Ogni matrimonio ha la sua zizzania e va bene così

Oggi vorrei tornare in modo più approfondito sull’accenno che ho proposto ieri sotto il commento di padre Luca sulla zizzania. Due domeniche fa, se ricordate, la liturgia ci aveva offerto la parabola del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre? In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Primo insegnamento: il vostro matrimonio è buono anche se non è perfetto, anche se non è esattamente come ve lo aspettavate, anche se litigate. Ciò che conta è come affrontate le difficoltà. Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No, quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perché non è perfetta, non è come noi credevamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto. La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. È non riuscire più a vedere i pregi dell’altro, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi, non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro per quanto di buono l’altro fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica. Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così, partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è, potremo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

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Estate, tempo di crescita e formazione

Cari sposi, due anni fa Papa Francesco, durante un Angelus estivo, diceva così:

Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci” (18 luglio 2021).

Ho avuto la grazia di partecipare a una vacanza formativa, organizzata dal Progetto Mistero Grande e devo dire che il Papa ha proprio ragione. Per tante coppie, paradossalmente, i figli, specie se piccoli, possono trasformarsi, senza alcuna malizia, in una sorta di ostacolo alla propria crescita umana e spirituale. Si era partiti, nella vita matrimoniale, con le migliori intenzioni ma poi, dopo qualche anno, eccoci stanchi, stressati, prosciugati nelle energie mentali e fisiche arrivando a sera senza la forza nemmeno di guardarsi in faccia e dirci: “come stai?”. Il ménage familiare può veramente “divorare” mente, anima e cuore, se non ci sono momenti di stacco e recupero.

Difatti, il vero riposo è anzitutto la pace del cuore, o come direbbe S. Agostino: “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), dove l’ordine è mettere Dio al centro e poi per una sana gerarchia di valori, tutto il resto al suo posto. Che posso dirvi di quanto ho vissuto? Che quando una coppia mette (o rimette) Gesù al centro della propria vita, e nella coppia, allora si riposa davvero, anche se si è con i figli che piangono e fanno la lagna.

Sono davvero colpito da tutte le coppie convenute, perché hanno avuto il coraggio di fare le ferie in modo alterativo, dando a Gesù facoltà di parlare e di essere ascoltato; di mettersi in gioco in un dialogo profondo in coppia, come probabilmente non si faceva da anni; di confrontarsi con altre coppie in piccoli gruppi di condivisione; di aprirsi nella direzione spirituale e confessione con i sacerdoti presenti; di farsi coinvolgere dagli insegnamenti e catechesi. La meravigliosa natura che ci circondava, la Val di Fassa, con il suo incanto e la sua freschezza, non ha che propiziato ancora di più i frutti che Gesù voleva donare a ciascuno di loro.

Vi invito di cuore, cari sposi, ad approfittare dell’estate per fare attività simili, ciascuno secondo il proprio percorso. Ho visto tanta sete di Dio, di crescere, di non conformarsi con quanto fatto finora. È l’augurio che faccio anche a voi, perché la vostra coppia continui a camminare verso la propria pienezza vocazionale.

padre Luca Frontali

Paura mai. Secondo la tua Parola getterò le reti.

Paura mai, è il titolo dell’ultima canzone di Ultimo, al primo ascolto ho pianto. Nicolò ha in comune con me il fatto che dice le cose senza nascondere ciò che il mondo non vede o fa finta di non osservare. Ho pianto perché nelle parole ho ritrovato alcune delle mie paure, alcuni dei miei limiti che sono riuscita a superare grazie alla Parola di Luca 5, 1-11. Sicuramente tutti sappiamo più o meno cosa narra Luca nel Vangelo, ma per chi magari non ascolta Ultimo, vi trascriverò alcuni passaggi del suo testo che riguardano da vicino ciò che abbiamo vissuto nella nostra casa durante il periodo della crisi, nata anche dalle paure.

Ho paura del silenzio in stanza di te che mi ami e non è più abbastanza. Chi non ha figli o li ha persi sa bene cosa si prova ad entrare in una stanza della propria abitazione e vivere quel silenzio assordante. Quel silenzio che è in grado di generare un caos nella nostra testa e nel nostro cuore. Quel silenzio che è in grado anche di sovrastare la voce di vostro marito o vostra moglie. Quel silenzio signori esiste e va attraversato, non si può scappare da quel silenzio ne tantomeno fare finta che non ci sia riempiendolo di altro. La vita matrimoniale non è Temptation island dove abbiamo Filippo davanti al falò che ci aiuta a parlare con nostro marito o moglie. Noi abbiamo molto di più, abbiamo il falò dell’Adorazione Eucaristica e del sacramento della Confessione. La paura del silenzio di una stanza vuota. La paura nel domandarsi specie di notte ce la farò a vivere un altro giorno senza mio figlio tra le braccia? Ce la farò a non sentire la sua voce, a non sfiorare i suoi lineamenti che per mesi ho visto in un ecografia?, queste sono solo le più comuni paure che vive una coppia di sposi che perde un figlio.

Non esiste un modo per definire un genitore che perde un figlio. Ma la paura esiste. La paura si vince perché Dio ha vinto per noi. Quella paura che si prova è essenziale, è necessaria, è vitale esternarla perché siamo umani, siamo della stessa carne di Colui che si è incarnato e morto per noi in croce. Tornate con il pensiero al Getsemani. Lui per primo aveva paura. Si sentiva solo e abbandonato. Non siamo mai soli ad attraversare il nostro buio. Solo entrando dentro noi stessi ritroveremo i nostri colori. Noi anche abbiamo avuto paura. Ma siamo qui. Abbiamo le stesse paure che canta Ultimo, la paura che un figlio magari per miracolo arrivi ma che io sia troppo vecchia.

A 45 anni una donna è più che cosciente dei propri limiti biologici. Sarebbe bello vivere aldila dei nostri limiti, ma alcuni limiti riconducibili alla creazione vanno rispettati. La paura in noi ha generato frutto. È stata come un seme quando viene interrato è al buio ma i germogli e i frutti spuntano proprio anche grazie al tunnel dell’oscurità. Così come la notte oscura dei pescatori che si sentono stanchi provati e sconfortati. Si sentono soli, abbandonati. Ma decidono alla fine di seguire i consigli di un falegname, ricordiamoci signori che Gesù era un falegname e proprio un falegname insegnò a pescare a dei pescatori. Si sono fidati di chi all’apparenza poteva essere inesperto. Hanno abbandonato nelle sue mani tutta la loro vita. Può bastare una semplice notte o una semplice occasione per incontrare Cristo nella nostra vita e vederla cambiare. Spesso si ha paura a lasciarsi andare ma bisogna osare. Osare sempre. Spesso quando ci contattate per chiederci consigli sul come abbiamo fatto, noi vi rispondiamo sempre e solo questo: osate. Tirate fuori quello che avete dentro. Approfittate di questo periodo per lavorare su voi stessi.

A presto Simona e Andrea. Vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020.

Non ci si salva da soli (neache Biancaneve)

Il principe azzurro è passato di moda. Le donne ormai sono emancipate ed autonome. Non hanno bisogno di qualcuno che le salvi. Tutto fa credere loro che possono farcela da sole, che non hanno bisogno di nessuno. Ma, in realtà, questa idea dell’indipendenza totale può portare a un senso di solitudine e di mancanza di connessione profonda con gli altri. Sapete qual è il problema di tutto questo? Che non ci si salva da soli. Da soli si è semplicemente soli. Vale per la donzella e vale per il principe. Non si può sottovalutare l’importanza di avere relazioni significative e supporto reciproco nella vita. Quando ci si affida solo a se stessi, si perde l’opportunità di sperimentare il calore umano, l’amore e l’accoglienza di una persona speciale. Non si tratta di dipendenza, ma di riconoscere che l’interdipendenza è un elemento fondamentale delle relazioni umane.

Dio è Dio, Dio è onnipotente, Dio può tutto, ma non può stare da solo. Perché Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Per questo Dio non è una monade, ma è una Trinità. E noi siamo fatti a Sua immagine. Lo dice la Genesi quando racconta la creazione di uomo e donna.

Dio dopo aver creato tante realtà buone, dopo aver creato l’uomo che è molto buono, afferma per la prima volta che qualcosa non è cosa buona. Non è buono che l’uomo sia solo. Dio ci sta dicendo che qualsiasi cosa già creata non può colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. Ha bisogno di un aiuto. La CEI traduce aiuto, ma il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. Si potrebbe tradurre con l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Capite il pericolo di credere di potersi salvare da soli?

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio, l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: Lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha reso uguali, della stessa pasta, ma diversi e complementari. Perché proprio dalla nostra complementarietà può nascere una comunione profonda che diventa un’alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. All’uomo non bastava la creazione della natura e degli animali. Non gli serviva qualcosa, ma qualcuno.

Il Prof. Recalcati esprime lo stesso concetto con altre parole: Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio. Noi abbiamo bisogno di essere speciali per qualcuno, di contare per qualcuno, di essere unici per qualcuno.

Tutto questa riflessione non è banale. E’ evidente che non ci salviamo da soli, ognuno di voi che legge lo sa nel cuore, sa qualto è importante essere desiderati ed amati, e sa che sofferenza c’è quando non avviene. Io sono sicuro di essere stato il principe azzurro per mia moglie. Non che io sia così bello e perfetto, ma lei nella relazione con me ha iniziato un percorso di guarigione da tutte le chiusure mentali e le ferite del cuore che aveva e che la stavano facendo soffrire e vivere non appieno la sua vita. Come lei è stata salvezza per me per gli stessi identici motivi. Non è il principe azzurro che salva Biancaneve. Entrambi sono salvati dalla relazione profonda che li caratterizza, entrambi si salvano a vicenda. Nella fiaba non è specificato ma è quello che tutti abbiamo pensato leggendo il finale: e vissero felici e contenti. Ho letto il bel post di Lisa Zuccarini che esprime questa verità citando un film. Lisa scrive: Alla fine di Pretty Woman c’è uno scambio benedetto di battute tra lei e lui: E cosa succede dopo che lui ha salvato lei? Succede che lei salva lui.

Ora la vita non è una fiaba ma come nelle fiabe abbiamo bisogno di salvezza. Per questo ci piacciono tanto. Ne ha bisogno l’uomo e ne ha bisogno la donna. E per salvarci abbiamo bisogno di qualcuno. Quindi cara Disney le tue eroine vanno forse bene per i tuoi film politicizzati ma la realtà ci chiama ad altro. Ci chiama ad amare e ad essere amati, ci chiama ad essere re e regina nell’amore (citando il nostro ultimo libro).

Antonio e Luisa

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La nullità: facciamo chiarezza

Un argomento che torna spesso nei separati e sul quale quasi ogni persona nuova mi fa domande riguarda la nullità del matrimonio. Per quello che osservo, in genere, le cose vanno così: quando si arriva ad una separazione, si prospettano tre strade, rifarsi una vita (cioè frequentare altre persone), oppure “provare ad annullare il matrimonio” (terminologia sbagliata, scelta fatta soprattutto da chi vuole tornare libero da qualsiasi vincolo, anche cristiano, per potersi risposare), oppure rimanere fedeli al Sacramento (scelta più rara in assoluto).

Provo un po’ a chiarire le cose, premettendo che non ho competenze di avvocato e che in ogni curia ci sono persone che possono dare indicazioni e consigliare le strade da percorrere. Fino a prova contraria, un sacramento è valido. È chiaro che una persona, quando arriva a separarsi, deve farsi la domanda Il mio matrimonio è vero?, perché altrimenti si può correre il rischio di fondare la propria vita su qualcosa che non c’è mai stato.

Un sacramento non può essere annullato, mai. Si può soltanto verificare se c’erano le condizioni affinché potesse avvenire. Quindi, non si può annullare ma si può solo verificare che non sia nullo fin dal principio. Faccio un esempio: se fossi andato all’altare ubriaco, il matrimonio sarebbe chiaramente nullo perché non sarei stato pienamente consapevole di ciò che stavo facendo. Le cause di nullità sono molte, le più comuni sono la mancanza di apertura alla vita (figli), la mancanza di fede nell’indissolubilità e nell’eternità, la non divulgazione di informazioni importanti (problemi psichici e familiari provenienti dalla famiglia di origine, dipendenze) e, non ultima, l’immaturità.

I figli nati nel matrimonio non hanno alcun tipo di peso nella valutazione. Si possono anche avere dieci figli e un matrimonio nullo. Ognuno per la sua parte si deve interrogare in coscienza su come è arrivato al matrimonio: nel mio caso, almeno da parte mia, ero adulto e consapevole di quello che stavo facendo. Non avevo tenuto nascosto niente, quindi non ho ritenuto necessario procedere ad alcuna verifica.

Parlando recentemente con alcuni giudici e responsabili della Sacra Rota, questi mi hanno detto che purtroppo, questo strumento, nato per un fine giustissimo e che dovrebbe riguardare solo una piccola parte dei separati, viene utilizzato male e abusato: in tanti cercano questa strada senza motivi reali e gravi, ma si cerca, magari andando a scovare il cavillo legale giusto, di tornare single.

