Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te

Ieri ho letto un articolo di cronaca su Fanpage. Vi lascio il link. La storia dolorosa di una giovane promessa del calcio inglese. Un giovane uomo morto a seguito di una brutta malattia. Storia che purtroppo è abbastanza comune. Mi ha colpito particolarmente lo struggente messaggio della fidanzata. Nell’articolo potete leggerlo tutto. Io mi soffermo su una frase perché mi permette di mettere in evidenza una caratteristica dell’amore. La giovane fidanzata scrive: Lasciarti andare sarà sempre la cosa più difficile che dovrò mai fare. Buonanotte tesoro, ci vediamo lassù un giorno, ci riuniremo di nuovo tesoro mio e finiremo la storia perché non è ancora finita. Pochi giorni prima della morte il giovane calciatore aveva chiesto alla sua Daisy di sposarlo come a voler dare un respiro eterno a quell’amore che si sarebbe altrimenti spento con la sua vita. Un gesto che significa tanto.

Mi ricorda tanto un epitaffio trovato durante uno scavo archelogico. Un uomo greco del II secolo a.c. lo dedica alla moglie Panthia. Tra le altre cose il greco scrive: Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’immortale Filadelfo, e anch’io giacerò qui quando sarò morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, così possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Compredete dove voglio arrivare? Due storie lontane nel tempo, due storie nate e vissute in culture che non hanno nulla in comune, due mondi distanti ma lo stesso desiderio del per sempre. Quando una persona ama desidera che quell’amore duri per sempre. Non riesce a mettere limiti temporali o di altro genere all’amore. L’amore è tutto e per sempre o non è davvero amore. Questo è il significato dell’indissolubilità. Questo è il motivo per cui Gesù attraverso la Chiesa ci chiede l’indissolubilità quando decidiamo di sposarci e di rendere santo e sacro il nostro amore. Perchè è un’esigenza dell’amore stesso. Perché una esigenza del cuore dell’uomo. Sarebbe credibile una promessa che recita più o meno così: Prometto di amarti ed onorarti fino a quando non sarà stanco di farlo o troverò chi è meglio di te. Non so voi ma io non mi sentirei amato ma usato.

Oggi le relazioni nascono e muoiono in modo frenetico. Sono fragili e fluide. Il per sempre fa paura e si rifugge. Ma questo significa accontentarsi. Mettere condizioni e confini all’amore significa ridurre l’infinito e chiuderlo nelle nostre povertà e nei nostri limiti. Il nostro cuore anela al per sempre. Anela ad un amore che non finisce. Quella ragazza probabilmente troverà un altro uomo con cui costruirà una sua famiglia. E’ ancora molto giovane. Ciò però non cambia la verità del messaggio. Noi desideriamo il per sempre perchè lì ci sentiamo davvero amati e comprendiamo cosa sia l’amore. L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

L’indissolubilità non è quindi una pazza e sadica richiesta della Chiesa che ci vuole incastrati. La Chiesa ci sta dicendo che l’amore per essere tale ci chiede tutto e il tutto contempla proprio tutto anche il nostro futuro.

Antonio e Luisa

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Contemplare per espandere Amore

Ed eccoci arrivati alla quinta lettera della parola CONTEMPLARE, la vocale E, che ci rimanda al verbo ESPANDERE. La parola espandere deriva dal latino ĕxpandĕre, composta da ĕx cioè ‘fuori’ e pandĕre cioè ‘stendere, allargare, diffondere’.

Come ci suggerisce san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi, ogni cristiano è il buon profumo dell’amore di Cristo, ed in modo particolare noi sposi siamo chiamati ad espanderlo ovunque poiché, per grazia, siamo stati investiti da questa missione. Spetta ad ogni coppia creare la fragranza che lo Spirito le suggerisce: noi lo facciamo mediante la contemplazione della Parola di Dio, che è piena di profumo. Ce lo ricorda il Cantico dei Cantici “aroma che si spande è il tuo nome” (Ct 1,3), ma vogliamo soffermarci su quel versetto del Vangelo di Giovanni che forse potrebbe sembrare un’informazione inutile o scontata “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).

La fragranza del profumo di puro nardo che Maria utilizzò per ungere i piedi di Gesù, quando con Lazzaro e Marta lo accolse nella sua casa, potrebbe essere quella che si respira dentro la nostra piccola chiesa domestica. È il profumo dei piccoli gesti d’amore: non si trattiene ma si espande fin dentro il cuore dello sposo/della sposa, dei figli, rimanendo sempre presente ed enunciando l’alfabeto della bellezza dell’amore divino, più espressivo di qualsiasi parola. È in tal modo che la vita sponsale diviene odorosa, con mille emanazioni, trasuda di Cristo e, come per il profumo, ne basta qualche goccia per riempire la tutta casa.

Ma a che cosa serve una casa piena di profumo? Cosa ce ne facciamo? Che cosa cambia nella storia del mondo un vaso di profumo? il profumo non è il pane, non è l’abito, non è necessario per vivere, ma è gioia, è un dono gratuito. È un di più, come il vino di Cana, il ‘di più indispensabile; il superfluo necessario alla qualità della vita! Il profumo è una dichiarazione d’amore.” (Ermes Ronchi)

Cari sposi è proprio vero che il profumo è una dichiarazione d’amore ma come riuscire a percepirlo anche nei momenti di crisi di una coppia? A tal proposito vi suggeriamo un bellissimo film, che s’intitola appunto “Il dolce profumo dell’amore”, in cui il protagonista, un panettiere, per risollevare le sorti di un’isola, andata in crisi a causa del calo dei flussi turistici, crede nella potenza dell’amore. Infatti è il suo innamoramento per una ballerina che rende il suo pane eccezionale, molto apprezzato non solo dagli abitanti dell’isola, ma anche dai turisti che iniziano ad aumentare proprio grazia al suo pane. In ogni momento di crisi siamo chiamati a ritornare alla fonte dell’Amore di Dio, per alimentare quel bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo: amare ed essere amati.

Vi lasciamo inoltre un altro spunto di riflessione perché crediamo che anche ogni coppia ferita, se accompagnata, può tramutarsi in un “diffusore costante dell’Essenza sposale”. L’incenso, che solitamente viene fatto bruciare durante la preghiera sia comunitaria che personale come simbolo della lode che sale a Dio, è la resina naturale di una pianta che trasuda appunto resine aromatiche. All’interno del suo tronco corrono molti canali resiniferi dai quali stilla, lungo le incisioni praticate dall’uomo in estate e in inverno, il succo bianco e lattiginoso che, allo stato solido, costituisce l’incenso. Quello più pregiato è composto dall’aggregazione di più lacrime. Consegniamo dunque le nostre incisioni, ferite personali e di coppia, a Dio che le guarirà affinché emanino il Suo profumo e, contemporaneamente, affiniamo il nostro olfatto spirituale che secondo il Talmud è l’unico senso da cui l’anima trae piacere, mentre tutti gli altri sensi danno piacere al corpo.

Infatti, secondo i midrashim, l’olfatto fu l’unico senso a non essere stato coinvolto direttamente nel peccato dell’albero della conoscenza. Nel libro della Genesi si dice che Eva “vide che il frutto era buono”, e che Adamo “ascoltò la voce della donna”, e ovviamente, entrambi lo toccarono e se ne cibarono. Ma l’olfatto non ebbe un ruolo diretto in tutto ciò e, grazie a questo fatto, il senso dell’odorato è il più spirituale di tutti i sensi e porta a scoprire il profumo della presenza dello Sposo.

Ad ogni coppia auguriamo di vivere la vocazione matrimoniale “impregnati” del Profumo del Maestro affinché esso si espanda e penetri anche fino all’angolo più nascosto dell’anima di ogni fratello e sorella che incontriamo.

ESERCIZIO PER ESPANDERE AMORE

Poiché l’incontro con Cristo coinvolge tutti i sensi dell’uomo, che devono però essere trasfigurati dallo Spirito santo, ordinati dalla fede e allenati dalla preghiera, proviamo a far ritornare al nostro olfatto due profumi:

– il primo, quel profumo del nostro sposo\a che più ci ha portato gioia (ad esempio il profumo del primo appuntamento, del dopobarba, della cena preparata per accoglierlo dopo una giornata di lavoro, dei fiori ricevuti dal lui\lei, ecc…)

– il secondo, quel profumo che invece ci rimanda a un momento triste che abbiamo vissuto come coppia (ad esempio l’odore che associamo ad un litigio, alla solitudine, ad una malattia)

Fatto ciò, poniamoci davanti alla Parola di Dio che sta nell’angolo di preghiera della nostra casa e, in silenzio, con dell’olio di nardo facciamo un segno di croce sul naso del nostro coniuge affinché le fragranze dei momenti tristi siano trasfigurate in respiri di vita.

Successivamente, accendendo due bastoncini d’incenso diciamo insieme

«Come profumo d’incenso salga a te questa nostra preghiera» (Sal 141,2):

PREGHIERA DI COPPIA

O Cristo, nostro Sposo e Maestro, aiutaci

a non guardare come Giuda il prezzo del nardo, ma a contemplare l’amore di Maria; a non guardare come Giuda il mancato guadagno, ma a gustare il profumo che riempie la nostra casa; a non guardare al costo dell’unguento, ma ad imparare la generosità dell’amore sponsale e dell’amicizia fraterna. A noi hai consegnato un vaso di nardo, 300 grammi di amore: questa vocazione, affinché giorno per giorno, ora per ora, goccia per goccia, come il profumo più caro, imparassimo a versarlo per qualcuno: il coniuge, un figlio, un amico, un povero, la comunità, la Chiesa. Ma prima di tutto lo abbiamo versato su di Te, per sentire il profumo del «più bello dei figli dell’uomo». Ed ora, bruciando l’incenso del nostro amore vogliamo inondare il Tuo cuore della nostra letizia e insieme, tu in noi e noi in te, invaderemo il mondo dell’Essenza sponsale che inspiriamo.

Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Perchè mi arrabbio così tanto? Colpa delle mie ferite

Oggi vi parlo di una grande conquista che sono riuscito ad ottenere solo pochi giorni fa. Dopo 48 anni di età, 21 anni di matrimonio e 4 figli ormai cresciuti. Per dire che non è mai troppo tardi.

Erano i primi giorni di scuola. Quando riesco accompagno io Francesco e Maria perchè il loro istituto è vicino al mio posto di lavoro. Quel giorno Francesco, come accade sovente, aveva perso tempo ed eravamo usciti con una decina di minuti di ritardo. Nella mia città, come penso nella maggior parte delle altre, perdere anche solo dieci minuti può significare restare imbottigliati nel traffico.

Quando mi trovo in questa situazione, e come ho scritto succede spesso, mi arrabbio tantissimo. Perdo il controllo e mi succede di urlare a mio figlio. Sento proprio una forte rabbia e mostro la parte più aggressiva. Francesco ha paura di me quando succede questo e io ogni volta capisco di sbagliare ma ci ricasco.

Detto che lui deve imparare a rispettare gli orari, voglio concentrarmi sulla mia reazione. L’ultima volta che è successo mi sono fermato a riflettere. Mi sono reso conto che la mia reazione in queste occasioni non è proporzionata. Me la prendo troppo. Ho sempre dato la colpa allo stress, all’essere sempre di corsa, ai tanti impegni e preoccupazioni. Ma non è solo quello. Finalmente ho capito. Scoprire che nella sua mancanza di rispetto per gli orari leggo una mancanza di amore è stato un vero e proprio momento di epifania. Mi sono reso conto che, in questa situazione, riemergono le ferite non risolte e i traumi del mio passato. Le nostre esperienze passate possono influenzare profondamente il modo in cui percepiamo le situazioni e reagiamo ad esse. Ed è esattamente ciò che sta accadendo tra me e mio figlio. Capite come le nostre ferite ci influenzano e ci conducono ad atteggiamenti sbagliati? Mi spiego meglio.

E’ una ferita che mi porto dalla mia famiglia di origine, dalla mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha sempre servito in tutto, ma dove sono mancate le parole di incoraggiamento e la tenerezza. Solo rimproveri quando non facevo le cose bene. E così ho imparato a leggere ciò mi accade. Mi do da fare in mille modi per i miei figli, ma non mi viene riconosciuto. Anzi il mio aiuto viene in un certo senso disprezzato da Francesco che non è riconoscente e se ne frega facendo anche tardi.

Questo è ciò che le mie ferite mi fanno pensare e sentire. Ma non è così. Semplicemente Francesco è un tiratardi, è ancora immaturo su tanti aspetti. Finalmente ho capito che quella di Francesco non è una mancanza di amore. Meglio tardi che mai.

Basta poco per disinnescare delle dinamiche malate, basta poco per interrompere quella catena di sbagli che tutti i genitori commenttono. Da oggi sono certo saprò dare il giusto peso alle mancanze di mio figlio. Ho voluto aprire il cuore perchè tutti noi abbiamo delle ferite da disinnescare. Ci sono e ci saranno sempre ma inizieremo una guarigione quando riusciremo a dare loro un nome e non gli permetteremo di guidare le nostre scelte. Non si tratta di giudicare noi stessi come genitori, ma di lavorare su di noi per diventare genitori migliori. Questo processo può richiedere tempo e fatica, ma avrà un impatto significativo sul benessere e sulle relazioni all’interno della famiglia e sulla crescita umana dei nostri figli.

Antonio e Luisa

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L’autorità. Onore e onere.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 2,1-8) Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

In questi giorni la Liturgia propone la lettera a Timòteo, la quale è ricca di suggerimenti ed esortazioni sia per i pastori che per noi pecorelle; in questo brano vogliamo cogliere l’esortazione a pregare per coloro che stanno al potere. E’ interessante notare come la Parola di Dio non rigetti mai l’autorità umana, ma la sproni ad esercitarla nella Verità. Questo accade perché ogni autorità trova il suo principio ed il suo fine nella autorità del Padre, per questo l’autorità umana non viene rigettata né sminuita, ma le viene chiesto di essere conforme alla volontà di Dio.

Un re, un monarca, un capo di Stato è chiamato a governare bene, con rettitudine di intenti, deve verificare che le leggi siano moralmente buone e non disumanizzanti, ed è chiamato a promulgare leggi giuste e non inique, che rispettino una legge che sta più in alto rispetto alle leggi del suo Stato: la Legge di Dio Padre che è una legge che non ha tempo; se agisce così allora usa bene dell’autorità ricevuta ed il Signore lo arma con tutte le Grazie necessarie per portare a termine il proprio compito in mezzo al suo popolo.

Se, al contrario, un capo di Stato promulga leggi inique ed ingiuste, disumanizzanti e contrarie alla Legge di Dio, allora egli sta abusando del potere conferitogli; e questo vale per ogni autorità: il genitore per i propri figliuoli, il nonno per i propri nipoti, l’insegnante a scuola per i propri studenti, il capo-reparto per i colleghi, il dirigente aziendale per i propri sottoposti, il datore di lavoro per i propri dipendenti, ecc… ogni autorità trova il suo principio in Dio e quindi a Lui dev’essere sottomessa.

Qualora l’autorità dovesse imporre un comando immorale ed iniquo, le persone sottoposte non sono tenute ad osservarlo, anzi, sono tenute a disobbedire a tale comando per non offendere Dio:

(Atti 5,29) Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Tutto ciò finora richiamato è un aspetto insito nel quarto Comandamento: onora il padre e la madre. Sul versante educativo quindi vale esattamente per noi genitori ciò che vale per i capi di Stato. Nella storia della Chiesa ci sono stati casi di giovani santi che hanno disubbidito ad un comando iniquo del padre o della madre, l’esempio più eclatante e famoso è sicuramente quello di San Francesco d’Assisi.

Cari sposi, l’articolo di oggi non vuole essere una lezione di teologia morale o simile, ma vuole ricordarci che ogni dono di Dio porta con sé un’onere, se siamo genitori abbiamo una grave responsabilità nei confronti dell’educazione alla fede dei nostri figli, non possiamo disinteressarcene ed esimerci da questo compito relegandolo ad altri per comodità.

Anche gli sposi che non hanno figli naturali hanno un’autorità che va esercitata nel servizio alla santità l’uno dell’altra in primis, ma poi essa si estende nei vari servizi alla Chiesa che insieme decidono di vivere: per esempio verso i figli adottivi o in affidamento, verso i bambini del catechismo, verso i fidanzati dei percorsi pre-matrimoniali, verso gli ammalati che accudiscono, verso i poveri che aiutano, verso i ragazzi che frequentano l’oratorio ove essi operano come educatori.

Il Signore non è geloso né spilorcio nel donare tutti gli aiuti e le Grazie necessarie per esercitare al meglio l’autorità concessa, perciò non dobbiamo preoccuparci dell’aiuto divino poichè è meglio cercare innanzitutto il Regno di Dio, del resto il Signore stesso provvede ai suoi figli così come nutre gli uccelli del cielo.

Coraggio sposi, dobbiamo far di tutto per favorire l’incontro dei nostri figli/ragazzi con Cristo, se incontreranno Lui avremo regalato loro il dono più prezioso.

Giorgio e Valentina.

Il perdono è questione anche di memoria

Oggi vorrei offrire un’ulteriore motivazione per avere misericordia l’uno verso l’altro. Ieri padre Luca ci ha aiutato a capire che sia il perdono che l’amore sono possibili quando noi per primi ci riconosciamo amati e perdonati da Dio. E basta anche solo questo ma c’è dell’altro.

Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita matrimoniale il perdono dell’altro? Quante volte abbiamo ricevuto amore gratuito? Quante volte lui/lei si è donato nel servizio amorevole di ogni giorno? Quante volte ha sopportato i nostri atteggiamenti che non sempre sono stati  amabili e simpatici? Quante volte lui/lei c’era quando avevamo bisogno di una carezza, di una parola o semplicemente di una presenza? Quante volte ci ha ascoltato e sopportato il peso di una difficoltà o di una sofferenza con noi? Facciamo memoria di tutta questa ricchezza che ci è stata donata dall’altro in modo gratuito e per nulla scontato. Facciamo memoria del suo amore fedele. Facciamo memoria di tutto questo per ringraziare. Facciamone memoria per stupirci ancora. Facciamone memoria per quei giorni in cui la persona che abbiamo accanto non sarà così amorevole e così amabile. Facciamone memoria  e troviamo in Gesù e in quella memoria riconoscente la forza per restituire nel presente ciò che abbiamo ricevuto nel passato. Così sarà più facile perdonarci e ci troveremo senza difficoltà l’uno nelle braccia dell’altra in un amore che non può aver paura delle nostre fragilità perchè proprio in quelle fragilità si è perfezionato e rafforzato.

Per spiegare questa verità ho inventato una piccola storia che ho pubblicato nel libro Sposi profeti dell’amore.

Due giovani decisero di sposarsi. Si volevano bene e avevano il forte desiderio di formare una famiglia. Il giorno del matrimonio il sacerdote, che era loro amico e aveva visto il loro amore nascere e crescere negli anni, volle dare loro un consiglio: Cari ragazzi oggi è un giorno di festa e di Grazia. Vi sentite ricchi e grati per il dono che vi siete fatti l’uno all’altra davanti a Dio. Ricordate che ci saranno però periodi di carestia. Dovete fare come Giuseppe il figlio di Giacobbe. Ricordate la sua storia? Quello che fu venduto dai fratelli e finì in Egitto. Ecco, lui consigliò al faraone di far riempire i granai durante gli anni di abbondanza e per questo gli egiziani non soffrirono la fame durante gli anni di carestia. I due giovani si guardarono perplessi senza capire. Il sacerdote cercò di spiegarsi meglio: Il grano che dovete mettere da parte è l’amore che vi date, tutti i gesti di servizio, la tenerezza, la cura, l’ascolto, il sostegno, la complicità, l’abbandono. Insomma, tutto il bene che vi fate. Quando siete particolarmente grati per qualcosa che avete ricevuto dall’altro scrivetelo su un biglietto e mettetelo nel granaio, da parte. Vi tornerà utile. I due sposi non capirono a cosa potesse servire ma decisero di farlo perché dopotutto era una bella cosa. Passarono i mesi e gli anni. Erano arrivati i figli, la quotidianità piena di impegni, la fatica, lo stress. Si erano un po’ persi di vista. Una sera il marito, tornato più stanco e nervoso del solito, tratto particolarmente male la sua sposa, con freddezza e irritazione. Lei si offese, si sentì ferita, e andò in camera. Era lì presa da mille pensieri negativi quando vide la scatola dove conservava i bigliettini con tutti i gesti d’amore ricevuti dal suo amato. D’un tratto capì quello che aveva voluto dire il sacerdote il giorno delle nozze. Iniziò a leggere tutto quel bene che aveva ricevuto e improvvisamente l’offesa ricevuta le sembrò ben poca cosa. Riuscì a darle il giusto peso. Si alzò e andò ad abbracciare il suo sposo.

La nostra storia è un tesoro da non sprecare, l’amore che ci siamo dati in tutti questi anni di matrimonio. Ci saranno periodi di siccità e di povertà anche tra di noi, ma avremo i granai pieni di piccoli gesti messi da parte in tanti anni. Custodiamoli nel cuore e ricordiamoci di attingere ad essi quando ci sentiremo poveri e lontani.

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Si può amare così?

Cari sposi, non è una coincidenza ma una “Dio-incidenza” che scriva queste brevi righe nel bel mezzo del week-end di Retrouvaille.

Questo mi riporta a quando è iniziato per me questo cammino con gli sposi, l’input iniziale provocato proprio dal rimanere sbalordito dinanzi a una testimonianza ascoltata in quel ritiro. La coppia stava condividendo la fase della decadenza della relazione, in cui ci furono più episodi di tradimento e di violenza domestica. Ricordo assi bene il mio stupore commosso nel constatare che, nonostante la durezza e drammaticità del racconto, comunque loro due fossero proprio lì a raccontarlo e da allora mi sono chiesto sempre: “ma si può amare così?” Cioè, può una coppia perdonare così tanto, sopportare tutto quel dolore, arrivare a un tale abbassamento? Non è a rischio la dignità personale?

È esattamente quello che Gesù vuole trasmettere a Pietro con la parabola dei due servitori indebitati. Se traducessimo in Euro i due valori menzionati da Gesù avremmo da un lato i 10.000 talenti che corrisponderebbero circa a 6 miliardi del primo contro i circa 1800 € del secondo!

Ma perché tale sproporzione? Cosa vuole comunicarci Gesù? Che i peccati che commettiamo offendono anzitutto Lui, il Suo Cuore, la sua Bontà infinita. Finché non tocchiamo con mano il senso tremendo del peccato, non ci convertiremo mai: in noi “l’Amore non è amato!”, come gridava san Francesco in lacrime.

Santa Teresa D’Avila partì proprio da qui, è lei stessa a raccontarcelo: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” (Il libro della mia vita).

Capiamo così perché Gesù ci preavvisa che ci vorrà addirittura la Persona divina dello Spirito Santo a convincerci del peccato, cioè a donarci il giusto sguardo su di esso, affinché poi possiamo ad aprirci alla Sua Misericordia. Senza questo convincimento interiore, tutti faremmo la fine del secondo servo, il quale sta a simboleggiare la cecità e chiusura del cuore che dimostriamo nel valutare e soppesare le mancanze altrui piuttosto che piangere e commuoverci per le nostre.

Per voi sposi è fondamentale questo passaggio! Di per sé il matrimonio è un campo di conflitti quotidiani. Ferite piccole o grandi possono essere all’ordine del giorno e se non si vive con la consapevolezza di essere stati redenti da Gesù, di essere stati perdonati sulla Croce una volta per tutte, il rischio di vittimizzarsi e di scaricare sul coniuge tutte le nostre frustrazioni e fastidi è sempre dietro l’angolo.

Concludo con una bella testimonianza di una moglie che nel suo percorso di guarigione di coppia ha incarnato bene l’insegnamento odierno di Gesù: “In un momento ben preciso ho percepito di avere un gran bisogno del perdono, prima di tutto del perdono di mio marito ma anche del perdono di Gesù, che si­curamente tanto avevo fatto soffrire. E quando mio marito mi ha confidato i suoi tradimenti occasionali ho potuto perdonarlo, in quanto ero ormai consapevole che anch’io avevo la responsabilità di non averlo ama­to abbastanza” (Retrouvaille, Dalla Croce alla rinascita, pag. 139).

Quindi, care coppie, potete dirlo con coraggio: sì, si può amare così, come Gesù, perdonando 70 volte sette. Il dono è già nel vostro cuore e lo Spirito vi accompagna senza sosta per aiutarvi a raggiungere la mèta.

ANTONIO E LUISA

Non posso che cofermare le parole di padre Luca. Noi spesso non siamo capaci di rialzare il nostro coniuge. Quando lui/lei sbaglia, quando ci ferisce, quando tradisce il nostro amore noi non siamo capaci di rialzarlo. Facciamo come il servo malvagio. Paga ciò che devi. Non mi interessa ascoltarti, non mi interessa capire, non mi interessa starti vicino. Quante volte davanti all’errore dell’altro lo uccidiamo dentro di noi, non gli permettiamo di rialzarsi, non lo aiutiamo a rialzarsi, ma lo schiacciamo al suolo con la nostra durezza e con la nostra chiusura.

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“Uccisero anche i bambini”

Cari sposi,

            è proprio dell’altro giorno, domenica 10 settembre, una beatificazione senza precedenti nella storia della Chiesa: un’intera famiglia polacca, composta dai genitori e i loro 7 figli, ha raggiunto il penultimo gradino verso la gloria degli altari, per essere stati trucidati tutti assieme il 24 marzo 1944 da soldati nazisti. Erano stati considerati “colpevoli” di aver dato alloggio a due famiglie ebree, i Goldman e i Szall, nella soffitta di casa loro, nel tentativo di preservarli dai campi di sterminio.

È appena uscita la loro storia nel libro “Uccisero anche i bambini”, frutto di un’accurata inchiesta giornalistica compiuta dalla vaticanista dell’Ansa Manuela Tulli insieme con Pawel Rytel-Adrianik, responsabile della sezione polacca di Vatican News e di Radio Vaticana. Vi invito a leggerlo per cogliere tanti dettagli di questa meravigliosa storia di amore, culminata direttamente in Cielo.

Alla celebrazione, avvenuta proprio a Markowa, il loro villaggio natale, non era presente Papa Francesco bensì il Prefetto della Congregazione vaticana delle Cause dei Santi, il Card. Marcello Semeraro. Vorrei estrapolare due passaggi particolarmente significativi della sua omelia:

I nuovi Beati ci insegnano, prima di tutto, ad accogliere la Parola di Dio e sforzarci ogni giorno per compiere la sua volontà. Gli Ulma la ascoltavano come famiglia nella liturgia domenicale e poi prolungavano la sua meditazione a casa, come si evince dalla Bibbia da loro letta e sottolineata”. Questo per dire che non erano persone particolarmente dotte o colte ma vivevano una spiritualità semplice, cordiale, concreta e ordinaria. Ci insegnano ancora una volta che gli Sposi hanno tutti i mezzi per vivere santamente il loro amore reciproco non andando altrove ma vivendo la quotidianità.

Inoltre: “dall’ascolto della Parola del Signore fu plasmato, di giorno in giorno, il loro coraggioso programma di vita. In essi ha operato perfettamente la grazia santificante del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, fra i quali emerge in maniera evidente la bellezza e la grandezza del sacramento del Matrimonio. Vissero dunque una santità non soltanto coniugale, ma compiutamente familiare”. Ed ecco i vostri grandi aiuti: i sacramenti e la Parola, con cui Gesù si rende presente nella vostra vita a prescindere dall’esserne degni.

Due ultimi dettagli molto belli sono che la loro memoria liturgica è stata fissata nientemeno che il 7 luglio, anniversario del loro matrimonio. Un segno che indica come la Chiesa riconosce nella grazia nuziale il punto di forza per la loro santità.

E in secondo luogo, sorprende particolarmente vedere incluso nei beati anche il più piccolo dei sette figli, senza nome perché morto quando ancora era nel grembo di mamma Wiktoria. La quale, proprio a causa del trauma delle uccisioni a cui assistette, ebbe spontaneamente le doglie al punto che il piccolino nacque solo parzialmente. Notate bene che è il primo feto ad essere dichiarato beato, un’ulteriore conferma della sacralità della vita, anche quella ancora non nata.

Cari sposi, abbiamo una nuova storia straordinaria e al contempo semplice, commovente per l’amore che promana. Un segno indelebile e senza inversioni di marcia che la Chiesa crede in voi, crede nella santità coniugale e familiare. E abbiamo degli amici in Cielo che intercederanno certamente per tutti quegli sposi che vogliono seguire Gesù nella concretezza della propria vita.

Padre Luca Frontali

Cercate un libro per riflettere coi ragazzi sulla sessualità? Ve ne presentiamo uno…

Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi è un libro che ho scritto e pubblicato per l’editrice Punto famiglia. L’ho pensato soprattutto per gli adolescenti e il mio sogno è che entri nelle scuole (non solo nelle parrocchie, come già succede), perché i fatti di cronaca recenti (penso a Palermo e Caivano, ma non sono certo de casi isolati) ci mettono davanti ad un’emergenza educativa che non può aspettare.

La scuola ha il potere e il dovere di raggiungere i nostri ragazzi più smarriti. Ho concepito questo testo come un percorso a tappe su varie tematiche legate all’affettività e alla sessualità umana. L’impostazione è laica (sebbene alla base ci sia un’antropologia cristiana), proprio perché possa essere adottato anche come strumento di lavoro nelle scuole superiori (o già dalla terza media). Ecco solo alcune delle numerose tematiche che trovate all’interno:

Cosa c’è di diverso tra la sessualità umana e la sessualità nel mondo animale?

Perché abbiamo un corpo sessuato?

Come si origina la vita? Quando avviene il concepimento?

Che cos’è concretamente l’aborto?

Quando una relazione può essere definita “d’amore” e quando invece dell’amore ha solo la parvenza?

Che cosa significa essere vergini e perdere la verginità?

Cosa rende una relazione rispettosa e solida?

