Non fare nostro ma fare posto

Qual è la grandezza di Dio?  Dio è grande in tutto, ma lo è soprattutto quando si fa piccolo. La Sua grandezza verso noi uomini si concretizza soprattutto nel Suo farsi piccolo. Quando Dio crea, dice un detto ebraico poco conosciuto, si ritrae, si contrae per poter dare la vita, per non essere tutto solo Lui. Dalla sua contrazione nasce l’Universo, nasce il Mondo e nasciamo anche noi, nasce l’uomo, che del Creato è il vertice. La grandezza di Dio, quindi, non consiste nel travolgerci con la sua grandezza, ma nella Sua capacità di non farlo, di farsi piccolo per essere accolto da noi. Dio si è autolimitato per permettere una relazione possibile tra noi e Lui. Perchè la desidera. Perchè Lui è amore e vive di questa relazione tra le tre Persone Divine.

Ci ama così tanto da essersi fatto uomo, come noi, per poterci abbracciare, sorridere, guardare attraverso il Suo corpo e alla fine donare tutto di sè, sempre attraverso il Suo corpo. Il nostro Dio è vero perchè nessun uomo avrebbe potuto inventarsi un Dio così, nessuno avrebbe potuto avere l’ardire di immaginarsi un Dio così. Per questo non può che essere vero. Arriviamo a noi. Al nostro matrimonio. Cosa ci insegna questa introduzione? La nostra relazione è sacra perchè è immagine della relazione divina. E’ immagine di Dio. Semplicemente quindi dobbiamo cercare di acquisire lo stile di Gesù nell’amare il nostro sposo o la nostra sposa. Dobbiamo essere  capaci di farci piccoli per far emergere l’altro, per aiutare l’altro a sviluppare tutta la sua umanità, il suo essere uomo o il suo essere donna. Come disse sapientemente Papa Francesco nel 2017:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità. Questo si chiama crescere insieme. Ma questo non viene dall’aria, viene dalle vostre mani, dai vostri atteggiamenti, fate in modo che l’altro cresca, lavorate per questo. 

Spesso siamo portati a fagocitare l’altro, a farlo a nostra immagine, plasmarlo come piace a noi. Vogliamo decidere non solo per la famiglia ma anche per lui/lei. Così facendo ci sembra di prenderci cura e di amare. Non è così. Non è questo il modo di fare di Dio. Dio non ci vuole forzare a nulla. E’ importante comprendere questo per capire finalmente che la nostra sposa è bellissima e merita di avere accanto uno sposo che riconosce in lei una bellezza diversa dalla sua. E’ importante che uno sposo abbia accanto una sposa che desideri amarlo per quello che è senza castrare la sua diversità e la sua virilità. Ciò non significa che tutto vada bene, ognuno di noi ha difetti e atteggiamenti da cambiare. Significa non forzare l’altro ad essere come noi vogliamo, ma provocare in lui/lei il desiderio di cambiare per restituirci l’amore gratuito che noi offriamo senza pretendere nulla da lui/lei. Non per forza ma per amore. L’amore non è fare nostro ma fare posto in noi.

Questo è il modo di Dio e questo è ciò che dobbiamo cercare di replicare nella nostra vita. Da soli è quasi impossibile, con la Grazia di Dio possiamo e dobbiamo farcela. Ne va della nostra gioia e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Un’immagine non sempre visibile

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità.

Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio? Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo.

Diamo per vero che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no. Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile.

Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma. Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita.

Diceva don Dino, un sacerdote che ci ha insegnato tanto: solo con la Grazia o solo con la volontà non si fa molto, con Grazia e volontà si può fare tutto.

Antonio e Luisa

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Intimità e gravidanza. Un’esperienza bella e delicata.

Ciao! Vi seguo da diverso tempo e vi sono molto grata per la testimonianza che date e gli spunti continui che offrite. Per me e mio marito è stato molto importante leggervi, soprattutto sulle tematiche inerenti la sessualità, perché è raro il vostro modo chiaro e diretto di trattare argomenti delicati. Ho una domanda da farvi in merito. Sono al 5° mese di gravidanza e stiamo incontrando alcune difficoltà nell’unione fisica, un po’ per il pancione, ma soprattutto perché i rapporti molto spesso durano appena il tempo della penetrazione, cosa che prima era successa solo raramente. Dalle sensazioni che riferisce mio marito, mi viene da chiedervi se ci sono, oltre agli aspetti più psicologici dell’uomo, dei cambiamenti fisici nel corpo della donna che potrebbero causare questo (tipo modificazioni nelle dimensioni o nella posizione della vagina). Inoltre vi chiedo un consiglio, anche pratico, su come affrontare la situazione in questa fase delicata. Grazie per il tempo che potrete dedicarmi.
Un caro saluto e un ricordo nella preghiera,

Abbiamo pensato fosse utile condividere i nostri pensieri su un argomento interessante e che molti di noi si sono trovati ad affrontare o affronteranno nel corso della vita di coppia. Sappiamo bene come l’arrivo di un figlio sia un momento molto delicato per gli equilibri della coppia. Lo è in modo molto evidente dopo la nascita, quando la presenza di quell’esserino rischia di monopolizzare tutte le attenzioni dei due genitori, in particolare della mamma. Ci sono quindi degli equilibri da ritrovare nel dialogo d’amore tra i due sposi. Guai a sentirsi solo genitori e non più coppia. Non è questo però l’argomento della richiesta e di questo articolo.

Anche durante i mesi dell’attesa, dove il corpo della donna continua a subire cambiamenti evidenti e dove l’assetto ormonale non favorisce il desiderio, si possono presentare delle insidie. Il rapporto di coppia può subire delle crisi più o meno gravi. Anche fare l’amore può diventare un problema quando magari prima non lo era.

Solitamente chi trova maggiori difficoltà è la donna. Come abbiamo già accennato gli ormoni non aiutano in quel periodo il desiderio. Non solo. Si possono aggiungere sensazioni ed emozioni che complicano il quadro. La donna si trova con un corpo che muta velocemente e che in alcuni casi non la fa sentire più bella e attraente per il suo uomo. Altre volte si può aggiungere il timore di fare del male al bimbo che porta il grembo.

Nel caso raccontato nella mail invece il problema nasce dall’uomo. Lei sembra affrontare più serenamente il tutto. A volte può succedere. Non ci si pensa mai abbastanza ma anche il marito si trova ad affrontare un momento molto delicato. Certo in modo meno diretto e corporale, ma da un punto di vista psicologico comunque molto coinvolgente e, per alcuni, destabilizzante.

Crediamo di poter affermare che in questo caso tutto nasca dalla testa. Che non ci siano cause fisiologiche o dovute a modificazione degli organi sessuali femminili. Almeno non in modo diretto. Intendiamo dire che la donna cambia molto durante la gravidanza. A differenza di quanto la stessa donna crede ciò non la rende meno attraente agli occhi del marito. Nella stragrande maggioranza dei casi una donna in attesa appare al suo amato ancora più bella. Appare nel pieno della sua femminilità e questo può comportare un maggior coinvolgimento emotivo e sessuale da parte maschile. Le appare così bella che non riesce a resistere.

Altre volte anche il marito psicologicamente si trova a disagio. Crede di poter far del male al piccolo nel grembo materno. Spesso ci sono delle convinzioni errate radicate in noi che non ci permetto di vivere bene un periodo che invece può essere molto bello.

Cosa ci sentiamo di consigliare? Dovete trovare serenità e complicità.

Serenità perchè il bambino non corre alcun pericolo (se non ci sono problemi e complicazioni di altro tipo). L’utero materno è separato dalla vagina e non c’è quindi nessuna possibilità di procurare danni al feto durante il rapporto. Certo bisogna essere delicati e scegliere posizioni che non schiaccino troppo la pancia. Non solo: ci sono studi che dimostrano che il bambino nel grembo vive un momento di grande benessere quando i due genitori fanno l’amore e lui si sente al centro di quella comunione corporea e spirituale tanto profonda.

Cercate complicità. Parlate tanto tra di voi. Raccontatevi le vostre sensazioni, le vostre emozioni, le vostre paure. Con la certezza di trovare nell’altro comprensione e sostegno. Vivete il rapporto nella tenerezza. Vivete tanti gesti di tenerezza anche al di fuori dell’amplesso. Questo è importante per sopperire al calo del desiderio ormonale. Facciamo l’amore perchè ci vogliamo così bene che desideriamo essere uno anche quando gli ormoni ci terrebbero lontani.

Per quanto riguarda l’amplesso cercate di averne e viveteli nel dono reciproco. Non importa tecnicamente che escano perfettamente, conta l’amore e la comunione che riuscite a generare in voi e tra voi. Se il momento della penetrazione dura troppo poco perfezionate il prima, i preliminari, concentrando le attenzioni sul corpo della donna. Lui non ne ha bisogno. Soprattutto in questo caso. Prediligete una posizione che sia comoda e vi faccia sentire tranquilli. Quella di mettirsi di fianco uno di fronte all’altro è perfetta. E se nonostante questo lei non riesce ancora a sentire nulla ricordiamo che è lecito continuare con la stimolazione in altro modo. Non solo è moralmente lecito ma umanamente giusto.

Un padre domenicano vissuto a cavallo tra 1800 e 1900, tale Benedictus Merkelbach, professore di morale all’università cattolica di Lovanio (Belgio) in uno dei suoi tanti testi ebbe a scrivere: la moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte.

Questo è il nostro consiglio. Ricordate: serenità e complicità!

Luisa e Antonio

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Siamo uomini: oltre il testosterone c’è di più.

Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. L’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo: ‘Sono diventato una signorina’

Achille Lauro

Ho letto per caso, scorrendo sui social, questa affermazione di uno dei cantanti del momento. Achille Lauro ripete il mantra del pensiero che ultimamante va per la maggiore, almeno in occidente: maschio è brutto mentre femmina è bello. Maschio è un concetto patriarcale e sorpassato. Uno stereotipo tossico. L’uomo per essere davvero amico della donna e accettabile socialmente deve smettere di essere maschio e fare proprie tutte quelle prerogative più femminili. Ha davvero ragione il buon e furbo Achille Lauro? (si furbo perchè io maliziosamente ho la convinzione che stia sapientemente cavalcando l’onda)

Ha ragione su alcune premesse. Spesso il maschio ha uno sguardo verso la donna poco rispettoso della persona. Uno sguardo oggettivante. Ne fa cioè sovente un oggetto da usare. D’altronde è qualcosa che c’è da sempre. San Giovanni Paolo II lo classifica come frutto velenoso del peccato originale commentando il versetto Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

La soluzione è quindi quella di trasformarci in un surrogato femminile come propone l’artista? Certamente no. La risposta corretta va in direzione completamente opposta. La soluzione è trasformarci si, ma da maschio ad uomo. Essere pienamente uomo, per noi cristiani di sesso maschile, significa fare nostri gli atteggiamenti e il modo di relazionarsi di Cristo. Cristo che è vero Dio ma non per questo meno uomo. Uomo pienamente maschio.

Cosa significa concretamente? Significa che dobbiamo crescere ed educarci a diventare ciò per cui siamo stati creati. Lo abbiamo scritto dentro. Il nostro corpo parla. Prendiamo qualcosa che abbiamo solo noi. Qualcosa che nel micromondo del nostro corpo può raccontare tanto di come siamo fatti. Mi riferisco agli spermatozoi. Ho trovato una spiegazione meravigliosa nel libro di Tommaso e Giulia Il cielo nel tuo corpo. Gli spermatozoi sono immagine di grande forza e vitalità. Sono immagine di virilità. Appena lanciati alla carica non si fermano, sono in competizione l’uno con l’altro. E’ una vera guerra. Vincerà solo uno. Devono affrontare, oltretutto, un viaggio breve ma pieno di insidie (la vagina è un ambiente acido per non parlare del sistema immunitario della donna). Alcuni ce la fanno, arrivano alla meta, lì dove c’è l’ovulo femminile ad attenderli. Cosa fanno? Attaccano come gli indiani a Little Big Horne? No, succede qualcosa di inaspettato. Tutta la loro aggressività si spegne. Inizia qualcosa di diverso. Inizia un dialogo d’amore (rende bene l’idea) tra uomo e donna. Tra gamete femminile e gameti maschili. Gli spermatozoi non cercano di ottenere con la forza l’accesso nella cellula uovo, ma attendono con umile pazienza che sia la donna a scegliere chi far entrare in lei.

Quando l’uomo è capace di gestire la sua forza al servizio della donna e della vita ecco il miracolo, ecco che comincia ad essere ciò che è. Una creatura meravigliosa capace di dare la vita esattamente come può fare lo spermatozoo. Ecco che la sua aggressività tanto disprezzata dalla nostra società prende una nuova forma e una funzione profondamente buona e positiva. L’aggressività controllata e incanalata diventa generatività.

Quindi non vergogniamoci perchè siamo uomini. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

Ha ragione quindi Achille Lauro quando mette in evidenza le contraddizioni del maschio. Ciò che non funziona non è però il troppo testosterone, come dice lui, ma l’immaturità di tanti maschi che non crescono e non diventano uomini. Come crisalidi che non mutano in farfalle. Il matrimonio in questo percorso è uno dei passaggi fondamentali. Almeno per me lo è stato. Luisa mi ha sposato che ero molto maschio e poco uomo. Con il tempo, con gli errori, con l’amore, con il sostegno reciproco e con la Grazia del sacramento giorno dopo giorno sono cresciuto e se oggi sono una persona migliore, un po’ meno maschio e un po’ più uomo è proprio grazie alla palestra che è e che è stata il nostro matrimonio. Papa Francesco esprime questa dinamica di perfezionamento reciproco molto bene:

Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal modo di amarvi. 

Antonio

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La compagnia del cigno: intrattenimento o indottrinamento?

Terza e ultima puntata sulla Compagnia del Cigno (cliccate per leggere le altre già pubblicate prima seconda), che dà un notevole rilievo all’omosessualità o, meglio, alla sua normalizzazione. Tra l’altro, nel 2020 la serie televisiva è stata tra i vincitori del Diversity Media Awards. Nati come riconoscimento per la rappresentazione nei media di persone e temi LGBTQ+, i Diversity Media Awards hanno allargato l’attenzione alla rappresentazione della diversità nelle aree genere e identità di genere, orientamento sessuale ed affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità.

Ma torniamo alla Compagnia del Cigno: Matteo, che è marchigiano, viene ospitato a Milano dallo zio Daniele, un omosessuale dichiarato. È una bella persona, forse il personaggio migliore, dopo il maestro Marioni. Daniele cerca l’amore vero, fedele, duraturo e con rassegnazione si adatta all’ambiente gay di Milano, dove, dice lui, il tradimento è molto diffuso. Un giorno in un appartamento del condominio in cui abita, arriva un bel ragazzo simpatico, che a Daniele piace subito, ma immediatamente dietro di lui sbuca una bella ragazza. Il povero Daniele ripiomba nello sconforto, ma ben presto scopre che il bel ragazzo, anche lui di nome Daniele, è omosessuale, mentre la bella ragazza è un transessuale (nella realtà, la bella ragazza è davvero una ragazza, l’attrice Pina Turco). I due Daniele si mettono insieme e l’amore trionfa, anche quello fisico. Infatti, i due appaiono diverse volte a letto a torso nudo. Mi sembra che sia la prima volta che una serie televisiva in prima serata su Rai 1 mostri immagini che alludono a un rapporto sessuale tra due uomini. Il tutto è molto naturale, per nulla trasgressivo, normale. La serie televisiva presenta i due Danieli per niente effemminati, mentre lo sono il precedente fidanzato dello zio Daniele e i suoi amici snob. Daniele 2 (l’attore Michele Rosiello), in particolare, è decisamente virile, affascinante anche per il pubblico femminile.

Attualmente, anche la normalizzazione delle unioni civili è ormai acclarata. Se vi ricordate, nel 2013, la riconosceva anche Barilla: Il matrimonio omosessuale lo rispetto perché riguarda due persone che vogliono contrarre il matrimonio, invece non rispetto l’adozione delle famiglie gay perché riguarda una persona che non è quella che decide. Per queste affermazioni Barilla subì il boicottaggio e fu costretto a fare marcia indietro. Attualmente, infatti, gli italiani hanno accettato omosessualità e unioni civili, ma faticano ancora ad approvare l’adozione di bambini e ragazzi da parte di omosessuali, perché ci tengono ancora tanto alla coppia mamma-papà. La Compagnia del Cigno, nella seconda stagione, spinge con decisione su questo aspetto. Daniele 2, infatti, vorrebbe diventare genitore affidatario semplicemente “per aiutare un ragazzo o una ragazza a crescere”. L’assistente sociale va a casa loro per spiegare (soprattutto al pubblico di Rai 1) che la legge non permette a due uomini di diventare genitori affidatari in quanto coppia, ma lo permette a un single (etero oppure omo).

Ad un certo punto, Daniele 2 va in tribunale per un eventuale affidamento e lo zio Daniele lo aspetta in strada. Qui c’è un altro uomo che, per lo stesso motivo, ha accompagnato la sorella. Vale la pena di leggere il dialogo tra i due:

Sconosciuto: Il giudice! È tutto in mano al giudice, è molto importante come la pensa sulle cose importanti. Li danno anche agli omosessuali. Personalmente, non ho niente contro di loro… Adesso ce li ritroviamo anche come genitori affidatari. Mi sembra troppo. Personalmente, lontano dai ragazzi, lontano dai nostri figli, no?

Daniele (dopo aver cercato di trattenersi): Senta, lì dentro non c’è la mia ragazza, c’è uno di quegli omosessuali, quelli che devono stare lontano dai ragazzi, dai suoi figli. Io sono il suo compagno e sono stanco di sentire certi discorsi, stanco perfino di doverglielo dire che abbiamo tutti gli stessi diritti, che non esistono cittadini di serie A e di serie B. Io non ne posso più di gente ignorante come lei!

Sconosciuto (arrabbiato): Stia attento a come parla e abbassi la voce!

Daniele (esasperato): No! Sono stanco di abbassare la voce! Siete passati voi, voi retrogradi, voi intolleranti, voi omofobi! Siete pieni di pregiudizi, vi dovete vergognare!

Sconosciuto (molto arrabbiato): Continua! Basta solo una parola…

Daniele (provocatorio): Cosa? Mi vuole picchiare? Avanti! Mi picchi! ‘Sto coglione…

La scena immediatamente dopo mostra lo zio Daniele a casa: è stato picchiato dallo sconosciuto e ora viene medicato da Daniele 2. Lo zio Daniele si giustifica così: Non ne posso più di essere offeso, la gente parla senza pensare a quelli che hanno davanti, pensano di poter dire tutto quello che gli passa per la testa! Un ottimo spot a favore del ddl Zan (contro la omo-transfobia), che infatti minaccia sanzioni per chi osa dire ciò che gli passa per la testa, per esempio, che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma per crescere. A mio parere, l’intento manifesto di questa serie TV è proprio quello di educare gli italiani, di portarli a pensare che la coppia mamma-papà non sia poi così necessaria. Alla fine, Daniele 2 diventa genitore affidatario di un ragazzo, di cui si vede solo un’immagine fuggevole. E la bisessualità? C’è anche quella. Robbo è deluso dalla figlia del compagno della madre, perché ha scoperto di non essere l’unico con cui lei va a letto. Lui decide di perdonarla e va verso la camera di lei, ma aprendo la porta, la vede che sta baciando una ragazza. Per niente turbate, le due fanciulle lo invitano a unirsi a loro, ammiccando. Lui batte in ritirata… Forse il poliamor è troppo anche per gli italiani! Concludendo, mai come in questo periodo storico, la televisione dimostra di essere, più che un mezzo di intrattenimento, un mezzo educativo per grandi e piccoli. Attenzione!

Luisa

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L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Quell’amore che non è amore

L’amore è più autentico quando è più espressione del sentimento o della volontà? Attenzione non dico assolutamente che il sentimento e la passione non siano importanti. Chiedo se l’amore è maggiormente visibile e sperimentabile quando è frutto della passione o quando è conseguente a un esercizio di volontà.

Viviamo in una società che ci insegna che l’amore è tale solo quando è spontaneo. Solo quando è spinto da una passione che non riusciamo a governare. Ma è davvero questo l’amore? L’amore cristiano almeno? Oppure c’è un fraintendimento molto pericoloso che è alla base di tanti disastri e di tanti fallimenti matrimoniali?

L’amore cosa è? E’, detto in parole molto semplici, volere il bene dell’altro/a, donarsi per il bene dell’altro e rendersi accoglienti per il bene dell’altro. Mettere il bene dell’altro/a al centro dei nostri pensieri e del nostro agire. La passione e il sentimento chi ci inducono a mettere al centro? L’altro/a? No! Al centro della passione e del sentimento ci sono io. C’è quello che sento, quello che desidero, quello di cui ho bisogno. L’altro diventa mezzo per soddisfare ciò che sento e che voglio. E’ amore questo? Forse si. Forse, però, anche no. Non serve amare per questo. Non è necessario darsi, basta prendere, usare e gettare. Questo è l’amore dei nostri tempi. Quello di trasmissioni cult come Uomini e donne o Temptation island, quello delle farfalle allo stomaco per eterni ragazzini che non crescono e che credono che prendersi delle responsabilità sia poco cool. Quello che conta, come si usa dire adesso, è vivere l’altra persona. Cioè usarla. Dicono voglio viverti, ma intendono voglio consumarti. Come un prodotto. Esattamente come un prodotto. Ciò che è più triste è che questo modo di approcciarsi alle relazioni affettive sta diventando normale nella vita di tutti i giorni.

Se questo atteggiamento diventa modalità abituale, sarà normale gettare chi non serve più quando il sentimento per lui/lei non sarà più così forte. Non ti amo più! Non sento più niente! Capite che così non funziona. Si deve allora fare finta? No, non si deve fare finta. Si deve amare. Dice Marco Scarmagnani nel suo ultimo libro Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse: tra la spontaneità e la falsità c’è una terra di mezzo che si chiama impegno. L’amore non è un sentimento. Il sentimento è ciò che ci spinge ad amare, ma poi, l’amore vero non può finire, semplicemente perchè è una scelta. Una scelta che, come sposo, rinnovo ogni giorno. Ogni giorno decido con tutta la mia volontà, con tutto il mio corpo e con tutta la mia anima di amare la mia sposa. Sempre, quando sarò sostenuto dalla passione e dal sentimento e quando sarò più arido e distante. Quando sarà facile e quando non lo sarà. Non sempre riuscirò, spesso sbaglierò, non importa. Ce la metterò tutta perchè solo così darò senso alla mia vita e alla mia promessa matrimoniale, cioè alla mia vocazione. Solo così i momenti difficili ed aridi non saranno infecondi, ma al contrario prepareranno il terreno affinchè la passione e il sentimento possano tornare più forti di prima. Vi assicuro che tornano.

Essere spontanei non è una qualità che rende un matrimonio felice. Lo rende solo precario. Ciò che rende un matrimonio santo è la sua autenticità. La mia fedeltà alla promessa di mettere il bene dell’altro/a sopra ogni altra cosa, anche sopra i miei sentimenti. Gesù non ci ha dimostrato il suo amore con una serenata. Lo ha fatto in croce. Lo ha fatto morendo per far vivere noi.  Come disse Papa Francesco: rivolgiamo lo sguardo del nostro cuore a Gesù Crocifisso e sentiamo dentro di noi che Dio ci ama, ci ama davvero, e ci ama così tanto! Ecco l’espressione più semplice che riassume tutto il Vangelo, tutta la fede, tutta la teologia: Dio ci ama di amore gratuito e sconfinato.

Ora amate vostro marito o vostra moglie. Vi viene facile perché sorretti dalla passione? Ringraziate Dio e godetene. Vi costa fatica? Amatelo/a comunque e affidate questa fatica a Dio. Solo Lui può trasformarla in amore che salva.

Antonio e Luisa

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Il peccato è accontentarsi

Oggi vorremmo rispondere pubblicamente ad una mail. L’argomento è già stato affrontato da parte nostra in altri articoli. Lo abbiamo affrontato anche nei nostri libri eppure è sempre uno dei più attuali e richiesti. Vi condividiamo uno stralcio della mail ricevuta.

Volevo porvi una domanda ed avevo paura che scrivendo sulla pagina fosse pubblico. Io e mio marito siamo sposati da un anno e abbiamo una bellissima bambina di tre mesi appena compiuti, abbiamo vissuto il nostro cammino da fidanzati in maniera pura e ci siamo sforzati di vivere la castità; con la nascita della nostra bimba sono cambiate tantissime cose e ultimamente io sono entrata un po’ in crisi per alcuni aspetti che coinvolgono la sfera sessuale.. È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza.. Spero di essere stata chiara e che possiate consigliarmi, grazie infinite per tutto vi auguro una santa giornata.

Vorremmo focalizzarci su alcuni punti. Non per dare una ricetta ma semplicemente un consiglio. Una prospettiva diversa in modo da permettere a voi di discernere meglio. La decisione resta vostra e solo vostra. Nessuno può dirvi cosa fare e come farlo.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Quando abbiamo letto questa domanda abbiamo percepito che forse c’è un’idea sbagliata di fondo. E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, ad un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi, se desideriamo essere dei buoni sudditi, dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Ci sentiamo però di mettere in guardia. Attenzione: l’uso degli anticoncezionali alla lunga impoverisce non solo l’intimità ma anche la relazione. Lo possiamo dire per esperienza diretta. Per un periodo ne abbiamo fatto uso.

Ho paura di vivere in peccato perenne ma allo stesso tempo non sono pronta per una nuova gravidanza. Leggendo quindi tra le righe hai paura. La paura più grande non è quella di vivere in peccato ma quella di restare nuovmente incinta. Qui il nostro consiglio è molto più concreto. Cerca di comprendere da dove nasce la tua paura. Hai consapevolezza del tuo corpo, di come funziona, del ciclo? Conosci i metodi naturali? Sei sposata da poco e magari non ne hai avuto il tempo. Uno dei consigli che ci è stato dato e che noi, a nostra volta diamo, è quello di conoscere i metodi naturali durante il fidanzamento. Non è mai troppo tardi comunque. Certo ora c’è una gravidanza finita da poco, l’allattamento poi lo svezzamento ed è tutto più difficile però non smettete di puntare al massimo. Magari adesso non ve la sentite di abbandonarvi completamente ai metodi naturali e decidete di proseguire con il preservativo ma non precludetevi questa scelta per il futuro. Vi assicuriamo che non è la stessa cosa. Vivere il rapporto sessuale castamente ha tutta un’altra ricchezza e anche tutto un altro piacere che nasce proprio dalla profonda unione.

Speriamo di avervi dato una prospettiva un po’ diversa. Vi salutiamo con affetto e vi auguriamo di vivere anche nella carne un matrimonio pieno, bello e autentico.

Antonio e Luisa

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Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse

E’ da poco uscito il nuovo libro di Marco Scarmagnani Crisi di coppia. Come uscirne in 10 mosse. Ne approfittiamo per incontrare Marco per fargli alcune domande su questo nuovo suo lavoro.

Ciao Marco, per cominciare raccontaci qualcosa di te. Chi sei? Di cosa ti occupi?

Grazie Antonio. Sono Marco Scarmagnani. Sono veronese e mi occupo di coppia. Sono consulente di coppia da una ventina di anni. Oltre a fare il consulente in studio, scrivo. Sono sposato da venticinque anni e mia moglie mi aiuta a ricordare che devo occuparmi anche della mia coppia. C’è un collegamento tra quanto faccio professionalmente e quella che è la mia vita.

Hai scritto un nuovo libro per aiutare le coppie nel difficile compito di costruire un matrimonio e una famiglia duraturi e magari anche felici. Quanto di questo libro è frutto dei tuoi studi e quanto invece è frutto della tua esperienza? In altre parole: quanto è importante la tua esperienza, ormai ventennale, per comprendere alcune dinamiche comuni a tutte le coppie?

Questo libro, dei quattro che ho scritto finora, è quello meno riflettuto teoricamente. E’ tutto frutto di esperienza. Mi sono messo proprio a pensare quali fossero i motivi che portano le coppie a rivolgersi a me. Poi, certamente, gli studi servono per sistematizzare e mettere ordine, ma è tutto frutto di esperienza.

Questo libro è naturalmente rivolto a quelle coppie che credono di avere un problema e desiderano ricercare una soluzione, o almeno iniziare un percorso. Ma è rivolto solo a loro oppure possono trovarlo utile tutte le coppie?

Nella mia idea tutte le coppie sono in crisi. Tutte le coppie hanno piccoli o grandi problemi. E’ sbagliato considerare la coppia in crisi solo quando viene messa in discussione la tenuta stessa del matrimonio. La crisi è quel lavorio continuo che necessitano due persone che sono sostanzialmente differenti per riequilibrare la relazione. Le crisi ci sono sempre perchè c’è sempre da trovare un allineamento, un’alleanza. Questo lavoro può essere un percorso semplice che si svolge nella quotidianità della vita oppure più complesso e in questo caso si passa attraverso conflitti, musi lunghi e litigate. Oppure, nei casi più difficili, può servire anche un trattamento specifico. La crisi in senso lato c’è sempre perchè non è possibile che una coppia sia statica ma muta continuamente. Ed è giusto così. Se conosci una coppia che resta sempre uguale fammelo sapere perchè va studiata.

Se tu dovessi scegliere una causa di sofferenza e divisione tra tutte quelle che hai indicato come la più comune quale sceglieresti?

Prima di rispondere ho dovuto pensarci un attimo. Quella che ti direi, che è un po’ originale, è la sopravvalutazione del dialogo. Uno dei capitoli si intitola Dialogate di meno e comunicate di più. Spesso nella coppia il dialogo diventa un mero scambio cognitivo. Si cerca di mettersi d’accordo tecnicamente. La relazione matrimoniale è una relazione soprattutto affettiva ed esistenziale. Noi abbiamo bisogno davvero di essere colti in profondità dall’altro. Abbiamo bisogno di sentirci capiti. Abbiamo bisogno almeno di metterci davanti l’un l’altro a mente aperta. A cuore aperto. Abbiamo bisogno di essere ascoltati e non tanto di avere ragione. Dobbiamo cercare di arrivare ad un dialogo che vada un po’ più in profondità. Con lo sguardo, guardandoci negli occhi, toccandoci, una carezza. Ragazzi! Anche io vivo in coppia e so benissimo che non sempre è così, ma avere una direzione verso cui andare ci può aiutare. Ci saranno discussioni sterili o dialoghi dove crediamo di sapere già cosa l’altro vuole dirci. Però ricordiamoci che siamo di fronte al nostro coniuge che è sacro per noi. Quindi ascoltiamolo con apertura di cuore, di mente e di spirito.

