

Mentre ci addentriamo ancora un poco nel mistero della comunione abbiamo voluto continuare comunque la lettura del Messale che si riferisce proprio a questo momento delicato e meraviglioso; quelle del Messale sono indicazioni che non hanno bisogno di commenti ma indicano come vivere questa realtà grande, poiché la forma è sostanza nonostante questa verità venga continuamente disattesa o, peggio, ignorata, oltraggiata e vilipesa. Nell’articolo precedente abbiamo messo in luce come ricevere il Signore col nostro corpo e poi nel nostro cuore/spirito/anima sia un mistero che assomiglia un poco a quando le famiglie ripuliscono casa per un illustre ospite, ma essendo un mistero è una realtà che ci supera perciò le nostre poche righe sono poca cosa così come lo è una scintilla rispetto al fuoco da cui proviene la scintilla stessa.

Per concludere il discorso già iniziato nel precedente articolo dobbiamo doverosamente ribadire (come spiegato nel Catechismo) che NON SI PUO’ ricevere l’eucarestia in stato di peccato mortale o, se volete volgerla al positivo, si PUO’ ricevere l’eucarestia SOLO in stato di grazia, altrimenti si mangia e si beve la propria condanna (cfr 1Cor 11,27-29). Dobbiamo altresì ribadire che lo scopo della Messa non è la comunione, i fini della Messa sono quelli del sacrificio di Gesù sulla Croce, e sono 4 : adorazione (fine latreutico dal greco latrìa = adorazione), azione di grazie ( dal greco eucharistía = ringraziamento), propiziazione (o riparazione o espiazione) ed infine impetrazione (o supplica o richiesta). Questi 4 fini sono quelli che ci insegna il Magistero e come potete notare la comunione non è contemplata, infatti la partecipazione devota alla Messa è sufficiente per assolvere il grave dovere del precetto domenicale da parte dei fedeli, ed in essa la comunione non è un dovere, perché allora è così importante?

Per capirlo dobbiamo fare un piccolo passo indietro per ribadire che la Messa è principalmente azione di Cristo e poi della Chiesa come Sua continuazione nel tempo, ma l’Agnello di Dio è sempre Lui, chi compie le 4 azioni di adorazione, ringraziamento, propiziazione e impetrazione presso il Padre è sempre Lui, perciò la nostra presenza a Messa non aggiunge nulla al Suo sacrificio, ma è un dolce dovere parteciparvi devotamente per ringraziare di tanta misericordia, per adorare il mistero della nostra Redenzione, per impetrare nuove grazie ed espiare le nostre colpe. Assomiglia un po’ a quando in famiglia si guardano e riguardano le vecchie fotografie dei bei tempi passati: non ci si stanca mai ed è sempre bello ricordare affetti, sentimenti, momenti intensi, il nostro passato, la nostra infanzia, i nostri nonni, le persone care… similmente ad ogni Messa è come rivivere l’evento della nostra salvezza, cioè la Croce di Cristo, e dovremmo avere lo stesso atteggiamento di quando si guardano le vecchie fotografie.

La comunione col Suo Corpo ed il Suo Sangue ha lo scopo di renderci partecipi di queste Sue 4 azioni per assumere la Sua forma nella nostra carne, per migliorare la nostra sempre più perfetta adesione al mistero che celebriamo, per divenire sempre più somiglianti a Lui, per essere sempre più “alter Christi”, cioè “altri Cristi” nel mondo, come il metallo fuso che assume la forma della cavità nella quale viene versato, e questa forma per noi è lo stesso Gesù. Se vogliamo perfezionare sempre più la nostra imitazione di Cristo abbiamo bisogno di nutrirci di Lui attraverso le sacre specie consacrate a Messa, e se ne avverte sempre più la necessità man mano che si avanza nel cammino di fede; normalmente nell’esperienza umana avviene che il cibo che noi mangiamo si trasforma in un qualche modo in noi, con l’Eucarestia avviene l’esatto contrario: è questo cibo divino che trasforma noi in Lui, a patto che ci lasciamo trasformare giorno dopo giorno, volta dopo volta.

Il giovane Carlo Acutis ha sapientemente descritto così la sua esperienza della comunione eucaristica: l’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo! Imitiamo questo santo contemporaneo e non sprechiamo le grazie che il Signore ha già pronte per noi nella santa comunione. Continueremo nel prossimo articolo ad approfondire alcuni particolari della Comunione eucaristica.

Giorgio e Valentina.

Testimoni dell’amore che vince il male

Oggi vorrei tornare sull’Angelus di lunedì scorso. Il giorno di Santo Stefano, il giorno dopo Natale. Papa Francesco dice tante cose ma vorrei soffermarmi solo su una parte della sua riflessione, quella che mi ha colpito di più. Il Papa ha affermato:

Perché il Natale non è la fiaba della nascita di un re, ma è la venuta del Salvatore, che ci libera dal male prendendo su di sé il nostro male: l’egoismo, il peccato, la morte. Questo è il nostro male: l’egoismo che portiamo dentro, il peccato, perché siamo tutti peccatori, e la morte. E i martiri sono i più simili a Gesù. Infatti, la parola martire significa testimone: i martiri sono testimoni, cioè fratelli e sorelle i quali, attraverso le loro vite, ci mostrano Gesù, che ha vinto il male con la misericordia. E anche ai nostri giorni i martiri sono numerosi, più che nei primi tempi. Oggi preghiamo per questi fratelli e sorelle martiri perseguitati, che testimoniano Cristo. Ma ci farà bene domandarci: io testimonio Cristo? E come possiamo migliorare in questo, nel testimoniare meglio Cristo? Ci può aiutare proprio la figura di Santo Stefano.

Un Salvatore che ci libera dal male e dalla morte. L’abbiamo sentito dire tante volte; eppure, è bene soffermarsi su questa verità di fede. E’ fondamentale nella nostra vita ma lo è anche nel nostro matrimonio. Il nostro matrimonio è salvato da Gesù. Non per nulla è un sacramento. Certo se lo vogliamo. Gesù non fa mai le cose da solo, aspetta la nostra aderenza. Non ci forza a volerci bene davvero. Io ne sono molto consapevole di questo. Credo che molto del bene, che riesco a portare nella mia relazione con Luisa, dipenda proprio dal fatto che sono ben consapevole che da solo porterei ben poco bene e tanto egoismo e tanto male. Perchè il peccato originale viene sì cancellato con il battesimo ma resta dentro di noi la concupiscenza. La nostra è una continua lotta tra il nostro egoismo e il desiderio di voler bene alla persona che abbiamo accanto. Per questo è importante essere capace di mettersi a nudo con Gesù e anche con la moglie o il marito. E’ importante accedere ai sacramenti per essere più forti, è importante conoscere cosa è male e cosa è bene e quindi conoscere la morale cattolica ed affidarsi ad un buon direttore spirituale. La morale non è una serie di regole astratte senza senso e ormai sorpassate. La morale ci insegna ad essere pienamente uomo e donna nel dono totale reciproco. E poi è importante saper chiedere scusa all’altro e perdonare l’altro per ricominciare e non lasciare che il male possa distruggere tutto il bene che in tutti i matrimoni validamente celebrati c’è.

I martiri amano come Gesù. Anche questa seconda riflessione del Papa è decisiva. I martiri non sono solo quelli come Santo Stefano che affrontano la morte pur di testimoniare Gesù. Ci sono tantissimi martiri anche nei nostri matrimoni. Lo sono quegli sposi che scelgono di restare fedeli alla promessa anche quando l’altro decide di rifarsi una vita con qualcun’altro. Non è forse quello un amore che vince il male con la misericordia? Sono martiri quegli sposi che sono capaci di accompagnare il coniuge nella malattia e nella disabilità dando tutto e magari non avendo in cambio nulla perchè l’altro nulla può dare. Non è forse quello un amore che vince il male con la misericordia? Sono martiri quegli sposi che non riescono ad avere figli e si sentono defraudati di un loro desiderio. Non per questo rinunciano ad essere fecondi in altro modo riuscendo comunque a testimoniare amore e misericordia. Potrei andare avanti ma mi fermo qui.

Vi lascio con la domanda che lo stesso pontefice ci rilancia: Io testimonio Cristo? E come possiamo migliorare in questo, nel testimoniare meglio Cristo?

Antonio e Luisa

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Jack e Rose del Titanic? Si chiamavano Sebastiano e Argene.

Di recente ci siamo imbattuti in un articolo molto interessante nel quale si raccontava del ritrovamento di ciò che resta dei corpi delle persone morte durante il naufragio del Titanic, avvenuto il 14 aprile 1912. Centodieci anni fa. Questa notizia ha fatto scalpore e causato alcune polemiche. Molti, a nostro parere giustamente, sostengono che il relitto della nave sia ormai un cimitero e che i morti che riposano in quel relitto sommerso non vadano disturbati. Non vogliamo però occuparci di questo ma di una storia riguardante una famiglia italiana che è stata colpita direttamente dal naufragio. Ci siamo imbattuti in un’intervista fatta alla Signora Salvata Del Carlo, al momento dell’intervista era l’ultima superstite italiana al naufragio del Titanic (la signora è morta nel 2008 a 96 anni). All’epoca dei fatti era solo una bimba nella pancia della mamma. Lei quindi era su quella nave ma non poteva certo ricordare nulla. Ha raccontato quanto a lei stessa i suoi parenti le hanno riportato, cioè la stupenda storia d’amore della sua mamma Argene e del suo papà Sebastiano.

I due si erano conosciuti durante una festa di paese, erano entrambi originari della provincia di Lucca e abitavano in due paesini vicini. Secondo il racconto di Salvata, papà Sebastiano aveva subito sentito nel cuore che Argene era la donna giusta per lui. Si sposano il 20 gennaio 1912 proprio il giorno di San Sebastiano. Lui aveva 29 anni e lei 26. Una coppia come tante, e come tante persone del tempo Sebastiano emigrò negli Stati Uniti dove trovò subito lavoro. Sembrava tutto andare per il verso giusto. Sebastiano non vedeva l’ora di riunirsi con la famiglia, quindi, non appena potette, tornò a casa per portare con sé la sua dolce metà che era già in dolce attesa. Lei rimase infatti incinta subito dopo le nozze prima della partenza del marito.

Avrebbero dovuto partire da Genova, il porto a loro più vicino, ma la nave era piena. Sebastiano non si perse d’animo, decise così di fare un regalo a sua moglie. Comprò dei biglietti di seconda classe del Titanic, si proprio la famosa nave, la nave più avanzata tecnicamente e lussuosa di quei tempi, per quello che sarebbe stato il viaggio inaugurale dello stesso transatlantico. Sebastiano non badò a spese per la sua Argene. Pensate che un biglietto di seconda classe costava circa 1000 euro di oggi. Non poco per un emigrante. I due erano sposati da soli quattro mesi e la traversata sul Titanic sarebbe stato il loro viaggio di nozze. Sebastiano pensa inoltre che in seconda classe la sua sposa avrebbe potuto riposare meglio, presa dai malesseri del primo trimestre di gravidanza.

La fatidica notte del 14 aprile 1912, Argene non riusciva a dormire, sentì quindi il forte impatto con l’iceberg che avvenne alle ventitré e quaranta. Spaventatissima, chiese al marito di correre sul ponte superiore per capire cosa fosse successo. Sebastiano in pochi minuti tornò da lei spiegandole, cercando di mantenere la calma, che non c’era un minuto da perdere. Fece indossare ad Argene il giubbetto di salvataggio e riuscì con tutta la sua determinazione a farla salire su una scialuppa con sole donne e bambini. Prima di lasciarla fece in tempo solo a darle un bacio e a rassicurarla. Le disse di non temere e che si sarebbero ritrovati una volta tratti in salvo. Non si videro più. Lui annegò nelle gelate acque dell’oceano. Quel bacio e quell’amore sono però passati alla storia. Perché l’amore di Sebastiano per la propria sposa è affascinante, è davvero un amore più forte della morte di cui narra il Cantico dei Cantici; Argene, una volta che fece ritorno in Italia, dette alla luce quella bambina sopravvissuta al naufragio, che già nel grembo della mamma era stata riempita di amore e cure da quel papà tanto innamorato della sua mamma. La bambina fu chiamata Salvata e scoprirà la sua storia solo all’età di circa venti anni, quando al cinema diedero il primo film sul Titanic. Il figlio di Salvata prenderà poi il nome di Sebastiano, in onore del nonno e per tre generazioni questo nome verrà tramandato ai figli maschi.

Questa vicenda ci ha fatto giungere la riflessione che non abbiamo bisogno di immergerci in nuove ricerche scientifiche analizzando ciò che resta del Titanic sul fondo dell’oceano, perché il messaggio più grande quelle persone c’è lo hanno già lasciato. Non possono dirci nulla di più che non sia la grandezza e la potenza dell’amore sponsale, un amore capace di ispirare addirittura un film per la sua magnificenza! L’amore e la vita di quella bambina in grembo che si è salvata sono l’ultima parola. Sebastiano non esitò un attimo, si sacrificò per salvare la vita di Argene con sua figlia in grembo; non era facile arrivare alle scialuppe, chi ha visto il film con Di Caprio può immaginare la confusione che si generò sui ponti superiori, ma Sebastiano riuscì a farsi spazio fra la folla per mettere in sicurezza non sé stesso, ma la persona che il Padre gli aveva affidato. Probabilmente sapeva anche che non si sarebbero più rivisti, ma fece di tutto affinché sua moglie non si dovesse preoccupare per lui in quelle condizioni estreme. Ricorda davvero Gesù sulla croce. Gesù che non pensa a sé stesso ma pensa a Maria e Giovanni. Ecco l’amore sponsale autentico è come quello di Gesù. Per questo è tanto affascinante.

Quante volte noi sposi abbiamo la tendenza a pensare a tutto quello che abbiamo fatto e facciamo per l’altro, soprattutto quando non ci sentiamo ricompensati, nel caso di questa coppia l’amore non è stato pesato, ma solo vissuto alla luce di Cristo che per primo si è sacrificato per il nostro bene più grande.

Alessandra e Riccardo

Il matrimonio non è una fiaba ma è la nostra vita

I magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.

Il Vangelo della liturgia di oggi ci offre il racconto della fuga in Egitto della Santa Famiglia. Giuseppe prende con sé Maria e il piccolo Gesù, raccoglie pochi oggetti che possono essere loro utili, e parte verso l’Egitto, attraversa il deserto, compiendo a ritroso il cammino attraverso cui Mosè condusse gli Ebrei verso la Terra Promessa. Comprendete quanti spunti interessanti per noi sposi cristiani ci siano in questo breve racconto? Cercherò di mettere in evidenza i più evidenti.

Il matrimonio come Terra Promessa. Primo grande fraintendimento. Tanti giovani si sposano perchè credono che con il matrimonio tutto andrà bene. Che problemi e sofferenze saranno cancellati da Gesù che diventa parte integrante della relazione sponsale. Altrimenti cosa mi sposo a fare? Il matrimonio è la conclusione di una bella fiaba: è vissero felici e contenti. Non è esattamente così. Giuseppe ci riporta alla dura realtà. Il matrimonio non cancella imprevisti, ingiustizie, male, difficoltà, sofferenza. Non lo ha fatto neanche per Giuseppe e Maria che erano santissimi e avevano in mezzo a loro quel Dio bambino che si era fatto carne. Lo potevano toccare, abbracciare, baciare e averlo sempre tra loro. Eppure non hanno avuto una vita matrimoniale facile. Fin da subito hanno dovuto affrontare le incertezze della vita e la cattiveria di alcune persone. Siamo pronti anche noi ad accogliere tutto nel nostro matrimonio? D’altronde la promessa matrimoniale è chiara. La Chiesa non ci prende in giro: io Antonio, accolgo te, Luisa, come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. Non sono cancellati dolore e malattia ma con la grazia di Cristo ci viene promesso che potremo affrontare ogni situazione. Noi promettiamo e Gesù lo fa con noi. Il matrimonio diventa così esso stesso un viaggio verso la Terra Promessa. Come? Lo spiego nel secondo punto.

Il deserto come occasione di crescita. Giuseppe, come abbiamo letto, deve fare i bagagli, prendere moglie e figlio, e scappare in tutta fretta verso l’Egitto. Deve quindi attraversare il deserto verso un Paese straniero. Il deserto è necessario per tutti. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza.  Nel deserto facciamo i conti con le nostre ferite e con i nostri peccati. E’ quindi l’occasione per crescere nella fede e nel nostro matrimonio. L’occasione per passare da un matrimonio concepito come relazione dove prendere e appagare ad una vera comunione d’amore dove donarsi completamente accogliendo la nostra povertà e quella dell’altro. Il matrimonio ci insegna la sola cosa che davvero dobbiamo imparare in questa vita: io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro, quando mi dono all’altro, quando sono capace di sacrificio per l’altro. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci completamente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. La perfetta letizia di san Francesco che riesce ad essere lieto in ogni situazione, anche la più difficile.

Antonio e Luisa

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Ristrutturiamo ?

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 1,1-4) Figlioli miei, quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

Oggi la Chiesa celebra la festa di San Giovanni Apostolo, ecco perché ci fa leggere i suoi scritti che sono sempre molto densi ed impegnativi, ma d’altronde stiamo parlando del “discepolo amato”, colui che forse più di tutti riusciva ad entrare in intimità col Maestro, tanto che Pietro durante l’Ultima Cena fa un cenno a lui affinché intenerisca Gesù circa la questione del traditore; anche Leonardo da Vinci ritrae Pietro che domanda a Giovanni di fare da tramite presso Gesù nel suo famosissimo quadro dell’Ultima Cena.

Sembrerebbero dei particolari di poco conto per leggere la Parola di Dio, ed invece sono di grande aiuto proprio nella comprensione non tanto del testo quanto della sostanza di ciò che ci vuole dire Giovanni. E’ pur vero che la Parola di Dio rimane tale e non perde di importanza, ma se a raccontarci alcune verità è proprio colui che osò appoggiarsi al petto di Gesù in quell’Ultima Cena, allora va da sé che la testimonianza conferma (se casomai ci fosse bisogno) la veridicità dei Vangeli e come significato nascosto ci fa intuire che queste parole vanno a toccare l’intimità di Gesù, poiché le scrive chi ha conosciuto un po’ più da vicino quei pensieri che albergavano il cuore e la mente del Maestro.

La Chiesa di fronte al Natale ci fa contemplare la duplice natura di Gesù Cristo attraverso preghiere, rituali, letture dall’Antico e dal Nuovo Testamento; essa non vuole che dimentichiamo mai che siamo di fronte al grande Mistero dell’Incarnazione del Verbo eterno del Padre, e quindi ci dona letture e preghiere che parlano della natura umana di Gesù e altrettante che parlano della Sua natura divina. Ribadiamo che la nostra fede crede che Gesù non sia un semidio oppure un super-uomo con attributi divini, quasi fosse una specie di Ercole, ma in Lui sussistono le due nature: quella umana e quella divina, cioè Gesù è 100% uomo (tranne il peccato) e 100% Dio. La lettura di oggi è un tipico esempio dove non ci si stanca di raccontare l’esperienza di Gesù con attributi carnali esplicitati nei 5 sensi umani, ma al contempo si dichiara apertamente che Egli è il Figlio di Dio. Per la nostra vita matrimoniale ci sembra più opportuno concentrarsi di più sugli aspetti carnali senza dimenticare che stiamo parlando del Verbo del Padre.

Spesso la vita dei cristiani devoti viene vista come una fede che non ha molto a che fare con la vita concreta… niente di più sbagliato. Al contrario, la vita cristiana, è talmente carnale che anche Dio ha scelto di farsi carne in un preciso momento storico in un preciso popolo che abitava un preciso territorio… nulla lasciato al caso ma tutto pensato nei minimi dettagli. Parlando di questi giorni natalizi con un giovane, ci ha chiesto se fossimo andati a Messa il giorno di Natale perché lui non ce l’ha fatta, ed ha aggiunto che sarebbe andato uno di questi giorni poiché, a suo dire, non è molto importante andare proprio in quel giorno ma l’importante è presentarsi al cospetto di Dio all’interno del periodo natalizio senza dare troppa importanza ad un giorno piuttosto che ad un altro.

Purtroppo questa mentalità ha preso piede in ampia parte del popolo italiano riducendo il cristianesimo a qualche formuletta da recitare alla bell’e meglio quando ce la si sente. Siccome è duro accettare che il cristianesimo è carne vissuta, e che richiede tanto sforzo, abnegazione di sé, rinuncia, sacrificio e rigore (non rigorismo fine a se stesso)… allora lo si snobba relegandolo a smielato sentimento religioso sperando così di prenderne le distanze ed affrancarsi dal duro lavoro della santità. Cari sposi, anche San Giovanni ci testimonia che il rapporto con Gesù ha a che fare con la carne : “abbiamo veduto, … sentito, … visto…toccato con mani ” e se c’è una vocazione che ce la si gioca proprio con la carne, essa è sicuramente il matrimonio. Gli sposi hanno la possibilità di sperimentare con i propri sensi l’incontro con Gesù, e di essere l’uno per l’altra le mani di Gesù, gli occhi di Gesù, l’abbraccio di Gesù, il perdono di Gesù…ecc… ma perché tutto ciò diventi realtà c’è bisogno del lavoro quotidiano su se stessi, c’è bisogno della nostra personale e quotidiana conversione, affinché il Verbo si faccia carne anche dentro la carne del nostro matrimonio.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per mettere mano alla ristrutturazione del nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

Buon Natale di salvezza

E’ mattina. E’ il 25 dicembre del 2022. Anche quest’anno è arrivato il Natale. Il Natale arriva tutti gli anni. Sempre uguale. Il Natale è sempre lo stesso ma io no. Io accolgo questo giorno sempre in modo diverso. E’ mattina. Sono le sette. Fa freddo, per le strade non c’è in giro nessuno. Io sono già fuori perchè devo portare a passeggio il cane di casa. La mattina tocca a me. Eppure questo silenzio, questo freddo mi fa sentire tutta la solitudine della nostra vita.

Sono giorni che sto vivendo come in attesa. Non la solita attesa del Natale ma qualcosa di più profondo. Ho tutto. Ho una moglie fantastica che amo ogni giorno di più, ho dei figli che mi sembrano essere sereni seppur nelle difficoltà della loro adolescenza, ho un lavoro che mi permette di vivere senza lussi ma anche senza preoccupazioni economiche. Eppure ho un’inquietudine che non mi lascia la pace nel cuore.

Ripenso all’omelia del nostro parroco ieri notte, durante la Messa, e do un nome a quel malessere che mi rode dentro. Il mio cuore ha bisogno di salvezza. Ho bisogno di dare salvezza alla mia vita ma in modo molto concreto. Ho bisogno di dare un senso a tutto, in particolare alla mia quotidianità. Altrimenti rischio di perdere tutto. Perchè alla fine stare in famiglia, stare con mia moglie e con i miei figli diventa qualcosa di anche bello, che sul momento scalda il cuore e mi fa sentire vivo, ma poi non lascia nulla se non un bel ricordo. Allora arriva quel bimbo tanto piccolo e sembra inutile. Ma è quello che fa tutta la differenza del mondo.

Il parroco ha usato un paragone che spiega molto bene quello che voglio dire. Gesù è come il comando salva sul nostro PC. Quel comando che ci permette di salvare i file che racchiudono il nostro lavoro. Quel comando che ci permette di non perdere tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora. Guardate il caso. Quel comanda si chiama salva. Esattamente come Gesù che salva. Ecco! La spiegazione alla mia pesantezza di questi giorni è racchiusa in questo significato. Ho bisogno di salvezza. Ho bisogno di Gesù che mi permette di non perdere tutto quello che ho fatto fino ad ora, che mi permetta di dare un senso alle cose belle e brutte della vita. Ho bisogno di salvezza che mi permette di non aver paura di perdere le persone che ho accanto perchè Gesù è quello che salva loro e me e permette di non perderci per l’eternità.

Sono convinto che non importa come stiamo, cosa abbiamo. se siamo ricchi o poveri, nella gioia o nel dolore, nella salute o nella malattia. Qualsiasi sia la nostra situaziozione tutti, senza alcuna eccezione, abbiamo bisogno di salvezza. Prima ce ne rendiamo conto e prima troveremo quel senso che non sempre siamo capaci di dare. Concludo con una frase che mi è piaciuta molto di don Manuel Belli, conosciuto sui social attraverso il suo canale Scherzi da prete. Don Manuel dice: il Natale non ci rende tutti più buoni ma ci rende tutti più salvi. E’ esattamente così. Buon Natale di salvezza a tutti. Perchè il Natale se non serve a prendere coscienza che abbiamo bisogno di essere salvati non serve assolutamente a nulla.

Antonio e Luisa

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Voglio vivere con te

Cari sposi,

circa un secolo fa, uno sperduto paese dell’Alaska, Nome, fu lo scenario di un impresa passata alla storia come la “corsa del siero”. In pieno inverno artico, con temperature attorno ai -40 gradi e venti tempestosi, quel piccolo centro fu colpito da un’epidemia di difterite, soprattutto nei bambini. Una malattia spaventosa, per noi grazie a Dio oramai debellata ma che all’epoca causava ancora tante morti. Il medico del paese aveva esaurito le antitossine in grado di curare l’infezione e dinanzi all’aumento dei casi, l’unica soluzione fu un disperato radiotelegramma alle principali città dello stato, chiedendo immediatamente l’invio di medicinali.

Tra le diverse opzioni di recapito, la più “veloce” fu una staffetta di slitte trainate da cani ma la distanza tra l’ospedale più rifornito e Nome era di quasi 1100 km, in pratica quasi la lunghezza dell’Italia. Gli staffettisti sfidarono temperature ai limiti della resistenza umana, sferzati da venti di oltre 100 km/h, attraversarono quasi sempre al buio fiumi e mare ghiacciati, passarono per foreste piene di lupi e orsi, valicarono passi di montagna e ripide scoscese, il tutto per salvare le vite di tanti bambini gravemente malati, in un’estenuante corsa contro il tempo. Leggendario poi fu contributo dell’ultima staffetta, Gunnar Kaasen con il suo cane guida Balto, i quali superarono abilmente le peggiori condizioni climatiche di quei giorni e riuscirono comunque a consegnare il pacco con i medicinali dopo percorrendo quella distanza enorme in sole 127 ore. Il bilancio dell’impresa fu da bollettino di guerra: parti del corpo congelate, ferite e fratture da caduta, cani morti per sfinimento… ma era valso per una nobilissima causa.

Per quanto bello e commovente, una storia così impallidisce davanti al Natale. Quanto accaduto quella notte in una grotta di Betlemme ha un valore infinitamente superiore: il Figlio di Dio ha varcato una distanza infinita, nientemeno che la “distanza” tra Dio e una creatura, pur di essere con noi. Cari sposi, vi auguro, in questo Natale e nei giorni che seguiranno fino all’Epifania, di guardare con questo sguardo a Gesù nella culla. “Quanta strada hai fatto pur di raggiungermi, quanto hai faticato per essere qui davanti a me, quanto ti è costato incarnarti e diventare uno come me!”. Non tanto uno sguardo sentimentale ma di saper cogliere il suo profondo significato. Sono pensieri semplici ma nel fondo veri, esprimono il senso dell’Incarnazione che è quello di “venire ad abitare in mezzo a noi” (cfr. Gv 1, 14). Per questo Gesù vuole dirci con il Natale: “Voglio vivere sempre con te, voglio restare nella tua vita, sono qui con te per rimanerci sempre”.

E pensare che voi siete così vicini a Lui! Perché voi “significate e partecipate il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (cfr. Lumen Gentium 11), cioè voi il vostro amore e la vostra storia attingono e si innestano in quell’amore che ha spinto Gesù a venire tra noi. Quindi, che il Suo Cuore ardente di desiderio di essere dono per ciascuno di noi, sia anche il vostro! Che il vostro amore nuziale diventi pane spezzato, un regalo per tante persone che ancora non conoscono Gesù.

ANTONIO E LUISA

Tutto è iniziato con il sì di Maria. Così anche il nostro matrimonio è cominciato con il nostro sì. Padre Luca ci ha ricordato che il Natale ci dice che Gesù abita non solo la nostra vita ma anche il nostro matrimonio. Per accoglierlo c’è bisogno del nostro sì. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita, poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì. Solo così il Natale avrà davvero un significato per noi.

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Le nozze del Figlio di Dio sono la sua Incarnazione

Cari sposi,

siamo arrivati alla Vigilia di Natale. Mi auguro che abbiate vissuto o vi siate sforzati di vivere un buon Avvento. Come ci siamo detti fin dal suo inizio, è stato un periodo difficile per concentrarsi, per vivere il silenzio e la meditazione tra tutti i preparativi vari. Ma l’importante adesso è che siamo qua davanti al presepe. Siccome sarete ancora tanto indaffarati oggi e domani ho pensato a un breve articolo in cui vorrei mostrarvi ancora una volta il profondo senso nuziale del Natale. A prima vista sembrerebbe di no ma il titolo di questo articolo non è farina del mio sacco bensì parte della Tradizione della Chiesa. Ecco una parola autorevole di un grande papa e padre della Chiesa:

Le nozze del Figlio di Dio sono la sua incarnazione… Dio Padre dispose queste nozze per il Figlio quando volle che questi si unisse alla natura umana nel grembo della Vergine e che, Dio prima dei secoli, si facesse uomo alla fine dei secoli… Possiamo dunque dire apertamente e con sicurezza che il Padre dispose le nozze per il Figlio Re quando unì a lui la Santa Chiesa nel mistero dell’Incarnazione” (Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, II, XXXVIII, 3).

Vale a dire: Gesù è lo Sposo che prende in moglie la nostra umanità, cioè ciascuno di noi, la Chiesa tutta intera. Il Natale non è che l’inizio perché il termine ultimo sarà quando tu, io, ciascuno di noi, potremo “consumare il matrimonio” in quell’unione totale che sarà la vita eterna, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

È un mistero che ci sorpassa ma solo si può contemplare con la stessa ammirazione e solennità dei Magi a Betlemme! Un mistero davanti al quale inchinarsi interiormente e con tutta l’anima. Questo vuol dire che voi sposi portate nel vostro amore e nella vostra relazione questo rapporto nuziale; che siete l’estensione e il prolungamento, ovunque vi troviate, di quelle Nozze Eterne! Come vorrei che poteste sorprendervi di un dono così grande che il Signore vi ha fatto! E magari Gesù vi conceda il dono delle lacrime dinanzi a una così grande bellezza e grandezza che si è “incarnata” nel vostro matrimonio.

Possa lo stupore degli astanti alla Grotta di Betlemme essere anche il vostro nel contemplare il dono di Amore che Lui ha posto nelle vostre mani.

Padre Luca Frontali

Vocazione o autorealizzazione?

Qualche tempo fa, leggendo un libro, non ricordo ora il titolo, mi ha colpito una riflessione dell’autrice. Non era un testo specifico sul matrimonio, ma c’erano diversi spunti interessanti. Non ci avevo mai pensato, ma vocazione e autorealizzazione possono sembrare solo in apparenza due parole che indicano la stessa cosa. In realtà possono essere molto diverse e fare tutta la differenza del mondo poi nel nostro matrimonio.

Noi ci sposiamo per vocazione o per autorealizzarci? Dove sta la differenza? La vocazione implica un noi, una relazione, uno scambio, un mettere al centro la relazione stessa e non me stesso. L’autorealizzazione mette al centro me stesso e non la relazione, non l’altro. La relazione, e di conseguenza l’altro, diventa funzionale alla mia autorealizzazione. Capite bene che così non funziona. Che così siamo completamente fuori da ogni verità sull’amore. Ciò che salva, che mi salva, non è la mia autorealizzazione, ma la mia capacità di comprendere e di entrare fino in fondo nella mia vocazione.

La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione nulla di tutto questo. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sè.

Metterò ora in evidenza alcuni diversi atteggiamenti del cuore di chi vuole autorealizzarsi e di chi invece cerca di amare in una vocazione sincera.

La promessa del per sempre. Questa è una grande prima diversità. Chi si vuole autorealizzare nel matrimonio dovrebbe essere coerente e non sposarsi in chiesa. Sono troppo cattivo? No per nulla, solo realista. Chi si vuole autorealizzare non può promettere il per sempre. La relazione sarà costantemente messa sotto esame. Se stare con quella persona non mi dà quello che cerco oppure se trovo qualcuno che mi fa stare meglio devo avere tutto il diritto di cambiare. E’ stato bello ma tanti saluti e buona vita. E i figli? I figli desiderano dei genitori felici e realizzati e capiranno! Capite il centro sono sempre e solo io. In questa modalità non c’è amore. Non c’è la capacità di farsi pane spezzato per l’altro. Questa modalità di amare non mi cambia e non mi fa crescere e maturare. Chi vuole invece realizzare la propria vocazione, sa che in quella promessa può trovare senso e pace. Perchè amare dando tutto di te, senza chiedere nulla, è il modo di amare di Cristo e nel dono puoi trovare chi sei davvero e fare esperienza di Gesù nella tua vita. Restare fedele alla promessa nella gioia e nel dolore permette a te di crescere e alla persona che hai accanto di sperimentare l’amore gratuito di Gesù.

Passione o amore? Altra differenza fondamentale. Chi si vuole autorealizzare mette al centro, di tutto il matrimonio, la passione e il sentimento. Cosa c’è di male? Non c’è nulla di male a desiderare che nel matrimonio si possa mantenere passione e sentimento. Ciò che non va affatto bene è farci influenzare da questa parte più emotiva. Perchè poi diventa un cane che si morde la coda. Quando il vino verrà a mancare cosa si fa? Si smette di curare la relazione? Ci si ignora oppure ci si rivolge all’altro solo per la lista della spesa? Comprendete la menzogna che c’è dietro questo significato che possiamo dare all’amore? Quando c’è passione facciamo fuoco e fiamme. Fuoco di paglia però! Un fuoco che si può spegnere facilmente e poi? Chi vive il matrimonio come vocazione è capace di andare oltre. Sa che i momenti in cui la passione latita sono quelli in cui deve donarsi ancora di più all’altro. Perchè l’amore va curato e nutrito come una piccola pianta. Se non bagno spesso la piantina in casa poi questa muore. Stessa cosa vale per il matrimonio. Mi devo donare che ne abbia voglia o meno. Questa modalità è quella vincente perchè l’altro si sente amato per quello che è e non per quello che fa (quindi sarà riconoscente) e la passione sarà stimolata dall’intimità che non faremo mai cessare.

Un’ultima puntualizzazione. Non si nasce imparati. Io mi sono sposato probabilmente con un’idea più vicina all’autorealizzazione che alla vocazione. Poi, però, con il tempo, se non ti tiri indietro e ci provi a dare tutto, il matrimonio ti cambia, poco alla volta, ma radicalmente. Se ora ho capito qual è la mia vocazione devo solo dire grazie a Dio e a Luisa che mi ha sostenuto e sopportato in questi anni.

Antonio e Luisa

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L’ anima mia magnifica il Signore.

SIMONA E ANDREA

Nel preparare l’ articolo in questi giorni mi sono chiesta quante volte nella mia vita ho cantato così di gioia come Maria per il Signore? Voi ve lo siete mai chiesti? Il tempo di Avvento porta sempre dentro di sé delle domande per aiutarci a compiere dei passi avanti nel cammino di fede, e il vangelo di oggi ne è un esempio.

Chiudiamo gli occhi per un attimo e immaginiamo la scena: Maria è in dialogo con sua cugina e dal cuore di Maria sgorgano parole di amore verso il Signore. Nel Magnificat è racchiusa anche la nostra storia. Racchiude le promesse di amore di Dio per il Suo popolo, verso di noi. C’è un legame, una relazione, un tu ed un io. Un legame cresciuto anche con la preghiera. Ripensando a questo ultimo anno della mia vita mi sono resa conto che indubbiamente Dio ci è sempre stato accanto anche nel nostro matrimonio. Lo si vede e lo si avverte. Più si avanza nella preghiera e più ci si rende conto del legame che diviene ogni volta più forte.

Nel leggere alcune frasi del Magnificat ho ripensato ad alcuni periodi bui e difficili del nostro matrimonio, come ad esempio quando eravamo nella sofferenza per non avere avuto un figlio. Ho pensato al versetto ha ricolmato di beni gli affamati. Ho sentito proprio come se parlasse a noi. Non siamo genitori biologici ma siamo “ricchi” di figli non nostri, che ci riempiono ugualmente la vita. Ognuno di noi credo, leggendo quel versetto possa sentirsi coinvolto. Volutamente lasciamo l’ articolo aperto alle vostre meditazioni, scrutatevi dentro. Vi diamo un suggerimento: approfittate di questi pochi giorni che ci separano dal Natale per pensare al Magnificat nel vostro matrimonio e confessatevi. La confessione è un grande supporto nell’interpretare il Magnificat della nostra vita. A presto. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp.

ANTONIO E LUISA

Sono stato colpito dallo stesso versetto che ha toccato Simona. Stavo scrivendo anche io un articolo quando Simona mi ha contattato. Abbiamo così deciso di proporre un articolo condiviso. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Dio quindi è vendicativo? Disprezza i ricchi e non dà nulla a quella gente? Non li riconosce più come figli? Nulla di tutto questo. Dio ama ogni persona che sia essa ricca o povera. Vorrebbe dare tutto a tutti. Tanto che Gesù è morto per ognuno di noi. Questi versetti dicono altro. I ricchi se ne vanno a mani vuote perchè sono loro a volerlo. Prendo l’esempio di Simona. Se lei ed Andrea si fossero posti davanti a Dio con la loro idea, con le loro pretese, sarebbero tornati a mani vuote. Non avrebbero ottenuto quel figlio che chiedevano e quindi si sarebbero sentiti poveri e abbandonati da Dio. Invece si sono presentati poveri, con l’intenzione di affidare a Dio la loro sofferenza ma senza alcuna pretesa. Si sono messi lì in ascolto e hanno compreso la volontà del Padre. Dio non gli ha dato comunque quel figlio ma li ha resi fecondi in un modo bellissimo che li ha fatti sentire ricchi. Esattamente come Maria hanno saputo dire il loro sì e tutto si è trasformato in una meravigliosa avventura che li condurrà dove Dio vorrà e dove loro si lasceranno condurre.

La bellezza di Dio nella differenza

Un argomento che ritorna spesso nei social e nelle discussioni con le figlie è quello riguardante il maschile e femminile. Un po’ li capisco questi giovani, vivono in un mondo davvero strano, a volte mi sembra di essere in una società distopica dove anche le cose più normali e naturali vengono alterate. Questa è anche la conseguenza della famosa finestra di Overton: un’idea sbagliata viene alla fine accettata senza problemi, se fatta “digerire un po’ alla volta”. Quindi non destano più scalpore ad esempio due donne che si baciano su una panchina di un parco giochi, oppure due uomini che partecipano come coppia ad un quiz televisivo. Se poi provi a dire qualcosa, subito arriva la replica: Se si vogliono bene, che male c’è? Vivi ancora nel Medioevo. A parte il fatto che il Medioevo è uno dei miei periodi storici preferiti (con Dante e Giotto patrimonio dell’umanità, costruivano cattedrali che sono ancora in piedi e non capannoni industriali come oggi), per capire se una cosa è male o bene, è indispensabile guardare cosa ne pensa Dio.

Dio ha creato maschi e femmine, diversi e complementari a Sua immagine e somiglianza, cioè Dio ha scelto fin dall’inizio con che volto vuole farsi conoscere: in altre parole l’uomo e la donna, sposo e sposa rivelano le realtà intime di Dio (solo in seguito viene mostrato completamente il volto di Dio con Gesù). Con il Sacramento del matrimonio i due diventano una carne sola e assomigliano ancora di più a Dio, massima espressione sia del femminile, che del maschile.

Io credo che in questo periodo storico di grande confusione sia quanto mai urgente la missione di noi sposi riguardo all’essere veri maschi e vere femmine: senza esibizionismo, i coniugi dovrebbero gareggiare nell’esaltazione della bellezza del maschile e del femminile, nel farsi belli l’uno per l’altra, cercando di avvicinarsi a quella bellezza che Dio ha visto in noi, prima di creare il cielo e le stelle. Anche noi separati fedeli, se/quando non curiamo il nostro aspetto, cosa che verrebbe naturale, visto che non abbiamo una persona accanto, perdiamo occasioni di testimoniare e di rimandare a Colui che è Il Bello e che ha creato un mondo bellissimo per noi.

Come uomo penso che le donne siano davvero affascinanti! Oltre all’aspetto esteriore, quello che mi attrae è il modo di ragionare, di pensare, i punti di vista diversi, le capacità a me sconosciute: tuttavia, quando mi sono separato, ho passato un periodo in cui avevo un giudizio negativo sul genere femminile, perché ero rimasto tanto deluso e amareggiato. Per fortuna, grazie ad alcune sante donne della Fraternità (Sposi per Sempre), ho curato le mie ferite e ho compreso che non potevo portare la mia esperienza negativa come metro di giudizio per tutte le altre e che, in entrambi i sessi, ci sono persone sante e peccatrici.

E’ spesso il nostro “sentire” che è sbagliato e che dovrebbe essere guarito e non assecondato, come per chi prova attrazione verso persone dello stesso sesso. Io, da solo, come maschio, rappresento solo metà del volto di Dio ed è per questo che quando vengo chiamato a fare una testimonianza, oppure quando devo organizzare degli incontri, chiedo sempre di essere accompagnato da una donna: infatti è solo insieme, uomo e donna che esprimono la pienezza, sotto tutti gli aspetti, dalle parole, alla sensibilità, alle idee e alle emozioni. Così in questa società in cui si cercano le pari opportunità (se uno fa una cosa, allora lo deve fare anche l’altro per non essere inferiore), si è travisato il motivo per cui Dio ci ha fatti diversi: per collaborare insieme e creare così un mondo in cui tutti, dai bambini agli anziani possano vivere felici nell’aiuto reciproco.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Vobis signum

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14) In quei giorni, il Signore parlò ad Àcaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Siamo ormai alle porte del Natale 2022 e l’annuncio dell’Emmanuele da parte della Chiesa si fa sempre più pressante; potrebbe sembrare un invito quasi ossessivo o compulsivo ma non dobbiamo mai dimenticare la fragilità della condizione umana dopo il peccato originale… ci bastano 5 minuti senza Dio per combinare disastri di ogni tipo, ordine e grado, la Chiesa che ci è madre non si stanca di indicarci Colui che è il Salvatore anche di quei 5 minuti disastrosi.

Siamo tornati alla lettura del profeta Isaia, il quale in questo brano sembra dare una risposta un po’ scontrosa ad Acaz, ma in realtà profetizza la venuta del Messia. Sembra una cosa scontata e banale ma questo segno, così viene chiamata l’Incarnazione, non è un segno mandato su richiesta di un uomo, ma è iniziativa di Dio: a voi un segno = vobis signum. Questa è proprio la sostanziale differenza tra il cristianesimo e le altri religioni: le varie religioni sono iniziative umane ma il cristianesimo è iniziativa di Dio.

Il termine “religione” ha a che fare con il verbo religere, cioè intessere rapporti più o meno vincolanti con qualcuno, è infatti un’esigenza della natura umana quella di socializzare, di creare rapporti interpersonali, ma perché? Molte risposte ci vengono dalla scienza che studia la psiche ed il comportamento umano, ma questa scienza ci potrà rispondere forse riguardo al come ma non saprà mai spiegarci il perché, dov’è l’origine, di questo moto interiore dell’uomo.

Ebbene, la risposta la troviamo solo nell’antropologia cristiana, e principalmente sta nel fatto che Dio è unità di amore indissolubile fra tre Persone, il Dio rivelato da Gesù Cristo è eterna comunione di amore, una continua relazione interpersonale; siccome la Bibbia ci ha rivelato che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ecco che si spiega come l’uomo tenda ad avere continue relazioni interpersonali di amore e non viva senza di esse, senza questa comunione/socialità l’uomo muore. La prima relazione che l’uomo cerca è quella con il proprio Creatore o con un essere/entità che avverte come superiore a se stesso e che dia senso anche alla propria esistenza umana; e tutto questo è ciò che sta alla base della varie religioni: il desiderio di entrare in contatto, di avere un rapporto interpersonale, di intessere relazioni, di religere rapporti con questo sconosciuto essere superiore.

Quindi le religioni sono tentativi più o meno riusciti di religere un rapporto con un dio. Al contrario, il cristianesimo, è un’iniziativa di Dio e NON umana. L’iniziativa è quella che ci viene descritta in questo brano da Isaia: […]la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele… che significa Dio-con-noi.

Quello che ci stiamo preparando a celebrare non è il semplice ricordo di una iniziativa di carattere umano tantomeno la banale nascita di un bambino come tutti gli altri; ci stiamo preparando a celebrare ancora una volta la grande ed unica e rivoluzionaria iniziativa da parte del Padre: l’Incarnazione di Suo Figlio.