Questo non è il modo corretto di utilizzare la verifica del Sacramento del matrimonio: se uno ha dei dubbi, è bene che li chiarisca seguendo la motivazione più importante di tutte, fare verità nella propria vita. Purtroppo, ci sono anche persone che trovano testimoni disponibili a dire quello che serve, ma ottenere la nullità con la menzogna non ha proprio senso, davanti a Dio non vale niente. Ho tanti amici che hanno fatto la verifica di nullità, qualcuno avrebbe voluto la conferma del sacramento e invece è stato dichiarato nullo, altri invece il contrario, avrebbero preferito la nullità per potersi risposare, ma non l’hanno ottenuta. In ogni caso è un processo complesso che ti rivolta come un calzino e va a scavare a fondo del tuo essere e della tua psiche, non è una passeggiata.

Il procedimento, che coinvolge avvocati e giudici, dovrebbe essere portato avanti sotto la guida dello Spirito Santo, in modo da minimizzare gli errori che possono essere commessi. Inoltre, ci sono due aspetti, secondo me, che complicano le cose: il primo è che i giudici devono giudicare secondo quello che ascoltano e che le persone riescono a dire; il secondo è che, almeno per me, sarebbe molto difficile, a distanza di più di venti anni ritornare a come effettivamente sono arrivato quel giorno a sposarmi: non si tratta solo di ricordare, già quello sarebbe complicato, ma il tempo ti cambia e ti fa vedere le cose in maniera diversa. È necessario pregare, affidare tutto a Dio nella Verità, confidare in persone esperte che rappresentano la Madre Chiesa e accettare il verdetto finale, anche se non piace. Voglio ricordare infine che, anche se un matrimonio viene dichiarato nullo, se sono presenti figli, si rimane genitori e quindi verso di loro non dovrebbero esserci cambiamenti e anzi sarebbe necessario ancora di più farli sentire profondamente amati.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lo sguardo alla vittoria finale

Dal libro dell’Esodo. In quei giorni sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.[…]Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”.[…]_La donna _[…]non potendo tenerlo nascosto più a lungo, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.[…]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”.

Abbiamo tagliato molte parti perché ci pare che la vicenda di Mosè sia abbastanza conosciuta e su cui sono stati fatti diversi film più o meno azzeccati, dei quali vi consigliamo la visione in questo periodo un po’ più distensivo. Della storia di Mosè esistono anche numerosi scritti di taglio teologico, storico, catechetico e spirituale, perciò anche stavolta ci troviamo costretti a decidere di raccontarvi solo un piccolo aspetto di grandi tematiche che la Liturgia ci propone in questi giorni.

Le prime righe ci aiutano a inquadrare storicamente la vicenda di Mosè. Sono delle parti descrittive, ma sono quelle che abbiamo scelto noi per focalizzare la nostra attenzione sul tema della sapienza divina. Apparentemente Dio resta in silenzio per ben 400 anni (numero che contiene una simbologia), quasi fosse seduto in poltrona a guardare il film del popolo di Israele che viene oppresso e schiavizzato dagli Egiziani. Aveva dato loro Giuseppe per tirarli fuori da una pesante carestia ed ora sembrava essersi dimenticato di coloro che aveva appena salvato.

La sapienza divina utilizza criteri diversi dai nostri, adopera strategie differenti contro il nemico, conosce quando i tempi sono maturi e agisce in modo misterioso, di solito anche in modo occulto. Il Signore sa sfruttare a proprio vantaggio l’arma del nemico. In questo caso, l’arma del nemico era lo sterminio dei bambini maschi e il Signore usa proprio quest’arma per far “trovare” alla figlia del faraone quel bambino tanto bello e tenero che lei adotterà come figlio e crescerà come un principe e un condottiero capace e valoroso. Il Signore si fa beffa del nemico, il quale non sa che sta crescendo e istruendo il suo più grande avversario all’interno delle sue stesse mura. Inoltre, il nome “Mosè” gli viene imposto proprio dalla figlia del faraone, che inconsapevolmente diventa una profetessa del destino del popolo di Israele; infatti, il popolo viene salvato perché “tratto dalle acque” durante il famoso passaggio del Mar Rosso.

Non possiamo tralasciare il fatto che senza l’oppressione e la schiavitù del popolo ebraico, e la conseguente e sciagurata decisione dello sterminio dei bimbi maschi da parte dell’Egitto, non avremmo avuto Mosè con tutti i benefici che la sua figura comporta per la salvezza del popolo. Cosa ci insegna tutto ciò nella nostra vita quotidiana? Da un lato, ci rassicura sul fatto che nulla sfugge a Dio riguardo al Suo popolo, nemmeno le ingiustizie o le angherie che dobbiamo sopportare. Dall’altro lato, ci offre conforto sapendo che Dio sta già operando all’interno di quella dolorosa situazione che stiamo affrontando.

Molti sposi stanno vivendo situazioni di grande dolore: incomprensioni dentro e fuori la coppia, fatiche nella malattia propria o nell’accudimento di familiari, dolori per le scelte sciagurate dei figli, dolori per l’allontanamento del coniuge da una vita di Grazia, ecc… Ogni coppia di sposi ha la propria storia, ma ciò che conta è vivere questa situazione non come una perdita ma come una vittoria. Dobbiamo imparare a vivere le nostre vicende tristi con lo sguardo alla vittoria finale; è come se stessimo vivendo il primo tempo di una partita, della quale solo il Signore conosce il risultato finale. A noi però tocca vivere il primo tempo con tutto noi stessi, quindi anche con tutta la nostra fede, e starci dentro le fatiche, dentro i dolori, dentro le perplessità, dentro le paure. Dobbiamo starci, ma senza catene di schiavitù, starci con la libertà di cuore dei figli di Dio che lodano il Signore in ogni tempo, perché anche il nostro tempo è Sua Grazia.

Non sappiamo ancora quando il Signore tirerà fuori dal cilindro la Grazia, quando il Signore sfodererà il Suo asso nella manica. Nel frattempo, una Grazia che già possiamo chiedere e dobbiamo lottare per vivere è quella della perseveranza nella prova. Coraggio sposi, anche per voi il Signore sta già preparando il vostro Mosè, e lo sta preparando nel nascondimento perché vuole far crescere la vostra fede in Lui e non nelle nostre povere risorse umane. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Un amore inclusivo

Dal Vangelo di oggi: Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo passo evangelico è uno di quelli che solleva molte domande e riflessioni. Inizialmente potrebbe sembrare che Gesù stia ponendo se stesso come un Dio geloso che pretende di essere il centro di tutte le relazioni e di essere amato più di qualunque altra persona. Ma in realtà, una lettura più approfondita rivela una prospettiva diversa. Quando Gesù dice “chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me“, non intende che si debba mettere da parte l’amore per i propri figli in favore di un amore esclusivo verso di Lui. Al contrario, Gesù ci invita a rendere Lui parte integrante di tutte le nostre relazioni, compresi i legami familiari più profondi. Si tratta di un invito ad amare attraverso di Lui, a includerlo nel cuore stesso delle nostre relazioni umane.

Quando comprendiamo che amare Dio sopra ogni cosa significa includerlo nelle relazioni che abbiamo con gli altri, tutto l’orizzonte si amplia. Non si tratta di escludere o negare l’amore le persone care, ma piuttosto di trasformare quel legame in una relazione che comprende sia l’amore umano che l’amore divino. Questa prospettiva ci invita a vivere le relazioni in modo più profondo, a scoprire l’amore di Dio che si manifesta attraverso i nostri affetti e a vedere in ogni relazione l’opportunità di crescere spiritualmente. È un invito ad amare consapevolmente, con la consapevolezza che Dio è presente in ogni legame significativo che abbiamo nella nostra vita.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Tuttavia, nel corso del tempo ho iniziato a comprendere la profondità del suo rifiuto e a riconoscere che c’era un motivo più grande dietro a quello che sembrava solo una negazione. La sua decisione di mettere Dio al primo posto nella nostra relazione era basata sulla sua fede e sulla consapevolezza che l’amore autentico richiede sacrificio e impegno. Lei ha capito che il nostro amore non avrebbe potuto crescere se fosse stato basato solo su desideri superficiali e istinti fisici. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

È riuscita a includere anche me nel suo amore verso Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Antonio e Luisa

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Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /7

Siamo alla fine della prima fuga di Pinocchio. Costui viene fermato da un carabiniere sotto gli occhi dei passanti. Geppetto lo rimprovera, ma…

E gli altri soggiunsero malignamente: “Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino tra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!… Insomma, tanto dissero e tanto fecero che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.”

Siamo di fronte a un’ingiustizia e subito il nostro sentimento si fa vicino al falegname che tanto aveva desiderato un figliolo, ma deve fare i conti con le monellerie proprio di quel figlio tanto desiderato. Se teniamo ancora Geppetto come figura del Padre, in questo atto di ingiustizia possiamo vedere come il mondo “metta in prigione” Dio perché considerato cattivo e tiranno, lasciando così impuniti e a piede libero non tanto i peccatori (tutti lo siamo) ma i peccati. Il mondo vuole convincerci, quindi, che Dio, limitando la nostra libertà, sia cattivo e crudele. Vuole distruggere in noi il senso del peccato, cosicché il peccato diventa solo “un’invenzione della Chiesa e dei preti”.

Solo chi non ha fatto esperienza dell’amore del Padre si lascia ingannare da questo tranello, ma non è una novità che il potere mondano metta in prigione Dio. Del resto, non è successo lo stesso circa 2000 anni fa quando le potenze del mondo misero in croce il Signore della gloria? Il potere mondano cerca sempre di nascondere la Verità, di falsarla o di piegarla per propri interessi. Ad esempio, il potere dei mezzi di informazione soffoca la voce della verità sotto le notizie e raramente trova la forza di dare importanza a ciò che è vero quando non è interessante (non vende). Non ha la forza di rinunciare a ciò che è interessante solo perché non è vero. Non è una novità per i cristiani; ci aveva già avvertito lo stesso Gesù: << I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori >> (Lc 22,25).

Caro sposi, dobbiamo sempre restare in guardia di fronte al pensiero mondano. Bisogna tenere le antenne orientate sulle frequenze della Verità, così da non lasciarci ingannare dal primo che passa e che si riempie la bocca di paroloni su Dio e la Chiesa senza nemmeno essere battezzato, senza vivere una vita di fede all’interno della Chiesa. Troppi matrimoni zoppicano perché i due sposi si sono lasciati convincere a mettere Dio in prigione. Egli non è più il loro punto fermo, la loro certezza, la loro fonte di amore reciproco. Invece, è diventato nel migliore dei casi un estraneo e per alcuni, addirittura un nemico che mina le loro (presunte) libertà.

È capacissimo di farlo a pezzi! … In effetti, il Signore è capacissimo di farci a pezzi, ma non lo fa perché aspetta con pazienza la nostra conversione, e ogni giorno che ci dona potrebbe essere l’ultimo per convertirsi. Potremmo anche trovare un secondo senso in quel: è capacissimo di farlo a pezzi!… Nel senso che è capacissimo di fare a pezzi il nostro uomo vecchio, i nostri peccati, le nostre infedeltà, tutto ciò che in noi è un impedimento ad amarlo.

Coraggio, sposi! Non abbiate paura di seguire le leggi del Signore per il matrimonio perché, se anche all’inizio sembra che si perda qualcosa, in realtà ne avremo indietro cento volte tanto in Grazia, grazie ricevute, pace e serenità. Avremo indietro il nostro matrimonio rifiorito. Non mettiamo in prigione il Signore, non se lo merita.

Giorgio e Valentina.

La comunione è un traguardo da raggiungere

Il matrimonio, questa sacra unione che ci invita a maturare e crescere nell’amore, è davvero una relazione privilegiata. È un’opportunità unica per scoprire la nostra vera vocazione e per diventare una comunione d’amore. Tuttavia, dobbiamo comprendere che non è sufficiente essere generosi con il nostro coniuge, offrendo tempo, azioni e doni. Non è solo una questione di unilaterale apertura verso di lei o verso di lui. Per provare una vera intimità, è necessario essere completamente aperti e vulnerabili. Solo così si creerà una vera comunione. Quando il dono si trasforma in comunione, il rischio di creare una relazione che porta l’altro a dipendere da noi o a essere subordinato sparisce. Non vogliamo che il nostro partner si senta come un tappetino, che teme di perdere il nostro sostegno. Non vogliamo alimentare la nostra vanità, l’egoismo o il desiderio di possesso, perché queste non sono manifestazioni d’amore autentico. Scegliere di vivere l’amore con piena consapevolezza richiede coraggio e impegno, ma è solo attraverso questa apertura profonda che potremo comprendere appieno la bellezza e la potenza dell’amore coniugale. Che sia la reciproca donazione, il reciproco supporto o la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita, tutto ciò contribuirà a radicare il nostro amore e farlo crescere sempre di più. E così il matrimonio diventerà il luogo in cui la nostra anima può fiorire e il nostro amore può raggiungere livelli di profondità e gioia che mai avremmo immaginato.

