Gli psicologi avvertono sui rischi di crescere a pane e pornografia

Leggo tra le notizie di cronaca di una giovane francese morta, nella Settimana Santa, a soli tredici anni, a seguito di un violentissimo stupro di gruppo. Non posso, da mamma, non piangere dal profondo del cuore sia per la piccola vittima inerme, strappata alla vita in modo inaccettabile, sia per i carnefici, tutti giovani, uno addirittura minorenne. Come è possibile che siano diventati così disumani?

Intanto, mentre mi domando come siano stati cresciuti quei ragazzi per arrivare a trasformarsi in bestie, non riesco a togliermi dalla testa che simili atti (la cui primissima causa si trova, sicuramente, nel peccato originale che offusca lo sguardo e rende impuri) sono connessi anche ad una cultura che non di rado giustifica la violenza sulla donna. A cosa mi riferisco? Alla pornografia.

Qualche tempo fa, una nota influencer di cui non faccio il nome, in una intervista ha dichiarato che, se un domani troverà suo figlio (attualmente di un anno) davanti ad un video porno, ci riderà sopra, chiuderà un occhio e, forse, si limiterà a spiegargli che lì non c’è la realtà del sesso.

Finché continuiamo a minimizzare i danni che la pornografia procura, non potremo, di fatto, combattere con coerenza la lotta contro la violenza sulle donne. In un articolo dal titolo “Svizzera. La pornografia dura aumenta il rischio di violenza sulle donne”, dove si citano diversi esperti tra psicologi e psicoterapeuti, si spiega che una percentuale considerevole dei fruitori di porno consuma pornografia “dura”, ossia con scene di violenza.

La psicologa americana Ana Bridges fa notare come sui primi 50 film pornografici più visti, quasi il 90% delle pellicole ha all’interno scene di violenza. Dei personaggi vengono addirittura legati oppure strangolati. Nel 70% dei casi sono gli uomini i protagonisti di tali atti. D’altro canto, il sessuologo Martin Bachmann afferma che sempre più persone si rivolgono a lui per una consulenza: vi sono infatti individui che sognano oppure mettono in pratica ciò che vedono sullo schermo.

L’uso regolare di pornografia può, infatti, generare un effetto di assuefazione che abbassa l’asticella del tollerabile. Si iniziano a vedere come “normali” atteggiamenti deviati, violenti. Davvero è indifferente se i giovani si riempiono la pancia di questo? Davvero va bene se crescono a pane e pornografia? Davvero basta dire: “Guarda quello che vuoi, l’importante è che ricordi che nella vita funziona diversamente“?

Il nostro parlare sia “sì sì” e “no no”. Che senso ha condannare la violenza in piazza (questa influencer è anche una convinta femminista) e poi accettarla in un video, realizzato da persone in carne e ossa e guardato da persone in carne ed ossa?

Inoltre, la pornografia rovina le relazioni coniugali, perché ci si abitua ad una fantasia disincarnata, si inizia a vedere la propria moglie – o il proprio marito – come un manichino con cui sperimentare le perversioni viste sullo schermo.

Più volte è intervenuto su questo tema specifico lo psicologo dello sviluppo Thomas Lickona, avvertendo sui numerosi rischi che può comportare per una relazione matrimoniale farne uso. A suo avviso, “oltre a separare il sesso dall’amore, presenta un ritratto molto deformato, quasi disumano, delle relazioni sessuali. Non mostra comportamenti sani, come la conversazione amorevole, i baci e i gesti di affetto. Nella pornografia, tutto è deviato e distorto”.

Il consumo massiccio di pornografia è, dunque, associato ad una vita intima di coppia pressoché inesistente o deviata. Se “contrarre matrimonio ed essere genitori sono due dei più grandi impegni che possiamo assumere nella nostra vita; la pornografia invece – sostiene Lickona – proietta nei giovani una visione diversa e del tutto opposta, indebolendo i valori basati sull’amore, la responsabilità e il sacrificio che il matrimonio e la crescita di figli richiedono”. 

Proviamo a non chiudere gli occhi. Mi rivolgo a influencer e no.

Proviamo a riflettere coi nostri ragazzi sul valore inestimabile del corpo. Proponiamo loro messaggi sani, letture edificanti, per aiutarli a scoprire la bellezza della sessualità. E soprattutto – stavolta mi rivolgo a chi ha il coraggio di dire la verità – non perdiamo la speranza. Può sembrare di lottare contro i mulini a vento, ma abbiamo con noi il Vento potente dello Spirito Santo.

Per aiutare le coppie a vivere un’intimità liberata e liberante, proponiamo un libro ricco di testimonianze: Voglio donarmi completamente a te – Per un’intimità liberata e liberante (famiglia.store)

Cecilia Galatolo

Usciti da quel Cuore

Cari sposi, oggi la bianca luce pasquale che proviene dal sepolcro vuoto riceve in aggiunta una nuova tonalità, quella rossa, conformando così i raggi della Divina Misericordia che scaturiscono dal Cuore di Gesù trionfante.

L’evento che celebriamo non è una pia devozione, sentimentale e romantica, ma una festa di incommensurabile bellezza e profondità. Mai Gesù era arrivato a dire cose così sconvolgenti sul Suo Amore per noi, poveri peccatori! E tutto ciò lo troviamo racchiuso nel Diario che Suor Faustina Kowalska (1905-1938) scrisse su precisa richiesta del Signore.

Tuttavia, il Vangelo di oggi mette al centro l’incredulità di Tommaso, un fatto direi più che ragionevole dal momento che la Risurrezione era tutto meno che una conseguenza scontata. Ma Gesù, come è solito fare, permette l’assenza di Tommaso in modo da mettere ancora più in luce la realtà oggettiva di quanto era accaduto e così l’apostolo detto Dìdimo arriva a compiere un gesto che – almeno a quanto dicono i Vangeli – nessun altro ha fatto: mettere la mano nelle piaghe di Gesù, conseguenza della Crocefissione.

Contempliamo Tommaso commosso e tremante mentre si rende conto che è proprio Gesù colui che ha davanti! Ma ciò che ci deve far sobbalzare è soprattutto che Tommaso – per così dire – mette la mano proprio dentro al Cuore di Cristo! Sappiamo bene il significato evangelico del toccare Gesù, quante guarigioni sono avvenute grazie al contatto fisico con Lui: l’emorroissa, il cieco nato, Bartimeo, il lebbroso…

Ma che c’entra tutto ciò con la Divina Misericordia? Tommaso di fatto ha fatto esperienza fisica della Misericordia di Dio perché è proprio da quel Cuore trafitto che Essa è uscita. Quale invidia non stiamo provando! Come vorrei essere stato al tuo posto caro Tommaso! Poveri noi che viviamo così lontano da quel momento!

Eppure Gesù ancora oggi continua a toccarci e a salvarci! Lo fa con i suoi gesti che si prolungano nel tempo senza sosta e si chiamano sacramenti. Gesù in particolar modo tocca e continuamente redime voi sposi non solo con l’Eucarestia ma anche con il Matrimonio. Due doni simili sotto l’aspetto di essere un medesimo Corpo dato per amore e di richiamarsi a vicenda per svelare e manifestare l’Amore.

Pertanto, in quelle mani callose da pescatore di Tommaso ci siete anche voi, sposi in Cristo, che continuamente siete a contatto con la Misericordia profusa dal medesimo Cuore di Gesù. Una Misericordia che anzitutto vuole pervadere voi, brama prendere possesso delle vostre menti perché possiamo gustarla nel vostro rapporto ed esserNe un riflesso per chi vi vede.

Cari sposi, confortiamoci oggi nella certezza che la Sua Misericordia è già a portata di mano e, come disse San Giovanni Paolo II, solo dobbiamo volgerci ad Essa perché possiamo trovare pace e gioia.

ANTONIO E LUISA

L’incredulità di Tommaso non è sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo – e anche nel nostro matrimonio – può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Il matrimonio secondo Pinocchio /26

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo de’ miracoli.

In questo capitolo XVIII ci sembra doveroso soffermarci un poco a riflettere su cosa possano rappresentare le quattro monete di Pinocchio, noi propendiamo per le quattro virtù cardinali, troppo spesso lasciate nel dimenticatoio da molti sposi cristiani.

Ora, non si tratta di un articolo di dottrina, ma almeno possiamo enunciarle a mo’ di pro-memoria: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Esse sono state ampiamente trattate dai vari Padri e Dottori della Chiesa, il Magistero è molto ricco, e da questa ricchezza cogliamo solo un aspetto circa la virtù della giustizia come fosse una goccia in un mare, consci che le nostre povere parole vogliono solo offrire uno stimolo di meditazione.

E lo facciamo lasciandoci aiutare dalla straordinaria figura del glorioso San Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Nel Vangelo di Matteo troviamo questa breve presentazione:

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto (Mt 1,18-19)

L’uomo giusto, per quella società era colui che viveva rispettando la Legge, la famosa legge di Mosè, e fin qui nulla da obiettare, senonché questa legge ordinava di esporre al pubblico ludibrio una donna colta in flagrante adulterio, per poi lapidarla ( basti ricordare l’episodio raccontato in Gv 8,1-11 con l’adultera e Gesù che usa quella espressione divenuta celebre: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ). Ma allora perché Giuseppe non l’ha fatto, pur essendo definito uomo giusto?

Lui, ancora prima dell’intervento angelico, decide di licenziarla in segreto perché sicuramente aveva capito che Maria era intatta nella sua verginità e nella sua purezza, nonostante ciò non capisce tutto subito, prende allora la decisione di andare oltre la legge di Mosè, senza per questo rinnegarla né sminuirla. Con la sua decisione avrebbe salvato la reputazione della fidanzata Maria senza per questo appesantire il proprio cuore di un qualche senso di colpa morale contro l’intransigenza della legge di Mosè… con termini moderni diremmo che avrebbe salvato “capra e cavoli”.

Il resto della storia la conosciamo tutti, ma noi vogliamo soffermarci a riflettere su questa decisione, perché sicuramente essa è arrivata dopo lunga riflessione da parte di San Giuseppe, e possiamo tranquillamente affermare che lui abbia applicato la virtù della giustizia non senza l’ausilio delle altre tre virtù; infatti usa prudenza (“in segreto”), usa temperanza poiché non si fa prendere dal panico e prende tempo, infine usa la fortezza perché di fronte ad una tale prova dimostra grande capacità di dominio di sé andando anche contro, o meglio, oltre la legge di Mosè.

Queste quattro virtù sono dette cardinali perché fanno da cardine, cioè sono base, sostegno e fondamento delle altre virtù, dobbiamo quindi imparare a farne buon uso e non fare come Pinocchio, il quale sembra imitare a sua volta il servo malvagio della parabola dei talenti.

Dobbiamo imparare a praticare queste quattro virtù e non lasciarci ingannare dal Gatto e la Volpe del nostro tempo, i quali ci istigano a sotterrarli per poi non ritrovarne più nemmeno uno. Qualche esempio?

Il Gatto e la Volpe moderni ci dicono che è meglio vendicarsi di un torto subito (giustizia), ci dicono di godere dei beni di questa vita come e quando vogliamo (temperanza), ci dicono di perseguire il nostro “sentirci bene” senza limiti (fortezza), ci dicono infine di scegliere cosa ci piace seguendo il nostro “cuore” (prudenza). Il campo dove giocare la partita delle virtù cardinali è innanzitutto, per noi sposi, la nostra relazione sponsale, il nostro matrimonio. Le monete in nostro possesso sono davvero d’oro, ma per il loro impiego non bisogna affidarsi al Gatto e alla Volpe.

Giorgio e Valentina.

Amarsi: una scelta consapevole

“Amarsi è una scelta quotidiana”, era una delle frasi sentite più spesso da quando io e il mio attuale marito abbiamo iniziato a interessarci alla vita matrimoniale. Era diventata un mantra ed era così in loop nella mia testa che anche io lo dicevo… pur non capendone appieno il senso.

Quando mi fermavo a riflettere dicevo razionalmente tra me e me che, in realtà, non è possibile scegliere di amare. L’amore è un sentimento che viene da dentro e che non puoi controllare, è lui che guida, è spontaneo. Puoi scegliere di essere fedele, di rispettare, di perdonare, ma non di amare. Capite dov’è la falla? Io l’ho capita dopo un anno di matrimonio (Bonjour!).

Quel mio ragionamento, alquanto comune, portava in sé qualcosa di incoerente; ci dice che “l’amore c’è finché dura”, in totale opposizione all’amore stesso la cui sola parola “a-mors”, cioè “senza morte”, basta per descrivere che cos’è l’amore; in più riduce l’amore a mero sentimentalismo che si aggiunge alle altre cose: fedeltà, passione, misericordia, serenità.

Ho letto libri, ho ascoltato catechesi sull’amore, ho provato a capirne l’essenza contemplando Dio, che è Amore, ma solo nel matrimonio ho avuto la grazia di iniziare a toccare con mano cosa vuol dire amare consapevolmente e sceglierlo ogni giorno. Dopo un anno di matrimonio l’enfasi iniziale della vita nuova passa, la magia del “vissero felici e contenti” diventa impegno e responsabilità e tutte le “prime volte” non sono più le prime, giustamente e lode a Dio per questo, anche se ammetto che lo stupore e le sorprese non finiscono di certo.

Provo a utilizzare due immagini per descrivere ciò: lo sposo, o la sposa, diventa pane quotidiano: essenziale, nutriente, su cui puoi contare, frutto del lavoro dell’uomo, che mette insieme fatica, attesa, dedizione e delicatezza. Se Cristo Gesù ha usato il simbolo del pane per parlare di Sé ed essere costantemente presente per la Sua sposa, così anche noi per il nostro sposo, la nostra sposa; la seconda immagine è quella di un albero: le radici, che sono l’amore, ben salde nel terreno alimentano i rami che ne danno pienezza, questi sono: pazienza, complicità, passione, fedeltà, perdono, consolazione… tutte queste cose non sono in aggiunta all’amore ma sono le “figlie”.