Parliamo ora di sessualità. Come sai è il tema che più trattiamo nel nostro blog e nei nostri libri, quindi ci interessa in modo particolare. Perché secondo te è un problema? Perché si sottovaluta spesso questo ambito come se non fosse molto importante? Soprattutto in una società erotizzata come la nostra.

Diciamo che ci sono due linee di tendenza. La prima è che a volte c’è un tacito accordo tra i coniugi di non affrontare l’argomento sesso. E’ un argomento scottante ed è facile che si creino delle forti incomprensioni e disagi. Ciò significa a volte anche astenersi. Capisco che in prima battuta la coppia che si astiene dai rapporti lo fa per evitare problemi. Quante discussioni sulla frequenza, sulla modalità, su come dovrebbe essere ecc. ecc. Si cerca quindi di evitare. Capisci però che è un problema. E’ come quando hai una malattia e non la curi. Perchè allontanarsi sessualmente comporta un allontanarsi anche fisico ed emotivo. Smettere di fare l’amore comporta smettere anche altre attenzioni, come può essere il bacetto la mattina prima di uscire, oppure toccarsi quando si passa vicini. Questa tendenza va invertita e non è difficilissimo. E’ più difficile pensarci che farlo. Basta entrare nell’ottica di darsi uno spazio. Se non ci sono altri problemi il riavvicinamento avviene perchè i nostri corpi hanno bisogno di stare vicini. La seconda riflessione mi porta a prendere atto che c’è una ipervalutazione della sessualità nella nostra società. Ciò può indurre ad avere determinate aspettative. Che tutto sia perfetto. Che tutto sia scoppientante, fuochi d’artificio. Come ci viene presentato dai media e dalla pubblicità. Giustamente fanno il loro interesse: mostrano il mondo come se fosse tutto Disneyland. Ci sono aspettative che rischiano di crollare quando ti trovi ad avere a che fare con una persona reale, in una vita reale, con lavoro-famiglia-figli. C’è un eccessivo peso attribuito sul come dovrebbe essere. Da qui una serie di frustrazioni: non funziona, non è andata bene, non è come mi aspettavo. Questo modo di pensare appartiene più ad un’olimpiade. La sessualità non è solo prestazione. Sulla sessualità siamo modellati ad usare un linguaggio di performance che non fa bene perchè scoraggia.

Spesso c’è un grande fraintendimento. Si crede che l’amore e i gesti dell’amore debbano essere spontanei e non dobbiamo imporci di fare qualcosa che non sentiamo. Altrimenti sarebbe un gesto falso. Tu lo spieghi molto bene. Ora senza dire troppo di quanto hai scritto nel libro regalaci uno spunto su questo argomento.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. E’ un paradosso perchè noi non facciamo tutto quello che ci pare. Se una persona mi sta antipatica non vado a dirglielo o se mi viene voglia di dare un pugno non lo faccio. Grazie a Dio non faccio tutto quello che voglio. Metto in atto una serie di filtri e di controlli. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Metto in atto delle azioni perchè so che sono giuste e sono coerenti con la vita che ho scelto. Mi capita, in studio, di dare delle piccole indicazioni di inversione di rotta ad una coppia. Spesso mi sento rispondere: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Credo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La metafora che più mi viene è con il lavoro. Io sono appassionato del mio lavoro, non significa che lavoro sempre spontaneamente. Anche nel lavoro io mi sforzo e mi impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non ho voglia di alzarmi. Mi alzo comunque e faccio un sorriso ai miei clienti. Ciò non significa che io sia falso, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la mia qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non so perchè per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa mi arrabbio anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non me la sento, se io faccio una cosa buona, facendolo non perchè mi sento uno sfigato ma perchè ho scelto un cammino e cerco di essere coerente, questo mi farà sicuramente bene.

Concludo l’intervista chiedendoti cosa credi che questo libro abbia di diverso rispetto ai tanti che già esistono. Perché dovremmo comprarlo e leggerlo?

Intanto è corto! E’ fatto a step quindi un lettore può leggere anche saltando argomenti e pagine. E’ poi semplice e pratico. Credo che, anzi sono sicuro, che nella sua semplicità, nel suo dare indicazioni concrete, tutto è comunque riportato ad un disegno coerente e complessivo di ciò che è la relazione di coppia. Relazione fatta di passione, intimità, impegno, per sempre, dedizione.

Grazie Marco per il bel dialogo e non mi resta che consigliare la lettura di questo libro che credo possa aiutare a capirsi maggiormente tutte le coppie.

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La compagnia del cigno: temi grandi risposte piccole

Eccomi di nuovo a commentare la serie televisiva “La Compagnia del Cigno”. Perchè perdere tanto tempo ad analizzare una fiction TV? Me l’avete chiesto in tanti. Semplicemente perchè i nostri ragazzi si nutrono di queste cose e le serie TV sono, in certo senso, lo specchio della nostra società. Possiamo davvero comprendere tanto. Nel primo articolo mi ero soffermata sulla morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68 e avevo accennato al fatto che i rapporti fuori del matrimonio sono all’origine dell’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Tutto questo si vede nella Compagnia del Cigno, la cui mentalità è quella fluida che nasce proprio dal ’68. Fluidità che doveva garantire libertà e invece porta solo precarietà. Cominciamo dall’aborto.

Nella prima stagione, il maestro Luca Marioni e sua moglie Irene sono in crisi a causa della morte della figlia, a seguito di un incidente. Dopo un periodo di separazione, tornano insieme e lei resta incinta. In un primo momento Irene decide di abortire, perché ha troppa paura, non riesce a credere di nuovo alla felicità. Luca reagisce molto male (anzi molto bene, dimostrando di essere un vero uomo): prima l’accusa di ignorare il fatto che lui è il padre; poi le intima di andarsene da casa, se non cambierà idea. Irene non cambia idea e va a stare da un’amica.

Il colloquio tra lei e il ginecologo è un capolavoro di politicamente corretto. Lui vorrebbe parlarle, ma lei si irrigidisce subito, teme di avere davanti un obiettore con scrupoli di coscienza e afferma che abortire è un suo diritto, che esiste una legge dello stato italiano. Lui la rassicura: non è un obiettore, l’aborto è garantito per legge, lui ha praticato tante “interruzioni di gravidanza” proprio per garantire questo diritto (sic!) Ciononostante, vuole essere sicuro che lei faccia la scelta giusta per lei (non per il bambino!). Sapendo che lei ha perso una figlia e temendo che lei voglia abortire per paura, le dice che non si rinuncia a un figlio per paura (ma, io mi chiedo, chi abortisce, non lo fa sempre per paura?). Irene gli conferma che, se facesse nascere suo figlio, avrebbe paura di tutto e non sarebbe una buona madre. Lui le chiede scusa e lei, offesa, lo accusa di avere approfittato della sua solitudine e fragilità per farle la morale (una critica agli operatori dei centri di aiuto alla vita?). Quella sera Luca, sconvolto, tenta ancora di fermare la moglie: “Da fidanzati mi avevi promesso che non mi avresti mai fatto soffrire e ti avevo creduto: un coglione, un vero coglione!”. Finalmente, Irene decide di non abortire, ma da Luca vuole rassicurazioni che tutto andrà bene. Lui saggiamente le dice che non può, che bisogna rischiare, che lui vuole questo bambino, ma si rende conto che la decisione spetta anche a lei.

Nella seconda stagione, Matteo e Sofia per una volta non usano il profilattico e lei resta incinta. Segue una riunione di famiglie, quella di Matteo e quella di Sofia, durante la quale la madre di lei chiede ai due giovani di pensarci bene, prima di scegliere di tenere il bambino (sic!). Già, il problema della scelta, della decisione della donna, che continuamente ritorna in queste due vicende. Ho pensato subito alle parole della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo a proposito dell’aborto (che le avevano prospettato dal momento che la sua bambina non sarebbe sopravvissuta fuori dall’utero materno): Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa. Se aspetto un figlio, sono sua madre, non posso più scegliere, sono sua madre anche se una legge dello stato mi permette di ucciderlo. Posso solo scegliere di essere madre di un figlio vivo o di un figlio morto, ma sarò sua madre per sempre.

Altro argomento trattato in modo politicamente corretto è la separazione dei genitori. Robbo e la sorellina ne sono le vittime. La loro madre piange tanto, perché i suoi figli soffrono e Robbo ingenuamente le chiede come mai non si possa tornare alla vita di prima. Lei risponde che non è più possibile, perché ormai è irreversibilmente innamorata di un altro uomo. Love is love! In seguito, si scopre che il primo a tradire era stato il padre. Come reagiscono i due ragazzini? Con filosofia: abbiamo scoperto che anche i nostri genitori commettono errori, che non sono perfetti. Questa saggia reazione non mi sembra realistica, piuttosto mi sembra quella che qualunque genitore separato si auspicherebbe da parte dei figli.

Per essere politicamente corretta, la serie televisiva non poteva tralasciare omosessualità, transessualità e bisessualità, nonché l’omofobia. Ne scriverò in un altro articolo.

Luisa

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La Compagnia del Cigno educa ad un amore falso

Qualche tempo fa commentai la serie televisiva di successo “Doc. Nelle tue mani”, evidenziandone gli aspetti critici. Oggi mi concentro su un’altra serie televisiva di successo arrivata alla seconda stagione: “La Compagnia del Cigno”. Questa serie presenta certamente aspetti positivi ma ne ha alcuni molto negativi. Quelli positivi che ho rilevato sono tre: l’amore per la musica, soprattutto la grande musica classica; l’amicizia tra un gruppo di adolescenti che frequentano il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; il maestro e direttore d’orchestra Luca Marioni. È lui a creare la Compagnia del Cigno, convinto che i ragazzi siano fragili e che abbiano bisogno del sostegno di amici fidati. Luca Marioni ha un caratteraccio (viene infatti soprannominato il bastardo), ma tiene molto ai suoi allievi, ai quali fa capire con le buone e soprattutto con le cattive che i risultati si ottengono con il sacrificio, che il talento non basta, che le difficoltà non devono diventare alibi per lasciar perdere.

Vi chiederete che cosa c’entra questa serie TV con la spiritualità di coppia di cui si parla nel nostro blog? C’entra, perché la “Compagnia del Cigno” racconta alcune storie d’amore in cui tutti i componenti della compagnia sono coinvolti. Nella prima stagione, dopo alcune traversie, Domenico e Barbara si mettono insieme e così fanno Matteo e Sofia. Sara fa sesso senza impegno con tutti i ragazzi che le piacciono. Grazie a lei Matteo dà il suo primo bacio vero e, sempre grazie a lei, Rosario fa sesso per la prima volta nei locali del conservatorio. In altri locali, sempre la stessa sera, fanno sesso anche Domenico insieme a Barbara e Matteo con Sofia. Insomma diciamo che non ci pensano troppo. L’unico che non riesce a fare sesso nella prima stagione è Robbo, ma nella seconda riesce a soddisfare il suo desiderio molto più comodamente dei suoi amici: ogni sera a casa sua con la sorellastra (la figlia del compagno della madre). Ovviamente, l’intesa sessuale è sempre perfetta e soprattutto le ragazze mostrano un sorriso estasiato. Questo appagamento del corpo e del cuore che gli attori e le attrici devono manifestare è veramente sconcertante. D’altronde, televisione e cinema insegnano da tempo che basta l’attrazione fisica e il consenso per rendere il rapporto sessuale un’estasi.

Nella mia esperienza e in quella di tante altre donne non è stato così: l’intesa sessuale è un obiettivo da raggiungere dopo anni di matrimonio che, grazie a Dio, è indissolubile. Proprio perché è indissolubile, il matrimonio consente di provare e riprovare, senza scoraggiarsi, senza pensare che ormai è tardi, che il tempo è scaduto. Quanto male fanno ai giovani queste narrazioni fasulle del sesso come qualcosa di meraviglioso subito e sempre! Quanta inadeguatezza devono invece provare molti ragazzi (soprattutto ragazze), quando, giovanissimi, fanno sesso inconsapevoli di quello che stanno facendo. Quanta delusione, quante bugie per nasconderla, quanto dolore, che a volte diventa cinismo…

Un accenno ai genitori è doveroso. Nella seconda stagione, i locali del conservatorio sono l’alcova di Rosario e di Anna, la cui relazione è osteggiata dalla madre di lei. Gli altri genitori, invece, sono molto molto comprensivi. Quelli di Sara le permettono di fare sesso con Pietro nella sua camera, mentre loro sono a casa. Sono talmente felici che Sara abbia finalmente un ragazzo fisso, che bussano delicatamente alla porta della figlia e invitano a cena Pietro, il quale decide tranquillamente di fermarsi, allettato dal menu. Nella prima stagione, la mamma di Barbara scopre che la figlia sta facendo sesso nella sua camera con Domenico e la mamma di Sofia scopre che il figlio Andrea lo sta facendo con Sara. Entrambe reagiscono in modo molto discreto: la prima allontanandosi in punta di piedi e la seconda abbassando la voce per chiedere chiarimenti a Sofia. In tutto questo, l’unica preoccupazione della prima è che la figlia non si confida più con lei, mentre l’unica preoccupazione della seconda è che il figlio potrebbe essersi portato a casa una escort per dimenticare di essere malato di tumore. La mamma di Robbo, il quale ogni notte scivola nel letto della sorellastra, si arrabbia un po’ di più, ma poi capisce che è lei che fa fatica ad ammettere che il suo bambino è diventato grande. L’unica che si arrabbia davvero è la mamma di Anna che impedisce alla figlia di frequentare Rosario, ma ci pensa la mamma del ragazzo ad aprirle gli occhi: i due innamorati fanno sesso a scuola, nei bagni, dove capita. Morale: è inutile che i genitori si oppongano, i figli fanno sesso molto presto ed è meglio che lo facciano comodi a casa, piuttosto che scomodi altrove. Comunque, la mamma di Anna si arrabbia solo perché questa storia d’amore potrebbe distogliere la figlia dallo studio del canto. Nessun genitore dice una timida parola di prudenza sulle malattie veneree, sulle possibili gravidanze, sull’opportunità di aspettare a fare sesso. Aspettare? E Perché? Anzi, appena la mamma di Rosario si accorge che il figlio sedicenne ha fatto sesso per la prima volta, esulta felice, mettendolo in imbarazzo.

Nel 1978 Raffaella Carrà cantava: Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu. Questa è la “gioiosa” morale sessuale, figlia della rivoluzione del ’68, mostrata dalla Compagnia del Cigno. Nessuno in questa serie televisiva propone ai ragazzi qualcos’altro, qualcosa di meglio, di più bello, di più vero. Nessuno propone loro la castità. Ho sentito suggerire la castità solo in un’altra serie tv anche questa di successo: Che Dio ci aiuti. Consiglio di suor Angela, come a dire che certe proposte possono provenire solo da religiosi. Il mondo fa altro. Ma quanti genitori propongono la castità ai loro figli al giorno d’oggi? La rivoluzione sessuale del ’68 ci ha contagiato tutti, per cui quasi nessuno s’interroga più sull’opportunità o meno dei rapporti sessuali fuori del matrimonio. Eppure, è soprattutto a causa della propagazione di questi che si è diffusa l’instabilità delle relazioni uomo-donna. Da questa instabilità: separazioni, divorzi, contraccezione, aborti. Dalla diffusione dei rapporti sessuali fuori del matrimonio è scaturita anche la normalizzazione dell’omosessualità (non dei rapporti omoerotici): se un ragazzo e una ragazza fanno l’amore al di fuori del matrimonio, se il rapporto sessuale non è finalizzato alla formazione e alla conservazione della famiglia, perché non possono farlo due ragazzi o due ragazze? È solo una questione di gusti. La serie televisiva “La Compagnia del Cigno” presenta tutto questo e anche di più. Lo scriverò in un altro articolo.

