Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Chi è il nostro Sansone?

Dal libro dei Giudici (Gdc 13,2-7.24-25) In quei giorni, c’era un uomo di Sorèa, della tribù dei Danìti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte”». E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui.

Questo brano racconta di come Sansone entri a far parte della storia di Israele, egli è una figura molto conosciuta anche per via dei film dedicati alla sua storia, ma ciò che ci interessa è il fatto che in questo periodo di Avvento la Chiesa ci fa capire come la venuta di Gesù non sia accaduta d’improvviso ma preparata da secoli di profezie e da diversi precursori che in qualche modo hanno aiutato Israele ad aspettare il vero Salvatore; infatti anche Sansone è stato un precursore del Messia, una sua prefigura.

E come tutti i precursori hanno incarnato ora un aspetto ora un altro del vero Messia, proprio perché erano solo degli uomini, certamente grandi uomini ma pur sempre creature limitate e fragili e con peccati anche gravi sulle spalle; ma la loro finitezza ha preparato i cuori affinché si vedesse la differenza con il vero Messia, affinché Gesù potesse essere riconosciuto come Dio, il Figlio di Dio e non solo nella sua natura umana.

Ci sono alcune assonanze con la storia di Gesù – come quella di altri suoi precursori – e cioè che Sansone è il figlio della promessa divina, unico di una coppia speciale che però era sterile, perciò diviene il figlio eletto per una missione speciale così come speciale fu la sua generazione per mano di un intervento miracoloso su una donna sterile.

Tutti questi ragionamenti – e molti altri che si potrebbero fare – non servirebbero a nulla se non toccassero la nostra vita, sarebbero solo esercizi dell’intelletto e poco più, ma non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione di scorgere un Sansone anche nella nostra vita.

Sicuramente anche noi abbiamo avuto nella nostra vita qualche precursore di Gesù, qualcuno cioè che ci ha mostrato qualche aspetto di Dio nonostante la sua limitatezza, la sua fragilità e forse qualche suo sbaglio. Per tante coppie che hanno intrapreso il nostro stesso cammino nell’Intercomunione delle famiglie è stato padre Bardelli.

Possiamo affermare senza dubbio alcuno che per noi è stato un Sansone, un inviato speciale di Dio per una missione speciale: liberare il suo popolo da un nemico visibile in attesa – e come prefigura – della vera e definitiva liberazione dal peccato che opererà Gesù sulla Croce; padre Bardelli ci ha liberati da un nemico – tra i tanti – che è l’impurità.

E quando pensiamo a lui, quando rivediamo qualche suo video, quando preghiamo per la sua anima, non possiamo che lodare e ringraziare il Signore per averci mandato un suo inviato come liberatore da una relazione amorosa malata e distorta. Per noi è stato un Sansone anche perché si scorgeva nel suo modo di relazionarsi con noi – a quel tempo – giovani fidanzati una forza straordinaria, si percepiva come quella forza non provenisse da lui solamente, ma è come se lui la lasciasse uscire a mo’ di rubinetto che lascia passare l’acqua. Inoltre lo possiamo considerare precursore anche perché non ha mai detto o fatto per autocompiacimento, un po’ come ha fatto il Battista che ha indicato ai suoi discepoli uno più grande di se stesso: Gesù.

Cari sposi, forse avete avuto anche voi un Sansone o forse qualche coppia ne ha bisogno, rinnoviamo in questa settimana una preghiera di gratitudine al Signore per aver usato il nostro Sansone oppure una preghiera per chiedere al Signore il vostro Sansone.

Non è perfetto? Poco male, perché se lui fosse perfetto sarebbe lui il Messia.

Giorgio e Valentina.

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

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La sciagura del divorzio breve

Il divorzio breve

L’ultima novità, in fatto di matrimoni è… il divorzio breve. Divorzio sì, ma breve, anzi, brevissimo. Fino a ora si poteva divorziare da sei mesi fino a un anno dalla separazione. Ma chi volete che aspetti da sei mesi a un anno, nel mondo dell’instant marketing, del cibo d’asporto, dei treni ad alta velocità? Si poteva fare di meglio e, a quanto pare, è stato fatto.

Col divorzio breve, porre termine a un matrimonio è più che mai facile e veloce. Domanda di divorzio unilaterale e domanda di separazione si presentano contestualmente. Come c’era da aspettarsi, tanti plaudono alla cosa come a una grande conquista di civiltà.

Proprio ieri, ripensavo al mio matrimonio. Ci è voluto circa un anno per organizzarlo. Eppure, non avevamo fatto nulla di speciale. Allora ho controllato. Le cose non sono granché cambiate. Sui siti web dedicati al tema delle nozze, ho scoperto che guru delle cerimonie e wedding planner blasonati consigliano di partire coi preparativi almeno un anno prima. Leggete voi stessi, se non mi credete guardate questi siti (weddingtime sposinstyle).

Dunque, nel nostro strano mondo, ci vuole un anno per preparare una cerimonia che dura un giorno. Anzi, ben meno di ventiquattro ore. Però basta molto, ma molto meno, per dirsi addio per sempre, fra marito e moglie.

Il divorzio breve è il black Friday delle relazioni

Il divorzio, così semplificato e reso agile, ricorda l’acquisto “d’impulso”. Quello che la grande distribuzione conosce e attua a meraviglia. Avete presente il black Friday? Condizioni speciali, disponibili solo se si agisce in velocità. Ogni lasciata è persa. È un po’ come l’incantesimo della fata di Cenerentola: la magia finisce a mezzanotte in punto. Fra la decisione e l’acquisto vero e proprio, passano pochi minuti. Talvolta secondi.

Non c’è il tempo di ponderare, di mediare, di chiedersi se quello che stiamo per fare sia davvero giusto per noi. Lì il fattore velocità è tutto: quel che sia, purché sia, ma in fretta. Non c’è tempo per i ripensamenti. Non ci sono pause di riflessione. La decisione produce un effetto immediato irreversibile: riempire un carrello virtuale e perfezionare l’acquisto. Senza possibilità di reso. Come rendere il coniuge alla famiglia di origine. Anche qui in modo rapido e irreversibile. Senza spazio per dubbi o ripensamenti. Può sembrare un paragone azzardato, ma non lo è.

Basta un breve periodo di crisi, un litigio un po’ più serio, un fraintendimento che, sull’onda dell’emotività, si può chiedere e ottenere subito il divorzio. Senza concedere una seconda chance a chi ci ama e amiamo, e forse ha avuto un’uscita infelice. O forse attraversa un momento difficile.

Il divorzio breve azzera la perseveranza

Qualche giorno fa si è diffusa la notizia di una moglie che ha deciso di divorziare il giorno stesso delle nozze. Il motivo? Era molto arrabbiata col marito per uno scherzo. Lui le ha tirato la torta nuziale in faccia. Non si sa dove né quando ciò sia avvenuto di preciso. La notizia è stata ripresa da vari giornali.

Non è una storia italiana di certo. Però potrebbe diventarlo in futuro. Il problema del divorzio breve, è che azzera la perseveranza. È evidente che si desideri uscire al più presto da una situazione poco piacevole. Il fatto è che, nella quotidianità del matrimonio, possono verificarsi diversi episodi poco piacevoli. Questo non vuol dire che l’uomo (o la donna) che abbiamo al fianco siano mostri. Vuole solo dire che abbiamo bisogno di mediare, di perseverare. Dobbiamo darci tempo, per imparare a conoscere il consorte. Serve la volontà di affrontare e superare le difficoltà. E le difficoltà ci saranno certamente, al di là del sentimento.

Perché, come disse bene Gilbert Keith Chesterton: Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno “compatibile”. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili. (nel libro: Cosa c’è di sbagliato nel mondo, lo avevo recensito qui.

Se esiste una via d’uscita veloce, perché dovremmo impegnarci nella fatica di trovare un equilibrio nella nostra relazione? Eppure, anche i matrimoni più riusciti, hanno affrontato una fase di rodaggio. Se gli sposi avessero gettato la spugna, sapendo di poterlo fare, sarebbero davvero diventate unioni solide?

Il nemico del matrimonio

La natura umana è instabile, debole, capricciosa. Per questo il divorzio breve è il più gran nemico del matrimonio. La migliore garanzia per la solidità coniugale è proprio nell’indissolubilità del matrimonio. Una unione che non può essere messa facilmente in discussione dai nostri umori alterni, ci costringe a lavorare su noi stessi. Ci impegna alla generosità, all’umiltà, al perdono.

Al contrario, un matrimonio senza impegno, a tempo determinato, facile da cancellare, asseconda proprio la nostra incostanza. Se si divorzia sull’onda dell’emotività, non esiste nessuna garanzia che una relazione successiva abbia miglior successo. Se proseguiamo, senza educare il nostro spirito alla perseveranza, incontreremo nuovamente degli ostacoli e di nuovo non avremo le risorse per superarli. Non ci sono matrimoni che funzionano grazie al pilota automatico, a un qualche sortilegio o miracolosa tecnica relazionale.

Divorziare è affrontare un fallimento

Ogni matrimonio è una scuola di disciplina personale. Non è scappare dalla scuola, che ci renderà più felici, ma solo più irrisolti. Divorziare, infatti, anche se diventa un atto amministrativamente più semplice, resta comunque un enorme fallimento di vita. Ci sono esperti che paragonano il dolore e l’alienazione del divorzio a ciò che si prova nel caso di un lutto.

Alleggerire la forma del matrimonio, non ne varia di un briciolo la sostanza. Al contrario, dà l’illusione iniziale che un legame così profondo, si possa cancellare assieme alle firme sulla carta da bollo. Ma l’apparenza di facilità e leggerezza dura poco.

Se ci siamo giurati amore davanti a Dio e alle nostre famiglie, probabilmente credevamo nel nostro amore. Vederlo naufragare, affrontare il distacco dall’altro, dover rinunciare ai sogni che avevamo coltivato su questa unione, sono delusioni profonde.

Il nostro senso di fallimento e dolore non si alleggerisce, per effetto di una proceduta amministrativa più rapida. Senza contare che, come ogni cattolico sa, il matrimonio non può essere sciolto, terminato, cancellato. Anche se i coniugi si allontanano, anche se divorziano per la legge degli uomini, rimangono sposati nel sacramento di Dio. Per questo, il divorzio breve rischia di essere l’ennesimo inganno, ai danni delle coscienze. L’ennesima promessa di finta serenità, destinata a lasciare rovine e amarezza.

Anna Porchetti 

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L’invito a nozze è già in buchetta

Cari sposi, siamo arrivati alla domenica in “Gaudete”, nome derivante dalla prima parola dell’antifona in latino. Gaudere che proviene etimologicamente dal verbo “gustare”, cioè, mangiare cosa gradevoli. Sembra infatti pienamente in consonanza con il tempo che stiamo per vivere, dove l’appetito sarà saziato oltremodo tra pranzoni e cenoni.

Così, oggi nella Parola la gioia sta al primo posto: ogni lettura contiene un riferimento ad essa. Da “io gioisco nel Signore” a “il mio spirito esulta”, fino a “siate sempre lieti” … E tra tutti questi sinonimi di gioia ce n’è uno che mi ha colpito in particolare e si tratta di “letizia”. Mentre la gioia è lo stato interiore che si prova quando si “gioca”, cioè il fare qualcosa di gradevole e piacevole, la letizia è quella gioia che proviene dal sapersi fecondi. Difatti, pensate un po’, il lemma latino “laetitia” proviene da “laetamen” …ciò che rende fecondo un terreno.

Quindi siamo nella gioia quando sappiamo che tutto quanto facciamo e ci capita può essere fecondo, ossia, portare un frutto di bene per noi e per gli altri se lo viviamo in Cristo. Sarà forse per questo che Papa Francesco, pensando a voi sposi, ha voluto intitolare la sua Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”? Allora, anche le tribolazioni e le croci possono essere vissute nella letizia. Ricordate quella spiegazione che fece Francesco a fra Leone su cosa consisteva appunto la “perfetta letizia”? E pensate anche a quale notte oscura si celava dietro a quel sorriso angelico di Madre Teresa a cui ci siamo abituati.

Ma andiamo ora ai testi della Liturgia. Dicevo che antifona, prima lettura, salmo e seconda lettura fanno eco, ognuno a suo modo, della gioia che proviene dal Natale così vicino. Ma poi il Vangelo vira in un’altra direzione. Il brano offerto dalla Liturgia è un estratto dell’incontro che Giovanni Battista ebbe con i capi religiosi di Israele. Dai toni si coglie che non dovette essere proprio un grande dialogo, all’insegna della cordialità e affabilità per tutta la serie di “no”, magari segno della sua poca voglia di stare lì a interloquire. Questo schermirsi dagli occhi puntati su di lui, lascia spazio poi alla meravigliosa dichiarazione: “non sono degno di slegargli il laccio del sandalo”.

A prima vista potremmo dedurre si tratti di un’immagine carica di umiltà e riverenza nei confronti di Gesù. Invece Giovanni, da buon ebreo, sta usando un’espressione “tecnica”, molto precisa, che si riferiva a un uso matrimoniale dell’epoca, ossia la legge del levirato.

Se un promesso sposo fosse morto prima della celebrazione, il suo parente più stretto avrebbe avuto il dovere di prendere la nubenda come moglie affinché la discendenza avvenisse secondo il proprio casato e non al di fuori di esso.Slegare i lacci del sandalo, quindi, è ben di più di un gesto umile. Voleva dire che il parente più prossimo allo sposo rinunciava al diritto/dovere di applicare la legge del levirato. Se avesse rinunciato a questo diritto avrebbe dovuto togliersi il sandalo. Dicendo quella frase, invece, Giovanni ammette di non poter togliere a Gesù il sandalo perché non ha alcun diritto di prendersi la sposa/Israele – Chiesa perché «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa» (Gv 3,9; cfr. 2,9).

Ed eccoci così giunti al senso grandioso che questa Parola ha per voi: lo Sposo vero e proprio non siete voi ma è Gesù! Come Giovanni si mise da parte per lasciare il posto a Cristo, anche voi siete chiamati a fare lo stesso a vicenda, togliervi dal centro, mettervi da parte per lasciarGli il posto di onore. Ecco il segreto del matrimonio “alla Cristo” e la via per essere davvero buoni coniugi. La grandezza di Giovanni, difatti, è proprio questa: essere piccolo, essere servitore, essere per un Altro…

Perciò, questa è la via della gioia nel matrimonio! Tutto quanto detto sulla gioia in precedenza non si può raggiungere se non si vive il matrimonio come Giovanni. In questo tempo di Avvento, oramai vicini al Natale, vi auguro di cuore di sapervi fare piccoli e umili come il Battista perché Cristo possa avere quella centralità che si merita nel vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Don Luca dice di lasciare posto a Gesù. Mettere Gesù al centro. Ha ragione! Sapete qual è il problema? Tanti – anche credenti e sposati sacramentalmente – non riescono a farlo perchè nel loro cuore non credono di averne bisogno. Credono di bastarsi. Per noi non è stato così. Noi siamo arrivati al matrimonio consapevoli che da soli non avremmo mai combinato nulla di buono. E questo ci ha aiutato a chiedere aiuto a Gesù. Noi siamo partiti con meno talenti rispetto a tanti altri che hanno fallito, ma questa conapevolezza ha fatto sì che non abbiamo mai fatto da soli. Abbiamo sempre affidato tutto a Gesù. Questo fa tutta la differenza del mondo!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /18

Siamo giunti al decimo capitolo, che il Collodi titola così a mo’ di riassunto:

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.

Perfino i burattini, nella loro natura legnosa, riconoscono tuti quelli che sono simili a loro; sembra che non ci sia molta differenza tra il mondo del palcoscenico e quello vero, lo si denota da come Arlecchino e Pulcinella smettano di recitare e si rivolgano a Pinocchio, il quale si vede riconosciuto da chi non lo aveva mai visto prima d’ora, eppure tutti i burattini si rivolgono a lui col titolo di “nostro fratello“. Sembra che anch’essi non abbiano fili, ma è solo una parvenza di libertà: l’intervento del terribile Mangiafoco chiarisce subito chi sia colui che può decidere per tutti e su tutti.

Questo capitolo è la parabola dei nostri tempi: la cultura contemporanea del mondo è tutta tesa a squarciare il velo sottile di un’apparente umanità – quella di Arlecchino, Pulcinella e gli altri burattini – per denudare il pupazzo senz’anima, l’uomo viene raccontato e trattato come una marionetta appena rivestita di un’illusoria apparenza di libertà. Quando si è divenuti burattini, commenta il cardinal Biffi, l’arrivo del burattinaio è immancabile.

Ma perché Pinocchio sfugge al triste destino dei comuni burattini?

Grazie al fatto che lui ha un padre che lo aspetta a casa e che lo ama, a differenza dei burattini per i quali l’unica autorità superiore è il burattinaio, il quale dispone di essi come meglio crede: li tiene legati non solo coi fili visibili, ma molto più coi legami invisibili del potere su tutti.

Anche gli sposi debbono porre molta attenzione sulla propria vita, sul proprio matrimonio; essi sono quindi chiamati a scegliere se lasciare la propria vita in mano a qualche burattinaio oppure vivere da coloro che hanno un Padre che li aspetta a casa e che li ama.

Nel nostro mondo sarà praticamente impossibile trovare un Mangiafoco che si impietosisca e ci lasci andare solo per il fatto che abbiamo un padre, semmai sarà più facile l’esatto contrario, ovvero il Mangiafoco moderno vuole sostituirsi ai padri e al Padre.

Incontriamo tanti sposi che si sono lasciati appicciare dei fili invisibili col mondo, si sono convinti, ad esempio, che le vacanze vadano vissute come dice il mondo e non per ritrovare il tempo per Dio, per la preghiera e l’approfondimento della fede, per la coppia, per il rapporto coi figli… si sono lasciati convincere che la Domenica sia un giorno come un altro, che il fulcro della Domenica sia la gita fuori porta… si sono lasciati plasmare dal burattinaio che vuole strappare loro i figli crescendoli come degli automi, tutti standardizzati secondo gli schemi del burattinaio, ci rispondono che sono ragazzi e che va bene così… si sono lasciati convincere che la convivenza dei propri figli non è un male… e potremmo continuare l’elenco, ma il problema non sta nell’elenco quanto nell’aver deciso di avere un burattinaio come padre e non il vero Padre che ci aspetta a casa, la nostra vera patria.

Presto o tardi Mangiafoco userà i vecchi burattini per attizzare la fiamma sotto l’arrosto di montone, non vorremmo essere tra quelli vero?

Giorgio e Valentina.

Siamo testimoni o giudici?

Anche noi interroghiamoci, ognuno di noi faccia questa domanda a sé stesso, interroghiamoci: amo davvero il Signore, al punto da volerlo annunciare? Voglio diventare suo testimone o mi accontento di essere suo discepolo? Prendo a cuore le persone che incontro, le porto a Gesù nella preghiera? Desidero fare qualcosa perché la gioia del Vangelo, che ha trasformato la mia vita, renda più bella la vita loro? Pensiamo questo, pensiamo queste domande e andiamo avanti con la nostra testimonianza. (dall’Udienza generale del 13/12/2023)

Queste sono le domande che papa Francesco ci invita a rivolgere a noi stessi. Sono domande forti. In particolare per chi cerca di evangelizzare un mondo sempre più lontano dal Signore e per questo sempre più povero.

Cosa ci sta dicendo papa Francesco? Ci chiede semplicemente di interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a proporre determinati valori. In un mondo in cui i valori sembrano spesso relativi e soggettivi, papa Francesco ci invita a riflettere su un aspetto fondamentale: Cristo non è solo parte del nostro bagaglio culturale e del nostro stile di vita, ma è una persona viva e reale.

In queste parole possiamo cogliere l’importanza di un incontro personale con Cristo. Un incontro che va oltre la mera conoscenza teorica o l’appartenenza formale a una tradizione religiosa. Papa Francesco ci ricorda che Cristo è una persona che abbiamo incontrato, che ci ha amato e con cui abbiamo iniziato una relazione d’amore.

Questa relazione personale con Cristo dona un senso profondo ai nostri valori. Quando viviamo l’amore di Cristo nelle nostre vite, i nostri valori non diventano una contrapposizione a quelli degli altri, ma una bellezza da condividere. Diventiamo capaci di amare e rispettare gli altri nel rispetto della loro dignità umana.

Solo attraverso questa relazione personale con Cristo possiamo essere credibili nella nostra testimonianza di valori autentici. Non si tratta solo di professare parole, ma di vivere in coerenza con ciò che crediamo. Papa Francesco ci invita quindi a interrogarci sulle nostre motivazioni più profonde, sulle radici delle nostre scelte e azioni.

Facciamo un esempio concreto. Chi non crede nel matrimonio e vive una sessualità disordinata non è un antagonista, non è una persona da disprezzare. È un nostro fratello o una nostra sorella. Quello che ci chiede Papa Francesco credo sia testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ma poi ci chiede di saperci avvicinare a chi fa scelte diverse con il rispetto che ogni persona merita. Con la consapevolezza che noi non siamo migliori di quelle persone, ma che siamo arrivati a determinate scelte grazie agli incontri che abbiamo fatto e alle vicende della nostra scelta personale.

È fondamentale comprendere che il rispetto reciproco è il pilastro su cui si basa qualsiasi forma di dialogo e scambio di idee. Ogni individuo è unico e ha il diritto di vivere la propria esistenza facendo le proprie scelte. È importante non dimenticare che non siamo noi a giudicare o condannare qualcuno, ma è compito di Dio. Il nostro ruolo, invece, è quello di amare incondizionatamente, di tendere la mano e di aiutare gli altri nel cammino della loro vita spirituale, pur comprendendo che ognuno ha il proprio percorso unico. Dire tutta la verità – ce lo chiede l’amore – ma senza imporla. Solo se l’altro è disposto ad ascoltarla. Altrimenti possiamo pregare e stare accanto continuando a testimoniare.

Quando Papa Francesco ci invita a testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ci chiede di farlo con umiltà e compassione. Questo significa accogliere ogni persona nel nostro cuore senza pregiudizi o discriminazioni. Non dobbiamo considerarci superiori o migliori, ma dobbiamo piuttosto adottare uno sguardo di rispetto e amore verso gli altri. Solo nel rispetto reciproco possiamo sperare che l’altra persona possa apprezzare anche le nostre scelte e scorgere in filigrana la bellezza di Dio. Come possiamo sperare di evangelizzare qualcuno se lo avviciniamo con uno sguardo di condanna? Solo l’amore salva! E noi possiamo esserne strumenti ma mai artefici.

Il primo luogo di missione è la nostra casa. Io ricordo sempre come Luisa mi sia sempre stata accanto senza giudicarmi nonostante io sia più indietro rispetto a lei. Tante volte ha aspettato che ci arrivassi io a determinate scelte, attendendo i miei tempi e aiutandomi con il suo amore gratuito ed incondizionato. Mi ha evangelizzato con il suo amore gratuito non tanto con le parole. Poi, quando sono stato pronto ad ascoltare con il cuore, allora sì che le parole hanno attecchito, altrimenti sarebbe stato tutto inutile.

Antonio e Luisa

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Cuori adolescenti. Relazioni che curano

Continuiamo a parlare di challenge. Ricordiamo, innanzitutto, che queste sigle sono vere e proprie sfide, assurde, che esistono perché qualcuno le ha inventate e, purtroppo, sono seguite da giovani in tutto il mondo. Avevamo parlato di NNN, adesso tocca a DDD, la challenge per il mese di dicembre: letteralmente ‘Destroying Dick December’.

Dopo un mese, novembre, di astinenza forzata, non poteva che esserci un ribaltamento della morale. Il nome parla chiaro, si tratta di praticare la masturbazione per un numero di volte quotidiano pari al giorno corrente del mese. Sperando che per i più restino soltanto parole, si tratta di una deriva strabordante e illogica dalla quale, per quanto ci riguarda, proveremo a tirare fuori qualche riflessione positiva.

Riguardo alla NNN ci eravamo soffermati sulla ricerca identitaria della fase adolescenziale (cosa cerca un cuore adolescente? A chi o dove chiede risposte?), per la DDD vorrei sfiorare il tema della conoscenza di sé e del proprio corpo, tema centrale nell’età della giovinezza. Un cuore che cerca risposte è un cuore che si sta conoscendo, si sta scoprendo quasi adulto, si sta proiettando nel futuro, in un mondo disincantato lontano da quello infantile.

L’adolescente, spesso, si affaccia alla conoscenza del proprio corpo consapevole che dovrebbe sapere tutto, perché la società sa tutto di lui. E così, per non restare indietro, ingurgita informazioni su informazioni, fa incetta di tutto ciò che offre il web per capire, sapere, comprendere. Ma il web, come dice la parola stessa, è una “ragnatela” che non tarda ad acchiappare chi non sa come funziona: quando diciamo che internet dà accesso a qualsiasi informazione, rendiamoci conto di cosa significa quel “qualsiasi” per un adolescente (o peggio, un bambino lasciato solo con il telefono). Significa poter soddisfare qualsiasi curiosità, anche legittima e ingenua, senza filtri, senza confronto, senza relazione, dando credito a sconosciuti che hanno pubblicato qualcosa sul web.

La DDD è la strabordante deriva che nega il rispetto di sé, della propria sessualità, oltre a ignorare completamente (volontariamente o meno) la relazione per la quale l’atto sessuale è stato creato. Spesso mi sono chiesta cosa avesse la psicoterapia di tanto diverso da una chiacchierata con un amico fidato: perché la terapia cura e una chiacchierata con un amico no? Perché alcuni nodi sono sviscerati e sciolti in una seduta e non al bar in compagnia?

Eppure, magari, le confidenze sono le stesse. La risposta illuminante (e chi ha fatto terapia sa di cosa parlo) me l’ha data un mio amico psicologo: è la relazione che cura. Posso essere sollevato o confortato in seguito ad una telefonata amicale, ma se ho difficoltà o nodi pregressi non saranno sciolti, occorre un altro tipo di relazione. La relazione cura, sempre. Dipende di quale cura hai bisogno. Il Signore ci ha donato le emozioni, ne siamo responsabili per vivere bene, pienamente, consapevolmente.

Quello che il web non dà a nessuno è la relazione. Che è esattamente ciò che gli adolescenti cercano maggiormente. Tutti vogliamo essere connessi e siamo qui, sui social: sia chiaro, la relazione è un bisogno umano primario, non siamo fatti per vivere soli. Ma un adolescente che cerchi risposte su internet si priva di una componente essenziale per una proficua ricerca: qualcuno che gli voglia bene e, proprio per questo, gli proponga informazioni o riflessioni nel modo e nell’ordine ritenuto migliore per lui. Vi sembra poco? A me sembra tutto.

Certamente, internet è uno strumento incredibile, un dono, che va saputo utilizzare al meglio. Chi sa usarlo (e ne conosce le trappole) probabilmente troverà cosa cerca senza troppe difficoltà. Ma su argomenti tanto sensibili come il proprio corpo e il suo funzionamento, per un adolescente che sa semplicemente digitare domande, come possiamo pretendere che internet rimandi solo contenuti semplici, saggi, prudenti o addirittura cristiani? Come aprire il rubinetto al massimo e pretendere che l’acqua fuoriesca goccia a goccia.

La fede è relazione. Essere chiamati per nome è l’inizio di una relazione. L’Arcangelo Gabriele che saluta la Madonna entra in relazione con lei. Dio che cerca l’uomo, chiedendo il Sì di Maria, è un Dio-con-noi, un Dio in relazione. La preghiera è relazione (se ascoltiamo anche!). Il Matrimonio è relazione e una piuttosto speciale direi, quella che ci scegliamo per la vita. La genitorialità è relazione, con dei figli che non sono nostri ma che siamo chiamati a guidare e accompagnare per un pezzo di strada. Siamo chiamati ad intessere relazioni, cari sposi. L’autenticità delle stesse sarà il banco di prova dei cuori adolescenti di domani: hanno fiuto per la Verità, come ha suggerito il Papa. E quanto è vero!

Vigiliamo e preghiamo affinché non vada perso con il tempo, con il disincanto, con le trappole del web, con i mille inganni e le mille challenge che il mondo potrà loro proporre. Restiamo uniti, restiamo veri, affrontiamo i tabù (o presunti tali) con semplicità e onestà. Non dobbiamo avere tutte le risposte: non crollerà il mondo se lo ammettiamo, che sia davanti ai nostri figli o al nostro sposo. La relazione cura entrando in relazione: possiamo limitarci a tante conoscenze oppure metterci davvero in gioco con qualcuno. Questo fa e farà la differenza.

L’unica challenge che merita giocare è quella dell’abbandono in Dio. Più ci sapremo consegnare a Lui, più scopriremo noi stessi, il nostro cuore, e come dice S.Agostino: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1).

Giada (@nesentilavoce)

Stereotipi e frasi fatte che inquinano la famiglia

Non sei ancora fidanzato/a? Cos’aspetti!”, “È da tanto che siete insieme, quand’è che vi sposate?”, “Ora che siete marito e moglie ci va un bambino, eh?”, “Un figlio solo è troppo poco, dovete fare il secondo”, “Non c’è due senza il tre”, ecc …

Diciamo la verità: quante volte ci siamo sentiti rivolgere queste frasi e, ammettiamolo con onestà, magari siamo stati noi stessi i primi a rivolgerle ad altri … Fermiamoci un attimo a riflettere: sono affermazioni sensate e incoraggianti oppure no? In realtà, hanno ben poco di maturo e ponderato anzi, posso fare dei danni anche molto seri, in quanto fondate su stereotipi e banalità che non possono e non devono essere acquistati o venduti al banco del primo offerente perché vanno a ledere non solo la sfera più intima e privata delle persone ma a toccare dei tasti, dei sentimenti o delle condizioni di vita che non si possono ridurre a frasi fatte e buttate lì come se fossero caramelle.

È sempre necessario, infatti, partire dal presupposto che non possiamo conoscere tutto della vita degli altri né giudicare basandoci esclusivamente sul poco che vediamo o sappiamo; la Parola di Dio è molto chiara a questo proposito: “Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”, leggiamo nel libro del profeta Samuele (1 Sam 16, 7).

Cerchiamo quindi di analizzare insieme le frasi citate all’inizio: si basano tutte sulla presunzione di sapere ciò che è meglio per gli altri, sulla scia di quello che sembra dover essere un percorso standard, ideale per ciascun uomo e ciascuna donna, quando sappiamo benissimo che non può essere così. Se un ragazzo o una ragazza non sono fidanzati può voler dire molto più del semplice “non lo sei ancora”: potrebbero, per esempio, essere attivamente alla ricerca di un partner senza averlo incontrato oppure avere la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Facendo quella domanda andiamo a mettere in dubbio la loro condizione e rischiamo di farli sentire inferiori o in qualche modo diversi: niente di più sbagliato!

Ugualmente, insistere sul matrimonio non è cosa buona; certo, in un’ottica cristiana il sacramento deve senz’altro essere la meta di una relazione stabile, sana e matura ma non devono mai esserci forzature esterne, che rischiamo di modificare o accelerare dei tempi che solo i diretti interessati o eventuali guide spirituali conoscono. Non ci si sposa per forza o perché viene chiesto da qualcuno ma per amore, ben sapendo la grandezza ma allo stesso la responsabilità che ha l’unione cristiana, innanzitutto davanti a Dio ma anche nei confronti della società e degli eventuali frutti del matrimonio stesso, altre vite, con le quali non si può giocare.

Non parliamo, poi, della presunzione di comandare gli altri sull’arrivo dei figli: ci siamo mai fermati a pensare alla complessità di situazioni e vissuti che gravitando attorno alla presenza o all’assenza di un bambino? Potrebbero esserci coppie che lo desiderano ma non possono o non riescono ad averne, coppie che devono affrontare la complessità e il dolore di aborti spontanei, coppie con problemi di salute che pregiudicano la gravidanza … come le facciamo sentire se le bombardiamo di domande simili? Ci rendiamo conto che sono frecce dolorosissime che vanno a conficcarsi nel cuore e nell’anima, ingigantendo sofferenze che sono già grandissime di loro?

La curiosità morbosa verso la vita degli altri cui, purtroppo, ci sta abituando la società porta la nostra mente non solo a voler sapere tutto di tutti ma anche a voler influenzare gli altri con le nostre vedute, le nostre opinioni e il nostro volere; così facendo, però, non solo andiamo a caricare dei pesi o delle sofferenze sulle spalle delle persone, rendendoci antipatici, ma togliendoci l’abbraccio empatico e caritatevole con cui dovremmo sempre cercare di avvolgere il prossimo. Rendiamoci conto che gli stereotipi e le frasi fatte vanno ad inquinare la famiglia, addirittura a cominciare da quando non è ancora formata: sono talmente carichi di connotati negativi che devono proprio convincerci non solo abbandonarli ma a consigliare di fare altrettanto. È più opportuno sorridere piuttosto che fare una domanda invadente, una preghiera che una parola di troppo: piccoli gesti ma che possono davvero migliorare la giornata – e con essa la vita – a tutti coloro che incontriamo, facendoli sentire accolti e non giudicati.

Fabrizia Perrachon

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Santa Lucia: martire dell’amore

Oggi la Chiesa fa memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo dopo Cristo. Tra le altre cose è anche il giorno del mio compleanno (Antonio) e per questo sono molto legato a questa santa. Santa Lucia in tutta la sua storia personale che l’ha condotta al martirio evidenzia un tratto caratteristico della nostra fede: l’importanza del corpo.

Forse la novità più sconvolgente di Cristo è l’incarnazione. Dio che si fa carne. Il corpo viene finalmente riconosciuto come parte integrante della persona. Questo non è affatto irrilevante. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile, da quella corporea e tangibile. Ma non Cristo! Cristo porta questa grande innovazione. È un’innovazione già presente nella tradizione ebraica. Per gli ebrei ai tempi di Gesù, la persona era la combinazione di anima e corpo. Ricordiamo il libro della Genesi, dove Ish, l’uomo, fu plasmato da Dio con polvere e fango, e poi riempito dello spirito mediante il soffio divino. Anima e corpo sono due dimensioni strettamente collegate e parte della stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore, e il corpo è la porta attraverso cui egli ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con le lacrime, con la gioia, con le carezze e con l’abbraccio. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono dell’amore di Gesù è la croce. La croce in cui si offre attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue.

Lucia di Siracusa abbracciava questa verità con ardore! La sua anima bruciava nell’ardente desiderio di consacrarsi interamente a Cristo. Lucia sapeva di poter realizzare questo desiderio solo tramite il suo corpo. Con fermezza, lei si oppose a un matrimonio imposto, preferendo l’arresto e il martirio piuttosto che concedere il suo corpo a chiunque non fosse il suo amato Cristo. Chissà quanti l’avranno giudicata pazza, incapaci di comprendere le profonde motivazioni dietro la sua scelta. “Perché non sposarsi e dedicarsi ugualmente al suo Dio?” avranno forse pensato. Ma Lucia, con la fiamma della passione nel cuore, rimase inarrendevole nella sua risposta: solo Cristo merita ogni parte del suo essere.

Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentici. Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libera di amare il suo sposo Gesù in ogni persona che incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio ardente di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza incontenibile per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva vivamente. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata.

Mi rendo conto di quanto la consapevolezza di Lucia sia importante per ognuno di noi. So, senza ombra di dubbio, che posso amare mia moglie con tutta la mia anima solo se ci metto dentro tutto, anche tutto il mio corpo. Posso crescere nella gioia e nell’unità dei nostri cuori solo se il mio corpo è suo e solo suo. Solo attraverso il completo dono del mio corpo nel momento più intimo, esclusivamente con lei e per lei. Questa, senza dubbio, è l’unica strada per noi.

In un mondo che spesso disprezza il corpo, riducendolo a merce e oggetto di piacere superficiale, santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte integrante di noi stessi. È prezioso e sacro, perché è il tempio abitato dallo Spirito Santo. Lucia ci fa riflettere sul fatto che il nostro corpo è così inestimabile da meritare di essere protetto e preservato a ogni costo, persino a costo di sacrificio estremo. E tutto ciò, per poterlo poi donare completamente alla persona a cui abbiamo promesso amore eterno. Questa è la vera castità cristiana. Questo è l’amore autentico a cui siamo chiamati.

Antonio e Luisa

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C’è ancora posto per Gesù a Natale?

Ci stiamo velocemente avvicinando a una delle feste più belle, il Natale e quest’anno la quarta domenica di Avvento coincide con la vigilia; quindi, questo tempo di preparazione è più corto del solito. Ma che bello andare in giro, vedere tutte le illuminazioni, la gente che va in giro a fare i regali, le musiche, l’albero, il presepe, pandori/panettoni in offerta, le cene aziendali, le vacanze natalizie, il cenone della vigilia, i film d’amore, il pranzo di Natale, l’attesa dei regali, tante abbuffate!

No, questo, seppure tutto bello e romantico, non è il Natale.

Viaggiando per le strade ci sono tanti cartelloni con la scritta Natale o Christmas che riportano belle donne, tutti i più svariati articoli in vendita (dai materassi ai viaggi), colori dorati, Babbi Natali e folletti, ma nessuno che riporti la nascita di Gesù (tranne le pubblicità dei presepi viventi). È diventata una festa come tante altre, una tradizione, un momento di riposo e di vacanza, tutto qui.

Immaginiamo di organizzare una festa di compleanno a sorpresa; si trova il locale giusto, magari con qualcuno che mette un po’ di musica, si concorda il menù, s’invitano gli amici e i parenti, ricordando loro di non dire niente e di essere puntuali, si addobba la sala con striscioni e palloncini, si fa un video da proiettare con le foto più importanti, ma alla fine ci si accorge che ci siamo scordati di chiamare il festeggiato! Grave errore, che rende vani tutti i nostri sforzi.

Questo è il rischio, cioè quello di arrivare al giorno di Natale, aver preparato tutto, addobbi, regali, aver cucinato tante prelibatezze, ma aver tralasciato la Persona più importante.

In questo periodo siamo in attesa di un incontro: quando ero fidanzato, mi ricordo con quanta cura mi preparavo, cercando di essere impeccabile, la barba curata, i vestiti giusti e il profumo adeguato per arrivare più bello possibile dalla mia futura moglie e probabilmente mi recavo in anticipo a prenderla, da quanto non vedevo l’ora di vederla. Si rischia di fare tante cose belle e buone, ma Gesù c’entra qualcosa in tutto questo? È ancora al centro della nostra vita o almeno quello che facciamo in questi giorni è in parte per Lui?

Io vedo anche al lavoro, ci diciamo “Buon Natale, auguri!”, forse si va alla messa di mezzanotte, ma a cosa serve andarci una o due volte all’anno? È solo una tradizione, un modo anche per prendere un po’ d’aria e ascoltare le canzoni natalizie, dopo la mangiata del ventiquattro sera! Se poi nevica, è proprio un bel Natale!

Eppure, la nascita di Gesù è un evento talmente tanto importante, che qualcuno ha deciso di dividere il tempo tra un prima e un dopo, assegnando l’anno zero alla venuta di questo bambino così unico, perché figlio di Dio. Tutta l’umanità era in attesa dell’incontro di un Dio lassù nel cielo, lontano, con la nostra storia e la nostra condizione di creature, l’inizio della storia della salvezza (l’Antico Testamento è pieno di riferimenti a questa venuta del Salvatore).

Ma perché Gesù è venuto sulla Terra? Essenzialmente per salvarci, donandoci la vita eterna e per farci vedere come vivere qui come fratelli e sorelle, attraverso anche i suoi regali, i Sacramenti. Infatti, la tradizione dei regali deriva dal Primo Regalo, cioè dall’infinito dono che ci ha fatto Gesù incarnandosi come bambino.

Per noi sposi, oltre alla gioia, tenerezza e dolcezza di un papà e una mamma accanto al loro primogenito, cosa esprime? Gesù deve essere al centro del rapporto tra uomo e donna, così come si è innestato permanentemente nella loro relazione il giorno delle nozze: se a parole sembra facile, nella vita reale e quotidiana non lo è, perché siamo trascinati dal mondo e da tante distrazioni che cercano di portarci fuori strada. Così, come Gesù è l’intersezione tra il cielo e la terra, allo stesso modo l’uomo e la donna s’incontrano veramente solo tramite Lui.

Che questo Natale ci aiuti a ripulire i nostri cuori da quello che non è essenziale, in modo che Gesù possa nascere davvero in un “terreno” fertile per noi e per chi ci sta intorno. La luce è importante per vedere, ma forse ancora prima, viene il calore di una Presenza che ci scalda, come avviene in un caldo abbraccio (in una stanza fredda è difficile rimanere, anche se c’è la luce).

L’augurio che faccio a tutti gli sposi è che questo Natale non sia come tutti gli altri, ma segni un nuovo inizio, un punto zero, per ripartire con slancio.

Un’ultima parola voglio rivolgerla ai miei amici e compagni di cammino, separati fedeli, per i quali il Natale può essere una festa bella, ma anche triste, specialmente se vissuta da soli e senza figli: non c’è niente che andrà perduto di quello che soffrirete (soffrire, cioè “portare su di sé”) o che vi mancherà, se lo affidate a Gesù; inoltre, vi auguro di sentire nelle sante messe natalizie il calore della Sua presenza nella Santa Eucarestia! Ricordatevi che la vostra famiglia va ben oltre le vostre mura domestiche!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Chi è che grida?

Dal libro del profeta Isaìa (40,1-11 ) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Abbiamo riportato solo una piccola parte della lettura dell’Antico Testamento proposta dalla Liturgia odierna perché ci vogliamo soffermare solo su una frase tra le molte, ed è quella che comincia così: Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, […].

Innanzitutto ci potremmo chiedere: che bisogno c’è di gridare, non basterebbe mandare un messaggio sui social, oppure stampare dei volantini o altro? E poi bisogna saper distinguere tra grido e grido: c’è il grido di chi sfoga la propria rabbia, il grido di chi chiede aiuto, il grido di spavento, il grido di chi vuole avvertire tempestivamente l’altro di un pericolo imminente, c’è anche il grido di dolore.

Il grido di questo brano biblico è il grido di chi vuole avvertire tempestivamente di un pericolo, è il grido di chi vuole salvare qualcun altro, è un grido di chi vuole aiutare; assomiglia alle grida di chi da terra aiuta nelle manovre complicate l’autista del tir, il quale ha bisogno di un grido forte e chiaro, ma soprattutto rapido e tempestivo per non combinare disastri.

Avete mai notato che il gesto di chi grida – e quindi vuole farsi sentire anche molto lontano- è lo stesso di chi sussurra qualcosa nell’orecchio di un altro? In entrambe le situazioni le mani sono poste ai lati della bocca a formare un imbuto, perché l’autore non vuole che si disperda alcuna delle sue parole, ritiene così importante ogni singola parola da custodirla ed affidarla alle mani a forma di imbuto, in un caso per custodire e nell’altro per amplificare.

Per entrare meglio nel brano biblico sarebbe opportuno immaginarsi il proprio parroco che grida dall’ambone o nel mezzo della piazza del paese proprio con le mani ad imbuto, ripetendoci le parole di questo brano, sarebbe una scena d’altri tempi forse o addirittura inedita.

Ma qual è il pericolo da cui vuole salvarci questo grido? Il pericolo che il Signore passi e noi non ce ne accorgiamo oppure non abbiamo le disposizioni necessarie, il pericolo quindi di sprecare la Grazia del Signore.

Ma cosa significa “preparate una via al Signore”? Facciamo un esempio: dal giorno in cui viene reso noto il percorso che farà il prossimo Giro d’Italia – la famosa gara ciclistica – ecco che le varie città e/o province si prodigano per risistemare le strade e le loro adiacenze in alcuni casi rimettendole praticamente a nuovo. Similmente dobbiamo fare noi con le strade della nostra vita per cui passa il Signore.

La parte difficile non è comprendere questo, ma attuarlo, perché spesso le strade del nostro cuore sono deserti ove non si vede nemmeno una strada tracciata, altri cuori sono steppa da spianare, altri ancora valli da innalzare o monti e colli da appianare, e molti altri sono terreno accidentato da rendere piano o scosceso da rendere vallata.

Cari sposi, non dobbiamo allarmarci se ci accorgiamo che la nostra relazione sponsale è tutta da sistemare come le strade prima del Giro d’Italia, dobbiamo allarmarci se non ci prodighiamo per farvi manutenzione e la lasciamo così in balia delle intemperie, lasciate all’incuria del tempo.

Ci sono matrimoni che hanno bisogno di tracciare una strada nel deserto della relazione cominciando a prendersi del tempo quotidiano solo per la coppia, abitano insieme da tanto tempo ma sono divenuti quasi due estranei.

Ci sono matrimoni che hanno i monti dell’orgoglio da abbassare, altri hanno la valle della monotonia da riempire, altri hanno il terreno accidentato delle piccole quotidiane incomprensioni che si trasformano in inutili liti, altri ancora hanno il terreno scosceso dell’impurità che li porta dritti nel dirupo. Ogni relazione sponsale ha qualcosa da rimettere a posto prima che passi il Signore, ovvero in questo tempo di Avvento prima di Natale.

Raccontata così sembra un’impresa immane, fuori dalla nostra portata, impossibile da realizzare, ma non dobbiamo farci intimidire dalla quantità dei lavori di manutenzione da eseguire, cominciamo a salire sulle nostre ruspe per abbattere l’orgoglio, saliamo sui nostri rulli compattatori per creare un terreno piano, saliamo sulle nostre terne per creare una via nuova, poi il Signore ci manderà gli aiuti necessari per la nostra manutenzione. D’altro canto, se siamo stati posti come Sua icona nel mondo – col sacramento del Matrimonio – ci dovrà pur aiutare affinché la Sua immagine non sia troppo sbiadita o sgraziata, no?

Certamente non è colpa sua se la manutenzione non l’abbiamo mai fatta, ma di sicuro è pronto a darci una mano se trova in noi le disposizioni giuste per cominciare i lavori, se trova in noi il pentimento di avergli girato le spalle per troppo tempo.

Coraggio sposi, non preoccupiamoci dei soldi per i lavori di rifacimento, ha già pagato tutto Lui con la Sua Passione, anche se richiede che anche noi mettiamo la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Dite ti amo alle vostre compagne, alle vostre mogli.

Dite ti amo alle vostre compagne, alle vostre mogli. Ditelo spesso, fatelo in questo momento.

Questo è l’appello che Gino Cecchettin hai rivolto durante la trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio, come messaggio di congedo lanciato a tutti gli uomini che hanno una moglie o una compagna. Prendo questo invito del papà di Giulia per lanciare due o tre pensieri che mi sono venuti ascoltando stamattina l’intervista.

Perché questi articoli sul padre di Giulia. Tanti cristiani devoti, diciamo così, mi contestano il fatto di dedicare tempo a queste persone. Di dare spazio a persone che non sono dei nosrtri. Che in passato hanno espresso posizioni contrarie alla nostra fede. Mi riferisco alle foto da “satanista” della sorella di Giulia. Ecco io credo che noi cristiani dobbiamo cercare di intercettare il sentire comune. In questo momento la vicenda dei Cecchettin indubbiamente attira attenzione e sentimenti degli italiani, di tutti, di chi crede e di chi non crede. Noi dobbiamo essere capaci di cogliere dei semi di verità, in una società la nostra, che ne ha sempre meno essendosi allontanata da Cristo. Non dobbiamo scegliere quello che ci piace per far passare una tesi, come mi è stato contestato. Dobbiamo essere capaci di avere lo sguardo di Cristo che, in mezzo a tante cose che non vanno, è capace di vedere quella scintilla di verità e fare leva su quella.

Dite ti amo alle vostre mogli. Qui Gino Cecchettin ha perfettamente ragione. Il suo invito è quello che anche noi tante volte abbiamo fatto attraverso il nostro blog e i nostri libri. Come ricordiamo sempre, durante il rito del matrimonio non promettiamo di amarci ed onorci per tutti i giorni della nostra vita. Non promettiamo semplicemente tutta la vita. Questo significa proprio che non possiamo dare il nostro amore per scontato. Ogni occasione deve essere buona per ricordare all’altro quanto sia importante e bello per noi. Non solo con le parole ma anche con i gesti e con l’atteggiamento. Ogni volta che io telefono a mia moglie e la saluto semplicemente senza terminare con ciao amore mio, sto perdento un’occasione. Quando la mattina non ci salutiamo con il bacio sulle labbra, sto perdendo un’occasione. Questi sono solo esempi calzati sulla nostra relazione. Voi avrete i vostri ma non perdete occasione di rendere presente ora il vostro amore.

Cosa significa amare. Dire ti amo non significa la stessa cosa per tutti. Questa è la mancanza principale che scorgo nei vari discorsi di Cecchettin. Cosa è l’amore? Per tanti non è uno sguardo sull’altro ma riguarda sempre loro stessi. Significa: mi fai stare bene, sono attratto/a da te, ti desidero, sei solo mio o solo mia. Il centro sono io. Questo non è l’amore. L’amore è un’altra cosa: significa decentrare lo sguardo. Significa: voglio che tu stia bene, voglio vederti realizzato/a, voglio donarmi a te, desidero essere accolto da te. Cambia tutta la prospettiva. Questo è ciò che discrimina una relazione malata da un amore autentico.

Termino con le parole di Gigi Cecchettin che durante l’intervista, forse inconsapevolmente, ha espresso perfettamente il segreto dell’amore: Devo ringraziare mia moglie Moglie Monica per avermi fatto conoscere l’essenza dell’amore, ho imparato ad essere un uomo diverso.

Nella relazione d’amore impariamo ad amare. Una relazione profonda e gratuita come dovrebbe essere il matrimonio.

Antonio e Luisa

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Un mondo parallelo

I genitori sani sanno essere amanti tra loro

L’articolo di qualche giorno fa, in cui abbiamo proposto la nostra personale idea riguardo i bimbi nel lettone, ha suscitato un acceso confronto tra le lettrici e i lettori (la maggior parte sono donne). Oggi vorrei lanciare un’altra provocazione. Non certo per infiammare ancora gli animi, ma perché credo che una riflessione su questi argomenti all’interno della coppia possa essere benefica. Poi, come ho sempre scritto, fate quello che credete sia meglio, ma non sottovalutate i segnali di una eventuale crisi tra voi. Prima si affronta, più facile sarà uscirne.

Affinché una relazione funzioni è fondamentale dedicarle attenzione costante e impegno continuo. La coppia non smette di essere coppia quando arrivano i bambini. Anzi aumentano le sfide, gli impegni, lo stress, la stanchezza e diminuisce il tempo per fare tutto. Per questo i due genitori hanno ancora più bisogno di attingere alla forza dell’amore sponsale, di sentirsi uno per sostenersi vicendevolmente. Le sfide educative che i genitori affrontano, specialmente quando i bambini crescono, sono numerose e complesse. È quindi ancora più importante che la coppia si mantenga unita per affrontare queste sfide con armonia, supportandosi reciprocamente.

Può essere utile vivere dei momenti solo per la coppia. Una vita parallela solo per i due sposi dove non c’è spazio per i figli. Dove i figli devono restare fuori. Questo mondo parallelo è costituito da attenzioni reciproche e da momenti esclusivi che la coppia si dedica. Si può trovare qualche minuto ogni giorno quando i figli stanno dormendo. Si può decidere di uscire a cena una volta al mese, ogni tanto un week end fuori. Questi momenti permettono di conservare una propria intimità, fondamentale per il benessere della coppia. E non dite che non ce la fate, che non sapete dove lasciare i figli. Se capite l’importanza di questi momenti trovate anche il modo.

Poi, mi ripeto, un luogo di particolare importanza in cui consolidare questa intimità è la camera da letto. La camera da letto rappresenta uno spazio esclusivo in cui sia l’amore che il sesso possono trovare la loro espressione. Il sesso, oltre ad essere un’esperienza fisica, assume un ruolo di comunicazione peculiare tra i partner. Attraverso questa forma di comunicazione, la coppia rafforza il proprio legame e conferma che si riconoscono e si desiderano non solo come genitori, ma anche come uomo e donna. D’altra parte, è importante evitare di focalizzarsi esclusivamente sul ruolo di genitore, perché ciò potrebbe comportare l’estromissione della sfera del desiderio nella relazione di coppia. Coltivare il proprio desiderio è essenziale per mantenere viva l’intimità e la passione nella coppia.

In conclusione, per far sì che una relazione di coppia funzioni nel tempo, è indispensabile prestare attenzione costante, dedicarsi momenti esclusivi reciproci e mantenere viva la sfera del desiderio. La comunicazione, l’impegno e l’intimità sono elementi fondamentali per costruire un rapporto solido e appagante in coppia.

Antonio e Luisa

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L’ultima bella notizia

Quando è stata l’ultima bella notizia che hai ricevuto? Una bella notizia è qualcosa che ti toglie un peso dal cuore, che ti allevia da una preoccupazione o una sorpresa che mai ti saresti immaginato.

Un bel voto all’esame, un referto medico che scaccia ogni timore, l’annuncio dell’arrivo di un figlio o un nipote, un lavoro che diviene a tempo indeterminato, l’aver perdonato di cuore un familiare, l’ottenimento di una grazia spirituale tanto anelata…

Se mi metto a pensare, quante belle notizie mi sono state condivise nella mia vita di sacerdote!

Ma mi chiedo: per me il Vangelo è buona notizia? Cioè, anche solo il leggere il brano del Vangelo della domenica mi suscita un effetto analogo a quella bella notizia di cui mi sono ricordato poc’anzi?

Tempo fa girava un video virale su YouTube di un gruppo di cristiani evangelici cinesi nel momento in cui ricevono valige piene di Bibbie. Dopo l’assalto a prenderne ciascuno una copia seguono momenti di commozione per avere tra le mani… la Parola di Dio. Ecco qui una buona notizia che giunge nella mia vita. Il Vangelo odierno arranca proprio con “inizio del vangelo di Gesù”, cioè “inizio della buona notizia di Gesù”.

Per prima cosa si menziona un “inizio”, eco della prima parola di Genesi: «bereshit», cioè l’inizio in senso assoluto. Quindi non si tratta del comincio di qualcosa di ordinario bensì che l’unica vera buona notizia è solo Gesù. Per cui, l’inizio non è tanto in senso cronologico piuttosto significa che Gesù è il pilastro, il fondamento dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita.

Buona notizia è la Sua Persona, l’evento più grande e magnifico che ci poteva capitare. Gesù che in ebraico significa “Dio salva” è la buona notizia. Cosicché Dio viene a salvarmi, Dio in Persona si rende presente a mio fianco ogni giorno per essere la mia salvezza costante. Cari sposi, la presenza di Gesù è multiforme, come ci ricorda bene il Concilio vaticano II:

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium 7).

Quindi se Gesù è presente “nei sacramenti”, Egli, la Buona Notizia fatta Persona è anche in voi sposi. Possa Egli essere detonante di amore, unità, pace, concordia, slancio per voi sposi prima di tutto e per noi che vi osserviamo e aspettiamo di vedere da voi un segno forte che Lui è vivo in mezzo a noi.

ANTONIO E LUISA

Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sull’importanza del battesimo e del matrimonio. È meraviglioso pensare che la nostra unione matrimoniale abbia le sue radici nel sacramento del battesimo. Ogni giorno, il nostro amore si rigenera grazie alla fonte inesauribile dello Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci scambiamo diventa sacro poiché siamo stati battezzati. Quando ci doniamo reciprocamente, è Gesù stesso che ci dona l’uno all’altro. In ogni momento in cui ci doniamo, facciamo esperienza di Dio, poiché il nostro amore non appartiene solo a noi, ma è stato consacrato da Dio attraverso il battesimo e il matrimonio.

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I limiti? Occasione per amare

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Maria è ancora più bella con Giuseppe

Un articolo che pubblico abitualmente il giorno dell’Immacolata. Mi piace proprio perchè Maria diventa ancora più bella con Giuseppe. La piena di grazia, la tutta santa e la donna mai toccata dal peccato con Giuseppe è ancora di più lei, Maria. E’ bello riscoprire Maria anche nel suo essere sposa di Giuseppe.

L’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! È una festa straordinaria per noi! Perché è una festa? Perché dovrebbe toccarci così profondamente? Cosa cambia nel nostro essere? Questa ricorrenza speciale si celebra durante l’Avvento, un tempo di purificazione e meditazione. È un momento in cui non solo prepariamo i doni e il pranzo di Natale, ma è crucialissimo per noi credenti rimuovere le zavorre che appesantiscono il nostro cuore, consumato da una vita frenetica, tra mille luci mondane che ci distolgono dall’unico faro che conta, la stella cometa che ci guida verso Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di riscoprire quanto siamo amati e bellissimi. Abbiamo bisogno di ricordarci che Dio ha scelto di farsi carne e di abitare tra noi, affinché possa offrire la Sua vita in passione e morte, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento lasciamoci abbracciare da Maria e lasciamo che il suo manto ci avvolga. Sia un’avvolgimento non solo fisico, ma anche spirituale, in cui cerchiamo di indossare la sua purità e la sua santità. Maria è la guida appassionata di tutte le spose e di tutte le madri, proprio come Giuseppe lo è per noi sposi e padri. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria senza dubbio, ma anche una coppia che vive ogni giorno una relazione sponsale autentica, in un continuo e amorevole dono reciproco. E questo è esattamente ciò che cerco di fare con Luisa, e sono sicuro che anche voi, lettori, vi impegnate a concretizzare questa passione nella vostra storia. Siate ardenti nell’amore, proprio come Maria e Giuseppe lo sono stati.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo, ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, può essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

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Immacolata Concezione: un dogma che profuma di famiglia

L’8 dicembre si sta avvicinando: approfittiamone per riflettere insieme sul concetto di Immacolata Concezione, dogma ufficialmente promulgato da Papa Pio IX nel 1854, proprio l’8 dicembre; in esso si stabilisce che la Madonna è stata preservata da ogni macchia di peccato fin dal suo concepimento, avvento all’interno del matrimonio tra Anna e Gioacchino.

I Vangeli canonici (ossia quelli di Luca, Matteo, Marco e Giovanni) non ci parlano dell’infanzia di Maria: molte informazioni provengono dal Protovangelo di Giacomo, del I secolo, dal medievale Pseudo-Vangelo di Marco e dalle rivelazioni ricevute dalla mistica italiana Maria Valtorta. Ciò che ci interessa è analizzare il contesto in cui tutto questo avviene: il progetto specialissimo del Padre prende forma fin dall’esatto momento in cui Maria viene all’esistenza di questo mondo. Non è stato il suo Fiat di anni dopo né una particolare consacrazione dei suoi genitori ma è avvenuto immediatamente: Maria è concepita Immacolata da subito, fin dal primissimo istante in cui le cellule della sua mamma e del suo papà sono diventate un cosa sola, Lei. Il dogma, dunque, si rivela e si dispiega nel contesto della famiglia naturale così come Dio l’ha immaginata e progettata: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2, 24).

Nel silenzio e nell’umiltà della casa di Anna e Gioacchino diviene concreto il più straordinario degli eventi: quella creaturina sarà madre del Creatore o, per usare una bellissima espressione del poeta Dante, “Vergine madre, figlia del tuo figlio” (verso del Canto XXXIII del Paradiso della Divina Commedia). I suoi genitori si sono comportati come tutte le coppie di sposi, cercando di rendere feconda la loro unione; questo dogma, dunque, eleva la famiglia ad elemento costituente del cristianesimo stesso non solo perché si sviluppa a partire da una famiglia ma anche a soprattutto perché si realizza esso stesso in una famiglia, quella formata da Maria, Giuseppe e Gesù.

Certo, il loro è senza dubbio un nucleo unico ed irripetibile che però è profezia ad annuncio del ruolo centrale che la famiglia occupa nel piano della Provvidenza, dispiegandosi nel mondo attraverso lo scorrere del tempo e il susseguirsi delle generazioni; d’altronde, l’umanità non potrebbe esistere senza l’unione tra un uomo ed una donna che diventa carne in un nuovo uomo e in una nuova donna.

Pensiamo poi alla “conferma” che proprio il Cielo mandò al mondo in seguito alla proclamazione del dogma, attraverso le apparizioni della Madonna alla piccola Bernadette Soubirous. La “Bella Signora”, com’era solita chiamarla, si fece pregare a lungo prima di svelare il proprio nome ma poi, il 25 marzo 1858, rivelò: “Que soy era Immaculada Councepciou“, che tradotto significa appunto “Io sono l’Immacolata Concezione“. Bernadette, all’epoca delle apparizioni, viveva con la famiglia nel poverissimo e misero cachot, famiglia che poi lasciò per entrare nell’ordine delle suore della carità di Nevers.

Quello di Lourdes non fu l’unico suggello del dogma: pensiamo alle precedenti apparizioni di Maria a Suor Caterina Labourè del 1830, nella cappella delle novizie di Rue de Bac a Parigi. Con il dono dell’effige della Medaglia Miracolosa, comparve anche la scritta: “O Maria concepita senza peccato”. Caterina proveniva anch’essa da una famiglia umile e povera che – proprio come a Bernadette – le aveva permesso di sperimentare le fatiche del lavoro domestico, stancante ma santificante. Anche lei, poi, era diventata religiosa, della Compagnia delle Figlie della Carità: queste similitudini ci insegnano come la famiglia sia non solo al centro dell’organizzazione sociale ma una fucina di vocazioni, che altro non sono che un’altra famiglia – quella religiosa – anch’essa così importante per l’esistenza stessa della Chiesa.

Quello dell’Immacolata Concezione, dunque, non è tanto e solo un dogma ottocentesco di portata grandiosa ma lontano nel tempo, anzi, si configura come un modernissimo punto di partenza attraverso il quale riflettere sul senso profondo in cui esso è divenuto tangibile, si è fatto corpo ed è poi maturato; Maria ha avuto bisogno di una mamma e di un papà per nascere, Gesù ha avuto bisogno di una mamma e di un papà per crescere: esattamente ciò di cui necessita ciascuno di noi. Ecco perché possiamo dire, con dolcezza e convinzione, che il dogma dell’Immacolata Concezione profuma di famiglia.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Il papà di Giulia: una sessualità libera da ogni possesso

Ieri si sono svolti a Padova i funerali di Giulia Cecchettin. Alla fine della funzione è salito sull’ambone il papà di Giulia. Ha detto alcune parole rivolte non solo alle istituzioni ma a tutti noi. In particolare mi soffermo su un passaggio.

A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro.

A tal riguardo vorrei condividere con voi un’intervista che Cecilia Galatolo mi ha sottoposto e ha poi pubblicato su Puntofamiglia.net alcuni giorni fa. Credo che rispecchi molto l’appello che ci è stato lanciato dal papà di Giulia.

Antonio, intanto grazie della disponibilità. La cronaca ci mostra che i casi di violenza sulle donne sono davvero tanti: una donna su tre, si stima, ha ricevuto violenze o molestie nella vita. A cose si deve questa piaga sociale, secondo te?

Voglio essere chiaro. Oggi, tutta questa violenza di genere, dipende in gran parte dalla pornografia e da tutto ciò che mercifica il corpo. C’è dentro tanto tanto della nostra cultura moderna. C’è l’aborto, c’è l’utero in affitto, c’è la prostituzione e c’è il porno esplicito. Queste pratiche ci educano e ci cambiano dentro. Ci fanno credere che la vita e il corpo siano disponibili. 

Voglio prendere ad esempio qualcosa che con il porno sembra non entrarci nulla. Hai presente la nuova tendenza dei creator di TikTok? La NPC Non-playable characters. Ci sono dei creator che in live si comportano come personaggi a comando. A seconda delle richieste degli utenti (attraverso regali virtuali che si traducono in entrate reali) compiono determinati gesti e dicono determinate parole o frasi. Guardare una diretta NPC sembra surreale. Non ci vedo nessun interesse particolare se non l’apparente pazzia della situazione. Sai cosa rende virali queste live? Il controllo. Gli utenti hanno il controllo delle azioni e del corpo dei creator. C’è tanto della dinamica pornografica dietro. 

Io, fino a venticinque, anni sono stato quello che afferma la sorella di Giulia (Cecchettin ndr). Dice che tutti gli uomini almeno una volta hanno avuto comportamenti sessisti verso le donne. Io in passato ho fatto discorsi da bar o da palestra con gli amici, ho commentato il seno o il corpo di quella ragazza che passava. In discoteca mi è successo di provarci con diverse ragazze. L’ho imparato in famiglia? Come dicono tanti, l’ho imparato dalla mia cultura patriarcale? Assolutamente no. Ho avuto un padre che ha rispettato profondamente mia madre ed è uno degli insegnamenti più grandi che mi ha dato. Non era credente, lo era a modo suo, ma moralmente mi ha dato tanto. La “scuola” che mi ha insegnato a vedere le donne come oggetti è stata la pornografia. 

Quindi, l’accesso alla pornografia, a tuo avviso, compromette nel profondo le relazioni interpersonali? 

Sì, è una difficoltà che poi si porta anche nel matrimonio e che crea sofferenze e difficoltà ad entrambi gli sposi. Se la donna si sente usata, difficilmente riesce ad abbandonarsi al marito nell’intimità. Con tutte le conseguenze che potete immaginare. Un amico sessuologo e medico a una domanda diretta sulla violenza e pornografia mi disse: “La donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. È una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo.” La pornografia è oggi evoluta. Sta spopolando Onlyfans con tantissime creator donne che offrono video e/o immagini sessualmente espliciti. Perché questo format funziona tanto? Perché c’è interazione tra fruitore e creator. Non parlerei di relazione. Il cliente, dietro il pagamento di una cifra, può richiedere determinate prestazioni alla creator preferita. Torniamo al discorso iniziale del controllo e del dominio sulla donna

Questo influisce molto sul modo in cui i ragazzi vengono educati o diseducati all’affettività… 

I nostri ragazzi si trovano immersi in questo mondo virtuale dove possono controllare ed usare la donna che desiderano e poi però c’è la realtà, dove le donne non sono così, ma sono esseri pensanti, con una loro sensibilità, una loro volontà e delle loro idee. 

Sono persone che possono non assecondare l’uomo in tutto; possono anche dire di no e addirittura lasciarlo. E il ragazzo spesso si trova disorientato, impotente, impreparato e reagisce con la rabbia che è sintomo di frustrazione e debolezza. 

Questo vale poi anche negli uomini più grandi, se non maturano. Si parla tanto di narcisismo, ma dietro c’è questo. Cosa mi ha salvato da questa mentalità pornografica? Quella che oggi viene osteggiata e considerata medioevale: la morale cristiana. Grazie a Luisa (la moglie ndr) ho intrapreso una relazione che mi ha portato a percorrere un percorso di maturità affettiva. Con lei ho imparato il rispetto per la donna e ad amarla nel dono totale di me. 

Stereotipi di genere: anche sull’uomo pesano, a tuo avviso? 

Senza dubbio. Degli stereotipi esistono ed è giusto smascherarli. Facciamo parte di un contesto sociale che ha delle regole non scritte ma che abbiamo ben scolpite in testa. L’uomo deve essere quello forte, quello che ha successo nella vita, nello sport, con le ragazze. Questo c’è nella nostra mentalità. E quando non ci riusciamo ci sentiamo dei falliti. Io mi sono sentito per tanto tempo così, un mediocre, uno con cui non vale la pena perderci tempo. E questo mi faceva chiudere. Le donne erano per me oggetto del desiderio e problema nello stesso momento. Mi facevano paura perché non mi sentivo abbastanza

E questo lo rivedo in alcuni dei miei figli. Ecco, se c’è uno stereotipo da distruggere è proprio questo. Un uomo non si valuta da queste cose, ma da come è capace di mettersi al servizio del prossimo. Anche a livello sessuale. Esistono degli stereotipi enormi. L’uomo deve sempre essere pronto e perfetto. Invece non è così. Non sai quanti uomini soffrono di ansia da prestazione. Ansia che porta poi a problemi reali come eiaculazione precoce o perdita di erezione. Dobbiamo essere forti e ci basta un po’ di ansia per non essere più capaci di fare l’amore. Capisci che peso abbiamo addosso?

Si incolpa l’uomo per il fatto stesso di essere uomo, ma è questa la strada? La virilità: questa grande sconosciuta. Ne possiamo parlare un po’?

Mi viene in mente una riflessione di Achille Lauro che racconta bene l’avversità che c’è oggi contro la virilità maschile. Il cantante afferma: Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto. Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza. Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

La soluzione alla mascolinità tossica e violenta è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci sì, ma da maschio a uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. 

Cristo, che è vero Dio, ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio. Un uomo è fisicamente più forte di una donna, almeno solitamente, ma questa forza deve essere utilizzata per custodire e aiutare, non per dominare. Il nostro corpo parla. Come ci spiegano bene Tommaso e Giulia nel loro libro Il cielo nel tuo corpo

Dicci qualcosa di più su questo.

I gameti maschili, gli spermatozoi, sono simbolo di forza, vitalità e virilità. Quando partono alla volta della cellula uovo sono tantissimi. È una corsa sfrenata in una competizione dove vincerà solo uno. Ma quando arrivano all’ovulo è come se si fermassero. Non cercano di ottenere l’accesso all’ovulo con la forza, ma attendono umilmente che sia il gamete femminile a scegliere chi far entrare in lei. C’è una sorta di rispetto. Quando un uomo gestisce la sua forza al servizio della donna e della vita, diventa una creatura meravigliosa in grado di generare vita. L’aggressività, se controllata e incanalata, diventa generatività. Essere uomo significa fare scelte definitive, sacrificarsi per il bene delle persone amate e spostare lo sguardo da sé all’altro. Essere uomo è ciò che Dio vuole da noi. Possiamo pensare a San Giuseppe come esempio di uomo che ha fatto tutte queste cose quando ha protetto e custodito la Santa Famiglia. Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. 

Come si diventa uomini capaci di proteggere e dare la via?

Io l’ho imparato nel matrimonio. C’è una frase di Costanza Miriano che esprime perfettamente questo concetto. L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo. Per me è stato così. 

Luisa mi ha fatto diventare l’uomo che sono. O meglio la mia relazione con lei. Sentirmi accolto nella verità mi ha aperto il cuore. Sapere che lei c’era e ci sarebbe sempre stata per me mi ha dato la forza di cambiare e di maturare. Sapere che con lei non avevo bisogno di usare maschere ma che potevo mostrarmi senza vergogna in tutte le mie fragilità e anche negli errori. Nella Genesi c’è scritto che la donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo. Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finché il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta. Poi un consiglio pratico. A me è servito tanto accompagnare Luisa nella scoperta e nell’uso dei metodi naturali. Imparare come il corpo della donna sia una meraviglia e come la vita prenda forma in esso mi aiutano a guardare Luisa sempre con occhi di meraviglia. In lei c’è quel luogo sacro dove diventiamo una carne sola e dove si compie il miracolo della vita. 

Educazione al rispetto e all’affettività: da dove cominciare?

Bisogna parlare con i nostri figli. È importante mantenere un canale di dialogo aperto. Le modalità poi cambieranno nel corso delle varie fasi della crescita dei nostri figli ma non smettiamo mai di rendere conto della bellezza che noi stessi sperimentiamo in una relazione costruita sul rispetto e sull’amore. Noi non possiamo fare gli educatori dei nostri figli. Noi dobbiamo essere educatori per i nostri figli. Mostrare con la nostra vita cosa significa rispettare ed amare. Noi abbiamo tre maschi e una femmina. Hanno dai 14 ai 20 anni. Siamo nel pieno dell’adolescenza e anche del rifiuto delle nostre regole. Ma non smettono di guardarci, questo è certo. Da come io mi comporto con Luisa loro stanno comprendendo che tipo di relazione vogliono costruire per loro. Loro guardando me e Luisa si stanno costruendo una idea precisa di come dovrà essere la persona da amare. Si stanno facendo un’idea di cosa significa amare e essere amati. Si stanno costruendo una consapevolezza di quanto sia preziosa Luisa in quanto donna per me.

Antonio e Luisa

Link all’articolo originale su Puntofamiglia 

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…e che mi aspetto chi lo sa, posto vuoto ce n’è stato ce n’è ce ne sarà ho messo via….

Prima Domenica di Avvento, abbiamo acceso la candela come tradizione liturgica insegna e siamo qui in casa davanti al nostro scatolone con gli addobbi natalizi.

Aprire la scatola quest’anno è stato come fare un tuffo nel passato. Un viaggio nella Delorean come nel film Ritorno al futuro. Ogni addobbo racchiude in sé un ricordo specifico, ci sono le tante decorazioni preparate dai ragazzi del gruppo scout, c’è la prima decorazione – una stella cometa – presa la notte di Natale in una messa in cui Andrea mi parlò per la prima volta di matrimonio. Eh sì, sono entrata in chiesa grazie ad una semplice decorazione che veniva donata a fine messa con abbinata una Parola.

Certe volte, per la fretta del nostro vivere quotidiano, ci dimentichiamo dell’ importanza di queste piccole cose banali ma che scaldano il cuore. Dietro una decorazione c’è sempre anche un volto, ci sono delle mani di bambini, ci sono ragazzi che hanno donato a Gesù il loro tempo per stare accanto a noi senza neanche saperlo.

Già, il tempo. Quante volte si vivono queste piccole attività come un peso, una routine o un compito da fare solo perché me lo dice la catechista? L’Avvento in fondo è quel periodo che ci viene offerto per rallentare, per tornare all’ essenziale di ciò che siamo. Tornare alle nostre origini. Non solo le nostre origini a livello biologico, di dna, ma le nostre origini targate Cielo. Spesso ci si dimentica che siamo fatti di Cielo. E spesso ancora ci dimentichiamo dello squarcio che è stato creato in Cielo grazie a Dio che si è fatto uomo più di 2000 anni fa.

Negli anni passati confesso che per me il Natale è sempre stata una festa abbastanza “pesante”. Pesante perché avevo racchiuso dentro di me il dolore di vedere una culla vuota. La mangiatoia del presepe ogni anno per me era uno strazio. È solamente dallo scorso Natale che mi sono riappacificata con questa festività. Senza Natale anche il matrimonio ne risente. È stato importante dedicare del tempo al discernimento per comprendere il vero significato di quella mangiatoia. Osservare la mangiatoia è stato un cammino sicuramente doloroso ma necessario per fare luce su ciò che veramente procurava il mio vuoto.

La mangiatoia non è solo una culla di legno con del fieno e un lenzuolo che attende un bambino. La mangiatoia è la nostra vita che attende noi stessi, il nostro vegliare per farci luce su tutto ciò che non va e che non abbiamo il coraggio di confessare. Approfittiamo di questo periodo per ritagliarci del tempo per confessarci. Questa è la via da percorrere per preparare la nostra mangiatoia per l’ arrivo di Gesù. Possiamo presenziare a tante messe, a tanti rosari anche via web, ma se non prepariamo il terreno del nostro cuore, Gesù farà sempre fatica ad ancorarsi nella nostra vita.

Buon cammino di Avvento a tutti e a presto.

Vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Simona e Andrea

Alle tue porte.

Dal Salmo 121 (122) Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. È là che salgono le tribù, le tribù del Signore. Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.

Siamo solo al terzo giorno di Avvento, ma la Liturgia non esita a farci entrare nel vivo dell’attesa, un’attesa che non è solo preparare i regalini o alberi e presepi naturalmente. Ci porta già col pensiero al dopo, a quello che ci aspetta oltre, anche oltre questa vita.

Questo salmo, tratto dalla Liturgia di ieri, è abbastanza famoso e viene utilizzato anche in forma cantata per esprimere l’esultanza di stare nel tempio del Signore. Solitamente lo si legge considerando Gerusalemme come la prefigura del Paradiso, infatti viene chiamato spesso anche “nuova Gerusalemme” oppure “Gerusalemme celeste”.

Naturalmente non saremo noi a dare un nuovo significato al Salmo, tantomeno snobbiamo l’insegnamento della Patristica, ma vogliamo solo provare a considerare la Gerusalemme anche terrena. Come semplice esercizio potremmo sostituire Gerusalemme con la città o il paese dove abitiamo, ne troveremmo sicuro profitto.

Se noi sposi siamo stati posti nel mondo come sacramento vivente, significa che questo mondo, ovvero il paese o la città dove abitiamo, ha bisogno della nostra presenza per sentire, o meglio, per vedere incarnato l’amore di Cristo nelle nostre vite.

Le immagini che il Salmo suscita sono davvero molto significative, pensate come sarebbe bello se davvero tutte le tribù del Signore, cioè i nostri concittadini, salissero tutte alla casa del Signore, ovvero li trovassimo tutti a Messa la Domenica mattina.

Certamente non possiamo fare i sognatori che si fermano ai bei sentimenti di un futuro roseo, dobbiamo invece investire la nostra vita, il nostro matrimonio affinché anche la vita civile assomigli sempre di più alla “nuova Gerusalemme”. Non tutti gli sposi sono chiamati ad occuparsi di politica e di vita civile, ma tutti siamo chiamati a vivere affinché anche le nostre città assomiglino, almeno come tensione, sempre più alla Gerusalemme celeste.

Dobbiamo investire ogni minuto di questa vita per costruire la Gerusalemme del Salmo, non sappiamo quanto tempo ancora ci è concesso, sappiamo però che abbiamo l’onere e l’onore di spenderci per costruirla.

Le nostre città, i nostri paesi, hanno un’urgente necessità di avere sposi che, come il lievito, aiutino a fermentare tutto l’impasto che è la collettività. Non è più tempo di demandare alla politica che faccia piovere dall’alto un nuovo stile, la nuova civiltà deve nascere a cominciare dal basso, dalle nostre case.

E la prima città per la quale dobbiamo chiedere la pace, la pace vera quella di Cristo, è la città del nostro cuore, della nostra vita, del nostro matrimonio, delle nostre relazioni, della nostra famiglia.

Pensate come sarebbe diverso il mondo se chiunque, guardando noi sposi o la nostra famiglia nel suo insieme, potesse esclamare come il salmista: Gerusalemme è costruita come città unita e compatta... dove al posto di Gerusalemme ci sono i nostri nomi.

Non sapete da dove cominciare a vivere l’Avvento? Sicuramente vanno bene i tanti e utili consigli dei sacerdoti, ma sicuramente partire dalla nostra coppia è già un’ottima partenza, non significa che dobbiamo fermarci lì, ma da lì dobbiamo iniziare… se ogni coppia cristiana delle nostre città fosse come quella Gerusalemme unita e compatta, dove regna la pace nelle sue mura e sicurezza nei suoi palazzi, la società tutta sarebbe molto diversa.

Coraggio allora cari sposi, compiamo il passo di ogni giorno di questo tempo di Grazia che è l’Avvento, per costruire la nostra Gerusalemme unita e compatta, sede del tempio del Signore.

Auguri di un santo Avvento.

Giorgio e Valentina.

La crisi demografica è crisi di fede

L’ultimo raporto del CENSIS è davvero impietoso. Vi lascio il link alla notizia ANSA. Noi vorremmo soffermarci su alcune evidenze che sono certamente preoccupanti ma che devono essere per noi sposi cristiani – spesso anche genitori – un invito a partire in missione. Dove? Qui a casa nostra. In mezzo a questi italiani così drammaticamente raccontati dal rapporto del CENSIS.

Nel vicinissimo 2040 solo una coppia su quattro avrà figli. E’ un dato non solo allarmante ma desolante. Naturalmente in una società complessa come la nostra non esiste una sola causa ma c’è una serie di cause che si alimentano l’una con l’altra. Esistono sicuramente delle cause economiche. Sempre più italiani nonostante lavorino ottengono stipendi appena sopra la soglia di poverà. Senza contare che tanti vivono nelle grandi città dove il costo della vita è lievitato molto in questi anni. C’è poi la paura del futuro. Guerre, clima e fondamentalismo religioso hanno impaurito la maggior parte di noi. Con la conseguenza che tanti giovani si chiudono alla vita. C’è poi una crisi di valori e di fede. Ormai sono messe in discussione la nostra stessa natura e la nostra identità. Possiamo essere quello che vogliamo non fa il nostro bene, ci porta solo a tanta confusione ed illusione. Ci porta a cercare la pace nel modo sbagliato. Tutto questo ci sta rendendo più paurosi ed egoisti. E poi per tanti giovani è tutto qui. La nostra vita è un battito di ciglia. Arriviamo e nel giro di quanche decina d’anni ce ne andiamo. Veniamo dal nulla e torniamo nel nulla. Non ci deve quindi sorprendere che i nostri giovani non sentano il desiderio di generare figli. Spesso si chiedono loro stessi cosa stiano al mondo a fare.

Noi dobbiamo diventare missionari di speranza. Noi non neghiamo di vivere in un mondo dove il male è presente in forme diverse. La sofferenza fa parte della nostra vita, questo è innegabile. Presto o tardi tutti faremo esperienza di un lutto, di una malattia, di un tradimento. Tutti subiremo una forma di violenza e di prepotenza. Qualcuno fisica altri verbale o psicologica. Tutti! Quindi cosa possiamo fare?

C’è sempre più paura perché abbiamo perso la capacità di cogliere le opportunità delle scelte decisive. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi rappresenta anche una crisi di speranza. Senza la fiducia in una vita eterna e nell’amorevole abbraccio del nostro Creatore Padre, tutto sembra privo di significato. Diventa inevitabile accontentarsi del momento presente, cercando il piacere e la gratificazione dei sensi come priorità assolute. Come scriveva Lorenzo de’ Medici: “Quanto è bella la gioventù che fugge via! Chiunque desideri essere felice, lo sia; non abbiamo certezze per il domani“. È per questo che sentiamo il bisogno di evitare di pensare e di anestetizzarci con piaceri ed emozioni.

Il sacramento del matrimonio, attraverso la Grazia, unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia, sia bello che brutto. Siamo vicini al Natale e forse abbiamo allestito il nostro presepe. I magi che abbiamo collocato lontano da Betlemme sono ancora in cammino. I magi sono portatori di speranza e, come loro, non ci perdiamo di vista perché abbiamo lo sguardo fisso sulla stella che ci guida verso l’obiettivo che abbiamo fissato: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio, che è Gesù, possiamo raggiungerlo insieme e abbracciarlo per sempre. Senza la stella, ci sentiremmo come profughi in mezzo al mare, senza una meta reale e un significato profondo.

Dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto. Buon proseguo di questo tempo di Avvento, che sia fecondo nel vostro matrimonio. Voglio terminare citando don Renzo Bonetti che riguardo l’amore degli sposi ebbe a dire: Crescere nel nostro amore diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso.

Antonio e Luisa

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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Il matrimonio secondo Pinocchio / 17

-A proposito, – soggiunse il burattino – per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa : anzi mi manca il più e il meglio. – Cioé ? – Mi manca l’Abbecedario.

[ Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario. ]

Il cardinal Biffi commenta così :

Un burattino che s’incammina con molta serietà verso la scuola ed è implicitamente biasimato perché non ci arriva, è un episodio grottesco, anzi è francamente un’assurdità […] Certo egli dall’origine è stato chiamato ad essere figlio, ma la sua è pur sempre una costituzione legnosa che sente prepotente il richiamo del teatrino.

Il richiamo del teatrino non è nient’altro che la ferita del peccato originale che non smette di farsi sentire, nonostante siamo dei battezzati, dobbiamo affrontare le conseguenze di tale condizione dopo il peccato delle origini. Cosicché il nostro cuore è sottoposto ad una tensione penosa come ci ricorda san Paolo : la carne ha desideri contrari allo spirito, sicché noi ci troviamo di volta in volta a combattere tra queste due inclinazioni dentro di noi.

Anche noi sposi dobbiamo fare i conti con questa condizione, non ne siamo esentati ; se per una persona che vive da sola le ricadute delle scelte personali sono limitate, nel caso di noi sposi c’è una gravità maggiore, poiché le cattive decisioni dello sposo hanno inevitabilmente delle ricadute sulla sua sposa e viceversa.

Se uno sposo (solo per fare un esempio di vita ahinoi molto diffuso) è un consumatore di pornografia a vari livelli -col telefonino e non, sui social e non- non può pensare che tale scelta non influenzi il proprio matrimonio. Poco a poco la moglie non sarà vista nella sua bellezza originale ed unica, ma sarà vista in funzione delle prestazioni o disponibilità sessuali oppure subirà sempre il paragone con le donne viste nel mondo della pornografia, le quali sono sempre giovani e belle, mai ammalate e sempre truccate. Se una sposa sgrana gli occhi nel far girare tutti i talk show televisivi dove il maschio è bello solo se ultra muscoloso e con attributi da superman, va da sè che quando si gira e vede sul divano l’uomo che ha sposato scatta il confronto ahimé impari.

Se un marito al contrario comincia a seguire le inclinazioni dello spirito, la sposa si sentirà guardata con occhi che scrutano nell’intimo del proprio cuore, si sentirà guardata con amore e non come oggetto del suo possesso, anch’essa comincierà a vedere la bellezza del marito, non quella che il mondo insegna, ma la bellezza della sua unicità, con le sue caratteristiche da amare, da rispettare, da comprendere e da accogliere.

Non fermatevi a questi poveri esempi, ci servono solo per dimostrare come ogni nostra decisione in ordine alle inclinazioni dello spirito o della carne porti con sé delle conseguenze per la coppia di sposi. Che fare dunque, siamo destinati a restare burattini ?

Naturalmente no, ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati in terra e mai dimenticare la nostra natura “legnosa” che tenta sempre di riaffermare se stessa, lo sposo deve essere d’aiuto alla sposa e viceversa affinché non si decida per il teatro dei burattini.

Pinocchio prenderà questa scellerata decisione :

– Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io, – gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione. E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!

Perché il termine del baratto è proprio l’Abbecedario e non altro ? Perché il mondo -ovvero il Gran Teatro dei Burattini- ha bisogno di persone che non pensano da sole, ha bisogno di persone che hanno barattato la propria ragione -l’Abbecedario per l’appunto- per un po’ di spettacolo, ha bisogno di persone che si lascino manovrare con dei fili, ha bisogno di burattini.

Cari sposi, non lasciamoci sfuggire l’occasione di riprendere in mano il nostro Abbecedario, non barattiamolo per il palcoscenico del mondo… esso ci vuole illudere -per esempio- che la felicità stia nell’avere molte relazioni, che il matrimonio sia un retaggio del passato, solo uno stile culturale ormai decaduto… non lasciamoci ingannare !

Coraggio care coppie, le luci della ribalta del mondo sono finte e durano poco, puntiamo alla vera Luce, quella Eterna.

Giorgio e Valentina.

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Cuori adolescenti: alla ricerca di una identità! (nnn challenge 2023)

NNN. Sembra un refuso e invece è una sigla: No Nut November. Bisogna andare a spulciare l’Urban Dictionary per capire che Nut sta ad indicare l’eiaculazione. Già, perché questa è una challenge nata nel 2011 sul web e che sfida a non avere nessun tipo di orgasmo per tutto il mese di novembre.

Non stupisce che l’astinenza sia ridotta ad una sfida perché non esiste un orizzonte più ampio nel quale inserirla. Il mondo non conosce la castità: non ne apprezza il valore, non sa parlarne e non la contempla. Questo perché non conosce Cristo. Contempla invece astinenza e repressione, che diventano challenge mensili per sfidare i propri istinti dove perdere è la parte interessante.

In quanto insegnante, seguo svariate pagine di attualità e portali dedicati ai giovani, perché ritengo un valore aggiunto e un dovere l’essere informata su ciò che vivono, guardano e ascoltano ogni giorno. Magari non tutti seguiranno la NNN ma di certo la conoscono e ne leggono sui social: questa semplice esposizione contribuisce a formare la loro personalità, come percepiscono il mondo, la società, il proprio corpo.

All’età in cui ci divertivamo con le figurine, molti oggi fanno TikTok disinibiti e nel loro vocabolario la sfera sessuale è entrata da tempo. Non mi dilungo sulla deriva degradante in cui sono, anche involontariamente, immersi. Non parlerò nemmeno di responsabilità genitoriale, perché oltre ad essere scontata è anche tremendamente latente.

Pongo a te, caro sposo o cara sposa, qualche domanda: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Quali desideri? Al netto di tutta la tecnologia, i grandi subbugli adolescenziali iniziano dal cercare una propria identità. Dove cercavi le tue risposte? Io ho frequentato la Gioventù Francescana e questo legame ha impedito che prendessi strade ambigue: mi ritenevo una con la testa sulle spalle ma mi rendo anche conto di quante volte il Signore mi ha salvata.

Tramite alcuni amici ho frequentato, per un certo tempo, una compagnia che di cristiano aveva ben poco: si ritrovavano in un locale dallo stile goth, perennemente in penombra, con teschi e ragnatele finte ovunque, dove suonavano band metalcore, il trucco pesante e i vestiti, come gli avventori, molto eccentrici.

Per un po’ li frequentai: erano persone tranquille ma completamente sbandate. Non avevano fede ovviamente e questo comportava che i rapporti o le chiacchiere fossero molto superficiali. Quando tornavo in fraternità mi stupivo di come potessi, senza problemi, tenere il piede in due staffe, ossia frequentare due ambienti completamente opposti senza venir meno ai miei valori e alla mia fede. In effetti, era così: stavo in entrambi con semplicità, senza compromessi.

Per esempio, ancora oggi mi pare un miracolo non aver iniziato a fumare o bere frequentando chi lo faceva abitualmente. Ecco, ben presto quell’apparente armonia fra i due mondi mi apparve per ciò che realmente era, una crepa insanabile. Non mi sentivo a mio agio nel dividermi fra due compagnie così differenti: era fattibile ma non mi apparteneva. Non accadde niente di tragico, neanche ricordo bene i dettagli, semplicemente smisi di frequentare quell’ambiente dark (che, con il senno di poi, posso definire malsano sotto molteplici aspetti) perché capii che non era conciliabile con il mio credo.

Scelsi la Gioventù Francescana, al contrario di una mia amica che in Gifra non tornò più, preferendo la compagnia metallara. Ne fui molto dispiaciuta ma non tornai sui miei passi: in fraternità respiravo un clima sereno, disteso, senza ambiguità, pacifico e luminoso, che l’altro ambiente proprio non aveva. Ripeto, grazie al Signore ne sono uscita indenne, semmai rafforzata nella fede.

Il mio cuore giovane cercava pace: sebbene in cammino, il mio rapporto con Dio era ancora acerbo, non mi facevo ancora domande alte, non facevo discernimento sulla mia vita e conoscevo poco la Scrittura. Ero un’adolescente che si sentiva a casa in Chiesa e tra i frati, felice di esserlo, stop. Ecco, credo che ogni giovane sia in ricerca: una ricerca attiva, potente e fragile insieme. Che cerchi un luogo dove essere accolto e amato completamente. Da questa ricerca della propria identità si snodano tutte le sfumature e le paturnie tipiche di questa età.

Ripropongo le domande fatte inizialmente: che giovane sei stato o stata? Quali domande si sono affacciate alla tua mente? Dove cercavi le risposte? Fondamentale rifletterci, perché la NNN o altre assurde challenge sono un modo (sbagliato) dove tanti cercano le proprie risposte, l’accettazione altrui. Sono pensate folli e sterili, confezionate per il web, il luogo virtuale dove la maggior parte anela a modelli in cui identificarsi, fandom dove collocarsi.

D’altronde, è più facile imitare qualcuno che sviluppare il proprio, unico, potenziale (Carlo Acutis ci aveva visto lungo!). Se non possiamo prevenire qualche risposta (le domande è sacrosanto ci siano!) dobbiamo farci trovare pronti, come Chiesa: proposte accoglienti, decisione e tenerezza, ascolto e annuncio. Anche perché ad ogni challenge ne segue una più assurda e insensata, in un continuo rincorrersi: la NNN termina con novembre per lasciare il posto alla DDD di Dicembre… ne riparleremo.

Nella famiglia, cari sposi, inizia il lavoro più delicato, importante e difficile del mondo: non
siamo soli, questo è certo. Ma ciò non ci esime dalla responsabilità verso il benessere psico-fisico dei nostri ragazzi, alla disperata ricerca di punti di riferimento. I cuori giovani di noi sposi possono aiutarci a decifrare le domande dei ragazzi di oggi. Non dimentichiamoci che anche noi siamo stati adolescenti, che abbiamo attraversato le stesse tempeste e che Cristo era con noi sulla barca! Tramite noi credenti la fede attraversa le generazioni. Se Dio ce l’ha fatta per oltre duemila anni, non smetterà di operare adesso.

Giada di Ne senti la voce

L’ arte di imparare a ricevere.

Si dice che quando si torna da un viaggio si torna sempre un po’ cambiati. Un mese fa siamo tornati dal pellegrinaggio a Medjugorje. Era la prima volta per noi, ci siamo sentiti chiamati a calpestare quei sassi. La scorsa primavera una famiglia ci regalò un sassolino proveniente proprio da lì, dalla collina delle apparizioni.

Da quando quel sasso è entrato nella nostra casa il mio pensiero è andato subito a David Buggi, ma anche al nostro padre spirituale che ci aveva raccontato dei Festival della Gioventù di agosto. Diciamo che quel sasso ha rappresentato un po’ un invito, un ” vieni e seguimi”. È stato un viaggio quasi al buio, dove per la prima volta non sapevamo nulla, un viaggio libero dall’ansia e dalla fretta. Conoscevamo solo l’ orario del ritrovo in parrocchia per la partenza e poi tutto è stato una sorpresa. Un viaggio dove sentivo forte dentro di me la frase fidati e affidati.

Siamo partiti in nave e il pensiero ad un certo punto è andato a un’altra barca. E’ andato a Simone e Andrea e agli altri apostoli nella loro notte di paura. Ho pensato alla famosa frase di Gesù getta la rete a destra. Considerando la mia paura per la nave mi è venuto quasi spontaneo pensare a loro. Ma indubbiamente il vantaggio di un viaggio in nave è l’ alchimia e l’ unione che si crea con gli altri pellegrini. I pellegrinaggi comunitari sono importanti perché aiutano a conoscere delle persone che incrociamo spesso nella quotidianità dei servizi in parrocchia ma che non abbiamo mai conosciuto davvero. Si creani dei momenti speciali ed essenziali di dialogo a cuore aperto, per andare oltre la routine del proprio gruppo.

Riunire più parrocchie è stato un grande abbraccio dello Spirito Santo. La Chiesa c’è ed esiste, è viva. Potrei scrivere tanto su Medjugorje, sicuramente uno dei ricordi più belli è stata la confessione e l’ adorazione nella chiesa parrocchiale di San Giacomo. Così come recitare la Via Crucis nella collina delle apparizioni. Adesso che siamo tornati il bello sarà custodire quello che abbiamo ricevuto in quei giorni e renderlo frutto per quelli a venire.

Per chi risiede nei dintorni di Roma e ha modo di passare e raggiungerci inizierà il 24 novembre un itinerario di catechesi e preghiera presso la Parrocchia di San Tarcisio al Quarto Miglio. Noi vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Simona e Andrea.

Il bimbo nel lettone! Fa bene alla coppia?

Ci è stata rivolta una domanda specifica. Premettiamo che non abbiamo competenze professionali ma in questo blog cerchiamo di riflettere con voi a voce alta come faremmo con gli amici o in parrocchia. La domanda che ci è stata posta è diretta: Il bimbo nel lettone sì o no?

Naturalmente ogni coppia è libera di fare come meglio crede. Ci permettiamo di dare alcuni spunti nati dalla nostra esperienza personale di genitori e dall’ascolto di tante coppie durante questi anni.

Ecco in questo caso si scontrano due diverse necessità. Il bambino ha bisogno di sentire la vicinanza della mamma e la coppia ha bisogno di mantenere la propria intimità. Come fare quindi? I primi mesi di solito sono i più complicati. Il bambino si sveglia di notte e i genitori vivono una situazione innegabilmente di stress dovuta al poco riposo e al doversi prendere cura di una creatura che necessita di continue cure ed attenzioni. È un periodo inevitabilmente intenso e che richiede un grande adattamento da entrambe le parti. Per questo è facile che momentaneamente le esigenze della coppia siano un po’ messa da parte per vivere come mamma e papà più che come sposi. Bisogna però dare un limite temporale.

Meglio una culla vicino al letto. I primi mesi di vita, diciamo fino ai 12/18 mesi, il piccolo ha bisogno di sentire la mamma vicino a lui. Si sveglia di notte e non sentire la presenza materna è per lui un trauma. Si sente abbandonato. Questo bisogno di vicinanza non è diverso da quello che si osserva tra i cuccioli di animali. Anche loro cercano la compagnia della madre per sentirsi al sicuro e protetti. E’ quindi un bene che il bimbo stia vicino alla mamma, ma non nello stesso letto. Una culla accanto al letto della mamma è l’ideale. Anche perchè, se il bimbo dormisse nel lettone, nel sonno uno dei due genitori potrebbe schiacciarlo e fargli del male.

Poi solo a richiesta. Dopo i diciotto mesi del bimbo è bene che questi vada nella sua cameretta. Fino ai tre anni (ma anche oltre) è però provato che a volte il bambino ha ancora bisogno della vicinanza della mamma. Quando ha paura, ha ansia, è malato o per altre situazioni che possono accadere. In quei casi il nostro consiglio è di non portare il bambino nel lettone ma di mettere una brandina accanto al lettino del bimbo. Così mamma o papà possono dormire vicino a lui senza per questo dover sacrificare l’intimità di coppia. Noi abbiamo fatto così!

Ed ora analizziamo due punti che ogni coppia di neo genitori dovrebbe prendere in considerazione.

Il primo figlio della coppia è il noi. Il sacramento del matrimonio non è un sacramento della famiglia ma della coppia. Cosa significa? Che il centro del sacramento è la relazione della coppia. L’amore della coppia che diventa fecondo. Fecondità che si concretizza anche nel concepire dei bambini ma non si esaurisce in quello. I figli non sono il fine del matrimonio ma un frutto dell’amore sponsale. Dedicare ogni energia e pensiero al frutto rischia di togliere linfa vitale alle radici. Così facendo si inaridisce tutto, compreso i frutti. I figli nascono dalla coppia mentre la coppia non nasce dai figli. I nostri figli hanno sì bisogno di sentire il nostro amore ma ancor di più di sentirsi al centro di una storia d’amore. Hanno bisogno di sentire che papà e mamma si vogliono bene perchè da quel bene sono nati loro. I nostri figli hanno bisogno che noi non facciamo mancare nutrimento alle radici del nostro amore. Trovare tempo per noi non significa toglierlo ai nostri figli ma glielo stiamo dedicando in altro modo. Non sentiamoci in colpa. Fare l’amore fa bene alla coppia e di conseguenza anche ai figli. Lasciarli per anni nel lettone come può essere una cosa buona per loro?

Ci sono problemi? Sempre più spesso, una amica terapeuta me lo ha confermato, il figlio nel lettone è più una scusa della mamma che una necessità del bambino. Tante donne fanno fatica a vivere l’essere moglie e amante quando sono diventate mamme. Quando accade significa che già prima c’erano delle difficoltà inascoltate nella coppia, difficoltà non espresse, che con la maternità si sono manifestate in modo esplicito con il comportamento della donna. Il figlio diventa così una barriera per non vivere l’intimità con il marito. Se accade questo c’è solo una strada da percorrere: tanto dialogo! Cosa non funziona nella coppia? Cosa vorreste cambiare e migliorare nel vostro rapporto intimo? Spesso tante sofferenze sono dovute al modo con il quale i due sposi fanno l’amore. Di questo ne abbiamo già parlato in tanti articoli ed è un tema che affrontiamo approfonditamente nel nostro libro Sposi re nell’amore.

Abbiamo cercato di darvi alcune dritte e sicuramente degli spunti di riflessione. Con la consapevolezza che l’arte di educare è molto personale e da scoprire giorno per giorno nella coppia e nel rapporto con i nostri figli. Quindi vi auguriamo di trovare la vostra strada. Coraggio!

Antonio e Luisa

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Contemplare per mostrare l’ amore

Come sposi cristiani non possiamo non fare della conteMplazione il punto di partenza per MOSTRARE l’Amore dello Sposo, proprio perché questa è la missione che il Sacramento del Matrimonio porta con sé. Come sempre, ricorriamo al vocabolario della lingua italiana: esso ci dice che il verbo mostrare deriva dal latino monstrāre, cioè far vedere, rivelare, dar conoscenza di qualcosa, indicare il volere divino. Ricordiamo che san Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, afferma che l’amore tra i coniugi è immagine dell’amore tra Cristo (Sposo) e la Chiesa (sua Sposa) (Ef 5,32)

Cristianamente parlando, tutte le coppie che si sposano in chiesa non celebrano il loro amore (quello lo fanno al ristorante con un brindisi) ma celebrano l’amore di Dio che si insinua nel loro amore umano rendendolo nuovo, innalzandolo appunto a Sacramento. Quindi, ciò che noi sposi dovremmo impegnarci a mostrare nel nostro amore umano è l’amore stesso di Dio, in quanto è Lui che ci ha resi sposi; è Lui che ci ha costituiti suoi amanti: “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10).

Potremmo dire che noi sposi siamo come la luna, che non brilla di luce propria ma riflette quella del sole. La luce che, per vocazione, siamo chiamati a rivelare, visibile a tutti, non sgorga da noi ma dal fianco squarciato del Signore Gesù Cristo che, come dice il Cantico di Zaccaria, è quel “Sole che sorge dall’alto”. E quando quella Luce ci intercetta ci consente di mostrare i sette colori dell’amore, come fa l’arcobaleno: il rosso “l’amore umano”, l’arancione “l’amore divino”, il giallo “l’amore fecondo”, il verde “l’amore fraterno”, l’azzurro “l’amore ecclesiale”, il blu “l’amore eterno” e il viola “l’amore che nasce dall’ alleanza del Sacramento dell’Ordine con il Sacramento del Matrimonio”. Tanto più saremo consapevoli di questo, tanto più faremo conoscere la luminosa bellezza del Suo amore. Tuttavia bisogna far attenzione, ci dice papa Francesco al n. 122 di Amoris Laetitia:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»”.

Perciò, se da una parte la consapevolezza di dover testimoniare la presenza di Gesù nella nostra storia d’amore (già inclusa nella prima domanda del consenso nel rito matrimoniale: siete venuti a celebrare il Matrimonio consapevoli del significato della vostra decisione?) sicuramente va coltivata affinché maturi la coscienza di coppia, dall’altra è vero però che, nella quotidianità, anche il più piccolo raggio di luce viene colto solo da chi sa discernere con gli occhi dello Spirito, altrimenti si rischia di fare solo raccomandazioni di sapore mondano. Per questo, forse, sarebbe più santo augurare ad ogni coppia cristiana che non escano mai, nel loro cammino insieme, dal giardino del Crocifisso Risorto; che restino in quel giardino, perché lì c’è la vita vera. Ma se dovesse accadere che, in un determinato momento, non riescano più ad essere felici sappiano che Gesù è lì, in loro soccorso, cammina con loro, come fece con i due discepoli di Emmaus. E così, dopo che lo Sposo avrà scaldato il loro cuore con la sua Parola e avrà mangiato con loro riscopriranno una gioia troppo grande che non potrà rimanere per loro soltanto, torneranno a mostrare a tutti il Suo amore e ancora sarà “… gioia piena alla Tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra…” (Sal 15,11).

ESERCIZIO PER MOSTRARE AMORE

Per rendere visibile l’amore di Dio non bisogna fare chissà quale grande opera ma essere testimoni credibili anche solo con la nostra presenza e vicinanza di sposi cristiani immersi nel mondo. Come esercizio vi invitiamo a leggere e fare vostra la “Predica in Silenzio” di san Francesco d’Assisi.

PREGHIERA DI COPPIA

Grazie Signore Gesù perché ci hai resi segno visibile della Tua reale presenza. Fa che guardandoci allo specchio, mentre gli anni passano, ci ricordiamo che non siamo stati noi ad amarci per tutta la vita ma da Te siamo stati amati. Per questo non contempliamo le nostre rughe o i nostri capelli bianchi che già splendono di eternità, ma abbiamo deciso di mostrare il Volto dello Sposo celeste rimanendo fedeli al suo fianco poiché li abbiamo ricevuto le nozze che non si consumano. Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Un regno che stritola

Dal libro del profeta Daniele (Dn 2,31-45) In quei giorni, Daniele disse a Nabucodònosor: «Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla. […] Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per intervento di una mano, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro. Il Dio grande ha fatto conoscere al re quello che avverrà da questo tempo in poi. Il sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione».

Abbiamo da poco vissuto la solennità di Cristo Re dell’universo, ma nella settimana che le segue la Liturgia non termina di proporre alla nostra riflessione il tema di un regno che dovrà essere instaurato da un re atteso da secoli, e per farlo usa un linguaggio di immagini note al tempo in cui viene redatto il testo, ma alcune ci hanno colpito ed oggi vogliamo sottoporre alla vostra attenzione un piccolo ma significativo passaggio: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre.

Quello che ci ha colpito non è tanto la seconda parte della frase, ovvero che il regno instaurato da Cristo duri per sempre, quanto l’uso dei verbi nella prima parte. Se ci fermiamo un attimo a rievocare immagini con qualcuno che stritola un altro oppure che lo annienta, ci balzano subito alla mente le tante scene dei film di supereroi, nei quali il giustiziere di turno arriva e fa piazza pulita dei cattivi con armi superlative o dopo lunghi e strenuanti combattimenti corpo a corpo.

Questo tipo di visioni ha influenzato anche la nostra concezione della divina giustizia e la modalità con cui essa opera. In questo mondo in subbuglio e impegnato in uno sfrontato duello con la legge del Signore, non è raro che ci passino per la testa pensieri simili ai registi dei film di cui sopra: sentiamo spesso persone scandalizzarsi per questa o quella situazione fuori o dentro la Chiesa, i quali auspicano una retata del Signore degna di tali eroi cinematografici, affiorano domande del tipo: perché il Signore non stermina i cattivi, perché non fa piazza pulita di costoro?

E’ una domanda legittima, ma contiene una trappola, una tentazione nella quale già gli Apostoli erano caduti: ” Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?“(Lc 9,54). Anche loro, pur non essendo mai stati al cinema hanno avuto la stessa reazione dei giorni nostri, forse perché erano anche a conoscenza di passi della Scrittura come quello proposto oggi, in cui i termini usati sono piuttosto forti.

Ma cosa succede quando uno stritola qualcun altro? Cosa significa che lo annienta? Potremmo evocare tante immagini eloquenti come quelle di una pressa da 10 tonnellate che stritola automobili da rottamare, in ogni caso ciò che succede è uguale, ovvero che il più forte non si limita a rendere inoffensivo l’altro, ma non gli dà nemmeno la possibilità di riprendersi in futuro così da restare per sempre un cumulo di macerie, praticamente esso viene annientato.

Cari sposi, il regno che deve essere stritolato e annientato è quello del maligno, è il regno di Satana e dei suoi angeli, è il regno del peccato. Semplice a dirsi, ma come si traduce per noi sposi tutto ciò? In una vita che si sottomette continuamente e costantemente al regno del più forte, il regno di Cristo Re, non è sufficiente proclamarsi una volta dalla parte del Signore per cantar vittoria, è necessario che ogni giorno poniamo il nostro cuore sotto il dominio del Re dei Re.

Così come la relazione sponsale deve crescere ogni giorno, deve essere continuamente e costantemente alimentata, non può restare ferma al primo giorno altrimenti muore, analogamente la conversione non può restare ferma al primo giorno, non può accontentarsi della prima decisione, ma ha bisogno di rinnovare tale decisione giorno dopo giorno.

Da dove cominciare? Dal difetto o dal vizio che più disturba la coppia, senza pretendere di cambiare tutto subito, combattiamo ogni giorno vivendo la virtù contraria a tale vizio o difetto. Cari sposi, non abbiate paura di cominciare questo meraviglioso percorso, perché vedrete il regno del peccato stritolato dal regno di Cristo Re, se lascerete spazio a Lui non ci sarà posto per nessun altro regno, le vostre virtù fioriranno e i vizi saranno annientati. La vittoria totale e definitiva sarà solo in Paradiso, ma bisogna cominciarla già qui, buon combattimento!

Giorgio e Valentina

Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

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