Ma un albero non vive in eterno e spontaneamente, ed ecco che entra in gioco la scelta: curare il terreno, potare i rami, sradicare le erbacce, difenderlo da parassiti e tarli, questa è la cura necessaria affinché l’albero possa crescere vigoroso, possa essere riparo e resistente alle tempeste. Così, ogni giorno, scelgo di aver cura di mio marito, di apprezzarne la bellezza e la fragilità, di allontanare da lui ciò che lo può ferire. Si può fare tutti i giorni? Sì, ogni giorno fino alla fine, è la promessa degli sposi. È semplice? No, a volte costa dare la priorità all’altro. È spontaneo? Assolutamente no, è una scelta consapevole. L’amore è maturo e porta buoni frutti quando abbiamo la consapevolezza dell’amore.

Francesca Parisi

La Divina Misericordia nelle relazioni familiari

Domenica sarà un giorno speciale: quello dedicato alla Divina Misericordia. Di che cosa si tratta esattamente? E che rapporto c’è tra essa e le relazioni familiari, tra coniugi e con i figli?

Innanzitutto è importante dire che la Divina Misericordia è considerata – come si recita nelle litanie stesse – “il massimo attributo della divinità”: questo significa, l’abbiamo appena sperimentato nella Resurrezione, che il Signore non è solo giusto giudice ma è anche un Dio che perdona chiunque si penta dei propri peccati, riconosca i suoi sbagli e ritorni a Lui con cuore pentito. Diciamo la verità: se Gesù non fosse stato misericordioso come avrebbe potuto dire “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), all’apice delle sofferenze fisiche e morali, straziato e appeso al legno della croce? Egli ci ha lasciato un esempio grandissimo e rivoluzionario, capace non solo di superare la cosiddetta legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente – ma di offrire uno sguardo nuovo sui rapporti tra noi e tra noi con Dio.

La Chiesa, nella prima domenica dopo la Santa Pasqua, ci invia a riflettere sul mistero della misericordia: per noi adesso, concretamente, che cosa significa festeggiare e onorare la Divina Misericordia? Che cosa può aiutarci nel comprendere, prima, e nel mettere in pratica, poi, l’invito di Gesù:siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36)? Ci sono due componenti che dobbiamo essere capaci di fondere insieme: quella liturgico-spirituale e quella affettivo-familiare. Per penetrare con il cuore questa caratteristica unica del nostro Dio – distante anni luce dalle logiche umane, di ieri come di oggi – è fondamentale sapere, o ricordare, che oltre agli accenni evangelici tutto ciò che ruota attorno alla Divina Misericordia è stato rivelato da Gesù a Faustina Kowalska, santa suora polacca vissuta agli inizi del Novecento e universalmente nota come “apostola” della misericordia. Capiamo la portata di questa manifestazione? È Dio stesso che ha desiderato svelarci le fattezze del Suo volto, donandoci la bellissima preghiera della Coroncina e indicandoci le tre del pomeriggio come “ora della misericordia”, per ricordarci il momento esatto in cui Cristo spirò.

Disse Gesù a Santa Faustina: “Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime, e specialmente per i poveri peccatori (…) riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione ed alla Santa Comunione riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie Divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto” (Diario, 699). Riveló anche: “La sorgente della mia Misericordia venne spalancata dalla lancia sulla croce per tutte le anime; non ho escluso nessuno” (Diario, 1182). E ancora: “L’umanità non troverà pace finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario 300).

Come detto prima, però, oltre alla conoscenza ed alla pratica nella preghiera è necessario essere in grado di trasformare in vita gli inviti ricevuti, a proposito dei quali è sempre Gesù che ne ha indicato la via: “Devi mostrare Misericordia sempre e ovunque verso il prossimo; non puoi esimerti da questo, né rifiutarti né giustificarti. Ti sottopongo tre modi per dimostrare Misericordia verso il prossimo: il primo è l’azione, il secondo è la parola, il terzo la preghiera. In questi tre gradi è racchiusa la pienezza della Misericordia ed è una dimostrazione irrefutabile dell’amore verso di Me. In questo modo l’anima esalta e rende culto alla Mia Misericordia” (Diario, 742).

Ecco dunque che il Cielo ci ha fornito sia la ricetta che il farmaco: essere misericordiosi verso il coniuge, i figli o chiunque entri in relazione con noi significa guardare oltre la pagliuzza che c’è nei loro occhi, oltre i difetti, le povertà materiali o spirituali e al di là delle mancanze o delle leggerezze perché in essi c’è innanzitutto una persona voluta e amata da Dio. Non possiamo invocare la misericordia e poi essere i primi tiranni, i primi accusatori, i primi giudici degli altri! Approcciarsi alle persone in questo modo non significa solo tradurre nella pratica il comandamento dell’amore ma provare ad amare Dio nella maniera che Lui stesso ha voluto.

La misericordia, attenzione, non è un premio vinto una volta per tutte ma un percorso, una scelta da compiersi ogni giorno e nessuno può dirsi esperto né arrivato perché le relazioni, a volte, mettono a dura prova; la cosa importante è non lasciarsi abbattere ma vincere quotidianamente pigrizia e mentalità dominante per amare e lasciarsi amare, sentirsi perdonati e sforzarsi di perdonare. Guardare al marito, alla moglie, ai genitori, ai figli, ai parenti, agli amici o ai colleghi con gli occhi della misericordia, allora, non vuol dire essere illusi, disincantati e disposti a subire passivamente offese o soprusi ma provare ad andare al di là della scorza puramente umana per scorgere l’anelito divino e la bontà che Dio ha posto nel fondo del cuore di ciascuno di noi. Solo così potremo essere veramente coerenti con quanto pronunciamo nel Padre Nostro: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Che bellezza, che grandezza, che sconcertante modernità l’amore misericordioso di Gesù! Altro che favolette per deboli … questa sì che è roba forte! Preghiamo, quindi, di essere capaci di accogliere e vivere questo messaggio straordinario ed essere pronti ad unirci, con le labbra ma soprattutto con il cuore, al coro che inneggia: “Misericordias Domini in aetenum cantabo!”.

Fabrizia Perrachon

Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore

Oggi entriamo nel vivo della prima missione specifica degli sposi, Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore (vedi introduzione del 20 marzo).

Nella prima pagina della Bibbia, si legge che Dio ha scelto come rivelarsi: uomo e donna, a immagine e somiglianza di Dio. Avrebbe potuto, per assurdo, creare solo uno dei due, ma sarebbe stato non somigliante alla Trinità: Padre, Figlio e la loro relazione d’amore che forma addirittura una terza persona, lo Spirito Santo.

Ecco, tutto si basa sulla relazione, che poi, alla fine, è il centro della nostra vita di sposi. Dio non ha voluto creare una creatura unica, ma una coppia che insieme, richiamasse le realtà intime di Dio e il Suo amore: è vero, la relazione con chi è diverso da noi è impegnativa, richiede uno sforzo continuo che non finirà mai, ma è anche estremamente gratificante e un modo per rimanere allenati nell’Amore.

Anche chi si sposa in comune o convive è stato creato a immagine e somiglianza, ma con il Sacramento del matrimonio, gli sposi ricevono lo Spirito Santo e quindi i suoi sette doni. Non c’è nient’altro altro al mondo di concreto che faccia vedere Dio come lo mostrano l’uomo e la donna, lo sposo e la sposa.

Quindi l’uomo da solo o la donna da sola non rappresentano l’intero volto di Dio: pertanto uomini e donne sono chiamati a collaborare, mettere insieme i rispettivi doni e caratteristiche per mostrare qualcosa di Dio e per dare la vita.

Anche i figli derivano dalla fusione di due corpi ed è interessantissimo che, indipendente dal sesso, ogni nuova creatura abbia un DNA nuovo, ereditato da entrambi i suoi genitori e non da uno soltanto. Ma l’aspetto sessuale è solo il culmine di un’unione che dovrebbe avvenire prima di tutto nei nostri cervelli; invece, in questa società distorta, si assiste a una guerra tra uomini e donne, ognuno dei quali vuole primeggiare e riuscire a fare tutto senza l’altro sesso. Esiste il ministero delle pari opportunità, perché quello che fa un uomo deve essere fatto anche da una donna e viceversa, riducendo così tutto a una contrapposizione. Uomini e donne sono diversi, non solo a livello genitale, ma in ogni cellula del corpo che è maschile o femminile. Ascoltavo l’altro giorno in radio di una ricerca fatta sui cervelli maschili e femminili che dimostra come la conformazione e la struttura siano diverse (indipendentemente dalla grandezza/peso tipici di ogni individuo): così, ad esempio, gli uomini hanno più sviluppata la zona dell’umorismo, mentre le donne quella delle emozioni. Come succede a sempre più persone, sarebbe solo un’illusione se io pensassi che non fossi maschio. Posso crederlo, fare operazioni chirurgiche, prendere ormoni, ma la realtà rimane questa e il mio bene null’altro è che identificarmi con ciò che racconta il mio corpo.

A volte siamo proprio noi genitori a creare danni, anche inconsapevolmente e a disturbare la corretta crescita e maturazione dell’identità sessuale nei giovani, già bombardati erroneamente dalla società: se a mia figlia dico “Vedi, tua mamma, come tutte le donne, non è capace di……”, pensate che faccia crescere in lei il desiderio di diventare donna? Direi proprio di no, pertanto cerchiamo di evitare etichette e luoghi comuni (“gli uomini sono tutti così”, “le donne sono tutte cosà”).

Io sono attratto dalle donne perché sono diverse da me: comprendo bene gli uomini, so come ragionano, so cosa pensano quando vedono una bella donna, so quali hobby li attirano e tutto il resto, ma sono affascinato da quello che non conosco.

Oltre all’aspetto fisico, che ovviamente ha la sua importanza, nelle donne a me piace la sensibilità, il modo di ragionare e di fare, il punto di vista, tutte cose che, per quanto mi sforzi, non posso raggiungere, perché sono fatto in un certo modo, è il mio limite di maschio.

Le caratteristiche di uomo e di donna sono diverse ed è proprio bello che sia così all’interno della famiglia: per citarne qualcuna, l’uomo rappresenta la forza e la fermezza, mentre – solitamente – la donna esprime la sensibilità e la dolcezza (non confondiamo le qualità con i ruoli, cioè ad esempio un uomo può stirare e una donna aggiustare l’auto, ma non c’entra niente).

Gli esempi più alti da seguire sono Giuseppe e Maria, e in particolare la Madonna intercede per noi, come fa una mamma quando il figlio deve chiedere qualcosa d’importante al padre e gli dice: “Non ti preoccupare, parlo io con il tuo babbo”.

Tornando all’immagine e somiglianza, gli sposi devono sapere che l’uomo e la donna che hanno sposato, sono amati da Dio immensamente, da sempre, anche se si comportano male o a un certo punto della vita, decidono di andarsene (con tutto il male che possiamo fare restiamo figli di Dio non diventiamo figli del diavolo). Questa missione non si ferma al coniuge, ma si rivolge a tutte le persone che incontriamo, perché immagine e somiglianza di Dio vuol dire vedere con lo sguardo di Dio qualunque persona, dal vicino di casa alla parrucchiera.

Naturalmente per fare questo dobbiamo essere prima di tutto veri uomini e vere donne, quindi curare l’aspetto fisico, i modi di fare, le scelte, l’originalità: non si tratta di apparire, ma di mostrare, anche con i vestiti, la bellezza che Dio ha visto in noi quando ci ha creato (mi curo non per fare colpo, ma per richiamare la bellezza di Dio Sposo).

Se uomini e donne si accordassero per unire insieme le rispettive sensibilità, vedremmo delle cose bellissime. Pensante ad esempio di dover costruire una nuova città, di affidarne il compito sia a uomini che donne e poi alla fine unire il progetto di entrambi: allora sì che sarebbe una città che tiene conto di tutti gli aspetti della vita e delle necessità di ognuno. Non è facile, ma è la missione degli sposi, creati diversi per rendere fecondo l’incontro che non è, lo ripeto, solo quello sessuale che riguarda il corpo, seppur molto importante: anche perché allora, noi separati fedeli, non facendo più l’amore con il coniuge, saremmo bloccati! Invece no, anzi, siamo chiamati ancor di più a interagire con il sesso a noi complementare e a ribadire che, qualunque cavolata uno faccia, rimane a immagine e somiglianza di Dio.

Ecco i prossimi quattro articoli sulla missione degli sposi:

Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (17 aprile)

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

In cerca di protezione?

Dal Sal 15 (16) Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene». Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. […]

Questa è la prima parte del Salmo che si legge il Lunedi fra l’ottava di Pasqua, ed è una preghiera accorata e fiduciosa, nella quale si riconosce il Signore come rifugio e protezione. Ma da cosa ci dovrebbe proteggere il Signore? Che cosa ci aspettiamo da Lui quando lo invochiamo come rifugio e protezione?

Ogni coppia ha la propria risposta, in base al percorso di fede, alla situazione contingente, al cammino intrapreso. C’è però una risposta che potrebbe accomunare tutte le altre risposte: protezione dal male – tant’è vero che nella riga dopo il salmista prosegue così: “solo in te è il mio bene“.

Ma chi di noi conosce quale sia il proprio vero bene? Chi di noi ha quello sguardo che va oltre il tempo e gli spazi e che sa incanalare tutti gli eventi, siano essi belli o brutti, alla luce del risultato finale? Nessuno.

Quando ci capita qualcosa di bello lo classifichiamo immediatamente come “bene”, ma quando ci capita di vivere una situazione dolorosa, chi di noi riesce a qualificarla come “bene”? Chi di noi, se fosse stato presente sotto la Croce, avrebbe potuto classificare la Passione come “vero bene dell’umanità”? Da quella Croce infatti è venuta la nostra salvezza, quella è l’unica strada, e se l’ha scelta Dio significa che quella era l’unica possibile, la migliore ed anche il nostro vero bene. Eppure agli occhi degli uomini è apparsa come stoltezza.

Cari sposi, questo Salmo ci invita a chiederci in chi sia il nostro vero bene, dove vogliamo rifugiarci: nella stabilità affettiva, nella stabilità economica, nel nostro amore coniugale, nella salute fisica, nell’amore dei figli o verso di essi, nel cammino spirituale del nostro gruppo X, nelle prediche del sacerdote Y, nella comunità parrocchiale Z, nei nostri social media?

Per godere della protezione offerta da un rifugio è necessario recarsi a questo rifugio, è necessario fare la strada verso esso, è necessario entrarci… bisogna che in qualche modo ci lasciamo proteggere dal rifugio, bisogna fidarsi della protezione offerta dal rifugio stesso.

E come facciamo a godere della protezione del Signore? Esattamente come si fa quando si cammina in montagna e si cerca protezione nel rifugio: bisogna volerci andare, bisogna volerci entrare e bisogna volerci restare. La Chiesa non ha molte risorse a propria disposizione, ne ha “solo” una: Gesù stesso. Egli infatti è presente in ogni Sacramento, ma la sua presenza vera, reale e sostanziale la si ha solo nella Santissima Eucarestia.

Quanta tristezza entrare nelle nostre chiese il Venerdì o il Sabato Santo senza la presenza pulsante del Santissimo, abbiamo provato un senso di vuoto incredibile.

Dobbiamo fare in modo che il nostro cuore prima, ed il nostro matrimonio poi, non diventi mai come quelle chiese svuotate della Sua presenza.

Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Ci credo perchè anche io sono risorto grazie a Lui!

La resurrezione. Cosa è la resurrezione? Ci crediamo davvero? Crediamo davvero che Gesù è morto e risorto? Cosa significa nella nostra vita che Gesù è risorto? Cosa ha cambiato? Se ha cambiato qualcosa. Nel nostro matrimonio quanto c’entra la resurrezione?

Queste sono delle domande che ieri, in un momento di meditazione personale, mi sono posto. A me stesso. Perchè se non credi che Gesù sia il risorto non ti cambia la vita. Tanti credono che gli insegnamenti del Cristo siano belli e condivisibili. Tanti pensano che Gesù sia un esempio di vita. Ma tanti non credono che sia davvero risorto. Ci credono forse a parole ma poi nei fatti vivono come se la resurrezione non c’entrasse davvero con la loro vita.

Durante la notte della Veglia Pasquale durante la benedizione del cero abbiamo ascoltato tra le altre cose questa affermazione che risale a un’omelia di sant’Agostino: Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!

Io sono arrivato a credere che nella nostra vita per arrivare davvero a comprendere la resurrezione abbiamo bisogno di passare dalla sofferenza. Per me è stato così, per Luisa è stato così. Mi è piaciuta molto la definizione di don Luigi Maria Epicoco di resurrezione. La resurrezione è un imprevisto.

Ci sono dei momenti in cui nella nostra vita non riusciamo a vedere una luce. Le cose non vanno bene. Ci sentiamo bloccati. Può essere il lavoro, una malattia, un lutto, una ferita relazionale, una relazione andata male. Ognuno ha la sua storia. L’incontro con la resurrezione – dice don Luigi – è un fatto che risignifica la vita. Ma tutto parte da un fatto traumatico, da un dolore. San Paolo cade da cavallo. Dobbiamo fare esperienza – spesso attraverso il dolore – che non ci bastiamo. Che da soli non troviamo la via d’uscita.

La differenza è tutta nel modo con cui affrontiamo la prova. Se ci chiudiamo e davanti a noi non riusciamo a vedere null’altro che buio subentra la disperazione. Se invece ci apriamo ad accogliere l’imprevisto di Dio ecco che arriva – presto o tardi – la resurrezione. Nella storia mia e di Luisa è stato così. Ma non voglio parlare ancora di noi.

Mi viene in mente Ettore che scrive sul blog. Lui è risorto dalla separazione con la moglie proprio non chiudendo la porta a Dio ma restando in ascolto e in attesa di quell’imprevisto. Imprevisto che è arrivato. Ed è risorto. Non come si aspettava lui. E’ ancora separato dalla moglie ma ha trovato una guida sapiente in don Renzo Bonetti, una moltitudine di amici, un senso d’amore anche in quella separazione e ha compreso come potesse ancora rendere fecondo il suo matrimonio seppure nella separazione. Ora è una persona risorta e paradossalmente più consapevole ora dell’amore di Dio.

Auguro a tutti, qualsiasi sia la vostra situazione, la vostra storia e le vostre sofferenze, di poter dire: Gesù è risorto veramente! Ci credo perchè anche io sono risorto grazie a Lui! E se non vi sentite ancora risorti non smettete di attendere quell’imprevisto di Dio. Che non sarà probabilmente come voi vi aspettate e dove voi lo cercate.

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Il Meglio dal nostro buio e vuoto

Cari sposi, come non andare con il pensiero in questo momento al Santo Sepolcro? Ma se anche stanotte l’avessimo passata in veglia e in ginocchio davanti a quella lastra di pietra, levigata da secoli di carezze e baci, cosa avremmo visto? Nulla.

Ecco allora che, leggendo attentamente il Vangelo scorgiamo alcuni dettagli talmente belli che non si possono non approfondire almeno un po’.

Per prima cosa, scorgiamo che l’evento più importante della nostra fede parte anzitutto dal buio. Quel buio nel quale era sprofondato Giuda, dopo aver tradito Gesù; lo stesso buio in cui si nascosero i discepoli dopo aver abbandonato il Maestro e proprio mentre avrebbe avuto più bisogno di loro.

Ciò nonostante, Gesù inizia il Suo trionfo proprio dal nostro buio e da allora, ogni nostra resurrezione avrà nel buio la sua partenza… Buio come il dolore, come il peccato, lo smarrimento, la sfiducia, la solitudine e la depressione… Quindi, se tu coppia vuoi risorgere, metti nel conto che ciò avverrà se sai affidare al Signore proprio le tue zone d’ombra. Senza di esse Gesù non può dare inizio al Suo trionfo nella tua relazione nuziale.

Inoltre, Gesù opera la sua meraviglia, il suo capolavoro tramite un’altra mancanza e stavolta è proprio il vuoto. Cosa proclama Maria Maddalena entrando nel cenacolo se non che il sepolcro era vuoto?

Gesù può riempirci solo se trova uno spazio nella nostra vita e questo spazio è fatto fondamentalmente dalle nostre povertà – leggasi mancanze di qualcosa di importante – offerte fiduciosamente a Lui. Ci piacerebbe che non fosse così, che il Signore potesse trovare in noi solo un ambiente pulito e accogliente, ricco di ogni bene, ma a ben vedere non sempre è possibile.

Il Signore riparte e ricomincia lì dove noi vediamo solo il nostro nulla, tant’è che Giovanni e Pietro davanti alla nudità della tomba si sono solo fidati di Gesù ma non ci hanno capito un bel niente e ce n’è voluta ancora perché accogliessero finalmente la Risurrezione.

Cari sposi, correte anche voi al Sepolcro! Non importa se i vostri passi non vanno coordinati, è normale, ognuno di voi con la sua velocità, i suoi tempi e i suoi modi, purché puntiate assieme verso Cristo, ci penserà poi Lui a unificare il vostro percorso.

E non fatevi scoraggiare dai peccati e fragilità di coppia perché oggi l’onnipotenza del Signore ci dimostra proprio di saper eclissare ogni oscurità e mancanza che riscontra in noi. Piuttosto, ancora una volta consegnate a Gesù risorto tutto quanto vi pesa nella relazione, affinché Egli sappia coinvolgervi nel Suo Trionfo.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un aneddoto. Come ho più volte raccontato, i primi anni di matrimonio non sono stato molto amorevole. Facevo fatica con i bimbi piccoli e spesso ero scostante, freddo e assente. Luisa, durante una testimonianza, disse che riuscì a “sopportarmi” e sostenermi, facendo spesso anche la mia parte, pensando proprio all’Eucarestia. Non voleva portarmi rancore altrimenti non si sentiva in condizioni di accostarsi all’Eucarestia. Per lei L’Eucarestia era ed è vitale. Gesù risorto le ha dato la forza di aiutarmi a risorgere. Buona Pasqua!

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Le sette parole di Gesù per gli sposi

Siamo giunti così a sabato. Questa sera vivremo la veglia pasquale. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Pochi ci pensano, ma Cristo su quella croce ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata talamo consacrato. Sulla croce ha offerto tutto di sè. Tutto fino a dare la vita. L’amore di Cristo, inchiodato alla croce, è un amore che ogni sposo e ogni sposa dovrebbero prendere ad esempio e cercare di emulare. In quel momento così terribilmente importante, Gesù ci affida sette parole. Cercherò di declinarle e attualizzarle nella vita di una coppia di sposi.

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Lo sposo perdona sempre. Fa di più! Intercede presso Dio e offre la sua vita per la salvezza del coniuge. Noi lo facciamo o ci lasciamo vincere dal rancore e dall’orgoglio?

Oggi con me sarai nel paradiso. L’amore non guarda il passato. Ha la memoria corta per il male subito. L’amore ha memoria lunga solo per il bene ricevuto. La persona che ama si commuove del pentimento e non smette di credere nell’uomo o nella donna che ha sposato.

Donna, ecco tuo Figlio … Chi ama davvero è come Gesù. Non pensa a sè. Gesù è sulla croce, sta morendo, ma si preoccupa delle persone che ama. Non di se stesso. Questo è l’atteggiamento che dovrebbe caratterizzare l’amore degli sposi. Lo sguardo sempre verso l’altro.

Ho sete. Siamo fatti per essere amati. Gesù soffre la sete del corpo certamente. C’è un’altra sete più profonda, La sete di un cuore che vorrebbe essere riamato da quegli uomini a cui ha dato tutto. Così anche noi sposi. Non smettiamo di dissetarci alla fonte del nostro amore. Non cerchiamo di spegnere la nostra sete con altro. Mettiamo al primo posto Dio nel nostro matrimonio e la nostra famiglia. Prima del lavoro, prima dei soldi, prima delle famiglie di origine, ecc.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ci passiamo tutti prima o poi. Sperimenteremo, o abbiamo già sperimentato, momenti si solitudine profonda. Momenti in cui il nostro matrimonio diventa croce. Non riusciamo più a vedere la presenza di Dio nella nostra storia. Coraggio! Gesù stesso ci è passato. Lui ci insegna che non dobbiamo mollare.

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Anche nel nostro matrimonio è importante conoscere, anzi riconoscere, che il nostro sposo (sposa) non è Dio. Non è è lui/lei che ci può rendere felici e dare senso alla vita. Solo l’abbandono in Dio ci può rendere capaci di essere sposi liberi di amare gratuitamente e incondizionatamente la persona che abbiamo sposato.

È compiuto.  Il nostro amore è compiuto quando riesce a spingersi oltre ogni egoismo e ogni difficoltà. Solo così le nostre morti diventano occasione di resurrezione e di nuova vita, per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

Non mi resta che augurare a tutti una meravigliosa celebrazione della Pasqua.

Antonio e Luisa

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Segniamo la porta del nostro cuore con il sangue dell’Agnello.

Stamattina mi sono alzato presto.  Sono andato in chiesa. Oggi è il venerdì in cui Gesù viene giudicato, offeso, condannato, frustato e infine caricato della croce e condotto sul Golgota a morire. La chiesa è nella semioscurità. C’è l’atmosfera giusta per immergersi in Gesù, per fare un salto nel tempo e trovarsi nella Gerusalemme di circa duemila anni fa. Penso alla solitudine di Gesù, all’abbandono da parte di tutti o quasi. Solo la madre, poche donne e il discepolo amato sotto la sua croce.

Quel sangue versato per noi, per tutti noi, per dirci che ci ama e ci desidera come nessun altro. Ho pensato a tante cose e mi sono sentito profondamente indegno del suo sacrificio. Il suo sacrificio capace di salvarci dalla morte e di rendere nuova ogni cosa. Capace di andare oltre le nostre miserie, i nostri fallimenti, le fragilità e gli errori.

Capace di prendere sulle spalle, insieme alla croce anche il peso della nostra incapacità di amare e trasformare il nostro matrimonio. Gesù che ieri, giovedì, stava ricordando con i suoi apostoli la pasqua ebraica (Pèsach) . Stava ricordando la liberazione del suo popolo dall’Egitto oppressore.

Non tutti erano felici di lasciare l’Egitto e seguire Mosè. Alcuni preferivano rimanere schiavi perché almeno avevano un tetto sopra la testa e un pasto sicuro. A volte ci comportiamo allo stesso modo. Talvolta ci aggrappiamo alle nostre “schiavitù”, convincendoci che le cose non vanno poi così male. Dopotutto, ci sono persone che stanno ancora peggio di noi. Ci aggrappiamo alla nostra zona di comfort e ci rifiutiamo di lasciarla.

Attraversare il deserto costa fatica. Il nostro matrimonio può diventare santo, ma dobbiamo volerlo. Il nostro matrimonio, se noi lo desideriamo, attraverso quel sangue versato, può risorgere dalla morte del peccato. Il nostro matrimonio è come la porta delle dimore di quegli ebrei schiavi in Egitto.

Dio ci chiede di segnare la porta del nostro cuore e  del nostro matrimonio con il sangue dell’Agnello sacrificato. Solo cosi la morte del peccato non ci toccherà e passerà oltre. Non basta però il sacrificio di Gesù per noi, ma è necessario il nostro riconoscerci bisognosi e desiderosi di segnarci del Suo sangue, serve che ci professiamo cristiani non solo con le parole, ma portando il segno del suo sacrificio aderendo ai suoi insegnamenti e aprendo il nostro cuore alla Sua Grazia che salva.

Come in modo significativo predicava un vescovo del IV secolo: Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione.

Questo giorno è un momento decisivo. Non per Cristo, che ha già preso la sua decisione, ma per noi. Anche noi abbiamo tradito molte volte. Possiamo seguire l’esempio di Giuda e lasciarci consumare dal rimorso, oppure trasformare il nostro tradimento in una nuova vita. Come fece Pietro, quando, di fronte a Gesù incatenato che lo guardava con amore nonostante lui l’avesse appena rinnegato, non riuscì a trattenere le lacrime. Fu proprio quel pianto a spalancare finalmente il suo cuore. Da quel momento Pietro divenne veramente la roccia che Gesù aveva intravisto chiamandolo “Pietro”.

Antonio e Luisa

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Lavanda dei piedi: il sacramento degli sposi

Oggi inizia ufficialmente il Triduo. Entriamo nei tre giorni più importanti della nostra liturgia e della nostra fede. Il Natale è bello, è importante, tutto quello che volete, ma se tutta la vita terrena di Gesù non si concludesse con la resurrezione nulla avrebbe senso. In questo Giovedì Santo la liturgia mette al centro un gesto specifico. Già, quella strana tradizione che nelle nostre chiese vede il celebrante inginocchiarsi per lavare i piedi a dodici fedeli. Non so se ci avete mai pensato: Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. In apparenza una strana scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. E’ la presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? Giovanni vuole mettere in evidenza non l’Eucarestia in sè, come invece hanno fatto gli altri evangelisti, ma lo scopo dell’Eucarestia. L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili.

Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve il nostro impegno personale. Serve la nostra volontà che diventa amore concreto. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Per questo mi piace considerare la lavanda dei piedi il nostro sacramento di sposi.

Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo soprattutto noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Siamo noi immagine dell’amore di Dio. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa. E’ così vero quello che dico che fare l’amore, cioè il dono d’amore più concreto e completo è per noi sposi la riattualizzazione del sacramento del matrimonio.

Gesù si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli non erano perfetti. Erano gente dalla testa dura. Erano egoisti, paurosi, incoerenti, litigiosi e increduli. Erano esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi dovremmo essere l’uno per l’altra quel Gesù che si inginocchia, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrosta e li insudicia.

C’è un gesto che è bello donarsi il giorno del matrimonio. Invece dei soliti rituali scaramantici o goliardici sarebbe bello che davanti agli invitati sposo e sposa facessero proprio il gesto di lavarsi i piedi a significare proprio il desiderio di amarsi come Gesù ha insegnato. Bellissima la testimonianza dell’influencer statunitense Stacey Sumereau da lei stessa raccontata sui social e riguardante il suo matrimonio: Mio marito mi ha lavato i piedi durante il nostro ricevimento di nozze, anziché sfilarmi la giarrettiera. La giarrettiera simboleggia l’attrazione erotica e sessuale e mostra un indizio pubblico dell’intimità privata che allieterà i neosposi. L’attrazione fisica è una cosa meravigliosa ed è una parte bellissima del matrimonio; però sono stata felicissima che il mio sposo abbia voluto sorprendermi con qualcosa di molto diverso… Gesù ha lavato i piedi dei suoi discepoli la notte prima di morire in Croce. Questa specie di amore è agape: sacrificio

Antonio e Luisa

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Perdono: la toccante lezione di una testimonianza autentica

Una delle parole chiave del tempo di Quaresima – che con il Triduo che inizia oggi, Giovedì Santo, entra nei momenti culminanti – è perdono; difficile non solo da concedere o da chiedere, a volte siamo in difficoltà nel doverlo spiegare ai nostri figli, a chiunque desideri condividere qualche riflessione profonda ma persino a noi stessi. 

Nel Vangelo di Matteo leggiamo: “Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».” (Mt 18, 21-22). Non sono certo le capacità nel fare i conti a permetterci di raggiungere un risultato così umanamente difficile quanto piuttosto la matematica del cuore, possibile solo in un autentico cammino alla sequela di Gesù.

Provvidenzialmente, ho ricevuto da un amico la testimonianza che vi propongo di seguito: penso che sia una tra le lezioni più toccanti che abbia mai letto a proposito del perdono e che sicuramente ben ci fa comprendere che cosa significhi “settanta volte sette”, a maggior ragione adesso che stiamo per vivere i momenti più intensi di tutto l’anno liturgico. Che il perdono sia dono, frutto e anticipo della Resurrezione. Buona lettura e Santa Pasqua a tutti!

Maïti Girtanner, svizzera, nata a Aarau nel 1922 da madre francese e padre svizzero da cui ereditò la fede, si trovò a vivere con la famiglia in Francia durante l’occupazione tedesca. Grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, si prodigò per aiutare la popolazione francese occupata ed entrò, con altri giovani nella resistenza francese. Catturata nell’autunno 1943 e condotta in una villa requisita dalla Gestapo nel sud ovest della Francia subì, per mano di un giovane medico tedesco soprannominato Léo, trattamenti sperimentali su tutto il corpo che avevano lo scopo di far confessare i prigionieri. Tali trattamenti, durati per quattro mesi, tra il 1943 e il 1944, provocarono nel suo corpo lesioni tali da non permetterle in seguito di avere figli e suonare il pianoforte, che per lei, pianista, era la vita.

Maïti, già durante il periodo trascorso nella resistenza non nega la sua fede in Dio. Infatti scriverà in seguito: «Si sarà capito da tempo, credo, che la fede nel Dio dell’amore è il cuore della mia vita e ho sempre avuto la preoccupazione di condividerla con chi era attorno a me, semplicemente perché non mi sento in diritto di tenere per me, per egoismo, un tesoro ricevuto gratuitamente. A quanti erano candidati all’attraversamento della linea di demarcazione, avevo tentato di mostrare la forza e il conforto donato da Dio». La stessa capacità di incoraggiare le persone, lo dimostra anche nel tempo di prigionia. Infatti, come lei stessa dirà: «Tentando di fissare su Dio lo sguardo dei compagni di prigionia non avevo paura di parlare a loro della morte e della vita eterna, la quale non è una bella favola utile per far ingoiare la pillola della morte. E’ una relazione con Dio con gli altri che non conoscerà più limiti, impedimenti, delusioni. Questo incontro con Colui che ci ha creato sarà la cosa più importante, più sconvolgente della nostra esistenza».

Quanto Maïti diceva ai suoi compagni di sventura non fu ascoltato solo da loro ma anche indirettamente dal dottor Léo, il quale quarant’anni dopo le telefonò per chiederle di vederla. Malato di cancro, cercò a Parigi colei che aveva torturato, si presentò nella sua casa e le disse: «Non ho mai dimenticato ciò che lei disse agli altri prigionieri riguardo alla morte. Sono sempre stato stupito dal clima di speranza che lei aveva instaurato. Adesso ho paura della morte. Desidero capire meglio». Maïti, lo invita a riguardare alla sua Vita passata, al suo essere divenuto un carnefice. Colui che l’aveva ridotta in fin di vita ora era davanti a lei. Le chiese: «Lei parla del paradiso promesso da Dio. Sono di origine cristiana. Crede ci sia un posto per persone come me in paradiso?» Maïti gli rispose: «C’è posto per tutti quelli che, qualunque sia il peso del loro peccato, accettano di accogliere la misericordia di Dio».

Il colloquio durò più di un’ora al termine del quale il dott. Léo si alzo e le chiese: «Perdono. Le chiedo perdono. Cosa posso fare adesso? Come posso riparare il male commesso?» «Solo con l’amore, la sola risposta al male è l’amore». «Istintivamente, – scrive Maïti – presi il suo volto tra le mani e lo baciai. In quel momento seppi che l’avevo veramente perdonato». Questa donna, divenuta dopo la guerra, terziaria domenica, aveva pregato per quarant’anni per il suo aguzzino, Come lei stessa scriverà: «Compresi che era possibile attraversare il tunnel del dubbio e arrivare al perdono». 1

Fabrizia Perrachon

1 per chi desiderasse approfondire, si tratta del libro: “Resistenza e perdono”, Edizioni Itaca, di Maïti Girtanner (Anno: 2022 – 144 pagine,ISBN/id: 9788852607127).

Gesù esempio e sorgente degli sposi

In questo mercoledì della Settimana Santa vorrei tornare sull’Angelus di domenica scorsa. Ne prendo alcune righe di tutto il discorso.

Cari fratelli e sorelle, Gesù è entrato in Gerusalemme come Re umile e pacifico: apriamo a Lui i nostri cuori! Solo Lui ci può liberare dall’inimicizia, dall’odio, dalla violenza, perché Lui è la misericordia e il perdono dei peccati. 

Il discorso verteva sul grande tema della pace tra i popoli. Infatti poi c’è stato il riferimento diretto all’Ucraina e a Gaza. Però ecco sulle questioni riguardanti i conflitti e la geopolitica noi possiamo fare ben poco. Possiamo mostrare il nostro dolore e disappunto. Possiamo scegliere un partito politico invece di un altro. Non possiamo altro. Cerchiamo invece di leggere queste parole a un livello che ci interpella direttamente: la nostra famiglia.

Una delle più celebri frasi pronunciate da Madre Teresa riguardante la pace è: “Cosa puoi fare per promuovere la pace nel mondo? Vai a casa e ama la tua famiglia.

Non è una frase buttata lì, non c’è della retorica spiccia, c’è tanta verità. Perchè la famiglia, in particolare quella cristiana, dovrebbe essere il luogo dove imparare ad amare il prossimo, dove combattere l’egoismo e l’individualismo, dove imparare l’empatia e il rispetto. Dove l’altro diventa soggetto del mio amore e non oggetto funzionale alle mie esigenze. In famiglia impariamo ad amare e non a usare. Questa è la base della pace. Perchè poi questo atteggiamento lo portiamo fuori, nella società, in tutte le relazioni che intessiamo.

Quindi nell’Angelus il Papa ci dà due messaggi evidenti. Gesù è esempio di come si ama e Gesù è sorgente e nutrimento che ci dà forza per amare così.

Gesù esempio.

Gesù ci mostra cosa significa essere re. Re, cioè governare il nostro agire affinché sia indirizzato verso il bene. Gesù entra in Gerusalemme cavalcando un asino. Non entra in sella a un destriero come ci si aspetterebbe da un re. Lui è re ma lo è al modo di Dio. Lui – lo vedremo ancora meglio nel Triduo che inizia domani – è venuto per servire e non per essere servito. Comprendere questo ha fatto tutta la differenza del mondo nel mio matrimonio, nella mia relazione con Luisa e nel mio atteggiamento. Ho compreso quanto fosse importante mettermi a servizio della mia sposa. Prendermi cura di lei, esserle tenero, ascoltarla, essere presente, perdonarla e chiederle perdono. Accogliere naturalmente anche il suo dono.

Mi sono nel tempo liberato della mia personale bilancia interiore. Appena sposato pesavo continuamente quanto ricevevo da lei e quanto davo. E ogni volta che percepivo che stavo dando più di quanto ricevevo, mi sentivo derubato di qualcosa che mi spettava e iniziavo con le ritorsioni e piccole vendette. Musi lunghi, parole dette freddamente, distacco, litigate e così via. Nel tempo ho imparato invece a donarmi gratuitamente. È importante riuscire a fare questo salto di qualità. Perché ho davvero compreso come nel dono gratuito di tutto ciò che siamo, possiamo davvero trovare il senso profondo della vita, trovare Gesù. Mi sono liberato delle pretese verso Luisa. Ora tutto quello che lei mi dona di sé, il suo tempo, il suo ascolto, il suo corpo, le sue tenerezze e tutto ciò che rientra in una relazione sponsale lo accolgo come un dono. Non lo do mai per scontato, ma ne apprezzo ogni istante. E se non riesce per qualsiasi motivo a darmi nulla, cerco di donarmi comunque perché nel dono gratuito c’è il significato della nostra vita.

Gesù sorgente.

Naturamente quanto scritto finora è reso possibile dai sacramenti. I sacramenti sono il cuore della nostra relazione con Gesù. Solo trovando forza, nutrimento e speranza in Lui saremo capaci di liberarci, saremo liberi di amare l’altro gratuitamente. Solo nella relazione con Gesù potremo essere abbastanza ricchi per amare senza pretendere nulla in cambio.

Antonio e Luisa

Che unità di misura serve?

Dal Sal 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. […] La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza, che io non so misurare. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Anche oggi ci lasciamo trasportare dalle parole di questa preghiera, in particolar modo ci ha colpiti l’espressone: “che io non so misurare“. Meditando in questi giorni pensavamo a come non sia possibile far finta che siamo nella Settimana Santa, ma questo Salmo ci ha fornito l’assist.

In molteplici occasioni siamo stati sollecitati a fare memoria delle meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita di coppia, ed ovviamente l’elenco si allunga ogni giorno di più, ma spesso tante Grazie ce le siamo un po’ dimenticate col passare del tempo, altre le diamo per scontate, altre ci sembrano un diritto. Se poi passiamo sotto esame la vita personale, l’elenco è talmente lungo che si perde nei meandri della nostra limitata memoria.

Abbiamo avuto la Grazia, tra le tante incalcolabili, di conoscere persone rimaste vedove un po’ troppo precocemente, le quali ci hanno testimoniato come solo grazie alla vedovanza comprendevano l’importanza di ogni singolo gesto matrimoniale, la portata di ogni sguardo, di ogni carezza, di ogni perdono dato e ricevuto, di ogni parola di riconciliazione mancata… ci hanno spronato a non dare mai per scontato che domattina ci sveglieremo l’uno accanto all’altra. Sembrano parole sagge che ogni nonno può dare, ed in effetti lo sono, ma si sa che finché non trovano il terreno giusto nel tuo cuore, quelle parole ti scorreranno come l’acqua sull’ombrello.

Tutto è grazia” ci hanno ripetuto tanti predicatori sulla scia di San Paolo, alla scuola di Santa Teresina di Liseaux, ebbene, sentirlo mille volte aiuta sì, ma poi la vera svolta si ha quando cominci a sperimentarlo sulla tua pelle, quando cominci a capire che anche il respiro che stai facendo mentre leggi è grazia di Colui che ha deciso di donarti ancora un giorno (oggi) affinché tu finalmente ti decida a convertirti, perché se fossimo già pronti per il Paradiso forse ci avrebbe già presi con sé.

E quante Quaresime ci sono state donate? Quante ne abbiamo sprecate? Quanti giorni, mesi, anni ci sono stati dati “in conto deposito” per progredire nella santità attraverso la via del Sacramento del Matrimonio? Ne abbiamo fatto buon uso?

Vogliamo stimolare la vostra riflessione affinché non passi invano un’altra Settimana Santa.

Tra le Grazie non misurabili con nessun unità di misura c’è quella che Nostro Signore Gesù Cristo ci ha acquistati con la Sua passione, morte e risurrezione, e questa Grazia salvifica del Suo sacrificio si rinnova ed è presente in ogni S. Messa, non lasciamoci sfuggire un’altra occasione in questo Triduo. Vi auguriamo di fare una scorpacciata di Grazia durante questo Triduo Santo.

Coraggio sposi, l’unità di misura la decide il Signore, apriamoGli il cuore.

Giorgio e Valentina.

Sprecarsi in amore non è mai uno spreco

Ieri siamo stati a Rovigo dove don Cristian e la pastorale familare diocesana ci hanno accolto fraternamente. Abbiamo raccontato un po’ di cose riguardanti sessualità e relazione e abbiamo terminato con un compitino che abbiamo affidato alle coppie presenti. Il Vangelo di oggi si lega perfettamente a quanto da noi proposto all’incontro e che ora proponiamo a tutti voi.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento.

Il Vangelo ci  riporta quanto successo a casa di Lazzaro. Ritroviamo Marta e Maria. Maria si occupa di Gesù, lo adora, lo ama teneramente, gli cosparge i piedi con olio di puro nardo e dolcemente li asciuga con i suoi capelli. Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così.

Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce? Io mi sento molto provocato da questo Vangelo. Ho ancora tanta strada davanti. Ancora troppo mi risparmio. Troppe volte aspetto una ricompensa o una gratitudine per ciò che faccio. Troppe volte mi sento non apprezzato abbastanza. Troppe volte faccio il minimo. Troppe volte mi risparmio e non do tutto, perchè non credo sia così importante. Troppe volte aspetto che sia Luisa a darsi da fare, quando invece potrei anticiparla. Troppe volte non sono capace di amarla fino in fondo.

Questo gesto è raccontato anche nel Vangelo di Marco, l’abbiamo ascoltato nella liturgia della domenica scorsa. È posto proprio all’inizio della Passione, proprio a mettere in evidenza il modo di amare di Gesù che arriverà da lì a poco a donare tutto di sé nella croce. Meditiamo, gente! Buona settimana santa!

Antonio e Luisa

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Vi ho chiamato amici

Tempo di Quaresima, tempo di tutte le pratiche liturgiche, tempo di animazioni, di esercizi spirituali, tempo da dedicare a sé stessi, tempo di bignè di San Giuseppe e tempo di digiuno e tempo da dedicare al prossimo.

Ognuno di noi in questo periodo avrà cercato di geolocalizzarsi con Gesù. A che punto della nostra vita spirituale siamo? Dove sentiamo di avere incontrato Gesù? Gli abbiamo rivolto tutte le nostre domande, tutte le inquietudini e tutti i nostri perché più profondi? Abbiamo ricevuto qualche risposta? Chi lo sa? Solo il tempo ci dirà se ciò che abbiamo ascoltato fino in fondo, sostando davanti al Tabernacolo, era la risposta che desideravamo o era uno di quei no che aiutano a crescere umanamente e spiritualmente. 

Io per prima ho riflettuto sui No ricevuti durante l’anno, alcuni onestamente assecondati come obbedienza da figlia. Se si impara a ritagliarsi del tempo per la preghiera alla fine si arriva ad un dialogo familiare con il Tabernacolo.

Esiste un tempo per ogni cosa, ogni tempo ha il suo colore. Esiste un tempo per la semina e un tempo per il raccolto. Per ognuno di noi è previsto un tempo. Un tempo già designato dal momento della nostra creazione. Un tempo per essere dei figli indisciplinati che faticano a compiere la volontà del padre soprattutto se non è compatibile con i propri sogni, desideri e aspettative. Esiste il tempo del ritorno dove si scorge il volto e l’ abbraccio del padre misericordioso.

La liturgia penitenziale è la parte della Quaresima che aspetto con trepidazione. Vi ho chiamato amici. Quante volte ci nascondiamo dietro i nostri impegni lavorativi – e non solo – per evitare di confessarci? Così come è anche vero che spesso alcuni confessionali hanno gli orari stile ufficio pubblico. Ma fortunatamente si trovano ancora sacerdoti che confessano anche fuori orario.

Siamo all’ inizio della Settimana Santa. La settimana più attesa e bella. La più commovente, quella in cui ogni anno si spera sempre in un finale diverso. Per lo meno io durante la lettura del Passio mi commuovo e spero sempre in un finale diverso.

Quando vuoi bene a qualcuno non vorresti mai vederlo morire. Non vorresti mai vederlo esanime avvolto in un sudario. Non vorresti mai accarezzarlo per l’ultima volta. Non vorresti mai confidargli gli ultimi segreti. Non vorresti mai rinunciare a sentire la sua voce. Non vorresti mai rimanere mentre lui muore. Non vorresti mai chiederti eh mo come faccio senza te? Non vorresti mai vederlo chiuso in un sepolcro. Vi ho chiamato amici.

E ripercorri in quell’ istante le tappe della vita insieme a Lui, quei momenti unici che ti aiuteranno a ricordarlo. Ti sentirai beato per aver condiviso del tempo insieme a Lui li in montagna per aver goduto delle sue parole. Beatitudini il discorso più bello. Ti sentirai beato perché, anche se nel dolore, avrai accanto chi ha pensato a lenire il tuo smarrimento.

Donna ecco tuo Figlio. E lì come Maria sotto la Croce si volge lo sguardo ai figli che rimangono. Concludiamo questo articolo dedicandolo al nostro Fabrizio che ci ha preceduto nella nostra Baita in Cielo, e dedicandolo alle “mamme” e ai ” papà “della nostra Baita perché ogni catechista è sempre un po’ tanto anche mamma e papà e in alcune occasioni, anche se si è adulti, si ha la necessità di una guida che ti indica i passi come sul ponte tibetano.

A presto Simona e Andrea, vi aspettiamo in onda sul nostro programma radiofonico su radio Maria e nel nostro profilo Instagram.

I tanti volti della Sposa

Cari sposi, siamo giunti oramai all’apice dell’amore di Cristo per ciascuno di noi. Da oggi fino a Pasqua la Chiesa, con la sua ricchissima liturgia, ci proietta in un tempo pregnante di significato: non dobbiamo perdere nulla di questi giorni perché stiamo entrando all’interno del cuore stesso di Gesù.

Non è affatto una forzatura affermare che una delle migliori letture di tutta la Parola di Dio sia proprio quella nuziale ed è così che la Settimana Santa costituisce il momento in cui lo Sposo Gesù dona tutto di sé alla Sposa Chiesa.

Un piccolo ostacolo può inserirsi a questo punto, quello cioè di spersonalizzare l’amore di Cristo. Noi siamo la Sposa amata, ciascuna persona come ciascuna coppia ne è la sua piena incarnazione.

Quindi la chiave per vivere al meglio i momenti che la Liturgia di offre da oggi fino a Pasqua è quell’affermazione così cara a S. Ignazio: “per me l’hai fatto”. Dinanzi ad ogni singolo gesto della Passione… ripetiamo nel nostro cuore: per me… per me… per me…

Ma forse più sconvolgente è contemplare non in modo asettico ed imperturbabile tutto il vissuto di Gesù, bensì come qualcosa che ci tocca in prima persona, singolarmente e come coppia. Cioè, provate a guardare ogni personaggio del Passio non tanto come una coppia “x”, così facendo potreste facilmente sbarazzarvene senza problemi pensando “non fa per noi”, quanto come una fase, una caratteristica del mio/nostro rapporto con lo Sposo.

 Allora può risultare che, negli scribi, veda le volte che ho permesso all’odio di entrare nel mio cuore; nella donna che unge le volte in cui ti ho servito gratuitamente e senza calcoli; in Pietro le mie mancanze di coraggio per amarti con decisione e senza mezzi termini; in Pilato quando ti ho trattato come una cosa, misurando i pro e i contro del mio amore; in Simone di Cirene le occasioni in cui sono stato capace di starti vicino e accompagnarti nel dolore; nel centurione, quando ho saputo vedere in te una Presenza che andava oltre l’umano…

Cari coniugi, la Sposa oggi è un poliedro di atteggiamenti, comportamenti estremi e contraddittori… Riconosciamoci in essa e sappiamo con coraggio, alla luce di quanto sta accadendo, rileggere la nostra storia di coppia con Gesù. Allora quel “per me”, diventerà un “per noi” capace di aprirci ad orizzonti nuovi di fedeltà e di sequela di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo di questa ultima settimana per riflettere sulla nostra storia, specialmente sui momenti di crisi in cui abbiamo trovato la forza di rinascere. L’amore di Gesù non segue i canoni del nostro mondo, ma è perfettamente in linea con i Suoi. Gesù dona tutto senza aspettarsi nulla in cambio, e siamo chiamati a amare allo stesso modo. Anche se potrebbe non sembrare giusto agli occhi del mondo, è una bellezza unica. Personalmente, non desidero una relazione che non richieda tutto, non voglio accontentarmi delle relazioni fragili offerte dal mondo.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /25

Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per castigo gli cresce il naso.

Affrontiamo ora il capitolo XVII di questo racconto che si sta svelando come un grande aiuto per la nostra vita poiché le vicende che il burattino affronta sono comuni all’umano vivere di ogni epoca.

Da questo capitolo traiamo tre spunti di riflessione: il primo sull’intervento della Fata, il secondo sulla paura delle medicine e il terzo sulle bugie.

1. L’intervento della Fata. Dopo il consulto pittoresco e inconcludente dei tre medici, la Fata prende in mano la situazione e prepara da sé il farmaco per la guarigione, si può notare come il Grillo non basti più: per poter cambiare vita non è sufficiente l’intervento, che pure è necessario, della coscienza e del suo giudizio sui nostri atti, abbisogniamo dell’intervento della realtà, l’unica che ci può somministrare la medicina, ovvero della Chiesa, qui raffigurata dalla Fata.

Chi vorrebbe un Gesù senza la Sua Chiesa, è come se pretendesse di conoscere/incontrare uno sposo senza mai conoscerne/incontrarne la sposa, essa però è la dispensatrice della Grazie del Suo sposo divino. Certamente qualcuno potrebbe obiettare che Dio è infinito e che, di per sé, non abbia alcun bisogno della Chiesa, in quanto Dio fa quello che vuole, quando vuole e come vuole; questo è vero, ed è talmente vero che ha deciso di volersi servire ordinariamente della Chiesa per far passare la Sua Grazia, poi che in modo straordinario Lui operi comunque non è un nostro problema anche se non v’è sicurezza che avvenga, lasciamo a Dio fare il Suo mestiere, ma noi siamo corpo di questa sposa che si sottomette al Suo sposo.

Ma qual è la medicina che ci dà la Chiesa ? I sacramenti.

2. La paura delle medicine. In un passaggio significativo Pinocchio così si esprime:

-Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.

Quanta verità in queste poche parole, se applicate alla nostra vita spirituale si apre la nostra seconda riflessione. Perché i sacramenti sono così snobbati dalla maggior parte dei cristiani cattolici? Sicuramente per una serie di motivi che non vogliamo tirare in ballo, ci basti però ricordare la verità espressa da quel pezzo di legno parlante, e cioè che molti battezzati preferiscono restare a lamentarsi (come Pinocchio che cerca ogni scusa pur di non prendere la medicina) nel proprio stato di peccato piuttosto che di affidarsi alle cure esperte della Chiesa, quella Fata che, senza usare “effetti speciali e colori ultravivaci”, si serve di umili elementi (acqua, olio, pane, vino) per operare i più grandi miracoli. Lasciamo alla sapienza del compianto cardinal Biffi spiegarci in poche righe questo passaggio:

Ma il “principio sacramentale”, che piace poco a noi, piace molto a Colui che unico ci può salvare, forse perché è conforme al suo vivo senso dell’umorismo. Egli probabilmente si diverte a vedere che per avere il cuore trasformato uno non debba soltanto dibattere i suoi problemi entro il tribunale dell’anima, ma anche farsi lavare la testa nel Battesimo e farsi ungere nella Confermazione, così come si compiace di assegnare un uomo (Gesù) come capo e salvatore degli angeli. […] …tra la magia ed il sacramento la differenza è assoluta : nella magia l’uomo cerca di piegare la divinità al proprio volere con mezzi assurdamente sproporzionati; nel sacramento l’uomo cerca di piegare la sua volontà individualista e orgogliosa fino a farla entrare nell’allegro gioco di Dio, che ha deciso di elevare le creature più umili (acqua, pane…) alla dignità di strumenti salvifici per la creatura più alta (l’uomo).

3. Le bugie. Sicuramente uno degli elementi che fa decidere a Pinocchio di dire alcune bugie alla Fata è la paura, ma non è curioso che il Gatto e la Volpe siano ritenuti degni della sua verità mentre la Fata no? Eppure anche questo atteggiamento è rivelatore, non è forse vero che quando la tentazione ci assale conosca la verità di noi stessi nel profondo delle nostre fragilità personali? Perché allora di fronte alla medicina che la Chiesa ci vuole somministrare nascondiamo le nostre malefatte, scusandole ed arrogandoci il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male?

Cari sposi, anche il sacramento del matrimonio è una medicina per la nostra anima e per la nostra umanità malata e ferita dal peccato originale, impegniamoci quindi a non rifiutare tale medicina: dobbiamo riscoprire che il nostro consorte è quello giusto per noi, per combattere le nostre cattive inclinazioni, per distruggere il nostro orgoglio e la nostra presunzione, per dilatare il nostro cuore ad amare sempre meglio e sempre di più, per imparare la via del sacrificarsi per l’altro, per non mettere al centro solo noi stessi. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Amore mio, diamoci pace!

Arrivare al “sì, lo voglio” vuol dire arrivare a contemplare la nostra esistenza in una nuova dimensione: «i due diventeranno una sola carne». Tutto diventa un “noi”… ma “io” che fine faccio?

Alcune volte mi è capitato di imbattermi in persone che non contemplano la vita coniugale perché hanno paura di perdere sé stesse, di dover rinunciare alla propria vita e alla propria libertà. Lo definiscono un “sano egoismo” e lo associano ad un – forse a tratti smisurato –  amor proprio.  Lo confesso: c’è stato un tempo in cui anche io ero una di quelle persone. La domanda “ma io che fine faccio?” me la son posta sul serio! La risposta, avuta anni dopo, mi ha sbalordita. Solo dopo aver conosciuto l’amore vero, verso Dio prima di tutto e poi verso me stessa, mi sono resa conto che:

  • 1) amore ed egoismo non sono condizioni associabili,
  • 2) che l’egoismo sano non esiste e
  • 3) che la fine che faccio non è altro che l’inizio della vita eterna.

Amarsi per amare, questo è uno degli insegnamenti fondamentali di Gesù Cristo. Sull’amore sappiamo tante cose, sappiamo che, come scriveva san Paolo, l’amore è paziente, è benigno, non si vanta, non cerca il proprio interesse, tutto perdona, tutto spera e tutto sopporta. Bellissime parole, straordinarie e dolorose allo stesso tempo nella vita vera. Amare, amarsi e lasciarsi amare come Dio comanda raggiunge il suo apice nel matrimonio, quando l’amore diventa una costante quotidiana. Non ci sono petali che cadono dal cielo e violini, certamente, ma ci sono occasioni su occasioni per compiere l’amore. Stare sul pezzo non è sempre facile e non si tratta mai di spontaneismo, amarsi in modo maturo è una scelta che necessita volontà e cuore, perché come mi è sempre stato detto: “ad amarsi si impara” e si impara praticando l’amore volta per volta.

Sulla rettitudine di cuore e di intenzioni possono gravare tante insidie: la stanchezza, i problemi economici o di qualsiasi altra natura, la ciclicità ormonale, i propri malumori, i sensi di colpa, la ricerca di appagamento dei propri bisogni e, guardando alla mia esperienza personale, aggiungerei anche “i postumi di una vita senza Dio”, dove c’era tutto, ma solo a un livello superficiale; dov’ero toccata e persuasa dalla logica del mondo del “fare per fare” e non del “fare per amare”. La coppia è il primo bersaglio di ciò, in ogni suo ambito.

Ma come affrontare tutto questo? Insieme. Sembra una cosa da Baci Perugina ma è solo l’unica soluzione possibile. Si allontanano dal cuore quei logoranti pesi quando, faccia a faccia, possiamo dire Amore mio, diamoci pace!. Gesù diceva «vi lascio la pace, vi do la mia pace», così noi sposi, in quanto sacerdoti dell’amore, ci lasciamo quella pace salvifica che comporta alla riappacificazione con la nostra carne, al guardare con compassione le ferite sanguinanti del passato e a farci dono reciproco di quell’amore che «tutto copre, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta», nonostante quella stessa carne ferita ma redenta e benedetta.

Quello che in questa Quaresima mi rimbomba dentro contemplando la Passione di Cristo è “amo tutto di te”. Dio ama tutto di noi, nonostante tutto. Questo è l’amore che, ricevuto, è necessario riversare nel cuore di colui/colei cammina con noi verso la meta.

Francesca Parisi

Il ricordo prezioso di quelle umili Vie Crucis

Una delle pratiche più importanti della Quaresima è senza dubbio la Via Crucis, pregata soprattutto dalle persone di una certa età ma riscoperta anche tra i giovani. Un pio esercizio che nella mia parrocchia è molto sentito tanto che, ogni venerdì, ne sono pregate ben due: una pomeridiana, in Chiesa, prima della Santa Messa ed una serale, all’aperto, animata dai bambini e dai ragazzi del catechismo. Non male, direi, se consideriamo l’aridità spirituale con la quale, sempre più spesso, dobbiamo fare i conti nell’attuale società.

La Vie Crucis che ricordo con maggiore affetto e commozione, tuttavia, sono quelle che teneva Don Erminio Nichetti, l’anziano coadiutore della nostra comunità che con la sua fede integerrima, la sua umiltà disarmante e la sua straordinaria spiritualità ci ha sostenuto per tanti anni, fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta nel torrido luglio del 2023. Questo sacerdote, ex-missionario in America Latina, ha portato una profondità religiosa in mezzo  a noi che sono certa rimarrà a lungo: lo si vedeva sostare per diverso tempo in preghiera dopo la celebrazione del Sacrificio Eucaristico perché,  com’era solito ricordarci, “al termine della Messa è come se stessimo scendendo dal Calvario, non possiamo far finta di non aver visto Gesù morire in Croce”.

Ciò che porto indelebile nel mio cuore, come accennavo poc’anzi, sono innanzitutto le Vie Crucis che preparava per il venerdì sera alle ore venti e che pregavamo all’interno della chiesina di campagna nella quale ha svolto il suo ultimo incarico terreno. Nella semplicità e nell’umiltà di quell’edificio – che rispecchiavano perfettamente le virtù dell’anziano sacerdote – eravamo soliti raccoglierci in pochi ma con un desiderio di pregare e di ascoltare le sue meditazioni che ci facevano vincere la stanchezza, il freddo e la pigrizia. Quell’appuntamento, divenuto ormai imprescindibile, scandiva con dolcezza la nostra settimana tanto che non avremmo mai rinunciato, anzi: sempre in compagnia di nostro figlio, allora piccolino, e spesso di nostra nipote, il ritrovarci ogni venerdì sempre allo stesso posto e alla stessa ora ci rendeva consapevoli che stavamo facendo qualcosa di estremamente prezioso per la nostra anima, non solo per quei tre quarti d’ora, ma per tutti i giorni seguenti, fino al venerdì successivo. Finita la Quaresima, sentivamo una forte mancanza: quei momenti di raccoglimento, genuini e sinceri, avevano portato così tanto bene nelle nostre anime che la loro interruzione ci sembrava quasi un torto. Altro che digiuno! Quelle Vie Crucis erano delle vere leccornie spirituali che ci saziavano completamente l’anima e non ci facevano sentire alcuna mancanza. Non erano più un sacrificio ma un’esigenza, un dolce dovere del cuore cui anelavamo e di cui avevamo realmente bisogno.

Ogni venerdì la nostra cara guida spirituale, che da un pezzo aveva superato gli ottant’anni, stampava i foglietti con le varie stazioni e le meditazioni tutto rigorosamente prodotto da lui: scritti, contenuti e stampa. Ci metteva il meglio delle sue conoscenze e capacità, spendendo molte ore e prodigandosi che fosse sempre tutto preciso e puntuale: quanta cura, quanta attenzione aveva per ciascuno di noi! Tutto doveva essere perfetto perché era immagine non solo della sua premura nei nostri confronti, quanto piuttosto dell’amore che Nostro Signore, protagonista del cammino del dolore, ha per tutti noi. Così strutturata, la Via di Gesù diventava l’occasione per riflettere con profondità sui dolori che, nel mondo, affliggono donne, bambini ed emarginati, gli ultimi degli ultimi che tanto assomigliano a Gesù sofferente; essendo stato missionario in Venezuela e Guatemala, il nostro sacerdote ben conosceva le sofferenze delle categorie sociali più svantaggiate, non perdendo occasione per fare dei parallelismi e aprirci in questo modo la mente su realtà lontane che troppo spesso ignoriamo o non conosciamo.

Vissute così, quelle Vie Crucis ci aiutavano ad essere più empatici non solo verso il dolore di Cristo ma anche verso quello che ancora troppi fratelli e troppe sorelle patiscono in questa vita; ma, soprattutto, ci facevano sentire uniti tra noi e con Dio perché permettevano di capire che il dolore non è mai inutile né fine a stesso ma che diventa lo strumento maestro per aprirci alla forza e alla bellezza della fede, nella speranza della Resurrezione. Quanto valore avevano quelle Vie Crucis! Grazie a Don Erminio avevamo riscoperto un pio esercizio di preghiera attuale e modernissimo, conoscendo aspetti sempre nuovi di Gesù ai quali, magari, non avevamo mai pensato. Il mio augurio è che ciascuno possa incontrare una guida spirituale così, capace di amare e di far amare il Buon Dio sopra ogni cosa.

Fabrizia Perrachon 

Sposi: missionari nella vita di tutti i giorni

Prima di sposarsi in chiesa, sarebbe bene comprendere in maniera approfondita cosa ci si appresta a fare, l’impegno che si prende e le relative conseguenze: poiché siamo di fronte a una vera e propria vocazione, è indispensabile acquisire una formazione appropriata. Questo non vuol dire diventare teologi o fare una preparazione di almeno cinque anni come i sacerdoti, non è necessario, ma nemmeno ridurre tutto a qualche incontro dopo cena in prossimità del giorno del matrimonio.

Eppure, gli sposi cominciano anche anni prima a organizzare le nozze, fissando la data, la villa, il catering, la musica, il fotografo, la fiorista, la parrucchiera, il viaggio di nozze etc, mentre l’aspetto più importante, quello spirituale che dovrebbe avere la precedenza, viene completamente trascurato o sottovalutato. Così tutto questo influisce sulla stabilità del matrimonio che cresce sulla sabbia e non sulla roccia, portando spesso alla separazione dei coniugi, con numeri preoccupanti negli ultimi tempi.

La formazione non è naturalmente la sola causa di fallimento, ma ritengo che in molti casi possa fare la differenza: poiché anche io ci ho dovuto sbattere il naso prima di imparare certe cose, vorrei evitare che questo accada ad altri. Quindi ho pensato di parlare della missione degli sposi, sconosciuta a tante coppie, prendendo spunto dalle catechesi di don Renzo Bonetti e aggiungendo alcuni miei pensieri. Ora farò una breve presentazione e poi in fondo all’articolo richiamerò i prossimi cinque, sperando che possano essere di aiuto ai fidanzati, agli sposi e ai separati (fedeli).

Innanzitutto, la missione di cui parliamo non è solo umana, ma, poiché avviene una propria effusione dello Spirito Santo, ha il compito di rivelare Dio e il Suo amore. Amoris Laetitia n. 121: Gli sposi in forza del sacramento vengono investiti di una vera e propria missione perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo sta amando la Chiesa”.

Quando si pensa alla missione vengono subito in mente i Paesi poveri dove missionari e volontari si danno da fare per aiutare chi non ha niente; io ritengo che sia altrettanto importante, in questo periodo storico, prendere consapevolezza che la missione matrimoniale degli sposi, come quella sacerdotale dei preti, sono un bene indispensabile per la Chiesa e per tutta l’umanità. Avere la coscienza che il matrimonio non è un fatto privato, limitato alla propria famiglia, ma in grado di generare tantissimi frutti e salvare tante persone, può cambiare completamente la prospettiva della propria vita e di conseguenza le scelte da intraprendere.

L’ho detto altre volte, ma lo ripeto: il livello più alto per un cristiano è il battesimo, perché non esiste niente di più importante che diventare figli di Dio ed essere così immortali. L’ordine (sacerdozio) e il matrimonio sono due sacramenti che specificano la grazia battesimale, proprio con lo scopo di affidare una missione specifica e sono fra di loro complementari (quindi non si aggiunge niente al Battesimo, si va solo a specializzare la rispettiva vocazione).

Leggiamo infatti al n. 32 del documento della C.E.I. 1975 “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio”: L’Ordine e il Matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi dell’alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio.

Per gli sposi, a differenza del sacerdote, si tratta essenzialmente di fare cose semplici, ordinarie in un certo modo (ad esempio posso cucinare per cena qualcosa per la famiglia perché è il mio compito e perché lo devo fare, oppure posso cucinare la stessa cosa con amore e con l’obbiettivo di far star bene gli altri, aiutandoli anche a superare le difficoltà della giornata).

La missione degli sposi viene portata avanti in forza del sacramento del matrimonio e mediante la sua grazia (non perché siamo bravi), perché dal giorno delle nozze c’è fra gli sposi la presenza sacramentale di Gesù, cioè il Signore è presente (anche se il coniuge non lo sa, non ne tiene conto o non vuole tenerne conto) per aiutare e sostenere la coppia.

Infatti, l’indissolubilità si fonda qui, sulla presenza indissolubile di Gesù e non tanto sulle promesse che si scambiano gli sposi, come è riportato su Gaudium et Spes n. 48: La famiglia Cristiana renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo”. Questa Presenza, che rimane anche se uno dei due decide di andarsene, deve portare a costruire, creare comunione e relazioni con gli altri, anche se c’è chi non ama, non è interessato e non ne vuole sapere niente.

Ecco i prossimi cinque articoli che insieme rappresentano la missione degli sposi:

Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore (3 aprile)

Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (17 aprile)

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Essere padri ma quanto è difficile?

Oggi festa del papà. Un articolo un po’ diverso. Un articolo dove non racconto solo la bellezza di essere papà ma anche la fragilità che sento di avere come padre. Io sono papà di 4 bellissimi ragazzi, tre maschi e una femmina, oltre che di Giò che è nato al Cielo poche settimane dopo il concepimento. Io oggi mi sento terribilmente inadeguato. Spesso non mi reputo capace di essere un padre. Non sono capace perché nella relazione con i miei figli non riesco a essere libero. Mi illudo di esserlo ma poi porto dentro quella relazione le ferite del mio bambino interiore che influenzano la mia parte adulta.

Non sono libero quando li consiglio, li sprono, li consolo, quando sto con loro. Non sono libero soprattutto quando mi arrabbio con loro, perché non giudico mai solo il loro comportamento ma anche quello che il loro comportamento provoca in me che non dipende da loro ma da me.

C’è sempre quel bambino dentro di me che mi ricorda la sua relazione con un padre anaffettivo e incapace di mostrare i suoi sentimenti verso il figlio. Un padre che mi ha amato immensamente – questo l’ho capito che ero già grande – ma che non ha mai saputo dimostrarmelo e che mi ha fatto sentire sempre non abbastanza. Un padre normativo che cercava un dialogo con me solo per riprendermi quando non mi comportavo bene.

Io tutto questo l’ho portato poi nel mio essere marito e ancor di più nel mio essere padre. Quanti errori che ho fatto con i miei figli. Ho cercato di insegnare loro la vita e mi sono accorto di aver imparato io tanto da loro. Ho imparato che non sono miei, che non posso decidere io per loro. E l’ho imparato dopo che il mio primo figlio si è ribellato a una mia decisione. Aveva già 16 anni. Ne è nata una litigata furiosa ma alla fine ho capito che dovevo lasciarlo libero di scegliere diversamente da quello che io volevo.

Ho imparato a uscire dai miei schemi. Ma dove è scritto che un bravo figlio deve comportarsi nel modo che io mi aspetto. Un figlio è un mistero che va accolto, amato come è e accompagnato. Un figlio è una ricchezza che non va impoverita con i miei pregiudizi ma va scoperta e aiutata a svilupparsi.

Ho fatto tanti danni ma ciò che mi consola è che ho cercato di insegnare loro ciò che è davvero importante. Ho mostrato loro sì che non sono perfetto, che ho i miei limiti. Attenzione: i figli hanno bisogno di credere di avere un papà supereroe solo fino all’infanzia poi è meglio capiscano che il loro papà è un uomo con i suoi pregi e i suoi difetti. Dobbiamo essere capaci di ammettere i nostri errori con loro e anche di chiedere scusa. L’insegnamento davvero importante è però un altro: la mia forza viene da Dio. Loro sono figli amati da un padre imperfetto come me ma anche da un Padre eterno e capace di amore infinito come Dio. Ecco credo che se sono riuscito a trasmettere loro questo sapranno riuscire nella vita nonostante un padre con tanti limiti come posso essere stato io.

Dio senza di te e senza il tuo costante perdono e amore non sarei mai riuscito a salvare la mia vita figuriamoci ad accompagnare verso la bellezza e la pienezza quella dei figli che mi hai affidato. Grazie anche alla mia sposa che mi ha sempre incoraggiato e sostenuto. Non mi ha mai fatto pesare i miei limiti.

Antonio e Luisa

Come un additivo boost!

Dal Sal 88 (89) Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà, perché ho detto: «È un amore edificato per sempre; nel cielo rendi stabile la tua fedeltà». «Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo. Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono». «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».

Questo Salmo ci accompagna nella Liturgia solenne dedicata al glorioso S.Giuseppe, del quale ha già splendidamente raccontato Fabrizia nell’articolo di ieri, ma noi cercheremo di meditare sulle parole di questo Salmo. Certamente esso si riferisce direttamente al re Davide, che viene definito “eletto”, ma sappiamo come egli sia stato una prefigura del Messia ma anche una prefigura del suo discendente, il nostro amato S. Giuseppe.

Vogliamo però fare un’ulteriore passo di approfondimento senza per questo voler snaturare l’intenzione del Salmo. Proviamo a chiederci: perché Davide era l’eletto? Per vari motivi cari al Signore, soprattutto perché Lui ha guardato al cuore di Davide e non al suo aspetto fisico, contrariamente a ciò che gli uomini solitamente fanno. Certamente essere “l’eletto” non lo ha esentato dai suoi doveri verso Dio, anzi, come tutti i doni divini sono immeritati sì, ma comportano anche un dovere di responsabilità.

Se il Signore ci accorda dei doni, non lo fa per esimerci dalla sua volontà, al contrario ce li dona per compiere meglio e alla perfezione i doveri che comporta la nostra vocazione e/o il nostro stato di vita. Ricordate a tal proposito la parabola dei talenti? Al servo che non ha fruttificato sono arrivate parole di fuoco: “servo malvagio e infingardo (o fannullone o indolente)”.

Dopo tute queste riflessioni introduttorie arriviamo al matrimonio, cioè arriviamo a noi: possiamo definire gli sposi cristiani come degli “eletti”? Sicuramente sì, ma a quali scopi? Diversi: la santificazione dell’altro, la comunione, la generazione e l’educazione della prole… insomma essere un’incarnazione vivente e testimoniato dell’amore di Dio Padre per l’uomo e di Cristo per la sua sposa (la Chiesa), certamente un’incarnazione sempre perfettibile ed incompleta.

Noi sposi dobbiamo essere come una goccia dell’oceano, essa infatti ci dice qualcosa dell’oceano stesso: innanzitutto che l’oceano esiste e anche quale sia la sua composizione interna; similmente gli sposi, sacramento vivente, sono posti nel mondo per essere come quella goccia dell’oceano infinito che è la Trinità.

Dunque possiamo dirci proprio “eletti”, non per i nostri meriti ma per la bontà del Signore che non ha ricusato di servirsi di noi per parlare al mondo, usando i talenti che Lui stesso ci ha fornito, alcuni dei quali sono naturali e altri teologali, ovvero doni di Grazia.

Immaginiamo, a questo punto, rivolte proprio a noi come coppia le parole del Salmo:

 «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”. Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».

Che meraviglia sentirsi dire dal Signore tali parole di conforto, di speranza e di incoraggiamento; da parte nostra dobbiamo però invocarlo come Padre e Dio, come roccia di salvezza (salvezza = Gesù).

Coraggio sposi, il Signore ci sprona come quando si mette l’additivo boost (turbo) nel serbatoio della benzina, per entrare con decisione nella seconda parte di questa Quaresima, non facciamo come il servo malvagio della parabola di cui sopra.

Giorgio e Valentina.

19 marzo, San Giuseppe: “Ecco perchè oggi festeggiamo i papà!”

Giuseppe, lo sappiamo, di Maria era promesso

ma qualcuno, tra loro, fece il suo ingresso;

da un sguardo caduto sul suo addome

egli s’accorse che era un pancione:

“Maria che hai fatto?” pensò nel cuore

e si allontanò per diverse ore.

Nel sonno, però, venne un angelo da Lassù:

“Non temere, è arrivato Gesù!

I tuoi piani non stravolgere completamente,

di lui sarai padre veramente, 

qui sulla terra insieme a Maria

come aveva profetizzato perfino Isaia”.

Un po’ sconvolto e un po’ turbato

Giuseppe dalla fidanzata è tornato:

“Maria, una famiglia noi siamo,

insieme a Gesù lo sai che ti amo”.

Fu così che iniziò una grande avventura,

anche se i conti con una mezza sciagura

di fretta e di furia dovette affrontare:

“Veloci a Betlemme a farvi registrare!”.

Giuseppe e Maria si mettono in cammino

anche se è imminente l’arrivo del Piccino;

quanti passi fatti a piedi, senza lamento,

con lo sguaro su Maria vigile e attento.

In città non c’è posto per loro

si sentono dire come in un triste coro;

“Gesù dove nascere potrà?”

“Vieni, c’è una grotta poco più in là”.

E così, forse un po’ impaurito,

Giuseppe solo ha assistito 

alla nascita del Redentore,

nel momento in cui tutte le ore

per un attimo si sono fermate

perché le leggi per sempre erano cambiate. 

“Così tenero, piccolo e delicato,

eppure per il mondo è stato mandato,

per sconfiggere la morte e il peccato 

affinché ciascuno di noi sia riscattato”.

Giuseppe sapeva ma a nessuno diceva

che la sua sposa era una nuova Eva,

madre e figlia nello stesso momento

per dono di Grazia e vero portento.

Quante cose ha dovuto sopportare,

quanto legno ha saputo lavorare,

quanti sguardi d’amore per il fanciullo

anche quando tutto si faceva brullo

e di nuovo, improvvisamente, scappare

perché la vita di Gesù bisognava preservare.

Che dire poi di quel giorno nel tempio 

quando, scambiato per empio,

Gesù sembrava da tutti scappato:

“Con chi mai si sarà allontanato?”.

Ancora un volta, in silenzio e preoccupato,

Giuseppe in marcia si era incamminato,

sempre accanto alla sua Maria:

“Speriamo di trovarlo, mogliettina mia”.

Gesù, invece, tranquillo se ne stava

perché la Legge del Padre ora insegnava:

“Non sapevate che Lui devo testimoniare 

affinché la gente si possa salvare?”

Giuseppe capisce che l’ora si sta avvicinando

e che quel figlio la storia sta mutando,

“Chissà quanti giorni ancor qui passerà 

prima che in croce trafitto sarà”.

Giuseppe non vide quel grande tormento 

ma dal Cielo senz’altro ne fu sgomento:

guardare il figliolo con cattiveria oltraggiato

e senza pietà percosso e flagellato;

come il peggior criminale mai esistito, 

non gli fu risparmiato nemmeno un dito

ma tutto grondante di sangue e sudore

alle tre tornò dal Padre, il nostro Creatore.

 

Non una parola di Giuseppe è stata riportata

eppure la Bibbia è un’opera accurata;

forse perché è più importante ricordare

non come egli abbia potuto parlare

ma quello che i fatti hanno raccontato:

grande esempio ben proporzionato

tra rispetto, fede e obbedienza,

amore, dedizione ed esperienza.

San Giuseppe fu sposo e papà,

autentico maestro di somma pietà

perché a Maria e a Gesù ha donato 

ciò che mai sarà dimenticato,

tanto appoggio e altrettanta virilità 

il tutto condito da profonda umiltà. 

Ecco perché oggi festeggiamo i papà!

In Giuseppe hanno un’immagine di santità 

a cui tutti sono chiamati:

fatevi forza, non siete scusati!

Questo falegname, com’è scritto nel Vangelo,

vi fa da apripista per il Cielo;

si può essere Lassù, felici e beati,

anche se padri e da anni sposati 

anzi è proprio questa condizione

ad essere sicuro segno di vocazione: 

se moglie e figli con amore e affetto

si portano nel cuore, oltre che sul petto,

per vivere ogni giorno con pazienza e fedeltà 

perche è così che alla vita un sapore si dà.

 

Immagine potente di castità e purezza 

in te abbiamo un modello di saggezza 

e quel giglio bianco e profumato,

semplice simbolo per te usato,

ci ricorda che Dio mai ci abbandona 

pur se la tempesta a volte risuona

perché mai lasciato solo è 

chi confida nell’unico Re. 

Anche se le prove non mancheranno 

tutti in Giuseppe un appiglio riceveranno:

vera impronta del Padre onnipotente

egli è patrono di ogni morente 

perché tra le braccia di Maria e Gesù 

è passato da questa terra alla vita di Lassù,

per sempre in Paradiso beato 

dopo aver tanto faticato.

Anche questo a noi succederà 

se già in vita avremo praticato la carità:

ti preghiamo, Giuseppe, resta a noi vicino 

finché un dì saremo con te, accanto al Bambino.

Fabrizia Perrachon 

L’adultera era già morta, come tanti sposi

Nel Vangelo di oggi viene ripreso un brano molto conosciuto, sicuramente tra i più famosi. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra. Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Gesù ci ricorda una verità cruciale che spesso trascuriamo: Egli non ci giudica in base ai nostri errori, ma ci guarda con amore infinito. Quanto è importante per noi separare la nostra identità dal peccato che commettiamo?

Noi spesso ci comportiamo in modi che non rispecchiano quello di Gesù, ma che assomigliano molto di più a quelli dei farisei che avrebbero voluto prendere l’adultera e lapidarla. Tentano di ucciderla lanciandole addosso delle pietre, pietre che rappresentano la Legge, il decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: “La Legge di Dio ti condanna perché l’hai tradita.” Quante volte, anche noi, in quanto coniugi, usiamo la Legge di Dio come un’arma contro l’altro. Invece, Gesù non lo fa. Gesù si china a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Gesù non la definisce adultera. Egli vede una donna, vede quella donna e lei si sente osservata da Lui in tutta la sua interezza, non solo come colpevole di adulterio.

La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui ci siamo sentiti come l’adultera di fronte a Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui sono come scritte sulla sabbia. Egli non giudica i nostri errori, ma ci osserva con lo sguardo di chi è innamorato e vede la meraviglia della persona, non la bruttura del peccato. Egli ci mostra la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti, nel Vangelo non troverete mai scritto “l’adultera”, ma “una donna sorpresa in adulterio”. Gesù non l’avrebbe mai chiamata “adultera”. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno. Non l’ha uccisa perché era già morta ma con il Suo sguardo le ha restituito la vita.

Antonio e Luisa

Le tre effe

Cari sposi, uno dei ricordi più forti del grande Giubileo del 2000 per me, oltre all’indimenticabile veglia di Tor Vergata, è stata la commemorazione dei martiri della fede del XX secolo al Colosseo. Il testo che faceva da sfondo all’evento fu proprio quello del chicco di grano, come lo è anche nell’odierna liturgia.

In occasione di questo incontro con pellegrini di origine greca, venuti anch’essi a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù utilizza un’immagine mutuata dal mondo agricolo per esprimere una logica di fede nuova: la morte che prepara una nuova vita.

Questa logica ben si adatta alla vita sponsale ed in essa troviamo le tre “effe”. La prima è FEDELTA’. La fedeltà sponsale è appunto promettere di “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa fedeltà implica morire a sé stessi, rinunciare a qualcosa di noi, a volte buono, a volte meno buono, ma in definitiva che mi porta a crescere nella disponibilità e nella donazione reciproca. Nella mia vita sacerdotale ho visto persone trasfigurarsi con il matrimonio, diventare davvero migliori e più mature. Ma questo sempre è costato loro abbandonarsi all’Amore e lasciarsi “potare”.

Quello che sempre mi ha colpito del matrimonio è che non si fonda su rinunce perché esso si fonda su un costante “darsi e riceversi” (Catechismo 1626) e quindi nella misura in cui mi dono, ricevo anche e cresco come persona.

Il dono di sé, la fedeltà nell’amore fino alla rinuncia, apre la via alla FECONDITA’ e quindi ai frutti di bene che la nostra unione produce, sotto la spinta dello Spirito Santo. È questa la Gloria di cui parla Gesù. Egli ha un attimo di turbamento pensando all’imminente Passione ma sa anche che sarà feconda e darà Gloria al Padre. Così anche voi sposi, nella misura in cui vivete una fedeltà combattuta, incerottata e illividita per quanto vi è costata, sapete comunque che essa darà frutto secondo i piani di Dio, senza alcuna ombra di dubbio.

Da ultimo tutto ciò porta ad una conseguenza ineludibile, la terza effe: FELICITA’, ossia la gioia cristiana, uno dei frutti dello Spirito, segno della presenza di Dio in noi, anche in mezzo alle prove della vita. La gioia di aver dato tutto, di non essersi risparmiati nulla, di appartenere completamente a Cristo.

Cari sposi, Gesù oggi ci apre la strada per vivere anche noi questo percorso che, tramite il Calvario, porta diritto alla luce della Risurrezione. Lasciamoci guidare e corrispondiamo generosamente allo Sposo che ci invita.

ANTONIO E LUISA

La felicità cristiana non è una gioia vuota. Non viene da un’euforia effimera. Non viene dall’avere tutto e dal non avere problemi e preoccupazioni. La gioia cristiana viene dal dono. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è relazione d’amore tra le tre Persone. La gioia viene nel morire per l’altro. Viene dal dare tutto. Perchè dando tutto troviamo Dio e il senso della nostra vita. Questo l’abbiamo capito non solo ascoltando delle catechesi ma soprattutto facendone esperienza.

Il vostro matrimonio ha delle mancanze? Meglio così

Beati i poveri in spirito. Ma chi sono i poveri? Sono quelle persone che sentono di non avere tutto. E’ povero chi sente la mancanza di qualcosa. Quindi se sentite una mancanza nella vostra vita non è per forza qualcosa di negativo. Può essere la vostra salvezza.

Vedete, noi riceviamo tante confidenze di lettori o follower che raccontano con sofferenza la loro mancanza di qualcosa. C’è chi sente di non essere amato abbastanza dal marito o dalla moglie, c’è chi non si sente capito dall’altro, c’è chi non avverte di essere prezioso e considerato dall’altro. Questa mancanza è si qualcosa da indagare e sistemare nella nostra relazione ma ha un risvolto molto positivo. Questa mancanza ci sta dicendo che quel matrimonio non ci può colmare di tutto. Ci dice che nostro marito o nostra moglie non ci può riempiere tutto quel desiderio di amore e senso che abbiamo dentro. La mancanza in una relazione può creare un profondo dolore e insicurezza. Tuttavia, è importante comprendere che nessuna persona può soddisfare completamente tutti i nostri bisogni e desideri. 

Quindi ben venga che nel nostro matrimonio non troviamo tutto. Perchè il matrimonio non può essere tutto. Anche quando le cose vanno bene. Perchè il matrimonio resta una relazione tra persone imperfette e finite.

Qundi è importante essere consapevoli di questa povertà che ci caratterizza. Questa mancanza che è ontologica. Quando qualcuno si avvicina a noi esprimendo il proprio disagio emotivo, è importante non solo offrire supporto pratico e guidare verso risorse adeguate, ma anche comunicare la profonda verità che la mancanza può fungere da veicolo per un incontro più intimo con Dio.

La scelta di come affrontare la mancanza è cruciale nella vita di ognuno di noi. È un bivio in cui ci troviamo di fronte, con due strade ben distinte da percorrere. La prima porta a un isolamento, ci allontaniamo emotivamente sempre di più dall’altro. In questo stato, inevitabilmente ci concentriamo sui difetti del marito o della moglie, perdendo tempo prezioso nel lamentarci e nel desiderio di cambiarlo. Questo percorso, solitamente, porta a un sentimento di insoddisfazione e alla solitudine. Dall’altra parte, c’è la strada che ci invita a rivolgere lo sguardo verso chi può colmare quel vuoto in modo completo e duraturo. Chi sceglie questa via si apre alla cura di sé in modo sano, mantenendo una relazione profonda con il Signore per sentirsi amato e protetto dall’Amante perfetto e infinito.

Se la mancanza ci porta tra le braccia di Dio allora avremo fatto bingo. Saremo persone capaci di amare l’altro per come è, con tutti i suoi difetti, perchè avremo trovato in Dio una fonte di amore inesauribile.

Antonio e Luisa

Contemplare per lodare l’amato

Carissimi sposi sicuramente può sembrare un po’ strano sentir parlare di lode in questo tempo di Quaresima in cui la Chiesa da sempre ci richiama ad uno stile penitenziale, ma Papa Francesco ci suggerisce che «La Quaresima non è un tempo triste! Su questo dobbiamo essere attenti. È un tempo di penitenza, ma non è un tempo di lutto. È un impegno gioioso e serio per spogliarci del nostro egoismo, del nostro uomo vecchio, e rinnovarci secondo la grazia del nostro Battesimo».

Prima di condividere con voi qualche “lume” della nostra esperienza di lode quaresimale, diamo uno sguardo al vocabolario: il verbo lodare deriva dal latino laudare, da laus laudis «lode», e vuol dire esprimere con parole la propria approvazione per le qualità, gli atti, l’operato o il comportamento d’una persona; più genericamente, parlar bene di qualcuno o di qualche cosa.

Stando a quanto apprendiamo dal dizionario lodare presupporrebbe l’uso della parola; quindi, l’esternalizzazione di ciò che di buono c’è mediante il linguaggio verbale. Ma per noi la lode è un qualcosa di più, cioè implica prima di tutto il riconoscimento di Qualcosa che costituisce l’Essenza della nostra vita. Questo Qualcosa è una Presenza, e questa Presenza è Dio. Possiamo dire che lodare Dio non significa soltanto esprimere una preghiera o un canto (perché appunto quella è l’espressione) ma riconoscerlo presente nella sostanza della nostra vocazione.

Ora, se la sostanza della vocazione matrimoniale è l’amore coniugale quale segno (imperfetto) dell’amore tra Cristo e la Chiesa non ci resta che stare ai piedi della Croce, poiché è proprio da lì che possiamo riconoscere e contempLare la lode di Dio per noi e, di conseguenza, LODARLO nella nostra vita di sposi; è la Croce che diventa la Parola più eloquente di Dio e ciò che sembra silenzio è, invece, il grande Verbo dell’amore di Dio Padre.

E se, come sposi, fossimo al posto di Maria e di Giovanni? Con le parole di Chiara Lubich faremmo il nostro atto di riconoscenza: «Abbiamo un solo Sposo sulla terra: Gesù crocifisso e abbandonato, non abbiamo altro Dio fuori di Lui». Ogni coppia dovrebbe chiedersi quale Gesù cerca: quello della moltiplicazione dei pani, quello del successo, dei miracoli, degli applausi?

Noi ci affidiamo al Gesù che conosce la sconfitta, il dolore, la perdita, per educarci continuamente alla via della croce perché crediamo sia il più alto percorso che realizza davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Per noi è la più alta via per raggiungere l’unità perché se accogliamo il Crocifisso impariamo ad accogliere anche i rispettivi difetti e peccati, proprio come Cristo che sulla croce ha preso su di sé i peccati del mondo e li ha bruciati nell’amore.

Ecco l’amore che trasforma la lode in una presenza redentiva. Che ogni coppia, il Venerdì Santo, con Maria, possa ripetere il suo “sì” che è diverso da quello della prima chiamata (“Tu sarai madre”): è invece un “sì” infinitamente più grande, è il “sì” delle nozze compiute. Nel dolore tutto è donato, non resta più nulla di nostro. Davvero «Tutto è compiuto!».

ESERCIZIO PER LODARE L’AMATO

Durante la pia pratica della Via Crucis immaginate quella che S. Ignazio di Loyola nei suoi esercizi chiama “la composizione di luogo” della XII stazione e “ascoltate” nel silenzio ciò che il Crocifisso consegna alla vostra coppia.

PREGHIERA DEGLI SPOSI SOTTO LA CROCE

Oh nostro Sposo,

il calice è pronto,

riempito d’amore fino all’orlo,

come nelle giare traboccanti delle nozze,

come nella barca ricolma di pesci sul lago,

come nelle ceste di pezzi avanzati del miracolo …

Anche ora la misura del nostro amore è senza misura,

come lo Spirito che stai per donare ad ogni famiglia e al mondo assetato.

Il dolore trabocca dagli squarci della tua carne inchiodata,

come dai brandelli di ogni famiglia ferita.

Hai sete, sete ardente come al pozzo di Sicar,

sete di dare il tuo Amore alla nostra coppia

affinché a chiunque daremo da bere la tua Gioia

riconosca che non viene da carne mortale perché viene dall’alto,

sete di consacrarci nella verità.

Oh nostro Sposo,

l’opera volge al termine e le lacrime sono giunte al giubilo della mietitura.

Beati gli sposi che non temeranno di seguirti e non saranno scandalizzati da questo legno insanguinato.

Il chicco di grano sta per dare la spiga e gli uccelli già volano al riparo del grande albero.

Rimarremo muti al tuo grido ma sarà il tuo abbandono a salvarci.

Tutto è pronto nella nostra stanza nuziale.

Sotto le cupe nuvole rosse,

anch’esse bagnate di sangue,

brilla l’olio delle nostre lampade accese.

Le luci del Sabato sono già accese.

Con noi c’è la tua e nostra Madre,

anche lei accoglie in silenzio il tuo ultimo soffio.

È proprio perché c’è lei nulla è perduto,

il tuo sacrificio diventa fecondo.

Nel suo abbraccio il nostro pianto diventa la sorgente zampillante della nostra vita familiare.

Tutto ormai è dato in tal morte feconda.

Solo l’amore resta.

Amen

Una Santa Pasqua di Resurrezione ad ogni coppia di sposi che ha fatto della Croce di Cristo il suo talamo nuziale.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Gli sposi cristiani davanti alla vocazione dei figli: che fare?

Nel rito del matrimonio cattolico il sacerdote formula agli sposi alcune domande tra cui: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?”. La risposta è sempre affermativa ma i novelli coniugi ne sono veramente e pianamente consapevoli? Come si affronta, quando arriva il momento, la vocazione dei figli? E quando essa comporta il sì totale al Signore?

Il matrimonio è una vocazione dalla quale – nel caso in cui generi prole – nascono nuove vocazioni, un seme da cui nasceranno delle piante che a loro volta saranno semi per il futuro di altri essere umani e così via, partecipando fisicamente e attivamente al soffio creativo di Dio; non per niente, se pensiamo all’etimologia stessa del verbo procreare, l’essenza del matrimonio cristiano è proprio quella dell’apertura alla vita, secondo i piani di fecondità che il Signore ha per ciascuna coppia, che non si esaurisce esclusivamente nella fertilità biologica. Gli sposi, quando nel momento della loro solenne promessa davanti a Dio dichiarano di volersi impegnare all’educazione cristiana degli eventuali figli, devono essere consci che uno dei suoi frutti potrebbe essere quello di predisporli a ricevere la chiamata al dono totale della vita a Dio nello sfaccettato panorama degli ordini religiosi, sia maschili che femminili. Ma è davvero così?

Quanti genitori sono effettivamente pronti, e felici, se un giorno il figlio dicesse: «Mamma, papà, desidero diventare sacerdote» o la figlia: «Mamma, papà, mi piacerebbe farmi suora»? In molti casi, purtroppo, la vocazione alla vita religiosa non è accolta con gioia ma si macchia di paura, mille interrogativi e tanti dubbi se non addirittura tramutandosi in un vero e proprio tormento, per coniugi e prole, anche se a monte c’era stato un impegno solenne che dovrebbe rendere tutto questo non solo naturale ma naturalmente gradito. Il matrimonio cristiano, insomma, è davvero una culla accogliente nel caso in cui il Signore chiami i figli a consacrarsi? Ci sono dei percorsi o delle strategie che possano aiutare gli sposi a non essere un ostacolo ma un trampolino di lancio verso quello che Dio vuole dai figli?

Tra le tante proposte esistenti in tutta Italia, mi sento di consigliare ciò che conosco personalmente ossia i progetti che i Padri Carmelitani della provincia ligure propongono da tanti anni, in particolare la “Seminario experience” e il “Monastero invisibile”. Nel primo caso si tratta di due giorni – sabato e domenica – a stretto contatto con la vita dei seminaristi e del seminario del Bambin Gesù ad Arenzano (GE), rivolta ai bambini e ragazzi dai nove ai quattordici anni unitamente ai loro genitori. Per quarantotto ore si condividono tutti gli aspetti della vita in convento: dalle preghiere allo studio, dai momenti di gioco ai pasti, dal servizio caritatevole ai membri della comunità a quello in chiesa, dormendo assieme a loro e sperimentando concretamente come potrebbe essere l’inizio pratico della vita carmelitana; se poi effettivamente la chiamata sarà al sacerdozio, il Signore porrà indelebile questo desiderio nel cuore del singolo nonché aiuterà i padri formatori nel vagliare l’autenticità della vocazione.

In questo modo, però, sia i figli che i genitori sono presi per mano e accompagnati dolcemente verso un discernimento maturo e cosciente, che spazzi via ogni timore e si apra a “quello che Dio vuole da te”.

Il “Monastero invisibile”, invece, è l’impegno a far parte di comunità di preghiera virtuale che, al di là dei confini fisici di un edificio in muratura, prega per le vocazioni, in particolare il primo giovedì di ogni mese. I Padri Carmelitani, sul loro sito internet, mettono a disposizione un sussidio e lasciano la libertà di scegliere l’orario più consono ai propri impegni, articolato sulle ventiquattro ore.

Sappiamo bene che “La messe è molta, ma gli operai sono pochi!” (Mt 9. 37) ed è proprio per questo che la vocazione sponsale deve dedicarsi alla vocazione della prole perché solo così sarà veramente cristiana, realmente fertile e sicuramente produttiva. Certo, molte volte i genitori proiettano sui figli desideri e aspettative che non hanno potuto o voluto soddisfare loro stessi, ma la responsabilità educativa comporta anche la maturità di lasciarli andare se Qualcuno di ben più grande li chiama a partecipare all’avvento del Regno in maniera speciale.

Proprio perché ogni vocazione è necessaria alla realizzazione dei piani di Dio, gli sposi non devono trattenere ma accompagnare i figli quando il Signore bussa alla porta del cuore per seguirLo nella vita religiosa. I coniugi cristiani, insomma, non devono temere di perdere il frutto del loro amore perché Dio non toglie mai ma dona sempre e quel discendete del “virgulto di Iesse”, sacerdote o suora che sia, non sarà un figlio o una figlia in meno ma il compimento della propria vita sponsale che è stata capace di accogliere e far maturare una risorsa preziosissima per la Chiesa intera.

Fabrizia Perrachon 

Per saperne di più sul Seminario di Arenzano (GE): https://www.seminarioarenzano.it/index.php  

Per info sul “Monastero invisibile”: https://www.seminarioarenzano.it/index.php/seminario/monastero-invisibile