Da quando Gesù si è fatto carne, tutto ciò che riguarda l’uomo è degno di grande onore e di grande stima (eccetto il peccato) da parte nostra, se Dio si è fatto carne, allora tutto cambia e tutto può cambiare. Non è una idea strampalata di qualche uomo di buoni desideri, è una iniziativa di Dio in persona. Non celebriamo un’idea, una filosofia di vita, una filantropia, uno stile di vita… al contrario celebriamo Dio fatto carne.

Cari sposi, se Dio si è umiliato ed abbassato a tal punto da assumere la nostra carne, tutto ciò che riguarda la nostra carne deve assumere una realtà divina. Quindi il nostro matrimonio non può essere relegato ad un insieme di equilibri psicologici, non può essere sminuito ad essere un banale “volersi-bene”, nemmeno ad un superficiale “stiamo insieme per farci compagnia” o alcunché di simile. Ma vi pare che il Figlio di Dio abbia fatto tutta quella fatica e si sia umiliato a tal punto da assumere una carne mortale solo per un banale “volersi bene”? Colui che nemmeno i cieli dei cieli riescono a contenere si è umiliato da restare nascosto dentro una carne umana solo per “farci stare bene psicologicamente”? Colui che è Onnipotente ed illimitato ha scelto di “imprigionarsi” in una carne mortale con tutti i limiti che ciò comporta solo perché noi potessimo “farci compagnia”?

Coraggio sposi, che se Dio è con noi (Emmanuele) non possiamo temere nulla. Dio è davvero con noi ed è presente nel nostro matrimonio sacramento. Dio è in mezzo a noi è l’equivalente di dire che la Salvezza è in mezzo a noi poiché Colui che sta nel nostro matrimonio è il Salvatore. Il nostro matrimonio è abitato dal Salvatore! Ma è necessario che la casa dove Lui vuole abitare sia curata nei minimi dettagli e resti sempre pulita e pura. Nessuna religione si è mai sognata di pensare nemmeno per un momento che il proprio dio sia in mezzo (anche nella carne) agli uomini, è una rivelazione del cristianesimo che, abbiamo imparato oggi, non è equiparabile ad una religione, ma è l’incontro vivo con Cristo Gesù, anzi il cristianesimo è Gesù Cristo che sta in mezzo a noi e quindi salva.

Coraggio sposi, anche il matrimonio più scombinato ha una chance con Gesù, ma solo con Lui!

Santo Natale a tutti voi.

Giorgio e Valentina.

Dio parla attraverso i sogni.

Ieri, la liturgia della quarta domenica di Avvento, ci ha offerto il sogno di Giuseppe. Un angelo, messaggero di Dio, è apparso in sogno a Giuseppe e gli ha fatto conoscere la volontà di Dio. I sogni sono spesso usati da Dio per far conoscere la Sua volontà. Mi viene in mente un personaggio del presepe. Un personaggio di quelli minori, ma che non può assolutamente mancare. Si tratta del pastore Benino. Voglio raccontarvi di lui e lo faccio attraverso le parole di un sacerdote di Napoli che ho avuto la grazia di ascoltare. Si, perchè questo personaggio nasce nell’affascinante e centenaria tradizione del presepe napoletano. Benino è il pastore addormentato. Quello sdraiato a terra che sembra disinteressarsi di tutto quello che sta accadendo. Non come gli altri pastori che, avvisati dall’angelo, si incamminano verso la grotta per adorare il Re. Benino è perso nei suoi sogni. Eppure ricopre un ruolo fondamentale. Benino è una delle DUE porte attraverso cui si può entrare nel mondo del presepe. Una è la Parola di Dio e l’altra è proprio il sogno di Benino. Secondo la tradizione napoletana infatti se Benino si svegliasse tutto il preseppe scomparirebbe come accade anche ai nostri sogni quando ci si svegliamo dal sonno. In tutto questo c’è un simbolismo molto profondo. Voglio riprendere solo due aspetti per non appesantire ed allungare troppo questa mia riflessione.

Dio parla attraverso i sogni. Benino dorme attorniato, sempre secondo la tradizione napoletana, da 12 pecore, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Dorme e Dio parla ad Israele e ad ognuno di noi. Parla nel sogno di Benino e mostra la Sua volontà. La volontà di farsi come noi per essere accanto a noi, nella nostra storia fatta di carne e di umanità. Fatta di difficoltà, di problemi, di famiglia, di relazione, di gioia e di morte. Attraverso questo sogno diventato realtà Dio ha portato la Sua salvezza nel nostro mondo.

Benino dorme come dormiva Adamo. Il sonno nella Bibbia non simboleggia la sterilità e l’inoperatività. Un po’ come nel nostro proverbio chi dorme non piglia pesci. In realtà nella Bibbia il sonno è spesso un tempo molto fecondo. Dio per creare la donna ha addormentato l’uomo. Questo perchè nella tradizione ebraica assistere a come Dio opera, significa carpire i segreti di ciò che ha fatto. Significa farne cosa nostra. In realtà nella Genesi l’uomo viene addormentato proprio per sottolineare che la donna è diversa da lui, seppur simile. Diversa e misteriosa. Non potrà mai farne cosa sua. Sarà sempre un mistero davanti al quale mostrare rispetto e stupore. Quando l’uomo cerca di impossessarsi della donna e di farne cosa sua, tutto diventa più brutto e più povero. Non c’è più la ricchezza dell’amore. Questo vale anche per il presepe. Quando pensiamo di aver compreso la nascità di Gesù e la Sua incarnazione, riduciamo il tutto alle nostre convinzioni e alle nostre interpretazioni. Ne facciamo cosa nostra. Non è più Dio che parla al nostro cuore, ma ci facciamo un bel soliloquio. Tutto perde bellezza. Dio ci chiede, in questi giorni che precedono il Natale, di sostare davanti al presepe e di contemplare con meraviglia un avvenimento che ha cambiato la storia, che ha cambiato soprattutto la nostra storia personale. Ci chiede di fermarci e di leggere tutta la nostra vita e il nostro matrimonio alla luce di quel bambino che viene custodito da un papà e da una mamma, da una coppia di sposi che si vogliono bene. Pensate che quel bimbo non nasce soltanto a Natale, ma è nato il giorno delle nostre nozze. E’ nato nella nostra relazione sponsale e il nostro noi è diventato Sua dimora. Non fa nulla se non siamo una reggia dove tutto è bello e comodo. Non fa nulla se sentiamo il nostro matrimonio povero e puzzolente come in una stalla. Dio ci abita e ci chiede di custodirlo così, inerme come un bambino, con il nostro amore fatto di impegno e di dono reciproco. Con tutte le nostre povertà. Ci chiede di dare ciò che siamo. Il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

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Solo nella fede

Cari sposi,

finalmente oggi lasciamo ampio spazio a San Giuseppe, un gigante nella fede da cui tutti dobbiamo imparare sempre come comportarci ed essere autentici cristiani. È estremamente importante tutto ciò perché oggi capiamo che l’Incarnazione del Verbo, la venuta di Gesù al mondo è stata frutto di un vero e proprio consenso matrimoniale, condiviso tra Maria e il suo Sposo.

Ma come? Che dici? Gesù non è il figlio di Maria? Certo, verissimo. Gesù è solo figlio di Maria ma in un certo modo non sarebbe potuto nascere senza il concorso di Giuseppe, il suo padre putativo che ne ha curato l’educazione e di cui si è preso cura per tanti anni. Ora vi spiego perché è davvero così e quanto questo dica la bellezza del matrimonio cristiano, di cui la Sacra Famiglia, nonostante la sua peculiarità, è esempio e modello.

Abbiamo letto nel Vangelo che, durante una visione notturna, Giuseppe viene rassicurato che quel Bambino è frutto dello Spirito Santo. A tale riguardo è bene fare una piccola premessa: nel mondo ebraico di venti secoli fa, il concetto di Spirito Santo era alquanto diverso dal nostro odierno. È vero che letteralmente esiste l’espressione “Spirito Santo”, difatti è presente nella Tanakh il Ruach haQodesh. Tuttavia, secondo una massima rabbinica “la rúach haqódesh ha dieci sinonimi: il proverbio, la metafora, l’enigma, la parola, il detto, la gloria, il comando, l’invettiva profetica, la profezia e la visione” (Avòth da Rabb Nathàn (ed. Schechter, p. 102 vers. A).

Io mio chiedo: ma il povero Giuseppe cosa avrà capito quando l’angelo gli ha detto di essere incinta dello Spirito Santo? A quale delle 10 accezioni si stava riferendo…? Un po’ imbarazzante, non trovate? Di conseguenza, quale smarrimento non avrà sentito per giorni e giorni? Quanti sentimenti contrastanti non avrà provato in cuor suo: disistima, tristezza, sospetto, ira, gelosia…? Quanto ci è vicino Giuseppe in tale circostanza, quanto ci ritroviamo pure noi in situazioni che ci sconcertano, ci avviliscono, ci tolgono la speranza e la serenità nel domani! Ecco perché è patrono della Chiesa, perché ci può ben capire nei nostri tanti problemi e difficoltà per averli vissuti in prima persona.

Tuttavia, Lui è andato oltre. In che senso? Lui è non è rimasto impantanato in uno stato mentale ed emotivo avverso e negativo. È andato oltre perché si è fidato di Dio e anche lui, come Maria, ha detto “sì”, si è lanciato nelle braccia amorevoli del Padre e ha espresso il suo consenso a sua moglie, forse tra le lacrime e ancora con qualche titubanza. La bellezza del suo esempio è stato che quel “sì” di Giuseppe ha fatto da contraltare al “fiat” di Maria nell’Annunciazione e i due “sì” hanno dato vita, nella fede, a Gesù. Mi piace riportare un commento su questo vangelo del Servo di Dio, don Oreste Benzi:

È la fedeltà radicale a Cristo che ci porta anche alle azioni più grandi, alle più clamorose; è il sì che abbiamo detto al Signore che produce la sua incarnazione!” (cfr. Pane Quotidiano, novembre-dicembre 2016, Edizioni Sempre).

Solo in questa fede si può comprendere la vera natura del matrimonio cristiano: è una vera e propria una ri-attualizzazione del Mistero dell’Incarnazione, come ben spiega San Giovanni Paolo II:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza” (Familiaris Consortio, 13).

È qui che si coglie il profondo legame che sussiste tra il Natale e il sacramento del matrimonio. Questo significa che solo nella fede voi sposi vi renderete conto davvero di chi siete, cosa avete celebrato dinanzi all’altare e soprattutto quale realtà umano-divina condividete ogni giorno nella vostra vita ordinaria. I vostri piccoli o grandi gesti di fede, con cui condite la quotidianità, possono rendere presente l’amore di Cristo, la sua dolce Presenza tra di voi e attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Comprendere quanto ci ha così sapientemente scritto padre Luca nel suo commento è fondamentale nel matrimonio. Almeno per me e Luisa lo è stato. Spesso rischiamo di sentirci in un vortice dove abbiamo mille impegni da assolvere ogni giorno. Attenzione che si fa presto a trasformare la famiglia in doveri da assolvere e di conseguenza a sentirla come un peso. Se vogliamo assaporare la bellezza della famiglia anche nella fatica di ogni giorno è importante non solo fare ma fare per amore. Rendere cioè quel servizio o quella attività come modalità per amare le persone amate. Faccio un esempio stupido. Il sabato sera sono sempre stanco morto e non avrei voglia che di sdraiarmi in poltrona o sul letto. Invece è la serata in cui cucino sempre io e non mi pesa. Sapete perchè? Perchè godo nel vedere Luisa che anche lei dopo una settimana pesante si può fermare e guardarsi un film con mia figlia Maria. E’ il loro momento e io sono felice di servirle. Non per forza ma per amore. Il segreto è tutto qui: non per forza ma per amore.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile /50

( Il sacerdote, con le mani giunte, dice sottovoce: ) Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa’ che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te. ( Oppure: ) La comunione al tuo Corpo e al tuo Sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo. ( Il sacerdote genuflette, prende l’ostia e tenendola un po’ sollevata sulla patena o sul calice, rivolto al popolo, dice ad alta voce: ) Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello. ( E continua, dicendo insieme con il popolo: ) O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

Siamo giunti ad un momento delicato per tutti, nel quale è bene conservare il massimo silenzio e compostezza nel rispetto della preghiera silenziosa di ciascuno. Abbiamo volutamente aggiunto nella citazione le parole riservate al sacerdote perché ci sono di grande aiuto nella comprensione della solennità del momento nonché per pregare anche noi con lui nel nostro cuore, se non con le stesse parole almeno con lo stesso moto dell’anima che queste parole dovrebbero suscitare.

Nella prima preghiera il sacerdote ricorda a se stesso, per l’ennesima volta, che ciò che sta per mangiare è frutto di un sacrificio di morte, dice infatti: “[…]morendo hai dato la vita al mondo“; qualcuno potrebbe pensare che la Chiesa ritenga che i suoi figli siano dei deficienti ed invece no, siccome conosce la natura fragile dell’uomo, semplicemente vuole rafforzare la nostra fede giorno dopo giorno, e come fa un buona madre ripete le stesse cose 20 volte al giorno ai suoi figli casomai sorgessero dubbi di fede in quel momento solenne, ecco perché il sacerdote (per primo) ripete a se stesso e si trova sulle labbra quelle stesse parole ogni volta affinché la sua fede non vacilli proprio in quegli istanti, ma al contrario ne tragga profitto e confermi nella fede i suoi parrocchiani.

Finite le preci, il sacerdote si rivolge al popolo con le stesse parole appena recitate poco prima nell’Agnus Dei: “[…] Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo[…]” quasi a mo’ di presentazione; come se il popolo prima avesse recitato o cantato l’Agnus Dei senza un riferimento oggettivo e fisico, ma ora, finalmente, eccolo lì Colui che abbiamo invocato poco prima col titolo di Agnello di Dio, il sacerdote ce lo presenta così ad imitazione del Battista quando anch’egli (si racconta nel Vangelo) lo presentò alla sua gente con le stesse parole… per fare un paragone umano un po’ azzardato ma che rende l’idea : una sorte di presentazione ufficiale in pompa magna come quando la celebrità si presenta sul palco dopo l’insistente acclamazione della folla esultante.

A questo punto è bene inginocchiarsi perché si è di fronte all’Agnello di Dio, come quando ci si inginocchia di fronte al Re, anche la forma esteriore ci induce a farlo poiché non c’è molta differenza tra l’esposizione del Santissimo Sacramento e questo momento: nella prima il Santissimo è presentato con l’ostensorio (una teca di vetro decorata) mentre in questo momento è tra le mani del sacerdote ma è sempre Lui, non è meno Santissimo di quando è nell’ostensorio.

La risposta del popolo ricopia quasi alla lettera la frase del centurione nel Vangelo di Matteo (8, 5-11), una frase che denota una grande fede ma anche un’umiltà profonda. Nell’originale latino (che si recita nel rito “vetus ordo“) la frase è molto più eloquente perché se per il centurione il tetto sotto il quale Gesù non sarebbe stato degno di entrare era il semplice tetto fisico della propria abitazione, per noi il tetto è il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo.