La comunione è un traguardo da raggiungere, un obiettivo da perseguire con determinazione e impegno costante. Questo traguardo implica la creazione di una relazione profonda e significativa, basata sulla parità e sulla reciprocità. Significa essere pronti ad ammettere di avere bisogno dell’altro, di donarsi e riceversi a vicenda. Inoltre, la comunione implica anche la capacità di riconoscere e accettare le proprie ferite e fragilità, di abbracciare la propria povertà. È un atto di umiltà e di consapevolezza che ci rende più umani, più vicini agli altri e a noi stessi. Entrare in comunione richiede di abbattere le barriere emotive e le maschere che indossiamo, anche quelle della generosità che possono limitare la nostra autenticità. Significa mostrarsi così come siamo, senza filtri o artifici, accogliendo e accettando noi stessi e gli altri nella loro interezza. Per me, la consapevolezza di queste verità non è stata immediata. Mi ci sono voluti anni per imparare, per superare i blocchi emotivi e rompere i legami che mi tenevano prigioniero. Ma oggi posso dire che è meraviglioso, tutto va sempre meglio. Ho conquistato una libertà nel modo di amare, di accogliere, di ricevere, di donare e di incontrare la mia sposa, che non credevo di poter raggiungere. La comunione si traduce in un’apertura sincera del cuore, senza paura di essere giudicati, con la volontà di essere veramente uniti a livello profondo. È un’esperienza che richiama alla mente anche la comunione che viviamo con Cristo nell’Eucaristia. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio“:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. È più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. […] È richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro di noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi. (…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro, le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione, le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Quando facciamo l’amore devo pensare ad altro

Oggi credo sia importante prendere spunto da una mail che abbiamo ricevuto alcune settimane fa per riflettere su alcuni punti fondamentali riguardanti l’intimità degli sposi. Risponderemo pubblicamente, naturalmente lasciando l’anonimato al mittente, perchè sono problemi e situazioni che riguardano tante coppie e che difficilmente vengono tirati fuori. Analizzeremo la mail in due diversi aspetti e lo faremo prendendone uno alla volta.

C’è una sofferenza che mi tormenta fin da quando mi sono sposata anni fa, in realtà da prima ( in termini di mancanza di attenzioni e affetto) ma almeno speravo di superarla col matrimonio. Questo coinvolge tutta la relazione ma soprattutto quando facciamo l’amore mi sembra sia attratto solo da alcune parti fisiche mia e non abbia un desiderio a prescindere di stare vicino a me, come persona, fisicamente.

Qui c’è tutta la differenza tra uomo e donna! Questa moglie ha espresso in modo chiaro la differenza enorme che c’è tra la sensibilità dell’uomo e quella della donna! Lui è attratto solo da alcune parti. È facile intuire quali: seno, genitali e molto spesso anche il sedere. E lui a sua volta, questo lo aggiungo io, desidera essere stimolato dalla donna solo in una parte del corpo. E’ vero che ogni individuo è unico e le preferenze variano ma questa dinamica dell’uomo è davvero molto comune. L’uomo è fatto così. Il tutto è amplificato dalla diffusione della pornografia. Ormai l’uomo è frequentemente educato a questa modalità di vivere la sessualità che fa leva su una predisposizione naturale ad eccitarsi in un determinato modo e la accentua. Ciò non è per nulla nella sensibilità della donna. La donna spesso si irrigidisce e si infastidisce se lui comincia immediatamente a stimolarle e toccare le parti che ho citato in precedenza (seno e genitali). La donna ha bisogno di arrivare a quel punto gradualmente. Ha bisogno di sentirsi desiderata dal suo marito, di essere abbracciata, baciata, massaggiata e accarezzata in tutto il corpo, escludendo inizialmente proprio quelle parti su cui lui si focalizzerebbe subito. Solo dopo che si sarà preparata gradirà essere stimolata anche al seno e ai genitali. Vi assicuro che molte problematiche sorgono da questa differenza. Tante donne non riescono ad abbandonarsi completamente al proprio marito perché lui non riesce ad entrare in sintonia con la loro sensibilità. E la coppia spesso non dialoga a riguardo. Difficilmente lo fa. La nostra differenza è importante. Perchè nella differenza usciamo da noi per entrare nel mondo dell’altro e nella sua sensibilità. Senza questo riguardo non ci può essere dono. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto sé stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Capite quindi come rispettare la sensibilità femminile sia importante anche per noi uomini?

Per raggiungere il piacere dobbiamo eccitarci con fantasie che non sono del tutto sante ad essere sincera, ma almeno io se quando sono lì penso solo a quanto gli voglio bene, cala che mi eccito.

Ed ecco il secondo spunto! Che è la diretta conseguenza di quanto abbiamo scritto fino ad ora. Lei non riesce ad eccitarsi se rimane nella relazione, se pensa al suo amore per lui, se si concentra solo su quanto sta vivendo in quel momento. Ha bisogno di evadere e di costruirsi una fantasia esterna alla coppia per eccitarsi e raggiungere il piacere. Mi chiedeva se questo fosse peccato. Ora io non sono il suo confessore e non risponderò a questa domanda. Mi soffermerò invece sul piano umano. Questa frase dimostra la povertà dell’intimità di questi due sposi. Questa donna sta vivendo nel corpo il gesto che più di tutti rappresenta l’unione con suo marito e ha bisogno di pensare ad altro per provare piacere fisico. Capite che c’è qualcosa di estremamente dissonante in questo? Non è questione che questi due sposi non si amino. Questo può accadere in tutte le coppie e se non risolto alla lunga impoverisce tutto il rapporto. Per essere chiaro: andare a Messa se non si sistema questo aspetto serve a poco. Cosa fare? Lei non avrà bisogno di rifugiarsi nelle sue fantasie se lui imparerà a donarsi secondo la sensibilità della sua sposa. Vi assicuro che poi l’intimità sarà fantastica per entrambi perché sarà soddisfacente per il corpo e ancor di più per il cuore. I due faranno infatti esperienza di comunione che è il vero piacere della sessualità.

Antonio e Luisa

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Maria si alzò e andò

Meno di un mese alla GMG, un evento che ci ha accompagnato per tutto questo anno pastorale all’interno del progetto Abramo e Sara. Un anno lungo, un cammino dal passo lento ma costante e in alcuni momenti con passi veloci e inaspettati. È il tempo anche in cui ci si prepara per il nuovo anno (pastorale). È il tempo in cui ci si dedica ancora di più ai germogli frutto della semina invernale. Perché Dio non va in vacanza d’estate, anzi è proprio l’estate il momento in cui ci si mette senza fretta ad osservare la Sua presenza nella nostra vita.

È stato un anno, senza dubbio il primo in assoluto, in cui abbiamo veramente goduto in santa pace della Sua preziosa compagnia. Come ce ne siamo resi conto? Attraverso gli incontri con le famiglie e i giovani che ci seguono in questo audace progetto di Abramo e Sara. Ogni volta che andiamo a visitare una famiglia, ritorniamo arricchiti in modo impareggiabile. Ascoltare in silenzio i racconti di una mamma con il figlio colpito da una malattia rara è un’esperienza equiparabile al calore che si prova allo stare in adorazione. Abramo e Sara è anche questo: sostare vicino al dolore delle famiglie, tendere la mano che ti solleva e ti guida di nuovo sulla strada giusta. Ma significa anche ascoltare i racconti dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, interrogandosi se riusciranno mai a sposarsi. Significa anche ascoltare le ansie e le paure di chi ha perso un figlio e ora teme che la gravidanza non vada a buon fine. Sì, avete letto bene, accompagno le future mamme davanti all’ecografo. E questo dono di poter stare accanto a loro in un momento così importante, non ha prezzo.

Si è stato un anno particolare dove io per prima mi sono chiesta in alcuni momenti chi me lo fa fare? In fondo siamo semplicemente una coppia di sposi che ama l’oratorio. Né di più né di meno. Indubbiamente dinamici quello sì, quel dinamismo che diventa scomodo per alcuni. In effetti non è da tutti riuscire a creare dei gemellaggi tra le realtà dei gruppi giovanili e le coppie di sposi senza figli. Sarà che abitando a Roma e alla luce degli ultimi eventi di cronaca, direi che siamo sulla via giusta se si cerca di spronare la fascia adulta ad occuparsi dei giovani.

È stato anche l’anno in cui l’osservazione da parte di alcuni amici per la maggiore è stata siete spariti alternata a ora sei diventata santa Simona. Il che fa sorridere perché i santi della porta accanto, vedi Chiara Corbella, Carlo Acutis, Marianna Boccolini, David Buggi, con la loro vita ti ricordano che anche il barista sotto casa può ambire alla santità. Forse manca questo nella nostra quotidianità, qualcuno che ti ricordi che puoi essere santo anche tu che stai leggendo questo articolo, magari mentre sei in pausa pranzo al lavoro o mentre ti stai rilassando tra una poppata ed un’altra, mentre tuo figlio dorme. La nostra vita, vi assicuro, è più che normale.

L’unica differenza è che io ho scelto di dedicarmi totalmente ad Abramo e Sara. E dedicare del tempo vuol dire per forza di cose imparare l’arte del discernimento. Il distinguere ciò che è necessario dalle priorità. Quest’anno abbiamo applicato nella nostra vita la parabola del seminatore. Tante cose che ci sono capitate sono frutto della semina. C’è chi ha seminato e ha visualizzato un test di gravidanza positivo e chi come noi che ha visualizzato la nascita del nostro programma radiofonico su Radio Maria. Onestamente è stata una sorpresa se pensate che lo scorso anno quando iniziammo a scrivere qui sul blog di Antonio e Luisa raccontammo proprio della difficoltà che ho attraversato per fare pace con la figura di Maria. Ognuno di noi ha una storia, un cammino, un percorso il nostro ci sta meravigliando di continuo. Infondo come dice la nostra amica Deborah Vezzani? Renditi disponibile e vedrai meraviglie.

Nell’attesa di incontrarvi per l’ Italia vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020 dove troverete anche i nostri gadget con il quale potete sostenere il nostro progetto. A presto!

Simona e Andrea

Ami solo ciò che vedi?

Dal libro della Gènesi (Gn 23,1-4.19; 24,1-8.62-67) Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla. […] Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb. Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.

Il libro della Gènesi è un libro che racconta senza tanti fronzoli gli avvenimenti che stanno all’inizio dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, ma i pochi particolari che sono giunti a noi hanno la loro importanza, proprio per il fatto che sono gli unici descritti. Oggi ci soffermeremo su uno in particolare: “Allora ella prese il velo e si coprì.

Sembrerebbe uno dei gesti abituali per quel popolo e per quella società, ma allora perché specificarlo? Fa solo parte del racconto o ha un secondo significato? Noi abbiamo colto un secondo significato e che ci porta a riflettere ancora una volta su un aspetto della castità che vale per i fidanzati quanto per gli sposati: il pudore.

Il consorzio familiare non ce lo si inventa di sana pianta, non è come il gioco delle costruzioni che monti e smonti a tuo piacere quante volte vuoi e quando vuoi. Esso ha bisogno di tempo per pensare, per sedimentare, per costruire, per progettare, per conoscere se stessi e l’altro, per imparare ad amarsi, per esercitarsi nell’arte dell’amore; e tutto questo lavoro va fatto senza l’impiccio della sensualità, senza le pulsioni sessuali, senza quelle zavorre che ci trascinano verso le nostre bassezze ed impediscono all’amore di spiccare il volo verso il Cielo da cui proviene esso stesso.

Solo belle parole, ma prive di concretezza? Proviamo a ragionarci un po’. Di sicuro sarà capitato a tutti di ripensare all’amore ricevuto dai nonni o dai genitori e sentire ancora molto affetto nei loro confronti; ci sono anche persone che sono grate al proprio padre (o madre) spirituale per l’amore ricevuto e nutrono verso lui/lei grandi sentimenti quasi uguali, se non maggiori a volte, del genitore naturale. Ma tutto questo amore è arrivato a noi senza l’ausilio della sensualità, senza pulsioni sessuali, eppure è un amore grande che riempie il nostro cuore e non se ne va più da noi perché costitutivo della nostra personalità; quindi ne ricaviamo che l’amore umano ha bisogno del corpo per esprimersi, ma non ha la sua fonte nelle pulsioni sessuali.

Rebecca si mise il velo e si coprì non perché avesse paura di Isacco, ma perché voleva essere amata NON PER il suo corpo, ma CON il suo corpo. Isacco doveva imparare a conoscere chi lei fosse, quali erano i suoi pensieri, la sua personalità, la sua famiglia d’origine, il suo carattere, i suoi desideri, i suoi sogni, la profondità della sua fede, doveva imparare a godere delle sue doti e comprenderne i difetti; e tutto questo lavoro (reciproco) va fatto nel fidanzamento ma non si può rischiare di puntare tutto sul cavallo sbagliato.

Immaginate di scommettere alle corse dei cavalli e di puntare tutti i vostri soldi, li puntereste sul cavallo più bello esteticamente, che magari solletica i vostri sensi ma che arriva ultimo, oppure sul cavallo più veloce e più forte, quello vincente aldilà della sua estetica? Usate la stessa tecnica che usereste all’ippodromo col vostro fidanzato/a o col vostro sposo/a. Certamente l’aspetto estetico del nostro amato/a ha la sua importanza e ce lo rende attraente ai nostri occhi, ma non è tutto. Isacco ha dovuto imparare a guardare oltre il velo di Rebecca, ha imparato a scrutare il suo sguardo per conoscere meglio il suo cuore, quasi che il suo sguardo fosse la finestra attraverso cui accedere al cuore.

