Non funziona il Self 24h.

Sal 137 (138)  La tua destra mi salva.  Il Signore farà tutto per me.  Signore, il tuo amore è per sempre:  non abbandonare l’opera delle tue mani.

Siamo ancora nel tempo pasquale e la Chiesa ci presenta Salmi ricchi di gratitudine gioiosa nei confronti del Signore, questo è un sentimento che dovrebbe sempre albergare nei nostri cuori, a maggior ragione però nel tempo pasquale che è caratterizzato dal fatto che siamo stati salvati.

Simo stati tratti fuori dalla prigione delle nostre schiavitù, da cui non possiamo liberarci con le nostre mani; è questa una delle tematiche a fondamento di questa preghiera salmodica, ma ora ci lasciamo interpellare da questa Parola di Dio.

La tua destra mi salva. Il tema della destra e non della sinistra non ha nulla a che vedere con le persone mancine (perciò nessuno ne abbia a male se rientra in questa categoria), ma semplicemente la destra è un’immagine per significare la potenza di Dio, la Sua rettitudine, la Sua giustizia e la Sua regalità. Più volte si usa questa metafora nella Bibbia ed ogni volta si ritrovano questi significati espressi nell’immagine della destra. Forse il suo uso nel linguaggio si deve al fatto che le persone mancine sono un risicato numero dell’umanità, ma nessuna di queste si senta in difetto. Quindi se ci ha salvati la destra di Dio è come dire che ci ha salvati la Sua potenza, la Sua forza divina, un po’ come il braccio forte (genericamente il destro) del soldato, il quale brandisce la spada con la destra per colpire mortalmente il nemico… per lo stesso motivo S. Michele Arcangelo è ritratto con la spada nella destra che è scoperta per evidenziare i muscoli, cioè sconfigge Satana con la potenza di Dio.

Molti sposi farebbero cosa buona se meditassero più spesso sulla potenza di Dio che li ha salvati e vuole continuare a farlo ogni giorno del loro matrimonio… sì, il nostro nemico è forte, ma Dio è più forte, Lui è l’Onnipotente, però attende il nostro consenso per poter agire con la Sua forza dirompente nel nostro matrimonio.

Il Signore farà tutto per me. Possiamo ben ripetere col salmista questa frase corta quanto pregnante di fede. Però si nasconde anche una trappola in queste parole, perché taluni potrebbero fraintenderle come una dispensa per l’uomo dal proprio impegno… se dice che farà tutto Lui io cosa mi impegno a fare? E non è così raro incontrare mogli o mariti che non si impegnano a far qualcosa per cambiare il proprio matrimonio… si limitano a dire qualche preghiera e sopportano fino a che ce la fanno, convinti che tanto farà tutto il Signore.

Ma rinunciando alla nostra parte in questa battaglia è un po’ come per un soldato disertare; noi abbiamo dei doveri dati dal nostro stato di vita, ai quali dobbiamo ottemperare. Dio si è fatto carne e continua ogni giorno a volersi far carne impastato nella carne di ogni coniuge, per essere strumento di salvezza per l’altro coniuge. Facciamo un esempio concreto: Dio è sì Onnipotente, ma ha deciso di servirsi di un marito e di una moglie per creare un nuovo uomo, se Lui volesse potrebbe benissimo fare a meno dei due sposi, non ce l’ha già dimostrato con la Madonna? Eppure ha scelto di volere anche la nostra parte come cooperatori alla creazione. Se tutte le coppie di sposi stessero lì sul divano ad aspettare che nasca un bambino ché tanto fa tutto Lui… campa cavallo che l’erba cresce! L’umanità si sarebbe già estinta da un bel pezzo.

Quindi, cari sposi, noi vogliamo tirarci su le maniche e far diventare carne concreta il nostro amore affinché il mondo tocchi con mano l’amore di Dio. Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Lui, ma agire come se tutto dipendesse da noi.

L’unica cosa che non possiamo fare noi, è salvarci da soli, quello no! E forse è proprio questo il tutto che intendeva il salmista, ovvero quel tutto inteso come la salvezza dal nemico infernale. In questo caso il self 24h non esiste. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Cari genitori, ascoltando … lotterete

Nel precedente articolo sul sacramento del battesimo («Cari genitori, chiedendo … vi impegnate») abbiamo considerato la realtà dell’aggregazione alla Chiesa nel suo primo momento liturgico dell’accoglienza. Il battesimo è la porta d’ingresso nella comunità cristiana. Perciò, i genitori all’ingresso dell’edificio della chiesa simbolicamente sono accolti e si impegnano nel loro ministero coniugale per l’educazione all’amore.

In questo articolo ci soffermiamo sul secondo momento: la liturgia della Parola. Tale sequenza è formata dall’ascolto della Parola di Dio; dall’illustrazione del mistero sacramentale e dall’esortazione mediante l’omelia; dalla supplica a Dio mediante le preghiere dei fedeli presenti e dall’intercessione dei santi invocati per aiutare la futura rinascita spirituale; dall’orazione di esorcismo che è intimamente connessa all’unzione sul petto del candidato con l’olio dei catecumeni. Il celebrante nell’orazione umilmente chiede al Padre per il candidato la protezione nel cammino della vita e la forza proveniente dalla grazia di Cristo poiché «fra le seduzioni del mondo dovrà lottare contro lo spirito del male» (dal rito liturgico del battesimo).

Nel presente della liturgia accade la realtà compiuta da Gesù nel passato e comunicataci dal Vangelo. «Se io caccio i demoni con il dito di Dio, è segno che il Regno di Dio è giunto in mezzo a voi» (Luca 11,20). È ancora Gesù il dito di Dio che caccia dal catecumeno “i demoni” e apre così a lui la porta ad una vita nuova! L’epoca antica dei padri della chiesa considerava il mondo non cristiano posseduto dalle forze demoniache perciò il catecumeno doveva essere esorcizzato con la preghiera. Gesù avendo subìto e superato le tentazioni del demonio ha dimostrato di essere l’Unico vincitore sulle tentazioni.

Con la preghiera di esorcismo e l’unzione pre-battesimale inizia la comunione sacramentale con Colui che può sottrarci al dominio dell’avversario.

Nell’orazione di esorcismo si fa riferimento alla cancellazione del peccato originale. Questa è la prima purificazione compiuta nel battesimo. L’uomo nasce, ovviamente senza responsabilità personale, ma per la caducità della condizione naturale si trova comunque in uno stato di ingiustizia verso Dio. Il modo giusto di essere davanti a Dio è stato rifiutato dal vecchio Adamo, ma nel nuovo Adamo tutto è stato restituito alla giustizia. Nella lettera agli Efesini 4,24 san Paolo si riferisce alla giustizia che deve essere propria di ogni cristiano: «Dobbiamo rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera». È tipico dell’uomo nuovo vivere nella giustizia.

Ispirandoci al linguaggio biblico secondo giustizia significa essere nel giusto rapporto con Dio e con gli altri. Prendiamo esempio da alcuni presentatici come i giusti d’Israele: Elisabetta, Zaccaria, Giuseppe. Sono stati giusti perché hanno osservato le leggi di Dio, hanno tenuto conto dello spirito della Legge, hanno operato nella verità di Dio e del prossimo. Dio stesso però è giusto perché ristabilisce le cose sbagliate mettendole al loro posto. Perciò, la giustizia di Dio è la sua misericordia. Ristabilisce il rapporto giusto tra Dio e gli uomini, rimette a posto ciò che è stato rotto con il perdono.

La sequenza dell’unzione sul petto può esprimere quanto ci riporta san Paolo: «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14). L’unzione del petto con l’olio, per le sue proprietà, è gesto che penetra e introduce benefici; rimanda storicamente alla preparazione dei lottatori che si cospargevano di olio per tonificare i muscoli e sfuggire alla presa dell’avversario. Ispirandosi a questa prassi, i primi cristiani hanno adottato l’uso di ungere i candidati per ricevere la corazza dell’Unto a propria difesa nella lotta contro l’antico avversario, e restituire la verità dell’uomo e di Dio.

La chiesa domestica, da questo secondo momento, dovrà affiancarsi al battezzato nell’educazione alla giustizia. «Il nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli nella fede» (1Pietro 5,8). Questa lotta riguarda innanzitutto il battezzato come persona la cui libertà è stata redenta, ma non siamo soli, siamo tutti aggregati al corpo ecclesiale e alla nostra piccola chiesa domestica (famiglia). Anche i genitori sono chiamati a essere responsabili e ad aiutare il battezzato nella sua lotta contro il male. Il corpo ecclesiale – e quello presente nel focolaio familiare – potrà e dovrà allenare e affiancare il battezzato nella sua personale lotta spirituale. «La Sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1Giovanni 2,27).

I genitori insegneranno testimoniando. Meglio ancora se alla testimonianza sapranno aggiungere la giusta parola di insegnamento. I genitori nel loro compito educativo cercheranno di aiutare il battezzato a comprendere il suo posto nel mondo e nei piani di Dio.

«Dio ci ha creati per opere buone e le ha predisposte in noi perché le pratichiamo come dono suo. Ecco, un atteggiamento importante che ci permette di difenderci da molti pensieri, sia di diffidenza, sia di paura, sia di vanità, sia di ambizione, sia di presunzione di sé. A tutti questi pensieri dobbiamo opporre continuamente la verità del piano di Dio e il nostro riconoscimento del giusto posto che in esso abbiamo: posto di colui che riceve, di colui che è creato, ma di colui che è anche graziato, riempito della multiforme grazia di Dio» (card C. M. Martini).

«Fortificati dal Signore Risorto, che ha sconfitto il principe di questo mondo, anche noi possiamo ripetere con la fede di san Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13). Noi tutti possiamo vincere, vincere tutto, ma con la forza che mi viene da Gesù» (Francesco, catechesi 25/4/2018).

Don Antonio

Dare la vita

Cari sposi, in questi giorni pasquali stiamo rivisitando a poco a poco il lungo discorso di addio di Gesù nell’Ultima cena. Ma ora, dal punto di vista della Risurrezione, ha tutt’altro sapore! Più che un “addio” è un vero e proprio “arrivederci”.

E per noi c’è un significato analogo. Difatti, la meraviglia della Pasqua è appunto che il dono di grazia ricevuto nel Battesimo è sempreverde, la nostra vita è definitivamente innestata in Cristo e non c’è inversione a U perché Gesù ci è fedele per sempre nonostante i nostri peccati.

Tutta la Liturgia ci parla oggi di amore! A tale riguardo, in questi giorni riecheggia un anniversario importante, il famoso “maggio francese” del 1968 che ebbe ripercussioni ovunque, al punto da segnare uno spartiacque culturale, le cui conseguenze pesano tuttora sul nostro modo di pensare ed agire, in particolar modo su tutto ciò che riguarda l’amore e la sessualità.

Ancora oggi ronzano in giro certi vecchi slogan: “l’utero è mio… maschio represso… vietato vietare..”. All’epoca, un giovane sacerdote tedesco respirò a fondo quel clima perché era docente universitario e dovette confrontarsi in presa diretta con chi rivendicava un amore finalmente libero da ogni vincolo e norma. Un certo Joseph Aloisius Ratzinger.

Dopo decenni di riflessione e alla luce delle derive di quel tipo di “amore”, il brillante teologo di Ratisbona scrisse al riguardo:

Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas est, 2). 

L’amore nuziale primeggia quindi tra i veri tipo di amore che l’essere umano può mettere in atto. Come mai? Per quale motivo? Gesù nel Vangelo ci apre una pista: dare la vita. La nuzialità è l’unica forma di amore in cui si mette al centro il dono totale di sé e così esso diventa generativo e fecondo. L’amore tra i coniugi è totalizzante nello spazio (nel corpo) e nel tempo (per tutta la vita) ed ha perciò la capacità di procreare un nuovo essere umano. Ogni scorciatoia porta a svilimenti della persona e a pericolosi errori antropologici.

In forza del sacramento del matrimonio, voi sposi avete messo Cristo nel vostro amore di coppia. Colui che incessantemente ci ha dato la vita, dal Cenacolo fino al Calvario, partecipa in continuazione nella relazione nuziale e cerca di modellare ogni giorno il vostro rapporto a sua immagine.

Cari sposi, in questo tempo pasquale tutti siamo chiamati a risorgere con Cristo, a lasciarci trasformare dalla vita nuova di Gesù. Anche voi sposi permettete al Risorto di plasmare i vostri cuori affinché siate sempre disposti a darvi mutuamente vita, a vivere in atteggiamento offerente e donante.

ANTONIO E LUISA

Dare la vita – scrive padre Luca – è totalizzante nel corpo e nel tempo. Con il matrimonio ho promesso di donarmi totalmente a Luisa. Ho promesso di darle tutta la mia vita in anima e corpo e fino alla morte. Sembra una fregatura. Non lo è. E’ un modo meraviglioso per fare esperienza di un amore incondizionato e gratuito. E’ un modo per fare esperienza di un amore da Dio. Dio che ama ognuno di noi come uno sposo innamorato e fedele.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /28

Cap. XXI Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da cane da guardia a un pollajo.

Nel capitolo precedente si racconta del viaggio di ritorno verso la casa della Fata, ma sul finir del capitolo:

[…] non potendo più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll’intenzione di cogliere poche ciocche d’uva moscadella. Non l’avesse mai fatto!

Il povero burattino viene catturato da una tagliuola appostata per faine e finisce di scontare la pena della ruberia col fare il cane da guardia al pollaio al posto del defunto cane del padrone del campo. In questo capitolo si entra nei dettagli di questo fare il cane da guardia. E’ il tema dell’imbestiamento.

E’ un tema che ritornerà in seguito, ma al quale è bene dare uno sguardo attento da vicino. L’uomo ha fondamentalmente due strade nella vita, se segue l’una si divinizza se segue l’altra si imbestialisce.

Per fortuna anche in questo capitolo Pinocchio si pente delle proprie azioni e le riconosce, ma ormai il danno è fatto, e dovrà patirne le amare conseguenze; ma è una colpa non grave perciò l’imbestiamento è soltanto momentaneo.

Si potrebbe approfondire molto questa tematica, ma un articolo non ne è la sede, perciò ci basti puntualizzare il fatto che l’uomo si imbestialisce sempre di più quando vive nel peccato, contrariamente a quando vive nella Grazia, che lo divinizza sempre più.

Ora torniamo al solito focus riguardo la realtà matrimoniale: se una coppia di sposi continua a perseverare nel peccato senza pentimento e senza il minimo scrupolo, succede che pian piano si imbestialisce perdendo gradatamente la sua somiglianza con la propria origine, col Creatore.

Per concretizzare facciamo qualche esempio, pensiamo agli atti coniugali propri compiuti nella mentalità della contraccezione o, peggio ancora, compiuti nella mentalità abortista: poco a poco l’altro viene cosificato riducendolo ad oggetto da cui trarre piacere, da cui pretendere piacere, inoltre il proprio corpo viene ridotto alla stregua di un Luna-Park perdendo gradualmente il contatto con la realtà vera della nostra creaturalità. Si perde così non solo la trascendenza e la spiritualità ma si entra in una specie di vita in cui ci si aliena dal proprio io: l’anima continua a gridare la propria origine, tira verso l’Alto ma viene messa a tacere continuamente, essa però è attratta come da una calamita inarrestabile, sicché continua ad “urlare” come può la propria trascendenza, l’uomo per non sentire questa voce continua a silenziarla… l’uomo così si trova a rinnegare se stesso continuamente.

Oppure pensiamo alle coppie schiave del demone della gola: impiegano tutte le proprie energie (di ogni tipo) nel soddisfacimento di tutte le voglie del corpo, dando libero sfogo a tutti i piaceri quali: viaggi, vacanze, crociere, week-end nelle spa, concerti, aperitivi, serate in discoteca, divertimenti leciti ed illeciti senza freni e senza regole… o meglio, con una sola regola, che è il piacere. Per queste coppie i bambini sono un impedimento al proprio piacere, e anche il coniuge è adatto solo se rientra in questa logica egoistica, di utilità: proprio come il comportamento animale.

Come si fa a crescere nell’amare, cioè nel morire a se stessi per l’altro con questo stile di vita? Impossibile.

Pinocchio ci insegna che se si percorre la via sbagliata, la prima forma di pena è l’imbestiamento dell’umana natura. Fortunatamente la sua colpa non è grave, perciò l’imbestiamento è solo operativo e momentaneo, ma noi come stiamo? Cari sposi, non facciamoci mettere il guinzaglio anche noi.

Giorgio e Valentina.

Gli anticoncezionali fanno male al matrimonio

Oggi mi tirerò addosso le ire e gli strali di tante di voi. Come al mio solito non mi tiro indietro e dico quello che penso, assumendomene la responsabilità. Gli anticoncezionali fanno male alla relazione, al matrimonio tutto. Certo a volte possono essere – o sembrare – il male minore ma utilizzarli non è senza conseguenze. Basta prenderne coscienza e poi scegliere liberamente ma consapevolmente. Io non ne ero consapevole fino in fondo e questo mi ha provocato diversi problemi e sofferenze nella mia relazione con Luisa.

Cercherò di spiegarmi meglio. Vi prego di leggere prima di crocefiggermi. So benissimo che ormai gli anticoncezionali sono di uso comune nelle coppie, e spesso quelle credenti non sono diverse dalle altre. E io credo che anche per questa ragione tante coppie sposate sacramentalmente diventino più povere. Perchè la Grazia del sacramento si innesta nell’amore umano degli sposi e quando la comunione dei due viene impoverita tutto ne risente, anche la parte spirituale della persona.

Secondo una ricerca di alcuni anni fa pubblicata in America Latina – si lo so che è poca roba ma non si fanno molti studi al riguardo – sembra che il tasso di divorzio tra le coppie che utilizzano metodi contraccettivi artificiali raggiunge il 39%, mentre tra le coppie che utilizzano metodi naturali aperti alla vita arriva appena al 3%.

Sicuramente questa forbice enorme sarà giustificata anche perché ormai chi si avvale di metodi naturali lo fa perché ha fede e cerca di vivere il matrimonio mettendoci dentro la propria relazione con Gesù e cercando di comprendere e accogliere gli insegnamenti della morale cattolica. Questione di coerenza con quanto si promette. C’è anche però una motivazione semplicemente umana. Lasciamo per un momento fuori dal discorso la fede e la grazia. Concentriamoci solo sulla relazione di due persone che vogliono semplicemente volersi bene e donarsi l’uno all’altra.

Dice san Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo che L’uomo e la donna con il “linguaggio del corpo” (amplesso ndr) sviluppano quel dialogo, si esprimono nella misura della verità intera della loro persona

Qual è la verità della persona e dell’amore? L’intimità è autentica e crea una vera e profonda comunione quando dice che l’unione dei due in una sola carne è capace di esprimere una comunione d’amore che può generare la vita. In altre parole, la comunione dei corpi è l’espressione esterna della comunione interna delle persone: l’amore di quell’uomo e di quella donna è così reale che è capace di creare nuova vita.

Questa è la stessa motivazione che porta papa Paolo VI ad affermare in Humanae Vitae che L’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore 

I due papi non la mettono su un piano strettamente di peccato religioso ma su un piano umano. Non si tratta di infrangere una norma ma di non vivere l’intimità in modo pienamente umano. Quando non ci si dona totalmente non può esserci amore pieno e autentico. Pesante come affermazione! Un’affermazione che comporta delle conseguenze ben definite e chiare.

Il punto è questo: il sesso è creato come un modo per condividere tutto di noi stessi fino ai livelli più profondi, più vulnerabili e più intimi. È possibile altresì vivere il sesso in modo superficiale. Ciò però comporta dividere la persona internamente, è come dire all’amato/a: amo il tuo corpo, ma non ti amo completamente, preferisco che la tua fertilità sia lasciata fuori. Questo lacera la persona internamente, separa il corpo e l’anima. Che la persona ne sia o meno consapevole. Crea una ferita.

Non possiamo continuare a fingere che i rapporti sessuali vissuti in questo modo siano semplicemente un’attività piacevole senza conseguenze. Al contrario, provocano una ferita reale e profonda nel cuore umano, anche all’interno del matrimonio. 

Io sono convinto di quello che ho scritto. Perché l’ho provato sulla mia pelle. Ho sbagliato ma ora sono quasi contento di averlo fatto. Di aver potuto sperimentare la differenza nella relazione intima con mia moglie. Durante il periodo in cui abbiamo usato gli anticoncezionali era sicuramente più facile avere un rapporto, ma era molto meno appagante e nutriente. Era arido. Tutto si esauriva con il piacere fisico. Quella comunione imperfetta e incompleta vissuta attraverso il corpo non ci univa più di tanto nella vita di tutti i giorni. Non ci sentivamo fortificati e rigenerati nel nostro amore, se non in minima parte. Tornati ai metodi naturali ho potuto fare esperienza di come fosse tutto più bello e più vero. E come quell’intimità fosse non solo piacevole durante il rapporto ma fosse capace poi di nutrire e di sostenere tutta la nostra vita e la nostra famiglia.

Antonio e Luisa

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Maggio: un mese per riscoprire la Bellezza in famiglia

“A maggio non basta un fiore” è l’incipit della famosa poesia di Giovanni Pascoli dedicata a questo mese stupendo, a cavallo tra la primavera e l’estate, in cui sembriamo un po’ tutti rinascere. È vero che un fiore non basta perché, seppur bellissimo, esso è solamente un simbolo del vero fiore spirituale che caratterizza maggio: la Madonna. Mese a Lei tradizionalmente dedicato, “compete” con ottobre in quanto a preghiere riservate alla Madre di Dio, tra cui sicuramente spicca la recita del Santo Rosario.

Conservo, fin da bambina, il ricordo dolcissimo dei rosari nei vari cortili del quartiere, usanza che si mantiene in molte parti d’Italia; forse un po’ più nascosta nelle grandi città, è sicuramente molto sentita e partecipata nei paesi più piccoli, facendo della nostra nazione, da nord a sud, un susseguirsi di serate di preghiere e di celebrazioni solenni che ci fanno riscoprire la potenza di una fede semplice ma ancora radicata e ben lontana dall’essere appassita, come troppe volte vorrebbero farci credere. Un’opportunità, la recita comunitaria del Rosario, da non lasciarsi scappare ma, al contrario, da testimoniare, diffondere ed insegnare ai nostri figli. Capiamo insieme perché.

“O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d’inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia; a te l’ultimo bacio della vita che si spegne”, recitiamo nella Supplica alla Madonna di Pompei; il Santo Rosario è davvero una preghiera stampata nel cuore di milioni di fedeli, che scandiva non solamente le giornate delle nostre nonne ma che è tornato a essere un punto di riferimento spirituale per tantissime persone, sature del laicismo imperante che non lascia spazio ai sentimenti veri e agli interrogativi importanti, messi nel nostro cuore da Dio affinché ci ricordiamo di Lui e delle realtà eterne.

Nel mese spicca l’anniversario di un’apparizione mariana famosa quanto importante: quella a Fatima, in Portogallo, il 13 maggio 1917. Fu proprio qui che, ai tre pastorelli, Maria disse: “Voglio […]che continuiate a recitare il rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario, per ottenere la pace del mondo”. E ancora: “Avete visto l’inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato […] Infine il Mio Cuore Immacolato trionferà”. Il rosario, dunque, non è una semplice ripetizione di Ave Marie ma la vera e propria essenza della teologia mariana, trionfo e compendio dell’opera di corredenzione del genere umano a Lei affidato: “Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv19, 26-27).

È proprio l’accettazione della Madonna come Madre di Gesù e Madre nostra che fa di noi degli autentici figli del Cielo nonché apostoli della pace, così delicata e minacciata quanto potente ed indispensabile strumento per vivere un’esistenza degna tra di noi e tra noi con Dio. Non per niente Ella appare a Medjugorje dal 1981, esortando il mondo a ritornare al Padre con tutto il cuore, a praticare i sacramenti, la Santa Messa, il digiuno, il perdono, l’amore in famiglia. La scuola di Maria è una scuola di vita sia terrena che celeste perché ci insegna dei valori senza tempo, gli stessi che il mondo vorrebbe sovvertire e distruggere, dimenticando che la legge di Dio non solo è eterna ma è anche perfetta, quindi le mire umane, per quanto potenti e pericolose, non potranno distruggerla.

Emblematici alcuni Messaggi: “Cari figli, vi esorto ad invitare tutti alla preghiera del Rosario. Col Rosario vincerete tutti gli ostacoli che satana in questo momento vuole procurare alla Chiesa cattolica. Voi tutti sacerdoti, recitate il Rosario, date spazio al Rosario” (dal Messaggio del 25 giugno 1985, 4° anniversario delle apparizioni); “Cari figli, vi invito a pregare il Rosario; il Rosario sia per voi un impegno da eseguire con gioia, così comprenderete perché sono da così tanto tempo con voi: desidero insegnarvi a pregare” (dal Messaggio del 12 giugno 1986); “Figlioli, testimoniate con il rosario nella mano che siete miei e decidetevi per la santità” (dal Messaggio del 25 agosto 2019).

Maggio, insomma, può e deve essere l’occasione per vivere la bellezza in famiglia, quella con la “B” maiuscola, quella del Cielo: con il rosario alla mano, scopriamo o rinnoviamo l’importanza di pregarlo tra coniugi e con i figli perché, così facendo, non solo rinsalderemo i legami umani ma li perfezioneremo ad immagine e somiglianza di Maria perché “La corona del rosario non è un ornamento per la casa, come spesso ci si limita a considerarla. La corona è un aiuto a pregare!” (Messaggio del 18 marzo 1985). Le prime ad essere belle, insomma, non siano tanto le nostre abitazioni quanto le nostre anime:  “Quando pregate, voi siete molto più belli” (dal Messaggio del 18 dicembre 1986).

Fabrizia Perrachon

La missione degli sposi: maternità e paternità

Oggi parlerò della terza missione specifica degli sposi, la paternità e maternità. Qui potete leggere gli articoli precedenti: IntroduzioneImmagine e somiglianza, unità e distinzioneCome Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità

Questa missione la sento particolarmente importante nella mia vita, perché io amo i bambini, mi piace stare insieme a loro, abbiamo due figlie e uno dei miei rimpianti più grandi è non averne avuti altri. Ma questa missione è rivolta solo a chi ha avuto il dono di avere figli e per chi è ancora in età fertile? Assolutamente no! Questa è missione è rivolta a tutti gli sposi, anche a quelli che non hanno potuto generarli, a quelli che hanno i figli ormai grandi, a quelli che purtroppo non li hanno più o non sono mai nati e, infine, a quelli che li hanno adottati. Anzi, a volte può succedere che, concentrandoci troppo sui figli biologici, si trascurano tutti gli altri.

Al paragrafo 184 di Amoris Laetitia si legge: “La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” e ancora al 324: “Sotto l’impulso dello Spirito Santo, il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità.”

Per gli sposi essere padre e madre è molto più che generare fisicamente una nuova creatura, perché vuol dire prendersi cura sia di tutti gli altri figli che incontrano, sia di tutte le persone, che sono figlie di Dio.  Faccio notare che anche i sacerdoti, i religiosi, le suore e le monache sono chiamati “padri” o “madri”, per indicare che, anche nella verginità, si possono generare tantissimi figli spirituali.

Tornando al sacramento del matrimonio, esso permette di avere uno sguardo particolare che permette di vedere gli altri come tanti figli che vogliamo aiutare a crescere e che siamo chiamati a prendercene cura.

Quando vado in giro, se un ragazzo ad esempio ha un problema o un comportamento sbagliato, proseguo per la mia strada o cerco di aiutarlo come se fosse il mio? Se mi viene richiesto di fare animazione a dei bambini, li tratto con amore come se fossero i miei, con tenerezza e attenzioni? (anche perché loro si accorgono bene se quello che faccio è un dovere o un gesto d’amore). Se il figlio del mio vicino di casa (che magari sopporto poco), non va bene a scuola e ho la possibilità, lo aiuto nei compiti?

Sono catechista in parrocchia perché imparo anch’io qualcosa dai bambini e per aiutare i loro genitori a farli crescere nella fede, nell’amore e nel bene.

Sarebbe un bell’esercizio prendere un foglio di carta e scrivere l’elenco di tutte le persone di cui ci stiamo prendendo cura, anche solo con un messaggio, una telefonata o una chiacchierata ogni tanto. Se la visione di famiglia non si allarga, si può essere sterili, anche se biologicamente non lo siamo: quello che conta, infatti, non è la capacità generativa, ma avere un cuore grande che cerca di costruire la famiglia dei figli di Dio.

Questo permette anche di smettere di pensare che i figli siano nostri: sono un dono che Dio ci ha affidato per farli crescere, ma non sono nostri e pertanto dobbiamo essere coscienti che un giorno andranno via di casa e vivranno la loro vita, forse anche lontano da noi (un aquilone non è creato per stare vicino a chi tiene il filo, ma per volare lontano, in alto).

Essere bravi papà e brave mamme è in assoluto il lavoro più difficile che esista e per fortuna abbiamo i due più grandi esempi possibili, San Giuseppe e Santa Maria, oltre a tutti i santi genitori contemporanei che hanno dato la vita per i figli.

Anche i nonni, specialmente in questo periodo storico in cui spesso entrambi i genitori lavorano, svolgono un ruolo fondamentale se mettono in pratica la loro paternità e maternità con i nipoti.

Chi si sposa civilmente non riceve lo Spirito Santo che gli permette di riconoscere che i loro figli non sono solo di un papà e di una mamma, ma prima di tutto di Dio: è una differenza che si evidenzia nella loro educazione, nelle scelte da prendere e in tutti i gesti che li riguardano.

Nel mio piccolo, anche scrivendo quest’articolo, mi sento un po’ “padre”, perché chi sta leggendo, anche se non lo sa, è figlio di Dio e spero che le mie parole, non per mio merito ma in forza dello Spirito Santo ricevuto il giorno delle nozze, possano aiutare qualcuno a diventare vero padre o vera madre (ce n’è tanto bisogno!).

Allora, come ho confidato all’inizio, se da una parte è vero che rimpiango di aver avuto solo due figlie a causa della separazione, dall’altra ho compreso che, se voglio, posso essere padre molte volte e di tanti figli, anche se fisicamente non li concepisco con una donna. Questo mi dà molta speranza e gioia, permettendomi anche di superare il dispiacere di non aver potuto offrire alle figlie una famiglia unita in cui crescere. Penso anche a tanti papà che per vari motivi, (comprese leggi ingiuste), possono vedere i figli solo raramente: ricordatevi che potete essere padri tutti i giorni e che potete far scoprire a tanti altri figli che il loro vero papà è Dio Padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Attraverso l’amicizia, cioè?

Dal Sal 144 (145) Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre.

Oggi la Liturgia ci offre questo Salmo che fa eco alla lettura di un brano dagli Atti degli Apostoli, nel quale sono narrate varie opere di evangelizzazione e di apostolato. Di questo splendido Salmo useremo solo le prime due frasi, la prima è come una sorta di annuncio programmatico e la seconda ne spiega i motivi, ed è su quest’ultima che vogliamo concentrare la nostra attenzione.

Cominciamo con un aforisma per poi svilupparne i contenuti: La fede passa attraverso l’amicizia.

Ove con il termine “amicizia” intendiamo raggruppare tutte le tipologie di rapporti d’amore, partendo dall’amicizia normalmente intesa fino ai rapporti parentali come quelli tra genitori e figli, tra nonni e nipoti, tra sacerdote e figli spirituali, fino al vertice dell’espressione umana che è quello dell’amicizia sponsale.

Se analizziamo la vita di Gesù raccontata nei Vangeli scopriamo che ha cominciato la sua missione cercando discepoli e radunandoli uno ad uno fino a formare un primo piccolo nucleo, come una sorta di prima cellula della Chiesa. E ogni primo discepolo (quelli divenuti poi i Dodici Apostoli) ha aderito alla proposta di Gesù attraverso un incontro diretto con Lui, oppure passando da un altro discepolo, è l’esempio di Andrea che porta il fratello Simone (il futuro Pietro) da Gesù.

Stiamo ribadendo cose ovvie? Può darsi, ma forse in questo tempo molti sposi dovrebbero fare una revisione, ed ultimamente è meglio ribadire l’ovvio per non cadere in facili fraintendimenti. Continuiamo la nostra disamina dei fatti, in quanto se non ci fosse stato un Andrea discepolo del Signore non avremmo avuto il grande S. Pietro.

Cosa avrà spinto Simone (non ancora Simon Pietro) a credere alla testimonianza del fratello (e qui fratello è inteso proprio come consanguineo) Andrea come già discepolo prima di lui di Gesù?

Sicuramente una parte non indifferente l’avrà fatta la fiducia reciproca, il rapporto d’amore fraterno, il rapporto d’amicizia fraterna che esisteva tra i due, questa è stata sicuramente la molla decisiva che avrà fatto decidere a Simone di fidarsi di Andrea.

E se ci pensiamo un attimo è il metodo unico e privilegiato che il Signore stesso ha scelto per diffondere il Suo regno tra gli uomini; non una regalità imposta dall’alto ma una regalità che conquista i cuori dal basso, cioè dal popolo stesso.

Basta rileggere qualche vita dei santi per accorgersi che ogni santo ha avuto il proprio “Andrea” che l’ha portato all’incontro col Signore; ma anche per noi è successa la stessa cosa a cominciare da Andrea che l’ha detto a Simone, il quale poi l’ha detto a tanti altri, i quali l’hanno detto ad altri ancora, che l’hanno detto ai loro figli, che l’hanno detto ai rispettivi figli… fino ad arrivare ai nostri genitori che l’hanno detto a noi (e ci hanno fatto battezzare), e noi che l’abbiamo detto ai nostri figli.

Tutto questo per dire che la fede ha bisogno di un incontro. E queste poche righe vogliono solo spronare gli sposi a vivere come dei moderni “Andrea” nei confronti dei nostri familiari, dei nostri vicini di casa, dei nostri compagni di calcetto, delle amiche del corso di pilates, dei colleghi di lavoro. Ci sono, per esempio, molte testimonianze di persone che hanno avuto una forte conversione in un pellegrinaggio al quale sono state invitate “per caso” da una collega, da un amico o chiunque esso sia.

Noi, ad esempio, abbiamo ricevuto numerose testimonianze da sposi anziani sul fatto che il matrimonio li abbia salvati, li abbia migliorati come persone prima e come cristiani poi. Frequentemente poi ci capita di assistere ad eventi come S.Messe, insegnamenti, catechesi, incontri, testimonianze e convegni ai quali partecipiamo senza grosse aspettative ma che in realtà si rivelano portatrici di un incontro con la Grazia, perché incontriamo volti, persone più o meno note, vite affaticate o meno, che per noi sono dei moderni “Andrea” che ci portano all’incontro con Gesù.

Cari sposi, coraggio, questo non è il tempo di fare come gli struzzi, ma è il tempo di far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. … per dirla col Salmo.

Non sia mai che qualcuno non creda perché noi sposi non abbiamo fatto conoscere l’impresa che il Signore ha fatto (e continua a fare) nella nostra vita e la splendida gloria del Suo regno.

Giorgio e Valentina.

Solo i tralci portano frutto

Nel Vangelo di ieri c’è un’immagine ricorrente: la vite e i tralci. Gesù parla di portare frutto. Non so se ci avete mai pensato ma la vite non porta frutto. La vite è radicata al terreno e nutre i tralci ma l’uva cresce sui tralci. Gesù è la vite e noi i tralci.

La simbologia della vite è perfetta per raccontare la modalità scelta da Dio per portare frutto e per rendersi presente nel mondo. Gesù con il Suo amore nutre la nostra vita. La nutre con i sacramenti e con la Parola. Poi però non vuole essere Lui a portare frutto ma lo chiede a noi.

Per noi sposi questa dinamica è ancora più evidente. Perchè il matrimonio è così. Con il matrimonio siamo consacrati a diventare mediatori dell’amore di Dio per il mondo intero ma, in particolare, l’uno per l’altro. Il legame matrimoniale rappresenta un’opportunità unica per trasmettere e ricevere amore incondizionato, diventando un riflesso tangibile dell’amore divino sulla terra.

Sposando Luisa, promettendo davanti a Dio e agli uomini, di amarla e onorarla tutti i giorni della mia vita, ho accolto la mia strada verso la santità. Mi sono impegnato a essere le braccia di Gesù per lei per farle sentire l’abbraccio e la consolazione di Gesù. Mi sono impegnato a dare voce a Gesù per dirle quanto è amata e preziosa. Mi sono impegnato a guardarla con gli occhi di Cristo per farla sentire bella e forte.

La mia santità passa da questo mio impegno ad aiutare Luisa a diventare sempre di più e sempre meglio la donna che è. E viceversa. L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Antonio e Luisa

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La Sua Parola ci unisce

Cari sposi, in questa quinta domenica di Pasqua ascoltiamo un brano meraviglioso, preso dal lungo discorso di Gesù nell’Ultima Cena. Il contesto lo conosciamo bene, è un lungo e drammatico addio di Gesù agli apostoli nel quale il Maestro lascia forse il “meglio” dei suoi insegnamenti.

A quei dodici confusi e sconnessi dalle parole di Gesù, attanagliati dalla tristezza di perderLo Lui pronuncia parole di consolazione: voi siete i miei tralci. È un modo per dire: non ci perderemo mai, saremo sempre uniti. Che meraviglia! Su questo brano si è basata la dottrina del Battesimo. Noi siamo innestati in Cristo per opera dello Spirito Santo che ci rende realmente parte del suo Corpo Mistico. Ma che senso questo per voi sposi?

Sicuramente i coniugi sanno bene il significato di unire i corpi. Eppure, tale gesto sublime e santo è poca cosa dall’essere uno in Cristo! Cristo ha il potere di unirvi molto di più dell’atto coniugale perché Lui mette in collegamento i cuori, senza i quali i soli corpi non riuscirebbero ad arrivare in profondità.

Ci insegna la Chiesa che il matrimonio è un proseguo della grazia battesimale e perciò voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. È una realtà da contemplare, detta così sembra banale o forse troppo elevata.

Come si può da sposi vivere così? Gesù l’ha detto: “rimanete nelle mie parole”. Ecco una via stupenda per accrescere l’unità con Lui e tra di voi. Provate a scambiarvi la Parola del giorno, a condividere le risonanze che trovate nella lettura. Non è difficile, bastano pochi minuti e un po’ di raccoglimento. Quanto lo Spirito suscita nel mio cuore poi lo faccio dono al coniuge e questo semplice gesto ha una potenza unitiva proprio nella linea di quanto leggiamo nel Vangelo di oggi: ci fa rimanere in Lui.

E in secondo luogo questo esercizio apre la strada alla vera fecondità. Siamo in primavera, tra non molto arriveranno i primi frutti (ciliegie, albicocche, fragole…). Quando siamo con Lui e portiamo nel cuore la Parola, le nostre azioni hanno una risonanza che va oltre la mera efficacia. Non vuol dire che poi vi andrà tutto bene, che avrete successi lavorativi, promozioni o maggiori entrate… i frutti sono anzitutto spirituali e spesso li vedono gli altri ma noi no.

Cari sposi, vogliate rinsaldare la vostra unione a Cristo, soprattutto con la Sua Parola. Fate la prova e vedrete quanto bene porterà nel legame con Gesù e quanta fecondità genererà a poco a poco attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Vorrei tornare su una frase di padre Luca. Una frase meravigliosa che posso dire di poter comprendere solo ora dopo più di vent’anni di matrimonio. Voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. Padre Luca intende giustamente in ogni circostanza della vita e del matrimonio. Io mi voglio invece soffermare sull’intimità, sulla nostra esperienza concreta di essere una sola carne. Ma quanto è bello vivere l’intimità portando dentro non solo il corpo ma tutto. Anche Gesù e la nostra fede. Anima, corpo e cuore. Tutto. Veramente si riesce a contemplare l’Amore e, seppur per pochi minuti, si riesce a fare esperienza di pienezza e di eternità. In quell’abbraccio c’è tutto.

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Camminiamo insieme andando ovunque.

Da poco è passala la festa di San Marco Evangelista. È da un po’ che non scrivo settimanalmente nel blog per mia scelta, per lasciare spazio a nuovi evangelizzatori, per lasciare il passo all’ opera dello Spirito Santo per godere appieno dei prodigi del talent scout d’eccellenza.

Cosa mi ha spinto a scrivere proprio oggi per il blog? Forse perché siamo quasi alla tappa più attesa di questo pellegrinaggio, l’incontro con lo Spirito Santo nella giornata del 19 Maggio. Lo incontrerò? Sicuramente Andrea e io saremo in compagnia dei bambini che riceveranno per la prima volta il sacramento della Comunione. Tre turni di celebrazioni di Prima Comunione. È tanta roba di questi tempi.

Un mese di Maggio in cui, nella nostra comunità, ogni domenica sarà dedicata a questi bambini. Indubbiamente bello ed emozionante, ma consapevoli che non finisce tutto in una domenica perché il bello viene dopo. Camminiamo insieme a Gesù andando ovunque. Eh sì perché si pensa sempre che il sacramento della Comunione finisce con la festa e il taglio torta e i regali. E invece no. Gesù rimane accanto ad ognuno di noi nel cammino anche dopo.

Sarà accanto a gioire dei tuoi successi su un campo di tennis come di calcetto. Sarà lì accanto a te mentre cerchi di superare il tuo miglior tempo durante la gara di nuoto. Sarà lì mentre accendi il tuo primo fuoco durante l’ uscita scout. Sarà lì mentre disegni cartelloni per il campo estivo. Sarà lì mentre ti addormenti alla prima adorazione notturna. Sarà lì accanto a te anche quando, con il turibolo in mano, ti verrà la tosse per il troppo incenso. E sarà bello così.

Sarà bello così vivere questi mesi che ci separano dall’inizio del cammino cresimale per godere appieno dei ricordi vissuti in questi anni. Anni fa quando mi allontanai momentaneamente dalla chiesa non pensavo minimamente di poter vivere tutto questo. Un cammino che è stato al pari di un vero pellegrinaggio.

Perché durante il pellegrinaggio si porta con sé solo il necessario e si impara a fare a meno delle cose superflue. Si impara a rinunciare. Come direbbe il Beato Carlo Acutis Più Dio meno io. Se si vive e se si crede nelle parole pronunciate il giorno del mandato ai catechisti alla fine non può che essere così.

Rinunciare al tour promozionale per il lancio del mio libro è stato un azzardo enorme ma ne è valsa la pena. Scegliere di evangelizzare e stare accanto alle persone tramite il nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria la scelta più bella e importante. Si cresce e si evolve e non potrebbe essere altrimenti. Chi di noi leggendo gli stessi versetti del Vangelo non si ritrova cambiato da un anno all’altro?

Questa estate cammineremo lungo il cammino di Don Tonino Bello se qualche coppia volesse unirsi a noi ci faccia sapere. Vi aspettiamo nel nostro profilo Instagram.

A presto.

Simona e Andrea.

Essere e non fare… la moglie!

Quando ci si sposa, si inizia un’avventura tutta nuova, una di quelle di cui si sente parlare grazie alle testimonianze, grazie ai corsi prematrimoniali, ai libri, ai blog, alla Bibbia e alla Chiesa, pertanto si inizia a familiarizzare con l’idea del matrimonio, ma la realtà dei fatti… non è affatto scontata!

Quando mi sono sposata, quasi due anni fa, sapevo cosa desideravo e cosa dovevo fare e non fare per mantenere vivo il matrimonio: collaborazione, passione, complicità, sincerità, dialogo, amicizia, perdono, custodia dell’altro, sono virtù che alleniamo e apprendiamo in parte durante il – buon – fidanzamento. Ma, per quanto mi riguarda, non è stato sempre ovvio e spontaneo praticare queste virtù nella quotidianità. Confrontandomi con alcune persone, ho notato che per più di qualcuno il primo periodo matrimoniale è stato vissuto come una montagna russa di emozioni, positive e negative, non per problemi della coppia in sé, ma per tutto ciò che la circonda: per alcuni era la famiglia del partner, per altri la questione economica, per altri la mancata capacità di gestire gli spazi personali, la convivenza, la lontananza dai familiari, insomma tutte situazioni di cui senti solo l’odore durante il fidanzamento e che assapori dopo il “sì, lo voglio”.

Anche io ho vissuto una piccola ma significativa difficoltà e oggi voglio condividerla con voi. La convivenza con mio marito, per motivi logistici, è iniziata più di un mese dopo il matrimonio, eravamo a 730 km di distanza. Trovata casa, in affitto, quindi consapevole del fatto che non fosse la nostra; nel posto in cui lui lavorava, cioè in un luogo nuovo, a me sconosciuto e che non avevo scelto; tra persone estranee e alla ricerca fallimentare del lavoro per cui ho studiato, una macchia di malinconia ha iniziato a pervadermi l’animo. Questo mi faceva infuriare, perché notavo come mi stava rovinando quello che doveva essere il periodo più felice della mia vita! A gravare su questo, c’era la sciocca pretesa della tanto idolatrata indipendenza economica. Il fatto di non lavorare, per me, significava stare sotto lo schiaffo di qualcuno. Mio marito lavorava regolarmente, ogni giorno, 8 ore al giorno, mediamente. Come si dice nel gergo comune, “portava il pane a casa”.

E quindi io cosa dovevo fare? Mi svegliavo presto, preparavo la colazione e, salutatolo, iniziavo con le faccende domestiche: sistemare gli scatoloni, pulire casa, lavare, stirare, cucinare, fare la spesa, insomma, nulla di straordinario, cose che (quasi) tutti fanno quotidianamente. Finito tutto, in attesa del ritorno di mio marito che doveva trovare una super moglie, un super pasto e una super casa pulita e profumata, avevo sempre un vuoto dentro e un nodo alla gola. Ogni tanto avevo pensieri tipo “non è per questo che mi sono rotta la schiena sui libri” e “è il mio dovere, lui guadagna, io sistemo casa”.

Stavo male e mi vergognavo di condividerlo a mio marito. Frustrazione? Tristezza? La radice di quel malessere era un’altra: stavo facendo la moglie ignorando di esserlo. Infatti, mi comportavo più come una colf assunta da lui (che era ignaro di tutte queste paranoie) che come una moglie. Avevo inconsciamente alterato il significato del servizio trasformandolo in lavoro, preda della logica del do ut des, quindi “lui lavora (porta lo stipendio a casa), io lavoro per lui (do il mio contributo perché mai mi si dica che sono una nullafacente)”.

La teoria appresa prima dello scambio degli anelli e l’esperienza del fidanzamento, sono stati spazzati via dalla logica del fare in connubio alla logica patriarcale: più cose fai, più meriti attenzioni, riconoscimenti, amore e cura, ma se non lavori, se non produci e se non hai uno stipendio, non hai voce in capitolo; se ti serve qualcosa, devi chiedere il permesso, devi chiedere per favore. Mi ci sono voluti due mesi, tanto dialogo, tante coccole e tanta preghiera per imparare come camminare lungo questo sentiero e di quale equipaggiamento avevo bisogno imparare a essere la moglie di cui mio marito ha bisogno e di accogliere con pace il susseguirsi delle cose.

Ho avuto modo di sperimentare il significato profondo delle parole evangeliche «costruire la casa sulla roccia», una roccia itinerante che non si fossilizza e non è mai statica, perché la roccia è Cristo, che e la casa è il “noi” del matrimonio; così ho iniziato a concepire ogni cosa come un atto di cura e amore per lui, perché è colui a cui ho scelto di donare la mia vita e non “per lui, perché lui lavora e mi dà a campare”; così come lui, me lo ha rivelato solo dopo, ha sempre concepito il suo lavoro come il servizio e la missione per me e per la nostra famiglia. È incredibile vedere come un semplice modo di intendere le cose possa cambiare radicalmente il modo di viverle. Mi stupisco ogni giorno e lodo Dio per questo, perché tutto, se fatto con amore e per l’Amore, diventa sacro, e non ci sono stipendi e titoli che possano esserne all’altezza!

Francesca Parisi

Ricordiamo l’anniversario dei nostri Sacramenti?

Con i mesi di aprile e maggio si apre una stagione incantevole non solo per le bellezze che Dio, attraverso la rinascita della natura, ci dona ma perché, come da tradizione nel nostro Paese, vi è la celebrazione di molti Sacramenti: Battesimi, Prime Comunioni, Cresime e Matrimoni. Una primavera, insomma, non solo meteorologica ma anche dello spirito; lo sbocciare dei fiori a nuova vita, con i profumi che lo accompagnano, le giornate che si allungano, il sole che finalmente torna a scaldare … tutto ci parla del Padre, che ha creato un mondo meraviglioso che diamo per scontato fino a non accorgercene nemmeno più, distratti e imbrigliati in pensieri negativi, fagocitati da una società sempre di corsa, troppo spesso inseguendo cose non importanti, se non addirittura dannose.

Eppure la Madonna, a Medjugorje, ce lo ha ricordato più volte: “Cari figli, oggi vi invito tutti a risvegliare i vostri cuori all’amore. Andate nella natura e guardate come la natura si sta svegliando; questo sarà per voi un aiuto per aprire i vostri cuori all’amore di Dio creatore. Desidero che voi risvegliate l’amore nelle vostre famiglie in modo che laddove ci sono odio e mancanza di pace regni l’amore e quando c’è l’amore nei vostri cuori c’è anche la preghiera” (dal Messaggio del 25 aprile 1993); e anche: “In questo tempo di grazia quando anche la natura si prepara ad offrire i colori più belli nell’anno, io vi invito, figlioli, aprite i vostri cuori a Dio Creatore perché Lui vi trasfiguri e vi modelli a propria immagine affinché tutto il bene, addormentatosi nel vostro cuore, possa risvegliarsi alla vita nuova e come anelito verso l’eternità” (dal Messaggio del 25 febbraio 2010); come pure: “Vi invito ad andare nella natura e a pregare perché l’Altissimo parli al vostro cuore e perché sentiate la forza dello Spirito Santo per testimoniare l’amore che Dio ha per ogni creatura” (dal Messaggio del 25 maggio 2023).

Sorge spontanea una domanda: ricordiamo ancora l’anniversario dei nostri Sacramenti? Non solo quello del matrimonio – che magari, temporalmente, è il più vicino – ma anche degli altri momenti speciali d’incontro con Gesù? Non è un sondaggio né un interrogativo banale o di pura curiosità perché in esso si cela il nostro rapporto con Dio, fatto anche di eventi e giornate speciali, che hanno sancito e sanciscono la nostra appartenenza non solamente a Lui ma alla sua sposa, la Chiesa. Ecco allora che il risveglio della natura deve accompagnare e spronare il risveglio della nostra anima nel riscoprire i tesori che stiamo mettendo via per il Paradiso, seguendo ciò che disse Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 19-21).

Ricordare il giorno in cui ci sono stati somministrati i sacramenti, allora, diventa non solo un fare memoria ma un ringraziamento autentico nei confronti di Dio che non solo “dal nulla ci ha chiamati all’esistenza” – come recitiamo nelle Litanie alla Divina Misericordia – ma che ci ha voluti suoi figli. Che potenza c’è in tutto questo, che amore, che ricchezza! Me lo diceva sempre il mio padre spirituale già vent’anni fa: ricordare il giorno del proprio Battesimo è persino più importante di quello del compleanno perché se nel secondo siamo nati sulla terra mentre nel primo siano nati per il Cielo.  Ugualmente ricordare il giorno in cui, per  la prima volta, ci siamo cibati di Cristo così come quello in cui siamo stati fortificati ufficialmente dallo Spirito Santo diventa un attualizzare, un mantenere sempre viva la forza santificatrice dei sacramenti, che sono il cibo necessario alla nostra anima, la palestra nella quale allenarla e mantenerla sempre in forma scattante, la parete di roccia tramite cui elevarci dalle bassezze del mondo, la medicina per quando le certezze tentennano e siamo scossi dalla prove o dalle tentazioni.

Che cosa c’è di meglio, quindi, che celebrare questi anniversari con la Santa Messa, con un rosario pregato in famiglia, con un gesto di gratitudine nei confronti del Signore? Certo, è giusto festeggiare l’anniversario di matrimonio con qualcosa di speciale per la coppia ma è altrettanto vero che il primo e più importante riconoscimento non è quello verso noi stessi ma verso Dio che si dona a noi attraverso la bellezza dei sacramenti, che ci preparano e consacrano per la vita eterna. Se “tutto è Grazia”, come amava dire il servo di Dio Don Silvio Galli, allora dire “grazie” non sarà solo un ricordo ma un dolce dovere nei confronti di Gesù; dobbiamo assomigliare all’unico guarito che è tornato indietro, come leggiamo nel Vangelo di Luca a proposito dei dieci lebbrosi. “Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»” (Lc17, 17-19). Sono le stesse parole che Gesù sussurra a noi, nei giorni dei nostri anniversari: che la nostra anima possa sempre essere in grado di udirle e metterle in pratica.

Fabrizia Perrachon

P.S.: oggi, 25 aprile, è il trentunesimo anniversario della mia Prima Comunione e il 28 aprile sarà il trentanovesimo del mio Battesimo: ringrazio Gesù con tutto il cuore per le Grazie che mi donato, per la Sua presenza nella mia vita e per le meraviglie del Suo amore!

Come capire se ti ama davvero

Un titolo sicuramente pretenzioso. L’altro è un mistero è comprendere cosa abbia nel cuore non è facile per nulla. Ci sono però degli atteggiamenti che possono dire tanto se reiterati nel tempo.

L’altro rispetta la tua autonomia e non cerca di controllarti o dominarti? L’amore è un sentimento profondo che si nutre della volontà e della libertà delle persone coinvolte, unisce le loro individualità nella costruzione di un legame. È importante riconoscere i segnali di un amore sano. In una relazione sane si rispetta e si apprezza l’individualità dell’altro. E’ sano costruire una relazione dove si condividono le scelte senza che uno dei due eserciti controllo o pressione sull’altro. Quando un partner diventa ossessivo, cercando di controllare ogni aspetto della vita dell’altro, limitandone la libertà e l’autonomia, non c’è amore autentico. È cruciale quindi prestare attenzione ai segnali di un rapporto sano e consapevole, in cui entrambe le persone si sentono libere di essere se stesse senza timore di giudizio o costrizione. Attenzione anche a quel partner che vi fa intendere con i suoi comportamenti e le sue parole che voi avete bisogno di lui. Che senza di lui non sapreste fare nulla di buono. Un buon marito o una buona moglie è capace di incoraggiare l’altro a titare fuori tutti i suoi talenti e condivide con l’amato/a la gioia per i suoi successi personali senza sentirsi sminuito per questo.

Il tuo partner vuole avere un progetto di vita con te? Il tuo partner vuole progettare un futuro con te? Solo così ci può essere amore. Con una persona che non ti offre una possibilità per il futuro, che vive la vita in modo fluido e senza un orizzonte a lungo termine, senza obiettivi chiari, senza aspirazione ad avere una famiglia, con la paura di un impegno maggiore, non può funzionare Senza progetto non c’è amore. Ci può essere innamoramento, passione, attrazione ma non amore. Si dice che molti uomini – ma riguarda ormai anche le donne – abbiano paura dell’impegno definitivo. Tuttavia, quando un uomo trova l’amore, è capace di “sacrificare” la sua “libertà” per la persona che ama. Questo “sacrificio” deve essere inteso come il fatto di subordinare la libertà personale in una gerarchia di valori.

Il tuo partner rispetta le tue opinioni e si prende cura dei tuoi sentimenti? Il rispetto è essenziale in una relazione sana e consente all’amore di rafforzarsi e crescere. Quando non esiste rispetto per le opinioni dell’altro, magari lo si irride e lo si ridicolizza, l’altro si sente frustrato, sminuito, a volte può prefigurarsi una vera violenza psicologica. Il messaggio che può passare è che tu non vali niente mentre io che ti prendo in giro sono ok. Ancora peggio quando questa mancanza di rispetto avviene pubblicamente, davanti ad altri. Come fa a esserci amore con questo comportamento che umilia la persona che si dice di amare? Un amore sano e bello si prende cura dei sentimenti dell’altro, cerca di compiacerlo e di avere un impatto positivo sull’altro. Chi ama cerca di controllare le proprie parole e i propri gesti affinché l’altro si senta curato e si senta stimato e prezioso.

Il tuo partner è disposto a cambiare. Esiste un criterio che i terapisti di coppia utilizzano per misurare l’impegno in una relazione. Tale criterio è la capacità di cambiare e, se necessario, scendere a compromessi in modo che la relazione venga messa al primo posto. All’inizio di una relazione tutto è meraviglioso, solitamente non ci sono grandi attriti. Tuttavia, con il passare del tempo, ogni persona mostrerà le proprie imperfezioni. Quando c’è voglia di camminare insieme, si discutono questi punti scomodi o differenze e si cerca di cambiare quegli aspetti che danno fastidio all’altro. Chi di solito non è disposto a mettersi in gioco probabilmente vuole gestire la relazione secondo le sue esigenze e la sua sensibilità. Non esiste dire: sono fatto così. Chi ama cerca per amore di cambiare se stesso, chi non ama ma usa la persona che dice di amare cerca invece di cambiare l’altro per plasmarlo a suo piacimento.

Antonio e Luisa

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Come ricambiare un dono?

Dal Sal 115 (116) Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto ? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore. Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo. Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli. Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

Sarà capitato a tutti di sentirsi a disagio quando, a fronte di un dono ricevuto (di qualsiasi natura esso sia) non si hanno parole né mezzi per contraccambiare con altrettanta gratuità e benevolenza il nostro donatore. Proviamo un senso di giustizia: un desiderio di ripagare a nostra volta il donatore con un dono che in qualche modo almeno si equivalga a quanto ricevuto.

Ma perché accade così? Perchè l’amore chiama amore, dove per amore si intende non un vago e vacuo sentimento passeggero, ma un atto di amore completamente gratuito, frutto anche di sacrifici da parte del donatore.

Se questi nobili valori vengono vissuti e compresi così universalmente nell’esperienza umana, e la natura umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio, significa allora che questa esperienza deve caratterizzare anche la nostra amicizia con Dio, il nostro amore a Lui. Ove Lui è il donatore, noi siamo i destinatari dei Suo atti di amore gratuito, il problema, in questo caso, è che noi non potremo mai ricambiare il nostro donatore con atti di amore di eguale portata.

Se infatti la portata dei Suoi atti è una portata infinita, chi di noi uomini può vantare di definirsi infinito?

Un atto di amore infinito richiede (per il senso di giustizia cui accennavamo all’inizio) un contraccambio di valore infinito, ma come potremmo mai noi, creature umane, soddisfare tale giustizia? Mai.

Perciò ci viene in aiuto la Chiesa, la quale ha intuito e compreso che, in realtà, a tutto ciò aveva già pensato Gesù, quando illuminò i Suoi sacri ministri sull’istituzione della Santa Messa.

Abbiamo già trattato un po’ queste tematiche nella serie di articoli dedicate alla celebrazione della Santa Messa Domenicale, ma qui vogliamo ribadire che troppo spesso essa è sottovalutata, per usare un eufemismo, dagli sposi cristiani uniti nel Sacramento. Il salmista si chiede come poter ripagare il Signore per tanti benefici, e subito fa un elenco di azioni sacre, come a dirci che la moneta privilegiata con cui ripagare Dio è proprio la Liturgia, e la Liturgia per eccellenza è la Santa Messa, quasi fosse la mamma di tutte le preghiere liturgiche.

Molti sposi si lanciano in preghiere accorate di ringraziamento al Signore per questa o quella Grazia, esse sono belle ma non sufficienti, poiché il grado più elevato che ci sia di riconoscenza è la Santa Messa. Siccome essa è un’azione di Cristo, e Cristo è il Figlio di Dio, va da sè che l’azione di rendimento di grazie è di grado infinito.

E gli sposi come entrano in questo ringraziamento? Sono innestati in Cristo (vero Dio e vero uomo) col Battesimo e con la Cresima, inoltre sono Sacramento vivente nel Matrimonio. Quindi nell’offerta che Gesù fa al Padre ci siamo dentro in qualche modo anche noi sposi, ecco perché la Santa Messa è la migliore risposta alla domanda del Salmista: Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto? … potremmo rispondere: la Santa Messa, perché solo così rendiamo a Dio un culto degno di Dio.

Coraggio sposi, in questo tempo pasquale potremmo aggiungere al nostro planning settimanale qualche Santa Messa feriale. Con la buona volontà e l’aiuto della Grazia di Dio è possibile.

Giorgio e Valentina.

Dovete starci o volete starci?

Spesso riceviamo delle telefonate o delle mail da persone che lamentano situazioni matrimoniali difficili. Raccontano di fatiche, di problemi di relazione, di incompensioni e di mancanze vere o presunte da parte del marito (di solito ci contattano le mogli)

E’ importante prestare attenzione a come ci raccontano le loro difficoltà e in particolare che parole usano. E’ vero sono sposate sacramentalmente e il matrimonio è per sempre, ma uno dei fattori che possono aiutarci a capire meglio è la descrizione verbale del problema.

Se viene usata spesso la parola DEVO c’è un campanello d’allarme. Sapete perchè? Perchè al verbo dovere possiamo solitamente associare una motivazione estrinseca a restare nella relazione. Se si afferma di “dovere restare“, in sostanza si indica che la motivazione a continuare a scommettere sul matrimonio proviene da fonti esterne. Queste possono includere la paura del castigo divino, lo stigma sociale, il giudizio altrui, aspettative esterne o semplicemente il senso del dovere. È importante comprendere che, anche se rimanere nel matrimonio può sembrare la scelta “giusta”, le motivazioni possono non esserlo. Nel lungo periodo il peso di tale senso di dovere può diventare insostenibile e alla fine portare al crollo del matrimonio, in quanto la persona non riesce più a sopportare un determinato stato delle cose.

Quando utilizziamo la parola “VOGLIO” invece che “devo”, le nostre motivazioni diventano intrinseche, provenienti dal nostro profondo. Questo indica che abbiamo scelto di perseguire una determinata via perché crediamo sia la migliore per noi. Personalmente, ho sperimentato la forza di questa motivazione nel contesto del matrimonio, dove ho compreso che donandomi completamente e senza riserve sto rafforzando il legame con il divino e sto vivendo appieno la bellezza del sacramento che ho scelto, sentendolo come parte integrante della mia vocazione. Questo mi ha permesso di affrontare le difficoltà con maggior determinazione e consapevolezza. Questo è quello che cerchiamo di far capire a chi ci contatta.

La difficoltà magari è la stessa di chi usa il devo ma se voglio starci il peso sarà molto più sostenibile. Quindi la prima cosa da fare se vi sentite soltanto in dovere di stare con l’altro e non lo volete, è proprio di cercare una motivazione più profonda per stare con lui o con lei. Prima che il peso non diventi insostenibile per voi. Quando ci si trova in una situazione simile, è importante prendersi del tempo per riflettere sulla propria relazione e sulle ragioni che vi hanno portato a essere insieme.

Ci tengo molto a questo articolo perchè per me non è stato sempre così, anzi io sono sempre stato quello del devo. Facendo terapia ho scoperto come nella mia vita ho lasciato che fossero gli altri a decidere per me. Fin dall’infanzia ho subito tante scelte – dalla scuola fino agli sport – e le ho accettate per dovere. Questa situazione mi accompagna da sempre e l’ho portata poi anche nella mia relazione con Luisa. Fin da subito Luisa mi ha imposto la sua modalità per vivere la nostra relazione. La castità l’ho subita inizialmente. Ed è stato un casino. Ero pieno di rabbia e di frustrazione. Quando ho accolto davvero questa scelta? Quando l’ho capita e l’ho voluto. E lì è cambiata lanostra relazione. Poi il matrimonio e i figli. Sono arrivati subito. Per me è stato un casino. Mi sono trovato a dover fare tante cose e dover prendermi tante responsabilità. Sono andato in crisi. Tutto è cambiato quando ho scelto di starci e ho voluto prendermi cura della mia famiglia perchè ne ho capito la bellezza. E così per tutto.

Trovare una motivazione sincera e profonda per restare nel matrimonio può fare la differenza nel rendere il peso della relazione più sostenibile. Ricordate che è importante prendersi cura di sé stessi mentre si cerca di mantenere una relazione bella, quindi non esitate a chiedere accompagnamento a un padre spirituale e/o consulenza a un terapeuta se ne sentite il bisogno.

Antonio e Luisa

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Appartenersi come dono da custodire

Cari sposi, la scelta di questa immagine campestre è felice perché pastore e pecora vivono una profonda simbiosi, cioè letteralmente una vita assieme. Un concetto che rimanda per analogia ai “consorti”, cioè coloro che condividono un medesimo destino.

Difatti, i pastori nell’antichità trascorrevano la quasi totalità del loro tempo assieme alle pecore. Era una vita impegnativa, spesso all’aperto e dormendo all’addiaccio. Perciò, l’immagine del pastore ha anche un connotato sponsale, perché appunto manifesta una prossimità e una condivisione con le pecore pressoché totale. E fin qui, per chi lo ascoltava all’epoca Gesù non diceva grandi novità, era una prassi comune. Ma allora cosa vuole insegnare concretamente a voi sposi?

Anzitutto che tra pastore e pecora ci deve essere reciprocità. In effetti, quando Gesù dice che il pastore le conosce una per una ed esse riconoscono immediatamente il suo tono e timbro di voce, tra i tanti suoni che odono, allude proprio a quell’intimità tipica di marito e moglie. Non a caso Giovanni utilizza qui il verbo “conoscere” imprimendogli un’accezione molto forte dal momento che indica condivisione di vita e appartenenza reciproca. E infatti, se tale rapporto sussiste tra il Figlio e il Padre, esso ora si estende alle pecore, che entrano in questa “conoscenza”, intesa come appartenenza esistenziale e amorosa.

Tutto il contrario del mercenario. Esso effettivamente rappresenta un modo egoista di vivere la vita matrimoniale che non necessariamente è di uno solo ma potrebbe anche divenire di entrambi, e non per forza deve durare anni ma può essere anche assai limitato nel tempo. Ad ogni modo, fa danni! Accade che tale mentalità si instauri sia per prevaricare l’altro oppure quando mi lascio usare perché non mi considero amabile, dimentico Chi è mio Padre e di quale Amore mi ha dotato lo Sposo Gesù.

Tuttavia, tra pastore e pecore, ossia tra coniugi, non deve neppure sussistere la legge dell’equilibrio “karmico”, così insidiosa specie per chi è più in là nel tempo. Un modo di impostare la relazione che mira ad avere i propri spazi e soprattutto a non litigare più. Sarebbe l’anticamera dell’apatia.

Quando Gesù si qualifica come buon Pastore, colui che ama al punto di consegnare la propria vita alle pecore, lo dice per due grandi motivi. Anzitutto, sapendo di essere strumento nelle mani del Padre. Quante volte Gesù ci ricorda di non essere venuto da sé ma di volerci condurre al Padre! Così, nel matrimonio, gli sposi sono consapevoli che in ultima istanza il loro amore, santificato e consacrato dal sacramento, non si fonda più sulla propria buona volontà, benché la supponga, ma è un dono da riconoscere e poi condividere.

Inoltre, qual è la gran differenza con il mercenario se non che il Pastore ha creato una relazione stabile con le pecore? Non si dirà mai abbastanza sul fatto che il primo “figlio” degli sposi è la loro relazione, il loro legame, il principale dei tanti beni che si condividono.

Il mercenario non vede proprio la relazione con le pecore ma guarda a cosa ne può ricavare. Parimenti, voi sposi siete chiamati a custodire il bene del “noi”, come quello da cui dipendono tutti gli altri (figli, intimità sessuale, tempo libero, amicizie…) e siete chiamati particolarmente oggi quando il senso di relazione è così labile.

Cari sposi, quanto più appartenete al Padre, tanto più vi appartenete reciprocamente. Quanto più riconoscete di essere amate a Lui, più avrete la forza e il coraggio di darvi reciprocamente vita. Questa è la dolce verità che Gesù, Buon Pastore ci ricorda oggi.

ANTONIO E LUISA

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il matrimonio è questo: offrire la vita per l’altro. In tanti piccoli gesti quotidiani, in scelte all’apparenza banali, che però diventano la cifra di un’alleanza d’amore. Un’alleanza a tre. Dove Dio diventa forza, origine e destinazione e dove nel dono reciproco troviamo il senso della nostra vita: amare e accogliere l’amore dell’altro.

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Sono single. Cosa posso fare?

Noi scriviamo tanto di matrimonio. Ci contattano anche tante persone che soffrono perché non trovano una persona con cui condividere questo progetto di vita. Quando siamo single, desideriamo molte cose e spesso il desiderio di incontrare la persona giusta diventa una priorità. Diventa il tutto. Pensiamo che questo possa risolvere la solitudine e la tristezza, quasi fosse la soluzione magica ai nostri problemi. Tuttavia, è importante ricordare che il matrimonio è una vocazione specifica a cui siamo chiamati, non solo un modo per risolvere le nostre difficoltà. La nostra vocazione non è solo quella di trovare un marito o una moglie, ma anche di santificarci attraverso il matrimonio, costruendo insieme una famiglia cristiana. Quando comprendiamo che rispondere a questa chiamata definisce la nostra eternità, la prospettiva cambia.

Prega per comprendere appieno il progetto sulla tua vita. È fondamentale esaminare attentamente la tua vocazione prima di tutto. Tutti siamo chiamati alla santità, vuoi comprendere se questa strada passa dal matrimonio. Questo discernimento ti offrirà una prospettiva diversa sul significato del matrimonio. Se hai già compiuto questo passo e sai che Dio ti chiama al matrimonio, abbi fiducia che Dio non gioca con i Suoi figli e, se questa è la Sua volontà per te, ti offrirà l’occasione per vivere quello che ti ha promesso. Affida la tua vocazione nelle Sue mani e chiedi le grazie necessarie per fare la scelta giusta, avere pazienza e riconoscere i Suoi piani e progetti.

Sii pronto ad accogliere il progetto. Non inizi a vivere la tua chiamata quando ti sposi, ma fin da quando sei single. L’amore richiede impegno, e se lavori su te stesso e sul tuo rapporto personale con Gesù, sarai meglio preparato quando arriverà il momento di condividere la tua vita con qualcuno. Dedica il tempo di attesa alla preghiera, chiedendo a Gesù di guidarti e aiutarti a capire il suo piano per te in questo momento. La tua solitudine non è un’occasione per restare in attesa, ma per crescere nell’amore, imparare a donarti nella tua casa, con i tuoi amici, nel tuo servizio apostolico e nella tua vita interiore. Luisa ha fatto così. Ha trent’anni passati non aveva mai avuto un fidanzato. Ha deciso di “ribellarsi” a questo stato e si è messa in gioco. Ha iniziato a fare volontariato, a fare la catechista e a vivere in mezzo alla gente sorridente e accogliente. Io l’ho voluta conoscere perché ho visto quel sorriso e mi ha attratto. Se non sifosse preparata prima forse non l’avrei vista.

Prega per comprendere ciò che Dio vuole. Molte volte capita che i nostri piani non siano i quelli di Dio. Ha idee apparentemente folli che spesso vanno oltre la nostra capacità di pianificare e anticipare umanamente. Cerchiamo di avere una vita interiore solida che ci permetta di essere attenti ai Suoi suggerimenti: dobbiamo sintonizzare l’orecchio dell’anima per percepirne i desideri. Lo facciamo attraverso la preghiera quotidiana, i Sacramenti e la vita di fede.

Infine prega per il tuo futuro marito o futura moglie. Non serve avere un volto per pregare. Si possiamo immaginarlo ma ciò che conta è l’apertura del cuore verso una persona che ancora forse non conosciamo. Pregare perchè questa persona sappia aprire il cuore a Gesù. Intercedere per lui o per lei affinchè sappia combattere i suoi peccati e vizi. Pregare affinché possiate incontrarvi quando entrambi sarete pronti ad accogliervi. Pregate per affidare questa persona a Gesù.

L’altare non è un premio di un percorso vincente. Un matrimonio santo si costruisce ogni giorno e questa è la tua vocazione più grande: santificare tuo marito o tua moglie affinché raggiunga il cielo. La tua vocazione al matrimonio trascende te e lui: è definitiva per la tua salvezza. Pensa al matrimonio non come un antidoto alle tue frustrazioni ma come un percorso di santità che può essere difficile e non sempre secondo le tue aspettartive.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio secondo Pinocchio /27

Cap. XIX – Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro, e per gastigo, si busca quattro mesi di prigione.

In questo capitolo emerge il tema della giustizia, o meglio, del giudizio. Ancora una volta, forse in modo inconsapevole, il Collodi fa vivere al suo protagonista un’esperienza molto simile a quella di Gesù durante la Sua ora, quella della Passione. Infatti il burattino passa da innocente a colpevole, da truffato a truffatore e si ritrova in prigione, si affida ad una giustizia terrena che è descritta in modo caricaturale “Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla[…]” forse per soppesare che non è la vera e assoluta giustizia divina. Non sappiamo se il Collodi avesse in mente questo paragone, forse voleva solo lanciare una critica dallo stile ironico al proprio mondo, ma di fatto ci dà lo spunto per riflettere sul tema del giudizio.

E non ci stiamo riferendo al giudizio particolare, quello cioè che aspetta ogni anima all’arrivo nell’aldilà, ma del giudizio in senso più largo, quello che alberga dentro le nostre coscienze, quello che smuove le nostre azioni.

Senza il giudizio tutta la vita si appiattisce, cosa è grande e cosa piccolo? Cosa è vero e cosa è falso? Cosa è bello e cosa brutto? Cosa è giusto e cosa ingiusto? Si capisce subito che senza un giudizio vivremmo come in uno stagno ove l’acqua non ricircola e non si rigenera, tutto è torbidamente uguale.

Verso la fine del capitolo Pinocchio esce di prigione con uno stratagemma: accetta i valori culturali prevalenti e fa autocritica: “Sono un malandrino anch’io“, cede agli schemi convenzionali che lo circondano, alle aspettative sociali, però, così facendo, rinuncia alla verità su se stesso. Il pentimento è molto diverso, poiché in esso l’uomo è conquistato dalla forza della verità, si arrende a Dio e ridiventa uomo, mentre con questa sorta di autocritica mondana l’uomo si arrende all’uomo e si disumana perché perde la propria identità, la verità su se stesso.

Cari sposi, abbiamo tanto da imparare da questo capitolo di Pinocchio, non lasciamoci ingannare dal mondo con i suoi schemi pur di scampare alla prigione.

Facciamo solo un esempio concreto per esplicitare meglio il concetto: una coppia vive una crisi profonda a causa di un adulterio, ecco che la giustizia di questo mondo (lo scimmione della razza dei Gorilla) suggerisce di trovarsi un altro e loda la coppia che riesce a farlo con la scusa infondata e balorda che ogni coniuge “ha il diritto di rifarsi una vita“; se invece questa coppia decide di prendere il toro per le corna e affrontare tale crisi con tante fatiche e dolori, quali il perdono, la riconciliazione, la fatica di ripartire, di ricominciare una relazione, di riconquistare il proprio coniuge, di aspettare che ritorni, di affidarsi alla Providenza con la preghiera, il sacrificio… ecco che la coppia viene “messa in prigione” alla stregua di Pinocchio, da degna di benevolenza passa a degna di biasimo da parte di amici, parenti e familiari.

Per uscire da questa prigione basta conformarsi al mondo e dichiararsi “malandrino” come fa Pinocchio pur di uscire da dietro le sbarre.

Voi che fareste? Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Camminare nella stessa direzione

La vita di coppia è una gran bella avventura perché è l’unione tra due personalità diverse, che tendono a diventare un’entità nuova. Una sana vita di relazione si ha quando si crea quell’equilibrio tra unicità e libertà di ognuno dei due in un clima di accoglienza e condivisione reciproche.

L’amore maturo nasce dall’imparare a camminare nella stessa direzione ogni singolo giorno. Questo tipo di amore si nutre della soddisfazione dei bisogni reciproci, del sentirsi al sicuro l’uno insieme all’altro, del crescere insieme. È un concetto profondo che riflette l’armonia, la comprensione reciproca e la sincronia tra due persone all’interno di una relazione. Significa condividere gli stessi obiettivi, valori e visioni per il futuro.

Non possiamo rimanere seduti ad aspettare che l’altro mantenga vivo il rapporto. Non funziona così. Camminare insieme nella stessa direzione” richiede comunicazione aperta e onesta dove entrambi gli sposi possano esprimere i propri desideri, bisogni e timori senza paura di essere giudicati o criticati.

Camminare nella stessa direzione in coppia significa creare il senso del NOI DI COPPIA, pur rimanendo sempre due individui distinti, diversi e liberi; significa creare insieme una vita nuova, separata e staccata dalle rispettive famiglie di origine. Il NOI DI COPPIA significa trovare e creare nuove abitudini e tradizioni proprie, supportarsi sostenendosi a vicenda nei momenti di difficoltà, incoraggiandosi reciprocamente a perseverare verso i loro obiettivi comuni. Questo supporto crea un legame ancora più forte tra gli sposi e li aiuta a superare le sfide che inevitabilmente incontreranno lungo il percorso.

Ma “camminare insieme nella stessa direzione” non significa che gli sposi debbano perdere la propria individualità oppure che abbiano entrambi gli stessi interessi o aspirazioni nella vita. È importante mantenere un senso di sé e rispettare i propri sogni e ambizioni personali, anche mentre si lavora verso gli obiettivi condivisi. Una relazione sana è quella in cui entrambi i partner possono crescere e realizzarsi come individui, mentre continuano a sostenersi reciprocamente nella loro crescita, dove le differenze diventano risorsa e ricchezza. In questo modo noi diamo la direzione alla nostra coppia e questo ci rafforzerà creando unità tra noi.

Essere coppia è un processo continuo e mai concluso: non può essere una conquista fatta una volta per sempre, perché ognuno di noi cambia nel tempo e ciò che sembrava essere la “stessa direzione” all’inizio potrebbe richiedere adattamenti lungo la strada.

In conclusione, “camminare insieme nella stessa direzione” è molto più di una semplice metafora. È il fondamento su cui si basano le relazioni sane e durature. Richiede impegno, comunicazione, supporto reciproco e flessibilità. Ma quando due persone riescono veramente a camminare insieme nella stessa direzione, possono affrontare qualsiasi sfida che la vita metta loro davanti, sapendo che insieme possono condividere ogni passo del viaggio.

Paola e Corrado Galaverna e don Bernardino Giordano

(Coordinatori Retrouvaille regione Italia)

Azzurra e Clara, due modi diversi di essere donna

Oggi vorrei davvero scrivere a cuore aperto. Un modo per condividere con voi non tanto dei concetti ma delle emozioni, qualcosa che tocca il cuore. Sono due notizie, sono due donne, una che sembra essere in antitesi all’altra. La prima è Clara di 30 anni. Una vita piena di impegni, un lavoro da fotografa professionista che le piace e la fa sentire realizzata e ha un compagno che condivide la sua scelta di vita. Tra cui rientra non avere figli. Non c’è spazio per loro. Clara afferma: Ho scelto di non avere figli: per la vita e il lavoro che faccio non c’è spazio per un bambino. Troppa responsabilità, e amo il tempo libero.

Poi c’è Azzurra. Una giovane moglie veneta di 34 anni. Sposata da poco. Lei desiderava moltissimo un bambino. Bambino che è arrivato ma durante la malattia di Azzurra. La giovane donna era infatti malata di cancro e a ha ritardato le cure per non danneggiare il bimbo che portava in grembo. Azzurra è morta pochi giorni fa e il marito ha riportato un pensiero della moglie: Mi diceva di sentirsi fortunata ad avere tanto amore intorno quando era lei il nostro esempio d’amore.

Leggendo queste due storie ho avuto delle sensazioni molto chiare. Ho visto nella storia di Azzurra il compimento di una vita. Ho visto una donna capace di cogliere il senso profondo della vita che è quello di amare e di lasciarsi amare, facendo della propria vita un dono d’amore.

Cosa che non riesco invece a vedere nella storia di Clara. Non credo che sia un caso che Clara abbia un compagno mentre Azzurra un marito. Nelle parole di Clara vedo quello che è un po’ la povertà del nostro tempo. Che non riguarda solo le donne. Vedo una donna concentrata su di sè, su ciò che le piace, sui propri bisogni, sulle proprie aaspettative. Che non c’è nulla di male. Ciò che non funziona, a mio avviso, è che Clara – come tantissime altre persone – è incapace di fare quel passo in più. Amare se stessa per diventare dono per gli altri. Tanto che anche il compagno sembra più che altro funzionale a soddisfare un bisogno e non tanto a essere destinatario di un dono d’amore gratuito.

Quindi, tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo morale. Il desiderio di maternità dovrebbe essere il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? Quando come Clara è continuamente ripiegata su di sè anche se apparentemente aperta al mondo oppure quando ti senti così amata come Azzurra tanto da trovare la forza e la motivazione di donarti completamente? Azzurra non si è annullata, Azzurra si è donata. Come Gesù sulla croce.

Non tutti siamo chiamati fortunatamente a scelte come quella di Azzurra. Tutti però siamo chiamati a comportarci come Azzurra in tante piccole occasioni quotidiane. A me piace tanto l’esempio della candela. La candela che si consuma giorno dopo giorno donando luce e calore. Io avevo tutto prima di sposarmi. Avevo un lavoro, giocavo a futsal con gli amici, uscivo, mi divertivo, andavo in vacanza all’estero. Insomma non mi mancava nulla apparentemente. Con Luisa ho inizito una relazione che mi ha tolto – nel matrimonio e con l’arrivo dei figli – tanta di quella tranquillità e spensieratezza. Allora perchè l’ho fatto? Perchè amo questa vita incasinata e stressante. La amo perchè ogni giorno arrivo a sera e nell’intimità della mia casa mi sento amato. E nel servire e prendermi cura della mia famiglia trovo la pace e il senso della vita. Noi siamo esseri che hanno bisogno di relazioni e più queste sono profonde e più ci danno senso. Lo stesso vale per Luisa.


Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato. Il lavoro non è il fine. Il fine della vita è l’amore. Una vita ben vissuta sa mettere al giusto posto ogni cosa.

Essere cristiani non significa essere contenti del male, delle malattie e dei problemi. Essere cristiani è sapere che in ogni situazione della vita possiamo trovare un senso e un orizzonte d’amore che ci lascia sempre una speranza. Non so se Azzurra avesse fede e non so come la vivesse, però Azzurra aveva compreso l’amore e questo l’ha resa libera di amare anche in una situazione difficilissima come la malattia terminale, più libera di Clara a cui apparentemente non manca nulla.

Antonio e Luisa

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Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità

Oggi parlerò della seconda missione specifica degli sposi, Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (vedi puntate precedenti: prima / seconda).

Purtroppo, tante persone decidono di sposarsi in chiesa senza capire esattamente quello che accadrà quel giorno, pensando magari che il loro amore sarà semplicemente benedetto da Dio e che sarà lecito poter fare l’amore senza commettere peccato. Forse ho estremizzato troppo, ma non c’è la consapevolezza che con il Sacramento del matrimonio avviene una vera e propria effusione dello Spirito Santo e che, anche se non lo vediamo con gli occhi, gli sposi si fondono insieme irreversibilmente. Lo Spirito dona una capacità di amare particolare, differente da tutti gli altri battezzati, perché c’è un Sacramento che ha specificato il tipo e la qualità d’amore.

In Amoris Laetitia si legge al n. 121: ”Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amoree al n. 73: Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’alleanza sigillata sulla croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi”.

La parola “amore” penso che sia una delle più inflazionate e anche distorte come significato, perché si definisce l’amore in base al proprio sentire e al proprio piacere, per cui si tradisce per amore e addirittura si uccide per amore (per quello che si crede sia amore ma che è tutt’altro).

Quindi è necessario chiarire quale amore sono chiamati a distribuire e a testimoniare gli sposi (non con le proprie forze, ma in forza della Grazia ricevuta): quello che ci ha mostrato Gesù nella sua vita e soprattutto nella sua passione e morte in croce.

Anche perché, quando ci sposiamo, sembra tutto bellissimo e perfetto, ma la fase dell’innamoramento è transitoria, i nostri occhi e le nostre orecchie cominciano a rilevare prima o poi la realtà e cioè che abbiamo tutti pregi e difetti, ferite provenienti dalla famiglia d’origine o da altre situazioni, oltre a peccati e zone oscure sconosciute addirittura a noi stessi. Ma questo non deve preoccupare, siamo fatti così, basta esserne consapevoli e andare oltre alle illusioni e alle idee sbagliate che ci siamo fatti.

Gesù ha dato tutto, non si è tenuto niente per sé, ha perdonato il male ricevuto e ha continuato a dire, nonostante tutto, “Io ti amo”; ha dato il primo boccone a Giuda, gesto che veniva rivolto alla persona più importante della tavola, ha continuato a lanciare benedizioni (e non maledizioni) durante il dolore atroce della crocifissione.

Non saprei come spiegare meglio l’amore che richiamare quello che è successo nella passione e sulla croce, perché non c’è situazione che non comprenda e che non riassuma (ammetto che quando ho dei dubbi o sono un po’ in crisi, ricorro alla Via Crucis commentata). Riuscire a raggiungere tale amore di Gesù verso il coniuge e verso gli altri è impossibile, ma è questa la meta, è questo l’esempio a cui attingere e a cui guardare ogni volta in cui cadiamo. Quest’amore non deve essere teorico, ma tangibile, concreto e diffusivo con tutte le persone che incontriamo, a trecentosessanta gradi.

È inutile affermare “Io darei la vita per te” e poi finire a litigare per la scelta della vacanza, per la marca di latte da comprare o per chi va a buttare la spazzatura. Sottolineo che Gesù continua ad amare la sua Chiesa (Sposa), anche se/quando si comporta da prostituta e decide di allontanarsi, come facciamo noi ogni volta che decidiamo di fare di testa nostra. Infatti, tutta la Bibbia è una storia sponsale tra Dio e il suo popolo: da una parte Dio vuole amare Israele, dall’altra parte c’è un continuo tira e molla della gente che corrisponde oppure no. Mosè non ha fatto in tempo a ricevere i dieci comandamenti che il popolo si è costruito un vitello d’oro, eppure Dio ha scelto di incarnarsi e di morire per noi.

Per le persone separate o divorziate questa missione è particolarmente importante, perché è facile voler bene a chi ti contraccambia, mentre è difficile farlo con chi ti ha voltato le spalle; quindi, testimoniano un volto di Dio particolare, il volto di Gesù, “separato fedele”. Se un separato continua da amare un coniuge che ha deciso di andarsene con un’altra persona, quanto più dovrà amare tutti gli altri, anche il collega che fa i dispetti, il prete che non capisce e l’amico bestemmiatore.

E questo deve avvenire non per trasporto (cioè perché hmi viene spontaneo), ma per Grazia, sull’esempio di Gesù che ama chi è lontano, chi non è amato e chi ha tradito. Naturalmente Dio ci aiuta, ma noi dobbiamo fare la nostra parte, attraverso i Sacramenti e la preghiera, in particolare la messa quotidiana.

Tutte le volte che non amiamo “alla Dio”, tradiamo questa missione: so che è un livello altissimo, ma è lì che ci deve portare la nostra vita: è come voler arrivare sulla luna con una scala, ogni volta che riusciamo, aggiungiamo un gradino a questa scala. Non è necessario fare cose straordinarie, basta vivere bene le nostre relazioni, a cominciare da quella con il coniuge, superando incomprensioni, divergenze, fraintendimenti, egoismi e anche tradimenti.

È la missione degli sposi e d’altra parte l’abbiamo accettata il giorno delle nozze: magari non lo sapevamo, ma ora sì e quindi non possiamo trascurarla, gli sposi cristiani si dovrebbero riconoscere per come amano, non per i discorsi che fanno!

Ecco i prossimi tre articoli sulla missione degli sposi:

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Un appello al cuore.

Esatamente 44 anni fa, Giovanni Paolo II tenne una piccola catechesi durante l’udienza generale del Mercoledì, la quale ci aiuterà nella nostra riflessione. L’udienza ha per titolo “Cristo fa appello al “cuore” dell’uomo“.

Riportiamo due brevi passaggi:

Come argomento delle nostre future riflessioni – nell’ambito degli incontri del mercoledì – desidero sviluppare la seguente affermazione di Cristo, che fa parte del discorso della montagna: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27-28). […] Oltre al comandamento “non commettere adulterio”, il decalogo ha anche “non desiderare la moglie del… prossimo” (cf. Es 20,17; Dt 5,21). Nella enunciazione del discorso della montagna, Cristo li collega, in certo senso, l’uno con l’altro: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio nel suo cuore”. Tuttavia, non si tratta tanto di distinguere la portata di quei due comandamenti del decalogo, quanto di rilevare la dimensione dell’azione interiore, alla quale si riferiscono anche le parole: “Non commettere adulterio”. Tale azione trova la sua espressione visibile nell’”atto del corpo”, atto al quale partecipano l’uomo e la donna contro la legge dell’esclusività matrimoniale.

La nostra riflessione non vuole toccare il tema dell’adulterio, ma evidenziare come l’azione cattiva non nasca nel corpo, ma nel cuore. Sentiamo spesso sposi che si vantano di non aver mai tradito il coniuge, però le loro parole si riferiscono soltanto all’atto del corpo.

Ma Gesù ci ha insegnato che il problema non sta nel corpo, il quale esterna ciò che c’è nel cuore. E questo è proprio uno dei temi cari a questo blog, e cioè renderci sempre più conto che il nostro corpo è il mezzo espressivo dell’amore, non è l’amore. Il corpo ha la funzione di rendere visibile l’amore, di incarnarlo.

Ciò che dobbiamo curare nella relazione sponsale non è tanto all’esterno, nel corpo, ma ciò che c’è nel cuore, se cureremo quello, in automatico poi le azioni del corpo saranno riflesso di ciò che alberga nel cuore.

Tornando all’esempio di Gesù riguardo ad un adulterio: se l’uomo non guardasse quella donna per desiderarla, non ci sarebbe poi l’atto carnale. Quindi il problema sta nel cuore, è lì che quest’uomo ha deciso di guardare la tal donna, è lì che l’ha desiderata.. la frittata è già fatta!

Un bravo sacerdote ci fece capire questo con un esempio molto semplice: quando hai il raffreddore è inevitabile lo starnuto, quello che devi curare è il raffreddore e non lo starnuto che ne è il sintomo.

Ecco perché il Papa fece questo appello al cuore, per esortarci a porre attenzione a ciò che c’è nel cuore. Dobbiamo imparare sempre più a sondare cosa c’è nel nostro cuore, nel nostro intimo, la stanza intima dove si prendono le decisioni, dove la nostra coscienza deve vagliare tutto e rigettare ciò che non è conforme alla legge di Dio.

Molti sposi sembrano impantanati come nelle sabbie mobili, ed ogni volta ci raccontano la stessa solfa, ma finché non decidono nel cuore di amarsi con lo stile di Dio, non cambierà mai niente.

Coraggio sposi, il Signore ha lanciato un appello al nostro cuore, rispondiamo con generosità, Lui ripaga già in questa vita 100 volte, oltre ogni aspettativa.

Giorgio e Valentina.

Il 16 aprile 1879 una giovane donna …

Nel 1879 il 16 aprile era un mercoledì, precisamente quello dell’ottava di Pasqua, festeggiata pochi giorni prima; alle tre e un quarto del pomeriggio una giovane donna lasciava la vita sulla terra per entrare in quella eterna: il suo nome era Bernadette Soubirous. Un evento lontano ma che può dirci ancora moltissimo, scopriamo insieme perchè.

Suor Maria Bernarda, con cui si chiamò dopo l’ingresso nelle Suore della Carità di Nevers, aveva lasciato Lourdes da ben tredici anni per rifugiarsi in un luogo lontano, affinché la sua presenza non fosse d’intralcio a Colei che era, ed è, la protagonista delle apparizioni, la Madonna. Di Bernadette è stato scritto moltissimo e non basterebbero interi trattati per addentrarsi a dovere nella sua spiritualità, coronata da una straordinaria umiltà, che ben la rende vicina e somigliante ad Aquerò, come era solita chiamare la Bella Signora. Nella vita della veggente, così come nel ciclo di Lourdes, ci sono date e ricorrenze senz’altro non casuali, come quella del mercoledì dopo Pasqua: non solo data della nascita al Cielo di Bernadette ma lo stesso giorno in cui ventun’anni prima, esattamente nel 1858, durante la penultima apparizione, avvenne il cosiddetto “miracolo del cero”: nella mano di Bernadette rimase accesa la candela che portava con sé senza ustionarla né lasciarle alcuna cicatrice. Molti presenti, assistendo a ciò che stava accadendo, credettero.

Una fiamma viva: quella del lumino era stata un’anticipazione di ciò che sarebbe stata lei stessa, esempio di una santità autentica e semplice, quella della ragazza della porta accanto, dell’insospettabile fanciulla caduta in disgrazia insieme alla sua famiglia, povera tra i poveri. Malata, Bernadette, consumata proprio come quella candela eppure accesa, luminosissima, presente. Ciò che l’ha resa santa non fu tanto, e solo, aver avuto il privilegio di vedere la Vergine quanto l’aver accettato senza condizioni tutte le croci della vita: la miseria, la salute precaria, le umiliazioni gratuite, le mortificazioni, amandole come mezzo di santificazione e amando Colui che le permetteva.

Lei, che al comando di Maria aveva scavato nella terra e scoperto la sorgente dell’acqua miracolosa, non chiese per se stessa la grazia della guarigione ma quella della pazienza per sopportare tutto ciò che il Signore le chiedeva. Bernadette, insomma, aveva capito che unire i propri sacrifici quotidiani a quello eterno e perfetto di Gesù è qualcosa che rende il Cielo non solo più vicino ma fattibile, pur nel nascondimento e nello svolgimento della propria vita quotidiana; solamente così – sembra dirci ancora a noi, adesso – l’ordinario si colora di straordinario, rendendolo fattibile, realizzabile, concreto.

Per lei non c’erano previsioni di ricchezza né agio in questa vita: “Non prometto di rendervi felice in questo mondo ma nell’altro”, le disse Maria durante la terza apparizione, il 18 febbraio 1858. Fu proprio così; Bernadette stessa, che non si lamentava mai delle sue condizioni, affermò: “Non avrei mai creduto di soffrire tanto” e ancora: “Sono macinata come un chicco di grano”. Bernadette fu proprio questo: un seme piccolo, nascosto nelle profondità dell’umiltà e della purezza che è divenuto una pianta rigogliosissima, colma di frutti – materiali e spirituali – per tutti quelli che ne assaggiano e se ne cibano, non tanto di lei ma di ciò di cui è stata portavoce: la bellezza della fede, la grandezza dell’abbandono, l’eternità della promessa.

Bernadette è un compendio di virtù, un catechismo della Chiesa Cattolica fatto a persona perché nella sua vita possiamo rileggere la storia dell’umanità che ha sete di Dio, di salvezza e di santificazione, un’umanità che non ha paura di offrire la propria disponibilità e lasciarsi trasformare dall’amore, sapendo che paura, dolori e avversità non sono la fine ma il fine, quello per raggiungere il Cielo, guadagnandoselo, com’era solita dichiarare, perché  “Dio parla al cuore, senza rumore di parole”.

Oltre a Gesù e Maria, Bernadette amava profondamente San Giuseppe; si racconta che un giorno la Superiora, scorgendola a pregare davanti alla sua statua e non a quella della Madonna, la rimproverò, dicendole che aveva sbagliato santo; lei, con la sua tipica calma e naturalezza, rispose che Maria e Giuseppe sono sempre d’accordo.

E così fu proprio di mercoledì, il giorno dedicato al Santo obbediente per eccellenza e della vita nascosta, che Bernadette fu chiamata ad entrare nella felicità eterna, quella preannunciatale da Maria a Lourdes; allo stremo delle forze, pronunciò le ultime parole: “Madre di Dio, prega per me, povera peccatrice … povera peccatrice”. Nell’ora della morte del Signore – quella della Misericordia – entrò in Paradiso, lasciando dietro di sé la scia di una luce che non accenna a spegnersi, anzi, brilla ancora oggi, rischiarando chiunque si avvicini. Bernadette non ci ha lasciato solo un esempio mirabile, eppure possibile, di come amare il Signore e la Madonna ma anche il suo corpo incorrotto, che giace proprio a Nevers. Così come da viva non tornò mai più a Lourdes, anche le sue spoglie mortali sono rimaste laddove ha vissuto gli ultimi anni, per continuare a non inquinare con la sua presenza il luogo benedetto, scelto da Maria; umile e nascosta fino alla fine, e oltre.

Grazie, Bernadette! Grazie perché con la tua vita ci hai fatto comprendere moltissimo del Regno di Dio ed in particolare ciò che ha detto Gesù: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.” (Mt 6, 19-21). Grazie, Bernadette! Anche noi, proprio come dicevi tu pensando a Maria, non potremo che venirti a ringraziare in Cielo.  

Fabrizia Perrachon

Ecco, io faccio nuove tutte le cose

Cari sposi, spero che in prossimità della scorsa Settimana Santa o nel suo corso abbiate potuto rivedere, almeno in parte, il film The Passion.

Seguendo un’ispirazione tratta dalle visioni di Beata Anna Katharina Emmerick (1774-1824), nel momento in cui Gesù incontra Sua Madre, il Signore proprio lì avrebbe pronunciato la frase famosa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Gesù, in effetti, con la sua morte e risurrezione non solo restaura ma soprattutto porta a pienezza la nostra immagine e somiglianza divina, deturpata dal peccato. Cosicché Gesù rende nuova ogni realtà, in particolar modo noi, la persona umana, e di conseguenza anche il matrimonio. Che senso e significato hanno, quindi, per voi sposi essere divenute creature nuove con la grazia della Risurrezione?

Facciamo un piccolo passo indietro. Mettiamoci a fianco di quella coppia che sta rincasando svogliatamente a Emmaus. Lo sappiamo, sono stanchi e tristi, il loro Grande Profeta è stato barbaramente ucciso. “Noi speravamo” riassume tutti i mesti ricordi che rimangono di quel povero Gesù. Guardateli bene questi coniugi perché sono il ritratto di molte coppie cristiane! Il Gesù vivo è assente dalla loro vita ma ne resta solo un ricordo sbiadito e triste. La fede in tal modo non è un fatto che cambia la vita, al contrario, la vita stessa si riempie di una grigia ordinarietà. Ma Gesù Sposo è venuto proprio per loro, è lì per scuotere quelle coscienze intorpidite e sedute per smuoverle verso la Luce.

 Con tale premessa si capisce meglio il brano odierno. La coppia di Emmaus – protagonista della Messa vespertina nel giorno di Pasqua – è appena giunta al Cenacolo, con il cuore in gola, trepidanti di gioia e commozione per l’incontro avuto. Gesù ha voluto farsi precedere dalla loro esperienza in modo che sia più dirompente la Sua entrata in scena.

Che accade perciò con Gesù presente? Tante cose bellissime, specchio di un matrimonio in cui anche il Signore viene accolto dagli sposi come l’ospite più gradito.

Per prima cosa, il corpo viene rivalorizzato. Gesù chiede agli apostoli, come del resto anche agli sposi cristiani, di focalizzarsi sul proprio corpo. Esso diviene così il primo testimone della Risurrezione! È nel corpo che si vede la novità cristiana e gli sposi hanno la vocazione a mostrare nel proprio corpo la bellezza dell’amore, anche a 60, 70 e più anni. Non è un caso che la prima eresia che colpì la Chiesa, già alla fine del I secolo è stata proprio la negazione della carnalità della Risurrezione. Niente da fare! Il Verbo si è fatto Carne e nella Carne è risorto, per cui Egli vuole che voi sposi ne siate testimoni.

Poi Gesù Risorto bissa quella “super” esegesi dell’Antico Testamento per far vedere agli apostoli che tutti quegli scritti portano a Lui. Ecco che gli sposi cristiani hanno bisogno di alimentarsi della Parola. Gesù vivo continua a parlarvi! Provate a spezzare il Vangelo del giorno, con semplicità, chiedendovi cosa vuole dirvi Gesù oggi e a scambiarvi il frutto. Vedrete quale potenza di unità e di forza aggregante ha Gesù su di voi con la Sua Parola!

Infine, il repêchage che Gesù operò su quei due sposi erranti li riporta nella comunità di appartenenza. Ecco allora che il matrimonio cristiano non è mai un fatto privato. Se è vero che voi sposi necessitate della vostra sacrosanta intimità – intesa anzitutto come i tempi e spazi di coppia -, è altrettanto vero che essa è chiamata a diventare dono per altri, spazio di condivisione e arricchimento mutuo.

Quindi, cari sposi, oggi terza domenica di Pasqua contempliamo queste dritte e indicazioni di Gesù per entrare e permanere nella Sua vita nuova. La meravigliosa notizia per voi è che, con la risurrezione, Cristo fa nuove tutte le vostre cose, non nel senso che ne fa delle altre ma prende la vostra stessa vita sponsale e da dentro la va redimendo, salvando e vivificando.

ANTONIO E LUISA

Gesù viene a fare nuove tutte le cose. Padre Luca ci ha fornito degli strumenti per comprendere come questa affermazione biblica sia declinabile in una coppia di sposi. Noi vorremmo soffermarci su un aspetto in particolare. Dio rende nuova la nostra intimità, il nostro donarci attraverso il corpo. Non è tanto per dire. È proprio così. Quando una coppia si nutre di Eucarestia e si abbandona al sacramento del matrimonio ecco che porta la modalità di Gesù anche nel fare l’amore. I due sposi saranno sempre più desiderosi di vivere una comunione d’amore donandosi totalmente attraverso il corpo e saranno sempre più capaci di liberarsi dall’egoismo e dal voler usare e possedere l’altro. E fare esperienza di un incontro intimo così è meraviglioso.

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«Cari genitori, chiedendo … vi impegnate»

Nell’ottava di Pasqua – l’articolo è stato scritto alcuni giorni fa – lo Spirito di Gesù vuole risvegliare la comunità ecclesiale. Tutti i battezzati sono come “presi per la mano” dalla liturgia e dalla letteratura patristica dell’Ufficio delle Letture, per “vedere” l’Invisibile mistero mediato dalla liturgia, per ravvivare la consapevolezza della vita nuova in Cristo ricevuta in dono. Ispirandomi in parte a questo metodo di annuncio mistagogia, vorrei proporre alcune meditazioni teologico-pastorali sul settenario sacramentale rivisitato in chiave familiare (dimensione ecclesiale dei sacramenti). Per ogni azione liturgica del singolo sacramento, sceglierò alcune “fermo immagini” che sprigionano indicazioni per il ministero coniugale (e familiare).

Essendo temporalmente vicini all’ottava della Pasqua consideriamo innanzitutto il battesimo e considerarlo una porta per entrare nella Chiesa. Il Battesimo è il sacramento che incorpora gli uomini alla Chiesa. Questo aspetto è la dimensione ecclesiale che liturgicamente viene inizialmente mediato dai riti di accoglienza. I genitori chiedendo il battesimo si impegnano nella cura genitoriale anche nell’aspetto religioso della persona. E la comunità cristiana collaborerà con la rete familiare. Stando alla seconda domanda del ministro ai genitori, questo impegno verterà sulla virtù dell’amore verso Dio e verso il prossimo.

In questa sequenza, per certi versi, risuona biblicamente la presentazione di Gesù al tempio. Gesù è donato dal Padre alla famiglia di Nazareth, e la famiglia di Nazareth restituisce al Padre colui che è il Dono per sé e per l’umanità. La famiglia di Nazaret allo stesso tempo si impegna nell’educazione umano-religiosa del Figlio di Dio.

Nell’oggi liturgico con il simbolo reale dello spazio architettonico dell’ingresso, e il linguaggio verbale del dialogo tra famiglia e presbitero, la famiglia in modo particolare e aiutata dai padrini, si impegna nell’opera educativa della cura. Fino a quel momento già ci sono stati atti educativi all’amare. Tutto è iniziato dall’apertura alla vita e poi è proseguito nella nutrizione e nei primi passi, nei vagiti e all’incoraggiamento delle prime parole… Tutto ciò si esprimerà nell’atto del pronunciare il nome in mezzo all’assemblea, espressione che manifesta la cura della vita ricevuta. Nel segno della croce sulla fronte avverrà l’accettazione della richiesta di accoglienza nella comunità cristiana. E perciò, la disponibilità a continuare in modo rinnovato gli atti educativi all’amare.

Fino a quel momento la Chiesa domestica ha preparato il momento di accoglienza tra una levata notturna annunciata dal pianto come un suono di campana per il raduno dell’ufficio notturno, e una ninna nanna tra le braccia della mamma come il canto delle litanie per chiedere intercessione alla Madonna, e il primato dell’ascolto ai bisogni del bambino rispetto a quelli degli adulti come l’annuncio kerigmatico oggi necessario alla nostra società adolescente.  Questi, ed altri ancora, sono i rituali della Chiesa domestica che costituiscono le fasi di preparazione al momento dell’accoglienza. Rituali però che troveranno la loro trasfigurazione e il compimento nella liturgia battesimale.

E perciò rituali che andranno “riformulati” più compiutamente in chiave evangelica dal giorno del battesimo in avanti. Dovranno essere svolti dai genitori nella consapevolezza della grazia di Cristo; destinati a Cristo ormai presente mistericamente nella vita del neo-battezzato; e chiunque potrà vederli come annuncio dell’amore salvifico di Cristo. Perciò la sfida educativa «nella fede, perché nell’osservanza dei comandamenti, imparino ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato» (dal Rito del battesimo) non sarà il frutto di un generico voler bene ma della carità paziente. Quella stessa pazienza che è prendersi cura, dare tempo per far crescere, educare e formare, accompagnare e lasciar andare, seminare e innaffiare, indicare e attendere … e ogni altro verbo che declina il generare. È la carità di Gesù. Quella esortata ai suoi nel «lasciate che i bambini vengano a me». Quella paragonata da Gesù al contadino che si affida alla Provvidenza capace di dare colori ai gigli dei campi e nutrire gli uccelli del cielo. Quella del contadino che dorma o veglia non sa come fa a crescere il seme. Quella del Samaritano che ebbe compassione e fascia le ferite dell’uomo assalito dai nuovi ladri di dignità umana. Quella della inevitabile salita al calvario la cui logica è il corpo-che-si-dona per dare la vita all’uomo schiavo del peccato.

E ditemi se ancora oggi quest’opera educativa ad amare sia scontata, banale, comune, oppure proprio perché autenticamente umana – e quindi divina – non sia urgente in mezzo all’umanità che come una neo-babele tenta di liquidare culturalmente la mano paterna e materna di Dio riflessa pur se debolissimamente nella misericordia educativa dei propri genitori.

Don Antonio

Mi sono innamorato di Chiara per il sesso

Ho ascoltato l’intervista di Fedez a Belve. Ammetto che questa volta avevo in un primo momento deciso di ignorarla. Poi, Vittorio – sui social conosciuto come Un papà con quattro figlie – mi ha girato un video relativo a un’affermazione di Fedez chiedendomi di farne un articolo. Ci ho pensato e credo che Vittorio abbia ragione perché Fedez, con la sua affermazione, ha sintetizzato quello che succede a tanti che, a mio avviso, è concausa di tanti fallimenti matrimoniali o affettivi in genere.

La conduttrice Francesca Fagnani ha chiesto, in modo molto diretto, a Fedez: Perché si è innamorato di lei (Chiara Ferragni ndr)? La risposta del cantante è stata altrettanto diretta: Devo essere onesto? All’inizio, il sessoHo provato una connessione che raramente avevo sperimentato prima”.

Il sesso può essere un problema? Questa è la domanda da porsi. La risposta è ovviamente sì quando l’intimità non funziona. Ma quando sembra funzionare, come nel caso di Fedez, perché può essere un male? Cercherò di spiegarlo in questa riflessione.

Vi riporto il risultato di una indagine svolta negli Stati Uniti alcuni anni fa. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (3 volte di più) di avere stabilità e durata nella relazione. Avete capito bene! Uno stravolgimento rispetto a quello che credono in tanti. Molti amici e amiche, quando hanno saputo che io e Luisa stavamo vivendo il fidanzamento in castità, hanno cercato di convincerci della necessità di conoscerci sessualmente prima di sposarci. E se poi non c’è intesa? Se manca la chimica? Sono tutte balle naturalmente. Il rapporto sessuale è una relazione profonda vissuta attraverso il corpo. L’unica chimica che è necessaria è proprio l’attrazione fisica. Per quella non serve testare. Poi l’intimità – come dice molto efficacemente Nicoletta Musso – è un vestito costruito su misura dalla coppia. Si costruisce nel tempo e nella relazione.

Invece la castità nel fidanzamento può essere molto utile. Sapete perché?

Il sesso è totalizzante. È inutile far finta che non sia così. L’amplesso fisico è un gesto che totalizza la relazione. Le sensazioni e le pulsioni, che vengono provocate dall’intimità sessuale, sprigionano una carica emotiva che copre ogni altro aspetto della relazione. Chi ha rapporti prima del matrimonio tende a sottovalutare e non approfondire alcuni aspetti dello stare insieme, del progetto matrimoniale e dei difetti dell’altro. Poi nel matrimonio inevitabilmente i nodi vengono al pettine.

C’è poi un altro vantaggio della castità, a mio avviso fondamentale. Sono sicuro di quello che scrivo. Io sono uomo. Come tanti uomini – non vale per tutti ma per molti sì – tendo a essere egoista. A impegnarmi in qualcosa se ne ho un guadagno, se ne vale la pena. Se Luisa non mi avesse imposto la castità – all’inizio è stata una imposizione – avrei messo al centro della nostra relazione il sesso. Ne avevo una voglia matta. Ma così non sarei cresciuto, non avrei imparato a farmi dono gratuitamente. La castità mi ha educato a mettere al centro la mia amata. Avevo voglia di fare l’amore con lei, ne avevo una voglia enorme, ma per rispettare la donna che amavo sceglievo di mettere da parte quel desiderio e di starle accanto nel modo in cui lei mi concedeva di farlo. Ho imparato il rispetto e ho imparato a trasformare le mie pulsioni in tenerezza. Ho imparato ad apprezzare la tenerezza non solo quando poi conduce a un rapporto sessuale.

Come quando prepariamo e riempiamo i granai in previsione dei tempi di carestia che possono colpire chiunque. I motivi per cui la frequenza dei rapporti sessuali può diminuire sono molteplici: gravidanze, malattie, impegni lavorativi, figli da crescere e lo stress quotidiano possono influire su di noi. In certe situazioni più complesse, può persino accadere di non avere alcun rapporto sessuale per mesi. Tuttavia, se siamo stati educati a donarci reciprocamente e a vivere la tenerezza attraverso gesti di affetto e attenzione, questi periodi non ci spaventano. Anzi, possono diventare profondamente fecondi poiché sono ricchi di gesti gratuiti che alimentano e conservano il desiderio.

Sono convinto che Fedez e Chiara non hanno questa risorsa. E quando hanno dovuto affrontare la malattia di Federico e i problemi giudiziari di Chiara si sono persi perchè è venuto probabilmente a mancare la risorsa principale da cui traevano forza l’un l’altro. I loro granai erano vuoti. Invece chi vive la castità prima del matrimonio e anche dopo – nel matrimonio non è astinenza – è capace di affrontare crisi e problemi custodendo l’unità e la complicità, perchè ha imparato a farsi dono e a volgere lo sguardo mettendo al centro il bene dell’altro.

Il sesso non serve a creare una comunione. Altrimenti resta qualcosa di fisico e basta. Impetuoso ma fragile. Che si può rompere facilmente. Basta non prendersi cura l’uno dell’altro per un po’ e ci si perde. Non è quello che succede a tanti? La comunione si genera a livello più profondo, a livello di cuore e anima e poi il corpo la salda con il sigillo dell’amplesso. La rende più forte e indissolubile. Questo è il significato anche del matrimonio cristiano. Questo è il sesso che non fa innamorare ma dà corpo all’amore.

Specifico che ho scelto di sviluppare questa riflessione su un piano strettamente umano ma è indubbio che noi sposi cristiani traiamo la maggior parte delle nostre risorse dai sacramenti e dalla relazione d’amore con Dio. Se volete acquistare il nostro libro per approfondire la castità e il significato teologico, sacramentale e antropologico della sessualità cliccate qui

Antonio e Luisa

Conoscete il rito croato del matrimonio?

È risaputo che la fede cattolica è molto sentita sia in Croazia sia nelle popolazioni croate che abitano in Erzegovina ma, forse, è meno conosciuta l’usanza che ne caratterizza il rito del matrimonio cattolico, noto come rito croato. Esso non ha nulla di diverso rispetto a quello tradizionale nel senso che non toglie né modifica nulla, semmai integra con alcuni elementi molto significativi.

Innanzitutto la coppia è solita procurarsi – o ricevere in regalo – un crocifisso benedetto di legno, meglio se fabbricato da religiosi francescani, ordine religioso tra i più diffusi in questo Paese, che vanta una presenza secolare, circondata da un affetto profondo e radicato da parte della popolazione. Tale crocifisso è il protagonista, insieme agli sposi, nel momento dello scambio delle promesse: la moglie appoggia la sua mano su di esso al quale si aggiunge poi quella del marito; in questo modo l’intreccio dell’amore umano trova la sua base sulla croce di Cristo, vero ed autentico fondamento del matrimonio, tanto dal punto di vista spirituale quanto da quello fisico.

All’unione sponsale delle mani si aggiunge il gesto benedicente del celebrante al quale segue il “sì” reciproco degli sposi. Infine, il crocifisso sarà portato a casa, appeso oppure esposto in un luogo ben visibile per benedire l’abitazione e i suoi abitanti, permettendo così alla famiglia di pregare alla sua presenza.

In questo rito ci si sposa davvero in tre perché la presenza di Gesù non è solo immaginata ma reale e concretamente tangibile: in questo modo la croce non fa paura in quanto non è vista come immagine di domani indefinito nel quale ci saranno delle prove bensì come colonna portante di un’unione familiare non votata a sicure sciagure ma costruita ad immagine dell’amore più grande che esista, appunto quella del Signore che proprio su quel legno si è immolato per tutta l’umanità.

L’offerta di Gesù, infatti, ha scardinato completamente il significato di quel tipo di morte, che per i romani era la più ingiuriosa oltre che la più dolorosa; come ha magistralmente spiegato San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti:  «Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti» […] quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1 Cor 1, 18-19 e 27).

La “croce sponsale” del rito croato, allora, si configura come la roccia sulla quale costruire la casa della nuova famiglia, sicuri che resisterà alle tempeste della vita; il mondo, infatti, con i falsi dogmi della bellezza, della ricchezza, del successo e del piacere a tutti i costi, porta le coppie a edificarsi su una sabbia che inevitabilmente i venti delle difficoltà soffieranno via facilmente. Quante separazioni, quanti divorzi, quanti matrimoni spezzati!

Ecco allora che, semplice ma potentissimo nello stesso momento, il rito croato ci fa capire come quella croce non sia un soprammobile né un portafortuna ma la presenza vita e vivificante della e nella coppia, prima, e della e nella famiglia, poi. In questo modo l’indissolubilità del sacramento acquisterà un significato veramente centrale perché tradire l’unione sponsale sarebbe come tradire Gesù, ossia Colui che marito e moglie hanno stretto fisicamente tra loro nel momento decisivo in cui lo sono diventati.

Questo rito è diffusissimo, come accennavo poco righe più in alto, nella popolazione croata ma anche in quella dell’Erzegovina, la parte meridionale della Bosnia a maggioranza cattolica, la stessa porzione nella quale il tasso di divorzi è tra i più bassi d’Europa: sarà un caso? È proprio da Medjugorje e da Široki Brijeg – cittadina a pochi kilometri di distanza, ricordata per aver avuto Padre Jozo come parroco per lungo tempo – che questa tradizione si sta diffondendo; anche se è ancora poco conosciuta, ritengo che sia cosa “buona e giusta” darle visibilità in quanto permetterebbe a tante coppie di vivere con più profondità il matrimonio, a partire proprio dalla preparazione, fase importantissima per il dopo che verrà.  

Quando nel 2007 il sacerdote che ci avrebbe spostato – nonché guida spirituale del gruppo di preghiera da noi frequentato da anni – ci ha fatto scoprire e proposto il rito croato abbiamo accettato con entusiasmo non solo perché il buon Dio ci ha fatto conoscere proprio al festival dei giovani a Medjugorje ma perché abbiamo ritenuto che solamente affidandoci a quella Croce avremmo potuto affrontare e superare le tante, piccole o grandi, croci della vita.

Ora, dopo quasi diciassette anni di matrimonio, possiamo dirvi che ogni qualvolta guardiamo a quel Crocifisso non vediamo un pezzo di legno ma una presenza reale che ci sostiene e  supporta in tutto, soprattutto nei momenti difficili perché, proprio come recita il famoso canto di Monsignor Frisina, “Tu guidaci verso la meta, o segno potente di grazia. Nostra gloria è la Croce di Cristo, in Lei la vittoria. Il Signore è la nostra salvezza, la vita, la Risurrezione. Tu insegni ogni sapienza e confondi ogni stoltezza. In Te contempliamo l’amore, da Te riceviamo la vita”.

Fabrizia Perrachon

Siamo sempre una famiglia?

Oggi vi propongo un articolo scomodo. Prendo spunto dal libro di don Simone Bruno “Siamo sempre una famiglia?” edito da San Paolo. E’ un articolo scomodo perché va a toccare delle corde insidiose, dove difficilmente si riesce a essere equilibrati. L’autore si chiede se anche in quelle che sono relazioni irregolari per la morale cattolica – che sono ormai la maggioranza – non ci possa essere del buono e del bello. Spesso questi temi diventano un campo di battaglia dove di cristiano resta ben poco. Ne ha fatto le spese anche don Simone. Don Simone non è l’ultimo arrivato. Psicoterapeuta, giornalista, scrittore, docente e direttore editoriale della San Paolo. Insomma non è una scheggia impazzita, ma un professionista preparato e un sacerdote inserito molto bene nella Chiesa di oggi, la Chiesa di papa Francesco. Ho avuto il piacere nel tempo di scambiare qualche messaggio con lui. Per quella che è la mia esperienza, don Simone è una bella persona. Sempre gentile, pacato e disponibile. Per questo ho deciso di fare questo articolo. Perché mi rivolgo a una persona che stimo.

Permettetemi una premessa. Non approvo la reazione scomposta di alcuni credenti e rinnovo pubblicamente la mia solidarietà a don Simone. Dopo l’uscita del suo testo è stato oggetto di offese e minacce. Le sue tesi possono essere condivisibili o meno, ma non deve mai mancare il rispetto per una persona che ha un’opinione diversa dalla nostra. Poi mi piace sottolineare l’onestà intellettuale di don Simone che specifica che le sue sono delle riflessioni personali. Si auspica un percorso antropologico e teologico, ma afferma chiaramente che per ora la Chiesa, nei suoi documenti, dice altro rispetto alle argomentazioni del libro.

Il testo è molto agile, ben scritto e organizzato in modo molto pratico. Ci sono una serie di domande e di relative risposte in modo da rendere molto fruibili i contenuti. Ho trovato tante affermazioni condivisibili come ad esempio lo stacco tra quello che è la famiglia ideale cristiana unita dal sacramento del matrimonio e quella che è la realtà che è abitata da tante situazione cosiddette irregolari. Senza dubbio la Chiesa che è madre deve prendersi cura anche delle persone che vivono queste situazioni.

Sono d’accordo con lui quando afferma che serve un accompagnamento che non escluda nessuno, ma che sappia stare accanto a ogni storia. Sono d’accordo con lui quando afferma che servono degli sposi che siano dei testimoni e che sappiano mostrare la bellezza della scelta cristiana. Tutto vero e condivisibile. Il problema sorge in modo evidente quando l’autore prende in esame le coppie omosessuali. Qui a mio avviso si è lasciato prendere emotivamente forse pensando a situazioni concrete con cui è entrato in relazione. Avrà sicuramente ascoltato la sofferenza di persone reali. Si percepisce un desiderio di aiutare le persone e non di distruggere la morale. Volevo soffermarmi su un passaggio che ritengo particolarmente problematico. Il sacerdote scrive in sintesi che l’intimità tra persone dello stesso sesso non solo non è sempre peccato e un male, ma può addirittura essere unitiva quando vissuta all’interno di “un’alleanza sincera e generativa“. Quindi un maggior bene. Qui non ci siamo.

Mi sento in dovere di dissentire con rispetto. Non nego, come fanno alcuni, che possano esserci sentimenti e il desiderio di condividere la vita o parte di essa tra due persone dello stesso sesso. Sono convinto che molte persone che formano unioni civili abbiano un sincero desiderio di formare un sodalizio con la persona scelta. Tuttavia, la loro intimità non può esprimere questo desiderio di unità. Non può innalzare l’amore ma solo abbassarlo.

Il sesso nelle coppie omoaffettive non è mai un gesto autentico di unione, dove sta l’unione nella modalità con cui vivono il sesso? Il sesso diventa una modalità per usare l’altro e non per unirsi ad esso.

Per me è sbagliato parlare di amore omosessuale o eterosessuale ma esiste solo l’amore che va però espresso attraverso il corpo nella modalità specifica del tipo di amore.

Noi siamo cristiani. Abbiamo fede in un Dio incarnato, che si è fatto uomo. La nostra fede non dovrebbe sminuire il corpo. Il corpo è così importante tanto che nell’Eucarestia mangiamo il corpo di Cristo per essere sempre più uniti a Lui. Spesso però i nostri moralisti e teologi se ne dimenticano.

Quando pensano all’amore omoaffettivo si riferiscono quasi esclusivamente ad un amore spirituale e disincarnato. Cari pastori il corpo c’è ed è importante quanto lo spirito. Ciò che viviamo attraverso il corpo influenza tutta la persona. Forse dovreste dirlo. E non vale solo per il sesso tra due persone omoaffettive ma per tutti. Abbassa l’amore anche un amplesso prematrimoniale, abbassa l’amore l’uso degli anticoncezionali. Abbassa l’amore portare nell’intimità ciò che si impara nella pornografia. L’unico gesto sessuale che innalza l’amore è quello di una coppia di sposi che desidera donarsi attraverso il corpo quel tutto che è stato promesso il giorno delle nozze. Solo così l’intimità fisica non solo è buona ma diventa gesto liturgico e sacramentale. Poi non sempre si arriva a questo – ne siamo tutti consapevoli – ma non si può dire che vivere la sessualità diversamente sià un bene. Diventa sempre un compromesso. Una non pienezza. Non sapete quante persone ci contattano per la sofferenza personale e di coppia causata da una sessualità vissuta male. E spesso sono un uomo e una donna sposati sacramentalmente.

Vorrei concludere con le parole di Giorgio Ponte, scrittore cattolico di orientamento omoaffettivo:

Nella mia esperienza di uomo ferito (siamo tutti feriti non solo le persone omoaffettive ndr), io posso testimoniare che tutte le volte che ho potuto vivere una castità piena, sono state anche quelle in cui ero più felice. E badate, non ero felice perché non facevo sesso, ma al contrario: non avevo bisogno di fare sesso perché ero felice. Infatti il sesso che non è unito a una vera esperienza di donazione totale (che solo in Dio può essere tale), di solito serve a coprire varie forme di infelicità e frustrazione, più o meno consapevoli. Perciò per vivere una castità piena, più che preoccuparci di come non fare sesso, dovremmo chiederci cosa stiamo cercando di coprire con il farlo. E ascoltare quel grido del nostro cuore. Per quanto mi riguarda io ero felice perché stavo amando qualcuno libero dal bisogno di possederlo. E quel modo di amare, mi faceva fare un’esperienza vera di Gesù. Solo Cristo, infatti, può insegnare ad amare così. Perché solo Lui, mostra all’uomo, come essere Dio.

Credo che i nostri pastori debbano accompagnare, mettere in evidenza il bello che ci può essere anche nelle relazioni omoaffettive ma poi proporre un amore più grande che è l’amore casto. Che può esistere anche in una coppia omosessuale. Non proporlo equivale a non dare piena dignità a queste persone. Loro sono fatte per una vita piena e non per accontentarsi di un po’ di bene. Spero di essermi espresso in modo rispettoso della sensibilità di tutti ma ci tenevo ad esprimere il mio parere. Un caro saluto a don Simone che spero leggerà questo articolo.

Antonio e Luisa

Affidatevi al miglior muratore di sempre

Dal Sal 117 (118) […]La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo! […]

Questo Salmo è pregato durante l’ottava di Pasqua, noi ne abbiamo riportato solo un versetto, ma esso è più lungo e più ricco perciò vi esortiamo a leggerlo e pregarlo tutto. Ovviamente questo versetto si riferisce al Cristo risorto, il quale è quella pietra scartata (sulla croce) ma che poi è divenuta la pietra sulla quale regge tutta la struttura.

Sappiamo bene che Gesù è risorto (e asceso poi al Cielo), e noi con il Battesimo siamo incorporati alla Sua morte e alla Sua risurrezione. Grazie a questo accesso alla Grazia di Cristo, noi abbiamo la possibilità di risorgere a vita nuova, che dovremmo aver sperimentato anche in questa Santa Pasqua. Ma il Signore è magnanimo e non limita la Sua azione misericordiosa al solo tempo quaresimale e/o pasquale, ma noi possiamo risorgere ogni qualvolta cadiamo in basso a causa dei nostri molti peccati, anche più volte al giorno se necessario.

Recentemente abbiamo incontrato diverse coppie di sposi che ci hanno testimoniato come il Signore le abbia prese da una situazione di crisi matrimoniale per alcuni, di malattia per altri, di lontananza dalla fede per altri ancora, e li abbia fatti rinascere nuovamente, una rinascita ad una vita nuova nella gioia del Risorto, nella Sua pace che non è quella che dà il mondo.

Questi sposi benedicevano quella situazione di crisi, di malattia o altro, perché essa è stata la causa della loro risurrezione, la causa di incontro col Risorto, senza quella il loro cuore non si sarebbe gettato nelle braccia misericordiose del Signore e Lui non avrebbe potuto compiere nuovamente la risurrezione a vita nuova.

Cari sposi, qual è la vostra pietra scartata? E perché l’avete scartata?

Ogni coppia di sposi può esaminare la propria storia passata o presente e trovare una pietra scartata dalla coppia stessa, ma non scartata dal Signore. Molte coppie vivono situazioni complesse e complicate dalla propria ottusità, dalla propria mancanza di fiducia nella onnipotenza del Signore; basterebbe prendere questa pietra e metterla nelle mani, o meglio sulla cazzuola, del miglior muratore, il quale sa prenderla e trasformarla in una pietra angolare.

Molti sposi ci hanno testimoniato che nella loro storia c’è un prima e un dopo rispetto a quella crisi, a quella malattia, a quella conversione, esso è divenuto uno spartiacque tra prima e dopo, tra la vita vecchia e la vita nuova nel Risorto. Per essi quella pietra che avevano scartata perché ritenuta di scarso valore, è divenuta invece la pietra angolare, quella su cui si regge la costruzione.

Il Signore non butta via niente della nostra vita, prende tutto e trasforma.

Vi riportiamo un solo un esempio: San Giovanni Bosco rimase orfano di padre alla tenera età di 2 anni e crebbe con la mamma Margherita, seconda moglie del padre dopo la precoce vedovanza dalla prima. Quindi se la prima moglie del suo papà non fosse morta, non sarebbe nato Giovanni, inoltre la mamma diventò poi un’indispensabile aiuto alla missione del giovane sacerdote torinese, il quale, fortificato dall’esperienza della precoce orfanità paterna divenne un grande padre per centinaia, forse migliaia di ragazzi: un grande santo.

Come vedete, il Signore non butta via niente, ma Lui fa nuove tutte le cose!

Se Lui non le butta, perché dobbiamo farlo noi?

Coraggio sposi, basta affidarsi al miglior muratore di sempre.

Giorgio e Valentina.