Non ci si salva da soli (neache Biancaneve)

Il principe azzurro è passato di moda. Le donne ormai sono emancipate ed autonome. Non hanno bisogno di qualcuno che le salvi. Tutto fa credere loro che possono farcela da sole, che non hanno bisogno di nessuno. Ma, in realtà, questa idea dell’indipendenza totale può portare a un senso di solitudine e di mancanza di connessione profonda con gli altri. Sapete qual è il problema di tutto questo? Che non ci si salva da soli. Da soli si è semplicemente soli. Vale per la donzella e vale per il principe. Non si può sottovalutare l’importanza di avere relazioni significative e supporto reciproco nella vita. Quando ci si affida solo a se stessi, si perde l’opportunità di sperimentare il calore umano, l’amore e l’accoglienza di una persona speciale. Non si tratta di dipendenza, ma di riconoscere che l’interdipendenza è un elemento fondamentale delle relazioni umane.

Dio è Dio, Dio è onnipotente, Dio può tutto, ma non può stare da solo. Perché Dio è amore e l’amore può esistere solo nella relazione. Per questo Dio non è una monade, ma è una Trinità. E noi siamo fatti a Sua immagine. Lo dice la Genesi quando racconta la creazione di uomo e donna.

Dio dopo aver creato tante realtà buone, dopo aver creato l’uomo che è molto buono, afferma per la prima volta che qualcosa non è cosa buona. Non è buono che l’uomo sia solo. Dio ci sta dicendo che qualsiasi cosa già creata non può colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. Ha bisogno di un aiuto. La CEI traduce aiuto, ma il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. Si potrebbe tradurre con l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Capite il pericolo di credere di potersi salvare da soli?

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio, l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: Lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha reso uguali, della stessa pasta, ma diversi e complementari. Perché proprio dalla nostra complementarietà può nascere una comunione profonda che diventa un’alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. All’uomo non bastava la creazione della natura e degli animali. Non gli serviva qualcosa, ma qualcuno.

Il Prof. Recalcati esprime lo stesso concetto con altre parole: Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio. Noi abbiamo bisogno di essere speciali per qualcuno, di contare per qualcuno, di essere unici per qualcuno.

Tutto questa riflessione non è banale. E’ evidente che non ci salviamo da soli, ognuno di voi che legge lo sa nel cuore, sa qualto è importante essere desiderati ed amati, e sa che sofferenza c’è quando non avviene. Io sono sicuro di essere stato il principe azzurro per mia moglie. Non che io sia così bello e perfetto, ma lei nella relazione con me ha iniziato un percorso di guarigione da tutte le chiusure mentali e le ferite del cuore che aveva e che la stavano facendo soffrire e vivere non appieno la sua vita. Come lei è stata salvezza per me per gli stessi identici motivi. Non è il principe azzurro che salva Biancaneve. Entrambi sono salvati dalla relazione profonda che li caratterizza, entrambi si salvano a vicenda. Nella fiaba non è specificato ma è quello che tutti abbiamo pensato leggendo il finale: e vissero felici e contenti. Ho letto il bel post di Lisa Zuccarini che esprime questa verità citando un film. Lisa scrive: Alla fine di Pretty Woman c’è uno scambio benedetto di battute tra lei e lui: E cosa succede dopo che lui ha salvato lei? Succede che lei salva lui.

Ora la vita non è una fiaba ma come nelle fiabe abbiamo bisogno di salvezza. Per questo ci piacciono tanto. Ne ha bisogno l’uomo e ne ha bisogno la donna. E per salvarci abbiamo bisogno di qualcuno. Quindi cara Disney le tue eroine vanno forse bene per i tuoi film politicizzati ma la realtà ci chiama ad altro. Ci chiama ad amare e ad essere amati, ci chiama ad essere re e regina nell’amore (citando il nostro ultimo libro).

Antonio e Luisa

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La nullità: facciamo chiarezza

Un argomento che torna spesso nei separati e sul quale quasi ogni persona nuova mi fa domande riguarda la nullità del matrimonio. Per quello che osservo, in genere, le cose vanno così: quando si arriva ad una separazione, si prospettano tre strade, rifarsi una vita (cioè frequentare altre persone), oppure “provare ad annullare il matrimonio” (terminologia sbagliata, scelta fatta soprattutto da chi vuole tornare libero da qualsiasi vincolo, anche cristiano, per potersi risposare), oppure rimanere fedeli al Sacramento (scelta più rara in assoluto).

Provo un po’ a chiarire le cose, premettendo che non ho competenze di avvocato e che in ogni curia ci sono persone che possono dare indicazioni e consigliare le strade da percorrere. Fino a prova contraria, un sacramento è valido. È chiaro che una persona, quando arriva a separarsi, deve farsi la domanda Il mio matrimonio è vero?, perché altrimenti si può correre il rischio di fondare la propria vita su qualcosa che non c’è mai stato.

Un sacramento non può essere annullato, mai. Si può soltanto verificare se c’erano le condizioni affinché potesse avvenire. Quindi, non si può annullare ma si può solo verificare che non sia nullo fin dal principio. Faccio un esempio: se fossi andato all’altare ubriaco, il matrimonio sarebbe chiaramente nullo perché non sarei stato pienamente consapevole di ciò che stavo facendo. Le cause di nullità sono molte, le più comuni sono la mancanza di apertura alla vita (figli), la mancanza di fede nell’indissolubilità e nell’eternità, la non divulgazione di informazioni importanti (problemi psichici e familiari provenienti dalla famiglia di origine, dipendenze) e, non ultima, l’immaturità.

I figli nati nel matrimonio non hanno alcun tipo di peso nella valutazione. Si possono anche avere dieci figli e un matrimonio nullo. Ognuno per la sua parte si deve interrogare in coscienza su come è arrivato al matrimonio: nel mio caso, almeno da parte mia, ero adulto e consapevole di quello che stavo facendo. Non avevo tenuto nascosto niente, quindi non ho ritenuto necessario procedere ad alcuna verifica.

Parlando recentemente con alcuni giudici e responsabili della Sacra Rota, questi mi hanno detto che purtroppo, questo strumento, nato per un fine giustissimo e che dovrebbe riguardare solo una piccola parte dei separati, viene utilizzato male e abusato: in tanti cercano questa strada senza motivi reali e gravi, ma si cerca, magari andando a scovare il cavillo legale giusto, di tornare single.

Questo non è il modo corretto di utilizzare la verifica del Sacramento del matrimonio: se uno ha dei dubbi, è bene che li chiarisca seguendo la motivazione più importante di tutte, fare verità nella propria vita. Purtroppo, ci sono anche persone che trovano testimoni disponibili a dire quello che serve, ma ottenere la nullità con la menzogna non ha proprio senso, davanti a Dio non vale niente. Ho tanti amici che hanno fatto la verifica di nullità, qualcuno avrebbe voluto la conferma del sacramento e invece è stato dichiarato nullo, altri invece il contrario, avrebbero preferito la nullità per potersi risposare, ma non l’hanno ottenuta. In ogni caso è un processo complesso che ti rivolta come un calzino e va a scavare a fondo del tuo essere e della tua psiche, non è una passeggiata.

Il procedimento, che coinvolge avvocati e giudici, dovrebbe essere portato avanti sotto la guida dello Spirito Santo, in modo da minimizzare gli errori che possono essere commessi. Inoltre, ci sono due aspetti, secondo me, che complicano le cose: il primo è che i giudici devono giudicare secondo quello che ascoltano e che le persone riescono a dire; il secondo è che, almeno per me, sarebbe molto difficile, a distanza di più di venti anni ritornare a come effettivamente sono arrivato quel giorno a sposarmi: non si tratta solo di ricordare, già quello sarebbe complicato, ma il tempo ti cambia e ti fa vedere le cose in maniera diversa. È necessario pregare, affidare tutto a Dio nella Verità, confidare in persone esperte che rappresentano la Madre Chiesa e accettare il verdetto finale, anche se non piace. Voglio ricordare infine che, anche se un matrimonio viene dichiarato nullo, se sono presenti figli, si rimane genitori e quindi verso di loro non dovrebbero esserci cambiamenti e anzi sarebbe necessario ancora di più farli sentire profondamente amati.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Un amore inclusivo

Dal Vangelo di oggi: Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo passo evangelico è uno di quelli che solleva molte domande e riflessioni. Inizialmente potrebbe sembrare che Gesù stia ponendo se stesso come un Dio geloso che pretende di essere il centro di tutte le relazioni e di essere amato più di qualunque altra persona. Ma in realtà, una lettura più approfondita rivela una prospettiva diversa. Quando Gesù dice “chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me“, non intende che si debba mettere da parte l’amore per i propri figli in favore di un amore esclusivo verso di Lui. Al contrario, Gesù ci invita a rendere Lui parte integrante di tutte le nostre relazioni, compresi i legami familiari più profondi. Si tratta di un invito ad amare attraverso di Lui, a includerlo nel cuore stesso delle nostre relazioni umane.

Quando comprendiamo che amare Dio sopra ogni cosa significa includerlo nelle relazioni che abbiamo con gli altri, tutto l’orizzonte si amplia. Non si tratta di escludere o negare l’amore le persone care, ma piuttosto di trasformare quel legame in una relazione che comprende sia l’amore umano che l’amore divino. Questa prospettiva ci invita a vivere le relazioni in modo più profondo, a scoprire l’amore di Dio che si manifesta attraverso i nostri affetti e a vedere in ogni relazione l’opportunità di crescere spiritualmente. È un invito ad amare consapevolmente, con la consapevolezza che Dio è presente in ogni legame significativo che abbiamo nella nostra vita.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Tuttavia, nel corso del tempo ho iniziato a comprendere la profondità del suo rifiuto e a riconoscere che c’era un motivo più grande dietro a quello che sembrava solo una negazione. La sua decisione di mettere Dio al primo posto nella nostra relazione era basata sulla sua fede e sulla consapevolezza che l’amore autentico richiede sacrificio e impegno. Lei ha capito che il nostro amore non avrebbe potuto crescere se fosse stato basato solo su desideri superficiali e istinti fisici. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico.

È riuscita a includere anche me nel suo amore verso Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Antonio e Luisa

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La comunione è un traguardo da raggiungere

Il matrimonio, questa sacra unione che ci invita a maturare e crescere nell’amore, è davvero una relazione privilegiata. È un’opportunità unica per scoprire la nostra vera vocazione e per diventare una comunione d’amore. Tuttavia, dobbiamo comprendere che non è sufficiente essere generosi con il nostro coniuge, offrendo tempo, azioni e doni. Non è solo una questione di unilaterale apertura verso di lei o verso di lui. Per provare una vera intimità, è necessario essere completamente aperti e vulnerabili. Solo così si creerà una vera comunione. Quando il dono si trasforma in comunione, il rischio di creare una relazione che porta l’altro a dipendere da noi o a essere subordinato sparisce. Non vogliamo che il nostro partner si senta come un tappetino, che teme di perdere il nostro sostegno. Non vogliamo alimentare la nostra vanità, l’egoismo o il desiderio di possesso, perché queste non sono manifestazioni d’amore autentico. Scegliere di vivere l’amore con piena consapevolezza richiede coraggio e impegno, ma è solo attraverso questa apertura profonda che potremo comprendere appieno la bellezza e la potenza dell’amore coniugale. Che sia la reciproca donazione, il reciproco supporto o la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita, tutto ciò contribuirà a radicare il nostro amore e farlo crescere sempre di più. E così il matrimonio diventerà il luogo in cui la nostra anima può fiorire e il nostro amore può raggiungere livelli di profondità e gioia che mai avremmo immaginato.

La comunione è un traguardo da raggiungere, un obiettivo da perseguire con determinazione e impegno costante. Questo traguardo implica la creazione di una relazione profonda e significativa, basata sulla parità e sulla reciprocità. Significa essere pronti ad ammettere di avere bisogno dell’altro, di donarsi e riceversi a vicenda. Inoltre, la comunione implica anche la capacità di riconoscere e accettare le proprie ferite e fragilità, di abbracciare la propria povertà. È un atto di umiltà e di consapevolezza che ci rende più umani, più vicini agli altri e a noi stessi. Entrare in comunione richiede di abbattere le barriere emotive e le maschere che indossiamo, anche quelle della generosità che possono limitare la nostra autenticità. Significa mostrarsi così come siamo, senza filtri o artifici, accogliendo e accettando noi stessi e gli altri nella loro interezza. Per me, la consapevolezza di queste verità non è stata immediata. Mi ci sono voluti anni per imparare, per superare i blocchi emotivi e rompere i legami che mi tenevano prigioniero. Ma oggi posso dire che è meraviglioso, tutto va sempre meglio. Ho conquistato una libertà nel modo di amare, di accogliere, di ricevere, di donare e di incontrare la mia sposa, che non credevo di poter raggiungere. La comunione si traduce in un’apertura sincera del cuore, senza paura di essere giudicati, con la volontà di essere veramente uniti a livello profondo. È un’esperienza che richiama alla mente anche la comunione che viviamo con Cristo nell’Eucaristia. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio“:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. È più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. […] È richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro di noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi. (…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro, le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione, le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Quando facciamo l’amore devo pensare ad altro

Oggi credo sia importante prendere spunto da una mail che abbiamo ricevuto alcune settimane fa per riflettere su alcuni punti fondamentali riguardanti l’intimità degli sposi. Risponderemo pubblicamente, naturalmente lasciando l’anonimato al mittente, perchè sono problemi e situazioni che riguardano tante coppie e che difficilmente vengono tirati fuori. Analizzeremo la mail in due diversi aspetti e lo faremo prendendone uno alla volta.

C’è una sofferenza che mi tormenta fin da quando mi sono sposata anni fa, in realtà da prima ( in termini di mancanza di attenzioni e affetto) ma almeno speravo di superarla col matrimonio. Questo coinvolge tutta la relazione ma soprattutto quando facciamo l’amore mi sembra sia attratto solo da alcune parti fisiche mia e non abbia un desiderio a prescindere di stare vicino a me, come persona, fisicamente.