E se per il centurione il tetto fisico non era degno di ospitare Gesù, cosa dovremmo dire noi che lo ospitiamo in maniera molto più intima del tetto fisico? Noi lo ospitiamo col nostro corpo, nel nostro cuore, nella nostra anima, come rendere degna dimora all’Agnello di Dio, al Re dei Re, al Figlio di Dio, a Dio in persona?

Le famiglie sanno bene cosa significhi dare un ripulita alla casa quando arriva un ospite importante, ecco perché il nostro lavoro di sposi in Cristo è quello di rendere il nostro corpo ed il nostro cuore sempre più una degna dimora per Gesù.

Nel prossimo articolo ci addentreremo un poco di più in questo grande mistero della comunione.

Giorgio e Valentina.

Sono al mio posto?

Papa Francesco da alcune settimane sta dedicando le sue catechesi del mercoledì ad un tema molto importante ed interessante: il discernimento. Vorrei soffermarmi su una frase pronunciata da lui nell’udienza del 7 dicembre: Un altro elemento importante è la consapevolezza di sentirsi al proprio posto nella vita – quella tranquillità: “Sono al mio posto” -, e sentirsi parte di un disegno più grande.

Questa frase è decisiva per noi sposi. Certo il papa si riferisce ad una dimensione più generale, parla ad ogni persona e per ogni scelta della vita, però io voglio leggere questa sua riflessione specificandola al nostro stato di vita e alla nostra scelta di donarci nel matrimonio. D’altronde la scelta di sposarsi è una di quelle che indirizzano più di altre la storia presente e futura di ognuno di noi. Decidere di donarsi totalmente e per tutta la vita ad una persona significa che poi non si può cambiare idea e tornare al via per ricominciare. Non stiamo giocando a Monopoly. Ci stiamo giocando la nostra vita. Ci stiamo giocando la nostra vita eterna.

Perchè ci tengo a mettere in evidenza questa frase del papa? Perchè nella nostra esperienza è una di quelle tentazioni che maggiormente colpiscono gli sposi. Fortunatamente io, seppur ho attraversato momenti di crisi più o meno pesanti, non ho mai pensato di non essere nel posto giusto. Ho sempre messo in discussione me stesso, a volte alcuni comportamenti di Luisa, ma mai il nostro matrimonio. Non ho mai avuto dubbi sulla bontà di quella scelta. Non è così per tante persone che ci contattano. Una delle recriminazioni che più spesso raccogliamo dalle telefonate e dalle mail è proprio questa: ho sbagliato a sposarmi, non è la persona giusta.

Non entriamo nel discorso nullità matrimoniale. Sono consapevole che molti matrimoni non sono celebrati con la giusta consapevolezza. Non è questo il tema che mi preme affrontare oggi. Premettiamo quindi che il matrimonio sia valido. In questo caso la scelta è diventata alleanza. Una scelta quindi indissolubile. Una scelta che diventa sacramento. Una scelta che ha saldato i due sposi con il fuoco dello Spirito Santo. In questo caso non c’è dubbio quale sia il posto dei due sposi. Se decidete di rimanere nel matrimonio siete nel posto giusto. Non c’è dubbio su questo. Perchè lì, in quell’unione, in quella scelta, in quell’alleanza, in quel sacramento c’è la presenza reale di Cristo. C’è un posto migliore dove stare? C’è qualcosa che può dare più pace e più senso di questo?

Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per decentrare il nostro sguardo, per imparare a donarci, a farci pane spezzato per l’altro. E la cosa scandalosa è che dovremmo imparare a farlo senza chiedere nulla in cambio. Perchè farlo? Perchè nel dono totale di noi incontriamo Cristo e la Sua pace. Una pace che non dipende dal comportamento di qualcuno ma che ci rende liberi.

Questo non significa accettare qualsiasi comportamento da parte dell’altro. Possiamo essere fedeli al matrimonio, essere nel nostro posto in tanti modi. Possiamo decidere in certi casi di allontanarci fisicamente dall’altro. Questo in caso di violenze psicologiche o fisiche. Possiamo decidere di allontanarci anche in caso di gravi mancanze come tradimenti. Allontanarci non significa però smettere di essere dentro il matrimonio e fedeli alla promessa. Semplicemente nella libertà scegliamo il bene per l’altro e per noi, ma sempre lasciando la porta aperta alla Grazia e all’unione. Possiamo essere nel posto giusto, restando nel nostro matrimonio anche nella separazione. Tra gli autori di questo blog c’è Ettore che da sposo separato e fedele racconta il senso della sua scelta mai rinnegata. Ha compreso che il matrimonio è il suo posto. Nella gioia e nel dolore. Perchè lì ha trovato e trova tutt’ora Gesù.

Vorrei concludere con le parole di don Fabio Rosini che trova sempre il modo per essere chiaro e diretto:

Se sei santo amerai lì dove sei. Inventandoti come amarli lì per lì, con le cose che hai a disposizione. I buoni cuochi non sono quelli che hanno i migliori ingredienti e fanno piatti eccezionali. Sono quelli che aprono il frigorifero e con quello che c’è si inventano un piatto. Bisogna valorizzare (il nostro matrimonio). Con quali strumenti? Con quelli che Dio ti dà. In quale comunità (matrimonio)? La tua. Quale storia? La tua storia! Dio non sta sbagliando. Con nessuno di noi! La verità però è che da noi dipende la bellezza delle nostre realtà: se viviamo la vita come una missione di amore verso le persone che abbiamo accanto, allora qualunque posto può diventare un piccolo pezzo di Paradiso.

Smettiamo quindi di piangerci addosso e di guardare fuori, come se la salvezza possa essere trovata fuori dal nostro matrimonio. Vogliamo essere santi? Vogliamo trovare Dio? Cerchiamolo nel nostro matrimonio, impegniamoci a fondo lì, perchè ne vale la pena. Anche se alcune volte non sembra. L’altro forse resterà con quel carattere e con quei peccati. Forse resterà stronzo e si comporterà male ma noi non resteremo gli stessi. Questo è certo!

Antonio e Luisa

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La speranza aiuta ad amare

Non so se condividerete questa mia riflessione. Mi è venuta così, rileggendo un mio vecchio articolo. Uno dei primi scritti su questo blog. Era il 2016, ancora non avevamo affrontato questi anni terribili. Eppure già notavo nelle nostre generazioni una diffusa mancanza di speranza. Questo è terribile perchè non avere speranza ci rende incapaci di amore vero. Ci rende sempre più egoisti. Sempre più soli.

Ci si sposa sempre meno, sempre meno i giovani si decidono per la vita consacrata. C’è sempre più paura perchè non siamo più capaci di scorgere l’opportunità delle scelte definitive. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Perchè abbiamo bisogno di non pensare e di anestetizzarci di piaceri e di emozioni.

Il sacramento del matrimonio, attraverso la Grazia, unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico, senza speranza, perderebbe il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento e sarebbe, per forza di cose, abbassato a una semplice esperienza sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. L’amplesso deve diventare quel momento dove viviamo la terra e il Cielo contemporaneamente. L’intimità deve diventare quella comunione così profonda, così tanto profonda da farci capire cosa potrà essere il paradiso, anche se per pochi istanti.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto. Siamo vicini al Natale. Abbiamo magari allestito il nostro presepe. I magi li abbiamo posti ancora lontano da Betlemme, in cammino. I magi sono re anche di speranza. I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto. Buon proseguo di questo tempo di Avvento, che sia fecondo nel vostro matrimonio. Voglio terminare citando don Renzo Bonetti che riguardo l’amore degli sposi ebbe a dire:

Crescere nel nostro amore diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Antonio e Luisa

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 … A contemplarci in tua beltade andiam…

Nella memoria di san Giovanni della Croce, dottore della Chiesa e cofondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, abbiam provato a “immergerci” in una delle sue opere più belle: il Cantico Spirituale, dove viene descritto un vero e proprio esercizio d’amore tra la “sposa” (che rappresenta l’anima) e lo “sposo” (che rappresenta Gesù Cristo). Consci che non è possibile spiegare tutta l’ampiezza e la ricchezza che lo Spirito fecondo d’amore riversa in ogni dialogo personale con ciascuno di noi (dice infatti san Paolo nella lettera ai Romani 8,26 “è lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza e, abitando in noi, intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” riguardo a ciò che non possiamo comprendere bene), come sposi, abbiamo cercato di interiorizzare una delle strofe finali del Cantico. Proveremo a trasmettervi, con parole semplici, alcuni spiragli di luce che sono giunti a noi.


STROFA 35
Orsù, godiam l’un l’altro, Amato,
a contemplarci in tua beltade andiam
sul monte e la collina
dove pura sorgente d’acqua scorre,
dove è più folto dentro penetriam.


Normalmente quando, mediante il Sacramento del Matrimonio, si raggiunge l’unità (l’una caro, una sola carne) è importante esercitarsi in tutto ciò che è proprio dell’amore. È proprio per questo che attraverso le parole di questa strofa possiamo percorrere tre passaggi che fanno del nostro amore non solo un sentimento ma una decisione continua.

Il passaggio iniziale riguarda il godere e l’assaporare la dolcezza dell’amore, come dice il primo verso “Orsù, godiam l’un l’altro, Amato”. In modo specifico, come coniugi, sicuramente siamo tutti consapevoli che senza tenerezza, dolcezza, delicatezza non c’è amore, ma siamo convinti che dentro il cuore di ognuno di noi c’è, anche se piccolo, un cucchiaino di miele che può dar gusto al nostro stare insieme. Quindi, cari sposi, la tenerezza non s’inventa ma la si fa emergere perché abita già in noi, in quanto siamo stati creati a immagine e somiglianza di un Padre che è tenerezza infinita.

Breve momento di coppia. Al termine della giornata sediamoci uno di fronte all’altro e scambiamoci un cucchiaino di miele come segno della consegna reciproca della propria tenerezza. Dopo, averlo assaporato, ci rivolgiamo allo Sposo con questa breve preghiera: Fa, o Dio, che la nostra tenerezza sia riflesso della tua Tenerezza affinchè crei, fondi, santifichi ogni nostra giornata e ogni nostro gesto e rinnovi quotidianamente il nostro amore, rendendolo nobile, generoso, puro, colmo d’incanto nuovo, come una primavera in fiore.


Il passaggio intermedio riguarda il diventare simili all’Amato, come dice il secondo verso “a contemplarci in tua beltade andiam”
Abbiam detto più volte che Gesù è l’Amato perciò dobbiamo mettiamocela tutta affinché, mediante questo esercizio d’amore, possiamo arrivare a contemplarci nella Sua bellezza. Ma questo perché e quando è possibile? Innanzitutto è possibile perché attraverso il Battesimo siamo diventati figli adottivi di Dio, siamo stati inseriti in Cristo e non siamo più noi che viviamo ma è Cristo che vive in noi. Il Matrimonio precisa il senso dell’appartenenza battesimale: noi due battezzati realizziamo la nostra coppia come comunità coniugale proprio perché il Battesimo si compie nel Matrimonio in una modalità propria. Possiamo dunque arrivare a vedere la bellezza dell’Amato nel nostro amore partendo dal Battesimo, che ci ha fatti uomini e donne nuovi in Cristo. In secondo luogo, riusciamo a conformarci a Lui quando saliamo “sul monte e la collina dove pura sorgente d’acqua scorre”. Sappiamo che nella sacra Scrittura il monte è il luogo dell’incontro con Dio, della sua rivelazione e della sua conoscenza. Per noi sposi è proprio il nostro amore quel luogo in cui Dio si manifesta. Nel Cantico dei Cantici l’amore sponsale è soprattutto «una fiamma del Signore» (8,6); ciò significa che per sua natura l’amore tra uomo e donna fa conoscere Dio, viene da Dio e conduce a Dio. Quindi prendersi cura del proprio amore coniugale vuol dire prendersi cura del proprio rapporto con Dio. Ma certamente è vero anche il contrario: curare il proprio rapporto con Dio alimenterà sempre più il nostro amore coniugale. Solo dopo ciò possiamo percorrere la collina, per scoprire l’amore di Dio che brilla anche nelle altre creature e in tutte le sue opere. Questo tentativo di conformazione allo Sposo non lo raggiungiamo mediante i nostri deboli sforzi ma solo grazie alla sapienza di Dio, a quell’ acqua pura, libera di tutto ciò che la nostra mente riesce a immaginare.


Breve momento di coppia. Trascorriamo una giornata in montagna, magari dove è presente anche un luogo di preghiera.
Mentre passeggiamo, immersi nel silenzio della natura, sostiamo di tanto in tanto e rivolgendo il nostro sguardo verso l’alto ripetiamo: Donaci, o Dio, la sapienza del cuore!


Il passaggio finale riguarda il penetrare nelle ricchezze e nei segreti dell’Amato, come dice l’ultimo verso “dove è più folto dentro penetriam” Questo passaggio è il più difficile, ancor più come sposi. Quanto più si ama, tanto più si desidera “addentrarsi” nelle profondità dell’amato proprio per contemplarne tutto il suo splendore e provare una gioia inestimabile che supera ogni sentimento. Ma qual è il mezzo che ci permette di raggiungerci interiormente? potrebbe sembrare un po’ contraddittorio ma è la sofferenza. Anche la minima sofferenza può creare una crepa, sia dentro ognuno di noi, sia nel rapporto coniugale. Ma è proprio da questa crepa che può entrare il balsamo dell’amore e trasformarla in germoglio di vita. Per Gesù, la croce è stata la forma più alta del suo amore per l’umanità quindi, da cristiani e da sposi, siamo convinti che la via della croce è l’unico mezzo che mette alla prova davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Pensate quanta energia interiore, di forza, di carattere, si sprigiona quando facendo nostro il dolore del coniuge ne facciamo un’occasione per amare. Ogni dolore altrui è dunque una ricchezza che, se accolta, genera risurrezione.


Breve momento di coppia. Nel momento in cui la sofferenza prende il sopravvento nella nostra vita coniugale non disperiamo ma accogliamo il suggerimento che san Giovanni della Croce fece ad una monaca che gli raccontava delle difficoltà che aveva sofferto: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore


Carissimi sposi, coraggio! Ogni passo in più nell’amore è un passo in più verso Colui che sta per venire!
Daniela & Martino

Il vero risorgimento!

Dal libro del profeta Sofonìa (Sof 3,1-2.9-13) Così dice il Signore: «Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime! Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio». «Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo. Da oltre i fiumi di Etiopia coloro che mi pregano, tutti quelli che ho disperso, mi porteranno offerte. In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora allontanerò da te tutti i superbi gaudenti, e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero» .Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.

Questa volta la prima lettura non viene tratta da Isaia ma da un altro profeta che vede una situazione disastrosa per il suo popolo, in quanto vive un tempo in cui il popolo prescelto si lascia condizionare dalle religioni dei popoli con cui convive. Sofonia si trova a dover combattere il culto degli astri, idolatrie e apostasie; sente perciò l’ardente desiderio che il Signore torni a regnare nei cuori della sua gente.

Anche in questo libro ci sono ammonimenti e correzioni, ma a volte le voci dei profeti vengono ignorate o taciute, sono voci fastidiose perché ci ricordano le nostre mancanze, le nostre incoerenze, i nostri peccati, sono come la voce della coscienza del popolo. Noi spesso leggiamo pagine di questo tipo con lo stato d’animo di chi la sa lunga, con l’altezzosità di non essere parte del popolo ebraico, con la superbia di chi legge le disgrazie altrui sentendosene immune : niente di più sbagliato!

Il popolo d’Israele è sicuramente un popolo dalla “dura cervice” (come viene definito nel libro dell’Esodo) ma non per questo è tanto lontano dalle bassezze umane e dalle colpe in cui anche noi italiani cadiamo così frequentemente e con troppa facilità. Le miserie e le fragilità umane sono comuni alla natura umana e non appartengono in esclusiva ad un popolo o ad un’etnia, ma accomunano l’esperienza umana di ogni secolo e di ogni società, causando rovinose cadute nei medesimi peccati magari con sfumature diverse per ogni epoca, ma questo non ci esime dal sentirci già a posto in quanto sappiamo già chi sia il Salvatore promesso all’antico Israele.

La Chiesa ci è madre e sa bene che il cuore dell’uomo assomiglia troppo spesso ad una bandieruola esposta al vento, perciò ci mette in guardia affinché possiamo imparare dagli errori del passato, ma sembra che Israele sia un popolo che è stato superato di gran lunga nella dura cervice dal popolo italiano. Non è forse vero che anche tanti italiani si sono lasciati condizionare e inficiare la fede dal paganesimo e dagli idoli del mondo?

Questi articoli non sono la sede ne hanno l’intenzione di fare un elenco della malefatte del nostro popolo tanto per piangersi addosso con un elenco asettico, le analisi sociali/politiche/pastorali le lasciamo ad altri, noi sentiamo l’urgenza di rivolgerci alle coppie di sposi affinché la nuova coscienza del popolo italiano, il nuovo e vero risorgimento italiano (quello della fede), cominci e si instauri a partire dalle famiglie fondate sul Sacramento del Matrimonio.

Il profeta Sofonia annuncia guai per chi si ribella ai comandi del Signore, ma non possiamo pensare che tali parole siano indirizzate sempre agli altri e mai a noi per primi. Inoltre, Sofonia ci insegna che i guai non saranno solo per l’anima nell’aldilà, ma cominciano di qua. La salvezza è reale, è una realtà che ha a che fare innanzitutto con la nostra vita terrena. Ci sono tante coppie che con impegno e fatica, unite all’azione della Grazia, hanno risollevato le sorti del proprio matrimonio facendolo letteralmente rinascere in uno ancora più bello ; e le conseguenze di ciò si sono viste e toccate con mano, sono cambiamenti reali e non immaginari, è cambiata la loro quotidiana vita terrena perché sono tornate ad una vita di fede. Similmente, non possiamo sperare che restare lontano dal Signore e dai Suoi comandi non abbia conseguenze reali a cominciare dalla realtà di questa vita terrena. Le immagini usate da Sofonia rispecchiano la mentalità e gli usi locali di quelle terre, ma descrive azioni reali, come quella di portare offerte oppure quella di pascolare.

Troppe coppie si sono immischiate con la mentalità di questo mondo, il quale le ha ormai convinte che a Natale nasca solo un bambino eccezionale come ne sono nati tanti altri, un grande uomo, un filantropo, uno che ha fatto genericamente del bene, purtroppo anche tante prediche non hanno più il sapore dell’attesa di un Salvatore… sì, nasce il Salvatore, ma non si capisce bene da cosa debba salvarci: dal governo di questo o quello? dalla povertà? dalla tirannia? dalle disuguaglianze sociali? dalle armi atomiche? dalla finanza disumana? dal disastro ecologico? dal dissesto economico? dalle guerre?

Sono situazioni dalle quali vogliamo tutti sicuramente essere salvati, ma sono tutte realtà terrene, poiché sia che viviamo in guerra oppure in pace, sia che viviamo in povertà o in ricchezza, sia che viviamo con un governo X o Y, alla fine dovremo morire e lasciare questo mondo : sia esso bello o brutto, ricco o povero, freddo o caldo, governato bene o male… e allora da cosa ci dovrà salvare questo famoso salvatore ?

Dalla perdizione eterna, dall’Inferno: questa è la realtà dalla quale il Signore ci salva. Tutte le altre realtà sopraelencate sono certamente urgenti nella misura in cui sono subordinate alla Salvezza eterna, altrimenti stiamo aspettando il natale di un messia di stampo politico/sociale/militare.

Le realtà sopraelencate cambieranno nella misura in cui noi ritorneremo ad una vita di fede, la prima e vera rivoluzione urgente e necessaria è la nostra personale conversione. Coraggio cari sposi, l’Avvento è l’ora di prendere le distanze dal paganesimo in cui siamo immersi e riappropriarci della nostra bella e divina fede cattolica. Buon risorgimento!

Giorgio e Valentina.

Sappiamo tutto del sesso ma non sappiamo fare l’amore

Qualche giorno fa stavo parlando con Luisa e lei mi ha detto queste parole: venticinque anni fa non avrei mai pensato che proprio io, così imbranata con i ragazzi, timida e piena di ferite, mi sarei trovata a raccogliere le confidenze di tante donne che mi chiedono consiglio, che mi aprono il cuore e mi raccontano difficoltà e sofferenze nel vivere il loro rapporto di coppia e la loro intimità in particolare. E io posso confermarlo perchè l’amore ti cambia, il matrimonio è l’inizio di un percorso che può aiutare l’uomo e la donna ad aprirsi l’uno all’altra in un dialogo che sia rispettoso della sensibilità di entrambi.

Allora perchè c’è tutta questa sofferenza? Sofferenza che nasce dall’insoddisfazione della donna e che poi tocca anche il marito che non capisce perchè la propria sposa sia insoddisfatta e poco accogliente. I due sposi finiscono spesso per ferirsi a vicenda senza che se ne rendano davvero conto. Succede tutto questo per due motivi a nostro avviso. Ho avuto modo di confrontarmi con Luisa più di una volta proprio su questo. C’è la presunzione di sapere già tutto e manca spesso il dialogo, manca la sincerità e la capacità di esprimere chiaramente quello che piace e quello che non piace. Ci sono troppi non detto.

Sappiamo già tutto. Siamo figli della nostra società occidentale dove è caduto ogni tipo di tabù, sessualmente parlando. Dove non c’è però una vera educazione sessuale. Qui purtroppo la colpa è anche di noi genitori. Quanti genitori sanno parlare di sessualità ai figli? Quanti lo fanno cercando di inserire il rapporto intimo all’interno di un progetto più grande? Quando parlano ai figli di castità? E soprattutto quanti genitori credono nella castità? Quindi lasciamo l’educazione sessuale ai pochi esperti che i nostri figli ascoltano a scuola. Esperti che difficilmente sanno andare oltre una semplice spiegazione che si limita ad una serie di norme mediche ed etiche da seguire. E poi ci sono i media. C’è la televisione e, oggi più che mai, c’è la rete e ci sono i social. Impariamo ciò che c’è da sapere sul sesso da internet. Lo impariamo dalla pornografia che è sempre più accessibile e che diventa la sola maestra delle nuove generazioni. Anche Rocco Siffredi, celebre attore porno ed oggi imprenditore in quel settore che non conosce crisi, ha messo in guardia da questa menzogna. Ci ha tenuto a dire che il porno non può essere esempio per i ragazzi. Il porno è finzione e soprattutto racconta un’idea falsa di sesso. Fare l’amore come si fa nei video porno non dà piacere. Non dà piacere soprattutto alla donna. Solo pochi giorni fa Luisa ha ricevuto la telefonata di una moglie che, dopo anni che ha accettato di fare l’amore con il marito nel modo pornografico, ora si è stancata e vorrebbe modificare la modalità. Anche dopo aver letto i nostri articoli al riguardo. Capite ora perchè scriviamo spesso di sesso? Perchè tanti non si sentano sbagliati e trovino la forza di opporsi a un modo falso e svilente di vivere l’intimità. Trovino la forza di dire che non piace. Torniamo alla telefonata, Il marito di quella donna non la capisce, alla sua richiesta è caduto dalle nuvole: abbiamo sempre fatto così perchè adesso non ti va più bene? Si arriva a queste situazioni che creano sofferenza in entrambi. Sia chiaro che il marito non è cattivo. Semplicemente si è educato alla scuola della pornografia. La vera intimità è differente. La vera intimità è fatta di rispetto, di dialogo, di comunione, di dolcezza, di attenzione, di preliminari graditi e voluti da entrambi. Se manca questo poi si arriva al triste destino di tante coppie: il deserto sessuale.

Quindi cosa fare? Ed eccoci al secondo punto. Dialogate! Siamo nella piena libertà sessuale eppure c’è ancora il “pudore” di esprimere all’altro ciò che piace e soprattutto ciò che non piace. Ci sono due modi di pensare, opposti ma entrambi dannosi. Mi riferisco alla donna in particolare. Perchè? Perchè è la parte più esposta nel rapporto. E’ lei che deve accogliere dentro di sè l’uomo, è lei che spesso prova dolore e non piacere, è lei che spesso si presta ad accettare gesti che non le piacciono. Esiste la donna che non dice nulla perchè crede che nel caso si opponga a determinati gesti e atteggiamenti possa passare per bigotta o per chiusa mentalmente. Una donna che crede che dimostrare amore per il marito significhi sottostare a determinate dinamiche pornografiche. E magari si colpevolizza anche se non trae piacere da quei rapporti. Nulla di più sbagliato. E poi c’è quella che è davvero un po’ troppo chiusa e non parla perchè prova un certo pudore a farlo. Quella che pensa che cercare il piacere anche per lei, sia da donna del mondo e non da donna di fede. Anche in questo caso non c’è verità ma si è fuori strada. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la nostra sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio.

Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo. Quindi trovate i vostri gesti, la vostra modalità e la vostra sensibilità per vivere un gesto che è frutto di una relazione unica ed irripetibile. Se vi aprite al dialogo e cercate di assecondarvi nelle vostre reciproche sensibilità allora inizierete un percorso che vi condurrà verso una unione sempre più profonda e un piacere sempre più autentico e pieno. Lasciate perdere la pornografia e fate l’amore davvero.

Antonio e Luisa

Jesus bleibet meine Freude

Cari sposi,

siamo arrivati a metà Avvento e la liturgia immancabilmente ci sfida su un tema assai ricorrente in Papa Francesco: la gioia. Fateci caso, tra le opere magisteriali di Papa Bergoglio spiccano “Evangelii Gaudium”, “Amoris Laetitia”, “Gaudete et exultate” e da ultimo il libro “Ti voglio felice”. Oggi è la Domenica in Gaudete, dalla prima parola dell’Antifona nella versione latina. Siamo così invitati ad approfondire il senso della nostra gioia, se davvero è in linea con quella evangelica o è piuttosto superficiale e mondana. Papa Francesco in anni precedenti, commentando l’odierna liturgia ha fatto affondi non da poco e che meritano la nostra riflessione:

Non è un’allegria superficiale o puramente emotiva, quella alla quale ci esorta l’Apostolo, e nemmeno quella mondana o quella allegria del consumismo. No, non è questa, ma si tratta di una gioia più autentica, di cui siamo chiamati a riscoprire il sapore. Il sapore della vera gioia. E’ una gioia che tocca l’intimo del nostro essere, mentre attendiamo Gesù che è già venuto a portare la salvezza al mondo, il Messia promesso, nato a Betlemme dalla Vergine Maria” (Angelus, 11 dicembre 2016).

E quale mai sarebbe la causa della gioia cristiana?

La gioia trova la sua ragione nel sapersi accolti e amati da Dio. […] La gioia cristiana, come la speranza, ha il suo fondamento nella fedeltà di Dio, nella certezza che Lui mantiene sempre le sue promesse” (Angelus, 15 dicembre 2013). Bellissimo questo che dice Papa Francesco, di sicuro voi che leggete ne converrete, è il nostro rapporto filiale con Dio Padre che sostiene la nostra autostima, la nostra sicurezza, lo sguardo positivo su tutto ciò che vediamo e viviamo. Una domanda che mi sono fatto sovente: Cristo era gioioso? Era un tipo allegro o serioso? Faceva scherzi, battute? Avrà mai preso in giro Pietro per la sua testardaggine? Oppure a Matteo avrà raccontato qualche barzelletta sui Romani? Una volta, leggendo un libro di Chesterton, mi colpii molto un suo passaggio proprio a questo riguardo:

Il Suo pathos era naturale, quasi casuale. Gli stoici, antichi e moderni, erano orgogliosi di nascondere le proprie lacrime. Egli non ha mai nascosto le Sue lacrime: le mostrava palesemente sul Suo viso aperto ad ogni sguardo sul quotidiano, come quando guardò in lontananza la Sua città nativa. Eppure, Egli ha nascosto qualcosa. Solenni superuomini e diplomatici imperiali sono orgogliosi di saper reprimere la propria collera. Egli non ha mai trattenuto la Sua collera. Ha scagliato i banchi del mercato giù per i gradini del Tempio e ha chiesto agli uomini come potevano pensare di sfuggire alla dannazione dell’Inferno. Eppure, Egli ha trattenuto qualcosa. Lo dico con riverenza: c’era in quella dirompente personalità un lieve tratto che dovremmo quasi chiamare timidezza. C’era qualcosa che Egli teneva nascosto a tutti gli uomini quando saliva su una montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli copriva costantemente con un brusco silenzio o con un improvviso isolamento. C’era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse esteriormente a noi quando venne a camminare sulla nostra terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua gioia” (Cfr. G. K. Chesterton, Ortodossia, 1908).

Ebbene sì, Cristo possedeva una gioia infinita, per sapersi infinitamente amato dal Padre, nonostante le immani sofferenze che ha patito nella sua vita terrena. E voi sposi, come vivete la gioia nella coppia? Si sa che è un ingrediente che forse, umanamente parlando, tende a diminuire nel tempo se non lo alimentate consapevolmente e vi basate, come detto sopra, sui motivi veri che fanno sorridere alla vita. Il mondo predica che la gioia sarebbe il frutto di un costante divertissement, per dirla alla Pascal, cioè un rincorrere la novità, un continuo svago e trasformismo, anzitutto in amore. Qualcuno disse che il matrimonio è la tomba dell’amore, perché appunto esso toglierebbe gioia, ilarità, freschezza al rapporto. Uno che di sacramento del matrimonio non aveva certo molta dimestichezza, il grande filosofo e critico letterario Benedetto Croce, affermava che sarebbe più giusto dire che “il matrimonio è la tomba dell’amore selvaggio o anche sentimentale”. Difatti, la cultura in cui vivete “a bagno maria” ha preso in orrore la ripetitività, l’ordinarietà, la costanza nel modo di vivere, il che è esattamente ciò che rende salda e durevole una relazione di amore.

Cari sposi, che il Natale di Gesù, il Dio-con-noi, che vive ed abita stabilmente nella vostra coppia, vi conceda un cuore gioioso e possiate sperimentare, come ben scrisse e compose Johann Sebastian Bach, che Jesus bleibet meine Freude, “Gesù rimane la mia gioia”.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare quanto scritto da padre Luca alla luce di quella che è la mia esperienza di sposo cristiano. L’ordinarietà non è un peso ma qualcosa di bello e di desiderabile a condizione che siamo capaci di rinnovare il nostro amore. Rinnovare il nostro amore con tanti piccoli gesti quotidiani ed ordinari. Perchè l’amore non stanca mai. Al contrario desideriamo farne sempre più esperienza. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. 

La Santa Casa di Nazareth cambia domicilio

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa della Madonna di Loreto. Non me ne voglia la mia carissima Mamma Celeste ma, a nome della Chiesa stessa, mi vedo in dovere di fare una leggera rettifica al tradizionale titolo di questo giorno. Più che toglierLe qualcosa è aggiungere una verità di fede: il santuario di Loreto non solo custodisce l’effigie lignea raffigurante Maria con suo Figlio ma soprattutto contiene gran parte della Santa Casa di Nazareth che i crociati smontarono pezzo per pezzo per poi imbarcare alla volta dell’Italia, assicurandole un miglior riparo dalla minaccia musulmana. Parlare di Loreto, perciò, è riferirsi alla Sacra Famiglia.

L’archeologia ha messo in luce la compatibilità tra ciò che resta a Nazareth – qualche fondamento – e i muri che sono a Loreto, come si può leggere in una delle migliori pubblicazioni in materia, “Loreto. L’altra metà di Nazaret: la storia, il mistero e l’arte della Santa Casa”, di Giuseppe Santarelli, Edizioni Terra Santa, Milano 2016.

Mi son chiesto che penserebbe Nostro Signore, o Maria, o Giuseppe se potessero vedere come è conciata la loro casa di un tempo? Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di rivisitare la dimora natale qualora fosse crollata o in rovina da tempo. C’è sempre un ché di nostalgia, malinconia per quello che ha rappresentato e ha contenuto. Sono comunque sicuro che, ben sapendo il Signore la fine che avrebbero fatto quelle pietre e muri a Lui tanto cari, l’abbia pensata giusta da tantissimo e ha voluto che la Sua Casa, il suo Domicilio non si fissasse a Nazareth ma traslocasse in ogni coppia, in ogni famiglia, particolarmente laddove si rende presente con la Grazia nuziale. Riecheggia qui Amoris Laetitia quando afferma che “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (n° 315). Bello in questo senso ciò che proprio a Loreto Papa Francesco ha detto nella sua ultima visita:

La Casa di Maria è anche la casa della famiglia. Nella delicata situazione del mondo odierno, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assume un’importanza e una missione essenziali. È necessario riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, per ribadirne la grandezza e l’insostituibilità a servizio della vita e della società. Nella casa di Nazaret, Maria ha vissuto la molteplicità delle relazioni familiari come figlia, fidanzata, sposa e madre. Per questo ogni famiglia, nelle sue diverse componenti, trova qui accoglienza, ispirazione a vivere la propria identità” (Discorso, 25 marzo 2019).

È chiaro come l’essere coppia, il formare una famiglia comporti una vera e propria missione, l’amore coniugale non è fatto per semplicemente “stare assieme”, finendo in una relazione piatta e monotona, ma per camminare verso una medesima direzione, appunto il disegno che il Signore ha pensato per i coniugi. Rileggendo un discorso, ormai a noi lontano nel tempo ma non per questo privo di senso, di San Paolo VI nella sua visita a Nazareth si coglie per l’appunto il dinamismo, il disegno insito in quella Casa che è poi lo stesso che vi appartiene con le nozze. Ecco alcuni stralci di quel discorso epocale:

Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo… In primo luogo, questa casa ci insegna il silenzio… mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto” (Discorso 5 gennaio 1964).

Ben consapevole che nelle vostre case potrebbero forse mancare un po’ questi ingredienti, tuttavia, è sempre bene tendere ad essi, non mollare mai, non arrendersi che ad oggi non sia ancora così. L’Avvento è un momento speciale di grazia per sintonizzarsi precisamente con lo spirito e l’ambiente di Nazareth. Cari sposi, ricordate che come sempre il primo interessato a tutto ciò è lo stesso Gesù e che si è impegnato con la sua vita a darvi le grazie necessarie perché possiate crescere e assimilare la vostra relazione nuziale e la vostra vita famigliare a quella della Sua Santa Famiglia.

Padre Luca Frontali

Lo stupore ci fa restare vivi!

Quest’anno il Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre” (Loreto 10-13 agosto) aveva come titolo: “La via dello stupore per il dono ricevuto: anche se sposi separati, di quale amore siamo resi partecipi?”. Don Renzo Bonetti ci ha guidato su questo tema che ci ha fatto riflettere molto. Il Sacramento del Matrimonio e l’Eucarestia sono dei doni cui non dovremmo mai abituarci, perché non sono un regalo dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua fresca in mezzo al deserto della nostra vita.

Infatti, ripensando anche alla mia esperienza, molti progressi e cambiamenti sono stati raggiunti in seguito allo stupore. Mi ricordo bene la meraviglia che ha accompagnato le nostre figlie fin da piccolissime quando hanno fatto le prime esperienze: dal bagnetto, i giochi che suonavano o s’incastravano, gli spostamenti a quattro zampe, la prima volta sullo scivolo e le prime pappette diverse dal latte. Di sicuro lo stupore ci stimola a non fermarci, ma a crescere, ad approfondire, a continuare su una strada. Anche nella scuola e nel lavoro, noto che l’impegno e la voglia sono molto collegate a questo (non a caso Albert Einstein disse: “Chi non riesce più a stupirsi o a meravigliarsi è come se fosse morto, una candela spenta”). Così, anche nella coppia, l’abitudine e l’appiattimento sono un veleno che lentamente ti consumano: quando non riusciamo più a stupirci dell’altro, ecco che spesso si va a cercare altrove qualcuno o qualcosa che renda più stimolante la nostra vita. Purtroppo tendiamo a catalogare le persone: “quello fa sempre così”, “quell’altra è fatta così” “ha quel carattere, ha quel difetto” e così tagliamo le gambe a possibili evoluzioni diverse dalla nostra percezione o idea. A me piace camminare in montagna, perché, nonostante la fatica, provo una soddisfazione immensa quando raggiungo la vetta e magari, dopo la svolta di un sentiero, mi trovo davanti un panorama bellissimo, fino a quel momento nascosto. Ecco, lo stupore deriva dal non atteso, da quello che non ci aspettiamo: ma quanto è bello quando una persona ti meraviglia: ti aspettavi una reazione e invece ne ha un’altra.

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

In questo periodo di Avvento vediamo Maria che rimane stupita della grandezza, “Com’è possibile?”, avverte l’abisso tra sé stessa e Dio: dalla grandezza si passa a confrontarci con la nostra povertà e, se capisco la distanza, è spontaneo ringraziare e lodare Dio. Voglio provare in questo Natale a rimanere in contemplazione insieme alle figlie, almeno per qualche minuto, davanti al presepe che abbiamo fatto da poco, per cercare di intravedere, tra le luci intermittenti, quella tenerezza del Bambino Gesù che ama singolarmente ognuno di noi! Forse allora sarà un Natale diverso, perché non ci aspettavamo un Regalo così bello……

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

In attesa……. Di futuro.

Maria concepita senza peccato. Il concepimento è un argomento che come tutti ormai sapete mi tocca particolarmente. L’8 dicembre racchiude in sé il senso delle scelte che compiamo nella nostra vita. Maria è stata preservata dal peccato ma poi ha dovuto lei, liberamente, compiere tante scelte durante la sua esistenza terrena. Maria ha scelto, ha pronunciato il suo Eccomi. Si è fidata, ha rischiato pur non sapendo come sarebbe andata a finire. Maria è quella che nonostante fosse incinta “si alzò e andò in fretta” e fece chilometri per andare ad aiutare sua cugina anche lei in attesa. Maria è quella persona a cui ho posto le mie domande più scomode durante la preghiera.

Sapete che sono geneticamente predisposta all’aborto spontaneo, le domande che le facevo sempre erano: tu hai fatto km anche sotto al sole e io devo rispettare delle regole tra cui lo stare a riposo? Tu alla fine il volto di tuo figlio, anche se adagiato in una mangiatoia, l’hai visto. Come fai a non capire le mie preghiere? Il tenore dei mie dialoghi con Maria durante i Rosari erano pressapoco sempre questi.

Questo è stato uno dei nodi che mi ha condotto alla scoperta della preghiera di Maria che scioglie i nodi, di cui vi ho scritto nell’articolo precedente. Ultimamente anche delle canzoni mi hanno fatto pensare a questo nodo, a questa ferita che tante, tantissime donne provano. Sofferenza comune anche a tanti mariti, anche se magari rimangono in silenzio come San Giuseppe. Il domandarsi “chissà che volto avresti avuto. Esistono le notti in cui non dormi e ti poni questa domanda. Ascoltando Buonanotte di Ernia ho trovato un passaggio dedicato proprio a questo dolore. Se siete sensibili non l’ascoltate o semmai fatelo con i fazzoletti a portata di mano perché arriva dritta in pancia. Ti apre a mille domande.

Ognuno di noi ha le sue domande personali con cui avrà sicuramente prosciugato i condotti lacrimali e consumato i grani del Rosario. Io ho compreso che Alfa e Omega (l’inizio e la fine), qualsiasi cosa accada, non sono nelle nostre mani. E’ qualcosa che ho imparato sul campo, in Croce Rossa. Io posso mettere a servizio le mie mani per bloccare una ferita, per rianimare il cuore di una persona, ma tutto il resto è nella volontà di Dio. Maria ci ricorda proprio questo: il nostro corpo è a servizio di Dio. Come Maria si è messa a servizio con il suo Eccomi per noi. Ci ha donato la vita per l’eternità. Ci ha donato la forza per andare avanti e aspettare con gioia di scoprire i nostri doni racchiusi nei nostri talenti. Ci ha donato persone che ci sono accanto per condurci in quelle sere dove il cielo ti prende per mano, proprio come canta Ultimo nella canzone Pianeti che è stata per me la colonna sonora che mi ha aiutato a riscoprire il bello della vita.

E’ la gioia dell’attesa del Natale. Se siete nel dolore vivetelo, attraversatelo, ma con lo sguardo rivolto verso l’alto a caccia della stella cometa. Indubbiamente, noi per primi, contemplando una mangiatoia con una culla vuota in attesa abbiamo realizzato, soprattutto negli ultimi anni, che se non avessimo attraversato quel dolore non avremmo vissuto le cose belle ed inaspettate che sono capitate e che continuano a realizzarsi. È lecita la sosta durante il cammino, ma ripartite perché nel cammino di fede non si butta via niente.

Se vi va di camminare durante l’Avvento con noi su Amazon è disponibile il nostro sussidio e se volete compagnia nel vivere la ricerca di una gravidanza sta per uscire su Amazon il nostro libro. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Maria l’Immacolata è resa ancora più bella da Giuseppe

Un articolo già pubblicato l’anno scorso ma che voglio riproporre perchè a me piace. E’ bello riscoprire Maria anche nel suo essere sposa di Giuseppe. Domani festeggeremo l’immacolata Concezione. Spero che questa breve riflessione possa aiutare tutti noi sposi a vivere meglio questo tempo di Avvento.

L’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita? Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo, ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

C’è da lavorare!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-11) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Alcuni capitoli di Isaia sono talmente commoventi per l’amore misericordioso che raccontano, tanto che ci è sembrato un delitto tagliarne buona parte rispetto a quello che la Chiesa ci fa leggere nella Liturgia di oggi, ma per motivi redazionali siamo stati costretti a farlo. Ci lasciamo allora coinvolgere dal capoverso scelto per fare un balzo in avanti nel cammino della vita sponsale. Chi ha vissuto l’esperienza del deserto sa bene che è un luogo dove non ci sono strade con confini ben definiti, dove i punti di riferimento sono ben pochi e dov’è difficile preparare una strada sapendo che forse il giorno dopo al suo posto potremmo vedere una nuova duna.

A Brescia, nel 1998 abbiamo avuto la gioia di avere la presenza di Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Giuseppe Tovini: naturalmente è stata una grande festa per tutta la città, la quale ha beneficato di questo evento con rifacimenti di mantelli stradali e varie opere di abbellimento civico. E’ questa l’opera a cui si riferisce il profeta Isaia, l’opera di preparare la strada per il passaggio del Signore; così come prepariamo le strade cittadine per un evento importante dobbiamo preparare la strada che è dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, dentro il nostro matrimonio.

Sembrerebbe un controsenso chiedere di preparare una strada nel deserto sapendo quanto è difficile ed inospitale quel luogo, eppure Isaia non ha dubbi. Molte volte il nostro matrimonio sembra quel deserto in cui l’orizzonte non cambia guardandosi attorno per 360 gradi, non c’è una strada, non c’è una direzione, ci si sente persi e sperduti. Eppure Isaia ci invita a preparare una strada al Signore proprio in quella situazione, proprio nel deserto in cui è finito il nostro matrimonio, affinché esso si trasformi in un luogo ospitale. Certo non è un lavoro di facile realizzazione, agli occhi di molti risulta un’idea folle, ma non per Isaia, il Signore non ha paura di passare in mezzo al nostro deserto anche se la strada è solo abbozzata, Lui non sembra uno di quei tipi troppo schizzinosi, basta cominciare e il resto del lavoro lo fa Lui con la Sua Grazia.

Quando la nostra relazione diventa un deserto è il momento di rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare la corte al nostro coniuge, piangersi addosso non serve a nulla ed è controproducente. A volte il nostro matrimonio è una steppa da spianare perché le differenze tra noi ci hanno allontanato invece che essere una ricchezza l’uno per l’altra. Altre volte ci sono valli che ci siamo scavati da soli, picconata dopo picconata ci siamo rinchiusi nel nostro buco che pian piano è diventata una valle e forse abbiamo anche picconato il nostro coniuge creando una seconda valle anche nel suo cuore. Alcune coppie hanno permesso alle divergenze ed alle differenti vedute di diventare sempre più ostacoli all’interno della relazione di coppia, fino a che esse sono diventate alte come colli e, in taluni casi, come monti. Molte coppie hanno lasciato entrare nella loro relazione d’amore le fatiche e le ferite del passato sicché la relazione è diventata come un terreno accidentato.

Cari sposi, il cammino dell’Avvento può rivelarsi un tempo per riconquistare la nave del nostro matrimonio e consegnare il timone al migliore timoniere di sempre: il Signore. Ci sarà da impegnarsi per colmare quelle valli con il perdono reciproco ed imparare a riconoscere i pregi dell’altro/a abbandonando il piccone; ci sarà da abbassare i colli ed i monti dedicando del tempo all’ascolto del cuore dell’altro/a; ci sarà da curare le ferite del passato dell’altro/a con la comprensione, con la pazienza, con la tenerezza di chi accoglie senza giudicare. E poi cosa succederà ?

«[…] Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».

Il nostro matrimonio diventerà finalmente la gloria del Signore, come quello sguardo fiero del papà e della mamma verso il proprio figliolo che diventa adulto. Coraggio sposi, è tempo di rimboccarsi le maniche!

Giorgio e Valentina.

Perseveranza e misericordia

La seconda lettura di ieri (Romani 15, 4-9) mette in evidenza due differenti atteggiamenti del cuore. Entrambi importanti nella nostra relazione con i fratelli e naturalmente con nostro marito o nostra moglie. Cosa afferma? Analizziamo un pensiero alla volta.

E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, Ecco questo è la nostra prima “missione” che ci affida Dio attraverso la Sua Parola. Noi saremo riconosciuti come Suoi solo se saremo perseveranti. Se saremo cioè fedeli. Fedeli come lo è stato Cristo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa del modo di amare di Dio. Quindi fedeltà! Noi sappiamo benissimo che la fedeltà è alla base di ogni matrimonio sacramento. Noi promettiamo di amare l’altro nella gioia e nel dolore. Nella gioia non c’è problema. Ma nel dolore? E nel dolore di chi? Perchè se il dolore è dell’altro magari viene anche quasi naturale stare accanto alla persona amata ma se il dolore è il nostro? Se ci tocca fare fatica stare accanto a quella persona? Quella persona che si rivela non essere quella che ci aspettavamo. Cosa facciamo? Dio ci chiede di essere perseveranti perchè la vera gioia non viene da quello che io posso ricevere dall’altro ma viene da come mi dono all’altro. Essere perseveranti significa amare da Dio e amando da Dio significa incontrarLo. E’ da lì che viene la vera gioia e la pace del cuore che è data dalla presenza di Dio e dalla consapevolezza che tutto ha un senso anche se non sempre lo comprendiamo.

Le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome. Ecco il secondo atteggiamento: essere misericordiosi. Avete notato? Il primo, la perseveranza, è rivolto a chi già conosce Dio, mentre questo, la misericordia, è rivolto ai pagani, a chi è lontano da Dio e non lo conosce? Perchè questa differenza? Semplicemente perchè la misericordia è il biglietto da visita di Gesù. Chi non lo conosce resta attratto e affascinato dal suo amore misericordioso. Così è per noi sposi. Noi siamo perfetti non perchè non sbagliamo mai. Quanti errori commettiamo. Quanti difetti abbiamo. Quante fragilità ci contraddistinguono. Eppure possiamo essere perfetti nell’amore. Proprio nella misericordia. Nella capacità di andare oltre gli errori. Nella capacità di perdonarci. Nella capacità di donarci. Nella capacità di ricominciare e di far risorgere la nostra relazione. Quindi se anche litigate, se commettete errori l’uno verso l’altra, ma poi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare, siete perfetti in ciò che davvero conta. Ricordate che ogni perdono dato e ricevuto diventa nutrimento per la relazione. Diventa gratitudine e ringraziamento.

Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Questo versetto in realtà viene prima degli altri ma a me piace metterlo in fondo perchè sintetizza una verità grande. Se nel nostro matrimonio riusciamo ad essere perseveranti e misericordiosi l’uno verso l’altra ecco che saremo l’incarnazione della speranza. Speranza per noi prima di tutto. Per i nostri figli. Perchè ci sentiremo parte di un amore capace di affrontare ogni situazione, di un amore che non muore. E poi saremo speranza per tutti. Perchè non c’è nulla di più bello che credere nell’amore eterno. Amore eterno che è Dio. Ecco perchè ne abbiamo così desiderio e nostalgia. Perchè noi siamo creati ad immagine di quell’amore.

Antonio e Luisa

Cristo, la vostra comfort-zone

Cari sposi,

tanto tempo fa ho trascorso un periodo di 3 anni in Messico, svolgendo un’attività pastorale con i giovani, ancora da seminarista e in preparazione al sacerdozio. In quel periodo non sono mai tornato a casa e mi tenevo spesso in contatto con la famiglia per telefono o mail. Per me sono stati anni lunghissimi, in cui la nostalgia si è fatta sentire parecchio. Finito quel tempo, ricordo con esattezza il viaggio a casa, la smania di prendere l’aereo, il conto alla rovescia per riabbracciare i miei cari. Tanto per dire, conservo ancora il biglietto d’aereo Città del Messico-Roma!

Il Vangelo di oggi è un po’ così, perché inizia con un riferimento a Isaia, un passaggio gravido di significato. Difatti, i capitoli dal 40 al 55 sono un tutt’uno ed hanno un messaggio profetico ben preciso: “stiamo per tornare tutti a casa, a Gerusalemme”. Sta parlando a nome di tutti una singola persona di cui non sappiamo il nome, ma solo che si rifà al modo di profetare di Isaia stesso (alla faccia del Copyright). Il momento storico è il 538, a Babilonia, quasi 70 anni dopo il tragico esilio e di lì a poco, Ciro, re dei Persiani, concesse a tutti gli Ebrei di tornare nella loro patria. Si spiega allora il clima di grande gioia, speranza e consolazione che pervade sia la prima che la seconda lettura: “A casa! Si torna a casa, la prigionia, l’esilio, la lontananza dalla nostra terra è finita!”

Un ebreo non poteva non commuoversi con questi ricordi, sebbene non li avesse vissuti in prima persona, talmente forte era quell’esperienza da formar parte per sempre della memoria collettiva e della mentalità diffusa del popolo. Come mai allora Giovanni è così duro? Perché bastona a destra e a manca? Non è forse il momento di gioie e far festa? Occhio, Giovanni sa che il suo momento è arrivato, che la sua missione sta per finire perché il Figlio di Dio è ormai prossimo a rivelarsi. Da qui, l’ultimo monito, il più forte e dirompente: convertitevi. Non è che si sono sbagliati quelli della CEI a mettere questo brano qui e non in Quaresima? Il fatto è che sia quei signori là, ma anche io, noi, tendiamo a cercare istintivamente la comfort zone, una situazione che ci infonde certezza, sicurezza, agio. Non sto demonizzandola, semplicemente che nella fede questo può portare lontano da Cristo, può trasformarci addirittura in atei verniciati di credenti.

Una coppia cristiana può vivere in apparenza vicina al Signore, ma quanto sa di essere in un legame dipendente da Lui? Quanto cerca un rapporto vivo con Gesù? Lo sappiamo bene, possiamo fare della fede il kit di pronto soccorso non appena un figlio, un genitore o la nostra salute si mettono male… è lì che picchia duro il Battista. Non facciamo di Cristo un satellite che ogni tanto ci gira attorno ma viviamo con Lui ogni giorno, in una relazione vitale di amicizia, fatta di dialogo, di offerta, di supplica, di condivisione… Cari sposi, credo proprio che lo spirito di questa domenica di Avvento si possa riassumere bene in quell’espressione di Amoris Laetitia: “concentrarsi in Cristo” (AL 317). Mettete Cristo al centro del vostro rapporto di amore, fatelo partecipe assieme, di modo che anche quella speranza, letizia e consolazione di cui abbiamo parlato, faccia parte dei vostri cuori. Concludo con un brano celeberrimo di S. Anselmo di Aosta (1033-1109), un bell’esempio di come porsi davanti a Cristo in questo tempo di preparazione al Natale:

Guarda, Signore, esaudiscici, illuminaci, mostrati a noi. Ridònati a noi, perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti” (Proslògion, Cap. 1, 100).

ANTONIO E LUISA

Io me lo chiedo spesso. Che rapporto ho con Gesù? Come è la mia fede? E’ forte o è debole? E’ una casa costruita sulla roccia oppure è una capanna senza fondamenta pronta a sfaldarsi ai primi venti? Io ho paura, lo ammetto. Ho paura di essere tutto fumo e poco arrosto. Per questo guardo ai santi. In particolare Luisa ed io ci affidiamo a Chiara Corbella. Lei, una giovane moglie e mamma, ci ha mostrato la strada. Ci ha fatto vedere che si può affidarsi fino alla fine al Signore. Ci ha mostrato anche come si fa: è necessario nutrire sempre la nostra relazione con Gesù. Sono convinto che lei è riuscita a vivere come ha vissuto perchè si è preparata. Si è preparata crescendo nell’intimità con Gesù. Lei ed il marito Enrico hanno sempre messo Gesù al centro della vita e del matrimonio. Certe scelte, prese nella difficoltà e nella sofferenza, non nascono dal nulla ma vanno preparate prima. Come fai nella difficoltà ad affidarti ad una persona che non conosci e con la quale non hai maturato una vera amicizia e una fiducia incondizionata? Quindi approfittiamo di questo avvento per prepararci sempre meglio ad affrontare ogni cosa bella o brutta con Gesù accanto.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /49

La pace del Signore sia sempre con voi. ( Il popolo risponde: ) E con il tuo spirito. ( Poi, secondo l’opportunità, il diacono, o il sacerdote, aggiunge: ) Scambiatevi il dono della pace. ( E tutti si scambiano vicendevolmente un gesto di pace, di comunione e di carità secondo gli usi locali. Il sacerdote dà la pace al diacono o al ministro. Il sacerdote quindi prende l’ostia, la spezza sopra la patena e ne mette un frammento nel calice, dicendo sottovoce: ) Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna. ( Intanto si canta o si dice: ) Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. ( Oppure in canto: ) Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem. ( Se la frazione del pane si prolunga, l’invocazione si può ripetere più volte; l’ultima invocazione si conclude con le parole: dona a noi la pace [dona nobis pacem]. )

La pace invocata nella frase precedente ora viene anche vissuta e scambiata reciprocamente con un gesto simbolico del corpo. Purtroppo anche in questo momento vengono compiuti numerosi abusi liturgici con sacerdoti e fedeli che fanno il giro della chiesa per salutare tutti per non parlare di danze e balli e canti allegri quasi fosse una festa umana, sembra di essere al ristorante di una festa di nozze. Attenzione però che la questione non è smorzare gli entusiasmi, non è essere inflessibili rispetto alle norme, non è fare gli anaffettivi e freddi per non mostrare le proprie emozioni, non è questione di gusti personali, neanche di bon-ton, non è che a noi non piaccia fare festa in compagnia, non siamo degli asociali… la vera questione è che non siamo ad una cena di classe per una bella rimpatriata!

La pace che ci scambiamo ce l’ha guadagnata col suo sacrificio un uomo inchiodato nella sua carne su una croce romana, ed ora Egli è presente sull’altare nascosto sotto le specie del pane e del vino, come un agnello sgozzato, e guarda caso questo uomo è pure Dio! Probabilmente quel famoso Venerdì sotto la Croce non si stava consumando allegramente un aperitivo dell’happy hour con lo spritz e le patatine e le olive, anzi… ci risulta che sotto la croce stavano alcune donne piangenti, tra cui Sua Madre che soffriva di un dolore atroce. La pace che ci scambiamo è quella che viene dal riconoscersi peccatori perdonati, peccatori ai quali è stato risparmiato il supplizio della Croce perché su quella Croce meritavamo di esserci inchiodati noi al posto del Figlio di Dio.

Le famiglie conoscono bene questo moto dell’anima: quello della riconoscenza dei sacrifici che un altro ha fatto per noi. Ci sono tante mamme che decorano la tavola domenicale con la tovaglia ricamata con tanto amore dalla nonna tra i dolori di mani artritiche oppure tanti papà che fanno la manutenzione alla casa costata tanti anni di sacrifici e rinunce al nonno. E guai a chi maltratta quella tovaglia, provate ad usarla come canovaccio per pulire per terra e vedete se riuscite a farla franca… giustamente dovreste fare i conti con la ciabattata ad ore dodici! Oppure provate a prendere a picconate gli stipiti della casa o del garage e vedete se non avvertite del bruciore quando vi arriva da dietro uno scapaccione di quelli sonori! Giustamente la mamma inviterà tutti i commensali a godere della bellezza dei ricami costati tante ore alla nonna mentre invece il papà chiederà il rispetto e la dovuta accortezza nell’uso della casa costata sacrifici al nonno.

Care famiglie, queste esperienze le dobbiamo portare con noi quando siamo a Messa perché lì sull’altare c’è ben più della tovaglia ricamata dalla nonna e molto più della casa costata anni di sacrifici al nonno: c’è la nostra salvezza! Se trattiamo con rispetto e devozione le cose buone di questo mondo costate sacrificio, come la tovaglia e la casa, perché non dovremmo trattare almeno con altrettanto rispetto e devozione le cose buone del Cielo che, al contrario di quelle terrene, sono eterne? Inoltre, le cose buone della terra ce le hanno procurate altre creature mentre le cose buone del Cielo ce le ha procurate il Creatore stesso, per questi motivi la prossima Domenica allo scambio della pace le famiglie sapranno sicuramente comportarsi adeguatamente serbando rispetto e senso del sacro.

Subito dopo lo scambio della pace c’è la recita o il canto dell’ Agnello di Dio durante il quale la Chiesa non si stanca di ripeterci quanto appena ricordato poc’anzi, e cioè il fatto che la pace ci viene da un sacrificio, da Colui che come un agnello sacrificale è stato offerto e si è offerto per noi. Ci permettiamo di fare una piccola menzione riguardo la traduzione in italiano del verbo latino “tollis”, non perché siamo esperti di latino ma perché ci sembra che restando più fedeli al significato originale si possano cogliere sfumature che aiutano il cammino di fede.

In italiano quel “tollis” è diventato “togli” ma in realtà Gesù non ha tolto il peccato, ma lo ha vinto. Se avesse tolto il peccato dal mondo non si spiegherebbe perché noi dopo 2000 anni siamo ancora peccatori. Forse quel “togli” fa riferimento più alla sua azione misericordiosa, nel senso che al peccatore pentito il Signore elargisce il Suo perdono, e al peccatore suona come se il peccato fosse tolto. Se però usiamo una traduzione più corretta la frase suonerebbe circa così : Agnello di Dio che prendi su di te i peccati del mondo, ecc.. ” oppure: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo prendendoli su di te, ecc…” avremmo una frase forse meno cantabile o meno poetica però più corretta.

Nella Passione, Gesù si è caricato come peso su di sé i nostri peccati, li ha presi in carico, se li è addossati su di sé come fa un agnello sacrificale o il capro espiatorio che subisce al posto degli uomini l’ira divina. Con la medesima intenzione Gesù si è lasciato inchiodare su quella croce affinché insieme alle Sue Sante mani e ai Suoi Santi piedi fossero inchiodati anche i nostri peccati. San Paolo ci insegna che ““Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece (oppure lo trattò da) peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5:21)… praticamente ciò che è successo a Gesù sulla croce è successo anche al peccato: come Gesù è stato inchiodato anche il peccato è stato inchiodato; come Gesù è morto sulla croce così anche il peccato è morto sulla croce.

Ma Gesù è risorto poi, mentre il peccato è rimasto sconfitto inchiodato su quella croce, sconfitto dalla risurrezione di Gesù.

Coraggio famiglie, anche se siamo caduti in basso coi peccati da sentirci indegni del perdono del Signore, non temiamo perché Lui è morto sulla Croce proprio per quella colpa, ma noi dobbiamo riconoscerci peccatori e batterci il petto quando cantiamo o recitiamo l’Agnello di Dio. Il perdono di Dio ci dona la forza di perdonarci a vicenda in famiglia.

Giorgio e Valentina.