Il pudore è un aiuto in tutto questo perché non è la vergogna fine a sé stessa, ma è custodia di sé stessi, della grandezza del nostro corpo. Esso deve essere l’incarnazione del nostro cuore/spirito e non una specie di Luna Park sempre aperto. Non dimentichiamo che un giorno il nostro corpo risorgerà, quindi è destinato alla gloria eterna in Dio e non alla corruzione. Ce lo testimoniano i molti corpi incorrotti di santi puri e vergini.

Coraggio sposi, se questo lavoro di castità nel fidanzamento è stato poco, abbiamo la possibilità sempre di recuperare con la volontà e la Grazia del Signore. Questo è il tempo per riportare in auge il pudore all’interno della coppia e nella società poi.

Giorgio e Valentina.

Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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Soggiogati da Cristo

Cari sposi,

            oggi Gesù ci mette davanti un oggetto oramai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso. Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna?

Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro. Quando vi trovate in queste circostanze esistenziali, non è una maledizione perché nel fondo siete nelle condizioni migliori per entrare in relazione con Dio!

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio. Il “coniugio” o matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa. Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»” (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).

Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare la bella riflessione di Padre Luca con una testimonianza personale. Io credo che i piccoli citati dal Vangelo non siano gli stupidi o gli ignoranti. Sono le persone che non pretendono di poter comprendere tutto per fidarsi ed avere fede. I piccoli sono quelli che scorgono una bellezza e si abbandonano ad essa. Per noi è stato così. Io non avevo capito tante cose che la Chiesa mi stava chiedendo. Non capivo la castità, non capivo l’indissolubilità, non capivo tante altre cose, ma Luisa ed io ci siamo fidati ed affidati e abbiamo fatto esperienza della bellezza e in quell’esperienza abbiamo finalmente capito come Gesù non ci chiede fatiche inutili ma ci chiede ciò che serve per vivere un amore pieno ed autentico.

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Famiglia diventa ciò che sei, con l’Eucarestia

Cari sposi,

            ritorno su un tema che Ettore ha già trattato qualche giorno fa. Entrambi, infatti, abbiamo partecipato al XII convegno pastorale teologico che il Progetto Mistero Grande organizza annualmente. Vorrei restituire un po’ i doni e le grazie che ho ricevuto in quei giorni e che sto ancora assimilando e meditando nel mio cuore. Fondamentalmente ho percepito la Presenza di Gesù in mezzo a noi, in forza certamente dell’Eucarestia che abbiamo messo al centro, ma anche grazie a voi sposi che siete il prolungamento del Suo essere nel mondo, voi che “rendete manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore” (Gaudium et Spes 48).

Attività come questa non sono per pochi eletti, per chi viene raccomandato dal proprio vescovo o possiede un titolo in teologia. Sono felice di avere convissuto con sposi molto semplici, gente comune, che però non si accontenta e vuole crescere nella fede come coniugi. Ho proprio visto, durante quei giorni, lievitare la grazia del matrimonio. Che bisogna fare per crescere e andare oltre il tran tran di ogni giorno?

Anzitutto bisogna conoscere la grazia che Gesù vi ha donato. Non mi vergogno di dirvi che da quando sono in questo percorso con le coppie, ho imparato cose che i libri di teologia non mi avevano dato. Così, sono state dette cose meravigliose sul rapporto tra matrimonio ed Eucarestia, a partire dalla Scrittura, dalla storia della Chiesa, dalle catechesi di Giovanni Paolo II… il matrimonio è una miniera di perle preziose che svelano la grandezza di Dio Trinità! Come vorrei che possiate non dico bere ma tracannare l’acqua di questa sorgente perenne!

Ma noi non siamo credenti razionalisti, che pensano che la fede consista in tante belle nozioni apprese. La verità che Gesù ha svelato sul matrimonio va poi contemplata in ginocchio. Ecco allora che l’Eucarestia diventa lo specchio dinanzi al quale gli sposi vedono il loro vero volto. Se marito e moglie si fissano su quello che non va in loro, stanno solo cominciando la lunga e lenta discesa verso la morte della coppia. È piuttosto Gesù che nell’Eucarestia rivela l’altissima vocazione degli sposi di essere un corpo vivo, donato per amore. Quindi, quanto è importante contemplare e lasciarsi stupire dal dono di queste verità che non ce le siamo date noi ma che discendono dal Cielo. Che meraviglia è stata poter vivere due adorazioni con un taglio nuziale e percepire quanto Gesù desideri “uscire” da quell’Ostia per continuare ad incarnarsi ancora oggi in ciascuno di voi!

E infine tutto ciò va vissuto e condiviso. Non si può essere coppia in solitario, non si vive il matrimonio per sé stessi, rinchiusi al calduccio della propria casa ma è stato bellissimo vedere gli sposi assieme che condividono ciò che sono, la propria fede, la propria vita, le attese, speranze, difficoltà. Ci vogliono momenti così, in cui ci si rende conto di essere tutti un unico Popolo in cammino, a prescindere da appartenenze ecclesiali, gruppi, carismi… Quanto è necessario che gli sposi si uniscano tra loro in forza del sacramento ricevuto, prima ancora di altre “suddivisioni” e questo si è colto molto bene ad Assisi. Non mi resta che augurarvi di continuare anche voi, nella vostra ferialità, a crescere nella conoscenza della Grande Bellezza che vi è stata data, nel contemplarla per stupirvi del Dono e infine nel condividerla con altre coppie, formando un corpo unito.

padre Luca Frontali

La coppia nel campo delle emozioni: buone pratiche e intoppi

LO STILE EDUCATIVO

Non ricordo di aver mai ricevuto dai miei genitori una carezza. Sentivo che mi amavano, ma non sapevano dimostrarmelo. Per loro il fatto che si curavano di me, che mi facevano studiare, che si preoccupavano della mia salute era sufficiente…Eppure, soprattutto nell’adolescenza, avrei tanto voluto un incoraggiamento, un abbraccio …Ora che sono sposato, mi sento bloccato e  incapace di dimostrare a mia moglie  affetto e questo crea dei conflitti… I contrasti sono iniziati da subito, il mio primo regalo per lei è stato un libro scelto senza troppa attenzione. L’ ho consegnato senza farle un pacchetto, senza una parola affettuosa e per lei è stata una tragedia. Non avevo capito ancora che il regalo ha un valore emozionale. L’altro si deve sentire valorizzato, pensato, capito… Le mie esperienze infantili mi hanno condizionato per anni pesantemente.”

E’ la confidenza di un amico. Forse aveva vissuto la stessa esperienza anche Igino Giordani  che nel suo diario, ricordando la madre, scrive: “Sobria nelle effusioni, baciava di rado i suoi figli, se non quando partivano o tornavano da lunghe assenze; ma nel suo riserbo, viveva e si sfaceva per essi: li divorava con gli occhi…” Non era in discussione l’amore della madre, ma l’incapacità di esprimere le  emozioni e forse anche la convinzione che fosse meglio non manifestarle perché i figli, specialmente quelli maschi, crescessero più forti nelle avversità. Quanti abbiamo fatto la stessa esperienza, accumulando vuoti difficili da colmare! Oggi gli stili educativi fortunatamente stanno cambiando e rivelano una progressiva e salutare nuova comprensione del ruolo rivestito dalle emozioni. 

CONOSCERSI

Le emozioni, se riconosciute e gestite bene, rafforzano il rapporto di coppia, sono una  risorsa; in caso contrario diventano  pericolose perché, senza che ce ne accorgiamo, possono condizionare pesantemente i nostri comportamenti, generando, per esempio,  aggressività, egocentrismo, impulsività ecc. Il primo passo è imparare a conoscerci; e questo non è facile perché nella nostra società esiste un diffuso  analfabetismo delle emozioni. Di fronte ad un litigio nella coppia, è difficile che uno si chieda: “Come mai ho avuto questa reazione violenta? ” Se riuscissimo a farlo, ad essere più attenti,  capiremmo meglio quali sono le emozioni all’origine di alcuni nostri comportamenti e riusciremmo a gestirle meglio, evitando di lasciarci trascinare dall’impulsività. In questa ricerca di autoconsapevolezza, potremmo essere aiutati da pause di riflessioni, magari con l’aiuto di un libro adatto, o da qualche colloquio con persone fidate.

SAPER COMUNICARE

Quanto più riusciamo a conoscere le emozioni che sono all’origine dei nostri comportamenti, tanto più riusciamo ad intuire anche quelle del nostro partner. Ma occorre anche la massima attenzione nella comunicazione sia nella coppia che nella famiglia, tenendo presente che, oltre alle parole, è importante anche tener conto del linguaggio del corpo. Le parole, infatti, possono essere ambigue, il corpo un po’ meno perché trasmette sempre qualcosa di ciò che veramente si prova: tristezza, gioia, rabbia, impazienza, paura,  bisogno di amore… Spesso dietro un abbraccio, un sorriso, uno sguardo ansioso, una frase, si nascondono stati d’animo importanti. Dice un proverbio arabo: “Chi non sa comprendere uno sguardo, non potrà capire lunghe spiegazioni”. 

Abbiamo assistito ad un litigio tra Saverio e Sara. Lui ha comunicato improvvisamente di voler invitare a cena un amico arrivato dalla Francia; lei ha assunto un’ espressione dura, anche se la sua risposta è stata apparentemente innocua: “Ci penserò, poi ti farò sapere”. Saverio è subito scattato ed è uscito, sbattendo la porta. Sara, guardandoci perplessa, ha esclamato: “Ma perché, cosa ho detto?”. Effettivamente la sua risposta era stata banale, ma il suo volto esprimeva un significato diverso. Perciò Saverio è andato in tilt. Nella coppia occorre imparare a decifrare i messaggi nascosti.  Si può spesso scoprire che in ogni comunicazione ci sono sempre due contenuti: uno apparente e uno nascosto. “L’essenziale è invisibile agli occhi” dice il “piccolo principe”, ma spesso …anche alle orecchie.   Conoscendo bene questi amici, probabilmente nelle parole di Sara era sottinteso questo messaggio: “Prendi le decisioni, senza tener conto dei miei programmi.

La decodificazione non è sempre facile, perché presuppone una buona capacità di osservazione e di riflessione. Occorrerebbe non affrontare chiarimenti, quando siamo sommersi dalla tempesta emotiva; è più produttivo fare una pausa, una passeggiata, qualcosa di rilassante e poi ritornare a parlarsi. I conflitti sono inevitabili ma, se li affrontiamo con pace, eviteremo parole che lasciano ferite inguaribili,  abbattendo l’autostima del partner.

RICONCILIARSI  CON LE PROPRIE FRAGILITA’

Talvolta abbiamo paura delle nostre emozioni, delle nostre fragilità, di cui spesso ci vergogniamo. Agostino era stato educato ad un  esclusivo senso del dovere. Era cresciuto con l’idea che il gioco, il relax, la ricerca di momenti piacevoli  fossero una perdita di tempo, per cui aveva sempre paura di esprimere i suoi veri desideri e non capiva quelli della moglie. Il suo  rapporto di coppia è andato presto in crisi, perché il lavoro assorbiva tutto il suo tempo. E’ stato necessario l’aiuto di un esperto per comprendere che non sapeva  godere delle piccole gioie della vita, che aveva quasi paura di essere felice e di dare felicità. Progressivamente ha capito che se lui era  gioioso aiutava anche la moglie ad esserlo. Quell’atmosfera di prima, grigia, tutta scandita da orari lavorativi rigidi, si è alleggerita. La gioia è un’emozione fondamentale per le relazioni, da riscoprire, da far emergere sempre, anche quando i carichi lavorativi sono pesanti. 

CONDIVIDERE

Nella coppia è importante anche la condivisione delle proprie emozioni. Non aver paura di dire all’altro: “Sto soffrendo, ho paura, aiutami, dammi una mano, non riesco a perdonare“; oppure: “Sono contento, ti stimo, mi piace vivere con te“. Anche se a volte di fronte ad un avvenimento, alla frase di un libro, ad un bel panorama non proviamo le stesse emozioni, la condivisione ci aiuterà a conoscerci meglio e ad accoglierci nelle nostre diversità, facendo crescere la comunione, nel rispetto dell’originalità di ognuno. Quando poi non siamo in grado di risolvere i nostri momenti difficili, la condivisione con figure per noi importanti (sacerdoti, guide spirituali, esperti, ecc.) ci aiuterà a viaggiare nel complesso mondo delle nostre emozioni.

UNA GRANDE RISORSA

Mano a mano che la coppia impara a conoscersi, a gestire le emozioni, con grande pazienza reciproca, facilmente potrà approdare  alla porta della tenerezza, un sentimento ancora sconosciuto per tanti, ma fondamentale per migliorare la convivenza umana.  La tenerezza  non è sentimentalismo, ma è entrare nelle emozioni dell’altro, abbracciarlo interiormente con costanza; è connettersi con i  bisogni di chi ci vive vicino, provarne compassione. Nel Vangelo Gesù si rivela  maestro della tenerezza in tante occasioni, per esempio  quando ha pietà della folla o quando racconta la parabola del Padre misericordioso. La tenerezza  si  esprime con sguardi attenti, parole d’amore, sorrisi rassicuranti,  abbracci calorosi, gentilezza; essa è, in sintesi,  un impegno quotidiano a voler far felice chi ci vive accanto.

Nel film di Lamberto Lambertini “Fuoco su di me”,  Nicola dice al nipote Eugenio: “ Non rinnegare mai la tua gentilezza. Lasciatene illuminare. Ti diranno che è un difetto del carattere, una malattia grave, perché quelli che ne sono affetti sono destinati a perdere le battaglie di tutti i giorni…E’ vero, ma tu non li ascoltare, la gentilezza è la nostra forza! ” Parole particolarmente attuali oggi, perché tante coppie si sfasciano non per problemi economici, incomunicabilità, disfunzioni sessuali, ma per mancanza di tenerezza. 

Maria e Raimondo Scotto

Amore fecondo: Giobbe e sua moglie

“Per Laura e Luigi in realtà sarebbe corretto dire che all’inizio c’era stato un programma più che un progetto: avevano pianificato tutto. Era estate, erano sposati da pochi mesi e immersi nel fervore dei primi tempi, quando vuoi metter su casa, famiglia, e mettere radici, tutto insieme. Così avevano aperto i cantieri, certi che tutto sarebbe andato secondo i loro piani. Laura era al settimo cielo, ne era certa: presto avrebbero trovato una casetta, (erano già in cerca, mica perdevano tempo, eh!), la gravidanza nel frattempo sarebbe avanzata e negli ultimi mesi di attesa avrebbero arredato casa…tutto chiaro, no? Poi sarebbe arrivato un cucciolo, principe della casa e dei loro cuori…pronti a vivere felici e contenti. Eppure niente era andato come avevano pensato: la vita non aveva risposto alla loro disponibilità e i mesi erano passati portando solo dubbi e sconforto. Laura si chiedeva perché, perché proprio a loro? Cosa sbagliavano? (…) Dopo un anno niente stava cambiando, e loro erano al punto di partenza. Anzi, no, erano consapevoli che a volte nella vita non tutto va secondo i propri piani, ma neanche secondo i desideri, e neppure secondo le speranze. E la tristezza ormai ogni tanto bussava alla porta. E tornavano sempre le stesse domande, gli stessi perché, e lo stesso vuoto: nessuna risposta. Ogni volta, poi, che si incontravano con gli amici, tutti erano percorsi da un brivido di imbarazzo; lei li vedeva, li notava che distoglievano gli occhi al loro arrivo, cambiavano discorso, si scambiavano cenni di intesa. E, poi, ogni tanto  iniziavano con lunghi discorsi, la prendevano alla larga, ci giravano intorno prima di arrivare alla domanda sui figli.” (E voi, ancora niente figli? Al di là della fertilità, la chiamata di ogni coppia alla fecondità, S. Paolo, 2021)

Abbiamo parlato di vocazione, fecondità e missione, abbiamo distinto la fertilità dalla fecondità, ora entriamo in un tema che ci tocca tutti: il dolore. Perché, certo, è facile essere fecondi quando nutri un sogno, un desiderio,  quando poi tutto fila liscio, e ti ritrovi soddisfatto e ricco di frutti. Ma nella bontà delle intenzioni non è solitamente inclusa la garanzia dell’happy end.

Il dolore

Il dolore di solito non te lo vai a cercare, ma ti raggiunge, magari proprio in qualcosa di bello. Non è la punizione per una colpa, il dolore arriva. Di suo. Puoi provare a fuggirlo, ma poi, lo trovi lì. Solitamente non se ne va da solo. E, allora, sei chiamato a scegliere come starci dentro. Ti abita e, se non prendi posizione, prende possesso di te, del tuo sguardo sulle persone e sulla storia, delle tue relazioni, ti ruba persino i sogni e le prospettive future.Nel mondo sembra brutto parlare di dolore, è tabù farsi vedere deboli o feriti; tendiamo a mostrare il lato scintillante della vita. Nessuno ci insegna ad abitarlo, a gestirlo: meglio la scorciatoia, la distrazione, l’alternativa. 

Il dolore nell’infertilità

Non viviamo tutti le stesse cose, ma è possibile che tutti abbiamo attraversato un dolore nella nostra vita, e, se ci confrontiamo con l’infertilità che l’abbiamo incontrato, individualmente oppure come coppia. Di infertilità solitamente parlano gli specialisti proponendo ‘soluzioni’, difficilmente si trova qualcuno con cui parlarne profondamente. Infatti anche i più vicini a una coppia infertile, non essendosi confrontati con il tema e non sapendo cosa fare, spesso si trovano disorientati, si attivano con zelo, mossi dall’affetto, per cui propongono suggerimenti di tutti i tipi…ma non richiesti. C’è chi pensa che ci sia qualche responsabilità (…se mangiaste più sano…foste meno stressati… lasciaste da parte qualche impegno…se non aveste aspettato tanto…), chi si orienta per i suggerimenti spirituali (…ti faccio avere la novena giusta…vai in quel santuario…) o simili (Dio ti sta correggendo…). L’alternativa è il silenzio, anche collettivo, quello condito di imbarazzo. In realtà spesso una coppia che attraversa il dolore dell’infertilità ha bisogno solo di prossimità, che può significare ascolto, presenza, amicizia, normalità…o silenzio rispettoso. Sì, perché l’infertilità coinvolge l’immagine che la donna ha di sé, il rapporto con il proprio corpo e la propria ciclicità, lo sguardo su se stessa, sul coniuge e sulle altre donne (ti sembrano tutte grandi uteri pronti ad accogliere la vita!). Colpisce l’immagine che l’uomo percepisce di sé, il suo senso di potenza e virilità (gli altri uomini ti sembrano tutti dotati di grandi falli pronti a dare la vita!), il suo ruolo in famiglia e nella società. Attiene alla coppia, alla sua vita intima e sessuale, alla sua progettualità.

È prezioso accogliere le emozioni che viviamo quando siamo nel dolore, altrimenti il rischio è che, anche inconsapevolmente, stiamo vicini ma soli. Ciascuno con il proprio dolore, ciascuno con la propria rabbia, magari ripiegandoci nel silenzio, oppure attaccandoci al telefonino per sfogarci con le amiche, la mamma, la psicologa, il sacerdote… qualcuno di esterno alla coppia. Non c’è niente di male a vivere diversamente le proprie emozioni, ma è prezioso non escludere l’altro da ciò che viviamo, non isolarci, rimanere un “noi”.È prezioso riuscire a  risintonizzarci come coppia, a trovare una frequenza comune, a imparare a stare insieme in questa ferita perché l’infertilità ci chiede di rileggere i sogni comuni, ma anche ricollocarci in un futuro condiviso.

Giobbe: rimanere in relazione con Dio

E Giobbe cosa c’entra con tutto ciò? Giobbe è stato un uomo ricco, che ha perso le proprietà, gli animali, i figli, la salute ed è stato rifiutato dalla moglie che non condivide la sua fedeltà a Dio (di fronte al dolore la coppia può prendere strade diverse, può scoppiare). Lui non accoglie le parole degli amici, i suggerimenti di pregare più e meglio, di riflettere che forse ha qualche colpa, di rassegnarsi alla propria storia, di sublimare quel dolore vivo. Giobbe rifiuta un Dio che agisce secondo la dottrina della retribuzione e nella rabbia, nella sofferenza, grida a Dio, alza a Lui lo sguardo come a un padre, sa che c’è un “tu” con cui dialogare. La sua fede è certezza della paternità di Dio. E rimane nella propria storia, capace di accettarla, abbracciarla, non disertarla. La storia di Giobbe ci racconta della nostra libertà. Di fronte al dolore siamo chiamati a scegliere come reagire. Possiamo incattivirci, amareggiarci, piangerci addosso, persino allearci con la sventura e accomodarci in essa, e vivere della compassione nostra e altrui, possiamo fuggire, eluderlo, volgere lo sguardo, voltarci altrove, cercare scorciatoie o accettare il macigno della colpa, oppure possiamo accettare il suo buio, nonostante la paura, e attraversarlo, possiamo restare al nostro posto, nella nostra storia e lì dentro, in quel dolore, come singoli e come coppia, come è avvenuto a Giobbe, possiamo incontrare Dio. La fede cui siamo chiamati non è nel credere che Dio esista, ma sapere di essere amati, credere al Suo amore nonostante la situazioneRimanere è credere, è saper disobbedire all’evidenza della morte presente.

📌 Vi invitiamo a prendere un tempo come coppia per rileggere un momento in cui, nel dolore, siete rimasti o meno nella fede.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltate un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendete un tempo da soli (fissate prima quanto tempo!) e segnate su un foglio alcuni momenti difficili (scegliete voi se indicare quelli più o meno difficili, oggettivamente o soggettivamente avvenuti, individuali o di coppia) dell’ultimo semestre. Riflettete se li avete vissuti con fede, se avete pregato per quella situazione, se avete escluso il Signore.
  • Incontratevi e ciascuno condivida all’altro come lo ha vissuto, se lo ha vissuto nel Signore.
  • Infine pregate ciascuno per quanto condiviso dall’altro perché il Signore lo custodisca.

Buon cammino!

Maria Rosaria e Giovanni

L’articolo originale è pubblicato sul blog mogliemammepervocazione.com

L’Eucarestia è corpo, dono ed unità (come il matrimonio)

Si è appena concluso il dodicesimo Convegno di Mistero Grande – “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia” – ad Assisi: è stato bello, non solo per le otto catechesi sul tema, ma anche per le relazioni con persone nuove e la condivisione con amici, sia della Fraternità Sposi per Sempre, sia provenienti da altre realtà. Naturalmente non è possibile fare un riassunto di tre giorni d’interventi e attendo le registrazioni per riascoltare con calma alcune parti, provo solo a riportare, brevemente, quello che mi è rimasto più impresso.

Devo dire che l’Eucaristia mi ha sempre incuriosito, ma anche messo in difficoltà, perché è difficile da comprendere razionalmente: è contemporaneamente Corpo, Dono e Comunione/Unità. Quando riceviamo la comunione, il sacerdote dice “Corpo di Cristo“, Corpo, cioè non qualcosa di astratto: anche noi abbiamo un corpo, solo che spesso non lo collochiamo al giusto posto, a volte può essere ritenuto una gabbia dalla quale scappare (elevazione dell’anima), oppure può essere considerato solo un involucro che posso modificare o maltrattare come voglio.

In realtà siamo una realtà anima e corpo insieme e noi cristiani camminiamo verso la resurrezione dei corpi: come in una candela lo stoppino (anima) non può funzionare senza la cera (corpo) e viceversa, così la nostra condizione anima e corpo non può essere divisa. Effettivamente ho riflettuto su quante volte avrei voluto avere un corpo diverso, su quanta fatica ho fatto ad accettare alcuni difetti, fino a quando ho compreso che il corpo è la cosa più sacra che ho, tempio dello Spirito Santo, voluto esattamente da Dio in questo modo (me ne devo prendere cura, senza però esagerare).

Sono rimasto colpito da un aspetto della Santa Comunione che riguarda il dono: il pane, prima di essere offerto all’inizio di ogni cena, come fa il sacerdote in ogni celebrazione, veniva spezzato dal capofamiglia o dall’ospite presente. L’amore perfetto è un corpo spezzato, spezzato per gli altri: un marito è un vero uomo se si spezza per la moglie (e viceversa, ovviamente), cioè se appunto si dona e si offre; mi viene in mente il gesto del lavare i piedi all’altro (altrimenti diciamo parole che valgono poco).

Il dono può essere non accolto e sprecato, come quando ci allontaniamo da Dio, come ha fatto Giuda, ma Lui scommette tutto su di noi, rischia tutto, perché sa che solo dando fiducia alle persone, si fa crescere. Quando scelgo di non aiutare le mie figlie in qualcosa di difficile, so che potrebbero non riuscire, ma so anche che il mio credere in loro le stimola a fare bene e a diventare adulte. Nella misura in cui vivo la comunione con Gesù dentro di me, posso poi portarla fuori con gli altri diversi da me (“vi riconosceranno da come vi amerete”): infatti l’Eucarestia tiene insieme le diversità (come nella Pentecoste), non è uniformità, ma più alterità tenute insieme (Trinità). È per tale motivo che gli sposi hanno la missione particolare di diffondere Cristo, perché sono contemporaneamente sia due, sia una carne sola (se non si capisce questo, si può rimanere una bella coppia, ma senza donare Cristo). Come ogni frammento dell’ostia contiene tutto Gesù, ogni coppia contiene tutto Gesù. Ricapitolando, la santa comunione ci educa al Corpo, al Dono e alla Comunione e gli sposi attingono dalla Santa Comunione l’amore da diffondere.

Attenzione però: Dio ama le persone singolarmente e questo è bellissimo, perché nell’Eucarestia Gesù vuole toccare proprio me, l’Eucarestia è un progetto per raggiungermi, per portarmi dentro un’intimità divina. Don Renzo Bonetti ha usato l’immagine del braccio di Dio che dal Principio si allunga fino a toccare me con il Suo dito, oggi, quando voglio andare a incontrarLo. Non si arriverà mai a comprendere l’Eucarestia, perché è infinitamente superiore alla nostra portata, ma anche di un grandezza fuori della nostra comprensione, tanto che è stato detto “se gli angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione”, perché non possono unirsi in maniera così speciale e unica al loro Creatore, come possiamo fare noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Moglie salata… sempre desiderata ?