Quando è il momento giusto per fare l’amore?

Perché la pornografia fa male?

La peculiarità del testo è che porta i ragazzi a interrogarsi in prima persona. Le riflessioni e le testimonianze proposte sono seguite, infatti, da domande, cui i lettori devono rispondere, riempiendo degli spazi bianchi lasciati appositamente. Quando studiavo al liceo, mi colpiva l’arte della maieutica utilizzata da Socrate: egli era certo che la verità si trovasse già nel cuore umano e sentiva il compito di tirarla fuori, non tanto di inculcarla. Il testo è concepito un po’ nello stesso modo. Sebbene io non abbia la saggezza e l’arguzia di Socrate, credo che il bene sia già presente nell’animo dei ragazzi: compito dell’adulto, dell’educatore, è aiutarlo a scoprirlo. Il libro vuol essere un aiuto in questo senso.

L’educatore, però, deve esserci e non può essere Internet. Una volta intervistai una psicoterapeuta, che mi disse: “Tanti ragazzini ricevono le loro primissime informazioni sul sesso dai coetanei, dai compagni più grandi o da Internet, perché in famiglia non se ne parla. Questo non va bene: il ragazzo in formazione deve avere un adulto di riferimento che prenda l’iniziativa, che vinca l’imbarazzo, che non mostri il sesso come un tabù. Tutto ciò che si vive come un tabù, alla fine, si vive male… Incoraggio i genitori a parlarne, ad ascoltare le domande dei figli! L’adulto deve fare il primo passo, così la figlia o il figlio capisce che non è nulla di scandaloso… è una sfera che fa parte della vita umana!

C’è, purtroppo, la tendenza a non parlare di sesso in famiglia. Ne ebbi la conferma anche da una docente di teologia morale, che durante un corso affermò: “Sono andata a parlare di sessualità e teoria del gender ai seminaristi. Prima di iniziare, ho chiesto loro: ‘Quanti di voi hanno ricevuto un’educazione sessuale in famiglia?’ Erano circa quaranta persone. Hanno alzato la mano in tre…

Non possiamo permettere che l’educazione sessuale ricevuta dai ragazzi sia limitata ai contenuti che trovano su Internet, anche perchè purtroppo sulle reti spesso ciò che trovano è la pornografia. Di recente mi è capitato sottomano un report intitolato “Adolescenti e Pornografia”, dal quale emerge un quadro a dir poco agghiacciante. I dati riguardavano l’America, ma, purtroppo, interpellano anche noi europei.

Da un campione di 1300 ragazzi tra i 13 e i 17 anni, è emerso che ben il 73% degli intervistati (75% dei ragazzi e 70% delle ragazze) usufruisce della pornografia online. L’età media in cui hanno iniziato è di 12 anni, ma vi è anche chi è entrato in quel mondo prima. Molti di loro navigano su questi siti negli orari scolastici. Di coloro che hanno risposto “Sì” alla domanda “Hai guardato pornografia nella scorsa settimana?”, l’80% ha dichiarato di aver assistito a qualcosa che somigliava ad uno stupro, a soffocamento o di aver comunque visto scene in cui qualcuno soffriva durante il rapporto sessuale.

Il fondatore e CEO di “Common Sense Media James Steyer”, nella sua introduzione a questo rapporto, che in lingua originale ha il titolo di “Teens and Pornoography”, ha affermato che i risultati dovrebbero allarmare genitori e educatori, poiché si tratta ormai di un problema di salute pubblica. Altre ricerche parallele, mostrano infatti come il consumo giovanile di pornografia sia associato a: aumento dell’aggressività sessuale, ansia e depressione, problemi di relazione interpersonale, comportamenti sessuali pericolosi.

Non possiamo stare con le mani in mano, mentre i giovani si rovinano il futuro con questa immondizia. Hanno il diritto ad essere educati alla tenerezza, non al possesso e alla violenza. Sesso, amore, corpo, mente, anima: c’è un universo dietro ognuna di queste parole. Eppure, quando si parla di sessualità spesso si pensa che sia sufficiente proporre la contraccezione o i metodi per evitare malattie.

No, non basta distribuire dei condom. Cari ragazzi, meritate un accompagnamento degno di questo nome. Perdonateci se non sempre noi siamo capaci di starvi vicino; se non siamo all’altezza delle domande più grandi e profonde che portate nel cuore. Scusateci, davvero. È che, forse, a volte, noi adulti siamo più smarriti di voi.

Cecilia Galatolo

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La sessualità: un grande dono nel fango

Davanti agli occhi di tanti una pubblicità di una nota marca di abbigliamento: una giovane donna sdraiata a terra, che cerca apparentemente di difendersi dalle richieste sessuali di un giovane maschio, mentre i suoi amici stanno a guardare soddisfatti. Come queste tante altre proposte pubblicitarie, che per fini  puramente commerciali sottolineano l’urgenza del bisogno sessuale, in particolare quello dei maschi, da soddisfare ad ogni costo per raggiungere la felicità insieme a nuovi prodotti di consumo. Per non parlare del mercato pornografico che oggi entra nelle nostre case inavvertitamente attraverso internet. Un’indagine mette in luce come oggi un bambino di 8 anni ha già assistito (senza cercarla) almeno a una scena porno. Sembra quasi impossibile sottrarsi ad un bombardamento continuo, martellante, ossessivo di messaggi implicitamente o esplicitamente sessuali, messaggi che banalizzano la sessualità umana, generano dipendenze e disincanto

 Poi accadono avvenimenti, come i recenti terribili episodi di stupro a carico di ragazzine adolescenti in gran parte ad opera di minorenni (vedi Palermo, Caivano, Trieste, ecc.). Tutta la società sbigottita ( purtroppo solo per alcuni giorni) reagisce alla ricerca delle responsabilità, dimenticando quanto giustamente sottolinea il filosofo Salvatore Natoli: quando c’è una iperstimolazione dei bisogni sessuali, è più difficile riuscire a controllarli e, quando non esiste la possibilità più o meno immediata della soddisfazione, “può accadere – e di fatto accade – che qualcuno si appropri con la forza di ciò che non è disponibile.”

Dobbiamo riconoscere, con onestà, che pur vivendo in un mondo dove si parla con molta più disinvoltura di sesso, siamo  tutti abbastanza impreparati su questo tema cosi affascinante e misterioso. Senza inutili scoraggiamenti, senza dire “ormai e troppo tardi”, tutti possiamo fare qualcosa per formarci e formare e cosi contribuire,  impegnandoci quotidianamente con coraggio e determinazione, ad arginare dal nostro piccolo angolo di mondo, la violenza sessuale, la mancanza di rispetto per le donne, l’ignoranza diffusa dei più elementari principi etici.

Dobbiamo prendere sempre più consapevolezza  che tutti i bisogni del nostro corpo vanno riconosciuti, valorizzati  ma anche  educati. In particolare la pulsione sessuale che contiene in sé una naturale spinta al dono di sé ma anche una forte spinta egocentrica.  Essa è come un fiume in piena che, se non ha degli argini ben definiti,  straripa e si disperde, abbattendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Ovviamente se uno nella vita non è educato alla gestione di tutti i suoi bisogni (dalla fame, sete ecc…) non sarà possibile una gestione isolata solo dei suoi bisogni sessuali. Una educatore deve essere sempre capace anche di porre, con dolcezza ma decisione, dei limiti, di dire dei no, per fare indirettamente anche  un’opera di educazione alla sessualità e alla affettività

 In questo discorso i primi protagonisti sono i genitori ma stretti in una forte alleanza con tutti gli educatori presenti nel loro territorio. Nessuno può più dire: siamo impotenti. Si tratta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri bambini e bambine, dei nostri giovani travolti da un mondo che ha rubato loro la semplicità, l’allegria, l’innocenza. Oggi più di prima, i genitori devono avere il coraggio di parlare presto, con chiarezza e semplicità di argomenti una volta tabù: differenze sessuali, rapporti sessuali, fecondazione, orientamento sessuale, transgender, ecc. fin dalla scuola primaria, utilizzando  via via le parole più adatte. Ne abbiamo parlato ampiamente in un nostro piccolo libro edito da città nuova Educare all’amore e alla sessualità a cui vi rimandiamo per approfondire. Intanto iniziamo con un no deciso alla  banalizzazione della sessualità, al modo sbagliato con cui ci si approccia ad essa, a quelle modalità che fanno venir fuori solo il suo lato istintivo e non fanno leva sul buono, sul vero, sul bello nascosto in ognuno di noi, anche in chi aggredisce e violenta.

Diceva recentemente p. Francesco ai gesuiti in Portogallo: “Io non ho paura della società sessualizzata, no; mi fa paura come ci rapportiamo con essa, questo sì. Ho paura dei criteri mondani. Preferisco usare il termine «mondani», piuttosto che «sessualizzati», perché il termine abbraccia tutto”.

L’educazione alla sessualità e all’affettività deve partire da un’educazione al rispetto per se stessi e per gli altri,  per arrivare a scoprire la bellezza del maschile e del femminile, creata proprio per raggiungere la pienezza dell’unità, conservando le reciproche differenze.

Ci sembra fondamentale anche aiutare i giovani a crescere nell’autostima, a diventare persone autonome, a non avere continuo bisogno di appoggiarsi agli altri per non cadere. I fatti di cronaca appena citati evidenziano che spesso questi  episodi avvengono in branco; ognuno trova coraggio nell’altro e insieme si fanno cose che da soli non si penserebbe mai di fare. Soprattutto nell’adolescenza la ricerca di un gruppo di amici è un’esigenza vitale. Forse l’antico oratorio non è più di moda ma Don Bosco aveva avuto un’intuizione geniale, oggi  occorre inventarsi qualcosa di nuovo per favorire la grande strada dell’amicizia, tentando e ritentando senza scoraggiarsi, ma fare di tutto perché i nostri giovani siano inseriti in gruppi sani,  ben affiatati e finalizzati a mete non solo consumistiche.

Tra le  ultime cose preziose che Chiara Lubich ci ha lasciato, ci sono degli appunti del 2005, lapidari, che rivelano il suo genio pedagogico e indicano 4 piste indispensabili per ogni  educatore. Ci sono rimasti nel cuore e dicono, se ricordiamo bene, pressappoco cosi: è necessario con i giovani il dialogo, la vita insieme, i rapporti personali perché ogni ragazzo è unico, un ascolto carico di amore.

Ci rendiamo però conto che, soprattutto nella cultura odierna, per fare un bambino l’opera dei genitori non è sufficiente; ci vuole un “villaggio”, ma quando il villaggio è ammalato, allora i guai diventano seri. Occorre con urgenza che anche lo Stato e le varie istituzioni facciano la loro parte per non abbandonare i genitori,  da soli, di fronte al loro importante e logorante compito educativo.

Pensando a Caivano, certo il disagio sociale, la creazione di un ghetto isolato e abbandonato a se stesso, ha peggiorato il quadro. Tuttavia, pur senza voler sottovalutare assolutamente il disagio sociale, ci sembra che il discorso sia più vasto; i ragazzini coinvolti a Trieste non sembra che avessero problemi sociali gravi alle spalle.

Ci troviamo di fronte a una società liquida, che non è più in grado di orientarsi su niente e di trovare le motivazioni dei suoi comportamenti, con una scuola spesso ancora nozionistica, poco attenta ad una reale formazione integrale della persona, dove le ore dedicate alla formazione civica e morale sono pochissime e le ore importanti dedicate all’educazione sessuale diventano, in qualche caso, una serie di nozioni per evitare gravidanze indesiderate o malattie infettive. Ricostruiamo dunque questo villaggio un po’ fragile, valorizziamo tutto il buono che ancora c’è, lavoriamo in rete ma non arrestiamoci mai, anche se a volte gli ostacoli sembreranno insormontabili.

Maria e Raimondo Scotto

Per perdonare? Dobbiamo sentirci perdonati

Oggi continuo l’articolo sul tradimento di quindici giorni fa, oggi provo a balbettare qualcosa in poche righe sul perdono, è un argomento vastissimo e complesso. È davvero difficile perdonare, inutile girarci intorno, specialmente quando veniamo profondamente feriti, come nel caso appunto di un tradimento. Inoltre è un processo che richiede tanto tempo e in alcuni casi credo che non si possa dire di aver completamente perdonato una volta per tutte: infatti molti separati devono continuamente relazionarsi e parlare con il coniuge per la gestione dei figli e c’è sempre il rischio che il risentimento venga a galla, anche solo nei pensieri. Certamente la frequentazione con chi ti ha fatto del male non facilita le cose, ma può essere anche una verifica del livello in cui ci troviamo.

Il perdono, come dice la parola, è un “dono per qualcuno”, ma per chi? A meno che non ci venga richiesto in seguito a un pentimento, agli altri spesso non interessa proprio niente se li perdoniamo oppure no, vedi caso specifico in cui il coniuge inizia una relazione stabile con un’altra persona. Infatti sembra un controsenso, ma perdonare è come un boomerang, i primi che ricevono i benefici siamo noi: quando vivo nel rancore, nel risentimento, non sto bene, non sono in pace e non sono libero, è come avere una catena che mi limita i movimenti. Quando invece scelgo di perdonare mi sento sollevato, e non è che quello che è successo scompare (le ferite della passione di Gesù rimangono), ma viene tutto affidato a Lui, è un peso che consegno e non grava più sulle mie spalle. È un processo che richiede tempo, mi fanno ridere quei giornalisti che, dopo un fatto tragico, vanno dai parenti più stretti, come ad esempio i genitori e chiedono “Lei perdona?”; non sanno minimamente cosa stanno dicendo e quanto può essere intenso un dolore. Non si parla di giorni o settimane, ma almeno di mesi o anni per elaborare e perdonare di cuore. Per perdonare di cuore intendo farlo davvero fino in fondo e non fare finta di niente o più frequentemente perdonare, ma tenere pronte munizioni da scagliare alla prima occasione possibile. Ad esempio, ho un amico che è stato tradito dalla moglie: poi lei si è pentita e sono tornati insieme, ma a distanza di qualche anno lui si è voluto separare, perché non riusciva più ad andare avanti in quelle condizioni, non è stato in grado di perdonare di cuore.

Voglio sottolineare che per un separato, perdonare non significa che deve necessariamente tornare insieme se l’altro/a si pente e lo desidera: è certamente auspicabile, ma ci sono oggettivamente situazioni in cui non è possibile, specialmente se non c’è una fede che accomuna e un desiderio di camminare insieme. Aggiungo che dare il perdono di cuore non vuol dire mettersi in una posizione d’inferiorità e autorizzare l’altro a fare quello che vuole nei nostri confronti, trattarci male o umiliarci, sono due cose molto diverse: la nostra dignità non deve assolutamente permettere agli altri di continuare a ferirci e quindi vanno messe in atto tutte quelle azioni necessarie affinché ciò non accada.

Perdonare è molto difficile, non a caso nel Padre Nostro ci impegniamo a perdonare, ovviamente con il Suo aiuto, ma subito prima chiediamo di essere noi perdonati per primi: ecco, qui credo che sia il centro della nostra capacità di perdonare.

È vero che oggettivamente un tradimento è un peccato molto grave e che ognuno si assume la responsabilità delle proprie azioni sulla terra e in cielo, ma chi durante la giornata non fa dei piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio? In famiglia, al lavoro, con gli amici siamo sempre impeccabili, disponibili, altruisti, amabili e parliamo con amore? Io assolutamente no! Il sentirsi sempre debitori (anche solo per ogni nostro respiro, che non è scontato e su cui non abbiamo il controllo) e sentirsi perdonati ogni volta che pecchiamo sono la partenza per perdonare gli altri. Chi si sente “a posto”, chi pensa che “non fa nulla di male” e chi crede di avere la coscienza pulita, difficilmente riuscirà a perdonare. Inoltre tante volte non riusciamo prima di tutto a perdonare noi stessi, ci facciamo prendere dai sensi di colpa, oppure riteniamo che valiamo poco e non ci “meritiamo” il perdono. Ecco, alla fine tutto si riconduce al rapporto con noi stessi e a quello che abbiamo con Dio: diventano il pozzo da cui attingiamo per perdonare gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Buttare tutto nell’indifferenziato!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-11) Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! […] Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. […]

Questo brano paolino è una bellissima esortazione, se immaginiamo l’ardore con cui questo discorso possa essere rivolto da un pastore alle sue pecorelle, sicuramente ne verremmo edificati; se il nostro parroco ci parlasse con grande zelo con queste parole infuocate dallo Spirito Santo probabilmente sentiremmo quella fiamma ardere dentro il nostro cuore e ci spingerebbe a cambiare vita, in sostanza a convertirci con risoluta decisione.

Troppo spesso invece la Parola di Dio viene letta e/o ascoltata durante la S. Messa con superficialità, con freddezza, con distacco, con noia quasi fosse uno dei tanti discorsi propagandistici di qualche politico di moda; ed invece è una Parola viva ed efficace, ma ha bisogno dell’ascolto vero, dell’accoglienza altrimenti resta lettera morta o poco più. Per destare maggior interesse possiamo immaginare che sia il Figlio di Dio in persona a parlare al microfono delle nostre chiese, se ci fermiamo un attimo a pensare ci accorgiamo che Egli è Il Verbo fatto carne, perciò Lui è La Parola di Dio, La Parola del Dio vivente.

E, come spesso accade, La Sua Parola non ha mezze misure col peccato. Col peccato non si scende a compromessi, non si tratta, non si scherza. Il medico quando cura il paziente non si mette a dialogare con la malattia; usando l’immaginazione potremmo vedere il medico che con una mano infilza la malattia e con l’altra tiene per mano il paziente per incoraggiarlo e per ridestare in lui la voglia di combattere, per ravvivare la battaglia contro il male che lo attanaglia.

L’inizio è un po’ insolito con quel “[…[se siete risorti con Cristo“, ma sembra più una domanda retorica, come se Paolo volesse ricordare alle sue pecorelle che col Battesimo esse hanno cominciato una vita nuova. E lo sta dicendo sicuramente anche a noi sposi: cari sposi, se siete sposi in Cristo e siete risorti a vita nuova smettetela di accontentarvi di ciò che vi dà il mondo.

E’ tempo ormai di destarci dal tiepidume e di riprendere in mano la nostra vita nuova, il nostro Santo Battesimo che ci ha donato la vita di Grazia.

E’ un’esperienza che i genitori fanno con i propri figli, infatti quando ormai il bimbo è divenuto grandicello di solito lo esortiamo con parole simili : “adesso sei diventato grande, non puoi più comportarti come un piccolino“, sono parole che vogliono aiutare il bambino a rendersi conto della situazione attuale e nello stesso tempo spronarlo al miglioramento di se stesso, a superare la tappa dell’età inferiore e proiettarlo con gradualità verso l’età adulta. Similmente San Paolo si comporta come questo genitore che vuole proiettarci nell’età adulta, nell’età della vita di Grazia, la vita nuova in Cristo.

E per farlo è necessario abbandonare i comportamenti dell’età inferiore, ovvero i peccati sopra descritti. Assomiglia a quando si fa repulisti in casa, perché si trattiene solo ciò che ancora è utile o buono e si dà via l’inutile, il vecchio; assomiglia anche a quando riempiamo il sacco dell’immondizia indifferenziata: non si sta lì troppo a perdere tempo o perché non ce la si farebbe comunque o perché sarebbe troppo complicato, perciò si butta tutto nell’indifferenziata senza farsi inutili scrupoli.

E col peccato bisogna agire in egual misura, si getta tutto nell’indifferenziato, non possiamo trattenere qualcosa per noi, altrimenti non sarebbe un vero repulisti. Ci sono coppie che con la bocca dicono di avere fede, ma poi non buttano tutto nell’indifferenziato: si tengono qualche peccato come di scorta, quasi avessero paura di restarne senza, come se fossero gelosi dei propri peccati.

Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in fondo in fondo ci piace commettere questo o quel peccato, che non lo abbandoniamo perché lo sentiamo un amico intimo di coppia, di famiglia, ci siamo affezionati a quel peccato che ci dà la sensazione di poter ribellarci a Dio, quella oscura sensazione di sentirci i padroni di noi stessi foss’anche per pochi istanti della nostra vita, del nostro matrimonio. Ed invece il Matrimonio è un Sacramento, è come se quel genitore che sta spronando il bambino ad abbandonare i gesti infantili, dia insieme con l’esortazione anche i mezzi, gli strumenti per poterlo fare. E così fa il Signore con il Sacramento del Matrimonio. Cari sposi, non accontentatevi del povero (simil)matrimonio che vi dà il mondo, voi siete fatti per molto di più, siete fatti per l’eternità.

Giorgio e Valentina.

Correzione? È vera solo con amore.

Oggi vorrei riprendere l’argomento del Vangelo di ieri. Come sapete Luisa ed io non scriviamo che poche righe lasciando un commento più articolato al caro padre Luca che ci offre sempre spunti molto interessanti.

Ieri ho già anticipato qualcosa della mia riflessione ma credo vada approfondita perchè è una parte del matrimonio che spesso non viene compresa e interpretata male. Mi permetto di proporre alcuni punti di riflessione.

La correzione fraterna è fruttuosa solo dentro una relazione d’amore. Quanti litigi online, quante parole al vento. Quante offese. Spesso mi succede di assistere a persone che cercano di correggere i fratelli sui social. Ecco non fatelo. Non serve a nulla! Serve solo a malumori e scontri. Avrete anche le migliori intenzioni ma la vostra correzione non è accolta come tale ma come un giudizio freddo e spietato. E come tale sarà trattato con risposte piccate e spesso maleducate. Io ci sono caduto diverse volte. Adesso ho imparato. Difficilmente commento post di sconosciuti con i quali non mi trovo d’accordo. Una correzione è accolta come tale solo quando ci è donata (perchè di dono si tratta) da chi ci conosce e ha dimostrato di volerci bene. Solo così il nostro cuore sarà recettivo e aperto all’ascolto.

La correzione non può dimenticare la misericordia. Come ho scritto ieri, la correzione necessità dello sguardo di Cristo. Siamo capaci di essere quello sguardo di Cristo sull’altro? Lo sguardo che ha toccato Matteo, l’adultera. la Maddalena, Zaccheo e tanti altri. Persone che non si sono sentite rimproverare aspramente, nonostante lo meritassero, ma sono rimaste folgorate da chi le guardava con occhi pieni di amore e di desiderio.

Ma cosa significa esattamente questo? Significa che quando correggiamo o rimproveriamo nostro marito o nostra moglie, non dobbiamo farlo solo per esprimere la nostra frustrazione o per far sentire l’altro in colpa, ma dobbiamo farlo con uno sguardo di amore e misericordia. Dobbiamo cercare di comprendere le sfide, le debolezze e le difficoltà dell’altro, in modo da poter offrire una correzione che sia costruttiva e che favorisca la crescita e il cambiamento positivo.

Quando rimproveriamo l’altro con uno sguardo di misericordia, stiamo comunicando all’altro che ci preoccupiamo per lui, che crediamo nel suo potenziale e che vogliamo aiutarlo a migliorare. Questo tipo di approccio crea un terreno fertile per il perdono, la riconciliazione e il rafforzamento dei rapporti. D’altra parte, se rimproveriamo l’amato/a con uno sguardo severo e giudicante, è probabile che la persona si senta attaccata, respinta o addirittura ferita. Questo può danneggiare la fiducia e il legame tra le persone coinvolte e rendere difficile qualsiasi possibilità di crescita e cambiamento.

Quindi, la prossima volta che ti trovi nella situazione di dover correggere il tuo sposo o la tua sposa, prova a metterti nei suoi panni. Cerca di vedere le cose dalla sua prospettiva e chiediti come puoi aiutarlo nel modo migliore possibile. Lascia che lo sguardo di Cristo guidi le tue parole e le tue azioni, in modo che possa scaturire un effetto positivo e trasformativo nell’altro.

Rimproverare può servire a sfogare una frustrazione, ma poi nulla cambia. Solo lo sguardo di Cristo può salvare la persona che amiamo e noi possiamo essere quegli occhi prestati a Gesù che rendono reale e concreto quello sguardo. La correzione non è solo una questione di parole, ma anche una questione di cuore. Dobbiamo essere pronti a metterci in discussione, ad ammettere i nostri errori e ad essere disposti a crescere insieme. Solo allora possiamo veramente aiutare la persona che abbiamo sposato a diventare la migliore versione di sè stessa.

Il bene è bene e il male è male. Spesso succede che per evitare discussioni e tensioni uno dei due sposi evita di mettere in discussione il comportamento sbagliato dell’altro. Anzi a volte, per il quieto vivere, decide di assecondare quei comportamenti. Voglio essere molto chiaro e diretto. Mi riferisco all’intimità. Tuttavia, è importante essere molto chiari e diretti quando si tratta di questioni intime. Ad esempio, può succedere che degli uomini, cresciuti con l’educazione distorta della pornografia, desiderino mettere in pratica ciò che hanno imparato con la propria sposa. Questo può tradursi in richieste di sesso orale completo e, non di rado, di sesso anale. La donna non è felice di assecondare ma a volte si presta sentendosi poi non amata e in colpa per quanto fatto. Ricordate che il male resta male e diventa come un veleno che piano piano entra nella relazione. Quindi il mio consiglio è di non assecondare queste richieste. L’intimità è meravigliosa quando crea comunione. Questo modo di viverla fa solo sentire usate.

L’amore non è permaloso. Amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei (o lui) non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

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“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

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Il matrimonio secondo Pinocchio /11

Siamo alla fine del capitolo 6:

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. -Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi li occhi. – Sono io! – rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.

In queste poche righe che chiudono il sesto capitolo è racchiuso l’umano dramma della lontananza dal Padre e la Sua risposta nell’economia della salvezza. Abbiamo già meditato su come allontanarsi dal Padre ci faccia ritrovare in una stanza vuota, che è principalmente la stanza del nostro cuore, la stanza del nostro essere. Quando si vive così ci si ritrova come dei diseredati della regalità che pure ci era stata immeritatamente donata; e si vive, o meglio, si sopravvive come Pinocchio in una tranquilla incoscienza senza angosciarsi del proprio stato. Pinocchio, che è il prototipo di noi quando facciamo i “figliuol prodighi”, senza Geppetto

  • non riesce a fare quello che deve,
  • né a capire quello che sa,
  • né a volere quello che vuole,
  • né a essere quello che è.

E’ così anche per noi sposi quando ci allontaniamo dal Padre, basta fare qualche esempio:

  • non riusciamo a fare il nostro dovere di marito/moglie oppure di genitori: lo sappiamo che dobbiamo amare il nostro consorte con lo stile di Gesù ma non ci riusciamo.
  • non riusciamo a capire quello che sappiamo: non capiamo fino in fondo la fedeltà nonostante la sappiamo, non capiamo la gravità dell’aborto o della pornografia nonostante sappiamo essere male.
  • non riusciamo a volere quello che vogliamo: vogliamo un matrimonio felice ma non riusciamo a volerlo e restiamo nella sufficienza, rimane una relazione che a stento galleggia come una barca crepata, vogliamo perdonare ma non riusciamo a volerlo perché pensiamo di avere sempre ragione, vogliamo godere del Paradiso e non riusciamo a volerlo, la nostra vita sembra dire il contrario.
  • non riusciamo ad essere quello che siamo: siamo istituiti come sposi in Cristo, come icona dell’amore Trinitario e non riusciamo ad esserlo nemmeno tra le nostra mura domestiche e all’esterno testimoniamo solo lamentele.

Quando si vive lontano dal Padre la vita scorre col suo tran-tran ma l’anima è come intorpidita, e come Pinocchio “seguitiamo a dormire e a russare, come se i nostri piedi siano quelli di un altro“; facciamo cose ma come degli automi, come se un giorno sia uguale all’altro, non ci accorgiamo che la Grazia opera continuamente perché stiamo russando forte.

Finalmente qualcuno bussa alla porta del nostro cuore, e non a caso avviene “sul far del giorno“, chiaro richiamo all’alba della Risurrezione, ma soprattutto è stupefacente la risposta di Geppetto con quel: “Sono io“. Un frase ricorrente nella Parola di Dio come la voce del roveto ardente che dice a Mosè :”Io sono” (Es 3,14); Gesù ai Giudei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24); ancora Gesù ai soldati che stanno per arrestarlo: “Sono io“.

La nostra risurrezione, la risurrezione del nostro matrimonio, non comincia fino a quando non ci “svegliamo” perché percepiamo una presenza: quel “qualcuno” che bussa alla porta del nostro cuore. Al risonare della voce di Geppetto, Pinocchio si rende finalmente conto della propria miseria e insieme intravede la strada per uscirne, nella presenza di colui che lo può ricreare, ed è così anche per le molte conversioni avvenute dopo che si è toccato il fondo, il Signore nella Sua infinita Sapienza permette tutto ciò per trarne un bene ancor maggiore.

Ci sono molte testimonianze di sposi – alcuni li conosciamo di persona – che stavano dormendo e russando forte alla stregua di Pinocchio: il loro matrimonio era sull’orlo non di una crisi ma di una separazione già quasi in atto, vivevano sotto lo stesso tetto come due sconosciuti… poi “sul far del giorno” sentirono bussare alla porta del loro cuore e cominciò la Risurrezione.

La redenzione è, in primo luogo, una manifestazione di esistenza; la salvezza si gioca sul piano dell’essere e non delle idee : la presenza nel nostro cuore di Colui che si definisce “Io sono“, l’inabitazione nel nostro essere di Colui che è, la sempre più perfetta sovrapposizione del Suo Essere con il nostro essere.

Cari sposi, vogliamo risorgere a matrimonio nuovo? Cominciamo ad accorgerci di tutte quelle volte in cui sentiamo bussare alla porta del nostro cuore e sentiremo la voce del Signore: “Sono io“.

P.S. : la porta del nostro cuore ha la maniglia solo all’interno.

Giorgio e Valentina.

Contemplare Maria Santissima nella sua infanzia

Riccardo: nella festività della nascita di Maria Santissima siamo invitati a contemplare la mamma celeste nella sua infanzia. Come ci ha detto una sorella del ordine delle suore della carità del santuario di Maria Bambina di Milano: Lei è piccola, però è grande. Maria desidera la nostra tenerezza, il nostro affetto di figli; vuole essere presa in braccio da noi ed essere cullata come segno del nostro amore per Lei.

Alessandra: pur essendo io nata l’otto settembre, vi potrà sembrare strano, ma fino alla mia seconda gravidanza, quella del nostro Pietro di tre anni, non avevo mai visto una raffigurazione o una statuina di Maria Bambina, non conoscevo neanche questa forma di devozione a Lei. Era marzo del 2020 e ci trovavamo in pieno lockdown, ero al terzo mese di gravidanza ed ero ricoverata nel reparto di patologia della gravidanza della Mangiagalli a Milano, per sottopormi ad un delicato intervento chirurgico.

La sera prima dell’intervento ero davvero spaventata a morte e mi sentivo sola, non potendo abbracciare mio marito. Quanto avrei voluto averlo lì vicino a me, invece le misure anti-covid prese dal governo, mi costrinsero a salutarlo dalla finestra della mia stanza. La mia gravidanza era davvero un miracolo, perché arrivata dopo mesi di ricerca, di preghiere e di pellegrinaggi. Temevo che quella creatura potesse nascere gravemente prematura come già accaduto alla sorellina subito salita al cielo dopo il parto.

Accesi il televisore e mi misi così a recitare il Santo Rosario in diretta da Lourdes. Si stava facendo un po’ buio, cercai quindi di accendere la luce sopra al mio letto, ma non ci riuscivo perché c’era incastrato qualcosa, con mia sorpresa vidi poi cadere un santino che raffigurava Maria Bambina con la preghiera della mamma in attesa. Recitai quella preghiera con il mio sposo per tutto il periodo della gravidanza, ma non portai via con me quel santino, lo fotografai con il telefono e lo rimisi a posto, pensai che un’altra mamma con una gravidanza a rischio ricoverata li avrebbe potuto sentirsi isolata e sconfortata come me e allora Maria Bambina sarebbe venuta subito in suo aiuto.

Qualche tempo fa vidi in un negozio di antiquariato una statuetta di Maria Bambina sotto una campanella di vetro, decisi di acquistarla e di porla in un punto centrale e di passaggio della casa dedicandole un piccolo angolo fiorito. Scoprii poi che statuine come la mia venivano portare come regalo di nozze agli sposi in modo da divenirLe così devoti; Maria vuole davvero sentirsi accarezzata e benvoluta da ogni coppia di sposi cristiani e per questo si fa piccola! Lo fa per potersi far coccolare fra le loro braccia come pargoletta.

Riccardo: Da tempo avevamo quindi il desiderio di visitare il santuario di Maria Bambina delle suore della carità, ma essendo lontano da casa nostra abbiamo sempre rimandato, finché a fine agosto lo Spirito Santo ci ha presentato “casualmente” un articolo su Avvenire che esponeva il programma per la festa della natività di Maria Bambina presso quel santuario con l’inizio della novena a Maria Bambina in data 30/08. Abbiamo così esclamato: Ecco fra tanti impegni ci eravamo dimenticati, è vero tra poco è la sua festa! siamo ancora in tempo a iniziare la novena.

E così il giorno dopo, dopo un tragitto in macchina e due linee della metropolitana siamo arrivati in zona Crocetta, vicino al santuario. Avevamo anche deciso di approfittarne visto il lungo tragitto e confessarci al Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (a pochi metri dal santuario di Maria Bambina). Con nostra grande sorpresa ci siamo accorti che veramente lo Spirito Santo non ci conduce mai in un luogo per caso e in un momento qualunque perché abbiamo scoperto che questa chiesa è conosciuta come la chiesa degli sposi. Infatti, secondo una antica tradizione, gli sposi di Milano, dopo la celebrazione del sacramento del matrimonio nella propria parrocchia, si recavano presso il santuario per portare fiori alla Beata Vergine Maria e ricevere la benedizione. Molti sposi ritornavano poi per il loro anniversario. Ancora oggi, in questo santuario di Maria presso San Celso, viene celebrata una Santa Messa ogni ultima domenica del mese alle ore undici per i coniugi e le famiglie che in quel mese festeggiano il loro anniversario di nozze.

Ma le sorprese da parte dello Spirito Santo non finivano qui, infatti abbiamo poi notato che nel santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso sono presenti gli abiti del Beato Cardinal Schuster e pensate il 30 agosto, giorno della nostra visita in quel santuario era proprio il giorno della memoria del Cardinal Schuster. Tutto ciò è davvero incredibile, perché ci porta alla comprensione che forse noi non sappiamo dove stiamo andando (avevamo letto che presso il Santuario di Santa Maria dei Miracoli si svolgevano sempre le confessioni durante gli orari di apertura del santuario e siamo andati lì solo per quello), però Lui ha già tracciato il Suo percorso per noi ed è veramente stupendo! Ogni cammino dello Spirito Santo ci ha sempre condotti a un sentimento di stupore ed è questo l’atteggiamento a cui noi cristiani siamo continuamente chiamati: all’adorazione che è lo sguardo di un bambino che davanti ai disegni del Padre con stupore si porta una mano alla bocca e fa wow!

Alessandra: Ci siamo poi recati al Santuario di Maria Bambina per iniziare insieme alle suore della carità la novena a Maria Bambina e siamo venuti a conoscenza di una tradizione: quella di iscrivere i nuovi nati  sul libro dei bambini di Maria Bambina; le suore hanno così iscritto Pietro dopo aver ascoltato la nostra testimonianza, ci hanno consegnato una pagellina con scritto il suo nome e con all’interno una medaglietta che i genitori si impegnano a far portare al proprio figlio quando diventerà più grande, un pezzetto di cotone strofinato sulla statua Santa di Maria Bambina e un santino con la preghiera della mamma per la sua creatura. Le suore della carità ci hanno inoltre dato in dono un capo culla con Maria Bambina con fiocco azzurro che secondo l’usanza la mamma prendeva l’impegno di far baciare ogni sera al suo bambino finché non avesse imparato la preghiera dell’Ave Maria.

Essendo  arrivati con largo anticipo per il Santo Rosario e la Santa messa, siamo saliti dietro l’altare, attraverso una scalinata, per pregare Maria Bambina proprio ai suoi piedi e in quel momento faticavo a trovare le parole, anche se una supplica nel nostro cuore c’era, ma tanta, troppa era la gioia; avevo solo la vista annebbiata per le lacrime negli occhi che cercavo di trattenere e abbiamo pregato così Maria Bambina: vorremo tenerti in braccio, cullarti tra le nostre  braccia di genitori, accarezzare le tue guancette rosee e dirti quanto ti vogliamo bene. Una sorella poi ci disse: la vostra intenzione è già stata accolta, avete preso in braccio Maria Bambina.

Riccardo: avevamo già intuito con la nascita del nostro progetto di evangelizzazione di Mandati a due a due che il Signore ci aveva chiamati all’apostolato, e dopo quanto successo il nostro padre Spirituale, con buon discernimento, ci ha confermato che lo Spirito Santo ci vuole come operai nella Sua messe per salvare i matrimoni e le famiglie, ricordandoci che Suor Lucia di Fatima disse: Lo scontro finale tra il Signore e il regno di satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Per poterci impegnare maggiormente nell’apostolato abbiamo quindi deciso di frequentare un corso presso l’ateneo pontificio Regina Angelorum che è il corso per direttori spirituali di coppie sposate che ha come docenti universitari Don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali che scrive qui sul blog.

Frequenteremo questo corso separatamente a causa dei vari impegni familiari; quest’anno inizierà Alessandra che è già stata ammessa e il successivo lo seguirò io. Affidiamo quindi a Maria tutte le famiglie che camminano con noi sulla via della santità matrimoniale tramite il nastro progetto di Mandati a due a due. Ringraziandola per aver preso dimora con Suo figlio Gesù nel nostro perenne abbraccio d’amore.

Alessandra e Riccardo

Amore è servire. Anche per lui.

Ho ricevuto alcuni giorni fa una richiesta specifica da parte di una lettrice del blog. Mi ha chiesto di scrivere un articolo sull’importanza di condividere l’impegno dei lavori domestici. Lei lamenta la mancanza totale di aiuto da parte del marito abituato ad essere servito in casa in tutto e per tutto dalla madre. Ho pensato fosse utile rispondere a questa richiesta perché non sono poche le famiglie dove ancora c’è questo atteggiamento. Mi permetto quindi alcune riflessioni e attendo naturalmente i vostri commenti e le vostre testimonianze che possono sicuramente arricchire la questione. Premetto che ogni situazione e a sé. Un conto è il caso di lui che lavora fuori fino a tardi e lei è casalinga ed un altro quello dove entrambi lavorano fuori. Però alcune considerazioni generali si possono fare. Poi ognuno le può declinare nella propria situazione.

La famiglia di origine. Abramo ci è maestro in questo. Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Cosa significa abbandonare il nostro paese? Significa uscire dalla nostra cultura. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Sono le nostre abitudini. Sia chiaro, non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non vogliamo rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi. Per questo non possiamo pretendere che nostra moglie sia l’alter ego di nostra madre. Senza contare che i tempi sono cambiati e che oggi gli impegni lavorativi sono spesso oberanti per il marito come per la moglie. Non possiamo adagiarci sull’abitudine ma il matrimonio ci chiede il dono totale, ricordiamolo. Noi siamo servi per amore, non siamo i signori di nostra moglie o di nostro marito.

Differenza uomo/donna. Molti credono ancora che determinate occupazioni siano prevalentemente femminili. Magari non lo ammettono apertamente, ma poi si capisce da come si comportano nel concreto. Ecco! Questa obiezione non ha alcun fondamento se non culturale. Certamente esistono delle differenze tra uomo e donna. Certamente esistono delle predisposizioni, delle sensibilità, delle abilità più femminili e altre più maschili, ma tutto ciò non riguarda i lavori domestici. Pulire il bagno, cucinare, fare la lavatrice, rifare i letti e tutto il resto, sono occupazioni che possono benissimo essere fatte sia dai mariti che dalle mogli. Voi mariti non sentitevi di aver chissà quale merito se fate qualche servizio in casa. Avete semplicemente fatto ciò che dovevate e forse molto meno di quello che avreste dovuto. E voi mogli? Anche voi siete spesso dentro questa mentalità. Vi lamentate, ma poi non permettete che vostro marito si occupi di determinati lavori perchè lo considerate incapace. E se glieli lasciate fare siete pronte a criticare il modo e il risultato. Ecco! Non fatelo. Se un determinato lavoro decide di farlo lui lasciategli la libertà di farlo come piace a lui senza criticare ogni cosa. C’è modo e modo di fare critiche, con amore o con sprezzo. Il nostro padre spirituale era categorico su questo.

L’amore fa la differenza. Io sono stato un figlio abbastanza viziato. Non ho mai rifatto neanche il mio letto a casa. Cosa mi ha salvato? Sicuramente mi ha fatto bene andare a vivere da solo a ventidue anni. Però non è bastato. Portavo ancora i panni a casa da mammà per farli lavare e avevo la casa che sembrava una discarica dal casino che c’era in giro. C’è da cambiare mentalità e l’amore ti permette di farlo, se ti lasci plasmare. Io mi sono sposato con Luisa e con lei ho iniziato un percorso di conversione anche da questo punto di vista. Ho compreso con il tempo come i lavori di casa non fossero solo un peso, qualcosa da dover fare e da sbolognare a mia moglie quando possibile. Se nel matrimonio ci metti tutto, i lavori domestici diventano anche un privilegio. Continueranno ad essere magari pesanti e noiosi ma mi daranno anche gioia. Perché? Perchè l’idea di servire mia moglie e la mia famiglia mi fanno stare bene. Se la sera io lavo i piatti e Luisa si può stendere un attimo sul divano mi fa stare bene. Se io lavo i pavimenti e Luisa può pensare ai suoi compiti per la scuola mi fa stare bene. E così via. Ognuno può mettere la propria storia e la propria testimonianza. Il matrimonio è fantastico anche per questo. Servire diventa gioia. L’impegno un’opportunità per amare. I lavori domestici diventano sacri perchè ti permettono di amare vostra moglie e, attraverso di lei, di amare Dio.

Concludo affermando che il vero uomo non è quello che si mette in poltrona e tratta la moglie come fosse la cameriera. Il vero uomo è quello capace decentrare lo sguardo da sè verso la propria sposa, capace di capire la fatica dell’amata e capace di servire per amore. Mettersi al servizio diventa la modalità ordinaria per amare. Nella famiglia amare fa rima con servire.

Antonio e Luisa

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Dai un nome al tuo peccato

“Riconosco la mia colpa, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi.”

Ultimamente questo versetto del Salmo 50 mi ronza intorno, insistente. Riemerge dalla memoria e, visto che ha bussato al cuore due o tre volte, ho ripescato il testo per una rilettura. È il canto del peccatore, di chi si riconosce misero e povero, di chi spera nella salvezza del Signore perché bisognoso e colpevole.

Ora ho capito perché mi frulla in testa: nel Matrimonio accade esattamente questo. Il tuo peccato (e tu sai quale, sì, proprio quello) ti sta sempre dinanzi. Il coniuge è lo specchio della tua bellezza creaturale ma anche di quelle brutture che ogni tanto provi a nascondere. Non esiste peccato che il Signore non riesca a portare alla luce, per amarti interamente. E siamo fortunati, noi sposi! Abbiamo chi smaschera nel quotidiano le nostre debolezze, abbiamo qualcuno a cui non interessa la nostra perfezione ma, anzi, ama riportarci ogni volta con i piedi per terra.

Questa è una grazia! Questo è dono!

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia” scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. La lucidità con cui parla di sé stesso mi ha sempre suscitato una certa invidia. È chiaro, netto, tagliente. Per ben due volte nella stessa frase (e da professoressa cerchierei in rosso l’errore) rimarca la superbia di cui sarebbe ostaggio, senza quel peccato che lo perseguita. Non sappiamo esattamente quale sia (alcuni studiosi sostengono fosse un iracondo) ma nemmeno ci interessa. La sua spina è la nostra spina, il suo peccato è il nostro. Dobbiamo riuscire a dare un nome ai nostri peccati: il mio padre spirituale non mi lascia scampo in confessione! E sa quanto è importante riconoscere che il peccato non è quella precedenza non data, quell’elemosina non fatta, quella parola brutta, ma ha un nome preciso. Non nascondiamocelo: siamo bravi “evasori di vizi” quando ci fa comodo (ossia quando parliamo di noi – sugli altri, invece, nessuna pietà!). Devi dare un nome al tuo peccato: è la superbia? Chiamala così. È la lussuria? E sia. È la gola? Finalmente lo hai capito. A volte vanno scovate queste spine, specie se si celano tra le foglie del buonsenso, del politicamente corretto, del ‘si è sempre fatto così’ o del ‘in fondo non faccio nulla di male’. Chissà quanti peccati non riconosco, nelle mie giornate!

Per grazia, nel Matrimonio, abbiamo un memorandum vivente che ci accompagna nella vita: è il nostro sposo, la nostra sposa. Colui o colei che sa spendere le parole più belle per noi ma anche quelle più dure e veraci. Perché ci conosce almeno un poco (o dovrebbe!) e sa riconoscere le nostre spine. Da quando sono sposata i miei peccati mi stanno sempre dinanzi con una chiarezza pazzesca. Non serve che mio marito me li faccia notare ma (e ritengo questa una grazia) è la nostra relazione che me li evidenzia, specie quando monto in superbia come Paolo e penso che non sono poi tanto male. Ho scovato le mie spine una ad una, specialmente durante il fidanzamento (e continuo a trovarne, ahimè!), quindi in una relazione. E, nella stessa relazione ora elevata a Sacramento, le ritrovo pressoché immutate… ma più evidenti. Ci sono spine che riusciamo a smussare e spine che resteranno nella carne, come quella di Paolo, per tutta la vita. Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: siamo peccatori! Ecco, Signore, la mia debolezza, ecco il nodo che non so sciogliere, che non posso slegare da solo. Ecco la mia superbia, ecco la mia sfiducia, ecco la mia avarizia…

A volte mi scoraggio per quante spine vedo in me stessa. È allora che mi ricordo cosa Dio disse a Paolo, che per tre volte lo pregò di allontanare da sé quel peccato: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. So che la consolazione della grazia sta nel riconoscere ‘felice’ la nostra colpa, che meritò un così grande Salvatore (citando l’Exultet). A noi sposi è dato di riconoscere meglio e in modo più nitido queste spine non per autocommiserarci, non per fustigarci con digiuni, ma per camminare nella Verità di noi stessi. Senza mistificarci, senza metterci sul piedistallo considerandoci ‘arrivati’, sistemati, a posto. Le spine ci sono date per riconoscere Dio come Salvatore e noi come creature.

Possiamo aver fatto mille pellegrinaggi e missioni, avere la responsabilità di tre oratori diversi, frequentato i migliori corsi vocazionali ed aver avuto persino il Papa a benedire le nostre nozze… Senza vedere le nostre spine (che lì restano, badate bene) non ci siamo mossi di un millimetro. Senza riconoscerci peccatori ogni giorno non c’è posto per il Signore nella nostra vita ma ci siamo solo noi: magari cristiani provetti ma col cuore di pietra.

Sterminerò al mattino tutti gli empi del paese / per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male” recita il Salmo 101. Qualcosa non torna: se ogni mattina riesco a sterminare tutti gli empi del paese… perché questa operazione va ripetuta ogni mattino? Ci sono empi che non ho scovato il mattino prima? Il salmista si è sbagliato. Oppure… la “città del Signore” sono proprio io e ogni giorno devo fare pulizia dei miei peccati, che puntualmente mi accompagnano. Le spine, appunto.

Siamo chiamati a fare pulizia, cari sposi. I nostri peccati più affezionati ci staranno sempre dinanzi ma proprio in questi ci scopriremo veramente Amati: prima di tutto dal Signore, poi dal nostro sposo o sposa. Siamo entrambi chiamati ad una totale accoglienza dell’altro, come ci siamo promessi all’altare. E c’è grande pace in questo.

Giada di Nesentilavoce

Valigie pronte!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 4,13-18) Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

In questi giorni la Chiesa ci sta offrendo vari brani dalle lettere di S. Paolo ai Tessalonicesi, ed hanno sicuramente il pregio di essere chiare e di facile comprensione tanto per i dotti quanto per i semplici, poiché affrontano temi della vita quotidiana che restano validi per gli uomini di ogni tempo, di ogni cultura e di ogni estrazione sociale. Oggi facciamo tappa in Paradiso, tappa di natura solo meditativa perché sappiamo che in realtà esso è eterno perciò non può essere tappa per sua natura, semmai è meta definitiva. Ci lasciamo provocare dal brano in questione per provare a delineare qualche tratto del nostro rapporto con l’Aldilà.

Sempre più spesso ormai si sta diffondendo, ahinoi anche tra i cattolici, la pratica della morte indolore, dell’indurre all’incoscienza il moribondo per non farlo soffrire “inutilmente” e aspettare che la morte sopraggiunga mentre la persona è in questo stato. Non vogliamo affrontare il delicatissimo tema delle cure palliative e di sollievo dalla sofferenza, per il quale servono altre competenze.

Il problema non è decidere se la morfina (o altri farmaci simili) sia più o meno moralmente accettabile (ed in quali dosi sia meglio) per alleviare il dolore del malato, il problema che vogliamo mettere in luce sta molto prima di questa decisione. Il problema sta nel preparare il nostro caro ad affrontare il dolore e la morte, qua sta il punto cruciale sul quale molti inciampano nelle scelte per i propri cari e/o del proprio coniuge.

Questo mondo ci vuole far credere che la vita sia tutta qua, in questo mondo, che non esista l’aldilà, che il Paradiso sia solo un’invenzione dei preti per sfamare la nostra brama d’eternità, che i nostri corpi mortali non siano chiamati alla risurrezione, che tutto finisca con la morte e che oltre esista solo il nulla. Purtroppo questa mentalità si è insinuata nella vita di molti cristiani, i quali hanno bevuto questo veleno spirituale senza rendersi conto della sua tossicità mortale.

Seguendo questa mentalità nemica della nostra natura di creature destinate all’eternità, molte persone lasciano che i propri cari si avvicinino alla morte privandoli dell’ultimo appello della misericordia divina, dell’ultimo treno della misericordia, dell’ultima possibilità di pentimento prima di incontrare la Giustizia, ovvero li privano deliberatamente dei Sacramenti “in articulo mortis“, senza nemmeno interpellare il malato in questione. Ci sono moltissime testimonianze di persone convertite in punto di morte: persone che hanno chiesto perdono al Signore delle proprie malefatte e che si sono affidate alla misericordia divina solo negli ultimi istanti della propria vita, persone che si sono salvate per il rotto della cuffia; uno su tutti è il famosissimo buon ladrone, uno dei due crocifissi a lato di Gesù.

Cari sposi, se abbiamo deciso di amare ed onorare il nostro coniuge tutti i giorni della nostra vita, siamo sicuri che lasciarlo morire addormentandolo piano piano nell’incoscienza, senza che prima abbia ricevuto il conforto degli ultimi Sacramenti, sia un atto di amore nei suoi confronti?

Onorare il nostro coniuge, tra le altre cose, è anche onorare la presenza reale di Cristo tra noi, è anche onorare la inabitazione della Trinità stessa dentro il suo corpo e dentro la sua anima, e questo significa riconoscere che quello non è solo il corpo mortale del nostro coniuge, è il corpo con cui Cristo ha deciso di raggiungermi col Suo amore in modo unico e personalizzato, magari per tantissimi anni di matrimonio.

Lasciar morire deliberatamente il nostro coniuge privandolo dei Sacramenti lo potremmo definire come un atto di tradimento, tradimento della nostra vocazione, tradimento dell’amore che abbiamo deciso di mettere in atto, tradimento del nostro Matrimonio Sacramento, poiché è una decisione che disonora la presenza reale di Cristo tra noi. Se io fossi Cristo in persona, lascerei morire mia moglie/mio marito senza donargli/le la salvezza eterna?

Facciamo forse mille regali al nostro amato durante gli anni del matrimonio, ma se prima che perda conoscenza gli regaliamo gli ultimi Sacramenti, quest’ultimo regalo sarà quello più bello, più importante, più apprezzato e più duraturo di tutti, avremo regalato l’eternità. Molti si affannano per regalare anche solo un mese di vita in più in questa vita ai propri coniugi, ma poi non pensano di regalare l’eternità che è infinitamente di più di un mese quaggiù.

Coraggio sposi, questa vita non è la nostra vera casa, è come se stessimo in un hotel, non è casa, gli sposi felici sono quelli che hanno sempre le valigie pronte per tornare alla casa del Padre.

Giorgio e Valentina.

Pensi secondo Dio?

Sapevate che il Vangelo di ieri e in stretta attinenza con il Vangelo della domenica precedente? Vi ricordate cosa abbiamo ascoltato otto giorni fa? Vi rinfresco la memoria: Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. Quanto abbiamo ascoltato ieri avviene subito dopo questo dialogo tra Gesù e Pietro. E cosa dice Gesù a Pietro: Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Insomma Pietro non ha fatto in tempo a gasarsi per i complimenti ricevuti dal Maestro che immediatamente si prende una lavata di capo. Viene chiamato addirittura satana. Povero Pietro! In realtà Gesù sta preparando Pietro e con lui i discepoli tutti. Con questo Vangelo sta parlando ad ognuno di noi! Sta dicendo a Pietro qualcosa di decisivo: non basta riconoscermi come il Cristo ma devi riconoscermi anche nella croce! Devi riconoscermi come il Signore anche nello scandalo della croce.

È un’esperienza comune per molti di noi cadere nell’errore di Pietro e fraintendere il vero significato di stare con il Signore. Anche come sposi, spesso ci troviamo a imboccare la strada sbagliata. Le difficoltà ci raggiungono e ci sentiamo traditi. Potremmo pensare: Gesù, ti ho riconosciuto come il Signore della mia vita e del mio matrimonio. Perché devo affrontare tutto questo? Non me lo meritavo! Ma è importante ricordare che Gesù non ci ha mai promesso che la vita sarebbe stata priva di sfide.

In realtà, Gesù ci mette in guardia proprio da questa mentalità, che è basata su un modo di ragionare terreno e limitato. Egli ci invita a guardare oltre le circostanze difficili e ad affidarci completamente a Lui. Quando ci abbandoniamo nelle Sue mani, scopriamo che il nostro rapporto con Dio diventa più intimo, e si sviluppa una fiducia profonda e incondizionata.

La nostra fede in Gesù ci permette di affrontare sia le difficoltà che le gioie del matrimonio con una prospettiva diversa. Invece di pensare che tutto ciò che ci accade sia una punizione o un’ingiustizia, possiamo guardare a queste prove come opportunità per crescere, imparare e rafforzare la nostra relazione con Dio e con il nostro coniuge.

Quando ci troviamo in momenti di crisi o sfida nel matrimonio, possiamo rivolgerci a Dio in preghiera, chiedendo la Sua guida, la Sua forza e la Sua saggezza. Gesù è lì per camminare al nostro fianco in ogni passo del nostro viaggio matrimoniale, per darci la grazia di superare ogni difficoltà e per farci crescere nello scopo e nell’amore che Lui ha per noi.

Quindi, non permettiamo che la delusione o la confusione ci allontani da Dio. Piuttosto, affrontiamo queste sfide come un’opportunità di avvicinarci a Lui, imparando ad amare come Lui ama e a perdonare come Lui perdona. In questo modo, il nostro matrimonio diventa un riflesso dell’amore incondizionato di Dio per noi e un’occasione di testimonianza per gli altri.

Antonio e Luisa

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Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto

So che mio marito ha una parte di me dentro di sé e questo ci rende più uniti e anche in grado di testimoniare che la malattia si può affrontare in maniera coraggiosa. Oggi Marco è una persona che vive grazie a a me, non mi pentirò mai di questo dono e non avrò mai rimpianti”. Così scriveva, per un’intervista, una moglie che aveva donato un rene al proprio marito.

La Parola di oggi pare sia tutta centrata sulla Croce e sul doverla accettare nella nostra vita. Senz’altro è vero, tuttavia guardando ogni singola lettura troviamo un interessante fil rouge che le attraversa ed è di taglio proprio nuziale. Geremia ammette che il Signore lo ha sedotto, il salmista riconosce che è la sua stessa carne a desiderare il Signore e San Paolo parla del dono del corpo al Signore…

Fin qui c’è un che di romantico nella Liturgia se non altro che Gesù porta ciascuna di queste letture alla pienezza: il dono di sé, il desiderio più ardente, la seduzione più travolgente diventano veri e completi se passano dal crogiuolo della croce, della sofferenza, del dolore. S. Francesco, in una celebre omelia rivolta al conte Orlando di Chiusi della Verna, disse: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”.

Cari sposi, non ce l’avete facile per nulla a vivere un amore così, circondati da stili di vita matrimoniale in cui lo sforzo, la fatica, la sofferenza sembrano perdite di tempo. Sebbene in tanti non vi capiscano, sappiate e state certi che dare la vita fino in fondo a Cristo, tramite il vostro coniuge, è la missione più bella che vi poteva capitare. E ciò che vi è costato e vi costa perché sia così, un domani sarà il vostro più bel trofeo.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, io porto al collo una croce. Che significato do a quella croce? E’ come il cornetto rosso o il ferro di cavallo? Oppure indica un’appartenenza e una direzione? Io non lo so e ho un po’ paura di scoprirlo. Perchè la fede si misura con la croce non a parole. Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

Una vita in vacanza (?)

Cari sposi, eccoci qua, il mese più temuto è arrivato… settembre, che in ebraico si dice “Golgota” … Scherzi a parte, se è bene anelare a un prolungamento delle ferie e dei giorni di meritato riposo, è altrettanto importante per la vostra santificazione il ritorno alla vita ordinaria. Perché è soprattutto lì dove Gesù vuole che diate frutti di vita cristiana, frutti di santità.

Dice Papa Francesco: “Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (Gaudete et exsultate, 14).

Don Fabio Rosini, nel suo ultimo libro “L’arte della buona battaglia”, ricorda quanto il pensare e l’anelare di essere altrove, la sottile bramosia di qualcos’altro che non sia il mio hic et nunc costituisca una vera e propria tentazione del maligno che ruba o quantomeno sminuisce quelle energie che dovremmo dedicare all’adesso.

Quanto bene l’ha espresso Blaise Pascal quando scrisse: “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali” (B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1962).

Vi siete mai chiesti perché è proprio l’ordinario il momento più fecondo per crescere nella santità personale e di coppia? Direi che ci sono due grandi motivi, uno più generico che si applica ad ogni persona e uno invece totalmente sponsale.

In primo luogo, perché la virtù richiede una ripetizione di atti buoni. Solo così può trasformarsi in abitudine e quindi entrare a formar parte del mio modo di essere. C’è un detto che apprezzo moto e recita così: “dammi un atto e ti darò un atteggiamento, dammi un atteggiamento e ti darò un destino eterno”. Il Catechismo (n. 1803 e seguenti) esprime appunto questo concetto, il bene ha bisogno di essere reiterato per divenire costitutivo della mia personalità e questo non avviene saltellando qua e là ma è di gran lunga aiutato quando diamo una certa stabilità alla nostra vita. Per cui la monotonia, lungi dall’essere un male, può divenire un grande alleato per la vita di grazia.

Inoltre, per voi sposi la vita ordinaria è proprio l’alveo entro cui scorre il sacramento del matrimonio. Papa Francesco ce lo ricorda bene: “In forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei” (Udienza generale, 2 aprile 2014).

Voi sposi avete una vocazione laicale, cioè di trasformare con il vostro amore nuziale, il mondo. Non è facendo cose speciali che raggiungete tale meraviglioso obiettivo ma è nella quotidianità, nella ferialità, nel grigiore della ripetitività. E questo perché “lo Sposo è con voi” come scrisse Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994).

