Lo Spirito ci insegna a pregare

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osservate i miei omandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Contestualizziamo il momento in cui Gesù afferma queste cose. E’ un momento molto importante. Siamo nel capitolo 14 di Giovanni. C’è appena stata l’ultima cena. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. C’è un’atmosfera molto intima.

Un momento di commiato. Gesù si prepara ad affrontare la sua Passione. Mi immagino Gesù guardare uno ad uno i suoi amici, posare su di loro il Suo sguardo carico di amore e forse anche un po’ malinconico. Questi sono i momenti in cui una persona apre il suo cuore e probabilmente anche Gesù, che è vero uomo, lo ha fatto. Ha aperto il cuore, ha parlato al cuore dei suoi discepoli, le persone che più di tutte, dopo sua madre, sono state a Lui vicino. In quel momento molto intimo, appena dopo aver mostrato la Sua regalità in modo concreto lavando i piedi ai suoi amici, ha confidato  cosa significa essere re. Gesù sta dicendo che per essere umili bisogna essere e sentirsi re.

La regalità, quella vera, ti conduce al servizio e non ad usare le persone che hai vicino. Fra Andrea evidenzia una tentazione che forse ha sfiorato Gesù in quei momenti. Sta lasciando i suoi amici, la Sua missione terrena sta volgendo al termine, e teme nel cuore di non aver fatto abbastanza per loro. Poi però si risponde da solo. Non li lascia soli. Lascia il Suo Spirito. Lo Spirito Santo. E lo chiama il Paraclito. Dal verbo greco parakaleo che significa chiamare, insistere, esortare, supplicare, consolare o essere consolato, incoraggiare. Tutte azioni che lo Spirito Santo esercita in noi, o meglio in un cuore aperto ad accoglierlo.

Ecco lo Spirito vi insegnerà a pregare. Insegnare non nel senso di trasmettere concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo. Veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore. Ad accettare le scelte che le persone che amiamo, siano esse figli, marito, moglie, decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù, i comandamenti della Sua sposa la Chiesa, non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imarare a pregare con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  nella nostra vita di ogni giorno.

Posiamo dire si alla vita, posiamo dire si a una sessualità casta senza contraccettivi. Possiamo dire si alla fedeltà anche quando costa fatica. Possiamo dire si mettendoci al servizio dell’amore, servendo nostro marito nostra moglie.

Sembrano tutte costrizioni ma in realtà più impariamo ad amarci con questo stile e più troveremo nel dono reciproco la gioia e la pienezza di vita.

Antonio e Luisa

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Gli amici sono matite di Dio nella mia storia.

Ho sempre provato avversione per le mie fragilità e per la sofferenza. Forte, tenace e apparentemente indistruttibile, se soffi su certi punti mi sembra di frantumarmi. Tante volte nella mia storia sono stata convinta di dover affrontare le difficoltà da sola, ma la vita grazie a Dio me lo ha impedito, donandomi degli amici speciali che sono entrati intimamente in relazione con quei fatti faticosi che io volevo solo vomitare o nascondere.

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Tante volte scrivo che senza gli amici, e nei potrei elencare moltissimi di più delle dita di una mano, io non ce l’avrei mai fatta ad affrontare certe cose. Ho avuto FRATELLI che mi hanno sostenuto, abbracciata, incoraggiata, che hanno pianto con me quando le cose erano irrisolvibili. Ho avuto SORELLE che mi hanno ascoltata, consigliata, che mi hanno fatto vedere chi ero e chi potevo essere nonostante tutto. Mi hanno fatta ridere sdrammatizzando le situazioni più orribili e mi sono state vicino in silenzio. Non è possibile farcela da soli. ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRO. Nella mia fede cristiana ho scoperto che certi amici sono lo strumento preferito di Dio per farmi sapere quanto mi ama e quanta fiducia lui abbia in me. Non puoi portare avanti un matrimonio da solo. Hai bisogno di una rete di amici, di belle coppie volte al bene (non senza problemi), di saldi valori, di fede. Ci sono alcune coppie speciali che amo particolarmente che sono state dei pilastri nel mio matrimonio, perché con loro ci potevamo confidare, confrontare, sfogare. Sentire che certi problemi che vivevamo non eravamo i soli a sperimentarli. Ero alleggerita nel constatare che le parole grosse (…e a volte qualche piatto) volavano anche a casa degli altri. Scegliteli bene gli amici da avere accanto, diceva il nostro padre spirituale, perché quando arriva pioggia, vento, grandine e neve nel tuo matrimonio, tu possa trovare in loro sicuro riparo. Quel riparo che poi ti da la forza di uscire e affrontare le intemperie. Spesso pensi che non sia il caso di confidarti con altre persone su quella crisi che stai vivendo con tuo marito o con tua moglie, su quel problema con i tuoi figli. Se sei maschio è peggio, perché a quanto pare i maschi faticano molto più di noi a confidarsi. Pensi che chi ti sta vicino ha i suoi problemi e di certo non puoi anche mettergli addosso i tuoi pesi. Ma invece forse è una scusa raccontata a noi stessi per giustificare un senso di vergogna; il fatto che abbiamo paura di fare vedere all’altro le nostre fragilità, le nostre sofferenze, i limiti, le zone più oscure. Non ti privare di uno dei regali più belli che si possa ricevere e fare: la CONDIVISIONE. La condivisione è una potentissima arma d’amore contro un terribile mostro che sta alla base della maggior parte dei problemi: la SOLITUDINE. La solitudine è bastarda, perché amplifica le ferite e gli ostacoli. Il vero problema dei problemi è la solitudine. Perché qualsiasi complicazione tu stia vivendo se sei circondato da gente che ti vuole bene stai a trequarti del percorso. Mani, gambe, menti e cuori si moltiplicano e ti viene una forza che non pensavi di avere. Circondati di amici che credono nelle tue potenzialità e vedono le tue risorse, perché da soli nulla si può superare. La condivisione aggiunta alla forza dello stare INSIEME, al desiderio di cambiare, in alcune circostanze può salvare la vita. Come è stato per me prima di conoscere Roberto, dopo il mio matrimonio, con la nascita dei bambini: quando i figli non arrivavano, quando Davide è nato prematuro e pesava un chilo e cinquecento grammi, quando Roberto sembrava emigrato con la mente e il cuore in un altro mondo, nelle mie gravidanze a rischio, nella fatica di dare gli esami coi figli piccoli, nel disinteresse di mio marito, nella solitudine di avere la mia famiglia a settecento chilometri di distanza, la dislessia, l’epilessia. In ogni ferita, l’oro dell’amore di amicizie speciali sanava e riempiva le fenditure di quel vaso rotto che era il mio cuore. GRAZIE AD OGNUNO DI VOI, matite di Dio nella mia storia.

Claudia e Roberto

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Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa

Uno dei rischi più grandi del matrimonio è diventare come fratello e sorella. Dovrebbe essere però spiegata meglio. Non è sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. Perchè dico questo? Perchè l’amore di Filia (amicizia) è importante. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma è qualcosa di molto più profondo. Esiste tra di loro una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

La mia sposa non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei deve essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei deve essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro/a. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci amare completamente dall’altro e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre.

Antonio e Luisa

 

Memoria corta per il male e lunga per il bene.

Come molti di voi sanno, venerdì siamo stati ospiti a Tv2000 per testimoniare il perdono nella coppia. Ho citato anche San Paolo e Amoris Laetitia. Vi riporto l’articolo da cui ho preso spunto per prepararmi alla trasmissione. E’ un articolo che avevo scritto alcuni mesi fa.

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa