Il nostro matrimonio è la vigna del Padre

Ieri, padre Luca ha posto l’attenzione sul comportamento del padre. Un padre paziente che sa aspettare. Una modalità che dovremmo assumere come nostra anche noi sposi nei confronti dell’uno dell’altro. Oggi, invece, vorrei tornare sul diverso comportamento dei due figli. Ricordate il Vangelo? Un padre chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna. I due si comportano in modo diametralmente opposto. Il primo dice subito di sì, ma poi non va, mentre il secondo dice inizialmente di no, ma poi decide di obbedire al padre.

Naturalmente il secondo figlio alla fine mostra più amore verso il Padre. Questa premessa per dire cosa? Che spesso noi nel nostro matrimonio siamo come il primo figlio. Ci rechiamo in chiesa, invitiamo amici e parenti, e poi promettiamo solennemente tante cose. E come se il Padre ci chiedesse di andare a lavorare nella Sua vigna. Già perchè con il matrimonio il nostro amore non è più solo nostro ma ne facciamo dono a Dio e Lui in cambio, attraverso lo Spirito Santo, ci rende capaci di amare come ama Lui. Il nostro amore diventa la Sua vigna.

Quindi, come il primo figlio, tanti sposi promettono solennemente di andare a lavorare nella vigna e poi non lo fanno. Poi tornano a casa e vivono il matrimonio come se fosse cosa loro dove Dio non ha posto. Vivono secondo il mondo e non secondo Dio. Vivono una relazione fatta di egoismo, recriminazioni, confronti. Dove si bilancia continuamente quanto si da e quanto si riceve. Dove c’è poca empatia e non si cerca di accogliere l’altro anche nelle sue fragilità. In una relazione che non ha spazio per la morale cristiana sull’amore, ciò che prevale sono spesso l’autodeterminazione e l’uso dell’altro come oggetto di gratificazione personale. L’uso della pornografia e dei contraccettivi può essere un segno di questa mancanza di amore e rispetto per l’altro. L’intimità fisica diventa un modo per soddisfare i propri desideri egoistici, anziché essere un’esperienza di unione e di dono sincero reciproco.

Capite bene che relazioni costruite così, anche se sigillate dal sacramento del matrimonio, restano comunque povere, non c’è grazia. Non perché lo Spirito Santo non sia stato effuso (è vero anche che tanti matrimoni siano nulli quindi senza effusione di Spirito Santo ma questo è un altro discorso), ma perché il cuore non riesce ad aprirsi per accoglierlo. Pertanto, è essenziale riconoscere l’importanza di aprire il cuore al Signore, permettendo al Suo amore di fluire attraverso di noi nelle nostre relazioni. Solo così potremo godere dei frutti di un matrimonio ricco di grazia e benedizione. Poi non lamentiamoci se il matrimonio non funziona. Dio vorrebbe darci tutto il Suo amore e il Suo Spirito. Non basta però dire di volerlo, è altrettanto importante aprire il cuore con le nostre scelte e con il lavoro quotidiano nella vigna del Padre.

Antonio e Luisa

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Temete la monotonia? Crescete nell’amore

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Non si merita il mio perdono

Approfitto di uno dei commenti che mi è arrivato, in seguito al mio articolo di quindici giorni fa sul perdono per scrivere quello di oggi. Mi hanno scritto: “Dopo quello che ha fatto, non si merita il mio perdono”.

Viviamo in una società dove molto (o tutto, tralasciando preferenze/conoscenze) ruota intorno ai nostri meriti e siamo stati anche educati in questo senso: sei bravo e ricevi una ricompensa, sei capace e ricevi una promozione. Anche con i nostri figli facciamo lo stesso: “Se vai bene a scuola, ti faccio uscire o ti compro il cellulare nuovo”, “Se fai questo, andiamo a comprare le scarpe nuove”. Poiché ne siamo immersi, è difficile uscire da questa logica, anche dove non dovrebbe entrarci e cioè nel nostro rapporto con Dio.

Mi accorgo a volte di ragionare così: “Vedi Dio come sono bravo, vado alla messa la mattina, dico le preghiere, vivo in castità, cerco di aiutare gli altri, certamente mi merito tante cose, dalla salute, alla tranquillità economica, pochi problemi qui in terra e poi un giorno la vita eterna….insomma, cosa aspetti a esaudire i miei desideri?”, come se Dio fosse il genio della lampada. Questo discorso è molto lontano dalla fede vera, è un seguire un modo di pensare umano e non “alla Dio”: Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e dalla nostra condotta, ci ama a prescindere da quello che facciamo, ha cominciato ad amarci prima della creazione delle stelle (è difficile immaginarlo e soprattutto accettarlo, con tutte le miserie che vediamo in noi!).

Faccio un esempio che può far capire meglio: quando mi sono innamorato di mia moglie, non l’ho fatto perché aveva studiato, aveva fatto diverse cose, aveva un titolo scolastico, ma sono stato attratto semplicemente perché era lei, per il suo essere, per la bellezza e la complementarietà che ho visto in lei (essenzialmente ho percepito un dono di Dio, tutto il resto passava in secondo piano, anche l’aspetto fisico, nonostante fosse stata, ovviamente, una ragazza carina).

E questo l’aveva capito molto bene Antoine de Saint-Exupéry che scrive nel Piccolo Principe: “Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Quindi non si tratta di fare qualcosa per essere amati, di raggiungere dei risultati o degli obiettivi (logica del dare e avere), è esattamente il contrario: dall’amore che Dio ha per me, nasce una risposta di ringraziamento, gratitudine e amore che mi spinge a fare, pregare, comportarmi bene, esercitarmi nel perdono e tutto il resto (dovrebbe funzionare così anche nel matrimonio, tra moglie e marito). Altrimenti l’amore diventa una competizione, anche con noi stessi che ci sentiamo a posto solo quando abbiamo raggiunto ciò che ritenevamo giusto o sufficiente. Con le figlie cerco di trasmettere questo messaggio, anche se è molto complicato in questa fase adolescenziale e quando si comportano male dico loro che sono dispiaciuto, ma anche che continuo a voler loro bene e che so che, se vogliono, possono fare meglio.

Tornando al commento iniziale, non è necessario che una persona si ravveda per avere il nostro perdono, e anche se non se lo merita bisogna perdonare (come Dio mi perdona sempre e non dovrebbe farlo, razionalmente). Infatti perdonare non è un atto d’intelligenza, un ragionamento che mi dice che è giusto comportarsi così, ma è un atto di fede. Non significa cancellare dalla memoria quello che è successo, ma lasciarlo da una parte e consegnarlo a Dio, alla sua giustizia e misericordia. Solo Dio conosce il cuore degli uomini e la loro storia, la misericordia di Dio la gestisce soltanto Lui. Non esiste amicizia, famiglia o fraternità senza perdono, un perdono però di qualità e per questo è così importante imparare a donarlo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Il divorzio nello sguardo di una bambina

Si lo so, lo avete già visto molte volte. Già tanti altri ne hanno parlato sui social e in TV. Tutti hanno voluto commentare e dare la propria opinione anche quando non richiesta. Ecco tra questi ci sono anche io. Proverò a dare il mio punto di vista che spero possa essere interessante e che possa dare una prospettiva in più. Ah non l’ho ancora scritto. Mi riferisco naturalmente alla sorprendente pubblicità di Esselunga.

Il pregio della storia raccontata nel cortometraggio sta proprio nel aver spostato lo sguardo dai due adulti alla bambina. La protagonista è la bambina con tutto il suo carico di sofferenza che si percepisce forte e chiara. I due genitori non fanno mancare attenzioni ed amore alla piccola ma ciò non basta. Anche qui il regista è stato bravissimo a trasmettere il concetto. Ho già scritto anni fa un articolo che si sposa benissimo con il messaggio dello spot.

E’ stato pubblicato uno studio americano. Si tratta di uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, che è tossicodipendente o che è incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un figlio possa affrontare.

Perchè il divorzio è così devastante? Perchè i nostri figli sono nati dal noi. I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano, e pensano tutt’ora, che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web: Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Complimenti al regista che ha messo in evidenza tutto questo senza tante parole ma con lo sguardo ed il gesto di una bambina ferita.

Antonio e Luisa

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Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro ci sfrutti?

Ieri c’è stato un commento sotto la riflessione di padre Luca suscitata dal Vangelo domenicale. Ricordate si parlava di misericordia e di misura. Anzi in realtà di negazione di misura perchè l’amore cristiano è senza misura, chiede semplicemente tutto! E qui è arrivata la domanda, anche comprensibile, di una lettrice:

Qual è il confine tra amare senza conto e accettare che l’altro sfrutti ( si, sfrutti ) per la sua pigrizia, il tuo amore?

Proverò a rispondere io, senza la pretesa di aver capito tutto ma con la convinzione che quella sia la strada. Qual è il confine? Il confine non è fuori ma dentro. Il confine non è quello che l’altro fa o non fa. Il confine non dipende dall’altro. Ci sono situazioni simili in cui una persona si sente sfruttata ed un’altra no. Io posso amare senza sentirmi sfruttato sempre. Da cosa dipende allora? Dipende da me. Dipende da quanto la scelta di amare sempre e comunque sia libera e consapevole e non sia piuttosto una scelta subita per paura di perdere la persona che abbiamo accanto o che subiamo per non infrangere una indissolubilità che non capiamo e che viviamo come una condanna.

Per questo il confine è dentro di noi. E’ importante avere una parte di noi dove l’altro non può entrare e non può intaccare quella certezza di essere persone belle e amate. Dove custodiamo la nostra relazione con Cristo. Mi rendo conto che quello che sto scrivendo possa risultare indigesto ma è la sostanza dell’amore cristiano. Ci sono innumerevoli esempi di santi che, seppur non sempre ricambiati nel loro amore, non si sono mai sentiti sminuiti nel loro dono totale, anzi si sono sentiti ancora più in intima unione con Cristo. Mi viene l’esempio di santa Rita che prima di entrare in convento venne data sposa ad un uomo che non la trattò di certo con tenerezza ed amore. Eppure lei con il suo dono quotidiano mai ricambiato riuscì a convertire il marito prima che questo fosse ucciso. Non voglio dire che dobbiamo sopportare situazioni di violenza psicofisica. La separazione in quei casi può essere la soluzione migliore ma senza mai smettere di volere il bene dell’altro.

Io stesso nel mio piccolo devo la mia conversione all’amore incondizionato di Luisa. L’ho raccontato tante volte. I primi anni di matrimonio ho fatto fatica. Mi sentivo incastrato con una moglie e già due figli e non avevo ancora trent’anni. Ho cominciato a trattare con freddezza Luisa. A volte l’ho trattata male. Stavo spesso fuori casa perchè in casa mi sentivo in gabbia. Ecco lei non si è chiesta quanto dovesse ancora sopportarmi. Non ha mai smesso di trattarmi come il marito migliore del mondo e lì ho capito, lì è nata la mia conversione perchè nell’amore di Luisa ho fatto esperienza di quello di Cristo.

Ecco lei non si è mai sentita sfruttata perchè era lei che era libera. Non aveva bisogno della mia conferma per sentirsi bella e degna come solo una figlia di Re sa di essere. Era libera di amare nonostante io le stessi dando davvero poco.

Spero di essermi spiegato. Il limite non dipende quindi dall’altro ma dipende da quanto noi siamo liberi. Libertà che ci può dare solo Dio.

Antonio e Luisa

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Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te

Ieri ho letto un articolo di cronaca su Fanpage. Vi lascio il link. La storia dolorosa di una giovane promessa del calcio inglese. Un giovane uomo morto a seguito di una brutta malattia. Storia che purtroppo è abbastanza comune. Mi ha colpito particolarmente lo struggente messaggio della fidanzata. Nell’articolo potete leggerlo tutto. Io mi soffermo su una frase perché mi permette di mettere in evidenza una caratteristica dell’amore. La giovane fidanzata scrive: Lasciarti andare sarà sempre la cosa più difficile che dovrò mai fare. Buonanotte tesoro, ci vediamo lassù un giorno, ci riuniremo di nuovo tesoro mio e finiremo la storia perché non è ancora finita. Pochi giorni prima della morte il giovane calciatore aveva chiesto alla sua Daisy di sposarlo come a voler dare un respiro eterno a quell’amore che si sarebbe altrimenti spento con la sua vita. Un gesto che significa tanto.

Mi ricorda tanto un epitaffio trovato durante uno scavo archelogico. Un uomo greco del II secolo a.c. lo dedica alla moglie Panthia. Tra le altre cose il greco scrive: Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Compredete dove voglio arrivare? Due storie lontane nel tempo, due storie nate e vissute in culture che non hanno nulla in comune, due mondi distanti ma lo stesso desiderio del per sempre. Quando una persona ama desidera che quell’amore duri per sempre. Non riesce a mettere limiti temporali o di altro genere all’amore. L’amore è tutto e per sempre o non è davvero amore. Questo è il significato dell’indissolubilità. Questo è il motivo per cui Gesù attraverso la Chiesa ci chiede l’indissolubilità quando decidiamo di sposarci e di rendere santo e sacro il nostro amore. Perchè è un’esigenza dell’amore stesso. Perché una esigenza del cuore dell’uomo. Sarebbe credibile una promessa che recita più o meno così: Prometto di amarti ed onorarti fino a quando non sarà stanco di farlo o troverò chi è meglio di te. Non so voi ma io non mi sentirei amato ma usato.

Oggi le relazioni nascono e muoiono in modo frenetico. Sono fragili e fluide. Il per sempre fa paura e si rifugge. Ma questo significa accontentarsi. Mettere condizioni e confini all’amore significa ridurre l’infinito e chiuderlo nelle nostre povertà e nei nostri limiti. Il nostro cuore anela al per sempre. Anela ad un amore che non finisce. Quella ragazza probabilmente troverà un altro uomo con cui costruirà una sua famiglia. E’ ancora molto giovane. Ciò però non cambia la verità del messaggio. Noi desideriamo il per sempre perchè lì ci sentiamo davvero amati e comprendiamo cosa sia l’amore. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

L’indissolubilità non è quindi una pazza e sadica richiesta della Chiesa che ci vuole incastrati. La Chiesa ci sta dicendo che l’amore per essere tale ci chiede tutto e il tutto contempla proprio tutto anche il nostro futuro.

Antonio e Luisa

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Contemplare per espandere Amore

Ed eccoci arrivati alla quinta lettera della parola CONTEMPLARE, la vocale E, che ci rimanda al verbo ESPANDERE. La parola espandere deriva dal latino ĕxpandĕre, composta da ĕx cioè ‘fuori’ e pandĕre cioè ‘stendere, allargare, diffondere’.

Come ci suggerisce san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi, ogni cristiano è il buon profumo dell’amore di Cristo, ed in modo particolare noi sposi siamo chiamati ad espanderlo ovunque poiché, per grazia, siamo stati investiti da questa missione. Spetta ad ogni coppia creare la fragranza che lo Spirito le suggerisce: noi lo facciamo mediante la contemplazione della Parola di Dio, che è piena di profumo. Ce lo ricorda il Cantico dei Cantici “aroma che si spande è il tuo nome” (Ct 1,3), ma vogliamo soffermarci su quel versetto del Vangelo di Giovanni che forse potrebbe sembrare un’informazione inutile o scontata “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).

La fragranza del profumo di puro nardo che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa, potrebbe essere quella che si respira dentro la nostra piccola chiesa domestica. È il profumo dei piccoli gesti d’amore: non si trattiene ma si espande fin dentro il cuore dello sposo/della sposa, dei figli, rimanendo sempre presente ed enunciando l’alfabeto della bellezza dell’amore divino, più espressivo di qualsiasi parola. È in tal modo che la vita sponsale diviene odorosa, con mille emanazioni, trasuda di Cristo e, come per il profumo, ne basta qualche goccia per riempire la tutta casa.

Ma a che cosa serve una casa piena di profumo? Cosa ce ne facciamo? Che cosa cambia nella storia del mondo un vaso di profumo? il profumo non è il pane, non è l’abito, non è necessario per vivere, ma è gioia, è un dono gratuito. È un di più, come il vino di Cana, il ‘di più indispensabile; il superfluo necessario alla qualità della vita! Il profumo è una dichiarazione d’amore.” (Ermes Ronchi)

Cari sposi è proprio vero che il profumo è una dichiarazione d’amore ma come riuscire a percepirlo anche nei momenti di crisi di una coppia? A tal proposito vi suggeriamo un bellissimo film, che s’intitola appunto “Il dolce profumo dell’amore”, in cui il protagonista, un panettiere, per risollevare le sorti di un’isola, andata in crisi a causa del calo dei flussi turistici, crede nella potenza dell’amore. Infatti è il suo innamoramento per una ballerina che rende il suo pane eccezionale, molto apprezzato non solo dagli abitanti dell’isola, ma anche dai turisti che iniziano ad aumentare proprio grazia al suo pane. In ogni momento di crisi siamo chiamati a ritornare alla fonte dell’Amore di Dio, per alimentare quel bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo: amare ed essere amati.

Vi lasciamo inoltre un altro spunto di riflessione perché crediamo che anche ogni coppia ferita, se accompagnata, può tramutarsi in un “diffusore costante dell’Essenza sposale”. L’incenso, che solitamente viene fatto bruciare durante la preghiera sia comunitaria che personale come simbolo della lode che sale a Dio, è la resina naturale di una pianta che trasuda appunto resine aromatiche. All’interno del suo tronco corrono molti canali resiniferi dai quali stilla, lungo le incisioni praticate dall’uomo in estate e in inverno, il succo bianco e lattiginoso che, allo stato solido, costituisce l’incenso. Quello più pregiato è composto dall’aggregazione di più lacrime. Consegniamo dunque le nostre incisioni, ferite personali e di coppia, a Dio che le guarirà affinché emanino il Suo profumo e, contemporaneamente, affiniamo il nostro olfatto spirituale che secondo il Talmud è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo.

Infatti, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice che Eva “vide che il frutto era buono”, e che Adamo “ascoltò la voce della donna”, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò e, grazie a questo fatto, il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi e porta a scoprire il profumo della presenza dello Sposo.

Ad ogni coppia auguriamo di vivere la vocazione matrimoniale “impregnati” del Profumo del Maestro affinché esso si espanda e penetri anche fino all’angolo più nascosto dell’anima di ogni fratello e sorella che incontriamo.

ESERCIZIO PER ESPANDERE AMORE

Poiché l’incontro con Cristo coinvolge tutti i sensi dell’uomo, che devono però essere trasfigurati dallo Spirito santo, ordinati dalla fede e allenati dalla preghiera, proviamo a far ritornare al nostro olfatto due profumi:

– il primo, quel profumo del nostro sposo\a che più ci ha portato gioia (ad esempio il profumo del primo appuntamento, del dopobarba, della cena preparata per accoglierlo dopo una giornata di lavoro, dei fiori ricevuti dal lui\lei, ecc…)

– il secondo, quel profumo che invece ci rimanda a un momento triste che abbiamo vissuto come coppia (ad esempio l’odore che associamo ad un litigio, alla solitudine, ad una malattia)

Fatto ciò, poniamoci davanti alla Parola di Dio che sta nell’angolo di preghiera della nostra casa e, in silenzio, con dell’olio di nardo facciamo un segno di croce sul naso del nostro coniuge affinché le fragranze dei momenti tristi siano trasfigurate in respiri di vita.

Successivamente, accendendo due bastoncini d’incenso diciamo insieme

«Come profumo d’incenso salga a te questa nostra preghiera» (Sal 141,2):

PREGHIERA DI COPPIA

O Cristo, nostro Sposo e Maestro, aiutaci

a non guardare come Giuda il prezzo del nardo, ma a contemplare l’amore di Maria; a non guardare come Giuda il mancato guadagno, ma a gustare il profumo che riempie la nostra casa; a non guardare al costo dell’unguento, ma ad imparare la generosità dell’amore sponsale e dell’amicizia fraterna. A noi hai consegnato un vaso di nardo, 300 grammi di amore: questa vocazione, affinché giorno per giorno, ora per ora, goccia per goccia, come il profumo più caro, imparassimo a versarlo per qualcuno: il coniuge, un figlio, un amico, un povero, la comunità, la Chiesa. Ma prima di tutto lo abbiamo versato su di Te, per sentire il profumo del «più bello dei figli dell’uomo». Ed ora, bruciando l’incenso del nostro amore vogliamo inondare il Tuo cuore della nostra letizia e insieme, tu in noi e noi in te, invaderemo il mondo dell’Essenza sponsale che inspiriamo.

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Perchè mi arrabbio così tanto? Colpa delle mie ferite

Oggi vi parlo di una grande conquista che sono riuscito ad ottenere solo pochi giorni fa. Dopo 48 anni di età, 21 anni di matrimonio e 4 figli ormai cresciuti. Per dire che non è mai troppo tardi.

Erano i primi giorni di scuola. Quando riesco accompagno io Francesco e Maria perchè il loro istituto è vicino al mio posto di lavoro. Quel giorno Francesco, come accade sovente, aveva perso tempo ed eravamo usciti con una decina di minuti di ritardo. Nella mia città, come penso nella maggior parte delle altre, perdere anche solo dieci minuti può significare restare imbottigliati nel traffico.

Quando mi trovo in questa situazione, e come ho scritto succede spesso, mi arrabbio tantissimo. Perdo il controllo e mi succede di urlare a mio figlio. Sento proprio una forte rabbia e mostro la parte più aggressiva. Francesco ha paura di me quando succede questo e io ogni volta capisco di sbagliare ma ci ricasco.

Detto che lui deve imparare a rispettare gli orari, voglio concentrarmi sulla mia reazione. L’ultima volta che è successo mi sono fermato a riflettere. Mi sono reso conto che la mia reazione in queste occasioni non è proporzionata. Me la prendo troppo. Ho sempre dato la colpa allo stress, all’essere sempre di corsa, ai tanti impegni e preoccupazioni. Ma non è solo quello. Finalmente ho capito. Scoprire che nella sua mancanza di rispetto per gli orari leggo una mancanza di amore è stato un vero e proprio momento di epifania. Mi sono reso conto che, in questa situazione, riemergono le ferite non risolte e i traumi del mio passato. Le nostre esperienze passate possono influenzare profondamente il modo in cui percepiamo le situazioni e reagiamo ad esse. Ed è esattamente ciò che sta accadendo tra me e mio figlio. Capite come le nostre ferite ci influenzano e ci conducono ad atteggiamenti sbagliati? Mi spiego meglio.

E’ una ferita che mi porto dalla mia famiglia di origine, dalla mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre servito in tutto, ma dove sono mancate le parole di incoraggiamento e la tenerezza. Solo rimproveri quando non facevo le cose bene. E così ho imparato a leggere ciò mi accade. Mi do da fare in mille modi per i miei figli, ma non mi viene riconosciuto. Anzi il mio aiuto viene in un certo senso disprezzato da Francesco che non è riconoscente e se ne frega facendo anche tardi.

Questo è ciò che le mie ferite mi fanno pensare e sentire. Ma non è così. Semplicemente Francesco è un tiratardi, è ancora immaturo su tanti aspetti. Finalmente ho capito che quella di Francesco non è una mancanza di amore. Meglio tardi che mai.

Basta poco per disinnescare delle dinamiche malate, basta poco per interrompere quella catena di sbagli che tutti i genitori commenttono. Da oggi sono certo saprò dare il giusto peso alle mancanze di mio figlio. Ho voluto aprire il cuore perchè tutti noi abbiamo delle ferite da disinnescare. Ci sono e ci saranno sempre ma inizieremo una guarigione quando riusciremo a dare loro un nome e non gli permetteremo di guidare le nostre scelte. Non si tratta di giudicare noi stessi come genitori, ma di lavorare su di noi per diventare genitori migliori. Questo processo può richiedere tempo e fatica, ma avrà un impatto significativo sul benessere e sulle relazioni all’interno della famiglia e sulla crescita umana dei nostri figli.

Antonio e Luisa

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Il perdono è questione anche di memoria

Oggi vorrei offrire un’ulteriore motivazione per avere misericordia l’uno verso l’altro. Ieri padre Luca ci ha aiutato a capire che sia il perdono che l’amore sono possibili quando noi per primi ci riconosciamo amati e perdonati da Dio. E basta anche solo questo ma c’è dell’altro.

Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza? Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui la persona che abbiamo accanto non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Per spiegare questa verità ho inventato una piccola storia che ho pubblicato nel libro Sposi profeti dell’amore.

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma, tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perché dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La nostra storia è un tesoro da non sprecare, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

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La sessualità: un grande dono nel fango

Davanti agli occhi di tanti una pubblicità di una nota marca di abbigliamento: una giovane donna sdraiata a terra, che cerca apparentemente di difendersi dalle richieste sessuali di un giovane maschio, mentre i suoi amici stanno a guardare soddisfatti. Come queste tante altre proposte pubblicitarie, che per fini  puramente commerciali sottolineano l’urgenza del bisogno sessuale, in particolare quello dei maschi, da soddisfare ad ogni costo per raggiungere la felicità insieme a nuovi prodotti di consumo. Per non parlare del mercato pornografico che oggi entra nelle nostre case inavvertitamente attraverso internet. Un’indagine mette in luce come oggi un bambino di 8 anni ha già assistito (senza cercarla) almeno a una scena porno. Sembra quasi impossibile sottrarsi ad un bombardamento continuo, martellante, ossessivo di messaggi implicitamente o esplicitamente sessuali, messaggi che banalizzano la sessualità umana, generano dipendenze e disincanto

 Poi accadono avvenimenti, come i recenti terribili episodi di stupro a carico di ragazzine adolescenti in gran parte ad opera di minorenni (vedi Palermo, Caivano, Trieste, ecc.). Tutta la società sbigottita ( purtroppo solo per alcuni giorni) reagisce alla ricerca delle responsabilità, dimenticando quanto giustamente sottolinea il filosofo Salvatore Natoli: quando c’è una iperstimolazione dei bisogni sessuali, è più difficile riuscire a controllarli e, quando non esiste la possibilità più o meno immediata della soddisfazione, “può accadere – e di fatto accade – che qualcuno si appropri con la forza di ciò che non è disponibile.”

Dobbiamo riconoscere, con onestà, che pur vivendo in un mondo dove si parla con molta più disinvoltura di sesso, siamo  tutti abbastanza impreparati su questo tema cosi affascinante e misterioso. Senza inutili scoraggiamenti, senza dire “ormai e troppo tardi”, tutti possiamo fare qualcosa per formarci e formare e cosi contribuire,  impegnandoci quotidianamente con coraggio e determinazione, ad arginare dal nostro piccolo angolo di mondo, la violenza sessuale, la mancanza di rispetto per le donne, l’ignoranza diffusa dei più elementari principi etici.

Dobbiamo prendere sempre più consapevolezza  che tutti i bisogni del nostro corpo vanno riconosciuti, valorizzati  ma anche  educati. In particolare la pulsione sessuale che contiene in sé una naturale spinta al dono di sé ma anche una forte spinta egocentrica.  Essa è come un fiume in piena che, se non ha degli argini ben definiti,  straripa e si disperde, abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Ovviamente se uno nella vita non è educato alla gestione di tutti i suoi bisogni (dalla fame, sete ecc…) non sarà possibile una gestione isolata solo dei suoi bisogni sessuali. Una educatore deve essere sempre capace anche di porre, con dolcezza ma decisione, dei limiti, di dire dei no, per fare indirettamente anche  un’opera di educazione alla sessualità e alla affettività

 In questo discorso i primi protagonisti sono i genitori ma stretti in una forte alleanza con tutti gli educatori presenti nel loro territorio. Nessuno può più dire: siamo impotenti. Si tratta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri bambini e bambine, dei nostri giovani travolti da un mondo che ha rubato loro la semplicità, l’allegria, l’innocenza. Oggi più di prima, i genitori devono avere il coraggio di parlare presto, con chiarezza e semplicità di argomenti una volta tabù: differenze sessuali, rapporti sessuali, fecondazione, orientamento sessuale, transgender, ecc. fin dalla scuola primaria, utilizzando  via via le parole più adatte. Ne abbiamo parlato ampiamente in un nostro piccolo libro edito da città nuova Educare all’amore e alla sessualità a cui vi rimandiamo per approfondire. Intanto iniziamo con un no deciso alla  banalizzazione della sessualità, al modo sbagliato con cui ci si approccia ad essa, a quelle modalità che fanno venir fuori solo il suo lato istintivo e non fanno leva sul buono, sul vero, sul bello nascosto in ognuno di noi, anche in chi aggredisce e violenta.

Diceva recentemente p. Francesco ai gesuiti in Portogallo: “Io non ho paura della società sessualizzata, no; mi fa paura come ci rapportiamo con essa, questo sì. Ho paura dei criteri mondani. Preferisco usare il termine «mondani», piuttosto che «sessualizzati», perché il termine abbraccia tutto”.

L’educazione alla sessualità e all’affettività deve partire da un’educazione al rispetto per se stessi e per gli altri,  per arrivare a scoprire la bellezza del maschile e del femminile, creata proprio per raggiungere la pienezza dell’unità, conservando le reciproche differenze.

Ci sembra fondamentale anche aiutare i giovani a crescere nell’autostima, a diventare persone autonome, a non avere continuo bisogno di appoggiarsi agli altri per non cadere. I fatti di cronaca appena citati evidenziano che spesso questi  episodi avvengono in branco; ognuno trova coraggio nell’altro e insieme si fanno cose che da soli non si penserebbe mai di fare. Soprattutto nell’adolescenza la ricerca di un gruppo di amici è un’esigenza vitale. Forse l’antico oratorio non è più di moda ma Don Bosco aveva avuto un’intuizione geniale, oggi  occorre inventarsi qualcosa di nuovo per favorire la grande strada dell’amicizia, tentando e ritentando senza scoraggiarsi, ma fare di tutto perché i nostri giovani siano inseriti in gruppi sani,  ben affiatati e finalizzati a mete non solo consumistiche.

Tra le  ultime cose preziose che Chiara Lubich ci ha lasciato, ci sono degli appunti del 2005, lapidari, che rivelano il suo genio pedagogico e indicano 4 piste indispensabili per ogni  educatore. Ci sono rimasti nel cuore e dicono, se ricordiamo bene, pressappoco cosi: è necessario con i giovani il dialogo, la vita insieme, i rapporti personali perché ogni ragazzo è unico, un ascolto carico di amore.

Ci rendiamo però conto che, soprattutto nella cultura odierna, per fare un bambino l’opera dei genitori non è sufficiente; ci vuole un “villaggio”, ma quando il villaggio è ammalato, allora i guai diventano seri. Occorre con urgenza che anche lo Stato e le varie istituzioni facciano la loro parte per non abbandonare i genitori,  da soli, di fronte al loro importante e logorante compito educativo.

Pensando a Caivano, certo il disagio sociale, la creazione di un ghetto isolato e abbandonato a se stesso, ha peggiorato il quadro. Tuttavia, pur senza voler sottovalutare assolutamente il disagio sociale, ci sembra che il discorso sia più vasto; i ragazzini coinvolti a Trieste non sembra che avessero problemi sociali gravi alle spalle.

Ci troviamo di fronte a una società liquida, che non è più in grado di orientarsi su niente e di trovare le motivazioni dei suoi comportamenti, con una scuola spesso ancora nozionistica, poco attenta ad una reale formazione integrale della persona, dove le ore dedicate alla formazione civica e morale sono pochissime e le ore importanti dedicate all’educazione sessuale diventano, in qualche caso, una serie di nozioni per evitare gravidanze indesiderate o malattie infettive. Ricostruiamo dunque questo villaggio un po’ fragile, valorizziamo tutto il buono che ancora c’è, lavoriamo in rete ma non arrestiamoci mai, anche se a volte gli ostacoli sembreranno insormontabili.

Maria e Raimondo Scotto

Per perdonare? Dobbiamo sentirci perdonati

Oggi continuo l’articolo sul tradimento di quindici giorni fa, oggi provo a balbettare qualcosa in poche righe sul perdono, è un argomento vastissimo e complesso. È davvero difficile perdonare, inutile girarci intorno, specialmente quando veniamo profondamente feriti, come nel caso appunto di un tradimento. Inoltre è un processo che richiede tanto tempo e in alcuni casi credo che non si possa dire di aver completamente perdonato una volta per tutte: infatti molti separati devono continuamente relazionarsi e parlare con il coniuge per la gestione dei figli e c’è sempre il rischio che il risentimento venga a galla, anche solo nei pensieri. Certamente la frequentazione con chi ti ha fatto del male non facilita le cose, ma può essere anche una verifica del livello in cui ci troviamo.

Il perdono, come dice la parola, è un “dono per qualcuno”, ma per chi? A meno che non ci venga richiesto in seguito a un pentimento, agli altri spesso non interessa proprio niente se li perdoniamo oppure no, vedi caso specifico in cui il coniuge inizia una relazione stabile con un’altra persona. Infatti sembra un controsenso, ma perdonare è come un boomerang, i primi che ricevono i benefici siamo noi: quando vivo nel rancore, nel risentimento, non sto bene, non sono in pace e non sono libero, è come avere una catena che mi limita i movimenti. Quando invece scelgo di perdonare mi sento sollevato, e non è che quello che è successo scompare (le ferite della passione di Gesù rimangono), ma viene tutto affidato a Lui, è un peso che consegno e non grava più sulle mie spalle. È un processo che richiede tempo, mi fanno ridere quei giornalisti che, dopo un fatto tragico, vanno dai parenti più stretti, come ad esempio i genitori e chiedono “Lei perdona?”; non sanno minimamente cosa stanno dicendo e quanto può essere intenso un dolore. Non si parla di giorni o settimane, ma almeno di mesi o anni per elaborare e perdonare di cuore. Per perdonare di cuore intendo farlo davvero fino in fondo e non fare finta di niente o più frequentemente perdonare, ma tenere pronte munizioni da scagliare alla prima occasione possibile. Ad esempio, ho un amico che è stato tradito dalla moglie: poi lei si è pentita e sono tornati insieme, ma a distanza di qualche anno lui si è voluto separare, perché non riusciva più ad andare avanti in quelle condizioni, non è stato in grado di perdonare di cuore.

Voglio sottolineare che per un separato, perdonare non significa che deve necessariamente tornare insieme se l’altro/a si pente e lo desidera: è certamente auspicabile, ma ci sono oggettivamente situazioni in cui non è possibile, specialmente se non c’è una fede che accomuna e un desiderio di camminare insieme. Aggiungo che dare il perdono di cuore non vuol dire mettersi in una posizione d’inferiorità e autorizzare l’altro a fare quello che vuole nei nostri confronti, trattarci male o umiliarci, sono due cose molto diverse: la nostra dignità non deve assolutamente permettere agli altri di continuare a ferirci e quindi vanno messe in atto tutte quelle azioni necessarie affinché ciò non accada.

Perdonare è molto difficile, non a caso nel Padre Nostro ci impegniamo a perdonare, ovviamente con il Suo aiuto, ma subito prima chiediamo di essere noi perdonati per primi: ecco, qui credo che sia il centro della nostra capacità di perdonare.

È vero che oggettivamente un tradimento è un peccato molto grave e che ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni sulla terra e in cielo, ma chi durante la giornata non fa dei piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio? In famiglia, al lavoro, con gli amici siamo sempre impeccabili, disponibili, altruisti, amabili e parliamo con amore? Io assolutamente no! Il sentirsi sempre debitori (anche solo per ogni nostro respiro, che non è scontato e su cui non abbiamo il controllo) e sentirsi perdonati ogni volta che pecchiamo sono la partenza per perdonare gli altri. Chi si sente “a posto”, chi pensa che “non fa nulla di male” e chi crede di avere la coscienza pulita, difficilmente riuscirà a perdonare. Inoltre tante volte non riusciamo prima di tutto a perdonare noi stessi, ci facciamo prendere dai sensi di colpa, oppure riteniamo che valiamo poco e non ci “meritiamo” il perdono. Ecco, alla fine tutto si riconduce al rapporto con noi stessi e a quello che abbiamo con Dio: diventano il pozzo da cui attingiamo per perdonare gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Correzione? È vera solo con amore.

Oggi vorrei riprendere l’argomento del Vangelo di ieri. Come sapete Luisa ed io non scriviamo che poche righe lasciando un commento più articolato al caro padre Luca che ci offre sempre spunti molto interessanti.

Ieri ho già anticipato qualcosa della mia riflessione ma credo vada approfondita perchè è una parte del matrimonio che spesso non viene compresa e interpretata male. Mi permetto di proporre alcuni punti di riflessione.

La correzione fraterna è fruttuosa solo dentro una relazione d’amore. Quanti litigi online, quante parole al vento. Quante offese. Spesso mi succede di assistere a persone che cercano di correggere i fratelli sui social. Ecco non fatelo. Non serve a nulla! Serve solo a malumori e scontri. Avrete anche le migliori intenzioni ma la vostra correzione non è accolta come tale ma come un giudizio freddo e spietato. E come tale sarà trattato con risposte piccate e spesso maleducate. Io ci sono caduto diverse volte. Adesso ho imparato. Difficilmente commento post di sconosciuti con i quali non mi trovo d’accordo. Una correzione è accolta come tale solo quando ci è donata (perchè di dono si tratta) da chi ci conosce e ha dimostrato di volerci bene. Solo così il nostro cuore sarà recettivo e aperto all’ascolto.

La correzione non può dimenticare la misericordia. Come ho scritto ieri, la correzione necessità dello sguardo di Cristo. Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio.

Ma cosa significa esattamente questo? Significa che quando correggiamo o rimproveriamo nostro marito o nostra moglie, non dobbiamo farlo solo per esprimere la nostra frustrazione o per far sentire l’altro in colpa, ma dobbiamo farlo con uno sguardo di amore e misericordia. Dobbiamo cercare di comprendere le sfide, le debolezze e le difficoltà dell’altro, in modo da poter offrire una correzione che sia costruttiva e che favorisca la crescita e il cambiamento positivo.

Quando rimproveriamo l’altro con uno sguardo di misericordia, stiamo comunicando all’altro che ci preoccupiamo per lui, che crediamo nel suo potenziale e che vogliamo aiutarlo a migliorare. Questo tipo di approccio crea un terreno fertile per il perdono, la riconciliazione e il rafforzamento dei rapporti. D’altra parte, se rimproveriamo l’amato/a con uno sguardo severo e giudicante, è probabile che la persona si senta attaccata, respinta o addirittura ferita. Questo può danneggiare la fiducia e il legame tra le persone coinvolte e rendere difficile qualsiasi possibilità di crescita e cambiamento.

Quindi, la prossima volta che ti trovi nella situazione di dover correggere il tuo sposo o la tua sposa, prova a metterti nei suoi panni. Cerca di vedere le cose dalla sua prospettiva e chiediti come puoi aiutarlo nel modo migliore possibile. Lascia che lo sguardo di Cristo guidi le tue parole e le tue azioni, in modo che possa scaturire un effetto positivo e trasformativo nell’altro.

Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo. La correzione non è solo una questione di parole, ma anche una questione di cuore. Dobbiamo essere pronti a metterci in discussione, ad ammettere i nostri errori e ad essere disposti a crescere insieme. Solo allora possiamo veramente aiutare la persona che abbiamo sposato a diventare la migliore versione di sè stessa.

Il bene è bene e il male è male. Spesso succede che per evitare discussioni e tensioni uno dei due sposi evita di mettere in discussione il comportamento sbagliato dell’altro. Anzi a volte, per il quieto vivere, decide di assecondare quei comportamenti. Voglio essere molto chiaro e diretto. Mi riferisco all’intimità. Tuttavia, è importante essere molto chiari e diretti quando si tratta di questioni intime. Ad esempio, può succedere che degli uomini, cresciuti con l’educazione distorta della pornografia, desiderino mettere in pratica ciò che hanno imparato con la propria sposa. Questo può tradursi in richieste di sesso orale completo e, non di rado, di sesso anale. La donna non è felice di assecondare ma a volte si presta sentendosi poi non amata e in colpa per quanto fatto. Ricordate che il male resta male e diventa come un veleno che piano piano entra nella relazione. Quindi il mio consiglio è di non assecondare queste richieste. L’intimità è meravigliosa quando crea comunione. Questo modo di viverla fa solo sentire usate.

L’amore non è permaloso. Amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei (o lui) non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

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Contemplare Maria Santissima nella sua infanzia

Riccardo: nella festività della nascita di Maria Santissima siamo invitati a contemplare la mamma celeste nella sua infanzia. Come ci ha detto una sorella del ordine delle suore della carità del santuario di Maria Bambina di Milano: Lei è piccola, però è grande. Maria desidera la nostra tenerezza, il nostro affetto di figli; vuole essere presa in braccio da noi ed essere cullata come segno del nostro amore per Lei.

Alessandra: pur essendo io nata l’otto settembre, vi potrà sembrare strano, ma fino alla mia seconda gravidanza, quella del nostro Pietro di tre anni, non avevo mai visto una raffigurazione o una statuina di Maria Bambina, non conoscevo neanche questa forma di devozione a Lei. Era marzo del 2020 e ci trovavamo in pieno lockdown, ero al terzo mese di gravidanza ed ero ricoverata nel reparto di patologia della gravidanza della Mangiagalli a Milano, per sottopormi ad un delicato intervento chirurgico.

La sera prima dell’intervento ero davvero spaventata a morte e mi sentivo sola, non potendo abbracciare mio marito. Quanto avrei voluto averlo lì vicino a me, invece le misure anti-covid prese dal governo, mi costrinsero a salutarlo dalla finestra della mia stanza. La mia gravidanza era davvero un miracolo, perché arrivata dopo mesi di ricerca, di preghiere e di pellegrinaggi. Temevo che quella creatura potesse nascere gravemente prematura come già accaduto alla sorellina subito salita al cielo dopo il parto.

Accesi il televisore e mi misi così a recitare il Santo Rosario in diretta da Lourdes. Si stava facendo un po’ buio, cercai quindi di accendere la luce sopra al mio letto, ma non ci riuscivo perché c’era incastrato qualcosa, con mia sorpresa vidi poi cadere un santino che raffigurava Maria Bambina con la preghiera della mamma in attesa. Recitai quella preghiera con il mio sposo per tutto il periodo della gravidanza, ma non portai via con me quel santino, lo fotografai con il telefono e lo rimisi a posto, pensai che un’altra mamma con una gravidanza a rischio ricoverata li avrebbe potuto sentirsi isolata e sconfortata come me e allora Maria Bambina sarebbe venuta subito in suo aiuto.

Qualche tempo fa vidi in un negozio di antiquariato una statuetta di Maria Bambina sotto una campanella di vetro, decisi di acquistarla e di porla in un punto centrale e di passaggio della casa dedicandole un piccolo angolo fiorito. Scoprii poi che statuine come la mia venivano portare come regalo di nozze agli sposi in modo da divenirLe così devoti; Maria vuole davvero sentirsi accarezzata e benvoluta da ogni coppia di sposi cristiani e per questo si fa piccola! Lo fa per potersi far coccolare fra le loro braccia come pargoletta.

Riccardo: Da tempo avevamo quindi il desiderio di visitare il santuario di Maria Bambina delle suore della carità, ma essendo lontano da casa nostra abbiamo sempre rimandato, finché a fine agosto lo Spirito Santo ci ha presentato “casualmente” un articolo su Avvenire che esponeva il programma per la festa della natività di Maria Bambina presso quel santuario con l’inizio della novena a Maria Bambina in data 30/08. Abbiamo così esclamato: Ecco fra tanti impegni ci eravamo dimenticati, è vero tra poco è la sua festa! siamo ancora in tempo a iniziare la novena.

E così il giorno dopo, dopo un tragitto in macchina e due linee della metropolitana siamo arrivati in zona Crocetta, vicino al santuario. Avevamo anche deciso di approfittarne visto il lungo tragitto e confessarci al Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (a pochi metri dal santuario di Maria Bambina). Con nostra grande sorpresa ci siamo accorti che veramente lo Spirito Santo non ci conduce mai in un luogo per caso e in un momento qualunque perché abbiamo scoperto che questa chiesa è conosciuta come la chiesa degli sposi. Infatti, secondo una antica tradizione, gli sposi di Milano, dopo la celebrazione del sacramento del matrimonio nella propria parrocchia, si recavano presso il santuario per portare fiori alla Beata Vergine Maria e ricevere la benedizione. Molti sposi ritornavano poi per il loro anniversario. Ancora oggi, in questo santuario di Maria presso San Celso, viene celebrata una Santa Messa ogni ultima domenica del mese alle ore undici per i coniugi e le famiglie che in quel mese festeggiano il loro anniversario di nozze.

Ma le sorprese da parte dello Spirito Santo non finivano qui, infatti abbiamo poi notato che nel santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso sono presenti gli abiti del Beato Cardinal Schuster e pensate il 30 agosto, giorno della nostra visita in quel santuario era proprio il giorno della memoria del Cardinal Schuster. Tutto ciò è davvero incredibile, perché ci porta alla comprensione che forse noi non sappiamo dove stiamo andando (avevamo letto che presso il Santuario di Santa Maria dei Miracoli si svolgevano sempre le confessioni durante gli orari di apertura del santuario e siamo andati lì solo per quello), però Lui ha già tracciato il Suo percorso per noi ed è veramente stupendo! Ogni cammino dello Spirito Santo ci ha sempre condotti a un sentimento di stupore ed è questo l’atteggiamento a cui noi cristiani siamo continuamente chiamati: all’adorazione che è lo sguardo di un bambino che davanti ai disegni del Padre con stupore si porta una mano alla bocca e fa wow!

Alessandra: Ci siamo poi recati al Santuario di Maria Bambina per iniziare insieme alle suore della carità la novena a Maria Bambina e siamo venuti a conoscenza di una tradizione: quella di iscrivere i nuovi nati  sul libro dei bambini di Maria Bambina; le suore hanno così iscritto Pietro dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci hanno consegnato una pagellina con scritto il suo nome e con all’interno una medaglietta che i genitori si impegnano a far portare al proprio figlio quando diventerà più grande, un pezzetto di cotone strofinato sulla statua Santa di Maria Bambina e un santino con la preghiera della mamma per la sua creatura. Le suore della carità ci hanno inoltre dato in dono un capo culla con Maria Bambina con fiocco azzurro che secondo l’usanza la mamma prendeva l’impegno di far baciare ogni sera al suo bambino finché non avesse imparato la preghiera dell’Ave Maria.

Essendo  arrivati con largo anticipo per il Santo Rosario e la Santa messa, siamo saliti dietro l’altare, attraverso una scalinata, per pregare Maria Bambina proprio ai suoi piedi e in quel momento faticavo a trovare le parole, anche se una supplica nel nostro cuore c’era, ma tanta, troppa era la gioia; avevo solo la vista annebbiata per le lacrime negli occhi che cercavo di trattenere e abbiamo pregato così Maria Bambina: vorremo tenerti in braccio, cullarti tra le nostre  braccia di genitori, accarezzare le tue guancette rosee e dirti quanto ti vogliamo bene. Una sorella poi ci disse: la vostra intenzione è già stata accolta, avete preso in braccio Maria Bambina.

Riccardo: avevamo già intuito con la nascita del nostro progetto di evangelizzazione di Mandati a due a due che il Signore ci aveva chiamati all’apostolato, e dopo quanto successo il nostro padre Spirituale, con buon discernimento, ci ha confermato che lo Spirito Santo ci vuole come operai nella Sua messe per salvare i matrimoni e le famiglie, ricordandoci che Suor Lucia di Fatima disse: Lo scontro finale tra il Signore e il regno di satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Per poterci impegnare maggiormente nell’apostolato abbiamo quindi deciso di frequentare un corso presso l’ateneo pontificio Regina Angelorum che è il corso per direttori spirituali di coppie sposate che ha come docenti universitari Don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali che scrive qui sul blog.

Frequenteremo questo corso separatamente a causa dei vari impegni familiari; quest’anno inizierà Alessandra che è già stata ammessa e il successivo lo seguirò io. Affidiamo quindi a Maria tutte le famiglie che camminano con noi sulla via della santità matrimoniale tramite il nastro progetto di Mandati a due a due. Ringraziandola per aver preso dimora con Suo figlio Gesù nel nostro perenne abbraccio d’amore.

Alessandra e Riccardo

Amore è servire. Anche per lui.

Ho ricevuto alcuni giorni fa una richiesta specifica da parte di una lettrice del blog. Mi ha chiesto di scrivere un articolo sull’importanza di condividere l’impegno dei lavori domestici. Lei lamenta la mancanza totale di aiuto da parte del marito abituato ad essere servito in casa in tutto e per tutto dalla madre. Ho pensato fosse utile rispondere a questa richiesta perché non sono poche le famiglie dove ancora c’è questo atteggiamento. Mi permetto quindi alcune riflessioni e attendo naturalmente i vostri commenti e le vostre testimonianze che possono sicuramente arricchire la questione. Premetto che ogni situazione e a sé. Un conto è il caso di lui che lavora fuori fino a tardi e lei è casalinga ed un altro quello dove entrambi lavorano fuori. Però alcune considerazioni generali si possono fare. Poi ognuno le può declinare nella propria situazione.

La famiglia di origine. Abramo ci è maestro in questo. Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Cosa significa abbandonare il nostro paese? Significa uscire dalla nostra cultura. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Sono le nostre abitudini. Sia chiaro, non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non vogliamo rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi. Per questo non possiamo pretendere che nostra moglie sia l’alter ego di nostra madre. Senza contare che i tempi sono cambiati e che oggi gli impegni lavorativi sono spesso oberanti per il marito come per la moglie. Non possiamo adagiarci sull’abitudine ma il matrimonio ci chiede il dono totale, ricordiamolo. Noi siamo servi per amore, non siamo i signori di nostra moglie o di nostro marito.

Differenza uomo/donna. Molti credono ancora che determinate occupazioni siano prevalentemente femminili. Magari non lo ammettono apertamente, ma poi si capisce da come si comportano nel concreto. Ecco! Questa obiezione non ha alcun fondamento se non culturale. Certamente esistono delle differenze tra uomo e donna. Certamente esistono delle predisposizioni, delle sensibilità, delle abilità più femminili e altre più maschili, ma tutto ciò non riguarda i lavori domestici. Pulire il bagno, cucinare, fare la lavatrice, rifare i letti e tutto il resto, sono occupazioni che possono benissimo essere fatte sia dai mariti che dalle mogli. Voi mariti non sentitevi di aver chissà quale merito se fate qualche servizio in casa. Avete semplicemente fatto ciò che dovevate e forse molto meno di quello che avreste dovuto. E voi mogli? Anche voi siete spesso dentro questa mentalità. Vi lamentate, ma poi non permettete che vostro marito si occupi di determinati lavori perchè lo considerate incapace. E se glieli lasciate fare siete pronte a criticare il modo e il risultato. Ecco! Non fatelo. Se un determinato lavoro decide di farlo lui lasciategli la libertà di farlo come piace a lui senza criticare ogni cosa. C’è modo e modo di fare critiche, con amore o con sprezzo. Il nostro padre spirituale era categorico su questo.

L’amore fa la differenza. Io sono stato un figlio abbastanza viziato. Non ho mai rifatto neanche il mio letto a casa. Cosa mi ha salvato? Sicuramente mi ha fatto bene andare a vivere da solo a ventidue anni. Però non è bastato. Portavo ancora i panni a casa da mammà per farli lavare e avevo la casa che sembrava una discarica dal casino che c’era in giro. C’è da cambiare mentalità e l’amore ti permette di farlo, se ti lasci plasmare. Io mi sono sposato con Luisa e con lei ho iniziato un percorso di conversione anche da questo punto di vista. Ho compreso con il tempo come i lavori di casa non fossero solo un peso, qualcosa da dover fare e da sbolognare a mia moglie quando possibile. Se nel matrimonio ci metti tutto, i lavori domestici diventano anche un privilegio. Continueranno ad essere magari pesanti e noiosi ma mi daranno anche gioia. Perché? Perchè l’idea di servire mia moglie e la mia famiglia mi fanno stare bene. Se la sera io lavo i piatti e Luisa si può stendere un attimo sul divano mi fa stare bene. Se io lavo i pavimenti e Luisa può pensare ai suoi compiti per la scuola mi fa stare bene. E così via. Ognuno può mettere la propria storia e la propria testimonianza. Il matrimonio è fantastico anche per questo. Servire diventa gioia. L’impegno un’opportunità per amare. I lavori domestici diventano sacri perchè ti permettono di amare vostra moglie e, attraverso di lei, di amare Dio.

Concludo affermando che il vero uomo non è quello che si mette in poltrona e tratta la moglie come fosse la cameriera. Il vero uomo è quello capace decentrare lo sguardo da sè verso la propria sposa, capace di capire la fatica dell’amata e capace di servire per amore. Mettersi al servizio diventa la modalità ordinaria per amare. Nella famiglia amare fa rima con servire.

Antonio e Luisa

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Dai un nome al tuo peccato

“Riconosco la mia colpa, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi.”

Ultimamente questo versetto del Salmo 50 mi ronza intorno, insistente. Riemerge dalla memoria e, visto che ha bussato al cuore due o tre volte, ho ripescato il testo per una rilettura. È il canto del peccatore, di chi si riconosce misero e povero, di chi spera nella salvezza del Signore perché bisognoso e colpevole.

Ora ho capito perché mi frulla in testa: nel Matrimonio accade esattamente questo. Il tuo peccato (e tu sai quale, sì, proprio quello) ti sta sempre dinanzi. Il coniuge è lo specchio della tua bellezza creaturale ma anche di quelle brutture che ogni tanto provi a nascondere. Non esiste peccato che il Signore non riesca a portare alla luce, per amarti interamente. E siamo fortunati, noi sposi! Abbiamo chi smaschera nel quotidiano le nostre debolezze, abbiamo qualcuno a cui non interessa la nostra perfezione ma, anzi, ama riportarci ogni volta con i piedi per terra.

Questa è una grazia! Questo è dono!

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia” scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. La lucidità con cui parla di sé stesso mi ha sempre suscitato una certa invidia. È chiaro, netto, tagliente. Per ben due volte nella stessa frase (e da professoressa cerchierei in rosso l’errore) rimarca la superbia di cui sarebbe ostaggio, senza quel peccato che lo perseguita. Non sappiamo esattamente quale sia (alcuni studiosi sostengono fosse un iracondo) ma nemmeno ci interessa. La sua spina è la nostra spina, il suo peccato è il nostro. Dobbiamo riuscire a dare un nome ai nostri peccati: il mio padre spirituale non mi lascia scampo in confessione! E sa quanto è importante riconoscere che il peccato non è quella precedenza non data, quell’elemosina non fatta, quella parola brutta, ma ha un nome preciso. Non nascondiamocelo: siamo bravi “evasori di vizi” quando ci fa comodo (ossia quando parliamo di noi – sugli altri, invece, nessuna pietà!). Devi dare un nome al tuo peccato: è la superbia? Chiamala così. È la lussuria? E sia. È la gola? Finalmente lo hai capito. A volte vanno scovate queste spine, specie se si celano tra le foglie del buonsenso, del politicamente corretto, del ‘si è sempre fatto così’ o del ‘in fondo non faccio nulla di male’. Chissà quanti peccati non riconosco, nelle mie giornate!

Per grazia, nel Matrimonio, abbiamo un memorandum vivente che ci accompagna nella vita: è il nostro sposo, la nostra sposa. Colui o colei che sa spendere le parole più belle per noi ma anche quelle più dure e veraci. Perché ci conosce almeno un poco (o dovrebbe!) e sa riconoscere le nostre spine. Da quando sono sposata i miei peccati mi stanno sempre dinanzi con una chiarezza pazzesca. Non serve che mio marito me li faccia notare ma (e ritengo questa una grazia) è la nostra relazione che me li evidenzia, specie quando monto in superbia come Paolo e penso che non sono poi tanto male. Ho scovato le mie spine una ad una, specialmente durante il fidanzamento (e continuo a trovarne, ahimè!), quindi in una relazione. E, nella stessa relazione ora elevata a Sacramento, le ritrovo pressoché immutate… ma più evidenti. Ci sono spine che riusciamo a smussare e spine che resteranno nella carne, come quella di Paolo, per tutta la vita. Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: siamo peccatori! Ecco, Signore, la mia debolezza, ecco il nodo che non so sciogliere, che non posso slegare da solo. Ecco la mia superbia, ecco la mia sfiducia, ecco la mia avarizia…

A volte mi scoraggio per quante spine vedo in me stessa. È allora che mi ricordo cosa Dio disse a Paolo, che per tre volte lo pregò di allontanare da sé quel peccato: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. So che la consolazione della grazia sta nel riconoscere ‘felice’ la nostra colpa, che meritò un così grande Salvatore (citando l’Exultet). A noi sposi è dato di riconoscere meglio e in modo più nitido queste spine non per autocommiserarci, non per fustigarci con digiuni, ma per camminare nella Verità di noi stessi. Senza mistificarci, senza metterci sul piedistallo considerandoci ‘arrivati’, sistemati, a posto. Le spine ci sono date per riconoscere Dio come Salvatore e noi come creature.

Possiamo aver fatto mille pellegrinaggi e missioni, avere la responsabilità di tre oratori diversi, frequentato i migliori corsi vocazionali ed aver avuto persino il Papa a benedire le nostre nozze… Senza vedere le nostre spine (che lì restano, badate bene) non ci siamo mossi di un millimetro. Senza riconoscerci peccatori ogni giorno non c’è posto per il Signore nella nostra vita ma ci siamo solo noi: magari cristiani provetti ma col cuore di pietra.

Sterminerò al mattino tutti gli empi del paese / per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male” recita il Salmo 101. Qualcosa non torna: se ogni mattina riesco a sterminare tutti gli empi del paese… perché questa operazione va ripetuta ogni mattino? Ci sono empi che non ho scovato il mattino prima? Il salmista si è sbagliato. Oppure… la “città del Signore” sono proprio io e ogni giorno devo fare pulizia dei miei peccati, che puntualmente mi accompagnano. Le spine, appunto.

Siamo chiamati a fare pulizia, cari sposi. I nostri peccati più affezionati ci staranno sempre dinanzi ma proprio in questi ci scopriremo veramente Amati: prima di tutto dal Signore, poi dal nostro sposo o sposa. Siamo entrambi chiamati ad una totale accoglienza dell’altro, come ci siamo promessi all’altare. E c’è grande pace in questo.

Giada di Nesentilavoce

Pensi secondo Dio?

Sapevate che il Vangelo di ieri e in stretta attinenza con il Vangelo della domenica precedente? Vi ricordate cosa abbiamo ascoltato otto giorni fa? Vi rinfresco la memoria: Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Quanto abbiamo ascoltato ieri avviene subito dopo questo dialogo tra Gesù e Pietro. E cosa dice Gesù a Pietro: Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Insomma Pietro non ha fatto in tempo a gasarsi per i complimenti ricevuti dal Maestro che immediatamente si prende una lavata di capo. Viene chiamato addirittura satana. Povero Pietro! In realtà Gesù sta preparando Pietro e con lui i discepoli tutti. Con questo Vangelo sta parlando ad ognuno di noi! Sta dicendo a Pietro qualcosa di decisivo: non basta riconoscermi come il Cristo ma devi riconoscermi anche nella croce! Devi riconoscermi come il Signore anche nello scandalo della croce.

È un’esperienza comune per molti di noi cadere nell’errore di Pietro e fraintendere il vero significato di stare con il Signore. Anche come sposi, spesso ci troviamo a imboccare la strada sbagliata. Le difficoltà ci raggiungono e ci sentiamo traditi. Potremmo pensare: Gesù, ti ho riconosciuto come il Signore della mia vita e del mio matrimonio. Perché devo affrontare tutto questo? Non me lo meritavo! Ma è importante ricordare che Gesù non ci ha mai promesso che la vita sarebbe stata priva di sfide.

In realtà, Gesù ci mette in guardia proprio da questa mentalità, che è basata su un modo di ragionare terreno e limitato. Egli ci invita a guardare oltre le circostanze difficili e ad affidarci completamente a Lui. Quando ci abbandoniamo nelle Sue mani, scopriamo che il nostro rapporto con Dio diventa più intimo, e si sviluppa una fiducia profonda e incondizionata.

La nostra fede in Gesù ci permette di affrontare sia le difficoltà che le gioie del matrimonio con una prospettiva diversa. Invece di pensare che tutto ciò che ci accade sia una punizione o un’ingiustizia, possiamo guardare a queste prove come opportunità per crescere, imparare e rafforzare la nostra relazione con Dio e con il nostro coniuge.

Quando ci troviamo in momenti di crisi o sfida nel matrimonio, possiamo rivolgerci a Dio in preghiera, chiedendo la Sua guida, la Sua forza e la Sua saggezza. Gesù è lì per camminare al nostro fianco in ogni passo del nostro viaggio matrimoniale, per darci la grazia di superare ogni difficoltà e per farci crescere nello scopo e nell’amore che Lui ha per noi.

Quindi, non permettiamo che la delusione o la confusione ci allontani da Dio. Piuttosto, affrontiamo queste sfide come un’opportunità di avvicinarci a Lui, imparando ad amare come Lui ama e a perdonare come Lui perdona. In questo modo, il nostro matrimonio diventa un riflesso dell’amore incondizionato di Dio per noi e un’occasione di testimonianza per gli altri.

Antonio e Luisa

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Siamo senza speranza?

Due giorni fa il caro Ettore ha pubblicato il suo articolo sul blog. Chi ci segue sa bene che Ettore è uno sposo separato ma fedele. Una condizione che sempre meno persone comprendono. E come al solito sotto il suo articolo il commento di una lettrice: perchè ostinarsi in una relazione finita. Questo commento mi ha suscitato una parola: speranza. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Ora torniamo a noi, coppie che cercano di far funzionare il matrimonio. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Non possiamo permettere che la mancanza di speranza e di prospettiva ci porti a rinunciare alle nostre relazioni più importanti.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva. Quindi, cari sposi, nell’affrontare le sfide e le fatiche della vita quotidiana, ricordatevi sempre della speranza che Dio vi dona. Nutrite il vostro amore con fiducia, con la consapevolezza che l’amore che condividete ha una dimensione che va oltre l’effimero, che si sviluppa in modo armonioso nell’eternità.

La speranza nel matrimonio è un faro che illumina le tempeste della vita con la sua luce rassicurante. Essa nutre la fiducia reciproca dei coniugi, instillando in loro la certezza che, indipendentemente dalle sfide che incontrano lungo il cammino, il loro amore è destinato a crescere e a durare. La speranza, come un fiore che sboccia, infonde bellezza e vitalità alla relazione, permettendo ai coniugi di affrontare insieme ogni avversità e di crescere spiritualmente nel loro legame.

La speranza nel matrimonio è anche una bussola che guida i coniugi verso un futuro luminoso e pieno di promesse. Essa li spinge a perseguire insieme i loro sogni e obiettivi, incoraggiandoli a crescere come individui e come coppia. La speranza alimenta la tenerezza e la gentilezza nell’amore coniugale, creando uno spazio sereno e sicuro in cui entrambi i partner possono crescere e sbocciare nella loro interezza.

Ma la speranza nel matrimonio non è soltanto una questione di aspettative positive e di un futuro roseo. La speranza è anche una virtù che ci permette di apprezzare e di vivere pienamente il presente. Essa ci invita a coltivare la gratitudine per ciò che abbiamo e per ciò che siamo, rafforzando così il nostro legame coniugale. La speranza ci consente di vedere il meglio nell’altro, di perdonare, di imparare dai nostri errori e di crescere insieme nel perdono e nella compassione.

Quindi, cari sposi, nel percorso matrimoniale ricordate sempre l’importanza della speranza. Coltivate questo dono prezioso e lasciate che essa sia il faro che illumina il vostro cammino, la bussola che vi guida verso un amore sempre più profondo e una vita condivisa piena di gioia e di significato. Siate testimoni della speranza che il sacramento del matrimonio offre, mostrando al mondo intero che un amore che si nutre di speranza è capace di superare qualsiasi sfida e di illuminare l’umanità stessa.

Senza la virtù della speranza anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

Cari sposi dobbiamo custodire il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

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Quando si diventa madri. Cosa dice la scienza.

Carissimi sposi in questo periodo di vacanza ho avuto tempo per leggere e ho trovato un sussidio davvero interessante nel testo Uomo e donna. Che cosa ci dicono le neuroscienze edito da San Paolo di Renè Ecochard. Il testo prende in esame le differenze (non siamo uguali o fluidi ma differenti) scientifiche (non dottrinali o culturali) tra uomo e donna durante tutto l’arco della vita. Ve lo consiglio è davvero interessante. Io mi soffermerò solo sul momento in cui uomo e donna, marito e moglie, diventano genitori.

Quando la donna diventa mamma: una trasformazione profonda e affascinante

Nella straordinaria fase della gravidanza e nei primi mesi successivi alla nascita, la donna sperimenta una trasformazione senza precedenti, che spesso è poco conosciuta e sottovalutata. Durante questo periodo, avviene una vera e propria maturazione del cervello femminile, che può essere paragonata a quella che avviene durante la vita fetale e la pubertà delle donne.

Attraverso l’influenza degli ormoni e dei cambiamenti neurobiologici, il cervello della futura mamma si adatta e si sviluppa in modo sorprendente per poter prendersi cura del nuovo essere che sta per arrivare. Gli studi scientifici hanno dimostrato che il cervello materno subisce cambiamenti strutturali e funzionali, grazie all’afflusso di ormoni come l’estrogeno, il cortisolo, il progesterone e l’ossitocina.

Durante la gravidanza, in particolare negli ultimi mesi, l’ipofisi produce elevate quantità di ossitocina, l’ormone dell’amore e del legame affettivo, che favorisce l’attaccamento tra la madre e il bambino. Questa sostanza influisce sulla plasticità cerebrale e contribuisce a rendere la madre più attenta e sensibile ai bisogni del neonato.

Una volta che il bambino è nato, i cambiamenti neurologici che si sono verificati nel cervello materno non svaniscono, ma rimangono per sempre. Questo significa che la donna non sarà mai più la stessa persona dopo essere diventata madre. I ricercatori hanno osservato che la maternità porta ad aumenti significativi di alcune abilità cognitive e comportamentali, come l’empatia, la resilienza emotiva e la capacità di multitasking.

Una specifica importante. Ciò non centra nulla con il sentirsi inadeguate e con la depressione post parto. Sono tutte dinamiche che possono esserci contemporaneamente. Quindi non sentitevi strane e fallaci se non avvertite tutta questa forza. La forza c’è ma ci sono situazioni da mettere a posto.

L’empatia, ad esempio, si accresce nel momento in cui la madre impara a comprendere le esigenze del suo bambino attraverso la lettura delle sue espressioni facciali, dei suoi versi o dei suoi movimenti. Questa nuova sensibilità non si limita esclusivamente al rapporto madre-figlio, ma si estende anche ad altre relazioni interpersonali.

La maternità richiede alle donne di essere in grado di gestire contemporaneamente varie attività, spesso contrastanti, come nutrire il bambino, cambiare i pannolini e fare altre mansioni domestiche. Questa continua necessità di multitasking stimola il cervello materno a sviluppare capacità di organizzazione, flessibilità mentale e gestione del tempo. Ecco questo in Luisa non è molto visibile. Scherzo cara Luisa mia.

A proposito di Luisa e della nostra esperienza. Ci sono dei cambiamenti evidenti. Io ho avuto modo di notarli in Luisa e lei mi ha confermato. Come già scritto, la donna diventa più attenta alle espressioni del volto e acquisisce una specie di attenzione selettiva. Luisa era esattamente così. Quando, nei rari momenti di riposo, cadeva addormentata, potevo fare tutto il rumore del mondo che continuava a dormire. Bastava un piccolo gemito del figlio e lei lo sentiva.

E qui un invito ad allattare per quelle mamma che possono farlo. Il rialzo dei livelli di prolattina durante l’allattamento aiutano la mamma ad occuparsi del bimbo e ad avvertire un senso di pace interiore. Allattare rende più resistente allo stress. Allattare fa bene anche alla mamma.

Le donne attraverso la gravidanza assumono quindi nuove attitudini, o meglio sviluppano e perfezionano quelle che già possiedono. Il cervello della mamma muta in modo permanente tanto che avvengono, la scienza lo dimostra, delle modifiche a livello cromosomico. Non è incredibile?

Queste nuove attitudini si manifestano non solo nell’uomo ma in gran parte del mondo animale. Guardate come una mamma difende il suo piccolo. Sono tutte delle leonesse che traggono forze inaspettate. Ecco ciò avviene grazie proprio alla gravidanza. Quindi care mamme sappiate che vostro figlio vi ha reso più forti. Quindi, care mamme, tenete presente che vostro figlio vi ha reso più forti e vi ha dato una motivazione ancora più grande per affrontare la vita con determinazione e amore. Siete delle vere eroine, capaci di affrontare qualsiasi sfida che la maternità vi presenti. Sappiate che il vostro impegno e la vostra dedizione non passano inosservati e che il vostro amore incondizionato è un dono davvero prezioso per i vostri figli. Non dimenticate mai quanto siete speciali e quanto il vostro ruolo sia importante nella vita dei vostri piccoli.

Sempre lo studio delle modifiche dei cromosomi hanno indotto a pensare che sia fondamentale come la mamma ha vissuto la propria infanzia, Se è stata amata troverà più naturale e semplice prendersi cura del figlio. Se invece è stata maltrattata o trattata con freddezza troverà più fatica perchè tenderà a ripetere i comportamenti subiti. Sempre lo studio dei cromosomi (epigenetica) ha mostrato come nella prima infanzia ogni persona subisca delle modifiche a livello di cromosomi. Benefiche se è stata amata e negative in caso contrario.

Qui si potrebbero fare tante riflessioni sull’opportunità della pratica dell’utero in affitto e sulla intercambiabilità del ruolo materno e paterno. Due mamme o due papà sono equivalenti ad una mamma e un papà? Basta l’amore? Sono sicuro che se avete un po’ di capacità logica e di buon senso la risposta ve la siete già data. La natura ha pensato a tutto. Noi pensiamo di poter far meglio?

In un prossimo articolo tratterò di ciò che avviene nell’uomo quando diventa padre.

Antonio e Luisa

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Il tradimento fa male. È come un gigante che ti schiaccia.

Una delle cause di separazione che oggi voglio affrontare è il tradimento: può avvenire anche dopo la separazione o divorzio, non cambia niente (ricordo che per noi cristiani non è un foglio di carta o una firma del giudice che possono sciogliere un matrimonio, non lo può fare nessuno su questa terra, al massimo si può constatare che non sia mai avvenuto). Voglio precisare che quello che dirò non dovrà essere messo in relazione al comportamento di mia moglie, ma è una sintesi della mia esperienza personale e di quella quotidiana con tanti separati.

Quando scopri un tradimento fa male, molto molto male, è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cercasse di stritolarti: senti quasi un dolore fisico al cuore e ti manca l’aria, come non ce ne fosse abbastanza intorno a te. È certamente un dolore molto intenso, ma a differenza di un dolore fisico che se non grave, sai che passerà e puoi attenuarlo con farmaci, è difficile da gestire e da sopportare. Inoltre, perdi il sapore delle cose, anche le più belle, tutto diventa faticoso e difficile, la tentazione è quelli di sentirsi trascinati dagli eventi e dalle giornate tutte uguali. Il mondo, la tv e i programmi presentano spesso i tradimenti come “normali”, avventure amorose che creano emozioni e fanno sentire vivi, giustificate anche dal comportamento del coniuge, assente, poco premuroso, litigioso e non più attraente come prima.

No, un tradimento non è mai accettabile, specialmente da chi ha promesso “per sempre” davanti agli uomini e a Dio, anche perché può essere davvero distruttivo per sé stessi e per gli altri; infatti, i risultati macroscopici sono visibili a tutti, ogni giorno sentiamo casi di violenza dovuti a questo motivo, proprio perché si entra in una sfera emotiva così profonda e intima, spesso sconosciuta anche a noi stessi. Una doverosa precisazione. Non voglio giustificare la violenza che non è mai giustificabile. Al dolore si può reagire in tanti modi e sul modo ognuno di noi è personalmente responsabile delle proprie azioni. Aggiungo, in particolare per i giovani, che non si può pensare di svincolare il sesso dalla nostra realtà più profonda, come fosse un semplice divertimento o un’attività fisica.

Il dolore e la sofferenza che si protraggono nel tempo, se non vengono controllati e non viene dato loro un senso, possono portare, in casi estremi, a gesti violenti rivolti verso la persona che li ha causati e non solo (ci sono molti casi infatti di omicidio-suicidio, proprio perché la persona non riesce a gestire una situazione così dolorosa e non si vedono vie d’uscita, è il buio totale). Ripeto, nessuna giustificazione metto solo in evidenza quanto avviene.

Se provo a immaginare un mondo senza tradimenti dove, anche se è necessario separarsi per vari motivi, si rimane fedeli, mi appare una società con tanti problemi in meno, sana, centrata sulla famiglia (senza le cosiddette famiglie allargate) e con i figli che crescono senza eccessive ferite. È un sogno, naturalmente, ma dobbiamo cominciare noi a correggere il tiro, sperando di seminare bene e confidando nelle future generazioni. Tornando al tradimento, chi lo subisce, cosa può fare?

L’istinto sarebbe quello di vendicarsi, ad esempio raccontando a tutti la meschinità e la pochezza di quella persona, ma questo ha poco senso e non diminuirebbe certamente il dolore che si sta provando. Non porta neanche benefici affrontare che ti ha messo le corna, anzi direi che è una situazione potenzialmente rischiosa, se la rabbia dovesse prendere il sopravvento e la scenata dimostrerebbe soltanto quanto siamo stati feriti (se è arrivato/a a tradirti, evidentemente non saranno certo le tue parole a migliorare le cose e a fargli/le capire). Allora, cosa bisogna o si può fare? Subire in silenzio e basta?

No! Innanzitutto è necessario distogliere i pensieri cattivi e di rivalsa, ad esempio stopparli prima possibile con preghiere; poi ognuno di noi ha amici veri che magari ci sono già passati e possono aiutarti, oppure sacerdoti o assistenti spirituali che sanno darti consigli preziosi. Noi sappiamo che Qualcuno prima di noi ha subito tanti tradimenti, basta leggere la passione di Gesù e scoprire che ogni tipo di sofferenza Lui l’ha già vissuta: allora possiamo vivere il tradimento con Gesù, in Gesù e per Gesù. Non è che le cose magicamente si risolvano, si tratta di fidarsi di un lungo cammino che certamente porterà non solo alla “cima del monte”, ma trasformerà quel dolore, come fa un’ostrica con la perla.

Nella messa serale, il primo giorno del Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, da poco concluso, abbiamo regalato ad ognuno un sacchetto con dei sassolini e delle perle finte, insieme ad un piccolissimo libro (entrambi preparati con cura da Perlita) con queste parole sulla copertina: “Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla”. Effettivamente, per stare bene, io non vedo altre alternative all’infuori della fede, che non cancella nessuna ferita, ma le cicatrizza: certamente a livello umano un aiuto psicologico può aiutare, ma c’è anche il rischio di rimanere inchiodati e fermi al tradimento, senza fare passi avanti. Come si fa a perdonare di cuore? Proverò a dire qualcosa nella seconda parte, esattamente tra quindici giorni, sempre di mercoledì.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gesù abita il vostro matrimonio?

Oggi, come ogni lunedì, riprendo il Vangelo domenicale. Cercherò di fare una ulteriore riflessione rispetto aquanto già scritto ieri da padre Luca. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Proverò a trasporre quindi quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa riferendosi al matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Il matrimonio è un argomento che suscita molte idee, opinioni e credenze diverse nella società. Alcuni lo considerano un impegno sacro e indissolubile, mentre altri lo vedono come una semplice formalità legale. C’è chi pensa che sia una tradizione superata, mentre altri ancora lo considerano un rito fondamentale per stabilire una famiglia e avere una stabilità emotiva e spirituale. Inoltre, nell’era del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali, la visione del matrimonio è in continuo mutamento. Si discute apertamente di questioni come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la convivenza senza il vincolo formale del matrimonio, o l’importanza del matrimonio come istituzione.

Ma soprattutto, cosa pensano i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio, credo di poter affermare con sufficiente sicurezza, c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Sempre meno cristiani si sposano, molti convivono. E tra quella minoranza che si sposa, spesso non c’è la consapevolezza di ciò che si sta celebrando. Si promette il per sempre, ma non si crede fino in fondo che sia giusto farlo. È un per sempre condizionato. Se l’altro non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore, mi sento liberato dalla mia promessa. È una questione di giustizia. Questo è quello che credono molti cristiani. Non c’è nulla di strano in questo modo di pensare se il matrimonio riguardasse solo i due sposi. Ma riguarda solo i due sposi? E Gesù dove è in tutto questo?

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere che non siamo soli, riconoscere che nel nostro matrimonio c’è la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo. Capite che così cambia tutto?

Solo se riusciamo a vedere ciò che vede Pietro allora riusciremo ad amare come Gesù, a vivere un matrimonio autenticamente cristiano. Perchè solo così il nostro esserci, il nostro agire, le nostre scelte non saranno condizionate da quelle di nostro marito o di nostra moglie. Solo vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo riconoscendo Gesù nel nostro matrimonio saremo capaci di amare l’altro sempre, quando è tenero e quando è freddo, quando ci fa sentire amati e quando non ci fa sentire nulla. Quando si comporta in modo maturo e quando fa il ragazzino o la bambina. Perchè amando lui o lei non staremo amando solo nostro marito o nostra moglie ma staremo amando Gesù attraverso di loro. Solo attraverso questa consapevolezza possiamo trovare quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Neanche un bacio prima del matrimonio. Va bene?

È di qualche giorno fa la notizia di una coppia di giovani fidanzati che ha affermato di aver voluto aspettare il giorno delle nozze per scambiarsi il primo bacio (qui l’articolo). Senza voler giudicare la scelta di questi due ragazzi, che è personale e rispettabile, voglio approfittarne per mettere in evidenza alcuni aspetti spesso sottovalutati da chi decide di vivere un fidanzamento in questo modo. Sia chiaro che io sono per la castità ma alcune riflessioni vanno comunque fatte.

Ho letto vari commenti sui social riguardo questa scelta. La maggior parte erano commenti tendenti a prendere in giro e a ridicolizzare i due giovani. Altri commenti invece applaudivano i fidanzati perché capaci di una scelta radicale di astinenza prematrimoniale. Io sinceramente non mi ritrovo in nessuna delle due posizioni. Credo che una scelta così radicale possa essere espressione di un desiderio di vivere la relazione affettiva nella verità, ma può anche essere un campanello di allarme. Cosa intendo dire?

Siamo d’accordo, credo che nel fidanzamento non ci sia ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. Quindi, dove sta il pericolo nella scelta di un’astinenza completa?

È importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso, come si costruisce una relazione casta? La risposta non è né nell’astinenza completa né nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi, fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta, nel contesto del fidanzamento, richiede un equilibrio tra la sfera emotiva e fisica. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino un’eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre “dal collo in su”), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza.

Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati perché il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza dai gesti corporei teneri non va bene perché rende la relazione fredda, distaccata e spesso nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Per questo è preferibile la continenza all’astinenza. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape, sul dono senza metterci il corpo, diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia?

Voglio concludere prendendo spunto ancora da quanto hanno affermato i due giovani dell’articolo. La coppia ammette che non è stato facile resistere alla tentazione. Questa affermazione dei due è molto positiva e mi lascia ben sperare per la loro relazione.

Cari fidanzati, se scegliete la castità e non fate fatica, drizzate le antenne. Ci potrebbero essere dei seri problemi personali o di coppia che poi nel matrimonio vengono fuori drammaticamente. Se non desiderate vivere l’intimità con la vostra fidanzata o il vostro fidanzato non è per nulla un segno positivo. La castità deve essere faticosa. Mooooolto faticosa. Solo così vi preparerà ad un matrimonio nella verità.

Antonio e Luisa

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Stupri? Tra le cause c’è la pornografia

Oggi vorrei riflettere sull’ultimo caso di cronaca che ha indignato tutta l’Italia. Si, proprio quello dei ragazzi di Palermo che hanno violentato una loro coetanea. Una cosa che mi sono sempre chiesto è cosa scatta nella testa di questi ragazzi. Perchè rovinare la vita ad una povera ragazza e a sè stessi per pochi minuti di sesso e di possesso? Cosa può far credere loro di farla franca?

Io una mia idea me la sono fatta. Come possono dei ragazzi avere un tale disprezzo per una persona e come possono arrivare ad abusarne in quel modo trattandola come un oggetto da usare e poi gettare? Ho letto diversi articoli e ho appreso che non si tratta di ragazzi problematici o con alle spalle una storia di miseria e degrado. Fanno tutti parte di famiglie benestanti e normali. Ragazzi forse un po’ viziati abituati ad avere tutto dalla vita senza fatica. La risposta alla domanda arriva dalle intercettazioni. Uno di loro sembra aver scritto in una chat con un amico: se ci penso un po’ mi viene lo schifo perché eravamo ti giuro 100 cani sopra una gatta, una cosa di questa l’avevo vista solo nei video porno, eravamo troppi, sinceramente mi sono schifiato un po’, ma che dovevo fare? La carne è carne,

Sembra avere una parvenza di rimorso ma non è così. Dietro quella frase c’è tutta l’adrenalina di chi si è sentito finalmente protagonista di quelle scene porno che aveva tante volte guardato e su cui aveva tanto fantasticato. Il problema è esattamente espresso in queste righe: la pornografia. Alcuni anni fa avevo avuto modo di intervistare Piergiorgio un medico credente e specializzato in sessuologia. La sua risposta ad una mia precisa domanda sulla relazione tra violenza di genere e pornografia è stata molto chiara e netta. Ve la riporto integralmente:

Antonio io diverse volte ho affrontato l’argomento della violenza di genere. Io sono convinto che la pornografia sia alla base della violenza. La pornografia istiga a possedere l’altro/a e non ad amarlo/a e rispettarlo/a. Per questo vengo guardato come visionario e sognatore. Se non come cattolico integralista. Difficilmente vengo preso sul serio quando affermo questa connessione tra pornografia e violenza sulle donne. Alla base di tutto, ripeto, c’è la mancanza di rispetto per la persona umana. La si considera un oggetto con cui si può fare qualsiasi cosa. Quindi sì! La pornografia è alla base della violenza di genere dove si usa l’altro/a e si getta quando non serve più.

Questi non sono casi isolati. Ogni giorno ne avvengono in Italia e molti non sono neanche denunciati. Secondo una recente indagine ISTAT sono ben 652.000 le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito nell’arco della loro vita una violenza sessuale grave come appunto lo stupro. Ora questo problema non riguarda solo i ragazzi che si rendono colpevoli di gesti tanto brutti ed indegni ma riguarda anche i nostri ragazzi. Non c’è bisogno di arrivare a tanto. La pornografia può portare conseguenze e problematiche nelle relazione di tutti i ragazzi e ragazze. Ci sono matrimoni rovinati dalla pornografia. C’è un dato allarmante. Quasi l’80% dei ragazzi ventenni guarda abitualmente pornografia online (fonte Università di Padova) e l’età media in cui gli adolescenti entrano in contatto con i primi contenuti pornografici è 12 anni.

Capite ora come gli stupri siano solo la punta di un iceberg gigantesco? Termino sempre con le parole di Piergiorgio: Nei video pornografici la donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. E’ una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione.  

In questi giorni ho letto tanti commenti social contro questi ragazzi. Ora la giustizia spero faccia il suo corso. Quello che hanno fatto non è giustificabile. Credo però che se vogliamo davvero fare qualcosa di utile ed importante dovremmo iniziare dai nostri figli. Metterli in guardia contro le menzogne della pornografia e testimoniare loro come il sesso sia qualcosa di meraviglioso per donarsi e non un modo per usare una persona.

Antonio e Luisa

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Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo

Come spesso faccio il lunedì, ho deciso di tornare sul Vangelo della domenica appena trascorsa per una ulteriore riflessione. Cosa ci insegna l’episodio della mamma cananea che chiede la liberazione per la figlia?

Noi sposi crediamo che, in virtù del nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio, Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa, Lui non potrà fare nulla.

Il matrimonio non è solo un impegno umano, ma anche un sacramento che coinvolge la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita coniugale. Per questo motivo, è importante vivere il nostro matrimonio in una relazione di profonda comunione con Dio, consentendoGli di essere coinvolto in ogni aspetto della nostra vita matrimoniale. La preghiera è uno strumento potente che ci permette di stabilire e mantenere questa relazione. Aprire il nostro cuore a Gesù, permettendogli di entrare nella nostra vita coniugale, ci dà la possibilità di ricevere la sua grazia e il suo sostegno costante. La preghiera ci aiuta anche a discernere la volontà di Dio per il nostro matrimonio e a trovare la forza necessaria per affrontare le sfide che possono presentarsi lungo il percorso.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che, in modo consapevole o inconsapevole, lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo, viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. La prima, nel capitolo 14, racconta come Gesù, con appena cinque pani e due pesci, sfamò una folla di cinquemila uomini, senza contare donne e bambini. La seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci viene riportata nel capitolo 15 di Matteo. Questa volta Gesù sfamò una folla di quattromila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con sette pani e alcuni piccoli pesci. La differenza tra le due moltiplicazioni dei pani e dei pesci risiede nel numero di ceste lasciate dopo che tutti furono saziati. Nella prima moltiplicazione furono raccolte dodici ceste, mentre nella seconda moltiplicazione furono raccolte sette ceste.

Questo dettaglio numerico è significativo poiché il numero dodici simboleggia le dodici tribù di Israele, mentre il numero sette simboleggia la completezza e la perfezione. Questo suggerisce che Gesù non è venuto solo per il popolo ebraico rappresentato dalle dodici tribù, ma per tutti gli uomini di ogni razza, nazionalità e cultura sulla Terra. La sua provvidenza e il suo amore si estendono a tutte le persone che desiderano cercarlo, accoglierlo e seguirlo.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Perché l’infedeltà fa tanto male?

È solo di qualche giorno fa il video diventato virale del banchiere torinese che si è tolto la soddisfazione di lasciare pubblicamente la sua compagna a pochi giorni dalle nozze. Tutto per una storia di infedeltà. Perché la fedeltà è così importante? Perché l’infedeltà causa tanta sofferenza? Eppure viviamo in una società che biasima maggiormente chi tradisce la squadra di calcio rispetto a chi tradisce il/la partner. Perché anche un’infedeltà di una volta, senza coinvolgimento emotivo, fa comunque tanto male? La risposta risiede nella comprensione che i nostri corpi non sono qualcosa che noi abbiamo; noi siamo i nostri corpi. Dandoci sessualmente a qualcuno diverso dal nostro partner, tradiamo l’amore e la fiducia che dovrebbero unirci all’amato/a L’infedeltà coinvolge non solo l’ambito fisico, ma viola anche il legame emotivo e spirituale che abbiamo con il nostro partner. Noi cristiani dovremmo saperlo bene visto che la fedeltà che promettiamo il giorno delle nozze esprime tutto questo.

Quale significato ha la promessa di fedeltà per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più? Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questa frase ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuti di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perché non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusarlo di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire con la grazia di Cristo.

Sembra una richiesta esagerata ma non è così. È una richiesta radicale. È l’amore che richiede radicalità. Altrimenti non sarebbe amore, non avrebbe sapore e non darebbe senso e pienezza alla nostra vita.

Antonio e Luisa

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Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non sentite Dio nel vostro matrimonio? Ascoltate come Elia

Oggi vorrei tornare sulla Parola di ieri, in particolare sulla prima lettura. Elia è un profeta che ci è familiare, che abbiamo sentito nominare parecchie volte, ma spesso non ne conosciamo la storia. Fa parte di quei libri dell’Antico Testamento che non leggiamo mai davvero. Sentiamo parlare di lui giusto quando la liturgia domenicale ce lo propone. Ieri durante la Messa abbiamo ascoltato alcuni versetti della sua storia.

Elia era un profeta potente. Viveva in un periodo di apostasia. Siedevano sul trono il re Acab e sua moglie Gezabele. I due sovrani avevano introdotto il culto di Baal, rinnegando Dio. Gezabele era infatti una cananea. Arrivarono numerosi sacerdoti del nuovo dio, ma Elia riuscì a sconfiggerli tutti. Elia si sentiva giusto, quasi onnipotente, convinto di poter sconfiggere il male e riportare la Verità. Tuttavia, Elia non si rese conto di essere stato preso dall’orgoglio e di essersi allontanato da quel Dio che aveva tanto difeso.

Ci ha pensato la vita a riportarlo con i piedi per terra. Gezabele non prese infatti bene lo zelo e l’opera di Elia e promise ad Elia di ucciderlo. Elia, tutto d’un tratto, si sentì smarrito. Si rese conto che quella forza che credeva di avere in realtà non avrebbe potuto nulla contro il volere della regina. Per questo fuggì. Si sentì perduto e si inoltrò nel deserto per poi coricarsi e aspettare la morte. Poi la storia prosegue e, dopo che un angelo del Signore lo spinse ad alzarsi e nutrirsi e dopo 40 giorni di cammino nel deserto, Elia giunse sul monte Oreb dove incontrò Dio nel modo che abbiamo ascoltato ieri.

Ed ecco gli fu rivolta la parola del Signore: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: “Che fai qui, Elia?”.

Cosa ci insegna la vita di Elia? Vi darò ora alcuni spunti utili per voi e per il vostro matrimonio

Spesso parliamo di Dio ma non conosciamo Dio. Io mi sento molto interpellato dalla storia di Elia. Io scrivo tanto di Dio sui social, chiamano Luisa e me a testimoniare le meraviglie che Dio ha compiuto nella nostra vita. Tutto vero, ma io sono come Elia? Tu sei come Elia? Dio è un modo per realizzare te stesso? Per tirare fuori il nostro orgoglio? Per sentirci meglio degli altri? Io ogni tanto mi fermo e ci penso a questa cosa. Perchè il rischio c’è. C’è il rischio che Dio diventi uno strumento per realizzare me stesso e non sia più il fine della mia vita. Per questo è importante curare sempre la mia relazione con Lui. Per questo sono importanti i sacramenti, la Messa e la preghiera. Madre Teresa chiedeva alle sue suore di pregare almeno un’ora al giorno davanti al Santissimo Sacamento. Io non prego tanto e spesso mi dimenticherei anche di fare quel poco. Fortuna che ho una sposa attenta che mi riconduce sulla strada di Cristo.

Il deserto è fondamentale. Elia prima di arrivare al monte Oreb, dove è riuscito finalmente ad incontrare il Signore, ha passato 40 giorni e 40 notti nel deserto. Noi siamo come Elia. Abbiamo bisogno del deserto. I momenti in cui cresciamo di più come uomini (maschio e femmina) e come sposi è proprio nei momenti di crisi. Quando ci troviamo poveri e facciamo esperienza della nostra finitezza e debolezza. Anche le sconfitte e i fallimenti possono essere importanti se servono a scacciare dal trono della nostra vita l’io (il nostro orgoglio) e ci consentono di mettere Dio. Quanti matrimoni sono sbocciati dopo delle forti crisi. Quando sono debole, è allora che sono forte (2COR 12,10)

Dio è un vento leggero. Elia si aspettava che Dio si manifestasse in modo potente. Con un terremoto, con il fuoco, con il vento impetuoso. Invece no! Dio si è manifestato con il mormorio di una brezza. Ed Elia lo ha riconosciuto. Probabilmente proprio grazie a quei 40 giorni di deserto dove Elia ha fatto spazio nel suo cuore. Anche noi spesso ci aspettiamo la manifestazione potente della presenza di Dio. Ci aspettiamo miracoli. Ci aspettiamo che sistemi subito tutti i nostri problemi e se la situazione non cambia ci sembra che Dio non ci sia. Se non risolviamo quel problema che ci affligge sembra che Dio ci abbia abbandonato. Non è così. Spesso Dio ci parla come una brezza leggera. Può essere la carezza di nostra moglie, può essere l’amorevole presenza di un amico o di un familiare. Può essere il prete che dice la cosa giusta. Non diamo per scontato il bene che riceviamo. Alla fine ciò che conta davvero è l’amore. Le difficoltà ci sono e sempre ci saranno. Fanno parte della vita. Ciò che conta è come le affrontiamo e chi abbiamo accanto. L’importante è che cambiamo noi.

Finisco qui. Ho già scritto troppo per quelli che sono i miei canoni. Questa Parola offre tantissimi spunti e la storia di Elia è ingiustamente sottovalutata. Spero di avervi fornito degli spunti utili per una vostra riflessione.

Antonio e Luisa

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Contemplare per trasfigurare l’amore

In questo tempo di riposo estivo, continuiamo il nostro cammino nel creare l’acrostico della parola contemplare poiché questo modo di “guardare” sta al centro della nostra vita di sposi. Questo mese ci soffermiamo sulla quarta lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo in prossimità della festa della Trasfigurazione del Signore proprio perché contemplando il Suo corpo glorioso sfolgorante di luce possiamo giungere a TRASFIGURARE il nostro amore.

Innanzitutto ricorriamo al significato etimologico del termine che deriva dal latino transfigurare, formato da trans cioè “trans” e figurare cioè “foggiare, dare forma”, e vuol dire «trasformare profondamente l’aspetto di qualcuno o di qualcosa». La trasformazione del nostro amore deve avvenire nella parte più profonda, in quell’aspetto più fragile che solo la coppia conosce. Ne potremmo individuare diversi ma ci teniamo a focalizzarci su uno, la difficoltà a perdonare il coniuge.

In ogni coppia può accadere che, prima o poi, si accenda una discussione e si finisca per litigare. In quel momento ecco che forse ognuno vorrebbe rimanere solo, con le ferite causate dalle parole che solo saltate fuori come leoni affamati. Da quel momento in casa cala il silenzio e l’aria è piena di tristezza. Non sempre ad innescare la scintilla deve essere qualcosa di “grande” ma basta anche poco: ad uno dei due è andata male sul lavoro, l’altro ha trovato traffico tornando a casa e cose del genere. Quindi più che litigare ci sarebbe un gran bisogno di essere accolti con una carezza, con una parola buona (soprattutto se la ferita è profonda) ma invece l’essere troppo impegnati a pensare a se stessi porta ad allontanare l’altro.

Ma cari sposi, san Paolo è stato chiaro: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), non si va dormire senza aver fatto pace. E sapete perché? Perché a nessuno di noi è dato sapere quanto tempo avremo per chiederci perdono, nessuno può dire se la mattina seguente potremo ancora guardaci negli occhi è capire che l’amore è più grande di ogni litigio, che l’amore tutto spera e tutto sopporta. Non è possibile pensare di addormentarsi accanto alla persona che amiamo e covare risentimento. Ecco, questo è il momento di trasfigurare il perdono, dagli una nuova forma: prepariamoci ad andare a letto, ma come se andassimo ad una festa. Indossiamo il migliore dei nostri abiti e lasciamo che Gesù parli ai nostri cuori e ristabilisca le priorità nella nostra vita sponsale. Baciamo l’anello del nostro coniuge con il quale abbiamo promesso amore eterno e addormentiamoci in pace rimanendo magari abbracciati.

In questo modo riusciremo come sposi a compiere il passaggio fondamentale: non solo imitare Gesù ma piuttosto trasfigurarci con Lui, cambiare l’aspetto del nostro modo di vivere con Lui, poiché come scrisse il monaco benedettino Willigis Jäger nel suo libro “L’essenza della Vita” «Nella contemplazione si aspira ad un processo di trasformazione e non tanto di imitazione. Nell’uomo deve avvenire ciò che si è verificato in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo, è il modello per eccellenza di ogni essere umano. Ognuno si vede confrontato con lo stesso compito affrontato da Gesù: ciascuno di noi deve permettere al Divino di manifestarsi liberamente in lui. L’uomo, nel corso della sua vita, deve diventare uguale a Gesù».

Questo è conseguenza della maturità spirituale di entrambi i coniugi ed accade quando la coppia, gradualmente e con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a sintonizzarsi con il cuore di Cristo al punto da dire “Signore, è bello per noi essere qui! Qui sul monte del nostro matrimonio dove quotidianamente ci sveli la candida veste dell’Amore”.

ESERCIZIO PER TRASFIGURARE L’AMORE

Individuiamo singolarmente che cosa ci ferisce di più quando ci capita di discutere e quindi cosa facciamo fatica a perdonare.Successivamente c’è lo comunichiamo impegnandoci d’ora in avanti, a vedere quella ferita sotto la nuova luce della misericordia.

PREGHIERA DI COPPIA

Prima di coricarci preghiamo insieme facendo nostre le parole del Salmo 4:

«Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?

Hai messo più gioia nel nostro cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza. In pace ci corichiamo e subito ci addormentiamo, perché tu solo, Signore, fiducioso ci fai riposare »

Che il vostro amore sponsale sia sempre più trasfigurato e trasfigurante!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

L’ecologismo cristiano è solo integrale

Ormai, superata la pandemia e messi un po’ da parte i problemi guerra e migranti, i nostri media si stanno concentrando sui cambiamenti climatici e la transizione ecologica. Sicuramente è un tema che sarà affrontato anche alla GMG di Lisbona. I giovani sono molto sensibili ai temi ecologici e molti di loro provano paura ed ansia per il futuro del pianeta. Non voglio però schierarmi scegliendo tra gli ecoansiosi o gli ecoscettici. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinché noi ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio, non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere, quindi, distruttiva, ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio. Un tema ripreso più volte anche da Papa Francesco, come dimenticare la sua enciclica Laudato si. Perché, allora, non possiamo fare fronte comune con Greta, con il Fridays for Future o con i ragazzi di Ultima Generazione? Perché queste persone e questi movimenti laici non possono rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale: chi è l’uomo? Per l’ecologismo mondiale di questi movimenti, l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sé è completamente autodeterminato, non è, cioè, soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a conseguenze prevedibili, porta all’accettazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e, se possibile, ridimensionato. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi! Per questo l’aborto e la contraccezione sono delle ottime soluzioni (per loro).

Un’idea che, se letta da cristiano, risulta essere perdente e falsa. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua, ma in tanti altri ambiti, nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui.

Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato. Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica. Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi, cari ragazzi di Ultima Generazione, pur vedendo delle giuste istanze nelle vostre battaglie, io mi sento chiamato a un’ecologia diversa che parte dall’essere umano, in cui l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare. Spero che in questo meraviglioso evento che è la GMG il Papa possa parlare anche di questo e le premesse sono molto confortanti. Il Papa ieri ha infatti affermato: Voi siete la generazione che può vincere questa sfida: avete gli strumenti scientifici e tecnologici più avanzati ma, per favore, non cadete nella trappola di visioni parziali. Non dimenticate che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di ascoltare la sofferenza del pianeta insieme a quella dei poveri; di mettere il dramma della desertificazione in parallelo con quello dei rifugiati; il tema delle migrazioni insieme a quello della denatalità; di occuparci della dimensione materiale della vita all’interno di una dimensione spirituale. Come non essere d’accordo con lui! Servono veri uomini e vere donne per portare verità nella natuta umana e di conseguenza in quella del creato.

Antonio e Luisa

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La vocazione di Rapunzel

Sono in vacanza con tutta la famiglia. Stamattina mi sono recato in spiaggia. Mi segue solo mia figlia sedicenne. Sta diventando proprio una bella donna. Non intendo solo fisicamente. Sta sbocciando. La vedo sicura nelle sue idee e nei suoi progetti futuri. Dopo una partita a briscola decidiamo di fare una bella passeggiata sul bagnasciuga. Iniziamo a parlare e il discorso finisce sulla nuova Biancaneve.

Qualche giorno fa, l’attrice protagonista, quando le è stata posta direttamente la domanda sull’assenza del principe, ha dichiarato: Non siamo più nel 1937 (in riferimento all’uscita del primo film della Biancaneve Disney). Non sarà salvata dal principe e non si limiterà a sognare il vero amore. Sogna di diventare la leader che sa di poter essere, la leader che suo padre defunto credeva potesse diventare se fosse stata senza paura, coraggiosa e fedele a se stessa. Penso che sia una storia meravigliosa per tutti i giovani, poiché possono vedersi riflessi in lei.

So che ne ho già parlato in questo articolo di qualche giorno fa, però ci torno perchè mia figlia mi ha sorpreso con una riflessione molto profonda e a cui io non ero arrivato. Maria mi ha confidato che non le piace questa idea di una principessa che si basta e che è vincente da sola. Lei sogna il principe, ma non come quello che fa tutto lui, ma come una persona con cui condividere la vita e con la quale diventare la donna che è. Perchè – ha aggiunto – è vero che il principe salva la principessa ma anche la principessa salva il principe e mi ha fatto un esempio concreto. L’ultima principessa Disney che le è piaciuta davvero è stata Rapunzel e mi ha spiegato perchè.

Rapunzel scopre la propria identità con l’aiuto di Flynn. Rapunzel non sapeva di essere una principessa. Aveva trascorso tutta la sua vita nella torre in cui la malvagia Gothel l’aveva imprigionata. Rapunzel ha scoperto chi fosse veramente solo quando Flynn si è introdotto nella torre. Attraverso la relazione e l’amore che piano piano ha preso forma e consistenza, Rapunzel è riuscita a scoprire chi in realtà era sempre stata: una principessa figlia di Re. Una metafora bellissima in cui noi sposi cristiani possiamo scorgere il nostro Re: Dio Padre.

Flynn scopre la propria identità con l’aiuto di Rapunzel. Quanto ho scritto per Rapunzel è, se possibile, ancora più evidente per Flynn. Flynn era un orfano con il cuore indurito. Flynn, all’inizio del film, era semplicemente un ladro senza scrupoli. Era una persona incapace di lealtà e di onestà. Pensava a sè stesso e ad arricchirsi. Il ladruncolo entra in scena proprio mentre fuggiva dopo aver rubato la corona della principessa perduta, Flynn tradisce i suoi complici, tenendosi la corona e la rispettiva ricompensa. Insomma una persona completamente inaffidabile. Flynn non conosce il significato dell’amore. Tutta la sua vita è una menzogna, persino la sua identità è finta: Eugene è il vero nome di Flynn. Flynn ha infatti confessato a Rapunzel (cosa che non aveva mai fatto con nessun altro) che il suo vero nome era Eugene e che lo aveva cambiato lui stesso in Flynn.

L’incontro di queste due persone, un uomo e una donna che si innamorano e si sacrificano l’uno per l’altra, li ha aiutati a scoprire chi fossero veramente. È un significato bellissimo che non avevo considerato. Flynn ha smesso di rubare e di vivere da fuorilegge per lei, per essere all’altezza di quel bellissimo amore! Lui che non aveva mai pensato a nessun altro se non a sè stesso era pronto a dare la vita per lei. Ed è stato capace di farlo quando ha fatto pace con il suo passato riconoscendosi con il nome che gli era stato dato dai genitori e non più con quello che lui stesso si era dato. Riconoscendosi quindi figlio. Tutto grazie a quell’incontro casuale con una giovane donna e con la relazione che ne è seguita.

Maria probabilmente ha respirato tutto questo in noi, in sua mamma e in suo papà, ed è riuscita a scorgerlo anche in Rapunzel. Questo mi fa molto piacere perché anche se non è ancora fidanzata, ha ben in testa il desiderio di trovare un uomo giusto per lei e insieme costruire una famiglia. Ha già compreso l’importanza della vocazione. E la proposta di Biancaneve, che mostra l’autorealizzazione come valore principale, le sembra povera e incompleta. La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione non ha nulla di tutto questo. Vuole abbracciare la bellezza della vulnerabilità e della condivisione reciproca. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore, ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sé. Questo Maria lo ha compreso. Lei vuole di più! Perchè lei è una principessa figlia di Re, figlia di Dio.

Antonio e Luisa

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