Dal libro della Genesi (Gn 19,15-29) In quei giorni, quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: “Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città di Sodoma”. Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!”. […] Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. […]

Questa è una delle pagine difficili da digerire per coloro che hanno sempre pronta come un asso nella manica la misericordia di Dio da sfoderare per scusare ogni genere di peccato, ma ne hanno una visione distorta facendone una caricatura, quasi il Signore fosse una sorta di pacioccone simpatico e buonista che scusa tutto, praticamente una specie di Babbo Natale; lasciamo che sia S. Paolo a rispondere a questi sapientoni: “Non fatevi illusioni: con Dio non si scherza!” (altra traduzione) “Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare!” (Gal 6,7).

Quello che però vogliamo evidenziare con questo articolo non è tanto la disputa sulla Giustizia e la Misericordia del Signore, non è il nostro tema e lasciamo alla Chiesa docente questo compito, quanto invece il fatto che Dio si preoccupi di salvare una famiglia.

Il Signore manda i Suoi angeli per fare premura a Lot: è bellissimo. Immaginatevi di essere Lot che all’alba viene svegliato dagli angeli che gli mettono fretta: bisogna scendere dal letto in pochi secondi, ancora con gli occhi a mezz’asta e venire tirati per le braccia da questi che insistono senza darti il tempo neanche di darti una sciacquata in faccia, manco la colazione… insomma, se il Signore si prende il disturbo di buttarti giù dal letto mandandoti i Suoi angeli vorrà dire che è proprio importante.

E qua c’è già la prima lezione per noi sposi: quando il Signore manda i suoi richiami è perché c’è un’urgenza. Bisogna obbedire subito, senza indugio. Se si lascia passare il treno di questa Grazia, si perde non solo quella Grazia, ma si perdono anche tutte le altre connesse a quella. Non possiamo sapere se e quando il Signore ci manderà ancora una Grazia e di quale entità/portata, di sicuro c’è che quella Grazia non tornerà mai più, ce ne potrebbero essere forse altre, ma non quella; inoltre, non abbiamo la certezza di essere in futuro nelle condizioni favorevoli per riceverne un’altra casomai il Signore si degnasse di inviarcene un’altra. E se questa fosse l’ultima Grazia?

Proseguiamo col racconto evidenziando come la moglie di Lot disobbedisca al comando di Dio e per questo diviene una statua di sale. Dove c’è il sale non c’è acqua, non c’è vita. Per far morire un campo fiorito basta coprirlo di sale, quando gli antichi radevano al suolo una città nemica spargevano simbolicamente il sale su quel luogo per significare che lì non sarebbe più sorta una città, non doveva più sorgere vita.

La moglie di Lot si allontana dai comandi del Signore e per questo perde la vita, diventando completamente di sale non ha più in sé nemmeno uno spiraglio di vita. Cari sposi, questa è la seconda lezione per noi: disobbedire ai comandi di Dio equivale a diventare una statua di sale. E il sale non permette alla vita di attecchire, è il sale della disobbedienza a Dio, è il sale della superbia, è il sale dell’orgoglio, è il sale del peccato. Cari sposi, quando il Signore comanda bisogna obbedire senza voltarsi indietro, senza rimuginare sul passato, sul nostro “uomo vecchio”, andare avanti per la strada della vita nuova anche se per fare ciò lasceremo alle spalle forse situazioni, cose o persone a cui eravamo legati ma che erano motivo di morte dentro l’anima.

Sposi in Cristo, dobbiamo imitare Lot: avanti dritti e con premura verso la salvezza senza rimpianti. Coraggio sposi, niente è impossibile a Dio.

Giorgio e Valentina

Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare.

Oggi voglio tornare sul Vangelo di ieri e proporre una riflessione diversa rispetto a quella espressa ieri, ma credo altrettanto importante.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perché? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte all’alternativa di essere con me o contro di me? In realtà, la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi, di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Lei ha sempre avuto una fede radicata in Gesù. Questa fede è stata la bussola che ci ha guidato nelle nostre scelte e decisioni come coppia. Mi ha insegnato a mettere da parte le mie insistenti richieste di soddisfazione sessuale immediata e ad apprezzare la bellezza dell’attesa, del rispetto reciproco e della costruzione di un legame profondo e duraturo. Oggi sono grato a mia moglie per avermi aiutato a superare quella fase della mia vita ed essere diventato una persona migliore. La sua determinazione nel resistere alle mie richieste mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare le esigenze e i desideri del partner, di coltivare una relazione basata sulla fiducia e sulla comunicazione profonda.

Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei.

Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza. Attraverso lei, ho potuto incontrare Gesù. Attraverso questa Parola, Gesù ci invita ad amare il nostro coniuge tramite di Lui. Impara da me come amarlo. Guidalo verso di me. Trova nell’amore che ricevi da me la forza di farlo.

Antonio e Luisa

Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto

Cari sposi,

chi di voi non ha mai scherzato con uno dei vostri figli con la domanda: “vuoi più bene a papà o mamma?”. Ci sono dei simpatici reels su Instagram con risposte esilaranti… ma di per sé è una domanda mal posta. Pare però che oggi Gesù ci stia mettendo un po’ nella stessa situazione e non sta scherzando affatto.

Difatti, nella logica del Regno “si dà un superamento dei legami familiari nell’amore per il Messia. Il verbo usato per amare (il padre o la madre, il figlio o la figlia) è quello che designa l’amore naturale (philéo), non quello teologale (agapáo). L’amore paterno, fraterno, filiale, dev’essere trasceso dalla dilezione divina che si è manifestata nel Messia” (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo). A ben vedere Gesù non sta mettendoci con le spalle al muro. Se pensiamo a quello che per noi hanno detto i nostri genitori, padrini/madrine nel Battesimo, troviamo solo conferme.

Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendoti al suo popolo; egli stesso ti consacra non il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, tu sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” … “N. sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo”.

Siamo di Cristo, Gli apparteniamo, ne siamo diventati consanguinei… è chiaro che Lui si aspetti ora molto, moltissimo da noi. Qui però non si tratta di fare freddo calcolo di gerarchie e priorità nei rapporti ma di permanere in una relazione vitale ed esistenziale. Cosa c’è in gioco infatti? La priorità da donare a Cristo è necessaria se vogliamo amare davvero i nostri cari. L’amore di Cristo è infatti partecipativo, cioè, coltivando una profonda relazione con Lui ricevo il dono di divenire un vero strumento di amore per chi mi sta vicino, il suo è un Amore performante che lentamente mi trasforma in Lui. Come diceva Santa Teresina di Gesù: “Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me” (Storia di un’anima).

Per questo nel nostro cuore, nelle sue profondità recondite, deve esserci una sincera dimensione filiale-sponsale nei confronti di Cristo, prima di ogni altra relazione. È quanto ha fatto Abramo, lasciando la sua amata terra di origine e seguendo una chiamata da Dio verso qualcosa di sconosciuto. Il risultato è stata un’enorme fecondità umana e spirituale. Per voi sposi, ogni volta che “lasciate dietro la vostra terra” per andare incontro a Cristo, ogni qual volta vi sacrificate per amore a Cristo, vi si prospetta una ricompensa simile, nel senso di un amore dilatato e amplificato. Solo così il legame con Lui può precedere e fondare ogni altro legame. Ecco allora Papa Francesco ci ricorda che: “Lo stesso con Gesù: quando l’amore [per i familiari] è più grande di [quello per] Lui non va bene. Tutti potremmo portare tanti esempi al riguardo. Senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo. Quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa” (Angelus, 28 giugno 2020).

Cari sposi, che anche voi possiate dire a Cristo ogni giorno “Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto” affinché Lui vi ricompensi abbondantemente nella vostra relazione e nella vostra famiglia.

ANTONIO E LUISA

Io avevo una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta, ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale, fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia, mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio Dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicità su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti? Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo, non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza sono riposti in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo, le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /6

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare. Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro. Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza ; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.

Questa frase ci sembra un’ eco dei primi capitoli della Bibbia, quasi un modo più divertente per raccontare l’ingresso dell’uomo nel Creato. Se nelle puntate precedenti abbiamo toccato il tema della nostra preesistenza in mente Dei, oggi vediamo come il Padre ci colloca nel mondo, e lo faremo usando come Sua contro-figura il nostro Geppetto.

Possiamo notare come il primo gesto di Geppetto sia quello di prendere sotto le braccia il burattino, un po’ come fanno i genitori con i bimbi prima di posarli per terra; qualche cinico obietterà che è un gesto obbligato poiché per il piccolo sarebbe cosa impossibile, ma noi replichiamo che una delle esperienze più appaganti della vita affettiva e relazionale è proprio quella di essere presi in braccio da mamma e papà. È vero che è un gesto obbligato, ma è altrettanto vero che di solito questo gesto viene accompagnato da un sorriso, da un bacio, da una parola affettuosa, da uno sguardo di incoraggiamento. Se viene fatto roboticamente, il bimbo se ne accorge e subito si lamenta perché si nutre della relazione. Se questo piccolo potesse parlare, direbbe che l’essenza di sé stesso è la relazione dipendente dalla mamma e dal papà. E noi come ci relazioniamo con i nostri figli, li prendiamo in braccio (in senso figurato per i figli grandi) per incoraggiarli e sostenerli?

C’è un altro particolare, e cioè che Geppetto posa in terra Pinocchio per un motivo: “per farlo camminare”. Anche il Padre ci ha posti nel mondo per “farci camminare”, e lo ha fatto prendendoci prima in braccio come Geppetto. Cari sposi, se il Padre ci ha posti nel mondo in questo tempo e in questo spazio preciso è perché questo è il nostro posto unico ed irripetibile, nessuno poteva e potrà mai essere nel mondo al posto nostro, il cammino che il Padre ci invita a compiere è personale, il Creatore non ci ha creato in serie come in una fabbrica da cui usciamo tutti uguali con lo stesso codice a barre. Gli spaghetti alla carbonara del ristorante stellato in Piazza Roma sono sicuramente molto buoni, ma preferisco quelli che prepara Valentina, non tanto per il gusto in sé, ma per l’amore che ci mette nella preparazione e la tenerezza con cui li serve, similmente, ognuno di noi può essere sostituito nelle “cose da fare”, ma nessuno le farà mai come me perché ognuno mette un po’ di sé dentro le cose che realizza. Ogni coppia ha il proprio cammino per cui il Padre la “posò in terra per farla camminare”. E noi aiutiamo il nostro coniuge a camminare?

Geppetto poi, come ogni papà, aiuta Pinocchio tenendolo per mano e insegnandogli a “mettere un passo dietro l’altro”. E così fa anche il Padre con noi, non ci abbandona sul pavimento con un “arrangiati da solo adesso”, ma ci tiene per mano con la Sua Grazia, con la Sua Provvidenza, e ci insegna a mettere un passo dopo l’altro. Gli sposi che pretendono tutto e subito avranno di che imparare da Geppetto. Quando una coppia è in crisi vorrebbe uscire immediatamente da essa senza ferite, senza cicatrici, senza riportare contusioni, senza ripercussioni di nessun tipo, ma l’esperienza ci insegna che non è possibile, come ogni papà non molla la manina del piccolino fino a che non sia sicuro di sé stesso così le coppie dovranno avere la pazienza di ritornare sulla giusta strada ma dovranno fare un passo alla volta.

E da ultimo c’è il grande tema della nostra libertà, del nostro libero arbitrio, qui solo accennato e che riprenderemo in seguito, lo si avverte subito nella frase: “Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.” Così come il Padre non ci vuole obbligare a riamarlo e corre il rischio che anche noi “corriamo fuori per la strada a scappare” così anche noi dobbiamo fare nei confronti sia del nostro coniuge che dei nostri figli, ma affronteremo più avanti questo tema. Per ora ci basti sapere che, come Geppetto, così anche il Padre corre il rischio di lasciarci camminare da noi stessi, cioé ci lascia la facoltà di scegliere liberamente di camminare restando nella Sua Grazia. Cari sposi, il Signore ci insegna a camminare ma non perché possiamo scappare dalla Sua casa come dei moderni “figliuol prodighi”, ma perché possiamo seguire le Sue orme, le orme del Suo Figlio Gesù.

Coraggio sposi, buona camminata.

Giorgio e Valentina.

Amore, sesso, verginità: abbiamo il coraggio di parlarne con gli adolescenti?

Un po’ di tempo fa mi sono ritrovata a dare la mia testimonianza sulla castità. Ero stata chiamata a parlarne ad un gruppo di ragazzi delle scuole medie che si preparavano a ricevere il sacramento della Confermazione. Sapevo di dover essere prudente: a tredici o quattordici anni c’è chi si pone molte domande, chi brucia le tappe e chi, invece, è ancora un bambinone. Volevo essere cauta.

Al tempo stesso, ero consapevole di avere un’occasione unica: potevo offrire loro una visione diversa da quella che propone il mondo; avevo la possibilità di essere una voce diversa rispetto a quelle che si ascoltano dai ragazzi più grandi, sui social o in tv. Sono partita da qui, dicendo loro che avevo qualcosa di insolito da dire: “Vorrei darvi un’opzione che forse pochi vi avranno dato fino ad ora, se non nessuno…”. Quindi ho continuato: “I miei genitori mi avevano insegnato che era bello aspettare l’uomo della mia vita, mio marito, per fare l’amore. Io mi fidavo di loro. Crescendo, però, mi sono accorta che nessuno la pensava come loro e ho iniziato a mettere in discussione ciò che mi avevano insegato. Chi aspettava ancora il matrimonio, nel ventunesimo secolo, per il sesso? Dove si vede questo?”.