Vi saluto e vi incoraggio ad iniziare il nuovo anno facendo leva proprio su questa verità di fede. Perciò vorrei citare per intero le parole di Papa Wojtyła, così cariche di gioia ed entusiasmo:

Il buon Pastore è con noi dappertutto. Com’era a Cana di Galilea, Sposo tra quegli sposi che si affidavano vicendevolmente per tutta la vita, il buon Pastore è oggi con voi come ragione di speranza, forza dei cuori, fonte di entusiasmo sempre nuovo e segno della vittoria della «civiltà dell’amore». Gesù, il buon Pastore, ci ripete: Non abbiate paura. Io sono con voi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Da dove tanta forza? Da dove la certezza che Tu sei con noi, anche se Ti hanno ucciso, o Figlio di Dio, e sei morto come ogni altro essere umano? Da dove questa certezza? Dice l’evangelista: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Tu dunque ci ami, Tu che sei il Primo e l’ultimo, il Vivente; Tu che eri morto ed ora vivi per sempre (cfr. Ap 1, 17-18)” (Lettera alle famiglie 18).

padre Luca Frontali

Siamo senza speranza?

Due giorni fa il caro Ettore ha pubblicato il suo articolo sul blog. Chi ci segue sa bene che Ettore è uno sposo separato ma fedele. Una condizione che sempre meno persone comprendono. E come al solito sotto il suo articolo il commento di una lettrice: perchè ostinarsi in una relazione finita. Questo commento mi ha suscitato una parola: speranza. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Ora torniamo a noi, coppie che cercano di far funzionare il matrimonio. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Non possiamo permettere che la mancanza di speranza e di prospettiva ci porti a rinunciare alle nostre relazioni più importanti.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva. Quindi, cari sposi, nell’affrontare le sfide e le fatiche della vita quotidiana, ricordatevi sempre della speranza che Dio vi dona. Nutrite il vostro amore con fiducia, con la consapevolezza che l’amore che condividete ha una dimensione che va oltre l’effimero, che si sviluppa in modo armonioso nell’eternità.

La speranza nel matrimonio è un faro che illumina le tempeste della vita con la sua luce rassicurante. Essa nutre la fiducia reciproca dei coniugi, instillando in loro la certezza che, indipendentemente dalle sfide che incontrano lungo il cammino, il loro amore è destinato a crescere e a durare. La speranza, come un fiore che sboccia, infonde bellezza e vitalità alla relazione, permettendo ai coniugi di affrontare insieme ogni avversità e di crescere spiritualmente nel loro legame.

La speranza nel matrimonio è anche una bussola che guida i coniugi verso un futuro luminoso e pieno di promesse. Essa li spinge a perseguire insieme i loro sogni e obiettivi, incoraggiandoli a crescere come individui e come coppia. La speranza alimenta la tenerezza e la gentilezza nell’amore coniugale, creando uno spazio sereno e sicuro in cui entrambi i partner possono crescere e sbocciare nella loro interezza.

Ma la speranza nel matrimonio non è soltanto una questione di aspettative positive e di un futuro roseo. La speranza è anche una virtù che ci permette di apprezzare e di vivere pienamente il presente. Essa ci invita a coltivare la gratitudine per ciò che abbiamo e per ciò che siamo, rafforzando così il nostro legame coniugale. La speranza ci consente di vedere il meglio nell’altro, di perdonare, di imparare dai nostri errori e di crescere insieme nel perdono e nella compassione.

Quindi, cari sposi, nel percorso matrimoniale ricordate sempre l’importanza della speranza. Coltivate questo dono prezioso e lasciate che essa sia il faro che illumina il vostro cammino, la bussola che vi guida verso un amore sempre più profondo e una vita condivisa piena di gioia e di significato. Siate testimoni della speranza che il sacramento del matrimonio offre, mostrando al mondo intero che un amore che si nutre di speranza è capace di superare qualsiasi sfida e di illuminare l’umanità stessa.

Senza la virtù della speranza anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

Cari sposi dobbiamo custodire il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

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Quando si diventa madri. Cosa dice la scienza.

Carissimi sposi in questo periodo di vacanza ho avuto tempo per leggere e ho trovato un sussidio davvero interessante nel testo Uomo e donna. Che cosa ci dicono le neuroscienze edito da San Paolo di Renè Ecochard. Il testo prende in esame le differenze (non siamo uguali o fluidi ma differenti) scientifiche (non dottrinali o culturali) tra uomo e donna durante tutto l’arco della vita. Ve lo consiglio è davvero interessante. Io mi soffermerò solo sul momento in cui uomo e donna, marito e moglie, diventano genitori.

Quando la donna diventa mamma: una trasformazione profonda e affascinante

Nella straordinaria fase della gravidanza e nei primi mesi successivi alla nascita, la donna sperimenta una trasformazione senza precedenti, che spesso è poco conosciuta e sottovalutata. Durante questo periodo, avviene una vera e propria maturazione del cervello femminile, che può essere paragonata a quella che avviene durante la vita fetale e la pubertà delle donne.

Attraverso l’influenza degli ormoni e dei cambiamenti neurobiologici, il cervello della futura mamma si adatta e si sviluppa in modo sorprendente per poter prendersi cura del nuovo essere che sta per arrivare. Gli studi scientifici hanno dimostrato che il cervello materno subisce cambiamenti strutturali e funzionali, grazie all’afflusso di ormoni come l’estrogeno, il cortisolo, il progesterone e l’ossitocina.

Durante la gravidanza, in particolare negli ultimi mesi, l’ipofisi produce elevate quantità di ossitocina, l’ormone dell’amore e del legame affettivo, che favorisce l’attaccamento tra la madre e il bambino. Questa sostanza influisce sulla plasticità cerebrale e contribuisce a rendere la madre più attenta e sensibile ai bisogni del neonato.

Una volta che il bambino è nato, i cambiamenti neurologici che si sono verificati nel cervello materno non svaniscono, ma rimangono per sempre. Questo significa che la donna non sarà mai più la stessa persona dopo essere diventata madre. I ricercatori hanno osservato che la maternità porta ad aumenti significativi di alcune abilità cognitive e comportamentali, come l’empatia, la resilienza emotiva e la capacità di multitasking.

Una specifica importante. Ciò non centra nulla con il sentirsi inadeguate e con la depressione post parto. Sono tutte dinamiche che possono esserci contemporaneamente. Quindi non sentitevi strane e fallaci se non avvertite tutta questa forza. La forza c’è ma ci sono situazioni da mettere a posto.

L’empatia, ad esempio, si accresce nel momento in cui la madre impara a comprendere le esigenze del suo bambino attraverso la lettura delle sue espressioni facciali, dei suoi versi o dei suoi movimenti. Questa nuova sensibilità non si limita esclusivamente al rapporto madre-figlio, ma si estende anche ad altre relazioni interpersonali.

La maternità richiede alle donne di essere in grado di gestire contemporaneamente varie attività, spesso contrastanti, come nutrire il bambino, cambiare i pannolini e fare altre mansioni domestiche. Questa continua necessità di multitasking stimola il cervello materno a sviluppare capacità di organizzazione, flessibilità mentale e gestione del tempo. Ecco questo in Luisa non è molto visibile. Scherzo cara Luisa mia.

A proposito di Luisa e della nostra esperienza. Ci sono dei cambiamenti evidenti. Io ho avuto modo di notarli in Luisa e lei mi ha confermato. Come già scritto, la donna diventa più attenta alle espressioni del volto e acquisisce una specie di attenzione selettiva. Luisa era esattamente così. Quando, nei rari momenti di riposo, cadeva addormentata, potevo fare tutto il rumore del mondo che continuava a dormire. Bastava un piccolo gemito del figlio e lei lo sentiva.

E qui un invito ad allattare per quelle mamma che possono farlo. Il rialzo dei livelli di prolattina durante l’allattamento aiutano la mamma ad occuparsi del bimbo e ad avvertire un senso di pace interiore. Allattare rende più resistente allo stress. Allattare fa bene anche alla mamma.

Le donne attraverso la gravidanza assumono quindi nuove attitudini, o meglio sviluppano e perfezionano quelle che già possiedono. Il cervello della mamma muta in modo permanente tanto che avvengono, la scienza lo dimostra, delle modifiche a livello cromosomico. Non è incredibile?

Queste nuove attitudini si manifestano non solo nell’uomo ma in gran parte del mondo animale. Guardate come una mamma difende il suo piccolo. Sono tutte delle leonesse che traggono forze inaspettate. Ecco ciò avviene grazie proprio alla gravidanza. Quindi care mamme sappiate che vostro figlio vi ha reso più forti. Quindi, care mamme, tenete presente che vostro figlio vi ha reso più forti e vi ha dato una motivazione ancora più grande per affrontare la vita con determinazione e amore. Siete delle vere eroine, capaci di affrontare qualsiasi sfida che la maternità vi presenti. Sappiate che il vostro impegno e la vostra dedizione non passano inosservati e che il vostro amore incondizionato è un dono davvero prezioso per i vostri figli. Non dimenticate mai quanto siete speciali e quanto il vostro ruolo sia importante nella vita dei vostri piccoli.

Sempre lo studio delle modifiche dei cromosomi hanno indotto a pensare che sia fondamentale come la mamma ha vissuto la propria infanzia, Se è stata amata troverà più naturale e semplice prendersi cura del figlio. Se invece è stata maltrattata o trattata con freddezza troverà più fatica perchè tenderà a ripetere i comportamenti subiti. Sempre lo studio dei cromosomi (epigenetica) ha mostrato come nella prima infanzia ogni persona subisca delle modifiche a livello di cromosomi. Benefiche se è stata amata e negative in caso contrario.

Qui si potrebbero fare tante riflessioni sull’opportunità della pratica dell’utero in affitto e sulla intercambiabilità del ruolo materno e paterno. Due mamme o due papà sono equivalenti ad una mamma e un papà? Basta l’amore? Sono sicuro che se avete un po’ di capacità logica e di buon senso la risposta ve la siete già data. La natura ha pensato a tutto. Noi pensiamo di poter far meglio?

In un prossimo articolo tratterò di ciò che avviene nell’uomo quando diventa padre.

Antonio e Luisa

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Il tradimento fa male. È come un gigante che ti schiaccia.

Una delle cause di separazione che oggi voglio affrontare è il tradimento: può avvenire anche dopo la separazione o divorzio, non cambia niente (ricordo che per noi cristiani non è un foglio di carta o una firma del giudice che possono sciogliere un matrimonio, non lo può fare nessuno su questa terra, al massimo si può constatare che non sia mai avvenuto). Voglio precisare che quello che dirò non dovrà essere messo in relazione al comportamento di mia moglie, ma è una sintesi della mia esperienza personale e di quella quotidiana con tanti separati.

Quando scopri un tradimento fa male, molto molto male, è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cercasse di stritolarti: senti quasi un dolore fisico al cuore e ti manca l’aria, come non ce ne fosse abbastanza intorno a te. È certamente un dolore molto intenso, ma a differenza di un dolore fisico che se non grave, sai che passerà e puoi attenuarlo con farmaci, è difficile da gestire e da sopportare. Inoltre, perdi il sapore delle cose, anche le più belle, tutto diventa faticoso e difficile, la tentazione è quelli di sentirsi trascinati dagli eventi e dalle giornate tutte uguali. Il mondo, la tv e i programmi presentano spesso i tradimenti come “normali”, avventure amorose che creano emozioni e fanno sentire vivi, giustificate anche dal comportamento del coniuge, assente, poco premuroso, litigioso e non più attraente come prima.

No, un tradimento non è mai accettabile, specialmente da chi ha promesso “per sempre” davanti agli uomini e a Dio, anche perché può essere davvero distruttivo per sé stessi e per gli altri; infatti, i risultati macroscopici sono visibili a tutti, ogni giorno sentiamo casi di violenza dovuti a questo motivo, proprio perché si entra in una sfera emotiva così profonda e intima, spesso sconosciuta anche a noi stessi. Una doverosa precisazione. Non voglio giustificare la violenza che non è mai giustificabile. Al dolore si può reagire in tanti modi e sul modo ognuno di noi è personalmente responsabile delle proprie azioni. Aggiungo, in particolare per i giovani, che non si può pensare di svincolare il sesso dalla nostra realtà più profonda, come fosse un semplice divertimento o un’attività fisica.

Il dolore e la sofferenza che si protraggono nel tempo, se non vengono controllati e non viene dato loro un senso, possono portare, in casi estremi, a gesti violenti rivolti verso la persona che li ha causati e non solo (ci sono molti casi infatti di omicidio-suicidio, proprio perché la persona non riesce a gestire una situazione così dolorosa e non si vedono vie d’uscita, è il buio totale). Ripeto, nessuna giustificazione metto solo in evidenza quanto avviene.

Se provo a immaginare un mondo senza tradimenti dove, anche se è necessario separarsi per vari motivi, si rimane fedeli, mi appare una società con tanti problemi in meno, sana, centrata sulla famiglia (senza le cosiddette famiglie allargate) e con i figli che crescono senza eccessive ferite. È un sogno, naturalmente, ma dobbiamo cominciare noi a correggere il tiro, sperando di seminare bene e confidando nelle future generazioni. Tornando al tradimento, chi lo subisce, cosa può fare?

L’istinto sarebbe quello di vendicarsi, ad esempio raccontando a tutti la meschinità e la pochezza di quella persona, ma questo ha poco senso e non diminuirebbe certamente il dolore che si sta provando. Non porta neanche benefici affrontare che ti ha messo le corna, anzi direi che è una situazione potenzialmente rischiosa, se la rabbia dovesse prendere il sopravvento e la scenata dimostrerebbe soltanto quanto siamo stati feriti (se è arrivato/a a tradirti, evidentemente non saranno certo le tue parole a migliorare le cose e a fargli/le capire). Allora, cosa bisogna o si può fare? Subire in silenzio e basta?

No! Innanzitutto è necessario distogliere i pensieri cattivi e di rivalsa, ad esempio stopparli prima possibile con preghiere; poi ognuno di noi ha amici veri che magari ci sono già passati e possono aiutarti, oppure sacerdoti o assistenti spirituali che sanno darti consigli preziosi. Noi sappiamo che Qualcuno prima di noi ha subito tanti tradimenti, basta leggere la passione di Gesù e scoprire che ogni tipo di sofferenza Lui l’ha già vissuta: allora possiamo vivere il tradimento con Gesù, in Gesù e per Gesù. Non è che le cose magicamente si risolvano, si tratta di fidarsi di un lungo cammino che certamente porterà non solo alla “cima del monte”, ma trasformerà quel dolore, come fa un’ostrica con la perla.

Nella messa serale, il primo giorno del Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, da poco concluso, abbiamo regalato ad ognuno un sacchetto con dei sassolini e delle perle finte, insieme ad un piccolissimo libro (entrambi preparati con cura da Perlita) con queste parole sulla copertina: “Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla”. Effettivamente, per stare bene, io non vedo altre alternative all’infuori della fede, che non cancella nessuna ferita, ma le cicatrizza: certamente a livello umano un aiuto psicologico può aiutare, ma c’è anche il rischio di rimanere inchiodati e fermi al tradimento, senza fare passi avanti. Come si fa a perdonare di cuore? Proverò a dire qualcosa nella seconda parte, esattamente tra quindici giorni, sempre di mercoledì.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Non possiamo tacere la Verità

Dal Salmo 70 (71) In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso. Per la tua giustizia, liberami e difendimi, tendi a me il tuo orecchio e salvami. Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile; hai deciso di darmi salvezza: davvero mia rupe e mia fortezza tu sei! Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio. Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno. La mia bocca racconterà la tua giustizia, ogni giorno la tua salvezza. Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica del martirio di S. Giovanni Battista, quanti riescono ad andare a Messa vedranno il sacerdote rivestirsi del colore rosso, che ci ricorda per l’appunto il sangue del martirio. Abbiamo scelto di riflettere a partire da alcuni versetti del Salmo di oggi, è così attinente che sembra scritto in prima persona proprio dal Battista; per quanti non conoscono la grandezza di questo santo lasciamo che sia Gesù stesso a delinearne i tratti: Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. (Luca 7,28)

Ricordiamo anche che il Battista è colui che “battezza” Gesù, è colui del quale viene ripetuta ad ogni Messa una famosa frase: “Ecce Agnus Dei qui tollis peccata mundi.“, ma lasciamo ai più esperti approfondire la figura del Battista, noi ci limiteremo ad approfondire qualche aspetto.

La prima parte del Salmo verte sulla fiducia piena nel Signore sempre e comunque. Il Battista ci è maestro in questo perché ha confidato nel Signore sempre nonostante la tribolazione e la persecuzione, non è così scontato.

Se ci avessero incarcerato per la testimonianza resa al Signore con la nostra predicazione, ce ne staremmo così tranquilli dietro le sbarre? Ma prima di arrivare a questo punto dobbiamo chiederci se noi faremmo lo stesso. Il Battista era in carcere perché aveva denunciato al re Erode il suo adulterio con la concubina Erodìade; Erode ascoltava interessato la predicazione di Giovanni nonostante gli ricordasse il proprio peccato, probabilmente era stato toccato nel cuore dalle parole del Battista ma non aveva il coraggio di cambiare vita, forse per qualche ragione politica o di intrighi di palazzo, mentre la concubina e sua figlia non sopportavano la voce della coscienza incarnata da Giovanni.

Noi sposi non possiamo mai tacere la Verità anche se scomoda, certamente dobbiamo offrirla con Carità e mai con prepotenza o crudeltà. Quante volte purtroppo succede, anche all’interno del matrimonio, che la Verità viene taciuta per compiacere l’altro o per non risultare antipatici, facciamo qualche esempio.

Molte mogli hanno rinunciato alla Messa Domenicale preferendo accompagnare il marito a fare altro, hanno compiaciuto sì il marito ma hanno tradito Dio macchiandosi di un peccato mortale : hanno messo a tacere la Verità perché scomoda. Molti mariti hanno accettato che la moglie ingerisse pillole anticoncezionali (magari anche potenzialmente abortive) con il solo scopo di assecondare i piaceri della carne: hanno taciuto la Verità perché scomoda. Molti genitori accettano senza intervenire gli atti peccaminosi dei figli senza richiamarli alla Verità o, peggio ancora, in alcuni casi favorendoli : per esempio gli atti impuri, la fornicazione, la bestemmia, lo sballo, il piacere sfrenato dei sensi, l’impudicizia, l’ubriachezza, eccetera. Già con questi pochi esempi abbiamo toccato diversi ambiti, ma il denominatore comune è la rinuncia a dire la Verità per un proprio tornaconto (di qualsivoglia natura).

Cari sposi, noi siamo stati investiti dal Sacramento della Cresima della forza della testimonianza/martirio, forza che viene corroborata dalla Grazia del Sacramento del Matrimonio con l’autorità della Chiesa, che ci invia “due a due” per essere icona dell’Amore Trinitario nel mondo ed icona di Cristo l’uno per l’altra.

Gli sposi non hanno tutto sulle proprie spalle, non è tutto sulle nostre forze, non siamo soli, abbiamo la presenza reale di Cristo tra noi, abbiamo la costante presenza dello Spirito Santo che ci santifica passo dopo passo, abbiamo l’amore del Padre che ci ha eletti ad essere una Sua immagine viva, unica ed irripetibile, ma anche efficace.

Chiediamo l’intercessione di Giovanni Battista affinché anche il nostro matrimonio diventi come la sua voce, irritante forse per le moderne Erodìadi (che non sopportano il pungolo della coscienza) ma stimolante per gli Erode che ascoltano volentieri la Verità perchè ne intuiscono il valore per la propria vita. Coraggio sposi, il mondo moderno ha tanto bisogno della testimonianza dei nuovi Battista.

Giorgio e Valentina.

Gesù abita il vostro matrimonio?

Oggi, come ogni lunedì, riprendo il Vangelo domenicale. Cercherò di fare una ulteriore riflessione rispetto aquanto già scritto ieri da padre Luca. Come sapete in questo blog trattiamo il matrimonio e l’amore in tutte le sue componenti. Proverò a trasporre quindi quanto avviene tra Gesù e i suoi apostoli in una dimensione un po’ più astratta, ma sempre vera e soprattutto più vicina alla nostra vita e alla nostra relazione.

Gesù chiede agli apostoli cosa hanno sentito in giro sul suo conto. Vuole sapere cosa la gente pensa di lui. Fa quasi gossip. Vuole conoscere le idee più popolari e comuni che girano sul suo conto. Non si può fare le stessa cosa riferendosi al matrimonio? Ricordo che nel matrimonio c’è la reale presenza di Cristo. Quindi questo esercizio creativo non è per nulla una forzatura.

Il matrimonio è un argomento che suscita molte idee, opinioni e credenze diverse nella società. Alcuni lo considerano un impegno sacro e indissolubile, mentre altri lo vedono come una semplice formalità legale. C’è chi pensa che sia una tradizione superata, mentre altri ancora lo considerano un rito fondamentale per stabilire una famiglia e avere una stabilità emotiva e spirituale. Inoltre, nell’era del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali, la visione del matrimonio è in continuo mutamento. Si discute apertamente di questioni come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la convivenza senza il vincolo formale del matrimonio, o l’importanza del matrimonio come istituzione.

Ma soprattutto, cosa pensano i cristiani, coloro che dovrebbero aderire a Gesù e al suo modo di amare? Sul matrimonio, credo di poter affermare con sufficiente sicurezza, c’è un sentire comune che non rappresenta l’essenza dell’amore cristiano. Sempre meno cristiani si sposano, molti convivono. E tra quella minoranza che si sposa, spesso non c’è la consapevolezza di ciò che si sta celebrando. Si promette il per sempre, ma non si crede fino in fondo che sia giusto farlo. È un per sempre condizionato. Se l’altro non tiene fede alla promessa, non cura il rapporto, non ci dà quanto ci aspettiamo, magari ci tradisce, ci si sente liberi di lasciarlo, di separarci, di divorziare. Se non mi rende felice e non si merita il mio amore, mi sento liberato dalla mia promessa. È una questione di giustizia. Questo è quello che credono molti cristiani. Non c’è nulla di strano in questo modo di pensare se il matrimonio riguardasse solo i due sposi. Ma riguarda solo i due sposi? E Gesù dove è in tutto questo?

Invece poi arriva Pietro che riconosce la verità. Riconosce Gesù come il Cristo, come Dio e Salvatore. Ecco è un po’ quello che è richiesto a noi sposi. Riconoscere che non siamo soli, riconoscere che nel nostro matrimonio c’è la presenza di Gesù che non smette di esserci qualunque sia il comportamento del nostro coniuge. Riconoscere nel modo di amare di Gesù l’unico autentico e pienamente umano. Gesù che, nonostante venga tradito, deriso e ucciso non smette di amare il Suo popolo. Capite che così cambia tutto?

Solo se riusciamo a vedere ciò che vede Pietro allora riusciremo ad amare come Gesù, a vivere un matrimonio autenticamente cristiano. Perchè solo così il nostro esserci, il nostro agire, le nostre scelte non saranno condizionate da quelle di nostro marito o di nostra moglie. Solo vivendo un amore davvero incondizionato e gratuito possiamo trovare le chiavi per il Regno dei Cieli. Solo riconoscendo Gesù nel nostro matrimonio saremo capaci di amare l’altro sempre, quando è tenero e quando è freddo, quando ci fa sentire amati e quando non ci fa sentire nulla. Quando si comporta in modo maturo e quando fa il ragazzino o la bambina. Perchè amando lui o lei non staremo amando solo nostro marito o nostra moglie ma staremo amando Gesù attraverso di loro. Solo attraverso questa consapevolezza possiamo trovare quel gancio che ci permetterà di incontrare Gesù anche in questa vita. Non solo il nostro amore profumerà di Dio, saremo addirittura epifania del Suo amore per il mondo. Saremo davvero profeti dell’amore in un mondo che vive nella disillusione e nel cinismo. Saremo pietra d’inciampo e strumento di salvezza.

Antonio e Luisa

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Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /10

Siamo giunti al capitolo 6 così presentato:

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.

Dopo la delusione dell’uovo “volato fuori dalla finestra”, il nostro protagonista si avventura a gironzolare nel vicino paesello nella speranza di trovare un tozzo di pane e/o elemosina

Ma trovò tutto buio e tutto deserto. […] Pareva il paese dei morti. Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, […]

Se la stanza della propria casa si è rivelata alquanto inospitale, il mondo esterno è ancora più crudele. Quando ci allontaniamo dal Padre la stanza del nostro cuore diventa inospitale, e così la stanza delle nostre relazioni, la stanza dei nostri affetti, la stanza del nostro matrimonio, la stanza che è il mondo che ci circonda diventano inospitali.

Ci sono tante spose che chiedono aiuto perché si sentono allontanate dal proprio marito, il quale è diventato troppo irascibile, scorbutico, collerico, brontolone, violento, triste ed annoiato di tutto e di tutti: è perché si è allontanato dal Padre, la stanza del proprio cuore è inospitale ed il mondo esterno risulta ancora più crudele in quanto non gli offre né le riposte né l’Incontro che aspetta da tanto, invece di risposte trova che il mondo lo sbeffeggia come quel vecchietto che, invece di un tozzo di pane, rovescia dalla finestra una catinella d’acqua sulla testa di Pinocchio, il quale

tornò a casa bagnato come un pulcino rifinito dalla stanchezza e dalla fame […]

E lo stesso vale per i tanti mariti che lamentano una freddezza insolita nel comportamento della moglie, la sentono distaccata, disinteressata, taciturna, triste H24, attenta più alla carriera che alla cura dei figli, priva di quella naturale accoglienza che contraddistingue la natura femminile: anche qui il problema principale è nella stanza del cuore.

Quando il nostro cuore è lontano dal Padre non ne risente solo l’anima, non è un problema solo di anima, perché la nostra natura proviene da Lui, dal nostro Creatore, Lui è la nostra fonte di vita; è l’anima che dà vita al corpo, tant’è vero che quando una persona è morta diciamo che è un corpo senza vita/senz’anima perché l’anima si è distaccata dal corpo mortale.

Sembrano concetti inarrivabili ma lo constatiamo tutti che ci sono giorni in cui tutto ci sembra bello ed entusiasmante, persino il lavoro, i colleghi, la coda al supermercato, il traffico o una ruota bucata, mentre ci sono altri giorni in cui le stesse identiche cose ci appaiono come una tortura, una cospirazione contro di noi… cos’è cambiato? Il nostro cuore, la nostra anima, è lei che dà vita al corpo, che ci fa vedere la vita attraverso i suoi occhiali, per questo è necessario tenere sempre pulite le lenti di questi occhiali spirituali.

Cari sposi, quando vedete il vostro coniuge, alla stregua di Pinocchio, “vagare nel paesello di notte” con quella fame di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, è allora che dovete allargare il vostro cuore affinché non si perda nel mondo ma ritrovi se stesso almeno nel vostro cuore, nella relazione con voi, se la stanza del suo cuore è diventata inospitale la vostra prima preoccupazione è quella di aiutarlo a mettervi ordine. È la missione del matrimonio: aiutare l’altro a diventare santo rendendo presente Gesù attraverso di noi, attraverso la nostra vita, attraverso i nostri corpi, dovemmo chiedere al Signore di prendere possesso del nostro corpo affinché il Suo amore per il nostro coniuge si manifesti attraverso di noi.

E’ impegnativo ma è santificante, non è gratificante ma è pacificante, è sacrificante ma è liberante. Coraggio sposi, non tutto è perduto, dopo la notte ci aspetta un’alba radiosa com’è successo a Pinocchio che, una volta addormentato coi piedi sul caldano pieno di brace accesa:

Finalmente sul far del far del giorno si svegliò perché qualcuno aveva bussato alla porta.

Sarà il tema della prossima puntata.

Giorgio e Valentina.

Neanche un bacio prima del matrimonio. Va bene?

È di qualche giorno fa la notizia di una coppia di giovani fidanzati che ha affermato di aver voluto aspettare il giorno delle nozze per scambiarsi il primo bacio (qui l’articolo). Senza voler giudicare la scelta di questi due ragazzi, che è personale e rispettabile, voglio approfittarne per mettere in evidenza alcuni aspetti spesso sottovalutati da chi decide di vivere un fidanzamento in questo modo. Sia chiaro che io sono per la castità ma alcune riflessioni vanno comunque fatte.

Ho letto vari commenti sui social riguardo questa scelta. La maggior parte erano commenti tendenti a prendere in giro e a ridicolizzare i due giovani. Altri commenti invece applaudivano i fidanzati perché capaci di una scelta radicale di astinenza prematrimoniale. Io sinceramente non mi ritrovo in nessuna delle due posizioni. Credo che una scelta così radicale possa essere espressione di un desiderio di vivere la relazione affettiva nella verità, ma può anche essere un campanello di allarme. Cosa intendo dire?

Siamo d’accordo, credo che nel fidanzamento non ci sia ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. Quindi, dove sta il pericolo nella scelta di un’astinenza completa?

È importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso, come si costruisce una relazione casta? La risposta non è né nell’astinenza completa né nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi, fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta, nel contesto del fidanzamento, richiede un equilibrio tra la sfera emotiva e fisica. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino un’eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre “dal collo in su”), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza.

Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati perché il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza dai gesti corporei teneri non va bene perché rende la relazione fredda, distaccata e spesso nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Per questo è preferibile la continenza all’astinenza. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape, sul dono senza metterci il corpo, diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia?

Voglio concludere prendendo spunto ancora da quanto hanno affermato i due giovani dell’articolo. La coppia ammette che non è stato facile resistere alla tentazione. Questa affermazione dei due è molto positiva e mi lascia ben sperare per la loro relazione.

Cari fidanzati, se scegliete la castità e non fate fatica, drizzate le antenne. Ci potrebbero essere dei seri problemi personali o di coppia che poi nel matrimonio vengono fuori drammaticamente. Se non desiderate vivere l’intimità con la vostra fidanzata o il vostro fidanzato non è per nulla un segno positivo. La castità deve essere faticosa. Mooooolto faticosa. Solo così vi preparerà ad un matrimonio nella verità.

Antonio e Luisa

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