Qui c’è tutta la differenza tra uomo e donna! Questa moglie ha espresso in modo chiaro la differenza enorme che c’è tra la sensibilità dell’uomo e quella della donna! Lui è attratto solo da alcune parti. È facile intuire quali: seno, genitali e molto spesso anche il sedere. E lui a sua volta, questo lo aggiungo io, desidera essere stimolato dalla donna solo in una parte del corpo. E’ vero che ogni individuo è unico e le preferenze variano ma questa dinamica dell’uomo è davvero molto comune. L’uomo è fatto così. Il tutto è amplificato dalla diffusione della pornografia. Ormai l’uomo è frequentemente educato a questa modalità di vivere la sessualità che fa leva su una predisposizione naturale ad eccitarsi in un determinato modo e la accentua. Ciò non è per nulla nella sensibilità della donna. La donna spesso si irrigidisce e si infastidisce se lui comincia immediatamente a stimolarle e toccare le parti che ho citato in precedenza (seno e genitali). La donna ha bisogno di arrivare a quel punto gradualmente. Ha bisogno di sentirsi desiderata dal suo marito, di essere abbracciata, baciata, massaggiata e accarezzata in tutto il corpo, escludendo inizialmente proprio quelle parti su cui lui si focalizzerebbe subito. Solo dopo che si sarà preparata gradirà essere stimolata anche al seno e ai genitali. Vi assicuro che molte problematiche sorgono da questa differenza. Tante donne non riescono ad abbandonarsi completamente al proprio marito perché lui non riesce ad entrare in sintonia con la loro sensibilità. E la coppia spesso non dialoga a riguardo. Difficilmente lo fa. La nostra differenza è importante. Perchè nella differenza usciamo da noi per entrare nel mondo dell’altro e nella sua sensibilità. Senza questo riguardo non ci può essere dono. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto sé stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Capite quindi come rispettare la sensibilità femminile sia importante anche per noi uomini?

Per raggiungere il piacere dobbiamo eccitarci con fantasie che non sono del tutto sante ad essere sincera, ma almeno io se quando sono lì penso solo a quanto gli voglio bene, cala che mi eccito.

Ed ecco il secondo spunto! Che è la diretta conseguenza di quanto abbiamo scritto fino ad ora. Lei non riesce ad eccitarsi se rimane nella relazione, se pensa al suo amore per lui, se si concentra solo su quanto sta vivendo in quel momento. Ha bisogno di evadere e di costruirsi una fantasia esterna alla coppia per eccitarsi e raggiungere il piacere. Mi chiedeva se questo fosse peccato. Ora io non sono il suo confessore e non risponderò a questa domanda. Mi soffermerò invece sul piano umano. Questa frase dimostra la povertà dell’intimità di questi due sposi. Questa donna sta vivendo nel corpo il gesto che più di tutti rappresenta l’unione con suo marito e ha bisogno di pensare ad altro per provare piacere fisico. Capite che c’è qualcosa di estremamente dissonante in questo? Non è questione che questi due sposi non si amino. Questo può accadere in tutte le coppie e se non risolto alla lunga impoverisce tutto il rapporto. Per essere chiaro: andare a Messa se non si sistema questo aspetto serve a poco. Cosa fare? Lei non avrà bisogno di rifugiarsi nelle sue fantasie se lui imparerà a donarsi secondo la sensibilità della sua sposa. Vi assicuro che poi l’intimità sarà fantastica per entrambi perché sarà soddisfacente per il corpo e ancor di più per il cuore. I due faranno infatti esperienza di comunione che è il vero piacere della sessualità.

Antonio e Luisa

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Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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La coppia nel campo delle emozioni: buone pratiche e intoppi

LO STILE EDUCATIVO

Non ricordo di aver mai ricevuto dai miei genitori una carezza. Sentivo che mi amavano, ma non sapevano dimostrarmelo. Per loro il fatto che si curavano di me, che mi facevano studiare, che si preoccupavano della mia salute era sufficiente…Eppure, soprattutto nell’adolescenza, avrei tanto voluto un incoraggiamento, un abbraccio …Ora che sono sposato, mi sento bloccato e  incapace di dimostrare a mia moglie  affetto e questo crea dei conflitti… I contrasti sono iniziati da subito, il mio primo regalo per lei è stato un libro scelto senza troppa attenzione. L’ ho consegnato senza farle un pacchetto, senza una parola affettuosa e per lei è stata una tragedia. Non avevo capito ancora che il regalo ha un valore emozionale. L’altro si deve sentire valorizzato, pensato, capito… Le mie esperienze infantili mi hanno condizionato per anni pesantemente.”

E’ la confidenza di un amico. Forse aveva vissuto la stessa esperienza anche Igino Giordani  che nel suo diario, ricordando la madre, scrive: “Sobria nelle effusioni, baciava di rado i suoi figli, se non quando partivano o tornavano da lunghe assenze; ma nel suo riserbo, viveva e si sfaceva per essi: li divorava con gli occhi…” Non era in discussione l’amore della madre, ma l’incapacità di esprimere le  emozioni e forse anche la convinzione che fosse meglio non manifestarle perché i figli, specialmente quelli maschi, crescessero più forti nelle avversità. Quanti abbiamo fatto la stessa esperienza, accumulando vuoti difficili da colmare! Oggi gli stili educativi fortunatamente stanno cambiando e rivelano una progressiva e salutare nuova comprensione del ruolo rivestito dalle emozioni. 

CONOSCERSI

Le emozioni, se riconosciute e gestite bene, rafforzano il rapporto di coppia, sono una  risorsa; in caso contrario diventano  pericolose perché, senza che ce ne accorgiamo, possono condizionare pesantemente i nostri comportamenti, generando, per esempio,  aggressività, egocentrismo, impulsività ecc. Il primo passo è imparare a conoscerci; e questo non è facile perché nella nostra società esiste un diffuso  analfabetismo delle emozioni. Di fronte ad un litigio nella coppia, è difficile che uno si chieda: “Come mai ho avuto questa reazione violenta? ” Se riuscissimo a farlo, ad essere più attenti,  capiremmo meglio quali sono le emozioni all’origine di alcuni nostri comportamenti e riusciremmo a gestirle meglio, evitando di lasciarci trascinare dall’impulsività. In questa ricerca di autoconsapevolezza, potremmo essere aiutati da pause di riflessioni, magari con l’aiuto di un libro adatto, o da qualche colloquio con persone fidate.

SAPER COMUNICARE

Quanto più riusciamo a conoscere le emozioni che sono all’origine dei nostri comportamenti, tanto più riusciamo ad intuire anche quelle del nostro partner. Ma occorre anche la massima attenzione nella comunicazione sia nella coppia che nella famiglia, tenendo presente che, oltre alle parole, è importante anche tener conto del linguaggio del corpo. Le parole, infatti, possono essere ambigue, il corpo un po’ meno perché trasmette sempre qualcosa di ciò che veramente si prova: tristezza, gioia, rabbia, impazienza, paura,  bisogno di amore… Spesso dietro un abbraccio, un sorriso, uno sguardo ansioso, una frase, si nascondono stati d’animo importanti. Dice un proverbio arabo: “Chi non sa comprendere uno sguardo, non potrà capire lunghe spiegazioni”. 

Abbiamo assistito ad un litigio tra Saverio e Sara. Lui ha comunicato improvvisamente di voler invitare a cena un amico arrivato dalla Francia; lei ha assunto un’ espressione dura, anche se la sua risposta è stata apparentemente innocua: “Ci penserò, poi ti farò sapere”. Saverio è subito scattato ed è uscito, sbattendo la porta. Sara, guardandoci perplessa, ha esclamato: “Ma perché, cosa ho detto?”. Effettivamente la sua risposta era stata banale, ma il suo volto esprimeva un significato diverso. Perciò Saverio è andato in tilt. Nella coppia occorre imparare a decifrare i messaggi nascosti.  Si può spesso scoprire che in ogni comunicazione ci sono sempre due contenuti: uno apparente e uno nascosto. “L’essenziale è invisibile agli occhi” dice il “piccolo principe”, ma spesso …anche alle orecchie.   Conoscendo bene questi amici, probabilmente nelle parole di Sara era sottinteso questo messaggio: “Prendi le decisioni, senza tener conto dei miei programmi.

La decodificazione non è sempre facile, perché presuppone una buona capacità di osservazione e di riflessione. Occorrerebbe non affrontare chiarimenti, quando siamo sommersi dalla tempesta emotiva; è più produttivo fare una pausa, una passeggiata, qualcosa di rilassante e poi ritornare a parlarsi. I conflitti sono inevitabili ma, se li affrontiamo con pace, eviteremo parole che lasciano ferite inguaribili,  abbattendo l’autostima del partner.

RICONCILIARSI  CON LE PROPRIE FRAGILITA’

Talvolta abbiamo paura delle nostre emozioni, delle nostre fragilità, di cui spesso ci vergogniamo. Agostino era stato educato ad un  esclusivo senso del dovere. Era cresciuto con l’idea che il gioco, il relax, la ricerca di momenti piacevoli  fossero una perdita di tempo, per cui aveva sempre paura di esprimere i suoi veri desideri e non capiva quelli della moglie. Il suo  rapporto di coppia è andato presto in crisi, perché il lavoro assorbiva tutto il suo tempo. E’ stato necessario l’aiuto di un esperto per comprendere che non sapeva  godere delle piccole gioie della vita, che aveva quasi paura di essere felice e di dare felicità. Progressivamente ha capito che se lui era  gioioso aiutava anche la moglie ad esserlo. Quell’atmosfera di prima, grigia, tutta scandita da orari lavorativi rigidi, si è alleggerita. La gioia è un’emozione fondamentale per le relazioni, da riscoprire, da far emergere sempre, anche quando i carichi lavorativi sono pesanti. 

CONDIVIDERE

Nella coppia è importante anche la condivisione delle proprie emozioni. Non aver paura di dire all’altro: “Sto soffrendo, ho paura, aiutami, dammi una mano, non riesco a perdonare“; oppure: “Sono contento, ti stimo, mi piace vivere con te“. Anche se a volte di fronte ad un avvenimento, alla frase di un libro, ad un bel panorama non proviamo le stesse emozioni, la condivisione ci aiuterà a conoscerci meglio e ad accoglierci nelle nostre diversità, facendo crescere la comunione, nel rispetto dell’originalità di ognuno. Quando poi non siamo in grado di risolvere i nostri momenti difficili, la condivisione con figure per noi importanti (sacerdoti, guide spirituali, esperti, ecc.) ci aiuterà a viaggiare nel complesso mondo delle nostre emozioni.

UNA GRANDE RISORSA

Mano a mano che la coppia impara a conoscersi, a gestire le emozioni, con grande pazienza reciproca, facilmente potrà approdare  alla porta della tenerezza, un sentimento ancora sconosciuto per tanti, ma fondamentale per migliorare la convivenza umana.  La tenerezza  non è sentimentalismo, ma è entrare nelle emozioni dell’altro, abbracciarlo interiormente con costanza; è connettersi con i  bisogni di chi ci vive vicino, provarne compassione. Nel Vangelo Gesù si rivela  maestro della tenerezza in tante occasioni, per esempio  quando ha pietà della folla o quando racconta la parabola del Padre misericordioso. La tenerezza  si  esprime con sguardi attenti, parole d’amore, sorrisi rassicuranti,  abbracci calorosi, gentilezza; essa è, in sintesi,  un impegno quotidiano a voler far felice chi ci vive accanto.

Nel film di Lamberto Lambertini “Fuoco su di me”,  Nicola dice al nipote Eugenio: “ Non rinnegare mai la tua gentilezza. Lasciatene illuminare. Ti diranno che è un difetto del carattere, una malattia grave, perché quelli che ne sono affetti sono destinati a perdere le battaglie di tutti i giorni…E’ vero, ma tu non li ascoltare, la gentilezza è la nostra forza! ” Parole particolarmente attuali oggi, perché tante coppie si sfasciano non per problemi economici, incomunicabilità, disfunzioni sessuali, ma per mancanza di tenerezza. 

Maria e Raimondo Scotto

Amore fecondo: Giobbe e sua moglie

“Per Laura e Luigi in realtà sarebbe corretto dire che all’inizio c’era stato un programma più che un progetto: avevano pianificato tutto. Era estate, erano sposati da pochi mesi e immersi nel fervore dei primi tempi, quando vuoi metter su casa, famiglia, e mettere radici, tutto insieme. Così avevano aperto i cantieri, certi che tutto sarebbe andato secondo i loro piani. Laura era al settimo cielo, ne era certa: presto avrebbero trovato una casetta, (erano già in cerca, mica perdevano tempo, eh!), la gravidanza nel frattempo sarebbe avanzata e negli ultimi mesi di attesa avrebbero arredato casa…tutto chiaro, no? Poi sarebbe arrivato un cucciolo, principe della casa e dei loro cuori…pronti a vivere felici e contenti. Eppure niente era andato come avevano pensato: la vita non aveva risposto alla loro disponibilità e i mesi erano passati portando solo dubbi e sconforto. Laura si chiedeva perché, perché proprio a loro? Cosa sbagliavano? (…) Dopo un anno niente stava cambiando, e loro erano al punto di partenza. Anzi, no, erano consapevoli che a volte nella vita non tutto va secondo i propri piani, ma neanche secondo i desideri, e neppure secondo le speranze. E la tristezza ormai ogni tanto bussava alla porta. E tornavano sempre le stesse domande, gli stessi perché, e lo stesso vuoto: nessuna risposta. Ogni volta, poi, che si incontravano con gli amici, tutti erano percorsi da un brivido di imbarazzo; lei li vedeva, li notava che distoglievano gli occhi al loro arrivo, cambiavano discorso, si scambiavano cenni di intesa. E, poi, ogni tanto  iniziavano con lunghi discorsi, la prendevano alla larga, ci giravano intorno prima di arrivare alla domanda sui figli.” (E voi, ancora niente figli? Al di là della fertilità, la chiamata di ogni coppia alla fecondità, S. Paolo, 2021)

Abbiamo parlato di vocazione, fecondità e missione, abbiamo distinto la fertilità dalla fecondità, ora entriamo in un tema che ci tocca tutti: il dolore. Perché, certo, è facile essere fecondi quando nutri un sogno, un desiderio,  quando poi tutto fila liscio, e ti ritrovi soddisfatto e ricco di frutti. Ma nella bontà delle intenzioni non è solitamente inclusa la garanzia dell’happy end.

Il dolore

Il dolore di solito non te lo vai a cercare, ma ti raggiunge, magari proprio in qualcosa di bello. Non è la punizione per una colpa, il dolore arriva. Di suo. Puoi provare a fuggirlo, ma poi, lo trovi lì. Solitamente non se ne va da solo. E, allora, sei chiamato a scegliere come starci dentro. Ti abita e, se non prendi posizione, prende possesso di te, del tuo sguardo sulle persone e sulla storia, delle tue relazioni, ti ruba persino i sogni e le prospettive future.Nel mondo sembra brutto parlare di dolore, è tabù farsi vedere deboli o feriti; tendiamo a mostrare il lato scintillante della vita. Nessuno ci insegna ad abitarlo, a gestirlo: meglio la scorciatoia, la distrazione, l’alternativa. 

Il dolore nell’infertilità

Non viviamo tutti le stesse cose, ma è possibile che tutti abbiamo attraversato un dolore nella nostra vita, e, se ci confrontiamo con l’infertilità che l’abbiamo incontrato, individualmente oppure come coppia. Di infertilità solitamente parlano gli specialisti proponendo ‘soluzioni’, difficilmente si trova qualcuno con cui parlarne profondamente. Infatti anche i più vicini a una coppia infertile, non essendosi confrontati con il tema e non sapendo cosa fare, spesso si trovano disorientati, si attivano con zelo, mossi dall’affetto, per cui propongono suggerimenti di tutti i tipi…ma non richiesti. C’è chi pensa che ci sia qualche responsabilità (…se mangiaste più sano…foste meno stressati… lasciaste da parte qualche impegno…se non aveste aspettato tanto…), chi si orienta per i suggerimenti spirituali (…ti faccio avere la novena giusta…vai in quel santuario…) o simili (Dio ti sta correggendo…). L’alternativa è il silenzio, anche collettivo, quello condito di imbarazzo. In realtà spesso una coppia che attraversa il dolore dell’infertilità ha bisogno solo di prossimità, che può significare ascolto, presenza, amicizia, normalità…o silenzio rispettoso. Sì, perché l’infertilità coinvolge l’immagine che la donna ha di sé, il rapporto con il proprio corpo e la propria ciclicità, lo sguardo su se stessa, sul coniuge e sulle altre donne (ti sembrano tutte grandi uteri pronti ad accogliere la vita!). Colpisce l’immagine che l’uomo percepisce di sé, il suo senso di potenza e virilità (gli altri uomini ti sembrano tutti dotati di grandi falli pronti a dare la vita!), il suo ruolo in famiglia e nella società. Attiene alla coppia, alla sua vita intima e sessuale, alla sua progettualità.

È prezioso accogliere le emozioni che viviamo quando siamo nel dolore, altrimenti il rischio è che, anche inconsapevolmente, stiamo vicini ma soli. Ciascuno con il proprio dolore, ciascuno con la propria rabbia, magari ripiegandoci nel silenzio, oppure attaccandoci al telefonino per sfogarci con le amiche, la mamma, la psicologa, il sacerdote… qualcuno di esterno alla coppia. Non c’è niente di male a vivere diversamente le proprie emozioni, ma è prezioso non escludere l’altro da ciò che viviamo, non isolarci, rimanere un “noi”.È prezioso riuscire a  risintonizzarci come coppia, a trovare una frequenza comune, a imparare a stare insieme in questa ferita perché l’infertilità ci chiede di rileggere i sogni comuni, ma anche ricollocarci in un futuro condiviso.

Giobbe: rimanere in relazione con Dio

E Giobbe cosa c’entra con tutto ciò? Giobbe è stato un uomo ricco, che ha perso le proprietà, gli animali, i figli, la salute ed è stato rifiutato dalla moglie che non condivide la sua fedeltà a Dio (di fronte al dolore la coppia può prendere strade diverse, può scoppiare). Lui non accoglie le parole degli amici, i suggerimenti di pregare più e meglio, di riflettere che forse ha qualche colpa, di rassegnarsi alla propria storia, di sublimare quel dolore vivo. Giobbe rifiuta un Dio che agisce secondo la dottrina della retribuzione e nella rabbia, nella sofferenza, grida a Dio, alza a Lui lo sguardo come a un padre, sa che c’è un “tu” con cui dialogare. La sua fede è certezza della paternità di Dio. E rimane nella propria storia, capace di accettarla, abbracciarla, non disertarla. La storia di Giobbe ci racconta della nostra libertà. Di fronte al dolore siamo chiamati a scegliere come reagire. Possiamo incattivirci, amareggiarci, piangerci addosso, persino allearci con la sventura e accomodarci in essa, e vivere della compassione nostra e altrui, possiamo fuggire, eluderlo, volgere lo sguardo, voltarci altrove, cercare scorciatoie o accettare il macigno della colpa, oppure possiamo accettare il suo buio, nonostante la paura, e attraversarlo, possiamo restare al nostro posto, nella nostra storia e lì dentro, in quel dolore, come singoli e come coppia, come è avvenuto a Giobbe, possiamo incontrare Dio. La fede cui siamo chiamati non è nel credere che Dio esista, ma sapere di essere amati, credere al Suo amore nonostante la situazioneRimanere è credere, è saper disobbedire all’evidenza della morte presente.

📌 Vi invitiamo a prendere un tempo come coppia per rileggere un momento in cui, nel dolore, siete rimasti o meno nella fede.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltate un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendete un tempo da soli (fissate prima quanto tempo!) e segnate su un foglio alcuni momenti difficili (scegliete voi se indicare quelli più o meno difficili, oggettivamente o soggettivamente avvenuti, individuali o di coppia) dell’ultimo semestre. Riflettete se li avete vissuti con fede, se avete pregato per quella situazione, se avete escluso il Signore.
  • Incontratevi e ciascuno condivida all’altro come lo ha vissuto, se lo ha vissuto nel Signore.
  • Infine pregate ciascuno per quanto condiviso dall’altro perché il Signore lo custodisca.

Buon cammino!

Maria Rosaria e Giovanni

L’articolo originale è pubblicato sul blog mogliemammepervocazione.com

L’Eucarestia è corpo, dono ed unità (come il matrimonio)

Si è appena concluso il dodicesimo Convegno di Mistero Grande – “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia” – ad Assisi: è stato bello, non solo per le otto catechesi sul tema, ma anche per le relazioni con persone nuove e la condivisione con amici, sia della Fraternità Sposi per Sempre, sia provenienti da altre realtà. Naturalmente non è possibile fare un riassunto di tre giorni d’interventi e attendo le registrazioni per riascoltare con calma alcune parti, provo solo a riportare, brevemente, quello che mi è rimasto più impresso.

Devo dire che l’Eucaristia mi ha sempre incuriosito, ma anche messo in difficoltà, perché è difficile da comprendere razionalmente: è contemporaneamente Corpo, Dono e Comunione/Unità. Quando riceviamo la comunione, il sacerdote dice “Corpo di Cristo“, Corpo, cioè non qualcosa di astratto: anche noi abbiamo un corpo, solo che spesso non lo collochiamo al giusto posto, a volte può essere ritenuto una gabbia dalla quale scappare (elevazione dell’anima), oppure può essere considerato solo un involucro che posso modificare o maltrattare come voglio.

In realtà siamo una realtà anima e corpo insieme e noi cristiani camminiamo verso la resurrezione dei corpi: come in una candela lo stoppino (anima) non può funzionare senza la cera (corpo) e viceversa, così la nostra condizione anima e corpo non può essere divisa. Effettivamente ho riflettuto su quante volte avrei voluto avere un corpo diverso, su quanta fatica ho fatto ad accettare alcuni difetti, fino a quando ho compreso che il corpo è la cosa più sacra che ho, tempio dello Spirito Santo, voluto esattamente da Dio in questo modo (me ne devo prendere cura, senza però esagerare).

Sono rimasto colpito da un aspetto della Santa Comunione che riguarda il dono: il pane, prima di essere offerto all’inizio di ogni cena, come fa il sacerdote in ogni celebrazione, veniva spezzato dal capofamiglia o dall’ospite presente. L’amore perfetto è un corpo spezzato, spezzato per gli altri: un marito è un vero uomo se si spezza per la moglie (e viceversa, ovviamente), cioè se appunto si dona e si offre; mi viene in mente il gesto del lavare i piedi all’altro (altrimenti diciamo parole che valgono poco).

Il dono può essere non accolto e sprecato, come quando ci allontaniamo da Dio, come ha fatto Giuda, ma Lui scommette tutto su di noi, rischia tutto, perché sa che solo dando fiducia alle persone, si fa crescere. Quando scelgo di non aiutare le mie figlie in qualcosa di difficile, so che potrebbero non riuscire, ma so anche che il mio credere in loro le stimola a fare bene e a diventare adulte. Nella misura in cui vivo la comunione con Gesù dentro di me, posso poi portarla fuori con gli altri diversi da me (“vi riconosceranno da come vi amerete”): infatti l’Eucarestia tiene insieme le diversità (come nella Pentecoste), non è uniformità, ma più alterità tenute insieme (Trinità). È per tale motivo che gli sposi hanno la missione particolare di diffondere Cristo, perché sono contemporaneamente sia due, sia una carne sola (se non si capisce questo, si può rimanere una bella coppia, ma senza donare Cristo). Come ogni frammento dell’ostia contiene tutto Gesù, ogni coppia contiene tutto Gesù. Ricapitolando, la santa comunione ci educa al Corpo, al Dono e alla Comunione e gli sposi attingono dalla Santa Comunione l’amore da diffondere.

Attenzione però: Dio ama le persone singolarmente e questo è bellissimo, perché nell’Eucarestia Gesù vuole toccare proprio me, l’Eucarestia è un progetto per raggiungermi, per portarmi dentro un’intimità divina. Don Renzo Bonetti ha usato l’immagine del braccio di Dio che dal Principio si allunga fino a toccare me con il Suo dito, oggi, quando voglio andare a incontrarLo. Non si arriverà mai a comprendere l’Eucarestia, perché è infinitamente superiore alla nostra portata, ma anche di un grandezza fuori della nostra comprensione, tanto che è stato detto “se gli angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione”, perché non possono unirsi in maniera così speciale e unica al loro Creatore, come possiamo fare noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare.

Oggi voglio tornare sul Vangelo di ieri e proporre una riflessione diversa rispetto a quella espressa ieri, ma credo altrettanto importante.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perché? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte all’alternativa di essere con me o contro di me? In realtà, la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi, di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Lei ha sempre avuto una fede radicata in Gesù. Questa fede è stata la bussola che ci ha guidato nelle nostre scelte e decisioni come coppia. Mi ha insegnato a mettere da parte le mie insistenti richieste di soddisfazione sessuale immediata e ad apprezzare la bellezza dell’attesa, del rispetto reciproco e della costruzione di un legame profondo e duraturo. Oggi sono grato a mia moglie per avermi aiutato a superare quella fase della mia vita ed essere diventato una persona migliore. La sua determinazione nel resistere alle mie richieste mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare le esigenze e i desideri del partner, di coltivare una relazione basata sulla fiducia e sulla comunicazione profonda.

Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perché tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perché in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei.

Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza. Attraverso lei, ho potuto incontrare Gesù. Attraverso questa Parola, Gesù ci invita ad amare il nostro coniuge tramite di Lui. Impara da me come amarlo. Guidalo verso di me. Trova nell’amore che ricevi da me la forza di farlo.

Antonio e Luisa

Il dialogo: croce e delizia della coppia

Uno dei problemi delle coppie di sposi (e non solo di sposi) è il dialogo. Quanti problemi nascono dalla mancanza di dialogo. Quanti malesseri non detti che poi nel tempo si trasformano in rancore. Spesso ci viene chiesto: perchè tra noi non c’è dialogo? Anzi sarò più schietto: di solito è la donna che si lamente che il marito non parla. Servirebbe un trattato per andare a fondo della questione. Io mi limiterò a dare delle piccole coordinate, dei punti dai quali partire per iniziare a modificare alcune abitudini della coppia.

La qualità del dialogo. Quando mi riferisco al dialogo non intendo confrontarsi sulla lista della spesa o sul colore della nuova lampada da acquistare. Intendo un confronto più personale e profondo. Siete capaci di raccontarvi all’altro? Siete capaci di esprimere le vostre difficoltà, le vostre gioie, quello che vi rattrista? Siete capaci di esprimere gioia o rammarico per il comportamento dell’altro nei vostri confronti? Siete capaci di chiedere perdono per i vostri errori? Intendo questo con dialogo di coppia. Un dialogo che vi metta a nudo l’uno con l’altra. Spesso non è facile, ma è determinante per la riuscita di una relazione.

Accogliete le differenze. La donna è molto più portata naturalmente a raccontarsi. Quando racconta anche un fatto di ordinaria amministrazione successo durante la giornata, ci mette sempre qualcosa di lei. L’uomo no. L’uomo tende a raccontare un fatto o un problema solo se lo ritiene necessario per la soluzione dello stesso. Esempio tipico. Il marito ha avuto una discussione con un collega sul modo di organizzare un determinato lavoro. Non ritiene sia necessario raccontarlo alla moglie perché lei non può aiutarlo a risolvere la situazione. Quindi non dice nulla, e se lei chiede informazioni sulla giornata al marito, lui risponde in modo veloce e senza entrare in spiegazioni dettagliate. Lei è tutto l’opposto. Almeno di solito. Lei non vede l’ora di tornare a casa e di raccontare tutto al marito. Sa benissimo che il marito non potrà risolvere il suo problema, ma ha bisogno di sentire empatia da parte sua. Ha bisogno di sentirsi accolta e compresa. Cosa fare quindi? Tu donna rispetta tuo marito e non sentirti ferita se lui si racconta poco. Tu uomo cerca di aprirti maggiormente con tua moglie e soprattutto ascoltala. Se ha il desiderio di metterti al corrente dei suoi problemi, significa che sei importante per lei. In una relazione di coppia, comprensione reciproca e apertura sono fondamentali per mantenere una comunicazione sana e duratura. Insieme, potete superare le differenze e costruire una connessione più profonda.

Serve il tempo. Il dialogo deve esserci sempre, anche semplicemente mentre uno dei due sparecchia e l’altro prepara la lavastoviglie dopo cena. È però importante trovare almeno una volta a settimana del tempo da dedicare alla coppia. Un tempo di qualità. Può essere una passeggiata, una cena al ristorante o qualsiasi altra occasione, ma dove potete sentirvi liberi di pensare solo alla vostra coppia e parlarne. Inoltre, potreste considerare di organizzare delle gite fuori città o vacanze per allontanarvi dalla routine quotidiana. Queste esperienze vi permetteranno di rafforzare il vostro legame e di creare dei ricordi indimenticabili insieme da poi ricordare nel dialogo, quando avrete momenti di stress e di fatica, per rafforzare la vostra intesa e volontà di procedere uniti nelle difficoltà.

Mai giudicare. In una relazione di vero amore e fiducia come la nostra, è di vitale importanza avere la libertà di condividere apertamente i nostri pensieri e le nostre azioni con la persona amata. È un privilegio che mi sento fortunato ad avere con Luisa. Entrambi abbiamo libero accesso reciproco ai nostri telefoni, non perché vogliamo controllarci a vicenda, ma perché desideriamo essere completamente trasparenti e aperti l’uno verso l’altro. Sappiamo che questo obiettivo non è semplice per tutti, ma fortunatamente siamo riusciti a raggiungerlo nella nostra relazione. E qual è il motivo per cui ci siamo arrivati? La risposta è semplice: mi sento libero di condividere con Luisa ogni difficoltà che possa attraversare, così come i miei peccati ed errori. Questo perché so che lei non sarà mai un giudice, ma sempre un appoggio sincero e comprensivo. E questa stessa premessa vale anche al contrario. Anche se può essere rimasta delusa dal mio comportamento in passato, Luisa non ha mai smesso di vedermi come una persona bella e degna di amore. È stata in grado di separare la mia identità dai miei errori, ed è una qualità fondamentale in una relazione di coppia. Insieme, abbiamo creato un ambiente in cui possiamo togliere ogni maschera e essere noi stessi senza paura di essere giudicati. È solo attraverso questa completa accettazione reciproca che possiamo affrontare i problemi e le sfide della vita insieme, superandole nel modo migliore e più veloce possibile.

Antonio e Luisa

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro su Amazon o direttamente da noi qui.

Come volete essere guardate?

Premessa necessaria ad evitare inutili polemiche sul nulla: ogni persona, sia essa maschio o femmina, ha diritto a vestirsi come meglio crede nei limiti consentiti dalla legge. Non voglio evocare divieti di talebana memoria. In nessun caso il modo di vestire della donna può giustificare comportamenti offensivi e volgari da parte dell’uomo. Su questo non deve esserci dubbio e non voglio essere frainteso. Desidero solo provocare una sana riflessione e mettere in evidenza una differenza tra uomo e donna che spesso le donne non considerano. Siamo in estate. Cosa succede in estate? Le giornate si allungano, i frutti sono maturi, c’è un’esplosione di luce, di colori e di profumi. E poi? Le donne si spogliano! Basta già qualche grado in più e girando per la città si notano donne più o meno giovani aggirarsi vestite di pantaloncini ad altezza chiappa e top che nascondono il minimo indispensabile. A differenza dei maschi che al massimo sfoggiano il pantalone largo al ginocchio e, se proprio vogliono esibire il deltoide scolpito insieme al bicipite pompato in palestra, una canotta. Per non parlare poi di cosa circola in spiaggia dove basta sostare per qualche minuto per vederti sfilare davanti decine di donne con chiappa al vento. Chi ha inventato la brasiliana? E i maschi? Rigorosamente con il costume fino al ginocchio o poco sopra, a parte gli ultracinquantenni che indossano ancora imperterriti lo slip.

Fin qui sono stato ironico ma ora divento serio. C’è qualcosa che non va. Perché le donne hanno tutto questo desiderio di spogliarsi? Che lo ammettano o meno non è per una battaglia di liberazione sessuale femminista. Sì loro spesso la raccontano così. La realtà è che molte si mettono in vetrina. Piace loro l’idea di piacere. E a chi non piace essere ammirati e guardati? Forse però non si rendono conto di come l’uomo è fatto e di come le guarda. L’uomo ha nella vista un organo sessuale tra i più attivi e funzionanti. Molto più sviluppato rispetto a quanto vale per la donna. Si conosco le obiezioni di voi donne. Anche voi ammirate un bel fisico ma vi assicuro che è molto diverso. Senza dimenticare che ad aggravare la situazione spesso l’uomo è cresciuto a pane e pornografia. Molto di meno la donna. Cosa voglio dire care donne? Che è vero che siete guardate, ma non siete ammirate per la vostra sfolgorante bellezza data da un insieme di caratteristiche fisiche e spirituali. Spesso gli uomini si soffermano su alcune parti del corpo e tendono ad identificare e ridurre la donna a quella parte del corpo. Detto esplicitamente quando vi aggirate svestite gli uomini non vedono in voi una bella ragazza, ma un bel paio di chiappe o un bel seno. C’è una sessuologa americana che in modo molto ironico dice: Gli uomini pensano che più grande sia il seno di una donna più lei sia stupida, in realtà più grande è il seno di una donna più gli uomini diventano stupidi. Dovete sapere che quando si entra in chiesa è richiesto un abbigliamento consono non solo per una questione di rispetto del luogo. C’è anche un’altra motivazione forse meno considerata. La donna scollata distrae gli uomini e anche il sacerdote stesso. Un sacerdote nostro amico, prima di ogni celebrazione importante come comunioni e cresime, raccomanda sempre con molta umiltà di avvisare madrine e parenti di vestirsi in modo adeguato. Sono un uomo e certi abbigliamenti durante la Messa mi distraggono e mi infastidiscono – dice. Vi piace davvero essere guardate così? Essere cosificate in questo modo? È scritto già nella Genesi. La Genesi è il libro della Bibbia che più di tutti racconta come siamo fatti. Si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,7) Cosa è cambiato rispetto a prima? C’è stato il peccato originale. Il peccato originale ci costituisce tutti e consiste nel voler usare l’altro, nell’essere egoisti. Quindi nel racconto biblico i due progenitori si accorgono di essere nudi perché lo sguardo dell’uno verso l’altra non è più puro. I due si sentono violati e non amati dallo sguardo reciproco. Capite la saggezza di chi ha scritto questo libro già circa 500 anni prima di Cristo. La capacità di uno sguardo capace di contemplare la bellezza di tutta la persona si acquista nel tempo e nella relazione d’amore e si può recuperare in pienezza solo nel matrimonio che è sacramento e via di redenzione e di salvezza dal peccato.

Io non dico che bisogna esagerare, come magari accade nel mondo musulmano dove le donne sono coperte fin troppo, ma credo che serva una riflessione su questo punto e una giusta morigeratezza. Cosa insegniamo ai nostri figli? Sappiamo ancora parlare di pudore? E ancor prima: noi crediamo che il pudore sia ancora un valore? In un precedente articolo avevo scritto una lettera a mia figlia su questo tema. Ve riporto una parte di essa.

Il pudore non è qualcosa da sfigati e complessati. Tutt’altro. Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del nostro mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità, che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita e capace di apprezzare fino in fondo la nostra bellezza e la nostra unicità. Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro re o un’altra regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità. Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene. 

Antonio e Luisa

Riconosciamo Gesù nel nostro matrimonio

Oggi vorrei soffermarmi su un versetto del Vangelo di ieri: Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Tutti siamo portati a pensare subito alla testimonianza, a non rinnegare Cristo davanti agli amici, ai parenti ecc. Ad esempio, anche al ristorante sarebbe bello sentirsi liberi di farsi il segno della croce prima di iniziare a mangiare, Invece spesso c’è una sorta di vergogna e di pudore a mostrare in modo esplicito la fede davanti a tutti in contesti che non siano specifici come ad esempio a Messa. Invece c’è molto meno pudore a raccontare una barzelletta di cattivo gusto o a sparlare di quell’amico che non è presente. Siamo davvero strani: ci vergogniamo del bene e non ci vergogniamo del male.

La mia riflessione non si concentra però su questo aspetto, seppur importante. Cosa significa riconoscere Gesù davanti agli uomini nel matrimonio? Significa semplicemente relazionarsi con l’altro riconoscendo la signoria di Cristo. Significa amare l’altro cercando di imitare Cristo nel modo e nella sostanza. Significa scendendo ancor più nei dettagli seguire la morale della Chiesa sulla sessualità. Significa non vivere la relazione e il sesso come se gli unici a scegliere fossimo solo noi e dipendesse tutto solo da noi. Significa cercare di impegnarsi ad imparare e ad usare i metodi naturali perché gli anticoncezionali non permettono una vera comunione. Significa lottare contro la parte di noi che ci porta ad essere orgogliosi e che ci impedisce di perdonare. Significa tagliare con la pornografia e con tutta quella parte di noi che ci spinge ad usare l’altro. Significa amare l’altro sempre quando ne abbiamo voglia e quando magari ci costa fatica e avremmo voglia di chiuderci e pensare solo a noi stessi.

Riconoscere Cristo nella coppia è questo. È essenzialmente questo. Perché riconoscendo Lui poi gli altri lo riconosceranno in noi nel nostro modo di amarci. E con i figli? Cosa significa riconoscere Gesù? Per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. È importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità ma dobbiamo aiutarli ad alzare lo sguardo per incontrare il Padre. 

Ed arriviamo ora alla seconda parte del versetto che non è che l’ovvia conseguenza della prima: chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. No, non pensate male. Gesù non è vendicativo o rancoroso. Non se la segna. Semplicemente dice che chi non apre il cuore alla grazia poi non può avere una relazione d’amore con Dio. Anche chi si sposa in chiesa, quindi sacramentalmente sarà comunque povero e non riuscirà ad accedere alla grazia dello Spirito Santo perché il suo cuore sarà chiuso. Nel suo cuore non ci sarà posto per lo Spirito Santo. Se le cose vanno male nel matrimonio non è mai colpa del Signore. Aprite il cuore! Riconoscete Gesù nel vostro matrimonio con scelte concrete e tutto cambierà.

Antonio e Luisa

Maria: la strada d’amore che conduce al soffio dello Spirito Santo

Riccardo: Lo scorso anno vi abbiamo portato la nostra testimonianza inerente un pellegrinaggio che abbiamo fatta alla Madonna del sangue di Re in Valle Vigezzo. Siamo partiti a piedi con il rosario in mano da Santa Maria Maggiore e in circa due ore siamo arrivati al Santuario. Da quel pellegrinaggio abbiamo fatto voto di recitare il Santo Rosario tutti i giorni. Come saprete dai nostri precedenti articoli facciamo parte della associazione Intercomunione Famiglie. Molte delle famiglie di questa associazione fanno parte anche del Rinnovamento nello Spirito. Quando, circa cinque anni fa, siamo entrati in Intercomunione Famiglie ci stava un po’ stretta la preghiera carismatica del rinnovamento che in molti gruppi precede, ad ogni incontro, il momento di formazione e condivisione. Tutti quei canti e quel gesticolare e muoversi; il parlare tutti insieme ci sembravano assurdi! Noi che eravamo abituati a una preghiera meno dinamica come il Santo Rosario o la liturgia delle ore.

Abbiamo compreso la forza di questa preghiera di lode quando le altre famiglie del nostro gruppo Intercomunione Famiglie invocarono lo Spirito Santo su di noi per il nostro desiderio di un figlio. Al di là del fatto che poco dopo, dopo diversi mesi di ricerca di una gravidanza che non arrivava, mia moglie Alessandra è rimasta incinta; è stato per noi momento di Grazia perché ci siamo sentiti accolti e amati; abbiamo realizzato con il cuore che Gesù è un Abba Padre, non un Dio giudice e castigatore. Mi viene in mente il Vangelo di Matteo ai versetti 28-29 dove sta scritto: “venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”.

Due anni fa abbiamo iniziato a frequentare il gruppo Misericordia di Gesù del Rinnovamento nello spirito; abbiamo scelto un gruppo che avesse degli orari conciliabili con il mio lavoro. Ci siamo resi conto solo dopo della Dio-incidenza, infatti nostra figlia Olga è nata e salita al cielo proprio il giorno della Divina Misericordia. Nel primo anno non abbiamo frequentato con costanza; a volte ci siamo fatti prendere dalla pigrizia e della stanchezza; a volte abbiamo rinunciato per la difficoltà del gestire Pietro durante la preghiera. Quest’anno, però il Signore ci ha chiamati a sentirci sempre più parte della famiglia del rinnovamento.

Alessandra: Qualche settimana fa, era martedì sera, Riccardo ed io eravamo a casa da soli (essendo Pietro al mare dai nonni); era quindi la serata dell’incontro del nostro gruppo e ho iniziato a interrogarmi se andare o meno alla preghiera; erano diversi giorni che alternavo momenti di pianto al senso di rabbia, ed ero convinta che andarci non sarebbe servito a nulla, anzi mi avrebbe fatta sentire ancora più appesantita perché sarebbe stato solo un altro impegno. Alla fine, molto per senso del dovere e poco per volontà, abbiamo deciso di partecipare all’incontro; era la serata di adorazione che si svolge una volta al mese.  Il Santissimo è stato esposto, era lì davanti ai miei occhi e mentre cantavo (con poco sentimento) parlavo a Lui nel cuore un po’ arrabbiata: “Insomma Signore vado già a messa tutti i giorni, recito il Santo Rosario tutti i giorni e a volte anche la coroncina al Gesù bambino di Praga, sono una mamma di un bimbo piccolo e ogni mio gesto di servizio è esso stesso preghiera; ma cos’altro vuoi da me?”.

Le nostre consorelle ad un certo punto, guidate nella preghiera dallo Spirito Santo, hanno scelto il canto Alzati e Risplendi. Mentre cantavo: “Gerusalem, Gerusalem, spogliati della tua tristezza. Gerusalem, Gerusalem, canta e danza al tuo Signor” è comparso sul mio volto un sorriso a trentasei denti; mi sentivo riempita di una tale gioia e voglia di vivere che avrei voluto gridarlo al mondo intero e le nostre sofferenze non erano sparite erano sempre lì! Mi sentivo come cullata sulle onde del mare, ho chiuso gli occhi e con le finestre spalancate per il caldo mi godevo una leggera brezza. Sorridevo, sorridevo sempre di più quasi da non riuscire a cantare per il tremolio della voce e allora nel cuore ho pregato così: “Grazie Signore! Infinitamente Grazie! Se vuoi che io non canti per ora, ma resti qui a farmi ristorare da Te in silenzio va bene, canteranno per me mio marito e le nostre consorelle; io me ne sto qui buona buona a godermi questo momento di Grazia.” All’incontro successivo ho realizzato che ciò che avevo sperimentato è chiamato: “il riposo nello Spirito Santo”; c’è chi si accascia seduto o a terra abbandonandosi a quel essere cullato tra le braccia dello Spirito, chi sorride o ride, chi piange; ognuno reagisce in maniera diversa a seconda di come opera lo Spirito di vita.

Riccardo: Siamo giunti alla conclusione che non siamo noi a dedicare un po’ del nostro tempo il martedì sera a Gesù, ma è Lui che ci dona un po’ del Suo perché noi ne abbiamo bisogno, anche se non ne siamo consapevoli. Il mese mariano, dedicato a Maria Santissima spalanca le porte al mese successivo di giugno dedicato al Sacro Cuore del Suo figlio amatissimo Gesù; metafora di quanto si è compiuto in noi: quel Santo Rosario recitato tutti i giorni, ammettendo qualche scivolone, ci ha portati a frequentare con più convinzione e desiderio il Rinnovamento nello Spirito, perché la Mamma ci conduce tra le braccia del Figlio. Maria Santissima è davvero la strada d’amore che conduce al soffio dello Spirito Santo.

Riccardo ed Alessandra

Tornare insieme? Il vero miracolo è la conversione del cuore.

Approfitto di una bella notizia arrivatami pochi giorni fa per scrivere l’articolo di oggi: una delle tante coppie separate che conosco è tornata insieme. Mi fa piacere che la Fraternità Sposi per Sempre, come mi è stato confidato, ha aiutato, almeno uno dei due, nel cammino di ricongiungimento.

Negli ultimi anni non è la prima volta che mi capita, ogni tanto i miracoli accadono, anche se sono casi rari; in genere è una cosa molto difficile tornare insieme per vari motivi: quando ci si separa si intraprendono spesso strade diverse, che portano a esperienze e crescite divergenti. Può capitare però che si arrivi a comprendere le nostre fragilità e a diventare consapevoli che il progetto di Dio e la famiglia valgono molto più di una passione momentanea e di tutto il resto. Tornare a stare insieme dopo una separazione è una cosa molto complessa, è necessario farsi aiutare da persone esperte, anche solo per elaborare e non tirare fuori tutto il male e le discussioni che ci sono stati e perdonando di cuore, specialmente dove c’è stato un tradimento. È un nuovo inizio che richiede tempo e don Renzo Bonetti in questi casi consiglia almeno due anni di fidanzamento, prima di tornare a vivere sotto lo stesso tetto, perché un conto è far crescere insieme due pianticelle piccole, un conto è far crescere insieme due querce. Pensando alla mia storia, non saprei da che parte cominciare, anche perché mi sono reso conto di amare ora una persona che non conosco più: infatti mentre prima, quando vivevamo insieme, ogni giorno c’erano diversi momenti di confronto e condivisione, tanto che a volte riuscivo ad anticipare le sue parole, dopo nove anni, per me, è diventata praticamente un’estranea (non so cosa pensa, quello che fa e cosa sceglie). Certamente continuo a volerle bene, a pregare per lei e a portarla con me quando faccio la santa comunione, ma so che se un giorno lei tentasse un ravvicinamento, probabilmente non mi tirerei indietro e accetterei la sfida, consapevole però che realisticamente sarebbe molto, molto difficile. Sarei contento, perché la speranza di poter riunire la famiglia rimane sempre, in particolare per le figlie, ma se non avvenisse una conversione vera e completa, non dureremmo più di dieci minuti insieme, visto che al momento, per quel poco che parliamo, non siamo in sintonia e non abbiamo una visione comune. Non si cambia veramente se non ci facciamo cambiare da Lui.

Sono convinto che umanamente sarebbe quasi impossibile, ma non posso mettere un limite alla potenza e creatività di Dio, anche perché in tante occasioni sono stato puntualmente smentito. Certo il lieto fine è attraente, come nella scena finale del film “Fireproof” (che consiglio a tutti di guardare), ma non è detto che la cosa migliore per me sia quella di tornare insieme, non è quello l’obbiettivo: come dice Luigi Maria Epicoco, quando preghiamo dobbiamo dire: “Dammi Signore non quello che ti chiedo, ma quello di cui ho bisogno”. All’inizio è stato difficile da accettare, perché non capivo come mai, nonostante la preghiera, la messa quotidiana, le novene e tutto il resto, le cose non cambiavano minimamente e mi sono arrabbiato con Dio; poi ho capito che, come nella coppia, non abbiamo possibilità di modificare gli altri o le cose esterne, ma solo noi stessi e il nostro modo di guardare le cose. Infatti, spero che non ci siano più persone che si sposano pensando di poter modificare l’altro, è una battaglia persa in partenza, al massimo (e già è molto difficile, visto che tendiamo sempre a fare gli stessi errori e peccati) possiamo modificare noi stessi. Evidentemente devo ancora crescere, migliorare e rimanere in questa condizione di separazione per uno scopo ben preciso: allora andiamo avanti, seguendo la strada intrapresa, sarà sicuramente un viaggio interessante e ricco di sorprese, è proprio questo il bello della vita!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gli sposi sono anche sacerdoti. Cosa significa?

Nell’articolo di oggi riprendo una affermazione che Dio stesso fa a Mosè poco prima che il profeta riceva il Decalogo. L’abbiamo ascoltata ieri, proclamata come prima lettura della Messa. Dio dice a Mosè: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. È importante capirci su due cose. Chi sono i sacerdoti? Siamo chiamati anche noi ad esserlo anche se non siamo parte del popolo eletto?

Chi sono i sacerdoti? I sacerdoti per gli ebrei, come per la maggior parte dei popoli coevi, erano coloro che avevano un contatto diretto con Dio. Erano coloro che potevano offrire sacrifici a Dio. Quindi avevano un ruolo molto importante. Dio, nel versetto indicato, afferma che gli ebrei, per merito dell’antica alleanza, erano popolo sacerdotale. Popolo con il quale Lui aveva un contatto diretto, e dal quale accettava sacrifici ed olocausti. Dio ha in pratica affermato che considerava Israele come mediatore unico tra sé stesso e l’umanità.

E noi? Non possiamo essere sacerdoti? Solo i preti lo sono? Certo che possiamo esserlo. Noi siamo popolo sacerdotale perché apparteniamo a Gesù. Popolo di sua conquista. Noi siamo le Sue membra. Dal capo, che è Gesù, le qualità vengono trasmesse a tutte le membra. Anche il sacerdote ministeriale o ordinato diventa sacerdote in Cristo. Ogni persona è sacerdote dal battesimo. Certo, ha il sacerdozio comune, da non confondere con quello ordinato (hanno funzioni molto diverse), ma ha questa caratteristica in sé. Siamo come incorporati in Gesù. Il nostro sacerdozio è dono del battesimo. Gesù Cristo, l’unico ed eterno sacerdote della nuova alleanza, non è entrato nel santuario fatto da mani d’uomo, ma nel Cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore (dalla lettera agli Ebrei). Gesù è sacerdote sempre, lo è anche oggi, non solo quando era sul Calvario. Lo è sempre. Anche adesso. Ogni sacrificio che noi celebriamo è Gesù che lo celebra in noi e attraverso di noi. Gesù è sempre l’attore principale di ogni liturgia che onora il Padre.

Il sacerdozio degli sposi in cosa consiste? Il sacerdozio comune degli sposi si esercita nell’offerta di sé all’altro. Già durante il rito delle nozze, quando pronunciamo la famosa formula Io Antonio accolgo te Luisa come mia sposa …, stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ci stiamo offrendo l’uno all’altra. Siamo contemporaneamente offerta ed offerente. Il prete c’è come testimone, ma il sacramento lo celebrano gli sposi. Sono loro i sacerdoti del loro sacramento. E così nella vita matrimoniale. Ogni volta che ci offriamo l’uno all’altro stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di ascolto, di servizio, non sono solo gesti d’amore ma sono veri gesti sacri, cioè gesti che appartengono a Dio. Quindi ogni volta che esercitiamo il nostro sacerdozio nel dono reciproco stiamo compiendo un vero sacrificio a Dio. Stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ogni volta che invece lasciamo che a comandare siamo i nostri istinti meno amabili e il nostro egoismo, stiamo compiendo non solo un errore nei confronti dell’altro ma un vero sacrilegio. Stiamo prendendo per noi qualcosa che appartiene a Dio. Noi abbiamo promesso di darci completamente l’uno all’altra. La nostra vita e il nostro matrimonio non sono più solo nostri, li abbiamo offerti a Dio.

Amplesso vero gesto sacerdotale. Ogni volta che ci doniamo l’uno all’altra nell’intimità fisica stiamo esercitando il nostro sacerdozio. Ogni volta che viviamo l’intimità fisica rendiamo presente nuovamente quella realtà che ha instaurato il nostro sacramento.  Rendiamo nuovamente attuale e presente l’offerta totale che ci siamo fatti l’uno all’altra. Non vi ricorda nulla tutto questo? Ricordate che noi siamo immagine e ricordiamo l’amore totale di Gesù sulla croce? Come si riattualizza quella realtà? Nell’Eucarestia. Ogni Eucarestia si rende di nuovo attuale e presente quel sacrificio di Cristo. Cristo morto sulla croce una volta sola, ma il cui sacrificio è reso attuale e reale nuovamente in ogni Messa. Così noi sposi, ogni volta che ci uniamo totalmente in cuore, anima e corpo, riattualizziamo il nostro matrimonio. Capite ora perché Eucarestia e matrimonio sono spesso accostati e messi in relazione? L’uno ci spiega l’altro e viceversa. Come nell’Eucarestia lo Spirito Santo entra in noi, così nell’amplesso fisico degli sposi c’è una nuova effusione dello Spirito che rinnova e perfeziona i doni di Grazia che abbiamo ricevuto il giorno del nostro matrimonio. Non solo il rapporto fisico è gesto sacerdotale per noi sposi. È il gesto che più lo esprime. Ricordiamo però, che seppur l’amplesso fisico è il vertice sensibile del dono vicendevole, ogni gesto, parola o atteggiamento di dono verso l’altro è gesto sacerdotale.

Comprendete ora perché la Chiesa non contempla il divorzio? Comprendete come l’intimità fisica sia importante e sacra e non vada banalizzata? Spero di avervi offerto alcuni spunti di riflessione.

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Voglio amarla anche quando non ne ho voglia

Ritengo molto interessante una risposta ricevuta ieri come commento all’articolo del giorno. L’articolo trattava di metodi naturali e, tra le altre cose, gli autori hanno calato un’affermazione “scandalosa” per molti. Cosa hanno scritto? Il problema sorge se faccio l’amore solo quando ne ho voglia, il che equivale a dire: ti amo quando ho voglia, quando non ho voglia faccio altro. Capite lo scandalo? Hanno cercato di disgiungere la voglia dall’azione. E questo nell’amore romantico che tanto piace oggi non è accettabile. Ci siamo dentro tutti chi più chi meno in questa mentalità. Certo uomo e donna la intendono in modo diverso, la donna più sul romanticismo mentre l’uomo più sulla pulsione ma rispondono entrambi alla logica della voglia, del me la sento o non me la sento. Il matrimonio non funziona così. Le cose da dire sarebbero davvero tante. Per questo non farò un discorso lineare ma vi proporrò di seguito alcuni punti che possono essere utili per riflettere.

La promessa matrimoniale. È bene ricordare che noi facciamo una promessa solenne davanti a Dio che si conclude, in una delle forme più usate, in questo modo: di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. Luisa ed io abbiamo usato questa per il nostro matrimonio. La formula non dice di amarti ed onorarti quando ne avrò voglia. Chiaro questo? Cosa possiamo comprendere da questa promessa? L’amore che ci promettiamo reciprocamente non c’entra nulla con il sentimento e con la voglia. Tutti i giorni significa tutti i giorni. Quando ho voglia e quando non ne ho. E se quel giorno non avessi voglia? Amo con la volontà. Amare è azione, è fare, è dire, è esserci, è ascoltare, è prendersi cura. Anche se non lo sento. Allora devo fare l’amore tutti i giorni? Qui tocchiamo il secondo punto.

La frequenza dei rapporti. Iniziamo con il dire che non esiste una frequenza che vada bene per tutti. La frequenza è un parametro molto soggettivo della coppia. Dipende da tantissime variabili, dagli impegni, dallo stato di salute, dall’educazione, dall’età e da tanto altro. Spesso non esiste un allineamento tra la frequenza che vorrebbe lui e quella che vorrebbe lei. Luisa ed io ad esempio non siamo stati mai pienamente in sintonia su questo. Come fare? La risposta è solo una: dialogo ed empatia. Cercare di mettersi nei panni dell’altro. Nel dialogo io ho compreso la difficoltà di Luisa ad abbandonarsi al rapporto troppo frequentemente e lei ha compreso il mio desiderio verso di lei. Ci siamo venuti incontro entrambi. E non è un compromesso. È una terza via che rispetta la sensibilità e i desideri di entrambi. Il dialogo non deve mai interrompersi. Perché cambiamo noi e cambiano le situazioni e quindi quello che andava bene un anno fa magari ora non va più bene. Non esiste una frequenza giusta ma ne esiste una minima. Non scendere mai sotto le due volte al mese. Unirsi di meno significa inaridire il rapporto e allontanarsi piano piano l’uno dall’altra.

Siamo differenti. Uomo e donna sono differenti. Abbiamo una spinta ormonale completamente diversa. L’uomo ha dieci volte quelle femminile. Per questo di solito ha più voglia. Non c’è solo una differenza pulsionale-ormonale ma a complicare le cose ci si mette anche il nostro cervello. Abbiamo un cervello diverso. Lo spiega benissimo la nostra amica Nicoletta Musso. La donna è fatta come una borsetta. Quando cerca il desiderio sessuale trova di tutto. Trova il pollo da cucinare, trova i panni da stendere, trova la riunione sul lavoro del giorno dopo. Trova tutto. Non riesce a mettere dei confini e spesso questo la frega, le fa credere di non aver voglia. L’uomo è più come un portafoglio. Lo apre e sceglie la taschina giusta quella del sesso e per un po’ pensa a quello. Solo a quello. Sembra strano ma è così. Quindi uomo prendi l’iniziativa. Non sono stereotipi ma fa parte di noi, di come siamo fatti. E tu donna lasciati andare e sentiti amata attraverso il suo desiderio. Preoccupati non quando ti cerca ma quando smette di farlo. E se sei presa da tante altre cose provaci ad abbandonarti comunque. Perché? Ed arriviamo all’ultimo punto di oggi.

Il desiderio responsivo. C’ è sicuramente da fare tutto un discorso su come far nascere il desiderio ma lo farò in un altro articolo. Situazione tipica: tu sposa hai lavorato fuori ed in casa. I bambini finalmente sono a letto. È già tardi, sei stanca morta e tuo marito ti si avvicina cercando un po’ di intimità con te. Non hai nessuna voglia. Non solo sei stanca ma sei anche preoccupata per l’indomani per alcune questioni che devi risolvere. Puoi rifiutarlo ma puoi anche decidere di “sfruttare” il suo desiderio e lasciarti andare. Sapete cosa accade molte volte? Che lasciandoti andare e sentendoti desiderata ed amata da tuo marito inizia a nascere il desiderio in te. Questo in sessuologia ha un nome: desiderio responsivo. E abbandonandoti vivi un momento di comunione che ti darà forza per il giorno dopo.

Capite come la voglia non sia una forza completamente disgiunta dalla scelta? Io scelgo di amarti e decido di fare l’amore con te. Molte volte attraverso quella scelta torna la voglia. Se invece lasciamo tutto in mano alla voglia, al sentire, siamo come banderuole che vanno dove tira il vento. Non siamo liberi ma completamente dipendenti dai nostri sentimenti. Io non voglio questo tipo di amore ma voglio essere libero di amare la mia sposa anche quando non ne ho voglia. Mi rendo conto che l’articolo resta incompleto. Quindi ne preparerò un altro dove cercherò rispondere ad altre domande importanti. Perché il desiderio viene a mancare? Cosa fare? Perché a volte è lui a non avere voglia? Quindi to be continued……

Antonio e Luisa

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Felici di aver scelto i metodi naturali

Perché siamo contenti di applicare il metodo Sintotermico Roetzer  al nostro matrimonio?

Abbiamo più volte iniziato a scrivere questa lettera, senza troppo successo. Le parole non si incastravano bene, le idee apparivano strutturate in maniera poco convincente, l’esposizione si srotolava noiosa e terribilmente didascalica. Così ci siamo fermati a riflettere ancora un po’ e abbiamo capito che non dobbiamo convincervi né insegnarvi nulla. A volte certe dinamiche tossiche s’insinuano dentro di noi senza che ce ne accorgiamo. Anzi, vi chiediamo scusa se a volte, nei nostri discorsi, vi siamo sembrati saccenti o abbiamo assunto un’aria quasi superiore da: io lo faccio meglio di te. E’ che vorremmo solo raccontarvi quanto bene e quanta bellezza si nascondono nello scegliere il metodo naturale all’interno del proprio matrimonio.

 Ci dicevamo l’altra sera a cena che questa è certamente una scelta impopolare, e che senza dubbio è un cammino in salita, che richiede una fatica. In alcuni momenti ci è balenata persino in testa l’idea che forse non è per tutti, che forse il Signore non chiede ad ogni coppia di sposi l’utilizzo del metodo naturale per declinare la propria sessualità coniugale. Forse davvero ad alcuni chiede il semplice utilizzo di stick per la rilevazione dell’ovulazione; forse davvero per altri la propria strada per la santità (che poi, in un linguaggio non cristiano altro non è che la strada per la felicità) deve passare attraverso una sessualità sregolata, nel senso proprio del termine di non rispondente al alcuna regola, aperta a qualsiasi gravidanza, in qualsiasi momento, prescindendo da qualsiasi altra esigenza della propria famiglia. Non lo sappiamo. Quel che però abbiamo capito dalla nostra esperienza è che la Chiesa non ci ha mentito quando, a un passo dalle nozze, ci ha indicato come via migliore per donarci l’uno all’altra l’educazione al metodo naturale.

Quando, noi amici, eravamo tutti fidanzati, avendo scelto la castità, ci confidavamo spesso l’attesa del momento in cui finalmente avremmo fatto l’amore. Una volta sposati, invece, tanti dei nostri amici hanno iniziato a smettere di parlarne. Qualcuno ha avanzato candidamente che certe cose sono solo di marito e moglie, che non vanno dette. E se questo è vero nel senso del rispettare la propria unione, è tuttavia altrettanto vero che, a volte, si evita di parlarne perché ognuno vuole gestirsela come vuole. Senza troppe domande, senza troppi dubbi, senza troppe riflessioni. Il problema è che non riusciamo proprio a capire come non ci si possa interrogare su un ambito tanto complesso e tanto importante per un matrimonio. Come si possa abbandonare la sessualità coniugale al proprio istinto, come se poi questa casualità potesse aumentare il desiderio o garantire un rapporto sessuale più soddisfacente.

Ricordiamo ancora quando seguimmo il nostro primo corso da fidanzati sui metodi naturali, perché quello che ci colpì in primis furono le parole della relatrice “chi segue il metodo naturale l’amore lo fa di più e meglio!” e già solo questa frase ci aveva attirato nel saperne di più e nel desiderare anche per noi la via migliore attraverso cui donarci reciprocamente! Non possiamo negare che noi cristiani, di sessualità, ne parliamo davvero troppo poco. E non mi stupisco quando il mondo ci addita come bigotti, perché nonostante abbiamo davvero un tesoro, spesso lo nascondiamo invece di condividerlo. Noi, invece, vogliamo raccontarlo, perché siamo convinti che il mondo abbia bisogno di conoscere una bellezza vera, intensa, autentica. E come non iniziare da chi ci è più vicino, cioè voi, amici nostri?

Uno dei primi motivi per cui, ci avete detto, stentate ad avvicinarvi al metodo è per stanchezza. Corriamo ogni giorno dietro a scadenze, incombenze, impegni lavorativi, bisogni familiari e pensare di dover fare attenzione al proprio muco, alla temperatura, ai segni che il corpo ci rimanda può apparire come un ulteriore stress. “Non sono costante, mi perderei”. Noi, da campioni mondiali di stanchezza, le capiamo bene queste resistenze; però ci siamo detti che attraverso quel rapporto con mia moglie, con mio marito, ci passa Dio, ci passa la vita, e quindi è qualcosa che merita la nostra attenzione. Anche stanca, anche stressata. E’ un po’ questione di abituarsi ad una buona pratica e un po’ questione di esercitare un briciolo della propria volontà:se guardo almeno una volta al giorno Instagram e Facebook, vuoi che non riesca ad osservare una volta al giorno quel che mi dice il mio corpo? E poi, come diceva Evagrio Pontico “se vuoi conoscere Dio, impara prima a conoscere te stesso”, e magari può passare anche da questo.

S’inserisce allora, di solito, il commento un po’ scocciato “ma così non sono libero di fare l’amore con mia moglie/marito quando voglio!”. Ecco, questa di solito è la seconda scusa più frequente per non avvicinarsi ai metodi che ci viene mossa. Partiamo dal fatto che avere desiderio di fare l’amore col proprio coniuge è una benedizione! Provare reciproca attrazione, volersi, cercarsi, anche dopo anni di  matrimonio, anche dopo ore estenuanti passate ad educare i figli e a lavorare, è davvero qualcosa di prezioso, attraverso cui passa l’amore di Dio; e quindi fare l’amore quando ne abbiamo voglia è certamente appagante. Il problema sorge se faccio l’amore solo quando ne ho voglia, il che equivale a dire: ti amo quando ho voglia, quando non ho voglia faccio altro.

 E’ molto pericoloso lasciare alla voglia il potere di determinare le nostre scelte e, di conseguenza, i nostri rapporti; essa, infatti, è figlia dell’egoismo, se non ben indirizzata, e questo è un rischio specialmente per gli uomini che, fisiologicamente e psicologicamente funzionano in maniera diversa rispetto alle donne. Una cosa che abbiamo intuito sin da subito nell’esercizio della castità prematrimoniale e poi dei metodi naturali è proprio questa: la sessualità è qualcosa che va educato, altrimenti scade nell’egoismo travestito da amore.  Quindi se seguiamo il metodo calcoliamo tutto? No, educhiamo tutto, anche ciò che per definizione è ineducato, cioè l’istinto. Talvolta ci viene anche detto, infatti, che così, però, non lasciamo spazio alla grazia, che anche i metodi naturali sono contraccezione. Qui il discorso è ben più profondo.

Ogni coppia, infatti, deve chiedersi perché sta utilizzando i metodi. Innanzitutto, se anche sto utilizzando maggiormente il periodo infertile, so che comunque sono aperto alla vita perché oggettivamente non pongo ostacoli di sorta.  E se sto sfruttando il periodo infertile per evitare altre gravidanze, questo può essere dovuto a molte decisioni serie riguardanti il mio matrimonio. Certo è che fare figli richiede anche responsabilità, cioè capacità di rispondere. Dare la vita è qualcosa di sacro, ma i figli vanno generati ogni giorno e devo prendermene cura quotidianamente, il mio ruolo genitoriale non finisce il giorno del parto. E il Signore non mi chiede di fare figli in continuazione, ma di amare in continuazione.

Potremmo parlare ancora tanto, ma dopo un po’, si sa, la soglia d’attenzione si abbassa notevolmente, e allora concludiamo. Perché siamo contenti di applicare il metodo naturale (sintotermico Roetzer)  al nostro matrimonio? Cosa volevamo raccontarvi, in fin dei conti? Che in questo modo cambia tutto. Innanzitutto sai con certezza che stai provando ad amare sul serio quel dono immenso che hai accanto (pur con tutti i suoi difetti); e lo sai non perché te lo racconti tu, ma perché lo dice la realtà, per il fatto stesso che non stai amando seguendo solo i tuoi istinti. Cambia tutto perché l’adagio “l’attesa aumenta il desiderio” è vero, perché magari un giorno ti astieni, ma poi quando fai l’amore è più bello di prima. Cambia tutto perché fai l’amore più spesso di quel che pensi, e lo fai meglio, con più rispetto, e con più unione. E credeteci, è davvero tutta un’altra cosa.

Benedetta e Stefano Silveri  

(insegnanti del metodo sintotermico Roetzer)

Articolo originale su ineritalia.org

Chiara? Normale e straordinaria

Undici anni fa saliva al cielo Chiara Corbella, una donna, una moglie e una mamma. Era tutto questo, era ancora molto giovane. Perchè undici anni dopo la sua morte il suo nome e sulla bocca di sempre più persone e la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede.

Il segreto credo che sia nella sua normale straordinarietà. Non è stata una mistica, non è stata una suora che ha fondato un ordine oppure una benefattrice che passava le giornate in mezzo agli ultimi e ai perseguitati. Insomma era molto lontana dall’idea di santa che spesso abbiamo in mente. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come tante altre, cresciuta in una famiglia normale di Roma, che si è fidanzata. E anche nel fidanzamento era esattamente come noi, piena di dubbi, di ripensamenti, di tira e molla con Enrico (suo futuro marito). Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a suo marito.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che ad una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Concludendo posso dire che Chiara è una santa faticosa e meravigliosa. Per me è così. E’ faticosa perchè ci propone un cammino di santità non facile, ci dice che costruire un matrimonio cristiano affidato a Dio non significa evitare le sofferenze e i dolori, ma anzi a volte chiede di abbracciare la croce in un modo non voluto ed imprevisto. Questo è difficilissimo da digerire. Noi che vorremmo la gioia piena già qui sulla terra. Eppure Chiara è meravigliosa perchè con la sua vita ci ha mostrato come morte e malattia si possano sconfiggere. Ci ha donato la speranza di poter davvero vivere per sempre. Non a caso il libro scritto su di lei si intitola Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara prega per noi e per le nostre famiglie.

Antonio e Luisa

La ricetta del dialogo di coppia

Le parole non sono come i cani che una volta che li fai uscire dal recinto basta un fischio e rientrano

Una delle cose più belle che mi ha donato il percorso scolastico dei nostri figli, oltre all’incontro con splendidi insegnanti che ci hanno dato tanto, è la possibilità di riprendere in mano letture e temi che avevo affrontato negli anni della mia giovinezza. Certi libri presi in mano a 50 anni danno prospettive di riflessione interessanti e mi fanno fare utili ragionamenti che condivido volentieri con voi. Qui il passo è tratto da “Il giorno della civetta” di Sciascia. Il protagonista, il capitano dei carabinieri Bellodi indagando su di un fatto di sangue accaduto in un piccolo paese del siracusano, si imbatte in una rete fitta fitta di omertà e coperture che traballano solo quando don Mariano, il burattinaio di tutto,  mosso dall’ira si lascia scappare una parola di troppo nei confronti del morto ammazzato. E lì Sciascia commenta proprio che “don Mariano si era lasciato andare, e le parole non sono come cani cui si può fischaire e richiamarli”.

LA RICETTA DEL DIALOGO DI COPPIA

Questa frase mi ha fatto venire in mente una delle domande che più spesso mi vengono fatte nel mio lavoro di consulente di coppia: “Dottoressa, ci dia una regola da seguire per il nostro dialogo, una ricetta!” Questà è una richiesta che mi sento fare spesso. Seguo le coppie con fatiche da 20 anni ma non ho ancora distillato i 3 passi fondamentali per garantirsi un buon dialogo. Però una cosa l’ho imparata: le parole sono potenti e non si possono richiamare nella bocca una volta che sono uscite, propio come dice Sciascia. La parola genera in parte ciò che narra, anche se è detta in modo non perfetto, senza tutta la convinzione. Se ripeto a mio marito ogni volta che abbiamo una screzio “Io me ne vado, hai capito!!” e anche se non ho nessuna intenzione di farlo, ebbene queste parole generano più distanza di quanta io desidero che ci sia fra di noi. Eppure assisto così spesso all’uso direi sconsiderato delle parole che mi viene da chiedermi se ne siamo veramente consapevoli. Forse verrebbe da dire che lo sappiamo sì e che insieme non lo crediamo del tutto possibile.

La signora che si lamenta con me dicendo che “Mio marito non mi dice mai che mi vuole bene” dichiara una mancanza di parole buone da parte di un uomo che compie gesti di cura nei suoi confronti “Lo so che pensa a me, a noi eppure la mancanza del sentirglielo dire mi ferisce tanto” Ma è la stessa situazione in cui sempre lei dice senza nessuna esitazione “Torna sempre troppo tardi, troppo stanco, troppo nervoso e così non gli dico mai che lo amo ma spesso che lo sopporto e che non mi merita! Sono contenta che ci sia ma non riesco a dirglielo!

Insomma siamo in grado di riconoscere una mancanza forte in noi per le parole che l’altro non ci dona eppure non percepiamo con la stessa chiarezza il potere devastante che hanno le parole che allontanano e che noi pronunciamo.  Avari a dirci il bello e prodighi con il lamento. Eppure proprio perchè proviamo che la parola “genera”, sarebbe saggio lasciar fluire le buone parole di noi, le buone parole per noi e generare del buono per la nostra relazione. Naturalmente un buono che abbiamo sperimentato, vissuto. Una delle prime cose che chiedo a chi viene da me per lavoro è di narrarmi cosa sanno o sapevano o hanno imparato a fare abbastanza bene insieme. La prima risposta che ricevo di solito è “Non ci viene in mente niente

COSA SAPPIAMO FARE INSIEME?

Poi uno dei due si ferma, guarda l’altro e si chiede : “Ma possibile? A te viene in mente qualcosa?” Io, con la teoria dei piccoli passi inizio a dare spunti: magari insieme si riesce bene ad  organizzare feste, dare la tinta in casa, programmare le ferie, scegliere film, sopravvivere all’adolescenza dei figli… A questo punto qualcosa scatta in mente e si accorgono che sì, sanno fare delle cose insieme e che gli vengono pure bene e così i loro occhi si riempiono di gioia e insieme di imbarazzo. Gioia per aver trovato il buono, imbarazzo perchè sono serviti dei suggerimenti. “Possibile che non siano venuti in mente a noi? Siamo venuti qui con l’elenco di ciò che ci manca e non con quello delle nostre competenze…” mi ha detto un giorno un signore con grande sincerità e chiarezza. Mancava l’elenco, non la competenza, mancava un posto in cui questo saper essere insieme, saper fare fosse collocato, guardato con  rispetto e anche raccontato.

C’E’ UNO SCHEDARIO DA AVERE
Curiamo in modo maniacale lo schedario di ciò che manca nella nostra relazione e insieme trascuriamo del tutto ciò che abbiamo, la gioia possibile, la pienezza possibile, l’intesa possibile che abbiamo gustato. Perchè capita questo? Si tratta di una situazione così generalizzata che io credo dipenda dal fatto che non abbiamo l’abitudine a cogliere il buono. Alcuni credono  che dipenda da un tratto del carattere che si può ricevere in sorte oppure no.  Invece secondo me la capacità di cogliere il buono è una forma di abilità che si può apprendere in modo eccellente  se ci si allena in modo serio. Tutto questo porta a cambiare la qualità dell’ambiente di casa nostra e del nostro stare insieme. Così nasce il dialogo di coppia che ha una caratteristica specifica: è fatto per dire all’altro che  stare  insieme vuol dire essere a casa, che si è grati per la strada percorsa,  che si vuole dare spazio alla speranza per il futuro. Tutto ciò non accade per caso, si sceglie di farlo ed eè bene  farlo spesso.

Nicoletta Musso & Davide Oreglia

Articolo originale sul blog mussoreglia.it

Mio figlio è andato a convivere

Oggi la convivenza è diventata una scelta abbastanza comune. Ci ha scritto un giovane: “Contro il parere dei miei genitori, ho iniziato a convivere con una ragazza, che si definisce non credente. Entrambi lavoriamo e siamo economicamente autonomi. Per il momento non pensiamo al matrimonio. Ma sarei tanto contento se i miei approvassero la mia scelta.”

Tutti noi genitori,  che abbiamo avuto la grazia di sperimentare  i doni racchiusi nel sacramento del matrimonio, ci siamo resi conto,  progressivamente, di come sia stato importante quel  sacro patto nuziale. Non è facile accogliere la decisione dei nostri figli di convivere, soprattutto perchè desideriamo  il meglio per loro,  un rapporto affettivo stabile e duraturo che possa renderli felici. La convivenza, al contrario, è fondata sulla precarietà per cui ci si può lasciare con molta facilità, appena si ha l’impressione che si sia  ridotta la passione. Questo non significa che il matrimonio metta al riparo da fallimenti; ma può aiutare più facilmente a trasformare l’innamoramento iniziale in amore, senza confonderlo col sentimento. Logicamente questo non avviene automaticamente e senza sforzo, senza l’aiuto e la condivisione con una comunità educante. Nonostante questa premessa, siamo chiamati a continuare il dialogo con i nostri figli, a raddoppiare il nostro amore, a dire con rispetto e delicatezza le nostre idee, affinchè,  anche attraverso il nostro annuncio rispettoso, la voce di Dio si faccia strada nei loro cuori.

Ovviamente la scelta della convivenza, rispetto a relazioni occasionali, fluide, è comunque un’assunzione di nuove responsabilità, perché impegna a condividere con un’altra persona la propria vita in tutte le sue sfumature gioiose e tristi. Per diventare coppia, però, c’è la necessità di un progetto; è la progettualità sul futuro comune, la decisione del “per sempre” che può fare sperimentare la vera intimità a cui il nostro cuore aspira. Nel caso in cui uno dei due si definisce non credente, bisogna prima di tutto aiutarli a capire se c’è la possibilità di un progetto reale che soddisfi le esigenze di entrambi.

Quando comincia a nascere questa progettualità, allora la coppia dovrebbe avvertire, quasi spontaneamente, che l’amore, che esiste tra loro, non è solo un fatto privato e desiderare di renderlo pubblico col matrimonio. Abbiamo assistito a questo miracolo, anche nella nostra famiglia. E’ un momento meraviglioso quello in cui i due si dicono l’un l’altro: “vogliamo fare del nostro amore una cellula vitale che sappia donare un contributo prezioso  a tutta la società e anche alla Chiesa, vogliamo, con l’aiuto di Dio che migliora quotidianamente le nostre fragilità, essere la testimonianza perenne della fedeltà di Dio per ogni uomo e donna della terra.

Maria e Raimondo Scotto

Non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri

Come molti di voi sapranno, è da poco uscito l’ultimo libro di Antonio e Luisa, “Sposi, re nell’amore”, realizzato anche in collaborazione con altre persone; per me è stato un onore scrivere questo piccolo capitolo sulla castità, che trovate a pagina 124.

Quando mi sono separato, dopo qualche mese davvero brutto, la mia vita si è trovata davanti a un bivio: “rifarmi una vita” e quindi frequentare altre donne, oppure iniziare un cammino di fedeltà al coniuge e soprattutto a Dio che si è unito in maniera indissolubile a noi nel giorno del matrimonio. Per fede e per il bene delle figlie (già ferite dalla separazione), ho scelto di fidarmi di Dio che attraverso Gesù non avrebbe potuto usare parole più chiare sul matrimonio (“Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” – Mt 19,5-6). Questa strada però prevede di vivere in castità completa, cioè l’utilizzo degli organi genitali solo per le normali funzioni fisiologiche. La mia vocazione era (ed è) il matrimonio e per questo non è stato facile, soprattutto all’inizio, perché a differenza di sacerdoti o religiosi mi sono trovato in questa situazione; condizione che può accadere nel matrimonio anche per certi periodi, come ad esempio se uno dei due va a lavorare lontano, oppure per una malattia. Una mia amica ha accudito con amore il marito che, in seguito ad un incidente, è rimasto paralizzato per diversi anni e devo ammettere che pensare alla sua situazione mi ha aiutato nei momenti difficili o di dubbio. Ritenevo che un uomo non fosse in grado di vivere in castità completa, cioè che insomma in qualche modo fosse costretto a “sfogarsi”, ma ho cambiato completamente idea quando l’ho sperimentato sulla mia pelle. Naturalmente non si può raggiungere un traguardo del genere con le proprie sole forze, è necessario un aiuto dall’Alto: ed è così che, scettico, su consiglio del mio assistente spirituale, mi sono fidato e affidato, cominciando ogni giorno con la santa messa prima del lavoro e poi nel pomeriggio con la recita del santo rosario.

Parallelamente ho fatto un esercizio su me stesso di cambiamento, ho dovuto modificare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne?  Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”. Ovviamente c’è voluto del tempo ed è un cammino che continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva. È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato.

Come dicevo, soprattutto nei primi mesi, non è stato facile vivere in castità, ma a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna. E’ vero, non tutti i giorni sono uguali, qualche volta mi manca un po’ fare l’amore e soprattutto le coccole e la tenerezza, ma so bene che non sarebbero pochi minuti di sesso a darmi la vera felicità e anzi per questo tradimento non dormirei la notte. Io invece la sera mi addormento tranquillamente dopo aver detto le preghiere, in pace con me stesso, con Dio e con gli altri e posso testimoniare che la vera felicità, la vera pace e la vera gioia sono date solo dal nostro Salvatore. In questa scelta ho fatto anche una grande scoperta, cosa è l’amore vero, gratuito: infatti spesso l’amore è “inquinato” dal tornaconto: quante volte ho accettato o assecondato mia moglie, perché poi la sera fosse disponibile a fare l’amore con me? Quanti gesti, quante parole poco vere o poco autentiche per accontentarla e avere così dei benefici anche nel rapporto sessuale! Questo tipo di amore è un po’ prostituito o di tipo commerciale, io faccio una cosa per te e tu fai una cosa per me; invece la mia condizione mi ha permesso di sperimentare l’amore puro, quello di Cristo in croce che, nonostante la sofferenza, continua ad amare: amo mia moglie senza avere nulla in cambio, anzi può succedere che in qualche discussione riceva anche delle offese. Però è davvero bello amare così, anche perché quest’amore si riversa in tutte le persone che incontro. Infatti, non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri, cioè aiutarli a sperimentare la bellezza dell’amore di Dio e creare così la comunità dei figli di Dio.

Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Dio è quello che ci riprova sempre.

Ieri abbiamo celebrato la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua: la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura di ieri ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente l’uno all’altra in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

Conoscere Dio per conoscere noi stessi

Nella Bibbia il nome ha un significato davvero molto profondo. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25. Capite quindi? In un certo senso conoscere il nome della persona significa conoscere la persona. Non è banale. Dare il nome ha un significato ancora più forte. Dare il nome significa conoscere a tal punto quella persona da poterla “inquadrare”. Per questo Dio nella Bibbia non ha nome se non il tetragramma. Il tetragramma scritto in ebraico significa qualcosa di simile a io sono l’esistente. Il tetragramma è composto solo da consonanti e per questo nessuno ne conosce la pronuncia esatta. Il tetragramma deriva direttamente da Mosè e da quanto accaduto nel roveto ardente.

Allora Mosè disse a DIO: “Se io vengo al popolo d’Israele e dico loro: ‘Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi’, ed essi mi chiedono: ‘Qual è il suo nome?’, cosa devo dire loro? DIO disse a Mosè: “Io sono Colui che sono”. E disse: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Io Sono mi ha mandato a voi’”. DIO disse anche a Mosè: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Il SIGNORE, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abramo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe, mi ha mandato a voi’. Questo è il mio nome per sempre e così sarò ricordato per tutte le generazioni”. (Es. 3, 13-15)

Cosa possiamo trarre da questo racconto biblico? Mi permetto di offrirvi alcuni spunti di riflessione utili in particolare alla coppia

Dio non si può conoscere se non in Gesù. Dio è così infinito che non possiamo conoscerlo. Per questo non possiamo chiamarlo con un nome. Dio è troppo grande per essere comprensibile a noi. Quando abbiamo potuto conoscerlo davvero? Quando si è incarnato. Quando il suo essere infinito ha preso forma in un corpo che è come il nostro. Cosa abbiamo capito di Dio attraverso Gesù che è Dio e uomo? Che Dio è infinito amore e che Gesù nella concretezza di un corpo ci ha mostrato cosa significa. Ecco perché noi sposi siamo immagine di Dio. Perché possiamo amarci e amare come Dio. Siamo chiamati a dare la vita. Possiamo comprendere qualcosa di Dio solo nell’amore vissuto e l’uomo e la donna che si donano completamente in anima e corpo sono la manifestazione concreta più simile a Dio Amore. Dio l’ha pensato fin dal principio. Lo dice il nostro corpo. Il nostro corpo è sessuato, siamo maschio e femmina perchè in quell’incontro tra due differenze complementari si potesse scorgere una scintilla di Dio. L’amplesso fisico è esattamente questo: essere uno nell’altra per diventare uno, per darsi completamente ed essere generativi. Non sempre dall’amplesso di un uomo di una donna nascerà un bambino ma sempre sarà generato amore. Per questo il matrimonio è solo tra un uomo e una donna e per questo il sesso è santo è buono solo nel matrimonio.

Conoscere Dio significa conoscere noi stessi. Chi era Mosé? Fino al roveto ardente non lo sapeva neanche lui. Era ebreo o egiziano? Oppure era un madianita visto che aveva sposato una di loro e aveva vissuto con loro per un periodo? Qual era la sua missione nella vita? Non lo sapeva neanche lui. Nato da ebrei, cresciuto nella famiglia del faraone e poi divenuto pastore una volta fuggito dall’Egitto. Mosè era confuso, non sapeva chi fosse e cosa dovesse fare nella vita. Eppure è diventato il più grande dei profeti e ha portato in salvo il popolo d’Israele.  Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (De 34, 10). Il roveto ardente cambia la vita di Mosè. Quell’incontro diretto con Dio mette in ordine le tessere di tutto il puzzle. Mosé capisce chi è e perché è al mondo. Ognuno di noi può mettere ordine nella propria vita quando incontra Dio. Perché tutto acquista senso e finalmente la nebbia si dirada. C’è un però. Come si accosta Mosè al roveto ardente?  Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (Es. 3, 5). Dio non è che vuole un atto di sottomissione di Mosé formale. Il significato è molto più profondo. Dio sta dicendo a Mosé: se vuoi conoscermi e conoscere te stesso levati i calzari, le tue sicurezze, i tuoi pregiudizi e ascoltami. Lasciati sorprendere! Ecco noi sposi possiamo comprendere chi siamo e la missione della nostra coppia quando ci accostiamo con questo atteggiamento a Dio. Quanti esempi anche su questo blog. C’è Ettore che ha compreso come la fedeltà ad una moglie che lo ha abbandonato sia la sua missione. Ci sono Simona ed Andrea che togliendosi i calzari si sono scoperti fecondi in mille modi diversi. La vocazione è esattamente questo. Togliersi i calzari, incontrare Dio, mettersi in ascolto, sentirsi amati personalmente e teneramente ed avere il desiderio di restituire quell’amore. Ed è quello che cerchiamo di fare noi Luisa ed Antonio, Simona ed Andrea, Ettore, padre Luca e credo anche tutti voi se avete fatto esperienza di Gesù.

Incontrare Dio cambia la vita! Coraggio togliamoci i calzari e mettiamoci in ascolto!

Antonio e Luisa

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Chi comanda affettivamente? Noi o le nostre ferite?

Ascoltando una catechesi di don Luigi Maria Epicoco sono rimasto folgorato da una frase del sacerdote. Don Luigi, riferendosi all’amore e al matrimonio, ha affermato: il matrimonio serve a disobbedire alle nostre ferite e non a lenirle, non a soddisfarle. E’ una frase bellissima perché in una riga ha sintetizzato il lavoro che noi sposi dobbiamo fare. Questa è la fatica più grande del matrimonio ma è anche il modo per liberarci sempre di più dalle nostre zavorre che ci impediscono di essere liberi di amare e di diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Quell’uomo o quella donna che avete sposato non vi è piaciuto solo perchè vi ha attratto fisicamente o perchè vi è sembrato compatibile con voi. Quella persona che avete accanto, chi più chi meno, è stata scelta anche dalle vostre ferite. Mi sono imbattuto tantissime volte in coppie di sposi dentro questa situazione dove la donna, ad esempio, aveva scelto un uomo che si comportava esattamente come il padre. Altre volte uomini che avevano scelto donne che li trattassero come dei bambini, perchè immaturi e incapaci di essere coerenti. Mi ricordo di una giovane che trovava sempre fidanzati che la sminuivano e la criticavano e lei ci stava malissimo. Ma perché li sceglieva? Perché nutrivano la sua mancanza di autostima. Le dicevano continuamente: non vai bene così come sei. Esattamente quello che lei sentiva forte dentro di sé.

Il matrimonio è l’occasione più grande che abbiamo per guarire le nostre ferite. Non le guariremo mai del tutto ma almeno riusciremo a guardarle in faccia, a conoscerle e a controllarle. La nostra libertà non è fare quello che ci passa per la testa come il mondo ci insegna, non è soddisfare ogni desiderio e seguire ogni impulso. Quello serve solo a renderci sempre più schiavi delle nostre ferite perchè spesso gli impulsi e i desideri non sono frutto di un discernimemnto su ciò che ci fa bene, ma sono spinte che nascono dalla pancia, dalla nostra parte più emotiva che è controllata dalle nostre ferite.

Quando parliamo di “ferita del cuore” dobbiamo intendere questa ferita, come una lacerazione affettiva, il cui taglio non è esternamente visibile, ma non per questo meno doloroso. Io ad esempio sono cresciuto in una famiglia anaffettiva. Non perché i miei genitori non mi amassero, ma hanno sempre dimostrato il loro amore con il servizio e mai con le carezze e con gli abbracci. Io che invece sono affamato di questi gesti ne ho sempre sofferto tanto (in modo inconsapevole sulle cause fino a quando sono andato a fondo della cosa). Mi porto ancora dietro i segni, mi è rimasta una lieve balbuzie che si aggrava nei momenti di stress o quando devo parlare in pubblico. Io ho portato le mie ferite nel matrimonio e con Luisa ero guidato da questo: desideravo continuamente che lei mi desse quello che mi è sempre mancato. Solo che poi questo si scontra con il bene suo e il bene della coppia. Me ne sono accorto nel matrimonio. Ci sono stati diversi momenti in cui ho dovuto lottare contro le mie ferite, dove il cuore e la testa hanno combattuto contro la pancia. E con il tempo sono migliorato, mi sono liberato in un certo senso e ho preso il controllo di me stesso. Non facendo tutto quello che avrei voluto fare e mi sentivo spinto a fare, ma anche dicendo dei no alle mie pulsioni per il bene di Luisa e della nostra relazione. Non è facile. Per questo da soli spesso non ce la facciamo. Non arrendiamoci. Il matrimonio è la nostra occasione ma rischiamo di fallirla se afrfrontiamo da soli questa battaglia. Affidiamoci a delle guide, che possono essere sacerdoti, ma anche amici equilibrati e che ci vogliono bene. E perché no? Anche gli psicologi (se buoni) possono aiutarci.

Coraggio! La battaglia va vinta per essere liberi di diventare quell’uomo e quella donna che siamo e anche essere liberi di donarci all’altro.

Antonio e Luisa

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Sposarsi senza convivere prima? Il matrimonio funziona di più.

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? E’ davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro ad una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti e apparsa sul  Wall Street Journal,   le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. E’ stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Per concludere. Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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Le crepe delle famiglie felici

In questi giorni tutti i maggiori media hanno ripreso un’intervista a Gabriele Muccino. Un’intervista rilasciata per promuovere la seconda stagione della serie televisiva A casa tutto bene. Si tratta della prima volta del regista alle prese con una serie tv. Ammetto di non averla vista, ma le recensioni presenti on line mi raccontano di una trama tipica che caratterizza il lavoro di Muccino. Il regista racconta sempre di famiglie piene di problemi, nevrasteniche, dove si tradisce e non ci si capisce. Insomma un dipinto non proprio attraente della famiglia italiana e della famiglia come realtà sociale. Ricordo ancora il primo film di Muccino che vidi. Si trattava de L’ultimo bacio. Era il 2001, lo vidi con Luisa, avevamo già programmato il matrimonio che celebrammo nell’estate del 2002. Quel film mi lasciò davvero un velo di tristezza. Una rappresentazione triste e povera della famiglia. Un inferno più che un paradiso.

Torniamo all’intervista! Cosa ha detto il regista? Non ho mai creduto alle famiglie felici, anche quelle perfette nascondono crepe. Su una cosa ha ragione: non esistono le famiglie perfette perchè tutte hanno delle crepe. Questo è assolutamente vero! Ma è sulla prima parte che si sbaglia. Certo sempre più spesso è come dice lui. Se tanti matrimoni falliscono significa che queste crepe alla fine hanno portato ad una frattura. Però è altrettanto vero che quelle crepe, cioè le nostre personali ferite, le nostre imperfezioni, i nostri peccati e anche le nostre differenze, possono essere invece una grande opportunità. L’opportunità più bella per fare esperienza della misericordia, dell’amore gratuito capace di perdonare.

L’ho scritto tante volte. Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Quello che rende un matrimonio perfetto è proprio la sua imperfezione, la nostra personale imperfezione di sposi. Io mi sento maggiormente amato da Luisa, non quando sono brillante e faccio o dico la cosa giusta, ma quelle volte che mi rendo conto di aver sbagliato, di averla fatta soffrire con il mio atteggiamento e le mie parole e lei non smette di amarmi. Quando io sono imperfetto e il mio modo di relazionarmi con lei è imperfetto e lei comunque è lì accanto a me e mi continua ad amare mi sento l’uomo più fortunato del mondo perchè il suo dono gratuito, e in quei casi immeritato, mi fa fare esperienza dell’amore misericordioso, l’amore di Dio.

Ecco perchè caro Muccino la debolezza di tante famiglie è anche la loro forza. Perchè in quello stress, in quelle litigate, in quel casino si può fare esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Il segreto del matrimonio? Farci piccoli!

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e l’altro che non capisce quanto sia fortunato ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccoloLa soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro. C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Attraverso le nostre ferite traspare l’oro di Dio

Quando ci sposiamo, spesso tutto ci sembra perfetto e pensiamo che niente potrebbe arrivare a rovinare quell’amore così bello, così innocente e viscerale che ci ha portati a promettere una vita per sempre insieme: effettivamente questo è l’effetto dell’innamoramento che fa vedere solo una parte di realtà, quella più bella e ideale. Tuttavia, in ogni relazione, prima o poi, si arriva a comprendere che non è proprio possibile vivere sempre sulla luna, ma è necessario fare i conti con la realtà: le fatiche quotidiane, il lavoro, le incomprensioni, le divergenze di atteggiamento, i cambiamenti di personalità dovute a molteplici esperienze e l’educazione dei figli sono solo alcuni esempi. D’altra parte è da illusi ritenere che le farfalle continueranno a volare nel nostro stomaco per tanti anni, la perfezione non è di questo mondo.

Quando avvengono momenti o periodi difficili, questo non deve però spaventarci, fa parte del gioco e anzi è proprio quello il momento in cui è possibile crescere nella relazione, cioè quando si continua a dire “sì” e a rimanere, nonostante i problemi da affrontare: è un segno di maturità, un’occasione per dare una svolta e modificare quello che non va bene. A volte accade proprio quello che non vogliamo e che ci spaventa, altre volte siamo proprio noi a creare delle ferite negli altri, involontariamente, solo perché anche noi ci portiamo delle ferite, spesso generate nella nostra famiglia di origine (per quanto i nostri genitori si siano impegnati e ci abbiano amato, hanno commesso degli errori, perché solo Dio può amare in modo perfetto). Anch’io tante volte mi sento inadeguato nell’educare le mie figlie, sono sempre in bilico tra azioni energiche e lasciar correre, poi quando agisco, mi viene da pensare che forse avrei fatto meglio a fare diversamente. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future per causa mia!

Le ferite più grandi le riceviamo proprio dalle persone che più amiamo o che abbiamo amato: oltre ai nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, le nostre storie d’amore, le persone che sono venute a mancare e ora anche nostro marito o nostra moglie. La separazione è una grande ferita, una tragedia peggiore anche di un lutto, perché il morire fa parte del ciclo vitale, si nasce, si cresce e si muore, lo sappiamo fin da piccoli, ma è molto più difficile accettare che una persona che ti ha promesso amore per tutta la vita, con la quale ti sei confidata e con la quale hai condiviso tutto, gli aspetti più intimi e l’unità fisica, ad un certo punto ti dica: “Io non ti amo più, non voglio più avere niente a che fare con te. È davvero uno tsunami, un terremoto fortissimo che ti mette in crisi e in ogni caso, cambia la tua vita.

Naturalmente questa croce è ancora più deleteria per i figli che avrebbero bisogno, per crescere correttamente, di un papà e una mamma che si vogliono bene: si creano delle ferite molto grandi. Ma in tutto questo quadro negativo c’è una bella notizia, le ferite possono essere curate. Come? In alcuni casi anche con un supporto psicologico, ma per esperienza, la psicologia aiuta, ma ha dei limiti, non può rispondere a delle domande profonde come Perché mi è successo questo? Perché soffro così tanto? Qual è il senso di quello che mi accade? Come posso perdonare? È possibile trasformare questo male in bene per me e per gli altri?. Ecco allora che entra in gioco la fede: solo con Gesù è possibile guarire delle ferite e fare in modo che le ferite si trasformino in feritoie, cioè aperture in cui passa la luce. Gesù quando è risorto, mostra tutte le ferite, perché non si possono cancellare, ma solo trasformare, anche perché sono il simbolo dell’amore immenso che ha avuto per noi.

A tale proposito esiste la tecnica del Kintsugi (“kin” (oro) e “tsugi” (riunire, riparare, ricongiungere)), una tecnica giapponese che significa letteralmente “riparare con l’oro”: consiste nel restauro di oggetti di ceramica rotti, assemblandoli con delle colature di oro. In questo modo le ceramiche rotte diventano non solo più belle, ma anche più preziose e soprattutto, uniche al mondo. Tale pratica nasce dall’idea che, dall’imperfezione e da una ferita, può nascere una forma ancora maggiore di perfezione, sia estetica che interiore: questo è molto bello, perché tutti noi ci portiamo dietro delle ferite, fanno parte della nostra vita, non devono essere nascoste; chi ci ama infatti deve prendersi carico anche delle nostre fragilità e accoglierci per quello che siamo. La ferita infatti può essere il terreno fertile in cui agisce la potenza di Dio: è lì che cominciano la vera resurrezione e la guarigione. Quando avviene questo, la coppia sperimenta cosa sia davvero morire a sé stessi e rinascere a una nuova vita, a una nuova fase di relazione ancora più salda e più bella, un livello nettamente superiore! (infatti, la ricostruzione fa diventare creature nuove).

Quando mi sono separato, in un certo senso mi sono “rotto” in tanti pezzi, ma sono stato riparato e rimesso in sesto da Dio che ha fatto colare l’olio della Sua grazia, della Sua consolazione, della Sua gioia e del Suo Amore in tutte le mie fratture: questo lo ritengo un miracolo nella mia vita e la mia rottura ha creato lo spazio per l’azione di Dio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Manca il desiderio nella coppia? La soluzione non può essere la pornografia.

Torno sul discorso pornografia. Alcuni giorni fa feci un articolo al riguardo. Un articolo che è stato molto apprezzato e condiviso. Questo mi fa molto piacere. Non tutti i commenti sono stati positivi come è normale che sia. Ognuno di noi ha delle idee e una storia che ci portano a pensare anche in modo diverso su determinate situazioni. Voglio riprendere una delle obiezioni ricevute perché mi permette di approfondire meglio il discorso.

Dipende! L’assenza di eros nella coppia è peggio, fidatevi!

Questa persona ci sta dicendo che a volte la pornografia può essere positiva se riesce a risvegliare il desiderio di avere una vita sessuale nella coppia. Sta dicendo anche un’altra cosa, forse ancora più importante: la pornografia aiuterebbe a risvegliare l’amore. Già perché l’eros nell’insegnamento morale della Chiesa è una manifestazione dell’amore. Ma stanno proprio così le cose? Facciamoci aiutare da chi queste dinamiche le ha analizzate e le ha insegnate in quella meravigliosa raccolta di catechesi che è la Teologia del Corpo. Mi riferisco naturalmente a papa Giovanni Paolo II. E poi mi direte voi se la pornografia può essere in grado di favorire davvero l’Eros. Metto in evidenza un pensiero del Santo polacco espresso nell’udienza del 5 novembre 1980.

Se ammettiamo che l’”eros” significa la forza interiore che “attira” l’uomo verso il vero, il buono e il bello, allora, nell’ambito di questo concetto si vede anche aprirsi la via verso ciò che Cristo ha voluto esprimere nel Discorso della montagna. Le parole di Matteo 5,27-28, se sono “accusa” del cuore umano, al tempo stesso sono ancor più un appello ad esso rivolto. Tale appello è la categoria propria dell’ethos della redenzione. La chiamata a ciò che è vero, buono e bello significa contemporaneamente, nell’ethos della redenzione, la necessità di vincere ciò che deriva dalla triplice concupiscenza. Significa pure la possibilità e la necessità di trasformare ciò che è stato appesantito dalla concupiscenza della carne. Inoltre, se le parole di Matteo 5,27-28 rappresentano tale chiamata allora significano che, nell’ambito erotico, l’”eros” e l’”ethos” non divergono tra di loro, non si contrappongono a vicenda, ma sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano, ed, in questo incontro, a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos, cioè di ciò che è “etico”.

Capisco che papa Giovanni Paolo II non è mai tanto semplice nelle sue analisi, anche quando si rivolge ai fedeli. E’ un fine teologo e filosofo e questo traspare nella complessità del suo pensiero. Per questo cercherò di rendere semplici e fruibili alcuni concetti chiave.

L’eros attira l’uomo verso il bello, il buono e il vero. La pornografia può mai attirare verso il bello? L’eros è una forza che spinge l’uomo (inteso come maschio e femmina) ad aprirsi all’altro. L’eros mi ha attirato verso Luisa, mi ha dato la forza di uscire dalla mia solitudine e dal mio sguardo ripiegato su me stesso, sulle mie esigenze, sulle mie emozioni, e mi ha dato la forza di volgere lo sguardo verso una alterità, una persona diversa da me. Mi ha dato la forza di voler bene a Luisa, di volere il suo bene. Anche quando facciamo l’amore per me è importante che stia bene lei, che si senta amata lei, che riceva i gesti da parte mia che più le piacciono, che la facciano sentire preziosa e al centro delle mie attenzioni. La pornografia può permettere questo tipo di relazione? Oppure la pornografia conduce l’uomo a ripiegarsi sulle sue fantasie e ad usare l’altro come strumento per metterle in atto?

Eros e Ethos si incontrano nell’amore vero. Giovanni Paolo II dice un’altra cosa importante. L’ethos non è contro l’eros. Al contrario l’ethos permette di realizzare l’eros in modo pieno. Cosa significa? L’ethos non è altro che la nostra responsabilità di agire secondo la nostra coscienza e la legge naturale universale. L’ethos è reso concreto dalla morale cattolica, cioè da tutte quelle regole e norme che ci sembrano tanto frustranti. In realtà il Papa ci dice che se vogliamo fare esperienza di un amore pieno ed autentico anche nel corpo dobbiamo cercare di viverlo in modo pienamente umano ed ecologico. Quelle regoline ci permettono di fare l’amore davvero. Ci permettono di vivere la nostra sessualità di maschio e di femmina in modo di riuscire a realizzare quello che siamo: una sola carne. Ci permettono di essere sempre più uno nell’altra e insieme uno nell’amore. La pornografia può permettere questo?

L’assenza di eros è peggio. Torniamo ora sull’affermazione della lettrice. Ha ragione quando scrive che l’assenza di eros (intende credo desiderio sessuale) sia un grave problema della coppia. Ma la soluzione non può essere nella pornografia. La pornografia stimola risposte basiche a livello pulsionale. E’ una falsa soluzione che aggrava solo la situazione allontanando sempre di più la coppia. Se non si crea comunione neanche durante il rapporto sessuale, è davvero grave. Se la persona c’è col corpo ma è distante presa dalle sue fantasie, con chi si sta unendo? La soluzione è un’altra. La soluzione si trova nella relazione. Incominciate a prendervi cura di voi, a prendervi del tempo, a corteggiarvi, a mettere l’altro al centro di attenzioni e di cura e vedrete che il desiderio tornerà, il desiderio buono, quello che spinge alla comunione, ad una comunione che esiste nei cuori e che si vuole concretizzare nel corpo.

Antonio e Luisa

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