Luisa

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Non facciamo come le galline

Secondo la tradizione il Levitico è stato scritto da Mosè in persona. Sono norme e regole rivolte principalmente ai sacerdoti per rendere culto gradito a Dio. Il testo sacro narra l’Alleanza che Dio stabilì col suo popolo e come il suo popolo deve accogliere questa alleanza. Nel Levitico troviamo tantissime norme e precetti. Ad un certo punto Mosè parla al popolo per conto di Dio e dice: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello. Per noi sposi, sappiamo bene, il fratello più vicino è il nostro coniuge. Mi soffermo sul verbo covare. Chi cova? La gallina cova il suo uovo. Il covare ha due finalità principalmente. Prima di tutto serve a proteggere l’uovo. Ecco! Noi facciamo lo stesso con il risentimento. Lo proteggiamo. Ci sono comportamenti dell’altro/a che non sono accettabili. Il risentimento che io sento verso di lui/lei non solo è giusto, è sacrosanto. Nessuno mi può dire che sbaglio ad essere risentito/a con lei/lui. Nessuno mi può dire che sbaglio a provare rancore. Se l’è meritato. Nessuno me lo può dire, neanche Dio. Per questo proteggo il mio rancore e non permetto allo Spirito Santo di penetrare e distruggerlo. Non permetto allo Spirito Santo di trasformare quel risentimento in misericordia, in occasione per amare chi non lo merita.

La seconda finalità è nutrire. La gallina che cova non solo protegge ma nutre con il suo calore l’uovo. Così facciamo noi. Quando siamo risentiti/e verso di lei/lui non cerchiamo di disinnescare la miccia. Al contrario cominciamo a rimuginare. Pensiamo a tutte quelle volte che già lo/la abbiamo perdonato/a. Già perchè difficilmente perdoniamo davvero. Al momento giusto sappiamo bene rinfacciare torti veri o presunti “perdonati” in passato. Perchè in realtà non perdoniamo davvero. I “reati” non vengono perdonati ma condizionati. Un po’ come le condanne penali. Ti perdono ma se me ne combini un’altra paghi questa e quella. Capite bene che questo non è perdono. Il rancore c’è ancora dentro che lavora. Se coviamo tutto questo risentimento arriverà il momento in cui tutto esplode e lì diremo e faremo cose di cui poi magari ci pentiremo, ma ormai il danno sarà fatto. Avremo ferito la persona che avremmo dovuto amare.

Ecco perchè è importante non covare l’odio, non proteggerlo e non nutrirlo. Aprire le porte del nostro cuore allo Spirito Santo. Aggrapparci alla forza del nostro sacramento che è Grazia. Solo così saremo capaci di perdonare davvero, di annientare quel risentimento, quel rancore che abbiamo dentro. Disinnescarlo prima che diventi odio, prima che ci divida, prima che rovini tutto. E poi facciamo memoria. Non del male però. Del bene. Di tutte le volte che l’altra persona ci ha voluto bene, ci ha protetto, si è donata e ci ha servito. Non meritiamo di essere trattati male, ma non diamo per scontato di dover essere trattati bene. Quando ciò accade ringraziamo l’altro/a e custodiamo nel cuore quella gratitudine.

Antonio e Luisa

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LA TORAH…UNA LEGGE CHE TI TOCCA IL CUORE!

Dio parlò tutte queste parole dicendo! Es20, 1

Questa traduzione letterale del versetto introduttivo alle 10 Parole, rilascia subito la forza di quanto si vuole esprimere. Dio non dice qualcosa, Dio grida che ha solo un modo di parlare, il suo modo è QUESTO! Parlarti di sé con le tue parole, cioè la TORAH!

La legge che la tradizione ebraica conosce come TORAH, dischiude in sé il dissolversi di ogni equivoco, poiché tale parola viene da una derivazione del verbo Y’ARAH che significa “centrare il bersaglio”. L’intima accezione sponsale della TORAH si scopre nella grande cura che Dio ha per il particolare. Una persona che custodisce la legge, non ha la saccente presunzione di azzeccarle tutte, ma è colui che prende su di sé la fatica di toccare il cuore dell’altro che ha accanto, magari ammettendo di aver paura o di non riuscire ad essere come vorrebbe.

Toccare il cuore dell’altro è un atto nobile che non si inventa o viene per caso, ma nasce da una preghiera coraggiosa che sa piangere, supplicare, stringere i denti e ringraziare quando tutto ti dice di mettere la parola fine. La Torah tocca il cuore di ogni uomo che prega entrando nel Tempio che è il cuore della persona che ama con le parole del Salmo 117:

Io ho amato poiché il Signore ha voluto ascoltare la mia supplica, ha piantato per me il suo orecchio nel giorno in cui io lo invocherò.

Il Signore contempla le nostre suppliche, e pianta il suo orecchio come si pianta una tenda, come venne piantata la tenda dell’Alleanza e del Convegno. Il Signore conficca il suo ascolto nel terreno duro del nostro non sentirsi capiti, per sostenere una dimora che possa fare da atrio ad un incontro tra due debolezze che non hanno altra forza se non ascoltarsi, e cioè toccarsi il cuore!

 È una benedizione per un uomo avere una donna da cui farsi toccare il cuore attraverso l’arte del sostegno e della fiducia.

È una benedizione per una donna aver un uomo che sia quel picchetto, quel tirante grazie al quale la sua bellezza possa dispiegarsi interamente, poiché semplicemente accolta e preceduta in ogni bisogno.

La TORAH non è solo centrare un bersaglio ma ancor prima il verbo Y’ARAH significa condurre\guidare.

La coppia è una TORAH poiché diventa pienamente sé stessa quando non si fonda su un aut aut selettivo, ma quando la gradualità del condurre assume l’errore, la debolezza e la fragilità come norma del vivere e dell’amare. Non si è veramente veloci finche le tue gambe non si sono rialzate dopo una caduta, non si è veramente fedeli finche non hai fatto della misericordia il tuo unico vanto, non si è veramente forti finche non si è incappati nella nostra debolezza.

L’incontro con ciò che non vorremmo mai incrociare nella nostra vita sembra un imprevisto difficilmente esorcizzabile dalla vita di ogni coppia. Anche il vangelo sembra documentare un tale sgradito compagno di viaggio qual è l’imprevisto. A Cana di Galilea quella giovane coppia non aveva di certo organizzato tutto affinchè alla fine il vino mancasse, e pure è mancato. Anche nell’imprevisto Gesù pianta il picchetto del suo ascolto seguendo l’invito della Madre. Alcuni dicono che nel contesto del vangelo, Gesù sia il vero sposo, e sicuramente lo è. Ma se Gesù assume il ruolo dello sposo, gli sposi del vangelo da chi sono significati? È bello pensare che quegli sposi siano simboleggiati dai servitori che avevano attinto l’acqua, i quali avevano ascoltato la Parola di Gesù, e che vengono così descritti da Giovanni:

                                ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua Gv 2, 9

Si! Quei servi possono diventare icona di ogni coppia che ascolta la Parola del Signore e che sanno, l’uno per l’altra, vedere il miracolo che l’altro\a non riesce a vedere. Quella sposa e quello sposo che davanti ad un pianto disperato per un figlio che sta male, per un fallimento lavorativo, per una rabbia e ferita del passato, sa vedere in chi soffre il miracolo di cui egli stesso si è innamorato e annunciargli ciò che non riesce a vedere: che lui vale molto di più!

Questo è attingere l’acqua, sapere di aver visto un miracolo, questo è toccare il cuore….questa è la Torah! La Parola con cui l’Amore ha deciso di parlare!

Fra Andrea Valori

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Quante occasioni perse!

Voglio riprendere una riflessione del Papa, di un Angelus di qualche anno fa. Una riflessione rivolta ai giovani, in vista dell’allora imminente Sinodo a loro dedicato.  Una riflessione che calza anche per noi sposi. Il Papa disse:

Tante volte capita di sentire alcuni che dicono: ‘Io non faccio del male a nessuno’. E si crede di essere un santo. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo […] È bene non fare il male, ma è male non fare il bene. Questo lo diceva sant’Alberto Hurtado

Mi è successo in questi giorni di ritrovare e rileggere per caso queste parole. Mi si è accesa una luce. Quante volte io potrei amare la mia sposa e non lo faccio? Quante volte mi lascio scappare delle occasione per mostrarle il mio amore, il mio desiderio, la sua preziosità? Ogni sposo/a dovrebbe farsi questa domanda. Non servirebbe un grande impegno. Solo un po’ di attenzione. Eppure, nonostante tutto, mi lascio sfuggire tantissime occasioni, occasioni che non ritorneranno. Ogni gesto d’amore e di attenzione è come un mattoncino che rende più salda la casa della nostra relazione. Non metterlo è come indebolirla e renderla più fragile. Non serve chissà quale fatica, solo un po’ di attenzione e di impegno. Ciò che ne avrete in cambio sarà il centuplo nella gioia della vostra relazione. L’amore è come una piantina che va nutrita e curata.

Quali sono le modalità per fare del bene alla persona amata e alla nostra relazione? John Grey, psicoterapeuta, scrittore e saggista americano, distingue ciò che può fare l’uomo da quello che è l’impegno per la donna. Quelle proposte dallo scrittore sono solo delle idee da prendere senza valore scientifico, hanno un valore puramente esemplificativo generale. Appaioino forse proposte anche un po’ stereotipate però è importante, secondo me, rifletterci sopra.

Un uomo nei confronti della moglie può attuare questi gesti o queste azioni:

  1. tornando a casa per prima cosa cercate, salutate e abbracciate la vostra sposa
  2. complimentatevi con lei per il suo aspetto
  3. regalatele dei fiori anche senza un motivo legato a date importanti
  4. abbracciatela spesso
  5. ditele “Ti amo” almeno due volte al giorno
  6. aiutatela quando la vedete stanca
  7. ringraziatela quando fa qualcosa per voi
  8. ogni tanto telefonatele anche dal posto di lavoro, magari solo per dirle “Ti amo”

Una donna verso il suo sposo può invece:

  1. non reagite quando commette un errore, dicendo “Te l’avevo detto”
  2. quando lui si chiude in se stesso (l’uomo ha bisogno di farlo) non fatelo sentire in colpa
  3. accoglietelo con il sorriso quando torna a casa
  4. non fatelo sentire un irresponsabile se dimentica di comprare qualcosa o perde le chiavi
  5. mostrate il desiderio di fare l’amore con lui

Quante di queste attenzioni io potrei avere e invece non ho? Queste o altre, sia chiaro. Ognuno sa cosa desidera l’altro. Alcune volte magari ci penso anche di metterle in pratica, ma restano dentro di me come lettera morta. Quando mi appare particolarmente bella con quel vestito o quel trucco, quando cucina qualcosa di particolarmente buono. Potrei dirlo, basta poco e non lo faccio. Perchè? Basta solo un po’ di attenzione. Con un po’ di attenzione potrei fare del bene alla mia sposa e alla mia relazione. Questo è un peccato. Questo è non curare il tesoro più grande che Dio mi ha affidato. Questo è non nutrire il mio amore. Non facciamo magari nulla di male, ma non far crescere il nostro amore è già un male. Pensateci!

Antonio e Luisa

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E’ solo calcio? C’è molto di più.

Stiamo vivendo giorni di euforia collettiva. Gioia vera di un popolo che si ritrova coeso grazie ad una squadra di calcio. Siamo campioni d’Europa e questo ci riempie di orgoglio, ci regala, inutile negarlo, delle emozioni belle e un senso di appartenenza che difficilmente riusciamo ad avere in altre circostanze. E’ qualcosa di irrazionale. Se ci pensiamo bene alla fine non sono che undici sportivi ben pagati che corrono dietro un pallone.

Ho letto, in mezzo a tanti post e commenti di festa e di giubilo, tanti altri che invece criticavano la troppa importanza data ad un evento del genere. Alla fine è solo sport. E’ solo calcio. Ci sono cose molto più importanti a cui pensare. Sono d’accordo che ci siano cose più importanti, ma non sottovaluterei per questo il messaggio di questa vittoria. Lo sport non è qualcosa di poco importante. Lo sport è sempre stato veicolo di valori fondanti per ogni popolo e nazione.

Cosa c’è dietro questa vittoria entusiasmante e inattesa, viste le premesse e il fallimento dell’Italia di Ventura? C’è tantissimo. Ci sono dinamiche e valori che hanno permesso ad un gruppo di essere il migliore, nonostante ci fossero rappresentative sulla carta più talentuose e più forti.

E’ importante parlarne, perchè spesso sono le stesse dinamiche che intervengono anche in un matrimonio. Luisa ed io ci siamo sempre detto tra noi, e anche durante le nostre testimonianze, che non siamo meglio di tanti altri. Se stiamo costruendo, mattone dopo mattone, un matrimonio bello e forte, non è perchè siamo meglio di tanti altri che invece hanno fallito, ma con l’aiuto della Grazia di Dio abbiamo operato delle scelte e queste scelte ci hanno permesso, almeno fino ad ora, di vincere la nostra personale coppa.

SPIFRITO DI SQUADRA

Mancini è stato bravissimo a creare un gruppo. La nostra nazionale non sembrava una selezione di giocatori provenienti da squadre di tutta Europa, ma era più simile ad una squadra di club dove c’è spirito, amalgama, unione di intenti. Qualcosa che si ottiene con la relazione e con il tempo. Insomma, Mancini ha permesso che tra i ragazzi ci fosse una vera amicizia sostenuta da un obiettivo comune e dall’aiuto vicendevole. Bellissime le parole del Chiello, il capitano, che davanti alle autorità, il giorno dopo la vittoria, ha affermato: Non ci siamo mai persi d’animo, anteponendo il bene del collettivo al singolo. Solo attraverso il gioco di squadra era possibile raggiungere un risultato così prestigioso. Se oggi siamo qui non è per un rigore segnato in più, ma perché abbiamo condiviso uno dei sentimenti più belli che c’è: l’amicizia. Non è così anche in un matrimonio? E’ importante avere un obiettivo comune che è la nostra personale salvezza. Arrivare alla fine della nostra vita portando in salvo la vita non solo nostra ma anche del nostro coniuge. E’ importante nel matrimonio essere, oltre che amanti e compagni di viaggio, anche migliori amici l’uno dell’altra. Diceva don Giussani che il matrimonio è farsi carico della salvezza dell’altro. E’ proprio così! Questo permette di affrontare le vicessitudini della vita e gli errori e le fragilità dell’altro con uno spirito di squadra dove si vince e si perde insieme. Non siamo più solo Antonio e Luisa. Siamo una squadra dove ci si aiuta e ci si sostiene e se l’altro sbaglia e subiamo un gol ci rialziamo e recuperiamo la partita insieme.

SACRIFICIO

I ragazzi di Mancini non sono arrivati lì, sul tetto d’Europa, da un giorno all’altro. Sono tutti ragazzi che sicuramente hanno tanto talento, ma che hanno coltivato e perfezionato le loro doti innate con il duro lavoro di ogni giorno. Lavoro tattico, fisico e atletico. Fin da bambini, sacrificando energie e tempo libero. Tutto per raggiungere un sogno e trasformare quello che era solo un divertimento in una professione. Le vittorie vanno preparate con sudore e sacrificio. Così è anche per gli sposi. Posso testimoniarlo personalmente. Il matrimonio mi ha cambiato, ha cambiato la mia relazione d’amore, ha cambiato lo sguardo sulla mia sposa e sulla mia vita. Il matrimonio è una palestra dove il coniuge e i figli sono diventati personal trainer esigenti, mi hanno chiesto esercizi continui per uscire da quello stato imprigionante in cui mi trovavo da sempre. Ho avuto la fortuna e la Grazia di avere un grande personal trainer. Mia moglie non ha mai forzato i carichi, ha sempre aspettato i miei tempi e non mi ha mai chiesto più di quello che comprendeva avrei potuto dare in quel momento. Anche e soprattutto nell’amore sponsale vale la regola di Chiara Corbella, quella dei piccoli passi possibili. A volte mi sentivo forte e ho provato a forzare i carichi, ad andare oltre ciò che potevo sopportare e nel giro di breve tempo sono caduto. Non bisogna aver fretta, il matrimonio è un percorso lungo, che dura tutta una vita (di solito!) e con piccoli passi, giorno dopo giorno, si possono raggiungere obiettivi impensabili all’inizio. Questi esercizi continui a cosa servono? Qual è l’obiettivo che il direttore della palestra (DIO) ha affidato al suo miglior personal trainer per me (la mia sposa)? L’obiettivo è liberarmi dai miei sentimenti. Don Luigi Epicoco, in un intervento che ha fatto in una scuola, disse qualcosa che mi colpì molto. Disse che i ragazzi spesso non hanno dei sentimenti ma sono quei sentimenti. Questo è profondamente vero. Anche il parlare comune è condizionato da questo modo di pensare. Sono arrabbiato, sono deluso, sono attratto, sono affamato, sono innamorato. Cosa significa questo? Significa che le sensazioni, le emozioni e i sentimenti che proviamo in un determinato momento sono così forti da fagocitarci, da identificarci completamente in ciò che sentiamo. Invece il matrimonio ti aiuta ad uscire da questa logica. Il matrimonio ti dice che puoi amare sempre. Puoi provare rabbia, delusione, frustrazione, aridità, ma con la Grazia del sacramento e la tua palestra quotidiana, sarai capace di sopportarne il peso, di non farti schiacciare e di fare sempre la scelta giusta. Riuscirai con sempre meno fatica (piccoli passi possibili) a mantenere sempre fede a quella promessa, perchè noi non siamo i nostri sentimenti, noi siamo uomini e donne capaci di amare come Dio anche se siamo fragili e abbiamo sentimenti che a volte vorrebbero  condurci da tutt’altra parte.

CONDIVISIONE

L’immagine più bella di questi europei è stata, a mio parere, l’abbraccio tra il Mancio e Gianluca Vialli. I due sono amici dai tempi della loro militanza nella Sampdoria. Parliamo degli anni a cavallo tra 80 e 90. Erano chiamati i gemelli del gol proprio per la loro intesa evidente. Si capivano a meraviglia e si trovavano ad occhi chiusi in campo, costruendo così, attraverso i loro fraseggi e la loro classe, tante vittorie per la loro squadra. Non si sono più lasciati. Hanno preso strade diverse. Vialli ha vinto una Champions con la Juve e poi è andato a giocare ed allenare in Inghilterra, Mancini è andato alla Lazio e poi ha allenato con ottimi risultati, vincendo anche la Premier con il Man. City. Eppure la loro amicizia è rimasta sempre molto forte. Anche se si vedevano poco. Rinsaldata dalla recente malattia di Vialli. Mancini lo ha fortemente voluto al suo fianco per questa sua avventura azzurra e quell’abbraccio ha un significato bellissimo: se sono qui è anche grazie a te, alla nostra storia insieme, alla nostra amicizia. In quell’abbraccio c’era tutto il desiderio di Mancini di trasmettere parte della sua gioia all’amico di sempre. Non è bellissimo anche per noi sposi? Io dico che questo atteggiamento significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio. Significa com-patire e con-gioire. Condividere gioie e pene. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. A volte dobbiamo diventare il Cireneo. Dobbiamo reggere con lui/lei la croce. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, recitava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e, come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre.

Quindi sì è vero. Tutto questo è solo sport, ma lo sport ha dentro di sè valori, dinamiche e insegnamenti che ne fanno qualcosa di meraviglioso ed educante. Qualcosa da cui anche noi sposi possiamo imparare tanto fin da bambini. Lo sport può in un certo senso prepararci alla vita e ad essere degli sposi felici.

Antonio e Luisa

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Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:
e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; Questo vangelo è una bomba. Se non si comprende il messaggio di Gesù, è una Parola che mette a disagio, che infastidisce quasi. Ma come? Gesù è un Dio geloso, vuole essere il più amato? Vuole che tutti i nostri affetti, i nostri legami più importanti vengano dopo di Lui? Perchè? Davvero Gesù ci sta mettendo di fronte ad un aut aut? O con me o contro di me? In realtà la traduzione più corretta è un’altra: chi mette qualsiasi relazione al di là di me non è degno di me. Gesù non ci sta chiedendo di scartare qualcuno, ma al contrario, ci chiede di includere Lui. Anzi di più ancora: ci sta chiedendo di includere qualcuno nell’amicizia con Lui. Cambia tutto! Tutto l’orizzonte della relazione è diverso. Mi rendo conto che è qualcosa che non è semplice da capire, lo si può fare solo quando si sperimenta nella vita di tutti i giorni il vero significato di queste parole. Io l’ho capito grazie a Luisa.

La mia sposa ha sempre messo Gesù davanti a me, è sempre stato più importante Lui di me. Questo è stata la nostra salvezza come coppia e come uomo e donna. Quando l’ho conosciuta ero un ragazzo del nostro tempo, pieno di pornografia e di impulsi erotici e sessuali. Ero pieno di fantasie che volevo mettere subito in pratica con lei. Lei, seppur attratta da me, innnamorata e desiderosa di costruire qualcosa di importante con me, ha sempre detto di no, non ha mai assecondato questa mia richiesta, anche quando si faceva insistente. Abbiamo passato momenti difficili, dove lei si sentiva sbagliata, perchè tutto il mondo faceva l’opposto, ed io mi sentivo arrabbiato e represso perchè in definitiva non mi sembrava di pretendere nulla di strano. Lei, amando Gesù più di me, è riuscita a volermi bene in un modo che nessun altro era stato capace di fare. Grazie al suo no ho iniziato un percorso di guarigione e di purificazione che mi ha permesso di assaporare il vero gusto di un amore profondo e autentico. E’ riuscita a includere anche me nel suo amore verso di Gesù. Mi ha fatto incontrare Gesù attraverso di lei. Gesù, attraverso questa Parola, ci sta dicendo di amare nostra moglie o nostro marito attraverso di Lui. Impara da me come amarlo/a. Conducilo/a a me. Prendi da me la forza.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Non si tratta di una vita materiale. Si tratta di tutta la nostra vita intesa in senso molto più esteso. La bellezza, la pienezza, la spiritualità, la trascendenza, qualcosa che davvero va oltre il nostro essere vita biologica. Chi tiene per sè non troverà davvero ciò che conta. Chi vuole possedere perderà l’amore perchè l’amore non è possesso ma è solo da donare e da accogliere. Chi non è capace di donarsi completamente perchè ha paura di restare ferito e tradito non può che accontentarsi di una relazione che non è piena. Per questo esiste il matrimonio: la relazione sponsale è la realtà umana che più si avvicina alla realtà trinitaria di Dio. Perchè solo perdendo la nostra vita, cioè donandoci completamente l’un l’altra possiamo trovare Dio, possiamo trovare una relazione che davvero apre al divino. Certo è un rischio. Stiamo affidando la nostra vita ad una persona fragile, peccatrice, limitata e imperfetta come ogni creatura umana è, ma è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sperimentare già su questa terra un amore che apre a Dio.

Anche chi dovesse essere tradito, chi dovesse riporre la propria vita nelle mani di una persona che spreca quel dono sarà comunque vincente. Un perdente che vince perchè sarà una persona libera. Una persona che nella libertà continuerà ad amare chi non restituisce nulla di quell’amore. Perchè nella libertà deciderà di prendere la sua croce e di seguire Gesù. Le nostre croci possono darci la forza non di lasciare qualcosa ma di andare verso qualcuno. Non di lasciare il nostro sposo, la nostra sposa, ma di andare verso Gesù. Prendere ciò che siamo, le nostre sofferenze, le nostre vergogne e di farne una scelta. Scelgo di prendere tutto questo e di farne una manifestazione della Grazia di Dio. Ringrazio tante persone che testimoniano con la propria vita quanto ho scritto. Grazie Ettore, Giuseppe, Anna e tanti altri.

Antonio e Luisa

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Ri-conoscersi una meraviglia

Oggi vorremmo tornare sulle parole che il Papa ha rivolto ai fedeli durante l’Angelus di domenica scorsa. I Versetti del Vangelo erano quelli di Mc 6,1-6. Gesù non veniva riconosciuto dagli abitanti del suo stesso paese. Il Vangelo non cita il nome della località in cui si trova Gesù a predicare ma è ovvio che si tratti di Nazareth. All’epoca un villaggio di poche centinaia di abitanti dove tutti si conoscevano, pensavano di conoscersi. Prendendo spunto da questo episodio evangelico il Papa afferma:

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

Noi abbiamo trovato la riflessione di Papa Francesco bellissima e soprattutto molto interessante per noi sposi. In particolare la diversità che il pontefice evidenzia tra il significato di conoscere e quello di riconoscere. Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Voi cosa fate? Credete ormai di conoscervi oppure cercate di riconoscervi ogni giorno? Pensateci: ne va del vostro matrimonio e della vostra gioia.

Antonio e Luisa

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E’ bello sposarsi ma ancor più bello è vivere sponsalmente con Gesù

Ci succede spesso di ricevere messaggi o di confrontarci con alcune persone single. Magari persone che hanno già un’età matura. Quando queste persone ci aprono il cuore e mettono a nudo le loro emozioni, spesso traspare tanta sofferenza, scoraggiamento e senso di abbandono. Perchè Dio mi tratta come una mezza persona? Perchè non posso avere anche io la gioia e l’esperienza di una relazione affettiva profonda come il matrimonio? Perchè Dio ce l’ha con me? Queste sono più o meno i messaggi che ci vengono lanciati.

E’ vero, noi non possiamo comprendere fino in fondo la sofferenza di questi fratelli e sorelle. Noi per loro siamo i fortunati. Meglio dire i “graziati”, in un contesto cristiano come il nostro. Abbiamo cioè avuto la grazia di trovarci e di sceglierci.

Ci sentiamo però di fare alcune considerazioni che sono valide per ogni persona, qualunque sia il suo stato di vita. Valgono per noi sposati, ma valgono anche per i sacerdoti e religiosi, per i single, per i vedovi, per i separati, per coloro che hanno un orientamento omosessuale ecc. ecc.

La nostra vita diventa piena quando scorre nella SPONSALITA’. Siamo tutte creature aperte alla sponsalità e possiamo viverla qualsiasi sia la nostra condiizione. Sponsalità con Gesù. Cosa significa? Significa sentirci amati da Dio. Certamente amati come da un Padre. Non basta però. Amati anche come uno sposo ama la sua sposa. C’è una differenza grandissima tra il sentirsi soltanto figli (che è già tantissimo) di un Padre tenero e misericordioso e il sentirsi un noi con Gesù. Significa fare esperienza di intimità con Dio. La stessa intimità che c’è nella Trinità. Un amore ancora più bello e completo. Un amore dove noi, non solo siamo gli amati, ma rispondiamo all’amore dello Sposo su un piano di parità, come la Sulamita del Cantico dei Cantici. Gesù arde di desiderio per ognuno di noi. Aspetta trepidante la nostra risposta al Suo amore. Vivere la nostra sponsalità può essere davvero liberante. Significa fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in due: è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Comprendete come tutta la nostra vita sia abitata dalla sponsalità con Dio? Ciò che ci può rendere felici non è quindi trovare una persona con cui condividere vita e letto. No! Chi ripone tutte le proprie aspettative solo su questo aspetto affettivo-relazionale poi, spesso, resta deluso. Perchè l’altro non sarà mai in grado di riempire il nostro cuore fino in fondo e di dare soddisfazione al nostro desiderio di infinito. Ci si sposa per donare il nostro amore e non per pretendere che l’altro si faccia carico della nostra povertà.

Tu che sei sposo o sposa. Leggi il tuo amore alla luce della sponsalità con Gesù e il tuo matrimonio sarà libero. Sarai libero di amare l’altro senza aspettarti nulla in cambio ma solo con il desiderio di rispondere all’amore di Gesù. Sarai libero di amare l’altro per quello che è e non per quello che fa e che ti dà. Un amore misericordioso e incondizionato. Sarai così capace di liberare l’altro dal compito impossibile di donarti una gioia piena ed infinità e di dare senso alla tua vita. Solo Dio può dartii questo. Il matriimonio non salva e può essere un inferno quando si carica di tutte le aspettative di felicità e di senso. La gioia più grande viene proprio dalla consapevolezza di star dando tutto, senza riserve, non da quello che riceviamo. Io Antonio ci ho messo anni per capirlo e ho rischiato davvero di rovinare tutto con Luisa.

Tu che sei single. Apri il cuore. Decentra le tue attenzioni da ciò che ti manca a ciò che sei. Trasforma il tuo desiderio di essere amato in dono di te. Ogni gesto che tu fai può essere sponsale. Ogni volta che ti accorgi del bisogno del fratello, ogni volta che sei pronto ad ascoltare e consolare. Ogni volta che ci sei con la tua presenza. Non sentirti una mezza persona. Se sei capace di donarti agli altri e di avere sempre uno sguardo amorevole, sei già una persona piena, sei una persona già pienamente realizzata. Cambia tutto! Chi è capace di vivere in questo modo non ha bisogno di un’altra persona per avere la pace del cuore. Chi non si piange addosso ma apre il cuore all’amore dello Sposo si riveste dell’abito nuziale ed è una persona con grande fascino per chi lo incontra. Luisa ha passato anni a sentirsi meno degli altri e poco desiderabile. Poi, quando si è aperta a Dio, è cambiato tutto. Io ho visto la sua bellezza perchè lei per prima la vedeva.

Tu che sei sacerdote o religioso. Gesù ti chiede di mostrare al mondo la tua sponsalità con Lui. La sponsalità con Gesù ti permette di farti pane spezzato con ogni fratello e con ogni sorella tu incontri lungo la strada. Probabilmente hai nel cuore quel passo del Vangelo che dice: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Riesci a vedere in ogni persona, anche la più povera e la più misera l’immagine dello Sposo che tanto ti ama e tanto ti ha amato. Non hai bisogno di una donna o di un uomo accanto perchè Gesù ti basta.

Tu che sei persona con orientamento omosessuale. Vivere la sponsalità con Gesù ti permette di sentirti profondamente amato dallo Sposo. Ti fa sentire una persona capace di amare e di essere amata. Una persona capace di vivere quel desiderio d’amore che fa parte dell’umanità di ogni persona nel modo giusto. In modo che ogni tuo gesto sia per il bene dell’altro e non per usarlo. In modo che il corpo diventi mezzo per trasmettere amore e non per vivere una sessualtà che nulla ha a che vedere con la verità del dono d sé. Sei capace di castità e per questo di un amore e un’amicizia più veri e più grandi.

Tu che sei uno sposo abbandonato e fedele. Per il mondo sei un matto. Perchè restare fedeli ad una persona che ha fatto altre scelte e che magari vive una nuova relazione e una nuova vita? Non sei matto. Hai solo compreso come il tuo matrimonio sia prima di ogni altra cosa una risposta all’amore fedele di Dio. Gesù ha promesso con te il giorno delle nozze ed è ancora lì che come te crede in quella promessa e questo ti dona la pace della sposa che ama il proprio sposo. Incomprensibile, se non con gli occhi della fede. Ma ci sei tu che ci mostri come il matrimonio sia qualcosa che supera le nostre dinamiche umane e terrene. Un amore che profuma di autenticità proprio perchè capace di andare oltre il tradimento e il rifiuto dell’altro.

Ciò che cambia la vita non è il matrimonio e non è vivere relazioni affettive e sessuali, ma prima di ogni altra cosa è scoprire la nostra sponsalità con Gesù. Solo così saremo padroni del nostro corpo e saremo rivestiti di una ricchezza che non è di questo mondo e che non ci fa essere mendicanti d’amore. Siamo già rivestiti dell’abito nuziale, qualsiasi sia la nostra storia e il nostro stato personale di vita.

Antonio e Luisa

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Con me i metodi naturali non funzionano!

Oggi ne approfittiamo per rispondere in modo pubblico ad una domanda che abbiamo ricevuto tramite mail pochi giorni fa. Naturalmente la riproponiamo in forma anonima. E’ un dubbio che sicuramente si pongono tante altre coppie di sposi. Premettiamo che prima di dare una risposta abbiamo chiesto una consulenza a due esperti: una ginecologa e un medico specializzato in sessuologia. Abbiamo confrontato le nostre opinioni con le loro ed abbiamo constatato come tutti fossimo completamente d’accordo sulla risposta. Un accordo pieno. Ora, dopo le necessarie premesse, possiamo condividere la mail ricevuta:

Volevamo chiedere un consiglio a voi che come noi siete una coppia di sposi e quindi potete capirci fino in fondo e immedesimarvi con noi. Da piu di un anno ho il ciclo molto irregolare e facendo degli esami specifici ho scoperto che sono in pre-menopausa. Ora per esempio il ciclo manca da 5 mesi ma potrebbe ancora tornare dato che la menopausa comincia dopo un anno di assenza del ciclo. il nostro problema attuale è che non riusciamo ad avere un rapporto sessuale completo da piu’ di un anno appunto da quando non riesco piu’ ad identificare i giorni non fertili a causa del ciclo irregolare. A premettere che noi siamo a favore dell’amore ecologico e naturale quindi non usiamo metodi contraccettivi tradizionali. In passato prima della pre-menopausa ho provato ad usare metodo billings ma non ci ho mai capito molto, quindi io e mio marito abbiamo sempre avuto rapporti basandoci sui giorni non fertili che seguivano il ciclo, ora pero’ non possiamo piu’ farlo per i motivi che vi ho spiegato. Aspettiamo un vostro suggerimento anche perchè desideriamo riprendere la nostra vita sessuale come è naturale che sia in una coppia.

La domanda è chiara. Come agire per vivere una sessualità piena e casta e nel contempo riuscire ad esercitare la paternità e maternità responsabile? Non daremo una soluzione facile. Non daremo però neanche una soluzione assoluta e insindacabile. Abbiamo deciso di non discutere su un piano religioso e di peccato. Nulla di tutto questo. Daremo degli spunti su cui riflettere e che possano aiutare la coppia a discernere e a comprendere quale sia la soluzione migliore per la coppia stessa. Iniziamo con il dire che nel caso specifico della mail una gravidanza è un’evenienza molto improbabile. Daremo comunque una risposta generica valida per questo ma anche per altri casi.

I metodi naturali funzionano. Con i metodi naturali non si può improvvisare. Non esistono autodidatti. Fare da soli significa di solito fallire. Avete davvero cercato di imparare i metodi naturali? Intendiamo con la guida di un’insegnante preparata e specializzata? Oppure avete cercato di fare per conto vostro? I metodi naturali quando sono applicati nel modo corretto funzionano. Funzionano con i cicli irregolari, funzionano durante l’allattamento e funzionano anche nel periodo di pre-menopausa. Quindi il primo consiglio che diamo è quello di farvi seguire da un’insegnante e nel caso sarà lei a dirvi se la vostra situazione non è monitorabile oppure se è solo più difficile farlo.

Perchè insistere tanto con i metodi naturali e non avvalersi anche di un preservativo? Come promesso non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Ciò non significa che usare il preservativo sia il male assoluto. Non ci permetteremmo mai di affermare una cosa del genere. Ci sentiamo però di mettere in guardia. Attenzione: l’uso degli anticoncezionali alla lunga impoverisce non solo l’intimità ma anche la relazione. Lo possiamo dire per esperienza diretta. Per un periodo ne abbiamo fatto uso.

Nessuno vi può dire cosa fare. Noi vi abbiamo dato delle semplici provocazioni su cui riflettere. Ci teniamo a sottolineare come nessuno, neanche il Papa possa dirvi cosa fare. Voi siete re e regina del vostro matrimonio. Lo siete in virtù del vostro battesimo e del sacramento del matrimonio che vi ha unito. Lo Spirito Santo vi ha reso re, profeti e sacerdoti con Gesù. Siete consacrati. Ascoltate tutti. Ascoltate anche i nostri consigli ma poi mettetevi in preghiera e nel dialogo con Lui cercate di comprendere quale sia il modo giusto di agire. A volte non si riesce a raggiungere l’ideale e si deve magari trovare il compromesso più vicino. Ci sentiamo solo di suggerirvi di non sottovalutare questo aspetto. Vivere una sessualità autentica e piena può fare la differenza in una coppia. Quindi, qualsiasi decisione prendiate, fatelo dopo averci pensato bene. E sopratutto ricordate che una scelta non è definitiva. Se vi rendete conto che non funziona mettetevi in discussione. Non accontentatevi.

Antonio e Luisa

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Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

Il matrimonio è qualcosa di meraviglioso. Si, perché Gesù desidera essere amato da noi in modo del tutto particolare. Vanno bene le preghiere, le novene, le Sante Messe. Lodare il Signore è importante. E’ importante ringraziarlo, rendere grazie per la vita e per il giorno che stiamo vivendo. Benissimo ma sono offerte gradite se poi non restano lettera morta, se poi lo cerchiamo qui, vicino a noi, sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Lui è qui, in modo molto concreto e reale. Quando ci svegliamo è qui accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è qui che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per Lui e non vuole dividerci con la televisione tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nei fratelli e nelle sorelle. Per questo ci ha posto al nostro fianco un prossimo che più prossimo di così non si può: nostro marito o nostra moglie. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi, permetteteci questa piccola libertà, la preghiera del Padre nostro potrebbe essere riscritta in chiave sponsale in questo modo:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

Bello recitarla insieme, guardandosi e poi terminare con un tenero abbraccio. A proposito: oggi avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Ricordate che solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

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Campo di marte. Un’opera che parla agli sposi

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale.

Forti delle loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  Il libro mi ha attratto in particolare per la descrizione che fa delle opere di Chagal, un artista che ha un modo molto intrigante (un mix di onirico e mistico) di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi desidero proporre un quadro famosissimo del pittore franco-russo. Si tratta di Campo di Marte.

Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori, che possono piacere o meno, non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa di più e vedremo come a noi profani si possa incredibilmente schiudere un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro.

La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta, è posta al centro dell’opera, al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. I due sono dentro tutto questo, ne fanno parte, ma sono posti in posizione rialzata rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati, ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno e non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, di quella sofferenza o di quel guaio, ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Concentriamoci ora sulla coppia in primo piano. E’ unita ma è anche diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come avvolti da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Nell’iconografia russa, da cui il pittore culturalmente proviene, Il bianco della donna indica la purezza mentre il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma siano capaci, nonostante questo, di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste. L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

La preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Avete compreso ora come da una semplice, seppur meravigliosa, opera d’arte, possiamo davvero iniziare una riflessione sulla nostra vita. Un modo per cominciare a contemplare ciò che siamo e cosa significa essere sposi in Cristo.

Antonio e Luisa

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Ancora non hai figli? Quando vorresti urlare ma ti limiti a sorridere

Ringrazio Livia. La ringrazio per il bellissimo libro che ha scritto e che è da poco uscito nelle librerie. Si tratta di Ancora non hai figli? Quando vorresti urlare ma ti limiti a sorridere (Livia Carandente Tau Editrice). Un testo che tratta un argomento molto delicato. Scritto sotto forma di romanzo ma che racconta anche tanto dell’autrice. Livia ha già scritto del dolore di una donna che non riesce a diventare mamma, che non riesce a concepire una vita biolgica. Lo ha raccontato nel suo primo libro Quanti figli hai?, eppure è riuscita a stupirmi un’altra volta.

Non pensavo ci fosse ancora così tanto da dire. Aveva già raccontato del dolore nel vedere le amiche in dolce attesa e magari sentirsi anche in colpa per quell’invidia che umanamente faceva breccia nel suo cuore. Aveva già raccontato delle speranze e della disperazione che nasce dentro una donna che vede il tempo inesorabilmente passare senza che riesca a restare incinta. Le visite, le speranze, le confidenze, e la relazione di coppia che viene sempre più appesantita da questo fardello che preme sul cuore. Certo, Livia ha saputo farlo con ironia e con la simpatia che la contraddistingue, ma si avvertono in chi legge tutta la sofferenza e il dolore che vive la protagonista. Nel suo primo libro e anche in questo secondo. Secondo che non mi sembra essere un vero sequel del primo ma che comunque ne riprende il filo conduttore. Non serve aver letto il primo per comprendere il secondo ma si integrano e completano molto bene tra loro.

Questa sua seconda opera è, a mio parere, ancora più bella, più vera e più coinvolgente della prima. Non so come Livia sia riuscita, ma anche io, da uomo, sono stato preso e catapultato in un mondo che non mi appartiene. Livia è stata capace di farmi provare le sue stesse emozioni. E’ riuscita a trasportarmi nel cuore della protagonista. Mi sono sentito completamente empatico nei confronti di questa donna che non chiede nulla di più che avere quello che hanno tutte le sue amiche sposate: la gioia di un figlio.

La storia ti prende fin da subito. Non voglio spoilerare troppo. Anticipo solo che si passa dalla speranza, alla gioia, alla delusione, si arriva ad affrontare il dolore fino in fondo e poi c’è la rinascita. Già perchè usando le parole dell’autrice poste proprio all’inizio del romanzo: Volevano farci credere che la felicità consistesse nel raggiungimento di obiettivi andardizzati; volevano spingerci a pensare che la pienezza del cuore dipendesse da un numero di tappe raggiunte; volevano convincerci che insistendo, avremmo ottenuto quello che era ‘giusto’ ricevere; volevano spiegarci come regolamentare l’amore.

Un matrimonio non è fatto di tappe da raggiungere. Non è un album di figurine dove ce le hai o non ce le hai. Un matrimonio è fatto di accoglienza e di dono. Il matrimonio ti chiede di accogliere la vita, di accogliere tuo marito o tua moglie, di accogliere i figli o il fatto di non poterne avere, di accogliere Dio nella tua storia. E poi ti chiede di donarti di dare tutto e allora, quando sarai capace di uccidere le aspettative che ti eri fatto sul tuo matrimonio e lo vivrai in pienezza per come è allora diventerai feconda perchè sarai capace di far fruttare al massimo tutto ciò che Dio ti ha dato senza ripiegarti su tutto quello che credi ti manchi.

Un altro punto che mi è piaciuto moltissimo di questa storia è come una sofferenza grande possa portare un momento di grande crisi anche per la coppia. E’ verissimo. Vale per tutti. Non solo per chi non riesce ad avere figli o non riesce a portare a termine la gravidanza. C’è un momento in cui ci si allontana, in cui ci si sente soli. Bellissimo come lo spiega l’autrice: Giulio resta in cucina. Non mi segue. Non mi raggiunge. Non ne ha voglia. Non vuole e non può consolarmi. Lui per primo ha bisogno di essere consolato. Ma non saprebbe dire da chi. E poi ancora: La notte trascorre insonne. Per entrambi. Svegli, nello stesso letto. Ma distanti. Come mai prima di quei giorni, forse.

Uomo e donna affrontano tutto in modo diverso, anche la sofferenza. E’ bellissimo poi vedere come da una distanza ci si possa riavvicinare e comprendere che insieme si è più forti e che nessuna sofferenza può distruggere quell’alleanza stretta e saldata dal fuoco dello Spirito Santo.

E’ un libro che fa riflettere tanto. E’ una lettura consigliata a tutti. A chi non riesce ad avere figli per non sentirsi una famiglia abbandonata da Dio, e a chi i figli li ha per capire che la fecondità della coppia va molto oltre la capacità di saper generare una vita. Buona lettura.

Antonio e Luisa

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Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Oggi proseguo con il tema che ho introdotto con l’articolo di ieri. Credo sia importante completare il discorso con questa ulteriore riflessione che avevo già proposto circa un anno fa in occasione dell’Ascensione di Gesù.

L’Ascensione ci dice non solo che siamo fatti per l’eternità. Non solo che siamo fatti per la vita eterna. Siamo fatti per essere uomini nella vita eterna. Non è la stessa cosa. E’ molto di più. Tutto ciò che siamo resterà. Il nome che abbiamo su questa terra sarà il nostro nome nell’eternità di Dio.

Potremo ritrovare l’umanità delle persone che abbiamo amato. Fermo restando il mistero del libero arbitrio e della dannazione, potremo incontrare di nuovo i nostri figli, i nostri genitori, tutte le persone a cui abbiamo voluto bene, e anche nostro marito o nostra moglie. Certo sarà diverso, sarà come ora non possiamo neanche immaginare, ma io ritroverò Luisa, la mia sposa.

Sarà ancora lei, Luisa, e nulla sarà cancellato in Cielo dell’amore che ci siamo donati su questa terra. Non ci sarà più matrimonio. Non serve. Il matrimonio è un sacramento che permette di amare Dio con la mediazione di una persona diversa e complementare in una relazione fedele, indissolubile, feconda ed esclusiva. Non servirà, perchè ameremo Dio direttamente, ma resterà tutto il resto.

Luisa sarà sempre Luisa, la mia migliore amica, la mia confidende, la persona che più di tutte ha abitato il mio cuore. La persona che più di tutte ho conosciuto, che più di tutte mi ha perdonato e che io ho perdonato. La persona con cui sono diventato Antonio, che mi ha aiutato a sviluppare tutta la mia umanità. Colei che ha saputo vedere la mia bellezza come nessun altro, che ha accolto tutto di me anche le parti più fragili e meno belle. Insomma sarà meraviglioso condividere con lei l’amore di Dio. Sarà per me gioia la sua gioia, che sarà piena tra le braccia dello Sposo.

Mi viene in mente l’affermazione di un’amica, che ho già più volte citato. Lei, abbandonata dal marito, continua a pregare per lui e a volergli bene. Alla mia domanda diretta sul perchè lo facesse, lei rispose: E’ dolorosa una vita senza di lui, non immagino una eternità senza di lui. Ecco è proprio così. L’ Ascensione ci dice che è così. Non credo sia solo una mia convinzione. Credo che si possa intuire da tanti piccoli indizi. L’Ascensione è uno dei più importanti e carichi di speranza. San Tommaso afferma nella sua Somma teologica:

Se parliamo della beatitudine perfetta, che ci attende nella patria, allora non si richiede necessariamente per la beatitudine la compagnia degli amici, poiché l’uomo ha in Dio la pienezza della sua perfezione. Tuttavia la compagnia degli amici dà completezza alla beatitudine.

San Tommaso D’aquino

Credo che San Tommaso sia riuscito a spiegare qualcosa di importante. Non avremo bisogno di nessuno per amare Dio e sentirci amati in pienezza, neanche di nostra moglie o nostro marito. Dio è la perfezione e la pienezza senza bisogno di altro , ma la presenza della mia sposa, sapere che anche lei è felice tra le braccia di Dio, sarà per me motivo di una gioia ancora più grande. L’amore è tutto, ma condividere l’amore è ancora di più.

Quindi la vita eterna resta in definitiva un mistero. Non sappiamo praticamente nulla di come sarà e non abbiamo neanche le capacità di poterla comprendere ma una cosa è certa: resterà tutto l’amore. Non solo: sarà perfezionato e potenziato dalla luce di Cristo

Antonio e Luisa

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L’amore durerà nell’eternità. L’unione sponsale no!

Alcuni giorni fa il nostro amico Michele si è unito in matrimonio con Carla. Io l’ho saputo solo una settimana prima dell’evento. Michele mi ha inviato un messaggio e anche io, lo ammetto, sono rimasto almeno inizialmente un po’ spiazzato. Già, perchè non si tratta di un matrimonio come gli altri. Certo, direte voi, nessun matrimonio è uguale ad un altro ma questo è sicuramente molto particolare. Michele ha già un matrimonio alle spalle terminato con un lutto. La moglie Giorgia è salita al Cielo nel gennaio del 2020 dopo aver lottato contro un brutto male. Erano una coppia molto affiatata ed era già arrivato anche Leonardo ad arricchire la loro unione. Poi, improvvisamente, la malattia di Giorgia. Michele e Giorgia non si sono arresi, sono stati dei tenaci combattenti e, soprattutto, hanno vissuto tutto quanto è accaduto loro con una grande fede e abbandono a Dio e alla Sua volontà.

Non mi soffermo sulla loro storia. Potete leggerla su Aleteia oppure ascolotare l’intervista che ho fatto a Michele alcuni mesi fa. Fatto sta che Michele si è trovato ad essere improvvisamente un punto di riferimento per tanti, è diventato sui social un vero influencer (un testimone ma oggi si dice così) per tante persone che vedevano in lui e in Giorgia dei cristiani autentici. Vedevano delle persone che avevano abbracciato la fede in modo radicale. Per questo alcuni probabilmente si sarebbero aspettati da Michele una scelta diversa. Si aspettavano che Michele avrebbe scelto di vivere il resto della sua vita nel fedele ricordo di Giorgia.

Ammettiamolo è un’idea che affascina. Lui che non si sposa più perchè il suo unico vero amore è salito al Cielo e lui vive nell’attesa di raggiungerla. Bellissimo. Un amore davvero romantico che fa palpitare il cuore. Affascinante per un film ma non nella verità cristiana. La nostra vita resta un mistero e le vie che il Signore può aprirci sono sicuramente incredibili e non prevedibili. Non esiste in realtà la scelta giusta in senso assoluto, ma esiste la scelta giusta per ognuno di noi. Qual è? Non lo sappiamo, dobbiamo cercare la risposta nel dialogo con Dio, aprendogli il cuore e ascoltandolo nel discernimento. Non è vero che decidere di non risposarsi è una scelta più santa di chi invece si unisce in una nuova unione. Dio non vuole mai una sofferenza e delle rinunce se non finalizzate ad un bene più grande e restare soli non è sempre la scelta migliore.

La Chiesa, d’altronde, permette di sposarsi nuovamente sacramentalmente proprio perchè il sacramento del matrimonio cessa con la morte di uno dei due sposi. Facciamo quindi un po’ di chiarezza. Cosa è il matrimonio? Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è quindi un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico, dove il corpo conferma il dono del cuore avvenuto attraverso la promessa durante il rito delle nozze.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. Con la morte di uno dei due. In Paradiso potremo amare Dio direttamente senza più alcuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come, ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora. Per questo non esisterà più matrimonio ma resterà l’amore.

Capite bene come non esista nessun obbligo e nessuna ragione per la quale Michele debba restare da solo. Non esiste nessun obbligo, neanche morale, di fedeltà verso una relazione che è finita. Certo per alcuni può essere una strada di santità ma non lo è per tutti. Risposarsi non significa nè mancare di rispetto al coniuge morto nè tantomeno tradirlo in qualche modo. No! Nulla di tutto questo. Una persona vedova non deve restare incollata ad una relazione che non esiste più ma deve cercare di vivere al meglio la sua vita portandosi in dote tutto l’amore che ha sperimentato nel suo passato e nel suo matrimonio giunto a compimento. Deve cercare di aprirsi alla vita e all’amore nella verità di Dio. Sintetizando finisce quindi la relazione ma resta l’amore donato, sperimentato e accolto che cambia le persone rendendole diverse e migliori.

E in Cielo? Non rimarrà nulla del matrimonio terreno? Non credo. L’amore abbiamo già visto che resta. E’ l’unico bagaglio che portiamo con noi nella vita eterna. Davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro, per quanto mi riguarda, che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziato un amore che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diverso e trasfigurato, ma ancora più bello e meraviglioso perchè vissuto nella luce e alla presenza di Dio. Un amore non più esclusivo ma condiviso con tutti i fratelli e le sorelle. E chi si risposa come Michele? Si porterà in Cielo sia l’amore per Giorgia che quello per Carla. Non c’è esclusività e gelosia ma piena condivisione. Ognuno dei tre sarà felice della beatitudine degli altri due. Sono sicuro che la prima che ha festeggiato questo matrimonio è stata proprio Giorgia che, dalla pienezza dell’abbraccio di Dio in cui ora sicuramente si trova, intercede continuamente per questa nuova famiglia appena nata.

Quindi non lasciamoci influenzare dai nostri pensieri e dai nostri pregiudizi. Guardiamo a questa storia d’amore che è appena iniziata tra Michele e Carla come un seme di speranza. Il segno che la vita vince sempre sulla morte e che l’amore è più forte di ogni male. Tanti auguri quindi a Michele e a Carla. Fatevi santi!

Antonio e Luisa

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Il kintsugi degli sposi

Oggi scrivo di getto. Ho nel cuore un’immagine e ho deciso di parlarvi di quest’immagine. Noi siamo bellissimi, voi siete bellissimi, tutte le coppie del mondo che si impegnano a fondo somo meravigliose. Lo siamo con tutte le nostre contraddizioni e con tutte le nostre paure. Ci sentiamo spesso impreparati e anche un po’ ridicoli nell’affrontare le difficoltà e le sfide dell’essere coppia e dell’essere genitori. Eppure siamo bellissimi. Vi spiego anche perchè.

Il kintsugi (金継ぎ AFI: [kʲĩnt͡sɨᵝɡʲi]), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore

da Wikipedia

Io credo che tutto questo abbia un significato molto profondo e anche, non credo di esagerare, teologico. Il giorno delle nostre nozze siamo come una bellissima tazza in porcellana. Liscia, brillante e senza imperfezioni. Siamo perfetti riempiti di Spirito Santo e di tutto il nostro amore costellato di buoni propositi e di determinazione. Poi arriva la vita insieme, quella ordinaria di tutti i giorni. Una vita fatta di corse, di impegni, di lavoro, di figli e diventa tutto più difficile. Ci sono i litigi, le incomprensioni, le divisioni. Quella tazza, che è la nostra relazione, incomincia a rovinarsi, a cadere a terra, a creparsi e a rompersi. Sono tutte le ferite che noi sposi ci infliggiamo. Nessuno è esente. Certamente ci sono crepe più o meno profonde, ferite più o meno gravi, ma dopo alcuni anni di matrimonio la nostra tazza non è più così perfetta e brillante.

Eppure potrebbe essere anche più preziosa, originale, bella di prima. In che senso? Ce lo dice la pratica del kintsugi. Ogni volta che la nostra relazione ha attraversato dei momenti difficili che hanno procurato delle crepe e delle rotture ecco che noi abbiamo rilanciato. Con il perdono reciproco e con la forza redentrice dello Spirito Santo che è parte integrante e fondante della nostra unione sacramentale abbiamo saldato quelle crepe con dell’oro. Con un materiale che è prezioso. L’oro è da re. Noi siamo re e regine quando siamo capaci di andare oltre le nostre miserie e i nostri errori e siamo capaci di rilanciare la relazione con più forza e determinazione di prima.

Tutte quelle volte che siamo riusciti, e in una vita insieme sono davvero tante, abbiamo reso la nostra tazza, la nostra relazione sempre più bella e più preziosa. Sempre più unica. Guardiamo tutta la nostra storia e i momenti più difficili sono stati proprio quelli che ci hanno unito di più perchè volersi bene quando tutto funziona è facile farlo invece quando costa fatica e sofferenza è una scelta d’amore che cambia il cuore.

Ora cari sposi guardatevi e ditevelo: siamo bellissimi. Grazie per tutte le volte che mi hai perdonato. Dio è grande e ha scelto la nostra piccola unione per mostrare la sua grandezza. Siamo una meraviglia!

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 3 – Il mio amato è mio e io sono sua.

Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. E’ l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

Amoris Laetitia punto 12

Approfondiamo proprio il capitolo due di Genesi. Dio, attraverso quei versetti, ci sta dicendo che la stessa relazione con Lui, o qualsiasi altra cosa su questa terra, non possono colmare il senso di vuoto, la grande solitudine che l’uomo ha nel cuore. In questa vita l’uomo ha bisogno di un aiuto. La Bibbia traduce così. Il significato della parola ebraica, in realtà, è molto più forte. E’ l’alleato che viene in soccorso e salva da morte certa. La relazione con la donna permette all’uomo di sfuggire alla morte. Questo termine è così forte che in tutta la Bibbia è attribuito a Dio stesso quando interviene per salvare il Suo popolo. La solitudine mette a rischio la stessa esistenza dell’essere umano. Non solo Dio pensa a un aiuto, ma questo aiuto deve essergli simile. Il termine ebraico indica qualcosa di molto più complesso. Indica una creatura che gli sia opposta, che sta davanti all’uomo e lo guarda, faccia a faccia. Non solo, qualcuno che racconta di lui. Un aiuto con cui entrare in relazione, in dialogo. Che sappia mettere in luce l’alterità, la reciprocità e la complementarietà.

Ogni persona è l’altro. Genesi ci dice come siamo fatti. Siamo esseri relazionali. Senza relazione moriamo. Questi versetti ci stanno dicendo che siamo fatti per essere amore e l’amore è possibile solo nella relazione. Siamo ad immagine di Dio e anche Dio è relazione nella Trinità. Nel matrimonio viviamo in profondità e in pienezza questo desiderio di incontrare un altro che sia complementare e diverso. Un tu che ci sia diverso.

Fateci caso: solo dopo aver ricevuto la donna come dono da parte di Dio l’uomo, finalmente uscito dalla sua solitudine, parla. Cosa dice? Dice in estrema sintesi: lei è me. Lei è da me. Siamo della stessa natura. Dio ci ha fatto uguali, della stessa pasta, ma differenti e complementari. Perchè proprio dalla nostra complementarietà potesse nascere una comunione profonda che diventa alleanza. Comunione che viene manifestata nella concretezza del corpo sessuato di un uomo e di una donna. Comunione che si manifesta nell’essere una sola carne e nel generare nuova vita che è fatta della nostra unione. I figli hanno il DNA di entrambi i genitori.

Una precisazione importante. La Bibbia nella parte conclusiva afferma: i due saranno una sola carne. Ci dice che questa profonda unità nella diversità, l’essere una sola cosa non è un processo che avviene subito, ma è qualcosa che può avvenire in un percorso di crescita e di progressione. E’ un compito meraviglioso da realizzare nel tempo. E’ un po’ la finalità del matrimonio. Una relazione tra un uomo e una donna uniti da Dio che durante tutta una vita insieme imparano ad entrare in una relazione che investe tutte le loro persone in mente, volontà, anima e corpo per farle diventare sempre più una carne sola, una persona sola. Anche per l’unione fisica degli sposi segue questa dinamica. Spesso sento dire che con il tempo ci si stanca di fare l’amore sempre con la stessa persona. Tutte scemenze. Per chi nel matrimonio fa esperienza di questa sempre maggiore comunione fare l’amore diventa sempre diverso e sempre più bello perchè quel gesto esprime nel corpo una comunione sempre più profonda dei cuori.

Spostiamoci ora sull’ultima parte del punto di Amoris Laetitia. In Genesi troviamo scritto che Dio disse alla donna dopo la caduta: Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà. Questo passo esprime benissimo il dramma della caduta. La perdita dell’ordine naturale che impedisce all’uomo di essere capace di amare e di donarsi senza egoismo, senza voler possedere, mettendo la sua sposa prima di sè. Naturalmente vale anche il discorso inverso della donna verso l’uomo. L’egoismo travestito di amore. Il dominio travestito di amore. 

Nel matrimonio possiamo invertire questo atteggiamento. Possiamo convertirlo. Cambiare direzione. Ed è proprio il Cantico che ci dice che è così. Nel Cantico accade qualcosa di stupefacente. Si riprende esattamente lo stesso sostantivo di Genesi, come a voler evidenziare la stretta connessione tra i due passi, ma si cambia completamente prospettiva. C’è una guarigione. C’è un ritorno alle origini. C’è la capacità di sconfiggere il peccato originale. Il peccato originale che è morte. Vedremo più avanti, sempre nel Cantico, come l’Amore sia forte come la morte. Ecco! Qui accade esattamente questo. L’amore sconfigge la morte del peccato originale. Troviamo infatti scritto: il suo desiderio è verso di me. Questa volta è lui a desiderarla e non a dominarla e lei è felice perchè vuole essere tutta del suo amato. Capite che differenza. In Genesi al desiderio si risponde con il dominio. Tu ti offri e io ti prendo e ti faccio mia. Nel Cantico cambia tutto. Tu ti offri e io ti accolgo in me e ti faccio dono di ciò che sono, di tutto ciò che sono. Che bello! Noi possiamo essere questo, possiamo recuperare questo nel nostro matrimonio e renderlo davvero un luogo dove è bello stare. Possiamo grazie a Colui che con il suo amore ha sconfitto la morte. Possiamo grazie a Gesù recuperare l’ordine delle origini attraverso il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

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L’atto di dolore degli sposi

Oggi proseguiamo il discorso sul perdono iniziato con l’articolo di ieri (che ha suscitato moltissimo interesse con pareri discordanti tra favorevoli e contrari). Oggi osserviamo il perdono dalla parte di chi ha commesso il male e ha ferito l’amato/a. Per scrivere questo articolo ci siamo avvalsi di un bellissimo testo che abbiamo scoperto casualmente. Si tratta di Tessitori di felicità edito dalle Paoline.

Cosa abbiamo imparato da questo libro? Abbiamo scoperto che le varie fasi del perdono sono racchiuse magistralmente de quella preghierina che recitiamo dopo il sacramento della riconciliazione: l’atto di dolore. Riscriviamolo in chiave sponsale. In questo caso io Antonio mi rivolgo a Luisa. Ognuno metta il nome della persona che ha accanto.

  • Mia cara sposa e amata
  • mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati,
  • perchè peccando ho meritato i tuoi castighi,
  • e molto più perchè ho offeso te, infinitamente buona e degna di essere amata sopra ogni cosa,
  • Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più
  • e di fuggire le occasioni prossime di peccato
  • Signore misericordia perdonami

Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati. Come prima cosa, per iniziare un percorso di perdono e di riconciliazione, è importante ammettere l’errore. E’ importante non solo sentire il pentimento, ma esprimerlo all’altro/a con le nostre parole. Luisa che ha subito il mio male ha bisogno di sentirsi capita nel suo dolore e tanto più si renderà conto che il male che le ho procurato fa star male anche me, quanto più si sentirà compresa .

Perchè peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perchè ho offeso te, infinitamente buona e degna di essere amata sopra ogni cosa. Verrebbe da pensare che Dio castiga chi commette il male. Dio mi castiga per il male che ho fatto a Luisa? In realtà questa è una visione un po’ sorpassata. Non è Dio che ci castiga ma sono le nostre stesse azioni che hanno delle conseguenze. E’ lo stesso male che io ho commesso che mi procura esso stesso dei castighi. Fare del male ad una persona che amiamo significa rompere, o quanto meno indebolire, quel legame che ci unisce a lei. Significa per me perdere in parte o completamente l’intimità e la fiducia che Luisa nutriva nei miei confronti. Devo accettare le conseguenze del mio gesto e cercare per quanto è in mio potere di riparare ai miei errori in modo concreto e non solo a parole.

Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più. Attenzione! Non prometto ma propongo, perchè sarebbe una promessa che non sono sicuro di poter mantenere. La mia fragilità resta e io continuerò a commettere errori con lei e con tutti gli altri. Però propongo cioè mi impegno a mettercela tutta per non farlo.

Di fuggire le occasioni prossime di peccato. Spesso i miei errori sono causati da una serie di situazioni o scelte che possono essere evitate. Mi viene in mente il caso di una persona che ha lasciato la sua testimonianza anche su questo blog. Usciva tutti i giorni durante la pausa pranzo con la stessa collega e pian piano si è innamorato di lei. Certo che non c’è nulla di male ad uscire a pranzo con una collega ma può, e su questo dobbiamo essere molto prudenti, diventare un’occasione di peccato. Evitiamo di doverci trovare a mettere alla prova la nostra fortezza. Potremmo anche perdere. Facciamoci furbi e fuggiamo le tentazioni.

Signore misericordia perdonami. In questo caso ci rivolgiamo contemporaneamente a Dio e all’altro. E’ importante chiedere perdono anche a Dio perchè affidarci alla Sua misericordia ci può aiutare a perdonare noi stessi. Sappiamo di essere “difettosi” in tante cose, ma Dio ci ama immensamente anche così, e questa certezza ci deve dare la forza per perdonarci e per chiedere il perdono a nostra moglie o a nostro marito. Accettando anche il fatto che magari l’altro/a non sarà in grado di perdonarci subito e che forse ci vorrà del tempo per riacquistare la bellezza del legame che con il nostro agire abbiamo un po’ rovinato. Dipende molto da quello che abbiamo fatto. Ci sono piccoli perdoni quotidiani che si superano facilmente e ci sono perdoni molto più difficili da donare. D’altronde lo dice la stessa parola. Per-dono. Il perdono è un regalo che viene fatto a chi in quel momento non ha nulla per meritarlo se non il pentimento.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio perfetto è fatto di perdono perpetuo

Luisa ed io abbiamo già scritto molte volte di quanto sia importante saper perdonare in una relazione profonda, totalizzante e lunga come quella matrimoniale. Siamo così fallaci! Naturalmente non solo noi, ma tutti gli sposi del mondo sbagliano. Certo ci sono quelli più o meno virtuosi, ma la perfezione non esiste. Mai promettere cose del tipo non ti farò mai soffrire, non potete mantenerlo. Siamo tutti corrotti dal peccato originale che ci porta a non comportarci sempre bene nei confronti l’uno dell’altra. Possiamo impegnarci quanto vogliamo ma siamo caduti e cadremo ancora nel peccato innumerevoli volte. Peccheremo e ci feriremo attraverso i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre opere e le nostre omissioni, come ammettiamo candidamente e forse anche un po’ superficialmente, ogni domenica nell’atto penitenziale.

Ci feriamo l’un l’altro, in modo più o meno profondo tantissime volte. Un matrimonio che funziona non è quello abitato dalla perfezione e dalla mancanza assoluta di errori e di peccati. No! Per nulla! Il matrimonio che funziona è abitato dal perdono e dalla misericordia reciproca. Si potrebbe quasi dire che il matrimonio è assimilabile a un perdono perpetuo. Il perdono nutre la relazione e la sorregge come una delle colonne portanti. Quindi voi che magari pensate di essere un disastro siete invece una meravigliosa coppia capace di accogliersi vicendevolmente nelle fragilità e imperfezioni che ognuno di voi due inevitabilmente mostra. Ed è meraviglioso così.

Il perdono è prima di ogni altra cosa un atto di volontà. Io desidero perdonare Luisa e lei desidera perdonare me. Questo vale per le piccole ferite di ogni giorno ma anche per quelle più gravi e profonde. La volontà ci deve sempre essere. Il matrimonio si fonda sulla nostra promessa nuziale dove ci siamo impegnati ad accoglierci sempre nella gioia e nel dolore. Una promessa di amore incondizionato. Badate bene non si parla di emozioni e sentimenti ma semplicemente di decidersi ad amare sempre. Questo è il primo e imprescindibile passo verso l’altro per un perdono completo.

Perdonare significa riconoscere l’altro come prezioso ma fragile. Riconoscere nella fragilità dell’altro un’opportunità per rilanciare e per rendere la relazione più forte e più bella di prima. Il perdono genera in chi lo riceve gratitudine ed amore. Possiamo testimoniarlo nella nostra personale storia, ma credo che ognuno di voi possa confermare.

So già le obiezioni. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi. Come può essere ad esempio un tradimento. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando. Andare oltre i sentimenti e le emozioni. Per fare questo serve tempo. Il perdono non si può pretendere proprio perchè spesso l’altro non è pronto. Riuscire a perdonare (davvero) significa attraversare un processo interiore che ci permette di dissociare il peccato che ci ha fatto del male dal peccatore che lo ha commesso. L’altro non è il suo gesto o la sua mancanza, L’altro è una meraviglia nonostante il suo errore che magari è molto brutto. Perdonare non è quindi dire Ti perdono con le parole, ma è la capacità di riacquistare lo sguardo di Dio verso l’altro. Uno sguardo benedicente. Riuscire di nuovo a guardarlo con la meraviglia di Dio. Riuscire quindi a fidarci ancora dell’altro. Quanto accaduto resta vivo nella nostra memoria ma non fa più male. Si trasforma in amore. In capacità di rilanciare. Non tutti riescono certo ma tutti ne abbiamo le capacità. Soprattutto noi sposi.

Comprendete bene che il sacramento del matrimonio ci può sostenere ed aiutare molto. C’è un dono dello Spirito Santo che è la grazia sacramentale che è proprio questo. E’ l’aiuto concreto di Dio che ci permette di andare oltre ogni difficoltà e ogni dolore. Per perdonare serve quindi tanta preghiera e tanto abbandono a Dio affidando a Lui le nostre sofferenze e la nostra incapacità ad andare oltre il male subito.

Serve quindi tempo, volontà e grazia. Ci sono ferite che possono distruggere la relazione. E’ vero. Conosciamo tanti matrimoni falliti per questo. E’ altrettanto vero, e noi conosciamo tante storie che lo confermano, che da un male subito o dato può scaturire un bene più grande. La relazione può risorgere proprio grazie al perdono!

Non smettiamo quindi di chiedere a Dio la forza di perdonare e di sentirci perdonati. Ne va della nostra gioia e del nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Amoris Laetitia. 2 – La coppia è la scultura vivente di Dio

La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio

PUNTO 11 DI AMORIS LAETITIA

Partiamo subito con il botto. Siamo nel primo capitolo dell’esortazione. Capitolo intitolato Alla luce della Parola. Titolo emblematico per evidenziare come tutta la Sacra Scrittura sia in realtà anche una storia di famiglie. Una storia che racconta la presenza di Dio nella vita concreta e quotidiana di famiglie caratterizzate da tantissime contraddizioni. Non dobbiamo scoraggiarci quindi se anche la nostra famiglia è piena di queste contraddizioni e noi sposi non siamo perfetti. Dio ci dice che abita la nostra vita e la nostra relazione e che se noi, nonostante tutti i nostri limiti, ci affidiamo a Lui e alla Sua misericordia, saremo capaci di volerci bene e di perdonarci per ricominciare sempre. La Sacra Scrittura ci dice che il male non ha l’ultima parola e che noi siamo salvati e redenti grazie alla croce di Cristo.

Questo punto dell’Amoris Laetitia è particolarmente bello. Si parla di scultura. Una scultura contrapposta a quella del vitello d’oro. Ritorniamo all’Esodo.

Dio dice di sè rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente all’altro/a in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

Noi sposi possiamo rappresentare una scultura dove non è più raffigurato il nostro volto ma quello di Dio. Che meraviglia! E’ davvero un miracolo che due persone così limitate e fallaci possano essere l’immagine più aderente al volto misericordioso di Dio. Un Dio capace di amare ognuno di noi sempre, senza chiederci nulla in cambio e nonostante i moltissimi nostri tradimenti che sceglie sempre di sopportare e di perdonare. Questo è il matrimonio. Una relazione dove l’imperfezione e il peccato diventano occasione per perdonare e rilanciare. Dove il male si trasforma in occasione per fare il bene. Un po’ come avveniva nel medioevo e nel rinascimento. Un sovrano si faceva ritrarre da pittori e inviava diverse copie di quel dipinto a tutte le corti vicine e lontane. Noi possiamo essere come quel dipinto. Possiamo raccontare, seppur in modo molto limitato, la grandezza dell’amore di Dio. Dio sceglie nell’oggi di mostrarsi attraverso il nostro amore, Noi possiamo farlo, voi potete farlo, perchè l’immagine di Dio è impressa dentro ogni relazione unita dal sacramento, immagine impressa a fuoco dallo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Cavalieri e dame

Capita spesso che noi cristiani siamo apostrofati in modo dispregiativo e canzonatorio come medievali. Beh forse nel modo di concepire il corteggiamento e la relazione uomo-donna un po’ lo siamo davvero e lo dico con orgoglio.

Io mi sento realizzato e contento quando riesco a rendere felice la mia sposa. Desidero proteggerla e custodire la sua gioia. Un’idea sicuramente che nasce nell’amor cortese della Provenza medievale. Amore raccontato da trovatori, poeti e cantastorie. Amore che racconta di dame e cavalieri. In realtà non è corretto dire che questo concetto di amore nasce in quel tempo. E’ un amore che racconta il desiderio profondo di ogni uomo, il desiderio di essere cavaliere per la propria sposa. Non è questione di stereotipi o di costruzione culturale. Certo la cultura dei vari popoli ha concretizzato in modo diverso questa esigenza naturale dell’uomo. E’ un’inclinazione naturale. Un uomo si sente tale quando riesce a rendere felice la propria sposa. Anche nel nostro mondo contemporaneo secolarizzato questo desiderio costituisce il cuore di ogni uomo. Molti non sanno riconoscerlo e per questo non sono felici. Magari hanno tante relazioni affettive e sessuali, ma non sono felici. Cercano sempre di più perchè cercano male. Cosa significa essere cavalieri oggi? Non ci sono draghi o singolar tenzoni da vincere. Oggi essere cavalieri significa custodire e proteggere il nostro matrimonio. Un cavaliere vuole custodire il suo matrimonio come ciò che di più prezioso possiede.

Un cavaliere è capace di fare un passo indietro. E’ capace di mettere la sua sposa e la sua relazione davanti a se stesso. Davanti alle sue esigenze. Il cavaliere è pronto a morire per la sua sposa. Morire all’egoismo. Il suo piacere viene dopo il bene della sua sposa. Il cavaliere è capace di rinunciare, se quella rinuncia può portare giovamento, gioia e bene alla sua sposa. Il cavaliere è capace di morire all’orgoglio. Il cavaliere non considera ogni critica come delitto di lesa maestà. Accetta la sua fragilità e la sua imperfezione. Sa che l’orgoglio genera risentimento e incomprensioni. Per questo lo rifugge. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. Il cavaliere è capace di passare sopra il male ricevuto e sa perdonare.

Il cavaliere sa rompere il vaso di nardo nella sua relazione. Non è avaro. Sa valorizzare la sua dama ogni giorno. E’ rivestito non di armatura, ma di tenerezza. Il cavaliere sa di non poter pretendere amore dalla sua sposa. Sa che l’obbligo non fa parte dell’amore. Per questo desidera corteggiare la sua sposa ogni giorno e così, portarla ad avere il suo stesso desiderio che lui nutre per lei. Il cavaliere non vuole mendicare un incontro intimo con la sua sposa, ma vuole condurla a quell’incontro come culmine di una relazione d’amore che non si è mai interrotta. Vuole essere accolto come re e non come mendicante.

Un cavaliere mantiene sempre uno sguardo di meraviglia verso la sua sposa. Per questo non vuole guastare il suo sguardo con la pornografia. La pornografia rende ciechi. Lo diceva già la Chiesa tanti anni fa. Non diceva scemenze. Certo è un’affermazione che va declinata. E’ un’immagine. La pornografia e la sessualità consumata fine a se stessa rendono le persone incapaci di avere uno sguardo puro, limpido. Rendono noi sposi ciechi e incapaci di avere uno sguardo che vada in profondità. Uno sguardo che riesca a contemplare la propria sposa come persona nella sua interezza. Non solo come un corpo, o peggio come un pezzo di carne, ma come una persona che esprime attraverso il corpo una bellezza trasfigurata dalle doti dello spirito e della mente. Un corpo trasfigurato dal cuore.

Tutte le donne, che lo ammettano o meno, desiderano sposare un cavaliere. Solo che di cavalieri ce ne sono pochi. Tutti possono però diventarlo. Per me è stato così. Questo desiderio è nato dentro me durante il matrimonio con Luisa. E’ stata lei a trasformarmi da ranocchio a principe. Come? Lo spiega bene Costanza Miriano:

L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Auguri dame! Far si che vostro marito si trasformi in un cavaliere dipende anche da voi. E voi mariti impegnatevi a fondo in questo. Ne avrete il centuplo in gioia e bellezza.

Antonio e Luisa

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