Qualcuno dei presenti, un ragazzino alto e dall’aria simpatica, ha risposto: “Nei film indiani!”. Aveva ragione. “Proprio così: – gli ho detto – la castità mi sembrava una cosa del passato o di un’altra cultura. Non la sentivo vicina al mio tempo, non mi sembrava una scelta possibile per la mia generazione, nell’Occidente moderno, diciamo”.

Ho ammesso, con il cuore in mano, di essermi lasciata convincere dal mondo: “Durante gli anni del liceo, mi dicevo che, in fondo, se fossi stata innamorata, non avrei dovuto aspettare un sì davanti all’altare per unirmi ad un ragazzo, per avere rapporti con lui…”. Poi, però, qualcosa è andato storto. Sui film – dove le persone fanno sesso con tanta facilità – non si vedono tutte le ripercussioni psicologiche di aver donato totalmente sé stessi alla persona sbagliata, nel momento sbagliato… Eppure, come dice Padre Giovanni Marini, Dio perdona sempre, gli uomini qualche volta, le leggi morali, fisiologiche e psicologiche non perdonano mai. Vivere lontani dalla castità (ovvero non approcciarsi alla sessualità nella logica del dono) fa male. E anche tanto.

Io mi sono fatta male. “Dopo una relazione in cui credevo tantissimo, ma finita male, avevo il cuore lacerato. Quella storia ha lasciato in me segni molto profondi, e, sapete, mi sono chiesta se i miei genitori non avessero ragione…”, ho raccontato a quei ragazzi. Mi sono sentita un po’ come il figlio prodigo della parabola: credo sia naturale pensare a chi ti vuole bene, come i tuoi genitori o gli amici veri, quando ti ritrovi a mangiare ghiande in mezzo al fango. Loro avevano provato a preservarmi, per il mio bene…

A quel punto, ho chiesto al Signore di mostrarmi quale fosse la via, quale fosse il modo più sano per vivere la mia vita affettiva, le mie relazioni e l’intimità. Poco tempo dopo, ho incontrato una coppia, durante un ritiro spirituale con i salesiani. La loro testimonianza è stata decisiva. “Quello che hanno detto i due sposi mi è entrato dentro e non mi ha più lasciato. – ho detto ai ragazzi – Parlavano di verità e coerenza: ciò che dici con il corpo, lo devi dire anche con la vita. Con il corpo dai tutto, quando fai l’amore, ma sei pronto ad accogliere quella persona per sempre, sei pronto a sposarla? Se la risposta è no, perché le dai tutto di te con il corpo? È come fare un regalo a qualcuno e poi riprenderselo… non posso dare un bracciale d’oro a lei – ho detto indicando una ragazza in prima fila – poi ripensarci e riprendermelo. ‘Scusa, ho cambiato idea’. E il vostro corpo vale più di un bracciale d’oro!”.

Sono passati undici anni da quando ho ascoltato quella testimonianza, ma ricordo ogni parola, come se fossi ieri. Perché mi ha cambiato la vita. “Quando mi sono fidanzata, ho dovuto dire al mio ragazzo che avevo scelto questo anche per me: fino al matrimonio, fino a quel sì, non gli avrei dato tutta me stessa. Volevo dirgli ‘Ti appartengo’ solo se nella vita lo avevo accolto per sempre. E questo non puoi dirlo a una persona con cui stai da un mese… – ho spiegato – Temevo la sua reazione. Invece sapete cosa mi ha detto? ‘Sarà difficile immagino, ma per te aspetterei anche tutta la vita!’”. Quell’uomo, che oggi è mio marito e padre dei miei figli, ha scelto me: mi ha messo prima del sesso. Era pronto a conoscermi senza vincoli.

Insieme, abbiamo imparato la cura, il rispetto, la tenerezza e il valore dell’attesa. – ho detto ai cresimandi – Oggi posso testimoniare che la castità non uccide il rapporto, lo fa crescere”, ho concluso, per poi lasciare spazio alle domande. Sapendo che potevano provare imbarazzo, ho offerto loro dei bigliettini, su cui scrivere. Più di una persona ha scritto di non essere d’accordo; qualcuno ha detto che ognuno è libero di fare del proprio corpo ciò che vuole; qualcun altro ha detto che “basta farlo sicuro”, dove la sicurezza implica solamente “usare le precauzioni”. Non ho insistito: il mio seme lo avevo gettato. Come lo avevano gettato i miei.

Ho consegnato loro il mio libro, scritto proprio per gli adolescenti, dal titolo “Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi” (Editrice Punto Famiglia, 10 euro). L’hanno accolto volentieri (chiedendomi anche l’autografo). Poi, quando stavo per andare via, si è avvicinato un ragazzo. Voleva parlarmi. Non sapeva bene nemmeno cosa dire, ma era rimasto colpito e mi ha promesso che avrebbe riflettuto sulle mie parole. In un attimo, è riaffiorata in me la speranza. Pensavo di essere andata lì a vuoto: vedendo i loro riscontri, mi sembrava di aver fatto un buco nell’acqua. O meglio, mi dicevo che evidentemente, per loro, i tempi non erano maturi. Per molti no, forse, ma almeno per uno di loro sì. Il mio cuore è esploso di gioia. Non dobbiamo mai credere che seminare sia inutile. Alcuni semi, purtroppo, verranno soffocati dai rovi, ma altri, al tempo opportuno, riempiranno la terra di frutti.

Cecilia Galatolo

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Il dialogo: croce e delizia della coppia

Uno dei problemi delle coppie di sposi (e non solo di sposi) è il dialogo. Quanti problemi nascono dalla mancanza di dialogo. Quanti malesseri non detti che poi nel tempo si trasformano in rancore. Spesso ci viene chiesto: perchè tra noi non c’è dialogo? Anzi sarò più schietto: di solito è la donna che si lamente che il marito non parla. Servirebbe un trattato per andare a fondo della questione. Io mi limiterò a dare delle piccole coordinate, dei punti dai quali partire per iniziare a modificare alcune abitudini della coppia.

La qualità del dialogo. Quando mi riferisco al dialogo non intendo confrontarsi sulla lista della spesa o sul colore della nuova lampada da acquistare. Intendo un confronto più personale e profondo. Siete capaci di raccontarvi all’altro? Siete capaci di esprimere le vostre difficoltà, le vostre gioie, quello che vi rattrista? Siete capaci di esprimere gioia o rammarico per il comportamento dell’altro nei vostri confronti? Siete capaci di chiedere perdono per i vostri errori? Intendo questo con dialogo di coppia. Un dialogo che vi metta a nudo l’uno con l’altra. Spesso non è facile, ma è determinante per la riuscita di una relazione.

Accogliete le differenze. La donna è molto più portata naturalmente a raccontarsi. Quando racconta anche un fatto di ordinaria amministrazione successo durante la giornata, ci mette sempre qualcosa di lei. L’uomo no. L’uomo tende a raccontare un fatto o un problema solo se lo ritiene necessario per la soluzione dello stesso. Esempio tipico. Il marito ha avuto una discussione con un collega sul modo di organizzare un determinato lavoro. Non ritiene sia necessario raccontarlo alla moglie perché lei non può aiutarlo a risolvere la situazione. Quindi non dice nulla, e se lei chiede informazioni sulla giornata al marito, lui risponde in modo veloce e senza entrare in spiegazioni dettagliate. Lei è tutto l’opposto. Almeno di solito. Lei non vede l’ora di tornare a casa e di raccontare tutto al marito. Sa benissimo che il marito non potrà risolvere il suo problema, ma ha bisogno di sentire empatia da parte sua. Ha bisogno di sentirsi accolta e compresa. Cosa fare quindi? Tu donna rispetta tuo marito e non sentirti ferita se lui si racconta poco. Tu uomo cerca di aprirti maggiormente con tua moglie e soprattutto ascoltala. Se ha il desiderio di metterti al corrente dei suoi problemi, significa che sei importante per lei. In una relazione di coppia, comprensione reciproca e apertura sono fondamentali per mantenere una comunicazione sana e duratura. Insieme, potete superare le differenze e costruire una connessione più profonda.

Serve il tempo. Il dialogo deve esserci sempre, anche semplicemente mentre uno dei due sparecchia e l’altro prepara la lavastoviglie dopo cena. È però importante trovare almeno una volta a settimana del tempo da dedicare alla coppia. Un tempo di qualità. Può essere una passeggiata, una cena al ristorante o qualsiasi altra occasione, ma dove potete sentirvi liberi di pensare solo alla vostra coppia e parlarne. Inoltre, potreste considerare di organizzare delle gite fuori città o vacanze per allontanarvi dalla routine quotidiana. Queste esperienze vi permetteranno di rafforzare il vostro legame e di creare dei ricordi indimenticabili insieme da poi ricordare nel dialogo, quando avrete momenti di stress e di fatica, per rafforzare la vostra intesa e volontà di procedere uniti nelle difficoltà.

Mai giudicare. In una relazione di vero amore e fiducia come la nostra, è di vitale importanza avere la libertà di condividere apertamente i nostri pensieri e le nostre azioni con la persona amata. È un privilegio che mi sento fortunato ad avere con Luisa. Entrambi abbiamo libero accesso reciproco ai nostri telefoni, non perché vogliamo controllarci a vicenda, ma perché desideriamo essere completamente trasparenti e aperti l’uno verso l’altro. Sappiamo che questo obiettivo non è semplice per tutti, ma fortunatamente siamo riusciti a raggiungerlo nella nostra relazione. E qual è il motivo per cui ci siamo arrivati? La risposta è semplice: mi sento libero di condividere con Luisa ogni difficoltà che possa attraversare, così come i miei peccati ed errori. Questo perché so che lei non sarà mai un giudice, ma sempre un appoggio sincero e comprensivo. E questa stessa premessa vale anche al contrario. Anche se può essere rimasta delusa dal mio comportamento in passato, Luisa non ha mai smesso di vedermi come una persona bella e degna di amore. È stata in grado di separare la mia identità dai miei errori, ed è una qualità fondamentale in una relazione di coppia. Insieme, abbiamo creato un ambiente in cui possiamo togliere ogni maschera e essere noi stessi senza paura di essere giudicati. È solo attraverso questa completa accettazione reciproca che possiamo affrontare i problemi e le sfide della vita insieme, superandole nel modo migliore e più veloce possibile.

Antonio e Luisa

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Come volete essere guardate?

Premessa necessaria ad evitare inutili polemiche sul nulla: ogni persona, sia essa maschio o femmina, ha diritto a vestirsi come meglio crede nei limiti consentiti dalla legge. Non voglio evocare divieti di talebana memoria. In nessun caso il modo di vestire della donna può giustificare comportamenti offensivi e volgari da parte dell’uomo. Su questo non deve esserci dubbio e non voglio essere frainteso. Desidero solo provocare una sana riflessione e mettere in evidenza una differenza tra uomo e donna che spesso le donne non considerano. Siamo in estate. Cosa succede in estate? Le giornate si allungano, i frutti sono maturi, c’è un’esplosione di luce, di colori e di profumi. E poi? Le donne si spogliano! Basta già qualche grado in più e girando per la città si notano donne più o meno giovani aggirarsi vestite di pantaloncini ad altezza chiappa e top che nascondono il minimo indispensabile. A differenza dei maschi che al massimo sfoggiano il pantalone largo al ginocchio e, se proprio vogliono esibire il deltoide scolpito insieme al bicipite pompato in palestra, una canotta. Per non parlare poi di cosa circola in spiaggia dove basta sostare per qualche minuto per vederti sfilare davanti decine di donne con chiappa al vento. Chi ha inventato la brasiliana? E i maschi? Rigorosamente con il costume fino al ginocchio o poco sopra, a parte gli ultracinquantenni che indossano ancora imperterriti lo slip.

Fin qui sono stato ironico ma ora divento serio. C’è qualcosa che non va. Perché le donne hanno tutto questo desiderio di spogliarsi? Che lo ammettano o meno non è per una battaglia di liberazione sessuale femminista. Sì loro spesso la raccontano così. La realtà è che molte si mettono in vetrina. Piace loro l’idea di piacere. E a chi non piace essere ammirati e guardati? Forse però non si rendono conto di come l’uomo è fatto e di come le guarda. L’uomo ha nella vista un organo sessuale tra i più attivi e funzionanti. Molto più sviluppato rispetto a quanto vale per la donna. Si conosco le obiezioni di voi donne. Anche voi ammirate un bel fisico ma vi assicuro che è molto diverso. Senza dimenticare che ad aggravare la situazione spesso l’uomo è cresciuto a pane e pornografia. Molto di meno la donna. Cosa voglio dire care donne? Che è vero che siete guardate, ma non siete ammirate per la vostra sfolgorante bellezza data da un insieme di caratteristiche fisiche e spirituali. Spesso gli uomini si soffermano su alcune parti del corpo e tendono ad identificare e ridurre la donna a quella parte del corpo. Detto esplicitamente quando vi aggirate svestite gli uomini non vedono in voi una bella ragazza, ma un bel paio di chiappe o un bel seno. C’è una sessuologa americana che in modo molto ironico dice: Gli uomini pensano che più grande sia il seno di una donna più lei sia stupida, in realtà più grande è il seno di una donna più gli uomini diventano stupidi. Dovete sapere che quando si entra in chiesa è richiesto un abbigliamento consono non solo per una questione di rispetto del luogo. C’è anche un’altra motivazione forse meno considerata. La donna scollata distrae gli uomini e anche il sacerdote stesso. Un sacerdote nostro amico, prima di ogni celebrazione importante come comunioni e cresime, raccomanda sempre con molta umiltà di avvisare madrine e parenti di vestirsi in modo adeguato. Sono un uomo e certi abbigliamenti durante la Messa mi distraggono e mi infastidiscono – dice. Vi piace davvero essere guardate così? Essere cosificate in questo modo? È scritto già nella Genesi. La Genesi è il libro della Bibbia che più di tutti racconta come siamo fatti. Si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,7) Cosa è cambiato rispetto a prima? C’è stato il peccato originale. Il peccato originale ci costituisce tutti e consiste nel voler usare l’altro, nell’essere egoisti. Quindi nel racconto biblico i due progenitori si accorgono di essere nudi perché lo sguardo dell’uno verso l’altra non è più puro. I due si sentono violati e non amati dallo sguardo reciproco. Capite la saggezza di chi ha scritto questo libro già circa 500 anni prima di Cristo. La capacità di uno sguardo capace di contemplare la bellezza di tutta la persona si acquista nel tempo e nella relazione d’amore e si può recuperare in pienezza solo nel matrimonio che è sacramento e via di redenzione e di salvezza dal peccato.

Io non dico che bisogna esagerare, come magari accade nel mondo musulmano dove le donne sono coperte fin troppo, ma credo che serva una riflessione su questo punto e una giusta morigeratezza. Cosa insegniamo ai nostri figli? Sappiamo ancora parlare di pudore? E ancor prima: noi crediamo che il pudore sia ancora un valore? In un precedente articolo avevo scritto una lettera a mia figlia su questo tema. Ve riporto una parte di essa.

Il pudore non è qualcosa da sfigati e complessati. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita e capace di apprezzare fino in fondo la nostra bellezza e la nostra unicità. Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro re o un’altra regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità. Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. 

Antonio e Luisa

Da quale oculista?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,19-23) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Questo brano ci sembra abbastanza famoso da non aver bisogno di presentazioni, inoltre Gesù è stato talmente chiaro nella spiegazione che anche i cuori più induriti lo capiscono pur senza condividerne il contenuto; un miracolo di Sant’Antonio (di Padova) fa eco alla parte centrale del brano, ne riportiamo una sintesi che può essere d’aiuto a molti:

In una località della Toscana si stanno celebrando con solennità i funerali di un uomo molto ricco. Al funerale è presente Antonio, che, scosso da un’ispirazione, si mette a gridare che quel morto non va sepolto in luogo consacrato, perché il cadavere è privo di cuore. I presenti rimangono sconvolti e inizia un’accesa discussione. Alla fine vengono chiamati dei medici, che aprirono il petto al defunto. Il cuore non è effettivamente nella cassa toracica e viene poi rinvenuto nella cassaforte dov’era conservato il denaro.

Dopo questa breve presentazione, andiamo alla frase che ci interessa di più, e cioè quella che si riferisce all’occhio, tocca un tema molto delicato per gli sposi: la custodia della vista. Se qualcuno sta già pensando al proprio oculista di fiducia è fuori strada, perché alla vista di cui parliamo oggi non interessano gli eventuali problemi dell’occhio, ma interessa il contenuto di ciò che facciamo entrare dagli occhi. Quando una stanza è buia significa che non ha le finestre oppure che quest’ultime sono chiuse, per cui la luce necessita di finestre aperte per poter entrare nella stanza; similmente l’occhio è quella finestra attraverso cui facciamo entrare immagini buone o immagini cattive, le prime ci aiutano nella santità, le altre inquinano la nostra anima.

Sappiamo bene come una tra le virtù cardine per vivere bene il sacramento del matrimonio sia la castità, per viverla in pienezza abbiamo bisogno di diversi tipi di aiuti, uno tra questi è la custodia della vista. Se un marito/fidanzato nutre la propria vista di pornografia da molto tempo, che tipo di sguardo potrà avere sulla propria moglie/fidanzata? Va da sè che tenterà di replicare nel proprio matrimonio quel mondo che tanto cattura la sua vista, ma in quel mondo il corpo è mercificato, le relazioni sono annullate, l’uomo è degradato alla sfera animale, l’altro non ha dignità perché ritenuto solo un mezzo per soddisfare i piaceri della carne, l’uomo è oggetto della donna e la donna oggetto dell’uomo.

Se una moglie/fidanzata si riempie gli occhi di giornaletti di gossip, di riviste di moda (quasi sempre impudica), di talk-show di basso profilo, di intrattenimenti televisivi indecenti, se conosce di più i “segreti” della famosa coppia vip rispetto alla relazione col proprio marito/fidanzato, di sicuro porterà un po’ di questo mondo effimero dentro il proprio matrimonio/fidanzamento, ma gioverà tutto ciò?

Non dobbiamo essere ingenui pensando che ciò che entra dagli occhi non influenzi in nessun modo la nostra vita, le nostre scelte, solo gli sciocchi ci credono.

Se invece nutriamo la nostra vista di letture belle, come la Parola di Dio, le vite dei santi, oppure guardiamo film cristiani e puliti, sicuramente poco a poco i nostri occhi perderanno gusto per le cose effimere di questo mondo e sapranno rifiutare le immagini che inquinano la castità per sintonizzarsi sulle belle immagini. Per esempio potremmo mettere in home-page sul cellulare un’immagine di un santo, o la fotografia del nostro coniuge nel giorno delle nozze o trovare altri stratagemmi che ci aiutino ad educare e purificare lo sguardo.

Un’ultima riflessione : se per educare e disinquinare il nostro sguardo abbiamo bisogno di immagini belle e sante, qual è l’immagine più bella e santa che possiamo vedere su questa Terra? Se non siamo dei veggenti scelti dal Cielo, allora la migliore immagine che possiamo contemplare coi nostri occhi è sicuramente quella della Santissima Eucarestia. La possono vedere tutti, veggenti e non, santi e peccatori, analfabeti e dotti, sposi e celibi, nonni e nipoti, genitori e figli, suore e frati, sacerdoti e vescovi, cardinali e papi. E tutti ne abbiamo un gran bisogno, anzi, ci è necessaria la Sua adorazione, la Sua contemplazione.

Ora, proviamo a fare un semplice ragionamento: una persona che ha passato tanti anni ad inquinare il proprio sguardo con la pornografia, avrà accumulato sicuramente un cospicuo bagaglio di ore, avrà un ingente somma di ore da purificare; ebbene, quante ore dovrà passare davanti alla Santissima Eucarestia per disinquinare e purificare il proprio sguardo?

Fate un po’ voi i conti!

Giorgio e Valentina.

Riconosciamo Gesù nel nostro matrimonio

Oggi vorrei soffermarmi su un versetto del Vangelo di ieri: Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Tutti siamo portati a pensare subito alla testimonianza, a non rinnegare Cristo davanti agli amici, ai parenti ecc. Ad esempio, anche al ristorante sarebbe bello sentirsi liberi di farsi il segno della croce prima di iniziare a mangiare, Invece spesso c’è una sorta di vergogna e di pudore a mostrare in modo esplicito la fede davanti a tutti in contesti che non siano specifici come ad esempio a Messa. Invece c’è molto meno pudore a raccontare una barzelletta di cattivo gusto o a sparlare di quell’amico che non è presente. Siamo davvero strani: ci vergogniamo del bene e non ci vergogniamo del male.

La mia riflessione non si concentra però su questo aspetto, seppur importante. Cosa significa riconoscere Gesù davanti agli uomini nel matrimonio? Significa semplicemente relazionarsi con l’altro riconoscendo la signoria di Cristo. Significa amare l’altro cercando di imitare Cristo nel modo e nella sostanza. Significa scendendo ancor più nei dettagli seguire la morale della Chiesa sulla sessualità. Significa non vivere la relazione e il sesso come se gli unici a scegliere fossimo solo noi e dipendesse tutto solo da noi. Significa cercare di impegnarsi ad imparare e ad usare i metodi naturali perché gli anticoncezionali non permettono una vera comunione. Significa lottare contro la parte di noi che ci porta ad essere orgogliosi e che ci impedisce di perdonare. Significa tagliare con la pornografia e con tutta quella parte di noi che ci spinge ad usare l’altro. Significa amare l’altro sempre quando ne abbiamo voglia e quando magari ci costa fatica e avremmo voglia di chiuderci e pensare solo a noi stessi.

Riconoscere Cristo nella coppia è questo. È essenzialmente questo. Perché riconoscendo Lui poi gli altri lo riconosceranno in noi nel nostro modo di amarci. E con i figli? Cosa significa riconoscere Gesù? Per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. È importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità ma dobbiamo aiutarli ad alzare lo sguardo per incontrare il Padre. 

Ed arriviamo ora alla seconda parte del versetto che non è che l’ovvia conseguenza della prima: chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. No, non pensate male. Gesù non è vendicativo o rancoroso. Non se la segna. Semplicemente dice che chi non apre il cuore alla grazia poi non può avere una relazione d’amore con Dio. Anche chi si sposa in chiesa, quindi sacramentalmente sarà comunque povero e non riuscirà ad accedere alla grazia dello Spirito Santo perché il suo cuore sarà chiuso. Nel suo cuore non ci sarà posto per lo Spirito Santo. Se le cose vanno male nel matrimonio non è mai colpa del Signore. Aprite il cuore! Riconoscete Gesù nel vostro matrimonio con scelte concrete e tutto cambierà.

Antonio e Luisa

Mi fido di voi, potete farcela

Cari sposi,

            ci troviamo oggi alla fine del cosiddetto “discorso missionario” che occupa il cap. 10 del Vangelo di Matteo. Difatti, in queste righe l’evangelista mostra Gesù che da un lato predica il regno di Dio e poi lo manifesta con i miracoli. Tutto bello sotto applausi scroscianti ma alla fine della fiera Gesù passa il testimone ai Dodici per continuare la sua opera, per annunciare il Vangelo, per compiere le opere della salvezza di Dio. E così ha inizio la missione della Chiesa, la nostra missione.

Quale senso di timore e smarrimento avrà colto gli apostoli! Da quel momento in poi avrebbero dovuto loro mettersi in prima linea e non più attaccati alla “gonna” del Maestro. Proprio per questo, il senso ultimo del brano odierno è limpido, quasi come un ritornello: “Non temete”. Sembra fare apposta il Signore a voler costituire la sua Chiesa sulle nostre povertà umane e spirituali, sulla provvisorietà, sul non attaccamento a dei beni materiali purché viva di pura fiducia in Lui. Se ci pensate, all’origine di tutte le nostre paure vi è un misero attaccamento alle nostre esigue sicurezze umane, invece di ergersi sulla Roccia della fede in Cristo.

Comunque, umanamente parlando, i Dodici non l’hanno avuta facile affatto. Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù hanno incontrato diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che portiamo nel cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. D’altronde, i nostri veri nemici non stanno tanto fuori di noi ma appunto vengono da dentro, è la nostra poca fede, è quella sottile idolatria a cose materiali (lavoro, stipendio, salute…) o anche immateriali (cosa pensano gli altri di me…). Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita, dobbiamo aver paura di perdere l’anima, che è la vita, l’anima è proprio la vita. E la nostra vita è lo Spirito Santo, è la vita dei figli di Dio, che fa amare i fratelli, questa è la vita da non perdere comunque.

A questo punto, se mai ci vedessimo un po’ persi, rincuora tanto leggere le parole di Gesù quando usa due verbi – «sarà rivelato» e «sarà conosciuto» – i quali, essendo due passivi teologici, significano che è Dio in persona a farsi garante che il Vangelo sia affermato e predicato. Per cui niente e nessuno potrà impedirne la diffusione, sebbene il Signore conti certamente su di noi.

Così, carissimi sposi, la prima paura da perdere è di essere testimone verso il coniuge e verso i figli perché sono i primi ambiti vitali. Ci possono essere tanti ostacoli come la diversità di percorsi di vita, la provenienza distinta in materia di fede, il senso di smarrimento che oggi più che mai un genitore sperimenta verso i figli. Ma anche qui Gesù vi dice: non temete! Io sono con voi. Lui ben conosce il timore di non venire capito e accettato, o magari un senso di colpa per non sentirsi all’altezza di testimoniarLo per sbagli ed errori del passato. Eppure, a Gesù importa l’adesso, l’oggi, il cosa farete d’ora in poi per Lui e quindi ben vale la pena ogni giorno ricominciare ad essere una piccola Chiesa domestica in cui cercate di mettere Gesù è al centro delle vostre vite. Sì, perché in fin dei conti, per tutte le volte che Gesù ci dice: “non temere e non abbiate paura”, in realtà sta affermando: “mi fido di voi, provateci ancora, io vi sto accanto”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita