L’alfabeto degli sposi. S come speranza, fede e carità.

Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge.

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

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La speranza nutre la fede e la carità

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

muro

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Sperare significa saper aspettare oltre il buio.

Sperare….Siamo soliti usare questa parola con quel senso umano, a volte quasi sconfitto, di un’attesa positiva su qualcosa che già in anticipo non crediamo possa realizzarsi.

Attaccati continuamente dal nostro passato e paurosi verso un futuro sconosciuto, siamo spesso sfiduciati sul fatto che la vita possa avere esiti di speranza e questo ce la fa vedere sempre scaramanticamente.

Qualcuno collega la speranza a qualche amuleto e di fronte a certe frasi tipo: “Come stai?”, segue: “Benaccio speriamo”, accompagnato dal contatto con qualche cornetto o ferro di cavallo (nascostamente custodito in saccoccia).

Spesso nel sostenere un’attività che possa essere un esame, un lavoro, un incarico particolare ricevuto si è soliti dire: “Speriamo bene!!!”.

Intrisi di speranza

Che meraviglia però essere uomini e donne intrisi di SPERANZA.

Il dizionario dice che la speranza è l’attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento gradito o favorevole. Ogni essere umano, in qualsiasi relazione sia posto, spera sempre. Ciò che è vero è che la speranza ha sempre a che fare con la chiamata.

Sei assunto? Speri che il lavoro sia a tempo indeterminato, che ci sia uno stipendio consono, che ci siano buoni colleghi, che il datore di lavoro sia perlomeno amabile. Stai diventando prete? Speri in una parrocchia accettabile, in fedeli rispondenti e anime obbedienti. Stai per sposarti? Quante speranze, troppe per poter elencarle, avendo a che fare con due mondi diversissimi: il maschio e la femmina.

Ma tutti, proprio tutti, di fronte a ciò in cui sono chiamati sperano! La speranza spesso è disattesa, e sovente è non desiderato ciò che segue a quanto si è sperato. Perché questo accade? Perché nello sperare non sappiamo aspettare. La speranza cammina a braccetto con l’attendere. Se non so aspettare non posso sperare!

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto…» (Rm 4,18).

Abramo sperando divenne. Abramo credette.

Ecco cosa dicevamo poco sopra. Legati al passato e paurosi del futuro non andiamo verso, non camminiamo fiduciosi. Lo sradicamento, l’uscire dalla propria terra, ci annienta e fa vacillare i nostri passi disegnando la speranza con contorni sfumati. Una donna spera di diventare mamma, di avere un figlio.

 

La speranza nell’attesa

La speranza sta nell’aspettare. Se il figlio non arriverà quella speranza sarà delusa ma se avrà imparato ad aspettare vedrà quel figlio in ciò che sarà riconosciuto come tale. Figlio sarà ciò che in lei è generazione perché l’attesa rende leggibile la speranza. Se non sarà un figlio nella carne quella donna avrà la certezza che altro avrà generato la speranza.

Se da bambino non sei stato molto ascoltato e magari ti è stato chiesto di compiacere e di darti da fare, crescendo cercherai ascoltatori e, nella maggior parte dei casi, non li troverai. Così la speranza sarà disattesa e, dietro un’illusione (provocata dal diritto di aver ciò che ci è mancato) seguirà una ovvia delusione. La speranza va oltre. Essa cammina avanti rispetto ai nostri desideri, come quando Abramo, desiderando il figlio, pensò che la soluzione migliore, consigliato tra l’altro dalla propria moglie Sara, fosse quella di unirsi con la schiava Agar.

Ma il Signore lascia la libertà nello sperare. Lui, il nostro Dio, benedirà ugualmente quel figlio di nome Ismaele, ma farà comprendere ad Abramo che, se lui avesse ASPETTATO, Isacco sarebbe arrivato. Perché SPERANZA vuol dire CERTEZZA.

 

Sperare significa…

Sperare significa essere certi che dinanzi alla propria vocazione qualunque cosa sarà il meglio per la propria vita.

Sperare significa che se non avrò ottenuto ciò che avevo desiderato era perché il mio bene non sarebbe stato quello.

Sperare significa non forzare, non violentare il corso degli eventi ma… aspettare!

Sperare significa confrontarsi con la verità e non con la caparbietà, la presunzione, il sentirsi in diritto di questo o di quello.

E se sei nella prova, in una difficoltà pazzesca da affrontare, laddove non riesci a vedere una luce ma solo buio, buio e buio… spera e attendi perché il tuo deserto fiorirà!

“Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore”.

Il Signore é buono e non può donarmi e consegnarmi cose cattive. Ecco dov’è la mia speranza perché per il Signore l’oggi è pieno di giorni! (Sal 27,13-14)

Cristina Epicoco

L’amore è solo nella speranza

La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile.

Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato.

Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa