Domenica e famiglia : un connubio possibile/ 42

(Quindi, con le braccia allargate, il sacerdote dice: ) In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna, calice dell’eterna salvezza. Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote. (Si inchina e, a mani giunte, prosegue: ) Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e Sangue del tuo Figlio, (in posizione eretta, facendosi il segno della croce, dice: ) scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.

Il sacerdote continua la Preghiera Eucaristica con queste parole che, come avrete notato, sono tutte rivolte al Padre, e sono parole dense di affetto filiale e di fede in un Dio che nonostante la Sua onnipotenza e la Sua maestà ci è Padre; infatti tutte le espressioni a Lui rivolte assomigliano a certi rituali di corte, quando tutte le volte che ci si rivolge ai re/regine umani bisogna usare “sua maestà” oppure “altezza reale” o altri epiteti simili.

Se si ascolta con attenzione (suggeriamo di rileggerla lentamente di proprio conto) questa preghiera si nota che essa ha la connotazione della supplica accorata e fiduciosa come quella del servo che si rivolge a “sua altezza reale” sicuro di trovare udienza e misericordia. Ed è proprio questo il sentimento filiale e di fede che la Chiesa vuole suscitare in noi.

Vorremmo poi mettere in evidenza come questa preghiera cominci proprio col ricordare ciò che la S. Messa è nella sua essenza: “In questo sacrificio, o Padre, […]”, la Chiesa non si stanca di ripetere che c’è un sacrificio; allo stesso tempo ci ricorda che c’è un’offerta legata al sacrificio, e questa offerta è la Chiesa che la compie per mano del ministro (il sacerdote). In quest’offerta però la Chiesa non è sola ma si inserisce nell’offerta di Gesù stesso, come l’innesto segue la sorte dell’intera pianta.

Usiamo un’immagine casalinga per aiutarci: quando le mamme stanno cucinando utilizzano principalmente le mani, ma ciò non significa che il resto del corpo non ne sia coinvolto, in un certo senso potremmo dire che le mamme cucinano anche coi piedi, giacché l’intero corpo sta eretto grazie ad essi: l’attore principale sono le mani ma il resto del corpo si muove per favorire l’azione delle mani.

Similmente l’attore principale della Messa è Gesù con il Suo sacrificio e la Sua offerta, ma siccome Lui ha portato su di sé tutti i peccati degli uomini sulla Croce, siccome Lui ha voluto assumere la nostra natura umana, siccome Lui è il nostro prototipo di uomo, siccome la Chiesa è la Sua prolunga nel tempo, siccome Lui è il capo del corpo mistico che è la Sua Chiesa, siccome la Sua offerta è vicaria (cioè al posto di qualcun altro), siccome Lui ha elevato la dignità della natura umana a quella divina, ecco allora che la Chiesa pellegrina nel tempo (cioè noi che siamo ancora in questo mondo) si associa all’offerta di Gesù al Padre.

Inoltre, queste ripetute espressioni sulla maestà del Padre ci ricordano che Gesù si è sacrificato per obbedienza al Padre Suo, per mostrarci e dimostrarci l’assoluta maestà del Padre, per testimoniarci la doverosa e assoluta obbedienza che Gli dobbiamo; Gesù si è offerto al Padre come atto di adorazione e profonda venerazione nei Suoi confronti.

Da ultimo vogliamo mettere in evidenza come questa preghiera ci testimoni la presenza delle realtà celesti durante ogni S. Messa. Questa verità di fede, la comunione dei santi, l’avevamo già affrontata in un precedente articolo, e questa preghiera ci ricorda che gli angeli e i santi sono in comunione di adorazione con noi, infatti si affida ad un angelo il compito di portare la nostra offerta dinanzi al Re. Siccome la Chiesa sa che il sacerdote, che sta pregando il Padre a nome del popolo convenuto, è un ministro sacro ma è peccatore, ecco perché sente la necessità che a presentare l’offerta sia un essere puro, come a dire che la nostra supplica ha più chance di essere esaudita se a presentarla è un “cortigiano del Re”: un angelo appunto che sta alla corte di Dio Onnipotente.

Cari sposi, la nostra parte in questa preghiera è la supplica silenziosa, dentro nel nostro cuore dobbiamo unirci alle parole del sacerdote umiliandoci dinanzi alla maestà divina affinché accetti la nostra offerta per mano del Suo angelo santo.

Sicuramente i 12 Apostoli presenti all’Ultima Cena di Gesù non saranno stati sbracati a tavola, di sicuro saranno stati attentissimi ed in silenzio con le orecchie tese mentre Gesù parlava loro, sicuramente non guardavano il cellulare o l’orologio per controllare quanto durasse la cena. E così anche noi dobbiamo fare imitando gli Apostoli.

Dobbiamo aiutare il sacerdote e gli altri fratelli convenuti a mantenere un clima di silenzio orante, come quando aspettiamo un momento speciale col fiato sospeso; in questo momento Gesù è già presente nell’Ostia consacrata e quindi l’atteggiamento migliore è quello di restare in ginocchio, tuttavia il Messale lascia la libertà di rialzarsi dopo la consacrazione.

Il nostro suggerimento è quello che, in piedi o in ginocchio, il nostro corpo sia associato al movimento dell’anima; anche il nostro corpo deve pregare, e cioè deve restare composto, meglio se con le mani giunte, in silenzio, il più fermo possibile, in questo modo aiuteremo noi stessi ad associarci con più comunione di preghiera alle parole del sacerdote… affinché dove l’anima non arriva, arrivi il corpo… e dove il corpo non arriva, arrivi l’anima.

Coraggio famiglie, siamo il sale della terra ed è qui (nel sacrificio della Messa) che manteniamo il nostro sale col suo sapore, altrimenti diventa buono solo ad essere gettato in terra e calpestato dagli uomini.

Giorgio e Valentina.

Non c’è trucco non c’è inganno!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 2,1-3a.13-17) Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! […] Noi dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

E’ un brano che potremmo liquidare come non utile al nostro vivere perché non siamo né Tessalonicesi né Greci, tantomeno siamo contemporanei di San Paolo, perciò certi problemi del loro momento storico non ci toccano. Se utilizzassimo un simile approccio alla Parola di Dio leggeremmo solo le pagine dove sono contenuti verbi al futuro, praticamente la lasceremmo sempre chiusa nella libreria di casa catalogata tra i libri storici e i manoscritti antichi. Ed invece oggi scopriremo che quelle parole sono vere anche per noi.

Già in quegli anni giravano voci sulla seconda venuta del Signore, sulla imminente fine del mondo, c’erano già gli impostori, ammaliatori di folle, i falsi profeti, i visionari, i turlupinatori di vario rango; se questo da una parte ci tranquillizza di fronte ai moderni falsi profeti e turlupinatori in quanto rassicurati dal fatto che la Chiesa sa già come affrontarli visto che ha dovuto combatterli fin dai propri inizi, dall’altra ci conferma che il nemico è sempre all’opera e non dorme mai. Se il nemico non ha sosta significa che la nostra fede gli fa paura, a che almeno essa è veramente data per la salvezza eterna visto che qualcuno ce la vuol rubare.

Quindi niente di nuovo sotto al sole (vista la calura estiva); quando ci capita di vedere qualcuno sgranare gli occhi di fronte ai moderni impostori meravigliandosi della loro esistenza, basta far loro leggere pagine come quella di oggi e rassicurarli che le fragilità, le povertà ed i peccati dell’uomo sono sempre gli stessi, poiché l’uomo sempre tale è rimasto anche se evoluto tecnicamente e socialmente.

Anche oggi come allora abbiamo bisogno di tornare alla Verità di sempre che mai muta per smontare fin dal loro nascere le moderne imposture, abbiamo forse bisogno di sentire ancora dal vivo la voce di un moderno San Paolo che gridi : Nessuno vi inganni in alcun modo!.

Sì, cari sposi, la nostra fede non è mutata rispetto a quella che animava l’Apostolo delle genti 2000 anni fa circa, e se l’alimentiamo con la vita di Grazia sarà facile scovare gli ammaliatori moderni, quelli che con i loro giri di parole lasciano la testa confusa invece che aiutarci a vivere con più chiarezza e semplicità (non banalità) la fede.

Ve le ricordate le parole che spesso usava un popolare prestigiatore? Non c’è trucco non c’è inganno! Nella nostra fede di sempre è proprio così, non c’è trucco e non c’è inganno, non lasciamoci rubare le certezze della nostra fede dai prestigiatori di parole. Abbiamo bisogno di certezze nella fede e non di dubbi! Per esempio abbiamo la certezza che la grazia sacramentale del matrimonio non ci abbandonerà mai se staremo in Grazia di Dio. Molti sposi mandano a gambe all’aria il loro matrimonio perché hanno paura di affrontare le difficoltà, non hanno voglia di impegnarsi a rinunciare a se stessi per far vivere l’altro e far vivere la coppia. E’ doloroso morire a sè stessi, alle proprie indoli, ai propri interessi, ai propri desideri, al proprio carattere, alle proprie vedute, alle proprie ragioni per mettere al centro l’altro e quindi per tenere in vita il matrimonio con le sue Grazie , MA è la strada che ha percorso anche Gesù e che noi siamo chiamati a seguire.

Non è forse vero che Lui ha rinunciato a tutto di sé fino a morire in croce per ognuno di noi, per far vivere noi, per spalancarci le porte del Paradiso? Gli sposi che vivono così hanno la certezza di seguire il Maestro sulla via della Croce, senza trucco e senza inganno, il dolore da sopportare è mitigato dalla certezza che siamo nella Sua Grazia, ed è essa a darci la forza per sopportare, per vincere il nostro io, il nostro amor proprio, sicuri che Lui non ci abbandona mai. Gli ammaliatori moderni invece ci vogliono convincere con i giri di parole mascherati di saggezza : “devi rifarti una vita” – “devi pensare un po’ a te stesso/a” – “hai diritto anche tu ad un po’ di felicità“. Qua c’è l’inganno!

Coraggio sposi, abbiamo molte armi a nostra disposizione contro i nemici della nostra salvezza eterna, restiamo saldi e scopriremo dov’è il trucco e dov’è l’inganno.

Giorgio e Valentina.

Tutti i nodi vengono al pettine!

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 28,1-10) Mi fu rivolta questa parola del Signore : «Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Così dice il Signore Dio : Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto : “Io sono un dio, siedo su un trono divino in mezzo ai mari”, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ; con la tua grande sapienza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio : Poiché hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri ; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mare. Ripeterai ancora: “Io sono un dio”, di fronte ai tuoi uccisori ? Ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide.»

Come avete certamente intuito, anche questa pagina di Ezechièle ci riferisce di una rovinosa fine per l’uomo che si ribella a Dio, in questo caso il principe di Tiro si è insuperbito al punto da autodichiararsi un dio. E la giustizia divina rispetta la decisione dell’uomo lasciando che esso se la sbrighi da solo visto che si sente un dio… in questo caso il castigo se lo infligge da solo, il superbo, poiché vuol fare a meno di Dio, e Dio fa un passo indietro anche se potrebbe aiutarlo contro i nemici.

Spesso siamo portati a pensare che in una situazione del genere, Dio debba intervenire, ma secondo voi Dio vuole dei burattini da muovere con i fili a proprio piacimento? Uno tra i più grandi doni che il Creatore ha fatto ad ogni uomo, maschio o femmina che sia, è la libertà. Una libertà che potrebbe rivelarsi anche a svantaggio del donatore nonché del donatario, se usata male… ma se ci pensiamo bene a nessuno di noi piacerebbe avere un coniuge che ci ama a comando, non sarebbe più amore libero!

L’esigenza propria dell’amore è quella di essere libero e di lasciare libero, altrimenti il nostro matrimonio sarebbe un contratto di lavoro tra le parti… ma a nessuno di noi piacerebbe essere amato da contratto, perché presto o tardi non ci sentiremmo valorizzati per quel che siamo.

Qualche volta succede anche a noi di chiedere ad una figlia di svolgere un servizio casalingo e di sentire un borbottio provenire dalla voce della chiamata in causa, la quale potrebbe anche cominciare il lavoretto richiesto con celerità, se non fosse che il più delle volte viene eseguito talmente di malavoglia e con poco afflato (non si capisce il perché non debbano vedere l’operazione “pulizia cucina” come un’investimento per il proprio futuro) da risultare irritante per noi genitori…. qualche volta finisce col cacciare via dalla cucina la figlia suddetta e di svolgere noi il servizio al suo posto piuttosto che vederlo fatto tanto per fare.

E succede così anche nella relazione d’amore… a volte preferiamo non ricevere quel tal gesto di amore perché lo vediamo fatto come una mera esecuzione di un lavoro richiesto, corredato di lamentele e grugniti di vario genere… “se lo devi fare senza amore, senza metterci passione, lascia stare che mi arrangio…”.

Se è così tra noi che siamo fatti ad immagine del Creatore, perché Lui dovrebbe trovar piacere nel ricevere amore da degli schiavi e non da dei figli che lo ricambiano dell’amore ricevuto? Ed è così che questa libertà donataci da Dio potrebbe ritorcersi contro di Lui, praticamente ci ha creati mettendo in conto un grande rischio, quello di essere rifiutato, quello di non essere ricambiato… ogni amore ha dentro un rischio, e Dio rispetta talmente tanto la nostra libertà da rischiare di vederci dannare l’anima piuttosto che forzarci ad amarLo come se fossimo dei burattini con i fili mossi da Lui.

Ecco perché a volte Dio non interviene, probabilmente è lì che ci segue con un groppo in gola, ma pur di non ledere la nostra inviolabile libertà resta un passo indietro e ci lascia in balìa delle conseguenze della nostra scelta… certamente poi interviene con la sua misericordia nel cuore e nella coscienza dell’uomo con il famoso “rimorso della coscienza” e con altri stratagemmi simili per tentare di salvare il salvabile fino all’ultimo istante, non lasciando nulla di intentato per salvarci.

Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ” : cari sposi, anche nel nostro matrimonio abbiamo degli scrigni in cui poter ammassare tesori, ma sta a noi la scelta su quale tipo di tesori accumulare, se tesori di “amore donato gratis” per il Paradiso oppure tesori per il godimento di beni terreni ma che non servono per entrare in Paradiso.

Tutti i nodi vengono al pettine! E il pettine del Giudizio dopo la morte c’è per tutti. Coraggio sposi, abbiamo ancora un tratto di strada da fare insieme, svuotiamo i nostri scrigni di tesori inutili e cominciamo a riempirli di tesori per il Cielo.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /41

(Quindi, il sacerdote canta o dice) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo.

Ci soffermiamo stavolta sulle risposte del popolo, in quanto è facile cadere nella trappola della ripetizione a memoria senza approfondire il significato delle parole. La prima parte delle tre risposte è molto chiara perché continua a confermarci che l’attività principale della Chiesa è l’evangelizzazione a partire dalla S. Messa; tutto deve ruotare intorno alla Messa, ogni attività apostolica o progetto pastorale deve ruotare intorno alla Messa… è qui la fonte di qualsivoglia attività della Chiesa militante.

Se la Chiesa volesse affrancarsi dalla S. Messa in una sua attività, ridurrebbe quest’ultima ad una mera opera umana, anche dignitosa e nobile, ma solo umana; un’opera con tali presupposti è da intendersi già fallimentare (nel senso dell’evangelizzazione) in partenza perché si baserebbe su una realtà fallace quale è la realtà dell’umana natura. Una Chiesa che agisse così si autoridurrebbe ad una grande associazione di volontariato, una bella congregazione di opere pie, una tra le tante Onlus, ma la Chiesa è molto di più ed ha una missione divina, la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo… questa immagine del corpo usata da S. Paolo è spesso sottovalutata, ma con i nostri canoni matrimoniali diventa molto più comprensibile.

Quando i due sposi si amano nell’intimità fisica, non si scambiano solo coccole fisiche, non ci sono in gioco solo i due corpi, ci sono anche le anime, i cuori, i sentimenti, gli affetti, i desideri, le volontà, le decisioni… insomma tutto noi stessi. Se uno sposo fosse lì col corpo ma con la mente e i desideri fosse con un’altra donna, oppure con la testa (il capo) in un’altra attività, possiamo ancora dire che stia amando la propria sposa con tutto se stesso? E se una moglie stesse in intimità fisica con suo marito solo col corpo, ma con la testa (il capo), il desiderio e l’anima stesse altrove, sarebbe ancora vero amore ? Possiamo dire che due sposi che agiscono così si stiano amando con lo stile di Cristo ? Possiamo dire che questi due sposi lasciano che sia Cristo ad amare il coniuge attraverso il proprio corpo ?

Questo esempio ci fa comprendere come il corpo non sia scindibile dal resto di noi stessi, perché l’amore che si scambiano i due sposi sia vero, bello, nobile, casto, totale, irremovibile, ad immagine di quello di Dio, deve esserci una donazione totale, non basta il corpo, serve anche l’intenzione di amare, la volontà ; è necessario agire con un perché che mobilita anche il corpo, altrimenti tutto si riduce a puro esercizio fisico al pari del mondo animale o ad un insieme di combinazioni chimiche (questo è ciò che il mondo vuol farci credere).

Similmente succede anche nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa: se le diverse attività sono disgiunte dal capo (cioè da Cristo), restano ridotte ad attività umana, a puro esercizio del corpo che agisce senza il capo, senza la testa, senza un perché, senza l’anima… e come per l’esempio matrimoniale possiamo tirare le stesse conclusioni : resta una realtà umana che non porta con sé nulla di divino, non ha dentro Cristo perché non è nutrita da Lui.

Ecco perché il Messale ci fa ripetere “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.“, proprio a ricordarci che ogni nostro “annuncio del Signore” parte da questo mangiare il Suo Corpo, è Lui il nutrimento della nostra vita, ciò che dà sapore ad ogni nostro gesto, è Lui che si nasconde dentro ogni nostra attività, a patto che ci nutriamo di Lui altrimenti i nostri gesti esprimeranno solo noi stessi e non avranno dentro il “tocco divino”… non saranno cioè annuncio della salvezza operata da Cristo Gesù ma annunceremo noi stessi.

Quando sentiamo dentro lo slancio missionario di annunciare Cristo e quindi la Sua salvezza da dove dobbiamo partire? Dalla S. Messa.

Cari sposi, sentiamo l’urgenza di annunciare la morte di Cristo offerta per la salvezza dell’uomo e vogliamo proclamare la Sua gloriosa risurrezione che ha sconfitto il peccato e la morte? Partecipiamo alla S.Messa e nutriamoci dell’Eucarestia, dopo e solamente dopo potremo agire di conseguenza a quella comunione con Cristo (ossia con gli effetti benefici sulla nostra vita che da essa derivano) altrimenti saranno tutti slanci missionari carichi di tanti bei sentimenti, ma soprattutto tanto carichi di noi stessi e non portatori di Cristo.

Vi riportiamo infine uno tra i tanti insegnamenti di S. Giovanni Maria Vianney (conosciuto come il santo curato d’Ars), un santo sacerdote, patrono dei parroci: «Tutte le buone opere insieme non equivalgono al santo sacrificio della Messa : esse, infatti sono opere degli uomini, mentre la messa è opera di Dio. Il martirio è nulla in suo confronto: è l’uomo che sacrifica a Dio la sua vita, ma la Messa è Dio che sacrifica all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue».

Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Appuntamento “romantico” nel deserto!

Dal libro del profeta Osèa (Os 2,16b.17b.21-22) Così dice il Signore : «Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».

Di solito la proposta di matrimonio viene fatta in un luogo speciale, creando un’atmosfera unica, sfoderando tutte le armi romantiche di cui siamo attrezzati, mai si è sentito di un fidanzato che abbia fatto “La proposta” nel bel mezzo del deserto. Eppure il Signore sembra preferire questa “location” per dichiararsi alla sua amata.

Ma chi è questa amata ?

Se con pazienza si legge il resto dei capitoli del libro di Osea non si fatica a capire che il Signore parla della casa di Israele (un altro modo per chiamare il popolo eletto) la quale però si era prostituita agli dèi stranieri, ossia aveva commesso il gravissimo peccato di idolatrìa, peccato che attirerà molti guai al popolo eletto.

La Tradizione ci insegna che la nuova casa d’Israele che il Signore vuole fare Sua sposa è sicuramente la Chiesa (Cattolica), ma poi è anche la nostra anima, l’anima di ciascuno di noi.

Se siamo sinceri con noi stessi possiamo riconoscere che la storia del popolo eletto è anche la storia di ognuno di noi… siamo stati salvati col Battesimo dal nostro Egitto che ci schiavizzava; il Signore ci ha protetto dalla calura del sole del deserto e dal freddo della notte con la Sua Grazia di ogni giorno; ci ha nutrito con la nuova manna, il Pane del Cielo, l’Eucarestia; ha aperto le acque del Mar Rosso con la Sua Morte e Risurrezione per introdurci nella Terra Promessa… eppure noi ci ostiniamo a prostituirci agli idoli costruiti dalle mani dell’uomo. Sembrano parole forti inventate da noi? Ecco cosa scrive Osèa pochi versetti prima:

Quando il Signore cominciò a parlare a Osèa, gli disse : «[…]poiché il paese non fa che prostituirsi
allontanandosi dal Signore».

Ma il Signore non si dà per vinto, vuole riconquistare il primo posto nel cuore dell’amata, vuole creare quell’atmosfera che farà finalmente breccia nel cuore dell’amata, la nostra anima.

Che meraviglia avere un Dio che è innamorato della nostra anima e che ci dà un appuntamento “romantico” per farci la proposta di un matrimonio eterno! Non è da tutti!

Cari sposi, il nostro sacramento è un aiuto per la santificazione dell’anima del nostro coniuge perché è una sorta di anticipo delle vere nozze eterne, è come un antipasto del matrimonio eterno che la nostra anima vivrà con Dio in Paradiso.

Qualcuno ci chiede spesso che senso abbia impegnarsi così tanto per vivere il matrimonio quando in fin dei conti “basta volersi bene e rispettarsi” … ma se il nostro matrimonio è solo una bozza del vero matrimonio eterno che sarà con il vero Sposo, va da sé che non basta più “volersi bene e rispettarsi” perché quello lo fanno anche i non battezzati, noi sposi col Sacramento abbiamo una missione divina: far diventare la nostra relazione quel bozzetto (un po’ scarabocchiato magari) di Paradiso.

Il Signore ci ha abilitati ad amare come Lui, con la Sua forza, con il Suo stile, con le Sue caratteristiche, con la Sua pazienza, con il Suo perdono… quindi anche noi dobbiamo far di tutto per attirare a noi il nostro coniuge che si è allontanato, dobbiamo condurlo/la nel deserto e parlare al suo cuore, perché lontano da noi non può trovare neanche uno schizzo a matita del vero matrimonio eterno.

Dobbiamo impegnarci per un appuntamento “romantico” perché l’altro gusti l’amore di Dio dentro la nostra relazione. Coraggio sposi, è un compito arduo, ma il Signore quando investe un Suo soldato di una missione lo carica di armature ed armi per combattere e sconfiggere tutti i nemici.

Giorgio e Valentina.

Il referto radiologico con i saldi di agosto!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 30,1-2.12-15.18-22) Parola rivolta a Geremia da parte del Signore : «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto. Così dice il Signore : La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia ; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te. […] Ti ho trattato così per la tua grande iniquità, perché sono cresciuti i tuoi peccati. Così dice il Signore : Ecco, cambierò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore. Sulle sue rovine sarà ricostruita la città e il palazzo sorgerà al suo giusto posto. Vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. […] Oracolo del Signore. Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

Il profeta Geremìa sembra avere due personalità: una inflessibile e perentoria, l’altra paziente e maternamente misericordiosa. Ovviamente non lo abbiamo conosciuto personalmente e non possiamo dire che avesse un disturbo bipolare… ci siamo permessi di scherzare un poco per aiutarci ad entrare meglio nell’argomento che oggi la Chiesa ci propone in questo brano.

Innanzitutto è bello sapere che Dio non vuole che il suo popolo abbia vuoti di memoria, a tal fine suggerisce di scrivere un libro “Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto” , ma perché? Egli ci conosce meglio di noi stessi e sa che per restare nella Sua Grazia abbiamo bisogno continuamente di fare memoria, o meglio, di ricordare, cioè di riportare al cuore tutte le meraviglie che Lui ha compiuto per noi… a volte però non è una brutta idea scriversi anche gli ammonimenti, ed è così che Geremia mette per iscritto quanto il Signore gli suggerisce.

La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te.” Pensiamo sempre troppo poco alla nostra situazione esistenziale, cioè che siamo delle creature che hanno ereditato il peccato originale. E’ questa la ferita di cui parla Geremìa, è questa la ferita incurabile dalla scienza umana, infatti ribadisce che per problemi medici i rimedi esistono, ma per il nostro male non v’è guarigione, non esiste nessuna medicina umana che ponga rimedio al peccato, non c’è elisir che tenga, nessun preparato farmacologico ha questo potere, né intrugli né pozioni, nemmeno l’amore del nostro coniuge, pertanto profondo che esso sia. L’unica medicina per il peccato è il Signore con la Sua Grazia. Geremìa ci ricorda la nostra situazione esistenziale, sembra quasi che legga il referto di una radiografia spirituale, ci svela la nostra caducità, ci mette di fronte al nostro limite.

Quando si legge il referto di una nostra radiografia non si può scappare dalla verità, esso è impietoso nel descrivere ciò che le immagini documentano, ma il fine del referto non è circoscritto alla descrizione, altrimenti sarebbe inutile ed anche deprimente, mentre invece il fine del referto è aiutare il medico a trovare la giusta cura per la situazione che il referto descrive analizzando le immagini diagnostiche.

Similmente il Signore fa una radiografia dell’uomo, dà il compito a Geremìa di redigere il referto cosicché il paziente, cioè noi, possiamo conoscere la verità di noi stessi; non è finita qui, perché il passo successivo è quello di andare dal medico, il quale in base alla diagnosi del referto troverà la cura giusta. E sappiamo già che il Signore con la Sua Grazia è sia il medico che l’unica cura giusta per il nostro male: il peccato.

Ecco, cambierò la sorte […] avrò compassione […]” Come un bravo medico, il Signore non si sofferma tanto sulle cause che ci hanno portato a contrarre la malattia, quanto invece si prodiga subito nel donarci la speranza della guarigione con quel “cambierò la sorte“. Sì, è vero, noi ci siamo tirati da soli la “zappa sui piedi” con le nostre scellerate decisioni di disobbedire alle Sue leggi, ma il Signore ci rincuora subito con quel “avrò compassione“.

Cari sposi, forse molti tra noi si sono tirati la “zappa sui piedi”, ma questo è il momento favorevole, questo è il momento in cui approfittare degli sconti di fine stagione… la Chiesa è in saldo, super-promozione di Agosto: c’è l’indulgenza plenaria detta del “perdon d’Assisi“, (per info seguire il link) ottenuta nel 1216 da San Francesco durante una visione che ebbe di Gesù e Maria. E’ questo un momento di Grazia speciale, E’ TUTTO GRATIS, non si paga nulla, è già stato pagato tutto da Gesù sulla Croce. Approfittiamone.

Qual è lo stato di sana e robusta costituzione che il Medico divino ci regala?

Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” . E’ questa la salute che ci augura il Signore. La salute dell’anima!

Coraggio sposi, ultimi giorni di saldi : FUORI TUTTO (il peccato)!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia / 40 : un connubio possibile

(Quindi, il sacerdote canta o dice ) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione : salvaci, o Salvatore del mondo.

La consacrazione termina con questa proclamazione solenne del sacerdote e questa altrettanto solenne risposta del popolo, la quale riprende alcuni passi biblici collocandoli nella dimensione liturgica. Il momento è talmente solenne che, come avrete certamente notato, le indicazioni del Messale vogliono farlo cantare al sacerdote, come prima opzione, proprio a significare e dare maggior risalto a quanto è appena avvenuto sull’altare sotto gli occhi di tutti: la transustanziazione.

Transustanziazione: dopo la consacrazione, quel che prima era del semplice pane bianco NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza, quel che era vino NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza; questi due elementi mantengono gli accidenti del pane e del vino, quali il colore, il sapore, l’odore, il gusto, la forma, ma la sostanza è cambiata per sempre e non torneranno più ad essere pane e vino.

Un meraviglioso ed intramontabile inno eucaristico scritto da S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devote, dice che i nostri sensi (la vista, il gusto, il tatto, l’odorato e l’udito) vengono come ingannati da questa presenza vera, reale e sostanziale di Gesù; se vogliamo vederLo/riconoscerLo è necessaria la fede altrimenti i sensi falliscono in questa impresa. Inoltre l’aquinate ci aiuta in questa prova di fede insegnandoci che, sulla Croce era (volutamente) nascosta la divinità di Gesù, nell’Eucarestia è nascosta anche l’umanità, il che ci riporta per l’ennesima volta all’evento sacrificale per eccellenza: la Croce di Gesù… lo abbiamo ripetuto più volte fin dagli inizi di questo percorso di riscoperta della S.Messa, descrivendola per quel che essa è, cioè la riattualizzazione del sacrificio di Gesù sulla Croce.

E’ curioso come la Chiesa ci presenti questa realtà definendola “Mistero della fede”, poiché spesso siamo portati a pensare ad un mistero della fede come a qualcosa di non tangibile, di astratto, come se fosse una realtà trascendentale e separata dalla condizione umana, ed invece… del Mistero della transustanziazione ne facciamo esperienza tangibilissima, a tal punto che lo mangiamo (ed in alcune occasioni lo beviamo pure).

Ancora una volta la Chiesa Cattolica ci dimostra che la fede cristiana non ha niente di disumano, non ha niente che non sia alla portata di tutti, non ha nulla che non possa essere sperimentabile da qualsiasi fedele attraverso i propri sensi, di fronte alla realtà della Eucarestia si smontano da sole le accuse che vorrebbero una fede cristiana sganciata dalla carne, dalla vita reale.

Non è forse reale mangiare e bere ?

Qualcuno forse potrebbe sentirsi a disagio pensando di non essere all’altezza di questi ragionamenti in quanto non laureato in teologia o filosofia, ma la Chiesa ci insegna che per avere fede non è necessario essere dei dotti, anzi, spesso la fede dei semplici supera quella dei dotti… in Paradiso non ci verrà chiesto di esibire l’attestato di laurea o altri certificati. Questa modernità ci vuole convincere del fatto che solo se capiamo tutto con la nostra ragione/ragionevolezza allora avremo fede, ma NON E’ VERO, questa è una tra le tante eresie già condannate e confutate dalla Chiesa nel corso dei secoli… basti solo pensare che, secondo questa eresia, solo i dotti avrebbero fede, mentre invece la Chiesa ha dichiarato Dottore della Chiesa (cioè docente) un’analfabeta : S. Caterina da Siena… solo per fare un esempio.

Quindi un mistero della fede non è una cosa illogica o irreale, tantomeno una cosa solo per dotti e sapienti (secondo le logiche umane), se così fosse a Messa dovrebbero essere presenti solo loro e tutti gli altri costretti a star fuori perché senza attestato.

Un mistero della fede è una realtà conoscibile dall’umana natura, la quale però ad una certo punto si ferma ed è costretta ad arrendersi ai propri limiti perché quella realtà è più grande dello scibile umano, lo supera e lo trascende… però di essa si può fare esperienza umanamente tangibile, nel caso dell’Eucarestia essa è talmente tangibile che la mangiamo. E tutta questa bellezza è racchiusa nelle parole che il sacerdote canta o pronuncia : Mistero della fede.

E’ come se il sacerdote ci dicesse che tutto ciò che realmente è avvenuto sull’altare, è accaduto davvero, ma supera i nostri canoni umani e sensibili da lasciarci esterrefatti ed esclamare, anzi cantare dallo stupore che è un mistero della fede… infatti nel rito antico (cosiddetto vetus ordo) l’esclamazione “Mistero della fede” non è staccata dalle parole vere e proprie della consacrazione del vino, con essa forma un tutt’uno perché la liturgia antica vive di stupore e di adorazione di fronte a tali sublimità.

Nella liturgia riformata è stato deciso di “spiegare” questo stupore separando l’esclamazione del sacerdote dalla consacrazione, e aggiungendo la risposta del popolo che abbiamo riportato nelle sue tre diverse versioni, ma la realtà non è cambiata. Cari sposi, se vi trovaste nella difficoltà di argomentare il vostro “andare a Messa la Domenica”, potreste sempre dire di andare a fare esperienza di un mistero della fede.

Giorgio e Valentina.

C’è bisogno di serotonina?

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 14,17b-22): Il Signore ha detto: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale. […]». Hai forse rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi? Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore ! Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà, la colpa dei nostri padri : abbiamo peccato contro di te. Ma per il tuo nome non respingerci, non disonorare il trono della tua gloria. Ricòrdati! Non rompere la tua alleanza con noi. Fra gli idoli vani delle nazioni c’è qualcuno che può far piovere? Forse che i cieli da sé mandano rovesci? Non sei piuttosto tu, Signore, nostro Dio? In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo.

Oggi la Chiesa ci offre questa prima lettura che ci dona un’immagine del Signore a dir poco commovente. Dove lo si trova un dio i cui occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, per amore?

Il Signore non è mica quell’essere che se ne sta sulle nuvolette a farsi i fatti suoi, no! Il Signore è uno che ama e soffre per il dolore dell’amato, soffre e piange notte e giorno ininterrottamente, ma la ferita mortale non ha colpito Lui ma ha colpito l’amato/a.

Potremmo disquisire sull’esegesi e sui riferimenti profetici riguardo a quella “vergine, figlia del mio popolo, (colpita) da una ferita mortale”, ma fermiamoci a guardare la nostra esperienza di sposi: qual è la ferita mortale che potrebbe colpire la nostra amata/il nostro amato? Di sicuro ci sarebbero tante risposte di carattere psicoaffettivo, ma forse la ferita mortale per eccellenza è il peccato. Quanti sposi vedono vivere il proprio amato/la propria amata con questa tremenda ferita mortale e non piangono notte e giorno come fa Dio? Cari sposi, abbiamo un Dio compassionevole, le nostre vicissitudini sono a Lui care, talmente care che piange per le nostre ferite mortali, anzi, i suoi occhi grondano lacrime, che è di più del semplice piangere, è una sorta di superlativo di piangere.

E così dobbiamo imparare a fare anche noi vicendevolmente tra sposi, perché amare è volere il bene dell’altro, e qual è il bene maggiore se non la santità del Paradiso? La ferita mortale toglie il Paradiso, ecco perché dovremmo avere una fontana di lacrime per lui/lei.

La seconda parte del brano ci insegna a pregare: prima di avanzare richieste al Signore è necessario riconoscersi peccatori ed infedeli, e al contempo lodare la Sua fedeltà alla propria alleanza, lodare il Suo Santo nome, chiedere che intervenga nella nostra vita non tanto per risolverci le cose piuttosto per dare gloria al Suo nome, per non disonorare il trono della Sua gloria.

Cari sposi, dobbiamo imparare a tenere sempre alta l’idea della gloria di Dio, noi siamo ambasciatori nel mondo non di un dio minore, ma dell’unico Dio, il potente e glorioso Signore Re dell’universo, che si è incarnato in Gesù Cristo. Dobbiamo sempre tenere alta l’idea che siamo figli (per grazia e non per merito) di questo Dio glorioso e maestoso.

Quando ci troviamo di fronte ad un problema, invece di dire: “Dio, ho un grande problema”, dovremmo imparare a dire: “Problema, ho un grande Dio!”.

“Ricòrdati ! Non rompere la tua alleanza con noi.” : sembrerebbe un po’ eccessivo rivolgersi a Dio in cotal guisa, ma è un’espressione che nasce da un cuore che è in relazione col Padre. E’ un cuore che ha confidenza con Dio, tale da sembrare quasi inopportuno… che Dio abbia problemi di serotonina?

Impossibile, ma quando il cuore prega ed è in relazione col Padre le espressioni si coloriscono di connotati umani che rendono più vivida e fervida la preghiera, la rendono più accorata; è la supplica di un cuore aperto che non teme di svelare la propria intimità a Colui che l’ha creato.

Cari sposi, impariamo a pregare insieme con questo stile di viva confidenza e state tranquilli che il Signore non ha problemi di memoria !

Giorgio e Valentina.

Come un relitto!

Dal libro del profeta Michèa (Mi 7,14-15.18-20) Pasci il tuo popolo con la tua verga, il gregge della tua eredità, che sta solitario nella foresta tra fertili campagne ; pascolino in Basan e in Gàlaad come nei tempi antichi. Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose. Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità ? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.

Oggi la prima lettura è abbastanza breve ma molto intensa, poiché ci dona una descrizione del Signore molto ricca, pare una di quelle descrizioni preparate per presentare un ritratto di olio su tela di un famoso autore. Le descrizioni non riguardano tanto l’estetica quanto l’essenza che viene descritta per immagini. Se qualcuno non sapesse come descrivere le attitudini di Dio, qui di sicuro troverebbe del materiale per arricchire il proprio linguaggio figurativo.

Se ricordate, subito dopo il tempo pasquale, in cui si raccontava la vita delle prime comunità cristiane (oggi le chiameremmo parrocchie o diocesi), c’è stato un tempo in cui la prima lettura insisteva sulle ammonizioni dei vari profeti dell’Antico Testamento, le quali mettevano in guardia l’uomo dal non accomodarsi spiritualmente sulle recenti festività cosicché da abbassare la guardia nella lotta contro il peccato; ed erano ammonizioni con un linguaggio duro, non davano spazio a fraintendimenti né a concessioni di vario tipo sui comportamenti da tenere, ricordando continuamente i castighi pronti ad abbattersi su chi avrebbe trasgredito.

Ora il tono sembra un po’ mitigato, non tanto perché la lotta sia diventata meno aspra, al contrario semmai, ma piuttosto perché a volte l’uomo ha bisogno di vedere la meta verso cui tende il proprio sforzo; la Chiesa, da brava mamma e pedagoga, sa che non bastano gli ammonimenti per far rigare dritto i propri figli, sa che questi figli hanno continuamente bisogno di essere motivati lungo il cammino della vita.

Quando si cammina in montagna c’è bisogno di tanto sforzo, concentrazione e determinazione per arrivare alla meta del rifugio in tempo, ma lungo il cammino, anche l’alpino più preparato sa che c’è bisogno di rifocillarsi, c’è bisogno ogni tanto di fermarsi per controllare la cartina, per verificare che tutte le persone della comitiva stiano bene, ogni tanto bisogna fermarsi a godere della vista del panorama, bisogna fermarsi ed alzare lo sguardo per vedere il rifugio anche solo da lontano per riprendere coraggio nell’affrontare la fatica, ogni tanto c’è bisogno di dirsi quanto manca alla meta, e così è anche nel cammino spirituale, e la lettura di oggi è quel fermarsi a vedere da lontano il rifugio e contemplare il panorama che man mano si staglia di fronte a noi mentre si sale lungo il sentiero.

  • Se qualcuno avesse perso memoria che il Signore compie prodigi, allora come oggi : “Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose.”. Sì cari sposi, il Signore non ha smesso di compiere prodigi, in questi giorni abbiamo avuto la grazia di essere confermati in questo, notando i passi in avanti di una coppia di sposi che ce la sta mettendo tutta per migliorare il proprio matrimonio, e abbiamo lodato il Signore per quanto ha compiuto finora moltiplicando i frutti dei loro sforzi con la Sua Grazia.
  • Se qualcuno non conoscesse la salvezza del Signore : “Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità?”. Ovviamente il riferimento ad altri déi riflette una condizione di allora, in cui tutti i popoli attorno ad Israele erano politeisti e spesso anche il popolo eletto cascava nel peccato di idolatria. Ma ciò che conta è che Dio toglie l’iniquità col perdono. Attenzione, perché Dio non scusa il peccato, Dio perdona il peccatore pentito, che è tutta un’altra cosa. Il mondo invece dice agli sposi : fate pure tutti gli adultèri che volete, fate pure tutti gli aborti che volete… tanto Dio è buono. Il profeta Michéa ci ricorda che Dio è sì buono perché perdona il peccatore pentito ma non scusa la sua condotta malvagia.
  • Può succedere tra sposi una litigata, e quello che più ferisce di solito è che l’altro smette di guardarci negli occhi, volta la faccia dall’altra parte, per ribadire che è ancora adirato con noi e lo sarà per tanto tempo fino a quando non gli daremo finalmente ragione ammettendo di essere dalla parte del torto. Sposi carissimi, dobbiamo imparare da Dio come si fa : “Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Quante volte gli sposi risolvono le dispute tra loro così ?
  • I bambini hanno sempre delle domande grandi e bellissime : “Ma che fine fanno i miei peccati dopo che il sacerdote mi ha dato l’assoluzione?“. Ecco una risposta semplice e comprensibile : “Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe.“. Le calpesta così come noi calpestiamo una mosca fastidiosa (che sia un’allusione alla Genesi con Maria che schiaccia la testa al serpente diabolico?). Ma il profeta rincara la dose : “Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.”. Come quando i malviventi gettano sul fondo del mare o di un lago le prove della loro colpevolezza sicché nessuno le trovi, similmente il Signore tratta così i nostri peccati (del peccatore pentito), li considera come un relitto sul fondo dell’oceano più profondo che esista, in modo che nessuno più li ritrovi, come se non esistessero più.
  • Ma il Signore sa che noi abbiamo bisogno di punti fissi nella vita, affinché ci servano da bussola nel vivere, ecco perché ci rincuora: “Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.”. Carissimi sposi, noi siamo quel nuovo Giacobbe, quel nuovo Abramo a cui il Signore ha giurato la propria fedeltà ed il proprio amore, non ha forse detto “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro“? E gli sposi cristiani non sono forse due uniti nel nome del Signore attraverso il sacramento del matrimonio?

Coraggio allora sposi, il Signore non molla la presa. Anche se avessimo commesso gravi peccati, non temiamo, ma accostiamoci alla Confessione ed i nostri peccati diventeranno dei relitti sul fondo dell’oceano della Sua Misericordia.

Gli sposi sono preziosi agli occhi del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /39

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Spesso ci chiediamo come facciano certe persone a “farsi bastare” quell’oretta scarsa di S. Messa domenicale in mezzo al turbinio che ci impone questa società frenetica.

Con questa frase volutamente provocatoria non vogliamo in alcun modo puntare il dito sulle scelte personali di nessuno, al contrario, vorremmo invece soffermarci per un poco sulle difficoltà che molte persone incontrano nella frequentazione della S. Messa affinché la provocazione diventi motivo di riflessione per le coppie di sposi e per i sacerdoti.

Questa epoca è caratterizzata (seguendo i dati della media nazionale) da un elevato numero di persone anziane che non ha come contraltare un altrettanto numero di nuove generazioni, per cui è abbastanza diffusa la situazione di avere i genitori anziani e malati che sono bisognosi di quelle cure, attenzioni, compagnia e serenità che solo gli affetti familiari sanno dare. Ma questa società ci impone spesso di lavorare entrambi (marito e moglie) per vari motivi, inoltre i ritmi ed i giorni lavorativi sono sempre più disumani, perché non hanno al centro l’uomo ma il profitto… per cui spesso ci si ritrova figli unici che riescono ad aiutare i propri genitori solo la Domenica, e se c’è una governante (badante), essa ha il giorno libero di Domenica, per cui giocoforza vuole che la Domenica sia dedicata alla cura dei genitori… stesso discorso dicasi per chi ha figli disabili o comunque familiari in situazioni di bisogno estremo.

Sarebbe un discorso troppo lungo e non vorremmo banalizzarlo, ma solo portare all’attenzione la diversità e molteplicità di varianti nelle situazioni familiari. Ci sono poi le famiglie che non hanno anziani o disabili da accudire, ma semplicemente sono travolte dalle 1000 cose da fare di tutti i giorni; non necessariamente sono attività di svago, semplicemente si lavora in due e bisogna metterci tutto se stessi nel mandare avanti la casa e nell’educazione dei figli (magari tre, quattro o più), per cui si arriva al sabato sera senza accorgersi che è passata un’altra settimana tra: lavatrici, panni da stirare, accompagnamento alle attività scolastiche ed extra dei figli vari (ed ogni figlio richiede la propria attenzione), incontri in parrocchia, lavoro col proprio carico di stress (vedi sopra), scadenze dei tributi, ospitate del parentado, visite mediche, dentisti e chi più ne ha più ne metta…

Tutte queste persone non hanno altri momenti per la S.Messa se non di Domenica, certamente tra queste persone ci sono anche quelle che non vogliono trovare il tempo per il Signore, né durante la quotidianità tantomeno la Domenica che considerano dedicata (finalmente) alla cura di sé stessi e dei propri interessi più o meno nobili, ma a noi interessano le persone del primo gruppo : a noi interessano quegli sposi che si spendono tutti i giorni della settimana per amare Dio nella vita concreta della propria famiglia con tutto loro stessi, quando spesso la Messa feriale è un miraggio (per molte fasi della vita), cosicché ad essi “rimane”, oltre alla preghiera quotidiana, un altro caposaldo fermo ed irremovibile, costi quel che costi: la S. Messa domenicale.

Cari sposi, amare è una scelta, oltre che un obbligo dato dal comando di Gesù, e questa scelta sponsale è sempre feconda (se è autentico amore), cioè portatrice di nuova vita; vita che si concretizza nelle sue molteplici varianti, una di queste espressioni di amore fecondo è l’aiuto reciproco tra le famiglie. Provate a drizzare le orecchie: è probabile che nella vostra comunità ci siano persone/coppie che sono in grande difficoltà a partecipare alla S. Messa domenicale ma non trovino nessuno che li sostituisca nell’accudimento di quelle persone malate/fragili, nessuno che li sollevi da qualche servizio domestico… quale miglior aiuto se non quello di una coppia di sposi che rende “il giogo un po’ più soave e il carico leggero” ? Pensateci… chi ha tempo doni tempo a chi non ne ha.

Qualcuno si starà chiedendo cosa c’entri tutto ciò con le parole della Consacrazione che stiamo analizzando ; “[…] spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse : Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi“… queste parole sono immense ed hanno come primo significato quello della Santissima Eucarestia, ma portano con sé anche un secondo significato per noi: se la vita cristiana è imitazione di Cristo, come possiamo noi imitare Cristo in questo sacrificio del Suo Corpo, in questo Suo “spezzare il pane della propria vita” per molti ? Sicuramente in primis nella vita spesa per il nostro coniuge, ma poi anche come vita spesa per chi ne ha bisogno al di fuori della coppia, come espressione della fecondità della coppia… e si coniuga in mille modi, tanti quanti lo Spirito Santo ne ispira agli sposi che desiderano “spezzare il pane della propria vita in sacrificio per molti”. Ogni coppia può essere una manifestazione particolare dello Spirito Santo. Coraggio sposi, basta rendersi docili alla Sua azione.

Ora una parola ai sacerdoti partendo da un’altra provocazione : perché tanta fretta? Alla luce di quanto analizzato qui sopra speriamo che molti sacerdoti rivedano un po’ il proprio modo di celebrare. Non saremo certo noi i primi a ricordare loro la doverosa “ars celebrandi” (cioè l’arte di celebrare) a cui il Messale e la Tradizione cattolica li richiama, sicuramente però possiamo aiutarli nel testimoniare quanto sia importante per gli sposi vivere la S. Messa domenicale, che per molti (ahinoi) è l’unica di tutta la settimana (come sopra descritto).

Quando arriva il sabato sera e finalmente ci si sdraia nel letto per l’ultima volta della settimana, spesso si viene travolti dalla stanchezza accumulata nei 6 giorni, riaffiorano alla mente le tante vicissitudini della settimana, ma poi arriva un pensiero bello, anzi, bellissimo: “domani mattina finalmente andiamo a Messa”… abbiamo bisogno di ricaricarci per affrontare le sfide della settimana entrante… sentiamo la necessità di un ristoro del corpo e dello spirito… non abbiamo avuto un minuto di silenzio durante la settimana e ne abbiamo tanto bisogno… urge un incontro con Gesù che è l’unico a dare senso alle fatiche della settimana appena passata… Gesù è la nostra stazione di ricarica… è il nostro rifornimento settimanale… poi arriva Domenica mattina e si trovano alcune Messe che danno l’impressione di un’automobile incidentata che sta insieme col nastro adesivo… è come arrivare alla tanto desiderata stazione di rifornimento accorgendosi però che essa non ha la pistola adatta per la nostra automobile… sarebbe come arrivare alla stazione di ricarica e anziché trovare la presa della corrente per la nostra auto trovassimo un’ometto pronto a pedalare per alimentare una dinamo… ci sono alcuni sacerdoti che sembra improvvisino di volta in volta un nuovo colpo di scena pur di catturare l’attenzione quasi fosse uno show col problema dello share.

Cari sacerdoti, noi sposi abbiamo una necessità vitale della S. Messa e della Santissima Eucarestia, per imparare ad amarci nel sacramento del matrimonio come Lui e dobbiamo nutrirci di Essa e necessitiamo adorare Gesù presente in Essa, perché spesso avete così tanta fretta? Lasciateci il tempo di adorare il Signore Gesù presente in quell’Ostia Consacrata, è vero che nel Messale (sopra riportato) c’è scritto che dovete presentarlo al popolo però a volte vediamo più nel dettaglio una cometa o una stella cadente piuttosto che Gesù… che poi, quando si presenta una persona ad un’altra, solitamente si lascia il tempo che almeno le due si salutino e si presentino a vicenda, non basta il nome in un nanosecondo, ci vuole di più normalmente! Se è così tra noi uomini a maggior ragione con Gesù, no?

Noi sposi non abbiamo paura di adorare il Signore, è vitale per noi! Non abbiate paura, gli sposi non si stancano di stare a Messa, è l’unica ora in tutta la settimana. Abbiate almeno la medesima cura con cui gli sposi si scambiano tenerezze intime, non in fretta e tanto per fare, non alla carlona o in modo grossolano, ma con cura nei dettagli perché c’è di mezzo l’amore !

Ci sono tanti sacerdoti che hanno una sensibilità invidiabile nell’ascoltare le persone, usano un’attenzione particolare ai dettagli che le persone raccontano loro, hanno una grande tenerezza nell’accogliere le persone… ma Gesù nell’Ostia consacrata non è forse una Persona? Tra le vostre mani succede il miracolo dei miracoli, le vostre mani consacrate diventano ogni volta la culla per Gesù come a quel primo Natale, tra le vostre mani tenete il Sacratissimo cuore di Gesù ancora pulsante, come fate a non tremare di commozione ogni volta? Perché tanta fretta?

Sposi e sacerdoti insieme per adorare il Signore Gesù che ancora una volta si offre col Suo vero Corpo e col Suo vero Sangue : due sacramenti che si aiutano a vicenda come le due ali di una colomba bianca.

Giorgio e Valentina.

Occhio agli Aramèi!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,1-9) Nei giorni di Acaz, figlio di Iotam, figlio di Ozìa, re di Giuda, Resin, re di Aram, e Pekach, figlio di Romelìa, re d’Israele, salirono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla. Fu dunque annunciato alla casa di Davide: «Gli Aramèi si sono accampati in Èfraim». Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento. Il Signore disse a Isaìa: «Va’ incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb, fino al termine del canale della piscina superiore, sulla strada del campo del lavandaio. Tu gli dirai: “Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti […] Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà ! Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo. Ma se non crederete, non resterete saldi”».

La Prima lettura di oggi si pone nel solco delle letture incoraggianti, dopo la serie di ammonimenti da parte del Signore per mettere in guardia i propri figli dalla rilassatezza spirituale ecco questa sorta di pausa rinfrescante, come un punto di ristoro all’ombra per rifocillarci, una piccola pausa prima di riprendere il cammino con rinnovate forze.

Abbiamo tagliato una buona parte del racconto che parlava di luoghi e nomi a noi sconosciuti, ma abbiamo lasciato la sostanza. Vorremmo da una parte vedere la reazione del popolo insidiato dai nemici, e dall’altra vedremo l’incoraggiamento di Dio.

Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento” … Quante volte succede anche noi di vivere una situazione simile ? A volte anche il nostro cuore vive con questa agitazione dentro, bisogna notare però che il nemico è solo accampato, non ha ancora fatto irruzione, non ha ancora attaccato… sembrerebbe quasi che il Signore dica di non “fasciarsi la testa prima di rompersela”.

Certamente molti sposi si staranno chiedendo come si fa a restar tranquilli quando si sa che il nemico è accampato pronto per sferrare l’attacco, sarebbe da incoscienti ed imprudenti starsene a guardare lo scorrere degli eventi a braccia conserte, ma il Signore non rimprovera il suo popolo di questa comprensibile reazione umana, ma lo vuole portare ad un gradino più su.

Cari sposi, vi ricordate quando uno dei nostri figli ancora piccoletto veniva da noi con qualche problema insormontabile per lui, dalla nostra veduta però non sembrava più così insormontabile, perché quello che per il piccolo uomo sembra una montagna invalicabile, per l’adulto è un solo un piccolo ostacolo… la prospettiva dall’alto fa cambiare atteggiamento di fronte alle situazioni.

E così fa Dio Padre quando si accampano i nostri Aramèi, dalla sua prospettiva è tutta un’altra cosa, tutto si ridimensiona, questo non toglie a noi la fatica di affrontare un problema, ma dobbiamo confidare in un Dio che non lascia che i suoi figli abbiano prove oltre la loro portata.

Cari sposi, avete letto come vengono sbeffeggiati gli Aramèi dal Signore? Vengono così apostrofati : “non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti “… li ridicolizza, quasi li schernisce, un po’ come facevamo noi col nostro bimbo per rassicurarlo e calmarlo di fronte all’ostacolo… è commovente avere un Dio che per rassicurarci e per ridimensionare le nostre paure ridicolizza i nostri avversari… per tanto che siano temibili e possenti non lo saranno mai così tanto da superare il nostro Dio, li spazzerebbe via in un attimo con uno starnuto.

Ma qual è la soluzione ?

Ma se non crederete, non resterete saldi” : questa è la condizione per affrontare le nostre paure ed i nostri Aramèi. Il Signore non banalizza la nostra legittima paura, non ci rimprovera la nostra fragilità che ci fa agitare come gli alberi della foresta per il vento, non ci dice nemmeno che gli Aramèi non esistano o che non si siano accampati pronti a sferrare il loro attacco, abbiamo un Padre che prende in seria considerazione la nostra fragile condizione umana, e ci vuole aiutare a fare un salto di qualità nella fede, non ci lascia soli, non è indifferente ai nostri problemi.

Cari sposi, riprendiamo con coraggio il cammino di questo tempo. Non temiamo i nemici che vogliono distruggere la famiglia inventata da Dio e nemmeno quelli che banalizzano il sacramento del matrimonio : sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti.

Non lasciamoci impressionare se sentiamo odore di bruciato , in fondo sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti!

Giorgio e Valentina.

Chi semina vento…

Dal libro del profeta Osèa (Os 8,4-7.11-13) Così dice il Signore : «Hanno creato dei re che io non ho designati ; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samarìa! La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare ? Viene da Israele il vitello di Samarìa, è opera di artigiano, non è un dio : sarà ridotto in frantumi. E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina e, se ne produce, la divoreranno gli stranieri. Èfraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come qualcosa di estraneo. Offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce ; ora ricorda la loro iniquità, chiede conto dei loro peccati : dovranno tornare in Egitto».

Questa è la prima lettura della Liturgia di oggi, ed è perfettamente in linea con lo stile delle letture di questo periodo, nel quale la Chiesa ci ammonisce da varie parti, sotto diversi aspetti, non ci vuole rammolliti dopo le recenti festività/solennità, ma ci rimette subito in riga ricordandoci la nostra condizione di poveri peccatori.

E’ un atteggiamento educativo che caratterizza lo stile della Liturgia, specialmente quella non riformata, questo caldo estivo e le belle giornate assolate potrebbero portarci sulla strada della rilassatezza spirituale, nel senso che sentiamo il bisogno di affrancarci dai rigori invernali, sia quelli climatici che quelli dei nostri doveri scolastici e/o lavorativi, per cui non dovrebbe stupire se un genitore mettesse in guardia i propri figli dal non prendere con troppa leggerezza una data situazione, praticamente la Chiesa ci sta invitando a non abbassare la guardia, a non considerarci arrivati.

Ed il profeta Osea è un altro di quei profeti che sa come rimettere in riga il popolo a lui affidato, sono parole dure, inequivocabili, soprattutto per noi che le leggiamo fuori da quel contesto storico e sociale suonano troppo severe, ma dobbiamo ricordare che il Signore ha rinnovato numerose volte la Sua Alleanza con Israele, ha compiuto numerosi prodigi per salvarlo dalle più disparate situazioni, ha mandato anche diversi aiuti umani come Sansone che lo liberò dai Filistei, ma questo popolo “è un popolo dalla dura cervice” , così lo apostrofava Mosè già parecchio tempo prima di Osea.

Come si può facilmente intuire questo popolo si dimostra ingrato e proprio uno “zuccone”, così infatti denominiamo i nostri figli quando “fanno finta” di aver capito e puntualmente agiscono al contrario di come dicono di aver capito… chissà quante volte ci sarà capitato di dire ai nostri figli : “Sei proprio uno zuccone! Allora non vuoi proprio capire.

Osea usa queste parole severe ispirato dallo Spirito di Dio, perché si trova davanti all’ennesimo tradimento da parte del popolo rispetto all’ennesima alleanza del Signore. Se ci pensiamo bene il Signore non chiede chissaché, in fondo sta chiedendo principalmente che non si facciano idoli e che rispettino le sue leggi, il peccato che procura i danni maggiori al popolo di Israele è proprio l’idolatrìa… che tradotto per noi sono i peccati contro il primo (e più grande) Comandamento… è il primo anche nell’importanza, infatti se disubbidiamo al primo Comandamento “Non avrai altro dio all’infuori di me” succede che a cascata disubbidiamo a tutti gli altri perché se Lui non è il nostro dio perde senso rispettare le Sue leggi.

Vi siete mai chiesti da dove arrivi il detto popolare “chi semina vento raccoglierà tempesta“? Ora avete la risposta, ma non ci deve bastare per vivere meglio come sposi. Dobbiamo domandarci come sposi quali sono gli idoli che continuamente ci costruiamo da soli, nonostante le ripetute avance da parte di Dio e del Suo Figliolo Gesù.

Incontriamo molte coppie che hanno idoli quali: il successo nel lavoro, la carriera, la salute fisica, la giovinezza e la prestanza del corpo, il benessere economico, il tempo libero, le amicizie extra coniugali, il sesso libero da regole, il giudizio positivo degli altri, la maternità e/o la paternità a comando… ma tutti questi idoli hanno i loro altari sui quali si sacrificano: tempo per la preghiera, tempo per la coppia, educazione dei figli, spazio, risorse, energie, mente, pensieri, affetti, desideri, concentrazione, intelligenza e vita spirituale.

E noi sposi come rimaniamo? SVUOTATI dal di dentro. Cos’è che ci svuota? Abbiamo seminato vento e quindi raccogliamo tempesta… ed è proprio questa tempesta a distruggere tutto senza pietà, così come capita in qualche sfortunato giorno estivo di cui abbiamo memoria anche recente, quando essa arriva devasta tutto il raccolto e si rimane senza niente per non parlare dei danni alle case o altro… tutto questo succede nel nostro cuore, nella nostra anima, nella nostra vita.

Questi idoli devastano il raccolto dell’amore matrimoniale: devastano la tenerezza, la dolcezza, i sentimenti, gli affetti, l’unione sempre più intima degli sposi… devastano anche lo sguardo, le parole belle, il tempo che dedichiamo alla coppia. Con questi idoli il nostro matrimonio “produce grano senza spiga, e se germoglia non darà farina“, cioè non darà da mangiare, non darà sostentamento all’amore, non sarà amore fecondo, non sarà vita sia l’uno per l’altra sia all’infuori della coppia.

Coraggio sposi, dobbiamo riprendere in mano il nostro amore matrimoniale ad immagine dell’amore oblativo di Gesù, distruggiamo i nostri idoli con i loro altari e riprendiamo con fiducia a seguire le leggi di Colui che ci promette non solo mari e monti, ma la felicità già su questa terra ed il Paradiso senza fine.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 38

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue ): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Continuiamo ad approfondire il momento della consacrazione e proseguiamo il percorso iniziato con l’articolo precedente nel quale abbiamo un poco analizzato le indicazioni inserite tra parentesi; ora spostiamo la nostra attenzione sulle parole che il sacerdote pronuncia.

Queste parole le ha pronunciate Gesù stesso durante la famosa Ultima Cena, ed hanno fin da subito assunto la natura di testamento spirituale, poiché questa cena l’ha fortemente voluta Lui stesso poco prima della sua morte (cfr Lc 22, 15 : <<Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione.. >>), come a dare il LA a tutta la Passione… un po’ come quando il direttore, all’inizio delle prove spiega ai suoi orchestrali come interpretare il brano cosicché si cominci il lavoro col piede giusto… come quando il comandante della nave decide quale rotta seguire e lo comunica a tutti quelli a bordo.

Fin dai suoi inizi, la Chiesa ha considerato l’Ultima Cena come un evento prototipo, dal quale e nel quale avrebbe capito il proprio futuro; soprattutto lo si nota nel Vangelo di Giovanni, il quale rilegge tutta la vita di Gesù come fosse una storia teatrale nella quale le scene si susseguono l’una dopo l’altra legate da un filo conduttore e da una trama ben definita, probabilmente grazie al fatto che era il “discepolo che Gesù amava” ma forse complice anche la tarda età che gli dà il tempo di ritornare con la memoria sugli eventi e darne una lettura sapienziale e saggia.

E qual è la “rotta” che il comandante Gesù dà alla Sua Passione?

E’ la rotta del sacrificio, sulla scia dei sacrifici rituali già esistenti nell’ebraismo Lui si pone però ad un altro livello, dà una nuova connotazione che lo contraddistingue dai sacerdoti del suo popolo, poiché essi ricevevano un animale da sacrificare da parte dell’offerente, officiavano in sua vece e per conto suo, ma una volta finiti i rituali erano pronti per compierne un altro senza che quello appena compiuto li coinvolgesse più di tanto nella vita; anche Gesù si pone come offerente al Padre, ma la vittima da sacrificare non la compra fuori dal tempio portandola ad una altro sacerdote, poiché la vittima è Egli stesso, inoltre non c’è nessun sacerdote a cui dare il compito di officiare perché il sommo sacerdote è ancora Lui stesso: ecco perché lo abbiamo definito “comandante”, proprio per il fatto che è Gesù ad officiare al proprio sacrificio, è Lui che decide tutto in modo liberale e spontaneo, infatti molte altre volte avevano tentato di catturarlo ma non ce l’avevano fatta, solo questa volta Gesù si lascia catturare per essere sacrificato sull’altare della croce.

La chiesa mette sulla bocca del sacerdote un misto di Parola di Dio, parole di fede e devozione, e parole che pronunciò Gesù in persona; in queste parole solenni si mescolano devozione, fede, commozione, stupore, affetto, meraviglia, adorazione e lode. Sono un concentrato di fede e dottrina sul sacrificio di Gesù, sulla Sua missione salvifica.

Di questa preghiera di consacrazione ci colpisce sempre la parte che parla delle mani di Gesù definendole giustamente sante e venerabili… sembra proprio di vederle… è come se il sacerdote in quel momento prestasse le proprie mani a Gesù, ma anche di più… come se le mani del sacerdote fossero in qualche modo sostituite dalle mani di Gesù… quasi che le mani di Gesù ricoprano le mani del sacerdote come un guanto perfettamente aderente : che meraviglia!

E’ un potere grandissimo, unico ed esclusivo che è stato riservato ai soli sacerdoti, non solo a quelli santi ma anche a quelli che purtroppo si rivelano indegni di tale potestà; il Signore ha talmente fiducia nell’uomo che ha riservato questo potere a questi suoi figli specialissimi nonostante gli angeli, ma anche la Madre del Signore, ne fossero più degni. Gli angeli sono superiori per natura agli uomini nell’ordine della creazione, ciononostante loro non hanno questo potere di consacrare il pane ed il vino in Corpo e Sangue del Signore.

Se i nostri amati sacerdoti pensassero sempre a questa grande realtà ad ogni Messa che celebrano, probabilmente non riuscirebbero a finire le frasi dalla commozione. Carissimi sacerdoti, avete ricevuto da Dio un potere che neanche gli angeli e la Madonna hanno ricevuto, quale grande fiducia ripone in voi il Padre celeste!

A noi sposi è dato il compito di aiutare i nostri sacerdoti in questo momento di Grazia attraverso la nostra compostezza nello stare in ginocchio, il nostro rigoroso silenzio orante, la nostra fervorosa preghiera, la nostra devozione… anche i sacerdoti hanno bisogno di sostegno e lo trovano in un’assemblea ordinata, silenziosa, attenta, puntuale, devota… come fare con i bambini? Cercate di dare l’esempio, E’ importante che guardino i genitori ed imparino che questo è il momento dei momenti, quello in cui il Cielo scende in Terra, quello in cui Satana viene sconfitto ancora una volta, quello in cui i diavoli se la danno a gambe levate, il momento in cui la Storia giunge al suo compimento perché Dio è qui con noi.

Alle nostre figlie, quand’erano piccine abbiamo sempre spiegato (fuori dalla Messa) con parole semplici e comprensibili per loro, ad esempio : <<In quel momento il pane ed il vino diventano Gesù, questo è il motivo per cui mamma e papà stanno in ginocchio: Dio si fa presente, quel Dio che ti ha pensata ed amata da sempre e che ti ha mandata nella pancia della mamma per farci un regalo meraviglioso. Siccome Gesù è proprio lì davanti a noi, bisogna stare in ginocchio per adorarLo, perché è Dio>>

Coraggio sposi, stare in ginocchio vale più di tante prediche !

Giorgio e Valentina.

Eravamo come dei tizzoni!

Dal libro del profeta Amos (Am 3,1-8; 4,11-12) Ascoltate questa parola, che il Signore ha detto riguardo a voi, figli d’Israele, e riguardo a tutta la stirpe che ho fatto salire dall’Egitto: «Soltanto voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre colpe. Camminano forse due uomini insieme, senza essersi messi d’accordo? […] In verità, il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo piano ai suoi servitori, i profeti. Ruggisce il leone: chi non tremerà? Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà ? Vi ho travolti come Dio aveva travolto Sòdoma e Gomorra, eravate come un tizzone strappato da un incendio; ma non siete ritornati a me». Oracolo del Signore. Perciò ti tratterò così, Israele! Poiché questo devo fare di te: prepàrati all’incontro con il tuo Dio, o Israele !

Il profeta Amos è un uomo scelto da Dio per destare dal torpore del peccato il popolo di Israele; il Signore aveva fatto di tutto per attirare a sé il suo popolo, ma questo Gli ha voltato la faccia, sicché Dio gioca la carta del profeta Amos. Assomiglia un po’ a quando da giovani si tentava di tutto per far la corte alla ragazza che ci interessava, ma ella spesso non ci filava per niente, anzi pareva proprio rifiutare le nostre avance e preferire quelle di un altro. C’era anche chi giocava come ultima carta l’avanscoperta dell’amico, il quale era incaricato di avvicinare la ragazza per tastare il terreno per conto del mandatario e quasi sempre aveva anche il compito di tessere le lodi dello spasimante per tentare di indirizzare le attenzioni di lei verso il corteggiatore: questo amico assomiglia un po’ al profeta Amos.

Continua un po’ la serie di letture dall’Antico Testamento in cui Dio continuamente ci invita alla conversione, sono appelli carichi di affetto misericordioso. E’ interessante notare come Dio faccia sempre appello alla memoria della storia della salvezza, Egli sa che noi uomini dimentichiamo troppo in fretta le Sue grazie, non lo fa per rinfacciarci le Sue imprese miracolose o le Sue gesta magnanime; Dio non ha di queste carenze psicologiche tantomeno sono dei ricatti affettivi come quelli che mettiamo in atto noi. No, niente di tutto ciò.

Abbiamo già approfondito un poco la settimana scorsa il tema dei castighi, i quali sono la diretta conseguenza delle nostre azioni scellerate, ed hanno lo scopo di purificarci per farci cambiare vita, per farci ritornare alla vita di Grazia. Anche in questo brano gli appelli del Signore (per mezzo del profeta Amos) sono pressanti, in realtà abbiamo riportato solo una piccola parte del brano, il quale a sua volta è una piccola parte dei primi 3 capitoli del libro di Amos in cui sono presenti continui ed instancabili appelli alla conversione del popolo di Israele.

Vorremmo mettere in luce non tanto i castighi che il popolo attira su di sé (per conoscerli leggete il libro di Amos) quanto l’instancabile ed ostinato appello del Signore a convertirsi, a tornare a Lui con tutto il cuore. Ma soprattutto il Signore usa la strategia del ricordo delle grazie ricevute come una fessura da cui far entrare piano piano la Sua luce.

E’ particolarmente commosso il cuore di Dio quando arriva addirittura a paragonare la vita dei suoi fedeli ad un tizzone scampato al fuoco: <<eravate come un tizzone strappato da un incendio >>. Anche io e Valentina, come tante altre coppie di (allora) fidanzati, siamo stati strappati dall’incendio della mentalità del mondo come un tizzone ancora ardente, ed il Signore ha usato la persona di padre Bardelli.

Spesso nel nostro ministero di formazione di sposi e fidanzati ci accorgiamo di quanto siamo stati graziati da quell’incendio mondano, testimoniamo di come il Signore ci ha strappati da quelle fiamme infernali, ma soprattutto è salutare per noi ricordarci di come fossimo dei tizzoni già accesi, ma che sono stati salvati dall’incendio che avrebbe rovinato il nostro amore di fidanzamento ed inquinato poi il nostro matrimonio.

Quanti fidanzati sono ancora purtroppo dei tizzoni ardenti?

Tantissimi, ma da soli non ce la faranno mai, hanno bisogno di tanti sposi che, da una parte, fanno l’eco ad Amos nella denuncia del peccato e nell’appello alla conversione, e dall’altra, lo fanno con tanto tenerezza e dolcezza da riuscire ad aprire una fessura nel cuore di tanti, una fessura da cui entri la luce di Cristo.

Cari sposi, la nostra storia non sfugge agli occhi di Dio, Egli ci conosce, e sa bene che tipo di tizzoni fossimo, perciò prendete coraggio e fatevi annunciatori di una Verità più grande di noi, testimoniate di come il Signore ci ha redenti, ve lo vogliamo dire parafrasando il Salmo 103 :cari sposi, benedite il Signore con tutta l’anima, non dimenticate tutti i suoi benefici. Coraggio sposi, vi invitiamo questa settimana a riguardare il vostro album di nozze per ricordare di quante grazie il Signore vi ha accordato.

Giorgio e Valentina.

Protezione e salvezza.

La prima lettura di oggi è piuttosto lunga, quindi ne faremo un riassunto : Sennàcherib, re d’Assiria, manda un messaggio intimidatorio a Ezechìa, re di Giuda, assicurandolo che non gli servirà a nulla confidare nel suo Dio perché tanto l’Assiria prenderà Gerusalemme con la forza così come ha fatto con gli altri territori. Ezechìa allora si reca nel tempio del Signore e pronuncia una meravigliosa preghiera accorata e piena di fede, la quale verrà esaudita. Infatti Isaìa, figlio di Amoz, manda a dire ad Ezechìa una grande e bella profezia che rivela l’intento del Signore, riportiamo solo la parte finale di questa promessa del Signore :

[il re d’Assiria] Ritornerà per la strada per cui è venuto ; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. Proteggerò questa città [Gerusalemme] per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Nìnive, dove rimase.

In questa meravigliosa pagina dell’Antico Testamento si tocca con mano la misericordia del Signore, che si “lascia commuovere” dalla preghiera di Ezechìa e “corre” in aiuto del suo popolo. Nella nostra riflessione non ci concentreremo tanto sui nomi e sugli episodi, quanto sulle dinamiche, saranno queste che ci aiuteranno a fare un passo in avanti con la nostra fede.

E’ interessante questo episodio per la nostra vita matrimoniale, abbiamo provato a rileggerlo sostituendo al nome di Ezechìa i nostri nomi di sposi, e al posto del nome del re assiro potrebbero esserci diverse persone/eventi, perché i nemici della nostra Gerusalemme matrimoniale potrebbero essere molteplici e diversi lungo l’arco della nostra vita a due.

Diverse volte su questo blog abbiamo nominato diversi nemici della nostra relazione, del nostro matrimonio, del nostro sacramento, ed anche questa pagina della Parola non nega che nella vita ci siano dei nemici (rappresentati dal re assiro).. probabilmente i nostri nemici non impugnano armi come spade, ma posseggono armi come la lingua, la maldicenza, l’invidia, la calunnia, la lussuria, l’ira, l’imprudenza, ecc… queste armi a volte feriscono di più della spada. Sono armi che feriscono nell’intimo della relazione, nel cuore, negli affetti, nella castità, nella fede, ma possiamo imitare il re Ezechìa.

Qual è la mossa vincente degli sposi ?

La risposta non è nella psicologia, non è nella nostra buona volontà, non è nelle risorse umane, non è nelle nostre amicizie e nemmeno nelle parentele, tutte queste sono risorse ed aiuti molto importanti che non vanno mai trascurati ma non sono tutto e non sono la parte più consistente; impariamo dal salmo che “se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori“… senza il Signore e la Sua Grazia noi possiamo fare e disfare il mondo intero ma non ci salveremo mai da soli.

Come Ezechìa dobbiamo andare nel tempio di Gerusalemme, cioè il luogo dove c’è la presenza di Dio. Noi siamo più fortunati di Ezechìa perché abbiamo un luogo privilegiato dove Dio è veramente, realmente e sostanzialmente presente con il Suo Corpo e Sangue, la Sua anima e la Sua divinità; nel tempio di Gerusalemme il Signore era presente solo spiritualmente attraverso le famose Tavole della Legge custodite all’interno dell’Arca dell’Alleanza, mentre nei nostri tabernacoli è presente Colui che ha scritto quelle Tavole, Colui che ha parlato a Mosè!

Il momento migliore per gustare la presenza del Signore è certamente nella S. Messa, ma poi gli sposi hanno un altro asso nella manica, poiché essi stessi sono il segno sensibile ed efficace della Grazia di Cristo l’uno per l’altra. Nel Vangelo Gesù ha detto che dove 2 o 3 sono riuniti nel Suo Nome, Lui è in mezzo a loro… e noi sposi non siamo forse 2? E non siamo riuniti nel sacro vincolo matrimoniale nel Suo Nome?

Anche il nostro matrimonio è un tempio dove abita la reale presenza di Dio, similmente a ciò che accade nell’Eucarestia, abbiamo molto di più del re Ezechìa… non so se sia una coincidenza ma anche noi siamo re della Gerusalemme del nostro matrimonio, come Ezechìa prega per salvare la città santa, così noi sposi possiamo pregare per salvare la nostra Gerusalemme : il nostro matrimonio.

La Scrittura annota alla fine che fu l’angelo del Signore a mettere a posto le cose, Ezechìa ed il suo esercito non impugnò nessuna arma se non quella preghiera accorata del re che chiedeva al Signore di manifestare la Sua gloria, similmente dobbiamo fare noi sposi quando siamo sotto attacco nemico: rifugiarci nel Signore, nella preghiera fiduciosa, nella Sua dolce presenza, e poi lasciare che Lui faccia la Sua mossa per disarmare il nemico. Il primo nemico da annientare è il peccato.

Coraggio sposi, comportiamoci da re e regine.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 37

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue ): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Qui siamo al nucleo di ogni S. Messa, al vertice verso cui tende tutta la vita cristiana e il punto da cui riparte, è come se fosse l’asso nella manica di Dio. Nella Sua strategia di salvezza non Gli sono mancate fantasia e originalità, tanto da stupire i Suoi più vicini e confondere i Suoi avversari. Il Signore aveva già rassicurato i Suoi con la promessa dello Spirito Santo: <<Non vi lascerò soli…>>; ma questa del Sacramento dei Sacramenti è stata un’idea talmente geniale che solo Dio avrebbe potuto concepirla.

Sono stati scritti innumerevoli testi sulla Divina Eucarestia, il patrimonio dottrinale e magisteriale della Chiesa non ha e non teme rivali, ci sono pagine di una chiarezza disarmante… se le prediche dei nostri sacerdoti avessero come tema unico la Santissima Eucarestia non basterebbe una vita per esaurirne il contenuto, ed infatti non saremo certo noi ad apportare nuovi contributi al Magistero, vogliamo solo mettere in luce qualche piccolo frammento di un enorme puzzle, come se guardando al microscopio una goccia possiamo intravedere l’immensità e la magnificenza dell’oceano.

Vorremmo in questo primo articolo far notare quelle note inserite tra le parentesi (in realtà le parentesi le abbiamo aggiunte noi per motivi grafici ma nell’originale sono scritte in rosso e a caratteri più piccoli), esse sono così esplicite e semplici da seguire che non riusciamo a capire il motivo per cui molti sacerdoti si prendano delle licenze (per usare un eufemismo): forse alcuni le ritengono troppo banali e semplici… altri forse le ritengono non così vincolanti… probabilmente ci sarà anche chi le ritiene di poco conto avanzando la scusa (alquanto bambinesca) che Dio guarda i cuori… ci sono molti che pensano di essere più moderni e snobbano la bimillenaria saggezza della Chiesa… qualcun altro forse crede che queste regole incatenino la propria fede, come una zavorra che non la fa volare verso il cielo.

Cari sposi e carissimi sacerdoti, nel nostro cammino di fede abbiamo sperimentato (e continuiamo a farlo) ciò che i grandi santi (nostri modelli, esempi e maestri) ci hanno sempre insegnato, e cioè che la fede ricevuta nel Battesimo è come un seme, ma tocca a noi alimentarla e con la Grazia crescerà giorno dopo giorno. Come ?

Esattamente come il coltivatore cresce una piantina: con la stessa cura, paziente e perseverante di tutti i giorni. Ma anche come fa una mamma (e un papà) col proprio figlio : gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi orari, la stessa cura tutti i santi giorni, o meglio, ogni santo giorno. Non è forse vero che siamo cresciuti grazie alla perseveranza e alla cura paziente dei nostri genitori (nonostante i loro difetti)?

Il segreto quindi è ripetere ogni santo giorno le stesse parole, gli stessi gesti, perché <<chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo (Mt 10,22)>>.

  • Se un gesto liturgico è semplice significa che dice già tutto e non ha bisogno di spiegazioni ed inoltre la sua semplicità ci aiuta a ricordarlo senza studi particolari, quindi la semplicità non è banalità nonostante la rima… soprattutto nella Liturgia. Un bacio sulle guance paffute di un bimbo non è forse un gesto semplice? Eppure lo usiamo proprio perché col gesto diciamo tutto il nostro affetto/amore a quella creatura senza bisogno di spiegazioni.
  • Un gesto liturgico è vincolante perché vincola la fede personale alla fede della Chiesa Cattolica: quando si ormeggia un’imbarcazione al porto bisogna assicurarla col vincolo della cima altrimenti si disperde in mare, similmente con i gesti liturgici vincoliamo la nostra fede personale alla fede della Chiesa che ci è stata data col Battesimo così che non si disperda.
  • A volte riceviamo dai nostri cari gesti di amore che ci riempiono il cuore, ma agli occhi di una persona esterna alla relazione pare che sia un gesto di poco conto, quando invece per noi è stato un gesto importante perché simbolico e carico di amore/affetto/sentimento, in quel gesto noi abbiamo guardato il cuore. Similmente, Dio guarda il cuore con cui si compie un gesto liturgico, ma ciò non significa che non lo dobbiamo fare perché a nostra discrezione sembra essere di poco conto. Quando l’artigiano crea un oggetto nella sua bottega, sa che ogni piccolo gesto ha la propria importanza perché tramandato da secoli di esperienza, anche se agli occhi degli altri molti suoi gesti sembrano di poco conto e non sono moderni, ma grazie a quei gesti antichi e sempre attuali crea un oggetto d’arte che contiene secoli di saggezza. Similmente il sacerdote deve essere come quell’artigiano… stiamo attenti perché Dio guarda anche il cuore con cui io decido di non compiere quel gesto per mancanza di umiltà e per gretto orgoglio: se Dio guarda il cuore, lo guarda sempre, non solo quando decido io !
  • Quando un papà insegna al bambino ad andare in bicicletta, dà delle regole e delle indicazioni affinché il bambino impari ad andare da solo. Queste regole e gesti non sono delle catene per tenere ancora il bambino vicino a sé, ma sono ciò che lo rendono autonomo, regole e gesti necessari affinché il bambino riesca ad andare lontano da solo con la bicicletta. Se vogliamo spiccare il volo con la mongolfiera dobbiamo certamente scaricare la zavorra ma poi dobbiamo osservare le regole che ci impone la fisica per poter volare lontano, queste regole non sono per zavorrare ma per liberare. Similmente dobbiamo liberarci della zavorra dei peccati ma per volare alto nella fede serve rispettare regole e gesti di bimillenaria sapienza e saggezza.

Cari sposi, insegnate ai vostri figli la ricchezza dentro i gesti più semplici della stare a Messa, in questo momento della liturgia dobbiamo stare in ginocchio anche se non c’è l’inginocchiatoio, sta accadendo il Miracolo della consacrazione sull’altare, sono in ginocchio anche gli angeli, chi siamo noi per non fare lo stesso? Coraggio, ogni gesto di fede aiuta la fede stessa, la alimenta e la sostiene: sia chi il gesto lo compie sia chi lo guarda.

Giorgio e Valentina.

Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione.

Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

Ma è tutta farina del tuo sacco ?

Dal primo libro dei Re (1 Re 17,7-16) […] Fu rivolta a lui (Elia) la parola del Signore: «Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». Egli si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. […] Elìa le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Quella andò e fece come aveva detto Elìa; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elìa.

Questo è un estratto della prima lettura di oggi, nella quale è raccontato un miracolo che il Signore ha operato per mezzo di Elia; è un episodio abbastanza noto, infatti viene citato da Gesù nel Vangelo di Luca:

(Lc 4,26) C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il Paese ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova a Sarepta di Sidone.

Gesù cita la fede della vedova di Sarepta per esprimere tutta la tristezza perché gli abitanti della sua città non hanno riconosciuto in lui il Messia, il Figlio di Dio. La vedova pagana credette alle parole di Elia che le trasmetteva la promessa di Dio di intervenire per salvarla dalla carestia. Chi era questa vedova? Una mamma, povera e addolorata, che però può accogliere chi è più povero di lei perché le molte prove vissute le hanno insegnato la ricchezza della gratuità; essa dona e condivide tutto ciò che ha per il proprio sostentamento e quello di suo figlio non sapendo che il miracolo sarebbe accaduto di lì a poco.

E non è finita qui, perché nei versetti seguenti il racconto prosegue con la morte di questo unico figlio che verrà riportato alla vita da un secondo miracolo operato da Dio per mezzo delle mani di Elia. Ci sono alcuni livelli di lettura di questo episodio che non ci permettono di farne un’analisi completa ed esauriente, ma ci limiteremo a qualche pennellata che possa aiutarci nel cammino di crescita dell’amore sponsale.

Se stiamo abbastanza in superficie potremmo imparare quanto sia cosa buona poter condividere il poco che si ha, anche se è tutto ciò che abbiamo, perché il Signore non guarda alla quantità di dono ma alla quantità di cuore donato nonché alla gratuità di questo dono. E già qui noi sposi abbiamo di che imparare: quando doniamo al nostro coniuge, doniamo tutto (anche se apparentemente sembra poco) ed in modo gratuito?

Molti sposi ci hanno testimoniato che a loro è accaduto un prodigio simile a quello di questa vedova, poiché il poco che uno donava in un momento di stanchezza (stanchezza nella relazione) si è rivelato nutrimento non solo per altro ma anche per se stesso tanto che ci si chiedeva se tutto questo nutrimento fosse farina del suo sacco! Sembrava infatti essercene poca di farina in quel sacco eppure ha sfamato l’amore di entrambi e per parecchi giorni: il Signore moltiplica il nostro poco!

Se facciamo un passo più all’interno notiamo come ci siano gli elementi per catalogare questo episodio come una prefigura della venuta del Messia : vi troviamo infatti l’anticipo dell’Eucarestia; e la troviamo naturalmente nella focaccia di pane che la vedova prepara per Elia, e nel particolare si può notare come a Dio non sia indifferente la “fame” di Elia (durante una carestia) tanto da disporre tutto per soddisfare il bisogno necessario per lui, così farà con noi nell’Eucarestia che è quella “focaccia di pane” che ci nutre soprattutto nei momenti di carestia; e proprio quando tutto intorno a noi sembra prospettarci la fine ecco che arriva quella “focaccia di pane” che non solo soddisfa nell’immediato ma alimenta anche la vedova ed il figlio per molti giorni. Così anche l’Eucarestia è quel pane divino, è quella nuova manna dal cielo che ci sostenta soprattutto quando intorno c’è carestia, e poi ci alimenta donandoci la forza per affrontare il cammino della vita “fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia”… come a dire che l’Eucarestia è cibo del Paradiso che ci basta fino al giorno della nostra morte ed inoltre ci salva dalla carestia, cioè dalla morte dell’anima.

Cari sposi, anche la nostra vita matrimoniale rischia di vivere dei momenti di carestia: carestia di gesti di affetto, carestia nella relazione, carestia nel rispetto, carestia nel saper morire a se stessi per l’altro, carestia nel dialogo, carestia nell’intimità sessuale, carestia nella accoglienza e dono reciproco, carestia negli ingredienti che servono a preparare la “focaccia dell’amore” di ogni santo giorno… può succedere, però abbiamo un rimedio che è l’Eucarestia, questo pane del cielo che non è solo del semplice “pane benedetto”, ma è veramente, realmente e sostanzialmente Colui che è l’Amore fatto carne, Colui che ci insegna ad amare il nostro coniuge, Colui che è la soluzione ad ogni carestia sopracitata perché la prima carestia che viene annientata è quella dentro il nostro cuore.

Coraggio allora sposi, per questo tipo di pane non esistono intolleranze o allergie, non esiste la celiachia spirituale… fidatevi di Colui che già ama più di voi il vostro coniuge, ma desidera amarlo/la insieme e attraverso ognuno di voi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /36

Continuiamo col testo della Preghiera Eucaristica I (Canone Romano) riportato sul Messale:

(Con le braccia allargate, prosegue) : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti. (Congiunge le mani.) (Tenendo le mani stese sulle offerte, dice ): Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e degnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Il sacerdote, dopo aver pregato il Padre per i vivi e averLo lodato per i santi, ora recita l’ultima e fervente supplica perché Lui accetti la nostra offerta e si degni di cambiare quest’ultima nel Corpo e nel Sangue del Suo Figlio diletto. In questa parte centrale e vitale della Messa sono ancor più importanti i gesti e le parole che il sacerdote è tenuto a compiere ; qui sopra le indicazioni dirette al celebrante le trovate tra parentesi, ma esse, purtroppo, sono spesso ritenute da tanti sacerdoti come indicazioni di massima, quasi come fossero auspicabili e volontarie, e non, come invece sono, dei gesti e delle parole OBBLIGANTI e DOVEROSE. Certo questo linguaggio diretto potrà suscitare reazioni “avverse”, ma in realtà all’inizio del Messale c’è una parte consistente che potremmo definire come “le istruzioni per l’uso e la lettura del Messale”, una sorta di legenda, quasi un manuale dentro un manuale, nella quale , tra le tantissime indicazioni, è scritto a chiare lettere al n.24 : “[…] Tuttavia, il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento“.

La prima supplica accorata ricorda al sacerdote stesso di essere un ministro di Dio ed a noi ricorda di essere la famiglia di Dio (se infatti col Battesimo siamo resi figli di Dio siamo anche fratelli tra noi) ; ma poi ci sono 3 richieste speciali :

  1. La prima è quella della pace : “disponi nella tua pace i nostri giorni“. Non è la pace che dà il mondo, ma la Sua pace, che deriva dal vivere nella Sua Grazia ; ma soprattutto con quel “disponi” ci ricorda che la Sua pace è un DONO di Dio e non uno sforzo umano, inoltre si fa menzione de “i nostri giorni”… la Chiesa pellegrina nel tempo non dimentica il proprio stato di precarietà su questa terra.
  2. La seconda è : “salvaci dalla dannazione eterna“. Giustamente la Chiesa non si stanca di ricordarci che la peggior cosa che ci possa capitare non è la malattia, la sofferenza, la tribolazione, nemmeno la morte, ma quella di morire in disgrazia, quella di dannarci eternamente… e la salvezza viene da Dio, non ci salviamo da soli con le nostre mani perciò il sacerdote prega a nome nostro con quel “salvaci”.
  3. La terza è “accoglici nel gregge dei tuoi eletti“. Finalmente la prospettiva del Paradiso ci viene presentata… che bello far parte di quel gregge che per sempre (davvero), per l’eternità non deve più pensare a procurarsi cibo in verdi vallate, che non deve più temere incursioni dei nemici, che non ha più paura di nulla e vive nella pace eterna perché ormai è perennemente con il Suo Buon Pastore.

I gesti che il sacerdote deve compiere sono molto antichi ed hanno significati e simbologie che ci sorpassano, per esempio le braccia allargate ricordano le braccia di Cristo in croce, quindi un abbandono totale alla volontà del Padre ; e poi le mani congiunte ci ricordano quell’antico gesto che si faceva per sancire la propria obbedienza di servi nelle mani del padrone, quindi anche noi obbediamo e siamo come schiavi (nell’amore) di Nostro Signore Gesù Cristo ; il terzo gesto indicato sono le mani stese sull’oblazione dell’ostia e del calice, così come anticamente il gran sacerdote le poneva sulla vittima del sacrificio così queste mani ricordano al celebrante stesso ed a noi fedeli che quell’offerta sarà fra pochi attimi proprio la vittima del sacrificio e NON sarà una semplice memoria degli ultimi gesti di Gesù con del “banale” pane benedetto.

Da ultimo vorremmo soffermarci sulla seconda parte della preghiera : “diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo “:

  • Anzitutto quel “per noisignificaa favore nostro, in nostro favore” ; non significa che l’offerta diventi Corpo e Sangue solo ed esclusivamente per noi che siamo lì presenti mentre per tutti gli altri no ; non significa nemmeno “secondo noi, secondo il nostro pensiero” perché il pane ed il vino diverranno Corpo e Sangue comunque, aldilà che noi ci crediamo o no, anche se non dovesse crederci nessuno dei presenti compreso il sacerdote (come avvenne nel miracolo eucaristico di Bolsena nell’estate del 1263).
  • Le mani del sacerdote sono state consacrate con l’olio santo, sicché tutte le volte che lui stende le mani scende lo Spirito Santo, ma anche quando tocca qualcosa o qualcuno deve farlo con questa consapevolezza, e cioè di agire in persona Christi, con questo gesto che il sacerdote compie lo Spirito Santo di Dio scende… capito bene ? Non è che sia un gesto tanto per fare un po’ di teatro… scende la terza persona stessa della Santissima Trinità, lo Spirito Santo… nel mese di Giugno siamo soliti celebrare la festa della Pentecoste, ma in realtà ad ogni S. Messa scende lo Spirito Santo, è come se succedesse una nuova Pentecoste, tutte le volte. Noi la celebriamo solennemente una volta all’anno, ma essa è stata istituita per ricordarci che lo Spirito Santo non scende solo in quel giorno… il problema nostro è che non usiamo così spesso gli occhi della fede quando siamo lì a Messa, ma se potessimo vedere le realtà spirituali vedremmo come un fascio di luce potentissimo e luminosissimo uscire dalle mani del sacerdote… se si potesse vedere con gli occhi corporei ci vorrebbero i Carabinieri ad ogni S. Messa fuori sul sagrato per tenere a bada la gente che vorrebbe entrare in chiesa anche solo per poter vedere questo miracolo.

Care famiglie, andate dai vostri sacerdoti a farvi benedire, insistete e chiedete la benedizione di Dio per mano loro, chiedete soprattutto che vi tocchino con la mano sul capo mentre recitano la preghiera di benedizione… Valentina ed io abbiamo spesso chiesto e ricevuto queste benedizioni e non possiamo esprimere fino in fondo le sensazioni e le grazie che abbiamo ricevuto, forse la descrizione più vicina alla verità è che si avverte come un fuoco benefico che penetra partendo dal capo e pervade tutta la persona, soprattutto quando siamo stati benedetti da vescovi e cardinali.

Cari sposi, ci siamo ripetuti spesso che il nostro Sacramento del Matrimonio ha molto a che fare con la carne, anzi potremmo quasi chiamarlo il sacramento della carne/corpo poiché senza di esso il sacramento non sussiste e l’amore non è scambiato tra i due sposi… ebbene, non crediate che il tatto non abbia a che fare con il sacramento dell’Ordine, infatti ai sacerdoti vengono unte le mani con una unzione che è più indelebile dei tatuaggi, è da quella unzione a forma di croce che passa lo Spirito Santo quando ci benedicono, quando consacrano, quando ci assolvono dai peccati… una bellissima pratica è quella di baciare (ancora il corpo protagonista) le mani del sacerdote dopo la S. Messa perché grazie a quelle mani l’ostia ed il vino sono divenuti il Corpo, Sangue Anima e Divinità di Gesù Cristo.

Coraggio sposi, manifestiamo la nostra fede anche col corpo ai nostri sacerdoti, per loro sarà una edificazione nel cammino di santità, il primo passo per cambiare è sentirsi amati e valorizzati. Cari sacerdoti, non abbiate paura ad essere “fuori moda”, anzi… noi vi vogliamo solo fuori moda perché antichi e sempre nuovi.

Giorgio e Valentina.

Attori oppure CEO?

Nella liturgia odierna la prima lettura ci sprona così:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,9-16b) Fratelli, la carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene; siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Alcune volte la Parola di Dio sembra cucita apposta sulle nostre vite, è un’esperienza che possiamo fare tutti poiché essa è viva, non è un libro qualsiasi, non è una raccolta di saggi o aforismi, ma è uscita dal pensiero di Dio, è come se Dio avesse chiesto di trascrivere il proprio pensiero ad alcuni uomini scelti ed abbia guidato la loro mano nel redigere i vari libri; ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è il Verbo fatto carne, la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù, ecco perché essa è viva e non è lettera morta, a patto che apriamo il cuore alla Sua azione.

Alcune volte troviamo episodi e riferimenti tipici dell’epoca in cui sono stati redatti i vari scritti, ma questo non ci deve distogliere dall’aprire il cuore allo Spirito Santo che agisce nella Parola, poiché questi riferimenti sono solo come l’estetica esterna di una scatola, non il suo contenuto; essi sono come il pretesto per dire qualcosa circa il cuore dell’uomo e soprattutto quello di Dio. In questo caso S. Paolo sta scrivendo alla comunità di Roma, ma visto che questa è solo la parte estetica esterna alla scatola, vediamo cosa troviamo all’interno di essa.

Innanzitutto c’è un lungo elenco di suggerimenti/ordini molto pratici ed utili che possono benissimo essere applicati aldilà del proprio stato di vita, proprio per questo li dobbiamo sentire indirizzati per noi sposi; se lo stile dell’amore deve caratterizzare la comunità cristiana, quale miglior comunità esiste di quella domestica, nella quale si impara ad amare?

Potremmo passare in rassegna ogni ordine elencato, ma sarebbe solo un’approfondimento di consigli saggi se dimenticassimo il fulcro di tutto ciò, e cioè l’incipit iniziale “la carità non sia ipocrita“. Sembra una frase da cartello stradale della Pubblicità Progresso, ma dobbiamo intenderla bene: il termine carità usato da S. Paolo è la forma più alta dell’amore, quella che in greco è “charis” ed in latino è “caritas“, e cioè l’amore disinteressato, l’amore che imita quello di Cristo; altrove infatti S. Paolo parla della “carità di Cristo“.

Ma cosa significa che la carità non deve essere ipocrita? Il termine ipocrita usato negli scritti paolini ha il significato di “attore” [dal lat. hypocrĭta, dal gr. hypokritḗs ‘attore’, quindi ‘simulatore’].

Cari sposi, probabilmente alcuni di noi da giovani avevano velleità per il cinema o la televisione, mentre qui l’apostolo ci richiama a non fare gli attori, ma non inteso come professione rispettabile, ma attori nell’amore, attori nella carità. Probabilmente il nostro Paolo aveva visto tante rappresentazioni teatrali nei suoi lunghi viaggi perciò sapeva bene in cosa consistesse la professione dell’attore.

Cosa fa un attore? Di fronte ad alcuni (il pubblico) si comporta in un modo che non è la propria vera identità, la quale viene a galla solo con altri (vita privata).

Cari sposi, qual è la nostra vera identità di sposi in Cristo?

Fare le veci di Dio per il nostro coniuge, essere come dei rappresentanti legali della Trinità, siamo come dei CEO nell’azienda della Carità di Cristo. Infatti come ai veri CEO così anche ad ogni sposo/a sono demandate, in ambito societario e aziendale, le maggiori responsabilità in materia di gestione e decisioni strategiche, e questa azienda a gestione famigliare è la CARITA’, la carità vera che imita e proviene da quella di Cristo, siamo quindi in società con Lui.

Gli sposi e le spose che si amano con questa caratteristica gareggiano nello stimarsi a vicenda, non sono pigri nel bene, sono ferventi nello Spirito, perseverano nella preghiera e vivono tutti gli altri atteggiamenti descritti in questo brano paolino.

Ma come facciamo a vivere tutto questo? Cominciando da un ordine, per esempio possiamo cominciare con il gareggiare nello stimarci a vicenda, piano piano che il nostro amore crescerà, questo atteggiamento virtuoso si trascinerà dietro le altre virtù; e le virtù vissute scacciano i vizi contrari ad esse.

Coraggio sposi: provare per credere!

PS: Per chi avesse ancora dei dubbi, il Signore ci ha dato un comando: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, l’amore sponsale è quindi un obbligo, dolce ma pur sempre obbligo/comando, a noi tocca eseguirlo da bravi discepoli.

Giorgio e Valentina.

Nuovi terremoti!

Ecco la prima lettura di oggi :

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,22-34) : In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Ci rendiamo conto della lunghezza del testo ma ci sembrava buona cosa citarlo tutto questa volta, ciononostante ci soffermeremo solo su alcuni particolari.

Ad una prima lettura sembra non avere molto senso la richiesta che il carceriere pone a Paolo: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». In effetti potrebbe sembrare una richiesta d’aiuto solo per salvarsi dalle conseguenze nefaste di tale evento sulla propria carriera di carceriere, eppure per Paolo e Sila la domanda ha un solo canale di uscita, una sola possibile risposta: egli chiede la salvezza di Gesù. Ma cosa ha suscitato in lui tale coscienza? Lo scrittore non riporta che il carceriere si sia intrattenuto in colloqui informali con i due carcerati Paolo e Sila, inoltre quando accade il terremoto annota che lui si svegliò, un modo come un altro per dire che, siccome dormiva, proprio non se li filava per niente i due carcerati, anzi, pare che la decisione di gettarli nella parte più interna e brutta del carcere fosse sua.

Quindi, cos’è che ha suscitato in lui la richiesta di conversione? La risposta di Paolo : «Non farti del male, siamo tutti qui».

Praticamente si sente amato, lui che li aveva maltrattati gettandoli nella parte più interna e buia del carcere, lui che probabilmente aveva assistito alle loro torture, lui che li aveva trattati come animali pur vedendoli torturati e coi vestiti strappati, lui che aveva assicurato i loro piedi ai ceppi, ed invece proprio lui si sente amato perché Paolo gli grida di non farsi del male; probabilmente aveva assistito a scene simili chissà quante volte, e spesso magari era stato ricambiato con insulti, improperi o minacce, ma questa volta è tutto diverso, questa volta lui si può permettere di dormire perché i carcerati non lo insultano con cori minacciosi e oltraggiosi per tutta la notte, no, questa volta tutto è paradossalmente tranquillo, perché? Per il fatto che gli unici che avevano il diritto di reclamare la propria innocenza, cioè Paolo e Sila, invece di urlare o sbattere i pugni contro le sbarre, si mettono in preghiera cantando inni a Dio.

Cari sposi, cosa facciamo noi quando siamo trattati come Paolo e Sila? Questo è un grande insegnamento per noi sposi, noi che spesso non le mandiamo a dire quando veniamo calpestati e vediamo che i nostri sforzi d’amore vengono vanificati, ignorati o denigrati. Noi che spesso non vediamo l’ora che l’amato/a si accorga dei nostri gesti affinché almeno ci ringrazi. Ed invece Paolo e Sila ci insegnano che quando siamo nella tribolazione dobbiamo stare in preghiera ed innalzare inni a Dio, soprattutto quando siamo ingiustamente trattati male, dobbiamo quindi riporre la nostra fiducia e la nostra consolazione in Dio.

Ma nella vita di coppia è più frequente stare dalla parte del carceriere aldilà dell’innocenza dell’altro/a, ed ecco così che fissiamo bene il nostro coniuge nella zona più interna delle prigioni che noi stessi abbiamo creato, prigioni che sono molto più invalicabili di quelle di Filippi, casomai lui/lei provasse una fuga.

Il miracolo a cui assistette il carceriere è possibile ancora oggi anche dentro le nostre relazioni malate, ad una condizione : che si “cantino” inni a Dio in preghiera per amare il nostro carceriere. Il miracolo avviene solo dopo che Paolo e Sila pregano (e cantano), perché sperano più nella ricompensa di Dio che negli aiuti umani. Anche noi sposi dobbiamo amare il nostro coniuge con la piena fiducia nella ricompensa di Dio più che negli aiuti umani.

Dobbiamo imparare da Paolo e Sila a non portare rancore nonostante la nostra innocenza, vera o presunta, ed innalzare inni a Dio per amare ancora di più il nostro amato/a di un amore più grande: quello stesso di Dio.

Coraggio sposi, il sacramento ci ha abilitato ad amare con questo stile, ne siamo divenuti capaci, forse non saremo subito dei campioni ma ne siamo capaci, basta allenarsi.

Giorgio e Valentina.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 35

Continuiamo l’analisi della Preghiera Eucaristica I, la quale dopo la menzione della porzione di Chiesa pellegrina ( vedi puntata precedente ), continua con la memoria della Chiesa trionfante:

Memoria dei santi. In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i tuoi santi apostoli e martiri : Pietro e Paolo, Andrea, [Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo ; Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano] e tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Con le braccia allargate, prosegue : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti.

Come abbiamo già ricordato nel primo affondo sulla Preghiera Eucaristica I, qua sono citati 24 nomi di santi apostoli e martiri, che richiamano sicuramente i 24 vegliardi che nella visione di Giovanni nel libro dell’Apocalisse stavano intorno al trono dell’Agnello. Sicuramente è stata fatta una scelta che necessariamente ha “escluso” alcuni santi, i quali non sono stati discriminati per chissà quali ragioni, ma semplicemente bisognava stare nel numero di 24 e siccome i primi 12 sono gli Apostoli restavano liberi solo altri 12 nomi; ed in questo secondo elenco ci sono 12 papi, vescovi e martiri dei primi tempi del cristianesimo, è una scelta dettata un po’ dall’epoca in cui è stata redatta questa preghiera e un po’ dal fatto che ricordare questi primi santi ci aiuta a non perdere memoria delle radici anche storiche della nostra fede e secondariamente ci ricorda che il sangue dei martiri genera nuovi cristiani come il concime per il terreno.

Ovviamente non si può citare la Chiesa trionfante senza nominare la Madonna, ed infatti la preghiera comincia proprio con il suo ricordo e la sua venerazione; vogliamo far notare che in queste poche parole iniziali sono contenuti già molteplici insegnamenti a cui accenneremo solo, sia per limiti personali sia perché non è il nostro obiettivo primario. Mettiamo in evidenza qualche parola:

  • In comunione con tutta la Chiesa. Già da questa apertura possiamo notare come la Messa sia fonte di unità non solo per tutto il popolo convenuto alla celebrazione, ma anche e soprattutto ci unisce alle anime del Paradiso, è quell’atto rituale che ci fa sperimentare la cosiddetta comunione dei santi; l’abbiamo ripetuto più volte ma è sempre bello ricordare che la Messa è un anticipo su questa terra delle realtà celesti, in altre parole un antipasto del Paradiso. E perché siamo in comunione? Perché la liturgia del Cielo è una lode perenne all’Agnello, il quale ha sicuramente accanto a sé la Sua Madre Santissima che riceve la giusta venerazione che Le spetta in quanto Madre di Dio e Regina del Cielo.
  • Ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria. E’ un condensato di Catechismo questa frase, perché ci ricorda di venerare la Madonna e non di adorarla, poiché Ella è una creatura, certo la più sublime e la più perfetta, la tutta bella, la tutta santa, ma pur sempre creatura e non una dea, o una sorta di Dio Padre al femminile. Poi ci dice che è gloriosa, altro che la ragazzina un po’ sprovveduta ed incosciente che ha accettato dall’arcangelo Gabriele la proposta del Padre come fosse un giochetto, altro che una ragazza come tante, altro che una brava ragazza come ce ne sono tante, NO! Queste sono solo alcune frasi che abbiamo sentito in più di qualche omelia purtroppo, sono tentativi malriusciti di sminuire la figura gloriosa della Madre di Dio. Non vogliamo approfondire questa tematica ma vogliamo porre una domanda provocatoria: ma vi pare che il Padre abbia pazientato per secoli la pienezza del tempo per inviare il Suo unico Figlio e lasciarlo in mano ad una ragazzina sprovveduta, una tra tante, una qualunque? Non vi sembra ovvio e logico che si sia preparato una madre degna di ospitare nel proprio utero purissimo nientedimeno che il Dio fatto uomo, il Messia atteso da secoli, il Salvatore del genere umano? Non avremmo forse agito così anche noi al posto del Padre?
  • Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. Anche qui si ribadisce una verità della nostra fede, e cioè non solo che la Madonna è madre, ma soprattutto che lo è del nostro Dio. L’accento non è sulla maternità di Maria, ma sull’Incarnazione del Verbo di Dio come vero uomo. Ed anche quest’accentuazione sbugiarda da sola le maldicenze che vogliono farci allontanare dalla Madonna con la scusa che essa ci allontanerebbe da Dio, infatti la seconda parte della frase annota che questo Dio è il Signore nostro Gesù Cristo. Quindi la presenza della Madonna non mette in secondo piano né svilisce Gesù, ma al contrario : siccome a Dio è piaciuto donarci Gesù attraverso Maria, chi siamo noi per toglierla di mezzo e decidere di poter fare a meno di lei?
  • San Giuseppe, suo sposo. Anche per il glorioso San Giuseppe vale la stessa domanda provocatoria di poco fa: se voi foste stati al posto di Dio Padre avreste affidato il vostro unico figlio ad un falegname/carpentiere qualunque? Se già è stata scelta la madre purissima di quel bambino preziosissimo (che è il Salvatore/Messia), poteva essa fare affidamento su uno sposo come tanti, o bisognava trovare un uomo speciale per questa missione speciale? La risposta logica ci fa capire come San Giuseppe sia spesso sottovalutato come una figura di secondo piano, purtroppo ancora poco conosciuto, amato, pregato, venerato. Ed invece è la persona sulla quale ha scommesso la propria quotidianità la Madre di Dio; la Regina del Cielo, la Vergine purissima, poteva sposare un uomo che non avesse la dignità di un re? Poteva dirsi sposa di un uomo non purissimo, di un uomo non casto? Impossibile! Perciò cari sposi, quando si dice che la famiglia è una chiesa domestica, quale migliore modello possiamo avere se non la Santa Famiglia?
  • E tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Dopo San Giuseppe c’è l’elenco dei 24 nomi di cui sopra, e poi si chiede al Padre di esaudirci non per la bontà delle nostre richieste, ma per i meriti di questi nostri fratelli che ci hanno preceduto. Cari sposi, la Santa Messa è anche una scuola di preghiera: quando ci troviamo di fronte ad una difficoltà dobbiamo far ricorso ai santi, e presentare al Signore la nostra richiesta attraverso i meriti dei santi che invochiamo, perché il Signore si intenerisca di fronte ai suoi figli prediletti che già stanno vicino a Lui nella gloria del Paradiso, e magari sono quei 24 vegliardi che incessantemente cantano la lode e la gloria dell’Agnello.

Coraggio famiglie, la Domenica possiamo sperimentare la comunione dei santi, invocandone l’intercessione, abbiamo degli amici in Cielo e per il posto in Paradiso si può essere dei “raccomandati“.

Giorgio e Valentina.

Passe-partout per il regno di Dio?

Ecco una piccola parte della prima lettura proposta oggi nella liturgia:

Dagli Atti degli Apostoli (At 14,19-28) […] [Paolo e Barnaba] Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia […] .

Prosegue il ciclo di letture dal libro degli Atti degli Apostoli, il quale libro è un resoconto preciso quasi come fosse un manuale del perfetto evangelizzatore e discepolo del Maestro, ecco perché troviamo così tanti riferimenti geografici e altri particolari, proprio a testimonianza di come il Vangelo sia stato proclamato al mondo intero (fino ad allora conosciuto).

In questo contesto troviamo molte descrizioni di cosa comporti l’evangelizzazione e la testimonianza del Vangelo, nonché i racconti delle prove alle quali sono stati sottoposti i discepoli per difendere la propria fede in Gesù Cristo. Ed è proprio a queste prove che volgeremo la nostra riflessione, non tanto per considerarle una ad una nei loro aspetti esteriori, quanto per fare nostra la frase centrale “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni“.

Apparentemente sembra una frase che Paolo e Barnaba usano indirizzate a se stessi quasi a rassicurare i discepoli probabilmente un poco smarriti di fronte alle molte difficoltà incontrate dai loro evangelizzatori di fiducia, infatti ne troviamo conferma nella parole introduttorie: “confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede“. Ma forse la Parola di Dio ci vuole dire ancora di più, infatti come primo significato ci vuole sicuramente testimoniare con quanto zelo e difficoltà il Vangelo si sia diffuso fino ad arrivare a noi, ma dall’altra ci chiede conto di questa ricchezza che ci troviamo tra le mani.

E’ un po’ come se ci dicesse che se vogliamo stare dalla parte di Cristo dobbiamo essere disposti a soffrire, nessuno si illuda di andare in Paradiso senza passare dalla Croce. Sembrano far eco le parole del Maestro quando a più riprese ha messo in guardia chi lo volesse seguire con tanto entusiasmo affinché non diventasse il discepolo entusiastico ma non perseverante… un po’ come il fuoco di paglia.

Cari sposi, a Gesù non dispiace affatto l’entusiasmo nella fede, ma non vuole che il nostro matrimonio sia come quel fuoco di paglia che dura poco nonostante le fiamme iniziali siano molto belle e alte. Il nostro matrimonio deve avere quella caratteristica che Paolo e Barnaba hanno evidenziato nella lettura, e cioè che le tribolazioni che passiamo non ci scoraggino, ma possiamo vederle come il passe-partout del regno di Dio, come una chiave di accesso attraverso la quale sperimentare già in questa vita la bellezza del regno di Dio in mezzo a noi.

Spesso abbiamo molte domande su questo “regno di Dio”: cosa sia esso, che tipo di regno sia, chi sia il Re e chi siano i sudditi, dove trovarlo e come viverlo, ecc… ma quasi mai ci chiediamo come si faccia ad entrarvi. Se uno volesse andare a casa di un amico, bisogna che conosca l’indirizzo e come potervici entrare, deve sapere se sia sufficiente presentarsi al citofono oppure se l’amico gli faccia avere un paio di chiavi della porta d’entrata… similmente per entrare in questo regno c’è una porta con una chiave di accesso, il nostro pass-partout sono le nostre tribolazioni.

Tranquilli, non siamo estimatori del pessimismo né tantomeno masochisti, semplicemente dobbiamo considerare che se diciamo di essere discepoli del Maestro significa che la nostra vita deve tendere alla Sua imitazione; perciò se il Padre ha scelto la via della sofferenza anche per il Figlio che non aveva colpa alcuna, significa che quella è la via maestra, appunto, e non è un gioco di parole. Questo ci autorizza al vittimismo, al masochismo? Nient’affatto, però ci mette in guardia di fronte alle difficoltà che nella vita incontriamo a causa del Vangelo, come a dire che esse fanno parte del gioco.

Cari sposi, siamo disposti a questo? In linea teorica siamo sicuri che molti risponderanno di sì, ma poi quando ci tocca la vita? facciamo qualche esempio…….Siamo disposti a tacere in una discussione accettando le critiche del nostro coniuge? Siamo disposti a contare fino a mille prima di rispondere con un insulto o prima di sbattere la porta in faccia a lei/lui? Siamo disposti a mettere al primo posto il TU e il NOI piuttosto che il nostro IO? Siamo disposti ad essere sbeffeggiati (magari anche dal nostro coniuge) solo perché la Domenica non perdiamo MAI la S. Messa?

Carissimi sposi, la vita matrimoniale è un dono prezioso che il Signore ha messo nelle nostre mani affinché ci potessimo aiutare l’un l’altra nell’avvincente cammino della santità. Non sapete come diventare santi? Cominciate ad imitare il sacrificio di Gesù nella vostra casa e nella vostra relazione matrimoniale. Impossibile? No, con Dio anche l’impossibile diventa possibile.

Entrare nel regno di Dio significa anche vivere un matrimonio santo, bello, sereno e felice, non perché vada sempre tutto bene e non ci siano mai malattie, dolori, incomprensioni, difficoltà, persecuzioni, ecc… no, ma perché anche nelle tribolazioni abbiamo un Re che non ha esitato a dare la Sua vita per noi e non ci molla neanche per un attimo con la Sua Grazia che è fonte di Pace, ma non la pace che dà il mondo. Qual è il regno di Dio per gli sposi? Il loro matrimonio.

Coraggio, adesso sappiamo qual è il passe-partout.

Giorgio e Valentina.

C’è sempre una prima volta!

La liturgia di oggi ci dona questa prima lettura :

Dagli Atti degli Apostoli (At 11,19-26) In quei giorni, quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso quale era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Avrete certamente notato come la prima lettura nel tempo pasquale sia tratta per la quasi totalità dal libro degli Atti degli Apostoli. E questo a motivo della gloriosa risurrezione di Gesù, coloro che erano fuggiti impauriti e si erano nascosti per timore di essere catturati ecco che dopo la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo vengono trasformati in impavidi e tenaci dando inizio a quella meravigliosa avventura dell’evangelizzazione “ad gentes”, cioè non solo ai Giudei ma a tutte le genti.

Questo brano ha il suo fulcro su due frasi : “cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore” e “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.“. E vedremo che sono due frasi che possono benissimo essere rivolte a noi sposi.

Abbiamo già sottolineato come all’inizio dell’evangelizzazione i discepoli si rivolgevano esclusivamente ai Giudei, ma non per cattiveria nei confronti degli altri popoli, ma semplicemente perché erano convinti che Gesù, essendo Lui stesso Giudeo, fosse venuto per salvare solo i Giudei, dovevano ancora capire tante cose nonostante fossero gli Apostoli scelti dal Maestro, avevano un percorso da fare anch’essi dentro di sé. Perciò consideravano i greci un popolo non-eletto e quindi non degni di ricevere questa grande notizia di Gesù risorto.

Purtroppo è una mentalità ancora diffusa e ci sono tante coppie di sposi che non ritengono degne altre coppie di ricevere quest’annuncio per i più disparati motivi. Se per i discepoli del brano in questione è scusabile l’atteggiamento di chiusura, non si può dire di certo lo stesso per noi oggi. Il popolo eletto non è più formato da giudei, ma il popolo eletto è fatto da ” i battezzati”; noi sposi non possiamo decidere chi è degno dell’annuncio e chi no. Non dobbiamo rinunciare ad evangelizzare sempre e comunque, il resto lo fa lo Spirito Santo; la fede in Gesù Signore deve essere una proposta di salvezza e non un’imposizione dall’alto.

Ma ci sono anche coppie che si sentono come quei Greci a cui non veniva fatto l’annuncio perché stranieri, perché non-eletti. Si negano da se stesse fin dal principio la possibilità di vivere per l’eternità in Cristo Gesù e di riconoscerLo come il Signore delle loro vite, dei loro cuori. La maggior parte delle volte, queste persone usano queste argomentazioni come scudo, perché cambiare fa male, è come un po’ morire e quindi preferiscono restare nel “loro brodo”. Cari sposi, non esistono delle coppie escluse dall’Amore di Dio che promana dalla Sua Croce, quando Gesù si è immolato non lo ha fatto solo per alcuni, lo ha fatto per tutti, sta a noi la scelta di accettare la Sua salvezza o di continuare per la nostra strada.

La seconda frase “Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” ci piacerebbe che la sentissimo rivolta ad ognuno di noi sposi, se al posto di Antiochia mettessimo i nostri due nomi, oppure “noi coppia” . All’interno di ogni coppia di sposi Cristo dovrebbe trovare la sua dimora, dovrebbe starci comodo in mezzo a noi due. Cari sposi, facciamo posto a Cristo perché chi ci vede possa esclamare: quei due si possono chiamare cristiani perché si vede che sono di Cristo.

Coraggio, lasciatevi invadere da Cristo senza paura… c’è sempre una prima volta !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 34

Continuiamo la preghiera Eucaristica I seguendo il Messale :

Intercessione per i vivi .
Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.].
Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare.
Poi, con le braccia allargate, continua:

Ricordati di tutti coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode, e innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.

La Chiesa non è solo quella che vediamo organizzata con le umane istituzioni, poiché essa è la porzione più piccola ed anche la meno santa, non dobbiamo dimenticare che la Chiesa è composta da tre porzioni : quella trionfante (in Paradiso, con angeli e santi, con la Madonna e Gesù), quella purgante (in Purgatorio) e quella militante (ancora su questa terra). Nella preghiera Eucaristica I sono menzionate tutte e tre queste porzioni di Chiesa, e per ognuna di essa ci sono preghiere intrise di una fede immutata di sempre.

Fin dalle prime volte che ascoltammo queste parole di intercessione per i vivi ci sentimmo un po’ interpellati, poiché il sacerdote prega per “coloro che sono qui riuniti, dei quali conosci la fede e la devozione“. Forse eravamo un poco distratti dall’ambiente esterno, non pienamente consapevoli di cosa stesse accadendo, eppure il sacerdote pregò con queste parole e destò subito la nostra attenzione… nonostante siamo qui un po’ distratti il prete prega per noi, intercede presso Dio al posto nostro ed in favore nostro, raccomandando noi presso l’Altissimo e quasi assicurando lui in prima persona circa la bontà della nostra fede e devozione… che coraggio !

Che coraggio cha dimostra la Chiesa nel mettere sulla bocca dei nostri sacerdoti una simile ardita preghiera !

Cari sposi, ma siamo proprio così sicuri di poter meritare che il nostro parroco ci metta la faccia al posto nostro davanti al Signore Onnipotente quasi scommettendo sulla nostra fede e devozione ?

Se ci fermiamo un attimo a pensare dobbiamo dedurre che la Chiesa ha in grande considerazione i suoi figli che ancora militano su questa terra, viene da pensare che sia più convinta lei della nostra fede piuttosto che noi stessi. Certamente questa preghiera è ardita e ci dà tanto materiale su cui lavorare per un sincero esame di coscienza e per un serio lavoro di conversione personale e di coppia.

Succede così anche nelle cose umane : se il capoufficio andasse dal datore di lavoro per aiutarci nella promozione, e si mettesse ad esaltare la dedizione che abbiamo per il nostro lavoro, la cura dei dettagli e la precisione che profondiamo in ogni aspetto della nostra mansione, sicuramente ci daremmo da fare per essere all’altezza della nostra descrizione così fin troppo generosa. Similmente accade lo stesso in questa preghiera in cui la parte del capoufficio è affidata al sacerdote che celebra.

Cari sposi, abbiamo un intercessore che parla bene di noi davanti all’Altissimo, a noi il compito dunque di esserne degni affinché le sue parole diventino sempre più realtà viva.

La seconda parte della frase parla del “sacrificio di lode” , sembrano due parole apparentemente in contrasto tra loro poiché siamo soliti associare alla parola “sacrificio” un’azione che ci costa un po’ di fatica mentre invece lodare il Signore ci appare un’azione gioiosa e quasi rilassante. Le parole a cui si rifà questa preghiera sono parole che troviamo in alcuni Salmi ma anche negli scritti paolini, perciò non sono invenzioni della Chiesa, sono parole che la Chiesa ha fatto sue e le ha raccolte nelle sue orazioni sullo stile di preghiera imparato nella Bibbia.

E proprio imitando lo stile della Parola di Dio la Chiesa ci insegna che dare lode a Lui è un sacrificio nel senso etimologico del termine, cioè significa “fare qualcosa (un rito) di sacro” oppure “rendere sacro“. Ed in effetti lodare Dio è un’azione sacra che coinvolge tutto l’essere, poiché attraverso la lode si sperimenta la misericordia di Dio, ci si abbandona a Lui, si partecipa della gioia dello Spirito Santo, si ritrova la pace perduta, ecc… ma è anche un sacrificio nel senso che rinunciamo a qualcosa per amore di Dio.

Infatti, se innanzitutto e soprattutto cominciamo a lodare il Signore certamente rinunciamo a presentarGli le nostre interminabili richieste di vario tipo, ordine e grado. Se la nostra preghiera fosse solo una supplica sarebbe povera perché incentrata sui nostri bisogni e quindi si correrebbe il rischio che il centro della preghiera non sia la comunione con Dio né un dialogo con Lui né tantomeno Lui stesso, ma il centro saremmo noi stessi con i nostri bisogni (presunti o reali) di questa vita. Se invece imparassimo a lodare sempre e comunque scopriremmo che niente è scontato, scopriremmo la grandezza del ringraziamento, la grandezza di una fede certa ed indefettibile in un Dio che ci è Padre e ci accompagna ; con la sua misericordia ci precede e ci guida ; impareremmo inoltre a confidare in un Dio che non delude chi confida in Lui; diremmo ai nostri problemi che non ci vinceranno perché abbiamo Dio come Padre; invece di parlare con Dio facendo il resoconto delle nostre problematiche e chiedendo la soluzione che noi pensiamo migliore faremmo come Maria a Cana, e cioè ci limiteremmo a presentarGli i nostri problemi ma lasciando a Lui il pieno potere e controllo sulla nostra vita e sui problemi.

In poche parole il sacrificio della lode è una vera scuola di preghiera.

Da ultimo, questa preghiera Eucaristica I ci insegna le priorità nella vita : “per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.” Come potete notare la prima e necessaria cosa da chiedere all’Onnipotente è la nostra redenzione ; la salute fisica è all’ultimo posto. Chi ha orecchie per intendere…

Giorgio e Valentina.

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Identikit come la Digos!

In questi giorni ancora freschi della notizia sconvolgente della Pasqua, la Chiesa ci fa leggere, come prima lettura della Messa, dei brani tratti dal Nuovo Testamento che sostituiscono quelli del Vecchio da cui di solito viene tratta la suddetta lettura. Ciò a significare, a confermare, la risurrezione di Gesù come evento a cui il Vecchio Testamento tendeva, Gesù infatti ci ricorda diverse volte che Lui è venuto per portare a compimento il Vecchio. In questo festoso giorno in cui la Chiesa celebra i due santi apostoli Filippo e Giacomo ci viene proposto questo brano:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1 Cor 15,1-8a ) : Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Ci sembra importante sottolineare la parte centrale in cui Paolo ci ricorda di aver tramesso quello che anche lui ha ricevuto. Ed in effetti è proprio questo il compito degli evangelizzatori, altrimenti non sarebbero definibili tali. Ma serve una patente speciale che attesti l’essere evangelizzatori o testimoni?

Ci sono alcune scuole per evangelizzatori, ma queste servono solamente per apprendere diverse tecniche di linguaggio umano, per conoscerle ed imparare a padroneggiarle, ma non saranno mai in grado di far diventare un ateo un evangelizzatore poiché la mera tecnica non basta se non si è incontrato Gesù. Quali sono dunque le caratteristiche di un buon evangelizzatore/testimone?

Non è nostra intenzione fare un trattato sull’argomento, ma vorremmo semplicemente tentare di abbozzare un identikit come quelli che divulgano i poliziotti della Digos per catturare il malvivente ricercato. Desideriamo innanzitutto tranquillizzare i nostri lettori che si staranno già chiedendo quale tipo di requisiti siano indispensabili per diventare un testimone/evangelizzatore: non sono necessarie specifiche abilità da palcoscenico, né da showman, né da speaker radiofonico, né da presentatore televisivo.

Il primo requisito è essere battezzato poiché è il Sacramento che ci ha catapultati nella vita eterna e ci ha strappati dalle grinfie sataniche. Poi di sicuro sarebbe meglio essere anche cresimati, poiché questo Sacramento ci rende abili alla testimonianza e ci infonde il coraggio del martirio, infatti martirio significa testimonianza. Cari sposi, per caso vi siete accorti che questi due Sacramenti sono indispensabili per il Sacramento del matrimonio? Ed è proprio la natura del matrimonio che li sottende entrambi. Infatti col Battesimo veniamo inabitati dalla Santissima Trinità e diventiamo sacerdoti, re e profeti, ma poi tutto ciò ha bisogno per così dire di una spinta in più, come quando le mamme spengono il forno perché le lasagne sono già pronte, ma se le vogliono perfette le devono rimettere nel forno spento ma ancora caldo affinché si formi quella crosticina che dona croccantezza ed un gusto unico al piatto… la Cresima assomiglia in qualche misura a quella crosticina delle lasagne.

Ed è proprio quella croccantezza della Cresima che rende il gusto dell’amore che ci scambiamo unico ed irripetibile dentro la relazione sponsale; l’evangelizzazione/testimonianza si deve toccare con mano dentro il matrimonio e poi si deve allargare come i cerchi concentrici dell’acqua verso tutte le altre realtà esterne alla coppia.

Continuiamo l’identikit: se non ho ricevuto niente da Cristo di chi sono testimone? S. Paolo ci avverte implicitamente quando dice di aver trasmesso ciò che ha ricevuto per primo. Come può uno sposo amare la propria sposa dell’amore di Cristo se per primo non ne fa esperienza? Come potrà una sposa amare con la tenerezza e la misericordia di Dio se prima non ne fa esperienza? Cari sposi, il primo luogo (dopo la liturgia sacramentale) dove incontrare Gesù risorto è la nostra casa, la nostra sponsalità, la nostra relazione. Dobbiamo impegnarci personalmente nel cammino di santità affinché possiamo donare al nostro consorte ciò che per primi abbiamo ricevuto da Cristo stesso, e nello stesso tempo dobbiamo dare spazio e tempo al nostro amato/a per poter crescere nell’esperienza personale di incontro con Lui.

Coraggio sposi, il tempo pasquale ci è propizio per questo incontro col risorto. La Digos del Cielo aspetta il nostro identikit !

Giorgio e Valentina.

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Occhio al ruggito!

Ieri è stata la festa liturgica di S. Marco evangelista, e nella Messa ci è stata proposta come prima lettura questo brano :

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) : Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

Abbiamo tralasciato gli ultimi versetti perché vogliamo soffermarci su questa prima parte. E’ interessante notare come colui che parla agli altri di umiltà è lo stesso che, poco più di una settimana fa, ha estratto dal fodero la spada ed ha tagliato l’orecchio a Malco; vi ricordate la notte dell’Ultima Cena quando vengono nell’Orto degli Ulivi per catturare Gesù e Pietro lo difende con la foga della spada?

Vi siete mai chiesti come mai la madre Chiesa ci faccia ascoltare nei giorni della Passione il racconto della veemenza di Pietro nell’Orto degli Ulivi nel tentativo di difendere il Maestro, e dopo poche ore l’irruenza sembra aver lasciato il posto alla paura tanto che addirittura rinnegherà quello stesso Maestro, e solamente 9 giorni dopo sentiamo ancora questo Pietro che ci esorta tutti a rivestirci di umiltà?

Cosa è successo nel frattempo? Semplice: Gesù è risorto!

E le parole di san Pietro apostolo che leggiamo sono parole che arrivano non solo dopo la risurrezione del Maestro, ma anche dopo la Pentecoste e l’Ascensione del Signore. Verrebbe da chiedersi : che fine ha fatto quel Pietro raccontato nei vangeli della Passione? Come può parlarci di umiltà uno che non ha contato neanche fino a 2 per estrarre dal fodero la propria spada e colpire il servo Malco?

Tutto ciò è possibile perché nel frattempo è avvenuta una trasformazione di Pietro, si è convertito e lo Spirito Santo che è sceso su di lui nel giorno di Pentecoste ha reso mite un uomo irruento, ha reso umile un uomo forse un po’ superbo, ha reso prudente un imprudente, ha reso temperante un uomo un po’ sregolato. Ed è proprio quest’ultima virtù messa in luce in questo brano. Infatti è lo stesso Pietro che ci esorta alla sobrietà, cioè alla vigilanza su noi stessi, alla temperanza, la moderatezza, la morigeratezza; e se l’esortazione arriva proprio da lui che prima non padroneggiava su se stesso possiamo star tranquilli.

Chi meglio di altri ci può mettere in guardia da uno sbaglio se non colui che prima di noi lo ha commesso e non vuole che anche noi ripetiamo il suo sbaglio ?

Quando ci si imbatte in Gesù risorto niente più rimane come prima, tutto cambia, non c’è nulla della nostra umanità che non abbia bisogno della presenza di Gesù e che da essa non riceva nuova luce, nuovo slancio, nuovo vigore, nuova vita. Lo stesso Gesù, che è l’Agnello descritto nell’Apocalisse seduto sul trono, ce lo attesta con quella frase così perentoria : “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Cari sposi, non abbiate paura del Risorto, Egli fa nuove tutte le cose. Fa nuovo anche un matrimonio vecchio, guarisce un matrimonio malato, fa rinascere a nuova vita un matrimonio morto.

Seguendo il consiglio di S. Pietro dobbiamo riversare in Dio ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi. Se crediamo che ci ha creati Lui, se crediamo che ci ha fatti conoscere Lui l’uno all’altra, se crediamo che ci ha consacrati e consegnati Lui l’uno all’altra nel matrimonio, se crediamo che siamo Sua icona nel matrimonio, perché mai dovrebbe scordarsi di noi e lasciarci privi del Suo aiuto?

Certamente non può operare senza il nostro necessario contributo, per questo il nostro impegno di sposi deve essere quello di operare secondo l’esortazione di S. Pietro, e cioè dobbiamo restare sobri, dobbiamo vegliare. E’ un invito a vivere la virtù della temperanza, a vigilare su noi stessi innanzitutto, perché c’è un leone ruggente pronto a divorarci.

A noi, gente cresciuta tra il cemento e le fabbriche, sfugge un po’ l’immagine di un leone ruggente, ma dobbiamo considerare che gli uditori contemporanei di S. Pietro conoscevano molto bene il ruggito del leone, e quando l’apostolo paragona il diavolo ad un leone ruggente avranno forse sobbalzato un poco per la paura. Quando un leone ruggisce lo si sente da molto lontano, e se ci si imbatte in un ruggito a poca distanza non è infrequente sentire scombinarsi tutte le budella con una sensazione che mette i brividi ed il terrore ci blocca, ci si raggela il sangue. Queste sono solo alcune sensazioni che si provano con un ruggito, ma il diavolo è molto più di un leone in carne ed ossa. E per di più è come quel leone ruggente che però ha pure fame, non poteva capitarci di peggio; se già il ruggito ci terrorizza, sapere che potremmo essere la sua cena è il peggio che potrebbe capitarci.

La vigilanza da parte nostra è fondamentale affinché possiamo sentire il ruggito già da molto lontano. Quando due sposi vivono costantemente la preghiera, la rinuncia ed il sacrificio, restano in grazia di Dio, sanno regnare su se stessi, dominare il proprio corpo, non si abbassano alla cupidigia delle passioni, lottano contro la concupiscenza, allora restano sobri e possono vigilare su loro stessi sentendo il ruggito già da molto lontano e quindi possono cambiare strada per non farsi mangiare dal leone diabolico.

Coraggio sposi, abbiamo un nemico che è un mago dei travestimenti, ma se stiamo dalla parte di Gesù possiamo smascherare ogni suo tentativo di attacco per sbranarci… e se qualche coppia dovesse essere già caduta nella sua trappola, non abbia a temere poiché abbiamo Chi ci sa strappare dalle fauci di questo leone : Gesù, il Risorto! Coraggio famiglie, abbiano un nemico che è come un leone, ma abbiamo Gesù che è molto di più di un semplice domatore di leoni !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 33

Ed eccoci giunti al momento che fa, per così dire, da contorno al cuore di ogni S. Messa. Il “contorno” si chiama propriamente Preghiera Eucaristica nel cui centro, il cui cuore, è la consacrazione del pane e del vino, la riattualizzazione del sacrificio (incruento) di Gesù Cristo. Nelle ultime due versioni del Messale sono state aggiunte tre Preghiere Eucaristiche a quella che fino all’ultima riforma liturgica del 1969 era l’unica; chiamata Canone Romano o Preghiera Eucaristica I, essa continua ad essere l’unica presente nel Messale del rito antico (vetus ordo). E nella nostra disamina, seppur a grandi linee, ci atterremo proprio alla Preghiera Eucaristica I, che ci sembra la più ricca sotto tutti i punti di vista. Dopo questa brevissima ma doverosa nota storica cominciamo ad entrare in questa grande preghiera che siamo sicuri arricchirà la fede di tanti di noi, così come è stato per milioni di cristiani da oltre 500 anni. Non potremo passare in rassegna ogni singolo passaggio, ma cercheremo di fare emergere qualche punto chiave anche se non siamo dei professori di liturgia.

Questa Preghiera Eucaristica I comincia con una supplica al Padre (usando l’aggettivo clementissimo) affinché si degni di accettare e benedire l’offerta che Gli presentiamo, menzionando subito che tale offerta è un sacrificio puro e santo, e per ben due volte nella prima parte si definisce la Chiesa santa e cattolica, specificando che essa è custode della fede divina e cattolica trasmessa dagli apostoli. Sembrano argomenti scontati, pare ovvio che sia così… eppure da tanti secoli la Chiesa quotidianamente, ad ogni S. Messa fa recitare queste frasi perché conosce la natura umana, la quale si dimentica con più facilità delle grazie ricevute dal Signore piuttosto che il pin del bancomat o le password/credenziali per accendere i computers.

Cosa fanno le mamme tutti i giorni? Ricordano ai figli sempre le solite, stesse, identiche cose ogni santo giorno affinché prima o poi “ti entrino in quella zucca” si suol dire.

E la Chiesa che ci è madre fa lo stesso, e tutti i giorni ad ogni S. Messa sia feriale che festiva (almeno nel vetus ordo) ripete ai suoi figli che la fede che hanno ricevuto e devono custodire è santa, divina e cattolica. E semmai se ne dimenticassero, quello che sta per accadere è un sacrificio puro e santo; innanzitutto ricorda che è un sacrificio prima ancora di essere cena, mensa, incontro, rendimento di grazie ; puro perché lo compie nientedimeno che l’uomo per eccellenza, il più perfetto tra i nati da donna, Gesù; santo perché Egli è 100% uomo (tranne nel peccato) e 100% Dio in quanto Figlio di Dio, e chi è più santo di Dio visto che nell’acclamazione del Santo abbiamo appena cantato/recitato che il Signore è tre volte Santo? Se ci pensiamo bene usiamo questo tipo di espressione anche nel linguaggio comune quando vogliamo essere sicuri di una cosa, ad esempio : il papà chiede al figlio … “hai finito i compiti ?” si sente rispondere un banale “sì papà“, allora per sicurezza incalza con “tutti ?” e il bambino ancora ““, ma la conferma delle conferme arriva alla fine quando il genitore ribadisce “ma proprio tutti tutti tutti?“… come avrete notato anche noi usiamo ripetere 3 volte una parola per confermarla definitivamente ed irrevocabilmente, ed ecco perché proclamiamo che il Signore è Santo Santo Santo.

Facciamo notare come questa Preghiera Eucaristica fin dall’inizio si rivolga espressamente a Dio Padre, rivolgendosi a Lui con diverse espressioni di fede ma anche affettuose, la prima è “clementissimo”. E’ un’aggettivo declinato giustamente al superlativo poiché è rivolto a Dio, però racchiude in sé un’affettuosa fiducia, infatti si aggiunge subito che noi Lo supplichiamo, e per essere certi che accetti la nostra supplica si chiede che accetti la nostra offerta “per” Gesù, cioè attraverso Gesù, ricordandoGli che è Suo Figlio e nostro Signore. In questo modo il Padre si lascia commuovere non tanto dalla nostra fiduciosa/affettuosa supplica, quanto invece dalla menzione del Suo Figlio amato, è come se il Padre sia messo spalle al muro dall’intercessione del Suo Figlio… se fosse un dialogo tra due amici potrebbe essere di questo tono: “se non l’accetti per noi, accettalo almeno per il Tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, dai non puoi rifiutarcelo per Gesù“.

Da ultimo evidenziamo come l’offerta sia anzitutto a favore della Chiesa, ma non si smette di “ricordare” al Padre che la Chiesa è Sua, che è santa e che è cattolica. Sembrano parole riempitive ma in realtà sono fondamentali in quanto studiate una ad una, e dietro ad ognuna c’è una realtà grande. Sacerdote e fedeli si sentono ripetere tutti i giorni che la Chiesa non appartiene agli uomini ma è Sua, parole che ci liberano da ogni tentativo di possesso/potere, ma sono anche parole liberanti nel senso che qualunque disastro gli uomini compiano la Chiesa è Sua, è Lui che ne tiene il timone. Poi si attesta che la Chiesa è santa, non perché al suo interno non vi siano peccatori, ma perché il capo è Lui che è santo santo santo. Ed infine si ribadisce che la Chiesa è cattolica, il che ci dovrebbe tenere al riparo da deviazioni dottrinali e dovrebbe ricordare al sacerdote celebrante che è stato ordinato ministro della Chiesa cattolica, la cui dottrina deve insegnare e la cui fede deve celebrare, fede che ininterrottamente ed integralmente è arrivata a noi dagli apostoli.

Riportiamo a piè pagina la prima parte commentata oggi:

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice) : Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, (congiunge le mani e dice) : di accettare (traccia un unico segno di croce sul pane e sul calice, dicendo) : e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo. (Allargando le braccia, continua) : noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace, la protegga, la raduni e la governi su tutta la terra in unione con il tuo servo il nostro papa N., il nostro vescovo N. [con me indegno tuo servo] e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli apostoli.

Giorgio e Valentina.

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Quando il gioco si fa duro…

Prendiamo in esame la prima lettura che ci è stata proposta il Giovedì Santo, ne riportiamo solo alcune frasi :

Dal libro dell’Èsodo (Es 12,1-8.11-14) In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [..]. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. […]
».

E’ una pagina abbastanza conosciuta grazie anche ai celebri film kolossal che trattano il tema del grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma proprio per questo spesso viene declassificato ad evento che ha, se non del miracoloso, almeno del mitico e quindi non ascrivibile a fatto storico. Ed invece è un fatto realmente accaduto, non è un’invenzione di qualche fantasioso scrittore di miti e leggende, ed ha qualcosa da dire ancora a noi dopo circa tremila anni, e soprattutto a noi sposi.

Innanzitutto ogni famiglia si deve procurare un agnello maschio, puro, senza macchia, senza difetto… non vi viene in mente nessuno con queste caratteristiche? Naturalmente Gesù è quel nuovo agnello (Agnello di Dio) maschio, puro in quanto anche vero Dio, senza difetto nella sua perfetta umanità, né macchia alcuna di peccato nemmeno del peccato originale naturalmente.

Ma come fa ogni famiglia a “procurarsi” Gesù?

Sicuramente i due sposi (nel sacramento del matrimonio) sono la presenza di Gesù nel mondo e quindi anche nel focolare domestico, ma questa presenza reale ha bisogno di essere continuamente alimentata, rivitalizzata, vissuta ed incrementata da una vita di grazia, da una vita sacramentale molto attiva, soprattutto grazie al costante e frequente nutrimento della Santissima Eucaristia da parte dei due sposi, unito all’accostamento abituale alla Confessione.

E’ con questa vita di Grazia che i due sposi “segnano” gli stipiti della porta della propria casa, sia della casa di mattoni che della casa del loro cuore, la casa che è il loro matrimonio. Dobbiamo “segnare” gli stipiti della porta di ingresso perché per essa si entra nella casa ; dobbiamo quindi custodire e blindare la porta del nostro cuore col sangue del nuovo agnello pasquale, che è Gesù, perché altrimenti per essa può entrare il demonio e fare razzia di tutte le grazie del Signore; e se dovesse passare anche l’angelo dell’ira del Signore, vedendo la porta del nostro cuore imbrattata dal sangue del Suo Figlio, allora si muoverà a compassione di noi e ci userà misericordia.

E se per disgrazia noi sposi dovessimo perdere appunto lo stato di grazia, dobbiamo correre al confessionale col cuore contrito perché la nostra porta del cuore è senza “segno del sangue”, è sguarnita, è come incustodita, non è blindata dal sangue di Gesù e quindi è facile preda.

Ma poi perché il Signore ordina di mangiare l’agnello con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi? Perché il popolo doveva essere già pronto per la partenza… adesso ci direbbe di preparare già i bagagli, mettere in auto le valigie, i trolley pronti all’uso, le chiavi già nella serratura, tenere il motore già acceso… abbiamo capito, ma perché tutta ‘sta fretta?

E’ la fretta tipica di chi non vede l’ora di abbandonare il proprio Egitto che lo tiene schiavo, i propri peccati, i propri vizi, per poi incamminarsi subito verso la Terra Promessa, la terra di Grazia del Signore, la terra dove il nostro matrimonio è icona reale e viva dell’Amore di Dio, quella terra dove ogni nostro bisogno trova appagamento pieno, la vera e ultima Terra Promessa sarà il Paradiso.

Coraggio allora sposi, non lasciamoci cadere le braccia ! Si dice che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare ; ed in questo tempo molto duro e difficile sia politicamente che socialmente, sia culturalmente che spiritualmente, noi sposi dobbiamo essere quei duri che non mollano, ma che cominciano a giocare.

Coraggio sposi, “giochiamo” al gioco di chi imbratta meglio la porta della propria casa, facciamo a gara con le altre coppie nella gara a chi segna meglio i propri stipiti, gareggiamo nella santità!

Giorgio e Valentina.

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Qualche giorno fa la prima lettura che la Chiesa ci ha proposto era la seguente:

Dal libro della Gènesi (Gen 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

Faremo poche considerazioni sperando che possano esservi di aiuto in questo tempo prezioso della Settimana Santa. Se ci fermassimo a questa lettura non capiremmo le ragioni che hanno spinto la Chiesa a parlare di Abramo nei giorni in cui ci avviciniamo alla contemplazione della Passione del Signore Gesù. Ad una lettura superficiale sembrerebbero due eventi slegati tra loro, ma nel Vangelo sarà citato proprio Abramo, o meglio sarà la sua grandezza ad essere oggetto di disputa tra Gesù ed i Giudei che infatti ribattono a Gesù : <<[…] Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo ?>>. Quindi la grandezza di Abramo viene descritta per sommi capi nella prima lettura, cosicché da avere un metro di misura per valutare la grandezza di Gesù; se già Abramo ci appare così grande con le promesse connesse a lui, figuriamoci quanto più grande debba essere il Messia atteso da secoli e le promesse connesse a Lui. Abramo quindi è anche una prefigura dello stesso Messia. Ma dopo questa breve introduzione torniamo al nostro testo della Genesi.

Metteremo in rilievo solo qualche riflessione : la prostrazione di Abram e Dio che parla con lui, promesse di Dio, cambio del nome, alleanza/contratto bilaterale.

  • La prostrazione di Abram. Avrete notato come il fatto che Dio parli sia conseguenza dell’atto di adorazione di Abram, come a dire in modo implicito che la prima cosa da fare per imitare il grande Abram è quella di adorare Dio. Cari sposi, avete bisogno di parlare con Dio? avete bisogno di risposte da Lui? La prima e necessaria cosa da fare è adorare Dio come Abram, con il viso a terra, a significare che più in basso di così non si può andare; Abram ha espresso con il corpo ciò che c’era dentro il cuore: il Signore è il mio Dio e io sono il suo servo, lo adoro e mi umilio innanzi a Lui. Nella nostra cultura il prostrarsi è stato sostituito con lo stare in ginocchio, ma l’atteggiamento del cuore è lo stesso. Conseguentemente a questo atto di adorazione, non prima, Dio parla con Abram.
  • Promesse di Dio. Quando Dio comincia a fare promesse le spara grosse, diremmo noi, sembra di sentire le grandi promesse elettorali dei nostri politici in campagna elettorale, solo che c’è una grande e sostanziale differenza: Dio mantiene sempre le Sue promesse, non è mica quel politico che una volta eletto perde memoria delle promesse fatte agli elettori, no! Inoltre Dio non è nemmeno come quelle persone che prima di fare una promessa agli altri verificano se potranno mantenerla, facendo una statistica di convenienza con le proiezioni nel futuro, no! Dio fa le cose in grande, Dio è uno sprecone nelle promesse di bene, non bada a spese costi quel che costi… ed infatti Gli è costato l’unico Figlio! Cari sposi, perché ci attraggono molto di più le promesse pre-elettorali del politico di turno piuttosto che le promesse di Bene eterno di Dio?
  • Cambio del nome. Una delle prime cose che Dio compie subito è quella di cambiare nome ad Abram. Perché Abram significa “padre nobile” mentre Abramo “padre di una moltitudine“. Ma sappiamo come nel mondo semitico il nome di una persona racchiuda tutta la sua essenza, equivale quindi alla sua identità, alla sua missione, al suo compito nel mondo, non è semplicemente un suono atto a chiamarlo. Tant’è vero che il nome Gesù significa “Dio salva-Dio è salvezza“, infatti è il Salvatore; oppure pensiamo a Simone che riceve con il nuovo nome, Pietro, la missione di essere la pietra sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa. E così è anche per noi sposi, cioè? Con il sacramento nuziale noi riceviamo dal Signore una nuova missione, un nuovo compito nel mondo e nella Chiesa, una nuova identità: non siamo più due che semplicemente si amano e si piacciono, ma siamo icona di Cristo. E la nostra nuova realtà, il nostro NOI è come se fosse il nostro nuovo nome similmente ad Abram.
  • Alleanza. Da ultimo, come la ciliegina sulla torta, arrivano le condizioni del contratto, potremmo dire. Prima Dio le spara grosse le promesse, non bada a spese, mette l’acquolina in bocca ad Abram, come si suol dire promette mari e monti, sembra quasi di vedere i fuochi d’artificio tanto sono enormi le promesse, e c’è di più perché all’inizio non chiede subito una collaborazione attiva di Abram ma dice “la mia alleanza è con te” senza premettere un “solo se” oppure “a condizione che“. Perché Dio ci conosce bene e sa che a muoverci spesso è la convenienza, nel caso di Abramo la convenienza di vedere realizzate tutte le promesse di Dio, nel nostro caso potrebbero essere le promesse di un cuore sereno e di un matrimonio felice, nonché la promessa del Paradiso. Ebbene, anche a noi sposi, come ad Abramo, l’unica condizione “contrattuale” richiesta è quella di osservare la Sua alleanza, vale a dire le Sue leggi ed i suoi decreti, di generazione in generazione. Praticamente siamo in affari con Dio, solo che il socio di maggioranza è Lui con il 99% del capitale, a noi è richiesto solo l’1%. I nostri sforzi, cari sposi, sono ben poca cosa rispetto alla parte che fa la Grazia. A noi costa solo l’1% ma poi godremo del 101% già su questa terra.

Cari sposi, scegliete la convenienza di questa partnership con Dio!

Auguri di una Santa Pasqua !

Giorgio e Valentina.

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